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Archivi: Articoli d’archivio

  • Una Via Crucis per Ficarolo

    Una Via Crucis per Ficarolo

    Una passione per l’arte che nasce da lontano. Maurizio Barozzi, polesano d’adozione, nato nel 1947, si diploma all’Istituto Statale d’Arte di Castelmassa e poi all’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano, ma ben presto si allontana dagli insegnamenti classici per abbracciare uno stile tutto suo, esaltando in ogni dettaglio l’umanità, il dolore e l’autenticità dei sentimenti del genere umano. Il crocefisso e la rappresentazione degli emarginati divengono una costante nelle opere dell’artista altopolesano e li ritroviamo anche nella “Via Crucis” donata all’oratorio della Madonna del Carmine di Ficarolo.

    Di recente, a conclusione dell’intervento di restauro del sacro edificio, si è costituita in paese l’associazione culturale “Il Carmine”, con l’obiettivo che questo piccolo gioiello sia a disposizione della comunità, diventando sede di eventi, mostre e concerti oltre che luogo di culto rinnovato. “Si tratta di un’associazione di stampo cattolico – precisa il presidente arch. Massimiliano Furini – sorta inizialmente come gruppo di amici accomunati dallo stesso spirito di iniziativa e dagli stessi obiettivi e con il fine, non ultimo, di raccogliere risorse per il mantenimento dell’edificio, delle spese di gestione e di manutenzione”.

    Tra le prime iniziative, dunque, in collaborazione con la parrocchia Sant’Antonino Martire, è stata organizzata la presentazione di una suggestiva Via Crucis, opera dell’artista Barozzi, che poi ne ha fatto dono alla chiesetta, intendendo così contribuire a far rivivere dal punto di vista artistico questo splendido luogo di culto, arricchendolo altresì di opere contemporanee.

    La mirabile opera, costituita da quattordici formelle in cotto decorate incorniciate su legno povero, incarna appieno lo stile dell’artista lontano dalla classicità.

    Tra le autorità presenti nella serata inaugurale, dove cultura e fede si sono mescolate alla perfezione, anche l’assessore provinciale alla cultura Laura Negri. “La Via Crucis presentata stasera – ha osservato l’assessore – si abbina in modo straordinario alle caratteristiche artistiche ed architettoniche di questo edificio e mette in luce la grande umanità che caratterizza lo stile dell’artista Maurizio. In tutti i suoi lavori la presenza dei poveri è una costante, abbinando così la povertà materiale e spirituale all’immagine del Cristo sofferente. Resto sempre stupita – ha concluso – di come l’arte ci aiuti a riflettere, a riscoprire la nostra fede e la nostra umanità”.

    La presenza dei poveri e dei barboni accanto al Cristo sulla croce simboleggia la comunanza che intercorre tra le due figure: Gesù stesso è nato in una mangiatoia perché non c’era posto per lui negli alberghi. Il Cristo crocifisso e i barboni rappresentano gli emarginati, il rifiuto della società moderna e di tutta la storia dell’umanità. Va sottolineato inoltre che questo lavoro, così come tutti quelli prodotti da Barozzi, si inserisce nel filone dell’arte contemporanea.

    Nella “Via Crucis” presentata a Ficarolo la tradizione si fonde con usi e costumi del XXI secolo, cosicché ogni persona che si appresti a riflettere ammirandola, vi si possa immedesimare. Non a caso i personaggi, compreso Cristo stesso, indossano pantaloni e camicia, qualcuno persino gli occhiali da sole. L’obiettivo dell’artista è di rendere attuale la crocifissione e successivamente la risurrezione di Gesù. Ci si allontana da quello che è il dogma della fede, per mettere in luce l’umanità del figlio di Dio, un uomo sfigurato dal dolore, la cui sofferenza accomuna le sofferenze di tutti gli uomini, lasciando però intravedere l’Oltre e la speranza che muove il mondo: gli uomini ai piedi della croce suoneranno a festa dopo la Risurrezione.

    La generosità di Maurizio Barozzi non si è limitata al dono della Via Crucis, perché nel corso della serata inaugurale dell’opera ha voluto anche far omaggio al parroco Monsignor Giancarlo Crepaldi di una tela intitolata “L’ultimo dialogo”, rappresentante il Cristo sulla croce prima di spirare.

    Osservando questa tela si riesce a sentire sulla propria pelle il dolore acuto della morte e quello di una madre prostrata a terra, disperata per l’atroce perdita del Figlio amato. La morte è rappresentata con crudezza, mostrando un Cristo ricurvo fino quasi a terra, a causa del male subito. E’ così che il crocifisso del generoso artista Barozzi appare ai nostri occhi come un uomo comune che soffre per le sventure che la vita ci costringe ad affrontare, mettendo in luce in maniera verosimile – come pochi altri lavori artistici riescono – l’umanità e il dolore, ma anche la fiducia, la speranza e i sentimenti più profondi di un uomo che crede nella gioia della Risurrezione.

  • I Comuni in fiera

    I Comuni in fiera

    Cancellare la provincia di Rovigo? Un autorevole NO all’abolizione della provincia – al di là della presa di posizione di esponenti politici e rappresentanti del mondo della cultura – è giunta dalla manifestazione “I Comuni in fiera”. Un’iniziativa che ha promosso in modo intelligente le caratteristiche culinarie ed artistiche del territorio tra Adige e Po, e che ha rimarcato, in concreto, l’esistenza di un territorio unico e nel contempo variegato chiamato Polesine.

    Non solo un’area delimitata dai grandi fiumi d’Italia, ma un’entità territoriale viva, con tradizioni ed eccellenze da conoscere e valorizzare. Insomma una provincia che non può essere annullata da iniziative legislative, perché oggi sentirsi polesani è motivo di orgoglio e consapevolezza di una identità originale, che va preservata e valorizzata.

    Tutto ciò è apparso chiaro lo scorso 25 settembre, allorché un nutrito gruppo di Comuni polesani ha accolto con entusiasmo la proposta dell’Amministrazione provinciale di dar vita ad un appuntamento collettivo a Rovigo in piazza Vittorio Emanuele. In sinergia con le varie Pro Loco si è dunque sviluppata al meglio la prima edizione della manifestazione “I Comuni in Fiera”, consistente nel mettere in mostra le peculiarità culinarie (da gustare direttamente in piazza) e le eccellenze artistiche (promosse mediante la distribuzione di depliant) dei vari comuni del Polesine. Obiettivo raggiunto: mettere in mostra e far apprezzare le migliori caratteristiche del territorio tra Adige e Po.

    Le rappresentanze dei vari Comuni, assieme alle rispettive Pro Loco, dal primo mattino hanno allestito colorati stand all’interno di bianchi gazebo posizionati in piazza Vittorio Emanuele. E fin dall’avvio della manifestazione si sono assiepati i visitatori pronti a degustare le variegate proposte culinarie: dal salame di Trecenta, ai bigul al torc di Canaro, dai cappellacci alla zucca di Melara alla bondola di Ariano, dai dolci di Lendinara (torrone e la specialità della Puazza) all’insalata di Lusia, dal risotto con la bosga di Corbola alla pinza alla munara di Sienta, e così via, fino al tripudio di cozze e vongole del Delta preparate in un maxi tegame: una prelibatezza festeggiata dai tanti avventori della mattinata.

    Un’iniziativa riuscitissima, favorita anche dal clima ancora estivo della bella giornata settembrina. Una manifestazione che ha preso avvio nella mattinata con la consegna degli attestati di riconoscimento ai rappresentanti di Comuni e Pro Loco, a cura della presidente dell’amministrazione provinciale Tiziana Virgili, coadiuvata dall’assessore al turismo Laura Negri. Una festa che si è protratta per tutto il pomeriggio fino all’imbrunire, allietata dall’intervento della banda di Villadose e dall’esibizione del gruppo folcloristico delle Ciaramelle.

