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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il “Piccolo Coro” di Roberta

    Il “Piccolo Coro” di Roberta

    E’ una domenica del 1969. Diverse persone come di consueto si recano nella bella chiesa di San Francesco a Lendinara per assistere alla S. Messa. Una ventina di bambine raggiunge la parte retrostante della chiesa. Arrivano da sole, con un’amichetta o accompagnate dai genitori, in bici o a piedi, spesso di fretta e assonnate, magari dopo aver giocato e scalato la statua del santo sul piazzale di fronte. I saluti, due chiacchiere, due risate, ed ecco che Padre Leopoldo fa un cenno alle bimbe che la S. Messa sta per iniziare … dà il “la”, e al suo gesto parte la prima nota.

    Tra le voci bianche, che con assiduità frequentano le prove e le cerimonie domenicali, c’è Roberta Crema. Ha 6 anni, è particolarmente interessata alla musica e al canto e chiede di poter imparare a suonare. Così, dopo poco tempo, esegue con abilità le Sonatine a quattro mani di Antonio Diabelli con lo stesso Padre Leopoldo Ingegneri che, oltre ad insegnarle a suonare il pianoforte, le trasmette la passione per la musica, quella musica che costituirà il perno della sua vita personale e professionale.

    Da allora Roberta continua a partecipare attivamente all’animazione liturgica e a frequentare il patronato. Qui regna la gioia di stare insieme e si condivide l’amore per il canto.

    Nel 1979, giovanissima, a soli 16 anni, inizia a dirigere lei stessa quello che poi diventerà il “Piccolo Coro di San Francesco”.

    Nel corso del tempo la formazione corale è cambiata varie volte. Oggi è composta da 10 ragazze. Alcune di esse sono entrate nel “coretto” talmente piccole che Roberta non dava loro i testi dei canti, ma li faceva direttamente imparare a memoria perché non sapevano ancora leggere.

    Ancora oggi quelle bimbe, ormai cresciute, continuano con entusiasmo a dare il loro contributo vocale in un contesto di amicizia, allegria, piacere di ritrovarsi. Le situazioni e l’ambiente che Roberta ha saputo creare con determinazione, schiettezza, sincerità e profonda umanità, hanno dato coesione al gruppo e hanno permesso a questo di resistere al trascorrere dei decenni.

    Le feste in parrocchia, come quelle per i nonni animate da simpatiche scenette, le feste di Carnevale in maschera, le gite in bicicletta in primavera a “Pra’ de Spin” con giochi popolari e pic-nic sull’erba, l’organizzazione dell’annuale pesca di beneficenza con la collaborazione di tutte le coriste, le uscite sulla neve, sono state alcune sue manifestazioni di sincero affetto e di generosità verso la comunità di San Francesco.

    Oggi il Coro, oltre a svolgere attività liturgica presso la Chiesa dei Frati Cappuccini di Lendinara, animando la S. Messa della domenica mattina delle 10.15, partecipa a diverse rassegne canore a scopo umanitario che riscuotono sempre unanimemente grande successo di pubblico e critica. La sua attività si estende inoltre all’animazione di matrimoni e battesimi.

    Il repertorio del coro, costantemente aggiornato, è decisamente originale e spazia tra brani musicali di diversi generi anche oltre il repertorio liturgico di ogni epoca e stile, eseguiti polifonicamente. L’interpretazione è coinvolgente e le voci delle coriste, ben dotate e sapientemente guidate, dimostrano un affiatamento particolare, molto piacevole all’ascolto.

    Le bambine che ieri parlavano, ridevano, giocavano fuori dal chiostro, oggi raggiungono la chiesa sempre un po’ di fretta, con il rischio di arrivare in ritardo … i saluti, due chiacchiere, due risate … e si raccontano del lavoro, dei figli, della vita di tutti i giorni … ed ecco che Roberta fa un cenno alle amiche che la S. Messa sta per iniziare … dà il “la” e al suo gesto parte la prima nota.

  • La Banda di Taglio di Po

    La Banda di Taglio di Po

    “Taglio di Po è un paese fortunato – ci dice Layla Marangoni, assessore alla cultura del comune deltino -. E’ il ‘Paese della Musica e del canto’, ricco di gruppi, molti dei quali apprezzabili e meritevoli di maggiori riconoscimenti per il loro impegno e i traguardi raggiunti”. “E, nell’anno del 150° dell’Unità d’Italia – osserva l’assessore – il riconoscimento non poteva non andare alla nostra Banda Cittadina G. Verdi”.

    La cerimonia della consegna dell’onorifico attestato si è sviluppata nel corso del Consiglio comunale 18.1.2011, ed è stata una parentesi molto apprezzata. Un riconoscimento per un’attività che trova le sue radici nell’Ottocento, scaturito da un suggerimento ministeriale.

    “Quando dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali – ci informa l’assessore Layla Marangoni – è arrivato in Comune l’invito a segnalare, in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, un Gruppo di musica popolare e amatoriale esistente nel territorio, riconoscendo lo stesso come ‘Gruppo di Interesse Comunale’, non vi è stato un attimo di esitazione: era l’occasione giusta per gratificare la nostra banda. La cerimonia, pur nella sua semplicità, è stata molto apprezzata ed è stata l’occasione per tracciare una breve storia del complesso bandistico tagliolese”.

    Nascita e radicamento della Banda

    E’ noto come da secoli le bande musicali siano espressione culturale tipica del territorio italiano, centri di aggregazione sociale e culturale per diverse generazioni in grado di avvicinare un ampio pubblico alla conoscenza e alla fruizione della musica popolare.

    La Banda di Taglio di Po è nata nel 1880 in seguito alla fusione di due gruppi di musicanti uno capeggiato dal M° Balzi di Adria e l’altro dal M° Antonio Penzo proveniente da Chioggia.

    La nuova formazione, con sede a Taglio di Po, prese il nome di “Corpo Bandistico Musicale”. I componenti furono subito uniti da una grande passione che cresceva giorno per giorno, arrivando in breve ad esibirsi in concerti, ne è testimonianza un manifesto datato 26 giugno 1898.

    E’ doveroso ricordare che il M° Penzo era particolarmente portato all’insegnamento della musica. Appena arrivato a Taglio di Po incominciò a chiamare allievi insegnando loro la teoria musicale, il solfeggio e a suonare con strumenti senza pretesa alcuna. Per il suo meritorio servizio colse la fiducia di tutto il paese e dopo soli due anni quasi tutti i capo famiglia di Taglio di Po, nonostante la diffusa povertà, decisero di contribuire con una quota mensile per il sostentamento di detta istituzione. Una chiara testimonianza di quanto sia sempre stata importante per i tagliolesi l’attenzione verso la musica anche in momenti di grandi difficoltà economiche.

