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Archivi: Articoli d’archivio

  • In visita a Villa Matteotti

    In visita a Villa Matteotti

    Il 12 maggio scorso la città di Fratta Polesine si è arricchita di un’altra prestigiosa presenza che contribuisce a rendere ancora più alto il valore storico, artistico e culturale della piccola cittadina polesana. Oltre a Villa Badoer e al Museo Archeologico Nazionale, allestito nelle barchesse del complesso palladiano, oltre alla ricca presenza di ville nobiliari che testimoniano importanti pagine della storia di Fratta legata alla Carboneria, adesso è la volta dell’apertura al pubblico di Casa Museo Giacomo Matteotti.

    A conclusione di un attento lavoro di restauro dell’immobile si è proceduto all’arredamento e all’allestimento degli interni, dando vita ad un importante percorso museale¹, che fa rivivere quella che, a partire da fine Ottocento, fu la residenza della famiglia Matteotti.

    Nella villa, Giacomo trascorse gli anni della giovinezza e maturò il suo primo impegno politico nelle fila del socialismo polesano, prima di divenire protagonista della scena politica nazionale e dei drammatici passaggi che segnarono la storia italiana del primo Novecento.

    Con la realizzazione del sito museale si è concretizzata la possibilità di entrare in Casa Matteotti e di immergersi in un passato che sembra essersi fermato al fatidico 1924, anno del tragico rapimento ed omicidio di Giacomo per mano fascista. Gli arredi, restaurati con cura, ricollocati nella stessa posizione in cui erano stati lasciati da chi aveva vissuto quel luogo. La famiglia, originaria del Trentino, si trasferì in Polesine a metà Ottocento, dando vita ad una fiorente attività commerciale nel settore dei lavorati del ferro e del rame per usi domestici, accumulando una considerevole fortuna. Ma i mobili e le suppellettili della villa non ci parlano di lusso, quanto piuttosto di una sobria eleganza famigliare, di un benessere non ostentato, di uno stile di vita che sicuramente influì nella formazione del giovane Matteotti che poi maturerà una scelta di campo etica e politica ancora più radicale schierandosi, nel contesto dell’aspro conflitto sociale di quegli anni, in difesa dei diritti e dell’emancipazione del bracciantato agrario.

    Muovendosi tra gli ambienti di Casa Matteotti emergono subito alcune particolarità, come la presenza di due pianoforti che testimoniano la poliedricità di interessi di Giacomo: oltre agli studi giuridici, la passione per i viaggi, la fotografia, la letteratura e naturalmente la musica, una vivacità intellettuale che condivise con la moglie, Velia Titta, fra l’altro sorella di Titta Ruffo, il più celebrato baritono dell’epoca.

    Al piano terra troviamo poi il luogo di più alto valore evocativo: il piccolo studio dotato di scrivania, libreria ed elegante divano. Un ambiente in cui è ancora possibile immaginare Giacomo chino sulle carte, attento e scrupoloso esaminatore com’era dei bilanci e dei provvedimenti legislativi dei comuni polesani nella cui amministrazione fu coinvolto, ma anche impegnato nello stilare proposte volte a favorire l’accesso concreto all’istruzione per le classi più umili oppure nuove forme associative dei braccianti per la tutela dei loro diritti. Un luogo, in definitiva, testimone di quell’intensa stagione di vita, precedente alla svolta del suo percorso politico che seguirà alla prima elezione a deputato nel 1919 e che lo porterà a trasferirsi nella capitale.

    Un’ulteriore considerazione a margine: nella libreria dello studio è significativamente esposta, a conferma della solidità della sua preparazione, una copia de “La Recidiva”, la pubblicazione della tesi di laurea in Giurisprudenza, una corposa e nutrita indagine statistica sui fattori che determinavano, nel sistema penale italiano, il fenomeno della reiterazione del reato. Un lavoro impegnativo per la cui stesura Giacomo aveva viaggiato molto, anche all’estero, per reperire fonti di studio che rafforzassero la scientificità della sua ricerca.

    Giunti al primo piano troviamo affacciate su ambo i lati dell’ampio salone centrale quattro camere da letto: quella di Giacomo e Velia, poi, a seguire, dei loro tre figli, Giancarlo, Matteo e Isabella. Attraversarle è come entrare in una sorta di istantanea della famiglia Matteotti come era andata costruendosi fino all’epilogo del 10 giugno 1924. A mantenere le atmosfere legate a quell’epoca contribuiscono dei ritratti ad olio disseminati in quasi ogni stanza: sono opere di Maria Vinca, pittrice attiva in quegli anni soprattutto come ritrattista della buona borghesia veneta e legata a Velia da una stretta amicizia. Due di essi si trovano nella camera matrimoniale: uno ritrae Giacomo dallo sguardo fiero ed intenso, l’altro Velia segnata da un’espressione indubbiamente più tormentata. Non mancano, naturalmente, negli altri ambienti i ritratti dei tre figli, colti negli anni di un’infanzia ancora spensierata.

    Un’ultima nota la si può riservare al grande salone del piano nobile. Sugli scaffali di due librerie è stata ricollocata una parte della biblioteca di famiglia; scorrerne i titoli significa ripercorrere tre generazioni dei Matteotti: alcuni registri contabili del padre Girolamo, testi di studio di Giacomo e del fratello Matteo, classici della letteratura nelle edizioni di inizio secolo, fino ad opere che raccontano dell’Africa, di avventure e viaggi in Oriente, passioni del figlio Giancarlo.

    All’ultimo piano, nel sottotetto, un moderno allestimento museale ci accompagna nel percorso umano e politico di Giacomo Matteotti, tramite un ampio repertorio di immagini, riproduzioni documentarie e postazioni che permettono di accedere a testimonianze audio e video. Tutti i documenti sono stati forniti grazie alla preziosa collaborazione con la Fondazione Filippo Turati di Firenze e al contributo scientifico del prof. Stefano Caretti.

    Tra i primi servizi museali attivati presso Casa Matteotti, e predisposti da Turismo & Cultura, figurano le proposte didattiche rivolte specificatamente al mondo della scuola, nella convinzione del fondamentale valore formativo che per le giovani generazioni rappresenta la conoscenza ravvicinata della figura di Giacomo Matteotti e del suo percorso di vita contraddistinto da una strenue e coerente lotta per l’affermazione e la difesa dei valori di libertà, di universale riconoscimento dei diritti civili e di partecipazione politica, intesi come elementi fondanti di ogni democrazia.

    Si può così spaziare dalla visita animata che permette, attraverso una drammatizzazione teatrale, di rivivere alcuni momenti della giovinezza di Giacomo e della sua famiglia, a più specifici percorsi di approfondimento sulle fonti iconografiche e sulle testimonianze audio e video che, attraverso il racconto dei passaggi salienti del suo impegno politico, permettono anche di ripercorrere i momenti cruciali della storia italiana del primo trentennio del Novecento².

    Per allargare ulteriormente gli orizzonti di visibilità di questo sito museale e allacciare collaborazioni con istituzioni simili è inoltre in fase di avvio la creazione di una rete nazionale delle Case Museo presenti sul territorio nazionale e legate ai protagonisti della storia italiana del Novecento, un progetto decisamente innovativo di cui Fratta Polesine diverrebbe capofila³.

    Infine, per un costante aggiornamento e per una maggior facilità di accesso ad eventi e iniziative in programma o ulteriori approfondimenti sui contenuti della Casa Museo, è stata attivata una pagina Facebook (www.facebook.com/casamuseogiacomo-matteotti).

    Non possiamo che chiudere con l’invito a recarsi a Fratta, il sabato, la domenica, oppure in ogni altro giorno su prenotazione, per conoscere, o anche riscoprire, la vita di Giacomo Matteotti raccontata nei suoi luoghi, nella sua casa, fra le cui mura si sono scritte le prime pagine di un capitolo decisivo nella storia del nostro paese, uno snodo cruciale di quel tormentato percorso che condusse l’Italia a divenire una democrazia compiuta, una Storia che appartiene a noi tutti.

