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Archivi: Articoli d’archivio

  • Chiamati in Argentina

    Chiamati in Argentina

    Interminati spazi, sovrumani silenzi e profondissima quiete. Non possono esservi termini più appropriati di questi del Leopardi per descrivere la sensazione che provo, sorseggiando il mate da cannuccia metallica provvista di filtro, seduto sull’orlo dell’alta strada che attraversa i cinquanta km di golena del Rio Paranà, da Rosario a Victoria.

    La golena si estende in lunghezza per centinaia di km. Erba ed acquitrini punteggiati da mandrie e mandrie di vacche, alcune immerse fino al ventre nell’acqua, di cui si intuisce ma non s’ode il muggire. L’unico rumore sono i guizzi di grossi pesci. Sugli alberi senza foglie uccelli simili ai condor girano lentamente il collo scrutando se l’acqua restituisca qualche carogna di animale, magari di qualche vitellino morto sul nascere: loro compito è tenere perfettamente pulito l’ambiente.

    Sensazione di sgomento, invece, alcune ore dopo nel cercare il termine di un campo sconfinato di soia al cui inizio campeggiavano due enormi cartelli. Uno di una multinazionale di semi transgenici e quello del potente diserbo a cui l’innesto di geni aveva reso resistente quella soia. Immobilità assoluta, nessuna forma di vita. Fuggo da quel deserto verde. L’angoscia un poco attenuata dalla consapevolezza che l’esportazione di soia transgenica verso l’Asia è la principale voce di introito per l’Argentina.

    Siamo stati “mandati” in Argentina, nella città di Rosario, dall’Associazione Veneti nel Mondo e precisamente da Marco Di Lello, vicepresidente dell’Associazione Polesani nel Mondo, per tenere un corso di cucina tradizionale veneta ai discendenti dei veneti colà emigrati all’inizio del novecento e raggruppati nella “Familia Veneta de Rosario”. La specifica formazione sulla cucina veneta era stata richiesta proprio da loro. Il finanziamento è della regione Veneto e della città di Lendinara che ha mandato ad accompagnarci per alcuni giorni l’assessore Furegato e Giuseppe della Pro loco.

    Tre i chiamati per il corso di cucina: io, esperto nelle produzioni agroalimentari tipiche del veneto; Dante Brancaleoni, sommelier; Eros Veronese, cuoco. Orario delle lezioni: dalle 17 alle 23. Scaletta della lezione: in partenza parlo del prodotto, la sua storia e le proprietà nutrizionali e salutistiche; Dante spiega quale vino può essere abbinato a quel prodotto e perché; Eros fa vedere come cuocerlo.

    Conoscere il mercato

    Prima di tutto bisogna capire quali sono i prodotti reperibili in loco che possano adattarsi alla cucina veneta e perciò, prima di avviare il ciclo delle lezioni, occorre una ricognizione. Dante va per enoteche e trova che nei vigneti di Mendoza si producono le stesse uve del Veneto (tranne il prosecco – unico vino italiano trovato nelle enoteche, assieme a del lambrusco in lattina). I vini sono ottimi e il prezzo inferiore a quello dell’Italia a parità di qualità. Eros ed io andiamo innanzitutto al mercato ortofrutticolo all’ingrosso. Qualche giorno prima avevamo già visitato la città di Rosario (un milione e mezzo di abitanti) constatando che è in tutto simile ad una città europea dei nostri giorni. Il mercato ortofrutticolo è invece del tutto simile a quello di Padova… degli anni sessanta: tutta la movimentazione a mano e con carretti, verdure in grandi cassoni di legno riutilizzati e sporchi, addirittura cavolfiori sfusi messi in pila, nessuna cella e nessun camion frigo.

    Con l’aiuto della nostra accompagnatrice inizio a parlare con il numeroso gruppo di commissionari e fruttivendoli che mi si è radunato attorno appena si è sparsa la voce che in mercato vi era un esperto di verdure venuto dall’Italia. In un posteggio di insalate vengo a sapere che le lattughe cappuccina ed iceberg sono per loro di recente introduzione. La varietà più presente, che loro chiamano lattuga senza nessuna altra specificazione ed è coltivata da sempre in quella zona, assomiglia molto alla gentile che a Lusia coltiviamo da una trentina di anni e pensavamo fosse una nostra invenzione. È simile anche nel gusto. Constato che, pur maltrattata come le altre verdure, questa lattuga rimane integra, dimostra di essere molto resistente. Dopo poco sono in possesso di una bustina di semi professionali di questa lattuga che farò seminare a Lusia: incrociandola con la nostra potremo ottenere una varietà più resistente.

    A fine novembre vi è una stagione come da noi a fine maggio e quindi dovrebbero essere presenti tutte le verdure. Scopro invece che l’assortimento è limitato a pomodoro, peperoni, melanzane, zucchini, carote, le tre insalate menzionate e bietecoste. Posteggi pieni di cocomeri, meloni e zucche. Molto presenti anche patate, cipolle ed aglio.

    Voglia di italianità

    Parlando con le signore che frequenteranno il corso ci accorgiamo che di cucina veneta non è rimasto proprio niente nelle loro abitudini alimentari, anzi è sparita proprio anche la dieta mediterranea. Quotidianamente carne cotta alla brace o in forno, patate fritte e un po’ di insalate e pomidoro. Verrebbe da pensare a persone obese con questa dieta, ed invece vedo tutte ragazze filiformi con quel poco di grasso concentrato tutto solo… nei posti giusti. Ultimamente hanno reintrodotto la pasta, prodotta in loco, e soprattutto tante tipologie di paste ripiene che assomigliano a quelle italiane solo nei nomi.

    Ma c’è tanta voglia di conoscere la vera cucina Italiana. Loro continuano a dire veneta, ma capiamo che quel che serve a loro è imparare anzitutto la dieta mediterranea, poi si potrà approfondire. Al corso si sono iscritte una ventina di signore che vogliono far da mangiare bene per i loro famigliari, alcune ragazze con anche interesse culturale per la gastronomia e tre gestori di ristoranti. Pochi parlano italiano ma tutti riescono a capirlo.

    Cerchiamo di usare un linguaggio semplice e ci aiutiamo con molte diapositive. Quando serve, due signore che conoscono perfettamente l’italiano per aver frequentato la scuola Dante Alighieri, dove si insegna in italiano, fanno da interpreti.

    Il cuoco Eros focalizza le sue prime lezioni sugli impasti di farina. Per la pinza e la pizza, i dolci, le tagliatelle e le paste ripiene. Io cerco di far comprendere l’importanza degli ortaggi per una sana alimentazione. Trovo i corsisti molto ricettivi, anche perché il governo centrale, dopo l’introduzione del Servizio Sanitario Nazionale, ha iniziato una campagna di sensibilizzazione ad un maggior uso di vegetali e di meno carne. Anche una funzionaria del settore sanità della municipalità di Rosario, sentito di questo corso, viene a congratularsi e a spronarci a convincere i nostri concittadini (quasi tutti i corsisti hanno anche il passaporto italiano) ad usare sempre più verdure.

    C’è tutto da insegnare: dalle modalità di monda e taglio ai vari tipi di cottura. Grosso limite alla diffusione dell’uso delle verdure è la scarsa qualità del prodotto ed il costo che uguaglia quello della carne. Eppure il clima, il terreno e la disponibilità d’acqua sono quantomai favorevoli alla coltivazione delle verdure. Non è pensabile portare le nostre (ottime ed economiche) a quattordicimila chilometri di distanza. Basterebbe portare il nostro know-out. Forse è arrivato il momento per una nuova limitata emigrazione specializzata in orticoltura.

