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Archivi: Articoli d’archivio

  • Temistocle Zona (1848-1910)

    Temistocle Zona (1848-1910)

    Tutto è nato da una telefonata ricevuta all’inizio dell’estate di due anni fa, proveniente dalla provincia di Macerata. E fu subito meraviglia mia nell’apprendere che nell’800 un astronomo, laureato a Padova, divenuto poi direttore dell’Osservatorio di Palermo, era nato in provincia di Rovigo nel comune di Porto Tolle. E fu anche meraviglia del chiamante nel venire a conoscenza che qui, in Polesine, non se ne sapeva nulla.

    L’iniziativa era partita da alcune associazioni di astrofili marchigiani che avevano organizzato una serie di manifestazioni in occasione del centenario della morte di cinque astronomi: Giovanni Schiapparelli, sicuramente il più conosciuto non tanto per gli importanti studi fatti nella sua lunga carriera, quanto per avere “inventato” i canali di Marte. Poi Galle (Nettuno), Huggins (spettroscopia), Charlois (asteroidi). E infine Temistocle Zona, nato a Porto Tolle il 7 (o 6?) maggio 1848, morto a Palermo il 2 maggio 1910.

    Ma chi era costui? A Macerata avevano già ricevuto alcune notizie essenziali dall’Osservatorio di Palermo, e ormai per il Gruppo Astrofili Polesani era diventata una sfida.

    Sulla base di alcuni nomi, date e avvenimenti, consultando archivi e raspando freneticamente ogni anfratto della Rete Mondiale, in poco più di una settimana è stato possibile mettere in piedi una relazione che venne presentata al convegno maceratese, risultando la più inaspettata e la più ricca di curiosità, proprio a causa della scarsa notorietà del personaggio.

    Nella seconda metà dell’Ottocento si trovò, Temistocle, ad essere spettatore e coprotagonista del passaggio epocale dell’astronomia verso l’astrofisica, usando fra i primi l’analisi spettroscopica nello studio delle comete. Appassionato e sicuramente esperto di procedure di calcolo (era laureato in ingegneria e architettura) sarà proclamato ufficialmente astronomo solo nel suo ultimo anno di vita.

    Ancora studente universitario, si dedicò a delicati lavori come assistente volontario presso l’Osservatorio Astronomico di Padova con Giovanni Santini e Antonio Abetti, pubblicando poi, quando sarà insegnante di matematica superiore all’Istituto Tecnico di Forlì, gli elementi orbitali dell’asteroide Ismene nella prestigiosa rivista AstronomischeNachrichten che ospitava i lavori dei più autorevoli astronomi europei. E in questa rivista vedremo poi, decennio dopo decennio, almeno una sessantina di altre sue pubblicazioni quando per trent’anni, fino alla morte, lavorerà all’Osservatorio di Palermo, passando dai calcoli alle osservazioni planetarie, dalle missioni all’estero (come nel caso dell’eclisse di sole del 1905 in Tunisia) alla spettroscopia cometaria (la grande novità tecnologica dell’epoca).

    E fu proprio in questo campo che il nome di Zona fu veramente scritto in cielo: il 15 novembre 1890 individuò la cometa C/1890 VI che, com’era allora ed è tuttora consuetudine, prese il nome dello scopritore. E fu quella, la “Cometa Zona”, l’ultima ad essere tenuta a battesimo da italiani nel XIX secolo. Purtroppo si tratta di una cometa non periodica: si è vista allora, e non ritornerà più (ma qualcuno ne ha calcolato il ritorno fra 11.000 anni).

    Che sia anche per questo che il nome di Zona, scritto in un importante passato, risulta oscurato nel tempo presente? Eppure motivi di modernità, quasi di contemporaneità, non mancano nella vita di questo personaggio che non fu solo scienziato.

    Era ancora giovanissimo, studente diciannovenne come tanti giovani del tempo infiammato di patriottismo, quando partecipò alla battaglia di Mentana. Fu preso prigioniero dai Francesi, condannato a morte e graziato poi da papa Pio IX. Ci resta una foto di lui in tenuta garibaldina.

    La sua curiosità per le cose della natura lo spinse ad avventurose escursioni, come quella sulle asperità dell’Etna come “appassionato scalatore e socio della sezione palermitana del Club Alpino Italiano”.

    Nel 1885, in occasione della terribile epidemia di colera che colpì Palermo, egli non ebbe paura di rischiare il contagio, e si prodigò in prima persona nel soccorso agli ammalati. La sua passione umanitaria, erede degli spiriti rivoluzionari del Risorgimento, lo porterà poi, nel 1904, a rappresentare i Liberi Pensatori italiani al Congresso Internazionale di Buenos Aires.

    Nel 1888 gli nacque la figlia Eva che prenderà laurea con Giovanni Gentile, fu scrittrice e traduttrice e sposerà lo storico Adolfo Omodeo, suo compagno di studi, continuando così la lunga saga di docenti universitari che è tuttora molto attiva negli atenei italiani. Un’altra figlia, Amalia, seguirà come il padre gli studi scientifici.

    Gli interessi conoscitivi di Temistocle Zona non si limitarono all’astronomia: scrisse anche di microbiologia, geologia e meteorologia. Nella sua lunga carriera scientifica ebbe modo di usare alcuni strumenti che l’osservatorio palermitano aveva acquistato dagli eredi di Giulio Fabrizio Tomasi di Lampedusa dopo la morte del principe: quegli stessi strumenti che il regista Luchino Visconti, nello spirito del suo rigore storico, volle come corredo nella scenografia del film Il Gattopardo che descriveva avvenimenti contemporanei alla vita del giovane Zona.

    Tutto questo, e certamente molto altro che potrà emergere da successive ricerche, non può che farci sentire ancora vicino questo nostro concittadino, cervello in fuga anche lui, e ancora così affine, per passione politica, per dedizione alla ricerca scientifica, per vastità di interessi, per onestà e nobiltà di vita, ai pochi migliori giovani del nostro tempo.

  • Giuseppe Brusasca (1900-1994)

    Giuseppe Brusasca (1900-1994)

    Sessant’anni fa, nella Pasqua del 1952, giungeva a compimento, con sorprendente anticipo sui tempi paventati, la prima fondamentale fase di redenzione del Polesine dopo l’alluvione. Opera mastodontica che ebbe nell’on. Giuseppe Brusasca un protagonista di primo piano, il cui ricordo deve rimanere vivo nella memoria storica della nostra provincia.

    Per l’impegno, l’intelligenza e la dedizione con cui portò a termine il difficilissimo incarico governativo, ebbe unanimi apprezzamenti e consensi. E’ stato sicuramente uno degli uomini politici più amati dai polesani. Fu nominato cittadino onorario di Adria dal 1957. Nel 1981 divenne cittadino onorario di Rovigo, città che gli ha concesso nel 1991 anche il premio San Francesco. Medaglia d’oro del Ministero della Pubblica Istruzione e della Camera di Commercio di Rovigo.

    Nominato Commissario Generale della ricostruzione del Polesine, Giuseppe Brusasca fu inviato in questa provincia all’indomani della disastrosa alluvione del 1951. Coordinò i soccorsi alla popolazione e il prosciugamento delle terre con tanta efficienza e trasparenza, da meritare rispetto e stima da tutti.

    Una vita di impegno

    Nato a Cantavenna nel Monferrato il 30 Agosto 1900, da famiglia di solidi principi cristiani, compì brillantemente gli studi frequentando le scuole cattoliche. Appena diciottenne, nel 1918, fu chiamato alle armi come soldato semplice e congedato nel 1919 con il grado di sottotenente di artiglieria.

    Tornato alla vita civile, aderì al Partito Popolare italiano organizzando la sezione di Casale Monferrato. Nel 1920 fu chiamato a far parte del Comitato provinciale del PPI di Alessandria. Nelle elezioni amministrative del 1922, fu eletto nel Consiglio comunale di Casale Monferrato dove svolse un ruolo attivo nella minoranza antifascista.

    Nel 1923, partecipò da protagonista, essendo segretario della commissione di politica estera, al Congresso nazionale del Partito Popolare di Torino che decise il passaggio all’opposizione nei confronti del governo Mussolini.

    Dopo questa esperienza, abbandonata Casale e laureatosi in giurisprudenza a Milano, si ritirò a vita privata esercitando la professione forense nella metropoli lombarda. Sposato, ebbe dalla moglie due figlie, ma rimase precocemente vedovo.

    Dopo l’introduzione delle leggi razziali (1938), grazie alla collaborazione di un operaio e di un contadino che avevano rischiato la vita per lui, scampò la condanna a morte dei tedeschi per aver salvato quattro famiglie di ebrei dallo sterminio nazista. Per questo il 5 agosto 1969 venne insignito della “Medaglia dei Giusti”, istituita dal Governo di Israele per premiare coloro che, con rischio della propria vita, evitarono ai perseguitati ebrei la camera a gas.

