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Archivi: Articoli d’archivio

  • Da Guarda Veneta a Polesella

    Da Guarda Veneta a Polesella

    Con l’arrivo della primavera rinasce la voglia di riprendere un contatto più forte ed autentico con l’ambiente naturale. E da anni, grazie alle iniziative del C.T.G. “Gruppo Rovigoti”, in tale stagione vengono proposte camminate lungo la riva polesana del grande fiume, per godere delle suggestioni paesaggistiche e conoscere la storia del territorio. Il consenso alle iniziative pedestri è crescente, tanto che circa 60 affezionati “camminatori” si sono presentati all’appuntamento previsto per l’itinerario da Guarda Veneta a Polesella, attirati dal mix di storia, natura e paesaggio dell’apprezzata iniziativa.

    L’incontro è stabilito alle ore 9,30 a Guarda Veneta, presso la bella Chiesa Parrocchiale, dove vengono forniti ai convenuti i primi fondamentali cenni storici relativi alla località, un tempo denominata “Gardilliana”, come si ricava dal testamento del marchese Almerico dell’anno 938. Dunque una comunità attiva nel medioevo, che dovette però subire il dramma di una delle più grandi rotte del Po – quella di Ficarolo del 1150 – da cui si originò il nuovo alveo del grande fiume che divise in due il territorio, facendo registrare anche un mutamento nel tempo dell’originaria denominazione.

    Alla destra del nuovo corso la località prese infatti il nome di Guarda Ferrarese, alla sinistra Guarda Minore, poi Veneta. Toponimo quest’ultimo legato ad un evento storico fondamentale nella storia del territorio polesano, ovvero alla famosa guerra del Sale (1482-84) che vide l’aspro confronto tra Repubblica Veneta e il Ducato Estense, a cui al tempo apparteneva tutto il Polesine. E la vittoria delle armi della Serenissima comportò per Casa D’Este la perdita della porzione settentrionale del Polesine, assieme ad un lembo affacciato sul Po comprendente la zona relativa a Polesella e Guarda Veneta.

    La nostra passeggiata si svolge dunque in quest’area, da fine ‘400 legata alla Repubblica di San Marco, circondata dal territorio in vario modo rimasto soggetto a Ferrara fino al 1815. Fu infatti allora che, col Congresso di Vienna e la creazione del Regno del Lombardo Veneto, il Polesine – aggregato definitivamente al Veneto – ebbe come confine stabile il Po e nacque la provincia di Rovigo come tuttora si caratterizza.

    L’itinerario di conoscenza inizia con uno sguardo alla bella Chiesa Parrocchiale dedicata a San Domenico Guzman, eretta nel ‘500 e più volte rimaneggiata ed ampliata, raggiungendo nel ‘700 la fisionomia attuale, quando fu abbellita internamente dagli affreschi di Giovanbattista Canal (nipote del più celebre omonimo, conosciuto come il Canaletto) ed arricchita dall’installazione del prestigioso organo del Callido.

    Raggiungiamo frattanto la sommità arginale, dove lo sguardo viene subito catturato, alla nostra sinistra, dal maestoso scorrere delle acque del grande fiume, mentre sulla destra notiamo il rapido ridursi delle abitazioni del paese.

    Dopo circa due chilometri raggiungiamo la località Quarti, così denominata dall’alternarsi del corpo di guardia veneziano ogni quarto di giornata. E in questa zona, presso “El Giaron” nel 1509 avvenne la famosa “Battaglia della Pulicella”, nel contesto di una nuova guerra, che vide le principali potenze europee unite nella Lega di Cambrai contro Venezia.

    Estensi e Veneziani pertanto si trovarono ancora una volta a contendere il territorio polesano e questa volta, nella citata battaglia di Polesella, trionfarono clamorosamente le armi ferraresi, grazie anche all’uso di cannoni messi a punto dallo stesso duca Alfonso I. Fu in particolare sgominata la flottiglia di imbarcazioni veneziane ormeggiate in loco e si contarono 3000 morti. Una sconfitta cocente per la Serenissima e una vittoria celebratissima a Ferrara (a cui lo stesso Aristo dedicò alcuni versi dell’Orlando Furioso) che però, al raggiungimento della pace, non produsse una mutazione della situazione sul territorio, per cui l’area di Guarda e Polesella rimase saldamente nelle mani veneziane.

    La borgata Quarti un tempo era sviluppata soprattutto in golena, ma fu forzatamente abbandonata dagli abitanti successivamente all’alluvione del 1951, per ordine governativo, in seguito ai lavori di rinforzo dell’argine comprendenti anche successivo abbattimento delle abitazioni nell’area golenale, individuata come utile cassa di espansione del Po nei momenti di piena.

    Ora un frondoso pioppeto caratterizza l’ampia golena, mentre dalla parte opposta si stende lo spazio infinito della campagna polesana, disseminata di poche case ed alcune corti agricole.

    Ed è proprio in una di queste corti, a circa metà tragitto, che veniamo accolti dalla Famiglia Colò.

    E’ una vera emozione apprendere che la famiglia trae origine dai pastori dell’Appennino Emiliano-Modenese, che un tempo raggiungevano il Polesine nel periodo della transumanza. E fu così che i Colò, frequentando questi luoghi, decisero di divenire stanziali, scegliendo di fermarsi in questa particolare zona del Polesine senza abbandonare la pastorizia, che ancora viene praticata con passeggiate del gregge lungo le erbose arginature del Po.

    L’accoglienza della famiglia Colò è particolarmente benevola fornendo assaggi del meraviglioso Formaggio Pecorino, assieme a Salumi e Vini Polesani, Pan Biscotto e Dolci Tipici.

    Va detto che nel corso della sosta-ristoro si è verificato un inatteso quanto emozionante incontro tra il Sig. Rodolfo Colò, che a tutti gli effetti può considerarsi l’ultimo dei pastori della tradizione, con il Sig. Brunetto Passarella, ultimo dei traghettatori del Po. Mestieri e personaggi ormai leggendari di un Polesine d’altri tempi!

    Riprendiamo frattanto la strada arginale alla volta di Polesella che si preannuncia con la scenografica Villa Morosini, seicentesca armoniosa villa veneta che fu del doge Francesco Morosini, detto il Peloponnesiaco, in quanto la sua fama fu in particolare legata alla battaglia guidata dallo stesso doge, che portò Venezia ad impossessarsi delle coste greche.

    Oggi la villa, dopo il radicale restauro portato a termine alcuni anni fa, viene usata per incontri e ricevimenti sia pubblici che privati.

    Un tempo la nobiliare costruzione era protetta da un muro di cinta caratterizzato ai lati da quattro torrette, una delle quali (quella posteriore sulla destra verso la campagna) era adibita ad oratorio. Da anni mancano le due torrette sulla parte anteriore, in quanto i lavori di rinforzo ed ampliamento dell’argine hanno comportato l’abbattimento delle due costruzioni più avanzate. Da molto tempo è anche sparito l’attracco esclusivo che garantiva alle imbarcazioni veneziane di ormeggiare per permettere agli ospiti della villa un agevole raggiungimento dell’aristocratica dimora.

    Si è invece in larga misura salvata, in golena, una caratteristica borgata, Borgo Santa Maura, un tempo caratterizzata dalla presenza di pescatori e costruttori di barche. E’ stato attuato un significativo recupero architettonico degli edifici superstiti, risanando alcune abitazioni, dove tra l’altro hanno trovato sede associazioni sportive e ricreative e dove è stato avviato un tipico locale adibito a bar-ristorante.

    Scattate le ultime foto che immortalano il grande fiume nell’ora centrale della giornata, giunge così a conclusione la interessante camminata di conoscenza della particolare storica “enclave veneta” di Guarda e Polesella, porzione esclusiva di territorio ottenuta dalla Serenissima interrompendo la fascia rivierasca, rimasta molto più a lungo sotto il controllo estense, e pertanto tradizionalmente denominata Transpadana Ferrarese.

  • Nel Delta col CTG

    Nel Delta col CTG

    Per l’anno 2013 il Comitato Provinciale del CTG di Rovigo ha messo in cantiere una serie di appuntamenti sotto il titolo “La cultura vien mangiando”.

    Si tratta di incontri conviviali, con specialità gastronomiche scelte dalla tradizione, in luoghi caratteristici del Polesine, aperti a dirigenti e soci attivi dei vari Gruppi Ctg, coinvolgendo altre Istituzioni, Enti e Associazioni.

    Questi incontri sono anche l’occasione per abbinare la scoperta di particolari ambienti, accompagnati nelle visite da testimoni speciali, che hanno avuto un ruolo attivo nella salvaguardia, recupero e valorizzazione degli stessi.

    Il primo appuntamento si è svolto già nel dicembre scorso a Fratta Polesine, con visita alla Casa-Museo Matteotti, all’Ecomuseo Mulino al Pizzon e con cena presso la Locanda al Pizzon in un contesto di rivissute tradizioni pre-natalizie.

    Il secondo incontro si è sviluppato nel cuore del Delta del Po, lo scorso 24 febbraio, a partire dal primo pomeriggio.

    Il cielo si presenta terso ed il venticello frizzantino: una giornata ideale per gustare i lunghi orizzonti del Delta.

    All’idrovora di Ca’ Vendramin, Museo Regionale della bonifica e sede della omonima Fondazione, troviamo l’ambiente già animato per un evento locale, cioè la unificazione del gruppo Scout di Taglio di Po con quello di Porto Tolle: grande festa di giovani e famiglie.

    Siamo accolti negli spazi del grande complesso idrovoro, realizzato nel 1900, dall’Ing. Tosini, direttore della Fondazione Ca’ Vendramin, dai dirigenti del CTG Rovigoti, e ci si immerge in una particolare atmosfera di passato industriale, in architetture progettate con attenzione all’estetica oltre che alla funzionalità.

    Alcune parole di benvenuto agli ospiti da parte dell’Ing. Tosini e la presentazione da parte di Donatella Girotto, già Presidente di Turismo&Cultura, del nuovo video artistico “Il lavoro dell’acqua” ideato da Luigi Gioli e realizzato nella regia da Massimo Samiolo: è la visitazione di questi grandi spazi attraverso la danza. Emozioni, sensazioni, luci e scorci nel contrasto di forme statiche e leggiadria delle danzatrici.