    Anche il sommelier Dante fatica non poco a spiegare gli abbinamenti per contrapposizione o per concordanza a consumatori che si limitano a preferire il bianco o il rosso, qualsiasi sia il piatto proposto…

    Dopo le dieci lezioni, però, molti ci dicono che abbiamo rivoluzionato il loro modo di pensare al cibo ed ora vorrebbero approfondire la conoscenza dei prodotti e delle cotture proposte.

    Per fortuna ormai c’è internet e abbiamo lasciato molti indirizzi grazie ai quali possono soddisfare le loro curiosità, e con le mail possono continuare a richiederci spiegazioni.

    Avviene così che la cucina veneta la insegneremo per via telematica, in attesa (chissà!) di un desiderato ritorno.

  • L’Antica Rampa di Badia

    L’Antica Rampa di Badia

    In un’ epoca in cui la vita scorre sui binari della fretta e il libro da cartaceo tende a farsi anche telematico – come se la gente non ne amasse più il profumo e il fruscio della carta sotto le dita – sembrerebbe anacronistico parlare degli storici caffè letterari, sparsi ovunque nella nostra nazione. Eppure, alcuni, i più affermati ancora tengono botta, seppur ammodernati e in parte usciti dall’antico cliché.

    A Roma, Bologna, Torino, Padova (chi non conosce il Caffè Pedrocchi?), Trieste che ne conta ben quattro, col Tommaseo in testa, ove nei suoi anni fulgenti chi sta scrivendo queste note poteva incontrare l’amico carissimo Fulvio Tomizza, in un tavolino appartato, vergare fogli con la sua minutissima, illeggibile scrittura, oppure intravedere Claudio Magris, al Caffè degli Specchi conversare con i suoi fan.

    Ma il più ostinato nel tener aperta la tradizione, tra questi luoghi storici d’incontro, resterà sempre le Giubbe Rosse di Firenze, il più chic ed aristocratico, sulla cui vita si sono sprecati litri d’inchiostro da parte di storici e letterati, teatro anche di una memorabile rissa fra vociani e futuristi, frequentato dai nomi altisonanti di Montale, Luzi, Landolfi, Campana, solo per citarne pochi fra i tanti. Attualmente è condotto dal rodigino Massimo Mori che nel 1995 ha ospitato e fatto presentare alla grande il romanzo Signora a una piazza, scritto da chi non sa trattenere la civetteria di comunicarvelo qui in pagina, esterrefatta dall’accoglienza, per la prima volta tributata ad una polesana.

    Purtroppo, non tutti i caffè letterari hanno saputo camminare al passo coi tempi, adeguarsi, uscendo dalla veste settecentesca che indossavano agli esordi, e quindi ci sono stati alcuni funerali: citandone uno d’eccellenza fra tutti, parleremo con rammarico del veronese Caffè Dante che tanto lustro aveva saputo dare alla cultura della città scaligera.

    Perché alcuni sopravvivono al passo coi tempi e altri, pur pregevolissimi, chiudono le porte?

    La risposta potrebbe venirci dal giovane Gilberto Moretti che a Badia Polesine, centro che non supera i 10.000 abitanti, poco più con le frazioni, ha avuto l’idea tanto rischiosa, quanto fortunata, di creare “l’Antica Rampa Caffè Letterario”. Proveniente dal mondo dell’associazionismo, ha compreso che fare impresa nel mondo della cultura – in buona armonia con biblioteca ed assessorato – poteva ed è diventato un investimento.

    Fiero di poter offrire un servizio socialmente utile, Moretti ha dato un input talmente convinto e forte alla sua iniziativa, da raccogliere attorno a sé visitatori e clienti di tutte le età – con l’ausilio anche della piattaforma di facebook che gli fa conoscere anche gente di fuori provincia – offrendo servizio integrativo di un fornito bar che non guasta per chi viene da lontano. Qui, dunque, è stata l’idea quello che conta: è stato il credere nella cultura, andando controcorrente, in un’epoca in cui parrebbero trionfare la fatuità e l’apparire.

    Ai nomi di consolidato prestigio, quelli che tirano e fanno vendere libri, come Andrea Molesini (Premio Campiello 2011) o Pietrangelo Buttafuoco che ha presentato il suo nuovo romanzo Il lupo e la luna o il grande cattedrattico, scrittore di pregevolissima penna Franco Cardini che ha portato Il turco a Vienna, Gilberto Moretti inframmezza, con acuta intuizione, nomi di giovani di grande fascino intellettuale, come il marchigiano Cesare Catà che, con la sua “Follia in Shakespeare”, ha incantato una platea di tutte le età, col fascino della sua frizzante cultura.

    E poi, anche il luogo dove sorge questo caffè letterario ha una sua ragione di charme, adagiato su tre piani di un antico edificio che conserva nel seminterrato i resti della medievale porta de mezo, atta a presidiare il settore militare del tempo, attraverso un ponte in pietra di un’antica rampa – da cui il caffè letterario mutua il nome – sopra la fossa che cingeva, assieme ad un terraglio, la cittadella di Badia.

    Diviso da scale, il vasto locale dà modo ai fruitori di sfogliare testi, acquistarli, se crede, rifocillarsi ai piani inferiori, leggere riviste e quotidiani italiani e stranieri.

    Ci auguriamo che la giovane iniziativa di Moretti si espanda, uscendo dal Polesine e che altri imprenditori capiscano il valore di investire nella cultura, vivacizzandola, rendendola abbordabile e comprensibile a tutti, senza ghettizzanti snobismi, perché un popolo che legge, socializzando, potrà avere una speranza in più di sollevarsi dalla crisi.

  • Un polo per la chimica verde

    Un polo per la chimica verde

    Buone nuove in campo economico. E’ con estremo piacere che segnaliamo il buon esito di una iniziativa imprenditoriale, in controtendenza rispetto alla preoccupante situazione recessiva che interessa anche la nostra provincia. Parliamo della Novamont, multinazionale con sede a Novara, che ha acquisito dalla famiglia Altoè, l’ex stabilimento Bioitalia di Bottrighe, già Ajinomoto. La nuova controllata società per azioni si chiama Mater-Biotech.

    Novamont – il cui amministratore delegato è Catia Bastioli, scienziata e autrice di invenzioni nel campo delle bioplastiche – è una società leader nel campo della cosiddetta chimica green, meglio definita “chimica vivente per la qualità della vita”. Una sorta di integrazione tra chimica, agricoltura e ambiente, percorrendo la strada dello sviluppo sostenibile, facendo uso di materie prime vegetali e fonti rinnovabili.

    Il processo produttivo darà vita a bioplastiche per applicazioni specifiche a basso impatto ambientale. Tra queste la denominata Mater-bi, bioplastica proveniente da lavorazioni vegetali, utile per realizzare prodotti con le stesse proprietà d’uso dei materiali tradizionali, che però si caratterizzano per essere completamente biodegradabili.

    Novamont, nata come centro di ricerca Montedison, ha scelto una nuova filosofia industriale, cercando di risolvere i tanti problemi di inquinamento, attraverso lo sviluppo di produzioni derivanti da materie prime rinnovabili di origine agricola. Nello stabilimento di Bottrighe sono già in corso d’opera le attività di riconversione per iniziare a produrre nei primi mesi del 2014 il butandiolo. E’ questo uno dei componenti principali per la produzione delle bioplastiche, sinora ottenuto solo da fonti fossili e scarsamente disponibile rispetto alla domanda.

    A Bottrighe si produrrà dunque il butandiolo, per far fronte all’aumento della richiesta di bioplastiche, puntando su una produzione annua di circa 30 mila tonnellate. Il butandiolo è il componente fondamentale di svariati prodotti, quali shopper, bottiglie, tessuti elasticizzati, connettori delle automobili, scocche dei telefonini eccetera.

