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Archivi: Articoli d’archivio

  • Oltre le inferriate

    Oltre le inferriate

    Ormai è da un bel po’ di anni che Giacomo Ditano fa parlare di sé attraverso le sue opere. Ho incontrato l’artista, nella sua bella casa a Guarda Veneta dove vive con la moglie Gabriella Chiodetto e il figlio Fabio, il giorno dopo l’anniversario di matrimonio, celebrato 31 anni fa, il 19 luglio 1980.

    Al maestro Ditano, nato nel 1956 a Fasano (Brindisi), il quale accompagna la sua attività artistica a quella di artigiano, realizzando con il figlio mobili di arredamento su misura, ho rivolto alcune domande.

    – Quando hai iniziato a dipingere?

    “Ho iniziato da quando mi sono sposato 31 anni fa. Prima disegnavo soltanto: da 15 fino a 24 anni ho solo disegnato. Avevo 15 anni, quando ho scoperto il disegno vedendo un architetto che progettava arredamenti per negozi nel laboratorio di un artigiano che io frequentavo e poi quando ero a casa cercavo di imitarlo. Sono sempre stato molto curioso, in genere, guardavo quello che facevano gli altri e poi da solo cercavo di imparare”.

    – Come sei passato dal disegno alla pittura?

    “E’ stata una tappa successiva poiché la pittura è tutta un’altra cosa rispetto al disegno. Ho iniziato con gli acquerelli negli anni ottanta per poi passare all’olio negli anni novanta e al materico negli anni duemila. Al cambio di tecnica ha corrisposto anche un cambio di soggetto. Negli anni novanta ho iniziato a dipingere anche la cornice del quadro e ho cominciato a far vedere i miei lavori. Con gli acquerelli e l’olio i soggetti erano di tipo figurativo, paesaggi e fiori alla maniera di Cascella. In quegli anni non ho allestito nessuna mostra personale perché trovavo questi soggetti scontati, non avevano un carattere di originalità, che invece ho trovato quando ho iniziato a fare uso di materiali poveri e comuni, che corrisponde alla fase dell’astrattismo. Quando sono passato all’astratto ho iniziato a fare mostre poiché vedevo che i miei lavori portavano alla pittura una nota originale che altri artisti copiavano”.

    – Tu scolpisci anche, che cos’è che ti fa decidere per una o per l’altra espressione artistica?

    “La scultura la affronto quando sono stanco di dipingere. Quando passo alla scultura ho semplicemente voglia di cambiare e questo mi rinnova. La scultura è un togliere come diceva Michelangelo. Io lavoro il legno e il sasso, lavoro anche la creta ma questa è un’altra cosa. Quando scolpisco voglio vedere subito dove vado a finire, non ho pazienza di attendere il risultato. Quando inizio avverto l’urgenza della soddisfazione che mi procura vedere completata l’opera”.

    – Ci sono artisti che ti hanno ispirato o ti ispirano?

    “Burri, Fontana per la pittura e Pomodoro per la scultura. Mi piace Cascella, pittore a cui mi sono ispirato nei miei primi lavori. I suoi quadri sono accattivanti per i colori dei fiori e dei paesaggi, io li chiamo quadri ruffiani. La gente non deve vedere i bei colori ma deve vedere quello che l’artista mette dentro al quadro, ossia l’animo. Ho capito successivamente che i quadri dai bei colori e soggetti immediati sono quadri da arredamento e non mi soddisfacevano perché avvertivo che mancava loro qualcosa. Anche se i primi quadri quelli figurativi venivano richiesti dai clienti non mi gratificava il compiacimento, poiché non faccio arte per vendere”.

    – C’è qualcosa di trascendente nella tua arte, c’è un bisogno spirituale, non dico chiaramente cristiano quanto meno un riferimento ad un’alterità a cui l’uomo si sente chiamato a cui affidarsi?

    “Sento il bisogno di una spiritualità, che si esprime non soltanto nei soggetti sacri che sono presenti nelle mie opere: fare un quadro in cui mi riferisco alla salvaguardia dell’ambiente questo per me ha un riferimento spirituale. Ad esempio anche un filo di luce che si intravede nei miei quadri o un taglio in un supporto, come il cartone catramato scuro, dice un’apertura di speranza di cui l’uomo come il mondo ha bisogno. Spesso i miei quadri rappresentano la condizione di degrado che il nostro mondo subisce a causa dell’inquinamento che rappresento con l’uso di tonalità scure, ad esempio il cartone catramato. Nello stesso tempo io cerco la luce come salvezza dell’ambiente dall’inquinamento. Direi che la mia arte è anche una denuncia delle guerre che ci sono nel mondo, c’è un senso umanitario sempre rappresentato dalla luce che io esprimo nei miei quadri. Vedo nella luce un segno di pace”.

    – Quali sono i momenti più creativi nella tua giornata?

    “Non parlerei di ore ma di giorni. Ci sono certi giorni più creativi di altri poi nel giorno non ci sono ore privilegiate, ogni ora può essere buona per mettermi a lavorare”.

    – Sei sposato, la presenza di tua moglie al fianco è motivo di creazione artistica?

    “Sì, anche mia moglie mi aiuta. A volte lei interviene e mi suggerisce degli interventi e talora la ascolto accogliendo il suggerimento, altre volte mi accorgo che non è influente quello che mi dice”.

    – Quali sono gli elementi ricorrenti del tuo fare artistico?

    “La sfera e il cerchio, sia nei quadri come nelle opere di scultura che rimandano alla perfezione sempre cercata e mai compiuta. Un altro elemento è la luce in cui vedo un collegamento con la sfera. La luce dice anche salvezza secondo me, che sempre è presente in qualche modo nelle mie opere. Faccio poi uso di materiali comuni perché esercitano un grande fascino su di me ad esempio un sacco con su scritto “patate” o “café do Brasil”. In questi elementi poveri di uso comune si può vedere qualcosa che va oltre.

    Voglio concludere questa intervista riportando una poesia che ho dedicato a Giacomo Ditano lo scorso febbraio dopo averlo incontrato alla mostra che ha allestito a Rovigo alla Pescheria Nuova in quei giorni, in cui riassumo la suggestione che la sua arte mi ha provocato.

    A Giacomo Ditano

    E tu invochi gocce di luce oltre le inferriate e le sbarre del nerume catramato inquinante ma non invade le ali d’argento e d’oro che arrivano come fiori per chissà quale linguaggio misterioso e parlato. Si fermano come il sole che semina solchi appena sbocciati sui tronchi e sulle sete profumate in una girandola di abbagli. Sono lanciati e pulsanti e mai esauriti con un adagio di vampe ruffiane per tergere occhi mai stanchi di guardare ma assetati come cuori inappagati di arrivare a toccare della perfezione l’armonia che traspare.

    Rovigo, 7 febbraio 2011

  • Pittura, musica e nuoto

    Pittura, musica e nuoto

    Ancora un’impresa di nuoto-pittura che ha visto protagonista Alberto Cristini, artista apprezzato e ben noto in Polesine, il quale alla passione per la pittura unisce quella del nuoto. Cosicché in più occasioni si è esibito in lunghe traversate acquatiche portando nel contempo a compimento la realizzazione di quadri tra le onde (vedi scheda delle sue principali performace).

    Quest’anno Cristini ha aderito con entusiasmo all’iniziativa ideata sul lago di Como, sviluppatasi col patrocinio dei comuni di Cremia (Como) e Dervio (Lecco) e parte del progetto “Musica e Pittura in Acqua”. Una manifestazione inserita nella “Festa delle sponde”, organizzata per avvicinare e coinvolgere le due rive opposte del lago di Como.

    Dunque un cocktail di nuoto musica e pittura, che ha avuto il via nella tarda mattinata del 15 Agosto, dopo un’attesa dovuta a numerosi rinvii a causa del vento forte e delle conseguenti onde alte.

    Finalmente da Cremia, alle 13.15, è partita l’originale manifestazione, in cui è risultato particolarmente complesso il compito di Alberto Cristini, assommante tre mansioni: quella del pittore (in acqua), del nuotatore (per restare a galla) e del propulsore, dovendo egli spingere una piattaforma galleggiante. Più tranquillo il ruolo del chitarrista Antonio Guerra che, per tutta la durata della traversata, si è esibito in un assolo di chitarra, sul piccolo “palco acquatico”.

    Ad attendere l’arrivo dell’originale convoglio nautico, a Dervio sulla riva opposta del lago, un pubblico numeroso, che ha cominciato ad applaudire quando si è iniziato ad udire il suono forte e chiaro della chitarra. Un tragitto di circa 2,9 chilometri, completato in 1 ora e 53 minuti, con il supporto tecnico di due canoisti: Alberto Bortolin e Marta Castagnaro, che hanno seguito l’originale nuotata di pittura e musica dando suggerimenti in merito all’impostazione della rotta e all’individuazione delle correnti.

    Proprio prima dell’attracco il pittore-nuotatore-propulsore Alberto Cristini completava il quadro “Fra le onde del lago”, dopo di che i protagonisti della originale traversata sono stati accolti in trionfo dal pubblico e dai sindaci dei due comuni.

    – Un’impresa davvero unica – osserviamo incontrando Alberto Cristini reduce dalla recente esperienza. Come è riuscito contemporaneamente a nuotare, a spingere il potone galleggiante (con il chitarrista a bordo) e a dipingere?

    “Le mie precedenti esperienze erano con la nuoto-pittura, in cui le gambe mi servivano per la propulsione in avanti, mentre le braccia le usavo con una duplice funzione: una per dipingere (sono mancino) e una per spingere il cavalletto galleggiante. Nel caso dell’iniziativa sulle onde del Lago di Como la struttura da spingere si è presentata ovviamente più grande per poter ospitare un musicista. Un impegno in più ripagato dall’emozione nell’ascoltare la musica nel silenzio del lago”.

    – Un chitarrista amante delle onde?

    “Il musicista che era a bordo della piattaforma è un vecchio amico: Antonio Guerra di Costa. Oltre che abile chitarrista è esperto sub e conoscitore di rotte nautiche. Mi ha seguito tantissime volte durante le mie traversate e sicuramente mi sarà vicino anche in futuro”.

