“Anche Adolfo Azzi morì son sette giorni! Come stava là sul LOMBARDO nelle ultime ore del mare, con le braccia potenti sul timone, con gli occhi in Bixio che di sul cassero fulminava l’anima tra Marsala vicina e le navi che ci inseguivano nere come leonesse nel deserto! Lo veggo ancora e lo vedrò finché io viva, con quella faccia sfidatrice e quieta, con quelle ampie spalle, scamiciato ed erto, i pettorali per ricevere la morte da Eroe! Invece fu colto in una coscia. Gli entrò la palla e ruppe, e in cinque giorni il povero Azzi mor씹.
Così Giuseppe Cesare Abba ritrae Adolfo Azzi, il timoniere del piroscafo Lombardo, nel suo libro di memorie “Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille”.
Adolfo Azzi di Agostino, nasce a Trecenta il 25 agosto 1837. La famiglia abita in Piazza Garibaldi, nella casa d’angolo che dà inizio a via dei Sabbioni (oggi via Resemini), sul cui muro esterno campeggia la lapide che il Comune appose nel 1866, dopo la cacciata degli austriaci dal Veneto. Nel 1842 la famiglia si trasferisce a Padova. Il padre Agostino, medico, combatte a Venezia contro gli austriaci nel biennio 1848-1849.
Adolfo, dotato di coraggio e di spirito d’avventura, “si diede alla marina mercantile e cominciò a percorrere i mari su bastimenti veneti con grande ammirazione dei suoi capitani”². Repubblicano convinto³, nel 1859 si arruola volontario con Garibaldi nei “Cacciatori delle Alpi” e combatte per la liberazione della Lombardia.
L’anno successivo accorre a Genova e il 5 maggio si imbarca con i Mille a Quarto sul Lombardo, comandato da Nino Bixio. Garibaldi nomina Azzi timoniere del Lombardo, alla guida del quale, nei sette giorni di navigazione dalla Liguria alla Sicilia, si alterna con il capitano ligure Simone Schiaffino.
In Sicilia Adolfo è sottufficiale della 4^ Compagnia, comandata dal generale Giuseppe La Masa che – scrive Cesare Abba – “aveva nel quadro de’ suoi sott’ufficiali dei giovani eminenti. Vi aveva Adolfo Azzi da Trecenta, di ventitré anni, che con Simone Schiaffino si era diviso l’onore di far da timoniere a Bixio […]”⁴. Azzi combatte contro le truppe borboniche già l’11 maggio, al momento dello sbarco a Marsala. Il 29 maggio entra a Palermo con le truppe garibaldine. Durante gli aspri scontri che si registrano a Porta Termini, viene ferito al ginocchio sinistro mentre combatte sulle barricate. Il coraggio dimostrato in questa battaglia decisiva per la presa della città, gli valse la nomina a primo tenente. Ricoverato all’ospedale, il 4 giugno scrive al padre:
“Carissimo papà, gli affari vanno proprio a gonfie vele: ebbimo due scontri con le truppe regie che furono fugate. Il 29 maggio mi trovavo vicino al Generale, fui gravemente ferito al ginocchio sinistro ed ho una rotula spezzata. Quando potrò ti farò sapere mie nuove ancora. Non posso scrivere di più per l’estrema debolezza! Abbraccia la mamma e scrivi presto al tuo figlio Adolfo”⁵.
Resasi necessaria l’amputazione della gamba per l’avanzare della cancrena, Adolfo Azzi cessa di vivere alle 9 antimeridiane del 4 luglio 1860⁶. Garibaldi, che lo visita sul letto di morte, lo nomina Capitano.
Adolfo, presago delle fine, raccomanda al Generale che la sua salma sia provvisoriamente chiusa a chiave in deposito e consegnata ai genitori a guerra finita. Sei anni dopo, unito anche il Lombardo-Veneto al resto dell’Italia, Garibaldi tiene fede alla promessa fatta ad Azzi sul letto di morte e il 7 settembre 1866 incarica Domenico Cariolato di recapitare al padre di Adolfo la chiave del deposito che ospita i resti del figlio:
“Stim.mo Sig. Azzi. Il nostro Cariolato vi reca la chiave del Deposito ove si conservano i resti mortali dell’eroico vostro figlio Adolfo. Io Vi invio una parola di condoglianza e di stima ben meritata per quel glorioso mio fratello d’armi. Per la vita Vostro Garibaldi”⁷
Il 4 ottobre 1866 i resti di Adolfo Azzi vengono traslati a Padova.
A Trecenta, a ricordare questo suo figlio morto a 23 anni per unificare l’Italia, restano il nome di una via centrale del paese e una sbiadita lapide sulla casa natale.
Arrivare a Vescovana, a nord dell’Adige nella bassa padovana, è molto facile poiché in essa convergono numerose strade che la collegano ai paesi vicini: Stanghella, Granze, S.Elena, Boara. Posta in una conca delimitata dai corsi d’acqua che ne hanno determinato la storia, questa località padana mantiene un aspetto che la rende ancor oggi testimone di un passato ricco di storia e di vicende che non vanno dimenticate.
La vita di Vescovana ha radici lontane. Nel 1249 il suo nome è VESCHEVANA in “Cronica in factis et circa facta trevixane”. Erano i tempi in cui le incursioni di Ezzelino da Romano rendevano difficile l’esistenza nei territori padani sovente castigati e ridotti alla prostrazione col ferro e col fuoco.
Secondo il Gloria pare che la denominazione fosse poi tramutata in EPISCOPANA dai Pisani che ne divennero i Signori proprietari. Ed in ogni caso il toponimo si lega anche alla natura del territorio ed all’operosa umiltà della sua gente. “Vesca” è infatti la pianta palustre che abbonda lungo i corsi d’acqua e nelle paludi che caratterizzavano queste zone. Terra ricca di vesche, simbolo di una laboriosità insita nel DNA di questa popolazione che conserva ancor oggi un rispettoso legame con la terra e le acque che la solcano.
E non mancano le costruzioni che in paese testimoniano un trascorso di alto valore storico. Dalla piazza a villa Pisani-Scalabrin (vedasi a tal proposito in Ventaglio 43 pag. 22 e successive: L’Impronta della Serenissima), dalla fontana al tempio del Selvatico vi sono richiami ad un trascorso di tutto rispetto.
Vi è inoltre a Vescovana, una originale e a molti sconosciuta chiesetta realizzata all’interno della chiesa Parrocchiale (sita nel cuore del paese e vigilata da una torre campanaria che richiama leopardiane reminiscenze). E’ la riproduzione esatta della Santa Casa di Loreto nella quale è venerata la Vergine con la solennità del 10 dicembre.
Si tratta, senza retorica, di un autentico gioiello incastonato all’interno della chiesa; alla quale la piccola costruzione sacra conferisce una connotazione particolare poiché è una perfetta evocazione della Santa Casa lauretana. Situata nella parete settentrionale, la struttura è stata realizzata, secondo la lapide commemorativa, “dalla pietà del N. H. Vincenzo Pisani e restaurata dal marchese Carlo Guido Bentivoglio D’Aragona per sciogliere il voto della contessa Evelina (1902) dopo un viaggio in Terrasanta”.
Vent’anni prima, nel 1882, la nobildonna si era infatti particolarmente adoperata per far intervenire l’esercito affinché fosse costruito un argine protettivo che scongiurasse la rotta dell’Adige e l’inondazione del paese. E’ presente nella chiesa una iscrizione che ricorda l’evento, ritenuto appunto intercessione della Madonna di Loreto.