    Ai primi del ‘900 il M° Penzo, come altri bandisti emigrò in America ma la sua impostazione musicale e l’entusiasmo che si era venuto a creare aveva già dato frutti importanti con musicisti come Aristide Benetti che, nonostante le successive traversie delle guerre del 1915 e 1940 seguitò a sfornare autentici talenti come Carlo Giacometti, Livio Ponzetto, Vittorio Spadon, i fratelli Gaspare e Imo Passarella che, oltre a dare voce alla sempre crescente Banda Comunale, ebbero anche grande notorietà quali apprezzati strumentisti e prolifici compositori di ballabili che venivano subito ripresi ed imitati da tutti i complessi che suonavano nelle balere del Veneto.

    Dal dopoguerra ai nostri giorni

    Nel periodo post-bellico anche i musicisti più appassionati dovettero trascurare la Banda per più impellenti necessità di lavoro. Ma nel 1950, per la tenace volontà di alcuni di essi e sotto la guida del M° Livio Ponzetto, la compagine riprese vita e la sua apprezzata attività concertistica riprese con il nome di “Banda Musicale Giuseppe Verdi”.

    Esiste un archivio fotografico dove è possibile vedere l’evoluzione degli strumenti, delle divise e dell’organico che già dal 1985 annovera anche suonatrici donne.

    E’ sicuramente motivo di orgoglio della Banda tagliolese avere espresso, in tutti i tempi, ottimi musicisti e Maestri Direttori di indiscussa fama e prestigio che hanno onorato ed onorano il paese in Italia.

    La prestigiosa bacchetta di direttore, in oltre un secolo di storia, è passata, per periodi più o meno lunghi, dalle mani del M° Balzi a quelle dei Maestri: Antonio Penzo, Aristide Benetti, Gaspare Passarella, Carlo Giacometti, Livio Ponzetto, Amerigo Guarnieri, Mario Bissacco. Di quest’ultimo va ricordato il particolare legato al mancato utilizzo della rituale bacchetta per dirigere la sua Banda. E quando, nel 2001, durante un Concerto a favore dell’AVIS, in segno di stima ed in forma ufficiale, gli Organizzatori decisero di donargliene una, ne fece per una decina di minuti un uso un po’ impacciato. Poi, scusandosi, la accantonò preferendo ritornare alla sua gestualità trascinante. Purtroppo quello fu il suo ultimo Concerto.

    Infine dal 2001 la direzione del complesso bandistico tagliolese è passata al giovane e intraprendente M° Mario Marafante, con un organico oggi di 30 musicisti di cui 3 donne. Il loro vasto e composito repertorio spazia dalla musica celebrativa allo storico, dal sinfonico alla musica d’intrattenimento, alle musiche da film alle grandiose marce da sfilata, dalle musiche sinfoniche alla musica moderna, suscitando nell’ascoltatore sempre grandi emozioni. Da sottolineare infine che la Banda di Taglio di Po fa parte delle 6 formazioni esistenti nella provincia di Rovigo.

  • Rovigo Study

    Rovigo Study

    Anche in Polesine, come nei paesi più sviluppati, la popolazione invecchia, gli anziani aumentano e molte sono le persone, soprattutto donne, che superano i novant’anni e si avviano verso il secolo di vita. L’invecchiamento e la conseguente sedentarietà comportano un aumento di patologie croniche come l’ipertensione, il diabete e l’obesità, che a loro volta determinano un aumento del rischio cardio e cerebrovascolare.

    Di fronte a questa realtà nascono spontanee quanto meno due domande. Fino a che punto può la medicina contribuire ad un miglioramento della vita in età senile? La sanità rodigina come sta affrontando queste problematiche?

    Ne parliamo col dott. Alberto Mazza, dirigente Medico presso la Medicina Interna dell’Ospedale di Rovigo, che ha avviato un progetto di ricerca denominato “ROVIGO study” che prevede la collaborazione con alcune università europee.

    – Dott. Mazza ci parli di questa Ricerca epidemiologica

    “Dall’anno 2006 è in corso a Rovigo una importante ricerca, ideata e portata avanti dal mio maestro Dr Sergio Zamboni, al quale devo dare merito per aver reso realizzabile questo studio. Il ROVIGO study, il cui acronimo è Risk Of Vascular complication: Impact of Genetic in Old people, rappresenta la coorte di controllo dello studio LEOGRA, un studio epidemiologico condotto su popolazione anziana dei comuni di Torrebelvicino e Valli del Pasubio, sopra Schio, effettuato dal gruppo di ricerca del professor Edoardo Casiglia dell’Università degli studi di Padova. Il ROVIGO study è uno studio trasversale, ancora in corso, volto a discriminare i determinanti ambientali e genetici del rischio cardiovascolare dell’anziano. Al pari del LEOGRA, l’obiettivo di ROVIGO study è di chiarire se la maggiore propensione al rischio di avere un infarto o un ictus deve essere ascritta a caratteristiche innate, poco o nulla modificabili, o a fattori ambientali derivanti dallo stile di vita o ad una combinazione di entrambi. Il gruppo di ricerca che ha ideato il ROVIGO study si è dimostrato in possesso delle conoscenze necessarie all’organizzazione e all’esecuzione di uno studio epidemiologico di popolazione viste le precedenti esperienze in Italia e in Europa”.

    – Quanti soggetti della nostra città sono stati coinvolti in questa ricerca?

    “Sono stati reclutati 454 soggetti, nati e residenti nel comune di Rovigo, di cui 218 maschi e 236 femmine con età media di 73 anni. All’analisi preliminare dei dati è stata calcolata la prevalenza dei classici fattori di rischio cardiovascolare come l’ipertensione arteriosa, definita come pressione arteriosa sistolica >140 mmHg e|o diastolica >90 mmHg o presenza di trattamento con farmaci anti-ipertensivi, il diabete mellito, definito come glicemia a digiuno ≥126 mg/dl o uso farmaci antidiabetici, l’ipercolesterolemia definita come colesterolo totale >200 mg/dl, l’obesità definita come l’aumento dell’indice di massa corporea indicizzata ≥30 kg/m2, l’abitudine al fumo di sigaretta e la prevalenza di ipertrofia ventricolare sinistra. Inoltre con la prevalenza degli eventi cardiovascolari raccolta mediante questionario anamnestico è stato possibile delineare il rischio cardiovascolare globale della popolazione. Infine, in collaborazione con l’Università degli studi di Padova, che detiene le tecnologia necessaria allo studio del genoma umano e dei fenotipi avanzati, avremmo tra poco anche i risultati della genetica.

    – Che cosa avete rilevato da questo studio?

    “Nel corso della ricerca del ROVIGO study sono stati identificati 367 ipertesi, 276 ipercolesterolemici e 50 diabetici. Per quanto concerne l’ipertensione arteriosa 1 soggetto su tre non sapeva di essere iperteso, il 30% non assumeva farmaci anti-ipertensivi e solo il 64% dei trattati aveva valori pressori normalizzati. Nella popolazione degli anziani del ROVIGO l’abitudine al fumo di sigaretta era del 9%, mentre la prevalenza di obesità era del 20%. Circa il 9% era già affetto da cardiopatia ischemica, il 7,5% da scompenso cardiaco, l’8% aveva già avuto un evento cerebrovascolare ed il 4% un’arteriopatia agli arti inferiori. Sono stati diagnosticati 150 casi di insufficienza renale misconosciuta e grazie alla spirometria sono stati identificati 56 nuovi casi di broncopneumopatia cronica ostruttiva. All’identificazione delle patologie pre-cliniche segue l’intervento, il che comporta un ampliamento dell’assistenza e di prevenzione primaria”.

