Può sembrare strano a noi, che pure amiamo la nostra terra, ma che siamo abituati a considerarla per certi aspetti amara e poco fortunata. Eppure qualcuno “di fuori” può amarla a tal punto da sceglierla e raccontarla con sguardo da innamorato.
È successo a Nadia Scappini, poeta romagnola di nascita ma residente a Trento fin dall’infanzia, che ha scelto di ambientare proprio qui, in Polesine, per la precisione a Giacciano con Baruchella, il suo primo romanzo Le ciliegie sotto il tavolo, Marietti ed., secondo classificato sia al Premio Cortina che al Premio Asti d’Appello. Ma numerosi altri sono i luoghi del Polesine dove si dipana la storia: Badia, Adria, Ceneselli, Trecenta, Papozze.
Si tratta di una storia delicata, che ha come protagonisti Livio, di origine istriana, insegnante in pensione, che decide, dopo una vita sradicata, di comprare casa a Giacciano, e Cosetta, di famiglia ferrarese, entrambi non più giovani e segnati dal dolore della vita. Dall’acquisto della casa avrà seguito l’incontro tra i due e si svilupperà la vicenda.
L’Autrice stessa, nell’Appendice al suo romanzo, così svela il suo rapporto con questa terra: Qui sono le radici della mia famiglia paterna e qui ho trascorso, senza particolare entusiasmo, brevi periodi delle vacanze estive a cavallo fra gli anni sessanta e settanta. La suggestione per la campagna, però, mi ha sempre accompagnata, facendosi compagna fedele e fonte di scrittura negli anni della maturità.
Qui, aggiungiamo noi, l’Autrice torna oggi con regolarità non appena i suoi impegni glielo consentono, forse per rinsaldare il suo rapporto con le radici e con una casa che, in altri tempi, ha visto magari la sua noia di adolescente, ma che conserva il profumo degli affetti e della famiglia. Sentiamo ancora le sue parole dal cap. II del romanzo: Solo apparentemente le case sono mute, in realtà custodiscono i segreti delle cose vive, delle vite che sono passate di lì. Tacciono, è vero, ma quando ci si insinua nei loro segreti, lentamente si lasciano penetrare e rivelano i segreti di chi ci ha abitato. E magari ci terranno compagnia mescolandosi ai nostri sentimenti, ai nostri odori, alle nostre impronte.
– Nadia, chiedo all’Autrice (che ha condiviso con me gli anni di Università a Padova) come nasce la storia di Livio e Cosetta?
“La storia nasce casualmente, almeno in apparenza. Un personaggio in carne ed ossa con una fisionomia ben precisa è balzato prepotentemente alla mia immaginazione un settembre di cinque anni fa. Ne è nato un racconto – l’attuale capitolo intitolato “A ritroso”, sintesi e premessa delle successive vicende – che per me si doveva concludere lì. Qualche mese più tardi, però, un amico poeta e critico di valore (ndr: Gianfranco Lauretano), leggendolo, mi disse “qui c’è una storia che preme da tutte le parti, devi assolutamente farne un romanzo”. Gli diedi del pazzo, lì per lì, perché niente era più lontano da me dell’idea di imbarcarmi in un tipo di scrittura di cui non avevo alcuna esperienza. Ma …il tarlo ormai covava ed ecco qua il risultato!”
– Anche la gente del posto ha un ruolo, e non secondario, nella storia: è come se Livio, venuto da fuori, cercasse nel rapporto con le persone un ancoraggio al luogo; è davvero così importante l’insieme dei rapporti che si crea nei luoghi piccoli e decentrati?
“Certo, anzi di più, sia Livio che Cosetta, prima e dopo il loro incontro, nelle vicende dolorose della loro vita, si sono salvati perché alcune persone, nei momenti critici, hanno teso per loro una rete: ma loro d’altra parte l’hanno saputa cogliere ed utilizzare al meglio, riconoscendola nel suo valore, reduci come sono dalle batoste della vita; ed è proprio allora che si spalancano per loro orizzonti impensati.”
– Ora la domanda d’obbligo per un Narratore alla sua prima esperienza: a parte il recupero della memoria dei luoghi, ci sono altri elementi autobiografici nella storia?
“Certamente, oltre a quelli che hanno originato la scelta del Polesine e fanno da sfondo al romanzo, ci sono gli anni trascorsi a Padova con le vicende legate all’università (cfr. cap.V), quelli di Trieste con il sentore ancora vivo del doloroso esodo istriano, c’è la predilezione per città come Verona e Ferrara, il mare della Riviera delle Palme, i viaggi in Turchia… Ogni romanzo, comunque, se autentico, non può che essere autobiografico. Naturalmente non nel senso che racconta la storia personale dell’autore, ma di certo nel senso che recupera, svelandoli talvolta all’autore stesso, esperienze, emozioni, sentimenti e nodi esistenziali che l’hanno attraversata”.
– Per concludere, una curiosità personale: la narrazione presenta due punti di vista, quello di Livio e quello di Cosetta; già questo complica notevolmente il lavoro dello scrittore che deve continuamente spostare il punto di osservazione e la modalità di scrittura e per questo ti faccio i miei complimenti; ma quello che vorrei sapere è: quanto è stato faticoso costruire un personaggio/uomo che, parlando in prima persona non tradisse una sensibilità velatamente femminile?
“Il punto di vista maschile inizialmente non è stato (apparentemente) una scelta: è stato un personaggio maschile ad imporsi alla mia attenzione, il resto è venuto da sé; certo che in itinere ho dovuto lavorare sulla sua personalità perché non rivelasse tratti troppo femminili. Ma, a ben pensarci, interpellando Freud, forse la mia è stata una forma di pudore, un modo per nascondere i miei sentimenti provando a mettermi dalla parte maschile, ma anche un modo per plasmare un personaggio così come, forse, molte donne vorrebbero avere al fianco.”
Nell’anno 2000 è sorta nella zona industriale di Fiesso Umbertiano, in località Piacentina, la nuova sede della MC Elettronica, uno stabilimento moderno che ha destato il nostro interesse per gli obiettivi ed i progetti che sta realizzando, rivolti soprattutto verso la vasta gamma delle attrezzature agricole, ma anche per le più svariate applicazioni industriali.
MC sta per Mantovani Claudio, il titolare e fondatore dell’azienda, che ha dato vita a questa attività nei primi anni Ottanta del Novecento, iniziando la sua avventura con una ragazza di nome Antonella, ora sua moglie, in un piccolo stabilimento ubicato nei pressi della propria abitazione.
Dopo aver conseguito il diploma in elettronica ed elettrotecnica presso l’Istituto professionale (Ipsia) di Rovigo nel 1978, Claudio Mantovani, alla fine di questi studi, iniziò a frequentare diversi corsi specialistici. Uno dei più importanti e determinanti è stato quello di direzione aziendale ed imprenditoriale, effettuato presso Polesine Innovazione azienda speciale, organizzato dalla Camera di Commercio nel 1986.
L’idea di progettare e produrre strumentazione elettronica personalizzata, rivolta al settore agricolo è nata inizialmente con l’obiettivo di migliorare la precisione delle macchine agricole dell’azienda di famiglia. Questo divenne poi per lui il suo chiodo fisso e, in questo campo, Mantovani impiegò tutte le proprie energie, sostenuto da una forte determinazione e da quello spirito ottimista che lo caratterizza.
Non fu facile, in quegli anni, ottenere i risultati necessari per mantenere efficiente un’azienda del genere, ma Mantovani, oltre alle proprie capacità, poté avvalersi anche dell’aiuto di diverse persone specializzate. Riuscì, così, ad incrementare in breve tempo l’attività, fino ad imporsi sul mercato, ampliando via via la produzione in spazi crescenti tanto che, nell’anno 2000, si giunse a realizzare l’attuale moderno stabilimento di 1700 metri quadrati.
Definire i requisiti atti a migliorare i processi aziendali, ottimizzare l’efficacia e l’efficienza nella realizzazione del prodotto e nell’erogazione del servizio: sono stati questi gli obiettivi di MC Elettronica che, dal 2000, hanno consentito all’azienda di ottenere la certificazione TUV Italia per il sistema di gestione della qualità ISO 9001. Inoltre, la capacità di ricercare soluzioni innovative e la profonda conoscenza del settore hanno, poi, permesso di raggiungere importanti traguardi tanto che, nel 2005, MC Elettronica viene iscritta al MIUR (Ministero dell’Università e della ricerca) e, dal 2009, fa parte del Consorzio AEF Italia “Agricoltura Industry Electronics Foundation” iniziando a sviluppare la norma ISO 1178 per il futuro delle attrezzature agricole.
Oltre alla progettazione di nuovi prodotti, in MC Elettronica avviene anche la produzione di isole attrezzate, alimentate da sistemi semiautomatici per il carico e lo scarico dei materiali.
Con i suoi prodotti, l’azienda segue tutte le fasi della produzione agricola, dalla preparazione del terreno alla semina, alla corretta maturazione, fino alla raccolta. Quindi costruisce monitor controllo semina per seminatrici; controlli per macchine irroratrici, atomizzatori e nebulizzatori; computer per rotopresse, per mietitrebbie e macchine vendemmiatrici e cimatrici. Ed inoltre, come prodotti per l’industria, monitor per macchine perforatrici, per betoniere, per spazzatrici e i più svariati pannelli elettronici, oltre che per le macchine agricole, anche per movimento terra e macchine industriali.