  • Una passeggiata nel Medioevo

    Una passeggiata nel Medioevo

    Viaggiare nel tempo, rivivere epoche passate è un’illusione che la recente produzione cinematografica riesce a creare, restituendoci immagini e sensazioni di fatti realmente accaduti ma comunque reinterpretati in un’ottica moderna.

    La scelta di certi episodi, la ricostruzione di particolari scenari possono a volte contribuire a delineare il quadro di un periodo storico con le sue problematiche ed il suo vissuto quotidiano, ma spesso tendono a ridimensionarlo in una serie di stereotipi e luoghi comuni molto diversi da quanto una ricerca rigorosa riesce a restituire. Il medioevo più di altre epoche è stato oggetto di queste rappresentazioni semplificate, immerse in un continuum lungo più di mille anni senza sostanziali mutamenti.

    Nel quadro complessivo della storia del Polesine, l’adesione incondizionata a modelli precostituiti ha penalizzato molto la comprensione di questo periodo, soprattutto perché una storiografia di stampo settecentesco ha legato l’immagine di quei secoli nelle nostre terre a quella di disastrose alluvioni, vere o presunte, che portarono all’abbandono e alla rovina delle grandi opere attuate dai romani, come le strade e le centuriazioni.

    Rileggendo i documenti e mettendoli in relazione con le più recenti indagini archeologiche si ricostruisce uno scenario più articolato e complesso, in cui le terre tra Adige e Po trovano un loro spazio collegato al panorama degli eventi politici ed istituzionali, che dalla crisi del III secolo portarono alla caduta dell’Impero romano d’Occidente, fino alla formazione delle signorie locali. La nuova sezione Medioevo, aperta al pubblico sabato 10 marzo 2012 al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo, rappresenta un primo passo per una maggiore comprensione di questi secoli fondamentali per la storia del nostro territorio, in quanto intende porre l’attenzione e stimolare la curiosità per testimonianze materiali di recente scoperta, o trascurate nel passato, frutto di scavi e ricognizioni di superficie, condotti nel medio e alto Polesine.

    Un ampio spazio è stato dedicato alle varie fonti documentarie da tempo edite, che rivelano una inaspettata vitalità nel nostro territorio, evidenziando una sua particolare connotazione di ‘terra di frontiera’ tra aree di diversa influenza etnica e politica. Questa è infatti una chiave di lettura particolarmente efficace e significativa per comprendere i vari eventi e le complesse trasformazioni che il nostro territorio subisce in questo lungo arco di tempo.

    Materiali archeologici, copie di documenti e le necessarie informazioni didascaliche sono immersi in originali scenari ideati da Gabbris Ferrari e realizzati da giovani ed abili artisti per coinvolgere il visitatore, come nelle precedenti sezioni, in una visita ricca di suggestioni ed immagini tratte dal vasto repertorio di cultura e d’arte creatosi nei vari secoli del medioevo.

    L’imponenza di strutture fortificate, la complessa articolazione delle chiese e dei monasteri, rimangono a testimonianza di una perizia ed una cura nel costruire che hanno permesso la conservazione di vari edifici costruiti tra VI e XV secolo. Alle tecniche artistiche e allo stile delle cattedrali romaniche è stata dedicata una particolare attenzione nell’allestimento, con ricostruzioni e riproduzioni di alcuni elementi decorativi.

    Le mura possenti delle città bizantine e i ricchi marmi delle loro chiese, coronano un portale ad anta scorrevole che immette all’età tardoantica, l’epoca che segna la crisi di Roma e lo sfaldamento delle sue istituzioni, sotto la minaccia delle popolazioni barbariche stanziate lungo i confini orientali e settentrionali dell’Impero. Alla morte di Teodosio esso viene diviso in due parti, dando inizio ad un processo di differenziazione politica e culturale che ancora oggi pesa in un’Europa alla ricerca di una identità comune.

    Segno della crisi dell’epoca sono le varie modalità di tesaurizzazione studiate per nascondere modeste quantità di monete e di materiali preziosi, nell’intento di recuperarle in momenti migliori. Esempio di questo fenomeno è la scoperta nel fondo di un pozzo a Badia Polesine, di un calderone in rame contenente vari materiali tra i quali spiccano due bracciali d’oro e due monete in bronzo coniate rispettivamente dagli imperatori Teodosio e Arcadio. In quell’epoca di crisi, anche il ferro di un attrezzo agricolo e il rame del calderone erano preziosi e ne giustificano l’occultamento volontario avvenuto probabilmente nel V secolo, durante la fase più cruenta delle invasioni.

    Lo spostamento della capitale da Milano a Ravenna nel 402, messo in atto dall’imperatore d’Occidente Onorio, fu dettato dalla necessità di trovare una sede imperiale più sicura e difficilmente raggiungibile, grazie alla protezione naturale offerta dalle ampie aree lagunari. Questa scelta conferisce a tutte le terre tra Adige e Po un’importanza strategica. Adria città decaduta, ma ancora organizzata dal punto di vista amministrativo, ritorna ad assumere un ruolo importante, anche se in una congiuntura storica molto difficile.

    Sotto la guida di Teodorico, re degli Ostrogoti, e durante il tentativo di restaurazione avviato da Giustiniano, Ravenna si arricchisce di edifici ornati con splendidi mosaici e corredati da arredi preziosi frutto di maestranze particolarmente abili. In Polesine esempi di queste pregevoli lavorazioni sono sicuramente i monili d’argento che costituiscono il corredo della dama di Chiunsano, una sepoltura femminile scoperta presso una villa romana nel territorio di Ficarolo. Colpisce la minuziosa fattura di una fibbia da cintura in argento dorato, impreziosita da vivaci granati almandini, decorata con motivi ondulati e una protome zoomorfa ad intaglio, ad essa si aggiungono due fibule da veste con motivi a niello, un anello con granati almandini, un ago da acconciatura e alcuni pendenti, che rivelano l’alto rango della proprietaria, legata, mediate alleanze, con popolazioni di origine ostrogota, ma anche con gruppi etnici germanici stanziati nella valle del Meno.

    La guerra greco gotica lasciò la penisola devastata e fortemente spopolata, anche a causa di concomitanti pestilenze e calamità naturali. Di questa grave situazione e del vuoto di potere creatosi, ne approfittarono i Longobardi guidati da re Alboino, che nel 568 giungono in Italia occupando i maggiori centri della pianura padana. Il nostro territorio appartenente all’Esarcato di Ravenna viene a trovarsi in una posizione di confine che gli consente di rimanere vitale, mantenendo come centro di riferimento la città di Adria, con il suo porto, alla quale viene conferito un nuovo assetto amministrativo con la costituzione della sede vescovile.

    Poche le testimonianze materiali di quest’epoca, se si eccettuano quelle relative ad Adria, costituite da alcune tombe bizantine, due iscrizioni relative ai vescovi Bono e Giovanni e le pitture della cosiddetta ‘cripta’. La vitalità dell’area costiera ed un primato nella diffusione del cristianesimo in ambito polesano, rivelano gli scavi condotti a San Basilio di Ariano nel Polesine, dove da alcuni anni si possono visitare i resti di un complesso paleocristiano. Altri centri hanno finora restituito poco o nulla, anche a causa di un’attenzione nata solo di recente per l’epoca altomedievale. Le scarse testimonianze materiali non sono indice di un totale abbandono del territorio, che anzi tra VI e XI secolo subisce profonde trasformazioni soprattutto a livello politico e amministrativo.

    Nascono nuovi centri, segnati da pievi, castelli e monasteri, espressione di forme di potere mutevoli e spesso contrapposte, come la Chiesa di Roma che si oppose in maniera decisa alle istanze di autonomia dell’arcivescovo di Ravenna. Di questa situazione travagliata noi abbiamo testimonianza dai documenti, che provano ancora una volta l’importanza di alcune aree del Polesine e il loro particolare ruolo in momenti critici, come l’epoca di passaggio dal domino longobardo a quello di Carlo Magno.