    – Dallo studio emerge dunque la necessità di un ampliamento dell’assistenza e della prevenzione. Ma le strutture della Sanità polesana sono attrezzate per far fronte a questa richiesta?

    “Ritengo che l’invecchiamento della popolazione e le conseguenti patologie croniche che l’accompagnano sia un problema non solo della Sanità polesana ma del Veneto. Il Direttore Generale Marcolongo in questi anni ha fornito numerose risposte alle richieste di modernizzazione tecnologica per ottimizzare la diagnosi ed il trattamento delle più importanti patologie cardiovascolari ed oncologiche. Mi auguro quindi che anche per la prevenzione primaria siano investite adeguate risorse a quei progetti che si pongono l’obiettivo di migliorare ancor più la qualità di vita e lo stato di salute dei polesani”.

  • Professione astronomo

    Professione astronomo

    Erano gli anni Novanta. All’ultimo anno del Liceo Scientifico Paleocapa di Rovigo, Mattia Negrello confida fiducioso ai suoi professori l’intenzione di intraprendere il corso di Laurea in Fisica, ma ben presto l’entusiasmo gli si smorza sulle labbra. Infatti alcuni insegnanti lo consigliano di lasciar perdere e di optare per una laurea in ingegneria, più adatta a trovare un lavoro anche in banca, male che vada, piuttosto che restare disoccupato.

    Negrello, però, non ci sta e fa di testa sua.

    Dopo vent’anni il Gruppo Astrofili Polesani, guidato da Jerry Ercolini, ha accolto il suo ritorno a Rovigo, all’auditorium del Liceo Scientifico, per una conferenza. E Mattia Negrello ha riportato in Polesine parte del proprio immenso sapere, parlando dei contenuti delle sue ricerche: dall’identificazione delle lenti gravitazionali di cui esistono pubblicazioni sulle più importanti riviste scientifiche mondiali, al funzionamento dei grandi telescopi spaziali (Hubble, Planck e Herschel) e terrestri (Keck, Mauna Kea) a cui ha avuto accesso per i suoi studi e per illustrare efficacemente il funzionamento delle lenti gravitazionali, come previste dalla teoria della relatività di Albert Einstein.

    Una conferenza dotta e coinvolgente alla cui conclusione, il professor Stefano Periotto, consigliere del Gruppo Astrofili Polesani e il presidente Jerry Ercolini, hanno ufficialmente nominato Negrello socio onorario del Gruppo Astrofili Polesani.

    Diplomatosi proprio al Paleocapa e successivamente laureato in fisica, sezione astronomia, all’università di Padova, Negrello sta attualmente compiendo studi molto apprezzati in una delle frontiere dell’astronomia del XXI secolo: lo studio dell’universo nel campo del lontano infrarosso e delle onde sub millimetriche.

    “Nello studio dell’Universo è fondamentale non limitarsi alla parte visibile nella sfera dell’ottico, visto che l’analisi della radiazione infrarossa e delle altre lunghezze d’onda permette di “vedere” miliardi di galassie altrimenti non visibili e, soprattutto, troppo distanti per essere percepibili con i normali telescopi” così esordisce l’astronomo.

    “Da quattro anni sto lavorando a un progetto che utilizza il Telescopio Spaziale Herschel che ha come obiettivo l’osservazione di una vasta area di cielo nel submillimetrico per poter identificare anche i rari eventi cosmici tra cui quelli di lensing gravitazionale – spiega Negrello -. Sono coinvolti oltre 150 astronomi, per la maggior parte dalla Gran Bretagna. Come promotore del progetto, sono componente della commissione esecutiva che conta una decina di professori universitari o meglio “lecturer”, l’equivalente di un ricercatore a tempo indeterminato, in Italia”.

    La prestigiosa rivista americana “Science”, punto di riferimento mondiale in materia, ha pubblicato un articolo di Negrello riguardante un lavoro, sulla ricerca delle lenti gravitazionali, portato avanti coordinando una equipe di novanta scienziati di cinquantacinque istituti dislocati in più di dieci nazioni. Per fare queste ricerche ha avuto accesso al grande telescopio spaziale “Herschel”, che orbita a un milione e mezzo di chilometri di distanza dalla terra.

    Negrello, attualmente lavora alla Open University di Milton Keynes, in Inghilterra, vicino a Londra, dove continua a seguire alcuni progetti di ricerca sullo studio del cielo profondo.

    Ma perché Mattia Negrello ha scelto l’Inghilterra per perfezionare i propri studi?

    “La ragione per cui ho voluto “emigrare” proprio in quel paese è strettamente correlata all’argomento di ricerca che ho affrontato durante il dottorato: la cosmologia nel sub-millimetrico; la Gran Bretagna ha una posizione di leadership mondiale in questo settore. Comunque – prosegue, ricordando come in Italia la ricerca pura attraversi una profonda crisi, nonostante i cervelli abbondino, per le scarse prospettive di carriera – l’insegnamento che ho ricevuto al liceo scientifico Paleocapa è stato davvero molto buono”.

    Il giovane astronomo ricorda con piacere quel periodo di studi: “Al tempo ho frequentato un indirizzo sperimentale di fisica-matematica-informatica che mi ha dato ottime basi soprattutto di informatica, per affrontare l’Università”. Poi guarda in avanti osservando che il futuro dei telescopi sarà su due fronti: si lavorerà in cielo ma anche con strumenti terrestri.

    “Esistono diversi progetti in cantiere per telescopi sia spaziali che da terra” – chiarisce Negrello -. Ad esempio il James Web Telescope (il successore del Telescopio Spaziale Hubble) previsto in esecuzione per il 2014/2015 e l’Atacama Large Millimeter Array, una batteria di 66 antenne nel deserto cileno di Atacama (a 5000 metri di quota), che dovrebbe essere inaugurato nel 2012, rappresentano ottimi strumenti. Ovviamente i telescopi spaziali hanno il vantaggio di operare al di fuori dell’atmosfera terrestre e non sono limitati dalla turbolenza atmosferica, quindi offrono immagini molto più nitide. Inoltre – conclude – nell’infrarosso e nel submillimetrico le osservazioni dallo spazio risolvono il problema dell’assorbimento atmosferico che è notevole a tali lunghezze d’onda. Ritengo che i telescopi a terra siano però più gestibili. Ad esempio, il telescopio spaziale Herschel si trova a 1,5 milioni di chilometri dal nostro pianeta: se si verificasse un malfunzionamento, sarebbe impossibile provvedere a una riparazione in sito”.