Attualmente la cappella è in eccellente stato di conservazione grazie ad un recente restauro, patrocinato dal compianto Monsignor Tiziano Scalzotto, che ha riportato al primitivo splendore la costruzione. Così il visitatore può ammirare ogni aspetto della cappella la cui dimensione è di m. 4,20 per 9,49 con copertura a botte dipinta in azzurro e stelle d’oro con al culmine un’apertura ellittica.
La pavimentazione è costituita da piastrelle in pietra d’Istria e rosso Verona posate diagonalmente. Particolarmente suggestive si rivelano le iconografie attribuite al veneziano Pietro Longhi che riportano a quelle della chiesa di San Pantalon a Venezia. Sono immagini che rievocano la vita della Famiglia di Nazaret ed emergono con raffinata eleganza dalle pietre vive delle pareti.
Molto bella è la Madonna velata di giallo che stringe il Figlio mentre tiene il globo crociato dell’Ekumenikon. Tutte le figure sono luminose, soffuse d’una limpida serenità e caratterizzate da un grande dinamismo. In esse convivono gli elementi costitutivi dell’ambiente rurale che connotava Vescovana: la semplicità degli umili e la determinazione dei nobili. Ruoli diversi convergenti per tessere la trama della storia di un luogo che si esprime attraverso le iconografie dei luoghi di culto. E’ qui che, mediante il linguaggio delle immagini, si compiva la didattica dei semplici, protesa alla conoscenza dipinta sulle pareti delle Chiese.
E nel corso degli anni il legame tra la vita religiosa e quella laica si è consolidato in forme di positivo impatto, come la festa dell’aereonautica nel giorno della Vergine di Loreto che degli avieri è la protettrice. Vescovana è pertanto divenuta, nel corso degli anni, un luogo di festa proprio ogni 10 dicembre quando con l’elicottero giungono le personalità dell’aviazione per rendere omaggio alla statua lignea della Madonna nera custodita nell’altare della Santa Casa.
Fino a tempi più recenti la cura del tempietto è stata ispirata da Don Vincenzo Scalzotto (sacerdote guanelliano), sostenuta poi da Don Federico Dainese e patrocinata da Mons. Tiziano Scalzotto. Il restauro degli affreschi è opera del prof. Antonio Lazzarin che, nel 1996, ha provveduto a rimettere decoro in questo speciale luogo di culto.
Ai festeggiamenti per questo eccezionale evento nell’ultima edizione erano presenti alti prelati come il delegato pontificio cardinale Francisco Arinze accanto al mai dimenticato Mons. Scalzotto attorniati da una commossa cittadinanza.
Festa grande a Casa Ramello per solennizzare l’ampliamento dei servizi dell’agriturismo, azienda associata a Terranostra e Coldiretti Rovigo, con sede ad Ariano Polesine (Ro), in via Bighette 9.
Domenica 18 settembre, tra una folla di invitati e pubblico, è stato infatti inaugurato il nuovo settore ristorazione: la scommessa di una famiglia che ha cambiato casa e lavoro, ha preso dei rischi ed ha ancora tanti progetti da realizzare insieme alla propria organizzazione, la Coldiretti Rovigo.
La struttura agrituristica, completamente a “barriere zero” ed interamente fruibile anche da persone con disabilità, ha fatto i suoi primi passi nel 2005, offrendo un servizio di alloggio turistico ultra confort nel cuore del Parco del delta del Po, con una disponibilità di dieci posti letto. Il tutto ad energia pulita, grazie al tetto fotovoltaico e ai pannelli solari termici.
Ora, il titolare Giuseppe Belloni, un vulcano in fermento di progetti, ha realizzato la nuova cucina e la sala ristorazione in modo da poter servire pranzi e cene per 60 coperti, il massimo consentito dalla legge regionale.
«Una struttura elegante, arredata con raffinatezza – come ha dichiarato il vicesindaco di Ariano Carmen Mauri – che permetterà di far apprezzare il nostro territorio, il suo patrimonio storico-culturale ancora poco noto. L’amministrazione ringrazia Giuseppe Belloni per il suo ardire e la sua voglia di fare».
E Giuseppe Belloni, titolare dell’agriturismo, mentre tutti si complimentavano strabuzzando gli occhi, ha riassunto come fossero niente, ventitré anni di vita aziendale che hanno portato a realizzare dapprima un allevamento di polli cresciuto fino ad un milione di capi, poi un agriturismo ed una fattoria didattico-sociale rivolta al recupero delle disabilità.
«Di là – ha detto indicando gli alloggiamenti per la pollicoltura – vendiamo ad Amadori 180-190 mila capi a ciclo; qua abbiamo iniziato delle ristrutturazioni di stabili rurali degli anni ‘50; a fianco (leggasi area didattica per disabili, ndr) lavoriamo coi sentimenti».
Dietro l’uomo Belloni ci sono però “quattro gatti”, come ha detto lui, cioè la sua famiglia che ha caparbietà da vendere: la moglie Francesca che segue Giuseppe durante le sue eruzioni di idee, la figlia Barbara ed il genero Cristiano, che hanno lasciato Treviso ed il lavoro sicuro (lui era vicedirettore di filiale di banca) proprio per supportare la nuova attività di ristorazione, l’altro figlio Tiziano, vero centro motivazionale, la cui esperienza di vita in campagna ha creato la voglia di regalare anche ad altri il contatto con la natura e gli animali.
Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti anche gli assessori provinciali all’Agricoltura Claudio Bellan e alle Politiche sociali Marinella Mantovani, l’assessore comunale allo Sviluppo Laura Modena ed una nutrita rappresentanza di funzionari Coldiretti, guidati dal vice presidente provinciale Mauro Visentin che ha posto l’accento sulla sicurezza alimentare dei prodotti nostrani. «Questa è un’azienda che produce e offrirà ai suoi ospiti “cibo sano” – ha ricordato – mettendoci la faccia e assumendosi la responsabilità per tutto quello che fa. Ricordiamoci che nessuno degli scandali alimentari (aviaria, bse, batterio killer) è mai partito dall’Italia e che dietro queste aziende ci sono anni di lavoro che potrebbero andare distrutti da una notizia di stampa non accurata».
Tanti applausi, mentre la cerimonia del taglio del nastro si svolgeva all’ingresso dell’agriturismo, a causa di un temporale improvviso. Poi la visita alla struttura, uno straordinario recupero di una stalla-fienile degli anni ‘50. Ampi gli spazi destinati ad ospitare fino a 60 commensali. Nuovissima e funzionale la cucina dove verranno predisposte le specialità culinarie di Casa Ramello. Queste si caratterizzeranno per la carne degli allevamenti aziendali (polli, pecore, maiali), per i salumi e, soprattutto, per la pasta fatta in casa con le uova prodotte dalle galline allevate a terra.
Infine, buffet per tutti e una torta col logo dell’azienda, il germano reale migratore. Un simbolo questo che bene esemplifica la filosofia dell’azienda: come il germano reale migra verso nuovi specchi d’acqua più accoglienti, così l’agriturismo Casa Ramello affronta sempre nuove sfide imprenditoriali.
Mettiamo che vostro figlio dovesse essere battezzato subito dopo Pasqua in Polesine. Se era prima della fine degli anni ‘60, più o meno, dovevate rompere, o aprire, il Fonte Battesimale. Il modo per farlo – per poter comparire, come si diceva allora – era quello di portare un agnellino al prete. La bestiolina si doveva chiedere ad un pastore. Peccato che il pastore, spesso, nicchiasse, e una ragione c’era. “I lo infiochetava e i lo improfumava tuto e po’ la só mama non lo conosseva più”, questa la spiegazione fornitaci da Lidia Santi, pastora.