    In una lettera del novembre 775 indirizzata a Carlo, re dei Franchi e dei Longobardi, Papa Adriano si lamenta dell’aggressione e dell’arresto subiti da Domenico inviato come comes nella ‘brevissima civitas’ di Gavello e qui tenuto indebitamente in ostaggio dall’arcivescovo di Ravenna, Leone. Questo prezioso documento, insieme ad altri che testimoniano la nascita dei principali centri del Polesine, sono stati trascritti in maniera sintetica e presentati su un grande tavolo che riprende idealmente uno scriptorium. La scelta di questo elemento è dovuta alla funzione di centro di cultura e potere svolta dalle sedi monastiche di matrice regia o imperiale dove si trovavano questi preziosi scrigni del sapere. Dalla loro iniziale fondazione, e per tutto il medioevo, essi svolsero una preziosissima azione di trascrizione e tradizione di testi d’argomento religioso e liturgico, ma anche di classici della letteratura greca e latina e di fondamentali documenti per la storia.

    Protagonista di questa silente rivoluzione è il libro, elemento base dello scriptorium, che compare per la prima volta verso il VI secolo e si trasforma, da oggetto prezioso in materiale documentario d’uso comune, alla fine dell’epoca medievale, quando l’invenzione nel 1455 da parte di Johan Gutenberg della stampa a caratteri mobili ne permise una più rapida diffusione. Tra i manoscritti riprodotti, compaiono nel grande tavolo le donazioni di beni materiali e proprietà terriere all’abbazia della Vangadizza, la prima citazione di Rovigo, quale sede di un placito, una sorta di disputa tra due contendenti, che veniva decisa e ricomposta da un giudice esterno, scelto in rappresentanza dell’imperatore. Uno stralcio di vita quotidiana lo si ricava dalle pregevoli illustrazioni trecentesche della Bibbia Istoriata Padovana e dalle varie redazioni degli ‘statuti’ di Rovigo, raccolte di leggi, autentico specchio della vivacità che caratterizza la civiltà comunale, attenta a regolamentare la vita cittadina, rivendicando la piena autonomia dal potere della Chiesa e dell’Impero.

    Il quadro delle dinamiche insediative in Polesine viene illustrato nella carta delle testimonianze archeologiche, dove vengono evidenziati i rinvenimenti di materiali di epoca tardoantica o altomedievale avvenuti in seguito a scavi o ricognizioni di superficie.

    Il rinnovato fervore produttivo e costruttivo che caratterizza l’Europa dopo il Mille viene rappresentato con alcuni elementi architettonici tipici del romanico, come gli archi, le colonne decorate con capitelli ornamentali, i paramenti murari del campanile di Pomposa. Il ‘candido manto di chiese’ che ricopre varie parti d’Europa è espressione di un fervore produttivo e di una vivacità culturale che si manifesta nella formazione delle varie monarchie nazionali e delle lingue e letterature romanze.

    In Italia si assiste al fenomeno della fioritura delle autonomie comunali e alla successiva trasformazione in signorie locali. Per la città di Rovigo è un periodo di sviluppo legato prima all’investitura comitale del vescovo e, in seguito, alla dominazione della signoria estense. Il nucleo più antico della città si sviluppa lungo la sponda destra del vecchio corso dell’Adige (Adigetto). Qui, scavi condotti negli anni scorsi hanno evidenziato le originarie rudimentali strutture del castello, sorto verso il X secolo, come semplice bastione in terra battuta munito di fossato e di alcune recinzioni in legno, che solo nei secoli successivi furono sostituite da una possente muratura.

    Al borgo originario agglomeratosi nei pressi della struttura fortificata si aggiunge dopo l’XI secolo un’area al di là del fiume, destinata ad essere il centro della vita cittadina, con la piazza maggiore, gli edifici pubblici e la casa padronale degli Estensi. Il vasellame da mensa e da cucina, databile tra il XII e il XIV secolo, recuperato presso la sede municipale e durante il restauro del complesso Olivetano, rappresenta una chiara testimonianza di un momento di particolare vitalità per la città.

    Alla stessa epoca si datano i numerosi castelli posti in luoghi strategici del Polesine, in prossimità dei corsi dei fiumi e oggi in gran parte scomparsi. Malgrado la loro funzione sia stata prevalentemente difensiva, essi rimandano ad un mondo ideale cortese ancora oggi ben presente nell’immaginario popolare, se si pensa alle numerose rievocazioni storiche, alle sfilate in costume, a tornei e giostre. Considerando con un po’ di ironia questo modo d’intendere la complessità di un lungo periodo storico, il percorso museale si chiude con una scenografica ricostruzione di una bardatura di cavallo da torneo, che introduce alla futura sezione del Rinascimento.

    Epoca questa nella quale fu realizzato il bel chiostro del complesso olivetano che ospita il Museo dei Grandi Fiumi.

    Il progetto tecnico – scientifico

    Sandra Bedetti ha iniziato le attività di ricerca per la sezione Medioevo nel 2007 con la direzione scientifica Raffaele Peretto e i contributi scientifici di Chiara Malaguti e Vincenzo Gobbo. Ha curato l’apparato scientifico e didascalico dell’allestimento iniziato nel febbraio 2011, al quale hanno partecipato Gabbris Ferrari per le scenografie, l’architetto Sofia Nicoli, Fancygrafica di Claudia Biassissi, Carolina Veronese, il Laboratorio di Scenografia del Teatro Sociale di Rovigo. Tra il personale del Comune di Rovigo hanno contribuito i vari dirigenti che si sono succeduti nel tempo, Mauro Cesaretto per il restauro dei materiali, Elena Masiero coordinamento, Paola Barduchi, Glauco Osti, Gianfranco Vigato.

    (Le foto a corredo sono opera di Roberto Bottari)

  • Rovigo città murata

    Rovigo città murata

    Da qualche tempo, grazie all’iniziativa di alcune associazioni culturali, si è riaccesa l’attenzione verso le storiche mura di Rovigo, con l’intento di salvaguardare quanto rimane della imponente costruzione, dal lontano Medioevo posta a difesa della città. Eretta verso la metà del XII secolo, sfruttando il dosso della Pestrina, il ramo più a Nord dell’antico delta del Po, la cinta muraria segnava il limite e concludeva degnamente il borgo che assumeva stabilmente il nome di Rhodigium. (Chissà perché uno studio pubblicato negli anni ‘70 del secolo scorso definiva Rovigo città inconclusa!).

    Rovigo definisce dunque la sua struttura urbana in epoca medioevale. La località, che aveva antiche origini romane, solo attorno all’anno mille si costituì come piccolo nucleo abitato, favorita dalla sua posizione “strategica” di incrocio tra la lingua di terra emergente, che congiungeva Ferrara e Padova, e la via d’acqua rappresentata dall’“Adigetto”. Un ramo meridionale dell’Adige quest’ultimo, al tempo molto attivo, grazie al quale la navigazione fluviale poteva risalire dal mare fino a Verona e da lì muoversi nella direzione del Brennero.

    Una città bicefala

    Lo sviluppo dell’agglomerato urbano si ebbe nel periodo del confronto tra Papa ed Imperatore per il problema delle Investiture, ed in questo ambito giocò un ruolo decisivo la mediazione degli Estensi.

    La Rovigo medioevale si sviluppa pertanto come città bicefala, con la comunità religiosa sulla destra dell’Adigetto, concentrata attorno alla chiesa di Santo Stefano, e quella civile sulla sponda sinistra con due costruzioni di riferimento sulla piazza porticata: palazzo Nodari, già presente dalla breve parentesi comunale, e il palazzo marchionale estense. Ad unire i due settori urbani il ponte del Sale.

    Città di confine la nostra, e lo si capisce dalle influenze ferraresi e veneziane tuttora individuabili nelle architetture cittadine. Città ricca di storia con l’insediamento dell’importante Famiglia dei Roverella che, in periodo rinascimentale, si sviluppò ed ebbe maggior gloria oltre Po, nella vicina Ferrara.

    Nel XIII secolo Rovigo era una città conclusa, con una sua forma urbis pentagonale che seguiva i dossi originati da antichi attraversamenti fluviali, mentre il suo Mastio, visibile dalle campagne circostanti, incuteva sicurezza agli abitanti e timore negli assalitori.