    Mattia Negrello fa dunque parte di un ristretto team a livello mondiale interessato ad ampliare le nostre conoscenze sull’universo di cui siamo piccolissima parte. E quando alzeremo i nostri occhi al cielo ci verrà forse di pensare all’impegno di questo giovane polesano, senza però dimenticare l’insegnamento di Bob Marley: “Se esprimi un desiderio è perchè vedi cadere una stella, se vedi cadere una stella è perché guardi il cielo, e se guardi il cielo, è perchè credi ancora in qualcosa….”

  • La radice di Michele

    La radice di Michele

    Il Po e Michele Barini, una simbiosi forte, che si esprime nelle mille sfaccettature in cui può presentarsi un legame inscindibile. Ad iniziare dalla primissima infanzia: Michele figlio di pescatore, poi Michele pescatore e traghettatore, e ancora Michele animatore turistico, narratore di tante storie vissute in prima persona, ma anche Michele esploratore di un territorio in continuo divenire, Michele icona vivente del Delta padano e così via.

    Quanti turisti avranno nei loro album una foto di Michele? Migliaia le immagini scattate nei lunghi decenni in cui si è fatto promotore di un vero turismo ambientale alle foci del Po, e non poche immortalano proprio lui, l’uomo del delta.

    “Il Pioniere del Delta”, così lo definisce, a corollario di un originalissimo scatto, Moreno Brandi che ha posizionato l’immagine di Michele Barini nel sito www.fotocomunity.it

    Una foto davvero particolare, che sa di storia, che non può passare inosservata, inducendo spesso, quanti approdano nel sito, a lasciare un messaggio. Brevi scritti di approvazione, rivolti sia all’autore dello scatto che all’effigiato, il nostro Michele, vestito di scuro, con un cappello nero dalla foggia classica, lo sguardo intenso verso un orizzonte lontano e, in primo piano, alcune sculture della natura.

    Regali del Po, dalle forme bizzarre o seducenti, reperti individuati sulla superficie del fiume mentre, trasportati dalle acque, proseguivano il loro lungo viaggio verso il mare. O scoperti arenati sulle spiagge, o ancora raccolti tra i grovigli dei canneti. Sculture lignee, frammenti arborei plasmati dai mulinelli del Po, nell’incontro con le ghiaie del fiume nei dirupi montani e poi con le sabbie nel lungo tratto pianeggiante. Un tragitto senza posa per passare dallo stato di irrilevanti frammenti di pianta a rappresentazioni significative, degne di ammirazione.

    Ma ci vuole un occhio veramente esperto per poter individuare il soffio dell’arte nei legni alla deriva nelle acque del fiume. Quello che non manca a Michele, che nel succedersi delle stagioni ha raccolto decine di questi originali doni: reliquie della natura, da conservare con religiosa trepidazione, per mostrare a quanti sanno accostarsi con rispetto al Po, per condividerne l’anima ed addentrarsi nei suoi misteri.

    “Bellissima immagine, – scrive Vittoria visitando il sito – una gran storia di vita in comunità”.

    “Composizione molto bella: l’uomo sembra uscire dall’oscurità più totale. Di lui si nota solo il volto e la mano, vale a dire le parti di lui più significative. Belle le sculture naturali lignee”, sottolinea Maurizio.

    E Moreno Brandi, autore della suggestiva fotografia – che desta meraviglia e sorpresa tra i navigatori di internet – così chiarisce: “Michele Barini, chiamato da tutti Michelin, è un pioniere del Delta. Questo ritratto, così particolare, è come lo vedo io: un personaggio enigmatico e solare allo stesso tempo, che mi stava presentando i suoi piccoli tesori di legno”.

    Una passione questa di collezionare le suggestive opere della natura che Michele da tempo condivide con Davide Pregnolato. Ed insieme un paio di anni fa hanno ideato una mostra intitolata “Quando la Natura si fa Arte”. E’ stata allestita nella sala del loro comune, Taglio di Po, in occasione delle manifestazioni settembrine dedicate al ricordo del famoso “taglio” eseguito nel 1604 dalla Serenissima, per assicurare un più sicuro corso del grande fiume verso il mare. Veramente ampi i consensi ottenuti dall’iniziativa.

    E, a coronamento di tante attività legate al fiume Po, lo scorso luglio Michele è stato gratificato da un importante riconoscimento, attribuitogli dal proprio Comune nel corso della manifestazione “Tagliolesi Illustri 2010”.

    Michele e il “suo” Delta. Un legame forte, un vincolo che egli estende a quanti sanno condividere la sua passione ed amare il territorio. E così, la scorsa settimana (siamo alla fine di febbraio 2011) è giunta la sua telefonata: a ricordarmi che il delta è là che aspetta; a rimproverarmi, amabilmente, per la promessa non ancora mantenuta di un ritorno a Gorino, dove c’è il suo barcone in attesa della bella stagione per riprendere il consueto rapporto tra l’uomo e il fiume.

    Non è possibile procrastinare l’invito. La giornata è fresca ma limpida. Ad attendermi a Taglio di Po c’è Michele con la figlia, l’incontro è festoso, tra vecchi amici che non dimenticano. Insieme raggiungiamo Gorino Sullam raccontandoci affabilmente le nostre vicende.

    Passiamo il ponte di barche per raggiungere la trattoria Arcadia. “Vedrai ci troveremo bene”, annuncia Michele. Il pranzo a base di pesce è squisito, come ce lo aspettavamo del resto, perché Michele, nel suo territorio, non può sbagliare nelle sue scelte.

    Il tempo passa veloce e presto arriva il momento del commiato… con una sorpresa: il dono di una particolarissima scultura della natura.

    “Questa è per te, ha percorso tutto il fiume, dal Monviso ad Delta”, sottolinea Michele porgendomela. Ed indica i frammenti di roccia incastonati tra le parti di legno. Una radice un tempo abbarbicata alla montagna, una testimonianza di vita che si è fatta arte.

    Una storia della natura che è anche la storia di Michele.

    L’ho ribattezzata “La radice di Michele”. Ed ora la osservo, estatico e un po’ commosso, mentre scrivo queste note… E sento che Michele ed il “suo” Delta sono qui con me.

  • Due ruote di eccellenza

    Due ruote di eccellenza

    Sostituì subito il manubrio da turismo con quello da corsa. Questo fece il piccolo Natale quando da papà e mamma Uliari gli fu regalata la prima biciclettina al compimento degli otto anni di età.

    E’ indubbio: l’istinto del ciclista-corridore ce l’aveva nel DNA. Da quel giorno ha percorso, tra allenamenti e competizioni, un numero di chilometri equivalente a più di dieci volte il giro del mondo. Ha saputo sfruttare ciò di cui una natura benevola l’ha dotato: un fisico particolarmente sano con gambe possenti unitamente ad un’intelligenza tattica di gara. Aspetti fondamentali che hanno fatto e fanno di lui un grande del ciclismo amatoriale.

    Ha iniziato tesserandosi con la “Tre Valli” di Lendinara guidata da Umberto Giacometti, ma poi ha cambiato varie società che se lo contendevano per la sua bravura.

