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Archivi: Articoli d’archivio

  • Due giorni campali

    Due giorni campali

    Un Sabato pomeriggio, me ne stavo seduto sopra un grosso sasso levigato ad osservare l’acqua del fiume “Po” che costeggia il mio paese. Per me, quello era l’unico momento magico e di relax della settimana, al quale non avrei rinunciato per tutto l’oro al mondo.

    Era quasi un rituale, di sabato, recarmi in un luogo così isolato per raggruppare i miei pensieri e per staccare la spina dai problemi quotidiani. Quel posto, quasi come un paradiso terrestre, l’avevo trovato dopo aver cercato per mesi e setacciato gli argini del fiume in lungo e in largo a piedi.

    Mi aveva colpito in particolare un’insenatura simile ad un gomito a “U”: rispecchiava una parte del territorio ancora incontaminato. La natura selvaggia percorreva i due lati del fiume, piante secolari ricoperte d’edera selvatica, si stagliavano in un cielo limpido e privo di nubi, il leggero e tiepido vento primaverile muoveva leggermente le fronde e il silenzio surreale era interrotto solo dal debole fruscio delle foglie e dai gridi striduli dei gabbiani d’acqua dolce che giravano in cerchio sopra il fiume, per avvistare le loro prede.

    Il sole limpidissimo, rilasciava bagliori che sembravano scorrere con le deboli onde verso la foce del grande fiume. Ammiravo quell’acqua limpida che specchiava il cielo, non avrei mai potuto descriverne la corposità, l’oblio che diffondeva e quell’alone di mistero che la circondava.

    Mi piaceva crogiolarmi al sole, senza far niente, senza incombenze e la solita frenesia.

    Mi piaceva quell’immergermi nella natura, quasi a farne parte. Mi piaceva quel profumo intenso di piante e d’acqua, un miscuglio di dolce e acerbo, mi piaceva quell’accostamento di colori, dal verde sgargiante delle piante, al dorato delle piccole spiaggette, ma soprattutto, mi piaceva quel tepore del Sole che mi baciava il volto.

    Un sabato, come tanti altri, pensavo tra me e me che non avrei mai rivelato ad anima viva l’esistenza di quel meraviglioso posto che, ormai metaforicamente, sognavo di mia proprietà, quando improvvisamente sentii un leggero rumore dietro di me, proprio in mezzo ad un enorme cespuglio. Trattenni il respiro per non farmi notare e, in punta di piedi, cercai di nascondermi dietro all’albero più vicino, sforzandomi a focalizzare attraverso il fogliame chi mai poteva esserci. Con disappunto pensai che forse quel posto non era del tutto sconosciuto.

    Dopo alcuni minuti, che a me sembrarono un’eternità, da dietro il cespuglio vidi sbucare due uomini dall’aspetto trasandato: trainavano delle enormi reti e s’apprestavano verso l’acqua. Mi appiattii ancora di più contro la corteccia dell’albero, sentendone la sua ruvidezza e continuai ad osservare allibito le varie manovre dei due loschi figuri.

    Ad un tratto, l’uomo più alto e dalla pancia prominente dichiarò al suo compagno: “Dobbiamo fare in fetta a calare le reti. Sono sicuro che in questo punto del fiume non viene mai nessuno, ma se per caso arriva qualcuno siamo nei pasticci”.

    “Ma sei sicuro che qui si pesca bene?” chiese il secondo uomo che era più basso e tarchiato del primo.

    “Non vengo spesso, però quelle poche volte, ho sempre ottenuto quello che volevo e poi, la carne di Siluro per alcuni stranieri è pregiata e, con gli agganci giusti, si rimediano dei bei soldi.”

    Le due persone si avvicinarono poi ad un ammasso di sterpaglie secche trasportate col tempo dalle acque del fiume. Spostarono frettolosamente gli arbusti e ne estrassero una piccola barca a remi. La drizzarono, caricarono le reti e spinsero l’imbarcazione nell’acqua.

    Li vidi remare fino quasi alla riva opposta mentre iniziavano a gettare le reti. Poi attraccarono alla spiaggetta di fronte alla mia postazione ed iniziarono a legare attorno a due grossi alberi le lunghe corde, per tenere ben salde le reti.

    Terminato il lavoro, i due rimontarono in barca e ritornarono al di qua del fiume. Rimisero la barca sotto gli arbusti e s’incamminarono velocemente verso la strada del ritorno da dove erano giunti, dandosi reciprocamente sulle spalle delle pacche di complicità.

    Aspettai un altro po’, prima di spostarmi dall’albero che era stato il mio nascondiglio.

    Temevo che i due biechi personaggi tornassero sui loro passi.

    Pensai in fretta a quello che dovevo fare: non avrei potuto, dopo quello che avevo visto, lasciare completare il misfatto. Senza indugiare oltre, presi possesso della barca che era stata da poco nascosta. Inesperto rematore, procedetti sull’acqua con una certa fatica, ma alla fine raggiunsi l’altra sponda. Slegai le corde ed iniziai a tirare a riva le reti, constatando felice che ancora non si erano impigliati i pesci.

    Una volta tornato a riva, ricoprii la barca con gli arbusti come avevano fatto i due uomini. Presi le pesanti reti, le trasportai in un posto sicuro e le nascosi alla ben meglio. Mi lavai le mani nell’acqua fresca del fiume e poi pensai che forse era meglio se rimanevo pure la notte per vedere cosa avrebbero fatto al ritorno quei due personaggi: ero certo che sarebbero tornati per prendersi il loro “sostanzioso bottino”, inconsapevoli della “bella sorpresa” che avevo preparato. Un veloce salto a casa per procurarmi il necessario per la notte: una coperta, dell’acqua da bere, due panini con prosciutto e maionese, della frutta e una torcia elettrica. Ero pronto per la mia missione di investigatore.

    Feci ritorno al mio “paradiso segreto” quando il sole stava calando e l’acqua si stava dipingendo di rosso. Il panorama a quell’ora era talmente bello da togliere il fiato. Rimasi in contemplazione per qualche attimo, poi mi sedetti ai piedi dell’albero che, poche ore prima, mi era servito da nascondiglio. Estrassi dalla borsa il primo panino che divorai con avidità, senza però mai perdere di vista l’obiettivo da dove i due uomini erano giunti nel pomeriggio.

    Inaspettatamente il buio e il silenzio più assoluto mi circondarono, mentre l’umidità iniziò a penetrarmi le ossa; un senso di smarrimento e di paura mi prese. Se di giorno quel luogo era per me così familiare, non lo era più di notte: ora mi appariva quasi lugubre.

    Alzai gli occhi al cielo: la miriade di stelle, quasi come allegre lucciole, emettevano chiarori che mi rincuorarono. La stanchezza della giornata cominciò a farsi sentire e le palpebre iniziarono a ricadere pesanti sui miei occhi. Non volevo addormentarmi, ma ben presto, avvolto nel tepore della coperta, un sonno traditore mi prese e mi trasportò nella dimensione del sogno, dove fantasia e realtà si mescolarono, come in un gioco fantasmagorico.

    Un fremito del corpo mi riportò alla realtà. Tutto attorno a me si stava schiarendo e l’alba prendeva piede. Sembrava che il mondo intero si stesse svegliando con me: il canto degli uccelli era vario ed insistente, mentre i gabbiani erano già all’opera nel loro cercare cibo nelle acque del fiume.

    Goccioline di fresca rugiada ricoprivano ogni foglia, ogni pianta, rendendo ai miei occhi la natura pura e quasi indifesa. Un tripudio di emozioni e di dolcezza mi prese, poi il mio sguardo si spostò dall’altra parte del fiume. Focalizzai i due bracconieri: si stavano picchiando di santa ragione e urlavano a squarciagola incolpandosi a vicenda, rimproverandosi l’un l’altro di non aver legato bene le corde provocando la perdita delle reti.

    Avevo fatto centro, ma la sfida non era terminata. Iniziava una nuova giornata di attesa. Decisi di far ritorno a casa per rifornirmi di altri viveri.

    Trascorsi in tranquillità la prima parte del giorno, immerso solo nella natura, assaporando il silenzio che mi parlava, distinguendo nitidamente il sospiro debole del vento e il mormorare lento delle acque del grande fiume.

    Verso le diciassette, come avevo previsto, i due loschi figuri tornarono con altre reti. Dove le avessero trovate non lo so, visto che di domenica i negozi erano chiusi. Tenevano pure, nelle mani libere, due canne da pesca dotate di mulinello.

    Salirono in barca e oltrepassarono il fiume. Piazzate le reti, si sedettero sull’argine e si dedicarono alla pesca. Ogni tanto vedevo ora l’uno, ora l’altro staccare dall’amo del pesce. Poi, al primo calar del sole, accesero un piccolo fuoco con alcuni rami secchi e cucinarono il pesce catturato.