    Un lungo applauso, dopo la visione, saluta il gruppo degli autori e ci si avvia alla visita guidata del complesso delle macchine e degli ambienti che sono stati utili nei primi anni del ‘900 alla bonifica dell’intera isola di Ariano. L’Ing. Tosini, curatore del recupero e restauro dell’intero complesso, annota con dovizia di particolari come in quegli anni questa grande ‘macchina’ funzionasse con l’energia del vapore prodotta dalla combustione del carbone e fosse oggetto di attenzione anche dall’ingegneria Olandese per le soluzioni tecniche innovative: la sala caldaie, ora auditorium, la cabina elettrica con decori stile liberty, la sala delle pompe e delle turbine imponenti ed affascinanti. All’esterno spicca il grande camino e si distinguono i magazzini, l’officina per le manutenzioni, il bacino di raccolta delle acque e quello di sversamento dopo un salto di circa 2 metri.

    Si avvicina la sera ed è ora di dirigerci, con le luci del tramonto, verso la seconda tappa della nostra escursione: il complesso rurale di Ca’ Cornera.

    E’ il nostro ospite Gianpaolo Gasparetto, padrone di casa, che ci accoglie nella bella cornice di quello che era il granaio dell’azienda ora adibito ad auditorium e galleria d’arte.

    La Prof.sa Laura Gavioli, critica d’arte e sostenitrice del progetto di valorizzazione delle emergenze artistiche del territorio del Delta del Po, presenta la mostra dell’artista Sara Cavallaro, sviluppata attraverso lavori di incisione a punta secca e disegni, dal titolo “Domine attende PO”.

    Subito dopo viene presentato l’ultimo numero, il 46° della Rivista semestrale “Ventaglio Novanta”, edita da Turismo&Cultura, a cura del direttore Lino Segantin: è una carrellata di oltre 40 titoli di altrettanti autori polesani, affezionati collaboratori della rivista, che contribuiscono all’arricchimento documentario e culturale del territorio. Lino Segantin, con l’ausilio di immagini scorre velocemente gli articoli che spaziano dall’ambiente alla storia, dalle tradizioni ai personaggi, dalla poesia alla narrativa, nonché dall’attualità ed iniziative culturali.

    E’ ormai ora per la seconda parte dell’iniziativa del CTG: la tradizione culinaria.

    A tavola i commensali sono accolti dal gestore Venerino il quale, con la sua spontanea semplicità e con l’aiuto di Donatella, presenta le specialità della cucina: non piatti elaborati ma sinceramente genuini.

    La serata si arricchisce inoltre della presentazione assolutamente per la prima volta in maniera ufficiale dell’ultimo prodotto della fantasia e professionalità di Arnaldo Cavallari, già inventore della “ciabatta polesana”: la pagnocca polesana. E’ lo stesso Cavallari che presenta la “pagnocca” anche attraverso qualche aneddoto ed invita tutti gli interessati ad una visita presso il suo laboratorio sperimentale ad Adria per una lezione gratuita sulla panificazione. Presente a tavola anche il fornaio di Porto Viro che si è prestato alla cottura delle forme di pagnocca di cui i commensali sono stati omaggiati.

    Grande allegria e maestria nella esecuzione dei brani musicali porta ai convenuti il Prof. Bruno Paganelli. Assieme alla sua fisarmonica e al contributo canoro di Donatella vengono riproposti canti e balli della tradizione popolare veneta e romagnola coinvolgendo tutti in canti corali.

    Una giornata da ricordare, piena di momenti culturali, che hanno spaziato dalla video-danza, all’archeologia industriale, all’arte, all’editoria, alla cucina, fino alla musica della tradizione: una riuscita proposta del CTG.

    All’uscita dalla corte di Ca’ Cornera una splendida luna piena ci guida verso le nostre dimore, ricchi di un nuovo bagaglio culturale.

  • Sulle tracce di Santa Eurosia

    Sulle tracce di Santa Eurosia

    Nel n. 46 del Ventaglio si è parlato della vita di S. Eurosia; santa che è venerata in varie zone del Polesine, soprattutto nei territori che si affacciano sul Po. Si è parlato della virtuosa esistenza della giovane boema, e dell’indicazione del Papa affinché sposasse il figlio del re d’Aragona.

    Udito il desiderio del pontefice, accantonato il proposito di dedicarsi totalmente a Cristo, nel mese di agosto dell’anno 880, la sedicenne Eurosia, accompagnata da una piccola comitiva, iniziò pertanto il lungo viaggio dalla Boemia verso la Spagna, che fu raggiunta in ottobre.

    Ma la comitiva boema ad un valico dei Pirenei, fu aggredita da una banda di mori saraceni capitanati dal rinnegato Aben Lupo. Costui, invaghitosi della giovane, cercò di costringerla a rinnegare Gesù Cristo e a rinunciare alla promessa di matrimonio col principe aragonese per divenire sua sposa. Constatata l’irriducibilità della giovane, furente d’ira, ne decretò il supplizio. Dapprima le fece amputare le mani e recidere i piedi e poi diede l’ordine di decapitarla.

    Contemporaneamente si scatenò un fortunale furibondo, mentre si udì una voce dal cielo, più potente della tempesta: “Sia dato ad Eurosia il dono di sedare le tempeste, ovunque sia invocato il suo nome!”.

    Il rinvenimento del corpo

    A causa del violento nubifragio, il corpo della giovane restò sepolto sotto uno strato di fango. Dopo quasi due anni, un semplice e mite pastore, di nome Guillèn, giunse con le sue pecore vicino al luogo dove Eurosia era stata martirizzata: una radura, non lontano dalla città di Yebra, dove era presente una fonte dalla quale sgorgava acqua cristallina.

    Mentre si dissetava a quella fonte, Guillèn udì il canto di un meraviglioso uccellino, vide qualcosa come una luce bianca e sentì come una voce angelica che gli diceva: «Guillèn, è da molto tempo che qui non passa nessuno, ma Dio vuole glorificare Eurosia. Prendi il suo corpo che sta sepolto sotto questi cespugli e portalo alla valle. Lascia a Yebra la testa, porta il corpo nella chiesa della città di Jaca e mettilo nella parte destra dell’altare sotto il tabernacolo».

    Guillèn obbedì. La notizia dell’arrivo dei resti della Santa corse più del pastore. Dicono che le campane delle torri incominciarono a suonare da sole; che nei luoghi dove il corpo passava si aprivano le corolle dei fiori; che le fontane secche tornavano a gettare acqua copiosamente; che gli ammalati guarivano col profumo che usciva dai resti della Santa.

    La canonizzazione

    La Canonizzazione di Santa Eurosia avvenne quindi in Jaca, il 25 Giugno dell’anno 882, nella chiesa dove ancor oggi riposano i suoi resti mortali.

    S. Eurosia è onorata come patrona ed invocata contro le tempeste, i fulmini, le grandinate e anche per i frutti della terra. Nell’iconografia il suo simbolo è la palma del martirio e viene spesso raffigurata con la spada o la scure, una corona o una mano recisa, collocata vicino ai suoi piedi.

    Ogni anno a fine giugno si tengono in Jaca grandi festeggiamenti che si ripetono, con maggiore solennità religiosa anche nel mese di Ottobre in ricordo della data del martirio di Eurosia.

    In seguito al prodigioso rinvenimento, il Vescovo nominò Guillèn canonico e custode dei resti di Eurosia. Questi, dopo avere studiato fu ordinato sacerdote e scrisse la prima storia della Santa che risulta assai preziosa, di grande valore storico e fondamentale per i breviari medievali di Jaca, Huesca e Tarragona.

    Il culto

    Il culto di Santa Eurosia si diffuse ben presto in tutta la Spagna e, grazie ai soldati spagnoli, anche in Italia soprattutto nelle regioni del nord. Specie in Lombardia che con la Spagna ebbe relazioni politiche, ed in particolare nelle zone collinari vinicole dove, sin dai tempi antichi, la Santa è invocata contro il flagello della grandine e delle tempeste.

    Ancora oggi nel comasco, nel novarese, nelle località agricole di Cremona e di Pavia vi sono cappelle e altari dedicati alla Santa, che viene festeggiata con grande solennità ed altrettanta partecipazione popolare. Anticamente anche i vignaiuoli e gli agricoltori vicini a Roma erano soliti festeggiare Santa Eurosia in due chiese a lei intitolate: una sulla via Particense e una sulla via delle Sette Chiese.

    L’itinerario di Santa Eurosia

    E anche nel nostro Polesine non mancano chiese, oratori e altari a lei dedicati, feste liturgiche e sagre molto frequentate. Possiamo pertanto dare vita a quello che potremmo definire “L’itinerario di Sant’Eurosia”, partendo dal lembo più occidentale del territorio, cioè da Melara. La chiesa parrocchiale, dedicata a San Materno Vescovo, è uno degli edifici religiosi più imponenti della Traspadana Ferrarese, eretto nei primi decenni del ‘700 su disegno di Sante e Vincenzo Santini di Ferrara.

    La chiesa, completata nel 1732, presenta un altare con una bella tela che raffigura il Martirio di S. Eurosia, opera datata 1796 del veronese Paolo Caliari. Attenzione: non si tratta del famoso Paolo Veronese grande pittore veneto del ‘500 contemporaneo di Palladio, bensì di Paolo Caliari (Verona 1763 – 1835) generalmente conosciuto a Verona come Paolino Veronese per distinguerlo dal suo grande omonimo¹.

    La tela di Melara, Martirio di Sant’Eurosia ascrivibile all’anno 1796, si caratterizza per dinamismo, drammaticità e vivacità dei colori. La scena è concitata e colpisce soprattutto per l’intensità e saturazione dei colori. Grande è la ricercatezza descrittiva e decorativa delle vesti e dei costumi, e forte si presenta la gestualità delle mani e delle gambe dei personaggi.

    Però, in tutto questo fervore di gesti e di azioni, può destare un certo sconcerto la figura della Santa che si offre alle torture in un atteggiamento disinvolto ed in una postura che può sembrare più una esibizione di danza che il momento del martirio. Eccessiva può sembrare anche la ricercatezza dell’assassino che le sta tagliando il braccio, con molta attenzione, con il sangue che gocciola sul pavimento formando una pozza fra gli attrezzi della tortura, la mannaia, una sega e la corona regale. Tutto ciò a mio avviso limita il pathos che il momento reclamerebbe.

