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Archivi: Articoli d’archivio

  • Antichi organi del Polesine

    Antichi organi del Polesine

    Il Polesine è ricco di organi prestigiosi, strumenti di rilevanza storica, voluti fortemente dalle comunità locali per accompagnare le funzioni liturgiche, ma che troppo spesso sono trascurati e inutilizzati a causa degli alti costi di manutenzione, oppure che vengono suonati in occasione di manifestazioni concertistiche oramai sempre più rare.

    “Antichi Organi del Polesine” è un itinerario di concerti d’organo nato nel 1999 all’interno del territorio della provincia di Rovigo nelle Chiese delle Diocesi di Adria/Rovigo e di Chioggia, da un’idea di Giovanni Feltrin e Nicola Cittadin, attuale direttore artistico. La manifestazione, giunta quest’anno alla decima edizione, è organizzata da Asolo Musica in collaborazione e con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, la Regione Veneto, la Provincia di Rovigo e i Comuni di Adria, Costa di Rovigo, Porto Viro, Rovigo.

    Lo scopo del progetto, inserito all’interno del circuito organistico regionale “Cantantibus Organis”, è quello di valorizzare i preziosi organi storici del territorio polesano, sensibilizzando il pubblico e, nel contempo, sollecitando le istituzioni affinché trovino le risorse finanziare necessarie per restaurare e dar voce agli altri preziosi antichi strumenti non ancora restaurati.

    Questa rassegna ha sollecitato l’interesse per il restauro di diversi organi, tra i quali ricordiamo innanzitutto il più antico del Polesine, situato all’interno del Tempio della Beata Vergine del Soccorso “La Rotonda” di Rovigo (Organo Gaetano Callido, op. 34 anno 1767). Pregevoli poi nella zona del delta quello della Chiesa della Visitazione di Maria Santissima in Donada (Giacomo Bazzani, anno 1860) e l’organo collocato nella Chiesa di S. Nicolò in località Cà Venier a Porto Tolle (Giacomo Bazzani, 1887).

    La partecipazione di importanti personalità del panorama organistico ed di artisti di fama internazionale, ospitati nelle diverse edizioni, ha certamente dato lustro ed importanza alla rassegna. Per citarne alcuni: Andrea Macinanti (Conservatorio di Bologna), Luca Scandali (Conservatorio di Perugia), Liuwe Tamminga (organista olandese di S. Petronio in Bologna), Emmanuel Le Divellec (francese, Direttore del Dipartimento di Musica Sacra di Hannover), Roberto Antonello (Conservatorio di Vicenza), Giovanni Feltrin (Conservatorio di Rovigo).

    I concerti sono stati certamente un’ottima occasione anche per valorizzare giovani artisti come il friulano Manuel Tomadin (giovane organista Europeo dell’anno 2011) o il veneto Mirko Ballico (primo premio al Concorso Internazionale di Innsbruck – 2007).

    Si è cercato, altresì, di far ascoltare l’organo insieme a strumenti particolari, come il violone di Andrea Cinceras (Conservatorio di Lugano), il cornetto di Frithjof Smith (Conservatorio di Trossingen) o il Corno delle Alpi del virtuoso svizzero Martin Roos.

    Quest’anno la rassegna ha preso il via domenica 7 ottobre a Porto Viro, nella chiesa di San Bartolomeo, con l’organista Stefano Bertoni che ha suonato un organo del 1787 di Gaetano Callido.

    Sabato 13 ottobre nella Chiesa di San Rocco a Costa di Rovigo sono stati celebrati i 230 anni dell’organo costruito da Gaetano Callido nel 1782, con il concerto eseguito da Carlo Benedetto Cimento. Il parroco di Costa, Don Daniele, ha voluto che la data di questa ricorrenza fosse ricordata dalla comunità, e per questo ha fatto incidere una targa che è stata affissa all’interno della chiesa.

    Sabato 20 ottobre, in occasione del 130° anniversario della consacrazione della Cattedrale dei S.S. Apostoli Pietro e Paolo, Margherita Dalla Vecchia ha presentato ad Adria un percorso musicale dal titolo “Architetture sonore per la Cattedrale”, partendo dalla musica barocca di Buxtehude e Bach, passando per il romanticismo italiano di Petrali, Bossi e Capocci, per arrivare al romanticismo francese con la “Suite Gothique” di Boellmann.

    L’ultimo concerto in programma è stato presentato lo scorso 10 novembre a Rovigo nella Concattedrale del Duomo di S. Stefano, dove è ubicato uno strumento costruito dall’organaro Tamburini nel 1960, inglobando materiale storico del 1858 di Giuseppe Cipriani e del 1930 di Annibale Pugina. L’organo è stato restaurato nel 2006 dall’organaro Francesco Paccagnella. Protagonisti della serata il giovane coro rodigino “Nuova Accademia degli Addormentati”, diretto da Marco Scavazza, e l’organista Nicola Cittadin, i quali hanno proposto un singolare ed inusuale programma dal titolo “Suite Médiévale meditazioni e contrasti” su musiche organistiche di Jean Langlais (1907-1991), organista e compositore francese alternate a brani per coro a cappella di T L. de Victoria, J.Desprez, M. Duruflé, G.P.da Palestrina.

  • Il bel canto torna a Lendinara

    Il bel canto torna a Lendinara

    La musica lirica ha risuonato al Teatro Comunale Ballarin di Lendinara in occasione della prima edizione del Concorso internazionale di canto lirico, legato alle storiche figure del soprano Caterina Bonafini e del tenore Domenico Ronconi, eccellenze che il panorama musicale lendinarese può vantare.

    Il canto lirico, interpretato da giovani promesse, è stato infatti protagonista nella città che vanta nobili tradizioni, grazie al concorso organizzato dall’associazione “Promus Lendinara” con il patrocinio ed il sostegno dell’Amministrazione Comunale e la collaborazione del Club Verdi, dell’Università popolare, della Pro loco e della Biblioteca comunale Baccari. Un’iniziativa importante, che ha visto giungere in terra lendinarese oltre sessanta giovani artisti un po’ da tutto il mondo. Oltre che dall’Italia, giovani di talento sono arrivati, infatti, anche dagli Usa e dalla Corea del Sud, dalla Cina e dal Giappone.

    Nella prestigiosa cornice del Teatro Comunale Ballarin, che nel corso della sua storia accolse appuntamenti lirici di indiscusso valore, è stato proposto il concerto conclusivo del Concorso internazionale.

    I concorrenti premiati e segnalati, accompagnati al pianoforte dal maestro Roberto Rossetto ed introdotti dalla presentatrice del concerto Cristina Pavanello, hanno incantato il pubblico così come l’attenta commissione giudicatrice, composta da elementi di primo piano nel mondo musicale, quali il compositore e direttore d’orchestra nonché coordinatore dei lavori Leonello Capodaglio, l’apprezzato tenore che ha calcato i palcoscenici mondiali Renzo Casellato, il maestro di canto e pianista Leopoldo Mosca, il noto storico della vocalità e musicologo Paolo Padoan, il presidente del Club Verdi Ramis Tenan ed il soprano di indiscussa fama a livello internazionale Wilma Vernocchi.

    Ad essere premiati con una speciale segnalazione sono stati Valentina Pennino, Tatiana Aguiar, Carlos Natale, Erika Lehnen Sgroi, Hyojin Kang e Silvia Celadin.