    Mi resi conto ben presto che quella notte non avrebbero lasciato l’appostamento. Forse avevano capito che le reti non si erano slegate da sole e, dunque, anche loro come me avrebbero vigilato quel luogo, naturalmente con scopi ben diversi: loro per frodare, io per proteggere la natura.

    Ben presto, però, realizzai che da solo difficilmente avrei avuto successo. Fu allora che, come in un lampo, mi venne in mente l’amico Marco che, grazie al suo spiccato senso d’iniziativa, forse avrebbe potuto aiutarmi. Raggiunta l’auto, mi mossi verso la sua abitazione. M’inoltrai lungo una strada sterrata di campagna: la casa di Marco si trovava infatti al centro di un vasto terreno agricolo di sua proprietà, isolato dal resto del mondo.

    Marco, al mio bussare aprì la porta e mi osservò con sguardo stupito. “Qual buon vento ti porta?” mi chiese mentre entravo in casa. In un attimo gli raccontai tutto.

    “Vieni con me.” replicò senza aggiungere altro.

    Salimmo sulla sua jeep predisposta con un enorme faro. Una volta raggiunto il luogo, Marco posizionò il fascio di luce proprio nella direzione dove stavano i due manigoldi, che però non s’accorsero di niente perché se la dormivano alla grande.

    Vidi Marco andare verso il bagagliaio della jeep ed estrarre un megafono. “Li sistemo io ora quei due”, disse.

    Posizionò il megafono davanti alla bocca e iniziò ad urlare: “Siete comodi signori? Vi do tempo cinque minuti per sloggiare da lì e ricordatevi che non voglio più vedere i vostri brutti musi da queste parti. Avvertiremo la polizia provinciale”.

    I due, frastornati dalle grida e accecati dalla luce, salirono in barca imprecando e si allontanarono nell’oscurità lungo il fiume, dalla parte opposta di dove stavamo noi.

    “Ed ora cosa facciamo Marco?” chiesi pensando alle reti stese per la pesca di frodo.

    “Dai, sali su in auto, che andiamo un po’ più avanti dove c’è l’approdo. Lì parcheggiato c’è il mio piccolo motoscafo e, in un attimo, saremo al di là del fiume”.

    Aiutai Marco a togliere delicatamente dalle reti i pesci imprigionati. Alle prime luci dell’alba eravamo già davanti al mercato ittico, dove dei pescatori esperti valutarono la merce e ci ringraziarono del dono ricevuto.

    Sono passati vari anni da quell’episodio ed ancora oggi torno in quel luogo incantato, non più da solo naturalmente. Ci torno con mia moglie e i miei due figli e spesso anche con Marco e la sua nuova fidanzata.

    I due loschi figuri non li abbiamo più visti in giro, nemmeno di notte vengono più. Io sì però: alcune notti, naturalmente con il permesso di mia moglie che per fortuna è molto comprensiva, vengo a scrutare il fiume nel buio, ad osservare la natura, ad ammirare le stelle e ad ascoltare il silenzio delle acque che spero mai più saranno disturbate.

  • Quella mattina in aula

    Quella mattina in aula

    Il prof. Virgilio arrivava a scuola in bicicletta, “inesorabilmente”… mai che un raffreddore, una febbriciattola od una malattia lo vedessero assentarsi dal posto di lavoro. Le uniche assenze che si concedeva erano quelle in occasione del congresso della Democrazia Cristiana, che poi recuperava scrupolosamente.

    Ogni mattina, dieci minuti prima del suono della campanella di entrata, abbigliato a seconda della stagione, sempre in giacca sotto l’impermeabile o sotto il cappotto lasciava la bici nella rastrelliera, riparata dalla tettoia, e si avviava, claudicante e da solo, lungo la scala per farsi trovare in cattedra dagli alunni della prima ora mentre sfogliava, sino al suono della campanella, il quotidiano per aggiornarsi sulle notizie del mattino.

    Certamente, soprattutto nei primi anni, la Sua imponente serietà incuteva soggezione, per cui bastava la sua presenza per acquietare i nostri bollenti spiriti giovanili. Le imitazioni erano sempre garbate ed affettuose perché, con il passare degli anni, il timore iniziale si era tramutato in stima ed il rapporto in fiducia anche quando il suo ruolo gli imponeva di ‘regalarci’ delle insufficienze… Abbiamo capito maturando che non erano mai punitive ma di stimolo e per farci crescere. Alla fine del quinquennio Lui ci aveva adottato e noi avevamo adottato Lui. A volte in aula c’era il momento della battuta, dell’ironia e persino dell’autoironia….

    Un episodio per tutti. Il Professore raramente girava tra i banchi e solo saltuariamente controllava gli esercizi assegnati per casa… semmai chiedeva a noi se volevamo che qualcuno, non risolto, fosse corretto nel qual caso sceglieva un “..bravo ragazzo..” e lo mandava alla lavagna a svolgerlo… eventualmente sotto la Sua guida se era veramente impegnativo… In qualche occasione, verso la metà del trimestre faceva una verifica del lavoro domestico chiamando singolarmente gli allievi alla cattedra. A Lui era sufficiente vedere che si era provato e riprovato a svolgere l’esercizio od il problema e nessun rimprovero c’era per chi lo avesse eventualmente sbagliato… Ma i giovani sono giovani, le distrazioni molteplici per cui poteva capitare che qualcuno non avesse svolto i compiti per casa ed allora il Prof. se lo appuntava sul registro e certamente ne avrebbe tenuto conto, in caso di incertezza, in sede di voto trimestrale….

    Come si può ben capire non era facile presentarsi alla cattedra senza esercizi svolti, ma tra i ragazzi ci sono sempre quelli “creativi” che inventano simpaticamente scuse, imprevisti o situazioni improponibili pur di farla “franca”…

    Uno di questi era Braggion, che si era già giocato in quattro anni di scuola i funerali di “sette/noni”, troppi per un docente di lettere, figuriamoci per uno di matematica, e quella mattina…

    “Braggion venga alla cattedra…”

    Braggion, uno dei primi in ordine alfabetico quella mattina non solo non aveva svolto il problema assegnato, ma neppure si era portato il quaderno…

    Braggion si alza e si avvicina a mani vuote alla cattedra…

    Il Professore lo guarda e, vedendolo senza quaderno, chiede “Ha svolto il problema?”

    Braggion con incredibile disinvoltura: “Vede Professore io a casa studio su un tavolo vicino alla finestra della mia stanza, sopra il tavolo ho un pacco di fogli di riciclo che uso per brutta copia per tenere in ordine il quaderno, sotto un cestino. Ho letto e riletto il testo del problema, preso un foglio e, fatta la rappresentazione, ho messo l’incognita nel raggio… e lavora, lavora, lavora non sono pervenuto ad un risultato utile ed allora ho appallottolato il foglio e l’ho buttato nel cestino….”

    “E bravo Braggion! – risponde il Professore facendo finta di credere, mentre in aula a stento si trattengono i sorrisi maliziosi – Poi Lei si è subito arreso e così oggi non mi ha potuto portare niente…”

    “E no, Professore, non è finita così – continua lo studente da attore consumato – perché io ho preso un secondo foglietto ed ho messo l’incognita nell’angolo e, dopo una nuova elaborazione, non sono pervenuto al risultato… allora ho preso il secondo foglietto e, dopo averlo accartocciato, l’ho buttato nel cestino…”

    Tra i banchi c’è sorpresa e meraviglia davanti a tanto osare, e molti si mettono a ridere a testa bassa….

    “ E bravo Braggion! – riprende Il prof. Virgilio guardandolo in viso con un incoraggiante sorriso – e così Lei ha fatto una seconda scelta errata!”

    Sempre più preso dalla parte, ormai in cerca solo dell’applauso finale, per rendersi credibile alzando il tiro…: “Sì Professore, ma non è finita qui, perché poi ho preso sul tavolo un nuovo foglietto, ho messo la x incognita nella “corda” ed ho rielaborato il problema; non pervenendo, ancora una volta, a nessun risultato….ho accartocciato il foglio e l’ho buttato nel cestino…poi ho desistito..”

    Noi allievi non riuscivamo più a trattenerci, ed anche il Professore, pur stando al gioco, sorrideva compiaciuto per tanta “spudorata inventiva”… Ma a quel punto doveva una risposta al “disinvolto” studente ed alla classe…e con assoluta tranquillità:

    “Vede Braggion, le consiglierei la prossima volta di non usare i foglietti, mi creda: meglio un quadernino! Ed adesso indovini un po’come va a finire questa storia…: io qui ho una penna – e dicendolo portava la sua mano sulla stilografica nera che teneva nel taschino della giacca e lentamente svitava il cappuccio – e sulla cattedra, guarda caso, come vede ho un registro: ebbene, visto che lei ha fatto tre tentativi e li ha sbagliati tutti e tre, io le metto un tre sul registro e ci vediamo a settembre…vada pure a posto e…avanti il prossimo…” E, pur non tenendone conto, è poi finita proprio così!

