Sembrava di vederlo aleggiare, seppur scontornato della propria razionalità dell’esistere, mentre si aggirava pensieroso e ammiccante tra le sale espositive. Gino Pinelli, artista del Novecento, che ha lasciato un segno nella sua Rovigo.
All’apertura della terza mostra, in circa quarant’anni, a lui dedicata, a palazzo Roverella, dall’8 ottobre al 6 novembre 2010, ci si è ritrovati piacevolmente sorpresi delle piccole-grandi opere di un uomo che “riveste Rovigo delle propria identità” come ha detto Sergio Garbato, il quale ha ricordato che Pinelli ha esposto il suo primo quadro nel 1909, sotto i portici vicino all’Accademia, nella bottega dell’allora libraio Zanini.
Pinelli, interprete della città, dunque. Lui, trevigiano di nascita che era giunto a Rovigo per insegnare educazione artistica, senza più lasciare il Polesine, che subito divenne il soggetto preferito delle sue opere.
Da giovane aveva studiato a Venezia, sotto la guida di Ciardi, artista della luce. Con suo figlio, coetaneo, trascorse le estati in campagna, all’aperto, imparando a dipingere il mondo che gli stava attorno: caricature perfette, mai cattive e paesaggi minuti, dove la scorrevolezza dei colori costituiva la chiave di lettura dell’opera.
La mostra al Roverella dal titolo “La poesia del nero – xilografie e pastelli dal 1917 al 1948”, ha proposto 72 opere, tra cui 40 pastelli e una testina, che rappresenta lo stesso Pinelli, eseguita dallo scultore Virgilio Milani.
Un personaggio schivo, Pinelli, diverso dal suo maestro, artista della luce – ha osservato ancora Garbato – perché egli preferiva dipingere in penombra, nel proprio laboratorio: “La luce la cercava dove non c’era”.
“Nel palazzo Roverella, dove oggi è esposta l’opera del ‘Cristo portacroce’ di Bellini, un tempo Pinelli insegnava ai suoi allievi – ha aggiunto Gabbris Ferrari, curatore della mostra – personaggio che recuperava le proprie stampe, le incollava, dimostrando tutta la sua anima bizzarra. Stampava da sé le litografie su pietra e vendeva le xilografie a 15 lire. Del prezzo vi è traccia sulle opere, visibile con la lente d’ingrandimento”.
Dalla mostra al Roverella è emersa una storia appassionante, la vicenda umana di un’artista del quotidiano che “a volte inventava strani artifici purché la sua creazione fosse allo stesso tempo conosciuta e remunerata – ha osservato ancora Gabbris Ferrari – I pastelli, poi, sempre di piccole dimensioni, restano fra le sue invenzioni migliori. Sono ritagliati con la forbice, di una spontaneità straordinaria, perché per lui lavorare su superfici piccole era sinonimo dell’energia limitata che riusciva a trovarsi dentro”.
La Rovigo di Pinelli, non è del tutto reale. E’, piuttosto, l’immaginario iconografico della città della memoria, un luogo che scaturisce dai ricordi, e si trasforma in un luogo sfiorato con lo sguardo, lanciato dalla finestra aperta di casa, verso orti, frutteti, vegetazione, il retro dell’ex vescovado.
Le opere di Pinelli sono tutte di formato molto piccolo. Un concentrato di poetica energia, di una vitalità oggi appassita, che rievoca una Rovigo non meno brillante di molte città certamente più grandi. A parlare è la quotidianità: gli animali da cortile, l’Adigetto e le sue barche, campi infiniti, baciati dalle nuvole, con in lontananza il campanile della chiesa. Composte, e immerse in chissà quali pensieri, le donne in una pausa lavoro, con il fazzoletto in testa, o capelli raccolti dietro la nuca, le lunghe vesti, i cesti posati a terra e il vecchio solitario, con bombetta e bastone, nei pressi dei tavolini di un bar.
Segni sicuri e assenza di colore: binomio che si trasforma nel linguaggio limpido di una mano sicura, a cercare l’autenticità del momento.
Le xilografie rappresentano quello che Garbato definisce “l’innamoramento tardivo di Pinelli per la grafica”, passione che lo ha spinto a frequentare i corsi serali all’Accademia di Venezia. Tecnica sfruttata dall’artista per i libri illustrati. In mostra, l’autoritratto, prodotto soltanto in 35 copie, nemmeno tutte firmate, poi scene di lavoro nei campi e scorci storici di Rovigo. Indimenticabili le battaglie sulla neve, dove la vita vera, reale, poetica è nel contrasto tra bianco e nero.
Poi, i pastelli. Opere che mettono in luce la periferia della città, luogo dove l’artista amava vivere, rifiutando il contatto con realtà che avrebbero potuto proiettarlo in ambienti più ricchi. Ecco che si impone ancora una volta la Rovigo di provincia in tutto il suo autentico pulsare, quasi a sentire tra i colori l’odore estivo degli zuccherifici, della terra concimata o quello delle foglie d’autunno.
La mostra dedicata a Gino Pinelli ha realizzato un altro capitolo del progetto per la costituzione di una Galleria d’Arte Contemporanea nella città capoluogo, una raccolta strutturata e qualificata, per riscoprire gli artisti polesani attivi in questo territorio nel contesto della cultura italiana del ’900. Lo ha sottolineato Adriano Buoso, presidente della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che ha promosso l’evento con l’Accademia dei Concordi, il cui presidente Luigi Costato ha indicato l’opportunità di valorizzare e la divulgare l’arte dei talenti del Novecento Polesano.
Percorrendo la strada arginale che da Crespino porta a Villanova Marchesana, lo sguardo non può non venire attratto da ciò che rimane di un imponente stabilimento industriale che sorge nella golena del fiume Po, in una vasta area naturalistica di oltre 30 ettari. Il sito, attualmente caratterizzato da una fitta boscaglia sviluppatasi in alcuni decenni di abbandono, è divenuto luogo di nidificazione di aironi, garzette e nitticore, ma ancora si caratterizza per le svettanti ciminiere che emergono e che sembrano non voler cedere al degrado che le circonda.
L’edificio principale, visibile dalla strada e parzialmente crollato, è parte di un complesso più vasto per decenni destinato alla produzione di materiale per l’edilizia. Rappresenta la testimonianza concreta di un’attività aziendale che per lunghi anni ha consentito ai comuni rivieraschi del Po di integrare la precaria economia agricola con l’occupazione di molti lavoratori stagionali che nei periodi di punta potevano raggiungere le 300 unità.
Si tratta delle fornaci della famiglia Totti, opportunamente costruite lungo il corso del Po per impiegare la preziosa argilla ricavata dal fiume. Realizzate negli ultimi anni del 1800 e nella prima metà del secolo scorso, hanno caratterizzato un’epoca in cui nel settore edilizio si faceva larghissimo impiego del classico laterizio cotto in forno.
L’individuazione dei siti golenali per la localizzazione delle fornaci in Polesine, oltre che per il reperimento in loco della materia prima era indicato per l’utilizzo dell’importante via d’acqua ai fini delle spedizioni dei laterizi con natanti da trasporto gestiti prevalentemente da barcaioli chioggiotti, la cui proverbiale “intraprendenza” doveva talvolta essere messa a freno.
Le fasi della lavorazione
Un lavoro complesso quello che per decenni ha caratterizzato i cicli produttivi delle fornaci di Villanova. Si partiva dal reperimento della materia prima, seguito dal trasporto all’interno della fornace.
Per la movimentazione dell’argilla estratta dalle cave si faceva largo uso di carrelli trasportatori, sul genere di quelli utilizzati nelle miniere, sospinti prevalentemente a mano da personale sia maschile che femminile, quest’ultimo impiegato anche per lavori particolarmente pesanti: un fisico robusto rappresentava per le donne un ottimo viatico per un posto di lavoro in fornace, alternativo e più redditizio al duro lavoro nei campi.
Il processo di produzione del laterizio non si discostava molto dal metodo già in uso due millenni fa nell’antica Roma in cui l’argilla, amalgamata con acqua, rappresentava la materia prima. Il risultante impasto veniva quindi modellato per dar forma al prodotto (mattoni, coppi, tegole ed altro), successivamente essicato ed infine posto in cottura.
I macchinari utilizzati per la produzione, pur nella loro semplice funzionalità, svolgevano nelle Fornaci di Villanova Marchesana un importante ruolo nella lavorazione del laterizio, supportando l’indispensabile manodopera “specializzata,” cui era affidata la gestione di tali apparecchiature.