    A vincere la prima edizione del Concorso internazionale sono stati il tenore cinese Like Xing che si è aggiudicato il primo premio, il soprano italiano Lisa Castrignanò classificatasi seconda ed il soprano giapponese Mai Nishida arrivata terza.

    Il Concorso internazionale di canto lirico non è stata, però, solo l’occasione per assistere e ascoltare le esibizioni di giovani talenti. L’iniziativa, legandosi ai nomi del soprano Caterina Bonafini (1751-1826) e del tenore Domenico Ronconi (1772-1839), ha infatti permesso di riscoprire questi due prestigiosi rappresentanti lendinaresi della musica, dei quali riportiamo alcuni fondamentali cenni biografici nella scheda qui pubblicata.

    E per rendere omaggio a Lendinara e ai suoi due illustri cittadini, le iniziative messe in fila dall’associazione Promus Lendinara, patrocinata dall’ “Accademia internazionale di propaganda culturale” ed impegnata nell’organizzazione di eventi musicali di autori e interpreti polesani, sono diverse come spiega il suo presidente Renzo Ferlini, ancora sorprendentemente soddisfatto per la partecipazione del pubblico al concerto finale: “L’idea è di far diventare il concorso un appuntamento biennale, togliendo l’indicazione dell’età dei partecipanti, così da dare modo anche ai giovanissimi talenti di partecipare”.

    “Si vorrebbe – continua il presidente – ricordare il soprano Bonafini e il tenore Ronconi con due iniziative, collocando una targa su quella che fu l’abitazione del celebre soprano, nata vicino al ponte di piazza, ed intitolando una via di Lendinara al tenore Ronconi”.

    E tra i futuri impegni dell’associazione Promus Lendinara, non manca il progetto di un concerto dedicato alle musiche originali del tenore Ronconi, ritrovate dopo una meticolosa ricerca dal compositore e direttore d’orchestra Leonello Capodaglio presso la Biblioteca musicale Greggiati di Ostiglia, rivedute e trascritte in collaborazione con il Maestro di canto e pianista Leopoldo Mosca.

  • La 197° Stagione del Sociale

    La 197° Stagione del Sociale

    Una novità nella tradizione secolare: quest’anno, il 4 ottobre, il Teatro Sociale di Rovigo ha inaugurato la stagione lirica e di balletto 2012/2013 con un Gala lirico ed un premio alla carriera.

    La serata, caldeggiata da organizzatori e istituzioni locali, è stata ideata anche per omaggiare i 40 anni di carriera straordinaria del soprano Mariella Devia, ingaggiata dal Sociale per interpretare la protagonista di Maria Stuarda, opera di Donizetti in programma a metà novembre. Dunque una manifestazione innovativa rispetto alle altre stagioni, che ha visto la presenza di un pubblico numeroso e molto caloroso.

    Lo spettacolo, un omaggio alla lirica in generale, al valore del Teatro Sociale come tempio della musica di alta qualità (che, nonostante il periodo difficile, continua a proporre eventi e artisti di enorme valore) ha fatto alternare sul palco alcune tra le voci più belle che sono state di recente protagoniste di opere a Rovigo, o che sono legate alla città da particolari motivi affettivi e musicali.

    Sulla scena un’antologia di pagine tratte dal grande repertorio belcantistico, composte da autori celebri a volte anche per un solo titolo, dedicando un’attenzione particolare a Giuseppe Verdi, in vista dei festeggiamenti del 2013 per i 200 anni dalla nascita. Gli applausi più calorosi sono stati tributati al soprano Paola Cigna, che, con la sua vocalità agilissima, leggiadra e precisa, ha interpretato capolavori come “Regnava nel silenzio” da Lucia di Lammermoor di Donizetti e lo splendido “Caro nome” dal Rigoletto di Verdi.

    Ottima anche la qualità delle proposte del tenore Giordano Lucà, che ha spaziato dall’intenso e drammatico “Lamento di Federico”, tratto dall’Arlesiana di Cilea, fino a uno dei simboli della musica italiana nel mondo, Mattinata di Leoncavallo, e del soprano di Adria Gioia Crepaldi, che si è cimentata l’Inno alla Luna di Dvorak in lingua boema e con “Tu che di gel sei cinta” dalla Turandot di Puccini.

    Possente e decisa la vocalità del baritono Elia Fabbian, che ha convinto il pubblico numeroso con brani di Verdi e Giordano. Calorosi consensi anche per il timbro caldo e ricco del mezzosoprano rodigino Serena Lazzarini e per la voce piena del tenore Giorgio Caruso, invitato personalmente dal direttore artistico durante una tournée in Corea.

    Ad accompagnare le voci, sotto la direzione precisa di Stefano Romani, è stata l’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta, dimostratasi attenta alle caratteristiche espressive dei cantanti.

    Si è così giunti al momento della premiazione del soprano Mariella Devia, che, dopo le parole del sindaco Bruno Piva e dell’assessore Anna Paola Nezzo, ha ringraziato per la serata e per aver ricevuto in dono fiori e un bel dipinto di Edoardo Chendi. E, in riferimento al pubblico, ha osservato come gli amanti del belcanto non si possano in alcun caso definire “provinciali”, perché mossi da una passione e da una sensibilità che non hanno confini né classi.

    Purtroppo nessuna melodia ha accompagnato la presenza della Devia alla serata: una lacuna questa per i melomani e gli appassionati del celebre soprano, in inutile attesa di applaudire una voce tanto amata.

    In ogni caso si è trattato di uno spettacolo di rilievo, con cui ha preso il via in modo apprezzabile la stagione lirica numero 197. E va segnalata anche l’apertura del teatro a giovani e scolaresche, che hanno avuto la possibilità di assistere abbastanza numerose, nel pomeriggio, a una prova gratuita.

    Questo il programma della stagione operistica 2012-13:

    MARIA STUARDA

    tragedia lirica in tre atti

    musica di Gaetano Donizetti

    libretto di Giuseppe Bardari

    UN BALLO IN MASCHERA

    melodramma in tre atti,

    musica di Giuseppe Verdi,

    libretto di Antonio Somma

    DON GIOVANNI,

    dramma giocoso in due atti,

    musica di Wolfgang Amadeus Mozart,

    libretto di Lorenzo Da Ponte

    NABUCCO

    dramma lirico in 4 atti

    musica di Giuseppe Verdi

    libretto di Temistocle Solera

    15 febbraio ore 20.30 e 17 febbraio 2013 ore 16.00

  • Sponde ritrovate

    Sponde ritrovate

    Il sole ancora alto nel cielo prolungava le attività cittadine in quella serata di fine estate. Persone di ogni età sembravano godere della tregua della recente e straordinaria calura. Evelina dischiuse appena la finestra della sua stanza e si avviò verso il salone dove le inservienti si muovevano frettolose in mezzo ai tavoli preparati per la cena. Era uno dei momenti più attesi della giornata, forse l’unico, a pensarci bene, perché preludeva al sonno della sera, gradevole anche se indotto, in attesa dei caleidoscopici flashback che coloravano pensieri troppo grigi.

    Lo stato di salute di Evelina poteva definirsi soddisfacente a detta dei medici, sia in relazione all’età che ai pesantissimi e ripetuti interventi i quali avevano alleggerito notevolmente talune sue strutture interne. Rapidamente, aveva appreso abitudini e consapevolezze nuove, e si era trovata a dover decidere tra due opposte e ugualmente sofferte direzioni, come le era successo moltissimo tempo prima, precisamente a diciannove anni. Stavolta la scelta non avrebbe coinvolto nessun altro; si trattava della lotta intestina tra l’Evelina che voleva andarsene una volta per tutte e l’Evelina soldatessa, la donna dalle mille risorse, impavida e, stavolta, curiosa.