    La risposta, degna della magistrale interpretazione, chiuse l’insolito siparietto. Tralascio il dopo campanella facilmente intuibile… L’insegnante dell’ora seguente trovò una inspiegabile agitazione in aula quella mattina…

  • Le eccezionali navi di Caligola

    Le eccezionali navi di Caligola

    Solo sulle ali della fantasia possono oggi veleggiare le navi romane. Imbarcazioni costruite con perizia da un popolo, inizialmente interessato alla sola espansione terrestre, convintosi poi a percorrere le vie del mare con imbarcazioni sempre più solide ed agguerrite, per contrastare la potenza cartaginese. E fu così che ben presto i romani imposero il proprio dominio sul Mediterraneo, ampio specchio d’acqua poi familiarmente ed orgogliosamente chiamato “Mare Nostrum”.

    In quei tempi lontani certamente molte navi romane raggiunsero il porto di Adria, importante emporio commerciale, già attivo ai tempi dell’espansione greca e poi etrusca. La città, che chiede il suo nome al mare Adriatico, conservò il suo ruolo di centro vocato agli scambi anche quando rientrò a far parte saldamente dello stato romano, come testimoniano chiaramente i reperti esposti nel museo archeologico cittadino.

    Prodotti ed uomini raggiungevano dunque quotidianamente Adria provenendo dalle terre del Mediterraneo con navi di varie dimensioni; imbarcazioni non solo mercantili, ma anche di natura militare; queste ultime inviate da Roma anche allo scopo di contrastare le incursioni marine dei popoli illirici.

    A questa epopea navale, così lontana nel tempo, si è rivolto con sempre maggior passione l’interesse di un polesano: Nicola Stoppa di Cavazzana, frazione di Lusia. Raggiunta l’età della pensione, dai primi anni ‘90 ha dedicato studi ed energie per ricreare in miniatura varie imbarcazioni del passato, con particolare attenzione proprio a quelle del periodo romano. E non sono mancati i riconoscimenti al paziente quanto oculato lavoro, dato che le realizzazioni vengono frequentemente esposte in occasione di mostre generiche o a tema, ricevendo sempre l’attenzione e l’ammirazione dei visitatori.

    Purtroppo, dal gennaio 2009, una malattia ha messo fine alla vita e all’ingegnosità di Nicola Stoppa, ma le sue navi continuano a raggiungere le esposizioni grazie all’interessamento della moglie e dei figli, pronti ad aderire alle varie richieste e a tener viva la memoria di un cultore tanto amato e stimato. E così “Caesar”, la bireme romana, trova ancora occasioni di apprezzamento assieme alla “Taurus Rubrus”, invitta nave da guerra, e ad altre imbarcazioni costruite seguendo i modelli di quell’epoca.

    Ma sono soprattutto due sorprendenti quanto eccezionali imbarcazioni a richiamare l’attenzione del pubblico; riproduzioni di due grandiose galleggianti nate per dominare, con la loro imponenza, le acque del laziale lago di Nemi. Non navi per il commercio, dunque, e neppure per la guerra, ma realizzazioni portate a compimento nel I° secolo dopo Cristo in ossequio alla volontà dell’imperatore Caligola: due navi costruite allo scopo di stupire e di eternare con la loro magnificenza la fama di un imperatore che, dalle pratiche religiose dell’antico Egitto, aveva mutuato l’idea della propria natura divina.

    Due imbarcazioni davvero eccezionali, che Nicola Stoppa ha riprodotto in miniatura con puntigliosa attenzione a non trascurare alcun particolare. La prima è una “Nave Palazzo”, copia in scala di quella fatta progettare da Caligola in modo che fosse adatta per ospitare una vera costruzione in muratura: un palazzo di oltre 600 tonnellate, decorato con mosaici ed affreschi, dove l’imperatore poteva soggiornare con servitù al seguito. La seconda è una “Nave Tempio”, caratterizzata dalla presenza di un vero e proprio edificio sacro, dedicato probabilmente a Diana, la femminile divinità romana che maggiormente si avvicinava all’egiziana Iside, divinità il cui culto era apprezzato da Caligola.

    Due imbarcazioni, dunque, del tutto fuori dagli schemi della tradizione; grandiose nella loro struttura, costruite da artigiani abilissimi, in grado di soddisfare le stravaganti megalomanie di un imperatore folgorato dal mito della maestosità egiziana. Navi che lentamente solcavano le acque del lago di Nemi nelle notti di plenilunio, in un clima di grande suggestione, nel succedersi di ritualità che rimandavano ad antichi culti.

    Va detto che il ricordo delle due mastodontiche galleggianti è sopravvissuto nei secoli, cosicché i racconti ad esse legati non sono venuti meno nel tempo, nonostante che, alla morte cruenta dell’imperatore, avesse fatto seguito il loro affondamento doloso. Un atto quest’ultimo nato dalla volontà di cancellare, con la distruzione delle gigantesche imbarcazioni, anche il ricordo del suo promotore. Una sorta di “damnatio memoriae” che però non ha raggiunto l’obiettivo, tanto che, nel XV secolo Leon Battista Alberti volle verificare la realtà del racconto, riuscendo ad identificare sul fondo del lago i grandi relitti, senza però essere in grado di farli riemergere.

    Un progetto quest’ultimo ripreso dopo cinque secoli, e portato a compimento con tecnologie più appropriate nel 1928, in epoca fascista, in ossequio alla volontà di portare alla luce importanti vestigia della romanità. Un filmato dell’epoca, da qualche tempo in possesso della famiglia Stoppa, documenta il complesso recupero dei grandiosi resti delle due navi. Fece seguito il loro collocamento in un apposito museo costruito a Nemi, che poi purtroppo subì gravi sfregi nel corso della seconda guerra mondiale, con la pressochè totale distruzione delle imbarcazioni recuperate.

    Le due navi del lago di Nemi oggi sono dunque visibili ed apprezzabili, soltanto nelle riproduzioni di Nicola Stoppa. Modelli realizzati con attenzione a non trascurare alcun particolare, aprendo uno squarcio su una vicenda della storia romana che suscita interesse, stupore ed ammirazione.

  • Gli scatti di Toni Gnan

    Gli scatti di Toni Gnan

    Vanno osservate in silenzio le foto di Toni Gnan, ascoltate, interiorizzate… Sono ritratti di un territorio dal profilo a volte dolce, altre affilato, misterioso, diverso, nascosto, solare. Toni ama la sua terra, la conosce e per questo con le sue inquadrature la trasmette in maniera diretta, semplice, assoluta.

    Spesso mi capita, in giornate nelle quali gli agenti atmosferici accendono i colori e gli umori del Delta, di intravedere Toni, macchina fotografica alla mano, affrontare le intemperie con l’unico scopo di immortalare alcuni dei volti cangianti della nostra terra.

    Ed ecco che, attraverso il suo obiettivo, le barche prendono forma e personalità: sono sospese in specchi d’acqua di Valle o di Sacca; portano a casa qualche pescatore solitario lasciando una scia luminosa “all’ora che volge al desìo e ai naviganti intenerisce il core..” o si riposano adagiate delicatamente su qualche scanno mentre i bagliori argentati della luna le accarezzano.

    Ecco gli eleganti e alti pioppi cipressini incorniciare un viale incendiato dai colori dell’autunno; ed ancora si scorge la figura di un vecchio signore che si allontana scandendo a passi felpati sulla neve un tempo infinito.

    Ecco un campo di mais, delle case di campagna, testimoni di una tradizione rurale che sembra esistere dalla notte dei tempi. E ancora… un “incontro”, tra sabbia e mare, tra due bastoni adagiati sulla spiaggia che disegnano forme strane, tra due figure umane che si sfiorano appena.

    Ciò che colpisce delle foto di Toni è l’intensità e la “personalità” dei paesaggi, delle case rurali, delle reti dei pescatori, delle barche, degli alberi, degli uccelli: sono loro i veri protagonisti, e comunicano in pieno l’atmosfera così affascinante del Polesine. Le figure umane sono spesso ritratte di spalle, e sembrano completamente assorbite da questo grande spicchio di mondo circolare e piano, dai confini infiniti dove ancora acqua e terra regnano sovrane.