    Il prestigioso riconoscimento gli venne conferito a Roma, presso il Campidoglio in una solenne cerimonia alla presenza delle più alte personalità israelitiche d’Italia. In forza di tale riconoscimento fu invitato a piantare a proprio nome un albero, nel “Parco dei Giusti” sul “monte dei Martiri” di Gerusalemme, in memoria dei sette milioni di ebrei sterminati dai nazisti durante la seconda guerra mondiale. A quanto risulta il sen. Brusasca, allora Sottosegretario agli Esteri, è l’unico parlamentare italiano che ha avuto questo riconoscimento.

    Nel 1942, riprese la vita politica e come vice presidente del governo del Nord, partecipò alle trattative per la resa di Mussolini. Nel 1946 fece parte della Commissione italiana per le trattative di pace con gli Alleati a Parigi.

    Eletto deputato nelle file della D.C. nel collegio di Cuneo, fu Sottosegretario nei tre primi Governi presieduti da Alcide De Gasperi. Nell’ordine, fu Sottosegretario all’Industria, agli Esteri, all’Aeronautica. Alla fine del 1947, entrò nel quarto Governo De Gasperi (costituito con Repubblicani, Liberali e Socialdemocratici) come Sottosegretario agli Esteri, incarico mantenuto ininterrottamente fino al 1951. Come Sottosegretario agli Esteri aveva ricevuto la delega di Reggente dell’ex Ministero dell’Africa, con il compito di seguire i problemi legati al raggiungimento dell’indipendenza delle ex Colonie Africane (Eritrea, Somalia, ecc.).

    Commissario Generale per la ricostruzione del Polesine

    Brusasca aveva appena concluso il trattato di pace con l’Etiopia, quando il Polesine fu invaso dalle acque del Po (14 Novembre 1951).

    Inviato sul posto con l’allora Ministro delle Poste e Telecomunicazioni on. Spataro per prendere visione e conoscenza della gravità della situazione, ricevette l’incarico dal Presidente del Consiglio di coordinare i lavori di prosciugamento e ricostruzione della vasta area colpita.

    L’incarico giunse dopo una serie di “chiarimenti” all’interno del Governo sulla figura del Commissario. Brusasca si oppose con tutte le sue forze alla creazione di un Alto Commissariato fortemente sostenuto dall’on. Fanfani (Ministro dell’Agricoltura) ed accettò l’incarico ponendo come condizione che non fosse creato alcun “carrozzone”. Questo, per non esautorare i vari funzionari già in carica, per nulla colpevoli di quanto era successo. Prevalsero le ragioni di Brusasca dettate dal buonsenso, e tutto filò liscio.

    Giunse in Polesine il 20 Dicembre 1951 e vi rimase ininterrottamente fino al Maggio successivo. Artefice della veloce ripresa, dinamico, molto attivo, svegliava di buon’ora Sindaci e Parroci, suonando alla porta alle prime ore del mattino. Incontrava operai, dirigenti, spronava, incitava, agevolava le procedure burocratiche fino alle soglie dei regolamenti vigenti (per accelerare la chiusura delle falle introdusse la trattativa privata al posto delle aste pubbliche).

    Deciso a compiere il lavoro nel più breve tempo possibile e nel migliore dei modi, si conquistò la fiducia dei polesani e degli enti locali, ripristinando nelle cariche i Sindaci ed i Presidenti degli ECA (Enti Comunali di Assistenza) commissariati dal Prefetto Mondio. Istituì la Conferenza dei servizi che si riuniva periodicamente in prefettura e che operava in collaborazione con il Comitato Economico provinciale e i tecnici.

    Chiuse le tre falle di Bosco, Malcantone e Paviole, realizzò in SEI mesi il prosciugamento dell’intero territorio allagato, superando largamente ogni migliore previsione (due anni) formulata dai tecnici di tutto il mondo (gli Americani prevedevano quattordici mesi, gli Olandesi dodici).

    Nel Maggio 1952, la campagna polesana era per buona parte già pronta per la semina (Produzione della bietola: 1951, superficie seminata ett. 35.000; 1952, superficie seminata, ett. 33.000).

    Nel 1953, Giuseppe Brusasca fu rieletto deputato e successivamente senatore, ma non ricoprì altri incarichi di governo.

    Tornò spesso in Polesine dove la gente lo considerava uno di casa. Del resto, molti villaggi costruiti con il “Piano Brusasca”, stanno ancora a testimoniare il suo impegno e il suo attaccamento a questa Terra. Si spense 94enne a Milano.

  • Mons. Aristide Cavallari (1849-1914)

    Mons. Aristide Cavallari (1849-1914)

    Che un abitante del Delta, dopo l’ordinazione sacerdotale, abbia seguito una importante carriera nell’ambito religioso fino ad ottenere la nomina a patriarca di Venezia è una notizia poco nota, che va fatta conoscere.

    Si tratta di Aristide Cavallari, la cui vocazione religiosa fu esaminata nel 1868 da Don Sarto, parroco di Ca’ Venier, incaricato a ciò dal vicario capitolare Can. Gaetano Duse. Lo si apprende da un libretto pubblicato nel 1950: “CENNI STORICI DELLA CHIESA PARROCCHIALE DI CA’ VENIER”, stampato da Arti Grafiche A. Zanibelli, Adria, scritto da Don Virginio Ciriello, arciprete di Cà Venier (1944-1958) e già cappellano nella Curazia di Boccasette (1928-1944) di cui si riporta di seguito integralmente il breve capitolo.

    Il giovane Aristide Cavallari

    Cosa di poca importanza, ma che forse sarà appresa con piacere è questa: che Don Sarto (essendo morto il 25 aprile 1867 l’Ecc.mo Vescovo Mons. Iacopo Nob. Dè Foretti) fu incaricato nel 1868 dal vicario Capitolare Can. Gaetano Duse di esaminare ufficialmente la vocazione allo stato ecclesiastico del giovane Aristide Cavallari.

    Era questo giovane figlio del custode idraulico della frazione di Boccasette, un fiorellino celeste che Dio faceva crescere in quella landa deserta, e che, secondo le informazioni date da Don Sarto, fu tosto trapiantato nel giardino del Seminario diocesano. Il Cavallari poi, seguendo la famiglia, si trasferiva a Venezia, dove nel Seminario Patriarcale compiva gli studi e dove era ordinato sacerdote.

    Il Card. Giuseppe Sarto per le doti particolari che rifulgevano in lui ne ebbe grande stima e più tardi lo nominava Arciprete dell’antica Cattedrale di Venezia, S. Pietro di Castello, e quando egli fu elevato al Sommo Pontificato e divenne Pio X, lo insignì della dignità Vescovile, e poco dopo lo nominava suo successore, Patriarca di Venezia e Cardinale.

    Non appena fu consacrato Vescovo, Mons. Cavallari volle visitare il suo antico paesello, e a Boccasette celebrò pontificalmente la S. Messa e altre Funzioni con grande gioia di quegli abitanti. E chi sa quante volte, più tardi, tra le acutissime spine che accompagnarono i suoi altissimi onori, col pensiero sarà accorso nostalgicamente alla quiete di quella umile e solitaria Chiesetta, dove al suo cuore giovanile si era fatta sentire con tanta insistenza la voce di Dio.

    Da questo documento, scritto da Don Ciriello, si scopre che il giovane Aristide Cavallari era figlio del custode del casello idraulico di Boccasette. Il documento afferma che era stato don Sarto, parroco di Cà Venier a segnalare alla curia la spiccata vocazione ecclesiastica del giovinetto. Dice, inoltre, che nel 1868 il vescovo di Chioggia De Foretti diede compito al canonico Gaetano Duse di esaminare la vocazione del giovane. Da ciò si evince che Aristide avesse circa 19 anni quando entrò in seminario a Chioggia. Poi, nel 1872 dopo tre anni di studi teologici, fu ordinato sacerdote dallo stesso patriarca di Venezia cardinal Giuseppe Melchiorre Sarto. E lo stesso, più tardi, lo nominò arciprete della cattedrale di Venezia, S. Pietro di Castello.

    Non mi è dato di conoscere con esattezza l’anno in cui la famiglia del giovane Aristide giunse a Boccasette, ma voci di paese dicono che, all’arrivo nel Delta, il ragazzo avesse avuto all’incirca sette anni. Si può pertanto dedurre che il trasferimento da Chioggia sia avvenuto grossomodo nel 1856.

    Ulteriori notizie biografiche sono rintracciabili presso la curia di Chioggia, come si riporta di seguito.

    Aristide Cavallari nacque a Chioggia l’8 Febbraio 1849. Morì il 24 Novembre del 1914. E’ stato educato al seminario di Chioggia, dove studiò Teologia per tre anni. La sua famiglia si trasferì a Venezia, dove continuò gli studi presso il Seminario Patriarcale della città lagunare.

    Il 27 settembre del 1872 viene ordinato sacerdote dal cardinale Giuseppe Melchiorre Sarto, Patriarca di Venezia. Dopo la sua ordinazione intraprende la sua attività pastorale a Venezia, sia nella diocesi che negli uffici patriarcali curiali.