    Nella sua lunga carriera ha vinto centinaia di corse che ora sarebbe noioso elencare. Non possiamo però ignorare quelle che più di altre hanno dato lustro a lui e al ciclismo lendinarese, per avere egli raggiunto il podio col titolo di primo classificato. A cominciare da vari Giri del Polesine, Campionati Provinciali, e i sette trionfi nel Campionato Veneto. E poi le vittorie di grande prestigio: Criterium degli Assi di Copparo (FE) 1985, Pedale d’Argento nel 1987, Campionato Italiano 1985, un secondo e terzo posto agli Europei disputati a San Marino, il Master e il Superprestige nel 1994 e, dulcis in fundo, ben quattro titoli iridati conseguiti a St. Johann in Tirol (Austria) nel 1987, 1996,1998 e 2004. Da notare che queste ripetute affermazioni sono state conseguite lottando contro atleti particolarmente preparati e di valore.

    In particolare ai Campionati del Mondo Natale Uliari si è sempre trovato in competizione con pedalatori agguerriti, addirittura anche parecchi ex professionisti, provenienti da Paesi lontani, quali la Russia, la Polonia, la Germania, il Belgio, l’Olanda, la Francia, gli Stati Uniti, l’Australia, tutti intenzionati a vincere e non solo a partecipare. Questo percorso iridato è molto bello: si snoda tra paesaggi incantati e suggestivi nei pressi della suggestiva città di Kitzbuhel e comprende salite molto impegnative con pendenze del 12% e discese in cui si possono toccare anche i 90 km/h.

    All’ultima sua vittoria, quella del 2004, ho avuto il piacere di assistervi personalmente. Natale, partito con altri 83 corridori, ha dato una vera lezione di tattica, gestendo con intelligenza le proprie risorse fisiche. Ho visto un finale che non dimenticherò facilmente: negli ultimi 450 metri, il ciclista lendinarese ha messo in fila tutti gli altri dopo una volata entusiasmante, tanto da sembrare sospinto da quel vento furioso che soffia dalle parti di Trieste.

    Risultati di eccellenza, che, come detto, sono dovuti sì ad un fisico atletico, ma anche ad una grande forza di volontà per quanto riguarda gli allenamenti che Natale effettua da solo o con altri ciclisti, ma soprattutto con Franco Magosso, uno dei pochi che riescono a seguirlo e farlo faticare per bene. Sì perché di fatica si tratta, e tanta: la pressione del sangue sale, i battiti cardiaci superano le 180 pulsazioni al minuto, gli avversari che non ti danno tregua, la salita che non finisce mai.

    Quando sei in gara, cerchi, se ne hai il modo ed il tempo, di guardare gli avversari in viso con l’obiettivo di capire il loro stato d’animo, le condizioni fisiche, la capacità di reazione; valuti quanta energia possano avere ancora in corpo per attendere o per dare, in quel momento, la stoccata decisiva con lo scatto che ti permetta di andare in fuga o vincere la volata.

    Durante i suoi trasferimenti, Natale Uliari è spesso seguito dalla sua più fedele fan, la moglie Maria alla quale, assieme a tante gioie, ha dato parecchie preoccupazioni per le cadute, a volte rovinose, verificatesi in varie occasioni, ma dalle quali si è sempre brillantemente sollevato uscendo, per dirla col poeta, “a riveder le stelle”.

    E Natale non poteva non influenzare e portare a questo sport il figlio Simone, ora medico operante in quel di Ferrara, il quale ha però dovuto interrompere l’attività ciclistica per impegni professionali. E’ recente la notizia che è stato ingaggiato in qualità di medico sportivo a far parte del “Team Astana”, la notissima squadra del Kazakistan che partecipa agguerrita alle più importanti competizioni in campo internazionale, quali il Giro d’Italia, la Vuelta de Espana, il Tour de France.

    Soddisfazione ulteriore quindi per il ciclista lendinarese che ha incontrato una sua realizzazione nello sport delle due ruote, amato in tutto il mondo da milioni di persone; uno sport che ti mette a confronto con gli elementi della natura, la pioggia, il freddo, il vento e il sole, col proprio simile e con te stesso. Ad majora Natale!

  • Il Convegno del CTG a Porto Viro

    Il Convegno del CTG a Porto Viro

    Pochi giorni prima del convegno, il 21.2.11, arriva alla mia casella di posta elettronica di presidente regionale del Ctg la seguente mail: “Ciao Beppe, sai che a Piove da un paio d’anni è attivo l’Ufficio Turistico della Saccisica; ora si è aggiunto un altro Comune, Candiana, e l’assessore di Piove, che coordina tutti i Comuni, mi ha chiesto di organizzare un gruppo di animatori per tutto il territorio della Saccisica, non solo Piove di Sacco. Le ho detto che la cosa sarà fatta dal mese di novembre prossimo. Nel frattempo dobbiamo tenere aperta la chiesa di S. Nicolò a Piove il venerdì sera, sabato e domenica per la durata della mostra su Guariento a Padova (fino al 31 luglio), una mostra sul Risorgimento ad ottobre, e il “San Martino a cavallo” (23 ottobre), inoltre stiamo facendo il Corso sul ‘700…

    Abbiamo quindi tempo per pensare a questo nuovo corso per Animatori Culturali della Saccisica, che faremo a novembre-marzo indicativamente. Questa è una bella occasione, ci sono 10 Comuni che aderiscono al bacino turistico. Speriamo bene. Intanto bisogna fare una bella progettazione dell’evento. Ciao, Davide, ci vediamo sabato”.

    Davide è il presidente del Gruppo CTG “Vivipiove” di Piove di Sacco. Le poche righe della sua mail ci danno un quadro fresco, pressoché completo dell’attività e del ruolo di un gruppo che fa animazione culturale e ambientale nel territorio: che è il tema del convegno organizzato a Porto Viro lo scorso 26 febbraio, presso il Visitor Center del Parco Delta del Po.

    All’incontro nella cittadina del delta, di gruppi Ctg come questo ne erano presenti 27, con 112 dirigenti, provenienti da tutte le province del Veneto e inoltre da Lombardia (Mantova, Monza), Emilia Romagna (Ferrara, Bologna), Friuli (Pordenone), Alto Adige (Bressanone), Toscana (Firenze).

    Il Visitor Center, sede dell’Ufficio Informazioni del Parco del Delta dove si è svolto il convegno, era parato a festa: la sala strapiena, con aggiunta di sedie al limite della capienza, la hall animata da varie postazioni dei Gruppi Ctg polesani con prodotti tipici, informazioni e consulenza sul territorio del Delta, e tanto calore umano. Insomma, una vera accoglienza in stile Ctg.

    Molto apprezzato anche il pranzo tipico in golena al Po di Venezia e l’escursione guidata sulle dune fossili nel pomeriggio, con dimostrazione di caccia al tartufo diretta dal dr. Enrico Vicentini, consulente scientifico di Turismo&Cultura per la rete museale di Porto Viro, in collaborazione con l’Associazione Polesana Amici del Tartufo.

    Consistente il drappello delle autorità presenti. Essendo il sindaco Gennari influenzato, in rappresentanza del Comune di Porto Viro c’è l’assessore all’ambiente Rosita Perazzolo; per la Provincia l’assessore al Turismo e Cultura Laura Negri; per la Regione del Veneto l’assessore allo sviluppo economico Maria Luisa Coppola e il consigliere Graziano Azzalin.