    Una proposta di sicuro gradimento e pertanto da riprendere anche nei prossimi anni; una manifestazione che ha evidenziato come il Polesine sia tutt’altro che un’area povera, quanto piuttosto un territorio ricco di prodotti, tradizioni e peculiarità d’arte da conoscere ed apprezzare.

  • Nuove cucine per la Casa Albergo

    Nuove cucine per la Casa Albergo

    Il 346esimo Settembre Lendinarese ha visto la Casa albergo per anziani di Lendinara inaugurare i nuovi locali cucina. Grazie ad un intervento, durato un anno, è stato possibile dotare la struttura lendinarese – più volte descritta come fiore all’occhiello del territorio – di nuove cucine completamente rinnovate, ampliate e all’avanguardia sotto l’aspetto della dotazione tecnologica.

    A gestire il servizio pasti è la Camst, azienda italiana leader nel campo della ristorazione in ambito sanitario e scolastico, che grazie alle nuove cucine può preparare fino a 700 pasti al giorno. Oltre che per gli ospiti della Casa albergo, il servizio mensa sarà esteso all’hospice lendinarese, ed inoltre ne potranno fruire anche gli anziani con pasti a domicilio. Non si esclude, inoltre, la possibilità che le nuove cucine possano preparare pasti anche per altre realtà del territorio, come le mense scolastiche.

    Quando si parla di Casa albergo non ci si riferisce solo alla qualità dei servizi offerti, ma anche alle proposte culturali con cui la struttura apre le porte alla comunità, che risponde positivamente alle numerose occasioni di incontro e formazione proposte. Anche con l’ultimo Settembre Lendinarese non sono, quindi, mancate le sempre apprezzate esposizioni, proposte nell’ambito della Settimana dell’anziano.

    Per la fiera di settembre di quest’anno, Casa albergo ha accolto le opere pittoriche realizzate da Carla Fiocco Borgatti per l’esposizione Natura e Sentimento e le creazioni scultoree di Carlo Tintore per la mostra Nuvole e arte nel Giardino del tempo che resteranno esposte a tempo indeterminato.

    Anche il volontariato è stato protagonista di un’esposizione fotografica dal titolo Il volontariato in Casa albergo: risorsa e ricchezza da vivere, a cura del Servizio animazione e del Centro documentazione polesano Onlus. E anche gli stessi ospiti di Casa albergo hanno proposto una loro esposizione, che ha messo in mostra poesie e disegni da loro realizzati per l’esposizione Le voci del silenzio.

  • Il 45° del Monte Pasubio

    Il 45° del Monte Pasubio

    Il 13 Luglio u.s., nella suggestiva e prestigiosa cornice di Villa Badoer a Fratta Polesine, il Coro “Monte Pasubio Rovigo Banca”, diretto dal Maestro Pierangelo Tempesta, ha celebrato la ricorrenza del quarantacinquesimo anno dalla fondazione con un concerto dal tema “Le nostre storie”, alla presenza di un numerosissimo ed attento pubblico. Il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia ha inoltre dato lo spunto al complesso corale rodigino per ricordare lo storico evento con una magistrale interpretazione dell’Inno di Mameli, particolarmente apprezzata dai presenti che hanno seguito l’esecuzione con raccoglimento e unanime partecipazione. La scenografia, per l’occasione, aveva inoltre previsto una sapiente illuminazione delle colonne palladiane con i colori della bandiera, a voler sottolineare la solennità del momento celebrativo.

    La serata ha visto la prestigiosa partecipazione, in veste di presentatore, del Maestro Bepi De Marzi, celebre musicista e compositore vicentino, autore di innumerevoli brani per il canto corale, molti dei quali universalmente conosciuti ed apprezzati. Il Maestro De Marzi, fondatore e direttore del Coro “I Crodaioli,” grazie alla sua limpida dialettica – sempre rivolta alla realtà veneta, alle sue tradizioni, alla natura ed al territorio ereditato dai nostri padri troppo spesso violentato – ha affascinato il pubblico con spunti di rara grazia poetica. Particolarmente significativi sono inoltre risultati, a commento della manifestazione, gli interventi dello speaker ufficiale del Coro Claudio Garbato e del Presidente del sodalizio, Paolo Pasello che hanno posto l’accento, l’uno sul significato del “cantar insieme” e l’altro sulla sua convinta adesione alle gioie del canto corale originata da una casuale partecipazione ad un concerto del “Monte Pasubio”.

    Al termine della serata non sono mancati i reciproci ringraziamenti e scambi di doni e l’intervento del Presidente della Provincia Tiziana Virgili e del Sindaco di Fratta Polesine Riccardo Resini.

    Secondo importante appuntamento del 45°, sabato 17 Settembre presso l’Accademia dei Concordi di Rovigo, con la presentazione del DVD “Perché cantiamo ancora in coro”, che il “Monte Pasubio” ha realizzato quale compendio di oltre quarant’anni di attività del sodalizio e momento di sintesi di tanti ricordi, episodi felici, avvenimenti dolorosi e lusinghieri successi, grazie alla partecipazione ad oltre 1300 concerti ed esibizioni pubbliche in Italia ed all’estero.

    Alla presenza del maestro Gianni Malatesta, celeberrimo armonizzatore ed autore di famosissimi canti per complessi corali, direttore del Coro “Tre Pini” di Padova, il “Monte Pasubio” ha proiettato al numeroso pubblico presente alcuni “spezzoni” del DVD, curato da Claudio Garbato e da C. Alberto Schiesaro, ed ha eseguito i canti preparati per la solenne occasione.

    La prima, corposa parte del DVD ricostruisce per sommi capi l’evoluzione del Coro fin dalle origini, corredando il percorso di crescita del complesso con filmati, anche storici, riguardanti il Polesine, il Delta del Po e il tragico evento dell’alluvione del 1951. La seconda parte, significativa in quanto sintesi di una ricorrenza importante per il Monte Pasubio nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia, riporta integralmente il concerto celebrativo di Villa Badoer.

    Il prof.Luigi Costato e l’Assessore alla cultura Paola Nezzo hanno quindi portato il saluto e l’augurio rispettivamente dell’Accademia dei Concordi e dell’Amministrazione Comunale.

    Una storia ultraquarantennale

    Le recenti, prestigiose manifestazioni celebrative, che hanno visto come protagonista il complesso corale rodigino, offrono lo spunto per un doveroso ricordo delle origini del “Monte Pasubio” e della caparbia volontà dei promotori di costituire il sodalizio nonostante le oggettive difficoltà logistico-organizzative dei lontani anni ‘60.

    A questo proposito vale anche la pena di ricordare che un’esperienza corale di canti di montagna e di guerra ebbe vita negli anni antecedenti la formazione del Coro Monte Pasubio, con la nascita del complesso “la Baita,” diretto da Beppe Casetta. Si narra che, a quel tempo, i critici più attenti amavano definire amabilmente il coro con l’appellativo “La sbraita”.

    Poi nacque il “Monte Pasubio”, la cui denominazione fu imposta a ricordo dell’escursione sull’omonimo monte, nel corso della quale prese corpo l’idea di dar vita ad un coro. I partecipanti all’escursione provenivano, oltre che dal capoluogo, da Grignano Polesine e da Costa di Rovigo.

    La prima difficoltà incontrata dalla nascente iniziativa si manifestò tuttavia nel reperimento di un locale per le prove settimanali, visto che era già stata individuata la guida tecnica, grazie alla disponibilità dell’indimenticato geometra Mario Casetta. Il Parroco della Commenda, Mons. Lino Dalla Villa ed il successore Don Armando Ottoboni, con generosa sensibilità, ospitarono per lunghi anni l’attività del Coro fino al momento della sopravvenuta indisponibilità dei locali. Il Centro Giovanile “Don Bosco”, sotto la direzione di Don Giacomo Prandini prima e di Don Giuseppe “Pino” Fogagnolo poi, consentì quindi la normale ripresa dell’attività corale.