    Nel 1903, il Patriarca di Venezia Cardinale Sarto, sale al soglio pontificio assumendo il nome di Pio X e il 22 agosto dello stesso anno ordina Vescovo Aristide Cavallari. Il giorno successivo viene consacrato a Roma dal Cardinale Francesco Satolli.

    Successivamente, nel gennaio del 1904, veniva nominato vicario generale di Venezia, mentre era in corso la ricerca del nuovo Patriarca. Esercitò in quegli uffici tale incarico come sostituto fino al 15 aprile del 1904 quando fu elevato, egli stesso, a Patriarca di Venezia coprendo così, in maniera definitiva, il posto vacante lasciato dall’elezione di Papa Pio X.

    La sua elevazione a Cardinale-sacerdote di S. Maria in Cosmedin è avvenuta per Diaconia a pro hac vice a titolo, nel concistoro del 15 aprile del 1907.

    Il Cardinale Cavallari, ha partecipato al conclave del 1914 dove fu eletto il Papa Benedetto XV. Morì poco dopo, nel novembre dello stesso anno. Fu sepolto a Venezia nel cimitero di S. Michele e i suoi resti successivamente traslati nella Cattedrale Patriarcale di Venezia nel novembre del 1957.

    Questo, grossomodo, è tutto ciò che si trova, su di lui, presso gli archivi della Curia di Chioggia, assieme allo stemma vescovile.

    Un’altra nota, abbastanza curiosa, l’ho trovata in un sito web: alla voce “Altri Cavallari” e, visto che le notizie che lo riguardano sono piuttosto scarne, ritengo opportuno riportare la nota integralmente di seguito.

    Aristide Cavallari – Religioso (Chioggia 1849 – Venezia 1914)

    Fu ordinato sacerdote nel 1872 e divenne parroco al Lido di Venezia allora abitato da povera gente. Nel 1884 e nel 1886 si occupò dell’assistenza dei colerosi e successivamente potenziò l’Istituto del Buon Pastore che si occupava delle donne traviate.

    Divenne Patriarca di Venezia nel 1904, carica che mantenne fino al 1914, anno della sua morte.

    Nell’aprile del 1907 fu fatto Cardinale da papa Pio X. Dato che veniva considerato vicino al Papa, le sue parole contro la moda femminile dei vestiti indecenti (1912) fecero il giro del mondo, così come la sua condanna del ballo del tango (1914).

  • Dai gelsi ai pannelli fotovoltaici

    Dai gelsi ai pannelli fotovoltaici

    La lingua di terra che si estende, dal punto di vista amministrativo, dalle foci del Delta del Po fino al confine con la Lombardia in quel di Melara con direzione Est-Ovest, “contenuta” fra Adige e Po nel senso Nord-Sud, è una tipica della “bassa”, di confine. Questo può spiegare come il Polesine sia un insieme di tre o quattro culture che, pur sfumate, risentono delle influenze delle terre confinanti e che si manifestano in svariati modi: dal dialetto, ai costumi e tradizioni, alla toponomastica, e a tutte le altre forme relazionali che configurano un territorio.

    Non poteva essere esclusa l’agricoltura, intesa come arte di coltivare la terra o meglio il terreno agrario. Va innanzitutto detto che, in funzione dei diversi sapori dei terreni polesani – quali risultato del connubio delle acque dell’Adige e del Po con l’origine dei depositi alluvionali sulle rocce madri – si sono via-via succedute nel tempo diverse forme di conduzione agraria.

    E il primo esempio della varietà nell’ambito del nostro territorio lo offrono le sistemazioni idraulico-agrarie, che possono essere alla “ferrarese” o alla “padovana”, mentre gli allevamenti vegetali, in parte da considerare autoctoni, come la cerealicoltura, la canapicoltura, la medicoltura, la bieticoltura e l’orticoltura, mantengono una “fisionomia” alquanto uniforme.

    Come dato storico è da considerare anche la coltivazione dei gelsi per l’alimentazione del filugello o baco da seta, ormai spariti nei nostri areali. Diverso è il caso delle colture di più recente comparsa, quali le frutticole, la fragolicoltura e, ancor più recente, la actinidia, coltura la cui presenza inizia dalla fine anni ‘60 del secolo scorso.

    Le arboree da frutto, principalmente meli, peri, peschi e, a seguire, susini, albicocchi fino alla fine dell’800 – inizio ‘900 erano presenti in piccole superfici, al limite famigliari, ma hanno avuto un notevole sviluppo nella seconda metà del medesimo secolo, come succedeva nelle confinanti terre ferraresi e veronesi. Lo stesso dicasi per la coltivazione della fragola che ha avuto il suo massimo sviluppo a partire dalla seconda metà del ‘900 e che si è diffusa soprattutto nel Medio Polesine nell’area rivierasca del Po con inclusione anche nel Medio Basso, per estendersi fino alle terre bagnate dall’Adige.

    A suo tempo anche la viticoltura era coltivata in contiguo con quella del basso padovano, laddove l’ampellidea regnava – e regna – sovrana negli areali dei Colli Euganei e dintorni. Coltivazioni “specializzate”, erano e lo sono tuttora, perché richiedono conoscenze specifiche di agronomia e di economia agraria, stante le notevoli anticipazioni in capitali sia fissi che circolanti occorrenti per la loro attuazione. La configurazione dei loro impianti è andata rapidamente evolvendosi, soprattutto nelle arboree, tanto da non essere facilmente riconosciuti dall’occhio dei non addetti.

    Sono sparite le forme di allevamenti degli alberi a pieno vento, a vaso, con le tre branche primarie che, equamente differenziate nella circonferenza del fusto capitozzato, portavano le secondarie e queste le terziarie a frutto conferendo una certa maestosità ai frutteti. La forma era il risultato di una sapiente costruzione di potatura che si esprimeva in un equilibrato rapporto nella presenza di gemme a legno e a frutto, il tutto con la maggior esposizione possibile alla luce.

    Nei primi anni ‘60, dalla stazione di ricerca inglese di East Malling sono arrivati i portainnesti nanizzanti e su questi si è sviluppata la nuova frutticoltura pomicola allevata con le forme obbligate a “spalliera” a “fusetto” e derivati. Dalle tre-quattrocento piante per ettaro si è passati alle migliaia degli “impianti fitti”. Ne ha sofferto l’estetica e il paesaggio, mentre la stessa gestione è stata rivista in radice. La competitività delle produzioni ha imposto quest’evoluzione che continua interessando tutta la filiera a partire dalle varietà fino alla distribuzione.

    Per una serie di ragioni socio-economiche, che non è possibile analizzare in questa sede ma che potrebbe offrire spunto per degli approfondimenti, da oltre un decennio il patrimonio frutticolo polesano si è notevolmente ridimensionato. Il vigneto, addirittura, da migliaia di ettari si è ridotto sotto i mille, coltivato in aziende specializzate grazie alla passione e professionalità degli addetti. Non poteva essere immune da queste evoluzioni anche il panorama delle infrastrutture a supporto delle produzioni per la loro conservazione e/o trasformazione che da familiare, o quasi, si sono trasformate e concentrate in complessi agroindustriali.

    Le cantine sociali, gli impianti di frigoconservazione della frutta, le grandi stalle, gli allevamenti avicoli, la diminuzione del numero delle aziende con l’aumento della loro superficie hanno intaccato nel volgere di pochi decenni quella trama del tessuto agrario condiviso dalle generazioni precedenti la nostra. Forse il caso più eclatante per la terra polesana è stato la sparizione degli zuccherifici sostituiti dalle strutture di essiccazione e stoccaggio per i cereali.

    Ora, nell’incessante evolversi delle applicazioni tecniche, stanno sorgendo come funghi gli impianti per produrre energia: fotovoltaica e da biomasse che conferiscono un nuovo aspetto, surreale, nella piatta terra polesana.

    Cambiano i tempi e con loro le necessità e i bisogni: importante siano contenuti e soddisfatti con il sano principio della probità fondato sulla vera cultura del vivere.

  • I due Gaspari

    I due Gaspari

    Lo scorso anno, nel n. 42 di questa rivista “Ventaglio novanta”, è stata pubblicata una notizia che ci era sembrata interessante in quanto dava prestigio al nostro Polesine ed in particolare a Castelguglielmo. Una notizia che riportavo con un certo orgoglio essendo io proprio di questo paese. Si parlava dell’architetto Antonio Gaspari, noto e importante professionista che, dalla ricerca da me effettuata, risultava aver operato per molti anni a Venezia ed altre località del Veneto, tra cui Este e Polesella (Villa Morosini), al fianco dei più illustri personaggi del suo tempo, come Baldassarre Longhena e Giorgio Massari, su committenze dei casati più noti dell’aristocrazia veneziana.

    Diverse sono state le fonti consultate per la stesura dell’articolo. Dapprima l’archivio parrocchiale di Castelguglielmo in cui è riportato che il personaggio sepolto nel secolo diciottesimo nella vecchia chiesa locale era proprio il famoso architetto veneziano. Notizia confermata sia nelle pubblicazioni delle ricercatrici Elena Bassi e Gianna Maria Badile come pure nel Dizionario biografico degli Italiani dell’Istituto della enciclopedia italiana, fondata da Giovanni Treccani, da me consultato presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo.