Quale direttore tecnico della MC Elettronica, Claudio Mantovani sviluppa, insieme ai suoi dieci tecnici, soluzioni personalizzate hardware e software di prodotti elettronici per clienti leader mondiali di macchine agricole. Nel 2013 ha dato inizio al progetto di espansione della rete commerciale e marketing per il raddoppio del fatturato in programma per i prossimi cinque anni.
Attualmente l’azienda ha un organico di 25 persone, di cui 15 impiegati e 10 operai, molti dei quali di Fiesso Umbertiano.
MC Elettronica, presente sul mercato da oltre trent’anni, esporta oltre il 70 per cento della produzione e annovera tra i più importanti clienti diverse case costruttrici di macchine agricole a livello nazionale e internazionale, tra cui il gruppo Maschio-Gaspardo, Laverda-AGCO, Kuhn e il Gruppo Same Deutz-Fahr.
Occupandosi personalmente anche del settore commerciale, Mantovani ha seguito direttamente, specie in passato, la propria clientela e, quindi, ha dovuto viaggiare molto sia in Italia che all’estero.
E’ evidente quanto sia importante per il Polesine l’esistenza della MC Elettronica, un’azienda unica nel suo genere sul territorio nazionale, utile soprattutto per lo sviluppo del settore agricolo verso il quale è destinata, per lo più, la produzione.
Da alcuni anni, dopo il diploma in ragioneria, collabora con Mantovani anche la figlia Sabrina, quale responsabile qualità di tutta l’azienda. Attualmente la ragazza sta frequentando corsi specializzati per una futura crescita di questa struttura.
Ma Claudio Mantovani tiene in serbo anche un’altra speranza. Egli punta, infatti, sulla partecipazione nella sua impresa pure del figlio Marco, ora tredicenne, il quale si dice intenzionato ad entrare nell’area tecnica della MC Elettronica. Il padre spera per lui un futuro quale nuovo direttore dell’azienda per un auspicabile proseguimento di questo suo impegnativo lavoro.
Claudio Mantovani è una persona dinamica, intraprendente, instancabile, poliedrica, che dedica il suo tempo a diversi altri interessi, sia del sociale che del volontariato.
Di lui abbiamo parlato nel precedente numero di “Ventaglio 90” a proposito dell’inaugurazione, avvenuta l’8 settembre 2012, del campo di volo di Fiesso Umbertiano (da lui costruito in località “Stella” di Piacentina), che gestisce con il fratello Alessandro sia per diporto sia come punto d’incontro di servizio sociale per tutto il territorio, come base operativa del reparto volo emergenze della Protezione civile della Regione Veneto. Nel marzo 2013 tale campo è stato trasformato in aviosuperfice, permettendo l’accesso non solo a velivoli ultraleggeri, ma anche all’aviazione generale.
L’area suddetta è aperta al pubblico appassionato del mondo del volo. Anche le porte della MC Elettronica vengono aperte alle scuole sia locali che provinciali con lo scopo di aiutare i giovani ad un loro inserimento diretto dopo gli studi nel mondo del lavoro.
C’è uno sparuto gruppo di combattenti polesani che non ha ricevuto l’onore di un monumento, né ha trovato attenzione nella saggistica storica degli ultimi settant’anni d’Italia democratica e repubblicana. Si tratta di quei giovani d’ispirazione socialista, comunista o anarchica che non vollero piegare la schiena di fronte al fascismo e per questo preferirono abbandonare la propria terra e i propri affetti per trasferirsi in quegli stati europei, Francia principalmente e Belgio, dove era garantita la libertà di opinione e di associazione e dove per poter lavorare non era richiesta alcuna tessera di partito. Quando il Fronte Popolare di Léon Blum, una coalizione di partiti di sinistra (radicali, socialisti, comunisti e anarchici), vinse le elezioni in Francia (aprile 1936), questa nazione divenne il punto di riferimento per i nostri esuli politici che, seppure braccati dagli agenti segreti della polizia politica fascista (la OVRA), qui trovarono protezione e poterono organizzarsi all’interno dei partiti aderenti all’Internazionale Socialista. Nel febbraio dello stesso anno il Fronte Popolare aveva vinto le elezioni politiche anche in Spagna, ma sei mesi dopo (17 luglio 1936), avveniva la sollevazione dell’esercito, sostenuto dal partito dei nazional-conservatori, detto Falange, contro il legittimo governo, ribellione che diede inizio alla sanguinosa guerra civile spagnola e che ebbe il determinante sostegno militare dei regimi fascisti e nazisti al potere in Italia e Germania.
La Francia, seppure amica del governo repubblicano spagnolo, non intervenne ufficialmente nel conflitto, ma favorì la partenza di coloro che volontariamente desideravano passare in Spagna per arruolarsi nelle Brigate Internazionali nel tentativo di arginare l’avanzata del nazi-fascismo in Europa. Fu così che fra le migliaia di volontari provenienti da ogni parte del mondo, anche 17 giovani polesani esuli in Francia (di altri nove non si hanno notizie certe), varcarono il confine dei Pirenei per confluire nella Brigata Garibaldi, consapevoli che la lotta al nazi-fascismo in Spagna, sarebbe stata il banco di prova di quella resistenza armata alla dittatura che poi sarebbe dovuta avvenire in Italia, come profeticamente sosteneva Carlo Rosselli: “Oggi a Madrid, domani a Roma…”.
Tre di loro sacrificarono la propria vita in combattimento; degli altri quattordici non si seppe più nulla o quasi, colpiti anche dopo il loro ritorno in patria da una specie di inspiegabile, quanto ingiusta, “damnatio memoriae”.
A ridare dignità al valore di questi giovani, è l’ultimo libro di Vittorio Tomasin: Antifascisti polesani nella guerra di Spagna 1936-1939, pubblicato dalla Giacobino Editore di Treviso (una casa editrice molto attiva nella storia dell’antifascismo nel Polesine).
Nativo di Trecenta, una laurea in Scienze Politiche, docente nella scuola superiore, Vittorio Tomasin è uno storico che ha dedicato le sue ricerche quasi esclusivamente alle vicende della sinistra polesana, dai moti bracciantili di fine ‘800, alla storia del partito socialista e comunista, alla lotta antifascista durante il Ventennio e nella Resistenza. Grazie a questa “specializzazione”, Tomasin sa muoversi con estrema disinvoltura negli archivi più insoliti (da quelli di Stato a quelli dei partiti, degli istituti storici e delle associazioni dei combattenti) ed è in grado di poter consultare una bibliografia specifica davvero notevole.
Solo così si spiega come egli sia riuscito in questa sua ultima ricerca, a ricostruire con metodo scientifico e critico oltre alle vicende di carattere storico generale, anche le schede biografiche di questi esuli, combattenti nella guerra civile spagnola, personaggi finora senza un nome e un volto. Il testo è arricchito da una quantità di documenti inediti, lettere, rapporti di polizia, memoriali, opportunamente intercalati nella narrazione e con i dovuti richiami in nota alla collocazione d’archivio o bibliografica. Ne è risultato un libro di grande interesse per i cultori della storia polesana, facile da consultare per l’esposizione ordinata e schematica dei contenuti e piacevole da leggere, sia per il coinvolgimento emotivo che sa trasmettere al lettore, che per un fraseggio essenziale e distaccato, comprensibile a tutti, mai incline alla retorica o alle tentazioni apologetiche.
Vittorio Tomasin è anche un apprezzato collaboratore di Ventaglio 90, lo abbiamo perciò contattato per saperne di più sul suo ultimo libro.
D. Ci può dire quali sono state le principali difficoltà incontrate nella sua ricerca?
R. Innanzitutto individuare i nomi dei volontari antifascisti. Di alcuni già si sapeva, dalle biografie pubblicate alcuni decenni fa da Pietro Pavanin e Flavio Fornasiero. Pavanin elencava anzi i nomi di alcuni polesani conosciuti in Spagna, ma non forniva alcuna ulteriore informazione su quelle persone. La Spagna nel nostro cuore, un dizionario biografico pubblicato dall’Associazione nazionale dei volontari antifascisti, riporta brevi biografie di 13 polesani. Gli altri li ho individuati con uno spoglio sistematico dei fascicoli del Casellario Politico della Questura di Rovigo. Ho consultato poi i fascicoli paralleli del Casellario Politico Centrale conservati all’Archivio Centrale dello Stato, che non sono perfettamente coincidenti con quelli provinciali. Non potevo limitarmi però a queste fonti, importanti ma pur sempre carte di polizia, unilaterali e talora imprecise o inattendibili. Per incrociare le fonti mi sono avvalso delle schede personali dei volontari conservate all’Archivio Storico Parri di Bologna, di documenti fornitimi dall’AIC-VAS di Milano e della memorialistica che sono riuscito a reperire nei mercatini dell’antiquariato o in internet.