Conoscere le famiglie di pastori che vivono in Polesine è interessante perché aggiunge una tonalità nuova e abbastanza inattesa alla storia di questa terra e dell’Italia in generale.
Innanzitutto i pastori per lo più non erano polesani, e tuttora non sono (per chi ancora fa il mestiere) autoctoni. Gli studi di Paolo Rigoni attestano che in Polesine non si è affermata un’industria casearia come invece in altre zone della Pianura Padana perché esisteva un commercio fiorentissimo di torelli, ricercati per la resistenza al lavoro e alla fatica (famosa per questo la Fiera di Rovigo, il mercato di Adria, di Lendinara, ecc.); così il latte delle mucche che avevano partorito serviva per allattare i piccoli nati e non era “investito” nel formaggio. Ciò è storicamente documentato nell’Inchiesta Agraria del 1882 che imputa proprio al guadagno derivante dal commercio, la mancata nascita dei caseifici in Polesine, nonostante i ricchi foraggi e il numeroso patrimonio bovino. Esisteva invece da sempre una industria domestica, di sussistenza, per i bisogni della famiglia. Si faceva un formaggio, più o meno salato, più o meno stagionato, simile all’Asiago.
Qui raccogliamo la testimonianza di due famiglie, i Nardini e i Colò.
La famiglia Nardini è stanziata a Cavanella Po.
Racconta di come il nonno imperversasse per il nord Italia all’epoca della transumanza (perpetrata fino al 2000). Rigoni contestualizza: “Sono gli ultimi rappresentanti dei pastori modenesi che sin dal Medio Evo, dall’Appennino modenese giungevano a svernare in Polesine. In tutto il periodo di dominazione estense, durato sino al 1509, si è prolungato un flusso ininterrotto di pastori, che provenivano dal Monte Cimone e dall’Abetone”.
“Partivano dai paesi di Fanano, Pievepelago, Fiumalbo – precisa Rigoni – e giungevano qui per la fine di novembre. Al 25 precisamente, ottenevano il diritto di pascolo che durava sino al 25 marzo, Pasqua o al 25 aprile. Pagavano il fitto in natura con formaggi cotti, “crudi” e “asaradi”, formaggi freschissimi fatti cagliare con aceto (ancora adesso con questo sistema li fanno in Romania). La loro presenza sui campi era preziosa perché le pecore con i loro escrementi concimavano il terreno”.
“Dopo il passaggio del Polesine intero a Venezia, per una serie di accordi tra Venezia e Ferrara, è continuata la presenza dei pastori modenesi, allargatasi a greggi provenienti dall’Altovicentino, dalla Valsugana e dalla Lessinia, un flusso transumante durato sino alla fine degli anni ‘50 del secolo scorso, quando la maggioranza dei pastori è diventata sedentaria investendo nella terra o intraprendendo la professione di casari e commercianti”.
Per i pastori dunque non c’erano sbarramenti e confini. Un bell’esempio di Italia unita ben prima dell’Unità.
Le pecore della famiglia Nardini, quasi tutte di razza massese e comunque italiane, oggi mangiano ancora ciò che le pecore dovrebbero mangiare: erba, granoturco quando è trebbiato, tutt’al più mais prodotto dall’azienda (all’ora della merenda, se ci andate, l’ovile risuona di belati di pretesa).
L’azienda dei Nardini si basa sia sulla macellazione che sulla produzione casearia, e la seconda, al momento, è una strada di gran lunga più promettente.
Ma com’era un tempo, e com’è oggi, la vita di un pastore?
Ci si sveglia alle cinque, si fa una colazione consistente e si mungono le pecore; le pecore si possono mungere una o due volte al giorno. Verso le nove si esce con il gregge, in inverno (prima se è estate) e le pecore tornano dentro l’ovile alle quattro circa. Vengono anche tosate, una o due volte l’anno (aprile e agosto). La tosatura è dispendiosa, ed ora per portarla a termine arrivano addirittura tosatori australiani.
Ad ogni modo, l’azienda Nardini rispetta i dettami della produzione alimentare sostenibile: i ritmi della riproduzione rispettano i cicli naturali; e alle pecore, se si beccano un malanno, non vengono somministrate le ultime scoperte della ricerca zoofarmaceutica, anche perché non è conveniente: questo esclude l’azienda dalle abominazioni antibiotiche di tanta produzione vaccina multinazionale.
Ancora più incoraggiante, in termini di salute nutrizionale, è il fatto che i formaggi siano a latte crudo: i colossi industriali offrono invece prodotti pastorizzati, che hanno perso l’anima, in qualche modo, ma che sono immensamente più facili da trasportare e smerciare. Eh sì, perché i gusti, si sa, sono ormai omologati, e alla gente piace non sentire nulla di diverso: oggi piacciono di più i formaggi freschi, e non era così una volta. Gli altri, infatti, “sanno troppo da pecora”, dicono: e da cosa devono sapere?, risponderebbe la logica.
Un tempo, diversamente, i gusti non erano così appiattiti; tanto per dirne una, si gustava la zuppa di siero: lo conferma la signora Silvana Martinelli, che mentre facciamo l’intervista sta facendo le ricottine. Silvana racconta come i bambini ne andassero ghiotti, quando il pastore gliela offriva, laggiù nella golena di Cavanella Po.
La famiglia dei Colò la troviamo a Guarda Veneta.
Una famiglia originaria di Fiumalbo, bellissimo il nome (Fiume bianco)!, che si è fermata in Polesine. Anche loro erano transumanti, e arrivavano nel nostro territorio verso settembre, macinando venti chilometri al giorno, con le pecore, mica scherzi, e mai seduti, nemmeno per mangiare. Il tragitto dalle montagne d’origine era questo: Fiumalbo Pavullo, Castelnovo Rangone. Castelfranco Emilia (e Modena), Sant’Agata Bolognese, San Giovanni Persiceto, poi fermi a Decima, Porotto, Pontelagoscuro, Garofolo, e poi fino alla località La Rena (nei pressi di Guarda).
Quando alloggiavano presso le famiglie, i pastori in cambio davano prodotti di giornata e si sedevano con loro vicino al fuoco e facevano filò. Però, tuona la signora Lidia, si erano stufati di essere i più lontani dal fuoco, e per questo hanno comprato casa a ridosso dell’argine di Guarda. La signora, che si chiama Lidia Santi, ironizza con una nota di arguto orgoglio: “i santi in ciesa, i diavoli in cà!”.
Ma lontani dal fuoco, cioè dal centro (della società, come dei luoghi) i pastori lo erano per più di una ragione. Ad esempio, rappresentavano una forza centrifuga in fatto di religione. Devoti a Sant’Antonio Abate, – quasi per forza di cose – il loro approccio alla fede era libero e zingaresco, come è sempre quello di genti che errano per le terre (o per le acque, lo stesso infatti accadeva per i barcari del Po). I pastori non erano, come sogghigna Lidia, come “la coa del bosgato”, tutti attorcigliati sullo stesso punto.
I pastori non andavano molto in chiesa (“I lievori i va tanto veloci anche senza ’ndare a Messa”), ma avevano un grande rispetto, e probabilmente una loro interpretazione della spiritualità: confessa a mezza voce che esistevano le Confinarie.
Cosa sono le confinarie? Preghiere, quasi esorcismi, che avrebbero tenuto lontani i topi dal bestiame, affinché non mangiassero gli zoccoli e i cornetti dei capretti. Una specie di rito voodoo, diremmo. Se si chiedevano questi scongiuri al prete, quello rifiutava; tuttavia, alla fine le preghiere venivano recitate. Così si dice.