    Pensavo che questi testi potessero essere sufficienti per ritenere veritiera e sostenibile la tesi proposta. Non avevo, quindi, alcun dubbio su quanto affermavo, trattandosi di fonti ufficiali e autorevoli, più che approfondite dagli studiosi del settore.

    Dopo la pubblicazione del mio articolo giunse però alla redazione di questa rivista una contestazione da parte dell’architetto Mario Bortolami, di Padova. Egli asserisce che l’Antonio Gaspari di Castelguglielmo non è l’architetto di Venezia.

    “E’ un caso di omonimia – dice l’architetto patavino – e posso affermarlo con certezza perché il professionista veneziano è stato oggetto della mia tesi di laurea e quindi di particolari approfondimenti e ricerche specifiche da parte mia che non lasciano dubbi”.

    L’intervento di questo architetto ci ha fatto piacere perché dimostra che la rivista è seguita con interesse anche fuori Provincia.

    Riteniamo, quindi, doveroso dare voce all’interlocutore di Padova e rendere note le notizie da lui inviateci per riportare “La verità sul caso Gaspari”.

    E’ questo, infatti, il titolo di una pubblicazione inserita nel 2003 in “Studi veneziani” da Massimo Favilla e Ruggero Rugolo, citati da Bortolami assieme ad altri lavori di Vincenzo Fontana, Susanna Biadene e Augusto Roca De Amicis, testi che ho cercato di consultare per documentarmi sul caso. Pubblicazioni che approfondiscono l’argomento e sostengono la tesi dell’architetto Mario Bortolami.

    “Elena Bassi e Gianna Maria Badile – asserisce Bortolami – sono state probabilmente depistate da alcune carte, conservate nella Biblioteca del Museo Correr di Venezia, che riferivano di un “Antonio Gaspari figlio di Giovanni rodigino abitante a Castelguglielmo e proprietario di terreni confinanti con gli Zane di Venezia”.

    Per la sua tesi di laurea l’architetto Mario Bortolami effettuò le sue ricerche presso l’Archivio Storico del Patriarcato di Venezia. Tra l’altro, qui rinvenne le pubblicazioni di matrimonio di Antonio Gaspari veneziano con Elisabetta Rampuzzo in cui venivano riportate le date di battesimo di Antonio (13 maggio 1656) e di nascita (10 aprile 1656) a Venezia. Da altri documenti e testimonianze risultò anche la conferma della professione di architetto, come pure della sua continua residenza nella città lagunare e della sua data di morte (29 aprile 1723).

    Di qui la certezza che si tratta di due persone diverse (non è stata appurata l’eventuale parentela).

    L’Antonio Gaspari di Venezia era figlio di Giacomo, quello di Castelguglielmo di Giovanni. Il primo ebbe tre figli: nel 1684 Maria Maddalena, nel 1685 Gian Giacomo e nel 1687 Gasparo. Il secondo, quello di Castelguglielmo, sposò Angela Cechara verso il 1693, ebbe dieci figli e visse sempre in questo paese dove morì l’ 8 ottobre 1748.

    Un altro chiarimento da fare riguarda il pittore Giovanni Paolo Gaspari, indicato nell’articolo dello scorso anno come figlio di Antonio, era in realtà figlio di un altro Gaspari di nome Niccolò.

    Quindi, per concludere, si devono attribuire ad Antonio Gaspari di Venezia i lavori di architettura illustrati nel precedente n. 42 del “Ventaglio” e non all’omonimo di Castelguglielmo, che deve essere stato ugualmente una persona che si è distinta, quanto meno a livello polesano. Lo testimonia il fatto che, a differenza di tutti i compaesani, gli è stato attribuito il privilegio di essere sepolto all’interno della chiesa parrocchiale del paese in cui visse. Se emergeranno ulteriori informazioni sul personaggio di Castelguglielmo avremo modo di darne notizia in un prossimo numero del Ventaglio.

  • La scuola per le ragazze

    La scuola per le ragazze

    Delle scuole a Rovigo nel corso dell’Ottocento abbiamo parlato nel n. 38 del Ventaglio (pag. 78 e successive) e nel n. 41 (pag. 72 e succ.). Torniamo ad affrontare l’argomento con la particolare ottica delle scuole pubbliche per le ragazze, di cui si inizia a parlare solo nei primi anni dell’Ottocento. La possibilità di istruzione era infatti limitata alle giovani delle famiglie più abbienti che venivano collocate in collegi o convitti, come quello delle terziarie francescane o domenicane; mentre le povere, per lo più orfane che non potevano pagare, venivano accolte nel Collegio delle Zitelle.

    Bisogna arrivare al Regolamento del Lombardo-Veneto del 1818 che prevede una scuola per tutti e due i sessi per avere una normativa che se ne occupi, finalmente nel 1823 comincia a funzionare la prima scuola elementare maggiore femminile, in via S. Francesco.

    Le scuole elementari maggiori hanno un tempo scuola differente per maschi e femmine: le une arrivano fino alle quarta classe, le altre solo alla terza; così pure le ore settimanali sono diverse per i due sessi: 24 per i maschi e 33 per le ragazze di cui 13 dedicate ai “lavori donneschi”.

    Chi desidera per le figlie un’istruzione più approfondita a volte le manda in località fuori dal Regno, ma non sono molte le ragazze che possono godere di tale vantaggio. Il Parroco di S. Giustina afferma che nel 1808 le giovani all’estero (ovvero fuori dal Polesine) per motivi di studio sono solo quattro, mentre i maschi il doppio. Per le altre la casa o qualche donna che le istruisce su come vanno tagliate e cucite le camicie, rammendato un vestito, lavorato ai ferri calze e maglie per tutta la famiglia. Sono preparate insomma ad eseguire tutti quei lavori che le attendono quando saranno diventate adulte.

    Intorno al 1817-18 furono eletti il Nobile Ludovico Paoli, il Nobile Conte Carlo Silvestri, il Canonico Locatelli, Don Luigi Ramello e qualche altro, con l’incarico di progettare un luogo adatto all’educazione delle ragazze, ma i lavori andarono a rilento.

    L’imperatrice a Rovigo

    Frattanto, nel 1819, a Rovigo giunge l’imperatore Francesco I con la moglie Carolina, in visita alle principali città del Lombardo-Veneto. Mentre l’imperatore indisposto soggiorna a palazzo Angeli, S. M. l’Imperatrice si reca – a quanto pare senza alcun preavviso – prima nel collegio della SS. Trinità, poi nel convitto delle Zitelle. Qui viene ricevuta da una sorvegliante, la quale, su richiesta dell’imperatrice di fornirle informazioni sulla vita del collegio, comincia a lamentarsi dell’abbandono cui sono lasciate le “fanciulle” e, per rimarcare il suo discorso, toglie di tasca di una di esse un “tozzo” di pane e afferma essere quello il cibo per l’intero giorno.

    Superata la commozione per una simile situazione, l’Imperatrice comincia ad interrogarle, soprattutto sulla Dottrina Cristiana, ma non ottiene alcuna risposta. Le sorveglianti non sanno nemmeno rispondere alla domanda di quale metodo usano per insegnare e, viste le competenze raggiunte dalle ragazze, mai domanda fu più inutile. Evidentemente l’imperatrice fu alquanto turbata specialmente dalla situazione riscontrata all’istituto per Zitelle, pertanto, prima di lasciare la città volle fare un’elargizione di denaro allo scopo di migliorare la situazione: lascia pertanto alla Congregazione Municipale “ventiquattro o trenta salvo errore Napoleoni d’oro” 1, con una indicazione che genera molta confusione, dato che sono nominati – senza distinguerli come se si trattasse di un’unica istituzione – entrambi gli istituti in grado di accogliere le ragazze: “alle povere Zitelle educande della S.ma Trinità”.

    La questione a chi dovesse andare la ricca elargizione, avrebbe potuto essere risolta facilmente, perché le autorità competenti conoscevano bene l’intenzione dell’Imperatrice e sapevano che le educande della Trinità appartenevano a famiglie nobili e ricche. Ma si preferì tacitare le Zitelle con una parte della somma e il resto venne conservato per l’istituzione di un luogo adatto all’educazione delle ragazze, che era ancora in fase di progetto. Il “tesoretto” andò in mano prima dell’Abbadessa Sig.a Margherita Malmignati, indi del Canonico Locatelli, ma non si conosce come siano stati usati i rimanenti “Napoleoni d’oro”.