Il mattone, ad esempio, era prodotto da una grossa macchina, “la mattoniera”, che impastava l’argilla con acqua e faceva lentamente fuoruscire, da una apertura rettangolare di dimensioni appropriate, una lunga sagoma che veniva all’uscita via via “affettata” ad intervalli regolari da una specie di archetto munito di un filo d’acciaio. La successione dei tagli, sincronizzati in automatico, dava forma al mattone crudo.
La tegola marsigliese, invece, scaturiva da un impianto formato da una pressa verticale costituita da un grosso rullo ottagonale che ruotava in senso orario con movimenti periodici precisi ed era condotta da personale femminile. Da un lato l’addetta inseriva una “mattonella” rettangolare grezza di argilla impastata, dall’altro la compagna ritirava il prodotto sagomato dal meccanismo a pressa rotante che “stampava” la tegola.
La scarsa protezione antiinfortunistica o la banale disattenzione delle operatrici causavano talvolta danni irreparabili per schiacciamento agli arti superiori. Ma allora nessuno pensava ad intentare causa all’azienda e tutto procedeva senza interruzioni.
La fase più delicata della produzione del laterizio era costituita tuttavia dal momento dell’essicazione del prodotto crudo: il processo di cottura nel grande forno circolare doveva essere preceduto da un periodo di “stagionatura” che avveniva all’aperto, normalmente nella piana prospiciente la mattoniera, utilizzando apposite griglie a castello protette dai raggi diretti del sole da un coperto di coppi e dalle classiche arelle di canna.
Al fine di ridurre i non brevi tempi di essicazione all’aperto, negli ultimi anni di attività industriale venne messo in funzione presso la vicina fornace “Etna”, facente parte del medesimo complesso industriale, un sistema di asciugamento artificiale del laterizio, grazie ad un impianto di ventilazione temperata prodotto da speciali apparecchiature.
Il rito dell’accensione
Il momento più importante ed emozionante dell’intera annata produttiva era rappresentato, a primavera, dall’accensione del grande fuoco che doveva durare l’intera stagione. Con una cerimonia semplice ma solenne, alla presenza dei titolari dell’impresa e delle autorità civili e religiose, un bambino era chiamato ad accendere la carta che attizzava il legname opportunamente accatastato all’interno del forno, a contatto con il laterizio da portare a cottura.
Un brindisi beneaugurante concludeva il rito.
La camera del fuoco o tunnel di cottura, realizzato in materiale refrattario, era di forma circolare, con diverse aperture e veniva alimentata in successione con legno combustibile (proveniente da fornitori locali ma anche dai boschi dell’ex Jugoslavia) e con laterizio crudo, in sostituzione del materiale già cotto.
Era in tal modo assicurato il ciclo continuo, operando nel grande forno circolare attraverso le apposite aperture ed introducendo alternativamente il combustibile ed il laterizio. La presenza di una possente ciminiera consentiva una combustione ininterrotta e regolare.
La commercializzazione
L’ottima qualità del prodotto polesano, sicuramente generata dal particolare pregio della materia prima oltre che dalla tecnica di produzione, ha consentito una larghissima diffusione in Italia ed all’estero del laterizio di Villanova Marchesana.
A questo proposito val la pena ricordare l’ingente fornitura di laterizi utilizzata per contribuire alla lenta ricostruzione della città di Messina semidistrutta dal terremoto del 1908 ed il notevolissimo contributo allo sviluppo edilizio della città di Fiume negli anni ’30. Anche per la costruzione del Palazzo del Cinema di Venezia vennero utilizzati mattoni delle Fornaci Totti e, fatto inconsueto per l’epoca, l’esportazione negli anni ‘50 di 250.000 tegole marsigliesi perfino nella lontana Australia.
La proprietà, per far fronte alle pressanti richieste di mercato, oltre a realizzare la fornace di minori dimensioni denominata “Etna” accanto all’insediamento principale, aveva provveduto alla costruzione di un ulteriore insediamento produttivo anche nelle vicine aree golenali di Crespino.
Di quest’ultima realtà industriale è andata purtroppo perduta la testimonianza concreta: durante l’ultimo conflitto mondiale il Comando tedesco ne decise la distruzione con ingenti cariche di dinamite al fine di utilzzare il materiale di risulta per il consolidamento dei percorsi militari strategici nelle campagne crespinesi e lungo il fiume Po.
La parabola discendente
Il 1951, l’anno della piena del Po e della conseguente disastrosa alluvione del Polesine, mise in serio pericolo la sopravvivenza dell’industria laterizia nelle fornaci di Villanova Marchesana: l’invasione delle acque nello stabilimento (le cui strenue difese formate da molte centinaia di sacchetti di sabbia stavano per soccombere) fu per poco evitata nella notte del 14 Novembre dalla rotta di Occhiobello che fece repentinamente decrescere il livello del fiume nel suo corso verso il mare.
Tuttavia il 1951 segnò anche l’inizio della decadenza. La concorrenza delle nuove fornaci sorte nel triangolo industriale e la crisi del settore conseguente all’introduzione di nuovi materiali da costruzione, causarono il rallentamento delle commesse e l’inevitabile crisi dell’azienda che nel 1964 cessò del tutto la produzione. Al momento della chiusura le fornaci occupavano ancora 160 operai.
L’evento provocò una crisi socioeconomica molto grave per il Comune di Villanova Marchesana che in pochi anni vide più che dimezzata la popolazione, passata dai 3620 abitanti del ‘50 ai 1446 del ‘71.
Villanova Marchesana: una ridente realtà rivierasca che ha vissuto, grazie ad una preziosa volontà imprenditoriale, alcuni decenni di benessere socioeconomico non facilmente riscontrabile nel territorio polesano nel periodo tra i due conflitti mondiali e sino alla metà degli anni ‘60.
A testimonianza di questo “glorioso” passato rimangono ora, immaginarie sentinelle, le ciminiere delle fornaci con il contorno delle ex cave di argilla, un sito divenuto paradiso di tanti pescatori ed appassionati di turismo all’aria aperta.
Le opportune valorizzazioni, compiute negli ultimi anni, hanno reso possibile la fruizione e visitazione di questi “luoghi della memoria”, attrezzati con punti di osservazione, con aree per il ristoro e con attracchi fluviali per la navigazione da diporto.
Fra i numerosi Santi Ausiliatori cui si rivolgevano le popolazioni dei secoli scorsi per risolvere le infermità del corpo, oggi solitamente affidate alle cure dei medici, ce n’è uno particolarmente familiare a noi polesani, in quanto patrono della nostra diocesi.
Si tratta del santo vescovo Bellino, invocato contro la rabbia, una malattia nota e temuta fin dai tempi antichi, la cui trasmissione all’uomo era associata, già in epoca romana, alla saliva infetta dei cani.
L’iconografia tradizionale raffigura infatti San Bellino in atto di ammansire un cane dal comportamento aggressivo, evidentemente per l’idrofobia, indicando ai devoti la particolare attitudine del Santo nei confronti di questo morbo, altrimenti letale.
Era pratica diffusa e consigliata recarsi nella basilica dedicata al Santo, nel paese polesano che porta il suo nome. Qui, dopo una preghiera, ci si disponeva a ricevere la benedizione con la reliquia del Santo, nei casi di sospetto contagio rabbico, in seguito a morsicatura canina.
La storia della medicina ha seguito strade diverse da quelle della fede, e nel 1880 il grande ricercatore francese Louis Pasteur dimostrò l’origine della malattia, collegandola ad un virus che, una volta penetrato nel corpo umano attraverso il morso di un animale contagioso (di solito cani, ma anche conigli selvatici o volpi, in queste ultime la malattia ha un ciclo molto lungo e rappresentano quindi il serbatoio naturale del virus), colpisce elettivamente le cellule nervose.
I sintomi, ben noti, si caratterizzano per l’incapacità di deglutire l’acqua (idrofobia), disturbi della psiche e del comportamento (nervosismo, aggressività, da cui il nome rabbia), cefalea, febbre, paralisi e coma (la proverbiale “morte rabbiosa”).
Dagli studi di Pasteur iniziò la sperimentazione di un vaccino che, se iniettato precocemente, era in grado di stimolare una risposta immunitaria rapida, capace di bloccare il virus rabbico prima della sua lenta migrazione dalla ferita d’ingresso al sistema nervoso centrale (fortunatamente, la malattia ha un periodo d’incubazione di alcuni mesi), evitando a tanti sfortunati una drammatica fine.
