Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Ritorno a San Genesio

    Ritorno a San Genesio

    Il nostro territorio è ricco di oratori e piccole cappelle che sorgono nei luoghi più impensati: ai margini di qualche strada secondaria, in qualche periferia di paese, al limitare di un crocevia, oppure in aperta campagna, come la Chiesetta di San Genesio, nel comune di Stienta.

    Il ricordo di questa Chiesetta mi è particolarmente caro, perché mi porta indietro nel tempo, agli anni della mia infanzia, quando la religiosità era molto sentita e vissuta, e si manifestava nel rispetto delle tradizioni, nell’assiduità alle cerimonie di culto e nella partecipazione alle processioni.

    Ed è appunto il ricordo dell’annuale processione che si fa luce nella mia mente. Erano tempi di guerra e la gente, tra paura e speranza, si raccomandava alla Madonna, a quella di San Genesio in particolare che si riteneva miracolosa. In determinate festività, partiva dalla Chiesa parrocchiale di Stienta, una lunga processione orante con lo stendardo della Vergine portato alternativamente dai confratelli del S.S. Sacramento. Seguivano le donne, i bambini e le bambine vestite di bianco (il vestito della Prima Comunione) poi un carro addobbato a festa trainato dai buoi su cui veniva posta la statua della Madonna. La accompagnava il Parroco, (ricordo Mons. Tarcisio Cappato, un bell’uomo, alto e solenne con i paramenti sacri delle grandi feste) e chiudevano il corteo gli uomini, alcuni portavano la bicicletta a mano per il ritorno.

    La strada era lunga: Stienta, Via Maffei, Ponte Fiocco, Via Argine Valle costeggiando lo Scolo e finalmente il lungo stradone sterrato e polveroso e, in fondo, ecco la Chiesetta bianca della Madonna di San Genesio.

    Ed è così, con questi ricordi e questo spirito che il 15 agosto dello scorso anno, festa dell’Assunzione di Maria, sono tornata a San Genesio per assistere alle funzioni religiose. Avevo convinto le mie amiche Giuliana e Luisa, a seguirmi per riscoprire insieme tesori dimenticati in un luogo dove ancora oggi regnano solo i rumori della natura.

    Era in corso quel pomeriggio una manifestazione con la presenza delle autorità civili e religiose e dei rappresentanti della Croce Rossa, che aveva fatto dono di un pulmino alla comunità stientese. Sono cambiate tante cose a Stienta, sono sorte belle case e ville, interi villaggi specialmente nelle zone limitrofe al Centro e alle Zampine. C’è molto benessere dove un tempo c’era tanta povertà. Stienta sembra un paese nuovo.

    Nulla però è cambiato a San Genesio: lo stradone lungo è forse meno polveroso, ma come allora non è ricoperto da asfalto; il fiume, lo Scolo Vecchio che lo fiancheggia, non ha mutato sembianze e ancora oggi, scorrendo oltre la chiesa, si insinua nella campagna ubertosa; le tre case, gli alti pioppi e la Chiesetta bianca sono ancora al loro posto, in un angolo di terra sperduto, fedeli testimoni di un passato che resiste e della nostra memoria.

    Non sappiamo di preciso quando sia sorto l’Oratorio di San Genesio (Sinesio o Sinisio?). La sua antica origine, XII secolo, si allaccia ad una leggenda che racconta di un contadino, il quale, in sogno o nella realtà, vide la Vergine che gli affidò il compito di costruire una cappella in suo onore. Il contadino scolpì una statuetta della Vergine in legno e la pose su una vite. Alla statuetta, non si sa quando e come, si sostituì un affresco della Madonna col Bambino, dipinto su un muro esterno di una casa.

    Ci pensarono poi i monaci Benedettini – che da tempo risiedevano alle “Caselle” di Gaiba – a costruire una Cappella per inglobare il muro affrescato e proteggerlo dalle intemperie. Con la soppressione dei monasteri e nel susseguirsi degli anni, l’oratorio passò dai Benedettini, ai marchesi Fiaschi, poi ai conti Camerini, quindi, ai signori Barotto proprietari del fondo, sotto la giurisdizione dell’Arciprete di Stienta.

    La primitiva cappellina, in tempi diversi venne restaurata ed ampliata fino a raggiungere l’attuale dimensione di una bella Chiesa con l’altar maggiore dedicato alla Madonna Assunta e altari laterali con statue ed affreschi che rappresentano San Luigi, Sant’ Eurosia, San Gaetano, San Biagio, San Francesco, Gesù Bambino, il Primato di Pietro, San Mauro Abate e la Sacra Famiglia.

    Non sappiamo perché la chiesa sia stata intitolata a San Genesio. Di lui si hanno poche notizie: si sa che era un mimo il quale – ai tempi di Diocleziano, mentre nell’anfiteatro si svolgevano i giochi alla presenza dell’imperatore – si esibiva parodiando il Sacramento del Battesimo, con parole volgari e grossolane. Improvvisamente fu colpito da una luce abbagliante che era la grazia di Dio. Si convertì, ricevette il Battesimo e si professò cristiano subendo quindi il martirio con la pena capitale.

    Esisteva un quadro del Santo appeso ad una parete della Chiesa, ma anni fa venne asportato e se ne sono perdute le tracce.

    E’ stato importante per me questo ritorno: quei luoghi e quegli spazi, nel silenzio discreto della natura, si sono popolati di immagini care. E poi lì ho ritrovato tanti vecchi amici in un clima di cordialità e amicizia, doti queste che contraddistinguono la gente di Stienta, la stessa gente che ho conosciuto e amato negli anni della mia giovinezza.