Comunque il pastore doveva farne, di favori, per poter lavorare. Intanto, per non inimicarsi troppo i contadini, sulla cui terra bisognava passare (spesso venivano fuori della battaglie). Poi, perché a più pastori poteva capitare di essere piazzati su una stessa area, e allora c’era da giocare d’astuzia, col padrone della terra: efficacemente, dunque, Lidia afferma che “il pastore deve girare con la fetta di salame nella borsa”, anche perché “par gnente l’orbo non canta”.
Insomma, i pastori non facevano vita di sollazzi. Partivano ad agosto dalla montagna, quando la pioggia rinfresca il bosco, e arrivavano in Polesine a novembre. Al ritorno, però, quando passava il pastore arrivava la primavera, si diceva.
Si stava in giro molto, e più si stava in giro meglio era: per far passare il tempo, perché le pecore brucassero e i pastori trovassero da sostentarsi.
Che differenza con oggi! Oggi corriamo, corriamo, per arrivare prima, prima di qualsiasi cosa, prima ancora che … sia tempo.
E’ tornato a far sentire le sue armoniose sonorità l’organo della Chiesa Parrocchiale di San Lorenzo in Cavazzana, costruito nel 1832 da Giacomo Bazzani e Figli, allievi e successori dei Callido. Uno strumento da decenni in disuso, utilizzato per poco più di un secolo dalla sua realizzazione fino al 1948, e poi abbandonato.
Nel corso del 2009-2010 – grazie alla munificenza della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, della Regione Veneto e della Conferenza Episcopale Italiana, ed alla caparbia volontà del compianto Don Vincenzo Zanirato, sacerdote e musicista, per tanti anni parroco di Cavazzana, e del suo successore Don Fabio Bolognesi – l’insigne strumento è stato finalmente restaurato e ripristinato nelle sue caratteristiche originali.
Un po’ di storia e tecnologia
L’organo è sicuramente considerato come lo strumento più consono per la musica sacra, presente pertanto in moltissime chiese. Ma non è sempre stato così.
Storicamente parlando, va innanzitutto detto che i suoi progenitori furono il flauto di Pan e la Zampogna, ma il primo organo vero e proprio fu realizzato, nel III secolo avanti Cristo, da Ctesibio d’Alessandria d’Egitto, studioso di meccanica generale e di meccanica dei fluidi (in pratica un ingegnere dell’epoca), la cui moglie Thais, musicista, fu la prima organista della storia.
Nell’antichità greco-romana l’organo ebbe un ruolo, oltre che religioso (era presente nel tempio di Apollo Delfico, in vari altri luoghi di culto e, probabilmente, anche nel tempio di Vesta a Roma), anche profano e civile: era utilizzato nei teatri, nei circhi, nelle cerimonie di stato e di corte. Numerosi personaggi della cultura e della politica dell’antica Roma ne erano estimatori: basti ricordare, ad esempio, Cicerone e Seneca; anche alcuni imperatori furono abili organisti: tra questi Nerone, Elogabalo, Alessandro Severo e Gallieno.
Vari secoli dopo, molto gradualmente e con non poche difficoltà, l’organo entrò anche nelle chiese: apprezzato da Origene e da papa Gregorio Magno, ma odiato da altri, quali ad esempio Isidoro di Siviglia, solo verso il X secolo iniziò ad essere utilizzato nella Liturgia. Soltanto successivamente si affermò come lo strumento ecclesiastico per eccellenza: a questo proposito si esprimono chiaramente, tra l’altro, anche il Concilio di Trento ed il Concilio Vaticano II (Costituzione Sacrosanctum Concilium).
Dal punto di vista strutturale, l’organo è costituito da una o più tastiere, dall’apparato trasmissivo, dai somieri, dalle canne (raggruppate nei registri) e dai mantici.
Le tastiere e la pedaliera (in pratica una tastiera per i piedi) permettono di decidere quali note devono suonare: attraverso l’apparato trasmissivo (costituito, negli strumenti a trasmissione meccanica come quello di Cavazzana, da un insieme di leve e tiranti), il comando arriva dai tasti e dagli altri dispositivi ai somieri, cioè ai banconi deputati alla distribuzione dell’aria alle canne (che possiamo definire, per così dire, dei… grossi fischietti) montate sopra di essi. I crivelli, che sono delle sottili tavole forate in legno, le tengono in equilibrio. L’aria necessaria per farle suonare è fornita dai mantici, un tempo azionati manualmente ed oggi alimentati da elettroventilatori.
Il restauro
L’organo di Cavazzana è uno strumento di grande interesse, sia per l’ottima qualità dei materiali, sia per le sue particolari caratteristiche: si tratta, infatti, di un non comune esempio di strumento di transizione tra l’estetica neoclassica callidiana e la nuova sensibilità romantico-orchestrale ottocentesca (altri esempi di questa rara tipologia sono, nel territorio diocesano di Adria-Rovigo, gli organi di Gavello e di Giacciano).
Gli unici interventi documentati (ma ve ne furono anche altri, non testimoniati dalla documentazione d’archivio) furono una riparazione, nel 1918, ad opera del falegname Luigi Piola, di Cavazzana, ed una pulitura generale ed accordatura, nel 1930, ad opera di Angelo Gardin, dipendente della casa organaria Zordan di Cogollo del Cengio (VI). Non si sa, però, se le pesantissime modifiche subite dallo strumento (cioè l’asportazione di alcuni registri, la sostituzione della tastiera ed altre gravi alterazioni) siano da attribuire ad uno di questi interventi o, molto più probabilmente, ad altri.
Il recente restauro, eseguito dall’organaro Pietro Corna di Casnigo (BG), ha comportato la pulitura, la rimessa in forma, e dove necessario l’integrazione, di tutte le canne metalliche, il restauro e disinfestazione di tutte le canne lignee, e la ricostruzione dei registri mancanti (cioè i Tromboncini ed i Tromboni Reali, il Corno Inglese e parte delle canne delle file più acute del Ripieno). Sono stati restaurati, ed ove necessario integrati, rettificati e sottoposti a trattamento antitarlo i somieri ed il crivello (con ripristino anche, ove mancante, della relativa carta). E’ stata ricostruita, copiandola dall’organo di Gavello, la tastiera, mentre la pedaliera, originale è stata restaurata, disinfestata ed integrata. I comandi dei registri sono stati, ove necessario, ricostruiti, mentre i relativi cartellini cartacei sono stati ristampati sulla base dei pochi brandelli rimasti degli originali. Il mantice superstite è stato restaurato ed è servito da modello per la ricostruzione del secondo, che risultava mancante. Particolare cura è stata posta nel ripristino della giusta pressione dell’aria, nell’intonazione e nel recupero del temperamento originale.
Eccellente anche il restauro della cantoria e della cassa dell’organo, eseguito dalla ditta Giordano Passarella di Padova.
Con il recupero di questo pregevolissimo strumento, il patrimonio sacro, musicale ed artistico del Polesine si è arricchito di un importante tassello, cioè di un organo dalla spiccata e particolarissima personalità, perfettamente idoneo all’esecuzione di buona parte del repertorio veneto (e non solo) dal Settecento all’Ottocento inoltrato, ma anche, e prima di tutto, in grado di dare maggiore solennità alla Liturgia e, citando la Costituzione Sacrosanctum Concilium, “di elevare potentemente gli animi a Dio ed alle cose celesti”.
Uomini, Vongole e Lagune. All’insegna di questo trinomio, nella scorsa estate è stata organizzata un giornata di conoscenza della produzione di vongole nella Laguna di Caleri. L’iniziativa – relativa al progetto “Pesca Amica / Miglio Zero”, nata col sostegno del Comune di Rosolina, dell’Ente Parco ed il fattivo interessamento delle associazioni di categoria quali la Coldiretti Impresa Pesca e l’Unci Pesca – ha sortito un buon risultato, richiamando nella località balneare un interessato gruppo di giornalisti.