D. Da quello che ci risulta, solo in Toscana si è fatta una ricerca analoga, perciò possiamo affermare che il suo libro ha sicuramente il carattere della novità. Le chiedo: perché negli storici c’è ancora tanta esitazione ad affrontare questo argomento?
R. In realtà esiste una vasta bibliografia sulla guerra di Spagna e sui volontari antifascisti italiani. Limitatamente al Veneto esistono pubblicazioni sui volontari vicentini, veronesi e bellunesi. Il mio lavoro aggiunge a questa lista il Polesine. Per il Padovano è stata pubblicata una mia ricerca su Terra d’Este nel 2009 ma si tratta di un lavoro condotto quasi esclusivamente su fonti edite. Nulla ancora invece per veneziani e trevigiani.
Ritengo che il motivo principale che trattiene molti storici dall’intraprendere ricerche di questo tipo sia la mole di lavoro, la quantità di carte che è necessario consultare, le tante porte di archivi e istituti storici a cui bisogna bussare.
D. I protagonisti del suo libro sono tutti giovani; se dovesse calare quell’esempio nel momento attuale, quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani di oggi?
R. Quei giovani rinnovavano la nobile tradizione del Risorgimento, della Comune di Parigi, della Comune di Barcellona che hanno visto giovani italiani battersi, anche in terra straniera, per un’ideale di libertà e di uguaglianza. Sono due valori che mantengono inalterata la loro attualità e che dovrebbero ispirare l’esistenza anche delle nuove generazioni.
Notevole interesse ha riscosso a Lendinara una mostra documentaria realizzata dalla Sezione Anpi di Lendinara (Rovigo), dedicata agli Internati Militari Italiani in Germania, ai lavoratori coatti reclutati nelle aziende del Terzo Reich, e ai volontari polesani accorsi in difesa della Repubblica Spagnola, durante la Guerra di Spagna.
Un appuntamento ricco di materiale fotografico e documentaristico dunque, inaugurato il 19 ottobre scorso dal prof. Luigi Rossi, polesano residente a Bochum, Germania, che ha curato la prima sezione della mostra, attraverso la presentazione di 20 tavole documentaristiche sulle condizioni di vita e lavoro dei prigionieri nei lager tedeschi. Il lavoro di Rossi parte dal 2002, anno in cui l’insegnante emigrato in terra tedesca decise di coinvolgere gli alunni della scuola superiore in cui insegna, la Gesamtschule Fritz Steinhoff di Hagen, nella ricerca dei fatti accorsi nello Stalag VI D di Dortmund durante la Seconda Guerra Mondiale.
Le ricerche condussero Rossi e i suoi studenti a prendere contatto con parenti e discendenti del cappellano militare Padre Giuseppe Barbero, e del medico forlivese dott. Guglielmo Dothel. Entrambi rilasciarono toccanti testimonianze sulla condizione di vita degli IMI nei lager di Hagen e Dortmund, dove furono rinchiusi perché decisero di deporre le armi, non assecondando più la Germania nazista, all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943.
Dalle ricerche condotte, nacque una pubblicazione bilingue, Schiavi di Hitler – Rheinland Westfalen, che è stata presentata in decine di comuni italiani e tedeschi, e che Rossi – grazie all’interessamento dell’Anpi – ha riproposto a Lendinara.
La ricerca, durata anni, è stata resa possibile anche in virtù della preziosa documentazione fornita dal Centro di Documentazione Centallo Viva, cittadina della provincia di Cuneo, non lontana da Boves, della quale Padre Barbero e diversi Internati Militari erano originari. “La collaborazione con Centallo è stata estremamente preziosa – ha spiegato Rossi – così come le numerose visite di figli di caduti nel lager, fra cui anche 5 polesani, che ho ricevuto nel corso degli anni ad Hagen.
Il lavoro di Rossi scava nella realtà dei lager, in particolare il VI D, ma è certamente emblematico per comprendere il dramma di oltre 600.000 soldati italiani, che decisero di dire “no” al nazi-fascismo, in una forma di resistenza non violenta a lungo dimenticata dalle istituzioni democratiche succedutesi dal dopoguerra ad oggi.
La mostra, curata da Luigi Rossi, che ha rivelato tragici aspetti poco noti degli italiani internati in Germania, ha visto la partecipazione introduttiva del Coordinatore Anpi Regione Veneto prof. Maurizio Angelini, del presidente Anpi provinciale Emilio Bonatti e del sindaco di Lendinara Alessandro Ferlin.
Altrettanto interessante il secondo incontro con l’autore, realizzato nel contesto della mostra, dove alla presenza del Console Onorario di Spagna dott. Antonio Simionato, e del direttore della Biblioteca Civica Pier Luigi Bagatin, il prof. Vittorio Tomasin ha presentato al pubblico la sua opera: Antifascisti Polesani nella Guerra di Spagna (1936-1939), Giacobino Editore.
Il volume, che ha richiesto anni di ricerche, insegue le sorti dei 18 polesani attualmente riconosciuti, che parteciparono volontariamente alla Guerra di Spagna, combattendo nelle file antifranchiste.
Colpisce come questi volontari, quasi dimenticati dall’oblio della memoria collettiva, fossero tutti emigrati forzatamente all’estero, in Francia in particolar modo, e perseguitati dall’OVRA, l’organo di polizia investigativa fascista, che spesso si macchiava di omicidi mirati anche fuori dai confini nazionali. Uomini di umile estrazione, che avevano ricevuto i primi rudimenti di politica proprio all’estero, continuamente braccati e costretti a lasciare false credenziali e ad utilizzare vari stratagemmi anche solo per poter scrivere a casa, dei quali è pertanto difficile oggi reperire tracce.
Alcuni di loro, come il lendinarese Cesare Pavanin, ebbero un ruolo importante nella difesa di Madrid e successivamente nell’organizzazione filosovietica delle Brigate Internazionali. Altri, come Mario Scarazzati, zio del prof. Alberto Scarazzati, presidente provinciale dell’Aicvas, non fecero ritorno.
“Si tratta della terza esperienza nell’ambito dell’organizzazione di mostre su questi temi – ha affermato il presidente Anpi Lendinara Giuseppe Trambaiolo. Ogni volta abbiamo avuto la gradita visita di decine di classi di scuole medie e superiori, migliaia di visitatori, decine di articolisti e studiosi provenienti dall’intera provincia e dalle province vicine. Questo significa che la popolazione e gli insegnanti stessi sono incuriositi da questa nostra attività di ricerca, che sopperisce in parte ad un vuoto istituzionale”.
Un’iniziativa riuscita, quindi, realizzata dall’Anpi lendinarese nell’Ottobre-Novembre 2012, con la collaborazione dell’Amministrazione Comunale di Lendinara, dell’Università Popolare e della Biblioteca G. Baccari.
Frattanto Giuseppe Trambaiolo pensa già alla prossima mostra: “Tratteremo un altro aspetto della Resistenza: il contributo delle donne alla lotta di liberazione – afferma e poi aggiunge: “Vogliamo chiedere all’Amministrazione Comunale un luogo idoneo per poter creare un centro di documentazione permanente, consultabile su prenotazione da privati e istituti di istruzione”.
Arrivederci dunque alla prossima iniziativa dell’Anpi lendinarese.
Nell’anno delle grandi celebrazioni verdiane, in omaggio al bicentenario dalla nascita di Giuseppe Verdi, il Teatro Sociale di Rovigo ha voluto chiudere la stagione lirica 2012/2013 proprio con Nabucco, opera che più di altre è legata alla memoria del grande compositore. E’ stata proposta in un nuovo allestimento LiVe realizzato da Teatro Sociale di Rovigo, Comune di Padova, Città di Bassano Opera Festival, in coproduzione con Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.
A curare regia, luci, scene e costumi è stato Stafano Poda, un nome ormai noto nei teatri nazionali e all’estero, particolarmente apprezzato per la sua capacità di non essere conformista, per non voler ripetere né gli altri né tanto meno se stesso. Per lui “Nabucco, per quanto opera giovanile, possiede, musicalmente e drammaturgicamente, un procedere fluido ma intenso, sintetico e allo stesso tempo capace di emozionare nel profondo. Tanto è solido, che dal punto di vista registico ha porto il fianco ad una serie infinita di interpretazioni: dalla contrapposizione antica tra Ebrei e Babilonesi (che già era un pretesto risorgimentale per italiani e dominatori stranieri), si è passati a schemi più attuali quali Ebrei e Nazisti oppure Occidentali e Al Qaeda”.
“La via di questo Nabucco – ha aggiunto – è altra: per dar vero corpo a tale lacerante antitesi fra umanità, la strada è eliminare ogni riferimento contingente, spogliare tutto e affidarsi alla musica. Niente più divise, niente più buoni e cattivi, niente più armi e oppressi. La drammaturgia cessa di essere superficiale ma rassicurante e diventa una dimensione interiore: tutta la contrapposizione fra Ebrei e Babilonesi, fra Jeovah e Belo, fra fede e obiettività, viene ricondotta in contemporanea all’interno delle singole persone che abitano il palcoscenico. Il dissidio, la paura del diverso, l’antitesi non opprimono più genericamente un “popolo”, ma l’individuo: buoni e cattivi sono la stessa persona in punti diversi del suo percorso, oppure anche in attimi ravvicinati in maniera scissa, forse schizofrenica, a mostrare che bene e male sono in ogni uomo e i popoli sono tutti uguali. Sul palcoscenico, sopra alle teste, riflessa e immobile, pende semplicemente l’anima nuda e silente di ognuno dei personaggi”.