    Ma torniamo al tema del convegno.

    I Gruppi di animazione culturale e ambientale sono una formula associativa inventata dal Ctg Veneto, sperimentata in tutte le province ed evolutasi negli anni per acquisire un ruolo sempre più incisivo nella società.

    Essenzialmente sono gruppi di volontari che si interessano del proprio territorio: lo studiano, lo insegnano, lo valorizzano, lo promuovono. E’ un interesse che diventa ragione di aggregazione e di impegno sociale. Così i Gruppi ACA (acronimo di animatori culturali ambientali) si battono per la salvaguardia dei beni culturali e ambientali, ma nel contempo ricercano forme gestionali e operative per fare in modo che palazzi, ville, musei, parchi, siano aperti, visitati, vissuti, entrino a far parte della vita della gente: non solo dei turisti ma ancor prima dei residenti, i ragazzi delle scuole, le associazioni e circoli ricreativi e della terza età.

    L’esempio citato in apertura del Gruppo Vivipiove è emblematico. Ma ogni gruppo ha una sua storia di impegno quotidiano nel contesto in cui opera. Queste esperienze sono emerse in tutta la loro vivacità nel corso del convegno, pensato appunto per dare voce e visibilità reciproca agli attori di base, agli animatori dei gruppi.

    In alcuni casi, l’impegno volontario si è trasformato in servizi socio-culturali svolti in forma imprenditoriale (associazionistica o cooperativa). Come avvenuto in provincia di Rovigo, dove l’azione del primo Gruppo operante fin dal 1975 ha dato vita alla cooperativa Turismo&Cultura, attiva nella gestione di musei (Centro Didattica Museo Grandi Fiumi, Sistema Museale di Porto Viro, Septem Maria Museum di Adria, Ecomuseo Mulino al Pizzon di Fratta Polesine, Grandi Mostre di Palazzo Roverella, ecc.), nell’editoria di ricerca e divulgazione (Polesine Delta del Po, Rivista Ventaglio Novanta, ecc.), nella progettazione e gestione di varie forme educative applicate alla scuola, al doposcuola, alla biblioteca, ai campi natura estivi, ai centri comunali di animazione estiva.

    Tutte queste esperienze vengono proposte e realizzate con una grande preparazione e professionalità acquisita sul campo e con continui e specifici percorsi di formazione, ma sono sempre il frutto dello spirito di fondo del Gruppo Ctg visto come attore della crescita culturale e sociale attraverso un uso creativo delle tecniche di comunicazione applicate alle risorse del territorio, a quel patrimonio ereditario che i Gruppi ACA si propongono di conservare, sviluppare e trasmettere alle giovani generazioni.

    L’opera dei Gruppi ACA è quindi tutt’altra cosa dall’attività delle guide turistiche. Si muove su di un piano non propriamente turistico ma più complessivamente culturale, sociale, educativo. E’ frutto della spinta di un volontariato ispirato alla concezione cristiana della vita e nel contempo studia e progetta forme organizzative là dove viene richiesta la fornitura di servizi di animazione culturale con caratteristiche di continuità. Si specializza in vari settori: la didattica museale, i servizi educativi a supporto della scuola e nel tempo libero, l’animazione culturale e l’organizzazione di eventi legati alla valorizzazione del patrimonio locale. In questo senso i Gruppi ACA meritano un riconoscimento specifico da parte delle istituzioni ed un coinvolgimento nell’azione degli Enti Locali, cui i Gruppi ACA sono naturalmente vocati.

  • Il piccolo “Rinascimento” di Melara

    Il piccolo “Rinascimento” di Melara

    Che il paese di Melara in questi ultimi anni si stia positivamente trasformando è cosa evidente e fuori di dubbio. I cantieri allestiti sono tutti indirizzati ad una ripresa ad un recupero del pre-esistente. Le due piazze principali – quella dedicata ad Amos Bernini (1842-1909) e quella di XX Settembre – hanno infatti subìto un notevole rifacimento, un restyling, per usare un termine moderno, che ha garantito un’immagine decisamente gradevole al paese. Altri cantieri sono in essere, come quello delle ex scuole elementari della località Santo Stefano che diverrà sede regionale Scout.

    Ma in questi ultimi anni anche altre realtà sono state al centro di lavori di salvaguardia, come la chiesetta della Santa Croce, l’arco Chigi, l’oratorio di Santo Stefano, l’arcipretale di san Materno. Importanti interventi hanno riguardato anche le scuole della prima infanzia, il municipio, l’ex ricovero per anziani, parte degli edifici di via Sani, e nel futuro prossimo anche le scuole medie avranno un loro percorso riqualificante.

    Si può quindi tranquillamente affermare che Melara negli ultimi dieci-dodici anni ha avuto un suo piccolo “rinascimento”, affiancato ad un rinnovato interesse culturale, come testimoniano le diverse manifestazioni attuate in tal senso ed i libri editi.

    La Festa della Zucca ha tagliato il nastro dei 20 anni ed anch’essa, preso il posto delle iniziative un tempo rivolte al mitico carnevale, coinvolge unitamente gruppi di volontariato con l’obiettivo di mantenere vivace questa comunità che, contando poco più di 1.900 abitanti, può fare affidamento su ben sedici gruppi operativi. Inoltre, grazie ai contributi richiesti ed arrivati dalla Regione Veneto, dalla Fondazione Cariparo, dalla Provincia di Rovigo, è stato possibile fare molta strada e portare a compimento gran parte dei cantieri anzidetti, facendo fare bella figura a tutti.

    I recenti lavori alla piazza ed allo storico campanile vanno in questo senso e nella direzione giusta. Lavori conservativi è vero, ma godibili da tutti e che hanno destato sempre interesse ed ampio consenso. Così è stato per esempio in occasione dell’inaugurazione della restaurata torre campanaria, seguito dal suono delle campane, udite dopo decenni di inattività, che ha risvegliato un senso comune di appartenenza.

    La piazza XX Settembre, nome storico in ricordo della breccia di Porta Pia del 1870, è stata interessata dai lavori, facendo emergere aspetti archeologici molto interessanti e degni di nota nella primavera 2007.

    Si è innanzitutto appurato che la collocazione della precedente chiesa era diversa da quanto pensato. Inoltre il materiale rinvenuto è stato definito molto interessante dagli studiosi ed ha dato modo di pubblicare un libro a cura dello scrivente, con la preziosa collaborazione dell’archeologo dr. Alberto Manicardi, che ha seguito materialmente i lavori di scavo e dello studioso Nicola Albertin, che si è cimentato nell’esame delle monete, il primo vero studio sulla numismatica fatto nella nostra provincia, perlomeno degli ultimi decenni.