    Mio padre diceva che il Delta è come una donna dalla bellezza non scontata, diversa, interessante, dai mille volti: stanchi, sfavillanti, malinconici, pieni di luce, ovattati. E solo lo sguardo attento di un artista può cogliere queste mille sfumature; solo chi sa ascoltare e guardare in silenzio può comprendere la magnificenza di quest’angolo di Italia ancora poco conosciuto.

    Il mio invito è quello di sederVi di fianco a Toni Gnan, e di guardare con i suoi occhi, di ascoltare con le sue orecchie…

  • La poesia delle cose

    La poesia delle cose

    Ho conosciuto Enzo Cacciatori nel 1974, in occasione di una mostra collettiva organizzata dal Comune di Porto Tolle e dalla Pro Loco. Aveva 30 anni e viveva a Milano dove si era trasferito da un decennio: c’era andato nel 1963, poco più che diciottenne, nel periodo nel quale tanti polesani emigravano in Lombardia e in Piemonte in cerca di condizioni migliori di vita.

    Ma oltre all’attività lavorativa, Enzo Cacciatori in terra lombarda aveva avuto modo di veder sbocciare una forte passione per la pittura, ottenendo risultati apprezzabili, di cui si ebbe notizia anche nel suo paese natìo.

    Fu così che, nel 1993 (trenta anni dopo la sua emigrazione) fu invitato ad esporre a Porto Tolle in una collettiva di pittori del territorio. L’iniziativa era stata avviata dalla biblioteca civica che, con l’obiettivo di far emergere e valorizzare le esperienze locali, aveva proposto una rassegna di artisti portotollesi, che ebbi l’onore di presentare. Tra gli altri quadri esposti, alcuni lavori di Enzo, che fecero balenare l’idea di dedicargli una mostra esclusiva.

    Il progetto si concretizzò soltanto nel luglio del 2000, quando però Enzo Cacciatori aveva lasciato questa vita da qualche mese. Fu una bella esposizione personale, purtroppo postuma, doveroso omaggio ad un artista che, pur vivendo lontano, è sempre rimasto saldamente legato alla sua terra di origine. Si trattava di una mostra antologica nella quale, ovviamente, era riunito un limitato numero di opere, tali comunque da rappresentare esempi caratteristici di quasi trent’anni di pittura, dando una chiara idea del suo modo di dipingere.

    Una rapida lettura delle tele che Enzo ci ha lasciato, mette in evidenza una indiscutibile abilità che gli ha permesso di creare immagini particolarmente limpide e luminose. Si tratta di composizioni semplici, che non ti obbligano a un ragionamento, a cercare un messaggio (che pure c’è), ma ti colpiscono per l’elegante rapporto tra i colori, con prevalenza delle tonalità grigie, molto trasparenti, che rendono perfettamente la visione di un Delta immobile, silenzioso, nel quale neppure avvertiamo lo scorrere del tempo. Un paesaggio che, pur essendo sempre lo stesso, diventa motivo di ispirazione per un numero altissimo di raffigurazioni.

    Un paesaggio che sa essere malinconico e dolce allo stesso tempo.

    Nei cataloghi e nei depliant delle mostre, Enzo Cacciatori è stato spesso definito un “pittore chiarista”. Io non amo queste etichette. Preferisco dire che faceva “buona pittura”, una pittura molto legata all’ambiente veneto, e questo carattere veneto lo trovo presente anche nelle sue vedute del Ticino o di altri luoghi della Lombardia.

    I quadri sono caratterizzati da toni luminosi, da un’atmosfera di malinconia, accentuata dalla solitudine dei luoghi, che mancano di qualsiasi presenza umana. Anche quando ci sono i segni dell’uomo, come barche, case, o la capanna sulla spiaggia del piccolo olio con la spiaggia di Bastimento, sono barche, case e capanne che sembrano abbandonate.

    È una intonazione di malinconia quasi sempre presente. Solo raramente assistiamo ad alcune esplosioni di colore, come nei campi fioriti, dell’ultima produzione.

    A differenza di coloro che dicono che basta un’idea originale e un messaggio forte per fare arte, io sostengo che la pittura è prima di tutto un fatto visivo e che il risultato è legato a quello che io chiamo la “conoscenza del mestiere di pittore”; credo cioè che sia necessario riprendere e valorizzare certi valori propri della pittura che sono: il mestiere, la passione, l’amore per l’arte, l’accostarsi con umiltà a quella che possiamo definire la poesia delle cose. Enzo possedeva tutto questo.

    Virgilio Guidi, il grande pittore veneziano (veneziano d’adozione perché era nato a Roma), diceva che la poesia dell’opera d’arte è data dalla luce. Questo Enzo l’ha capito.

    Ha dipinto la realtà, ma non la realtà esattamente com’è, quanto piuttosto la realtà filtrata dalle sue emozioni e dal grande amore per la natura che certamente aveva dentro. Il risultato estetico e l’impressione che si ha nel guardare i suoi quadri sono sempre piacevoli.

    Enzo amava la pittura come la musica, o la musica come la pittura, e quindi tutte le sensazioni e tutti i sentimenti semplici e immediati. Sentimenti e sensazioni che è riuscito a trasmetterci.

  • Il paesaggio inquieto di Gabbris

    Il paesaggio inquieto di Gabbris

    Non è facile mettere insieme poesia, musica e arti, senza limitarsi a un mero accostamento e cercando piuttosto di trovare un punto di sutura profondo, un congiungimento che non significa l’impossibile «opera totale», tanto vagheggiata nei primi decenni del Novecento dalle avanguardie storiche, ma una coincidenza, una sintonia attiva, che si fa suggestione fantasmatica e al tempo stesso luogo vero e proprio.

    Ci ha provato, e con successo, la Fondazione Banca del Monte in collaborazione con il Comune di Rovigo e quello di Lendinara e con il patrocinio della Regione e il contributo di Guerrato s.p.a. dedicando una mostra e un convegno a quel Novecento Polesano, che sembra perduto e che invece, di tanto in tanto, lascia intravedere il suo volto tormentato e enigmatico dietro la maschera di un provincialismo che troppo spesso ha soffocato la sua voce e misconosciuto nell’inettitudine la sua verità profonda.

    Tutto era cominciato qualche anno fa con l’allestimento di uno spazio permanente dedicato allo scultore Virgilio Milani e il restauro di alcune sue opere (dal bassorilievo del Palazzo Ina alla Fontana della Riconoscenza nel piazzale della stazione), per poi proseguire con una serie di mostre dedicate rispettivamente a Gino Pinelli, Edoardo Chendi e Tono Zancanaro (in collaborazione con l’Accademia dei Concordi) e un convegno con pubblicazione degli atti e spettacolo per Eugenio Ferdinando Palmieri.

    Ecco, allora, a cavallo tra febbraio e marzo 2012, una nuova mostra d’arte, che è diventata occasione di una pluralità di interventi e riferimenti. Una mostra intesa come il primo e, in termini cronologici, anche l’ultimo capitolo di una storia d’arte e cultura che investe tutto il secolo scorso, con una prospettiva che è europea e internazionale, dato che uno dei numi che fanno da puntello a questo progetto è quel Giuseppe Marchiori, originario di Lendinara, che è stato uno dei maggiori critici e storici dell’arte del Novecento, autore di innumerevoli saggi e monografie e padreterno del Fronte Nuovo delle Arti. A lui, appunto, è stato dedicato un convegno (in sala Flumina al Museo dei Grandi Fiumi) e nel suo nome sono previste altre iniziative, compresa una schedatura del materiale edito e inedito. Il tutto in vista di un Museo del Novecento in Polesine.

    Ma il centro, non certo occulto, era il ritorno alla pittura creativa, dopo quasi trent’anni, dell’artista rodigino Gabbris Ferrari, documentato e testimoniato da una doppia mostra con il titolo «Paesaggio inquieto», curata da Ivana D’Agostino nelle sale dell’ex Monastero degli Olivetani a San Bortolo e in Pescheria Nuova, che ha costituito una autentica riscoperta e ha attirato numerosi visitatori nell’arco di poco più di un mese.

    Gabbris Ferrari era diventato pittore, quando era ancora poco più di un ragazzo, affascinato dalle lezioni e dalle opere di Angelo Prudenziato. Da Prudenziato aveva, forse, appreso che la pittura è qualcosa che ha a che fare con tutto ciò che è fisico e tangibile, che le forme sono le cose e che tutto bisogna toccare e sperimentare. Ma presto aveva imparato che la pittura (e l’arte, più in generale) è anche esorcismo, capacità di esprimere che va oltre il tangibile, intuizione e avvicinamento progressivo, memoria incompiuta che continua nel tempo.