Ma prima delle scoperte di Pasteur e della diffusione della vaccinoterapia antirabbica, avvenuta qualche decennio dopo, non vi era alcun rimedio di tipo medico. Alle persone colpite dalla rabbia, o in sospetto di contagio in seguito alla morsicatura di randagi, non restava pertanto che affidarsi alla fede, rivolgendosi a qualche benevolo santo, meglio se specialista contro il terribile male.
E San Bellino, in quanto ad efficacia contro la rabbia, pare non avesse rivali fra i colleghi in santità. Lui che ebbe le spoglie mortali ritrovate proprio da un cane, dopo che una tremenda alluvione ne aveva disperso l’urna fra i campi dell’antica terra del Manegium. Un’area centrale del Polesine poi caratterizzatosi come comune di San Bellino, dopo l’asserito ritrovamento dei resti mortali del Santo.
Le autorità civili non avevano motivo di opporsi a questa pratica di fede, ma, in seguito alla nuova mentalità diffusa dall’Illuminismo, a partire dai primi decenni dell’Ottocento iniziarono a pensare che era loro dovere agire per scongiurare la diffusione del morbo.
Dalle carte di archivio
Siamo nell’anno 1835, in piena dominazione austriaca sul Polesine. La medicina moderna è ai suoi primi passi e consiglia alle autorità di polizia sanitaria l’unico rimedio, valido ancor oggi, per contenere la diffusione della rabbia: la prevenzione, attraverso la cattura e l’abbattimento dell’animale sospetto.
Conoscendo la pratica dettata dalla fede di recarsi nella chiesa di San Bellino in caso di sospetto contagio rabbico, viene fatto obbligo al parroco di San Bellino di annotare su un apposito registro tutti i nominativi delle persone che si recano a quella basilica in seguito al morso di un cane e di trasmetterne l’elenco al Commissario Distrettuale competente.
Il buon parroco segnala pertanto al commissariato del distretto di Badia, che in data 24 febbraio 1835, segnato col n. 40 di quell’anno, un certo Rossin Agostino di Giovanni, d’anni 18, villico, nubile, domiciliato a Bagnolo, si era recato alla basilica di San Bellino per “ricevere la benedizione colla reliquia di quel santo vescovo”, perché “morso leggermente nella gamba destra da cane sospetto”.
Il commissario distrettuale scrive immediatamente alla Deputazione Comunale di Bagnolo, perché il sindaco abbia a prendere i dovuti provvedimenti di prevenzione sanitaria. Dalla risposta dello stesso emerge un curioso ritratto di persone e società di quel periodo.
Anzitutto, scrive, “non fu possibile scoprire chi fosse quel Rossin che risponde al nome di Agostino, pur essendoci più famiglie Rossin in Bagnolo. Esiste però un Rossi di nome Agostino, figlio di Giovanni, abitante in Vallalta, della precitata età di 18 anni”, che il sindaco convoca urgentemente nella sede comunale per chiedergli se fosse mai stato a San Bellino e, nell’eventualità, per quale motivo.
Il giovane rispose che “essendo stato morso dal cane di Antonio Romanini, fu consigliato dai genitori ed altri di andare per devozione a quella basilica, come fece. Chiesto poscia se sia stato sottoposto a regolare medicatura (era già operante il servizio del medico condotto nella persona del dr. Bosi), soggiunse che no, tanto più perché il cane vive ancora in perfetta salute e che il morso proviene da usanza solita di detto cane, che non dovrebbe essere idrofobo”.
Ma le affermazioni del Rossi non tranquillizzano il sindaco, perché, stando alla sua relazione al capo del distretto, “dopo di ciò morsicò anche Giuseppe Altafini, ciò che costituisce esser veramente vizio del cane, forse aizzato dai molti fanciulli della casa Romanini, per cui sarebbe di sommesso parere intanto far chiudere il cane per quiete dei morsicati, finché trascorso sia il tempo opportuno, ed indi di farlo uccidere, ciò che si farà ricevuti i di lei consigli”.
Non sappiamo se durante il periodo di osservazione, si siano manifestati nel cane i sintomi della rabbia. Sembrerebbe di no ma, in virtù delle severe norme introdotte per scongiurare il diffondersi del morbo, è probabile che il destino della bestiola sia stato comunque segnato.
Parallelamente all’aspetto mercantile (vedasi Ventaglio n. 42, dove è stata pubblicata la prima parte del presente contributo), nel periodo della Fiera rodigina veniva messo a punto un programma di spettacoli pubblici di vario tipo.
Gli spettacoli
Una delle attrazioni principali era rappresentata nei secoli passati dalla “Caccia dei bovi con toro” che si svolgeva in Piazza Grande con palchi all’intorno per il pubblico sempre numeroso, mentre il Podestà prendeva posto nel poggiolo della Loggia dell’odierno Municipio.
La caccia ai buoi si svolgeva in due giornate: la prima con soli bovi, la seconda con il toro. Protagonisti erano i cani che venivano accolti tutti in un recinto e chiamati uno ad uno secondo la numerazione della lista. Una volta chiamato dal capo-piazza, il cane veniva lasciato libero di correre, senza abbaiare, cercando di addentare l’orecchio del bue senza attaccarsi ad altre parti.
I cani che riuscivano a superare la prima fase della caccia passavano, il giorno seguente, alla fase finale con il toro, dopodiché la giuria, presieduta dal capo-caccia, premiava il cane che aveva maggiori meriti.
Altro importante avvenimento era dato dalla “Corsa dei Barbari” che si teneva strettamente nel periodo della Fiera e che costituiva uno spettacolo affascinante per la difficoltà del percorso che i cavalli dovevano seguire, data la struttura urbana della città, dalle vie strette e intersecantesi ad angolo retto, tipiche dello schema urbano medioevale.
Ecco come Gioacchino Masatto, nel suo Diario Polesano (1738-1787) ci presenta questa manifestazione: “In questo giorno si fece un corso di cavalli sciolti, detti barbari. La mossa fu fatta dinanzi al Palazzo del Pubblico rappresentante in Piazzetta (l’odierna Piazza Garibaldi) in faccia alla contrada S. Domenico, per cui subito sciolti andarono, indi per il borgo di S. Bartolomeo; poi girarono a sinistra per la strada, che conduce al Prato della Fiera; ed entrati per la Porta S. Francesco si portarono per la strada detta di S. Francesco fin quasi al Corpo di Guardia del Podestà, ove giunti, nello spazio di un minuto e mezzo, dovevano proseguire per due volte la strada suddetta(…)”. Il tutto per un percorso di circa un miglio e mezzo, ripetuto tre volte.
Legata alle manifestazioni della Fiera d’ottobre fu, ed è tuttora, anche la “Stagione lirica”, un tempo al teatro Manfredini, poi al Roncali fino al 1818, e al Lavezzo, ed infine, dal 1819, al Teatro Sociale inaugurato in quell’anno nel mese di marzo, in occasione dell’arrivo in città dell’imperatore d’Austria Francesco I¹.
Le opere musicali costituivano una grande attrazione, ed in effetti l’Opera in Musica, espressione culturale nei cui confronti i Rodigini hanno sempre manifestato grande interesse, divenne il richiamo per le popolazioni Polesane e Venete che, con l’occasione, approfittavano del mercato.
Dal 1840 subentrarono altri spettacoli: corse ippiche, velocipidistiche, tiro al piccione, ed altre manifestazioni, mentre numerose compagnie forestiere si esibivano nelle piazze con spettacoli comici e acrobatici e il prato di Piazza Castello (ora Matteotti) si riempiva di giostre.
Nonostante l’impegno nel proporre nuovi motivi di interesse, nel corso dell’Ottocento la Fiera rodigina vede una progressiva decadenza: già nel 1846 essa, secondo le cronache, era “Fiera solo di nome”. “La Fiera languiva – ci informa il Biscaccia – pochissimi i forestieri che giungevano per lo spettacolo teatrale, scarse le vendite. Difatti, due ore prima della sera, deserte le vie, spoglio il prato dei bovi, lagni, e brontolii per la marcantazia rimasta”… “per le piogge incessanti, per le gravi spese sostenute”².