    Le porte di accesso e lo sviluppo urbano

    Tre porte turrite sorvegliavano gli ingressi posti nelle direzioni strategiche verso Ferrara, Padova e il Mare: porta Arquà dalla parte destra del corso d’acqua, porta San Giovanni e porta San Bortolo dalla parte sinistra. Le ultime due erano tra loro congiunte dall’asse viario della Città antica costituito da due vie porticate e davano accesso alla piazza Maggiore.

    Ragionevolmente è ipotizzabile che in origine esistesse pure “un passo d’uomo” in corrispondenza della strada arginale, ove in seguito venne aperto il “Portello”. Rimanevano comunque punti deboli della fortificazione: i proseguimenti della cinta muraria su ponte Roda a sud e ponte delle Zemelle a nord (anche se muniti di “restare”), e l’apertura inconclusa sul lato ovest proprio sotto le mura del Castello, in corrispondenza della zona umida originata dalla Pestrina.

    All’interno della cinta muraria, nel corso dei secoli, sino alla fine del ‘600, vicino alle umili case di una popolazione povera, sorsero i palazzi della nobiltà e della borghesia locale e, vicino a porta San Bortolo, dal 1627 il ghetto ebraico.

    La città si arricchì di chiese e conventi, alcuni dei quali funzionavano da scuole ed un seminario. Non mancavano neppure gli ospizi ed un ospedale. Più tardi, nel XVII secolo, vennero le Accademie frequentate dalle persone di cultura locali.

    Il centro urbano già da allora irradiava cultura nel territorio, ed agli inizi del 1700, sempre all’interno della cinta muraria, furono edificati vari teatri ed i più importanti palazzi nobiliari cittadini.

    La città rimaneva comunque murata, chiusa e conclusa, anche se, a partire dalla metà del XVII secolo, a ridosso delle mura esterne – fuori città dunque – cominciavano ad appoggiarsi casupole e si individuavano due direttrici di espansione: fuori porta San Giovanni in direzione Adige, e fuori porta San Bortolo verso l’omonimo convento.

    Va ricordato come quest’ultimo avesse non solo importanza religiosa ma anche una certa rilevanza economica per i possedimenti e le attività artigianali ad esso collegate, e tutto questo, nel tempo, diede origine ai primi insediamenti dell’omonimo quartiere.

    Nel frattempo erano cambiate le tecniche militari e le fortificazioni perdevano importanza tanto che, durante la dominazione veneziana, il loro stato di manutenzione iniziò ad essere precario, e addirittura si realizzarono alcune demolizioni di torrette e di brani murari per costruire due nuovi accessi: porta Sant’Agostino e San Francesco.

    Di certo alcuni dei mattoni sottratti alle mura finirono, con il consenso dei governatori, nella costruzione della “Rotonda”, il più significativo tempio rodigino realizzato a cavallo tra il XVI e XVII secolo. Ad una prima analisi sembrerebbe che anche la chiesa di San Michele fosse costruita con mattoni recuperati nello stesso modo.

    E’ a partire da quegli anni – come testimoniato dalla seicentesca Tavola del Mortier – che si costruirono casupole a ridosso della facciata interna della cinta muraria.

    Fino ai primi del novecento soltanto alcune irrilevanti espansioni, costituite da bagni e piccole tettoie, si potevano notare sulla facciata esterna delle mura. Si aprirono invece numerose finestre per dare luce ed aria alle stanze delle abitazioni addossate all’interno.

    La spogliazione delle mura

    Agli albori del ‘900, nonostante i vari interventi, oltre alla cinta muraria per lo più intatta, rimanevano ancora tracce del fossato e del terraglio.

    Possiamo con certezza affermare che la popolazione rimase pressoché costante per tutto l’Ottocento, attestandosi attorno ai diecimila abitanti, e che proprio verso la metà del XX secolo furono avviate iniziative che in breve depauperarono il patrimonio edilizio e murario della città con uno stillicidio di interventi che sembra non aver mai fine… indipendentemente dalle Amministrazioni vigenti… e questo è sconfortante.

    Fu nel periodo della dominazione austriaca, dopo la metà dell’800, che si attuò il primo violento attacco alle preesistenze storiche più significative, con l’abbattimento nel giro di pochi anni di Porta San Giovanni e Porta Arquà.

    A fine Ottocento venne abbattuta anche Porta San Francesco. Il motivo addotto era quello di favorire il movimento dei carriaggi e si parlò anche di norme igieniche… Era arrivata la prima forma di “modernità”.

    Imposta d’imperio, la popolazione non ebbe modo di reagire, come aveva fatto nel Settecento quando i Donà prima ed i Grimani dopo tentarono invano la demolizione del Castello.

    Nella prima parte del secolo scorso, ed in particolare nel periodo tra le due guerre, a causa di una perdurante crisi economica, non vi furono ulteriori iniziative lungo il tracciato murario interno, e di conseguenza non ebbero luogo sostanziali cambiamenti.

    Nel secondo dopoguerra, invece, si assistette allo scempio – autorizzato da politici del tempo poco lungimiranti – che ha stravolto gli ambiti e permesso nuove edificazioni caratterizzate da interventi pesantemente demolitivi per l’esistente storico.

    Tra tutti particolarmente distruttivi furono l’abbattimento delle pertinenze di porta San Bortolo e gli interventi su via Oberdan (e con rammarico devo aggiungere che queste ultime continuano e la cronaca parla di episodi anche recenti). Venivano autorizzate le costruzioni sul vallo, sventrando la Mura in corrispondenza delle strade per collegare l’esterno con l’interno della Città, quasi a far dimenticare l’originario tracciato murario. Operazione impossibile questa, perché basta una vista aerea per individuare ancora chiaramente il percorso delle mura e la forma pentagonale assegnata dal Medioevo alla città.

    Le mura esistono ancora Bisogna scovarle

    Del glorioso passato rimangono ancora tracce, direzioni, brani che resistono all’incuria degli uomini ed all’offesa del tempo.

    Sì, perché le mura ESISTONO ancora e sono all’interno delle case sul vecchio confine cittadino. Spesso sono scavate, ridotte, bucate, intonacate o cementificate, comunque maltrattate per insensibilità e carenza culturale, ma resistono per raccontare la storia delle generazioni che ci hanno preceduto.

    Ora è il nostro momento, e tocca a noi operare in modo che non vengano ulteriormente danneggiate e rimangano nel tempo a ricordo del passato per le future generazioni. L’iniziativa di individuare quanto resta nascosto dell’antica cinta muraria è stata intrapresa dall’Istituto per Geometri “A. Bernini” di Rovigo. Si è proposto di avviare una campagna di censimento e restituzione grafica di ciò che rimane della originaria cinta muraria, spesso ospitata all’interno di abitazioni e talora in stato di colpevole abbandono e degrado.

    Il progetto è coordinato dall’ing. Giovanni De Poli che si avvale della collaborazione di altri docenti per le rispettive competenze. Viene sviluppato all’interno delle discipline tecnico professionali, con il supporto di una ricerca storica effettuata presso il Catasto, l’Archivio di Stato, la Curia Vescovile e l’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Il censimento del patrimonio murario e la raccolta dati costituisce pertanto la fase preliminare dell’operazione di salvaguardia di quanto ancora esistente, un’iniziativa che si spera possa preludere ad una normativa di conservazione più importante tramite la Soprintendenza. Si conta in questo modo che le Amministrazioni pubbliche – da oggi a venire – siano messe nella condizione di valorizzare adeguatamente le mura rodigine.

    Ne potrebbe scaturire infatti un adeguato percorso turistico per rendere la nostra città, con i suoi avvallamenti ed i suoi dossi generosamente lasciatici dai nostri fiumi, più conosciuta dai suoi abitanti e più attraente per i turisti.