    E c’erano state le stagioni di una storia personale, che aveva trovato felice, ma provvisoria, risoluzione sui palcoscenici dei teatri, dove la pittura era percepibile dappertutto, ma viveva solamente in funzione di una rappresentazione. Tanto più che, a rileggerle con il senno di poi, le pitture della giovinezza di Gabbris avevano già una loro valenza teatrale, con forme in opposizione, personaggi in movimento. Ma il taglio con la pittura, anche se non era stato netto, c’era stato per davvero. La scena era il luogo delle contraddizioni e il punto di fuga, un bagliore che si consumava in uno sguardo solamente.

    Già nelle prime scenografie era apparsa ben evidente una atmosfera ludica, che si giocava tra ironia e forme leggere fino all’instabilità e alla mutevolezza. La pittura era anche diventata, sotto le mentite spoglie del disegno, appunto di viaggio, riflessione e confessione, sfogo, indizio di altri percorsi e perfino (ma lo sapeva Gabbris?) divinazione.

    Insomma, pittura prigioniera e al servizio di qualcos’altro, per vent’anni e più, anche se, in segreto, qualcosa ribolliva. Nel tempo erano arrivate ricognizioni ricche di suggestione nella poesia, tanto che l’artista aveva sentito il bisogno di tornare a un vecchio e perduto amore della giovinezza, la recitazione, non intesa come esibizione, ma piuttosto invito a scoprire insieme. E come avviene con il trascorrere degli anni, di molti anni, tutto ritorna, passato e presente si scambiano i ruoli e convivono.

    Insomma, il pittore Gabbris era (ri)nato proprio a questo punto, quando il viaggio sembrava approdare in un porto definitivo, che invece, come era capitato a Ulisse e ad altri ancora, era un luogo da cui partire nuovamente, con un itinerario mai casuale e sconosciuto, ma neppure noto, perché deciso e individuato di momento in momento.

    È forse per questo che Gabbris, dopo quasi trent’anni di lontananza, ha dipinto e realizzato in pochi mesi, in uno stato di euforia e di turbamento, una settantina di opere, molte di grande formato e di felicità espressiva, in cui gioia e dolore si mescolano e si mascherano in colori luminosi e chiari, in forme sempre più inafferrabili, con presenze misteriose, ma anche rivelatrici. Il fatto è, come ha chiarito l’artista, che «un’opera non nasce quando viene progettata e realizzata, ma quando la si pensa, magari molto indietro nel tempo. E queste opere sono davvero pensate e realizzate in funzione di un passato poetico e personale». Cinque capitoli di una storia artistica, che si inseguono e si mischiano: legni (che vengono dal mare con echi e voci di altre persone e altre storie), geometrie e paradigmi (quasi un sublimato della pittura antica e degli ideali del Rinascimento), paesaggio inquieto (il Polesine trasfigurato, ma non solo), nuova Itaca (i viaggi e i ritorni), sesto senso e albedo (come dire la luce visibile). C’è poi uno splendido catalogo (dedicato a Martino, il figlio perduto dell’artista) che ripropone le settanta opere in mostra e che già per conto suo è un’ulteriore opera d’arte.

    In quelle che potremmo definire opere maggiori, senza tuttavia far riferimento a sciocche e inutili graduatorie ma semmai al gusto personale, si avverte un formicolio di personaggi appena evocati attraverso forme diverse e composite, ma sempre in una irrinunciabile bidimensionalità, così che la pittura rimanda al disegno ritrovandone la felicità creativa, ma cancellandone al tempo stesso la dipendenza dal segno nell’insistenza sugli acrilici e sui pastelli, che, appunto, ritrovano la felicità del colore. Conta in queste opere (La macchina del cemento in un luogo indifeso, Macchina volante dalle parti di Pellestrina, A volo di uccello in laguna, Lasciare Venezia, Verso una nuova Itaca, Viaggio in comitiva) l’evocazione diretta, ma anche un più sottile intreccio di memorie e umori, così che libertà e pienezza, felicità e tristezza (mai o quasi disperazione), giovinezza e vecchiaia si mescolano in continuazione, come nella vita. Conta, ancora, il gusto del racconto, ma senza più scansioni temporali, in una sorta di fuga continua e continuo ritorno di tempi e personaggi e oggetti e macchine.

    A restituire gli estri e gli sperimentalismi di una ulteriore ricerca, ci sono anche i legni (tutti raccolti in Pescheria Nuova). Legni di recupero, ritrovati sovente là dove il delta si spinge con spiagge e spiaggette improvvise e bianchissime verso il mare. E l’odore di mare e di sabbia ancora si avverte, più nella scansione di forme che nascono da se stesse che non dall’aria. Le composizioni, curiosamente, ritrovano il segno e il gioco dell’abbozzo. Ci sono, infine, altri legni, quelli dell’albedo e dell’alchimia, ridipinti e laccati con colori purissimi e intensi, che danno speciale luce all’alternanza di geometrie lucidissime e fortemente pensate, che puntano alla ripetizione ma non alla serialità e che trovano forse origine e perfino sostanza in altre due opere, che evocano una terza media del 1950 e quei cubi e sfere e piramidi che il primo e lontano maestro, Angelo Prudenziato, usava per far disegnare i suoi allievi, insegnando, con parole semplici e soprattutto esempi pratici, che dalla realtà si poteva giungere, sperimentando, alla metafisica.

    Dopo oltre un mese, le due mostre si sono chiuse con una sorta di felice happening organizzato da Donatella Girotto, che ha tirato in campo le altre arti, la poesia e la musica e la danza, facendo appello alla fantasia e a tanti amici per una serata davvero memorabile che ha finito per diventare una emozionata approssimazione alla poesia e alla pittura, alla musica e al teatro.

    Proprio i versi, dapprima, introdotti da un ispirato Marco Munaro e detti con straordinaria finezza e talora perfezione da Luigi Marangoni e Letizia Piva, hanno trovato una temperatura emotiva alta e segreta, una strategia dell’immaginario che ha forzato i confini del quotidiano e gli arzigogoli delle geografie, per cogliere paesaggi sognati, ma con i colori e i suoni della realtà. Nell’abbraccio di passato e presente e nelle parole dei poeti, le storie e i sentimenti non mutano, anche in quella prima periferia del centro storico in cui ancora palpitano lontani i sogni infranti degli Umiliati che avevano eretto la loro casa destinata a diventare una chiesa e un monastero che aveva preso i colori degli Olivetani. E nell’eco dei versi splendidi di Umberto Saba e Virgilio Giotti, Biagio Marin e Giacomo Noventa, Andrea Zanzotto e Bino Rebellato, quella sala rivelava un pubblico attento e commosso, ma anche altri artisti e poeti che si erano occultati fra gli amici, per cogliere il singhiozzo dissimulato del tempo perduto in quella perfetta evocazione di una giovinezza favolosa che è la poesia che Eugenio Ferdinando Palmieri aveva scritto in morte di Livio Rizzi.

    E non a caso “Il paesaggio inquieto” era il titolo della mostra in chiusura, che subito dopo Gabbris Ferrari aveva illustrato e raccontato con un po’ di commozione tra i grandi quadri di pittura ritrovata e riconosciuta.

    Poi la cena in Taverna (che in altri tempi era stata il ricettacolo degli artisti rodigini) tra brindisi e promesse, per correre, infine, con l’accompagnamento della band del Venezze, in Pescheria Nuova a chiudere il cerchio festoso e insondabile con il violoncello profondo di Vittorio Piombo e l’arte scenica sempre stupefacente di Thierry Parmentier. Tutto questo, si sa, finirà presto per concentrarsi in una sorta di palla che saltellerà nel tempo, andando e ritornando, proprio come la gioia e la memoria.

  • Angioletta Masiero e il “Tango”

    Angioletta Masiero e il “Tango”

    “Tango”, e le poesie paiono snodarsi coinvolgenti come il ritmo del ballo. “Tango” è il titolo dell’ultima raccolta di composizioni poetiche firmate da Angioletta Masiero. Un accattivante volumetto, edito da La Galiverna di Battaglia Terme, che presenta 22 liriche dedicate al sensuale ballo che in Argentina ha raggiunto l’apice delle figure e delle movenze provocanti.

    Lento e misterioso il “Tango dell’ombra” apre la particolare silloge poetica con questi versi:

    Sei nell’arco breve della luna muta, nel riposo dell’anima che ascolta il respiro della notte…

    Segue il “Tango della nostalgia”, che prende corpo da una sensazione di smarrimento; i passi sono lenti:

    Ho freddo nelle ossa e anche nel cuore.