    Ma i problemi da risolvere per potersi ritrovare due volte la settimana per le prove passavano anche dalla disponibilità di un automezzo per raggiungere Rovigo da parte dei coristi “esterni”: per consentire a due “colonne” del settore dei bassi abitanti a Grignano Polesine ed a quel tempo non ancora in possesso di un proprio mezzo, alcuni colleghi, a turno, con la 500 d’ordinanza provvedevano alla necessità.

    La divisa per le prime esibizioni era rigorosamente ispirata all’abbigliamento di montagna, in armonia con il repertorio di canzoni che celebravano l’epopea alpina e le bellezze naturali delle nostre valli, delle cime innevate e delle leggende che fiorivano in questo mondo incantato.

    Man mano che l’attività corale si intensificava, aumentava anche il rapporto di solidarietà ed amicizia tra i componenti, rapporto talvolta esteso anche alle rispettive famiglie e che ha consentito di superare le inevitabili difficoltà che hanno caratterizzato i primi anni di vita del sodalizio.

    Fin dalle origini del Monte Pasubio, a significare i profondi legami che univano i coristi, in occasione del matrimonio dei giovani componenti non ancora sposati, il Coro al completo accompagnava la cerimonia religiosa con i propri canti: non importava se agli inizi il repertorio di “pezzi” adeguati alla solennità non era ancora pronto; alla bellissima “Ave Maria” di De Marzi si aggiungeva il canto friulano “Ai preat” (Io prego), assolutamente melodioso, ma ispirato ad una supplica a far cessare… la guerra.

    Dopo la breve esperienza con il maestro Mario Casetta, la guida tecnica del Coro venne affidata a Nazzareno Fogagnolo, sotto la cui direzione ultratrentennale il complesso corale crebbe e si sviluppò notevolmente dal punto di vista artistico, dotandosi nel contempo di un vasto repertorio musicale. Grazie alle preziose armonizzazioni di De Marzi, Malatesta, Piero Avanzi ed altri valenti musicisti, il “Monte Pasubio” fu in grado di proporre, oltre ai tradizionali canti di montagna, brani di musica popolare, religiosa, canzoni di musica leggera ed affascinanti spirituals. A completare l’opera, il Coro si dedicò anche alla ricerca ed armonizzazione di motivi popolari della propria terra e a ricordare, rivestendola con uno struggente motivo musicale, la composizione lirica “Polesine” del noto giornalista e poeta rodigino Gigi Fossati.

    Un significativo riconoscimento a livello internazionale, il “Monte Pasubio” lo ottenne nel 1979, con l’invito a partecipare ad Harrogate, in Inghilterra, al XVII° Festival Mondiale della Musica e del Folklore : l’età media dei coristi consentiva, allora, di non sfigurare tra i complessi musicali, bandistici e folkloristici costituiti sopratutto da giovani provenienti dall’Europa, Stati Uniti e Canada: un palcoscenico di tutto rispetto per il “Monte Pasubio” alla sua prima esperienza oltre i confini del nostro Paese.

    Un’altra avventura indimenticabile: la prima lunga tourneè in Sicilia nel 1982 con concerti quotidiani in molte località dell’Isola e che ha visto il Coro accolto con grande simpatia e con la calorosa ospitalità che i siciliani sanno offrire al forestiero. L’esperienza siciliana si è poi conclusa al Teatro Politeama di Palermo con un applauditissimo concerto inserito nel programma degli week-end musicali del prestigioso Teatro Massimo palermitano.

    Ma l’evento che ha dato una svolta importante alla vita del “Monte Pasubio”, quale affermata realtà locale nel campo della musica popolare e non solo, fu la dotazione della Sede sociale a Grignano Polesine, grazie al contributo dell’allora Cassa Rurale “S.Apollinare” di Rovigo ed alla collaborazione tecnica di molti coristi: la vetusta e disastrata Chiesetta di S.Rocco, da anni sconsacrata ed adibita a deposito di materiali vari, venne, con pregevole restauro, trasformata in sala prove ed auditorium per concerti ed attività musicali varie.

    A conclusione di questa sintetica e necessariamente parziale carrellata sulle origini e i primi anni di vita del “Monte Pasubio”, non si può non ricordare un recente evento che ha visto il Coro protagonista insieme ad altri complessi corali italiani, esibirsi nell’aula di Montecitorio, in diretta televisiva, in occasione dell’annuale concerto di Natale del Dicembre 2009.

    “Perché cantiamo ancora in coro”: dopo quarantacinque anni di attività ininterrotta, costellata da tanti lusinghieri successi, l’esplicita affermazione espressa a tema della storia del “Monte Pasubio” nel volume presentato, rappresenta, oltre che la sintesi di un percorso di vita indimenticabile, la premessa per molti altri futuri impegni corali e stimolanti affermazioni per la gioia di tutti gli appassionati.

    Tanti auguri, Monte Pasubio !

  • Un magnifico decennale

    Un magnifico decennale

    Un viaggio nel tempo e nello spazio che si rinnova da 10 anni alla ricerca delle radici più autentiche della cultura; un progetto di riscoperta delle basi e dell’identità dei popoli a confronto e contatto, un appuntamento ormai tradizionale ed irrinunciabile con un “rituale” che dal 2001 fa del capoluogo polesano una delle capitali internazionali del folk.

    Ideato dal formidabile organettista veneto Roberto Tombesi e organizzato dall’Associazione cittadina Minelliana, ha voluto celebrare dal 9 all’11 settembre scorsi un “Magnifico decennale”, una ricorrenza davvero significativa in tempi difficili come questo, un segnale forte e determinante di quanto siano importanti i veri valori autentici, quelli da cui deriva gran parte della cultura di oggi, senza i quali probabilmente quasi nulla sarebbe come è adesso.

    Dopo tante, forse troppe incertezze, l’organizzazione del festival è partita ufficialmente solo durante l’estate, quando c’è stata la certezza dei finanziamenti (seppure dimezzati) da parte della Regione. Affannosi e frettolosi dunque alcuni dei preparativi, che si sono avvalsi di uno staff consolidato ma soprattutto della celebrità e fiducia di cui gode il gruppo Calicanto e il suo leader. Per questo, anziché progettare un filo conduttore culturale attorno al quale far ruotare tutte le iniziative, Roberto Tombesi ha fatto di necessità virtù, scegliendo di celebrare “un magnifico decennale” attraverso la riproposizione delle proposte più apprezzate delle scorse annate.

    Le tre giornate in cui si è articolata a Rovigo la grande festa del folk hanno seguito una formula già sperimentata con buon successo in passato, anche se si è sentita la mancanza di qualche sezione dedicata allo studio, alla discussione, allo scambio di stili e culture, il senso e l’anima da cui ha preso il via “Ande, bali e cante”. Piuttosto evidente anche la mancanza di coinvolgimento diretto sia di altre zone polesane, come nel 2010, sia di qualche evento al conservatorio Venezze, che aveva iniziato una regolare collaborazione per una felice intuizione di Carlo De Pirro.

    Sua l’idea da cui ha preso origine lo spettacolo della prima serata, realizzato per celebrare, oltre al decennale del festival, i 30 anni di attività di Calicanto. Il gruppo veneto, fiore all’occhiello della cultura popolare locale, formato da Claudia Ferronato (voce ), Roberto Tombesi (organetto, mandole, voce), Francesco Ganassin (clarinetti ), Gabriele Coltri (cornamuse, armonium, flauti), Giancarlo Tombesi (contrabbasso), Alessandro Arcolin (percussioni), si è esibito assieme all’orchestra Regionale Filarmonia Veneta in un programma che rielaborava per strumenti della tradizione popolare veneta (piva, organetto, ocarina, mandola, percussioni, foglia d’edera, etc) e orchestra classica, un repertorio di ambiente lagunare, del delta del Po e istro-dalmata. Lo spettacolo, dal titolo “S-Confini Mediterranei”, ha preso forma da un progetto di connubio tra musica colta e musica popolare, creando un confronto e una fusione di linguaggi certamente inediti nel Nordest italiano attraverso il filtro della (ri)scrittura del compositore contemporaneo Gian Luca Baldi.