  • La Maison Goupil e l’Italia

    La Maison Goupil e l’Italia

    Dal 22 febbraio al 23 giugno 2013 Palazzo Roverella a Rovigo riaprirà i battenti ad un nuovo importante evento espositivo. La mostra – che si propone di presentare per la prima volta le opere degli artisti italiani che nella seconda metà dell’Ottocento lavorarono per la famosa Galleria Goupil di Parigi – rientra all’interno di una più ampia programmazione delle attività espositive promosse e organizzate dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo (per il triennio 2013-2015) che dallo scorso luglio ha preso in gestione Palazzo Roverella per i prossimi dieci anni. Se per il 2014 si pensa già ai temi della cosiddetta “Ossessione nordica”, ovvero alla fortuna e all’influenza della cultura pittorica nord-europea presso gli artisti chiamati a rappresentare l’Italia nelle prime edizioni della Biennale di Venezia tra Ottocento e Novecento, e per il 2015 si rivolge lo sguardo verso artisti quali Lega, Fattori e Signorini e al lavoro e alla vita quotidiana nella pittura italiana dell’Ottocento, per il 2013 si prospetta a Rovigo una grande attesa nei confronti della cosiddetta Maison Goupil.

    La Maison Goupil

    Con questo termine ci si riferisce a quella Galleria francese che annoverava tra le sue fila pittori di diversa formazione e provenienza che, uniti da un comune progetto e sentimento, dipingevano scene di vita quotidiana e di genere, ambientate in ombrosi giardini o in eleganti interni, vedute urbane e paesaggi animati, scene in costume pompeiano o settecentesco, che divennero immediatamente popolari e apprezzate da collezionisti, critici e mercanti, creando una moda e un gusto collezionistico in tutta Europa, che il mercante Adolphe Goupil seppe far crescere grazie alla riproduzione, mediante stampe e litografie, dei più apprezzati dipinti.

    Come riferisce il curatore della Mostra Paolo Serafini, storico dell’arte e docente presso l’Università “La Sapienza” di Roma, che ha studiato gli inventari e gli archivi del Museo Goupil di Bordeaux e del Getty Research Institute di Los Angeles, alla fine dell’Ottocento la riproduzione delle opere rivestiva un’enorme importanza per la vendita dei dipinti Goupil e per la fama degli artisti. Una composizione di successo veniva riprodotta con tecniche e formati diversi (incisione, fotopittura dall’originale, fotografia, fotoincisione) e raggiungeva un ampio raggio di clientela con un prodotto di basso costo e alta qualità. L’esito positivo di tale produzione è documentata per esempio dal fatto che dal 1872 la Maison aggiunse nell’oggetto sociale la realizzazione e il deposito di brevetti per i diversi procedimenti di riproduzione, e nel 1877 Adolphe Goupil venne insignito del riconoscimento di aver “contribuito a diffondere in Francia e all’estero l’amore per l’arte e i valori morali della società francese”.

    La Maison Goupil era stata fondata nel 1829 da Adolphe Goupil (1806-1893) col mercante tedesco Henry Rittner (1802-1840), il quale peraltro prese in sposa la sorella di Goupil nel 1834. Inizialmente la ragione sociale era Henry Rittner, mentre dal 1831 la denominazione divenne Rittner & Goupil, e la Maison diede avvio ad un’attività che riguardava esclusivamente incisioni e litografie tratte da capolavori d’arte antica e da opere contemporanee selezionate al Salon parigino. In seguito alla morte del cognato, avvenuta nel 1840, Goupil si associò a Theodore Vibert (1816-1850) e ad Alfred Mainguet cambiando la denominazione della Maison e ampliando l’attività della Galleria, nonché aprì nuove sedi a Londra (1841) e New York (1845) che riscossero da subito un gran successo. Successivamente, dopo essere stato nominato Chevalier de la Legion d’Honneur, Goupil mutò nuovamente la ragione sociale dell’azienda la quale subì un cambiamento particolarmente significativo in quegli anni poiché cominciò un’attività di vendita di opere d’arte originali.

    Dagli anni ‘60 dell’Ottocento la Galleria iniziò a costituire un punto di riferimento fondamentale per collezionisti e mercanti tramite le nuove sedi de l’Aja, Berlino, Vienna e Bruxelles nonostante la sede parigina continuasse ad esercitare uno stretto controllo sia sulla fornitura di dipinti, stampe e fotografie sia sulla produzione delle immagini.

    Gli artisti Italiani a Parigi e la mostra del Roverella

    Molti artisti italiani presenti a Parigi agli inizi degli anni ‘70 dell’Ottocento cominciarono a lavorare per la Galleria ed incrementarono talmente tanto le vendite di opere d’arte che la Maison fu costretta ad ampliare i suoi locali, creando spazi espositivi. In questo periodo molti pittori Impressionisti, ma anche pittori di genere, pompiers, Barbizzoniers, si trovarono a lavorare nello stesso tempo e nello stesso luogo.

    La mostra, che troverà spazio nelle sale di Palazzo Roverella a Rovigo, dunque, presenterà opere di importanti artisti italiani quali: Giovanni Boldini, Giuseppe De Nittis, Vittorio Corcos, Vincenzo Capobianchi e molti altri. In esposizione dipinti provenienti da prestigiosi musei stranieri quali: Philadelphia Museum of Art, Indianapolis Museum of Art, Musée d’Orsay di Parigi, The National Gallery di Londra, oltre che da collezioni private e da importanti istituzioni museali italiane. E’ già inoltre possibile confermare che l’evento espositivo vedrà una seconda sede di mostra presso il Musée des Beaux-Arts di Bordeaux per l’autunno del 2013, nonché una stretta e diretta collaborazione con il prestigioso Getty Research Institute di Los Angeles, che possiede tutti gli archivi originali del mercante Goupil dal 1884 al 1919.

    Un nuovo grande evento espositivo dunque che, come vuole la tradizione delle mostre ospitate a Rovigo, vedrà anche una ricca offerta didattica, come sempre rivolta pure ai più piccoli e alle scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado. Una serie di laboratori didattici e visite tematiche, infatti, sono già stati predisposti per analizzare e comprendere i dipinti esposti in mostra e per far emergere i principali aspetti legati alle tecniche impiegate e al contesto storico, artistico e sociale nel quale le opere si inseriscono e sono state prodotte.

    Per informazioni e prenotazioni: 0425.460093 – info@palazzoroverella.com www.palazzoroverella.com

  • Buon Polesine!

    Buon Polesine!

    Suona bene “Civitanova Polesine”, il nome che è stato scelto per dar vita alla nuova realtà amministrativa che raggrupperà sei comuni (Arquà Polesine, Costa, Frassinelle, Pincara, Villamarzana e Villanova del Ghebbo) dell’area centrale di quella che ancora oggi possiamo definire la nostra provincia.

    Suona bene la prima parte, “Civitanova”, indicante valori di impegno del “civis”, il cittadino consapevole dei suoi doveri prima ancora che dei suoi diritti; e “nova” che fa riferimento ad un rinnovamento che induce a più di qualche speranza. Un termine, “Civitanova”, che riattualizza il fiero passato della nascita dei Comuni, un periodo di impegno collettivo, caratterizzato dal rifiorire di molteplici iniziative, che portarono ad una positiva rinascita sociale e culturale della nostra penisola.

    Ma suona bene anche la seconda parte, “Polesine”, proprio in questo fine 2012 in cui, per decisione governativa, sta per finire l’autonomia della nostra Provincia destinata (a quanto decretato) ad aggregarsi a Verona. Suona bene perché ribadisce la peculiarità di un territorio ben riconoscibile, delimitato dal corso dei grandi fiumi e da secoli chiamato appunto “Polesine”. Un’indicazione territoriale questa che nessuno ci può togliere.

    Ecco perché questa rivista continuerà, come ha fatto fin dal primo numero, a dare visibilità al Polesine, ad approfondire aspetti legati alla conoscenza e alla promozione di una terra troppo a lungo emarginata, in cui solo in tempi recenti si è assistito alla nascita di iniziative volte a farne apprezzare le peculiarità.

    In questo numero si parte con l’annuncio dell’importante evento espositivo (22 Febbraio – 23 Giugno 2013) di Palazzo Roverella, dedicato agli importanti artisti italiani che nell’ ‘800 frequentarono la parigina “Maison Goupil”. Si entra poi nello specifico degli argomenti di conoscenza dei beni storici ed artistici del capoluogo, con una passeggiata lungo le mura di Rovigo e un successivo passaggio al Museo dei Grandi Fiumi per apprezzare la sezione Medioevale. Si torna poi in centro per visitare Palazzo Angeli, prestigioso edificio di fine ‘700, in attesa della conclusione dei lavori di ripristino per ospitare uffici e corsi dell’università. Ci si sposta successivamente a Fratta per la visita alla restaurata Villa Matteotti, da poco divenuta sede del Museo dedicato al martire del Fascismo.