Rispettando i suoi propositi, il 15 e 17 febbraio 2013 Poda ha offerto un’opera profonda, cupa, intima, in grado di colpire contemporaneamente i sensi e l’anima, di andare alla mente e al cuore. Sul palco, coperto di terra, poche luci, proiettate lateralmente e dall’alto, hanno accentuato l’atmosfera mesta, minacciosa e fredda, tra alte pareti scure che suggerivano di volta in volta l’idea di un tempio antico o degli ambienti della dimora reale.
Dietro un sottile velo nero si è mossa la turba spaesata e confusa degli ebrei, rappresentata dai cori Li.Ve e Venezze Consort, offrendo una notevole prova scenica ma soprattutto vocale. Il gruppo, preparato in modo ottimale da Giorgio Mazzucato in una delle più difficili e note parti corali d’opera, si è dimostrato coeso, preciso e sensibile, meritando caldi applausi soprattutto alla fine del Va’ pensiero, anche se la sonorità è stata un po’ compromessa dalla scelta di far sdraiare tutti i coristi a terra, in contatto con il “sacro suolo”.
L’orchestra Regionale Filarmonia Veneta, diretta con discreta decisione dal finlandese Jari Hämäläinen, ha accompagnato un cast di grande forza e talento. Ottime le prove di Elia Fabbian, che ha sostenuto per la prima volta la parte di Nabucco con una vocalità piena e vigorosa, che ha saputo farsi anche eterea e affettuosa nel ruolo paterno addolorato; applaudito caldamente anche Riccardo Zanellato, uno Zaccaria deciso e tonante, con fraseggi impeccabili, perfetto come guida del popolo ebraico.
Il soprano Dimitra Theodossiou, una presenza scenica decisa e volitiva, purtroppo era un po’ indisposta, ma ha dato voce imperiosa e tagliente ad Abigaille, una parte di estrema difficoltà per la tessitura e per le dinamiche. Il tenore Armaldo Kllogieri ha interpretato la parte di Ismaele con chiarezza e precisione, oltre che con buona presenza scenica. Consensi anche per la voce calda e timbrata di Romina Tomasoni (Fenena), per Christian Faravelli (Gran Sacerdote di Belo), Massimiliano Chiarolla (Abdallo) e Silvia Celadin (Anna).
Lo spettacolo ha dunque rispettato l’intento del regista di essere né moderno né convenzionale, ma “antico”, privo di “effetti” e di piccole astuzie, caratterizzato da simboli usati come una sorta di strumento ottico, affinché il pubblico potesse “vedere e ascoltare la storia della propria anima, nel miserere della civiltà delle parole e delle immagini sprecate, dove Eros si crede libero e Thanatos rimosso”.
“Trasparenze”, titolo sicuramente azzeccato per la mostra, basata per lo più su fotografie aeree del territorio polesano, allestita con l’obiettivo di evidenziare tracce di un lontano passato della terra dei fiumi: aspetti sia di tipo geomorfologico sia relativi ai primi insediamenti umani, che – difficile a credersi per i non addetti ai lavori! – “traspaiono” sotto il manto dei terreni coltivati, rivelando antiche presenze.
Del tutto insospettato fino ad una cinquantina d’anni fa il passato che emerge dalle foto aeree: una sorprendente realtà divenuta via via sempre più evidente, grazie all’impegno continuativo di un manipolo di studiosi del CPSSAE (Centro Polesano Studi Storici, Archeologici ed Etnografici). Conoscenze che oggi vengono messe a disposizione della collettività, grazie ai pannelli della mostra, con l’obiettivo di fare amare ai polesani il loro territorio, in un’ottica di rispetto e valorizzazione delle antiche tracce individuate.
Capofila dei ricercatori è il dott. Raffaele Peretto – già direttore ed animatore del Museo dei Grandi Fiumi ed oggi presidente del Cpssae – che negli anni ’80 fece i primi voli di ricognizione in deltaplano, individuando nel territorio sicure tracce del lontano passato: segni che ci parlano di un Polesine solcato da fiumi diversi dagli attuali e culla di vivaci insediamenti protostorici.
Ad Adria la mostra è stata aperta dall’assessore alla cultura del comune di Adria, Mara Bellettato che ha evidenziato come l’esposizione stimoli nuove riletture del paesaggio polesano, su cui si deve appuntare l’attenzione della collettività. L’assessore provinciale Laura Negri dal canto suo ha sottolineato il valore dell’iniziativa, importante non solo per la conoscenza dell’insospettabile passato della nostra terra, ma anche quale valido supporto, ai nostri giorni, per la programmazione urbanistica, che deve tener conto della ricchezza e nel contempo della fragilità del territorio. Ha quindi annunciato la imminente realizzazione di uno specifico Atlante, utile strumento di consultazione e presupposto per nuove indagini.
La dott.ssa Sandra Bedetti, studiosa adriese, coautrice con il dott. Peretto dell’allestimento cartografico, ha spiegato come la mostra sia stata pensata itinerante, in modo da coinvolgere le varie comunità del Polesine e renderle compartecipi delle conoscenze acquisite. Un passo questo che, fra l’altro, si prospetta come propedeutico alla realizzazione dell’Atlante, il quale si caratterizzerà come una pietra miliare di conoscenza del territorio. L’art. 9 della Costituzione – ha osservato – indica la necessità di tutelare il paesaggio. E il paesaggio polesano si caratterizza anche per le eloquenti tracce di un passato antico che richiede tutela e valorizzazione.
Il dott. Peretto ha evidenziato come la mostra giunga a coronamento di anni di studio e ricerca, utilizzando sia foto aeree ottenute da vari istituti, sia quelle specifiche effettuate in deltaplano dai volontari del Cpssae. Ricognizioni queste ultime attuate in particolari momenti della stagione agraria quando la maturazione tardiva o accelerata delle messi dei campi permette di individuare sul territorio la presenza di paleoalvei. E proprio sui dossi degli antichi fiumi – in particolare quello che dagli storici è stato denominato come il Po di Adria – sono sorti poi villaggi preistorici, tra cui particolarmente significativo è risultato quello di Frattesina.
Ma praticamente ogni comune del Polesine troverà nella mostra motivi di interesse che – si auspica – incentiveranno ulteriori approfondimenti ed accentueranno la consapevolezza di vivere in un territorio unico sotto l’aspetto idrogeologico e i riferimenti alla storia più antica.
Su quattro spazi danzano cigni neri. Su cinque righe perdono l’equilibrio corvi bianchi. Un violino prezioso protetto da una chiave. È musica. Mio momento. Scrivere al nulla su nulla per nulla. Il tempo non ha più tempo. Il niente di certe ore è mille volte meglio. Passione senza argini. Voglia permanente mi pedina, mi corteggia, insistente, ostinata, in bilico tra l’orribile e il sublime. Officina creativa. Non risparmia. Sperpera sentenze. Stella esplosa, variegata, instabile. Che gioca con il fuoco. E ha fretta di capire.
(da “Latte, caffè. E una goccia di miele”)
NONNO
Una mela cotta sul comodino. La flebo al braccio. E il totale, disarmante silenzio. La sua immagine riflessa la vedo scomparire. Nei miei ricordi c’è un uomo rude. Il tempo aratro perenne scolpisce il suo viso: il volto si completa, non invecchia. Per chi ci crede. E adesso? Si va. Non sento i violini, nei tuoi occhi mi son bagnata. Siamo tutto e siamo niente. Hai mangiato minestre di tempo dal sapore amaro e il cucchiaio nel piatto mescolava le date. La vita, che strano temporale. Non si può dire basta. Stringe sogni sbiaditi, struccati, usati o infranti in un cassetto. Fisso a lungo quest’uomo e i suoi ottanta inverni. Lui è ogni vecchio. Lui è ogni bambino. Lui aspetta. Tanti soli continuano a bussare dietro le nuvole. Lui, l’Etoile della vita, s’inchina. Ed è pronto ad uscire di scena.
(da “Latte, caffè. E una goccia di miele”)
BUONA PASQUA
Cristo che fatica restare appeso su tutti quei muri dei tanti tribunali. Ne vedrai di ogni tipo. Sentirai parole su parole. Terribili. Buffe. Proprio tu. Vittima di un processo ingiusto. Una condanna sbagliata accanto a un ladrone. Già ti tocca immobile davanti a scolaresche infernali, in aule dove girano più canne che vie crucis. Sei ormai fisso o dondoli sui davanzali siliconati di certe maddalene superfirmate. Cominciò una stramba prese il nome di Tua madre, cantava e si faceva chiamare Madonna. Ti tengono lì, testimone di festini notturni. Strano. Ma non per te. Tu hai costruito la prima religione alla pari sulle nostre contraddizioni. Forza straordinaria, la Tua. Fa ancora paura. Quelli che vorrebbero cancellarti, non vederti, dimenticarti. Crocifissioni, guerre, terremoti. Sulle nostre terre approdano fratelli e sorelle in cerca di futuro: ti assomigliano tanto, uomini e donne disperati, rischiano come Te, spesso nudi come appari Tu nei dipinti delle Chiese. Persecuzioni che continuano nel silenzio mondiale. Ma noi resistiamo. Celebriamo la tua ultima vittoria. Nonostante tutto. È una festa sapere che Ci sei ancora. Per tutti. Anche per chi non Ti vorrebbe.