    Nella stessa serata un cantautore straordinario, Carlo Muratori, che ha regalato “Povera patria di uomini, terre, antiche rapine e nuove illusioni”, un racconto musicale dell’arrivo di Garibaldi in Sicilia insieme Massimo Genovese (chitarra), Matteo Blundo (viola) e Christian Bianca (violino). Hanno portato in Polesine le melodie di quella terra e un punto di vista diverso: l’unità d’Italia vista dal sud.

    Unica proposta nuova rispetto al passato è stato il concerto di Ambrogio Sparagna, ideatore e direttore del Festival “Notte della Taranta”. Il ricercatore e organettista ha aperto la serata del sabato con tutta la ricchezza e la varietà di una tradizione musicale che per armonie e melodie ricorda, sempre, le dinamiche faticose e tortuose della vita, al termine di una giornata di duro lavoro.

    Dopo l’intermezzo spassoso sia musicale che teatrale dei piemontesi Musicanti di Riva, la serata diventa suggestiva e coinvolgente per tutti, con il consueto “Gran ballo” che si spande per tutto il piazzale antistante il CenSer. Magico e intimo il concerto notturno nel chiostro dell’ex monastero olivetano, dove il trio veneto “Moleskine” ha offerto un concerto in multivisione dedicato ai 150 anni dell’Unità d’Italia.

    L’ultima serata ha visto protagonista la straordinaria formazione galiziana dei “Milladoiro”. Il gruppo spagnolo, di Santiago de Compostela, ha offerto al pubblico una rara e ricca performance, nata dalla riscoperta e valorizzazione della musica tradizionale galiziana. Intento principale del gruppo, infatti, è quello di salvaguardare, attraverso la musica di tradizione popolare, l’identità della loro terra, da cui il loro nome. Milladoiros sono, infatti, i sassi lasciati dai primi pellegrini arrivati in Galizia per indicare la strada ai successivi.

    Vistoso successo per le proposte nelle piazze del centro, sia per il bel tempo che un’aspettativa che si allarga di anno in anno tra gli appassionati del genere. La disfida musicale tra i violini di Santa Vittoria e il gruppo emiliano Energia, l’allegria del gruppo Bifolc e le coreografie dei danzatori polesani di “Ande, cante e bali” hanno coinvolto tanti passanti in un ballo che ha riempito il cuore della città in un’atmosfera di festa popolare d’altri tempi.

    Tanta allegria e qualche perla preziosa nella sede preposta agli eventi collaterali del festival. I laboratori, decurtati per esigenze finanziarie, sono stati solo due ma riusciti: il primo di danze bretoni a cura dell’Associazione Accordanza e del gruppo Bifolc; “Pinfate”, tenuto dal versatile Francesco Ganassin, ha aperto a tanti bambini il grande mondo della danza e del suono popolari.

    I due aperitivi musicali sono stati offerti e vissuti come veri inni alla convivialità, allo scambio tra espressioni culturali diverse, all’internazionalità del linguaggio musicale che non ha confini di spazio e di tempo. Sotto il porticato olivetano nessuno si è escluso dalle danze, dall’osservare gli strumenti della tradizione, tra cui ocarine e organetti, dall’assaggio delle prelibatezze enogastronomiche e dall’apprezzare alcune eccellenti proposte.

    Hanno brillato tra tutte l’esibizione fuori programma della cantante Marianne Dedaj, leader del gruppo francese “Emigrant” e la presentazione di “Barene” di Alessandro Tombesi, che è stato giudicato il più bel disco folk dell’annoe si è di recente aggiudicato il Premio Italiano Musica Popolare Indipendente. Alessandro Tombesi, figlio d’arte, ha ottenuto la vittoria in tre delle cinque categorie sottoposte alla valutazione dei giurati: Miglior Produzione Etno Folk Revival, Miglior Album d’Esordio e miglior Autoproduzione, in questo caso ex-aequo coi Kamafei.

    Nato nel 1994, ha studiato clarinetto, composizione e arpa popolare, è stato allievo di grandi nomi come il bretone Myrdhin, il paraguaiano Lincoln Almada e gli italiani Vincenzo Zitello ed Enrico Euron. Il titolo dell’album prende spunto dalle barene, gli isolotti sabbiosi della laguna veneta, vaganti ed evanescenti che emergono dall’acqua con la bassa marea. Le musiche della tradizione veneta e le composizioni tracciano un percorso emotivo in cui compaiono echi di ninne nanne, ballate arcaiche, ritmi mediterranei, danze della montagna che riportano ad un immaginario e affascinante paesaggio veneto in bilico tra le vette dolomitiche e gli orizzonti lagunari.

    Il sipario si è chiuso domenica 11 settembre tra certezze e dubbi. Le proposte musicali sono state apprezzate da un pubblico in crescita, formato di molti appassionati e anche di curiosi. La condivisione e la valorizzazione delle radici culturali, veri temi conduttori della manifestazione fin dalle sue origini, hanno rappresentato il vero successo di “Ande bali e cante”. Gli organizzatori non hanno risparmiato un certo dissenso per le scelte dell’amministrazione, che ha moltiplicato le offerte in città, frazionando il pubblico e la sua attenzione. Per il 2012 ancora nessuna certezza: la crisi generalizzata colpisce duramente ogni forma di espressione artistica, senza considerarne il valore fondante dell’identità collettiva.

  • Ai Carabinieri caduti per la patria

    Ai Carabinieri caduti per la patria

    Nell’ambito delle iniziative promosse in occasione del 150esimo dell’unità d’Italia, è stato inaugurato nella mattinata assolata del 10 aprile 2011, a Volto di Rosolina, alla presenza delle Autorità civili, militari ed ecclesiastiche del territorio, il monumento dedicato ai carabinieri caduti nell’adempimento del loro dovere, situato nella piazza intitolata alla medaglia d’oro al merito civile, al carabiniere Antonio Ferro. La cerimonia, aveva lo scopo di cementare la solidarietà tra i carabinieri in servizio e quelli in congedo, nonché l’unione spirituale dell’Italia con la “benemerita” arma dei carabinieri. Un evento, reso possibile dall’azione sinergica positiva tra l’associazione nazionale carabinieri, sezione di Porto Viro-Delta del Po, presieduta dal maresciallo Vincenzo Contiero e l’amministrazione comunale di Rosolina, rappresentata dal sindaco Luciano Mengoli.

    Madrina dell’evento, che ha registrato anche la presenza di intere classi delle scuole elementari di Volto di Rosolina, la sig.ra Natalia Ferro, sorella del carabiniere Antonio Ferro, cittadino di Rosolina che fu trucidato unitamente ad altri undici commilitoni, in località Malga Bala di Tarvisio nel Marzo 1944.

    Nella circostanza, i carabinieri furono delle “vittime di guerra” come ha stabilito il tribunale militare di Padova che, in un suo atto istruttorio così scrive: “Nel Marzo del 1944 dodici carabinieri in forza alla compagnia di Tarvisio, preposti alla sorveglianza di una centrale elettrica in Bretto inferiore, all’epoca territorio Italiano, dopo essere fatti prigionieri, all’esito di un’azione bellica, in sé illegittima condotta da partigiani appartenenti al X Corpus sloveno facente capo all’esercito di liberazione Jugoslavo di Tito, di nazionalità slovena-italiana, furono condotti in una località denominata Malga Bala, ove vennero trucidati ed uccisi con modalità connotate da tale disumana efferatezza, da tristemente distinguersi, pur in anni di incontrollata violenza bellica, fino a quantificare il fatto come uno dei più gravi crimini di guerra commessi sul territorio italiano”.