Va subito detto che l’elemento centrale del succitato trinomio (ovvero Vongole), rappresenta il punto focale del progetto. Le vongole della Laguna di Caleri costituiscono infatti un bene economico di fondamentale importanza per non poche famiglie della zona che nella venericoltura (coltivazione delle vongole) hanno la loro primaria fonte di rendita. Un reddito che va salvaguardato mediante la promozione del prodotto che, grazie alla sua tipicità, è stato inserito nell’Elenco Nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali del Ministero per le Politiche Agricole.
Ma prima di entrare nello specifico del problema e dell’iniziativa di valorizzazione, vanno evidenziati gli altri due elementi del trinomio, ovvero Uomini e Lagune. E’ questa una simbiosi inscindibile, implicante un legame di reciproca dipendenza. La vita delle lagune è infatti subordinata ad una presenza attiva dell’uomo che deve attuare interventi di vivificazione; successivamente, dalla salubrità delle lagune deriva un’importante possibilità di ritorno economico per l’uomo, tramite la pesca e la produzione di vongole veraci.
Come vive una laguna
La genesi delle lagune è innanzitutto legata alla presenza del mare e dei fiumi. Questi ultimi portano alla foce in sospensione detriti alluvionali che nell’incontro con le maree si sedimentano dando vita ad isolotti allungati (scanni). Questi ingrandendosi via via, finiscono per creare un diaframma naturale: oltre lo scanno il mare aperto, nella zona retrostante un bacino salmastro lagunare, in cui le acque dolci si mescolano con quelle marine.
Dunque un ambiente molto particolare, una zona umida prodotta dalla natura ma caratterizzata da un equilibrio instabile perché fatalmente tende ad interrarsi dando origine ad una palude.
Si comprende pertanto come la presenza degli uomini sia fondamentale per mantenere vive le lagune. E questo oggi è facilitato grazie all’azione di draghe che periodicamente eseguono interventi di scavo, in modo da garantire l’efficienza della bocca a mare e dar vita a canali interni in grado di agevolare il ricambio delle acque. Mancando questi fondamentali interventi – in zona svolti soprattutto dal Consorzio di Bonifica Delta del Po – tutte le lagune del delta sarebbero condannate all’interramento progressivo con la graduale riduzione della circolazione delle acque e la morte delle lagune stesse. Le cui acque diverrebbero sempre più stagnanti e prive di ossigeno, determinando una moria di tutte le specie ittiche e – di conseguenza – l’allontanamento dell’uomo dalla zona non più produttiva e sempre di più insalubre.
Le vongole veraci
Uomini, Lagune e… Vongole. Assicurato il primo elemento – ovvero la salubrità della laguna, grazie a periodici interventi di manutenzione – l’anello si completa con un ritorno economico: la laguna diviene occasione di reddito con la pesca. E, tra tutto il pescato (fra le altre specie: go, passera, cefalo, branzino orata), nella Laguna di Caleri ce n’è uno di eccellenza: la vongola verace.
Un prodotto questo che richiede una cura per certi aspetti simile a quella dell’agricoltura: dalla semina alla raccolta, cosicché il binomio uomo-laguna negli ultimi anni si è sviluppato dando vita a veri e propri “orti d’acqua”. La laguna è stata divisa in appezzamenti, sotto la tutela del Consorzio Delta Nord – associato a Coldiretti Impresa Pesca e Unci Pesca – che raggruppa 9 cooperative, ognuna delle quali è in grado di assegnare ai propri associati un appezzamento lagunare ben delimitato e vocato all’allevamento delle vongole veraci. In totale sono 130 i “vongolari” associati, la cui attività garantisce un fatturato di circa 4 milioni di euro.
La vicinanza al mondo agricolo della Coldiretti ha portato a mutuare slogan “Campagna Amica / Km. 0”, con “Pesca Amica / Miglio 0”. L’obiettivo è incrementare la conoscenza e la valorizzazione della produzione della laguna di Caleri, anche in un’ottica di legame con turismo locale. Sono stati pertanto individuati dei punti di vendita in grado di favorire la commercializzazione delle vongole di Caleri, nonché ristoranti che le propongano nei loro menù.
Tutto ciò viene chiarito, durante l’escursione in barca sulle acque della Laguna di Caleri, da Alessandro Faccioli rappresentante di Uncipesca: “Occorre diffondere la conoscenza che qui si ottiene un prodotto di eccellenza, in un contesto ambientale salubre e quanto mai idoneo a garantire la bontà del prodotto. Di qui la sinergia tra Campagna Amica e Pesca Amica per valorizzare i nostri prodotti: bisogna farli conoscere ai consumatori e farli apprezzare direttamente, accorciando la filiera dalla produzione al consumo”.
Sulle peculiarità ambientali della zona e la bontà del prodotto si è soffermato anche il sindaco di Rosolina Franco Vitale, intervenuto all’avvio dell’iniziativa di promozione, nonché il vicedirettore della Coldiretti Romeo Boarettto, responsabile del progetto. Presente anche Laura Negri, assessore provinciale al turismo che ha sottolineato come il turista dei nostri giorni sia sempre più interessato al territorio nei suoi vari aspetti: importante risulta pertanto l’offerta gastronomica che deve essere proposta con un marchio di riconoscibilità.
Irridenti specchi deformanti, sinuosi percorsi volutamente labirintici, gigantesche costruzioni scenografiche con immagini alte fino a tre metri, controsoffitti e contropareti che ricostruiscono padiglioni della Fiera tradizionale dell’Ottocento: entrare nel rinnovato Museo Storico della Giostra di Bergantino è compiere un viaggio attraverso gli spazi del gioco e della fantasia, legati, però, al cammino esistenziale dell’uomo all’interno di un percorso storico-antropologico.
Il nuovo Museo, inaugurato lo scorso 18 giugno nella sede del settecentesco Palazzo Strozzi a Bergantino, rinasce raddoppiato nel suo percorso espositivo, arricchito nei suoi contenuti culturali, dotato dei nuovi mezzi della comunicazione mediatica e interamente riallestito con fantasiose e suggestive scenografie.
In origine il Museo della Giostra nasce nel 1999 per volontà del Comune di Bergantino, che ne elabora il progetto, e della Provincia di Rovigo che acquista e restaura parte del Palazzo Strozzi per adibirlo a Museo. Lo scopo è quello di valorizzare la realtà socio-economica e culturale del territorio polesano che, a partire dagli anni ‘20, ha legato al mondo della giostra la sua storia, la sua economia e il suo riscatto da una secolare depressione economica e sociale.
Il Polesine è spesso ricordato come una delle aree meno fortunate del Veneto per il suo triste passato fatto di alluvioni ed emigrazioni. Era una terra sempre oppressa dalla povertà e dalla miseria dalla quale si scappava in cerca di lavoro prima nel Sudamerica e poi nel Nordovest industriale.
Ma nella parte più occidentale della provincia fu proprio la giostra a segnare l’avvio del riscatto di questa gente dall’indigenza e dal bisogno di emigrare.
Una fonte di benessere
La giostra, un tempo fenomeno da baraccone, diventa qui pilastro portante dell’economia di un intero Distretto, appositamente istituito dalla Regione Veneto nel 1999 ed esteso poi a cinque province venete: Rovigo, Verona, Vicenza, Padova, Treviso con più di 100 aziende e 2000 addetti, con un fatturato annuo che si aggira intorno ai 200 milioni di euro e un export che raggiunge l’80% della produzione di attrazioni ipertecnologiche, vendute in tutto il mondo (dati forniti da CNA di Rovigo). A giusta ragione la giostra oggi è comunemente considerata un’eccellenza veneta.