(da “Latte, caffè. E una goccia di miele”)
SMS
Toglici una lettera, sbattici una kappa. Apostrofi e tamarri. Sbrigativi come una mano sulla chiappa. Vola leggiadro, viaggia di messaggio in messaggio: AMORE lanciato a manciate. Ovunque. Come a Carnevale coi coriandoli. Sputato a casaccio. Amore miagolato, scosciato. Sboccia come un TESORO, CARA, COME VA, un Amore che sorride a denti stretti. C’è sempre un Amore da chiamare, un messaggio da riempire. Multifunzione. Applicabile. Comodo. Ricorrente. E vuoto come un CIOÈ. Rimbalza. Non è l’Amore Spiato di Prevert Bello come il giorno. Cattivo come il tempo. L’Amore che vieni, l’Amore che vai alla De Andrè. È Amore massacrato. Sostantivo screditato. Successo che diventa scopo. Senza impegno. Illusi. Una goccia di talento. E un mare di lavoro. Un giorno lo capiranno. Campa cavallo.
(da “Latte, caffè. E una goccia di miele”)
IL TOSSICODIPENDENTE
La polverina avvolta nel foglio di stagnola perfettamente piegato. Il fumo marrone che sale dalla pipa. Aspira. La scarica di piacere. Gli occhi gli si girano all’indietro. Si affloscia sulla sedia. È addormentato, o sveglio, o sta sognando. E non gli interessa niente e nessuno. Tutto è perfetto. Questa è la droga. Ogni tanto lo fa. Illogica euforia. Paradiso e poi ritorno. Crede agli istanti felici. A quelli che sfidano la vita. E così, nell’estasi di uno sputo di secondi, perde la battaglia più importante. Quella per i suoi sogni.
(da “Latte, caffè. E una goccia di miele”)
INCUBO
Avviluppata di spine Gonfia tra ortiche Stillate di fame riempiono la debole mente. Alice duramente conquistata, pazza spirale, furiosamente disorientata.
In questa mitica terra dove il fiume incontra il mare tra fragranze e più intensi colori tra dune ed umide praterie io sto a contemplare il cuore pulsante del mio Delta. Terra unica, terra salvata terra diversa e sempre uguale terra da scoprire e da vivere che nel suo grembo tra magiche valli e lagune accoglie da sempre assolati pescatori. Tra specchi d’acqua e allagate risaie
lungo quella linea chiara di confine in un magico gioco di riflessi all’improvviso appaiono colorati capanni. Qui, da bambino meravigliato in estati battute dal sole di sabbia ho costruito instabili castelli e nel tempo che inesorabilmente passa continua a rimanere viva in me forte un’emozione.
CROCIFISSO
Come Legno appeso alle pareti più non appari. Al nostro collo come ornamento sospeso rimani ma sempre meno sei presente nelle nostre scelte.
Come credenti siamo rimasti al Tuo servizio solo a “part-time” e con riguardo Ti abbiamo isolato prima ancora di una triste sentenza.
Giorni amari sono quelli che stiamo vivendo! Aiutaci, Signore, a rientrare in noi stessi per riconoscere il potere di un segno che resta di speranza per tutti… e perdona.
IL GIORNO DEL SÌ
Ancora vicina nel tempo una data ricorda il nostro primo incontro: sorrisi giuramenti baci carezze. Primi giorni felici. D’invidia su di noi è fissato degli altri lo sguardo mentre il giorno del sì s’avvicina tra speranze disegni progetti. E l’alba di questo giorno che lontana nel tempo parea è già qui: davanti all’altare fiorito un sogno s’avvera. Ora non più speranze disegni progetti nel vuoto ma veri: una promessa si tempra e fa di un amore sincero un impegno di vita.
MI ‘ME RICORDO…
Mi ‘me ricordo me nona co’n paròlo de maco davanti a on casòn co’ drento quatro bosegàti. Me nono mi ‘me ricordo sentà sul caregòn davanti ‘na poènta ‘pena robaltà. Me mama mi ‘me ricordo su ‘l fianco de na gràmola sentà co ‘n pugno de lievito fra ‘e man pronta a inpastàre na fornà de pan. Mi ‘me ricordo me pare
in t’on canpo d’aràre pronto a guidare (anca senza patente) siè vache a on varsùro tacà. De mi ‘me ricordo pa’ na strada de fango in z-zerca tra la fumara de ‘na scola distante come on fiolo ‘migrà. D’on canto de galo mi ‘me ricordo de fogolàri inpizzà de fole cuntà e de leti scaldà. On tenpo vissù fra segni de crose e tante oraziòn che ‘ncòra ‘desso sa ghe penso mi sento par drento na grande emoziòn.
POLESINE
Tera inpastà de lagreme e sudore de omani forti dal destin segnà.
Casa speranze lassà pa’ na strada nova e tanti ricordi sofegà.
Tera de rinpianti ca me fa ‘n te ‘l sogno pi’ belo tornar putìn davanti a na casa piena de serèn d’on dì d’istà.
Spetando el sole del dì dopo penso a ti come na mama ‘speta pregando on fiolo scapà.
PARLAMI
Parlami, ti prego. Se non mi parli il cielo rimane tagliato in due ed anche le parole mie e tue diventano un mare impossibile da attraversare. Se ci sediamo vicini e insieme ne parliamo allora le parole si trasformano in un seme che poi diventa un albero e poi diventa un bosco dove tu mi riconosci e io ti riconosco.
INFINITI SPAZI
Non ha musica la caduta folle di una stella: graffio di luce nel pennello del buio che sa di regalare infiniti spazi.
“TASSINA” EL ME QUARTIERE
So’ qua come ogni matina blocà in te ‘l cuore de ‘a me “Tassina” ca ‘speto squasi in adoraziòn ca se alza le sbare: dovarìa passare che ‘l famoso treno che d’istà a “gran velocità” ne porta tuti al mare. I minuti i passa la coa de zente la se fa senpre più longa qualcun sbufa altri sentà al volante co ‘l motore impizà i sona. A parte el consumo de benzina ‘ghe da sperare che la litorìna no ‘a sia ancòra ferma…a Verona.
Da senpre strifelà fra la zona industriale e ‘a çità par tanti passare par qua l’è on percorso squasi obligà. Sora ogni loto de tera anca se a verde destinà in pochi dì i ga za belo che fabricà. Cussì, in te sta zona cresse senpre de più case e abitanti ma manco i servizi e l’aria bona. Che belo ca sirìa svejarse on bel dì sicuri de no’ sognare e scoprire sto Quartiere ancòra tuto da inventare finalmente senza treno e senza sbare.
Ramedello è una strada arginale che costeggia l’Adigetto. Non è una vera borgata, è solo una striscia di terra arroccata sulla riva del canale che si allunga per un paio di chilometri costeggiando la terra di Chiavarin. Tradizionalmente una “zona rossa”, dove fino a qualche anno fa tutti si palesavano orgogliosamente comunisti, iscritti alla sezione di Dante Pavarin, storico attivista del partito, il quale una volta alla settimana distribuiva l’Unità ai compagni più fedeli che sapevano leggere. Una piccola repubblica che si riconosceva in Gramsci, Matteotti (anche se era un socialista), e nel giovane Togliatti.
Già terra di frontiera per un fascismo che in quella via faceva fatica ad imporsi, annoverava un unico iscritto al Fascio: era Dante Forattin, – cugino del Pavarin – attivista del partito sin dai tempi della Marcia su Roma. Nonostante l’evidente divario nei confronti della comunità rossa, a Ramedello, Dante non aveva mai avuto dei problemi perché era uno di loro e nessuno poteva fargli niente. Ma in una spedizione punitiva dalle parti di Ficarolo aveva avuto la peggio, e quelli che doveva punire lo avevano gettato fuori dal balcone assieme ai suoi camerati.
Dante era un bell’uomo: non molto alto, ma nobile nei lineamenti del viso e sempre attento a come parlava. Il volo dalla finestra del primo piano lo aveva però reso storpio, piegato su se stesso per i danni procurati alla spina dorsale. Ma nemmeno dopo questo episodio, nella “Piccola Repubblica” era stato emarginato.
La gente, nonostante episodi tristi come quelli delle “spedizioni punitive”, non era del tutto ostile al Fascimo perché aveva riportato l’ordine in una Italia scossa da troppi scioperi. E se qualcuno prendeva delle posizioni troppo critiche nei confronti del regime veniva bonariamente redarguito. Così capitò a Nani Panin, nemmeno tanto rosso e sostenitore di Nenni, che aveva avuto degli avvertimenti: “Stai zitto, che te ne frega di quello che succede a Ferrara o a Roma. Tu sei di Ramedello, qui puoi essere rosso fin che vuoi e nessuno ti dirà mai niente. Ma fuori no, tieni la bocca chiusa”.