    – Come è nato il suo rapporto col Lago di Como?

    “Nel 1997 avevo fatto la traversata del lago a nuoto libero e ricordavo la bellezza dei luoghi. La manifestazione di Ferragosto è stata organizzata da un mito delle traversate di fondo, Leo Callone. Mi ha fatto molto piacere parteciparvi, anche se non sono mancate delle difficoltà a causa del vento: la presenza di un centro velico già doveva farmi capire che il lago non sarebbe stato piatto durante la traversata. Un impegno in più, ma tutto è andato per il meglio”.

    – E’ pensabile il prossimo anno trasferire la manifestazione in Polesine, magari in una laguna del Delta?

    “Non saprei, sono uno sportivo e mi piace vedere queste perfomance anche come gesto atletico, per cui scelgo percorsi che siano traversate ed abbiano delle difficoltà. Il Delta, come bellissimo scenario, si presterebbe bene per un incontro musica e pittura “in acque aperte” in questo caso senza uno spirito agonistico”.

    – E’ ipotizzabile una sorta di gemellaggio natatorio tra il Delta e il Lago di Como?

    “Non so se potrebbe nascere un gemellaggio fra il lago di Como e il Delta. Sicuramente mi piacerebbe ci fosse un collegamento con le traversate che sto già programmando l’anno prossimo in America”.

  • Milo Vason e la Resistenza

    Milo Vason e la Resistenza

    Lendinara, mercoledì 25 aprile. Un luogo del Polesine come tanti e una data come poche nella storia di una Nazione, formano il titolo del libro che il giovane Milo Vason, appassionato di storia del territorio, e lendinarese di adozione, ha scritto e dato alle stampe per Linea ags-edizioni di Stanghella. Un libro dalle pagine che scivolano via una ad una, sotto una lettura avvincente e facilmente comprensibile anche da chi si avvicina timidamente ai temi crudi di cui trattata il giovane scrittore.

    Ad essere messa sotto la lente è la Lendinara del 1945, non immune alle vicende storiche che in quegl’anni attraversarono tutto lo Stivale italico, ma soprattutto i volti di quanti hanno dato la propria vita per ideali fondamentali, quali la Libertà e la Democrazia, e che si ritrovano ad affiancare un testo di storia che assume i contorni del romanzo.

    Vincitore del primo premio per la sezione Racconti della memoria – racconti e testimonianze sulla Liberazione, nell’ambito della XIII edizione del prestigioso Premio letterario internazionale Mondolibro – “Lendinara, mercoledì 25 aprile” nasce da un lavoro di ricerca durato quattro anni, che ha portato Milo Vason a raccogliere in un unico testo citazioni di fonti militari, testimonianze, documenti e fonti storiche d’archivio, edite e inedite, testimonianze orali e materiale iconografico inedito.

    Alla luce di questo suo importante lavoro, abbiamo chiesto all’autore di condurci, attraverso un’amichevole intervista, verso la conoscenza di cosa fu e cosa rappresentò la Resistenza lendinarese, con un occhio però rivolto a chi, oggi, ha l’onere e l’onore di non far dimenticare.

    – Che valore ha oggi il ricordare? E a chi spetta farlo se gli attori di quei fatti non ci sono più?

    “Proprio perché gli attori di quei fatti storici oggi sono sempre meno, è molto importante che siamo noi giovani ad interessarci della loro storia, perché è anche la nostra storia. ‘Nessuna conquista è per sempre: c’è sempre qualcuno interessato a toglierla’ disse Alcide Cervi, il padre di sette fratelli uccisi dai fascisti a Reggio Emilia. E aggiunse: ‘Chi non difende le proprie conquiste, è destinato a perderle’. Per questo oggi, nascono fenomeni come il Revisionismo e il Negazionismo, che volutamente confondono chi non ha vissuto certi fatti, e non sa come interpretarli. È necessario fare attenzione nel ricordare la nostra storia, e le origini della Democrazia e della Libertà, perché non sono beni inestinguibili”.

    – Il ruolo di Lendinara nella Resistenza, può essere esemplificativo di quanto accadde nel resto dell’Italia?

    “Certamente. Questa è la motivazione con cui il mio libro è stato premiato a Ostia nel giugno 2011. Anche membri della giuria che non conoscevano la nostra città, hanno trovato il riscontro di quanto accaduto nell’intera Nazione, leggendo queste pagine”.

    – Diversi lendinaresi diedero un contributo importante alla Resistenza e Lendinara vide nascere uno dei primi esempi organizzati di Resistenza. Si può dedurre che Lendinara fosse caratterizzata da un particolare fermento?

    “Lendinara era un centro culturale di discreta importanza, e lo è stato per secoli. Anni fa sono rimasto stupito nel vedere dipinto il nome della nostra città su una volta affrescata dei Musei Vaticani, o il suo stemma comunale sulle pareti di famose ville venete del ‘600. Lendinara fu una città risorgimentale, e lo provano la sua stessa storia, e gli influssi di grandi pensatori e poeti, da Nicola Badaloni ad Adolfo Rossi, al poeta Carducci che più volte la raggiunse per far visita ad Alberto Mario e Jessie White, figure di spicco del nostro Risorgimento. Non è un caso che a Lendinara sia sorta una delle prime cellule antifasciste della provincia, ancor prima della rotta del fascismo e dell’armistizio dell’8 settembre ‘43. E non è un caso che i primi 16 antifascisti fossero studenti universitari, che studiavano a Padova, Bologna e Ferrara, e che coraggiosamente affrontarono il fascismo locale portando in paese le idee innovative e rivoluzionarie che avevano appreso in questi centri di fermento culturale. Questi ragazzi, armati inizialmente di vecchie pistole risorgimentali (inservibili per azioni davvero violente), chiamarono la loro organizzazione antifascista Lega studentesca, e poi Brigata Alberto Mario, che divenne successivamente la famosa Garibaldina. Tutto sull’aria di ‘pensiero e azione’, e sulla scia degli ideali risorgimentali di libertà e democrazia, per i quali si batterono in tanti lendinaresi; più di quanto non si sia raccontato in questi ultimi anni”.

    – I passaggi a Lendinara di Rommel e Mussolini fanno pensare ad una Lendinara politicamente strategica. Fu davvero così?

    “Rommel e Mussolini vennero in due momenti storici completamente diversi. Mussolini nel ‘31, probabilmente per mettere politicamente in difficoltà l’allora giovane primo cittadino, non completamente in linea con le idee della sua classe dirigente. La sua non fu una visita ‘militare’ ma politica. Rommel, invece, pare sia arrivato in quel breve lasso di tempo che trascorse a Verona, dopo la caduta del fronte africano. Aveva l’incarico di ricostituire l’esercito fascista e quello tedesco dopo l’armistizio. Fu visto dalla famiglia Rossin, allora custodi della Villa Marchiori, e da altri lendinaresi. Sicuramente si occupò di definire la disposizione strategica delle riserve d’armata nel territorio polesano, e chissà di quali altre cose. Questo non deve stupire: gli ufficiali allora giravano il fronte e le retrovie in lungo e in largo, e spesso portavano ordini personalmente ai sottoposti, per paura delle intercettazioni radio alleate”.

    – A Lendinara, la Resistenza non fu solo comunista e socialista. Quale fu, allora, il contributo della Chiesa nel panorama della Resistenza lendinarese?

    “Lendinara fu una città risorgimentale e cattolica. Le due anime, laica e religiosa della cittadina, si unirono per un breve periodo all’anima socialista e comunista. Non dimentichiamo che il centro era allora piuttosto industrializzato, e che tutt’attorno vi erano campi, fra i cui contadini ancora erano vivi gli insegnamenti di Matteotti e Dante Gallani. Padre Zilianti fu un fiancheggiatore partigiano, figura fondamentale nella Resistenza lendinarese, ma subito dopo la guerra, il connubio fra le diverse anime del paese scomparve, e nacquero le acredini alla don Camillo e Peppone dei primi anni ‘50”.

    – Come fu il rapporto tra partigiani e lendinaresi?

    “Non credo che i partigiani siano stati capiti e amati, al di fuori della zona di Campomarzo e Saguedo. E questo non è certo un merito per molti nostri concittadini, i quali in maggioranza forse preferivano non avere nulla a che fare con loro, né con i tedeschi. Ognuno pensava per sé. Però non mancarono donazioni in denaro e supporto a favore delle bande, raccolti da Padre Zilianti, e non furono pochi i civili che rischiarono la vita per difendere sbandati e partigiani, nonché ebrei. Bellino Varliero, ricordiamolo, era una figura idealizzata e amata in tutto il circondario. Nemmeno i repubblichini, comunque, piacevano ai lendinaresi”.

    – Si afferma con frequenza che la Resistenza fu una “guerra di popolo”. Fu davvero così?

    “Ne sono certo, e non m’importa dei cinici commenti di chi non è grato del sacrificio di quei ragazzi. Parafrasando Mimì Sangiorgio – partigiano e deportato, primo sindaco di Lendinara dopo la Liberazione che ha scritto la prefazione del libro, comandante partigiano della Alberto Mario – la Resistenza fu guerra di popolo, con la figura del partigiano al centro, che diede i propri affetti e la propria vita per la difesa dell’Italia e per una causa giusta, contro quella moralmente e storicamente ingiusta della Repubblica di Salò. Non conosco definizione più appropriata della Resistenza”.

    – L’espressione “Fratelli combattenti su opposti fronti” può essere calata anche per la Resistenza a Lendinara?

    “Sì, ci furono fratelli di sangue che si trovarono a combattere chi con gli Alleati, chi con la Repubblica Sociale, dopo l’8 settembre ‘43. Ma se è vero che gli uomini sono tutti fratelli, allora questo non può essere che il punto fondamentale di tutte le nostre discussioni, a Lendinara come nel resto d’Italia e del mondo. La guerra è sempre sbagliata”.

    – Alla luce di quanto detto e del ricco materiale storico su cui lavorare, come nasce l’idea di Lendinara, mercoledì 25 aprile e che messaggio vi si lega?