    La seconda tappa dell’itinerario alla ricerca di opere d’arte dedicate a Santa Eurosia è a Salara, presso la Chiesa parrocchiale di San Valentino. Vi si conserva un pregevole dipinto murale dedicato a S. Eurosia, opera del 1763 del pittore bolognese Giuseppe Pedretti: si tratta di uno dei 10 grandi ritratti del ciclo di santi che ornano l’interno della navata centrale.

    S. Eurosia è raffigurata con la palma del martirio, con accanto la spada.

    Ricordo, fra le curiosità, che molte campane di chiese in Italia recano la dedica ad Eurosia in quanto venivano suonate per allontanare temporali e grandinate. Così è a Salara, dove il battesimo delle campane è avvenuto il 29 ottobre 1765 per mano del Cardinale Crescenzi Arcivescovo di Ferrara, imponendo alla maggiore il nome di Valentino, alla seconda il nome di Eurosia ed alla terza il nome di Maddalena.

    Proseguiamo l’itinerario alla volta di Trecenta, entrando nella bellissima Chiesa parrocchiale di S. Giorgio, costruita su disegno dell’architetto ferrarese Vincenzo Santini, seguendo la tipologia dell’architettura barocca ferrarese del settecento. L’interno a croce latina, con 3 navate ed 11 altari, presenta nel primo altare di sinistra una pala col Martirio di Sant’Eurosia, tela di ambito emiliano della seconda metà del sec. XVIII attribuibile a Giovanfrancesco Braccioli (Ferrara 1697-Verona 1762), uno dei principali pittori della scuola ferrarese della prima metà del ‘700, che aveva in Giacomo Parolini (1663-1733) il suo più illustre esponente².

    Questo quadro mostra una scena molto movimentata e dinamica per la drammaticità della rappresentazione: gli assassini dai colori lividi sembrano venirti incontro con i loro visi terrificanti, quello chinato in primo piano ti guarda sfrontato con un misto di complicità e soddisfazione, mentre Eurosia mostra il moncherino della mano che già è caduta sui gradini. In secondo piano Aben Lupo a cavallo guarda spaventato verso il cielo, ove si scatena una furibonda tempesta di lampi e tuoni mentre ordina l’esecuzione e S. Eurosia che, con gli occhi rivolti al cielo, offre l’ultima preghiera fra il coronamento di due angeli che porgono una corona di fiori e la palma del martirio.

    Tutta l’opera è ben condotta, nel ricco e dettagliato panneggio delle vesti e dei colori, nella tensione dei corpi e nella composizione per diagonali che ti conducono progressivamente alla lettura degli avvenimenti.

    La quarta tappa è a Stienta, nella chiesa arcipretale intitolata a S. Stefano papa e martire. Nel primo fastoso altare a destra, tutto di marmo e stucchi, troviamo una bella statua di S. Eurosia, raffigurante una giovane che reca la palma del martirio con una corona ai suoi piedi, quella di principessa di Boemia e di regina d’Aragona.

    Anche ad Occhiobello troviamo un riferimento alla santa: in località Bacanazza, esiste infatti un oratorio dedicato a sant’Eurosia che raccoglie ancora i fedeli in occasione dei festeggiamenti e della processione con la statua della santa.

    Il tragitto prosegue alla volta di Polesella, nella cui chiesa parrocchiale troviamo il secondo altare a destra dedicato alla Santa. Vi campeggia una tela realizzata da GB Cozza, artista milanese particolarmente attivo a Ferrara nella prima metà del ‘700. S. Eurosia, contornata da alcuni angioletti e raffigurata nell’atto di allontanare la folgore che appare minacciosa nella parte superiore.

    Riprendiamo il nostro itinerario in direzione di Adria per raggiungere la frazione di Bellombra, dove ogni anno si organizza la tradizionale “Sagra di Sant’Eurosia” dal 30 agosto al 2 settembre, e ancora l’8 e il 9 settembre, con attrazioni, musica, cultura e degustazioni con specialità tipiche del delta condite con tanta allegria.

    Torniamo verso il centro del Polesine per l’ultima tappa nel comune di Rovigo, presso l’Adige, e precisamente nella frazione di Boara Polesine. Nella bella Chiesa parrocchiale, dedicata a S. Zenone Vescovo, consacrata il 23 settembre 1792, troviamo, nella prima cappella di sinistra, un bell’altare con la statua di S. Eurosia proveniente dalla chiesa precedente.

    Ogni anno dall’1 all’11 ottobre Boara Polesine si veste a festa e rende omaggio alla compagna patrona Sant’Eurosia con un intenso programma di festeggiamenti che comprende teatro, musica, danza e il tradizionale luna park, che attrae moltissime persone provenienti anche dai paesi limitrofi. La frazione è inoltre orgogliosa del suo famoso Coro polifonico parrocchiale intitolato proprio a S. Eurosia.

    Concludiamo ricordando inoltre che la fama e la devozione alla santa hanno varcato anche l’oceano con i nostri emigranti veneti, ed in Brasile vi sono molte comunità e città a lei dedicati.

  • Il gorgo Magherino

    Il gorgo Magherino

    Il gorgo Magherino, in gergo dialettale Magarino, è un’area umida relitta situata nell’omonima località nei pressi di Sariano, frazione di Trecenta, località già nota per i più famosi Gorghi, dichiarati Siti di Interesse Comunitario (SIC), con i quali condivide la medesima origine e le caratteristiche ecologiche, pur non essendo a tutti gli effetti tra essi inserito e alla pari tutelato.

    Il gorgo Magherino è costituito da tre piccoli corpi idrici, due simili per dimensione, aventi forma circolare, e un terzo, più piccolo, di forma allungata. Attualmente copre una superficie di circa 11.000 mq, ma in origine, prima degli interventi di bonifica voluti dal marchese Enzo Bentivoglio nel ‘600, copriva un’area almeno doppia, tutt’ora inclusa nell’adiacente Cavo Bentivoglio.

    Come la maggior parte dei gorghi presenti in alto Polesine è di origine naturale, riconducibile, in particolare all’andamento dell’antico corso del fiume Tartaro e al dosso fluviale dell’antico ramo del Po di Adria – Fossa Filistina. Un tempo le arginature nella zona erano piuttosto blande, tra queste era noto l’Argine della Sposa nella direttrice Trecenta – Sariano, tutt’ora rintracciabile e percorribile nelle vie Argine Bignozza e Argine Circondario nel Comune di Trecenta.

    Durante le frequenti alluvioni avvennero tracimazioni sugli argini e, nei punti di sbocco, attraverso l’azione centripeta dell’acqua, si generarono profonde depressioni nel terreno che nel tempo diedero origine a corpi idrici di limitata estensione, da cui il termine “gorgo”, ovvero mulinello o vortice.

    Nell gorgo Magherino è ancora riscontrabile un’elevata biodiversità, favorita dalle molteplici nicchie ecologiche presenti nell’area. E, a seguito di vari monitoraggi, sono state rilevate numerose specie animali: alcune di esse sono incluse nell’Allegato I della direttiva comunitaria “Habitat” 92/43/CEE e nell’Allegato II della direttiva Uccelli 79/409/CEE. Visitando l’area si può facilmente osservare la fauna tipica degli ambienti umidi che un tempo caratterizzavano maggiormente il territorio.

    L’avifauna risulta essere abbondante, con circa 60 specie di uccelli osservate. In particolare si possono rintracciare molte specie appartenenti alla famiglia degli ardeidi, ricordiamo: la Nitticora, la Garzetta, l’Airone cenerino e l’Airone bianco maggiore, mentre occasionalmente come svernante il Tarabuso (Botaurus stellaris), la Sgarza ciuffetto (Ardeola ralloides) e l’Airone rosso (Ardea purpurea).

    Nell’ordine dei passeriformi troviamo: la Cinciallegra, la Capinera, il Fioraccino, la Balia nera, il Rigogolo, il Pendolino, lo Scricciolo e il Migliarino di palude.

    Durante i monitoraggi sono state osservate due specie appartenenti alla famiglia dei rallidi, ovvero la più comune Gallinella d’acqua e la rara Schiribilla (Porzana parva). Nel gorgo è possibile osservare frequentemente anche il Martin pescatore, uccello dal colore azzurro brillante che ama cacciare le sue prede, preferibilmente piccoli pesci, dalla sommità di un posatoio costituito da piccoli rami che sporgono su uno specchio d’acqua.

    Nei pressi della vegetazione rigogliosa è possibile udire anche il canto melodioso dell’Usignolo comune contrapposto allo sgraziato canto della Cannaiola verdognola, del Cuculo e della Civetta. Quest’ultima udibile nelle ore notturne ma facilmente osservabile anche di giorno. Il Gufo comune (Asio otus) e il Tarabusino (Ixobrychus minutus) sono nidificanti nell’area, in particolare per quest’ultimo, il più piccolo tra gli ardeidi, risulta essere un dato molto importante, essendo la popolazione nel suo areale in graduale declino, il tutto riconducibile alla rarefazione delle zone umide e del canneto, indispensabile per la sua riproduzione.

    La presenza di piante ad alto fusto alternate a numerose baccifere richiamano molti uccelli sia migratori che stanziali, difatti è frequente udire il Picchio verde e il Picchio rosso maggiore tambureggiare sui tronchi alla ricerca di insetti xilofagi.

    Diverse sono le specie di rapaci che utilizzano il gorgo come sito di alimentazione per cacciare passeriformi e piccoli mammiferi, difatti è possibile osservare il Falco di palude, lo Sparviero, la Poiana, il Falco lodolaio e il Gheppio.

    Anche i mammiferi sono rappresentati da diverse specie, è documentata la presenza della Volpe, della Talpa, del Riccio e dell’alloctona Nutria oltre a diverse specie di Pipistrelli, tra cui il Vespertilio d’acqua (Myotis daubentonii), animale legato agli ambienti acquatici dove all’imbrunire è possibile osservarlo mentre va alla ricerca di insetti e piccoli vertebrati sul pelo dell’acqua.