    La scelta delle educatrici e il disappunto del podestà

    Nel frattempo alcuni membri della Commissione cercano di occuparsi dei metodi da adottare nell’insegnamento alle ragazze e delle insegnanti adatte a tale scopo. Vengono esaminate le “monache” che fino ad allora nei conventi si erano impegnate in questa attività, ma poche sembrano avere i requisiti ed ancora una volta dovettero passare diversi anni prima che si potesse finalmente parlare di una scuola pubblica adatta allo scopo. Fra le tante, tre si credettero capaci a qualche cosa, la “Abbadessa Malmignati per la Direzione domestica, la Monaca M.a Gaetana Veneziani per i primi lavori, la Monaca Bartoli per l’insegnamento letterario iniziale fino agli Elementi di Storia e di Geografia”; il resto delle istitutrici era necessario cercarle fuori Rovigo, e quindi con spesa maggiore di quanto previsto.

    Negli anni che vanno dal 1822 al 25-26 la questione sembra risolta: Rovigo ha la sua prima scuola elementare maggiore femminile comunale, mentre si ritenne inutile creare anche una scuola minore essendo sufficiente quella appena istituita. Anche alle fanciulle dell’istituto delle Zitelle fu data la possibilità di frequentare la scuola comunale che si trovava nelle vicinanze del Ponte del Sale.

    Molte persone si dichiararono contente della possibilità data alle Zitelle di frequentare la scuola elementare maggiore che dava l’opportunità di proseguire negli studi; e alcune ragazze chiesero e ottennero di iscriversi al corso per diventare insegnanti.

    Ma non tutti erano favorevoli all’estensione del programma educativo per le ragazze. Un Podestà di Rovigo2 infatti si palesa decisamente contrario e in una lettera del 23 novembre 1834, inviata alla delegazione provinciale, esprime il proprio disappunto sul fatto che le orfane delle Zitelle possano recarsi alla scuola pubblica per cui quattro volte al giorno “attraversano le principali vie della città e sono sottoposte alla vista di una quantità di cose e situazioni che mai si troveranno a vivere nella loro vita; rischiano di invaghirsi di agi che non potranno avere se non abbandonandosi ad una vita scorretta”.

    Tutte queste cose inducono il Podestà ad affermare “non essere utile alla loro educazione farle battere quattro volte al giorno la lunga e frequentata via che porta alla scuola e inducono il sottoscritto ad opinare essere conveniente lo spedire più oltre le dette ragazze alla Scuola Regia, ritenendo invece essere più confacente che li avessero a trattenere presso il pio stabilimento e ivi da qualche assennata e capace della casa stessa la quale non mai è mancante, farle istruire negli esercizi di mano più grossolani oltracchè nel cucire e quanto alla istruzione intellettuale giovarsi dell’opera del Reverendo Cappellano o di altro individuo più capace del luogo per un poco di lettura e di conteggio”.

    “Primieramente insegnare i lavori necessari”

    Ma anche negli anni successivi permane l’idea che l’istruzione delle ragazze sia da svilupparsi soprattutto sul piano pratico.

    In una circolare (intorno agli anni 1850/60) inviata dall’Ispettorato Generale delle Venete Scuole Reali Inferiori e Elementari agli Ispettori Scolastici, ai Direttori e ai Maestri a firma dell’Ispettore generale Codemo si legge che ritiene molto importante ricordare quanto deve essere fatto nelle scuole per ottenere buoni risultati. Viene raccomandato, tra l’altro che tutti, anche chi frequenta scuole private, assistano ogni dì alla S. Messa; siano sollecitati la moralità e la disciplina, il rispetto e l’amore ai doveri, l’obbedienza e l’attaccamento al Governo Imperiale, la stima e la soggezione a genitori e superiori tutti, l’istruzione sia particolarmente curata in ogni aspetto.

    Interessante è notare quanto viene scritto a proposito delle scuole femminili: “per attendere troppo allo studio, non vengano trascurati i lavori muliebri, non si dedichi un tempo soverchio ai lavori di lusso assolutamente non necessari alla vita comune (…) primieramente insegnare i lavori necessari, nei quali le fanciulle devono acquistare perizia.”

    Troppo poche continuano ad essere anche nel 1860 le scuole femminili, pure tanto necessarie e desiderate; in un prontuario di notizie scolastiche è scritto: “è della più alta importanza, come ognuno sa, l’educare la donna, a cui da natura è affidata l’infanzia. La donna, educata nell’animo dirozzata nell’intelletto, si eleva a quella maggiore dignità, cui essa pure à diritto, e scientemente contribuisce alla pubblica moralità. L’istruzione popolare, secondo i regolamenti in vigore, tende anzi tutto ad ispirare alla prima età i principi religiosi, e nel fornire un corredo di nozioni utili agli affari più comuni della vita, mira a togliere i pregiudizi che derivano dall’ignoranza e indirizza quindi alla virtù e al sapere. E mentre nelle scuole maschili si dà anche qualche istruzione pratico-teorica di agricoltura, nelle femminili s’insegnano i lavori muliebri”.

  • La tombola di Crespino

    La tombola di Crespino

    Anche se le origini del gioco della tombola si fanno risalire a mille anni prima di Cristo, la nascita “ufficiale” del gioco avvenne nel 1734, allorché il Re di Napoli Carlo III° di Borbone decise di pubblicizzare il gioco del lotto, fino ad allora clandestino, ed assicurare così cospicue entrate allo Stato.

    Per rispettare le liturgie religiose, il lotto veniva tuttavia sospeso durante le festività natalizie, dando così spunto alla fantasia del popolo partenopeo, che escogitò un nuovo gioco a livello familiare utilizzando i novanta numeri del lotto. Questi venivano impressi su piccoli cilindri di legno tombolo (di qui il nome) e messi in un piccolo “panariello” di vimini, mentre ciascun giocatore scriveva i numeri sulle cartelle.

    Nel corso degli anni la tombola si diffuse anche al di fuori dell’area napoletana, trasformandosi in manifestazione pubblica frequentemente organizzata in occasione di feste o ricorrenze padronali. Così avvenne anche per Crespino che vide annualmente affermarsi il gioco della tombola, promosso dal Comune ed aperto a tutti i cittadini in occasione della festa di S. Giovanni nel mese di Giugno.

    Ma fu in epoca risorgimentale, e più specificatamente a partire dal 1878, che, per celebrare l’inaugurazione della sontuosa Sede municipale, la manifestazione assunse a Crespino un ruolo di notevole rilevanza nel contesto della istituenda Fiera Annuale. Il Comune, fin dall’inizio, volle improntare l’evento ad una certa solennità ed importanza, utilizzando notevoli risorse per quegli anni non certo fiorenti. Venne innanzitutto stabilita la ricorrenza annuale della Fiera, fissata per la terza domenica del mese di Settembre, tuttora tradizionalmente in vigore, e deciso di procedere al sorteggio dei numeri della Tombola dal grande poggiolo del Palazzo comunale, ben visibile dalla sottostante Piazza Fetonte.

    L’estrazione dei numeri da una ruota girevole, movimentata da un addetto, fin dalle prime edizioni fu affidata alla mano innocente di un bambino. Costui consegnava immediatamente il numero estratto al Sovrintendente, cui era riservato il ruolo della lettura del numero, sottolineata da uno squillo di tromba. Il tubatore procedeva quindi ad annunciare a gran voce l’esito dell’estrazione ai cittadini raccolti sotto il Municipio, tra i quali erano sistemati alcuni ripetitori, incaricati di divulgare, con una forma di passa parola, il risultato del sorteggio per assegnare la cinquina, la tombola ed il “tombolino”. In caso di contemporaneità della vincita tra due o più giocatori, il premio spettava di diritto a chi per primo, gridando, raggiungeva di corsa il Palazzo comunale. Gli addetti al tabellone, infine, avevano il compito di far comparire, volta per volta, il numero estratto sul grande pannello, sistemato per l’occasione davanti alla Chiesa in posizione sopraelevata.

    I giocatori che compravano le cartelle, rigorosamente compilate a mano dagli organizzatori, avevano la possibilità, seduta stante, di scegliere i numeri da comporre la griglia. In caso di vittoria, infatti, la soddisfazione di avervi fattivamente contribuito sarebbe stata maggiore.

    Da una ricerca, a cura di Guido Ronconi, si è venuti a conoscenza anche del singolare monte premi riservato al primo allestimento della manifestazione nel settembre 1878: primo premio un collier d’oro, secondo premio un paio di orecchini del prezioso metallo e terzo premio… un revolver.

    Nel corso degli anni Crespino ha sempre mantenuto in vita la tradizionale manifestazione fieristica, evento sempre atteso con impazienza, soprattutto dai bambini, in quanto la “Domenica della Tombola” costituiva un momento di spensieratezza e divertimento in un paese che fin dal primo mattino si animava di bancarelle per la vendita di dolciumi e giocattoli, di qualche imbonitore alla ricerca di “piazzare” le cose più strane, di suoni e rumori in un’atmosfera di sana allegria. E non potevano certo mancare le giostre per grandi e piccini e la classica giostra a catenelle, denominata volgarmente giostra calci in culo.

    Nella tarda serata, finalmente, avveniva l’atteso annuncio dell’estrazione della Tombola, momento culminante della Fiera, che regalava a tutti l’inconsueto brivido del gioco d’azzardo. A questo proposito si narra che, in una certa occasione, il lettore del numero estratto, preso dalla foga, lo leggesse capovolto tra i fischi ed i lazzi del pubblico che non trovava nella propria cartella il… 99.