Ma a lui non dispiaceva l’ombrètta, così quando i bicchieri di Clinto (il vino che tutti bevevano perché ricavato dalle vigne che avevano nell’orto o davanti casa) diventavano quattro o cinque, qualcosa gli scappava contro il Duce o il Podestà. Per la verità a lui Mussolini era anche simpatico: figlio del popolo e sincero nei suoi sentimenti. Ma non tutti i gerarchi erano come lui. Molti capoccia locali, di solito quelli con le “palanche”, con la scusa dell’Ordine e dell’Italia dell’Impero fatale sui colli di Roma, ai poveretti ne facevano passare di cotte e di crude.
E la povertà, davvero, era un affare serio. In molte case erano le “renghe” (sardine) a fare bella mostra di sé al centro della tavola. Uno ci strofinava sopra la polenta che così sapeva di qualcosa.
Di solito la paga finiva la domenica sera, all’osteria, con l’ultimo mezzo litro servito da Maria, la moglie di Dante, quello nero che lei aveva sposato anche se era storpio. Lunedì era il giorno più triste della settimana: non c’era un soldo e per avere un “toscano” (sigaro), si doveva aspettare che le galline facessero qualche uovo.
Se uno aveva la donna che lavorava, viveva in modo più soddisfacente. Con due entrate si poteva anche mangiare la carne una volta al mese. La moglie però era meglio averla bruttina perché al padrone le donne facevano sempre gola. La “Signora” non sempre era disponibile, così lui doveva arrangiarsi con i bordelli di città o qualche sposa che aveva alle sue dipendenze. E queste ultime, secondo lui, erano meglio di quelle di mestiere. Più fresche, meno smaliziate e non costavano che qualche regalo e molte promesse campate in aria. Bastava che fossero giovani. Se poi erano belle, tanto meglio. Per loro non c’era scampo.
In paese era facile vedere tanti “figli del padrone” che a papà, quello di casa, non assomigliavano per niente. Qualche giovane non sopportava questi soprusi e allora se ne andava in città. Ma era la stessa cosa. Meglio allora tornare al paese e far finta di non vedere, mettendosi davanti qualche bicchiere di vino. Alla fine, i figli, quelli giusti e quelli del padrone, bisognava comunque tirarli su.
Nani la moglie se la teneva stretta. La sua Agnese non era una bellezza da copertina, ma aveva tutto della misura giusta. A differenza delle amiche che lavoravano in campagna, lei faceva la sarta, grazie ad una vecchia Singer. Un regalo della zia di Nani che era di Ferrara ed era più emancipata. Da qualche tempo però non cuciva più perché aveva trovato un posto come bidella a Pontelagoscuro, sull’altra sponda del Po. E qualcuno – in particolare Ettore Pajareni, amico del Podestà, commerciante di bestiame, fresco fascista (per convenienza) e con un figlio pronto ad entrare nelle Camicie Nere – l’Agnese l’aveva notata.
Fu così che una domenica, all’uscita della Messa prima, Ettore aveva aspettato l’Agnese con la scusa di sapere qualcosa del marito. Lei non si era nemmeno fermata un attimo ed era scappata via impaurita.
La domenica seguente l’uomo era ancora lì e l’aveva avvertita dei pericoli che correva il suo Nani. Disse che, per quanto lo riguardava, Nani era da considerarsi un buono, ma qualche suo amico camerata ce l’aveva con i rossi e sapeva i nomi di tutti quelli di Ramedello che non erano con il Duce. E anche Nani era tra quelli da tenere d’occhio. “Io posso fare molto per lui!” aveva gridato alla donna ormai lontana.
Per tutta la settimana Agnese non uscì di casa, nemmeno per andare a trovare Maria, la moglie di Dante (quello nero sciancato), sua cugina e sua confidente fin da piccola.
Nani, vedendola triste e pensierosa, si preoccupò. Avevano un figlio di otto anni, Alberto, appassionato di aquiloni, che con il vento a favore li faceva alzare fino a cento, duecento metri. “Forse è in arrivo il secondogenito”, pensò, ma lei smentì di essere incinta, continuando però a rimanere assorta senza rivelare i motivi delle sue preoccupazioni, temendo la reazione del marito.
Nani cominciò a farsi mille domande e arrivò alla conclusione, non si sa perché, che fosse tutta colpa del prete, don Corrado, un tipo sempre pronto alla battuta e talmente sicuro di sé da permettersi il lusso di non essere tenero nemmeno con i fascisti. Era anche un bell’uomo e veniva da una famiglia benestante. “Che gli sia venuta una voglia anche al prete? – pensò – dopotutto è sempre un uomo.”
Per togliersi ogni dubbio si recò in chiesa per incontrarlo. Entrò nella sacrestia con il cappello in mano e gli occhi che guardavano il pavimento. Era sabato sera e don Corrado aveva appena finito di confessare.
“Nani – domandò il parroco, sorpreso di vederlo – come mai da queste parti? C’è qualcuno che sta male?”.
Nani lo guardò in faccia e intuì subito che il prete non c’entrava niente. Gli disse allora della tristezza di sua moglie, che quasi non parlava più. Don Corrado rimase un attimo in silenzio. “Guarda Nani – gli confidò allora il parroco – corrono voci che a Pajareni sia venuta una specie di voglia per tua moglie. Sarà una bravata, una scommessa con gli amici, ma io ci starei attento. Sono due o tre domeniche che si fa vedere in giro. Io l’ho saputo da alcune donne della Messa prima che si sono confidate con me.”
“E lei, mia moglie?”, domandò Nani visibilmente agitato.
“Lei non ha nemmeno girato gli occhi – lo tranquillizzò don Corrado – ma Pajareni è un testone che crede di avere diritto a tutto. Sempre. Comunque, per prudenza, l’Agnese per un po’ tienila a casa. Portala a Messa a Fratta o a Gognano.”
Nani salutò in fretta, si mise il cappello in testa e tornò di corsa a casa. Il giorno dopo, con la scusa di andare a trovare Dante, quello rosso, portò Agnese a Messa in quel di Fratta e nel pomeriggio si mise sulla sponda dell’Adigetto a osservare il figlio Alberto che mandava alto il suo aquilone, rosso come la bandiera del partito.
Era una bella giornata di primavera e la leggera brezza che spirava da ponente stava dando una mano al ragazzino. Tutto d’un tratto si udì un colpo di pistola e Alberto, impaurito, mollò tutto e corse verso il padre. Nani si alzò in piedi; ancora non si era reso conto della situazione che Pajareni era già lì, in compagnia di due amici.
“E’ così – gli urlò in faccia – che insegni l’amor di Patria a tuo figlio, permettendogli di fare aquiloni rossi per far piacere ai tuoi amici comunisti?”
“Tu sei scemo se spari ad un aquilone perché è rosso.” – gli rispose secco Nani.
“Sei una lenguazza (lingua lunga) – replicò minaccioso Pajareni – e questo non fa piacere ai miei amici.”
“Se sono tuoi amici, saranno imbecilli come te “, ribatté duro Nani.
Le sue parole scatenarono l’immediata reazione dei tre, che in un lampo gli furono addosso. Vistosi accerchiato, Nani tirò fuori la corteina (coltello ricurvo a serramanico) che usava per tagliare i rami più piccoli del vigneto. “Avanti il primo – disse minaccioso – che gli taglio il collo con un colpo solo”. Ma i tre non si fecero intimorire e, strattonandolo da tutte le parti, riuscirono a farlo cadere.
Alberto intanto era scappato verso casa per avvertire la mamma. Qualcuno però aveva visto tutto, cosicché, all’improvviso, sorprendendo gli aggressori, uscirono fuori dalla scarpata alcuni ragazzi della via che, nel giro di pochi, minuti fecero volare nell’Adigetto Pajareni ed i suoi amici.
L’acqua nel canale era poca ed i tre non faticarono molto a raggiungere la riva opposta di via Casaria, dove risalirono inzuppati di fango e melma.
“Questa è Ramedello, non l’Italia del Fascio “, gridò uno dei giovani rivolto ai tre che erano rimasti immobili sulla riva opposta, ancora increduli di quel che era successo.
Da allora Agnese riprese ad andare alla Messa di don Corrado. Pajareni non si fece più vedere, e Ramedello ha continuato ad essere la piccola repubblica rossa in una Italia tutta nera.
La prima volta che ci siamo incontrati, non ero neppure certa che fosse realmente accaduto e, per qualche tempo, ho inconsciamente deciso di non ripensare a quello strano e improbabile approccio.
Al nostro secondo incontro, non ho potuto evitare il collegamento tra i due episodi e le particolari sensazioni provate e, nonostante la mancanza di indizi concreti, la “tua” presenza è diventata una certezza, almeno per me. Ricordo spesso quando ti ho “avvertito”: un brivido veloce mi percorre ancora le spalle e poi scende verso la colonna vertebrale scaricandosi nelle ginocchia, che diventano di ricotta.