    Tra i rettili spicca la Testuggine palustre europea (Emys orbicularis), specie particolarmente protetta e inclusa nella convenzione di Berna.

    Rana verde e Rospo smeraldino sono gli anfibi che presentano le popolazioni più abbondanti. Da segnalare anche la presenza della Rana toro, detta volgarmente “Rana bue”, specie alloctona originaria del Nord America e importata in Italia nella seconda metà del ‘900 per scopi alimentari.

    La comunità vegetale è tipica degli ambienti ripariali ed è caratterizzata dalla presenza abbondante di Carice, della Cannuccia palustre e da piante arboree come il Pioppo, il Salice bianco, la Sanguinella, il Sambuco, il Prugnolo, l’Olmo campestre, l’Acero campestre, da sottolineare poi la presenza di alcune querce, nate probabilmente dal trasporto dei semi da parte delle ghiandaie, uccello piuttosto diffuso nelle nostre campagne. Tra le piante acquatiche spicca la Castagna d’acqua (Trapa natans) e l’Erba pesce (Salvinia natans), maggiormente concentrate nella tratto di canale che lambisce il gorgo.

    Secondo il presidente del WWF di Rovigo Eddi Boschetti “Il gorgo Magherino, in virtù delle specie di interesse comunitario che ospita, merita ampiamente di essere annoverato tra i siti di importanza comunitaria (SIC) della nostra Provincia” – “Il WWF provinciale di Rovigo ha censito specie animali, in particolare uccelli elencati nell’allegato I della direttiva “uccelli”, oltre a chirotteri e specie rare come la Testuggine palustre europea elencati negli allegati II e IV della direttiva “habitat”, dati che nell’insieme costituiscono validi elementi per definire un SIC”.

    Il gorgo Magherino è quindi un piccolo specchio d’acqua che, grazie alla sua locazione isolata, conserva ancora intatte le caratteristiche tipiche di aree di pregio naturalistico più grandi e maggiormente conosciute. Un piccolo grande patrimonio ambientale mantenuto intatto nel tempo, un concentrato di biodiversità incastonato nel cuore della campagna altopolesana, un tesoro da preservare e valorizzare.

  • Il Museo di Castelnovo Bariano

    Il Museo di Castelnovo Bariano

    Il museo di Castelnovo Bariano si trova oggi nella frazione di S. Pietro Polesine, presso l’ex scuola elementare, in ampie sale dove è esposta un’interessante scelta del materiale archeologico ritrovato proprio in zona. Ma un tempo non era così. Anzi una volta non c’era proprio il museo archeologico di Castelnovo.

    Ora vi racconto la sua storia.

    Alla ricerca delle origini

    Nel lontano 1971 alcune persone, giovani iscritti al Centro Studi Permanente (la biblioteca di allora) con a capo il maestro William Moretti, decisero di cercare la genesi di Castelnovo Bariano. I documenti erano pochi e arrivavano solo a coprire le origini del castello (ai giorni nostri del tutto scomparso). In verità, ci sembrava poco probabile che il nostro paese fosse nato solo verso la fine del medioevo (quando per l’appunto fu eretto il castello presso il Po), quindi si pensò di fare delle ricerche di materiali che ci portassero più indietro nel tempo, per capire se eravamo nati da un piccolo gruppo di persone accampate vicino al nuovo castello (da cui il toponimo Castelnovo) oppure no.

    Mi aggregai al gruppo quando, finito il servizio militare, andai in comune per fare la licenza di pesca, e la moglie di William mi disse della nuova ricerca in cui era impegnato il marito. In particolare si trattava di capire cosa impedisse a dei pali, necessari per la costruzione di un capanno, di conficcarsi nel suolo della proprietà Caramori.

    Fu così che ebbe luogo la nostra prima scoperta archeologica: trovammo un pavimento in cotto con una scanalatura al centro. Sulle prime pensammo potesse essere il fondo di un macero per la sbiancatura della canapa, ma successivamente capimmo che si trattava una fornace romana per laterizi. Dunque un bel passo indietro nel tempo: dal Medioevo ai tempi dell’Impero Romano. La soddisfazione fu grande.

    Ritornando a noi, fra gli iscritti al CSP, vi erano anche dei cacciatori che, girando per i campi in cerca di selvaggina, videro, nei terreni da poco arati, dei frammenti di color grigio scuro: dei cocci. A quel tempo non si dava molto peso all’archeologia, si pensava che le scoperte riguardassero solamente i ritrovamenti di monumenti o resti che facevano scalpore. Il nostro territorio non era sfiorato minimamente da ricerche archeologiche: un territorio molto vicino al Po, che cosa poteva avere di archeologico?

    Le Soprintendenze ai beni archeologici di Padova, di Ferrara e di Mantova si tenevano a una certa distanza, per cui il nostro territorio era una specie di zona franca.

    Le indagini di superficie

    Fu allora che decidemmo di attivarci per individuare, sulla superficie dei campi arati, dei frammenti archeologici. Ci si muoveva come dei tombaroli e, se qualcuno ci chiedeva cosa facessimo, fingevamo di cercare funghi. Quando nei campi si trovavano dei “cocci” li raccoglievamo e li portavamo a casa. Le ricerche si effettuavano il sabato e la domenica mattina. Anche quando c’era l’austerity e non si poteva usare l’auto, nonostante condizioni climatiche proibitive, si partiva con il badile legato al tubo della bicicletta e si pedalava per andare nei campi verso San Pietro. Si raccoglievano i “cocci” più significativi, quelli che potevano dirci qualcosa.

    Siamo andati avanti così per un po’ di tempo a cercare posti dove affioravano questi “cocci”, e le casse di materiale aumentavano. Vista la quantità di materiale acquisito, pensammo fosse maturo il tempo di ufficializzare il nostro lavoro.

    La prima mostra

    A Rovigo vi era (ed è tuttora attiva) una associazione, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici, con cui decidemmo di rapportarci. Prendemmo contatto con questa associazione, ci iscrivemmo ed iniziò una proficua collaborazione. Si decise inoltre, per maggior sicurezza, di trasportare tutto il materiale da noi ritrovato, presso la sede dell’esposizione del CPSSAE a Rovigo.

    Le nostre ricerche continuarono e, anno dopo anno, con nostra soddisfazione, vedevamo aumentare la nostra raccolta, e i ritrovamenti andavano sempre più indietro nel tempo. Si trattava di reperti del periodo romano, del bronzo sia recente-finale che medio e ultimamente del periodo antico “canar” risalenti rispettivamente al II°-I° sec A.C. e dal 1000 andando indietro fino al 2000 A.C.

    Era così giunto il momento che il deposito avesse uno sbocco espositivo, per dimostrare che anche il territorio di Castelnovo era popolato in età antica, quando non era paludoso come si pensava.

    La comprensione della Amministrazione, per le nostre ricerche, e il continuo crescere della raccolta, nel 1977 sfociò nella richiesta di dare vita ad una mostra didattica archeologica permanente. Il progetto fu accolto dall’Amministrazione comunale: la delibera divenne esecutiva e fu approvata anche dalla Soprintendenza.

    L’amministrazione acquistò le prime tre vetrine e ci diede una sede – quella che possiamo considerare la prima sede del nostro museo – a Castelnovo, nel palazzo che è ora delle poste.

    Tutto ciò impartì maggior slancio alla nostra ricerca. Furono contattati i vari proprietari dei terreni raccontando la nuova storia di Castelnovo Bariano risalente a tempi davvero remoti. I rinvenimenti venivano spontaneamente segnalati e tutti erano orgogliosi di avere nel proprio terreno un po’ di storia. Andavamo nelle scuole per fare delle lezioni sull’archeologia con diapositive, facendo conoscere il nostro territorio raccontando “quella storia” che non era ancora scritta sui libri.

    Nuovi ritrovamenti

    A Torretta, in una zona compresa sempre nel comune di Castelnovo Bariano, dentro l’argine del Canal Bianco, si vedevano degli strati di terreno con dei “cocci” del periodo preromano. Incominciammo a scavare in questi strati e William andò talmente in profondità che gli franò la parte superiore addosso. Se la vide davvero brutta: aveva fuori solo le gambe e noi prontamente intervenimmo portandolo in superficie. Ci ringraziò, sputando il terreno.

    Negli anni 80 erano in corso dei lavori di ampliamento dell’alveo del Canal Bianco, per renderlo navigabile. Quando il canale era in secca, sul fondo, vicino al ponte, avevamo visto un assito ligneo, probabilmente del periodo del bronzo, oltre 1300 anni prima di Cristo. Avvisammo la Soprintendenza di questo affioramento, ma quando il responsabile venne a vedere era già troppo tardi: era stato tolto e distrutto dall’escavatore.

    Nell’81 per sagomare un ingrossamento dell’argine dalla parte verso il Tartaro, una benna mise in luce l’angolo di una costruzione in marmo. Informammo subito la Soprintendenza che questa volta venne subito. Chiedemmo di fare un saggio di scavo: ottenuti i permessi, venne confermata la presenza di un basamento marmoreo. Durante gli scavi il basamento era diventato una tribuna di curiosi, e tutti dicevano la loro.

    Quando i primi pezzi incominciavano ad affiorare, riconoscemmo, con sorpresa, materiale rinascimentale. Ci chiedemmo cosa ci facessero lì quei reperti.

    Un duro confronto con Legnago

    In relazione a questa nuova area di indagine, frattanto il Maestro Moretti trovò delle carte che parlavano di una torre doganale (da cui il toponimo Torretta) che un tempo era denominata Croxeta o Crocetta, per il fatto che sulla sommità della torre vi era una croce in ferro. Venne avviato uno scavo sotto il controllo dell’allora direttore del museo di Adria la dott.ssa Maurizia De Min. Durò quasi due mesi e, a metà scavo, vista la quantità di materiali rinvenuti, gli appassionati di Legnago, ci dissero: “onore e gloria al gruppo di Castelnovo, ma i materiali devono venire a Legnago”, e questo perché trovati in una porzione di territorio di Castelnovo molto vicino al centro di Torretta di Legnago.

    Il confronto si fece duro. Sull’”Arena” apparvero vari articoli della serie “I tombaroli di Castelnovo rubano i reperti”. Dopo l’eccessivo ripetersi di questi articoli, la dott.ssa De Min, sempre sul giornale veronese, chiarì la situazione e zittì le pretese di Legnago.