    Nel corso degli anni l’evento ha forse perduto un po’ del suo tradizionale fascino, soprattutto per i giovani, distratti e distolti da tante altre occasioni di svago e di impegno in attività ricreative, culturali e del tempo libero. Ma, ripercorrendo con la memoria gli anni passati, in cui al termine della serata di festa i tradizionali fuochi d’artificio concludevano la manifestazione e la mente dei crespinesi era già rivolta all’edizione successiva, non si può non ricordare l’iniziativa personale di un autorevole cittadino di Crespino che, improvvisatosi novello Signore di Montgolfier, realizzava e lanciava nei cieli del paese un rudimentale aerostato di notevoli dimensioni per celebrare solennemente il tradizionale evento festivo.

    L’iniziativa si deve al prof. Carlo Zadra, giunto ora alla soglia dei cent’anni, che nei primi anni ‘50 – dopo la tragica alluvione del Po e la lenta ripresa della vita in una Crespino più che dimezzata dalla massiccia emigrazione – confezionava con tecnica consumata una specie di mongolfiera, le cui dimensioni andavano da un minimo di un metro ad un massimo di cinque di altezza. Per la realizzazione del pallone areostatico veniva utilizzata carta sottilissima, tipo “riso”, a spicchi di colore bianco e rosso, chiuso alla base da un cerchio di legno finissimo che reggeva al centro un grosso batuffolo di cotone idrofilo.

    Non è dato sapere ove il professore, che ha insegnato per molti anni nella locale Scuola Media, avesse appreso la delicata tecnica costruttiva, ma il risultato ha sempre premiato, salvo qualche eccezione, lo sforzo compiuto. Il lancio aveva luogo normalmente nel pomeriggio della domenica dallo spazio retrostante casa Zadra, ove veniva predisposto nel terreno un rudimentale caminetto che, alimentato con materiale adatto a produrre molto fumo, consentiva il gonfiamento del pallone, spiegato sopra la canna fumaria da un addetto munito di una pertica appuntita. Dopo alcuni minuti, la dilatazione della carta che componeva la rudimentale mongolfiera dava la forma voluta al manufatto, pronto a librarsi nell’aria dopo l’accensione del fuoco generato dal cotone idrofilo imbevuto di alcool denaturato.

    Lo spettacolo del pallone che, sospinto lentamente dall’aria calda venutasi a creare al suo interno si alzava verso l’alto, era accompagnato dal caloroso applauso dei numerosi presenti. Superata la casa, con il favore della brezza pomeridiana, l’ingegnoso corpo volante sorvolava l’affollata Piazza Fetonte tra il rinnovato stupore dei cittadini di Crespino che spesso si interrogavano sulla misteriosa provenienza. Terminata la combustione che alimentava l’aria calda, il pallone concludeva normalmente il suo viaggio nelle vicine campagne.

    In una sola occasione, però, l’itinerario aereo subì una brusca interruzione: un pallone areostatico della misura minima di un metro, rivelatasi meno affidabile dei maggiori, in volo notturno, precipitò prendendo fuoco davanti alla Chiesa parrocchiale, pericolosamente vicino alle attrezzature predisposte per lo spettacolo pirotecnico serale.

    E in quegli anni si raccontava anche un simpatico aneddoto che, pur non interessando direttamente Crespino, aveva a che vedere con la passione per i palloni areostatici dei parenti del nostro Professore: un suo simpatico cugino residente a Torino, fervente comunista, volle celebrare una festa dell’allora P.C.I., con il lancio sopra la città di un grosso pallone inneggiante il quotidiano di partito; ma, ahimè, una banale disattenzione gli fece dimenticare, nel comporre i caratteri, la lettera I, con l’umoristico risultato di far giganteggiare la scritta “W L’Unta”.

    Molti altri sarebbero gli episodi da ricordare, tutti legati alla celebrazione della tradizionale festa crespinese, episodi che hanno caratterizzato un’epoca in cui le occasioni di svago dalla talvolta dura quotidianità erano assai rare e pertanto particolarmente apprezzate, tali da svolgere, come si direbbe oggi, un’importante funzione sociale.

  • Alle Clementine

    Alle Clementine

    Ci sono luoghi divenuti simbolo di speranza di un nuovo Polesine. Una prospettiva di novità affacciatasi timidamente già sul finire degli anni ‘70 del secolo scorso e poi riconfermata, tra indugi ed attese, nel decennio successivo. Finché all’inizio degli anni ‘90 si sono visti i primi frutti, divenuti sempre più patrimonio condiviso.

    Stiamo parlando di turismo, e l’anno di riferimento è il 1990.

    Proprio mentre usciva il primo numero di questa rivista dedicata alla conoscenza del nostro territorio (allora tutto da scoprire e valorizzare) c’era chi pensava ad avviare la prima azienda agrituristica “made in Polesine”. Un luogo divenuto simbolo di un modo innovativo di concepire la terra e l’ambiente dell’allora pressoché sconosciuto lembo di pianura delimitato dal corso dei due grandi fiumi d’Italia.

    Il riferimento va all’agriturismo “Le Clementine”, attivato all’aprirsi dell’ultimo decennio del ‘900, a Badia Polesine, nella campagna che si stende ai piedi dell’Adige.

    Ideatrice e convinta fautrice della “scommessa”, poi rivelatasi vincente, Luciana Vallese, che, con il sostegno del marito Beppe Tomaini, è tuttora l’anima dell’iniziativa di accoglienza avviata con successo nel territorio altopolesano.

    Aspetti basilari del progetto: una casa rurale da destinare agli ospiti, buona terra da coltivare per ottenere idonei prodotti stagionali, la presenza di un pollaio e di alcuni suini, e sapienza culinaria desunta dalla tradizione.

    – Come è nata l’idea di dar vita ad un agriturismo? chiediamo.

    “Avevo vissuto la mia gioventù nella grande corte rurale di Villadose, attorno alla quale si svolgeva tutta la vita contadina – racconta Luciana, appena uscita dalla cucina col suo grembiule da cuoca.- Ero piena di ricordi della mia famiglia, della nonna Clementina, dei valori e dei saperi che mi ha trasmesso. Ho pensato che realizzare un agriturismo era il modo migliore per non perderli. Mi sono detta: perché in Toscana si può fare e a Rovigo no?”

    – Un’idea completamente innovativa nel 1990 per il nostro territorio. Ma allora quanto poteva essere condivisa?

    “All’inizio, quando enunciavo il mio proposito, mi guardavano un po’ come una pazza. Ma io volevo fortemente realizzare il mio progetto. E così ho cominciato a visitare vari caseggiati rurali disponibili sul mercato, finché sono arrivata in questo luogo. Quando sono entrata in questa sala ho riconosciuto la casa che vedevo nei sogni ed ho detto: deve essere mia”.

    – Vent’anni fa nessuno parlava di agriturismo e di piatti tipici…

    “I piatti tipici li avevo in mente, ma prima bisognava realizzare l’ambiente idoneo per l’accoglienza, e così io e Beppe, appena perfezionato l’acquisto, ci siamo dati da fare per recuperare il caseggiato abbattendo muri inutili, ripulendo le pietre una ad una, rifacendo i pavimenti, realizzando un allacciamento elettrico volante per far funzionare le macchine edili. Intanto si attendevano le provvidenze economiche promesse da più parti, che però non arrivarono mai. Decidemmo perciò di indebitarci con le banche… Finché, nel 1991, aprimmo Le Clementine”.

    – E qual è stato il ruolo delle istituzioni? Lo chiediamo a Beppe

    “Sicuramente positivo, in particolare quello del Comune di Badia che in certi casi ci è stato da sprone. Abbiamo anche registrato una buona sensibilità da parte della Provincia e della Regione”

    – Uno degli appuntamenti che caratterizza la storia delle Clementine è la “zena coi ossi”, giunta col 2012 alla 18ma edizione….

    “L’idea nasce nei primi anni dell’agriturismo. Allora si disfava il maiale con la supervisione di mio padre e non nascondo che c’era sempre un po’ di conflittualità tra me e lui. Per lui, del maiale non si doveva buttare proprio niente (tant’è che il papà faceva addirittura il sapone da bucato, con la soda le ossa ed il grasso del maiale), mentre io cercavo di curare al massimo la qualità nella selezione delle carni. A furia di sentirlo dire “ma lè un pecà buttar via sti ossi con de la carne tacà”, Luciana…terremoto di idee…propone: perché non fare una serata dedicata agli ossi del maiale?… così è stato. Perciò nessuna ricerca di mercato, ma pura intuizione di Luciana: idea che, accolta dall’associazione Coltivatori Diretti di Rovigo, è diventata un appuntamento che ormai va avanti da 18 anni. Ad oggi mi sentirei di affermare che la zena coi ossi è diventato un appuntamento irrinunciabile dell’agriturismo”.