Non posso dire se casualmente o volontariamente, ma “tu” hai stabilito un contatto fisico con me, scegliendomi, forse deliberatamente o forse no, tra gli altri membri della famiglia, che pure erano tutti – cosa che non capita spesso – presenti.
Qualcuno mi aveva appena sfiorato, delicatamente – ma senza tralasciare un centimetro di pelle -, il braccio, una parte di collo, l’orecchio e la guancia sinistra, nel cuore della notte.
Il risveglio, immediato, è stato caratterizzato da pelle d’oca e cuore in tumulto, uno strano senso di paralisi e la certezza di una presenza – non familiare – che aveva toccato le parti sinistre scoperte del mio corpo. Dormivo, come sempre, sul fianco destro, girata verso il mio comodino, con il braccio sinistro scoperto e allungato sopra il cuscino.
Quando il cuore ha ripreso un battito più regolare, mi sono istintivamente voltata verso mio marito: dormiva pacificamente, dandomi le spalle, abbandonato nella sua solita postura, il respiro regolarmente interrotto da piccole pause di apnea, provocate da un lieve russare, ormai consueto e familiare. Ho fatto una rotazione sul fianco sinistro, in direzione della finestra. La camera, illuminata da qualche abbaglio di luce lunare, che filtrava dalle fessure delle tapparelle, permetteva di indovinarne tutti gli arredi. La panoramica del mio sguardo confermava che tutto era perfettamente a posto, le finestre erano perfettamente chiuse.
Eppure….
Non era stato mio marito a sfiorarmi, lo sapevo con certezza assoluta, ma allora chi mi aveva accarezzato, lievemente ma riuscendo a svegliarmi?
Mi alzai piano, per non allertare nessuno (camminando al buio rifletto più chiaramente, è così da sempre). Mi avviai verso lo studio: volevo controllare la posizione di Frida e Diego, i miei gatti. Dormivano teneramente abbracciati, due ciambelle grassocce, pelose e tenere. Durante il giorno sono entrambi disposti a sfidarsi all’ultimo sangue per accaparrarsi un bocconcino di cibo, ma la notte ridiventano buoni fratelli e dormono abbracciati o acciambellati, sempre vicinissimi, sempre sulla poltrona dello studio.
No, nessuno di loro si era mosso, era indiscutibile, non avevano neppure mosso la coda o un solo orecchio per farmi capire che sapevano che c’ero – e lo sapevano benissimo – non avevano nessuna intenzione di emettere neppure un flebile “mao” di saluto. Stavano assolutamente e pacificamente immobili, sperando che non li disturbassi.
La sensazione di sfioramento che avevo avvertito non era stata provocata da un loro passaggio sul mio letto – evento non così raro – e poi non se ne sarebbero andati mai e poi mai senza esserne forzosamente invitati. Lo sapevo già, ma volevo comunque verificare. Un bel bicchierone d’acqua, poi tornai a letto e ripiombai in un buon sonno compatto, senza sogni.
L’indomani, accennai a mio marito della sensazione avvertita, ma l’accaduto venne liquidato in un battibaleno: uno strano risveglio provocato da una carezza inspiegabile? Era stato, di certo, provocato dalle solite stronzate che guardo in TV, amo molto il genere thriller e non mi perdo un poliziesco manco morta.
Di certo avevo rielaborato, nel sonno, un turbamento televisivo.
La spiegazione convinse solo lui, ma era inutile insistere, le 7.30 non erano l’ora giusta per un argomento irrilevante per chi di mestiere fa il medico ospedaliero ed è abituato all’analisi di fatti concreti più che alle mere sensazioni. Anch’io, terribilmente in ritardo, mi precipitai fuori casa e dimenticai immediatamente la notte passata, il brivido e lo sconcerto provati. Il nuovo giorno con le sue quotidiane incombenze, mi assorbì in un battibaleno.
Dopo qualche tempo, “ti” sentirono o videro, i due gatti.
Stavo riordinando il telo che protegge il divano dai peli grigi e lanosi di Frida e Diego che mi osservavano già pregustando di riappropriarsi, quanto prima, della postazione forzatamente persa. Improvvisamente si irrigidirono per poi voltarsi simultaneamente verso l’ingresso di casa: il pelo irto, la coda abbassata che zigzagava bassa e minacciosa, le orecchie appiattite schiacciate ai lati della testa. “E che avrete mai visto, un elefante?” Risi, immaginando che magari un’ape o una mosca stessero sfidando la loro, non del tutto compromessa, natura felina. Ma la risata fu di breve durata perché i due, con le pupille dilatate, si rifugiarono – correndo all’impazzata – sotto il divano.
C’era davvero un elefante, in ingresso?
Perlustrai tutti gli angoli visibili – inforcai persino gli occhiali – ispezionai ogni anfratto di ingresso studio e soggiorno. Le finestre erano chiuse, non un insetto visibile nei dintorni. Forse si era trattato di un ragno, risalito veloce verso la sua ragnatela e che non riuscivo a stanare? Mi spostavo lentamente, con la testa all’insù, già temevo di incrociare lo sguardo con quello di un ragno enorme, con occhi tanto perfidi da spaventare i miei due gattoni (detesto i film horror, ma qualcosa sui ragni assassini l’avevo visto e mai più scordato). Per fortuna non scorgevo movimenti sospetti sulle pareti, ma l’idea che una Tarantola mi tendesse un agguato, continuava a terrorizzarmi.
Per sentirmi più sicura indossai un cappello da fantino, che mia figlia Alessia aveva usato in un periodo della sua adolescenza, e che era, da allora, riposto nell’armadio d’ingresso. Mi stava un po’ stretto, ma mi sentii al sicuro: era rigido come un elmetto: se qualche ospite indesiderato, pelosetto e a più zampe, avesse tentato di aggredirmi, lanciandosi in picchiata,dal soffitto, si sarebbe fatto del male…
Mi sentii improvvisamente ridicola, in tuta e ciabatte, con un cappello da fantino in testa, sbirciata di sicuro dai gatti scomparsi sotto il divano: dovevo ritrovare il raziocinio. Mi tolsi, con qualche sforzo, il mio improvvisato elmo protettivo e, dopo un’ultima e ancora incerta occhiata al soffitto, la ragione iniziò ad avere il sopravvento sull’aracnofobia.
No, non poteva trattarsi di un ragno, per quanto sovradimensionato, i miei gatti avrebbero tentato di catturarlo, loro cacciano qualsiasi cosa in movimento, emettendo una specie di grido di guerra:”ach, ach, ach, ach”, molto gutturale che, immagino – e spero – facciano tutti i gatti del mondo in vista di piccole prede.
No, qualcosa li aveva completamente terrorizzati e il fatto straordinario fu che restarono nascosti sotto il divano fino a sera inoltrata. Non riuscii a convincerli ad uscire allo scoperto, neppure offrendo loro dei pezzetti di petto di tacchino, uno dei loro cibi preferiti, una vera leccornìa. Nulla li smuoveva.
Un giorno intero nascosti sotto il divano. COSA avevano visto? Era forse il caso che anch’io mi nascondessi, magari sotto il letto o dentro un armadio?
Rabbrividii.
No, meglio di no, non si può mai sapere cosa nasconda un nascondiglio.
Naturalmente ne parlai a cena con marito e figlie. Non trovando una logica spiegazione. “Cosa vuoi che abbiano visto, un fantasma?” mi dissero, guardandomi con la comprensione fasullamente pietosa, che si indirizza a un caso umano bisognoso di un intervento psichiatrico o destinato ad esserlo quanto prima.
Fu tra loro sarcasticamente concordato che – insieme ai gatti – andavo sorvegliata anch’io, a vista, almeno per qualche giorno. Accettai, più o meno ridendo, le battutacce che si susseguirono per tutta la serata, non insistetti e non mi sognai di rilevare che la sensazione che il comportamento misterioso dei gatti mi aveva fatto provare, mi rammentava, chissà perché, l’inspiegabile sfioramento notturno e quel senso di smarrimento già provato.
La “tua” terza, plateale, partecipazione alla nostra vita familiare – misteriosa e sconosciuta presenza – fu davvero sentita, discussa e presa – per la prima volta – in debita considerazione dal resto della famiglia.
Devi essere un tipetto estroso, tendenzialmente – ma non esclusivamente – notturno, che ama le esibizioni di grande impatto e, come tutti gli esibizionisti, hai bisogno di stupire e di suscitare forti reazioni: beh, ancora una volta, durante una notte, ti sei fatto sentire, eccome se ti sei fatto sentire.
Un boato ci fece saltare tutti mezzo metro sopra il letto, i capelli rizzati in testa, la convinzione di vivere un evento tragico. E nel dire tutti, intendo tutti, gatti compresi, dato che si erano subdolamente introdotti nella mia camera da letto, convinti di passare una notte beata ai piedi del lettone. In un baleno e dopo una miagolata agghiacciante, divennero invisibili. “Che succede? C’è il terremoto?” Ci alzammo tutti, temendo una seconda scossa sismica, iniziando a radunare alla rinfusa alcuni indumenti e le scarpe, pronti a fuggire anche senza gatti (ma dove si erano nascosti?).
Ma nulla si muoveva e non provavo il senso di vertigine tipico del “dopo scossa”. Il silenzio e la quiete erano totali, solo i nostri cuori spaventati erano in tumulto.