Ciò che era restato in auge di detta fiera, fu lo spettacolo di Opera, soprattutto a merito di Antonio Gobatti, il quale per passione ne assunse spesso l’impresa. Nella Fiera del 1858, nella ricorrenza della riapertura del teatro Sociale, diede uno spettacolo di primo ordine con cantanti di cartello, quali l’Albertini, la Brambilla, Boccardi, Giraldoni, con le opere Favorita, Giovanna di Guzman e Trovatore; nonché i balli del Rota il Giocatore e I Bianchi re Neri.
Luci ed ombre fino agli ultimi anni del XIX secolo: dal 1895 al 1899, secondo i ricordi di E. Piva, la Fiera fu sempre più fiacca d’affari, mentre al teatro Sociale gli spettacoli lirici proseguirono con alterne qualità e successi³.
Una fiera che resiste
Note dolenti si registrano anche nei decenni successivi, tanto che Gino Piva, nel 1931, piangeva la Fiera di Rovigo, ma anche sottolineava: “eppure essa resiste, compresa la pioggia che per nove edizioni su dieci, la accompagna”⁴.
E tuttora la Fiera di Rovigo resiste ed è attesa. E, con annate più o meno fortunate, continua a rappresentare un importante punto di riferimento per il capoluogo ed il Polesine, grazie al suo intenso programma di manifestazioni culturali, economiche, sportive, con mostre di artigianato, auto, convegni, e l’immancabile cartello dell’Opera lirica e Balletti al Sociale, il tutto organizzato dall’Amministrazione Comunale in collaborazione con Associazioni, Enti e Società sportive.
I punti forte anche dell’ultima edizione – la 528^ della serie – sono stati rappresentati dalla pluralità delle iniziative e dalla territorialità, connotando la fiera di ottobre come spazio aperto per i cittadini e mettendo in luce gli artisti e le associazioni cittadine. Un momento di scambio, incontro e aggregazione che ha coinvolto i cittadini ma anche tanta gente proveniente da fuori provincia, diventando così un’importante occasione di turismo. Così dal 22 al 26 ottobre le vie del centro si sono animate dai colori e dai sapori di circa 350 bancarelle, mentre al Censer si è tenuta la Fiera Campionaria.
Per concludere si può dire che, nonostante tutto, nonostante gli alti e i bassi che caratterizzano la varie annate, la Fiera rodigina è sempre viva, si adegua ai tempi e ogni anno torna ad interessare ampi strati della popolazione e a rendere felici i bambini e i ragazzi al Luna Park, inondando di luci e profumi dolciastri vie e piazze. E, in tale occasione, rappresenta pressoché un obbligo l’acquisto di un immancabile sacchettino di calde mandorle tostate, quasi il significato simbolico della fiera..
Chi, come me, appartiene all’Ordine Francescano Secolare, ossia al Terzo Ordine fondato da San Francesco d’Assisi, è sempre attratto da tutto ciò che riguarda il Padre Fondatore, sia che si tratti di spiritualità, sia di storia o di cultura propriamente francescane. Naturale pertanto che il restauro della Cappella del Crocifisso – presentato il 22 gennaio 2011, presso la Chiesa del Cristo – abbia attirato la mia attenzione, per cui è mi è sembrato interessante riportarne l’evento in questa pluriennale rivista polesana.
Nel n° 25 di “Ventaglio Novanta” si è parlato della Chiesa del Cristo, che sorge a Rovigo in via IV Novembre, allora restituita al culto e alla storia dell’arte della città, grazie ad un restauro integrale con il concorso della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e del Rotary Club Rovigo. Infatti il Rotary, per i 50 anni di fondazione del Club, si era impegnato nel restauro del Crocifisso e del suo altare¹; iniziativa questa caldeggiata nel 1992 dal presidente del Rotary di allora, l’avv. Mario Montini che contribuì anche personalmente al restauro della volta.
E la famiglia Montini ha continuato il suo legame con la Chiesa del Cristo, cosicché ai nostri giorni – in memoria del congiunto Mario Montini, stimato in città per la nobile statura morale e culturale e per i numerosi importanti incarichi ricoperti – ha sostenuto i costi di un nuovo restauro in questa Chiesa, relativo appunto alla Cappella del Cristo Crocifisso.
San Francesco a Rovigo
Ma prima di parlare del restauro, soffermiamoci ad analizzare il rapporto tra questo tempietto dalle antiche origini e la figura di San Francesco.
Da sottolineare innanzitutto come la chiesa, detta del Cristo, sia legata alla plurisecolare tradizione di fede della nostra città, che rimanda ad un passaggio in loco di San Francesco. Il Poverello assisiate – in viaggio verso Venezia o di ritorno da essa verso Roma (è sempre difficile trovare concordanze quando mancano documenti certi) – sembra abbia sostato nel luogo dove sorge appunto il grazioso minuscolo tempio, all’interno del quale si accede ad una celletta situata al piano superiore, ove si racconta abbia dormito San Francesco.
Nel suo peregrinare di luogo in luogo per portare lo spirito evangelico di cui si era fatto araldo, San Francesco aveva la consuetudine di lasciare o inviare ovunque i suoi frati per la diffusione dei suoi insegnamenti, i quali, per lo spirito di umiltà e di carità, furono sempre benvoluti ed accolti. E vivo è tuttora a Rovigo il messaggio di esaltazione della povertà, di invito alla sobrietà di costumi, di apertura alle necessità dei più bisognosi. Una testimonianza questa che trova conferma, ad esempio, nella mensa quotidiana dei poveri presso i Cappuccini, aperta da oltre trent’anni.
Se San Francesco è patrono di Rovigo, una delle motivazioni può essere dunque ricondotta alla particolare affezione verso i Frati francescani presenti in loco fin dal Medioevo. E pare che, nonostante le scarne documentazioni in merito, la piccola Chiesa del Cristo abbia rappresentato il primo nucleo insediativo di religiosi francescani in città.
La prima notizia sicura sull’originaria presenza religiosa francescana nella nostra città, secondo quanto affermato da Andrea Nicolio³, proviene dal testamento di Alice di Chatillon, vedova di Azzo VI d’Este, che nel 1235 disponeva di alcuni lasciti ai frati Minori di Rovigo. Tale fonte trova conferma nelle disposizioni testamentarie sottoscritte nel 1292 da Obizzo II d’Este, il quale destinò la somma di 10 mila lire venete per la costruzione di un nuovo convento per i frati Minori di San Francesco, che risiedevano in una minuscola casetta annessa alla Chiesuola allora detta della Santa Croce, oggi, appunto, Chiesa del Cristo.
La Chiesa della S. Croce, poi della Concezione e dal 1810 detta del Cristo
Ora la Chiesa, con la sua facciata neoclassica, è bel lontana dallo spirito di semplicità ed essenzialità nello stile e nei materiali voluto da San Francesco. Il tempio risulta infatti del tutto irriconoscibile rispetto alla pianta disegnata dal Campagnella, come ha spiegato dettagliatamente lo stesso prof. Teobaldo Traniello, nella cerimonia di presentazione al pubblico del restauro della Cappella del Crocifisso².
La minuscola Chiesa sorgeva nel quartiere allora chiamato “Santissima Trinità”. Dal piazzale antistante alla Chiesa di San Francesco attraverso la “stradella della Beata Vergine della Concezione” (ora via IV Novembre) si giungeva all’Oratorio della Concezione⁴.
Quando, nel 1485, i frati istituirono la Confraternita laicale dell’Immacolata Concezione, la primitiva Chiesetta fu assegnata (1499) alla Scuola dell’Immacolata. Si comprende così il variare nel tempo del nome che contraddistinse la chiesetta, oggi detta del Cristo, ma allora contrassegnata dalla denominazione sia della Santa Croce sia della Santissima Concezione.
I francescani, che già dal beato filosofo Duns Scoto (1265-1308), avevano sostenuto il Mistero della Verginità della Madre di Dio, furono appoggiati dal papa francescano Sisto IV, in polemica con i Domenicani di Ferrara sulla preservazione di Maria dal peccato originale⁵. La Confraternita della Concezione era conosciuta, oltre che per le pratiche devozionali e per la processione nel giorno dell’Annunciazione, anche per l’aiuto offerto alle ragazze povere che intendevano sposarsi⁶. La Scuola dell’Immacolata operò nella Chiesetta un ingrandimento nel 1650.
Nel 1810 fu istituita la solennità del Cristo Redentore e la Chiesa cambiò ancora dedicazione divenendo “del Cristo”⁷.
La soppressione del convento francescano, imposto nel 1805 dal governo napoleonico, mise a repentaglio la sopravvivenza dell’Oratorio. Il parroco di allora riuscì a salvarlo sostenendo che era necessario per svolgere l’istruzione delle fanciulle nella dottrina cristiana⁸.