    – Tornando alla storia delle Clementine, quando si è avuta la consapevolezza che il progetto stava veramente decollando e come si è evoluto nel corso di più di vent’anni il vostro modo di fare agriturismo?

    “Abbiamo sempre creduto in quello che stavamo facendo. Chiaramente ci sono stati periodi più o meno entusiasmanti, ma direi che non sono mai mancati gli stimoli ad andare avanti, con incoraggiamenti giuntici in particolare dai nostri clienti-amici. Va detto poi che abbiamo creduto nei nuovi mezzi tecnologici, investendo in continui aggiornamenti, sfruttando le potenzialità del mercato offerto da internet, tanto che oggi quasi il 70% dei nostri ospiti sono stranieri: turisti interessati a conoscere e visitare località di cui in alcuni casi noi conosciamo davvero poco”.

    – Ci sono stati degli ospiti particolarmente graditi?

    “Stiamo constatando con piacere che chi viene alle Clementine conosce le regole dell’andare per agriturismi e ormai tanti sono gli ospiti che sono diventati amici e di questi conserviamo tutte le mail e le foto o, cosa molto bella, i pensieri che ci lasciano scritti compilando il mini questionario del customer satisfaction”.

    – Cosa apprezzano in particolare i fruitori delle Clementine? Che idea hanno del Polesine? C’è qualche richiesta che vi è difficile assecondare?

    “Sicuramente apprezzano l’ambiente familiare, la tranquillità, la cucina ed i luoghi di interesse storico. L’idea che hanno del Polesine e della sua gente è legata ad un passato di difficoltà, caratterizzato da un ambiente un po’ ostile (hanno letto delle alluvioni), ma da gente laboriosa e tenace. Se si può parlare di un neo, questo appare quando ci chiedono le biciclette (che diamo in uso gratuito) ma ci domandano percorsi protetti per andare con i loro figli…”.

  • Lungo la via dei Certosini

    Lungo la via dei Certosini

    C’è sempre una storia da raccontare, che spesso ha come teatro luoghi vicino a noi e che ci può portare a riscoprire il nostro passato e l’identità della nostra comunità. Storia che si nasconde nei borghi del Polesine, ignorati dai grandi itinerari turistici, dove però si sono sviluppate leggende, sono sorti oratori, chiese e perfino importanti abbazie, giacimenti culturali dimenticati, testimonianze di un passato la cui memoria va recuperata.

    Con lo spirito di riscoprire reminiscenze del passato e godere della suggestione di luoghi rurali ancora genuini, abbiamo ideato una “camminata” nella zona rivierasca del Po, partendo da Villanova Marchesana per spingerci nella campagna verso Adria con destinazione Bellombra: in tutto sette chilometri, lungo antichi percorsi medioevali, nei possedimenti dei Monaci Certosini di San Bruno (fondatore dell’Ordine nel 1084).

    Va innanzitutto ricordato come i Monaci Certosini si siano insediati nella zona nel 1461, allorché ricevettero, come donazione dal Duca Borso D’Este, vasti possedimenti terrieri nella zona di Villanova Marchesana (allora Villanova de’ Burgelli) e Corcrevà, località di Bellombra. I monaci ottennero poi ulteriori donazioni dal duca Ercole I nel 1489, cosicché i loro possedimenti raggiunsero i 270 ettari. Punto di riferimento principale della comunità monastica, la Certosa di Villanova della quale purtroppo non rimane traccia. Era ubicata nella zona di Villa Luisa (che fu dei conti Camerini) nella attuale località Santi.

    Iniziamo dunque la nostra camminata lasciando il centro di Villanova Marchesana per raggiungere VIA GORESINA, dove presso un incrocio stradale, detto “d’la Cisiòla”, si trovano ancora i resti di una antica chiesetta: un oratorio dedicato alla “Beata Maria Vergine” (un tempo noto per un pregevole affresco della Pietà) oramai ridotto ad un malinconico cumulo di detriti. E’ questa una zona che nel corso dei secoli ha perduto l’importanza originaria, per cui oggigiorno alcuni edifici risultano in stato di abbandono, come si può notare dalla diroccata costruzione, un tempo (sec. XVI) sede della milizia di frontiera della Serenissima Repubblica, essendo collocato al confine tra la Repubblica Veneta e lo Stato Estense. Il vetusto edificio, che fino a qualche decennio fa portava nel frontespizio sud l’immagine marmorea del Leone Alato di Venezia, ora scomparso ed ignominiosamente utilizzato – come asserisce qualche anziano – come fondo stradale.

    La campagna sconfinata accoglie il gruppo di camminatori che procedono lungo Via Goresina Inferiore, che risulta essere un antico argine costruito dai Certosini nel 1489.

    Varie costruzioni rurali (alcune desolatamente abbandonate) richiamano l’attenzione dei “camminatori”. Spicca in lontananza un’imponente corte, dominata da un ragguardevole edificio padronale detto il “Palazzon”, in LOCALITA’ POLESINA. Raggiungiamo l’enorme corte, caratterizzata da una grande struttura, ancora ben conservata (sec. XVI) con maestose arcate in mattoni.

    Qui veniamo accolti con squisita cordialità dalla famiglia di Sandro Mazzaro che gentilmente ci offre una degustazione dei prodotti della sua azienda agricola. Il clima diventa particolarmente festoso con assaggi di salumi, pan biscotto e vini, seduti sulla paglia.

    Prima di accomiatarci dalla corte del Palazzon, ho modo di richiamare alla memoria un’antica leggenda – più volte udita negli anni della mia infanzia – facente riferimento al “Posso di rasùri” (Pozzo dei rasoi). Da generazioni si narra che al Palazzon de la Polesina ci fosse un orrendo pozzo, al cui fondo erano posizionate affilate lame in grado di tagliare il corpo di chi fosse stato gettato nella sua cavità. In fondo al pozzo si diceva poi ci fosse calce viva per sciogliere immediatamente i martoriati corpi dei malcapitati. E le principali vittime erano fanciulle di Bellombra, invitate a grandi feste dai signori che qui venivano a villeggiare. Signorotti senza scrupoli che, dopo laute libagioni, approfittavano delle giovani e poi le lanciavano nel pozzo, dove sparivano per sempre.

    Con orrore anche noi ragazzini ripetevamo la macabra storia e, nei periodi di siccità, quando il livello dell’acqua si abbassava, andavamo attorno al pozzo (del quale oggi non c’è più traccia) ed esclamavamo: Guarda! Si vedono le ossa! Che paura! Scappiamo!

    Nessuna fuga invece per il gruppo dei camminatori che, dopo i ringraziamenti per la gradita ospitalità ricevuta al Palazzon, riprendono l’itinerario superando la LOCALITA’ ISOLELLA per sostare dinanzi ad un particolare Oratorio detto della Madonna del Pero. Una chiesetta questa che una secolare devozione popolare ha legato ad altre due, tanto da costituire un percorso religioso detto delle “tre sorelle”, ovvero tre chiese meta di un pellegrinaggio che nel passato contava numerosa partecipazione: la più meridionale delle tre è posta a sud del Po a Berra (FE), ed è conosciuta come “Madonna della Galvana”; quella centrale a Papozze dedicata alla “Madonna della Neve”; la più settentrionale la “Madonna del Pero” di Isolella di Bellombra ove il nostro gruppo pedestre compie una sosta.

    Il cammino riprende, superando la località Burchio per raggiungere BELLOMBRA caratterizzata dalla bella Chiesa dedicata a S. Giacomo e S. Eurosia. Non abbiamo a disposizione il tempo necessario per una visita all’interno del tempio, dove non mancano pregevoli opere d’arte e pertanto procediamo alla volta della vicina CORCREVA’. E qui possiamo ancora vedere i resti della seconda Corte Benedettina, caratterizzata da un grande edificio in mattoni a vista, costruito su 11 arcate, che purtroppo sono state tamponate facendo perdere alla struttura l’eleganza originaria.

    Procediamo frattanto verso la prestabilita tappa conclusiva del nostro itinerario raggiungendo la LOCALITA’ POSSIONANZA DI BELLOMBRA, dove presso la trattoria alla Rosa siamo attesi per un gustoso pranzo, a base di tipiche specialità polesane.

    – Foto di Cristiano Fenzi

    – Fonti storiche e leggende del prof. Paolo Rigoni e della prof.ssa Chiara Crepaldi

  • L’ultima chiesa dei Bentivoglio

    L’ultima chiesa dei Bentivoglio

    Fra i tanti aspetti di magnificenza e mecenatismo dei Bentivoglio, dopo che nei primi decenni del ‘500 si stabilirono a Ferrara (in seguito all’espulsione da Bologna dominata dal papa alleato con i Pepoli), ve n’è uno assai poco indagato dai ricercatori: riguarda la bella chiesa di Giacciano. Si tratta sicuramente della costruzione che in Polesine resta maggiormente legata alla storia e al nome dei Bentivoglio.