    Dopo un’escursione oltre l’Adige per approdare a Villa Valcorba, ariosa costruzione del XIX secolo che si apre su un’ampia corte, si punta su Adria per ascoltare il ricostruito concerto di campane della Cattedrale, la cui cella campanaria è stata da poco restaurata. Si prosegue indi verso Porto Viro per apprezzare la cappella di S. Maria Ausiliatrice, per raggiungere poi il territorio di Porto Tolle che si è arricchito di un nuovo monumento dedicato al nobile Farsetti che visse ed operò nel ‘700, per poi portarsi nella chiesa di Ca’ Venier dedicata a San Nicola.

    Si ritorna poi verso l’alto Polesine approdando al Fondo Madonnina di Gaiba per scoprire il Polesine in Miniatura (anche questo resterà a rimarcare le caratteristiche del nostro territorio) e gustare le tradizionali ricette delle feste natalizie. E con questo spirito si raggiunge poi Badia Polesine dove si produce il pandoro Borsari. Degustazioni dunque della buona tavola “made in Polesine”, che rimandano alle ultime pagine di questo volume, dove con soddisfazione si parla di ripetute “vittorie” del risotto polesano su quello mantovano e veronese, e sulla prossima attivazione di una via del gusto che dal Veronese porti in Polesine. Proprio qui da noi, dove, tra le altre eccellenze della campagna, emerge l’antica produzione di noci dell’azienda Valier, recente meta (udite!) di due assessori di Nogara – il veronese paese delle noci che vengono utilizzate per uno squisito risotto – per attivare iniziative di valorizzazione reciproca.

    E a questo punto qualcuno, con un po’ di ottimismo – che di questi tempi proprio non guasta – ha pensato di poter battezzare la futura autostrada Nogara-Mare, come “Autostrada delle Noci”. Buon Polesine a tutti!

  • Trio con violoncello

    Trio con violoncello

    Tutta nel ricordo di Ilario Bellinazzi, il compianto presidente del Conservatorio “Venezze” di Rovigo, si è svolta lo scorso 5 aprile la cerimonia di inaugurazione dell’opera “Trio con violoncello” del maestro Gabbris Ferrari, posizionata nella sala di ricevimento del Conservatorio. Un grande quadro – realizzato con tecniche miste dall’artista rodigino – di proprietà della Fondazione Banca del Monte, già esposto all’Accademia dei Concordi nel corso della rassegna “Musica e Pittura”, nata dalla collaborazione dei tre enti, Fondazione, Conservatorio ed Accademia.

    Un’opera particolarmente apprezzata da Ilario Bellinazzi, il quale aveva espresso l’auspicio che il grande quadro trovasse collocazione in una sala di palazzo Venezze, sede del Conservatorio. Desiderio esaudito, a poco più di un mese dall’inattesa scomparsa dell’instancabile presidente, con la cessione (sostanzialmente una donazione) attuata dalla Fondazione Banca del Monte a favore del Conservatorio.

    Gratitudine per l’iniziativa è stata espressa dal direttore del Conservatorio Vincenzo Soravia, ricordando l’instancabile attività dello scomparso presidente, morto a Roma, proprio nel corso di una missione finalizzata a sviluppare importanti iniziative a favore del Conservatorio rodigino.

    Adriano Buoso, presidente della Fondazione, ha motivato la cessione del quadro nel ricordo di Ilario Bellinazzi, rammentandone la poliedrica attività ed il fattivo sostegno ad iniziative di promozione del territorio, non solo relativamente alle competenze nel campo artistico e musicale, ma anche in quello turistico-gastronomico, verso cui il Polesine si sta aprendo con nuove prospettive grazie alla nascita di apposite Accademie.

    Gli ha fatto eco il sindaco Bruno Piva, ricordando ulteriori campi verso cui Ilario si era cimentato, portando il suo operoso contributo nell’ambito dell’amministrazione comunale, della sanità, dello sport, manifestando sempre entusiasmo di fronte alle nuove sfide, in un clima di fattiva collaborazione.

    Anche Gabbris Ferrari, prima di entrare nello specifico dell’opera, ha ricordato le doti umane di Ilario, la sua disponibilità ad impegnarsi proficuamente in vari ambiti. E’ poi andato con la memoria agli anni giovanili dello scomparso, quando costui, studente dell’Accademia delle Belle Arti, frequentava il suo studio cimentandosi fra l’altro nella realizzazione di incisioni con la tecnica dell’acqua forte.

    E’ quindi passato ad illustrare il quadro, strutturato con una serie di carte trattate con tecnica mista, da cui emerge parzialmente un elemento di carta rinforzata. Ha ricordato gli antecedenti all’origine dell’opera, legata ad una sua visita ad una bottega di un liutaio veneziano, e alla molteplice confusa operosità colta al suo interno.

    Si è quindi detto orgoglioso che il “Trio con violoncello” abbia trovato sistemazione presso il Conservatorio, un’opera dedicata ad uno strumento musicale dalle sonorità emozionanti, collocata nel tempio della musica di Rovigo.

    In conclusione, l’intervento del figlio dello scomparso Stefano Bellinazzi, presente alla sentita cerimonia assieme alla madre e alla sorella. Ha ringraziato commosso gli artefici dell’iniziativa, ricordando le frequenti visite che egli stesso faceva al padre presso il Conservatorio, mentre questi era assorbito dagli impegni legati all’istituzione musicale rodigina.

    Ha accennato alla molteplicità di iniziative che Ilario stava seguendo, molte delle quali stavano andando a buon fine. Ha ricordato infine una riconosciuta ed apprezzata dote del suo carattere: il desiderio di unire le persone, al di là delle differenziazioni politiche o delle divergenze scaturite da impreviste situazioni che il vivere quotidiano può comportare.

  • Ottavio Munerati oggi

    Ottavio Munerati oggi

    Cento anni fa Ottavio Munerati (1875-1949), il pioniere della bieticoltura polesana ed italiana¹, era impegnato ad effettuare una serie d’incroci tra bietole selvatiche raccolte a Porto Levante e quelle normalmente coltivate per produrre zucchero. Obiettivo: trasferire alcuni caratteri presenti nelle prime per aumentare la resistenza a certe malattie e quindi le rese produttive delle seconde.

    Recentemente sulla rivista statunitense “Sugar Producer” è apparso con molta evidenza un articolo – coordinato dal rodigino Enrico Biancardi, ex direttore della Stazione Sperimentale di Bieticoltura di Rovigo – che narra la storia della collaborazione a suo tempo sviluppatasi tra Munerati ed i colleghi americani, collaborazione che produsse risultati importanti per la bieticoltura mondiale. Cerchiamo di saperne di più.

    Dott. Biancardi, lo spazio dato dalla rivista americana dimostra l’interesse ancora esistente negli USA per i positivi risultati della ricerca italiana in campo bieticolo. E’ così?

    “Certamente. Nonostante la bietola da zucchero sia nata in Europa e che qui si coltivi circa il 90 % della superficie mondiale, tutti i progressi sostanziali della genetica sono stati ottenuti negli Stati Uniti. Almeno la metà di questi miglioramenti sono stati messi a punto su seme italiano o in collaborazione con ricercatori italiani, Munerati in prima fila. La sua intuizione di usare la bietola selvatica (Beta maritima) come fonte di caratteristiche utili fu lungimirante, ma più complicata del previsto, prova ne sia che i primi risultati pratici arrivarono dopo 25 anni. Furono selezionate varietà di bietole resistenti alla cercospora (un fungo parassita delle foglie) che si diffusero rapidamente in Europa ed anche negli USA. Qui la bieticoltura era quasi in ginocchio a causa della malattia. Da allora, siamo attorno al 1935, il nome di Munerati è noto non solo ai ricercatori, ma anche ai bieticoltori americani. Ho potuto verificare di persona che la sua fama negli USA è ancora viva e certamente superiore a quella che egli ha in patria”.

    Che influenza hanno avuto gli studi di Munerati a livello internazionale?