    “Studio la Resistenza da almeno 10 anni. Ho febbrilmente letto e raccolto tutto quanto ho potuto sulla nostra storia locale. Gli scritti di Bagatin, Sparapan, Bizzi, Zerbinati, ma anche di studiosi meno recenti come Panzuto, Quadrelli e Sangiorgio. Mi sono sentito fortemente deluso, negli ultimi anni, dalla scarsa attenzione per la storia della Resistenza e in generale da un senso di scarso rispetto per chi si è sacrificato per la Democrazia, di cui tutti noi oggi godiamo. Ad un tratto si è cercato di trasformare le vittime in carnefici e viceversa, e questo non l’ho potuto sopportare. Un nostro politico locale poi, ha affermato qualche mese fa che la Resistenza non è un valore. È stato quello il giorno in cui ho capito che dovevo pubblicare questo libro a tutti i costi”.

    – Chiudiamo l’intervista con un pensiero circa l’immagine che accoglie il lettore già dalla copertina: un particolare del Muro dei fucilati di Villamarzana, catturato sapientemente dall’artista di fama internazionale Paolo Gioli.

    “La copertina sembra un volto urlante, il mistero dello Skrik di Edvard Munch. È un particolare del Muro dei fucilati di Villamarzana, e gli occhi e la bocca di quel volto sono le pallottole conficcate­si nel muro, dopo aver attraversato le carni di 43 giovani partigiani e civili. Molti erano i minorenni. Tre i lendinaresi caduti nelle diverse fasi dell’eccidio: uno fucilato e due soppressi nei rastrellamenti che precedettero e seguirono la strage. Paolo Gioli ha eseguito quest’opera, che è al tempo stesso una foto artistica e un documento storico, che sono onorato di avere avuto per copertina. Abbiamo volutamente cercato di trasmettere l’inquietudine di quei fatti con questa immagine, più vera di tanti discorsi che a volte si sentono o si fanno”.

  • Marchiori e il “Fronte Nuovo”

    Marchiori e il “Fronte Nuovo”

    Una interessante riscoperta dell’importanza rivestita dal critico d’arte lendinarese Giuseppe Marchiori, nell’ambito della storia dell’arte italiana del ‘900, ci è stata offerta dall’importante mostra “L’Italia s’è desta”, allestita fino al 26 giugno 2011 al MAR (Museo di Arte della città di Ravenna), curata dallo storico dell’arte Claudio Spadoni.

    A suggerire anche al profano l’importanza di Giuseppe Marchiori sullo scenario nazionale dell’arte, ha contribuito, nella mostra ravennate, la gigantografia di una foto ritraente Marchiori (“critico militante” come gli piaceva definirsi) con alcuni artisti del movimento “Il Fronte Nuovo delle Arti”, un’immagine emblematica che ha campeggiato nella seconda sala del percorso allestito al MAR.

    Marchiori è ripreso durante la prima Biennale del dopoguerra, quella del 1948, seduto su un divano al centro di un vasto spazio, attorniato dalle opere degli artisti firmatari del famoso manifesto che diede vita al dirompente movimento del “Fronte Nuovo delle Arti”.

    Un’iniziativa questa che aveva avuto un prodromo il 1 ottobre del 1946, allorché, nella casa veneziana di Marchiori, era stato sottoscritto il manifesto della Nuova Secessione Artistica italiana. Firmatari: Renato Birolli, Bruno Tassinari, Renato Guttuso, Carlo Levi, Leoncillo, Armando Pizzinato, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova e Alberto Viani. Proprio quegli artisti che, qualche mese dopo, accogliendo il desiderio di Guttuso, denomineranno definitivamente la nuova corrente FRONTE NUOVO delle ARTI, con l’obiettivo di meglio sottolineare il progetto di rinnovamento artistico e ideologico da loro propugnato.

    E Marchiori divenne il mentore di questa iniziativa di svecchiamento dell’arte, sostenitore quindi dei nuovi fermenti destinati a dar vita ad una svolta nella storia dell’arte del ‘900.

    L’edizione della Biennale del 1948 passerà pertanto alla storia come la fine della “costrizione di un Paese” rimasto assente per lungo tempo dal dialogo artistico europeo. E resterà anche memorabile per la qualità dei componenti della commissione (segretario Pallucchini supportato dai più importanti storici dell’arte del tempo: Longhi, Venturi, Ragghianti e Barbantini) che aprirono, per la prima volta in Italia, le porte all’Impressionismo, a Picasso, Braque, Chagall e Klee.

    E alla Biennale il Fronte Nuovo delle Arti registrerà, nel modo migliore, il suo debutto, con due artisti insigniti del massimo riconoscimento: il premio per la pittura a Guttuso, quello per la scultura, a Viani.

    Oltre al Fronte Nuovo, nel breve arco di tempo contemplato dalla mostra di Ravenna, si sono sviluppati altri movimenti di artisti sperimentali come il MAC (Movimento Arte Concreta), fondato Milano nel 1948 da Gillo Dorfles, con le dominanti figure di Bruno Munari e Atanasio Soldati, lo “Spazialismo” del 1949 di Lucio Fontana e il “Movimento Nucleare” fondato nel 1950 da Enrico Baj.

    Va in ogni caso ricordato che la critica riconoscerà sempre in Giuseppe Marchiori il pioniere di questa svolta storica di “rinascita dell’arte italiana”, a cui la mostra del MAC ha dedicato in particolare la sezione NEOCUBISTA.

    La sezione dedicata ai MAESTRI del PRIMO NOVECENTO ha visto esposte opere di Giorgio Morandi, Mario Sironi, Filippo De Pisis, Carlo Carrà, Felice Casorati, De Chirico, Massimo Campigli, riconosciuti grandi maestri della forma, ma non di contenuti, considerati conservatori e antimoderni, non saranno più un modello di riferimento per la nuova generazione di artisti.

    La sezione dedicata agli OUTSIDERS, ha presentato vari artisti innovatori che hanno scelto un isolamento volontario non riconoscendosi in alcun movimento, come Anton Zorac Music, Luigi Spazzapan, Carol Rama e, caso ancor più emblematico, Osvaldo Licini, che ha avuto con Giuseppe Marchiori un lungo sodalizio artistico e affettivo, testimoniato dal loro epistolario che inizia nel 1933 per concludersi con la morte dell’artista nel 1958, anno anche di consacrazione di Licini: la XXIX Biennale gli aggiudicherà infatti il Gran Premio pittura.

    La sezione dedicata alla SCULTURA ha sottolineato l’evoluzione rispetto al passato con la testimonianza del maggior scultore del ‘900, Arturo Martini, che passa dalla statuaria monumentale a forme sempre più semplificate e astratte. E tra le sculture presenti in mostra, ecco un altro riferimento a Lendinara: la scultura “Il fucilato” di Pericle Fazzini, opera in bronzo che nel 1951 ottenne un consistente successo alla Quadriennale di Roma e che nella cittadina polesana è collocata in Piazza S. Marco.

    La sezione dedicata al CINEMA NEORALISTA ITALIANO è stata caratterizzata dalla presenza di registi diversi per carattere e convinzioni politiche: Roberto Rossellini, Giuseppe De Santis, Carlo Lizzani, Luchino Visconti, che ci hanno lasciato capolavori sulla nostra “liberazione nazionale”: “Roma città aperta”, “Paisà”, “Il sole sorgerà ancora”, o i registi della “poetica del quotidiano” come Vittorio De Sica e Cesare Zavattini con “Ladri di biciclette” e “Umberto D”

    Il titolo “L’Italia s’è desta”, scelto per l’iniziativa del MAR, se da una parte ha fatto riferimento ai 150 anni che ci separano dall’Unità nazionale, dall’altra ha incentrato la proposta d’arte sul risveglio culturale che nel 1945 ebbe un decisivo momento di svolta.

    Si esce finalmente dal cono d’ombra in cui era piombata l’arte italiana durante il ventennio fascista, con il ritorno alla libertà di pensiero che sprigiona le sopite energie di una nouvelle vague di artisti, spesso di diverse sensibilità e ideologie, ma tutti accomunati dalla volontà di rompere totalmente con il passato e con quell’arte celebrativa e mimetica voluta dal regime fascista. Il rinnovamento doveva essere radicale sia dal punto di vista linguistico che da quello etico.

    Prima di questa iniziativa ravennate non era mai stata fatta in Italia una ricognizione sistematica dello “stato dell’arte” del secondo dopoguerra. Il periodo 1945-1953, viene considerato cruciale e determinante, ricco di dibattiti culturali che spaziano su nuovi orizzonti artistici e su quei nuovi movimenti di artisti che arriveranno a cambiare il paradigma dell’arte contemporanea. Un’iniziativa importante dunque, qualificatasi come un’occasione unica per considerare il periodo di “rinascita dell’arte” del dopoguerra, e utile per meglio conoscere e ricordare la straordinaria personalità di Giuseppe Marchiori, personaggio di considerevole caratura, seppur egli amasse definirsi “Anonimo del Novecento”.

  • L’attualità di Marchiori

    L’attualità di Marchiori

    Fortunato chi, volutamente o per caso, ha avuto l’occasione di visitare la mostra “Licini – Morandi, divergenze parallele”, allestita dal 25 giugno al 25 settembre in due sedi marchigiane: al Palazzo dei Priori di Fermo e al Centro Osvaldo Licini di Monte Vidon Corrado.

    La mostra, nata al di fuori di ogni logica di marketing o consumismo culturale, è apparsa visibilmente connotata dalla profonda conoscenza e amore per i due artisti da parte delle curatrici Marilena Pasquali e Daniela Simoni. Le quali, innovandone il taglio metodologico, hanno aperto il loro progetto scientifico al contributo di più critici e storici dell’arte, come, per citarne alcuni, Fabrizio D’Amico e Mattia Patti. Quest’ultimo autore di un recente saggio negli Annali della Scuola Normale Superiore di Pisa: Giuseppe Marchiori e Osvaldo Licini. Storia di una amicizia e di un catalogo generale delle opere.