    Questa sacra realizzazione non rappresentò un’eccezione, giacché i Bentivoglio manifestarono in più occasioni interesse per gli edifici legati al culto e la relativa attività di juspatronato. Infatti, nel breve arco temporale compreso tra la loro ascesa politica in Ferrara e la rovina economica del casato (dovuta all’enorme debito contratto dal marchese Enzo con la Camera Apostolica per la bonifica della Transpadana Ferrarese)1 i Bentivoglio si resero protagonisti della costruzione di almeno tre pregevoli chiese: Santa Vittoria in Ferrara, Collegiata di Gualtieri, Parrocchiale di Giacciano, e di altrettanti oratori privati nelle loro grandi residenze di Ferrara, Gualtieri e Trecenta.

    Diciamo innanzitutto che la chiesa di Giacciano – piccola borgata della Transpadana ferrarese nel governatorato di Trecenta, allora ai confini con lo Stato Veneto – per essere l’ultima nata fra le chiese bentivolesche, presenta soluzioni architettoniche in parte derivate dalle precedenti, in parte assolutamente originali. Va inoltre sottolineato che sicuramente fu la chiesa più amata dagli ultimi esponenti del casato marchionale.

    La costruzione della chiesa

    La chiesa di Giacciano fu eretta dal marchese Ippolito Bentivoglio, tra il 1668 e il 1676, su un lotto di terreno ubicato all’incrocio tra la strada del Borgo Novo (attuale via Madonnina) e la strada arginale del fiume Castagnaro (ramo dell’Adige, detto anche Canal Bianco, per il colore biancastro delle acque atestine, ricche in carbonati di calcio). Il corso d’acqua, oggi denominato Fossa Maestra, non più legato all’Adige, riceve le acque delle Valli Veronesi.

    Nonostante le difficoltà economiche in cui si dibatteva il casato, ormai prossimo al tracollo finanziario, fin dall’inizio la sacra struttura fu progettata per essere una decorosa sede parrocchiale, essendo formata dal classico impianto a chiesa centrale, affiancata su un lato dalla casa canonica2 e dall’altro dal recinto cimiteriale, trasferito fuori dal suo originario contesto, in seguito alle disposizioni del periodo napoleonico. In posizione arretrata, ma aderente al lato sinistro dell’abside, fu costruito anche il campanile, non troppo alto, a causa dei problemi di portanza del suolo alluvionale, chiuso da un tiburio a cupolino di gusto bizantineggiante.

    L’archivio del casato è stranamente avaro di notizie documentali riguardanti la progettazione, l’iter costruttivo e i costi sostenuti per l’erezione di questo complesso3. Il progetto viene perciò attribuito, pur se in via ipotetica, allo stesso marchese Ippolito4, personaggio eclettico, di vasta cultura e di un certo rilievo sociale (ricoprirà la carica di Giudice dei Savi per due mandati, a partire dal 1669), che si sarebbe quantomeno avvalso dei consigli dell’amico architetto Carlo Pasetti ed ispirato nelle dimensioni e negli equilibri delle masse alle altre chiese bentivolesche, costruite alcuni decenni prima dal prozio Ippolito nel feudo di Gualtieri, con il concorso dell’Aleotti. Le forme della chiesa di Giacciano sono infatti eleganti e ben proporzionate e denotano l’influsso, sia pure indiretto, di qualche grande progettista.

    La chiesa venne dotata di beni fondiari e diritti di decima da parte della stessa famiglia Bentivoglio, al fine di garantire la sussistenza del sacerdote residente e quindi eretta, il 17 febbraio 1677, in parrocchia sotto il titolo di S. Ippolito Martire, riservandosi i proprietari il solo diritto di nomina del parroco presso il vescovo di Ferrara. 5

    All’epoca infatti, il territorio di Giacciano era parte dello Stato Pontificio e la comunità contava 900 anime (500 da comunione), soggette alla pieve di Trecenta e alla diocesi di Ferrara, quindi impossibilitate ad accedere alla vicina e più antica chiesa di Baruchella, in quanto posta nello Stato Veneto. La nuova chiesa di Giacciano rispondeva pertanto all’esigenza della popolazione di avere un comodo servizio religioso ed un luogo di riferimento in cui aggregarsi e riconoscersi.

    I Bentivoglio, già detentori di notevoli proprietà nel Bolognese e nel Ferrarese, ebbero in Giacciano (e nella contigua Presa di Zelo) gli ultimi possedimenti fondiari e una grande residenza di campagna, con il brolo circondato da una lunga cinta murata. Essi mantennero con questa loro chiesa un profondo legame, beneficiandola (fino a quando le sostanze del casato lo permisero) con speciali elargizioni, fra le quali ricordiamo il dono dei preziosi paramenti liturgici appartenuti al card. Cornelio Bentivoglio (purtroppo trafugati di recente) e onorandola con le spoglie mortali degli ultimi esponenti, che qui vollero essere tumulati.

    I monumenti sepolcrali e gli aspetti artistici

    Nella chiesa di Giacciano si conservano per questo le pregevoli stele sepolcrali del marchese Carlo Guido (1769 – 1843) e della prima moglie Adelaide Foscarini, prematuramente defunta all’età di 32 anni. Un monumento funebre quest’ultimo, noto come “la Dolente”, in fine marmo di Carrara e di grande pregio artistico, per la sua capacità di tradurre nel marmo le più intime e delicate espressioni del dolore umano, opera eseguita o forse solo ultimata, nel 1823 da Cincinnato Baruzzi, su un bozzetto del grande Canova, in quanto suo allievo e continuatore della famosa bottega, dopo la morte del maestro, avvenuta l’anno precedente6.

    Dal punto di vista architettonico, la chiesa presenta una pianta a basilica absidata con tre navate: la centrale destinata ad aula per i fedeli, le laterali a cappelle votive, tre per parte, unite tra loro da un originale passaggio sotto archi a tutto sesto, che si collega prospetticamente alle porte d’accesso laterali.

    La facciata, partita da quattro lesene doriche e da due cornici trasversali che delimitano i tre spazi della simbologia cristiana, è solenne ed elegante, grazie anche alle cinque cuspidi sugli angoli d’attacco, che ne slanciano la prospettiva verso l’alto.

    Il timpano si fa notare per un contorno dentellato a “cassetti” che concorre ad esaltare la verticalità dell’insieme.

    Presenta tre porte d’accesso che ci ricordano la rigida stratificazione sociale dei secoli passati: per gli uomini a destra, per le donne a sinistra e una più grande al centro per il vescovo, clero e nobiltà. Sopra la porta centrale, abbellita da stipiti e architrave in leggero rilievo, c’è un grande lucernario circolare (oculo), chiuso da una vetrata policroma raffigurante S. Ippolito, che ricorda i rosoni delle cattedrali romanico-gotiche.

    Nell’interno, a sbalzo sopra la bussola dell’ingresso centrale, corre la cantoria, evidentemente aggiunta nella terza decade dell’Ottocento per accogliere un prezioso organo del Callido, dono del marchese Carlo Guido, di cui si è da poco concluso il restauro. La primitiva cantoria in legno intagliato è invece posta dietro il monumentale altare maggiore, nell’emiciclo absidale. Quest’ultimo, illuminato da due fenestrature laterali a semiluna, si presenta ampio nelle dimensioni forse più del necessario, almeno in apparenza. In effetti, risponde ad una funzione acustica – ben nota ad un progettista esperto di teatri qual era il marchese Ippolito – grazie alla quale i suoni vengono diffusi e amplificati in direzione dell’aula. Un effetto questo che si apprezza particolarmente in occasione di concerti vocali o strumentali, che qui trovano la possibilità di esprimersi al meglio.

    Tutti gli altari laterali, ricchi di marmi policromi, sono eseguiti in modo perfetto; la pala e la statua del santo sono all’interno di un vestibolo formato da colonne marmoree corinzie, a loro volta sormontate da tratti di architrave, sui quali sembrano danzare figure d’angeli fra decorazioni a stucco, secondo la scenografia dello stile barocco. Fra questi, spicca per maestosità l’altare del patrono, con la grande pala raffigurante Il martirio di S. Ippolito, attribuita al centese Cesare Gennari (1637-1688), allievo e nipote del celebre Guercino7.

    Le cappelle laterali sono chiuse in alto da eleganti volte a crociera: ciascuna racchiude sul lato esterno un lucernario a vetrata policroma, attraverso il quale filtra nella chiesa un primo livello di luce. Altra luce entra dalle vetrate dell’aula, alternate alle precedenti e poste ad un livello più alto, all’interno di nicchie ad “unghia”, ricavate nella volta ribassata del soffitto. Questi flussi luminosi s’intrecciano tra di loro e con quello proveniente dalla finestra circolare della facciata, creando un gioco di luci, specie nelle ore del mattino, chiaramente allegorico della Luce Divina che da ogni parte deve entrare nella vita dei credenti.

    Anche questo aspetto denota come la chiesa di Giacciano sia un vero gioiello architettonico, sintesi di elementi stilistici diversi, curati in ogni dettaglio, grazie alla magnificenza e all’amore per l’arte del casato Bentivoglio.

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