Cesare Pellegrinelli aveva avuto i natali in una famiglia alquanto modesta di Fiesso Umbertiano. Entrato nel corpo della polizia nel 1910, dopo aver frequentato appositi corsi preparatori, ben presto era divenuto il principale punto di riferimento della Questura di Padova, grazie ad una serie di azioni concluse con successo, tanto da meritarsi il soprannome di “maresciallo di ferro”. (vedi I parte in Ventaglio90 n. 50 pag. 106 e successive).
La lotta al banditismo padovano e vicentino
Messo a riposo, Pellegrinelli venne richiamato una prima volta alla Squadra Mobile di Padova nel 1938, per dedicarsi alla lotta al banditismo organizzato, particolarmente radicato tra la provincia euganea ed il Vicentino.
Molto attive nell’area del Monselicense, queste bande, diffuse a partire dalla fine dell’Ottocento, incominciarono ad unire a furti dal sapore primitivo, campestre, come le classiche incursioni nei pollai, rapine nelle banche della zona, ma con scarsa propensione al delitto; in tali gruppi, molto spesso, infatti, le rivendicazioni sociali per lo stato di miseria si univano alle ruberie, suscitando anche la simpatia e la creazione di reti di protezione presso la popolazione. Riprova è, che ancora nel 1937, all’apice del consenso del regime fascista, reduce dalla conquista dell’Etiopia, scioperi ed agitazioni caratterizzavano la Bassa Padovana.
Già alcuni anni prima, nel 1933, nel corso di un regolamento di conti tra esponenti di bande locali avvenuto a Marendole di Monselice, aveva cominciato ad emergere la figura del giovane e pericoloso Severino Urati. Costui, unitamente ad un certo Gambato, fuggì a Brescia, dove, colpito dalla forza pubblica durante una rapina, riuscì a far perdere le proprie tracce. Inseguito a Treviso durante la rapina ad un negozio di pellami, venne quindi arrestato a Cremona nel marzo 1935 e condannato a nove anni di carcere.
La rocambolesca evasione di Urati dà inizio alle vicende della più importante e temibile tra le bande malavitose della zona, quella comandata da Giuseppe Bedin, attiva tra il 1934 e il 1938.
Il Bedin, monselicense di 38 anni, era affiancato, oltre che dal pregiudicato Urati, da Ottorino Cartini, originario di Ponte di Brenta, e da Clemente Lampioni di Legnaro, residente a Granze di Vescovana, ed aveva basisti sparsi tra Veneto, Lombardia, Piemonte ed Emilia, tanto da diventare la vera e propria “primula rossa” della malavita locale.
All’immagine ufficiale – quella dei faldoni della Polizia padovana, la stessa dove lavorava il maresciallo Pellegrinelli, nei quali si poteva leggere la lunga sequenza di furti, tentati omicidi, evasioni del Bedin – corrispondeva, a contraltare, quella popolare di una sorta di “Robin Hood della Bassa”, divenuto brigante per le disuguaglianze sociali, tanto da essere pronto a regalare parte dei proventi delle rapine ad amici e parenti in difficoltà.
La difficoltà delle Forze dell’Ordine nel debellare, dopo numerosi tentativi andati a vuoto, le attività del Bedin e dei suoi furono alla base della scelta di richiamare il Pellegrinelli in servizio, assieme ad un numero eccezionale di carabinieri e polizia provenienti da varie parti d’Italia. I risultati si videro ben presto, tanto che quattrocento fiancheggiatori del Bedin vennero arrestati, e l’onore della Polizia, messo in crisi dalla vicenda, venne ristabilito, anche grazie all’interessamento personale di Mussolini.
L’epilogo della storia della banda si ha nella primavera del 1938, quando, in tre conflitti a fuoco, i capi furono freddati: per primo, in uno scontro con agenti e sottoufficiali della Questura di Padova, nei pressi di una casupola a Ponte di Brenta, rimase sul terreno il Cartini; uguale sorte, a Bozzolo di Mantova, ebbe l’Urati; il Bedin, scoperto e rintracciato dal Pellegrinelli a Bassano, venne inseguito fino a Casoni di Mussolente, dove rimase ucciso all’interno della casa colonica in cui si era introdotto. La sua cintola, ambito trofeo, verrà esibita per il resto della vita dal perspicace poliziotto di origine fiessese¹.
L’attività contro la malavita organizzata continuò, da parte del maresciallo Pellegrinelli, anche durante il conflitto mondiale, momento nel quale, a causa del razionamento alimentare, le bande fecero un salto qualitativo, dedicandosi alla ricettazione e alla tristemente nota “borsa nera”. Nel periodo della RSI, in particolare, Pellegrinelli fu impegnato nel Vicentino, per sgominare le attività della banda Righetto, formata da malviventi fascisti dediti alle requisizioni di denaro, oggetti d’oro e preziosi. Il 31 agosto 1944, nel corso di un’operazione dovuta all’abilità della polizia, come annunciava “Il Popolo Vicentino”, presente il maresciallo Pellegrinelli, che si finse complice della banda per sgominarne l’attività, nove componenti il gruppo, a torto considerato formato da partigiani, vennero arrestati².