    Filo conduttore di tutta la mostra sono state le didascalie tratte dagli scritti di Giuseppe Marchiori, integralmente riportati nel ricco apparato bibliografico e documentario presente in un catalogo qualitativamente differente dalla norma. Una gradita sorpresa per i visitatori polesani e veneti trovare le citazioni di Marchiori in terra marchigiana!

    L’imprescindibile, costante riferimento a Giuseppe Marchiori (Lendinara, 1901-1982), uno dei maggiori critici del Novecento, è dovuto principalmente a due ragioni: era stata di Marchiori l’idea e la volontà di celebrare il percorso biografico e artistico dei due amici artisti con la mostra che si tenne nel 1976 alla Galleria Due Torri di Bologna intitolata Un confronto due tempi – Licini e Morandi e, sopratutto, è stato Marchiori il loro testimone più equanime per la diretta e profonda conoscenza che ne ha avuto a partire dagli anni Trenta.

    Quella prima iniziativa di Marchiori ha fatto da incunabolo a questa encomiabile mostra marchigiana, che ha attualizzato una stagione cruciale dell’arte contemporanea attraverso la rara vicenda artistica e umana non solo di Licini e Morandi, ma anche di Marchiori stesso: uomini coraggiosi, leali, lungimiranti, alieni dal compromesso, saldamente ancorati alla loro intransigenza estetica e morale fino all’ultimo giorno della loro vita.

    Non è possibile, in questa sede, approfondire questa inusitata triangolazione; accontentiamoci, e non è poco, di avere Marchiori come “guida” alla mostra:

    Marchiori:

    “Licini era d’accordo con Morandi, negli anni della giovinezza, ma poi l’istinto avventuroso e battagliero lo sospinse in altre direzioni, lontane dalla cauta e sicura ricerca di Morandi, nel meraviglioso viaggio intorno al tavolo delle bottiglie”.

    Una conferma di questa comunanza ci viene dallo stesso Licini:

    “Con Morandi, da ragazzi, ci siamo abbeverati al primo cubismo e abbiamo combattuto per il futurismo, a fianco di Marinetti, prima della guerra”

    Nelle prime sale della mostra ad accogliere i visitatori è stata l’inedita scoperta di Marilena Pasquali: l’olio su tela Natura morta con il busto di gesso, riferibile al 1911-1913, che viene a colmare un vuoto di conoscenza degli anni di Accademia di Morandi.

    Seguono due ritratti di Licini del 1914, il suo Autoritratto, (che regalerà all’amico Morandi) e il Ritratto di Giacomo Vespignani, suo compagno di Accademia, due oli che emanano una forza espressiva prorompente, cromaticamente aggressivi, decisamente più espressionisti che futuristi. E’ già un Licini che apre alla modernità.

    In reciproca sintonia tra i due artisti sono invece Le bagnanti di Morandi, del 1915, e Il cacciatore di Licini, datato da Marchiori 1917, accomunati dalla scansione verticale dei piani che rimanda a Cézanne.

    Di Morandi è presente la sua prima celebre acquaforte del 1912, Il ponte sul Savena a Bologna, che richiama, sullo sfondo, i lineamenti della Sainte-Victoire di Cézanne e anticipa la sua ricerca incisoria (nel 1930 otterrà, per “chiara fama”, la cattedra di Tecniche dell’incisione all’Accademia di Belle Arti di Bologna). L’acquaforte sarà per l’artista terreno di fondamentale sperimentazione cromatica e percettiva.

    Marchiori, nel 1969, dopo la sua scomparsa, non cesserà di approfondirne lo studio e darà alle stampe il volume Giorgio Morandi: le incisioni.

    Dopo le consonanze tra i due artisti, la mostra di Fermo ha presentato le opere “divergenti”, quelle posteriori alla svolta che la tragica vicenda della prima guerra mondiale determinerà nei due artisti:

    per Licini inizierà l’avventura parigina, prima del ritiro definitivo a Monte Vidon Corrado, testimoniata dall’articolo, presente in mostra, Ricordo di Modigliani. Marchiori, direttore della rivista “L’Orto” lo pubblicherà nel numero di gennaio del 1934;

    Morandi deciderà invece di vivere, per sempre, tra la camera-studio di via Fondazza a Bologna e l’isolamento di Grizzana, a perpetuare la sua poetica.

    I due artisti, profondamente diversi per indole e carattere, sono destinati a differenti orizzonti artistici, di vita e di politica. Ecco le osservazioni di Marchiori:

    “Le bottiglie di Morandi e gli angeli di Licini possono stare accanto nonostante le infinite distanze. Tra lo studio di via Fondazza e le austere stanze della ‘torre’ di Montevidon, c’era infatti un legame segreto nella manifestazione evidente di quella nobiltà spirituale, che la provincia italiana conserva talora nella sua integra grandezza”.

    Marchiori è ben consapevole che l’arte, prima di tutto, è un atto di libertà oltre che di creazione e volontà. Li accomunerà sempre “quella nobiltà spirituale” ma saranno due diversi viaggi lungo il cammino dell’arte. La mostra, nella sezione centrale e finale, parla ormai di “divergenze parallele”.

    Fili astratti su fondo bianco, Archipittura, Castello in aria sono opere che raccontano l’adesione di Licini all’astrattismo.

    Arricchito dall’esperienza parigina, guarda a Kupka e a Kandinskij. Illuminanti sono le sue parole nella famosa “lettera aperta” alla Galleria del Milione di Milano che, nel 1935, gli dedicherà la prima mostra personale: “…dimostreremo che la geometria può diventare sentimento, poesia più interessante di quella espressa dalla faccia di un uomo”, e aggiunge, “la pittura è l’arte dei colori e delle forme ed è, contrariamente all’architettura, un’arte irrazionale con predominio di fantasia e immaginazione, cioè poesia”.

    Marchiori ricorda: “…il compagno di Morandi si era trasformato in pittore non figurativo, con un atto di volontà e di creazione, che comprendeva il senso di una crisi aperta e risolta in un piano culturale di prospettive europee”.

    Dialogano con le opere astratte di Licini le Nature morte della maturità di Morandi, di forma purissima e di colori evanescenti e che, ancora una volta, le parole di Marchiori non potrebbero meglio interpretare:

    “…quale ricchezza e varietà di soluzioni c’è nello studio continuo e infaticabile dello stesso tema, approfondito durante quarant’anni, fino ai momenti estremi e inimitabili dell’assolutezza formale”.

    Gli Angeli ribelli, gli Olandesi volanti e le Amalassunte testimoniano il periodo dei sogni di Licini, popolati dai simboli delle sue avventure umane e spirituali. Il personaggio astrale Amalassunta è annunciato a Marchiori dalla lettera di Licini del 21 maggio 1950: “…se qualche anima curiosa dovesse rivolgersi proprio a Lei, critico d’arte senza macchia e senza paura, per sapere chi è questa misteriosa Amalassunta, risponda pure, a nome mio, senza ombra di dubbio, che Amalassunta è la nostra luna bella, garantita d’argento per l’eternità, amica di ogni cuore un poco stanco”.

    Ho volutamente cercato di sottolineare il valore della mostra allestita in terra marchigiana, per sottolineare l’attualità di Giuseppe Marchiori, ancora in grado di interpretare i percorsi dell’arte del Novecento con acutezza e magistero.

  • Dante Tinti (1891-1960)

    Dante Tinti (1891-1960)

    Un italiano, italiano vero, orgoglioso di esserlo, una persona umile che mai ha tratto profitto della sua situazione, né lavorativa, né istituzionale. Anzi!

    Con queste parole è stata recentemente ricordata a Melara l’indimenticata figura di Dante Tinti, l’avvocato. Discendente del ramo Tinti detto dei Geba, una persona molto interessante che ha diviso i suoi interessi in molteplici direzioni.

    Personaggio di cultura, di quella fine e dotta, che nell’età giovanile conobbe difficoltà di studio non indifferenti, per essersi avvicinato al sacerdozio e quindi, per parificare gli studi statali, dovette ‘pagare dazio’, accontentandosi di voti più bassi pur di portare a termine regolarmente il percorso scolastico.

    Avvocato, persona politicamente corretta, dagli alti ideali unitari, amante in particolare modo della storia ostigliese, non trascurò mai la famiglia. E il lavoro non gli procurò certo vantaggi: la frase “Datemi quello che potete” era la prassi anche quando vinceva importanti cause a sostegno dei caseifici sociali che nel primo Novecento si avviavano tra enormi difficoltà.

    Riconoscendo le sue doti di oratore e fine conoscitore della storia non c’era celebrazione pubblica che non passasse fra i suoi filtri. Sempre apprezzati i suoi consigli ed i costanti riferimenti al passato più edificante. Di lui si ricordano in particolare le orazioni funebri a mons. Don Luigi Dal Pin nel 1919 e quella dei caduti del 1921.

    La giovinezza

    Dante Tinti nacque nel 1891 a Melara in via Rocca, in pieno centro, da Pietro detto Pierin e da Maria Paviani, piccoli coltivatori che fecero non pochi sacrifici per sostenerlo negli studi, seguendo il suggerimento del sacerdote don Luigi Dal Pin. A questa segnalazione si aggiunse pure quella del maestro Cesare Cugola.

    Terzogenito, il fratello maggiore Gaetano, come consuetudine dell’epoca, era destinato ad ereditare il lavoro e le sostanze del papà, quindi a lavorare in campagna. Gli altri tre fratelli Giulio, Ernesto e Giuseppe non erano certo amanti dei lavori campestri e si indirizzarono ad altre prospettive¹.

    Dante Tinti, dopo le elementari a Melara e il liceo presso il seminario di Rovigo, non scelse, come detto, la carriera sacerdotale, ma si iscrisse a Legge presso l’Università di Bologna. Di questi anni è anche la sua attività di poeta, scoperta di recente grazie alla nipote Patrizia, che ringraziamo per la segnalazione.