    Oddio, curiosa non era forse il termine più corretto, in questo frangente. Il fatto che, da qualche tempo, nella Casa di Riposo “Parco dei Tigli” si vociferasse sull’imminente arrivo del Signor Emilio, più che con la curiosità aveva a che fare con una serie di sentimenti e stati d’animo in grado di scuotere le fondamenta di un’intera esistenza ormai faticosamente assestate e sui quali azzardava ipotesi in attesa di verifica.

    “Milio”, era stato un suo compaesano e compagno dei giochi trafelati sulle rive del Canalbianco, quando ancora delle città limitrofe nemmeno si poteva intuire la vicinanza, per la scarsità di collegamenti stradali adeguati. Immersi in una rigogliosa e selvaggia vegetazione, quante volte erano scivolati sugli argini melmosi, fino a che il divertimento era definitivamente cessato dopo la scampata lacerazione dei tendini del ragazzino, nel tentativo di trascinarla via dall’acqua che tentava di trattenersela, in una giornata umida e ventosa.

    Da maschiaccio impenitente, l’Evelina s’era trasformata in una dolce ragazza, tranquilla ed ordinata e la sua frequentazione con Emilio si era interrotta abbastanza bruscamente per volere dei genitori che ambivano ad una ben differente tipologia di genero. Consapevoli dell’affetto reciproco e, forse, dell’amore che legava i due giovani, si adoperarono con estrema perizia ad instillare dubbi sul conto di Emilio, sulla sincerità e sul suo effettivo disinteresse nel desiderare lei, figlia di grossi proprietari terrieri, come legittima sposa. Sarebbe stato un insanabile disonore, le avevano spiegato, andarsene senza il permesso dei genitori ed essere accolta, benché benevolmente, in un’altra famiglia, senza un soldo di dote (perché non l’avrebbe di certo avuta, questo era scontato), come una pezzente, ma, ciò che più contava, come una poco di buono. E in ultima analisi, conclusero, nemmeno Emilio, dopo un primo momento di entusiasmo e di soddisfazione per la “vittoria” avrebbe continuato a stimarla.

    Chiunque avrebbe compreso la tortuosità di tale deduzione, tranne Evelina, che obbedì. Non era avvezza a discutere i desideri, specialmente i suoi. Le era già stata in precedenza preclusa la possibilità di poter vantare quel minimo di istruzione che l’iscrizione alla scuola media, intanto, le avrebbe permesso; era femmina e, come tale, altre occupazioni l’avrebbero attesa.

    Era il 1951; nella mattinata di un sabato di novembre, Emilio sentì la prima deflagrazione causata da una discreta quantità di tritolo sull’argine destro del Canalbianco, ai piedi della confluenza con la Fossa, proprio su quelle rive dove, inconsapevoli, avevano condiviso le emozioni che solo l’amicizia del cuore – al pari o più di quella amorosa – è in grado di suscitare. Sentimenti delicati, privi di passionali coinvolgimenti ma forti e compatti come il legame con la loro terra che stava per essere sommersa dall’acqua inquietante del Po che drammaticamente aveva già invaso un’ampia porzione della pianura portando distruzione e morte.

    Confuse lo scoppio con quello del suo cuore, alla notizia, ricevuta direttamente dalla fonte, ossia dal padre di Evelina. Gli comunicò, senza guardarlo negli occhi, che sua figlia avrebbe presto maritato il signor Cesare, giovanotto serio e garante di un futuro sicuramente più roseo di quello che avrebbe avuto con qualunque altro pretendente. Emilio s’era sentito umiliato, tuttavia, uomo pratico e di fede, aveva reagito alla meglio, tirando su con il suo lavoro di bracciante una discreta abitazione e un figlio, il quale aveva a malapena conosciuto la madre. La sorte gliel’aveva sottratta con l’aiuto di una complicanza setticemica verificatasi in seguito ad un’ustione.

    Nella seconda settimana di settembre 2006, fece dunque il suo ingresso nella struttura per anziani il signor Emilio V. Sembrava che il figlio l’avesse convinto ad accettare un soggiorno provvisorio, il tempo di alcune cure fisiche, in questo luogo situato nel loro paese natìo, a 400 chilometri dall’attuale luogo di residenza. Sembrò, in seguito, che il figlio si fosse scordato del padre ma ciò non rispondeva al vero dato che la retta veniva regolarmente corrisposta.

    Quando, dopo qualche settimana, Evelina ebbe modo di vedere l’uomo, ormai ultrasettantenne, provò una sorta di indefinibile smarrimento che si tramutò in dolorosa frustrazione nel constatare che lui non la riconobbe. Rimandò allora la decisione di farsi avanti ad una successiva occasione; nel frattempo sorprese se stessa nell’indugiare allo specchio e nel cercare tra le sue cose qualche belletto dimenticato.

    L’incontro avvenne una sera nel salone dove un interessante spettacolo televisivo aveva riunito gran parte degli ospiti. Emilio riuscì a riconoscerla grazie all’intuizione, favorita dalla consapevolezza del luogo e dallo sguardo insistente di questa donna che doveva avere più o meno la sua età. Il suo fu un pianto liberatorio; c’era dentro il dolore di una vita e, adesso, la convinzione di essere stato abbandonato da quell’unico figlio che, assieme alla moglie, aveva voluto liberarsi della presenza di quello che era diventato: un vecchio brontolone bisognoso di assistenza.

    Evelina provò una pena infinita e tutto l’affetto di un tempo cominciò a rifiorire innaffiato dalla reciproca commozione. Pur non sapendo nulla di certo sulle intenzioni del figlio, lo convinse che si sbagliava e che sicuramente c’era qualche problema del quale egli preferiva non parlare al padre. Gli prospettò numerose possibilità e inventò benefiche menzogne raccontate con la speranza e la fede che tali non sarebbero rimaste a lungo, pronte a smentirsi tramutandosi in verità.

    Arrivava, saltuariamente, qualche telefonata del figlio. Una, in particolare, accennava a lavori di restauro sull’abitazione che avrebbero prolungato i tempi necessari all’accessibilità alla stessa. Emilio si convinceva che non avrebbe più fatto ritorno a casa e Evelina puntualmente smontava queste sue tristi congetture. Finalmente, un giorno se lo trovò davanti senza preavviso. Quel figlio confuso era venuto a riprenderselo senza troppe spiegazioni.

    Ora Emilio avrebbe dovuto affrontare il nuovo e antico distacco da Evelina e, benché il pensiero di quel pentimento (così avrebbe continuato a considerare il gesto del figlio) fosse sufficiente a lenire lo strappo ancora aperto, capì di doverlo seguire, stavolta con il senno di nuovi propositi che avrebbero posto le sincere volontà di entrambi come l’incipit di un nuovo corso di eventi.

    Questo è il racconto che ho immaginato nello spazio di qualche minuto, modificando i nomi, dopo aver letto la lettera che la signora Evelina, ospite di vecchia data della Casa di Riposo “Parco dei Tigli” mi mostra, accompagnandola da faticose emissioni di fiato. Quattro facciate fitte di ricordi, che Emilio le ha lasciato, abbastanza imprecisi ma sufficientemente eloquenti da non discostarsi troppo da questa rielaborazione. Non riesco a trattenere l’emozione e la bacio ringraziandola di avermi ricordato che la vita, benché quasi sempre tradisca le aspettative, non rinnega mai il suo essere mistero, stupore e fonte di risorse insondabili per chi ad essa si affida senza troppe pretese.