    Venne frattanto a farci visita anche la Soprintendenza alle Belle Arti. Visti i materiali, tutti lavati e catalogati, ci disse di proseguire. L’anno dopo altra campagna di scavo: questa volta tentarono di bloccare i lavori perfino i vigili di Legnago, ma con i permessi in nostro possesso potemmo continuare e finire lo scavo.

    La Mostra di Torretta

    I quattro anni successivi li abbiamo passati a ricomporre tutti i frammenti. Molti furono mandati a restaurare, e il restauratore, vista la grande mole di lavoro, ci insegnò l’arte del restauro. Fu così che 1986 fummo in grado di inaugurare la Mostra di Torretta addirittura nelle sale di Castel Vecchio a Verona.

    Dopo due mesi l’esposizione fece tappa a Bassano, a Padova, a Treviso, a Ferrara, a Rovigo ed infine, dopo un anno di girovagare, giunse nel comune di appartenenza a Castelnovo. Non ricordo più quanti viaggi feci. Prima a Venezia per il catalogo, poi a Verona per l’allestimento e prima ancora tanti giorni insieme con il dott. Siviero e la dott.ssa Ericani per spostare le ceramiche da una vetrina all’altra per creare una agevole lettura della mostra.

    Archeologia Sperimentale e… la “Venere di Canar”

    In quell’anno, 1987, si fece un po’ di archeologia sperimentale insieme al prof. Battilani, un insegnante di ceramica dell’istituto d’arte. Creammo delle scodelle e dei bicchieri stile “canar” (ovvero simili ai rinvenimenti preistorici in argilla portati alla luce a Canar presso S. Pietro Polesine) con gli inglobati, e cotti successivamente in una fornace a cielo aperto. Il risultato fu straordinario: eravamo riusciti a cuocere in nero, proprio come i materiali di Canar.

    Nel ‘92 proponemmo alla scuola elementare un ciclo di archeologia sperimentale “la foggiatura della ceramica”. Le insegnanti lo accolsero con entusiasmo, e i ragazzi si ricordano ancora di quella esperienza, i pezzi erano veramente venuti bene, tanto che il dott. Salzani della Soprintendenza del Veneto, vedendo i pezzi uscire dalla fornace disse “per fortuna che li vedo uscire da lì perché sono come gli originali”. Gli anni successivi ci adoperammo per fare una sperimentazione mirata alle classi terze, quarte e quinte, e funziona tuttora, anche se da poco, con la collaborazione dell’Associazione Accendere.

    Le nostre ricerche non si esaurirono, rimaneva ancora da tenere sotto controllo i “canar” e verificare se durante le arature usciva qualche cosa di nuovo. A William sembrava strano che dal sito non si trovasse qualche piccolo frammento di venere (ovvero statuette votive con sembianze femminili), poiché nel periodo del bronzo antico erano abbastanza comuni.

    Decidemmo di architettare uno scherzo: Alfredo ed io costruimmo, copiata da un libro, una venerina in argilla. Dopo averla cotta e invecchiata facemmo in modo che William la potesse rintracciare. Vi racconto la scena: eravamo andati a ispezionare di nuovo Canar. Una volta arrivati si incominciò la ricerca vagabondando sul terreno in ordine sparso, intanto Alfredo fece cadere la venerina coprendola con un po’ di terra. Ci organizzammo per una ricerca sistematica, uno vicino all’altro in riga, ovviamente William in mezzo. Dopo alcune passate ci avvicinammo all’oggetto. Giunti a quattro o cinque metri, William intravide quella forma nota, si fermò, la puntò come sa fare un setter, e volò sopra le zolle arate come una farfalla.

    Raccogliendo la statuina gridò a squarciagola con la mano alzata in segno di vittoria “Ho catà la Venere di Canar!”. Noi ovviamente non dicemmo che era uno scherzo, era troppo felice per aver trovato ciò che da tempo cercava.

    Circa 10 anni dopo mi telefonò il dott. Salzani chiedendomi delle spiegazioni sulla pubblicazione fatta da Corain che riguardava il ritrovamento di un teschio e di una venerina a Canar. Sul momento gli risposi che l’unico ritrovamento era un frammento di teschio e l’aveva lui e per la venere non sapevo niente. Poi mi ricordai che avevamo fatto lo scherzo a William e glielo raccontai. Luciano Salzani incominciò a ridere a più non posso, e lì fini la telefonata.

    Dagli scavi al Museo

    Torniamo al 1987. Quando fu avviata la prima campagna di scavo nell’area di Canar, coordinata dalla Soprintendenza, partecipammo anche noi. Fu molto grande l’emozione di riuscire a capire le consuetudini di vita degli antichi abitanti, ritrovando i loro strumenti, le loro ceramiche, vedendo la tecnica di costruzione delle loro capanne, il recinto di protezione del villaggio, insomma capire come vivevano quasi quattro mila anni fa i nostri conterranei.

    In quel periodo vi fu anche una campagna di servey sperimentale da parte dell’università di Padova che, insieme a due università inglesi, setacciò una parte del nostro territorio. Fecero anche una trincea a Canar, per studiare le stratigrafie del suolo. Fu indagato principalmente un sito del periodo del bronzo finale, dietro al cimitero di San Pietro in località “Canova”, e un sito romano in località “Bosco”. Raccogliendo tutti i cocci trovati in superficie e analizzandoli poterono determinare cosa poteva esserci sotto.

    In quel periodo il Museo cambiò per la prima volta la propria sede: era necessario più spazio per esporre i nostri cocci; trasferimmo così l’esposizione nei locali dell’attuale biblioteca di Castelnovo. Il museo era disposto abbastanza bene, si entrava e c’erano in bella mostra le vetrine con le ceramiche di Torretta, si passava nelle altre sale e si andava sempre più indietro nel tempo, fino a Canar. Eravamo contenti che anche Castelnovo avesse potuto ricostruire la sua storia remota.

    Un secondo trasferimento fu attuato nel 1999, quando si resero liberi gli ampi locali dell’ex scuola elementare di San Pietro Polesine, la frazione di Castelnovo dove erano venuti alla luce i principali reperti. Le sale erano molto grandi e consentirono di sfruttare al meglio l’esposizione dell’ampia raccolta di materiale. Al momento dell’inaugurazione i visitatori ci dissero che era un gioiello. Noi eravamo molto soddisfatti e si diede così avvio ad una apertura domenicale, che ancora oggi viene rispettata dalle 9 alle 12.

    Per ultimo, ma non ultimo, alla fine del 2012, insieme con Mattia Modena, abbiamo dotato il museo, il primo nel Polesine, di un applicazione QR code, che consente di vedere sui cellulari di ultima generazione le notizie relative ai vari reperti collocati nel museo.

    E l’avventura continua.

  • La Collezione Carlo Bocchi

    La Collezione Carlo Bocchi

    Il panorama museale polesano annovera ad Adria la “Collezione Carlo Bocchi”, pregevole raccolta di stampe antiche che, dopo un attento restauro portato a compimento nel 1992 dai monaci della Praglia, e dopo la loro incorniciatura attuata nel 1998, ha trovato idonea collocazione in città.

    La mostra, allestita nella centralissima via Vittorio Emanuele in un’apposita sala del Palazzo che fu proprietà dell’illustre filantropo adriese, è visitabile il martedì e il giovedì dalle 10,00 alle 12,00, oppure su prenotazione anche in orari diversi da quelli normalmente previsti.

    L’importanza della collezione è stata recentemente illustrata ad un gruppo di componenti della delegazione polesana del FAI (Fondo Ambiente Italiano), dal presidente della “Fondazione Carlo Bocchi”, prof. Antonio Giolo, presente anche il sindaco di Adria Massimo Barbuiani. Si tratta di 178 pregevoli stampe, varie per soggetto e dimensione, realizzate nel corso di oltre due secoli (da fine ‘400 al ‘700) da artisti di pregio, con tecniche diversificate: xilografia, bulino o acquaforte.

    Tra gli esecutori spiccano i nomi di personaggi di chiara fama attivi nel settore – da Albrecht Durer (1471-1528), Marcantonio Raimondi (1480-1534), Giorgio Ghisi (1515-1582), Palma il Giovane (1548-1628), agli incisori della famiglia Sadeler (attivi a cavallo tra ‘500 e ‘600), ai secenteschi Salvator Rosa (1615-1673), Jaques Callot (1592-1635), Charles Nicolas Cochin il Vecchio (1610-1686), fino ai protagonisti del Secolo dei Lumi, quali J. Baptist Jackson (1701-1780), Giacomo Leonardis (1723-1797) e Francesco Bartolozzi (1728-1815)- le cui realizzazioni, esposte a palazzo Bocchi, danno vita ad un itinerario interessante sia sotto il profilo artistico che storico.

    Sono dunque presenti, a partire dal Rinascimento, opere di maestri europei nel settore dell’incisione, rappresentanti di più nazionalità (italiani, francesi, tedeschi, inglesi e fiamminghi); si tratta di stampe artistiche con soggetti religiosi o profani, su disegni degli stessi esecutori, oppure riproduzioni di quadri di pittori famosi, soprattutto italiani, quali Raffaello, Michelangelo e Tiziano.

    Il prof. Giolo ha ripercorso la storia della mostra approdata, dopo non poche traversìe, nella Sala Bocchi dell’omonimo palazzo. Una collezione di pregio, facente parte del lascito di Carlo Bellino Bocchi (1752-1838)¹, vergato nel 1836, con l’intento di assicurare la realizzazione di uno “stabilimento per l’educazione”. Ovvero di una struttura idonea ad ospitare un ginnasio, istituzione finalizzata anche ad accogliere i giovani seminaristi, e pertanto cogestita dal Comune e dal Vescovo.