    Al sopraggiungere della grande guerra fu chiamato alle armi nel novembre del 1915 ed indirizzato al corso allievi ufficiali presso la scuola di Modena, poi destinato all’80° reggimento fanteria. Nel luglio del 1916 fu ferito al collo, trascorrendo una lunga degenza in vari ospedali, tra cui Milano. Congedato nel 1919 col grado di tenente, volle a tutti i costi terminare gli studi laureandosi a fine anno avvocato il 6 novembre 1919 con una tesi orale dal titolo “La clausola penale”.

    Inizialmente seguì la strada del giornalismo con molte prospettive, fondando e dirigendo il quotidiano “Rinnovamento” a Rovigo. Per essere vicino alla famiglia, rinunciò alla proposta giuntagli dall’onorevole Casalini che gli prospettava una carriera quale direttore di una banca con sede a Padova. In questo periodo egli fu una delle più celebri personalità di Melara, assieme ai Chiavegatti, Pastorelli e Leati.

    Animato da un sincero amor di Patria, si accinse ad entrare nella vita pubblica, per portare il suo contributo agli attesi cambiamenti del dopoguerra, sui quali si faceva affidamento anche a Melara che allora contava 3.200 abitanti.

    Tutto lasciava intravedere il suo ingresso politico nell’Amministrazione melarese con ruoli di primo piano, ma i “notabili” del tempo – quali erano i Pastorelli, i Cerutti, i Chiavegatti ed in misura minore i Bianchini, i Milani e Losi – si frapposero alle sue aspettative. Fu comunque eletto consigliere comunale, carica che ricoprì dall’ottobre 1922 al gennaio 1925 dando poi le dimissioni.

    In questi anni si fece apprezzare per le sue allocuzioni sui giornali del tempo, in particolare il Corriere del Polesine. Egli sostenne in paese molte iniziative, tra cui la nascita della Filarmonica “Giuseppe Verdi”.

    Il trasferimento ad Ostiglia

    Il 23 settembre 1925, si sposa con Fanny Francesca Milani (1893-1984), figlia del benestante Giuseppe e di Elide Pastorelli e l’anno successivo, il 7 ottobre 1926, sposta la sua residenza nella vicina Ostiglia, iniziando di fatto una nuova vita. Ebbe due figli, il dottor Italo (1926-1999) e l’avvocato Giorgio (1928-2010).

    La sua attività giornalistica continuò anche ad Ostiglia: La Voce di Mantova riporta l’8 novembre 1932 una sua corrispondenza riguardante la mostra rievocativa della prima guerra mondiale, allestita nel Salone del dopolavoro fascista. Una testimonianza vuole che sia stato lo stesso Tinti a promuoverla.

    Inizia frattanto la sua illuminata attività di avvocato. Fu un civilista apprezzato ed il suo nome fu tante volte associato all’illustre avv. Gino Uraglia Tazzoli. La sua sobrietà e serietà d’animo fu tale che, da cattolico praticante, rifiutava il patrocinio in cause ritenute poco pulite ed in vertenze di separazione coniugale, contrarie alle sue idee.

    I riconoscimenti per il suo impegno civile lo portarono ben presto a ricoprire ad Ostiglia cariche di responsabilità: dapprima fu Commissario Prefettizio, subentrando a Sergio Pinotti che nel 1933 era avviato come Federale a Mantova, indi ebbe la nomina di Podestà, certamente dal 6 maggio 1936 al 9 aprile 1941.

    Uno dei primi atti firmati come Podestà è datato 17/11/1936 con la posa della lapide contro le sanzioni, un tempo posta nell’entrata del municipio. Consapevole che il ricordo del passato giova sempre ai presenti fece porre le lapidi a ricordo del Podestà Bernardo Tasso (25/5/1936) e sul Trattato delle acque del 1764 (25/6/1936).

    Si attivò per promuovere iniziative favorevoli al settore lavorativo, sportivo, culturale e sanitario. Così di lui si ricordano l’inaugurazione del campo sportivo, avvenuta il 5/12/1937, unico nella Provincia di Mantova riconosciuto dal Coni, il dispensario antitubercolare e l’istituzione della scuola serale presso il municipio, gratuita di Arti e Mestieri che prese avvio nel gennaio 1940.

    Durante il suo mandato le strade comunali furono riadattate e fu costruito il macello nel 1936. Erano anni durante i quali prendevano avvio e consistenza importanti opere nazionali come la navigazione del Tartaro-Canalbianco.

    Fu richiamato alle armi nel giugno 1940 presso il confine italo-jugoslavo, ma dopo alcuni mesi dovette rinunciare per inidoneità fisica. Nel contempo ricoprì anche l’incarico di Rettore della Provincia di Mantova dal 1940 al 1941, ma a tale riguardo abbiamo ancora poche notizie in merito se non un suo biglietto da visita.

    Gli ultimi anni

    Nel dopoguerra svolse una interessante attività giornalistica, attività che, come detto, era iniziata con La Voce di Mantova nel novembre 1932 proseguendo con la Gazzetta di Mantova sino al 1959. Alcuni suoi scritti rivelano il suo grande amore per la storia di Ostiglia e dei personaggi che ne hanno dato lustro².

    Tre furono i libri da lui scritti e dati alle stampe: Gli ostigliesi illustri da Cornelio Nepote a Pasquale Miglioretti, (1935); 1848-1870 I patrioti ostigliesi nel Risorgimento, (1959); Memorie ostigliesi, (1970 postumo).

    Fra i suoi amici si ricordano don Emilio Caiola, il dottor Umberto Negri, il dottor Zampa, chirurgo dell’ospedale d’Ostiglia, il notaio Renato Gemma, il direttore dello zuccherificio Bulzacchi ed a Melara oltre ai parenti il cav. Antonio Bacchiega, detto “Taesina”, da lui chiamato scherzosamente al cavalier dal buter.

    Prendeva la vita come veniva, affidandosi alla provvidenza. Morì nella sua casa di via Ghinosi alle 23,30 sabato 23 gennaio 1960, munito di conforti religiosi, che erano per lui come un faro perenne che illuminava la sua esistenza. La sua salma fu poi tumulata presso il cimitero della nativa Melara.

    In Consiglio comunale ad Ostiglia il dottor Cesare Toniolo, dalla minoranza, espresse la proposta di dedicare una via all’: “uomo prezioso che l’ha servita ed amata col cuore di un figlio sincero: l’avv. Tinti, figlio suo non fu, ma più di qualunque altro ostigliese merita il titolo di “Ostigliese”. Proposta accettata e realizzata e così condivisa dal sindaco: “… l’esempio di correttezza di vita civile offerta dallo scomparso è tale da ben meritare che il suo nome non si perda nell’oblio; la proposta d’intestazione di una via sarà quindi attuata al più presto e ciò a maggior riconoscimento dell’opera intelligente ed assidua svolta dall’avv. Dante Tinti quale custode del patrimonio artistico e storico di Ostiglia”.

  • La contessa Brambilla

    La contessa Brambilla

    Al visitatore che percorre la strada che da Taglio di Po conduce nell’estremo Delta, subito dopo il Museo Regionale della Bonifica di Ca’Vendramin si presenta un gruppo di case coloniche, dalla facciata esterna di rosso dipinta e rinate a nuova vita, grazie al proprietario Uccellatori, che ne ha fatto tra l’altro un moderno e accogliente bed&breakfast.

    Un tempo qui visse “l’eletta nobildonna fascista Contessa Giulia Carminati di Brambilla, grande benefattrice di Taglio di Po”; parole di Antenore Siviero che alla Contessa dedicò la prima storia sul Comune di Taglio di Po.

    Ma chi era costei?

    Grazie all’aiuto di Pierluigi Forza, appassionato di storia locale, proviamo a tracciarne un profilo.

    Di Giulia Francesca Matavelli in Carminati Brambilla, nata in provincia di Como da una famiglia molto modesta il 17 dicembre 1892, si è occupata, sia pure indirettamente, la Grande Storia. Il suo nome è legato soprattutto a un momento decisivo nella storia del fascismo, l’epurazione nel 1922 del “dissidentismo pavese” (Cesare Forni ed Ettore Casiraghi). E la Contessa è ritornata recentemente a far parlare di sé come una delle tante amanti di Mussolini, a seguito della pubblicazione delle lettere e del diario di Claretta Petacci. Anche lo scrittore e giornalista Giampaolo Pansa aveva “romanzato” su Giulia Matavelli: “una donna non molto alta, belloccia, ma soprattutto di straordinaria sensualità, che, come aveva sentito mutare il vento politico, aveva orientato le tette verso la federazione dei Fasci. A Mussolini, in visita in Lomellina, riservò lo jus primae noctis…”

    La “storia ufficiale”, quella seria, rigorosa, che emerge dagli archivi, spesso ignora il ruolo delle donne o alcune figure femminili, legate al potere. Ma è altrettanto noto che certe donne, nel corso dei secoli, laddove non avevano potere in proprio, lo usavano attraverso gli uomini che conoscevano, comandavano, amavano. Per non parlare dell’effetto sugli eventi del “classico” abbaglio d’amore, che gli stessi uomini politici – calcolatori e potenti – talvolta subiscono.

    L’ascesa sociale

    E’ innanzitutto interessante scoprire come la figlia di un portalettere diventi nel giro di pochi anni contessina. La Matavelli, negli anni della grande guerra, si trasferisce a Milano per coadiuvare la sorella nella gestione di un atelier di moda, e nel capoluogo lombardo stringe amicizia con Filippo Corridoni, poi incontra il conte Cesare Carminati Brambilla, divenendone presto l’amante.

    Finita la guerra, seguirà il conte nel castello di Semiana (Pavia), un luogo lugubre e tetro dove vengono consumati omicidi, tradimenti e prendono alloggio i comandanti delle squadre fasciste della Lomellina. Di lei, bellissima e fervente fascista, s’invaghiscono i ras Cesare Forni (l’uomo che osò progettare un fascismo antimussoliniano) e Francesco Giunta (futuro segretario nazionale del PNF) che, rivali in amore e in politica, si battono a duello.