La Cappella del Crocifisso
Non mi soffermo sulla descrizione architettonica e pittorica del sacro edificio nella sua evoluzione nel tempo, (rimando ad autorevoli fonti⁹) per limitare l’attenzione ad una sola parte di esso, che riguarda l’argomento più propriamente qui trattato. Mi riferisco appunto alla Cappella del Crocifisso – la quale si trova a destra dell’altare centrale – dove è stato effettuato il pregevole lavoro di restauro.
Il Crocifisso, ritenuto miracoloso, è opera di Massimino Baseggio che in questa Chiesa dipinse anche altri affreschi che la decorano. Il cognome Baseggio rimanda ad una famiglia di artisti che operò a Rovigo nel XVIII secolo e il cui membro più noto è Sante il giovane, architetto che progettò il palazzo dell’Accademia dei Concordi e il Teatro Sociale. Ma va ricordata come decoratrice anche la sorella di Sante, Anna, divenuta monaca con il nome di Maria Felicita, nota non solo nell’ambito artistico ma anche in quello della fede, tanto che è attualmente in corso il processo di beatificazione.
Massimino Baseggio, nato a Rovigo il 1737, morì a Ferrara dove il padre Giuseppe, intagliatore, si era trasferito per lavoro. Purtroppo – come sottolineato dal prof. Traniello – la quasi totalità delle opere di Massimino in Polesine e nel ferrarese sembra perduta, per cui quello che sopravvive di lui è tutto nella Chiesa del Cristo.
La sicurezza che i dipinti della Cappella della Chiesa del Cristo siano da attribuite a Massimino Baseggio ce la fornisce il Bartoli – contemporaneo del pittore -, il quale, nel dare un giudizio positivo del suo operato, scrisse che “Massimino Baseggio, oltre ai dipinti a fresco della facciata esteriore, ed internamente del soffitto, dei muri laterali (…), decorò la Cappella del miracoloso Crocifisso, il quale portasi anche processionalmente quando vuolsi impetrare grazia nei bisogni della città e provincia”.
L’altare del Crocifisso venne rifatto nel 1778 dallo scultore veronese Pietro Maderna “costrutto con vari Marmi sempre sul disegno di Massimino Baseggio, che aveva dipinto anche il soffitto e le pareti con simboli della Passione del Redentore”¹⁰.
Durante la seconda guerra mondiale il Crocifisso fu trasportato per motivi di sicurezza e conservazione nella Chiesa di San Francesco; al suo posto fu collocata la pala raffigurante Santa Teresa del Bambino Gesù, eseguita da Pio Pullini¹¹.
Il restauro
La Cappella del Crocifisso è giunta a noi alquanto deteriorata, ma si deve alla elevata professionalità della restauratrice dott.ssa Beatrice Girotto se ci sono state restituite immagini rispettose il più possibile dei caratteri originari dei dipinti, in linea con i criteri moderni del restauro. Lo sviluppo del lavoro ha portato innanzitutto alla scoperta della raffigurazione espressa non propriamente mediante la tecnica dell’affresco, ma di una pittura su muro, opera attribuita a Massimino Baseggio.
Scrive il prof. Traniello: “Il Baseggio dipinse figure allusive alla passione di Gesù, ma le immagini, sfuocate, rendono meno percepibili tali allusioni. Però si può facilmente immaginare che la preoccupazione prima del pittore fosse non tanto meditare sulla Passione di Cristo, quanto di creare una decorazione che colpisse la fantasia di chi entrava in Chiesa. Era la cultura artistica dominante del secolo XVIII che privilegiava la devozione (se non il devozionalismo) all’approfondimento della fede¹².
Il lavoro sulla Cappella del Crocifisso alla Chiesa del Cristo ha rappresentato un impegno non indifferente per la restauratrice dott.ssa Beatrice Girotto, già precedentemente attiva a Rovigo e conosciuta in particolare per aver curato il restauro della Cappella Roverella presso la chiesa di San Francesco.
“Questo è stato un intervento di minore importanza, rispetto alla Cappella Roverella, – ha affermato la restauratrice, – tuttavia si è rivelato un’impresa abbastanza difficoltosa riuscire a dare visibilità a ciò che non era quasi nemmeno più percepibile”, tanto gli oltraggi del tempo avevano infierito su quest’opera”.
“Il pittore Massimino Baseggio, cui sono attribuiti i dipinti, non ha usato totalmente la tecnica dell’ “a fresco”, ma quella a secco e a mezzo fresco, che si rivela più deteriorabile. Il vero affresco ha resistenza agli insulti del tempo e i restauri con questa tecnica di pittura resistono più a lungo e con colori più brillanti”.
“Ogni opera che mi accingo a restaurare – ha osservato ancora la restauratrice – rappresenta una sfida. Nel restauro di questa Cappella era difficile trovare una combinazione di colori equilibrata per una leggibilità immediata delle figure e dei profili. Considerato il grave danneggiamento, è stato operato un giusto compromesso, per trovare un equilibrio fra la quantità e la qualità del colore”.
La dott.ssa Beatrice Girotto ha infine espresso anche un po’ di amarezza per la scarsa valutazione spesso rivolta all’attività di restauro, ritenuta sostanzialmente un lavoro artigianale, ma ha anche osservato che destinare la propria attività alla bellezza delle opere d’arte fa superare ogni difficoltà.
“La leggerezza del cuore porta al bello”, ha affermato. Un’annotazione da condividere giacché, se l’uomo smarrisce la dimensione della bellezza che ha in sé e che proietta nell’arte, vien meno la pienezza della sua stessa umanità.
Tra i beni storici del capoluogo polesano, ve n’è uno ai più sconosciuto nonostante la sua posizione centrale. Si trova in Piazzale d’Annunzio, lo slargo dietro la Camera di Commercio (un tempo denominato Piazza All’Ara) che si raggiunge imboccando la stretta via ciottolata (via T. Fraccon), posta tra l’edificio della Camera di Commercio e quello del Consorzio di Bonifica. Si tratta di Casa Rosetta-Ferrari, costruzione che si fa risalire al ‘500, purtroppo trascuratissima ed inserita in un contesto di edifici di scarso pregio, per lo più eretti nel secolo scorso.
Una targa, identificativa dei beni culturali rodigini, indica – a chi raggiunge il vetusto fabbricato – la valenza storica della costruzione e la particolarità davvero eccezionale di essere stato l’unico edificio affrescato di Rovigo. Un palazzo, risalente al XVI secolo, originariamente appartenente alla famiglia Foligno, che nel XVIII secolo passò di proprietà ai fratelli Antonio e Francesco Rosetta, e che subì nel corso degli anni numerosi rimaneggiamenti.
Attualmente l’intero stabile si presenta in uno stato di estremo abbandono; l’unico motivo di interesse dell’edificio è rappresentato dalle tracce degli affreschi che un tempo caratterizzavano la facciata.
Oggi rimane un affresco ancora visibile, sotto la grondaia, salvatosi perché riparato dalla sporgenza del tetto, ma tuttavia in gran parte deteriorato dall’usura del tempo e delle intemperie: si riconosce una veduta (seppur fantasiosa) di Rovigo come doveva apparire nella seconda metà del XVI secolo.
E’ possibile riconoscere una città murata ai lati della quale si distinguono delle lance, che probabilmente dovevano appartenere a due schiere contrapposte di cavalieri in armi.
L’autore dell’affresco ci è ignoto. Il Bartoli lo attribuisce a Ludovico Pozzoserrato, cioè Lodewijk Teoput, artista fiammingo attivo in quegli anni in Veneto, soprattutto a Treviso; il Semenzato, più prudentemente, si rifà a qualche anonimo pittore di scuola emiliana.
Di tanto in tanto si leva la voce di qualche associazione culturale rodigina a sottolineare l’importanza storico-artistica del dipinto murale, che andrebbe preservato e valorizzato, ma a tutt’oggi il “grido di dolore” non ha ancora trovato risposte.
Riteniamo perciò doveroso evidenziare, ancora una volta, l’urgenza di un tempestivo intervento di restauro e protezione, al fine di impedire che il passare del tempo porti alla completa scomparsa dello storico affresco. E lo facciamo dalle pagine del Ventaglio, nella speranza (ultima a morire) che sia preso quanto prima qualche provvedimento di salvaguardia.