    Altro materiale rinvenuto nel corso dei lavori – manufatti in ceramica, vetro, utensili e soprattutto medaglie devozionali – ha costituito motivo di indagine fornendo molte notizie sui melaresi del periodo 1494-1787, epoca del funzionamento del cimitero, situato proprio nello spazio oggi occupato dalla piazza. Vi erano stati tumulati e sepolti più di 6.106 parrocchiani, da quando almeno si è potuto ricavare dai primi registri dei defunti che iniziano nell’anno 1626.

    Il libro poi fa luce nei secoli successivi, tratteggiando le vicende legate alla fruibilità della stessa piazza: quindi spostamento del cimitero dietro alla chiesa attuale ed inizio di altre attività legate al commercio con le prime botteghe e poi il primo carnevale di fine Settecento, per giungere col XX secolo al cambio del nome della piazza, voluto nel 1902 da una giunta liberale.

    Le immagini contenute nel volume documentano anche l’utilizzo dello spazio pubblico per le sfilate di epoca fascista (1932), grazie alla collocazione del municipio proprio nell’attuale piazza e per le manifestazioni dei grandiosi carnevali, grazie ai quali Melara fu etichettata la “Piccola Viareggio del Polesine”.

    Si fa anche un accenno ai lavori precedenti sino a giungere ai tempi attuali, quando il progetto fu portato avanti in diversi anni ma concretizzato proprio di recente. E’ così che la piazza per eccellenza di Melara si è qualificata come il “salotto buono”, uno spazio sicuramente più bello ed accogliente.

    Anche il campanile, grazie all’interessamento della parrocchia, ha avuto il suo importante recupero che non era più rinviabile nel tempo. Rimane qualcos’altro da fare, ma già segnalato, come il ripristino del sagrato antistante la chiesa che completerebbe il circuito urbano, almeno nelle sue linee essenziali.

    Melara, insomma, grazie all’impegno dei suoi abitanti, amministratori e volontari, si è fatta su le maniche, e così facendo, nonostante i periodi di magra dei contributi statali, ha dimostrato di saper avviare e portare a termine importanti iniziative, i cui frutti saranno godibili da tutti nei prossimi anni a venire.

  • La Fondazione Ca’ Vendramin

    La Fondazione Ca’ Vendramin

    Ha cominciato a muovere i primi passi nel Delta la “Fondazione Ca’ Vendramin”, ubicata nell’omonimo complesso dell’ex idrovora costruita a fine ‘800 presso il Po di Goro. Un’ulteriore importante rivitalizzazione della poliedrica grande struttura recuperata con intelligenza dopo anni di abbandono, e qualificatasi negli ultimi tempi come apprezzato Museo Regionale della Bonifica.

    Per conoscere le iniziative in atto, le prospettive della nuova istituzione e i passi fatti dalla sua nascita, stabiliamo un appuntamento con l’ing. Lino Tosini, direttore della Fondazione.

    La giornata è limpida e, mentre l’auto corre sul nastro d’asfalto che dalla Romea conduce a Porto Tolle, la slanciata ciminiera del monumentale complesso idrovoro sembra innalzarsi sempre più verso il cielo. Un indicatore ineludibile per chi raggiunge questo ambito territoriale. Una sorta di grande punto esclamativo che, dal cielo, scende fino a terra. Per segnalarci che qui è il Delta.

    Già il Delta!

    Il Delta e la sua storia, fatta dal fiume e dall’uomo. Il primo con i suoi apporti alluvionali, capricciosi ma anche attesi nella consapevolezza che proprio da questi sedimenti sarebbe nato il nuovo territorio. Il secondo in perenne attività, – con successi alterni – nello sforzo di guidare con saggezza i rami del fiume verso il mare. Un’azione titanica un tempo. Quando l’unica forza motrice era rappresentata dalle braccia di tanta gente in fila, come formiche, per spostare la terra sabbiosa con badili e carriole. Per erigere argini non sempre risultati resistenti, e ricominciare poi da capo l’inesausta azione fino ad averla vinta.

    E poi un’altra impresa, nei cui confronti occorreva ingegno e perseveranza, per superare il gravoso problema dell’acqua stagnante al di qua delle arginature. Acqua non benefica, annidata in grandi avvallamenti infestati da zanzare. Occorreva toglierla.

    La soluzione arrivò solo a partire da metà Ottocento quando si capì che la macchina a vapore poteva essere utilizzata per innalzare le acque paludose e farle defluire nel fiume. Fu così che nel basso Polesine nacquero le idrovore a vapore, con tanto di ciminiere per smaltire i fumi.

    Iniziò un’azione sempre più convinta di risanamento del territorio. Si costituirono i Consorzi di Bonifica e lì, a Ca’ Vendramin, fu realizzata la più grande struttura di redenzione del Delta. Con la sua svettante ciminiera. A tutt’oggi ancora impavida: da cielo a terra per indicarci la nostra meta.

    La sede della “Fondazione Ca’ Vendramin” è stata ricavata in un’appendice di quelle che furono le case di abitazione degli idrovoristi dello storico complesso chiuso alla fine degli anni ‘60, quando nuovi problemi e nuove tecnologie convinsero che, più a valle, andava eretta una nuova struttura con pompe di sollevamento delle acque basse azionate dall’energia elettrica.

    All’entrata ci accoglie affabile l’ing. Tosini, per lunghi anni direttore del Consorzio di Bonifica Delta Po-Adige ed ora, dopo il recente pensionamento, direttore della nuova istituzione, sbocciata proprio per iniziativa del Consorzio di Bonifica, proprietario degli stabili dell’ex idrovora.

    “La Fondazione Ca’ Vendramin – ci informa il direttore Tosini – è nata ufficialmente con l’approvazione del suo Statuto, il 30 Novembre 2009, per iniziativa del Consorzio di Bonifica Delta Po Adige. Come soci fondatori, oltre allo stesso Consorzio, figura la Regione del Veneto, la Provincia di Rovigo e l’Ente Parco Regionale Veneto Delta del Po. Presidente della Fondazione è Fabrizio Ferro, che ricopre la stessa carica anche nel Consorzio di Bonifica. Il patrimonio iniziale, apportato dagli enti fondatori è stato di 160.000 euro, una cifra che ha permesso alla fondazione di avviare le prime iniziative”.

    Apprendiamo dalla voce del direttore Tosini quanto ampie siano le finalità: da conseguire con iniziative non solo a carattere locale o regionale, ma anche nazionale e persino internazionale.

    Obiettivo fondamentale: perseguire il miglioramento non solo idrogeologico ma anche socioeconomico di territori caratterizzati da delta fluviali e zone umide in Italia e nel Mondo.

    Motore dell’istituzione il “Laboratorio Internazionale Delta e Lagune Ca’ Vendramin”, un organismo che intende avvalersi della collaborazione delle Università vicine al territorio e del CUR di Rovigo per promuovere la ricerca avanzata legata ai territori deltizi.

    Sul piano locale, oltre ad incentivare l’approfondimento degli studi sul territorio, in un’ottica di positiva ricaduta economica e di sostenibilità ambientale, si intende anche puntare sul miglioramento della fruizione del Museo Regionale della Bonifica (che sarà dotato di installazioni multimediali) e sulla valorizzazione in genere del Sistema Museale del Delta del Po, recuperando e valorizzando i dimessi manufatti idraulici.