    Una cogestione questa, che in verità procurò nel tempo vari contrasti, ma che non impedì l’adempimento degli indirizzi del lascito, grazie anche ad un intervento dell’autorità statale che nel 1841 – mediante la “Sovrana Risoluzione” di Sua Maestà Ferdinando I d’Austria – istituiva un Ginnasio Pubblico con sei classi, “sotto la direzione e la sorveglianza dell’Ordinario Diocesano”. Poi nel 1874 (dopo che con l’unità d’Italia i rapporti tra i rappresentanti del clero e del potere politico erano tornati a farsi tesi, sfociando in una situazione difficilmente governabile) con decreto reale venne istituita la “Fondazione Scolastica Carlo Bocchi”, dotata dei beni immobili, terreni e oggetti d’arte previsti dal lascito, il cui scopo principale consisteva – e tuttora consiste – nella promozione e nel sostegno di iniziative scolastiche e culturali².

    Inizialmente le storiche incisioni furono esposte proprio nei locali del ginnasio, secondo le volontà del nobile testatore³, senza che si giungesse però a dar vita ad un progetto di valorizzazione, tanto che nel corso dei decenni si registrarono cambiamenti di sede scarsamente motivati. Fu così che le opere, esposte (o in qualche caso perfino occultate) in ambienti tutt’altro che idonei, andarono incontro a situazioni di degrado ed anche a dispersioni o sottrazioni, come si è potuto appurare dal confronto con cataloghi realizzati nel corso degli anni (vedasi scheda “I Cataloghi della Collezione Bocchi”).

    Solo a partire dal 1992 si assiste ad una vivace ripresa dell’attività della Fondazione, a seguito della ricostituzione del Consiglio di Amministrazione (dopo un quasi decennale periodo di Commissariamento) divenuto operativo in seguito all’approvazione nel 1990 del nuovo Statuto della Fondazione da parte della Regione Veneto.

    Da allora viene attivata un’azione di valorizzazione della Collezione Bocchi, le cui opere, come si è accennato, dopo essere state sottoposte ad un intervento di restauro e incorniciatura, hanno finalmente trovato idonea collocazione nel Palazzo Bocchi.

    A distanza di 260 anni dalla nascita del nobile filantropo, si è infine proceduto ad una catalogazione scientifica, sfociata nel bel volume “Il diletto dell’immagine” a cura di Barbara Ceccato, pubblicato nel 2012 dal Poligrafo di Padova con il sostegno di BancAdria. Il catalogo, molto dettagliato nella descrizione delle opere, comprende in appendice anche il censimento di altre stampe storiche presenti ad Adria nell’Archivio Comunale Antico e presso il Municipio, la cui provenienza non è stata a tutt’oggi ancora chiarita.

    NOTE

    1. Carlo Bocchi nasce nel 1752 il 26 novembre (giorno di San Bellino, ricordato nel secondo nome) da una agiata famiglia adriese ricca di stimoli culturali. Viene educato a Padova dove nel 1771 si laurea in legge con indirizzo di diritto civile e canonico. Nel 1785 sposa a Venezia la nobile Laura Molin che gli darà due figli, un maschio e una femmina, entrambi morti in giovane età. Stessa sorte avrà la moglie che muore nel 1793 a soli 32 anni.

    Nonostante i lutti familiari Carlo Bocchi manifesterà un carattere forte, deciso ad impegnarsi sia nell’attività forense sia sul fronte pubblico ricoprendo varie cariche di rilievo nel convulso periodo caratterizzato dalla fine della Repubblica di Venezia, dal governo avviato dalle truppe francesi e successivamente dagli Austriaci. Tra le altre cariche, nel 1811 sarà nominato podestà di Adria e nel 1815 Deputato della Congregazione Centrale di Venezia, con nomina personale dell’Imperatore Francesco I.

    Consistente risulta il suo interessamento riguardo le vicende idrauliche del territorio, relativamente a questioni inerenti fiumi, ponti, strade di Adria e più in generale del Polesine.

    Nel 1830 si ritira dalle attività pubbliche, interessandosi in particolare ai problemi di ricostruzione della Cattedrale e provvedendo a fornire legname per i lavori in corso. L’attività filantropica si intensifica soprattutto nel 1836, quando dona al Comune consistenti sostanze (100 campi con case coloniche e la propria casa dominicale). Nello stesso anno redige il testamento prevedendo un lascito considerevole per l’attivazione dell’auspicato Stabilimento di Educazione (da cui prenderà poi vita la Fondazione Carlo Bocchi). Morirà due anni dopo nella propria abitazione all’età di 86 anni.

    2. Nemmeno la nascita della “Fondazione Scolastica Carlo Bocchi”, attivata nel 1874, con membri di nomina ministeriale, vescovile e comunale, mise fine ai contrasti nella gestione, per cui nel 1888 si giunse ad una Convenzione tra il Ministero della Pubblica Istruzione e il Municipio di Adria, regolata dal Regio Decreto del 28 luglio 1889, in base alla quale il Ginnasio diventò Governativo, gestito direttamente dal Ministero con un contributo del Comune.

    Altri adeguamenti statutari interessarono la Fondazione nel corso dei decenni. L’ultimo aggiornamento è intervenuto nel 1982 (per effetto del D.P.R. del 24.07.1977) in base al quale le funzioni di controllo sulla gestione della Fondazione e di nomina degli amministratori sono state trasferite alla Regione Veneto, che nel 1990 ha approvato il nuovo Statuto della Fondazione.

    Oltre al ginnasio, poi liceo, si deve alla Fondazione Bocchi anche l’avvio di quasi tutte le scuole superiori di Adria. Attualmente l’ente eroga 50 borse di studio (5 del valore di 1.000 euro, 45 di 500) agli studenti più meritevoli delle scuole superiori, nonché aiuti agli studenti di famiglie economicamente disagiate. Recente è l’acquisto di un immobile per alloggiarvi studenti del Conservatorio adriese provenienti da fuori provincia. Altre somme vengono impiegate per promuovere iniziative culturali e per il mantenimento dei beni immobili della stessa Fondazione.

    3. Nel suo testamento il Bocchi prevedeva in particolare – come detto – la realizzazione di uno “Stabilimento di educazione” e, a proposito della collezione di stampe, stabiliva che “tutti li quadri ecclesiastici e profani che conservo in due camere del mio palazzo assieme ai mobili, tutti ivi esistenti, dovranno assolutamente adattarsi e conservarsi in due apposite camere dello Stabilimento medesimo, con l’ordine identico al quale ora si trovano”

  • Il buon esempio

    Il buon esempio

    Conoscere il territorio è il presupposto indispensabile per amarlo e quindi per dare vita ad iniziative di salvaguardia e valorizzazione. Ed è indubbio che negli ultimi anni – checché ne dicano i mai contenti o i detrattori del Polesine per partito preso – le iniziative di conoscenza si sono moltiplicate, coinvolgendo un numero crescente di persone ed appassionati. Una giornata sicuramente esemplare è stata quella del 12 Maggio scorso (subito dopo la quale ci accingiamo a scrivere queste note che concludono il n. 47 del Ventaglio), caratterizzata da seguite proposte di esplorazione e conoscenza del territorio, che hanno suscitato sinceri apprezzamenti. Tra le altre citiamo la “camminata” del Ctg a Crespino alla scoperta di aspetti storici, architettonici ed ambientali, una analoga uscita alla volta di Fenil del Turco e dintorni sostenuta dal patrocinio del Comune di Rovigo, e la grande manifestazione rodigina di rievocazione storica “Con le mani nella Storia”, che ha coinvolto centinaia di persone, non poche delle quali hanno varcato per la prima volta le porte del Museo dei Grandi Fiumi.

    Sono cresciute nell’ultimo decennio le associazioni che operano nel e per il territorio. E tutto ciò è positivo, ma in alcuni casi si potrebbe fare di meglio, e qualche lamentela è legittima, anche perché non sempre le attese di sostegno giungono a premiare chi si impegna.

    Ma c’è chi anche in questo frangente non si perde d’animo e – stanco di attendere i promessi aiuti per avviare un progetto migliorativo dell’ambiente e dei sistemi produttivi – ha deciso di mettere a disposizione della collettività una proprietà privata e le proprie conoscenze. L’iniziativa parte da Renato Maggiolo, apprezzato esperto nel campo agroalimentare, che così ci scrive:

    “Tante le condivisioni della mia idea di un’agricoltura sana, e tanti gli apprezzamenti da parte di chi non può o vuole fare niente. Ecco perché ho deciso di avviare personalmente il progetto con il pezzo di terra in comune con i miei fratelli. Forse più che i buoni consigli vale il buon esempio.

    Il mese scorso ho iniziato a piantumare seicento alberi ed arbusti acquistati da Veneto Agricoltura per avviare il progetto di biodiversità aziendale, per cui non ci sarà poi necessità di trattamenti chimici. Sto procedendo con la messa a dimora di piante aromatiche, arbusti nettariferi ed altre piante ortive per costituire un percorso olfattivo.

    E’ ora il tempo della semina e dell'impianto di tante specie di ortaggi, non per il mercato ma per lasciare che, a maturazione, i cittadini vengano per la raccolta, seguendo il mio insegnamento su come utilizzare al meglio in cucina quelle verdure. Un’occasione per ribadire che gli ortaggi non sono merce, mercato, marketing e tutte le altre parolacce che derivano da merce, ma sono cibo, fonte di vita e di salute, e che la vita e la salute non sono da dare per soldi ma per amore: non vorrò dunque vendere quelle verdure.

    Pur tuttavia, se voglio rifare un successivo impianto mi ci vorranno le risorse per le sementi, le piantine, il gasolio; perfino l’IMU sarò obbligato a pagare, e anche mantenere, sia pur con poco, quelli che lavoreranno a tempo pieno per produrre.

    Se non vendo per soldi, come fare a trovare queste risorse? E’ questo l’interrogativo che – caro direttore – ti prego di divulgare. Suscita questo dibattito, tra gli amici, i lettori del Ventaglio e gli estimatori del nostro territorio. In questo momento trovare una formula di scambio di beni alternativa al distorto mercato dovrebbe essere una sfida stimolante. Grazie. Renato”.

    Una richiesta, quella dell’instancabile Renato Maggiolo che affidiamo a questa pagina di apertura del n. 47 del Ventaglio nella speranza di “raccogliere” nei prossimi mesi – assieme alle verdure sanissime del suo orto – indicazioni e sostegni da parte dei lettori e delle istituzioni finora poco ricettive nei confronti del progetto.