In attesa, dunque, che le autorità competenti si attivino, presentiamo due ricostruzioni del dipinto.
1. La prima consiste in un acquerello del pittore Carlo Campi, noto artista che dagli scorci della nostra città e della campagna circostante trae spesso ispirazione.
L’acquerello mostra la città, ed in primo piano due eserciti di armigeri a cavallo che si fronteggiano. Probabilmente si vuole raffigurare un episodio della guerra tra Venezia e Ferrara svoltasi nella prima metà del ‘500. Infatti nel 1509 Alfonso II d’Este, approfittando del fatto che Venezia doveva affrontare da sola la lega di Cambrai, occupava Rovigo. Due anni dopo la Serenissima, con un’accorta intesa diplomatica (che si concludeva con la fondazione della Lega Santa), riusciva a dividere gli avversari e rioccupava Rovigo.
Un episodio cruento dunque, che ci riporta in un clima di conflittualità in cui la città fu teatro di numerose operazioni militari che lasciarono devastazioni del territorio e sofferenze per la popolazione.
2. La seconda ricostruzione è un restauro eseguito dallo scrivente al computer mediante un programma di fotoritocco. Si tratta di una ricostruzione che non ha nessuna pretesa artistica, ma, partendo da una fotografia originale dell’affresco, cerca di correggere i difetti e le imperfezioni create dal degrado.
Il risultato finale mostra la città come doveva essere vista dall’artista, cioè da un ipotetico rilievo del terreno in modo tale da poter descriverne anche gli edifici interni alla cinta muraria; alcuni edifici sono ancora riconoscibili e richiamati nella legenda posta ai piedi della panoramica.
Nell’attesa che un rifacimento “reale” dell’affresco, e magari dell’intero edificio, possa essere portato a termine dal Comune (o dai proprietari della casa), ci dobbiamo accontentare di questi tentativi di restauro “virtuale”.
E’ incastonata nel verde della campagna, tra alberi secolari e vigilata dalla maestosa possanza degli antichi platani che bordano la piazza, Villa Pisani, a Vescovana.
Entrando in paese, da qualunque direzione, la si incontra: come centro al quale giungere per stringere la mano ad un passato che rievoca persone, fatti ed eventi impressi nella memoria dei più anziani o celati tra le pagine dei libri e le sembianze delle costruzioni.
Ora la villa appartiene alla signora Bolognesi-Scalabrin che ama definirsi, non la proprietaria, ma la custode di questo affascinante complesso, la cui storia ha radici antiche. Che si prolungano in lontane acquisizioni territoriali dei nobili Pisani, divenuti proprietari, nel 1468, di un vero feudo, comprendente i paesi di Vescovana, Stanghella, Boara e Solesino, in un’asta della Serenissima dopo la confisca ai discendenti degli Estensi.
Le laboriose opere di bonifica di terreni acquitrinosi, sottoposti ai capricci acquei dell’Adige e del Gorzone, diedero una più felice collocazione a Vescovana che compare, con la sua Villa, nella carta catastale (RETRATTO DEL GORZON-copia del 1633 di un originale del 1588) conservata in un’apposita sala del Museo Civico-etnografico di Stanghella a cura del Gruppo della Bassa Padovana guidato dal prof. Camillo Corrain.
Il disegno mostra una costruzione massiccia, arricchita da due lunghe barchesse laterali, segno di una ruralità intensa e produttiva.
La sua evoluzione è comunque sottoposta alle alterne vicende della famiglia Pisani ed alle vicissitudini che inducono a cambiamenti, trasformazioni e sovente anche a dispersioni di testimonianze preziose.
In un documento dello storico A. Cittadella, relativo a “La condizione di decima” – 1661, si cita una “casa domenicale con giardini, bruolo, horti, et cortile, con campi arativi, prativi e pascolivi”. Nel “quaderno di vescovana dal 1782 al 1810 (Museo di Stanghella) si trovano altresì dati relativi alla “Casa dominicale con brollo, giardino ed altre adiacenze”. Sono queste diciture a far comprendere l’importanza di un’abitazione patrizia con fiorente “corredo” di piante floreali e fruttifere.
Si realizza così pienamente l’idea di un “feudo” di campagna, nel quale il ciclo delle creature è in sintonia perfetta. La terra è fertilizzata con il concime delle scuderie; le piante da frutto (dai cedri, ai limoni, ai peschi…) sono parte del bilancio.
Per avere notizie più complete si giunge alla metà dell’ ‘800 quando, nella storia dei Pisani, entra una figura solare e misteriosa nel contempo: Evelina van Milligen che nel 1852 sposa Almorò III Pisani e giunge a Vescovana. Nota con l’appellativo di “contessa turca”, Evelina è cosmopolita, di profonda cultura e di squisita sensibilità.
Nata a Costantinopoli, da padre inglese e madre francese, ella trasforma la tenuta di Vescovana in una DOGE’S FARM. E’ questo l’appellativo dato alla Villa dalla scrittrice inglese Margaret Symonds, ospite della contessa ed autrice del libro “Days spent on a doge’s farm” (Londra 1893) nel quale sono narrati i giorni trascorsi a Vescovana insieme al padre, il letterato Addington Symonds (History of the Renaissance in Italy).
Sono i tempi in cui la contessa Evelina, rimasta vedova nel 1880, profonde le sue energie di donna ancor giovane e dinamica, lavorando per lo sviluppo dell’enorme azienda agricola e prodigandosi anche in momenti drammatici come la rotta dell’Adige, nel 1882. E’ in quell’ occasione che la nobildonna fa intervenire l’esercito per innalzare un argine protettivo salvando così il paese dalla furia delle acque.
Evelina è un’innamorata della vita e della natura. E’ certamente questa profonda passione ad indurla a realizzare il giardino, che ancor oggi può essere considerato un gioiello nel cuore del paese, che la Symonds descrive nel suo libro. Un vero paradiso nel quale convivono preziose piante nell’armonia architettonica delle aiuole e dei viali lungo i quali passeggiare con la stupenda illusione di vivere un sogno.
L’imponente giardino occupa l’originario brolo ed è solcato da diramazioni che toccano l’antica ghiacciaia, una fontana dedicata alla Symonds, il giardino roccioso con piante alpine che la contessa conosce ed apprezza durante i suoi ripetuti soggiorni in Svizzera.
Nelle immagini d’epoca, la struttura appare definita da rigorose geometrie a ventaglio che vivacizzano la piatta fronte meridionale della Villa e sanciscono una simbolica fusione tra la secolare e multiforme storia dei Pisani con la creativa vivacità della van Milligen che inserisce nel suo paradiso botanico anche simbolici elementi islamici appartenenti alla sua cultura poliedrica.
La nobildonna, che tanto operò per dare lustro al “feudo padano”, scompare nel 1900 e l’asse ereditario passa così al Marchese Guido Bentivoglio d’Aragona, lontano pronipote dei Pisani.
Con la scomparsa della “contessa turca” si chiude dunque a Vescovana la storia dei nobili Pisani. Le grandi proprietà vanno ai Bentivoglio d’Aragona anche per l’intercessione del Patriarca di Venezia presso le Autorità di governo affinché l’eredità passasse ad una famiglia che tanti meriti aveva ottenuto al servizio della Serenissima.
Per Carlo Guido Bentivoglio fu un’autentica manna dal cielo, giacché il casato – noto per l’imponente bonifica attuata nell’alto Polesine tra il Canalbianco e il Po – si era ormai ridotto sul lastrico, con la cessione di tutti i beni polesani (ultima la Corte Bentivoglio di Giacciano passata ai Fiocco, oggi Milan) e il ritiro in alcune stanze del superstite palazzo Bentivoglio di Ferrara.
Unica erede di Carlo Guido Bentivoglio fu Elisabetta che sposò il conte Agostino Nani Mocenigo, il cui ultimo erede, Conte Agostino II, cedette la stupenda Villa agli attuali proprietari.
Ora è la Signora Mariella Bolognesi Scalabrin a curare con amore infinito questo meraviglioso angolo nel quale la storia ha lasciato le sue impronte incancellabili tra le pagine dei libri, sui mobili, nelle pietre, sugli alberi e lungo i viali del giardino nei quali ci pare sia tornata a passeggiare la contessa Evelina con il suo cestino di rose appena colte…
Casa Avezzù, a Rovigo, in via Silvestri di fronte alla chiesa di San Francesco, ha una sua voce: una voce dal timbro caldo e insinuante, che ci parla d’altri tempi, di atmosfere ovattate ed eleganti, di ritratti di nobili dame e di gentiluomini, di care memorie di famiglia.