    Anche l’ex colonnello Magnaghi ed altri dirigenti delle squadre d’azione pavesi la eleggono a loro musa ispiratrice, e pare che la Matavelli, autentica dark lady, accompagnasse frequentemente gli squadristi durante le spedizioni punitive, usando all’occasione lo scudiscio contro i sovversivi delle leghe bracciantili. Un ruolo dunque tutt’altro che defilato, tanto che durante la marcia su Roma – secondo quanto scrisse Pietro Nenni – sfilò a cavallo per le vie della capitale alla testa delle squadre della Lombardia.

    L’anno dopo, la futura contessa svolgerà un ruolo determinante ai danni di Cesare Forni, suo ex-amante, impegnato in una lotta serrata contro il conte Brambilla: l’inchiesta di Renato Ricci sarà pesantemente influenzata dalle mene della donna; il Ricci, inizialmente favorevole a Forni, cambierà idea dopo un incontro amoroso.

    Ma la vicenda ebbe ulteriori sviluppi. Forni chiede ed ottiene il pronunciamento di un giurì d’onore romano. Subito la Matavelli si trasferisce nella capitale, all’Hotel Regina di Via Vittorio Veneto, dove la sua attiva presenza viene segnalata per tutta la durata dei lavori del giurì, brigando e intrigando, frequentando gerarchi e salotti esclusivi, vantando di poter disporre a proprio piacimento persino di Mussolini¹. Ma nonostante il generoso impegno della concubina, il conte Brambilla, nell’estate 1923, sarà costretto alle dimissioni da Sindaco di Semiana. Troppi gli scandali, le sopraffazioni sulla popolazione. Persino il duce, che in precedenti circostanze era intervenuto personalmente per la riammissione del conte nel partito, perde la pazienza e gli volta le spalle.

    Ed è così che il conte Brambilla vende tutto e si trasferisce in Polesine.

    Nei Diari della Petacci, si trova conferma di un certo rapporto fra il duce e la Brambilla, dove emerge che la donna, pur non raggiungendo mai il “rango” di “amante” del duce, ebbe con lui qualche incontro amoroso nel 1922-23. Il duce, pur ammettendo una certa tentazione fisica per la contessa (amava raccontare le sue storie alle nuove amanti), cercherà nel corso del tempo d’ignorare o di liberarsi di Giulia, che oltretutto, data l’età, iniziava a sfiorire.

    I Brambilla in Polesine

    Il 23 dicembre 1926, a Milano, il conte sposa la “fedele” Giulia e quindi si trasferisce in modo definitivo nella Tenuta di Cà Vendramin nel Comune di Taglio di Po. Per circa un ventennio nel territorio bassopolesano riuscirà a fare quello che non era giunto a portare a termine a Semiana².

    Sul periodo tagliolese (o meglio polesano) dei Brambilla esistono narrazioni discordanti, che riflettono probabilmente le lotte intestine all’interno del partito fascista polesano o la naturale ritrosia dei superstiti a parlare di un certo passato. Secondo alcuni, la nobildonna “non dava respiro alle autorità rodigine: intrigante, vantava protezioni e altissime referenze”³; secondo altre testimonianze una “buona parola” della contessa poteva far cambiare idea e ammorbidire il marito.

    Molti nemici, invece, ebbe il conte anche in Polesine. Ricoprì contemporaneamente, per diversi anni, tutte le cariche possibili (commissario dei consorzi di bonifica dell’Isola di Ariano, podestà di Taglio di Po, capo della provincia, membro del consiglio provinciale delle corporazioni, ispettore federale di zona, comandante del presidio della Milizia Volontaria), esercitando quel potere “come un signorotto da Medio Evo”, riferirà nel 1940 (in pieno Regime) il questore di Rovigo. Ma anche tali definizioni, drastiche, potrebbero essere il frutto di rivalità all’interno del partito fascista.

    E se da una parte è acclarato, per esempio, che nel corso di una “rivolta della fame” di un folto gruppo di donne tagliolesi (1942), il conte non evitò di usare le maniere forti per reprimere la ribellione, dall’altra si parla del nobile come di un signore molto impegnato nel lavoro, costretto a recarsi in Comune alla sera, generoso con i dipendenti comunali e talvolta disponibile a scendere a compromessi con i mezzadri.

    Riguardo la dedica di Antenore Siviero alla contessa (citata in apertura), visti gli antefatti, potremmo fare delle facili congetture (all’epoca Siviero era anche il Podestà del paese), ma va detto che proprio in quell’anno la contessa ebbe in zona un’ampia visibilità. Nella primavera del 1928, la Brambilla a Taglio di Po fu infatti a capo di un Comitato di Beneficenza, organizzando una festa denominata Convegno Etico-Popolare, che riprese una tradizionale festa tagliolese, in passato denominata Festival di Beneficenza, dove i partecipanti costruivano carri allegorici: nel giorno di festa sfilavano per le vie del paese, e poi venivano premiati da una Giuria speciale.

    Quell’anno la festa riuscì particolarmente bene, almeno nell’ottica del Regime: alta la partecipazione del popolo tagliolese, divertimento a tema: Beneficare Educando titolò La Voce del Mattino del 29 maggio 1928. Un carro si chiamava La Bestia e raffigurava la feccia che congiura contro il Regime e che viene distrutta dai suoi impavidi sostenitori. Altri carri si chiamavano Dea Roma, Dovere e Sacrificio, Resurrezione, la Ricchezza d’Italia, Carroccio, Vittoria o Morte, Libro e Moschetto, Roma-Italia-Duce.

    Ben 12 pagine su 70 del libro su Taglio di Po furono occupate da quell’evento, che costituiva in un certo senso il fiore all’occhiello dell’amministrazione-fascista guidata da Siviero; naturale che questi si sentisse di dedicare la sua opera alla contessa Brambilla, Presidente del comitato organizzatore.

    Va detto che Giulia Matavelli in modo cinico fu “fedele” al Potere, si chiamasse Cesare Carminati Brambilla o Benito Mussolini. Se in Lomellina, nella primavera del ‘23, difese il futuro marito fino al punto di “corrompere”, passando “pare” da un letto ad un altro; in Polesine, la contessa, non più giovanissima, continuerà ad interferire sulle faccende interne al fascismo. Come quando, nel 1938, si scaglierà contro Giovanni Marinelli, responsabile a suo dire di aizzare contro i proprietari terrieri (i “produttori” nella concezione della Brambilla)⁴.

    Nello stesso periodo, Giulia inonda Mussolini di lettere, cercando di metterlo in guardia da possibili pericoli (si pensi agli avvertimenti su Bottai e Marinelli) e definendo la sua amante “ufficiale”, Claretta, una “donnaccia”.

    L’esistenza di uno scambio epistolare fra la Brambilla e il duce, in riferimento alla controversa figura di Marinelli, ha indotto qualche studioso ad ipotizzare che la “Giulia”, imprecata dal Marinelli pochi istanti prima della famosa esecuzione in cui morirà anche il genero di Mussolini, fosse proprio la nostra. Si tratta di ipotesi “stimolanti”, ma al momento non suffragate da prove⁵.

    Epilogo

    I Brambilla, fiutando i cambianti in atto, si disimpegnano dalla politica qualche mese prima dell’8 settembre 1943, delegando la gestione dell’azienda agricola all’agente che ne curerà gli interessi anche nel secondo dopoguerra; nessun passaggio di consegna, invece, per gli “affari politici”.

    Per il resto conosciamo poco. Sappiamo che la Repubblica Sociale, probabilmente per far pagare il disimpegno del ‘43, cercherà di defenestrare il conte dalla gestione di Cà Vendramin. Poi gli anni della Repubblica.

    Nel ‘46 i coniugi Brambilla lasciano quasi definitivamente Taglio di Po, affidando la gestione di Cà Vendramin ad una società per azioni di Milano con un organizzazione aziendale in loco, guidata dagli agenti Zangirolami e Borgonuovo, di tipo mezzadrile.

    La contessa morirà a Como nel 1975. Giulia e Cesare non avevano figli. All’alba degli anni ‘80, visto il testamento, i parenti stretti dell’agente Zangirolami erediteranno una parte dei beni dei Brambilla.

  • La “Pensa”

    La “Pensa”

    In genere, le città che vantano antiche origini portano in sé feste e tradizioni che scavalcano i secoli.

    Adria, presente da circa tre millenni nella Storia, conserva ancora molte delle consuetudini legate al suo glorioso passato. Tra queste la festa della “Pensa” che nei secoli a noi più vicini si celebrava nel giorno di San Pietro. Le radici della festa vanno però ricercate ben oltre l’era cristiana, legate al culto degli alberi, assai diffuso presso le popolazioni primitive, proseguito poi dai Greci e dai Romani che, tra i molti dèi, veneravano anche le divinità silvane.

    Con l’avvento del Cristianesimo, quella festa pagana divenne atto di ringraziamento e di devozione al Divino Creatore per il tramite del Principe degli Apostoli, eletto Patrono primario della città di Adria.

    Ormai da tempo scomparsa, l’antica usanza è stata riesumata alcuni anni fa, essendo considerata una tradizione da non dimenticare e una valida attrazione turistica.

    La “Pensa”: significato etimologico e modalità di svolgimento

    Sul significato etimologico del termine “Pensa” il prof. Antonio Lodo, scopritore ed approfondito commentatore degli “Annali Adriesi” di A. Bocca, non ha alcun dubbio: è una chiara derivazione dal latino medievale e significa “catena di tralci che pendono”.

    “Del suo svolgimento – riferisce ancora il prof. Lodo – esistono molteplici riscontri nei libri di conti della Comunità di Adria specialmente del XVI e XVII secolo”. Del resto in quei secoli il “frascato”, un riparo cioè fatto di frasche, era di moda e trovava spazio persino nelle dotte composizioni ariostee. “Erano in padiglion, tende e frascati/ con gran commodità tutti alloggiati” (L. Ariosto, “Orlando furioso”, Canto 46/75).

    Antonio Bocca, con il suo linguaggio un po’ zoppicante e colorito, ci introduce nella festa pagana divenuta cristiana e ce ne spiega lo svolgimento con dovizia di particolari. E’ bene quindi lasciare a lui la descrizione dell’evento che ai suoi tempi tutti attendevano per la magnificenza dell’apparato scenico. Evento peraltro atteso in modo particolare dalle ragazze che, in quel giorno di grande gioia, sembra avessero libertà di movimento senza troppi vincoli all’interno della città, per la ricerca del futuro marito.