    Uscendo, poso sul suo comodino, quasi furtivamente, l’elegante confezione contenente la cipria color rosa pallido, uno dei rari suoi vezzi dei tempi andati. Mi sembra un gesto fuori luogo, quasi irrispettoso e stonato nell’atmosfera che la breve lettura ha evocato nella mia mente, ma il reciproco sguardo d’intesa affievolisce questo timore.

    Talvolta, quando le occasioni per qualche carezza si diradano, anche un soffice piumino può fare la sua parte.

  • Il linguaggio del legno

    Il linguaggio del legno

    Qualche tempo fa, durante una visita in casa di amici, ho avuto modo di ammirare un quadro particolare, dove dipinto e scultura si presentavano amalgamati in un armonico connubio in grado di valorizzare la raffigurazione e la disposizione delle figure umane, rimandando ad un recondito messaggio.

    Trattandosi di un’”Ultima Cena” può venire spontaneo attribuire alla scelta del soggetto l’ulteriore capacità evocativa del mistero e della spiritualità che animano l’opera in questione. Ma forse non si tratta solo di questo. La successiva visione di altri quadri dello stesso autore ha prodotto in me le medesime impressioni, pertanto ho cercato di valutarle con il personale sguardo di “non addetto ai lavori”, cercando di inoltrarmi nella scoperta dell’intimo linguaggio che ne caratterizza lo sfondo, ovvero “il linguaggio del legno”.

    Autore di queste particolari opere lignee è Gabriele Grossi, nato e residente a Lendinara assieme alla moglie Arianna e ai loro quattro figli.

    Complice l’innata passione per la natura e i suoi paesaggi, in particolare quelli montani, Grossi dà forma alla fantasia, ai sentimenti e agli stati d’animo attraverso l’impiego di essenze di vario genere, principalmente l’abete per la sua duttilità. Da una decina d’anni circa, nello spazio ricavato all’interno della sua abitazione, egli trascorre il tempo libero, indubbiamente scarso, dedicandosi ad un’attività che continua a raccogliere ampi consensi.

    Dopo l’esecuzione del disegno e il suo trasferimento su legno, Gabriele procede al taglio e alla spigolatura dei bordi, la cui successiva e laboriosa arrotondatura conferirà alla creazione la caratteristica plasticità. Colorazione, verniciatura, riassemblaggio e fissaggio sul fondo termineranno lavori di raffinata originalità che lasciano trasparire l’aspetto ludico e gioioso di un’espressione artistica, nella quale poesia e riconoscenza per la bellezza del creato rappresentano l’inesauribile fonte di ispirazione.

    Le forme morbide e tondeggianti richiamano la pervietà di dolci pendii, godibili anche dai visitatori meno esperti nelle soleggiate giornate di vacanza, in totale sintonia con gli affetti condivisi. Vecchie scandole di larice che hanno trattenuto i mutevoli umori dei cieli dolomitici o antiche tavole di quercia dal fiero e agreste passato, raccontano la suggestione di tempi andati, riportati a nuova vita da impulsi dettati dalla sensibilità e rispetto per la natura in ogni sua espressione.

    Non poteva sfuggire all’attenzione dell’artista l’incantevole paesaggio del Delta, che coglie nelle sue peculiarità attraverso l’accurata scelta dei toni e di disposizione degli elementi.

    L’attività, in continua evoluzione, si arricchisce attraverso la sperimentazione di materiali differenti, in quadri nei quali l’esplicita allegoria assume un ruolo predominante senza penalizzare gli effetti scultorei e cromatici mai discordanti da una certa essenzialità del gusto.

    Attualmente sono in fase di elaborazione idee che prevedono l’introduzione del sasso quale elemento naturale da affiancare al materiale ligneo. Su ogni lavoro è impressa la firma mediante marchiatura a fuoco.

    Scopro, assolutamente per caso, che esiste un blog, (www.elgropo.blogspot.com), tra l’altro di non immediata reperibilità, creato da Gabriele senza scopi commerciali e come opportunità di condivisione artistica. Lì è possibile ammirare i suoi quadri accompagnati da delicate didascalie, nelle quali viene espressa una sorta di motivazione emozionale. Si chiama “El Gropo”. Il riferimento ad un punto significativo della pianta – come evidenzia l’autore – è indicativo della genesi produttiva, in piena analogia con l’auspicio rivolto a se stesso. Mi permetto di aggiungere che il “gropo” è anche quella sensazione che sentiamo nella gola quando siamo emozionati, e dunque il vocabolo mi pare ancor più azzeccato.

    Inoltre, la scelta del dialetto per il nome di questo suo spazio, discreto e sinceramente aperto alla critica, esprime l’orgoglio per l’appartenenza alla sua realtà geografica, testimoniato anche da belle immagini della sua città, alcune scattate dal fratello Carlo, esperto ed appassionato di montagna e fotografia.

    Forse non a caso, una delle opere che più mi ha colpito è la rappresentazione della Sacra Famiglia, caratterizzata da profonda umiltà e dolcezza e che mi appare rappresentativa dell’atteggiamento di Gabriele verso questa sua arte che, tuttavia, non sovrasta in nessun caso la dedizione alla famiglia. In questa grotta sembra esserci spazio per tutti, uniti in un luogo che è metafora del cuore.

  • L’eclettismo di Roberto Bottari

    L’eclettismo di Roberto Bottari

    In questo mondo nulla è più sorprendente della varietà pressoché illimitata delle sue apparenze, delle sue visioni, del valore spettacolare di suoni, odori, vedute. Essere vivi significa trovarsi in un mondo che scorre e muta irrimediabilmente. La possibilità di fermarlo è un regalo che ci fa il click della macchina fotografica, dove l’immagine impressa permane fissata al di là del tempo.

    Ed è immenso il giornale fotografico di Roberto Bottari, affascinato dall’apparire delle cose, ed agile e sciolto nel linguaggio dello scatto.

    Che cos’è mai che appare laggiù? Si chiede l’osservatore in uno scenario senza tempo, metafisico della nostra terra polesana: è una piccola figura, una donna in bicicletta ripresa in una scarna scenografia neorealista lungo una strada arginale. Una foto che si è impressa nella mia mente perché vi colgo uno stupore che ammira attonito l’essenziale miracolo del reale, e che si confonde con visioni della mia infanzia vissuta sulle rive del Po.

    Roberto Bottari nasce nel 1945 a Rovigo, “nel cuore del Polesine”, precisa con un cenno affettuoso e un tocco d’orgoglio, e qui ancora risiede ed opera. All’inizio la fotografia è un hobby riservato ad album familiari, un bel gioco fatto per amore di chi ci accompagna nel nostro esistere quotidiano. La tecnica si affina, e c’è curiosità, stupore per la terra, gli uomini (la vita è una cosa meravigliosa). Ne segue la gratificante sorpresa delle prime mostre personali, collettive, le collaborazioni con Enti Pubblici ed Associazioni che apprezzano le sue foto.

    Lavorava ancora come bancario quando, circa trentasette anni fa, fonda, con qualche amico il “Circolo Fotografico Rodigino”. Dichiara di aver da sempre ammirato il particolare mondo fotografico efficace ed incisivo di Gianni Berengo Gardin, fotoreporter e fotografo di fama internazionale.