L’abitazione dell’avv. Antonio Avezzù Pignatelli risale, a quanto è dato sapere, al ‘700. Agli inizi dell’Ottocento ne fu proprietario don Gioachino Masatto (1756-1830), studioso, membro dell’Accademia dei Concordi ed autore del manoscritto “Diario Polesano” (di cui si è parlato nel n. 41 di questa rivista pag. 62 e successive).In seguito il prestigioso immobile passò ai suoi eredi, i Fabbri, i quali, a loro volta, lo cedettero a Vincenzo Pisan nel 1868.
Divenne di proprietà della famiglia Avezzù due anni dopo, nel 1870, quando fu acquistata da Vincenzo Avezzù, fratello del bisnonno dell’attuale proprietario.
Una famiglia dalle radici storiche quella degli Avezzù che, da antichi atti notarili consultati dalla prof.ssa Laura Fasolin dell’Archivio di Stato, risulta impegnata già nella seconda metà del ‘400 nella compravendita di fondi soprattutto in Sant’Apollinare e nella limitrofa Baltun.
Nella seconda metà del ‘500 e nel primo trentennio del ‘600, oltre agli acquisti di terreni, alcuni documenti attestano che gli Avezzù si aprirono anche alla conduzione di livelli; infatti, nel 1633 il Monastero di San Bortolo concesse un’investitura su terra e casa in Sant’Apollinare ad Apollonio Avezzù, fu Domenico Maria.
L’attività di compravendita e di investitura di terreni a Sant’Apollinare e a Baltun continuò anche nel XVIII secolo, inoltre, la famiglia Avezzù cominciò ad espandersi a Rovigo. E nel contempo si estese pure l’attività di compravendita di mulini natanti; dal territorio di Sant’Apollinare si arrivò sino a Concadirame.
Non tutti gli Avezzù, però, erano interessati agli affari, infatti, don Vincenzo, era impegnato nella propria carriera ecclesiastica che aveva iniziato nel 1770 con la sua ordinazione a sacerdote nell’Arcidiocesi di Ravenna, della quale la parrocchia di Sant’Apollinare ha rappresentato a lungo un’enclave in terra polesana.
In quel periodo, Ignazio Avezzù si coniugò con Francesca Rosada, figlia del facoltoso dottor Silvestro ed assorbì la dote della moglie. La consistenza patrimoniale che si raggiunse, grazie a questa unione, fu davvero considerevole, come risultò dall’inventario dei beni redatto nel 1807 alla morte di Ignazio.
Dopo la scomparsa di quest’ultimo fu Francesca Rosada, la vedova, a proseguire l’accrescimento e il consolidamento del patrimonio familiare. E proprio questa donna dalla forte tempra, dotata di grande intelligenza, continuò con determinazione l’attività di compravendita di terreni: nel 1820 acquistò ben dodici campi e “nove quarte di terra” in Sant’Apollinare.
I nipoti di Francesca, invece, si dedicarono in larga misura alle opere di beneficenza. Anche il Biscaccia, nella sua cronaca di Rovigo del 1866, ricorda la tragica situazione economica di molti poveri e racconta l’impegno costante e generoso di Ignazio Avezzù a favore dei tanti indigenti.
E pure il fratello di Ignazio, Vincenzo, si distinse per particolare generosità nei confronti dei malati e dei bisognosi. Vincenzo fece anche parte della commissione per il Patronato e la Sorveglianza delle Scuole di base e fu sindaco, con De Rossi e Osti, della casa degli Esposti.
E’ quella dell’avv. Avezzù una dimora ricca di ricordi. Quadri alle pareti di varie epoche, piatti e vasi di maiolica, argenteria ricercata, mobili di pregio, alcuni dei quali intarsiati, specchiere con cornici elaborate e una biblioteca ricchissima che comprende anche cinquecentine e libri rari. C’è anche la ricostruzione dell’albero genealogico della famiglia: vi figurano molti nomi che hanno dato lustro alla nostra terra.
Come non ricordare la celebre poetessa Cristina Roccati? Fu una delle prime donne laureate in Italia (conseguì la laurea a soli diciannove anni nel 1751 presso l’università di Bologna). Un ritratto della poetessa fa bella mostra in uno dei salotti di Casa Avezzù. Alla parete di un altro salottino notiamo un ritratto femminile datato 1827: raffigura suor Maria Colomba Rosada, monaca di grande levatura spirituale che diede esempio di rare virtù cristiane.
Altra figura che scelse la vita monacale fu Teresa Valsé Pantellini, figlia di Giuseppe Valsé Pantellini che da Rovigo si trasferì in Egitto dove si qualificò come uno dei più importanti imprenditori del settore alberghiero. Teresa, straordinaria figura di giovane donna, da “ricca si fece povera”, come ha scritto nella biografia a lei dedicata Maria Pia Giudici. Teresa, nata nel 1878, ricca e ammirata nell’ambiente nobile e signorile della sua famiglia, volle consacrare la sua vita al Signore e decise di entrare a far parte di un Istituto dedito alla gioventù povera.
Morì a ventotto anni, lasciando in chi ebbe la gioia di conoscerla un ricordo di fulgida bontà e di amore verso il prossimo.
Tra gli antenati dell’avv. Antonio Avezzù Pignatelli troviamo il nonno Sebastiano, il papà Pietro, notaio di fama, la mamma Lilia Furioli, raffinata gentildonna.
Nell’ambito degli stretti parenti non si può tralasciare di citare il dott. Paolo Avezzù, ex sindaco di Rovigo. Un pò più lontana è invece la parentela con il dott. Guido Avezzù per tanti anni primario dell’ospedale di Rovigo e il dott. Giorgio Avezzù proprietario della Casa di Cura “Città di Rovigo”.
Tra gli Avezzù che non possono essere dimenticati, c’è anche la dott.ssa Elisa Avezzù, mia cara amica che apprezzava i miei testi poetici e che, alcuni anni fa, presentò la mia opera poetica e narrativa presso il Circolo Sociale a Rovigo. Ho un bellissimo ricordo di Elisa, dei nostri incontri in cui parlavamo di letteratura, arte, poesia. Elisa Avezzù era una studiosa appassionata e colta, docente di lingua e letteratura greca all’Università di Padova, autrice d’innumerevoli indagini retorico stilistiche che compongono la teoria e la manualistica antica, oltre che di studi lessicali, giuridici e antropologici sulle istituzioni greche. La sua prematura scomparsa ha lasciato un grande vuoto nel cuore e nello spirito di chi l’ha conosciuta.
Nella storica abitazione rodigina troviamo un’altra donna di rara sensibilità e bontà d’animo: la dott.ssa Maria Carla Lorenzoni che, che nel 2005 ha festeggiato cinquant’anni di matrimonio con l’avv. Antonio Avezzù.
Originaria di Lendinara, una laurea in lettere, Maria Carla Lorenzoni ha dedicato molti anni della sua vita all’insegnamento nelle scuole superiori di Rovigo. Il greco è la sua grande passione così come lo è sempre stata la poesia. Pochi sanno che Maria Carla ha composto testi poetici di grande delicatezza. Alcuni di questi li ha dedicati ai suoi quattro figli: Pier Rodolfo, laureato in scienza della produzione animale, Maria Alessandra, architetto, Anna Elisa, avvocato, e Marco, ingegnere. Sono questi i giovani Avezzù, che nella casa paterna hanno vissuto l’atmosfera di un casato dalle tradizioni solide, e che ora portano alto il nome della famiglia con un apprezzato impegno nelle loro attività professionali.
a chiusura di questo numero del Ventaglio è coincisa con la presentazione – tenutasi a Rovigo lo scorso 8 maggio – del marchio di valorizzazione della pesca polesana.
“Pesca amica/ miglio zero” è lo slogan che contraddistingue il nuovo logo caratterizzato, sul piano grafico, da linee blu che si intersecano in una sorta di cuneo a simboleggiare il delta del Po. Un marchio che rappresenta il raggiungimento di una intesa tra più soggetti con l’obiettivo di promuovere la produzione ittica e la mollischicoltura nel comprensorio del Parco del Delta. Un progetto che vede come capofila ed attuatore il Parco del Delta Veneto, che si avvale dell’organizzazione di Coldiretti ed Unci (Unione Nazionale Cooperative Italiane della Pesca e dell’Acquacoltura) e del patrocinio della CCIAA di Rovigo.