    La Mater-biotech sarà il primo stabilimento italiano di butandiolo, che, in forma liquida, sarà trasferito per le successive lavorazioni nell’impianto di Terni, del medesimo gruppo. In ciò Novamont avrà come partner l’americana Genomatica che fornirà il ceppo madre per la fermentazione. L’attuale impianto di Bottrighe subirà pertanto gli interventi necessari per la nuova produzione, in linea con le strategie aziendali di Novamont, finalizzate alla rivitalizzazione dei siti deindustrializzati.

    Ancora una volta l’impianto di fermentazione, cuore del sito industriale, si è tradotto in salvezza per la fabbrica di via Gramsci. La fabbrica è stata infatti scelta fondamentalmente per la presenza in essa di un impianto altamente sofisticato, unico in Italia, in grado di soddisfare qualitativamente le richieste di Novamont. Altresì, la fabbrica è dotata di un modernissimo controllo computerizzato e da ben tre laboratori: due per analisi e qualità ed uno di biologia molecolare”.

    Direttore dello stabilimento è l’ingegnere Antonino Maltese, che in un incontro ufficiale con l’amministrazione comunale, ha illustrato i progetti della multinazionale riguardante lo stabilimento di Bottrighe.

    Intanto, in attesa del rilancio e a seguito dei test che si sono svolti in questi mesi, atti a ricavare i dati necessari al nuovo processo industriale, i ventisette dipendenti di quella che era Bioitalia, passati in carico a Mater-Biotech, potranno contare sulla cassa integrazione straordinaria per due anni, il tempo necessario per permettere all’azienda di procedere, con un notevole investimento, nei lavori necessari alla riconversione e all’adattamento per la produzione del butandiolo.

    La prospettiva è di fare di Bottrighe un polo della chimica pulita e da ciò potrebbero nascere successive iniziative di sviluppo.

  • Nello Santi applaudito a Napoli

    Nello Santi applaudito a Napoli

    Ennesima affermazione per il direttore d’orchestra adriese Nello Santi nel melodramma di G. Donizetti Lucia di Lammermoor rappresentato al San Carlo di Napoli con la regia di Gianni Amelio.

    “Che bel respiro la musica di Donizetti al ritmo di Santi”: così intitolava Guido Barbieri su la Repubblica la recensione dell’opera aggiungendo che “Papa Santi” (così lo chiamano all’estero), “è forse l’unico direttore in circolazione, oggi, ad incarnare l’antica tradizione italiana del “maestro di cappella” e lo ha dimostrato ancora una volta: il suo gesto, essenzialissimo, tende sempre ad estrarre dalla partitura le linee esterne, il canto e l’accompagnamento…Un lavoro di “semplificazione” che viene applicato anche ai tempi, anzi al tempo di esecuzione: invece di cercare i contrasti agogici tra i singoli numeri della partitura, Santi fissa un “tempo medio”, il più possibile legato alla fisiologia del canto, e introduce, di scena in scena, varianti temporali minime… il tracciato generale acquista una estrema naturalezza di respiro”. Al debutto dell’opera, rimasta in cartellone per otto serate, nelle due parti principali hanno cantato il soprano australiano Jessica Pratt (Lucia) e il tenore Gianluca Terranova (Sir Edgardo di Ravenswood).

    Alla bella età di 80 anni compiuti il 22 settembre scorso e dopo avere festeggiato i 60 anni di carriera il 19 dicembre 2011 (debuttò nel 1951 al Teatro Verdi di Padova nel Rigoletto verdiano), Nello Santi continua a regalare al mondo del melodramma performances di alto livello artistico ed emozionale, guidato da una vastissima competenza e da una invidiabile sensibilità lontano da ogni artificio o da astruse ricerche filologiche.

    Al suo attivo un corposo curriculum. Impegnato nei più importanti teatri del mondo, è nato ad Adria (ma cita sempre Rovigo come città di provenienza aggiungendo che i Santi sono originari di tale città). In ogni sua intervista ha sempre parole di riconoscenza per l’importanza che hanno avuto, per la sua formazione, gli insegnanti Bruno Coltro (1910-1998, compositore, allievo di G. F. Malipiero), e Arrigo Pedrollo (1878-1964, pianista e compositore italiano), allora direttore del Conservatorio Pollini dove Santi studiò.

    Dopo alcune esibizioni in Italia, si trasferì all’Opernhaus di Zurigo dove iniziò la propria attività, soprattutto nel repertorio melodrammatico italiano, nel periodo 1958 – 1977. Inoltre, dal 1985 al 1995 ha diretto la Radio Symphony Orchestra di Zurigo e di altre città tedesche (Amburgo, Monaco, Colonia, ecc.).

    Annualmente è stato ospite del Metropolitan di New York portando la più genuina tradizione melodrammatica italiana in ben 29 stagioni. Presente in più occasioni all’Arena di Verona, ha diretto anche il repertorio sinfonico.

    Per oltre 10 anni è stato direttore principale dell’Orchestra Sinfonica della Radio svizzera a Basilea, oltre alla Oslo Philharmonic Orchestra, dirigendo pure le due orchestre giapponesi più conosciute: la Yomiuri Nippon Simphony Orchestra e la NHK (Nippon Hoso Kyokai) di Tokyo.

    Nell’estate 2002 ha diretto per la prima volta al Festival estivo di Avenches. La sua interpretazione del Guglielmo Tell di Rossini viene considerata una performance assoluta. Oltre ai più famosi compositori italiani (Verdi, Rossini, Bellini, Donizetti, ecc.), ha interpretato opere di Mozart, Beethoven, Brahms, J. Strauss, R. Strauss, Wagner, Tchaikovsky, Prokofiev, Rimsky-Korsakov, Dvorak, Strawinsky, Borodin, Berlioz, Debussy, Saint-Saëns, Ravel, Respighi, Pizzetti e altri, comprese le nuove avanguardie del ‘900.

    Dirige oltre cento opere a memoria di un vastissimo repertorio melodrammatico. Lo fa con il suo inconfondibile stile che lo porta a privilegiare il lato lirico delle partiture valorizzando, nel contempo, quello drammatico. L’arte della sua direzione d’orchestra si rifà alla tradizione di Arturo Toscanini, Victor de Sabata e di Wilhelm Furtwängler.

    Al critico che gli chiedeva se i successi vengono solo dall’amicizia, dall’intrigo o dalla fatalità, il maestro rispose: “La verità non richiede commenti. Citerò, per simmetria, sant’Agostino, sia per rafforzare la risposta sia perché il significato ideale della sentenza, siccome esorta a liberarsi di ogni pompa, orpello, demagogia, dovrebbe guidare ogni artista: “In verbis verum amare non verba” (Nel discorso conta il vero, non contano le parole)”.

    L’ultima sua esibizione ad Adria risale al 1996 in un concerto con l’orchestra “La Fenice” di Venezia. Si è trattato di un “concerto in cantiere” dato che si stava ristrutturando il Teatro Comunale.

    Peccato che in 60 anni di carriera, Adria, la città dove è nato, che gode di uno dei maggiori teatri del Veneto, solo saltuariamente si sia avvalsa dell’esperienza e competenza del maestro Santi.

  • L’ “Adelaide di Borgogna”

    L’ “Adelaide di Borgogna”

    Dopo 193 anni dalla prima rappresentazione, è tornata il 17 marzo scorso sul palco del teatro Sociale di Rovigo “Adelaide di Borgogna”, l’opera di Pietro Generali che lo inaugurò nel 1819.