    Lo stesso tribunale di Padova, pur avendo comprovato la disumana efferatezza del crimine, ha dovuto archiviare il caso per sostanziale impossibilità di assicurare alla giustizia i probabili colpevoli, perché le autorità slovene non hanno mai collaborato. Non solo: uno dei capi del commando carnefici, Alojz Hrovat, residente in Slovenia, dopo la guerra ha anche ricevuto la pensione dall’Inps dell’Italia, grazie alle sue gesta partigiane.

    Un fatto di inaudita crudeltà, l’eccidio di Malga Bala, per il quale il Presidente della Repubblica Italiana, ha concesso, alla memoria, una medaglia d’oro al merito civile ai dodici carabinieri, sepolti attualmente nel tempio ossario costruito dal “Comitato Onoranze ai caduti nel comune di Tarvisio”. Una mattanza-eccidio portata alla luce nel 1988, in seguito ad un articolo apparso sul “Giornale” firmato dal dottor Fausto Biloslavo, i cui dettagli, nel corso degli anni, sono stati ampiamente documentati dallo storico Marco Pirina del Centro Studi e Ricerche Storiche “Silentes Loquimur” di Pordenone, che ha scritto anche dei libri in merito e relazionato a convegni, e dall’attivarsi del cavaliere di Gran Croce Maresciallo dei carabinieri in quiescenza, Arrigo Varano, della sezione Anc di Brescia e membro dell’Unione nazionale mutilati per servizio.

    Ora, che anche la tragedia di Malga Bala ha avuto una sua ricostruzione, si è originata forte la volontà di non dimenticare, legandola alla realizzazione del monumento di Volto ed inserendola nel novero dei non pochi episodi drammatici e di eroismo, per tutti i quali è stato indicato il giorno della memoria, il 10 febbraio di ogni anno, istituito nel nostro paese con una legge recente, la nr. 92 del 30 marzo 2004.

  • La Fontana della Riconoscenza

    La Fontana della Riconoscenza

    Per il 60° della sua realizzazione (fu inaugurata nel novembre 1952) la Fontana della Riconoscenza tornerà a mostrarsi nella sua veste originale, connotando artisticamente il piazzale della stazione ferroviaria di Rovigo, anche questo nel frattempo interessato da un ampio intervento di restyling.

    Per assicurare il restauro del prestigioso monumento, realizzato da Virgilio Milani (1888-1977) l’anno successivo all’alluvione del Polesine, si è mossa la Fondazione Banca del Monte di Rovigo stanziando 40.000 euro. Iniziativa inserita in un più ampio “Progetto di valorizzazione culturale del Polesine”, condiviso con il Comune di Rovigo, il cui protocollo di intesa è stato firmato lo scorso 5 settembre dal presidente della Fondazione Banca del Monte Adriano Buoso, dal sindaco di Rovigo Bruno Piva e dall’assessore alla cultura Paola Nezzo.

    Va inoltre sottolineato come l’iniziativa sostenuta dalla Fondazione Banca del Monte si inserisca in un più vasto progetto di riconoscimento della valenza artistica e culturale dello scultore Virgilio Milani. Progetto già avviato da qualche anno dalla Fondazione stessa, a partire dalla realizzazione di una mostra dedicata allo scultore rodigino presso il Museo dei Grandi Fiumi. Allestimento questo che doveva essere permanente, ma “proditoriamente smontato”, come ha stigmatizzato Adriano Buoso presidente della Fondazione al momento della firma del Protocollo per il restauro della Fontana della Riconoscenza.

    Virgilio Milani fu sicuramente uno scultore molto prolifico ed apprezzato, attivo a Rovigo e in Polesine per oltre cinque decenni del Novecento. Un artista da rivalutare, al quale va in particolare riconosciuto un ruolo significativo nella realizzazione di opere che hanno contribuito al decoro della città, per cui ben si attaglia – come ha sottolineato l’ass. Paola Nezzo – il riconoscimento di principale “artista pubblico” di Rovigo.

    Un caso unico in Italia – ha ribadito il critico d’arte Marco Lazzarato – quello svolto da Virgilio Milani, che con le sue opere ha connotato in modo consistente il panorama artistico cittadino, realizzando sculture e monumenti di interesse pubblico in grado di esprimere messaggi condivisi dalla collettività. Dunque un modello – ha rimarcato ancora Lazzarato – di come si deve fare arte pubblica.

    La rivalutazione dell’operato di Milani si profila pertanto anche come un messaggio circa le linee da seguire nell’arte pubblica: non opere, come spesso è avvenuto nel secondo novecento, caratterizzate da motivazioni estetiche soggettive e scarsamente condivisibili, ma da una ricerca in cui si imponga – sempre parole di Lazzarato – la regolarità delle forme e un linguaggio canonico in funzione di un contenuto universale.

  • Fino a quando

    Fino a quando

    NENIA SENZA PACE

    Tocco rintocco… non rimane un balocco sulla tua guancia, piccino, un bacio amaro schiocco. Le vedi, là fuori, vicine, le stelle, raccontano ancora le fiabe più belle. Né buio né freddo ti porti la sera ma il dolce profumo di una primavera dai fiori col capo chinato all’ingiù che aspettano un cielo più quieto e più blu.

    Lontano dal mondo che tu non conosci vicino al tuo cuore tra fievoli voci veglierò tutto il tempo sul tuo volto sudato cantando all’arrivo di un nuovo boato pensando alle frasi più false e più vere che nuove domande faranno tacere. Crudele destino non farti tornare di nuovo nel ventre e poterti celare, è dura la sorte di chi nasce qua in fondo, non son tutte uguali le mamme del mondo.

    FINO A QUANDO

    (canto dell’effimero)

    “Fino a quando durerà” disse il vento alla fiammella “tremi, temi e tieni stretto quel baglior che ti fa stella sotto i soffi miei potenti che trattengo nelle gote, che con l’impeto che senti getto contro la tua sorte”.

    “Fino a quando fuggirai” pensò il gatto mentre ritto fiero attende con tenacia del topino la sconfitta. “Non mi piaci a colazione, se tu adesso questo credi. Devi solo indovinare chi dei due può comandare”.

    “Fino a quando potrò dire d’essere pura e immacolata” sospirò l’ampia vallata, alla nube minacciosa. “Qualche raggio, se discreto, mi può bene illuminare mentre tu, insistente pioggia sai il Il mio manto rovinare”.

    “Fino a quando il mio destino smetterà d’essere avverso” è il lamento di quel bruco che sarà con gli altri immerso. Mai saprà battito d’ali schiavo già della sua rete, immolato a nuove sete.

    Fino a quando… E nell’attesa ognuno spende l’esistenza imprescindibile occorrenza che conduce a nuova resa. Non scontento, né sconforto, solo certa e seria prova che si vive per qualcosa.

    Dentro l’attimo o nel sempre è un inutile dettaglio, relativa è l’intenzione opinabile lo sbaglio.

    Non c’è ora senza il poi sempre e solo ancora noi fino a quando sempre uguali o diversi ma immortali, in un gesto, una canzone o un’effimera illusione Tante storie mai le stesse in un mondo di scommesse dove tutto scorre in fretta fino a quando durerà.

    SCHIZZO

    Non so tracciar contorni a questo mio disegno, serve maggiore impegno perché tutto si conformi. Non so davvero quale, mi manca uno strumento, forse sarà il momento oppure è naturale lasciar che esperta mano racchiuda, a separare, quello che sta qui dentro da ciò che può tornare a tinte forti e accese, con vestimenti nuovi, trovando oziose attese, sbiadite correzioni, incerte e astratte prove, vane e senza pretese.

    BUON NATALE

    Vorrei scrivere auguri di Natale semplici ma da arrivare al cuore, parole vecchie e nuove, senza far rumore, senza cercar l’effetto o qualcosa di speciale.

    Vorrei mutare in versi il poco che ho da dire che forse non è niente e sta già per finire.