    “La resistenza alla cercospora da lui selezionata è ancora l’unica disponibile. Se la varietà seminata non è dotata di questa resistenza, deve essere trattata con dosi almeno doppie di fungicidi. Questo basta a spiegare l’importanza di tale scoperta attribuita senza ombra di dubbio a Munerati. Le prime resistenze alla rizomania, un’altra malattia micidiale, sono state trovate su linee di Munerati circa 20 anni dopo la sua morte. Un’altra promettente variante di questa resistenza è stata da poco isolata su linee della stessa origine e anch’esse derivate da Beta maritima. Se si considera che la rizomania è diffusa in almeno il 70% della superficie mondiale e che può causare perdite produttive anche del 90 %, si spiega la gratitudine che tutti i bieticoltori dovrebbero avere nei confronti di Munerati. Altrettanto fondamentali sono state le sue esperienze sulla resistenza alla prefioritura, carattere che ha consentito la semina autunnale in zone con inverni miti, come l’Italia meridionale, nel Sud della Spagna, in California ecc. Con simili meriti, si capisce quindi come egli sia ancora un autore citato con frequenza nei lavori scientifici, a più di 60 anni dalla scomparsa”.

    “Data la diffusione delle malattie sopra citate, sarebbe oggi quasi impossibile coltivare bietole sprovviste di tali resistenze in gran parte delle nazioni. Poiché le zone per ora immuni dalle due malattie sono quelle più fredde e con relativamente bassa produzione, anche qui la bietola avrebbe scarse possibilità di competere con i prezzi della canna da zucchero. Si può quindi affermare, senza timore di smentita, che la bieticoltura mondiale è diffusa e vitale anche grazie al sostanziale contributo delle selezioni messe a punto a Rovigo”.

    Ci sono oggi degli studiosi che possono definirsi epigoni di Ottavio Munerati?

    “Munerati era geloso del suo sapere e non ha lasciato discepoli. Fortunatamente ha prodotto un’abbondante mole di pubblicazioni. Alla Stazione Sperimentale di Bieticoltura (e denominazioni seguenti), dopo di lui sono subentrati a pieno titolo nella direzione Antonio Donà Dalle Rose dal 1950 al 1975 e chi scrive dal 1980 al 2009. Dopo quest’ultima data, i fondi per la ricerca su bietola sono stati azzerati a causa delle ristrutturazioni imposte dall’Unione Europea e troppo frettolosamente sottoscritte dall’attuale sindaco di Roma qualche anno prima. Ovviamente cercai per tempo di evitare la prevedibile fine dell’attività selettiva. Trovai comprensione di facciata, ma nessun appoggio concreto né a Roma, né a Venezia, né in ambito locale. La fine, nell’indifferenza generale, di un’attività centenaria che ha dato i risultati elencati è un fatto grave che va imputato soprattutto ai politici di allora. Senza la ricerca di base, la già boccheggiante bieticoltura italiana non avrà molti anni di vita. Risultato: se prima delle imposizioni dell’UE eravamo quasi autosufficienti, ora si deve importare l’80% del fabbisogno di zucchero. Ma sicuramente non è finita, perché dei quattro zuccherifici rimasti in funzione qualcuno è traballante ed il prezzo internazionale dello zucchero è in costante aumento. Chi non investe in ricerca lascia in eredità solo debiti da pagare”.

    A Rovigo esiste ancora qualche interesse per la ricerca?

    “A Rovigo, come si è detto, la ricerca sulla bietola è pressoché cessata nel 2009, quando sono finiti i finanziamenti e quando nessuno ha preso il mio posto. Un potenziale e capace successore è stato costretto ad emigrare all’Università di Padova, dove parte della ricerca sulla bietola prosegue con fondi privati. Lavoriamo ancora in collaborazione con ricercatori americani ed inglesi. Il gruppo è rimasto il solo in Italia che produce risultati e pubblicazioni d’interesse internazionale sull’argomento. Ci sono quattrini per qualche anno, dopo si vedrà.

  • Il Consorzio di Tutela del Riso

    Il Consorzio di Tutela del Riso

    In un’ampia zona vocata alla risicoltura, estesa sulle aree più orientali delle province di Rovigo e Ferrara, si è assistito con soddisfazione alla nascita del “Consorzio di tutela del Riso del Delta del Po IGP”.

    Un’iniziativa che ha preso vita lo scorso 28 gennaio, a Taglio di Po, con l’elezione dei membri del Consiglio di Amministrazione che guideranno la neocostituita associazione di imprese per i primi tre anni: Antonio Giovanni Bezzi, Eugenio Bolognesi, Paolo Callegari, Giampaolo Cenacchi, Terenzio Finotti, Alessandro Grandi, Giorgio Uccellatori, Adriano Zanella, Maurizio Zangirolami. E’ seguita la nomina del presidente nella persona di Eugenio Bolognesi. La sede legale del Consorzio è stata individuata a Taglio di Po, presso gli uffici di Confagricoltura Rovigo, mentre quella operativa nel ferrarese, a Iolanda di Savoia.

    Il Consorzio, al suo avvio, associa tra Ferrara e Rovigo 15 aziende caratterizzate da consistenti capacità produttive, come ha avuto modo di evidenziare il neopresidente Bolognesi, il quale ha anche espresso l’auspicio di poter registrare nuove significative adesioni nel corso dell’anno. Obiettivo prioritario: promuovere il riso IGP (Indicazione Geografica Protetta) del Delta del Po, puntando sulla qualità, in modo da assicurare una più ampia penetrazione nel mercato internazionale di un prodotto genuino, dalle eccellenti qualità organolettiche e gustative.

    E le potenzialità produttive e di commercializzazione sono evidenti, dato che attualmente sono circa 10.000 gli ettari coltivati a risaia, con una raccolta di oltre 50.000 tonnellate.

    Interessante fra l’altro sottolineare la configurazione territoriale del Consorzio: una vasta area che sostanzialmente coincide con quella dei due Parchi del Delta del Po, quello Veneto e quello Emiliano-romagnolo, divisi dal Po di Goro, come del resto lo sono le due regioni di riferimento. Una scelta voluta dai fondatori del Consorzio, che dunque va oltre i confini regionali, costituendo forse anche un’indicazione per il futuro dei due Parchi. Per i quali da più parti si auspica una fusione, o quanto meno una più stretta collaborazione, nella considerazione che la attuale duplicità ingenera spesso equivoci, nonché spreco di risorse per il sovrapporsi di iniziative similari.

    Per saperne di più sull’identità del Consorzio e sui primi impegni assunti, ci incontriamo a Taglio di Po con il sig. Antonio Giovanni Bezzi che è stato tra gli attivi soci fondatori.

    Sig. Bezzi, quali si prospettano la prime iniziative del Consorzio di Tutela del Riso del Delta?

    “Il Consorzio di tutela è nato. Siamo frattanto in attesa di modifiche su alcune norme relative ai disciplinari, mentre sono allo studio le prime azioni. In questo momento posso fare riferimento alle iniziative della Società Risicoltori Polesani, alla quale – va ricordato – è da ascrivere il merito di aver ottenuto, grazie al supporto della Regione Veneto, il marchio IGP per il riso del Delta”.

    La doppia indicazione di sede del Consorzio (quella legale in Polesine, quella operativa nel Ferrarese) dimostra la volontà di tener equamente conto delle due province (e regioni) di riferimento. Qualcuno teme però che la maggior organizzazione che si riscontra a Ferrara finisca per mettere in secondo piano il ruolo polesano. Che ne dice?

    “Direi che non c’è questo pericolo. E’ molto importante, innanzitutto, il riferimento alla sede legale, che è qui a Taglio di Po. E non poteva essere diversamente dato che, come detto, il marchio IGP è stato ottenuto dai Risicoltori Polesani. La sede operativa non è una sede fissa. Attualmente, per motivi puramente pratici, è stata individuata presso l’azienda Bonifiche Ferraresi di Iolanda di Savoia, dove presta la sua attività il neo-presidente. Se il prossimo presidente sarà polesano, analogamente la sede operativa sarà spostata nel delta veneto”.