    L’inaugurazione del Sociale

    Fu il regio delegato della provincia del Polesine Carlo di Wullerstorf ad annunciare alla cittadinanza rodigina l’inaugurazione del “Teatro della Società”, prevista per il 16 aprile 1819. Nell’occasione fu commissionata la musica al compositore Pietro Generali, perché il più noto Rossini avrebbe richiesto un compenso eccessivo rispetto alle disponibilità. Per lo spettacolo d’apertura le scene erano di Giuseppe Borsato, scenografo della Fenice in grado di fare il bello e il cattivo tempo non solo nel massimo teatro veneziano. Fra i cantanti basta ricordare che c’erano il soprano Violante Camporesi, protagonista, il tenore Claudio Bonoldi e il basso Giuseppe Fioravanti, vale a dire tre degli artisti più celebrati dell’epoca. L’orchestra era composta dai filarmonici rodigini, forse rinforzata con qualche elemento di fuori. Il direttore dei cori era Lorenzo Barbirolli, protagonista in molti ruoli dell’attività musicale rodigina, appartenente a una famiglia di musicisti il cui ultimo discendente è sir John Barbirolli. Consistente fu il successo tributato all’opera di Pietro Generali, che decretò l’avvio del nuovo teatro rodigino.

    L’argomento dell’opera

    Adelaide figlia di Rodolfo II Re di Borgogna si congiunse in matrimonio con Lottario Re d’Italia nell’Anno 947 dell’Era volgare. Questo infelice Monarca cessò di vivere dopo tre soli anni di Regno, e di Matrimonio per veleno, come si crede, fattogli somministrare da Berengario Marchese d’Ivrea, i di cui occulti maneggi presso l’Assemblea de’ Principi Italiani fecero sì che tanto esso, quanto suo figlio Adalberto ottennero la Corona d’Italia dopo 24 giorni d’Interregno. Per meglio assicurarsi il potere ben presto avanzarono la pretesa che la Vedova di Lottario passasse alle seconde nozze con Adalberto. Il costante rifiuto della medesima le costò prigionia, e molti barbari trattamenti: sino a tanto che Ottone I Re di Germania, denominato il Grande, disceso in Italia la liberò dalle mani de’ suoi persecutori, e la fece sua Sposa.

    Dal ritrovamento alla nuova esecuzione

    La messa in scena dell’“Adelaide” nel 1819 si caratterizzò come un evento di enorme spessore culturale e storico, destinato a segnare fino ai giorni nostri il valore della città e di tutto il territorio circostante. E quest’anno, dopo 193 anni dalla prima rappresentazione, Rovigo ha scelto di rievocare un momento tanto prezioso, grazie alla volontà e alla collaborazione di studiosi e musicisti di grande pregio.

    Artefice della maggior parte dell’operazione, dalla ricerca e ricostruzione dell’opera fino all’esecuzione rodigina è stato il maestro Franco Piva, celebre compositore e direttore d’orchestra. Dopo parecchi tentativi in biblioteche nazionali ed europee, ha trovato il manoscritto autografo nell’archivio Ricordi di Milano, riuscendo così a curare la revisione dell’opera. Si è trattato del suo sedicesimo lavoro di recupero di un’opera inedita, dopo altri realizzati su partiture di autori quali Galuppi, Vivaldi, Paisiello, Cimarosa, Donizetti e Salieri.

    Dopo accordi programmatici per unire gli sforzi dell’Amministrazione Comunale e della Fondazione Cultura di Rovigo, “Adelaide di Borgogna” è stata riproposta a Rovigo in forma di concerto il 17 marzo, in collaborazione con il Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, preceduta da un convegno intitolato “L’Adelaide fra Rossini e Generali”. In questa occasione il musicologo Michelangelo Zurletti, confrontando i due lavori, ha sottolineato come quello del pesarese sia stato realizzato in fretta e sia stato accolto con delusione dal pubblico e dalla critica, che lo giudicarono debole e poco ispirato. L’estro compositivo di Pietro Generali è stato rivalutato, perché caratterizzato da un’inusuale ricchezza di situazioni.

    Per la rappresentazione in forma di concerto dell’opera in due atti musicata da Pietro Generali, su libretto di Luigi Romanelli, lo stesso Piva si è occupato della concertazione e direzione orchestrale con la massima cura per i dettagli esecutivi, mettendo in risalto al meglio le particolarità interpretative e stilistiche dell’epoca.

    Quasi tutti i solisti sono stati scelti tra i vincitori delle ultime edizioni del concorso europeo per cantanti lirici indetto dal Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”.

    Davvero una splendida interpretazione per Anna Carbonera, un’Adelaide dal timbro ricco e caldo, dall’intonazione sicura e precisa, dalla vocalità agilissima, messa in risalto da una scrittura particolarmente densa e virtuosistica. Impegnative e ben curate anche le altre parti solistiche, sostenute da Katarzyna Otczyk, un Adalberto con voce decisa e imponente; Daniele Antonangeli, che ha sostenuto il ruolo di Berengario in maniera precisa, con vocalità duttile e generosa; Gianluca Bocchino, un Ottone imperioso, e Roberto Cresca (Rambaldo). Assieme a loro Walter Testolin, preciso e raffinato nel ruolo di Corrado, ed Elisa Fortunati.

    Buona la prova dell’Orchestra regionale Filarmonia Veneta, ma grande plauso soprattutto per il Coro Polifonico Città di Rovigo preparato da Vittorio Zanon: ha affrontato con notevole precisione ritmica ed estrema cura per le dinamiche una parte davvero impegnativa e lunga. L’esecuzione del 17 marzo è stata registrata e sarà pubblicato un cofanetto di due cd con la Casa discografica ‘Bongiovanni’ di Bologna.

    Il commento del M° Piva

    Eseguire questa partitura è stato molto impegnativo, per la sua reale complessità e per il lavoro forzatamente compresso dato l’esiguo numero di prove d’assieme. Ma grazie alla bravura e disponibilità dei solisti, già preparati in precedenza, e al buon lavoro del Coro, istruito dal M.° Zanon, e della Filarmonia Veneta, è stato possibile concludere positivamente lo studio della partitura.

    L’Opera è stata eseguita nel pieno rispetto di tutte le indicazioni dell’autore e dello spirito della partitura, come documenta la registrazione effettuata. Anche se a qualcuno è sembrata una ‘rappresentazione farraginosa’ (definizione inappropriata e gratuita), si è trattato di un’importante prima ripresa in tempi moderni di un lavoro di quasi due secoli fa, con le caratteristiche stilistiche rispondenti ai gusti e ai criteri dell’epoca in cui è nato. Tenendo conto di tutto ciò, si può affermare che l’opera è ricca di idee, di proposte e di intuizioni ben esposte; più o meno originali ma generalmente interessanti. Ci sono di certo situazioni che oggi si definirebbero ‘luoghi comuni’, ma si deve tener presente che questa partitura nasce in un periodo di transizione, che a tratti riflette la sensibilità romantica: motivi di pregio sono i contrasti dinamici e agogici, una intensa cantabilità estesa anche agli strumenti, una pronunciata elasticità ritmica tipica, per esempio, del maturo linguaggio donizettiano.

    Bisogna, d’altra parte, non dimenticare che la musica è stata scritta per il teatro e andrebbe quindi adeguatamente valutata nella originale dimensione rappresentativa, cioè funzionale rispetto a una narrazione e a una rappresentazione visiva con un allestimento scenico.

    L’esecuzione, sostanzialmente coerente con l’impostazione stilistica della partitura, rende giustizia, almeno in parte, a Pietro Generali. Noi, oggi, chiamiamo ‘minori’ quei compositori che sono stati surclassati dai ‘grandi’ nel favore del pubblico e delle istituzioni; ma, pur tenendo conto dei limiti inevitabili di ciascuno (ma anche i ‘grandi’ ne hanno! Per fare un esempio significativo e calzante: l’Adelaide di Rossini è decisamente brutta e inferiore in tutti i sensi a quella di Generali). Questi ‘minori’ sono storicamente preziosissimi perché da un lato raccolgono frammenti del passato e del presente, dall’altro propongono stimolanti anticipazioni poi esaltate dai ‘grandi’. Soltanto la miopia o la malafede possono non riconoscere tutto ciò; così come la presunzione può portare a non rispettare e a non apprezzare, in modo almeno in parte adeguato, il grande e proficuo lavoro svolto da tutti, pur nei limiti delle circostanze, in questa operazione del tutto particolare.