    Le lacrime mi rigano il volto…

    Il tango è un pensiero triste che si balla, suggerisce E. Santos Discépolo. I movimenti sono rapidi, corti, fremono i ballerini, l’abbraccio è stretto, accende il desiderio, la dama si fa audace, chiede un gentile gesto d’amore e in “Tango della rosa” sussurra:

    Me la porteresti una rosa?… Una rosa rossa per i miei capelli scuri…

    E il ballo diviene un dialogo, un gioco amoroso di battute, sottintesi, una scaramuccia galante, poetica. In “Tango amoroso” fa eco il tanghero:

    Tu mi chiedi una rosa? Te ne porterei a fastelli… …pegno di dolcezza e di vigore…

    Il ritmo ora è passione, e in “Tango della seduzione” brucia la pelle:

    Slacciami piano la veste. Sotto le dita la grana impalpabile della pelle. La pelle misteriosa da baciare.

    Ardente, il ballo palpita e si accende in un circolo virtuoso che consente l’improvvisazione e la liberazione di sensazioni fantastiche.

    Nelle sue liriche dedicate al tango Angioletta Masiero ripercorre sequenze della sua vita in un eccitato, vertiginoso turbinio di ricordi. Tradimenti, amori, solitudini, ombre, delusioni: scorrono i fotogrammi poetici al ritmo della milonga. L’amatissima madre Lucia, la luna ispiratrice, il mare, gli amici più cari e il mondo misterioso della notte, i segreti, l’oscurità, nostalgia, rimpianto, le streghe, conoscenze occulte, in un sabba che diviene ossessivo “Tango.”

    Una silloge – confessa la scrittrice rodigina – ispirata dalla musica di Astor Piazzolla per il fascino misterioso, stregato che sa creare. Il tango argentino – sottolinea – è un segno indelebile di una cultura antica, della musicalità africana: “tango” in una delle tante lingue africane significa “insieme”; in latino tangere è toccare, tango: io tocco.

    Intrigante e complessa anche la lingua del malinconico, sensuale ballo: il “lunfardo”, uno slang di prigionieri usato nelle carceri per non farsi comprendere dalle guardie, ma gergo anche di Buenos Aires, con termini di origini diverse tra cui varie parlate d’Italia quali il genovese, e il napoletano portate in Argentina dagli Immigrati.

    Anche le liriche della Masiero evocano riti antichi e danzano eleganti, rapide, in un sussulto di echi, palpiti segreti. Un percorso poetico il suo, ricco di riconoscimenti, attestazioni e premi, che è iniziato negli anni della prima adolescenza.

    Per saperne di più incontro l’apprezzata poetessa, grandi occhi verdi, lisci capelli corvini, dolce ed enigmatica, forme morbide, voce suadente.

    – A quanti anni hai scritto la prima poesia? chiedo

    “Lo ricordo benissimo, la mia prima poesia la scrissi a 12 anni, si intitolava ‘Nel silenzio’. Un evento importante per me e la mia mamma, Lucia Dionisio, che, a sua volta, fu invogliata a comporre versi sia in vernacolo che in lingua italiana, gratificate da numerosi, importanti premi regionali e nazionali. La mia passione per la scrittura si rivelò sin dalle prime classi elementari, quasi una predestinata. Rammento che la cara maestra, Maria Nicolai, leggeva i miei componimenti ai compagni e li portava anche nelle altre classi del plesso scolastico. A volte mi mandava dove teneva lezione la signora Manzolli, una bravissima maestra elementare, apprezzata poetessa e scrittrice, che dopo averli letti, vergava “bravissima”, ed io ne andavo orgogliosa”.

    – So che hai vinto moltissimi premi letterari, quanti anni avevi quando ti fu conferito il primo?

    “Ho conseguito oltre trecentocinquanta primi premi sia per la prosa che per la poesia in italiano e vernacolo. Il primo a 15 anni, al prestigioso concorso “Lerici-Pea”. Fra segnalazioni, riconoscimenti di varia natura penso di averne ottenuti circa un migliaio”.

    – Fra le importanti figure della letteratura e della poesia italiana con i quali hai avuto contatto chi ti è rimasto nel cuore?

    “Senza dubbio per umanità, cultura, disposizione verso l’altro, il poeta Andrea Zanzotto che per le mie poesie dimostrò apprezzamenti e attenzione particolare. Incrociai anche Mario Luzi, Vittorio Messori, Luigi Montobbio, giornalista a livello nazionale. Ricordo con piacere l’amicizia che mi legò a Dino Durante ad Angelo Savaris, il prof. Romanato, Augusto Alessandri, Flaminio De Poli, G.A. Cibotto, Manzolli Modonesi, alla quale fui legata da profondo affetto. Molti di questi scrittori frequentavano la mia casa che era diventata una sorta di “salotto letterario” della città”.

    – Hai promosso e promuovi eventi e concorsi letterari in Polesine, hai invitato molti artisti facendolo crescere culturalmente.

    “Sì, mi sono sempre prodigata per diffondere non solo la poesia ma anche la pittura, la musica, l’arte in genere. Ancora molto giovane sono stata la madrina di tanti artisti. In questi giorni sto organizzando il “Premio Internazionale Villa Selmi”. Si articola in 5 sezioni, libri editi di: poesia, narrativa, saggistica, monografie di artisti e libri di fotografia”.

    – Anche come giornalista hai iniziato giovanissima.

    “Infatti, giornalista dal 1982, una delle più giovani del Veneto. Quest’anno, a Venezia, l’Ordine dei giornalisti, mi conferirà un riconoscimento per i miei trent’anni di attività”.

    – Come è nata l’idea di “Tango”? Quanti libri hai pubblicato complessivamente?

    “70 cataloghi d’arte per scultori e pittori italiani, russi, tedeschi, rumeni, inglesi, francesi e 12 pubblicazioni di poesia e prosa. L’ultima di queste è proprio la silloge dedicata al “Tango”, scritta in 45 giorni dopo aver ascoltato le note di Astor Piazzolla. Sorpresa e molta soddisfazione per le favorevoli recensioni specie via Internet. Da questo libro ho tratto lo spettacolo “Il tango si racconta”, un successo le prime rappresentazioni. E’ un monologo sulla sensuale danza con recitazione, all’interno, di alcune poesie dell’omonima raccolta. Nella rappresentazione sono accompagnata dal “Duo Dissonance” composto da virtuosi musicisti di Belluno”.

    – Lettrice e attrice, sei impegnata in qualche spettacolo?

    “Ho scritto i testi e partecipo come attrice alla rassegna annuale “Spettacoli del Mistero” Manifestazione indetta dalla Regione Veneto e dall’UNPLI Regionale. Le commedie sono ideate dall’editore e commediografo padovano, prof. Gianfranco Turato. I vari spettacoli a Battaglia Terme e Pernumia hanno riscosso molto successo di critica e pubblico. ‘Il ritorno di Laura’ è stato rappresentato nella preziosa cornice dell’antichissimo Oratorio della Santissima Trinità di Arquà Petrarca”.

    Un po’ fata e un po’ alchimista, a tratti sognante, a tratti precisa e pratica Angioletta Masiero, rodigina dalla nascita, sa creare attorno a sé un non so che di enigmatico e arcano. E’ giornalista pubblicista, recensore critico d’arte e critico letterario, poetessa, scrittrice di saggi critici, cataloghi d’arte. Impegnata nel sociale, da 20 anni presidente UILDM, Unione Italiana Lotta alla Distrofia Muscolare. Presenta rubriche radio e televisive, cura la trasmissione “Il salotto degli artisti” trasmessa da Veneto Oggi, canale 632.

    E’ direttrice responsabile del mensile “Athesis news.it”, 5.000 copie. Direttore editoriale de “La Galiverna” di Battaglia Terme.

  • Caberletti a San Genesio

    Caberletti a San Genesio

    Ci sono luoghi del Polesine poco noti, ma da segnalare giacché si caratterizzano per aspetti di candore e genuinità sconosciuta, infondendo dolci suggestioni a chi li raggiunge. Uno di questi si trova nella campagna di Stienta, a nord della strada Eridania. E’ caratterizzato dalla presenza di un’antica pieve: la chiesa di S. Genesio; un tempietto, isolato nel verde della fertile pianura a settentrione del Po, che ai nostri tempi viene aperto al pubblico in rare occasioni, in particolare il 15 Agosto per la festa dell’Assunzione.

    Ma un tempo non era così. E quello che oggi si presenta come una chiesetta ai più sconosciuta, alcuni secoli fa si configurava come un particolare santuario mariano, meta di un consistente flusso di fedeli provenienti da tutto il territorio ferrarese, al quale Stienta apparteneva insieme alla maggior parte dei comuni della fascia rivierasca.

    E’ stato il fascino del luogo, unito all’intuizione della presenza di una traccia storica degna di essere indagata, che ha indotto Michelangelo Caberletti a cimentarsi con particolare dedizione nella ricerca che lo ha portato a ricostruire le principali stagioni del passato della chiesetta di San Genesio e del territorio circostante. Uno studio grazie al quale è venuta alla luce una ricca quanto sorprendente messe di testimonianze, rintracciata scandagliando vari archivi storici. Documenti e mappe della zona, indagati con spirito di conoscenza e desiderio di divulgazione.