    Anche il Polesine, la terra senza tempo, ripreso da Roberto Bottari è scarno, austero, e spazi, orizzonti, campagna, stagioni, vecchie foto, crocifissi, muri anneriti paiono giaculatorie, preghiere, qualcosa di mistico intrinseco alla vita, a quella più autentica, che respira fatica e guarda al cielo con la speranza.

    E l’anima stupita di Bottari continua a pregare con la mostra fotografica ispirata al “Cantico delle creature” di San Francesco d’Assisi in occasione della manifestazione “Sanfra in festa”, presso la Parrocchia di S. Francesco. Parole e immagini per lodare il Signore con l’immensa figura del Cristo Redentore che domina la baia di Rio de Janeiro, e con visioni di albe, tramonti, lune che rischiarano acque ed emozionano il cuore umano. Nell’ambito del Sacro, ricordiamo anche il DVD “L’espressione del Sacro: Via Crucis”, proiettato presso il Museo dell’Abbazia di Pomposa.

    Sensibile all’arte, sviluppa gigantografie delle migliori maioliche dipinte dal grande rodigino Francesco Xanto Avelli vissuto tra il 1500 e il 1545; una mostra che è stata proposta, con grande successo, anche in Germania e visitata dal console d’Italia Mario Luigi Palma. Studi fotografici anche sugli artisti Mattia Bortoloni e Virgilio Milani.

    Per l’Associazione Culturale Minelliana ha pubblicato e realizzate le mostre collettive “Minelli 100 anni dopo”, “Rovigo tra 800 e 900” e “Palladio e Palladianesimo. Studi, colpo d’occhio per architetture e profonda conoscenza del nostro territorio, tra passato e futuro, nella Mostra per i 150 anni dell’Unità d’Italia, realizzata grazie al suo enorme archivio fotografico.

    Il nostro Fotografo non manca d’ironia e si diverte a registrare e provocare. Notevole successo ha ottenuto la mostra “Frantumazioni” pubblicitarie: storie di cartelloni pubblicitari, colti nel loro disfacimento a causa degli agenti atmosferici e la solita incuria dell’uomo, che diventano quasi un’allegoria di questa abbagliante, colorata civiltà dei consumi che, fatalmente, senza più il collante di regole, tradizioni, buon senso, si sta, tristemente, sgretolando.

    Intrigante “Masquerade”, esposizione realizzata in collaborazione con Roberto Todesco: riprese di maschere, costumi, nella magica, immutata atmosfera del magnifico Carnevale veneziano.

    Ed ecco che il nostro bravo fotografo è richiesto come “maestro”. L’Università Popolare Polesana gli affida un corso di fotografia voluto dagli stessi allievi, anzi allieve. La mostra collettiva di fine anno ha dimostrato la buona scelta dell’insegnante: le “discepole” hanno saputo inquadrare, sorprendere, con nuova freschezza, istantanee di suggestivi angoli della nostra città.

    Bottari predilige il bianco e nero, ma le vedute si accendono anche di colore, toni vivaci, impressionisti, gialli e rossi abbaglianti, le trasparenze del ghiaccio, la solennità del Po, e sempre commuovono gli spazi e i cromatismi dei purpurei tramonti sul Delta.

    Al suo attivo, dunque, più di quaranta esposizioni: a Rovigo, in tante località della nostra Provincia, e poi a Vicenza, Latina, Bassano del Grappa, Germania, e sempre il consenso del pubblico e lusinghiere recensioni da Critici affermati.

    La fotografia come aspetto della vita umana, eclettica e misteriosa, ritratti primitivi e la nostra società del dubbio. Tutto ciò che percepiamo è prodotto da forze invisibili, segrete, e Roberto Bottari pare che, con il suo abile strumento fotografico, le sappia cogliere con professionalità, rigore e il valore aggiunto di una poetica che riesce a focalizzare, indagare l’animo delle cose, della gente.

  • Le vetrate di Sandro Tomanin

    Le vetrate di Sandro Tomanin

    Tra le vie dei paesi del Polesine, nel piccolo centro di San Bellino si giunge ad un antico cascinale che cattura lo sguardo del passante per fascino ed eleganza.

    Varcando l’alto cancello in ferro battuto, si scopre un luogo quasi incontaminato, a cavallo tra presente e passato. E’ la prestigiosa sede della Vetreria d’arte dei fratelli Tomanin, una attività molto apprezzata che si avvia a festeggiare il 25° della sua nascita.

    Avviata nel 1988, grazie all’estro di Sandro Tomanin, inizialmente era alloggiata in un piccolo laboratorio all’interno di un garage. Negli anni ‘90 viene trasferita in piazza Galvani a San Bellino e successivamente nella residenza colonica acquistata nel 1993.

    Gli studi d’arte nel ferrarese seguiti dal corso di restauro a Firenze, fanno approdare casualmente il talentuoso artigiano alla lavorazione del vetro, a cui si uniscono, nell’89, i suoi due fratelli.

    Simile ad un dipinto, i cui schizzi di rose rosse adornano le mura che cingono un prato verde smeraldo, la vetreria si inserisce nella cornice di una tipica casa padronale veneta, il cui corpo principale è stato completamente ristrutturato.

    All’interno l’esposizione di importanti produzioni dell’arte vetraria dell’azienda: le opere ivi esposte sono disseminate tra stanze perfettamente arredate, che si snodano accogliendo il visitatore con le dolci note di una sinfonia classica in sottofondo.

    Nel laboratorio, ricavato dalla vecchia stalla e scuderia, oltre all’attività produttiva si svolgono annualmente corsi di formazione, tesi a tramandare l’antico mestiere del vetraio attraverso tecniche ormai dimenticate ed estinte, come la grisaglia o pittura a gran fuoco. Vanto dei maestri Tomanin la conservazione dell’arte remota dei vetrai medievali; l’alta professionalità raggiunta nel corso degli anni, ha consentito loro la realizzazione di pezzi unici e personalizzati per committenze di prestigio.

    L’associazione culturale ficarolese ‘Il Carmine’, ha inteso recentemente riproporre e diffondere la conoscenza di questo artigianato di nicchia, dal sapore così antico e prezioso. E’ così che importanti realizzazioni della produzione dei fratelli Tomanin sono approdate a Ficarolo per una raffinata mostra intitolata “Vetro, Luce Colore. Vetrate artistiche, oggettistica e sculture in vetro”.

    Promossa dall’associazione Carmine in collaborazione con la Parrocchia di Sant’Antonino Martire, la mostra è stata allestita all’interno del palazzo Castagnari-Calza anziché, come si era precedentemente programmato, nella Chiesa della Beata Vergine del Carmine, culla naturale dell’omonima associazione. Gli eventi sismici del mese di maggio hanno infatti gravemente lesionato e reso inagibile la chiesetta, rendendo doverosa una collocazione alternativa dell’esposizione.

    Il taglio del nastro in sala Castagnari-Calza, è avvenuto alla presenza del primo cittadino di Ficarolo Fabiano Pigaiani, dei consiglieri comunali, del critico d’arte Giuseppe Pietroni e dei membri dell’associazione, tra cui il parroco Giancarlo Crepaldi, Lara Calza e l’artista Maurizio Barozzi. Immancabili il presidente Furini e l’artista-artigiano Sandro Tomanin, ospite indiscusso della serata, che ha illustrato la sua realtà produttiva.