    Vorrei che fosse udita, nel silenzio, una preghiera, tra le stelle, in una sera che ci porta nuova Vita.

    Vorrei che tutto il bene come pioggia ci bagnasse, ci lasciasse infreddoliti a cercar di nuovo il sole.

    Vorrei tutte, in un abbraccio, le persone a me più care e, quello che non so dire, poter comunicare.

    PASSAGGI

    Come te nessun altro passaggio mi procura somigliante turbamento nel breve ma sonoro tratto, come allora, sempre lo stesso che oggi mi riporta a quel pensiero.

    E forse, o di sicuro, anche stavolta, indenne rimarrò quasi sospesa con carichi consueti o provvisori sedotta dal remoto batticuore di ipotetico malfermo tuo sostegno.

    Resta salda tuttavia la convinzione che il mio incedere coerente e rispettoso, modulato sul tuo manto liso e scuro, renderà più certa la destinazione.

    Ma da tempo non percorro quei gradini inseguendo, infantile, l’illusione di poterti, sempre intatta, rivedere quando cerco tra le vecchie cose amate una voce, un sussulto, un mio diletto più di volti trasformati ed insolenti, passerella che stai sopra l’Adigetto.

    DOV’È FINITA

    Dov’è finita la vita che lenta scorreva di muti rimpianti, di taciti accordi di accessi negati, assopita e indolore.

    Perduta e incontrata nel fitto groviglio del nuovo stupore, nel raro, prezioso assurdo timore.

    Dov’è finita l’idea che ancora mi porta nei luoghi consueti, che non riconosco, che sento lontani.

    Dov’è tutto il resto, ciò che sta fuori. C’è freddo, c’è vento, non è tempo di uscire.

    LACRIME

    Qualcuno me ne chiese in una notte senza luna con cauta discrezione e scarsa convinzione.

    Copiose le occasioni dove poterne spandere senza riserva alcuna ricche di verità.

    Credevo di aver perduta, anzi, di aver finita, anche l’ultima scorta, quella ben custodita.

    Già mi sapevo arrendere ma adesso questa nota riporta, a tradimento, il sapore di un autunno incantato dentro a un pianto che non smetto.

  • Con le donne di Amman

    Con le donne di Amman

    Amman, Giordania. “Vedrai mamma, passerai un paio d’ore veramente rilassanti. E’ un posto unico, potessi, ci andrei almeno un paio di volte la settimana. Ma non ho molto tempo libero – io – e poi mi costerebbe troppo, andare spesso all’hammam…”

    Questa la premessa, volutamente noncurante e lievemente malevola, di mia figlia Alessia che, solo per amore materno (non amo prendere aerei, da brava capricorno) avevo raggiunto ad Amman, capitale della Giordania, per alcuni giorni.

    Avevo già visitato un “hammam”, ovvero un bagno turco, qualche giorno prima, dopo la giornata trascorsa a Petra, la fa-vo-lo-sa Petra.

    La sensazione era stata deludente al massimo, ma d’altronde era il bagno turco dell’hotel: tante piccole e claustrofobiche stanzine, poco illuminate; sedili inadeguati per stendersi ed evitare l’asfissia da vapore, dove la vicinanza fisica con persone sconosciute e sudaticce – maschi e femmine – risultava a dir poco fastidiosa. Odio la promiscuità di certe situazioni, non amo il gomito a gomito con chi non conosco, specialmente se questo comporta qualche esposizione di seppur minime parti del corpo.

    Un altro hammam? La mia risposta – già pronta – viene anticipata da Alessia che, conoscendomi, aggiunge precipitosamente: “Ti ci porto di mattina, ci vanno solo le donne in quelle ore, vedrai che ti piacerà moltissimo…e poi ho da sbrigare un paio d’ore di lavoro; che faresti da sola?”.

    Tra le due alternative (dove andrei mai, da sola, in giro per Amman, dove si parla solo arabo o inglese…col mio inglese poi…), non ho dubbi: “Che bella idea, sono molto curiosa di vedere questo nuovo hammam”. Il tempo di infilarmi un costume intero (non mi ero resa conto, a Petra, che fosse così rosa questo costume), cercare un paio di infradito “non portare niente, mamma, ti danno tutto loro” e sono già seduta sul sedile usurato, in simil-pelle, dell’ennesimo taxi, guidato dall’ennesimo tassista folle (neppure uno che guidi in modo normale in questa città?) a sorbirmi almeno quindici minuti di strade supertrafficate, ad occhi chiusi, le mani giunte in silenziose preghiere che contribuiscano a salvarci la vita. Non voglio che moriamo sole, ad Amman, dentro un taxi che puzza di fumo di sigarette misto a qualche inefficace deodorante, e spero che le mie preghiere siano sentite “in alto” nonostante il gran traffico e il suono continuo e collerico dei clacson che non cessa mai.

    Eccoci arrivate – miracolosamente sane e salve, ancora una volta – davanti all’hamman.

    Sorrido, un po’ forzatamente, a mia figlia: non vorrei entrare in questo luogo sconosciuto, dove devo coabitare, indossando un costume che improvvisamente mi sembra inadeguato, con persone con cui non ho nemmeno un pezzetto di lingua in comune…Ma che figura poco dignitosa ci farei ad esternare queste mie provinciali paure ad una figlia che vive e lavora da sola, in Giordania?

    Alessia è già ripartita, entro quindi nel palazzo che ospita il Bagno turco, col cuore che batte forte, mentre continuo a pensare che forse potrei solo accomodarmi nel salone d’ingresso dell’hammam (è vasto, luminoso, pieno di piante, accogliente) e aspettare il suo ritorno sfogliando una rivista che sarà anche scritta in arabo, ma che avrà pure delle immagini; e con le immagini e un po’ di fantasia posso far passare il tempo. E se qualcuno mi chiede che ci faccio lì a sfogliare riviste giordane?

    Sono negli spogliatoi: un visino sorridente dalla pelle ambrata, dagli occhi di taglio orientale e dai capelli setosi e drittissimi (mia eterna invidia), si materializza all’improvviso e mi saluta “Salam madam”. Faccio sfoggio delle mie due o tre frasi di convenevoli in lingua araba “Alaykum salam” e resto in attesa…

    La figuretta minuta e orientale, che si muove con la delicatezza di una farfalla, capisce subito che sono straniera, sorride e diventa immediatamente più attenta alle mie espressioni facciali, rinuncia al dialogo e mi porge un accappatoio odoroso, un telo di spugna, un paio di ciabatte: tutto bianco candido, tutto morbido e caldo. Faccio un primo – vero – sorriso che è subito ricambiato da Monique – sento che la chiamano così e spero di non dimenticarmelo tra due secondi.

    Mi spoglio velocemente e sospettosa, senza motivo, dato che sono sola e che già indosso il mio costume troppo rosa e, a passetti veloci, entro nella sala del Bagno. Un piacevole, morbido ed odoroso vapore mi avvolge e un piacevole e straniero cicaleggio di donne mi accoglie. Chino il capo, muovo goffamente la mano in segno di saluto: gesto superfluo, che mi presenta, come del resto il costume: sono decisamente una straniera. Occhi femminili mi guardano un po’ curiosi, un po’ ironici, mentre per un attimo, tutte le bocche tacciono, ma solo per un attimo.