Come è stato sottolineato nell’incontro informativo che si è tenuto presso la Camera di Commercio – in cui il progetto è stato illustrato dai soggetti che lo hanno promosso: per l’Ente Parco del Delta il presidente Geremia Gennari, Alessandro Faccioli per Coldiretti impresa pesca e Unci pesca, l’assessore regionale Isi Coppola per la Regione Veneto e Valentino Bosco, presidente di Coldiretti, intervenuto anche in veste di vice presidente dell’ente camerale – si tratta di un’iniziativa studiata per identificare e promuovere il prodotto locale, per evidenziarne non solo il luogo di provenienza, ma anche l’impresa ittica che lo ha trattato, nella logica della trasparenza e della tracciabilità della filiera.
Un’iniziativa, dunque, a favore di una delle più grandi risorse della nostra terra – che vede complessivamente oltre 2.000 persone impegnate nel settore della pesca – festeggiata nella principale piazza di Rovigo, con degustazioni di cozze, vongole e sarde delle coop. ittiche polesane, preparate dal ristorante Aurora di Porto Tolle. E ciò che conta è la consapevolezza di promuovere con iniziative condivise le peculiarità del nostro territorio.
Va però anche detto che il marchio è un simbolo, che prende vita nel momento dell’operatività del progetto di valorizzazione e si sostanzia nella continuità di un’azione portata avanti con perseveranza e senza ripensamenti. E’ quanto ci auguriamo, ricordando anche il recente varo di un’analoga iniziativa avviata solo qualche mese fa, ovvero la definizione di un marchio dedicato allo sviluppo turistico del Polesine, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dalla Provincia di Rovigo, dall’Ente Parco del delta e dalla Camera di Commercio.
“Polesine, terra di grandi Orizzonti”, è lo slogan di questo secondo marchio, studiato per la valorizzazione del turismo in Polesine. In questo caso sono i due grandi fiumi ad apparire stilizzati, sotto la “O” di Polesine: una “O” diventata rosso sole al tramonto, a rimembrare il mito di Fetonte, che si rinnova negli infuocati tramonti nelle acque del Po.
E’ il Polesine che avanza nella consapevolezza delle proprie potenzialità, la testimonianza che la nostra terra va conosciuta, amata e valorizzata. Lo spirito con cui, semestre dopo semestre, diamo vita con continuità a questa rivista chiamata “Ventaglio”, nata da un’idea che ha preso vita oltre vent’anni fa.
Per tutto il mese di ottobre 2011 è stato portato sulla scena della vita rodigina un evento di grande importanza sul piano artistico e culturale, dedicato a Giovanni e Vittorio Biasin, pittori che hanno lasciato una traccia significativa della loro arte in città.
La proposta, inserita nell’ambito delle iniziative per le celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia, è partita dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo e dall’Accademia dei Concordi, con la collaborazione del Comune di Rovigo, ai quali si è aggiunto anche il Conservatorio “Venezze”, abbinando alla XVI edizione “Musica e pittura” un apposito programma incentrato su concerti e musiche dedicati al Risorgimento.
Scopo dell’iniziativa, mettere in luce aspetti interessanti del patrimonio artistico locale, cosicché gli enti predetti hanno inteso far emergere e valorizzare ingegni e talenti del territorio per lungo tempo rimasti nell’oblio. Un recupero, quindi, di una identità rodigina forse, all’epoca, rimasta volutamente trascurata e non adeguatamente evidenziata, probabilmente anche per le divergenze di tipo politico ed ideologico dei due artisti nei confronti dei reggitori della cosa pubblica.
I pittori Giovanni e Vittorio Biasin, padre e figlio, di origine veneziana, hanno trascorso la maggior parte della loro vita a Rovigo. Il primo, infatti, nato nel 1835, giunse in città nel 1863 e qui rimase fino alla morte, avvenuta nel 1912; il secondo, nato a Venezia nel 1860, arrivò in Polesine con il padre e la madre quando aveva appena tre anni; visse e lavorò a Rovigo, dove morì nel 1926.
La scelta di proporre una mostra dedicata a questi due personaggi è dovuta al fatto che essi furono testimoni diretti del tempo degli eventi che portarono all’unità d’Italia e, attraverso le loro opere, descrissero gli avvenimenti più salienti del Risorgimento polesano, come l’annessione e la giornata del plebiscito. I Biasin “fotografarono” inoltre con le loro tele quelli che sono stati i rinnovamenti e le trasformazioni urbanistiche della città di Rovigo negli ultimi decenni dell’ 800 e dell’inizio del ‘900.
Riassumere in poche righe l’aspetto artistico di questi due pittori, ricordare le loro numerose opere, quelle rimaste nel nostro territorio e quelle dedicate ad altre città, per lo più a Venezia, è una cosa impossibile. Ne deriverebbe una visione certamente riduttiva. Per questo rinviamo il necessario approfondimento all’esaustivo e completo volume “Giovanni Biasin (1835-1912) un artista veneziano a Rovigo tra Eclettismo e Liberty”, scritto da Antonello Nave con il contributo di Roberta Reale e la presentazione di Antonio Romagnolo (che ebbe più volte occasione di pubblicare scritti su questi pittori); un libro edito dall’Associazione culturale Minelliana di Rovigo con la stessa Accademia dei Concordi presso la quale il volume è stato presentato durante le manifestazioni di ottobre.
In una sala della stessa Accademia sono state esposte quindici opere dei due Biasin, undici di Giovanni e quattro di Vittorio; quadri che sono stati reperiti presso collezioni private e pubbliche del Polesine. Oltre all’esposizione dei quadri, sono tate effettuate anche visite guidate, dirette dal professor Sergio Garbato, ai luoghi della Rovigo ottocentesca proposti nelle raffigurazioni pittoriche dei due artisti, come pure negli affreschi che Giovanni Biasin realizzò durante il suo soggiorno rodigino nei numerosi edifici pubblici e privati in città e dintorni.
Importanti, tra gli altri, quelli a lui commissionati da Antonio Gobbatti, il ricco possidente e patriota, che chiamò a Rovigo Giovanni Biasin nel 1863 con l’incarico di affrescare il suo palazzo adiacente alla Porta Sant’Agostino; come pure sono da ricordare le decorazioni del soffitto dell’attuale gabinetto del sindaco nel municipio di Rovigo.
In mostra sono state proiettate inoltre le immagini più interessanti delle opere, con un saggio delle oltre mille pagine di schizzi ad acquerello, appunti, annotazioni e disegni, redatti tra il 1872 e il 1888 da Giovanni e dal figlio Vittorio.
Molto interessante ed opportuno per i numerosi visitatori anche il volumetto, di una cinquantina di pagine, edito dalla Fondazione Banca del Monte, l’Accademia dei Concordi ed il Comune di Rovigo, con testi di Roberta Reali e Sergio Garbato e nitide foto delle tele esposte nonché di diversi affreschi di palazzo Gobbatti, del gabinetto del sindaco e delle numerose pitture conservate nella chiesa di Roverdicrè, oltre alla riproduzione della lunga tempera con il panorama di Venezia.
Infatti, tra i lavori importanti di Giovanni Biasin, è da ricordare anche questa grande opera su carta (del 1887), dalle dimensioni davvero eccezionali, custodita anch’essa presso l’Accademia del Concordi. Si tratta di una tempera veramente unica, sviluppata su una base di 23 metri, che raffigura un completo panorama del bacino di San Marco a Venezia con il Canal Grande e tutti gli edifici e chiese che vi si affacciano, opera esposta a Palazzo Roverella in una mostra di qualche anno fa.
Giovanni Biasin fu dunque un artista completo, che può degnamente stare accanto ai grandi maestri della sua epoca. E’ da ricordare, oltre che per la sua straordinaria abilità pittorica, anche per il suo grande e costante impegno nella vita pubblica e politica di Rovigo, per i rapporti di amicizia e le sue frequentazioni con i personaggi più illustri ed importanti della città.
Il figlio Vittorio, oltre che pittore e decoratore, cresciuto fin da ragazzo al fianco del padre, condusse anche una propria bottega di tipografo e fotografo in piazza Vittorio Emanuele II a Rovigo. Fu inoltre particolarmente impegnato, fra i radicali, anche come giornalista collaborando con il giornale “L’Adriatico” e altre pubblicazioni come “L’Adigetto” e “La settimana rodigina”, divenuta poi “La Lotta della Democrazia”.