A Bergantino, oltre all’attività imprenditoriale di costruzione di attrazioni della più avanzata tecnologia, si è sviluppata ancor prima un’attività di gestione diretta di spettacoli viaggianti.
Si tratta di ben 50 famiglie (in passato erano 105) di spettacolisti itineranti che portano le loro giostre nelle fiere di tutta Italia dalla primavera all’autunno. Essi, però, non vanno confusi con i nomadi Sinti, che costituiscono un’etnia a se stante, hanno un’altra origine e una storia diversa.
Gli spettacolisti di Bergantino, conosciuti nell’ambiente delle fiere con il nome di “Bergantini”, costituiscono dei gruppi professionali che viaggiano per necessità di lavoro e non per una vocazione alla vita nomade. Sono degli emigranti stagionali che in passato sono stati costretti ad intraprendere un’attività itinerante di piazza per mancanza di un’adeguato sostentamento nell’ambiente d’origine
Ecco perché nel Museo di Bergantino la giostra non è solo uno strumento di divertimento, ma testimonianza di un’attività originale, qui considerata fonte di benessere sociale e oggetto d’interesse culturale.
La cultura della giostra
Sì, culturale. Se noi infatti non ci limitiamo a considerare la giostra solo come semplice mezzo di divertimento, ma la consideriamo in una prospettiva storica, comprendiamo come le realizzazioni dei nostri rappresentino il punto di arrivo di un lungo percorso evolutivo che ha le sue origini nei giochi rituali propiziatori delle società agrarie di epoche molto lontane. Scoprire tutta la storia racchiusa dentro una giostra diventa allora un’esperienza stimolante e affascinante.
La storia della giostra, inoltre, ci porta dentro alla storia millenaria della fiera nel suo contesto antropologico nazionale ed europeo. Il campo di questo tipo di cultura popolare si allarga allora a dismisura e diventa una storia infinita estremamente difficile da ricostruire nel suo percorso per la limitatezza delle fonti di documentazione: i giochi e gli spettacoli che attraversarono i secoli, per non dire i millenni, si esprimevano attraverso una tradizione orale della quale ci è giunta una scarna documentazione.
Non si può nemmeno immaginare quanto sia stato perso dei documenti relativi agli spettacoli, per esempio, della Commedia dell’Arte, del Teatro dei burattini e delle marionette, dei cantastorie, di acrobati, funamboli, saltimbanchi e teatranti, di tutto un mondo di artisti ambulanti che offrivano sulle piazze una girandola di invenzioni per sopravvivere.
E’ un mondo ricco di fascino e di magia, al quale ora rivolge la sua attenzione anche la cultura ufficiale delle Università e degli studiosi-ricercatori. E’ in corso, infatti una vera rivoluzione culturale che abbatte tanti pregiudizi del passato: ciò che un tempo veniva emarginato, perché considerato plebeo, viene oggi riscoperto e riconsiderato. Scenografie, canovacci, copioni di artisti ambulanti, diventano oggetto di studio, di ricerca e di tesi universitarie; sta nascendo, insomma, una nuova cultura molto più aperta, della quale il Museo Storico della Giostra di Bergantino vuol essere un’espressione e un punto di sintesi.
Il Museo della Giostra non è nato dal bisogno di custodire delle collezioni che non c’erano, ma è nato da un’idea, da un progetto di valorizzazione economico-culturale di un territorio, progetto che si è realizzato attraverso la ricerca di documenti e di tutti i materiali storici serviti per creare un percorso espositivo che racconta la millenaria storia della Fiera con tutti i suoi grandi spettacoli itineranti:
la Commedia dell’Arte, che nasce nel 1500,
il Teatro dei burattini e delle marionette, che presenta i suoi primi spettacoli nel 1600,
il Circo moderno che nel 1700 dà vita a grandiose rappresentazioni mettendo insieme cavalli ed artisti della Fiera,
il Cinematografo ambulante, che nasce nella Fiera alla fine dell’800 e diverrà il Cinema, arte e industria,
infine, ultima propaggine di un lungo viaggio millenario, compare nelle fiere, nella seconda metà dell’800, la Giostra, mossa a mano o da un animale, che, successivamente motorizzata e ipertecnologica, darà vita al Luna Park moderno. Questa la meta del nostro lungo viaggio, di una lunga storia che, nelle ultime sale del percorso museale, dedicata agli itineranti di Bergantino e al Distretto Veneto Industriale della Giostra, si fa cronaca di oggi, un racconto nostro, polesano, veneto, che diventa anche nazionale e di tutti.
Il percorso museale
A dar vita al nuovo Museo della Giostra sono soprattutto le affascinanti storie che si raccontano lungo tutto il percorso culturale, a partire dai giochi e dagli spettacoli rituali delle società antiche (il Labirinto, i riti di iniziazione e della Divinazione), considerati come primitive attività fieristiche, per passare agli straordinari racconti legati alla Fiera mercantile medievale e rinascimentale, nata sui sagrati delle chiese in onore del Santo Patrono, lungo le strade percorse da pellegrini e mercanti.
All’interno della Fiera, divenuta nel tempo palcoscenico naturale degli artisti ambulanti, nascono gli spettacoli itineranti, come il Teatro delle Maschere e il Teatro dei Burattini e delle Marionette che costituiscono insieme la più bella tradizione della cultura italiana, erede di un patrimonio teatrale antico.
L’ampia Sala del Parco dei divertimenti ricostruisce un’epoca a cavallo fra ‘800 e ‘900 ed è la sala più ricca di oggetti storici e di pezzi d’antiquariato di grande valore, come gli strumenti di musica meccanica di fine ‘800, i grandiosi organi orchestrali per Fiere, destinati a suonare all’aperto davanti alle giostre con funzione di richiamo, altalene e barchette dell’800 ricche di fascino, Tiro a segno del 1845 di significato patriottico e numerosissime immagini di Fiere, di giostre e di spettacoli d’epoca.
Il nuovo allestimento aiuta i visitatori a percepire facilmente l’atmosfera di un’epoca storica, in quanto, una volta entrati dentro una sala, il “fuori” con la sua realtà del presente sembra scomparire per effetto di controsoffitti e contropareti alte fino a tre metri, sulle quali si innalzano gigantesche figure e immagini storiche che creano atmosfere suggestive di un tempo e di una realtà che sembra tornare a rivivere.
Ad accrescere il realismo della rappresentazione, accanto alle immagini spesso compaiono oggetti storici, manufatti artistici, modellini, piccoli o grandi strumenti musicali, elementi scenografici evocanti un preciso tempo storico. Funzionali a questo scopo sono anche gli strumenti della comunicazione mediatica moderna inseriti lungo il percorso: grandi schermi a scomparsa per proiezioni e numerosi monitor (touchscreen) per l’approfondimento degli argomenti trattati in ogni sala.
In ogni fiera che si rispetti non poteva mancare lo stupore, la meraviglia, la magia ed ecco allora aprirsi lungo il percorso la Galleria delle Meraviglie con immagini di grande impatto: mangiafuoco, ingoiatori di spade, giganti, nani, donne cannone, uomini con tre gambe, donne barbute, esemplari umani di un “Altrove” sospeso tra possibilità ed illusione.
E poi dall’uomo alla macchina, alle origini del Luna Park nelle grandiose Esposizioni Universali fra ‘800 e ‘900 dove la giostra, mossa a mano o da un animale, diventa una macchina di vertigine ipertecnologica. E il nostro viaggio immaginario nel tempo e nello spazio, attraverso mondi lontani e conoscenze nuove, finisce nella Sala delle fabbriche dei sogni o meglio dei laboratori dove i sogni diventano realtà nel nostro Polesine, nel Veneto, in Italia.