  • Giuseppe Marchiori e il Delta

    Giuseppe Marchiori e il Delta

    Dopo un ventennio di oblio, è tornata a farsi sentire, autorevole, la voce di Giuseppe Marchiori, grazie ad importanti mostre dei pittori oggetto delle sue annotazioni critiche (vedasi in Ventaglio n. 43, “L’attualità di Marchiori” e “Marchiori ed il Fronte Nuovo” di Luigi Crivellari, pag. 100 e successive) ed in virtù alla qualificante iniziativa sostenuta dalla Fondazione della Banca del Monte di cui pure si parla in questo numero della rivista.

    E’ così che, anche nel Delta, si è risvegliato l’interesse per l’apprezzato critico d’arte, il quale ebbe frequentazioni non episodiche col territorio caratterizzato dalla foce del grande fiume.

    “A Porto Tolle veniva con una certa frequenza – ricorda il prof. Luciano Scarpante-. Eravamo a metà degli anni Settanta, il periodo in cui era attivo il circolo LA BATANA, con le prime edizioni del premio di poesia “Il gabbiano d’argento” e alcune qualificate mostre di pittura, e si stava già costruendo la centrale termoelettrica di Polesine Camerini”.

    – Qual era in proposito il pensiero di Marchiori?

    “Giuseppe Marchiori era seriamente preoccupato per l’impatto che la centrale avrebbe potuto avere sull’ambiente. Ho ben presente un aneddoto del maggio 1976, quando ci fu il terremoto del Friuli. Ci eravamo sentiti pochi giorni prima per un’iniziativa che poi non è andata in porto. Il 7 maggio, il giorno dopo il terremoto, mi telefona per confermare un appuntamento nella sua casa di Venezia. La prima cosa che mi chiede è: Il camino è caduto? Dopo il mio no, osserva con un sospiro: Peccato!”.

    – Non solo critico d’arte, dunque, ma anche interessato alla salvaguardia dell’ambiente…

    “Sulla necessità di salvare l’ambiente, fece in particolare sentire ufficialmente la sua voce quando, nel 1975, organizzò a Porto Tolle quella che egli stesso ha definito “Una mostra di amici”, mettendo insieme alcuni grandi maestri (tra i quali Giuseppe Migneco, Ernesto Treccani, Tono Zancanaro) con un gruppo di giovani pittori polesani e veneziani. E lo scopo dichiarato era quello – parole sue – di “Ravvivare l’interesse per gli aspetti più singolari e tuttora conservati nella loro integrità primordiale del Delta Padano”.

    – L’amore per la natura di Marchiori aveva a quanto pare salde radici…

    “E’ così. Marchiori ha amato la natura fin da bambino: parlava volentieri della sua infanzia nella villa di famiglia, a Lendinara, ricordando specialmente il tempo trascorso nel grande giardino. Nel Delta gli pareva di aver ritrovato questi ricordi, e credo che il nostro legame e la reciproca stima siano nati proprio dal comune attaccamento di polesani a questa terra, ai grandi spazi e ai silenzi del Delta dove, come diceva Marchiori, perdi la nozione del tempo. Un giorno, verso la fine degli anni Settanta, guardando alcune mie chine per una mostra che lui stesso avrebbe presentato, mi raccontò delle sue esperienze come pittore, inizialmente proprio come pittore di paesaggio, intorno al 1925, in Africa, quando fu ospite del conte Volpi, insieme al pittore Teodoro Wolf Ferrari”.

    – Una pagina pressoché sconosciuta della vita di Marchiori questa…

    “È vero. Marchiori stesso non amava parlarne. E nessuno di questi quadri con vedute della terra d’Africa ed altri dello stesso periodo con scorci del suo giardino o dell’Adigetto di Lendinara – che pure sono documentati – è stato esposto nella mostra organizzata a Rovigo nel 1993. È più conosciuta la sua seconda esperienza come pittore, alla metà degli anni ‘30, quando dipingeva soggetti astratti; con questi ultimi quadri, alla galleria Due Torri di Bologna è stata fatta una mostra nel novembre del 1975. A Bologna i quadri sono stati presentati come opera di ANONIMO DEL NOVECENTO: l’Anonimo era lui e, in uno degli incontri a Porto Tolle, mentre stava preparando la mostra, lo raccontava a me e a qualche amico, tra i quali Sandro Zanotto, in gran segreto, ma si aveva l’impressione che avesse una gran voglia che lo raccontassimo in giro”.

    – Un suggerimento per valorizzare ulteriormente il pensiero dell’illustre polesano?

    “Marchiori teneva un accuratissimo e dettagliato diario su cui annotava tutti i fatti e gli incontri della giornata, una preziosa testimonianza del suo rapporto con il mondo dell’arte e non solo, che meriterebbe sicuramente di essere recuperata e valorizzata”.

  • L’eredità di Marchiori

    L’eredità di Marchiori

    La crescita di una città si avvale di numerosi fattori spesso lontani dalla natura economica: le proposte culturali sono un elemento di forte distinguo che travalicano quello produttivo, commerciale, la moda e l’eredità storica. In questo contesto di analisi Rovigo è una città in evoluzione, forte di entusiasmi collettivi, eccellenze da ricordare e mezzi sapientemente destinati; lontana dall’essere una ‘città morta’ e desiderosa di spogliarsi di un provincialismo congenito, mette in atto proposte di rivalutazione del passato e del presente con uno spirito critico di altissimo livello, corollato da interventi di qualità e appuntamenti trasversali destinati alla cittadinanza con l’obbiettivo di rendere la cultura accessibile ai più e di creare un affetto e un orgoglio di appartenenza storica e locale.

    Il ricco programma ‘Cultura in Polesine nel ‘900 veneto’ promossa dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo mette in atto questi meccanismi e rivaluta antico e moderno partendo dalla ‘reviviscenza culturale’ che ha caratterizzato il Polesine dagli anni ‘30 del secolo passato. Figura interessante e ancora oggetto di studi quella di Giuseppe Marchiori, presentato dai relatori Pier Luigi Bagatin, Sergio Garbato e dall’artista contemporaneo Gabbris Ferrari, egli stesso ospite di questo ciclo di seminari.

    Marchiori nasce a Lendinara nel 1901 e muore nel 1982, appartiene ad una facoltosa famiglia che lo introduce alla scrittura e all’arte, vantando una ricca collezione e una nutrita biblioteca raccolta nella cinquecentesca villa di Ca’ Dolfin. Nonostante la precoce trasmissione alla cultura, Marchiori sente l’esigenza di un ambiente più stimolante ed inizia a guardare verso Venezia.

    E’ così che, dopo un inizio da scrittore e poeta, si dedica alla pittura e nel 1925 espone i suoi paesaggi alla collettiva veneziana di Ca’ Pesaro. Ma è il 1926 l’anno della svolta: pubblica la sua prima raccolta di poesie, inizia contatti con artisti e alla XV Biennale di Venezia, sarà impressionato dalle opere di Van Gogh a cui segue un viaggio a Parigi. Da allora coltiverà prevalentemente la scrittura sfociata nella sua instancabile attività di critico d’arte che negli anni ‘30 si esprime in puntuali collaborazioni con il quotidiano ferrarese il ‘Corriere Padano’.

    Gli scritti di Marchiori si qualificano per il suo brillante spirito d’indagine, dapprima verso elementi locali poi nazionali e più tardi europei. Scopritore di talenti, è articolista e impegnato scrittore di monografie e cataloghi. Si impegna senza riserve nell’organizzazione di mostre e conferenze per mantenere vivo il dibattito artistico grazie ad una fitta rete di relazioni nazionali ed internazionali che lo portano a viaggiare per l’Europa.