  • Tullio Luigi e Arnaldo Duò

    Tullio Luigi e Arnaldo Duò

    “Cent’anni suonati. Organisti Duò: un secolo di musica.” E’ il titolo della mostra espositiva documentaria allestita e curata dalla famiglia di Arnaldo Duò in due distinte edizioni (dicembre 2012 e marzo 2013) a Badia Polesine riguardante la vita musicale del professore Tullio Luigi Duò (1893-1978) e del figlio maestro Arnaldo Duò (1928-2009), organisti Badiesi per 100 anni.

    Gli eventi storici raccontati e mostrati in questa esposizione, partono dalla fine dell’800 per arrivare ai giorni nostri. La storia degli organisti Duò viene narrata attraverso una ricca documentazione, tra cui antiche foto e corrispondenze, oggetti e strumenti musicali d’epoca, locandine di eventi musicali del Polesine dall’inizio ‘900, composizioni inedite e non del professore Tullio, curiosità, ricerche e scoperte, il tutto appartenente alla collezione privata della famiglia Arnaldo Duò.

    La mostra ripercorre le fasi salienti della vita dei due musicisti, iniziando dalla nascita di Tullio Luigi Duò avvenuta il 26 maggio 1893 a Crocetta. Il padre Vittorio, coltivatore diretto, appassionato di musica, cantore e coordinatore della corale di Crocetta, impartisce al fanciullo i primi rudimenti musicali e poi, grazie anche ai consigli del parroco di allora, don Alessandro Bregola musicista organista, decide di affiancargli un insegnante specifico. E’ così che, all’età di dieci anni, Tullio inizia a prendere lezioni di pianoforte privatamente dal maestro don Pietro Socal, divenuto poi organista del Duomo di Santa Sofia in Lendinara.

    In Tullio Luigi sboccerà immediata la passione per la musica, che lo accompagnerà per sempre.

    Nel marzo 1912, appena diciannovenne, su suggerimento di Mons. Angelo Martinelli, partecipa al concorso per ricoprire il ruolo di organista e maestro di cappella nella parrocchia di Badia Polesine. Supera brillantemente la prova, divenendone da allora titolare.

    Nel 1914 viene chiamato per il servizio militare nel 71° Reggimento di Fanteria a Venezia, dove in seguito, farà parte della Banda Musicale suonando l’Ottavino e il Flauto traverso. Con la medesima Banda Musicale suonerà nelle occasioni più importanti a Venezia, e stilerà un elenco di tutti i brani eseguiti con i 71 componenti, conservandone (a tutt’oggi) accuratamente gli spartiti.

    Nel 1920 riprende gli studi musicali, ottenendo il Diploma di Magistero di pianoforte nel 1922 presso la Regia Accademia Filarmonica di Bologna, e venendone subito dopo iscritto nell’albo di insegnanti di pianoforte.

    Nel 1923 presso il R. Liceo Musicale di Bologna consegue il Diploma di Magistero d’Organo, con la direzione del noto musicista professor Guglielmo Mattioli tra i quali nascerà un’amicizia ricca di corrispondenza e scambi musicali, subito dopo si specializzerà in composizione, canto e solfeggio, componendo varie musiche sacre e profane.

    Con le sue composizioni partecipa a vari concorsi musicali anche internazionali, risultando spesso vincitore. Tra le altre ricordiamo un Fox Trot “Spiritello” vincente in un concorso per giovani compositori indetto dalla Casa Musicale Principe di Milano. Compone molta musica liturgica: tra cui varie Messe, una in onore a san Giuseppe, varie Marce, litanie e canzoncine alla Madonna, l’Inno a san Teobaldo nel 1931 e molto altro.

    Nel 1926 viene invitato da fra’ Giacinto Ambrosi, allora padre guardiano della Basilica della Tomba di Adria, divenuto in seguito S.E. Vescovo di Chioggia a collaudare il nuovo organo (che oggi si trova nella chiesa di Castelnuovo Bariano) con un prestigioso concerto. Tutti i giornali locali dell’epoca parlarono di quest’ atteso evento che riscosse molto successo.

    A Badia, durante alcune lezioni private conoscerà Italia Rossin, sua allieva, che diventerà sua sposa nel 1927, con la quale avrà quattro figli: Arnaldo, Giuliana, Luciano, Teresa.

    Instancabile in questi anni l’attività musicale di Luigi Tullio.

    Oltre a continuare il suo servizio di organista nella parrocchia di Badia Polesine, e nelle vicine Crocetta e Salvaterra (alternandosi poi al figlio Arnaldo) dirige la schola cantorum, accompagna la corale lirica Arrigo Boito. Inoltre insegna canto alle scuole elementari di Badia e Giacciano con Baruchella, nell’istituto orfanotrofio “Domenico Caenazzo” facendo eseguire musica sacra e profana. Nel contempo dirige anche la scuola di musica e l’orchestrina dell’Opera Nazionale Dopolavoro, prepara esecuzioni musicali e corali in varie ricorrenze, oltre che liturgiche anche teatrali, scolastiche e patriottiche. E’ memorabile la fotografia nella quale Tullio dirige il coro di 800 voci nella festa ginnica del 1936.

    Nel 1932, inizia ad impartire lezioni di piano al figlio Arnaldo all’età di soli 4 anni. Sarà suo maestro e mentore per sempre, insegnerà ad Arnaldo minuziosamente tutto ciò che lui aveva imparato, tanto che il bambino, a soli 10 anni di età, suonava l’organo nelle chiese per le varie celebrazioni (Funzioni, Messe, Matrimoni, Funerali).

    Nel 1933 Tullio partecipa a Palermo assieme all’ormai amico fedele don Pietro Socal, ad un concorso internazionale per compositori, aggiudicandosi il secondo posto con la sua “Marcia in La per Organo”.

    Il Vescovo Mons. Guido Mazzocco nel 1938 lo volle tra i componenti della commissione diocesana di musica sacra a fianco di Mons. Malaspina e don Pietro Socal.

    Nel 1939 gli viene rilasciato il Diploma di abilitazione all’insegnamento di musica e canto, esercitando così la professione di docente nelle scuole medie e superiori di Badia Polesine e Lendinara, all’Istituto Magistrale comunale, all’Avviamento commerciale e professionale fino all’età della pensione.

    Continuò per sempre a prestare servizio di organista, fino alla metà degli anni ‘70. Nel 1975 in occasione della festa di santa Cecilia, durante la celebrazione Eucaristica con il sostegno della schola cantorum, il parroco Mons. Guido Stocco, con senso di grande stima e gratitudine, consegnò a Tullio Duò una medaglia d’oro con un’incisione raffigurante un bellissimo Organo con spartito. Cessò di vivere tre anni dopo nel 1978.

    Arnaldo Duò, frattanto divenuto maestro di scuola elementare, alla scomparsa del padre, proseguirà la tradizione di famiglia, quale fedele organista, come lo era stato sempre fin dall’età di 10 anni. Continuerà l’attività di accompagnatore della schola cantorum mantenendo tutti i preziosi insegnamenti del padre, suo maestro, non mancando mai ad alcuna celebrazione, nutrendo grande amore e rispetto di quel maestoso strumento quale è l’organo dell’Arcipretale di Badia.

    “Maestro di professione, maestro di musica per scelta ed elezione, maestro di musica e organista per eredità paterna. Maestro nella fede: trasparente, umile, semplice, una fede fedele. La sua voce non usciva dalla bocca ma dalle mani, dalla tastiera e dalle canne dell’organo. La voce più forte e più nascosta, umile, invisibile. Un protagonista senza protagonismi.” Così è stato ricordato da don Dante Bellinati.

    Arnaldo è venuto a mancare improvvisamente nel settembre 2009.

    Padre e figlio hanno ricoperto il ruolo di organista di Badia Polesine per un intero secolo, ruolo che, dopo la loro scomparsa, ad oggi rimane ancora scoperto.

    Il prof. Tullio Duò e il figlio maestro Arnaldo sono entrambi sepolti nel cimitero di Crocetta.

  • Luigi Tazzari, il veterinario

    Luigi Tazzari, il veterinario

    La vigilia di ferragosto del 2013 è andato avanti, lasciando questa terra, in silenzio e con infinita dignità, il dottor Luigi Tazzari, medico veterinario, per molti anni responsabile del canile pubblico di Via Baruchello e poi di quello, da lui tanto voluto, di Fienil del Turco, La notizia è subito circolata per la città e la provincia provocando viva commozione fra quanti lo hanno conosciuto, soprattutto per i contatti che per molti nascevano dalla necessità di portare i loro cani e gatti al veterinario amico degli animali, al veterinario bravo del servizio pubblico, sempre disponibile e attento ai bisogni dei suoi piccoli pazienti. Li conosceva tutti per nome, perché li amava.

    Quella del veterinario era per lui una passione coltivata fin da piccolo quando preannunciò alla mamma il desiderio di diventare il medico delle “muchine” (ovvero le mucche).

    Per il suo funerale la con-cattedrale del Duomo di Rovigo era stracolma di gente, a testimoniare la vicinanza ad un uomo buono, ad un professionista competente. Ed a rendergli onore c’erano anche, in fondo alla chiesa, alcuni dei suoi pazienti che hanno assistito in silenzio, senza abbaiare o miagolare, a tutto il rito.

    Il dottor Tazzari, semplicemente Gigi per gli amici, era malato da tempo e aveva saputo convivere con quel suo tremendo male con grande dignità e intelligenza, tenendo a debita distanza una fine che cercava di allontanare quotidianamente con le medicine, ma soprattutto con l’arma miracolosa dell’amicizia e del sostegno dell’amata moglie Simonetta, con la quale ha condiviso gli ultimi anni della sua vita, realizzando il sogno di una casa accogliente per gli uomini e gli animali.

    La sua casa divenne, infatti, meta abituale di tante persone, fra cui i suoi storici amici d’infanzia della natia Polesella e nuovi compagni di viaggio che via, via, incontrandosi attorno alla tavola della sua cucina, contribuivano a formare un moderno cenacolo in cui si dibattevano argomenti fra i più vari – dalla storia all’attualità, all’etica, alla religione, alla politica – arricchendosi ciascuno delle sensibilità dell’altro con assoluta discrezione. A dirigere e a moderare gli incontri era sempre Gigi, geniale, amatissimo, colto veterinario.