    “La nostra è una piccola azienda che per livello qualitativo non consente una capacità produttiva elevata – ha sottolineato Tomanin -. Il laboratorio è aperto alle visite delle associazioni culturali e alle dimostrazioni pratiche. Vedendoci all’opera si può apprezzare maggiormente il nostro lavoro. Ogni prodotto viene interamente progettato e realizzato a mano con grande attenzione e cura per i dettagli. Seguiamo con estrema minuzia ogni fase di lavorazione, lontani da una qualsiasi produzione industriale”.

    La crisi che sta attanagliando l’Italia non sembra frenare l’ottimismo dell’ideatore dell’attività vetraria: “Stiamo gradualmente ampliando il nostro mercato anche all’estero – ha infatti informato Tomanin -. Da qualche mese siamo in contatto con aziende site nei Paesi emergenti. Tra i lavori più prestigiosi e importanti che ci sono stati commissionati, spicca un grande vetro realizzato attraverso la tecnica della sabbiatura per il famoso hotel Hermitage di Montecarlo. Ma anche le vetrate che concernono il restauro della Palazzina Marfisa d’Este a Ferrara, il piano nobile della Villa Molin e della cappella degli Ovetari a Padova, oltre al restauro delle vetrate del duomo di Adria e della Basilica di San Bellino”.

    “I nostri soggetti – ha precisato – ritraggono immagini sacre o moderne, per edifici pubblici o privati. La produzione altamente variegata, comprende anche gadget o altri presenti commissionatici dall’amministrazione di Fratta Polesine, per le varie autorità istituzionali (Presidente della Repubblica piuttosto che presidenti di Camera e Senato) che si sono avvicendate nel corso del tempo per far visita al museo di Matteotti”.

    L’esposizione, arricchita da un video che documentava le diverse fasi di lavorazione, ha permesso di ammirare la variegata produzione: le vetrate a piombo, dipinte a “grisaglia” e cotte a “gran fuoco” e i vetri sabbiati; i vari complementi d’arredo, come gli orologi, gli specchi e le sculture in vetro. Ma anche le lampade decorate con la tecnica Tiffany o moderna, i punti luce e i lampadari, oltre all’oggettistica con articoli da regalo e trofei.

    Tinte fulgide e brillanti dal blu oltremare al turchese, dal rosso vermiglio al giallo ocra, dal verde bottiglia all’amaranto, vengono esaltate nei loro riflessi grazie alla trasposizione sul materiale per eccellenza più lucido e trasparente.

    La mostra sulle vetrate ha segnato la ripresa dell’attività dell’associazione Il Carmine e il ritrovato desiderio di esaltazione dell’arte nelle chiese, confermando la tradizione inaugurata l’anno precedente sul tema della “Storia, iconografia e tecnica delle Campane”.

    A conclusione della serata inaugurale, i saluti dell’architetto Furini che ha ringraziato per l’ospitalità la famiglia Calza, anima dell’associazione, e Sandro Tomanin, definito grande professionista, le cui vetrate, esportate anche all’estero, costituiscono sicuramente un’eccellenza dell’artigianato polesano.

  • Le pèche dell’orco

    Le pèche dell’orco

    Nei racconti della tradizione non manca mai l’orco, essere terribile ed indomabile, gigantesco e dotato di una bocca smisurata pronta ad inghiottire carne umana: particolarmente ghiotto di quella di bambini e fanciulle, che più di altri lo devono temere e tenersi ben lungi da luoghi poco frequentati, dove la mostruosa e temibile creatura può improvvisamente manifestarsi.

    “Le péche dell’orco” (le orme dello spaventoso essere) è il titolo dell’ultima pubblicazione di Adriano Romagnolo, apprezzato cultore delle fole e dei miti della civiltà contadina, autore di vari significativi testi e saggi in tale ambito, e particolarmente noto per l’impegnativa ricerca etimologica, sfociata dopo vari decenni di studio nell’opera “Il Polesano, dizionario dei modi di dire del Polesine e dei modi di fare della sua gente”.

    Sulle tracce dell’orco, dunque, – ma più in generale sulla scia dei tanti personaggi fantastici, bizzarri, malefici o bonari, che per centinaia di anni hanno costituito il substrato di tante storie e narrazioni rusticane, originatesi per lo più nelle stalle, facendo filò,- si sviluppa lo scritto di Adriano Romagnolo. Un volume, a metà strada tra saggio e narrazione, che avvince i lettori per il contenuto ai più oggi sconosciuto: racconti che vengono dalla notte dei tempi, che sono rimasti vivi fino al primo dopoguerra e che rischiano di sparire definitivamente se qualche cultore non riesce a codificarli. Narrazioni che è ormai difficilissimo recuperare, perché – come con un certo rimpianto avverte l’autore – ormai la televisione ha definitivamente messo a tacere i cuntafole, personaggi fondamentali nel mantenere vive le tradizioni orali della civiltà contadina.

    Per saperne di più ci incontriamo con Adriano Romagnolo, i cui testi spesso appaiono su questa rivista, oltre che sulle pagine del quotidiano polesano “La Voce di Rovigo” e sul periodico “Polesani nel Mondo”.

    – Come è nata l’idea di realizzare quest’opera?

    “Si deve sapere che una volta un matto si mise in testa di comporre un Dizionario dei modi di dire del Polesine di Rovigo e dei modi di fare della sua gente. Solo ai matti o agli spostati di cervello a volte possono venire certe idee balzane. Si deve sapere, allora, che alla fine nacque Il Polesano e che quel matto, che sarei io, si trovò per le mani una tale quantità di rezaive, de patuzo, una ratatuja di roba, per davvero interessante, che non fu possibile inserire nel Dizionario, frutto di una ricerca decennale. Erano, appunto, i rimasugli di tutto quanto era stato ricercato per documentare il Dizionario. Erano un accumulo informe, talvolta incompleto, di storie, di fatti, di vicende, di miti, di leggende, di personaggi, di tradizioni la cui schedatura era stata conservata proprio perché dispiaceva buttare via. Questo l’antefatto de Le peche dell’orco. Sulle tracce della realtà e del mito nella tradizione contadina polesana.

    Le peche dell’orco si formano in un tempo lontano, pescano nell’età in cui la memoria si confonde con la fantasia, e l’immaginazione regola i rapporti degli uomini con le cose. Era l’infanzia, l’adolescenza dei nostri nonni, della famiglia patriarcale, dell’educazione naturale che si reggeva sulla tradizione, che a volte si contrapponeva all’educazione cattolica. Le voci, i suggerimenti, la filosofia di un’esistenza regolata sui cicli naturali sono ancora presenti; basterebbe che verso di loro ci fosse maggiore attenzione; allora, certamente, nella vita odierna riusciremmo a trovare il tesoro più grande, consistente nel rispetto reciproco, nel principio di solidarietà, nella sacralità incondizionata della legge naturale che era la manifestazione della divinità primigenia”.

    – Molte delle figure da lei delineate nel suo lavoro trovano riscontro in un ambito geografico che supera i confini del territorio provinciale. Ce n’è qualcuna che potremmo definire tipicamente polesana? A qualcuna, più di altre, va la sua simpatia?