    Fondamentale risulta il nutrito complesso epistolare dal carattere professionale ma anche privato – conservato presso la Biblioteca Comunale di Lendinara – che Marchiori intrattiene con diversi artisti tra cui Morandi e Vedova e che molto raccontano dell’evoluzione di pittori e scultori anche di quelli da lui scoperti.

    La sua figura si inserisce nel contesto di rinnovamento artistico dell’immediato dopoguerra a Venezia con la “Nuova Secessione Artistica Italiana” fondata nel 1946 poi mutata in “Fronte Nuovo delle Arti”, a cui prendono parte i pittori Renato Birolli, Emilio Vedova, Bruno Cassinari, Leoncillo Leonardi, Renato Guttuso, Ennio Morlotti, A. Viani, Armando Pizzinato, Giuseppe Santomaso.

    La città lagunare vede lunghe permanenze di Marchiori, che nella nuova veste di interlocutore tra diversi linguaggi artistici porta avanti una critica sempre più libera e intransigente, come si evince dal Manifesto del I ottobre 1946: “Nove artisti italiani, sostituendo all’estetica delle forme, una dialettica delle forme, intendono far convergere le loro tendenze, solo apparentemente contrastanti, verso una sintesi riconoscibile soltanto nel futuro delle loro opere e ciò in contrasto con tutte le precedenti sintesi verificatesi per decisione teorica o comunque aprioristica”.

    E’ un momento di passaggi storici indelebili con tanta voglia di testimoniare il ricordo, ma soprattutto il rinnovamento con una tensione frenetica e fervida di creare qualcosa di nuovo in una necessaria discussione critica di carattere internazionale dopo il pesante conflitto mondiale. Tuttavia il movimento ha vita breve e si scioglie tra polemiche nel solco insanabile tra realismo e astrattismo. Nonostante la sua limitata esistenza si creano i presupposti per una critica d’arte dal diverso sentire, un artista viene indagato a livello trasversale nella sua attitudine professionale, nel suo impegno culturale e nella sua qualità umana.

    Marchiori ci lascia un’eredità utilissima nella metodica conservazione di materiali di studio quali note biografiche, lettere, appunti e poesie. La logica conseguenza di tanto impegno porta l’arte italiana ad un’inevitabile riqualificazione a livello internazionale e alla formazione di una critica lontana dalle forme accademiche.

    Marchiori ha in sè il sentimento di provincia con tutto quello che di buono e meno buono può avere questa definizione. Matura la pazienza di chi sa riconoscere un talento, interpretarlo e ascoltarlo, prende i suoi artisti ‘a piccole dosi’ imparando a trattare con diverse inclinazioni gestendo le singole caratteristiche come la politica di un Pizzinato, la gravosità di un Vedova o l’impegnativa poetica di un Palmieri; e questa pazienza è uno degli esercizi più belli che un essere umano può fare.

    Una delle sue maggiori eredità sta nell’aver affrontato il tema della funzione dell’artista e dello studioso all’interno del dibattito culturale del tempo. Un esempio per tutti: nel F.N.A. vige un orientamento politico di sinistra, viene chiesto, infatti, agli artisti iscritti al partito comunista di abbandonare l’astrattismo e abbracciare un linguaggio volto più alla classe operaia e alla propaganda politica e sociale. Marchiori capisce tutto questo e molto di più, vedendo però nell’arte una sola traccia legittima: LA LIBERTA’, l’unico condizionamento è l’impegno intellettuale e l’onestà, la purezza dell’artista, la nuova intransigenza dell’arte fino a giungere a Jackson Pollock.

    Diventa demiurgo della nuova critica d’arte, è pittore e anche bravo, e da uomo intelligente qual è riesce a comprendere gli autentici valori che legano l’arte alla cultura e alla vita, dedicando ai posteri monografie ricche e precise, ma codificabili e gentili in uno stile non ampolloso e gradevole, arricchite dell’elemento umano educato com’era a sentire la persona e l’artista insieme.

    Oltre al quotidiano il Corriere padano collabora con Il Mattino del popolo, i settimanali Cronache veneziane, Fiera letteraria, i periodici Domani, Terraferma, La Vernice, Arti, La Biennale di Venezia, Letteratura, Panorama delle arti, L’Almanacco del Polesine, la rivista L’Orto, la collana ‘Arte moderna italiana’ della Hoepli e la rivista Marmo a testimonianza dell’affetto che il critico riponeva anche nella scultura.

    Tra le numerose onoreficenze da ricordare, sono la nomina a ispettore onorario ai Monumenti per la provincia di Rovigo (primi anni ‘50) la partecipazione al primo censimento delle ville venete e Membro dell’Accademia dei Concordi.

    La ricca attività di rivalutazione del critico polesano vede un lavoro in continua evoluzione, tanto è il materiale lasciato e le possibilità di indagini correlate di artisti e movimenti. Ricordare l’impegno profuso da questa eccellenza locale è un dovere morale se si dimostra di imparare dalla storia e dai suoi protagonisti, evitando un mero esercizio di riproposta.

    In quest’ottica l’augurio è che la contemporaneità veda altrettanto spirito di riqualificazione e ricerca nella volontà di dare voce ai giovani talenti da promuovere, studiare e ricordare in un dialogo critico completo, come l’eredità appena indagata ci ha lasciato. Nelle sue personalissime interpretazioni Giuseppe Marchiori ha rivelato infatti di essere trasversale e la sua instancabile attività di ricercatore e critico ci lasciano il ricordo di un artista completo.

  • È nata l’Accademia delle Verdure

    È nata l’Accademia delle Verdure

    Cresce in Polesine la consapevolezza dell’originalità del territorio tra i due fiumi, e si fa sempre più strada l’obiettivo di promuoverne le peculiarità. Ultima iniziativa in ordine di tempo, la costituzione dell’ “Accademia delle verdure dell’Adige”.

    Istituita allo scopo di diffondere la cultura della terra, nell’ottica di valorizzare in particolare i prodotti orticoli della zona rivierasca dell’Adige, l’Accademia intende diffondere una opportuna cultura alimentare nonché accreditare un’immagine turistica della zona, giungendo in un prossimo futuro ad identificare una Strada del gusto in Polesine.

    La nascita dell’Accademia ha avuto luogo giovedì 16 febbraio presso la trattoria al Ponte di Lusia, con la registrazione dello statuto e la firma da parte dei soci fondatori. I quali hanno poi eletto presidente Renato Maggiolo, personaggio carismatico nell’ambito della produzione orticola veneta, che da anni si occupa della valorizzazione culinaria delle verdure, nell’ottica di sposare il gusto e la salute, promuovendo nel contempo lo sviluppo del settore orticolo, storicamente rilevante dal punto di vista economico per la zona che gravita su Lusia.

    A festeggiare la nascita dell’Accademia delle Verdure sono convenuti presso la trattoria al Ponte oltre cento commensali, facenti parte dei gruppi Amici dell’Arte di Rovigo con la presidente Gianna Mazzetto e dell’Accademia del Tartufo del Delta col proprio presidente Dimer Manzolli. Una cena gustosissima: manicaretti a base di verdure sapientemente preparati dalla famiglia Rizzato che da generazioni gestisce la storica trattoria. Locale ben noto, che nel tempo ha subito una costante evoluzione nel campo dell’accoglienza e delle proposte culinarie, dedicando sempre massima attenzione al territorio con particolare impegno a valorizzarne i prodotti locali.

    Il significato della nascita dell’Accademia delle verdure è stato esplicitato in particolare da Adriano Buoso, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo e animatore di varie iniziative di valorizzazione turistica del Polesine, mentre il neo presidente Renato Maggiolo, dopo aver parlato dell’opportunità di riappropriarsi della cultura della terra, sposando saperi e sapori, è passato ad illustrare il menù della serata, dando indicazioni non solo sul procedimento di preparazione delle varie portate, ma anche delle calorie di ogni piatto, informazioni utili per la salute a tavola.