    Luigi Tazzari era del 1954, figlio di un ferroviere di origini romagnole e di una gregnanese, dai quali aveva ereditato i geni della generosità, della schiettezza, dell’ospitalità, della bontà d’animo, dell’amore per il bello e per i valori della tradizione, con particolare riguardo alla civiltà contadina, verso la quale aveva un deferente rispetto. Rimirandoli, toccava con dolcezza gioghi, falci e falcetti, pentole, paioli, vetri, piatti, ferri da stiro a carbone, crocifissi, e altro materiale che aveva pazientemente raccolto negli anni visitando ogni Santa domenica i mercatini dell’antiquariato della provincia e di quelle contermini.

    Riteneva più prezioso un pezzo non in perfette condizioni, mutilato in qualche parte o corroso, rispetto a uno del tutto integro, poiché lo giudicava “vissuto”, in quanto utilizzato per tanto tempo dal possessore. Il suo giudizio sul reperto era spesso lapidario “è un settecento, o un fine otto, forse veneto o ferrarese… guarda i contorni… l’è sbeccà, ma guarda quanto bello… è storia!”

    Questi erano generalmente i suoi commenti sui reperti che acquistava con prudenza e con tanti sacrifici, soprattutto quando la malattia lo sfiancava inesorabilmente nel fisico e nel morale.

    I suoi amici di Polesella si sono impegnati a proporre al Comune padano l’allestimento di uno spazio per ospitare i “pezzi” della civiltà contadina che la famiglia metterà a disposizione perché anche i giovani acquisiscano il gusto per la ricerca e per la storia della gente polesana.

    E’ una prova di amicizia che vuol avere anche un significato interiore profondo: la perpetuazione di un ricordo che non termina con la fine della vita, ma che prosegue nel tempo, a memoria di chi ha saputo pensare agli altri durante la propria esistenza.

    Avere rispetto per il passato significa anche pensare con riguardo al futuro. E’ ciò che il Dottor Tazzari ha forse intimamente pensato ogniqualvolta rimirava sulle bancarelle delle cose vecchie i reperti che poi, quando poteva, portava a casa per restaurarli e arricchire la sua preziosa collezione.

    L’aspetto, tuttavia, che più attirava le persone che lo frequentavano era il rispetto che nutriva per il prossimo, al quale si avvicinava senza infingimenti o preconcetti, mettendo ciascuno a suo agio, soprattutto se dimostrava simpatia per gli animali, di cui la sua casa era veramente allietata. Una folta colonia di gatti conviveva con tre straordinari cani, tutti raccolti dal canile, che accoglievano con gioia gli amici e i visitatori occasionali.

    E il piccolo zoo personale era arricchito dalla presenza di tartarughe, capre, galline, api, rane e pesci, questi ultimi ospiti di una piccola area umida inserita nel contesto del verde della casa, a ricordo dell’ambiente naturale della sua amata Polesella e del suo hinterland. Se fosse stato in salute lo spazio riservato agli animali sarebbe stato certamente ampliato, perché il suo vero grande amore e la passione della sua vita erano certamente per loro: dalle “muchine” della fanciullezza a tutte le specie che ha incontrato nel corso della sua attività professionale.

    Molti pensano che Gigi, dopo tanta sofferenza, sia oggi in compagnia delle creature che corrono libere nei pascoli verdi del cielo.

  • Stefano Gobatti (1852-1913)

    Stefano Gobatti (1852-1913)

    Ricorrono quest’anno (2013) cento anni dalla morte del musicista Stefano Gobatti, avvenuta il 17 dicembre 1913 all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Morì di povertà e di solitudine dopo aver provato l’ebbrezza del trionfo e della celebrità.

    Oggi per il vasto pubblico egli è uno sconosciuto, un dimenticato, ma – nonostante il silenzio dei teatri che non ripropongono la sua musica – dal 1913 ad oggi il nome del compositore polesano ciclicamente ritorna, come un ricordo debole ma costante, una sorta di pensiero irrisolto sulla coscienza critica musicale italiana.

    Ne dàno testimonianza i numerosi concerti antologici a lui dedicati e gli articoli che di tanto in tanto compaiono sui vari giornali e riviste a celebrare una ricorrenza, come questo Centenario. E i concerti commemorativi, pur non proponendosi difficili rivalutazioni artistiche, offrono occasioni per promuovere interesse e studio intorno alla figura di un artista, che rimane pur sempre il più grande compositore polesano dell’Ottocento.

    Dobbiamo credere che chi ha potuto, anche per poche stagioni, infiammare gli animi della gente semplice e di quella colta, non merita, in nessun caso, la condanna dell’oblio.

    Gli anni della formazione

    Stefano Gobatti nacque a Bergantino (Rovigo) il 15 luglio 1852 in un’umile famiglia di contadini, modesti proprietari di un piccolo fondo che serviva al mantenimento di tutta la numerosa famiglia patriarcale. Bambino prodigio, dotato di notevole talento musicale, riuscì a terminare i suoi studi al Conservatorio di Napoli dopo duri sacrifici per le ristrettezze economiche della famiglia e un ambiente sociale contadino chiuso ed ostile alle aspirazioni di un giovane votato all’arte.

    Finalmente, in data 20 agosto 1872, il Direttore del Conservatorio Lauro Rossi attestava che Stefano Gobatti era idoneo sia all’insegnamento sia alla composizione di opere teatrali. La via che l’aveva portato alla consacrazione artistica era stata tutta in salita, ma da quel momento sentiva che poteva realizzarsi un suo grande sogno: uscire dall’ambiente paesano a lui completamente estraneo per entrare nell’ideale tempio dell’arte musicale.

    Stefano aveva già musicato l’opera I Goti, appena diciottenne, ancora studente, in soli quattro mesi come esercizio di composizione. Fu proprio per i benevoli e paterni incoraggiamenti del suo maestro Lauro Rossi che il giovanissimo compositore si decise al grande passo, che lo fece uscire in un baleno dall’oscurità, creando un idolo che finirà poi per pagare un prezzo troppo alto, per una gloria che non aveva chiesto e sicuramente neppure sognata.

    Gloria e penitenza dell’autore de I Goti

    L’opera “I Goti”, messa in scena la sera del 30 novembre 1873 al Teatro Comunale di Bologna, ebbe un successo senza precedenti e suscitò tali entusiastici consensi da venire ricordata dagli storici come uno dei più grandi trionfi dell’intera storia del melodramma. L’opera fu bissata quasi per intero e il suo autore, fra un delirio di battimani, fu chiamato alla ribalta per ben 52 volte. Gli invidiosi parlarono allora di un successo chilometrico.

    Nel breve volgere di poche settimane, gloria ed onori piovvero sullo sconosciuto maestrino ventenne, sbucato fuori improvvisamente dalle nebbie polesane. Ebbe la “Cittadinanza onoraria della città di Bologna” (come Verdi e Wagner), la nomina a “Cavaliere della Corona d’Italia”, concessa dal Re Vittorio Emanuele II°. Giosuè Carducci stesso in un banchetto in suo onore magnificava così il giovane maestro: “Salute e trionfo al giorno in cui Stefano Gobatti segnerà dell’impronta sua la prossima evoluzione dell’arte musicale in Italia”.

    Mentre, però, “I Goti” raccoglievano consensi nei più importanti teatri d’Italia si cominciò a tramare alle spalle dell’ingenuo e inesperto maestro, che dal Polesine contadino era entrato nell’ambiente intellettuale ed artistico bolognese, in anni di esaltata passione operistica, di accesi antagonismi, di esaltanti trionfi e di inesorabili cadute spesso giocate a tavolino.

    Fu soprattutto preda delle Case Musicali e dei loro biechi interessi, e così le sue opere successive, “Luce” (1875) e “Cordelia” (1881), furono inevitabilmente segnate da contrasti e avversità.

    Gobatti, deluso, amareggiato, diffidente, travolto da dolorose vicende familiari, si isolò sempre più; visse anni di sconforto e autentica povertà fino a chiedere rifugio al Convento francescano dell’Osservanza sulle colline di Bologna. Qui compose l’opera Massias, rimasta inedita.

    A sue spese Gobatti aveva scoperto di essere stato preda di belve voraci: blandito, ingannato, usato e alla fine abbandonato. Il compositore, che aveva le sue radici nel mondo contadino polesano, era uomo tutto d’un pezzo, del tutto alieno ai compromessi. Di fronte all’alternativa: lottare senza scrupoli usando le stesse armi degli avversari, oppure abbandonare il campo, dignitosamente, egli scelse la seconda via che gli era più congeniale; ma che lo portò all’isolamento e alla solitudine, senza mai perdere, però, la speranza di vedere trionfare l’arte per l’arte. Egli, infatti, trovò solo nella musica le ragioni per sopravvivere fino a 60 anni; la musica supplì anche alle carenze affettive di una famiglia che non ebbe mai.

    Nel 1912, un anno prima della sua morte, un critico musicale sul “Giornale del Mattino” di Bologna (24/2/1912) così si interrogava: “E’ possibile, oggi, credere che Stefano Gobatti a vent’anni abbia ingannato con il trionfo de “I Goti” tutta una città e i pubblici esigenti d’Italia? Che il Carducci e il Panzacchi, i librettisti del tempo, gli editori che se lo disputavano, tutti siano rimasti vittime di un abbaglio collettivo? O, piuttosto, ci troviamo di fronte ad uno di quei casi in cui l’uomo forte, ma non agguerrito, rimane travolto dalle camorre?” E il critico così si rispondeva: “Il tragico oblio dell’autore de “I Goti” è inumano e ingiusto: qualche misteriosa viltà deve essere stata compiuta contro la gloria giovinetta che metteva ali troppo audaci e si preparava a voli troppo arditi”.

    Domande che non ebbero risposte, cosicché il 17 dicembre 1913 Stefano Gobatti si spense dimenticato, nella solitudine e nella miseria, ma sempre innamorato della sua arte che lo confortò fino alla morte. Ora riposa nella Certosa di Bologna accanto alle tombe dei Grandi, che furono i suoi veri e fedeli amici: Giosuè Carducci ed Enrico Panzacchi, mentre la sua produzione artistica attende ancora una valutazione serena ed equilibrata.

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