La fine della carriera, il legame col Polesine, gli ultimi anni
Nominato Cavaliere dell’Ordine della Corona d’Italia, al termine degli eventi bellici Pellegrinelli venne di nuovo chiamato in servizio dai vertici della Questura, pur essendo già andato in pensione dopo trenta anni di onorata carriera. La Polizia aveva deciso che c’era ancora bisogno di lui nell’irrequieto dopoguerra, tanto che il maresciallo rimarrà al lavoro, gratuitamente, per ben sedici anni.
E il suo fu un ritorno veramente impegnativo: nella memoria popolare dei padovani è rimasto, infatti, fino a non molto tempo fa, il conflitto a fuoco del 14 febbraio 1946. Il maresciallo Pellegrinelli, assieme al brigadiere Targa e alle guardie Fidelfi, Busetto e Noventa, poi divenuto maresciallo della Squadra Mobile, fatta irruzione in una trattoria di via Breda, nei pressi di Piazza della Frutta, ingaggiò quel giorno una sparatoria contro l’ergastolano Plinio Bazzolo, detto “Batocio”, evaso durante un bombardamento aereo da un carcere del sud Italia dove era stato rinchiuso per l’omicidio di un metronotte, rimanendo ferito da un colpo di calcio di pistola alla testa³.
Sempre attento alle sue origini polesane e ai legami con gli amici e i familiari di Fiesso, che andava a visitare, dicono i giornali del tempo, “vestito alla buona, con una caratteristica giacca di velluto alla cacciatore” il maresciallo Pellegrinelli fu presente particolarmente in occasione della rotta del 1951, con iniziative di sostegno ai propri conterranei.
Dopo centinaia di operazioni, decine di scontri armati ed innumerevoli indagini di polizia, Cesare Pellegrinelli si ritirò quindi definitivamente a vita privata nella casa annessa al piccolo podere che aveva acquistato a Voltabarozzo, popolare quartiere a sud – est della città, dove viveva con la famiglia, tra cui i sei nipoti avuti dalla figlia Bruna.
Pellegrinelli qui dedicò il resto della vita alle sue molteplici passioni, tra cui la composizione di poesie, spesso dedicate alle miserie degli ultimi e dei diseredati che aveva incontrato lungo tutta la sua esistenza, trascritte su agendine, quaderni e libriccini con grafia minuta ma chiarissima⁵, le passeggiate, il giardinaggio, la campagna e la pesca lungo l’argine del Bacchiglione⁶.
Sicuramente una passione sovrastava nel maresciallo tutte le altre, ossia l’amore per la scienza, in particolare Marconi, e la letteratura, nello specifico Dante, Giusti, Tolstoj e Manzoni. Di quest’ultimo, oltre alla vita e alle opere, conosceva praticamente a memoria tutto il testo dei “Promessi Sposi”, che spesso citava, a mo’ di aforisma, anche sulle scene del suo difficile lavoro⁷. Una passione che il Pellegrinelli cercò di mettere a frutto partecipando a “La fiera dei sogni”, quiz condotto da Mike Bongiorno e trasmesso sul Secondo Programma Rai tra il 1963 ed il 1966: voleva vincere per donare dei soldi ai poveri (quegli stessi poveri spesso caduti nel mondo della criminalità per le loro avverse condizioni di vita) ma non vi riuscì, pur avendo un momento di popolarità anche televisiva.
Il maresciallo capo Cesare Pellegrinelli morì presso l’Ospedale Civile di Padova, dove era ricoverato da qualche tempo, all’età di 83 anni, la notte del 29 gennaio 1968.
Ai funerali, celebrati nella chiesa di Voltabarozzo, parteciparono i fratelli fiessesi all’epoca ancora viventi (Antonio, nato nel 1887, Abramo, nato nel 1890, ed Emma, nata nel 1897) ed il compaesano don Camillo Colognesi, ordinato sacerdote il 6 aprile 1930, quindi parroco di Presciane, Gognano e Selva di Crespino⁸.
La comunità di Voltabarozzo, località adottiva di Pellegrinelli, ha, in questi ultimi anni, grazie soprattutto all’interessamento del nipote Leopoldo Noventa, riscoperto la figura del gentile maresciallo di origine fiessese, dedicandogli delle iniziative a tema, oltre alla pubblicazione di un volume, presentato nel 2012⁹. Una figura che ho inteso valorizzare in queste poche pagine, che ci ricorda l’“altro” Polesine, distintosi nel resto d’Italia e del Mondo per capacità, merito ed umiltà, valori essenziali della nostra Terra tra i Due Fiumi.
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Marco Chinaglia. “Cesare Pellegrinelli (1885-1968) SECONDA PARTE”. Ventaglio Novanta, n. 51, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/cesare-pellegrinelli-1885-1968-seconda-parte/