    Ottimo l’abbinamento con i vini della Lessinia forniti dall’azienda Marcato, rappresentata proprio da Lino Marcato, apprezzato produttore vinicolo, che con la sua presenza ha voluto sottolineare l’importanza dell’iniziativa. Hanno portato i loro saluti e gli apprezzamenti per l’iniziativa il sindaco di Rovigo Bruno Piva, l’ex sindaco Paolo Avezzù, il presidente del Conservatorio rodigino Ilario Bellinazzi e il giornalista Sergio Garbato che ha parlato del rapporto Polesine e cinema.

    A conclusione della serata ci siamo fermati per un breve colloquio con il neo-presidente dell’Accademia delle Verdure.

    – Sig. Maggiolo, come si svolgerà concretamente l’attività dell’Accademia?

    “Forse appariranno poco concreti i lavori dell’Accademia, in quanto riteniamo debba essere soprattutto “un pensatoio”. In questi anni ci siamo dati tanto da fare con la valorizzazione delle verdure, l’ottenimento dell’IGP per l’insalata, il consorzio ecc, che ci siamo dimenticati di pensare. Di pensare se quello che stavamo facendo era nella giusta direzione, se valeva la pena continuare a razionalizzare, a migliorare un sistema commerciale che a Lusia sta facendo chiudere le aziende orticole perché non riescono a coprire i costi e a Rovigo i consumatori si privano della verdura perché è troppo cara e non fresca. Questa è una logica di mercato che non procede per sillogismi ma è un guazzabuglio di sofismi. Perché giovani pieni di ideali disdegnano un lavoro che produce cibo per l’umanità e si prende cura di nostra madre terra? Perché la nostranità non è più un valore percepito? Ecco, vogliamo riflettere su questi e simili temi. Riflessioni che vogliamo fare non più nei nostri incontri tra operatori ed esperti del settore orticolo, ma assieme a tutti i cittadini del nostro territorio. Ogni socio fa le sue riflessioni e le manda via mail agli altri soci che assentono o controbattono. Discutiamo di valori, di risorse ancora inespresse e chi più ne ha più ne metta”.

    – Ma non mancheranno delle iniziative che diano visibilità all’Accademia…

    “Ma sì, faremo anche qualcosa di appariscente. Per esempio stiamo cercando di organizzare una fiera dell’alimentazione vegetariana e del vivere sano e naturale. Dovrebbe tenersi un sabato pomeriggio e domenica al mercato di Lusia. Esposizione di prodotti ma soprattutto di idee. Per il momento abbiamo solo il nome “Vivo e Vegeto”. Un’altra iniziativa: stiamo sensibilizzando i migliori ristoranti del Polesine a proporre quotidianamente un menù vegetariano. Ma non tofu, seitan e le altre schifezze prodotte dall’industria, ma frutta, verdure, legumi e cereali freschi prodotti in Polesine”.

    – Oltre all’insalata di Lusia che ha ottenuto l’IGP, quali altri prodotti della terra sono davvero rappresentativi del nostro Polesine e quali necessitano di una maggior valorizzazione?

    “Il Polesine è soprattutto un produttore di cibo. Tutti i cibi necessari per una alimentazione sana e naturale. Possiamo vivere anche senza banane, dal momento che le nostre pere contengono più vitamine e sali minerali. Ma pensiamo anche ai nostri cereali, al riso, ai nostri pesci, ed anche ai polli di razza autoctona e maiali e bovini. Abbiamo perfino il tartufo. E poi il pane polesano che però non dovrebbe solo essere cotto in Polesine, ma dovrebbe derivare da farine qui macinate con frumento coltivato in Polesine. Più che valorizzare i nostri prodotti, credo ci sia l’urgente necessità di comunicare ai consumatori polesani che in Polesine produciamo cibo e molto buono, quindi che acquistino quello. Non vedo perché si debba portare alla massaia di Stoccarda l’ottima insalata di Lusia, mentre la mia concittadina di Rovigo acquista insalata di Rimini. Sta capitando proprio questo! Tutti i vari mezzi di stampa che abbiamo in Polesine dovrebbero fare tutto il possibile per convincere i loro lettori ad utilizzare i nostri prodotti che in qualche modo sono anche i loro”.

    – L’Accademia delle Verdure come intende rapportarsi con le principali iniziative turistiche-culturali che periodicamente si svolgono in Polesine?

    “La massima collaborazione possibile con ogni iniziativa. Se da un lato ci si impegna per sottolineare la valenza turistica di ville, chiese e Delta, dall’altro bisogna adoperarsi per far capire che anche un campo di verdure ben coltivato ha le sue attrattive. Pensiamo all’aromaterapia e alla cromoterapia di cui possiamo beneficare passeggiando in mezzo alle verdure. La costruzione delle ‘strade degli orti’ sarà uno dei primi lavori dell’Accademia. E poi ci impegneremo per incentivare e fornire i supporti tecnico-scientifici perché si aprano degli agriturismi che pratichino le cure disintossicanti con alimentazione di verdure, e sosterremo quelli che intendono specializzarsi nelle cure di bellezza con i succhi degli ortaggi. Il territorio orticolo deve diventare non solo produzione di buoni e salutari alimenti, ma anche punto di riferimento per gli amanti del vivere sano e naturale. Ecco aperto un nuovo settore turistico. Abbiamo già in mente per questa estate due manifestazioni artistiche “gli arcimboldi” gara tra artisti che si cimentano nella composizione di figure o paesaggi utilizzando solo verdure e poi un concorso di pittura “natura viva” con soggetto le varie verdure. Uno degli scopi dell’Accademia è proprio quello di trasformare l’agricoltura in agricultura”.

  • Gioca il vento

    Gioca il vento

    L’ANGELO

    Quel che sognano i poeti lo sanno gli angeli che volano di stella in stella come api tra i fiori.

    Quel che dicono i poeti lo sanno i bambini che s’addormono tra i balocchi aspettando un bacio sugl’occhi.

    Quel che cantano i poeti lo sanno le donne che sussurrano un bacio a bocca socchiusa.

    Quel che piangono i poeti lo sanno gli uomini che ritornano bambini a sognar angeli in volo.

    Ed io fui poeta e bambino e angelo e da un angelo imparai a volare seguendo la melodia di un bacio.

    LA CITTÀ DEGLI ANGELI

    A Bangkok ho visto angeli cieli girare e mari aprire il volto bellissimo ovale perfetto dagl’occhi azzurri di loto ho visto angeli danzare la danza divina dell’amore divino con un’orchidea in mano le donne di Bangkok spalancano le porte dell’Asia a sapori di sogno profumi d’Oriente offrono il thè inginocchiate sorridenti congiungono le mani come quando si prega e ti fan sentire un dio che ha trovato pace e dimora.

    ILLUSIONE

    Albatri di vento i miei pensieri per te s’affollano squittendo planano dolcemente m’inseguono mi assalgono cavalcano le onde come ad un rodeo poi se ne volan via.

    Erano quelli che ti davano una certezza ti davano una carezza ti andavano a cercare dicendo che ce la puoi fare.

    Ho raccolto un albatro senza vita sulla spiaggia se per caso fosse una illusione volare con ali bianche su tremuli convoli di mare?

    SOGNO DI UNA NOTTE DI PRIMA ESTATE

    Amore Gioia Grande, lascia che ti dia il bacio che non ho potuto prima.

    Questa sera bellissima di prima estate sorride la notte della tua luce.

    Ti sei messa il rossetto ed a me piace pensare hai indosso solo per me.

    Il meraviglioso vestito che ti scopre le gambe ti fa donna irresistibile.

    Ma tu Dea delle dune non mutare in sabbia la chioma ambrata.

    E non lasciare ti prego che il vento geloso ti soffi via da me.