    Questo è interessante. Non possiamo parlare della tradizione culturale contadina, limitandola ad un territorio ben delimitato, e dunque non possiamo neppure fare riferimento ad una cultura contadina solo polesana. Certi miti, certe leggende, certi personaggi che si incontrano in queste contrade, certi comportamenti dettati dal corretto rapporto con la natura, perfino i timori e le paure si ripetono altrove, in luoghi e paesi alquanto diversi tra di loro, oltre che essere geograficamente lontani, in modalità simili Ad esempio il mito del serpente, come simbolo e custode del mondo oscuro, dei luoghi sacri e dei tesori, ma anche manifestazione del pauroso mondo degli inferi. Esso è nello stesso tempo simbolo di vita e di salute. Il suo mito è presente presso altre culture ed altri popoli, oltre i confini polesani, nelle regioni e nei territori limitrofi e perfino nell’Europa orientale ed in quella nordica. Anzi il serpente è il tramite tra la vita e la morte poiché fa la muta, si trasforma, rinasce ogni anno, abbandonando le proprie spoglie precedenti.

    Tra i personaggi mitici, inventati dalla fervida fantasia – e spesso creati per controllare i timori dei nostri padri – ce ne sono alcuni che mi sono stati particolarmente simpatici. Dico del Bonbasin, la maschera antropomorfa che furoreggiava qualche decennio fa nei carnevali e nelle feste paesane, dico ancora del Magnaomani, una specie di orco smargiasso, pusillanime e vanesio che proviene dal mondo delle favole. Impersonava lo smargiasso spaccamonti finché non incontrava uno come lui che, per dirla alla contadinesca, el ghe moca el pisare.”

    – Lei spesso incontra delle scolaresche. Che riscontro hanno i suoi racconti nelle ultime generazioni? C’è in generale (nella scuola e nella società) un interesse per il recupero delle tradizioni che stanno scomparendo?

    “Come uomo di scuola vorrei che la tradizione e la cultura locali fossero più presenti nei programmi scolastici. Alle scolaresche queste storie, che conservano un alone di favola, piacciono e piacciono molto. Purtroppo devo rilevare che c’è poca propensione ad inserire nei piani didattici, fatti salvi alcuni casi eccezionali, anche elementi di storie di vita locale. Forse tutto ciò è dovuto alla ristrettezza dei tempi didattici. Si devono fare tante cose in così poco tempo! Io credo invece che dipenda, più che altro, da pigrizia e da scarsa consapevolezza della bellezze e della peculiarità delle nostre storie locali. Il bello è che diciamo della scuola e spesso addossiamo ogni responsabilità all’istituzione scolastica, ma mi sembra di poter dire altrettanto delle istituzioni pubbliche, delle biblioteche comunali, delle pro loco, per questo aspetto molto distratte, che si limitano a proporre la riesumazione di tradizioni e di costumi una volta all’anno, in occasione della fiera paesana”.

  • Quando finisce l’estate

    Quando finisce l’estate

    Maddalena, quarantaduenne scrittrice di successo, passa i due mesi estivi sola, in campeggio in Sardegna, con la propria roulotte: ha bisogno di solitudine dopo la fine di una storia importante; Nicola. 21 anni, studente di medicina, è in vacanza nello stesso posto, con un gruppo di amici.

    Parte da qui la storia sviluppata nell’ultimo romanzo di Loredana Capellazzo, dal titolo “Quando finisce l’estate” (Alberto Brigo Editore). E il messaggio è chiaro: “L’amore può esistere nelle forme più diverse, ed è sempre rispettabile e onorevole per chi lo vive. Meno per gli altri, che non sempre si sforzano di capire” dice l’autrice, soffermandosi nel romanzo anche sulla capacità di riuscire a stare soli.

    Il titolo del libro preannuncia al lettore come si snoda la trama della vicenda. La fine dell’estate è intesa “non solo in senso temporale – aggiunge l’autrice – ma anche e soprattutto coincide con la sensazione che Maddalena, la protagonista, prova nei confronti della propria vita”. E il senso del tempo, dell’esistenza, è contenuto in una frase: “la felicità corre veloce, troppo veloce per noi mortali che, non potendo afferrarla, dobbiamo accontentarci di vederla passare”.

    Cos’è per Loredana Capellazzo la solitudine? Chiediamo all’autrice.

    “Bastare a se stessi è una risorsa. Giorgio Gaber, in una canzone, dice che la solitudine non è follia, quanto condizione indispensabile per star bene in compagnia. Chi sa stare da solo sa stare anche tra i propri simili, occuparsi degli altri. Se sai stare con te stesso, hai sempre qualcuno vicino”.

    – Perché si ruba un angelo, Lettera firmata, la trilogia Il colore del tempo, Quando finisce l’estate. In tutti i romanzi sono sempre le donne protagoniste. Perché?

    “Sono profondamente convinta della differenza tra la scrittura maschile e quella femminile; una donna che scrive non può prescindere dal proprio sesso, dicono molte grandi scrittrici, e io scrivo di donne. Le mie protagoniste sono donne che soffrono, amano e lottano, per se stesse o per un amore o per un’idea, e non importa se vincono o perdono, a me piace accompagnarle nel loro percorso e nelle loro scelte”.

    Soffre anche Maddalena, in “Quando finisce l’estate”? Qual è la trama del libro?

    “Dopo i primi difficili incontri, Mad (Maddalena) e Nicola scoprono di piacersi, ma la differenza d’età è tale da imporre cautela. Si sviluppano frattanto varie vicende, finchè divamperà il fuoco dell’amore. Ma poi ci saranno anche i giorni della sofferenza, mentre nella storia si affacciano i vari personaggi..ma lasciamo ai lettori scoprire il dipanarsi della vicenda”.

    – C’è un libro che a Loredana Capellazzo piacerebbe avere scritto?

    “Non uno ma tantissimi. Se proprio dovessi scegliere, direi “Cime tempestose”; è un libro che amo da quando ero ragazzina e ho riletto decine di volte; mi affascinano la storia, le atmosfere, il personaggio così moderno e anticonformista di Kathy, l’intreccio della storia che procede a flash-back. Credo sia un libro che mi ha insegnato molto nel campo della scrittura”.

    – I personaggi e la loro fisicità. Nel romanzo di Loredana appena edito, lui (Nicola) è l’emblema della bellezza, lei (Maddalena) la “normalità”. La bellezza difficile da raggiungere e mantenere da una parte, dall’altra la difficile accettazione di sé, del proprio corpo con i suoi difetti. Il sogno e la quotidianità/normalità.

    “I miei personaggi maschili sono sempre belli; ma è una bellezza soggettiva che sta più negli occhi di chi guarda che nell’oggettività. A me piace un certo tipo di bellezza maschile, che non è sempre quella canonica: una delle cose per cui le amiche mi prendono in giro è la mia passione per gli zigomi di una certa forma, che sono la condicio sine qua non del mio ideale di bellezza maschile. Le mie protagoniste invece sono di solito “normali”, la bellezza emerge dalla loro personalità e da come sono “dentro”. Per questo forse hanno difficoltà ad accettarsi completamente e a sostenere il confronto con le altre”.

    – Quanto c’è di autobiografico nei personaggi dei suoi romanzi?

    “I miei personaggi femminili, presenti in ognuno dei romanzi, non sono mai autobiografici – conclude la scrittrice -. Vedo e conosco tanta gente, ascolto e osservo più che fare domande. Così, conosco molte realtà, molte storie. Guardando attentamente ogni persona si impara molto”.