    In attesa che il Consorzio muova i primi passi, ci parli dunque delle iniziative della Società Risicoltori Polesani di cui lei è attivo membro.

    “Le iniziative sono molteplici. Proprio in questi giorni siamo presenti – assieme ai rappresentanti di altre produzioni polesane (vongole, aglio, pane, ecc.) – al Vinitaly di Verona. Nelle piazze del Polesine il nostro riso viene promosso dalle iniziative di ‘Agricoltura in Piazza’. Con il Parco del Delta stiamo studiando forme per promuovere le eccellenze prodotte nel Delta. Stiamo inoltre seguendo manifestazioni fuori provincia: recentemente a Longarone e Biella; saremo a breve al Cibus di Parma. E a settembre ci sarà a Porto Tolle la ormai tradizionale Festa del Riso”.

    Negli ultimi tempi alcune associazioni hanno messo in campo iniziative volte a promuovere tipicità “nostrane”, tra cui piatti basati proprio sul riso del Delta. Mi riferisco in particolare all’Accademia del Tartufo del Delta e quella delle Verdure dell’Adige, premiate in ambito culinario, con i loro piatti a base di Carnaroli del Delta. Si è pensato a qualche forma di collaborazione con queste ed altre associazioni?

    “Tra le nostre iniziative consolidate ho ricordato la Festa del Riso, nell’organizzazione della quale il nostro partner di riferimento è la Pro Loco di Porto Tolle, a cui va rivolto un ringraziamento per l’attività finora svolta e per quella futura. Direi che vanno tenute presenti le nuove iniziative: è sicuramente auspicabile attivare forme di collaborazione con le associazioni citate ed eventualmente anche altre, nell’ottica di promuovere il riso e più in generale le tipicità del Polesine”.

  • Il “Rosa” e il “Rossello” di Lusia

    Il “Rosa” e il “Rossello” di Lusia

    E’ noto come spesso dalle difficoltà nascono nuove idee, volte a superare le situazioni complesse. Ciò vale anche per Lusia, la “capitale degli orti”, che negli ultimi anni, stante il perdurante stato di crisi, ha visto nascere iniziative finalizzate a migliorare le produzioni per dare vita ad eccellenze in grado di smuovere i mercati.

    E’ così che, tra gli ortaggi estivi, si è imposta l’ “Insalata di Lusia” – frutto di incessanti cure in un terreno unico – che ha ottenuto il prestigioso marchio IGP. Analogo sforzo si sta registrando nell’ambito delle produzioni invernali con la creazione di nuove varietà di radicchio in grado – si spera – di farsi apprezzare dai consumatori per il sapore ma anche sotto il caratterizzante aspetto visivo.

    Due i radicchi particolarissimi che si stanno ponendo all’attenzione degli esperti: il “rosa di Lusia” e il (chiamiamolo così perché ancora non c’è un nome ufficiale) “rossello di Lusia”. Due varietà, frutto di amorevoli cure e attente selezioni, che sono state presentate ad un nutrito gruppo di appassionati presso il ristorante Al Ponte, riferimento primario dei soci dell’Accademia delle Verdure dell’Adige, presieduta da Renato Maggiolo. Associazione, questa, attenta alla valorizzazione dei prodotti della zona, che ha promosso l’inedita iniziativa di degustazione, sviluppatasi in una raffinata cena, tutta ed esclusivamente a base di verdure, con l’abbinamento di ottimi vini, selezionati dopo un attento studio onde armonizzare al meglio il vino al gusto amarotico del radicchio.

    Delle due varietà di radicchio – presentati in apertura della cena su candidi piatti bianchi in grado di esaltarne i cromatismi rosa e vermigli – ne ha parlato in particolare Renato Maggiolo, che ha brevemente ripercorso la storia della produzione del radicchio invernale, cosiddetto “di busa” perché tolto dai campi dopo le prime brinate e quindi trapiantato in ambienti in grado di sviluppare tepore.

    Il “rosa di Lusia” – proposto dal produttore Giordano Aglio – già sul mercato da qualche anno, nato da selezioni partendo dall’ormai inflazionato “variegato di Lusia”, colpisce per la delicatezza rosata delle foglie e il giusto equilibrio gustativo tra dolce e amaro. Il “rossello” – creato e proposto da Antonello Rosselli – si impone per il cromatismo fiammeggiante e la forma assimilabile ad una rosa che sta per sbocciare, caratterizzandosi al gusto per la fragranza e persistenza dei sapori.

    Grandi consensi da parte dei commensali per l’iniziativa di valorizzazione dei due radicchi di Lusia e per l’ottima cena tutta al vegetale. Una serata all’insegna dei sapori genuini e fragranti degli orti di Lusia, che ha fatto apprezzare lo sforzo produttivo ed innovativo degli orticoltori della zona dell’Adige e la capacità di una cucina attenta ad esaltare al meglio i prodotti locali.

  • La festa di S. Antonio Abate

    La festa di S. Antonio Abate

    Ha ottenuto il meritato successso a Bottrighe la prima edizione della festa di Antonio Abate, il santo protettore degli animali e del fuoco, ricordato in una bella iniziativa promossa dalla locale Pro loco presieduta da Alberto Bergo, alla scopo di rivitalizzare le tradizioni religiose e culturali del territorio.

    Importante, per l’ottima riuscita della festa, l’esibizione del locale gruppo folkloristico, conosciuto ed apprezzato ben oltre i confini della nostra provincia. In un gremitissimo il teatro della sala polivalente “Loris Cominato” di piazza Libertà, è infatti andato in scena un brioso spettacolo di cante e ballate del Delta, interpretato con la solita verve dal gruppo “Bontemponi & Simpatica Compagnia”. Un variegato varietà d’altri tempi, tra canto, ballo e recitazione, che ha saputo, come sempre, coinvolgere l’attento pubblico, che ha naturalmente ricambiato con tanti applausi.

    Molto bravi i musici del gruppo – alla chitarra Sergio Salmi, alle fisarmoniche Roberto Carlin e Cristian Mottaran – così pure le voci dei coristi ed in particolare quelle soliste di Mirella Rossi e Giovanni Bonato; divertente poi la scenetta con Remigio Zambotti. Graditi anche i nuovi inusitati strumenti di accompagnamento realizzati in legno e latta.

    Tante le risate per gli intermezzi umoristici, con simpatiche battute sulla politica del momento e sull’attuale crisi, coinvolgendo in questo anche il sindaco Massimo Barbujani che non si è tirato indietro nel rispondere e per questo suo spirito ha ricevuto dal sodalizio la nomina e il distintivo di “Bontempone onorario”.

    Pregevole, in aperura della manifestazione, l’intervento dell’etnografo Paolo Rigoni relativo alle tradizioni popolari legate al santo, con aneddoti e proverbi ispitati alla ricorrenza e alla stagione invernale, caratterizzata in cucina dall’utilizzo della carne del maiale. Animale questo di eccellenza delle corti rurali, che nell’iconografia tradizionale è rappresentato ai piedi del Santo.

    Ma Sant’Antonio Abate, oltre che del maiale, è da sempre considerato protettore di tutti gli animali del cortile, per cui un tempo si procedeva alla loro benedizione. Una cerimonia questa che si è voluto riprendere dopo alcune decine di anni di oblio. Pertanto, dopo la celebrazione della messa nella chiesa di San Francesco ed il ritorno del pubblico nella sala polivalente, il parroco don Antonio Cappato ha benedetto gli aninali domestici e dell’aia presenti con i loro proprietari. Oltre a cani e gatti, anche conigli ed un bellissimo esemplare di gallo.

    Una festa pienamente riuscita insomma, che ha coinvolto la comunità bottrighese e che merita di essere ripetuta e di diventare una tradizione della località. E questa è una certezza su cui la Pro Loco Bottrighe si è detta impegnata, con l’idea di ampliare la manifestazione, prevedendo anche l’esposizione di prodotti tipici e dolci stagionali, come l’antica “marianna” fatta con farina di castagne, di cui un tempo specialmente i più giovani andavano veramente ghiotti. E, anche nelle prossime edizioni, il gruppo dei “Bontemponi & Simpatica Compagnia” non mancherà di portare la attesa nota di allegria e buonumore.

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