In sostanza, però, quel viaggio affascinante della ricerca e della scoperta, finisce per modo di dire, perché è infinito, segue il cammino dell’umanità, dalla suggestione di un passato ricco d’incanti, alla creatività di un futuro sempre più innovativo… e perciò l’avventura continua.
“Ogni anno abbiamo delle ricorrenze da festeggiare. Ogni anno dobbiamo dimostrare, manifestare qualcosa. Le celebrazioni spesso diventano la deposizione di una corona che poi viene abbandonata senza un vero senso. In una giornata come quella di oggi scopro il vero modo per poter ricordare. Non so se è quello giusto, ma certamente il più funzionale. Questa mostra unisce venti artisti che hanno saputo condividere un unico tema. Lo si può chiamare olocausto, Shoah, sterminio, non importa: si tratta della distruzione di uomini da parte di altri. A mente fredda”. Con queste parole il critico e giornalista Sergio Garbato ha introdotto la partecipata inaugurazione della mostra dal titolo ‘L’Arte al servizio della Shoah’.
L’associazione culturale il Carmine ha organizzato a Ficarolo, nella Chiesa dedicata alla Beata Vergine, un’esposizione dal sapore innovativo, ma con il nobile intento di ricordare quello che è stato uno dei drammi più distruttivi dell’intera umanità.
Che senso poteva assumere un dipinto o una fotografia o, ancora, una scultura a fronte del terrore che stordiva le menti di chi si trovava ad osservare i resti trovati all’apertura dei cancelli dei lager? Nel dopoguerra l’arte ripartiva da zero. Il nulla in quelle persone distrutte dall’odio di altri esseri umani. Gli artisti che dal 20 al 29 aprile hanno contribuito con le proprie opere all’esposizione, hanno saputo raccontare, in maniera ingenua o consapevole, una memoria che mai potrà essere offuscata.
Il passaggio dal colore al segno ha vissuto in dipinti in grado di raccontare una realtà alternativa, dove le righe delle casacche dei prigionieri divengono i binari di un treno che si snoda fuori dal campo. In altre opere il predominio del colore. Fra i quadri anche la scultura. Gianfranco Andreoli, Paolo Bonfatti, Monica Chieregatti, Gianna Mazzetto, Elena Antonioli, Teresa Balugani, Maurizio Barozzi, Marcello Framba, Andrea De Biaggi, Gigliola De Biaggi, Diana Isa Vallini, Claudio Scaranari, Miranda Vallini, Enrico Fioravanti, Mauro Zanoni, Gaetano Cavalcanti, Sabrina Timacchi, Morena Masini, Mario Detratti e Gabriele Natali gli artisti che, professionisti o amatori, hanno dato il proprio personale contributo alla mostra.
A dar voce all’arte visiva la poesia di Pasquale Ciravolo, siciliano. Nelle due domeniche di collettiva l’artista ha recitato alcune liriche autografe utilizzando la raffinatezza e la sensibilità di chi in prima persona ha toccato con mano l’orrore della guerra.
Coinvolti nei vari eventi anche gli alunni delle scuole cittadine. I ragazzi, guidati dagli stessi artisti, hanno potuto percorrere un tragitto fatto di memoria e sensazioni trasfuse materialmente in ciascuna opera.
Protagonista della serata di lunedì 24 don Pier Antonio Castello, parroco di Presciane e responsabile del centro studi ‘Archivio della Memoria’. Il sacerdote ha guidato i presenti in una sorta di viaggio ideale fra i genocidi della storia, ricordando come l’intero mondo occidentale si sia macchiato negli anni del sangue di innocenti.
A chiudere la rassegna di eventi l’incontro che si è tenuto nella Sala dei Confratelli della Chiesa parrocchiale di Ficarolo con il rabbino capo della comunità ebraica di Ferrara Rav Luciano Meir Caro. “La Shoah è qualcosa di indescrivibile, di indicibile – spiega – le opere di questi grandi artisti sono certamente di pregio, ma nulla al mondo potrebbe spiegare cos’è l’olocausto. Nella civile Europa degli anni ’40 qualcuno parlava di ‘pezzi’ da trattare. Quei pezzi erano esseri umani. Guardando la mostra mi sono soffermato su due aspetti. Anzitutto mi compiaccio perché venti artisti hanno dedicato la loro capacità per ricordare: la Shoah è sempre stata connotata dal silenzio, nei campi e nel mondo. Tutti tacevano, anche le comunità ebraiche del mondo libero. In secondo luogo vive il dovere di tramandare: è necessario, fondamentale contrastare i meccanismi del negativismo”.
Massimiliano Furini, presidente de ‘Il Carmine’ ha ribadito l’importanza di aver demarcato uno dei momenti bui della storia civile. “Da un’idea proposta all’associazione dall’amico e socio Maurizio Barozzi si è ottenuta un’esposizione ricca di spunti espressivi sopra ogni aspettativa – ha commentato – il mio ringraziamento va a tutti i partecipanti che con la loro professionalità artistica ci hanno dato la possibilità di estraniarci dalla quotidianità frenetica per riflettere e far sì che certi eventi non possano più accadere”. L’intera rassegna è stata realizzata anche grazie al patrocinio della Regione Veneto, della Provincia di Rovigo, del Comune di Ficarolo e del Fai.
Nella primavera del 2010, ha riaperto i battenti, dopo alcuni anni di chiusura, la biblioteca civica di Villanova Marchesana, grazie ad un progetto promosso dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con la cooperativa Turismo e Cultura. Ripercorrere brevemente i diversi momenti che hanno portato, nel corso degli ultimi due anni, al completo recupero delle sue funzioni permette di comprendere concretamente quanto sia importante per i piccoli centri di provincia riappropriarsi di un punto di riferimento per la cultura locale e l’animazione sociale.
Ingente è stato, innanzitutto, il lavoro preparatorio che ha comportato il riordino del materiale a scaffale per una sua più agevole reperibilità e l’inventariazione dei numerosi libri che si erano man mano accumulati.
Un passaggio successivo è stata la riattivazione dei servizi di consultazione, di prestito locale e di rinnovo dell’iscrizione degli utenti che cominciavano a frequentare nuovamente la biblioteca.
Al fine di coordinare tutte queste attività e di garantirne una progettualità è stato costituito un nuovo Comitato di gestione composto da Romana Stocco Assessore Comunale di riferimento per i servizi sociali e culturali, Elena Casetta, Graziella Miola, Sergio Fancelli, poi eletto Presidente, e Nicola Gasparetto, responsabile tecnico dei servizi bibliotecari.
Un passo importante per qualificare ulteriormente questa nuova struttura è stato il suo inserimento nel Sistema Bibliotecario Provinciale. Dopo una serie di incontri di formazione per acquisire le dovute competenze è stato attivato, sul finire del 2010, il programma di gestione “Fluxus” che collega le diverse biblioteche del Polesine. Questo ha permesso agli utenti di Villanova Marchesana di poter accedere, tramite il prestito interbibliotecario, ad una disponibilità di pubblicazioni notevolmente più ampia.
Ad un anno dalla riapertura, nella primavera del 2011, si è provveduto al trasferimento della biblioteca dalla sede municipale verso una nuova struttura nelle immediate vicinanze, in modo da disporre di un ambiente più ampio e funzionale allo svolgimento delle attività bibliotecarie ma anche di servizi di carattere culturale e sociale. La conseguente disponibilità di nuovi spazi ha consentito di offrire in modo più appropriato il servizio di doposcuola, anch’esso curato da operatori di Turismo e Cultura (che su questo fronte collabora da anni con l’Amministrazione Comunale per l’organizzazione delle animazioni estive) e la possibilità di programmare eventi culturali ed espositivi accompagnati da momenti di convivialità.