    Ne è nata un’opera di pregio, che ha ben meritato la decima edizione del “Premio Ravelli”, attribuito con cadenza biennale dal Comune di Ficarolo al più significativo studio di conoscenza relativo alla zona rivierasca del Po, conosciuta storicamente come Transpadana Ferrarese.

    E il lavoro di Michelangelo Caberletti è stato pubblicato nel gennaio 2012 dalla Minelliana col titolo “La Chiesa della Madonna di S. Genesio e la millenaria presenza benedettina tra Stienta, Gaiba, Ficarolo e Salara”, un volume di qualità anche sotto il profilo tipografico, nato grazie al sostegno dei comuni di Ficarolo, Stienta e Gaiba, della B.C.C. del Polesine e di altri sponsor.

    Ci incontriamo con lo studioso per saperne di più.

    – Dott. Caberletti, come e quando le è venuta l’idea di avviare l’importante indagine?

    “Io sono stientese di nascita e, come tutti gli stientesi, sono particolarmente affezionato alla Madonna di San Genesio. Se poi all’amore per le tradizioni locali si unisce la curiosità dello storico, Lei capisce che il gioco è fatto”

    – Prima di iniziare il suo lavoro aveva avuto il sentore che sarebbe venuta alla luce una storia tanto interessante?

    “Effettivamente, attorno alla chiesa della Madonna di San Genesio erano fiorite alcune leggende che parlavano non solo di apparizioni e di devozione mariana, ma anche della presenza di monaci benedettini già attorno all’Anno Mille. Le notizie erano talmente sfumate dal tempo da risultare quasi indecifrabili; unico elemento certo era il toponimo San Genesio”

    – Il santo martire, mimo di teatro e patrono degli attori?

    “Così almeno si diceva e si scriveva. Ma lo storico attento al territorio si poneva delle domande: cosa ci stava a fare un mimo di teatro, un patrono degli attori, in queste valli bonificate dai Benedettini? La cosa non mi ha mai convinto. Sorgeva perciò il dubbio che il San Genesio che ha dato il nome alla zona fosse un altro, più attinente alla storia del luogo, visto che l’agiografia cattolica elenca almeno una dozzina di santi con tale nome”.

    – Vuole dire che nel corso dei secoli ci sarebbe stata per così dire, una confusione di santo?

    “Esattamente e non sarebbe il primo caso. Incrociando il toponimo con le donazioni di terre canossiane all’abbazia benedettina di San Genesio vescovo di Brescello, ho scoperto la vera identità del San Genesio di Stienta e il legame del nostro territorio con quell’antico cenobio monastico.”

    – Ci sono stati dei documenti, il cui reperimento le ha provocato una speciale emozione?

    “Direi che tutti i documenti antichi suscitano pari emozione. Certamente, la scoperta del legame con l’abbazia benedettina di San Genesio in Brescello è una novità importante, di quelle che fanno riscrivere la storia del luogo e forse per questo difficile da accettare.”

    – C’è un periodo storico nella secolare vita del Santuario di S. Genesio che la ha colpita particolarmente?

    “Vede, contro il santuario della Madonna di San Genesio si sono accanite tali e tante circostanze sfavorevoli che avrebbero potuto cancellarne la memoria nel giro di pochi anni. Con l’arrivo dei francesi, per esempio, l’edificio poteva essere trasformato in una casa o in un magazzino com’era successo a tante altre chiese monastiche. Invece nessun decreto di soppressione ha potuto sradicare il rispetto e la devozione del popolo verso questo santuario e il fatto mi ha veramente colpito.”

    – Credo di poter dire che il suo libro si legge con particolare piacere perché non è un volume di soli dati storici. C’è infatti un particolare afflato narrativo che denota un’adesione quasi spirituale alla storia di San Genesio…

    “È vero, ma devo confessare di essere partito con un certo scetticismo. Superstizioni, autosuggestioni, ingenuità erano molto frequenti nel passato, poi ho capito che la storia delle apparizioni e della devozione alla Madonna di San Genesio è sovrapponibile a quella di altri santuari mariani riconosciuti dalla Chiesa e allora ho dovuto ricredermi”.

    – Lei ha scoperto il gusto della ricerca storica dopo una vita professionale di medico. Come è nata questa passione?

    “Direi grazie all’abbandono di una professione che non mi lasciava spazio per le ricerche. Ma è una scelta che si può fare solo se si hanno delle alternative, magari più gratificanti”.

    – Una ciliegia tira l’altra anche nel campo delle ricerche storiche. Quale sarà il suo prossimo oggetto di indagine? C’è già qualche idea?

    “Credo che continuerò ad occuparmi di storia locale, ho diverse collaborazioni in corso, e anche il Ventaglio ne è buon testimone.

    A livello di preferenze personali, mi affascina molto la storia dei grandi casati nobiliari. Su di uno in particolare sto raccogliendo materiale documentario, ma parlare di un progetto vero e proprio è ancora prematuro”.

  • L’eroe di guerra Gesù Crepaldi

    L’eroe di guerra Gesù Crepaldi

    Mazzorno Destro ha commemorato, domenica 25 marzo, il suo concittadino ed eroe di guerra Gesù Crepaldi, in occasione del centenario della morte, avvenuta il 12 marzo 1912 in Libia nella battaglia delle Due Palme.

    E lo ha voluto fare con una significativa cerimonia, religiosa e civile, alla quale hanno partecipato il commissario prefettizio Mariaclaudia Ricciardi, il presidente della Provincia Tiziana Virgili, l’assessore regionale Maria Luisa Coppola, il generale in congedo Emilio Doni (anch’egli originario della frazione), il vicario della Diocesi di Chioggia, molti politici locali, il dirigente dell’Istituto Comprensivo E. Maestri di Taglio di Po, i comandanti della Polizia Locale Maurizio Finessi e dei Carabinieri Giuseppe Attisani, l’assessore provinciale e docente di storia Leonardo Raito, rappresentanti delle associazioni Combattenti e Reduci e Polesani nel mondo, nella persona di Giorgio Mosca, proveniente da Arconate (Mi).

    Alla Messa, celebrata nell’antica chiesa, è seguita la deposizione di una corona d’alloro, accompagnata dall’Inno di Mameli e da altri brani patriottici, eseguiti dalla banda musicale G. Verdi diretta dal maestro Mario Marafante. A seguire, i vari interventi delle autorità, coordinati dalla signora Monica Bergamini del Circolo Acli S. Gaetano. Il commissario prefettizio Mariaclaudiaudia Ricciardi, in apertura, ha chiesto un minuto di raccoglimento in onore di Michele Silvestri, il sergente ucciso in Afghanistan qualche giorno prima; poi, dopo i saluti alla comunità di Mazzorno e ai presenti, ha detto: “La ricorrenza della morte ci porta a riflettere sul valore e sul senso del sacrificio, che tutti siamo chiamati a prestare per la Patria. Lo fece anche il nostro eroe di guerra Gesù Crepaldi, che si distinse per lo slancio verso la patria e la generosità per il suo comandante”.

    “Ricordare dopo cento anni il figlio di questa terra – le ha fatto eco la Virgili – credo sia un atto dovuto a lui e un segno di riconoscenza verso tutti i giovani che hanno immolato la loro vita per la patria in difesa di valori universali come la pace, la libertà e la democrazia che vanno ogni giorno supportati”. Breve l’intervento del generale Emilio Doni “perché i militari non sono abituati a fare discorsi, ma a operare”.

    Roberto Crepaldi, nipote di Gesù Crepaldi, per il grande giorno del nonno è arrivato da Modena. “Oggi sono a Mazzorno, perché voi siete i miei concittadini e trovo qui, accanto a voi, le mie radici”. Ha quindi letto un documento dell’Accademia Militare di Modena, che riporta a chiare lettere il glorioso gesto di Gesù Crepaldi. L’assessore regionale Coppola si è così espressa: “La cerimonia di oggi rappresenta un momento di celebrazione e di grande identità…. E’ un momento in cui dobbiamo dire grazie e se vediamo sventolare il tricolore, lo dobbiamo anche a eroi come Gesù Crepaldi: un valore grandissimo per la frazione, che per questo merita di essere valorizzata. Credo che la nostra attenzione di oggi sia quella di dare un senso di vicinanza e dimostrare che la politica è qui vicino a voi”.

    Leonardo Raito, docente di storia, ha trattato in modo specifico l’argomento relativo all’intervento italiano in Libia negli anni 1911-1912. Intervento – ha detto – “fatto su una forte spinta nazionalistica e neocolonialista da un’ Italia giovane, che festeggiava proprio allora i suoi primi cinquant’anni di vita e che non voleva essere da meno rispetto alle grandi potenze europee”.