    Seguo Monique, concentrandomi sul suo nome e sul pavimento bagnato: non voglio scivolare, davvero sarebbe una figuraccia irraccontabile. Attraversiamo la grande sala aggirando la bella e centrale vasca ad idromassaggio, dove alcune donne se ne stanno beatamente in ammollo. La farfalla Monique si è fermata davanti ad una piccola grotta di pietra grezza. Allungo il collo curiosa, è stupefacente: piccola (c’è posto, al massimo, per due persone sdraiate), il soffitto alto – a cupola – è illuminato da tante lucine variopinte. Mi ricordano le luci dell’albero di Natale. Causa-effetto immediato per me: mi viene un groppo di commozione alla gola, è il mio ormai famoso ed automatico “slanguorimento da albero di Natale”…

    Monique, al contrario, è decisamente rallegrata dal mio commosso stupore, ma mi fa capire che, prima di prendere possesso della grotta con le lucine di Natale, devo passare alle docce. Giusto – penso – giustissimo, mi piace questo quasi inaspettato senso dell’igiene. Mi avvicino ai bei getti d’acqua, ma… con cosa mi laverò se non ho neppure una scaglia di sapone? “Ti danno tutto loro” – mi sentirà Alessia – e, col mio costume davvero troppo rosa me ne sto impalata e imbarazzata fino a quando una figura gentile, tutta avvolta in un bianco accappatoio, non mi porge, invitante e sorridente, il suo bagno doccia. “Oh, Thank you, thank you, I’am…” e faccio un cenno con le mani che indica smemoratezza. Mi sentirà Alessia, eccome se mi sentirà! Ma nella risata che segue, con il getto d’acqua scivola via la mia rabbia e la mia diffidenza e, ridendo, mi insapono vigorosamente, senza trascurare il costume, nella vana speranza di renderlo meno rosa.

    L’esperienza della grotta è quasi mistica: il calore morbido sospeso nell’aria, le lucine sulla cupola sempre più annebbiate e lontane, il rassicurante e incomprensibile chiacchierio delle donne, quasi un’antica nenia, nascosta negli anfratti della memoria remota ma mai dimenticata.

    I miei pensieri ondeggiano e si mescolano al vapore e con il vapore si incollano per un attimo alle pareti della grotta, per poi sciogliersi e gocciolare a terra, ormai privi di qualsiasi consistenza ed importanza; chiunque entrando li potrebbe calpestare, senza provocarmi – almeno oggi – alcun dolore.

    La mente è davvero lieta di dissolversi in questo benefico bagno di vapore, il mio cervello sta trovando un inaspettato e totale abbandono, dentro un hammam, ad Amman.

    Solo Monique, la piccola farfalla orientale, di tanto in tanto, viene a sorridermi: vuole controllare che io non sia morta, probabilmente le mie espressioni facciali l’allarmano. Mi offre un karkadé ghiacciato, molto simile alle mie golose granite siciliane. Ne assaporo il gusto con calma, tutte le mie papille si impegnano a coglierne il sapore: fragola, limone e una fogliolina di mentuccia, poco zucchero. Sono soddisfatta, dissetata e rilassata come mai. In pace con me stessa e il tempo sembra essere fermo e vaporizzato all’interno della grotta di Natale.

    Vengo invitata a passare sotto un getto d’acqua fresca: addio grotta magica, calda e rassicurante come un ventre materno, cerco di ridare consistenza a mente e corpo, prima di entrare nella vascona ad idromassaggio, insieme alle altre donne, che sembrano aspettarmi.

    Adesso le guardo attentamente, mentre mi appresto ad entrare in acqua, le guardo senza timore di imbarazzarle e di esserne imbarazzata. Sono molto belle ma soprattutto interessanti, queste donne di Amman: hanno occhioni intensi e curiosi, i capelli fitti fitti e spessi e lunghi. Hanno bei fisici asciutti, nonostante le sicure plurigravidanze, hanno mani e piedi curatissimi e una fantastica pelle vellutata, senza neppure l’ombra di un pelo. Non mi sono depilata: il pensiero mi colpisce come una mazzata. Che vergogna, meglio entrare velocissima in acqua per celare i miei eventuali peli superflui che qui, proprio, non esistono su nessuna gamba o braccio o labbro femminile.

    Lancio una specie di rantolo comprensibile in ogni lingua: l’acqua è ustionante. Le donne in ammollo mi fanno un cenno preoccupato di stop: è necessario affrontare l’ingresso in vasca con calma, devo assuefarmi alla temperatura piuttosto elevata dell’acqua. Seguo il consiglio e mi immergo gradualmente. Tutte sorridono compiaciute, sorrido anch’io, sollevata: c’è di buono che i miei eventuali peli superflui sono, di certo, caduti da qualche parte, stecchiti, disintegrati.

    Le donne mi si accostano, mi chiedono come mi chiamo, da dove vengo, cosa faccio nella loro città, mi piace il loro hammam? Ho figli? Il tutto col linguaggio dei gesti e un po’ d’inglese, ma ci comprendiamo alla perfezione. Chiedo i loro nomi, che forse scorderò tra un secondo “Faten, Safaa, Rania”, sono colpita dalla loro voglia di conoscermi. Siamo ormai tutte sintonizzate sulla frequenza “donne nel mondo, mai straniere tra loro”, che si trova in un attimo, basta solo cercarla e mettersi in ascolto e, perché no, partecipare alla diretta.

    L’ammollo dura il tempo delle chiacchiere, poi vengo indirizzata alla “saponatura”. Un po’ il principio del bucato a mano di un tempo: prima una bella strigliata di sapone, poi un risciacquo, dopo un’altra insaponata e così via, finché si riteneva che l’indumento fosse ben pulito.

    Mani sapienti di donne arabe mi saponano, con il famoso sapone di Aleppo – pare il migliore del mondo – usato da tipetti come Cleopatra, Nefertari, Zenobia e tuttora usato dalle donne Giordane e Siriane. Poi mi sciacquano versandomi sul corpo tenere ciotolate d’acqua tiepida, poi ancora sapone, poi ancora acqua tiepida. Intanto me ne sto supina, su una specie di altare in pietra, immaginando che tutta la mia pelle, ormai, avrà assunto la tonalità del mio costume rosa acceso che, finalmente, nessuno noterà più di tanto.

    Cambio ancora postazione e vengo accolta nell’area massaggi. Massaggi a base di unguenti oleosi ed odorosi, massaggi deliziosi, fatti da piccole espertissime mani, massaggi che distendono la mia muscolatura, reidratano e profumano la mia pelle, quei pochissimi strati residui rimastimi, naturalmente… Poi vengo lasciata distesa a e riposare, come un impasto di pane, avvolta nel telo bianco, caldo e morbido. Scordo definitivamente il mio imbarazzante costume troppo rosa, spero di non lievitare troppo e mi addormento.

    E’ stata dura separarmi dal telo caldo, ma è stato davvero emozionante salutare le mie nuove amiche dell’hammam: Faten, Safaa, Rania e la piccola Monique che, amorevolmente, mi hanno tenuto compagnia, controllando che tutti i trattamenti mi fossero elargiti a regola d’arte, perché questo mio breve soggiorno all’hamman, fosse indimenticabile.

    E così è stato, ho conosciuto ed apprezzato un luogo esclusivo per donne, con padrone di casa perfette.

    Infine il saluto, con l’offerta di un tè che ho trovato persino buono (io bevo il tè solo quando mi ritengo gravemente malata) e le donne dell’hammam che mi hanno lasciata andare, accompagnandomi con sorrisi un po’ dispiaciuti, come fossi un’amica in partenza, che già inizia a mancare. Chissà, magari ci saremmo riviste proprio lì, all’hammam, nelle ore mattutine riservate solo alle donne, un giorno non lontano nel tempo…

    Di queste poche ore, ancora così piacevolmente vive nella mia mente, ho ringraziato silenziosamente le donne conosciute all’hammam e mia figlia Alessia che, ormai spazientita, mi aspettava storcendo la bocca e guardando l’orologio mentre io, ancora, sorridevo. “Ma lo sai che ore sono? Non pensavi che ti stessi già aspettando da un pezzo?”

    No, francamente no, cara la mia figlia quasi giordana ma frettolosa come un’europea, non pensavo a te che mi aspettavi, stavo solo considerando che sarei tornata ad Amman, di certo.

    Dopo due anni ho mantenuto la promessa.