    LA BELLA ADDORMENTATA

    Dormi un sonno caldo di baci racchiusa in una sfera di abbracci inestricabili… Come ho fatto a non accorgermi di te? Invano tendi la mano: è come cercare una comunicazione con uno che non c’è.

    Chi lotta per l’onore il potere la gloria tu per la sopravvivenza del tuo amore ma io non raccolsi la tua mano protesa. Ed alla fine racchiuso in una sfera algida di solitudine resterò solo col mio stupido orgoglio a ricordare quel che persi.

    VILLA MACENATI

    A me piace prendere il sole tra il garzulo ciurlare dei merli e il rosseggiare degli alberi autunnali sulle panchine di Villa Mecenati voci di bambini persi nei trastulli scricchiolan le foglie sotto i piedi un cagnolino abbaia spavaldo strattona il guinzaglio alla padrona gli fa eco il violoncello del Conservatorio un’armonia mi penetra il cuore come una musica divina inusitata libera la mente vola senza strattoni io mi sento il padrone della melodia da vero direttore d’orchestra alzo la biro in mano come una bacchetta e avverto dolce crescere la musica il suono il canto il sapore appagante della felicità.

    GIOCA IL VENTO

    Azzurro puro il cielo scorre il mio sguardo nessun confine lo sigilla uno strano ramificarsi sempre più bianco sempre più compatto nasce la prima nuvola a forma di siluro che un refolo sfuma e rarefà in ameba o ragnatela di nuovo rinasce nuvola a forma di oca selvatica e se ne vola via…

    Non siamo che nuvole con cui gioca il vento soffiando e sbuffando senza posa capriccioso.

    NOTTE D’INSONNIA

    Esplora la notte cuore mio e vedrai quanta vita intorno illuminata da antichi bagliori di fiamma accosto al tuo grembo la mano curiosa.

    Ho pensato tanto a noi due questa notte non riuscivo neanche a respirare perdersi esplorando curiosare sostare per le cose nuove che ci devono accadere la strada il viaggio la vita e poi ancora.

  • Come una farfalla

    Come una farfalla

    INNO ALL’AURORA

    Di te<br>io canterò alle stelle<br>e al sole parlerò.<br>Dirò di te alla luna,<br>dolce divina Aurora<br>che annunci<br>come un canto il giorno,<br>che arrivi<br>anticipando l’astro<br>e te ne vai giuliva<br>per aggirar la terra.<br>E ancor comparirai<br>perpetuando il tempo,<br>rilucente<br>a rosseggiare il cielo,<br>domani e poi domani,<br>per sempre.

    Ma sempre<br>non ti potrò mirare<br>se il sole salirà<br>nascosto,<br>nella celeste volta,<br>da tetre ricolme nubi.<br>Mi mancherà il colore,<br>mi mancherà il sorriso<br>ma ti vedrò ugualmente,<br>ricorderò il tuo viso.<br>Ritornerà il sereno<br>e a levante riapparirai, splendente,<br>ridonerai speranza<br>al mio dolente amore.<br>Vivremo assieme<br>finché vivrò<br>e tu, presente Aurora<br>riflessa dai miei occhi,<br>riscalderai il mio cuore<br>per sempre,<br>ancora.

    LA MASCHERA

    Impeccabile? NO!

    Perché la colpa è in me<br>e io nella colpa,<br>che incupisce lo sguardo,<br>protetto da maschera lieta<br>che spesso dimostro.

    Sotto, è diverso il mio volto.<br>E’ l’anima inquieta,<br>lo spirito tardo a capire,<br>negato ai tanti ricorsi

    E, vaga, la mente si perde<br>nei mille rimorsi.

    … mi sembra ieri

    Tu non sai<br>che nei miei sogni<br>ancora t’amo,<br>senza che questo mio<br>mascherato corpo<br>mi sia d’impedimento.

    Allora volo e ti rammento<br>quant’eri bella,<br>e il cuor m’intenerisce<br>e languo di passione;<br>ti bacio e ti sfioro appena,<br>nel sogno breve<br>che sol s’affaccia<br>per un istante<br>e poi scompare<br>nel buio del mio sonno.

    Né piangere io devo<br>se al mio risveglio<br>non vedo un segno,<br>nessuna traccia<br>del tuo passaggio.

    Memorie, allora penso,<br>di un vecchio sognator<br>canuto e stanco<br>che ancora osa<br>nutrir pensieri,<br>dopo che il tempo<br>ha già smorzato<br>i suoi colori.

    E tutto… mi sembra ieri!

    OH! LE VIOLE!

    Quando ancora esplosa<br>non è primavera;<br>quando del fiore di rosa<br>ancora i colori<br>non vedo<br>né il redolente odore<br>aspiro;<br>quando del sole,<br>che lento a fatica<br>la sfera solleva,<br>ancora il tepore<br>non provo;<br>tra l’erbe molli<br>delle dimesse aiole,<br>vedo le viole.

    Oh, le viole!<br>Ancora le timide viole<br>dall’umida brina<br>b private, sole<br>tra fili di verde nascoste.<br>Oh, le viole!<br>Ritte, modeste,<br>talvolta chinate le teste<br>verso la terra.

    Terra vetusta,<br>puerpera terra<br>che i fiori li cresce,<br>li nutre.<br>Terra che pronta risponde<br>per ogni stagione<br>ai comandi del RE<br>che sui fiori governa.

    Terra benigna<br>che tenere viole circondi<br>e di trilli,<br>e di canti,<br>e di stelle e di tanti<br>sospiri del cuore,<br>e di quanti per il dolce<br>profumo dei fiori<br>incontrano pace,<br>ritrovano amore.

    COME UNA FARFALLA

    Fu dell’amore la parola alata,<br>nascosta nello scrigno dei miei sogni,<br>che sciolsi, liberandola dai lacci<br>nel giorno che annunciava primavera.

    Poi che da nubi sgomberai il suo cielo,<br>preso vigor dal calore del sole,<br>essa volò, farfalla intimidita,<br>sfiorando appena i petali dei fiori.

    E già disperava, la mia parola;<br>era novella e ancor non conosceva<br>né come, né qual tra l’erbe cercare<br>il fiore più bello su cui posare.

    Ma un soffio di vento gentile portò<br>dalla corolla di un fiore nascosto<br>color della rosa, un dolce profumo:<br>e su quello, sicura, ella posò.

    PIANURA POLESANA

    Bassi orizzonti, lontani,<br>che fatichi a vedere<br>quando d’autunno le brume<br>distendono i soffici veli<br>sulla terra che dorme, spossata.

    Tale una madre felice<br>sfiancata da lungo travaglio.

    Salici tozzi, coi piedi fissati<br>nell’umida terra, come i soldati,<br>a far da vedetta sui campi.<br>Privi dell’erma chiomata,<br>sfrondati con nulla pietà<br>(non morte carcasse),<br>son posti su lunghi filari<br>a bordeggiar le sponde dei fossi.<br>Figure fantasma di vertical misura<br>ad innalzare un poco<br>questa nostra ignorata pianura.

    Pianura che allunga, silente,<br>con fertile terra, verso l’oriente<br>i propri confini orlati dal mare.<br>Barene affiorate dall’onda<br>tra liquide valli feconde<br>tracciate dal fiume… che muore.<br>E forma la foce una chioma<br>come quella dei salici tozzi<br>chiusi nel tempo brumoso<br>che copre, con fare geloso,<br>la fertile e bella pianura.

    NOSTALGIA

    Nostalgia…<br>dolce afflizione:

    I tormenti incompresi<br>di un piccolo cuore;

    Un fiore appassito<br>denso d’aroma,<br>col capo reclino…<br>che muore.

    E il tempo che fu,<br>anche se triste,<br>anche se parco a donare,<br>dolce e pietoso, però…<br>che mi diede l’amore.

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