Ricordiamo, a questo proposito, le mostre organizzate grazie al prestito di materiale iconografico fornito dalla Provincia: una rassegna di fotografie di fine ottocento dal titolo “I calzoni corti” in occasione delle commemorazioni per il 25 aprile, la mostra “Acquae” all’interno delle manifestazioni fieristiche del Ferragosto Villanovese e la raccolta di scatti d’epoca “Il Grande Fiume”, in occasione del cinquantennio dell’Alluvione del 1951.
Evento speciale è stata la serata inserita nel programma provinciale “La Notte Bianca delle Biblioteche”, una modalità di vivere un tradizionale luogo di studio e lettura in un orario inedito proponendo la presentazione di libri accompagnata dall’ascolto di poesia e intermezzi musicali, a cura della “Bottega della Musica”, progetto CeDi coordinato da Laura Marangoni.
Nel frattempo proseguiva l’attività di qualificazione della biblioteca che nell’autunno dello stesso anno è stata per la prima volta inserita nel sistema di rilevazione della Regione Veneto allargando così notevolmente l’orizzonte della sua visibilità.
Requisito fondamentale per una biblioteca che vuole ritornare a vivere è l’allargamento del proprio fondo librario. Un primo passo in questa direzione è stato reso possibile dai primi acquisti decisi dal Comitato di gestione. La scelta di titoli si è orientata su testi legati alla storia e cultura contadina e all’architettura rurale, una decisione maturata a seguito dell’obiettivo di fare della biblioteca un punto di riferimento per le ricerche legate all’etnografia e alla cultura popolare.
In linea con questo proposito è stato rivolto, a tutti i cittadini di Villanova, l’invito a mettere a disposizione fotografie d’epoca, anche di carattere familiare, per una loro scansione e digitalizzazione, così da creare un archivio di frammenti di memoria collettiva altrimenti destinata a disperdersi. L’ampia risposta a questa iniziativa – sono già oltre un centinaio le fotografie raccolte -ha dimostrato una notevole sensibilità della cittadinanza, confermata anche dalle donazioni di libri che si sono susseguite regolarmente fin dalla prima apertura della biblioteca.
Grazie a queste testimonianze di generosità si è così arricchita l’offerta di testi di narrativa ma si è anche inaugurato un nuovo filone: molte di queste donazioni contenevano un numero considerevole di testi scolastici dal secondo dopoguerra in poi, materiale che il Comitato di gestione ha deciso di non scartare ma di raccogliere in una sezione speciale dedicata al mondo scolastico degli anni passati.
Il 2012 si apre con le ultime fasi di inventariazione dei nuovi arrivi e con l’avvio dell’inserimento di oltre 500 titoli all’interno del catalogo del Sistema Bibliotecario Provinciale, attività condotta dal personale locale della biblioteca costantemente supportato da operatori CeDi che hanno già maturato esperienza grazie ad una pluriennale collaborazione con la Biblioteca “Baccari” di Lendinara.
La nuova sede della biblioteca sta migliorando il suo aspetto grazie all’adeguamento degli interni con nuove scaffalature e con la predisposizione di una sala attrezzata per video proiezioni e proseguirà al contempo la programmazione di altri eventi culturali ed espositivi a riprova della particolare vivacità che sa dimostrare anche una piccola biblioteca di paese.
Quando la promozione del territorio passa attraverso il gusto e l’ospitalità. È questo il caso del progetto “Vivi e gusta Lendinara e dintorni”, nato dalla collaborazione tra Turismo & Cultura, il Comune e la Pro Loco di Lendinara.
Il progetto, orientato a promuovere l’integrazione tra il patrimonio storico-artistico ed ambientale e la tipicità dei prodotti locali connessa agli esercizi commerciali, alle strutture ricettive e della ristorazione, ha preso il via nel maggio 2011, concretizzandosi in una serie di passaggi importanti.
Prima tappa è stata la realizzazione di una cartina della città di Lendinara, arricchita dalla presentazione degli operatori economici legati ai servizi di ospitalità e alla promozione di prodotti artigianali ed enogastronomici. Il prodotto editoriale, che ha avuto anche il patrocinio della Regione Veneto e della Provincia di Rovigo, ha riscosso un significativo riscontro, considerata l’adesione degli operatori economici e la tiratura in 10mila copie.
Secondo momento è stato quello dell’organizzazione di un corso di formazione rivolto agli aderenti al progetto Vivi e gusta Lendinara e dintorni, con lo scopo di fornire gli strumenti di base per la creazione di un sistema di convenzioni tra eventi culturali nel Polesine e ricettività agrituristica ed extra alberghiera. Il corso di formazione, articolatosi in quattro appuntamenti, ha voluto anche qualificare le capacità di accoglienza turistica, rendendo gli operatori stessi veicolatori di un’informazione diffusa sul territorio sia sui contenuti culturali che sull’offerta del tessuto economico. Il corso, che si è svolto in partnership con il GAL Adige e Irecoop Veneto, è stato anche oggetto di un servizio televisivo all’interno della rubrica Paese Mio, andata in onda in un circuito di otto emittenti locali, concludendosi con un workshop di presentazione delle strutture ricettive e degli operatori economici partecipanti.
Grazie al corso di formazione proposto, è stato possibile individuare aziende e strutture commerciali legate alle produzioni tipiche, selezionando così i prodotti locali che hanno poi costituito Lo scrigno dei sapori e dell’ospitalità di Lendinara e dintorni.
Lo step successivo è stato, quindi, l’individuazione de La bottega della tipicità e dell’accoglienza, uno spazio espositivo in via Varliero che, in occasione delle festività natalizie e in contemporanea con l’apertura della mostra L’arte del presepe, ha assicurato visibilità ai prodotti e agli esercizi aderenti al progetto, dando anche la possibilità di acquistare il paniere dei prodotti locali in diverse tipologie di confezione e fasce di prezzo. Ecco l’elenco dei fornitori che hanno messo a disposizione i loro prodotti per La bottega dei sapori e dell’ospitalità: Il Dolce Forno, la Pasticceria Zanotto, Rital Dolciumi, Voglie di Puglia, Liquori Morelli, l’Azienda Agricola Micheletto e l’Azienda Agricola Barison di Lusia.
Lo spazio espositivo di via Varliero ha voluto essere, però, anche d’integrazione a quanto già svolge il locale Ufficio IAT, come punto di informazione turistica diffusa, proponendo anche materiale promozionale relativo ad eventi e manifestazioni, itinerari culturali caratterizzanti la città, e strutture ricettive e commerciali del territorio.
A completare le azioni promozionali in occasione de La bottega della tipicità e dell’accoglienza, la cui esperienza sarà ripetuta anche nel corso di quest’anno, tutti i Bed & Breakfast di Lendinara ed Il Melograno di San Bellino, l’agriturismo Le Clementine di Badia Polesine e il ristorante lendinarese Da Vasco hanno dato prova di aver fatto proprio lo spirito del progetto, realizzando un coupon che dava diritto ad uno sconto sulla loro offerta ricettiva, rivolto ai visitatori della mostra L’arte del presepe.
Un’iniziativa che continua a dare i suoi frutti nell’ambito del territorio, tanto che i sei Bed & Breakfast hanno deciso di estendere la stessa promozione anche ai visitatori della mostra sul Divisionismo di Palazzo Roverella.