    “Anno 1621. Questa Pensa fù instituita dalli Nostri Antichi, ma era poca cosa, perche la Piazza non era tanto grande, come è al presente; tuttavia questa loro tradition l’hanno seguitata assai tempo precipue perche la Città non era ridotta al termine, che si ritrova hora perche gli eredi di questi avisi sapino etiamdio discorrere a quelli, che sono ignoti, tal Pensa dico si faceva così con legnami di monte per tutta la Piazza, et con degorienti, in sima poi coperte di frasche di rovere, e di piopa la coprivamo bene, et io me ne racordo due. La sera di San Piero sopra il Ponte di Castello, che vi erano le sue Barche per banda, stavasi li Citadini, et li Pivi di Ferrara davano una sonata; e poi per non fare il pregiudizio, et mettere risse nella Città subito andavano alla Tomba sopra il Ponte di Battibecho, et ivi davano un’alta Pivata, et la mattina di San Pietro dopo pranso li principali della Città al numero di otto con le Labarde in spalla conducevano le verginelle d’Adria alla Festa con una modestia grandissima, et ciascheduna andava dove più li gradiva perche in tre luochi si faceva questi Balli. A questa loro consuetudine concorreva molti Ferraresi solo per vedere questo negocio, e per mangiare delli Gambari, perche queste Valli hanno sempre portato l’honore di pesci, gambari et uccelli. Poi fatto questa loro allegrezza disfacevano la Pensa, et il Rettore havea tutti li Degorienti, et tutte le frasche, et quando non si faceva per qualche grandissimo impedimento davano all’Ill.mo Rettore L 70 de Regalia. Questa è la descritione della Pensa fatta dalli nostri antenati”. (A. Bocca: “Annali Adriesi 1506-1649”, trascrizione e commento di Antonio Lodo, Minelliana Rovigo 1985, pag. 17).

    Dunque una tradizione molto sentita nel passato, che a poco a poco si è poi affievolita fino a cessare, ma che non è mai stata del tutto dimenticata. Cosicché in tempi recenti si è pensato di riprenderla, come testimoniano le belle foto qui pubblicate, scattate da Mattia Mincuzzi che gentilmente ce le ha fornite.

  • A. Minerbi e G. D’Annunzio

    A. Minerbi e G. D’Annunzio

    “Ora penso / Che la storia abbia molti passaggi nascosti, e corridoi tortuosi / E varchi, e che ci inganni con bisbiglianti ambizioni» parole singolari, queste di T.S. Eliot, che ben si intonano con il destino postumo di un artista ferrarese troppo a lungo, e ingiustamente, dimenticato, tanto che la sua morte, cinquantuno anni fa, passò letteralmente inosservata.

    Stiamo parlando di Arrigo Minerbi, scultore di fervida vena e indubbio talento, che al Polesine fu legato da più di vincolo, fin da quando, giovanissimo, aveva partecipato alle esposizioni della Società Benvenuto Tisi incontrandovi artisti come Giovanni e Vittorio Biasin trapiantati a Rovigo da molti anni. Né, in seguito, sarebbero mancati rapporti, sia pure intermittenti, con il più giovane Virgilio Milani. Ma, la presenza di Minerbi a Ferrara (cui peraltro rimase sempre legato fino ai drammatici anni delle persecuzioni razziali, che sconvolsero anche la sua esistenza, dato che era di origine ebraica) diventò presto sporadica e il Polesine si fece sempre più lontano.

    Proprio a Minerbi, Chiara Forlani e Lucio Scardino hanno dedicato, rispettivamente, una accurata ricerca e un interessante studio, che prendono le mosse da un carteggio inedito tra l’artista ferrarese e Gabriele D’Annunzio (Lettere all’immaginifico Comandante, Liberty House, Ferrara 2011) per ricostruire un importante lacerto di storia e cultura. Se Chiara Forlani, che ha ritrovato le trenta lettere (ventiquattro di Minerbi e sei di D’Annunzio) negli archivi del Vittoriale, ne analizza le occasioni e i rimandi biografici e artistici rifacendosi, altresì, ad altre carte e documenti, Lucio Scardino ricostruisce con acutezza e informazioni addirittura capillari i rapporti tra lo scultore e il Vate, che si giocano nell’ampio arco di ventiquattro anni, vale a dire dal 1913 al 1937, tra stima e affetto, lunghi silenzi e soprattutto reticenze da parte del poeta che affida le sue risposte solamente a sei lettere, che abbracciano il quinquennio che corre dal 1932 alla vigilia della morte ormai.

    È la storia dell’ammirazione quasi incondizionata di uno scultore che vorrebbe rifugiarsi sotto l’ala della gloria del Vate e che non si affievolisce davanti all’altalena di riluttanza e condiscendenza di quest’ultimo, troppo preso da se stesso e da ormai stanche lusinghe.

    Tutto comincia nel 1913, quando lo scultore poco più che trentenne, ancora in bilico tra il tardo liberty e il versante spirituale del simbolismo, scrive al poeta per annunciargli, anche con acclusa fotografia, l’esecuzione di una spada ispirata alle «Canzoni d’oltremare». È, però, l’avvio di una corrispondenza a senso unico, in quanto D’Annunzio nicchia e non risponde alle fervide lettere di Minerbi, neppure dopo un incontro nel corso di una visita al Vittoriale.

    Solamente nel 1932 arriverà una prima e generosa risposta del poeta, sia pure per il tramite del collezionista milanese Francesco Pasquinelli, in merito all’Ultima cena per la Cattedrale di Oslo, apprezzata sulla base di qualche immagine fotografica. E proprio a questo punto, scrive Scardino, «nell’ultimo lustro di vita dell’Immaginifico Minerbi riesce in quello che forse era il suo segreto desiderio da anni: quello, cioè, di diventare lo scultore dannunziano per eccellenza, come era avvenuto per Clemente Origo nel periodo fiorentino».

    E sta proprio in questa intuizione critica la chiave di lettura non solo del carteggio, ma anche di molta parte dell’attività dell’artista prima della guerra e soprattutto della persecuzione antisemita, che avrebbe finito per coinvolgerlo in prima persona con il calvario di alcuni familiari e la morte del fratello Gino in un lager. Non sarà solamente la fine di una stagione cruciale per l’arte di Minerbi, ma anche, di fatto, l’inizio di una progressiva, ma non totale, emarginazione del maestro ferrarese, che sarebbe scomparso quasi ottantenne nel 1960 in una clinica padovana, dimenticato dai più.

    Il carteggio con D’Annunzio apre allora una porta per una nuova indagine sull’opera di uno degli scultori più interessanti di quel lungo scorcio di Novecento. Le lettere, infatti, adombrano o portano decisamente in primo piano le opere e i progetti di un’attività che, almeno negli anni Trenta, si riconnette strettamente, più che ai versi, alla figura stessa del poeta. Ci sono di mezzo la copia in bronzo della Vittoria sul pilone all’ingresso del Vittoriale, il busto «beethoveniano» di Eleonora Duse, la maschera funebre del poeta stesso e, soprattutto, l’arca per la tomba di Luisa De Benedectis, la madre di D’Annunzio, oggi nel braccio sinistro del transetto della Chiesa di S. Cetteo-Tempio della Conciliazione di Pescara.

    "L’Arca della mia madre, aveva scritto il Vate, non può e non deve essere scolpita se non da te… Forse non sai quanto io ami la tua possente effigie di Eleonora". E qui ancora, oltre al prezioso lavoro di ricostruzione della trama che lega insieme le lettere da parte di Chiara Forlani, c’è un’altra e folgorante intuizione di Scardino, che, nei bozzetti e nella stessa realizzazione dell’arca, vede in filigrana la figura della madre dello stesso Minerbi.

  • Il Teatro Sociale nel ‘900

    Il Teatro Sociale nel ‘900

    Uno dei più prestigiosi simboli della città di Rovigo è indubbiamente costituito dal Teatro Sociale, completato nel 1819 su progetto dell’architetto rodigino Sante Baseggio. Della sua storia nel corso dell’Ottocento si è parlano nel n. 42 del Ventaglio (pag. 46 e successive), evidenziando l’importanza dell’istituzione nell’ambito cittadino e tratteggiando momenti di fervore alternati, ciclicamente, con fasi di declino, come quella registratasi negli ultimi decenni dell’Ottocento.

    L’incendio e la ricostruzione

    Il nuovo secolo sembrava però essersi aperto all’insegna di una sicura ripresa per il Sociale. Ma ecco che, proprio mentre si consolidava questo sentore, nella notte tra il 21 e il 22 gennaio 1902, improvvisamente… il disastro. Un violento incendio aggrediva l’immobile, lasciandone integra soltanto la parte anteriore, ovvero la facciata ed il Ridotto.

    Il tragico episodio, dopo un primo momento di comprensibile sconcerto, produsse però un insperato moto di riscatto: Rovigo non poteva rinunciare ad una realtà culturale tanto qualificante. Ed un input al ripristino della struttura gravemente compromessa giunge anche dalla sollecita liquidazione di una somma non trascurabile da parte della compagnia di assicurazioni. E’ così che, con rinnovata fiducia, i rappresentanti della Società – potendo anche contare sul determinante sostegno economico del Comune e della Cassa di Risparmio – si affrettano ad indire una gara tra architetti referenziati per il rifacimento del teatro.

    Ben presto viene scelto il progetto del torinese Daniele Donghi, docente nella Regia Scuola di Ingegneria ed Architettura di Padova, nonché ingegnere capo del Municipio di Venezia, che fra l’altro aveva all’attivo apprezzate esperienze nel settore e si era qualificato per la particolare attenzione dedicata ai problemi della sicurezza.