  • Rosolina sulla pelle

    Rosolina sulla pelle

    Tra i ricordi più suggestivi dell’estate 2011, resteranno sicuramente le suggestive immagini della manifestazione ‘ROSOLINA SULLA PELLE’, svoltasi domenica 7 agosto nella bella località balneare. Un’iniziativa, realizzata col sostegno del Consorzio Operatori Balneari e la regia di Alberto Cristini, conclusasi la sera presso il Centro Congressi, dove le premiazioni sono state intervallate da musica e spettacolo.

    Ripercorriamo dunque i vari momenti della coinvolgente giornata.

    La gara vede protagonisti dodici pittori, abbinati ai vari stabilimenti balneari, all’interno dei quali sono state elette le modelle, sul cui corpo verranno realizzate opere d’arte destinate a vivere soltanto poche ore. Sulla corsia di entrata di ogni bagno viene posizionato un gazebo, sotto il quale si dipinge, attirando la curiosità di molti turisti.

    Davvero interessante si presenta pertanto la passeggiata sul lungo mare.

    Il primo incontro, partendo da Piazzale Europa, è con Silvia Moretto, solare e giovane artista, che, presso il BAGNO CLUB ROSAPINETA, dipinge sul corpo della bellissima modella Rossana un “Vestito marino”, una vera e propria tuta blu con spalline gialle e rosse dal forte contrasto cromatico; e sul ventre della ragazza un intenso sguardo di donna coronato da una luna piena. Paesaggio onirico e intensità di sentimenti sposano colore e modernità.

    Il secondo punto d’incontro è con il pittore Marcello Zanin che, presso il BAGNO BELLA ROSA, dipinge sulla modella “I fiori del mare”, un tripudio di blu e azzurri sapientemente dosati con la tecnica della spugnatura, riflesso delle gradazioni cromatiche che regalano i fondali marini. Il petto della ragazza è attraversato da un fiore rosso e bianco che si prolunga in diagonale per il corpo come in una virtuale linea di continuità delle meraviglie che la natura regala.

    Nel BAGNO ARCOBALENO ecco Nicole Ranzi interpretare una realtà di contrasti, sgocciolature e bianchi e neri. Un’opera dall’esito tanto bizzarro quanto fiabesco che le ha valso il soprannome di “Pollock Marino”, sottacendo comunque alcuni riferimenti alle Avanguardie ed in particolare a Mirò. L’eleganza e lo stile di questa giovane artista e la delicatezza della modella Giulia ha reso la presentazione ancora più sofisticata e le hanno permesso di entrare di diritto nella finale della competizione.

    Curiosa versione quella di Annamaria Quaglio del BAGNO PRIMAVERA che dipinge sul corpo della bella Noemi i suoi “Fondali Marini”, un’esplosione di colori e significati, in cui blu intensi incontrano rossi, bianchi e azzurri dipinti in un’evoluzione cromatica e metaforica. All’altezza del petto troviamo il tema dell’opera, un fresco richiamo al mare, ai suoi colori e al movimento elegante delle onde che fanno capolino a un bel faro in lontananza.

    La vivacità di Jessica Ferro porta al BAGNO PERLA una ventata d’aria fresca tornando in superficie e allontanandosi dalle ‘versioni marine’ viste in precedenza. Qui l’idea del mare viene abbandonata a favore dell’ “Estate”. Fiori, frutti e foglie si snodano virtuosi sul corpo della modella Laura proponendo un modernissimo gioco di accostamenti coraggiosi nella tonalità dell’arancio vivo che sposa il nero e il verde acceso. Il risultato è assolutamente originale.

    Stefano Tulipani presenta al BAGNO HAPPY DAYS la sua “Evoluzione” sul corpo della modella Fabia. Le gradazioni dei blu si sviluppano verso l’alto dove non si incontra l’acqua ma il cielo, quasi a liberare la dimensione marina, donandole quel senso di libertà che si trova nell’aria, in un tripudio di bianchi e azzurri costellati da fedelissime riproduzioni di gabbiani. La serenità ed il piacevole impatto estetico valgono a Tulipani la vittoria al concorso.

    Al BAGNO TAMERICI Ruggero Mazza propone una variazione sul tema, osando “Malizia” sul corpo di Shila, segno dell’accesa modernità dei nostri tempi e dell’originalità dell’artista. Sul corpo della modella vengono dipinti un paio di jeans blu volutamente consunti, un reggiseno giallo e una cravatta rossa, riuscitissimo gioco dei contrasti e richiamo agli azzardi che spesso la società contemporanea impone.

    Le “Stelle Marine” che Mary Bordin dipinge sul corpo di Giulia al BAGNO AZZURRO ci parlano nuovamente di un tema ricorrente, quello del mare e dei suoi componenti, tuttavia la proposta dell’artista è decisamente singolare nella cromia che distingue gli oggetti rappresentati. Gialli, blu, arancioni e verdi percorrono alternati tutto il corpo della modella e, alla base, alghe ‘virtuose’ si snodano dalle caviglie alle ginocchia, avvolgendola idealmente.

    Al BAGNO BLU MARLING BEACH, Mauro Garbin propone la sua versione di “Evoluzione” sul corpo della modella Silvia. Originale e studiatissima la stesura del fondale marino dipinto nei minimi particolari. Le gradazioni di blu sfumano dai piedi fino alle spalle dove sorge una spiaggia coronata da ombrelloni e a questa gradazione fa capolino il dolcissimo volto della modella. Anche per questo artista è valsa la meritatissima finale del concorso.

    La competizione ha visto momenti di intensa creatività e diversificazione nelle proposte, è il caso di “Arcobaleno celtico” dipinto dall’artista Sharon Sgabin al BAGNO BELVEDERE. La modella Clarissa ha sul corpo simboli e scritte celtiche, originale soluzione e singolare alternativa al tema del mare, il resto della decorazione è dato da improvvisazioni estetiche di fiori e arabeschi dai vibranti contrasti cromatici.

    Valentina Ciampaglia nel BAGNO AL GRANSO prende spunto dal titolo del concorso, “Rosolina sulla pelle”, dipingendolo sulla schiena della modella Martina un simpatico richiamo pubblicitario per il turista di passaggio. Il dipinto presenta momenti di accesa allegria nella proposta di numerosi fiori colorati che ricoprono dolcemente il corpo della modella con la carezza di petali delicati e la genuinità dei contrasti cromatici.

    Il percorso si chiude ai BAGNI DEL MORO con “Sfumature di colori nel mare” di Roberto Keula che sul corpo della bella Giulia mette in atto una rivoluzione graffiante del colore. L’ambiente descritto può essere visto con gli occhi, ma anche interpretato nella memoria: la spiaggia e l’acqua possono essere descritti da una bandierina rossa o da un giallo vibrante richiamo del sole, dell’estate, dell’euforia che pervade ogni luogo di mare, mentre il blu è qui concepito come una necessaria parentesi che si adagia delicatamente sulle spalle della modella.

    Fuori concorso, ma assolutamente degno di nota “L’uomo della Giungla” che l’ex vincitrice Mary Ann dipinge sul corpo del modello Danilo. Uno spirito d’Africa entra prorompente nell’atmosfera delicata del concorso che si sviluppa su ben diverse direzioni, ma l’artista vuole stupire, e ci riesce, proponendo un’accattivante versione maschile in tuta zebrata su fisico d’impatto.

    Ho avuto il piacere, in qualità di commentatrice artistica della serata, di stare a contatto con gli artisti tutto il pomeriggio fotografando e filmando il loro lavoro. E’ stata una grande emozione vedere la stesura di queste ‘tele viventi’ e nel contempo constatare la grande risposta di pubblico.

    Rosolina si è dimostrata un buon contenitore di eventi, e la manifestazione col suo brio e l’impegno degli artisti ha suscitato vivi apprezzamenti, accontentando sia il semplice turista che l’appassionato di arte e cultura.

    Momenti di richiamo come questi fanno bene al nostro turismo locale e ci parlano di una proposta sempre più ricca e impegnata.

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