    Al termine della cerimonia sono stati consegnati attestati di partecipazione a tutti, tra cui a Pierluigi Forza, che ha lanciato l’idea dell’iniziativa e ne ha curato alcuni aspetti organizzativi in collaborazione con il Circolo Acli di Mazzorno Destro.

  • Il M° Paride Paiola (1922-2011)

    Il M° Paride Paiola (1922-2011)

    Un anno fa, il 7 maggio 2011, è morto a Lendinara, dove dimorava, il maestro Paride Paiola. Sembra opportuno ricordare la sua figura, in particolare perché fu un personaggio importante nell’ambito della lotta partigiana in Polesine.

    Con il maestro Paride Paiola ho avuto modo di intrattenermi più volte, lo scorso anno: lo incontravo a Lendinara, dove mi recavo per motivi familiari e dove lui abitava dal 1964. Lo conoscevo già prima di questa data, cioè quando risiedeva a Castelguglielmo dove anch’io abitavo. Allora ci frequentavamo abitualmente per l’appartenenza di entrambi allo stesso partito e alle stesse associazioni del paese.

    A lui devo in particolare lo sprone perché proseguissi il suo lavoro di corrispondente del Gazzettino da Castelguglielmo, compito che egli lasciava appunto per il trasferimento nella vicina cittadina. (Una collaborazione, questa con il giornale, che ho portato avanti poi per 44 anni, favorendo fra l’altro il mio impegno con altre pubblicazioni come con questa rivista “Ventaglio 90”).

    Nei mesi precedenti alla sua morte tentai più volte di ricordare con lui gli avvenimenti del periodo di lotta partigiana, anche perché ne avevo reso una breve testimonianza nel mio romanzo “Un’alba nuova verrà”, ambientato nel periodo del tragico eccidio di Villamarzana.

    I suoi ricordi, però, ormai così lontani, a volte erano un po’ offuscati e non sempre si riusciva a far riemergere notizie chiare ed utili. O forse lui non voleva riportare alla memoria un passato così doloroso, avvenimenti che era meglio dimenticare per non soffrire ulteriormente.

    Per questo motivo, nel ricordare il suo impegno nell’ambito della Resistenza, mi avvalgo di una testimonianza da lui rilasciata nel settembre 1974 a Ives Bizzi, in modo da integrare quanto raccontatomi ed avere una visione quanto più possibile completa di questa figura di partigiano

    L’adesione alla lotta partigiana

    Dopo gli avvenimenti dell’8 settembre 1943, che portarono allo scioglimento di tutti i reparti militari, il maestro Paride Paiola lascia il suo battaglione e rientra dal Lazio dove stava combattendo.

    Ritornato a Bagnolo di Po, paese in cui allora abitava con la famiglia, entra in contatto con i giovani della zona, con i quali costituisce il primo gruppo per la lotta antifascista. Tra di loro c’è suo cugino Dino Campion di San Bellino e anche Eugenio Bombonato di Fiesso Umbertiano. Il luogo dei loro incontri è a Presciane, dove ricevono l’aiuto del parroco don Camillo Colognesi; un aiuto viene dato pure dal parroco di Bagnolo di Po don Giuseppe Melandri (sacerdoti che li ospitano e li nascondono).

    Questo gruppo inizia a preparare azioni di rappresaglia sempre più significative, come l’affondamento di tutti i mezzi di trasporto nazisti e della Repubblica Sociale sul Po tra Santa Maria Maddalena e Castelmassa.

    Compito del maestro Paiola è quello di tenere i collegamenti con il movimento del Fronte della Gioventù. Pur rappresentando nel fronte la corrente cattolica, teneva contatti con Gidoni, Spino e la Bassi che appartenevano al partito comunista. Paiola operava nella zona di Stienta e dormiva nella casa di Severino Bolognesi o di Luigi Paiato.

    Era in contatto con il CLN provinciale attraverso il senatore cattolico Saggioro e operava pure con la Polizia ausiliaria. Frequentava Angelo Boldrini di Lendinara, il geometra Giacomo Cesaro, Mimì Sangiorgio e il dottor Volpe. Con il suo gruppo operavano due delle più note staffette femminili: la Carla (Angelina Dolcetto) e la Vecia (la vedova Bacchiega) che in seguito subirono torture tremende.

    Interessante è la testimonianza che Paride Paiola dà del maestro Giovanni Tasso, uno dei partigiani più noti e importanti della zona, una guida per molti giovani ed un esempio “di onestà, di rettitudine e di una scrupolosità indescrivibile”. Con lui si trovò più volte a operare fianco a fianco ed ebbe modo di conoscerlo bene ed apprezzarlo. “Aveva una grande cultura – ebbe modo di sottolineare – uno spiccato senso di fraternità e un grande amore per il prossimo. Aveva un grande senso di amor di patria ed era attaccato all’Italia come pochi; ma ancor più che alla patria alla libertà”.

    Ricordiamo che a Villamarzana il maestro Tasso si offrì di farsi fucilare al posto degli altri ostaggi e, di questo, Paride Paiola dichiara di avere avuto conferma direttamente dal padre abate del Santuario di Lendinara, che ha assistito il maestro Tasso prima della fucilazione.

    Quando avvenne il rastrellamento di Castelguglielmo, il maestro Paiola si trovava in provincia di Verona in attesa di un lancio dagli aerei di armi per i loro partigiani. Soltanto al mattino successivo venne a conoscenza della rappresaglia effettuata nella notte nelle campagne di Precona e della cattura dei numerosi partigiani riuniti nel fienile del Fiorentin, giovani in parte reclutati da lui. Voleva, assieme ad altri, accorrere a prestare soccorso agli accerchiati, ma fu bloccato da Bonatti il quale gli impose, con il mitra spianato, di non muoversi in quanto riteneva fosse una pazzia, un inutile suicidio. “Da lontano abbiamo visto il fumo del fienile bruciato – osservò Paiola – quando la rappresaglia era già stata portata a termine”.

    Con il successivo rastrellamento di Stienta nel mese di ottobre, in cui furono fatte prigioniere più di duemila persone, Paiola fu catturato presso il ponte di Fiocco. In questa occasione, tra gli altri, fu ucciso anche Tito Varliero e il giovane Paiola fu chiamato, assieme ad altri, a riconoscere la salma.

    Paride Paiola si salvò perché fu identificato con il suo vero nome e non con quello di battaglia, che era Athos. In tal caso i fascisti avrebbero capito quale era stato il suo ruolo nel movimento partigiano.

    Dopo l’arresto, fu imprigionato a Rovigo nella caserma Silvestri, dove rimase per un paio di mesi; quindi trasferito a Mestre alla dipendenze della Flak, il reparto della contraerea. Dopo il rientro a casa, avvenuto poco dopo – siamo nel marzo 1945 – il mattino successivo fu prelevato dalle Brigate nere e portato a Rovigo da Palmieri. Questi, che conosceva bene l’operato di Paiola come partigiano, gli propose, in cambio della libertà, di svelare l’ubicazione della radio clandestina. Con uno stratagemma Paiola riuscì a raggirare l’impegno e a fuggire rifugiandosi a Stienta per organizzare quanto necessario in vista del momento finale della lotta partigiana.

    Nel giorno della liberazione Paiola partì da Castelguglielmo per andare a prendere in consegna il comune di San Bellino, dove, assieme ai compagni, riuscì a catturare un consistente gruppo di tedeschi e a portarli, la sera del 24 aprile, a Castelguglielmo per consegnarli agli alleati che stavano giungendo in paese.

    Nel dopoguerra

    L’attività partigiana è stata certamente determinante nella vita del Maestro Paiola che nel dopoguerra continuò con impegno l’attività socio-culturale e politica. A Castelguglielmo lo troviamo impegnato, quale fervente cristiano, nelle file dell’Azione cattolica e, in politica, tra i dirigenti della locale sezione della Democrazia Cristiana.

    Impegni questi che portò avanti anche dopo il suo trasferimento a Lendinara, contemporaneamente alla sua attività di insegnante nelle locali scuole elementari. In questa città, fra le altre incombenze, fu eletto consigliere della Casa di riposo. Qui fu tra i primi dirigenti a proporre e sostenere il rinnovo e l’ampliamento dell’importante struttura.

    Paride Paiola era nato a San Bellino nel 1922. Si diplomò presso l’Istituto magistrale ed insegnò dapprima nel suo paese, poi a Castelguglielmo, dove si trasferì e si sposò (nella chiesa parrocchiale di Presciane) con la collega Maria Ferrari. Dal loro matrimonio nacquero tre figli. Nel 1964, come detto, si trasferì a Lendinara, dove ha vissuto una vita operosa.

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