    La grande novità fu data dall’uso del cemento armato, una scelta allora all’avanguardia, abbracciata anche con l’obiettivo di sostituire il materiale ligneo sempre a rischio di incendi, ma guardata con una certa diffidenza perché da più parti si evidenziavano preoccupazioni di tipo acustico. Timori tosto fugati all’inaugurazione della nuova struttura, avvenuta il 12 ottobre 1904 con la rappresentazione di “Iris” di Mascagni, diretta dallo stesso maestro, la cui presenza sul podio, diede sicuramente grande lustro al nuovo corso del teatro rodigino. Seguì la “Traviata” di Giuseppe Verdi, opera anche questa di grande successo, per cui si registrò un notevole interesse verso il Teatro Sociale anche dalle province contermini di Padova e Ferrara con accresciute frequentazioni e vari resoconti giornalistici che andarono ben oltre i confini del Polesine.

    Completata la ricostruzione, nel 1904 fu avviato anche il ciclo decorativo, affidato al padovano Giovanni Vianello a Giovanni Biasin (veneziano da decenni attivo in Polesine) artisti di spicco seguaci della corrente liberty, come ben evidenziano i vari dipinti della grande sala: dal “Corteo delle Muse” nel tondo della volta, agli spicchi sottostanti – ove riquadri fitomorfi si alternano a “Vittorie” con serti e cartigli riportanti i nomi dei grandi musicisti – alla decorazione del grande arco scenico, ai cui lati si profilano due spumeggianti figure femminili con azzurre vesti svolazzanti circondate da nastri.

    Gli entusiasmi scemarono però ben presto di fronte alla situazione economica: il consuntivo dei costi sostenuti per il rifacimento rivelò che si era andati ben oltre le disponibilità e la somma inizialmente preventivata. I debiti iniziarono pertanto a pesare senza che si registrasse la volontà da parte dei soci di farvi fronte. E neppure il Comune, in difficoltà di bilancio, ritenne di doversi esporre, per cui, dopo solo qualche anno, nel 1907, fu dichiarato il fallimento, ed il teatro fu messo all’asta.

    Se lo aggiudicò Antonio De Paoli di Polesella. Nonostante la sua offerta fosse giudicata pari ad un sesto del reale valore dell’immobile, risultò vincente nella gara d’asta in mancanza di proposte migliori. Il teatro poteva pertanto riaprire, anche se sminuito sotto il profilo di rappresentanza della città, tanto che anche sul frontone fu apposto in bella vista il nome del nuovo proprietario. Il quale manifestò ben presto il suo interesse a dedicare maggiore attenzione ad iniziative di gusto popolare finalizzate a fare cassetta, senza comunque trascurare del tutto le produzioni più significative.

    E a questo proposito va segnalato il fortunato debutto a Rovigo di Beniamino Gigli, interprete nel 1914 della “Gioconda” di Amilcare Ponchielli. E da allora il tenore mantenne un affettuoso rapporto col pubblico di Rovigo, tornando più volte di buon grado sulle scene del teatro rodigino. Reciproche furono le testimonianze di stima, tanto che il cantante, con sua piena soddisfazione, nel 1954 fu insignito della cittadinanza onoraria di Rovigo, che onorò con un applauditissimo recital presso il “suo” Teatro Sociale.

    Tra le due guerre

    Dopo la parentesi della prima guerra mondiale, che aveva visto scadere la qualità degli interpreti, anche perché non pochi giovani cantanti erano stati richiamati alle armi (tanto che una rappresentazione del “Barbiere di Siviglia” fu messa in scena da una compagnia tutta al femminile) l’attività riprese con vigore, dando spazio all’operetta dal gusto più popolare. Non furono però abbandonate le principali produzioni liriche, ed anche le più rinomate compagnie di prosa calcano con successo le scene del teatro rodigino.

    Ma nei primi anni venti inizia una parentesi di crisi, tanto che nel dicembre del 1924 il De Paoli giunge ad alienare l’immobile per un valore di 400.000 lire. L’Amministrazione comunale decide di intervenire, esercitando il diritto di prelazione con apposita delibera approvata il 26 gennaio 1925. Dopodiché il sindaco avv. Maneo si attiva per far risorgere la Società del Teatro, coinvolgendo una settantina di cittadini che si impegnano con quote di 5.000 lire.

    Sul frontone dell’immobile ricompare nuovamente l’iscrizione TEATRO SOCIALE, ma nuovi debiti, contratti a causa della necessità di sostenere indilazionabili interventi di restauro, non agevolano il nuovo corso, ostacolato anche dalla concorrenza della nuova arte cinematografica programmata presso le sale cittadine Apollo ed Eden.

    Una ripresa si ebbe negli anni ‘30 quando la gestione del teatro fu affidata a Gennaro Nappi che riavviò una programmazione di un certo livello. Egli fra l’altro seppe coinvolgere le associazioni dopolavoristiche, la cui nascita era stata sollecitata dal Fascismo che ormai aveva saldamente in mano le leve del potere. E nel 1936, sull’entusiasmo dei nuovi eventi che avevano portato alla conquista dell’Etiopia e alla nascita dell’Impero, la stagione lirica fu aperta da una trionfale “Aida”, seguita da altre opere di repertorio quali “Il Trovatore”, “Madama Butterfly” “Rigoletto”, “La forza del destino”, “Un ballo in maschera”, “Traviata”, per concludersi il 18 aprile 1937 con “Il barbiere di Siviglia”. Anche la stagione di prosa ebbe un buon rilancio con interpreti applauditi, tra cui in particolare Cesco Baseggio e Tonino Micheluzzi.

    Un ciclico momento di crisi si ripresenta frattanto nel 1939, ma nel 1940, nonostante l’entrata dell’Italia in guerra, si registra la presentazione di un’importante stagione operistica, avviata come di consueto con la fiera di ottobre. Merito questo che va ascritto al Cav. Bruno Granata, appassionato di teatro, che, come aveva fatto giusto un secolo prima Antonio Gobatti, mise a disposizione del Sociale proprie sostanze. Anche negli anni successivi, nonostante le vicende belliche, furono presentati cartelloni interessanti, e nel 1944, mentre la guerra coinvolgeva drammaticamente tutto il Paese, ancora il Sociale riusciva a programmare alcune opere, con il debutto fra l’altro di Renata Tebaldi nel “Mefistofile” di Arrigo Boito.

    Dal dopoguerra

    Con il dopoguerra riprende un’attività più continuativa, soprattutto grazie al sostegno del cav. Granata e all’attività del direttore artistico Dino Stefani che porta a Rovigo voci di primissimo piano tra cui la Tebaldi e la Callas (1948). Debuttano in quegli anni anche giovani cantanti polesane, quali Elena Rizzieri e Rina Malatrasi ed il baritono lendinarese Enzo Viaro.

    Il problema cronico è quello di far quadrare i bilanci, ed il Comune per salvaguardare l’operatività deve impegnarsi sempre più direttamente nella gestione del teatro, provvedendo anche a vari interventi di restauro ed adeguamento alle normative vigenti.

    Una positiva svolta giunge dall’inclusione del Sociale nel novero dei “Teatri di tradizione”, che permette di accedere ad idonei fondi nazionali e poi anche europei, mentre il Comune diviene il referente esclusivo per ogni tipo di iniziativa, individuando in Gino Carlin un valido direttore tecnico-artistico, grazie all’esperienza maturata a fianco di Dino Stefani.

    Interessante e significativo fu, a cavallo fra il 1973 e il ‘74, il piano di manutenzione straordinaria, proposto dal giovane assessore Carlo Piombo (poi sindaco della città dal 1987 al 1990). L’intervento – che fra l’altro ha riguardato il recupero degli affreschi del soffitto e dei rosoni dei palchi, nonché la posa delle luci e del maestoso lampadario della sala – fu reso possibile grazie ad un contributo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, sotto la presidenza dell’avv. Antonio Avezzù e la direzione rodigina di Antonio Finotti, che consentì la riapertura del Teatro con un grande Concerto Sinfonico diretto da M° Nino Sanzogno con l’orchestra della Fenice.

    Importante negli stessi anni ‘70 la stretta collaborazione avviata col Teatro di Treviso, che fra l’altro sfocia nella creazione dell’apprezzata orchestra “Filarmonia veneta”, oggi “Orchestra Regionale Veneta”, mentre le stagioni liriche non mancano di proporre programmazioni apprezzate. E’ questo il periodo del debutto della giovane concittadina Katia Ricciarelli, più volte applaudita sulle scene del Sociale.

    A partire dal 1988 collabora con il Sociale la compagnia di danza “Fabula Saltica” e, di conseguenza, la programmazione presso il teatro rodigino viene denominata “Stagione Lirica e di Balletto”. Di interesse presso il Sociale ovviamente anche l’attività di prosa e concertistica, di cui si potrà parlare in un prossimo numero della rivista.

    Con il nuovo secolo, nel 2004, vengono ripresi i lavori di restauro e consolidamento dello stabile, con particolare riferimento alla riqualificazione degli spazi del Ridotto del Teatro. Nel corso di questi interventi (eseguiti in partnership dal Comune e dalla Società del Teatro, entità giuridicamente ancora in vita, malgrado i numerosi tentativi di porla in liquidazione nell’impossibilità di reperire tutti i soci originari o i loro eredi) si procede fra l’altro alla realizzazione del nuovo bar alla sinistra della sala del Ridotto e all’apertura al piano terra del nuovo “botteghino”, al quale viene assicurato l’accesso dalla porta laterale destra della facciata.

    Si susseguono frattanto vari direttori artistici. Ultimi in ordine di tempo Marcello Lippi e Stefano Romani. A quest’ultimo si deve la realizzazione della programmazione delle ultime due stagioni.

    Quella 2011-2012, apertasi proprio mentre stiamo chiudendo questo numero del Ventaglio, prevede il seguente programma:

    7/9 Ottobre Madama Butterfly di Giacomo Puccini

    29 Ottobre L’Opera da tre soldi di Kurt Weill

    18/20 Novembre La bohème di Giacomo Puccini

    14/15 Gennaio Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota

    27/29 Gennaio Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti

    Il Sociale accoglierà inoltre spettacoli di Balletto, alternati con una Stagione Concertistica e Jazz e Teatro Ragazzi.

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