Si era infranto un vetro, questo era un dato certo, a giudicare dal rumore di cocci che tutti avevamo udito. Sedici finestre da controllare non sono poche, ma il lavoro venne quasi equamente suddiviso in quattro. A me spettavano salotto, cucina e locale caldaia.
Individuai quasi immediatamente il luogo e la causa del boato: il grande quadro, di stile decisamente Naif, raffigurante una faticosa “Mietitura” appeso sopra il vecchio armadio della mia cucina (un armadio grande e datato, che conferisce all’ambiente un’aria accogliente e vissuta – come piace a me), era a terra, in un mare di schegge.
Un oceano di schegge.
Il mio primo pensiero fu che, per fortuna, nessuno si era trovato in cucina qualche minuto prima. Un bicchier d’acqua o un frutto, a volte, ci fa incontrare davanti al frigorifero, in piena notte, subito raggiunti dai gatti che si illudono che si stia allestendo una mensa occasionale, aperta a tutti i convenuti.
Mandai tutti a letto “mi arrangio io a raccogliere i vetri, è più sicuro e mi muoverò più agevolmente da sola. Ricordate piuttosto che, per qualche giorno, nessuno dovrà camminare a piedi nudi per casa”, aggiunsi”. Cosa che amo fare solo io.
Dopo aver raccolto, tra un’imprecazione e un pensiero di sollievo per la grazia ricevuta, tutti i vetri al momento individuabili, me ne tornai a letto con istinti uxoricidi: il quadro andato in frantumi apparteneva ad un parente di mio marito, marito che stava nuovamente e beatamente russando e io, con la schiena a pezzi, completamente sveglia, mi apprestavo a far passare quelle tre ore che mi separavano dal risveglio mattutino. Chissà poi che bel risveglio sarebbe stato.
Stranamente, ci alzammo tutti insieme. Forse un po’ di rimorso per la mia faticata notturna aveva reso meno profondo il sonno di figlie e marito, anticipandone il risveglio. Si offrirono, addirittura, di prepararmi il caffè e allestirono anche una piacevole tavola da colazione, con grande profusione di sorrisi. Solo i gatti – riapparsi da chissà dove – non mi degnarono di uno sguardo, convinti di certo che avessi io, di proposito, provocato tutta quella bagarre notturna, col perfido intento di farli sloggiare dal lettone.
Dopo il caffè, con l’accuratezza di una squadra Scientifica di Polizia, iniziammo ad esaminare la scena del misfatto. Capitanavo il gruppo, dall’alto della mia esperienza di fan sfegatata di film polizieschi.
La grossa vite a forma di uncino, che reggeva il quadro, era integra ed appesa al muro; l’altrettanto grosso gancio appeso alla cornice del quadro, molto robusto pure lui, era visibilmente indenne e non si era spostato di un millimetro dal punto di attacco in cornice. Cornice di legno pesante e grezzo, che non era neppure scalfita, solo il vetro era esploso.
La dinamica della caduta del quadro era assolutamente inspiegabile.
“La mietitura” si era sganciata dalla parete (e per farlo doveva aver fatto un movimento verso l’alto), aveva sorvolato l’armadio in tutta la sua notevole profondità e, senza neppure scalfirlo e senza procurarsi un graffietto o una scollatura, era precipitata a terra, circa 60 cm. davanti alle ante dell’armadio, mandando solo il vetro in mille pezzi.
Ci abbiamo ragionato giorni interi ma, dopo molte congetture, l’unica convinzione raggiunta era che il quadro mai e poi mai si era staccato da solo, visto che avrebbe dovuto sollevarsi di qualche centimetro prima di fuoriuscire dalla vite a uncino e nessuna scossa sismica era stata avvertita nel Polesine, ne avevamo avuta informazione certa.
“Qualcuno” lo doveva aver staccato.
Non un “qualcuno” qualsiasi, ma anche dotato di una notevole forza ed altezza, vista la posizione alta in parete ed il notevole peso de “La Mietitura” e, dopo averlo staccato, l’aveva semplicemente lasciato cadere a terra. Di proposito. Ne ero istintivamente e ferocemente certa: dopo aver staccato il quadro ed averlo attentamente esaminato e giudicato una schifezza, quel “qualcuno” lo aveva gettato a terra sprezzante, con l’intento di danneggiarlo e di svegliarci, per darci dimostrazione delle sue prodezze o, forse, della nostra mancanza di buon gusto in fatto di scelte pittoriche.
La famiglia era in disaccordo solo su quest’ultima mia convinzione – irrilevante tuttavia, rispetto all’accaduto.
Devo dire che questo episodio ci ha fatto riflettere molto, ma nessuna teoria risultava accettabile, né trovava il minimo consenso, neppure dopo una serie di consultazioni esterne fatte tra le poche persone amiche a cui confidare le nostre perplessità. “Un vero mistero”, questa era la frase di chiusura di ogni congettura avanzata.
Un dato però risultava di comune condivisione: in casa nostra c’è una presenza – non fisica – sconosciuta (e se fosse conosciuta?).
A questa ulteriore ed ormai innegabile constatazione della nostra – non desiderata – coabitazione, ho deciso, dopo averci molto riflettuto, che tanto valeva stabilire un rapporto di civile convivenza con “te”, sconosciuta presenza, visibile solo ai miei gatti.
A conti fatti, a parte alcuni oggetti che improvvisamente spariscono e che ritrovo dopo ripetuti messaggi che ti lancio ad alta voce “Smettila con i giochini, perché sto cercando una cosa che mi serve e anche subito…” (accertando che nessuno sia presente in casa… non posso pretendere comprensione eccessiva, se non dai gatti…), altri momenti di forte stress non li hai più creati.
E, prima o poi restituisci tutto quello che ti diverti a nascondere: i 20 euro scomparsi dalla mensola d’ingresso e che ho ritrovato, ben piegati, dentro una delle scarpe da tennis, che non usavo da anni, mentre mi accingevo ad eliminarle; la borsa nuova che, seguendo lo strano impulso di riaprire una vecchia cassapanca, ho rivisto dopo circa una settimana di femminili e casalinghe ricerche con tanto di accuse reciproche con le mie figlie “L’hai usata tu e l’hai lasciata chissà dove” “No tu l’hai presa, lo ricordo benissimo”….
Il gioco del nascondino deve davvero divertirti tanto, beh, sempre meglio che rompere vetri nel cuore della notte, ne devo convenire.
“Ma sei matta, non hai paura?” mi dicono le poche persone che – fino ad oggi – sono state messe a conoscenza della misteriosa convivenza.
Paura? No, dopo il nostro primo incontro, non l’ho mai più veramente provata. Curiosità sì, tantissima. Nervosismo a volte, anche un po’ di preoccupazione, perché non so davvero come questa strana relazione si possa evolvere. Ma paura no, non me ne fai, non più.
Ma chi sei e cosa ti lega a questa casa, questo davvero vorrei scoprirlo. Vivi qui da sempre o vieni a visitarci di tanto in tanto, sei un fantasma o una persona che abita un mondo parallelo dove – ogni tanto – le persone si percepiscono, senza incontrarsi veramente; sei consapevole di me, come io lo sono di te, sei uomo o donna, adolescente, vecchio, bambino?
Quante domande senza risposta, forse resterai il mio mistero, per sempre.
E se ci magari ci conoscessimo, se tu fossi un conoscente o un parente che ancora non lascia questa dimensione ?
Un giudizio su di te sento, comunque, di poterlo esprimere.
Di tanto in tanto capita ancora ai miei gatti di avere delle strane pause di immobilità totale, in cui fissano lo sguardo nel vuoto, muovendo la coda come per prepararsi ad attaccare o difendersi, o comunque fanno un gesto di grande e inusuale concentrazione…ma è solo un attimo, dopo tornano tranquillamente alle loro posture abituali.
Io sono convinta che tu ci sia, in quel momento, e che loro ormai siano in grado di riconoscerti e non ti sentano ostile. Questo mi fa pensare che tu sia o sia stata una persona buona. A me piace molto la bontà nelle persone – prima ancora del fascino o dell’intelligenza o della bellezza.
Mi viene, a volte, la tentazione di effettuare qualche ricerca storica su questa casa, che risale alla seconda metà del Seicento ma, nonostante la curiosità, qualcosa mi ha sempre impedito di indagare e di scovare – chissà – un indizio rivelatore. E inoltre, lo ammetto, mi piace questo mistero con cui convivo e che, di tanto in tanto, mi fa sognare e immaginare chi sei e com’è stata e com’è, la tua esistenza e se mi capiterà mai di conoscerti davvero.
E’ persino eccitante vivere con uno sconosciuto invisibile, nell’era in cui tutto sembra essere razionalmente spiegabile, catalogabile, illustrabile, divulgabile, al mondo intero in tempo reale.
Di certo, mio misterioso coinquilino, sei una persona speciale e, quasi sicuramente, sei dotato di un certo senso critico per l’arte: diciamoci la verità, la “mietitura” che ci hai obbligati a togliere dalla cucina, era affettivamente accettabile, ma davvero inguardabile.