    E sul piano internazionale?

    “La Fondazione – ci dice con soddisfazione l’ing. Tosini – ha già colto un primo importante risultato a livello internazionale, con la firma a Roma, in data 19 novembre 2010, di un protocollo di intesa con la F.A.O., l’organismo dell’ONU che si occupa di migliorare le produzioni alimentari a disposizione dell’umanità nelle zone meno sviluppate del pianeta. In base a questo accordo la Fondazione Ca’ Vendramin è stata indicata come la referente FAO per un progetto di valorizzazione della laguna di Hue nel Vietnam. Una iniziativa questa di vasta portata, che vede anche l’appoggio dell’associazione Delta Med, che interessa gli organismi di tutela dei delta fluviali del Mediterraneo”.

    Qui, da Ca’ Vendramin si guarda dunque al mondo, ma non si dimentica ovviamente il nostro delta padano, cosicché nell’ambito locale è partito il primo corso di formazione indirizzato ai pescatori del Delta per una conoscenza più approfondita degli aspetti territoriali in cui esplicano la loro attività, e quindi per agevolarli a svolgere un lavoro più consapevole, anche nell’ottica di sostenibilità ambientale.

    “Il corso, indirizzato in particolare ai giovani attivi nella molluschicoltura della zona di Porto Tolle, è svolto nella sede della Fondazione e si avvale di docenti qualificati. C’è già una richiesta di ripetere il corso di formazione per i pescatori di Rosolina; il che – sottolinea Tosini – testimonia la positività dell’iniziativa”.

    Un altro importante progetto, che verrà sviluppato presso la sede della Fondazione, sarà attuato a maggio con uno stage in loco di studenti e docenti dell’Università di Venezia. Partirà dalla mappatura dell’area di Ca’ Vendramin e del territorio circostante, con riferimento agli immobili dell’ex idrovora e degli altri fabbricati esistenti, molti dei quali in stato di abbandono. Seguirà la progettazione di un piano di recupero e riqualificazione degli stessi in un’ottica di accoglienza turistica.

    “Per incentivare forme di valorizzazione dell’esistente – ci dice ancora l’ing. Tosini – abbiamo attivato anche una collaborazione con una cooperativa locale denominata “CO.SE.DEL.PO”, costituita da giovani interessati ad iniziative di promozione del territorio. Stiamo poi pensando a degli eventi di richiamo sia sul piano culturale sia nell’ambito della gastronomia, che poi è sempre cultura e valorizzazione del territorio”.

    Insomma l’obiettivo è quello di fare della struttura di Ca’ Vendramin un vero punto di sviluppo di iniziative di rilievo per la nostra provincia, in un’ottica di valorizzazione a livello regionale, attivando inoltre dei progetti internazionali legati alle aree umide e deltizie presenti in varie parti del mondo.

    “Progetti questi ultimi – chiarisce il direttore della Fondazione – che, come detto, dovrebbero derivare dall’accordo recentemente sottoscritto con la FAO, partendo dalla consapevolezza che le esperienze e le conoscenze acquisite qui, nel delta del Po, possono rappresentare utili punti di partenza per apportare miglioramenti sul piano territoriale e sociale anche in zone del pianeta molto lontane”.

  • Luna nova

    Luna nova

    IL MIO CANAL BIANCO PERDUTO

    Dove sono andate a finire le tue acque chiare che facevano sognare i miei occhi di bambina, quando nel fiume con mia madre alla mano andavo a guazzare.

    Dalle tue onde lievi i piedi mi facevo accarezzare e, ormeggiata alla mano di mia madre, sognavo di navigare.

    Mi sembravi eterno, limpido, solare e solo io pensavo di invecchiare. Ma, guardando ora le tue acque nere, temo che, come me, dovrai morire.

    Eri nato per dare la vita ma la violenza degli uomini te l’han proibita.

    MAMMA

    Mi ricordo il profumo delle tue braccia che sapevano di lavanda e borotalco, quando, dal tuo lettone al mio, mi portavi in braccio.

    Io fingevo di dormire e tu mi rimboccavi le coperte dandomi un braccio.

    Tanto tempo ormai è passato io vecchia sono diventata

    ma un ricordo mi è rimasto così intenso, così ribelle, nel ricordo del tuo abbraccio il profumo della tua pelle.

    LUNA NOVA

    Uno spicchio de luna co’ ‘na stela accanto, un nero cipresso contro un zielo d’incanto.

    Un azuro de zielo ca se fa sempre più scuro co’ le stele ca brila el diventa più belo.

    Mi a m’incanto a vardare ‘sto gran splendore e, anca sa taso, a me par de pregare: “Te si’ grande Signore!”.

    FELICITÀ

    Felicità è anche pigrire nel letto, in un fresco mattino settembrino con le finestre aperte con l’aria fresca che ti accarezza.

    Sentire il rumore del treno … lontano, rombante sul ponte,

    vedere sfrecciare le rondini in cielo,

    felicità è vedere rifiorire le rose godere di queste piccole cose!!

    CASA DE CAMPAGNA

    Picola, vecia casa de campagna a vardarte ben a te gà na facia quasi umana:

    la porta la par na boca, i balcun i par de oci, el camin un naso longo e par ch’el spiona tuto el mondo.

    Dentro de ti un vociar de putini, amorevole e giocondo. In cussì poco l’è serà tuto el me mondo.

    A MATTIA

    Parlami del dolore del tuo corpo prigioniero di una sedia a rotelle dimmi dei tuoi sogni mai vissuti. Vorrei donarti giorni di luce in questi momenti di buio, ma ho le mani vuote. Sei fiore immobile, grido di rondine ferita nel volo. Ma un paio di ali avrai in dono. Tu che non hai potuto correre sui prati in fiore, e sulla sabbia del mare e, come un esile aquilone, volerai tra bianche ali di gabbiani. I tuoi sogni fioriranno tra angeli azzurri e brillar di stelle.

    Edda Una mamma

    SOGNI

    Avuria corere sul selese con i me fra dei zugare a pulce e a tana andare a ciuciare i piruli de giazo su la grondara della tinzara.

    Vedare me mamma sentà sul fogolare impizà vedare me papà su la porta cussì alto ch’el la impeniva tutta

    Vedarse tutti diese a tola e le senise del zoco che come i sogni su par el camin le vola

    A vuria essare ancora ‘na ragazola: avere un zestin pien de i me ani e spargugnarli par la via, desmentegandome dè tutti gli altri affanni.

    FRAMMENTI DI MEMORIA

    Figlio mio vivrai sempre accanto a me per farmi compagnia e smaltire il freddo della mia nostalgia.

    Plinio voglio pensarti come eri, credere che ancora vivi, voglio pensare che ancora mi ascolti e che, come allora, sorridi.

    Arrivò il vento all’impazzata, imprigionò nelle sue spire luci e colori ai miei giorni lasciò solo dolori.

    Ritornino i sogni ad addolcire l’amaro nell’altalena della vita.

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