  • Carlo Ranzato

    Carlo Ranzato

    Lo scorso 3 Ottobre, presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo, auspice l’Associazione Barbujani, è stato ricordato il provveditore agli studi Carlo Ranzato (Rovigo 1923 – Negrar VR 2007). Ne ha parlato il prof. Livio Crepaldi che, come preside comandato ad altre funzioni, lo affiancò per quattro anni al Provveditorato rodigino; è poi seguito un intervento del prof. Fausto Merchiori che dall’allora provveditore ebbe sempre importanti indicazioni nel complesso lavoro di pianificazione della scuola secondaria di Badia Polesine.

    Impossibilitato (ero lontano da Rovigo) a portare il mio contributo nella giornata dedicata al ricordo dell’importante personaggio, lo faccio ora, grazie alla disponibilità di alcune pagine di questa rivista.

    Inizio col dire che per tutti era il dottor Carlo Ranzato, ma per la famiglia e gli amici era semplicemente Carli, vezzeggiativo che usava anche come pseudonimo per firmare le sue vignette umoristiche e gli scritti di satira sociale e politica.

    Amava l’arte in tutte le sue forme e non soltanto come fruitore. In realtà nella pittura i risultati non erano molto elevati (lui stesso definiva i suoi quadri “non eccelsi”), ma le vignette satiriche, che pur diceva essere “da soffitta” erano davvero eccezionali, spesso poetiche, sia quando citava in modo canzonatorio fatti di vita quotidiana e situazioni sociali, sia quando ironizzava sulla scuola o sullo sport. Un’attività questa che aveva a lungo praticato come ginnasta e come giocatore di pallacanestro e di rugby, disciplina che amava in modo particolare e per la quale, all’interno della Federazione Italiana Rugby, è stato anche presidente della Commissione Attività Giovanile.

    Nel veronese, dove ha vissuto gli ultimi anni, le due società Valpolicella Rugby e CUS Verona Rugby tuttora giocano ogni stagione in suo onore la “Carli Cap”, una sfida annuale “che vuole essere il leale e grato riconoscimento degli amanti del rugby ad un uomo di sport e di scuola, che ha speso una vita per il rugby, lo sport e l’educazione”. A questa disciplina sportiva ha dedicato molta attenzione anche durante la sua carriera di funzionario dirigente, favorendone la diffusione nelle scuole e sottolineandone sempre, sia in privato che in pubblico, i valori più veri: lealtà, generosità, sacrificio, rispetto per l’avversario e per l’arbitro.

    L’ho conosciuto nel 1973, nella sua veste istituzionale, ma in breve, attraverso la frequentazione di conoscenti comuni, il rapporto di reciproca stima è diventato più confidenziale, fino a trasformarsi in vera e propria amicizia.

    Il suo trasferimento a Verona, anziché indebolire il legame, paradossalmente lo consolidò, soprattutto quando Carli, ormai in pensione, riprese nel 1993 la collaborazione con Almanacco Veneto di Savaris, per il quale curava la rubrica Posta & Risposta, firmandosi Carli Postin.

    Nella rubrica, rispondendo ad ipotetiche lettere dei lettori di Almanacco, metteva in ridicolo determinate abitudini di quegli anni, come le telefonate alle linee erotiche, il linguaggio aggressivo e sboccato di certe trasmissioni TV o di certi oratori, che pure risultavano molto popolari (quando sei al microfono, se non cominci con un ‘vaffanculo stronzi’, non ti ascolta nessuno). Non si salvavano i politici, sempre “politicamente in bilico ma fermi sulla sedia”, e la situazione sociale: “Quando da bocia se zogava a ladri e carabinieri, mi me ricordo che vinseva sempre i ladri”. Neppure la scuola era esclusa: “D’ignoranza non si muore”.

    Il suo contributo all’Almanacco era comunque precedente al 1993: era iniziato negli anni Sessanta, ma, diventato provveditore, il suo ruolo pubblico consigliava l’anonimato, anche se molte volte i testi nascevano da sue idee. La sua era una satira spesso tagliente, ma mai offensiva verso le persone. E questa sana, innata ironia la rivolgeva anche nei confronti di se stesso e i fatti che lo coinvolgevano direttamente.

    Nel 1982, arrivato da poco a Verona, mi comunicò che l’avevano fatto “Cavaliere del Sovrano nobilissimo ordine dell’Antico Recciotto” e, quale documentazione, mi mandò, divertito, un articolo di giornale titolato “Il provveditore alza il gomito”.

    Altra sua grande passione la musica, e non solo quella ascoltata. Aveva sempre nel taschino una piccola armonica a bocca che suonava negli incontri tra amici, ma a volte anche in circostanze ufficiali, come quando nel 1985, in una visita post-natalizia alla scuola elementare di Valeggio, fece cantare in coro gli scolari, con grande sorpresa dei presenti, tanto che il quotidiano l’Arena di Verona dedicò a questo episodio un articolo. Ma non era un fatto isolato, perché tra il 1979 e il 1982 (ero allora preside alla media di Corbola), più volte, in occasione di iniziative particolari come gli incontri delle classi con poeti e pittori, è venuto a far visita alla scuola, conversando con i ragazzi ed intrattenendoli, fermandosi poi, con insegnanti e personale non docente, a far onore ad un pranzo preparato dalla non giovanissima segretaria William Gallo, aiutata dalle bidelle e da alcune insegnanti.

    Ricordo che una volta, arrivato in anticipo, trovò la segretaria ancora occupata a preparare la sfoglia per le tagliatelle. La signora Gallo lo salutò, poi, senza interrompere il lavoro disse: “Provveditore, se vuole mangiare tagliatelle buone, dovrebbe seguire il preside nelle classi. Intanto io finisco”.

    Quando si era tra amici, non mancava quasi mai la fisarmonica. Nel 1983, con la bella stagione, siamo stati ospiti dei pescatori che ci hanno fatto visitare il Delta con le barche, traghettandoci poi a Scano Boa.

    Il Delta lo si può conoscere solo dall’acqua. A Scano Boa la natura è rimasta pressoché intatta; vi si arriva attraversando lagune e percorrendo stretti “paradei”, particolarmente suggestivi d’estate, quando la vegetazione che li delimita è folta ed è abbastanza facile vedere il volo elegante dell’airone rosso.

    Nel cason di Scano Boa, i pescatori ci hanno offerto un ricco pranzo che essi stessi avevano preparato. Per la musica non c’è stato problema perché il provveditore Ranzato, in calzoncini e canottiera, ha estratto da uno zaino la fisarmonica e ha cominciato a suonare canzoni popolari, accompagnato dal coro formato dalle signore presenti, coordinate da Renata, la sua simpaticissima moglie. Intanto io creavo, con dei veloci schizzi, un piccolo taccuino di viaggio.

    Il racconto della giornata è stato pubblicato da Angelo Savaris su Almanacco e ripreso in parte, in altra analoga occasione, da Nino Villani sul quotidiano Il Resto del Carlino, che ha titolato l’articolo: Serenata nel Delta per un airone rosso. Pubblicate anche le foto, ovviamente col permesso del Provveditore.

    L’episodio è ricordato nel libro “Un cassonetto per me” del 2004, una specie di diario che, attraverso testimonianze scritte, ufficiali e non ufficiali, porta fuori dal “forziere della memoria” il racconto di una vita. Parlando di se stesso nella premessa, Carlo Ranzato diceva “Ha scritto lettere, decreti, circolari, relazioni a quintali, ma ai posteri lascia soltanto questo libro insieme a non eccelsi quadri da parete e disegni da soffitta”.

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