    Ma una visita a S. Genesio la consiglio anche a chi non ha ricordi da preservare, una tappa per scoprire il sapore di un luogo esclusivo: appartato e discreto, S. Genesio si presenta ancora oggi come un angolo di mondo in cui il tempo sembra essersi fermato per dare, a chi lo raggiunge, sensazioni di pace nel dolce ambiente della campagna polesana.

  • Il Museo delle Acque

    Il Museo delle Acque

    Crespino, paese noto per la leggenda di Fetonte e che annovera nel suo passato episodi di grande rilievo storico – quali la nascita del movimento carbonaro polesano e la coraggiosa ribellione ai dominatori francesi di Napoleone Bonaparte nel 1807 – vive dalle sue origini in stretta simbiosi con il Fiume Po che ha condizionato per secoli, nel bene e nel male, l’esistenza degli abitanti del luogo.

    Il grande fiume ha rappresentato infatti per anni, insieme all’agricoltura, la principale fonte di sostentamento dei crespinesi, grazie ai proventi della pesca e degli scambi commerciali con la sponda ferrarese.

    L’esigenza di non disperdere un vasto patrimonio di memorie e di testimonianze di un mondo oramai scomparso, legato al Po, ai canali di bonifica, ai “maceri”, ha spinto alcuni appassionati e volonterosi del luogo a raccogliere moltissimo materiale del passato e documenti originali d’epoca e a collocarli sapientemente negli spazi messi a disposizione dall’Amministrazione comunale.

    Ha così preso corpo l’ambizioso progetto del “Museo delle Acque” di Crespino. La sua data di nascita si può fissare nel 2004, anno dell’inaugurazione e dell’apertura al pubblico, ma molti sono stati gli anni precedenti spesi nella ricerca e nell’acquisizione del materiale e nella sua sistemazione, tutt’altro che facile, nei locali, individuati in un’ala del Palazzo Comunale.

    Sicuramente un impegno assai gravoso, ma sostenuto da una grande passione che, unitamente alla profonda conoscenza delle nostre radici, ha consentito la realizzazione di un’opera unica nel suo genere.

    Il “Museo delle acque” è attualmente organizzato in tre sezioni riguardanti gli interventi per la sicurezza idraulica del Po, le bonifiche, la pesca e l’attività dei mulini natanti.

    Al piano terra sono inoltre in fase di allestimento due ampie sale che, oltre a fungere da luogo di ricevimento, dovranno accogliere reperti voluminosi della “civiltà delle acque” (compreso il meccanismo molitorio di un mulino natante) mentre negli spazi esterni, oltre a pesanti macine in pietra, è stato collocato un “turbine”, l’apparecchiatura di alcuni metri di lunghezza utilizzata per prosciugare i maceri.

    Lungo le scale che portano al piano superiore ed in tutte le pareti disponibili sono visibili, tra l’altro, documenti originali di grande interesse: ordinanze, decreti ed altri atti impositivi delle Autorità Pubbliche del tempo.

    Le grandi sale, che si aprono al piano superiore, raccolgono le più svariate testimonianze dell’attività quotidiana degli abitanti di Crespino, dalle attrezzature per la pesca, ai battelli a fondo piatto per la navigazione sul Po, agli strumenti per la bonifica e la salvaguardia idraulica, fino all’oggettistica, anche minuta, di cui si era perduta la memoria, ma che rappresentava un indispensabile supporto all’attività lavorativa nei secoli scorsi.

    Sono esposte inoltre numerose fotografie inerenti i temi trattati, ed interessanti documenti (provenienti dall’Archivio Storico Comunale) relativi alla regolamentazione delle acque, che vanno dal periodo della dominazione napoleonica al Regno d’Italia, passando attraverso i decenni dell’appartenenza di Crespino e del Veneto all’Impero Asburgico.

    Percorrendo le sale espositive, sotto la guida esperta dei promotori del Museo, si colgono gli aspetti salienti della vita quotidiana della gente del Po, a testimonianza di quanti sacrifici i nostri padri dovevano compiere per assicurare la sopravvivenza alle famiglie, spesso numerose e… affamate. Duro lavoro senza sosta, in condizioni talvolta al limite dei propri mezzi. Un impegno gravoso, come ricordato da Gigi Fossati, nel suo componimento “Tera e acqua”, nel quale il poeta ha mirabilmente descritto, con semplici espressioni, la vita della gente del Po e delle Valli, indissolubilmente legata a impegnativi elementi naturali.

    Tuttavia, l’ingegno e l’inventiva non mancavano certo agli abitanti di Crespino: nell’immediato dopo guerra alcuni volonterosi, guidati da Curio Carravieri, “Ruzlo”, sono riusciti a dar vita ad un traghetto a motore utilizzando alcune chiatte e la meccanica di un camion Dodge abbandonato sugli argini del Po dalle forze alleate anglo-americane. Traghetto, o meglio “Passo” come veniva definito, che per lunghi anni ha svolto un’utile funzione di collegamento delle due sponde del fiume, garantendo un quotidiano servizio a persone e ad automezzi.

    Tutti coloro che hanno avuto l’opportunità di visitare il Museo delle acque di Crespino, scolaresche o gruppi di persone interessate alla cultura del passato, non hanno potuto che apprezzare la lodevole iniziativa. Una mostra realizzata nella consapevolezza di aver colto, grazie agli elementi esposti, l’essenza di una testimonianza storica, priva della retorica delle celebrazioni, ma particolarmente significativa per le genti polesane. Una testimonianza ed un monito rivolti alle future generazioni; una indelebile memoria di un passato da non dimenticare.

  • Le antiche idrovore di Porto Viro

    Le antiche idrovore di Porto Viro

    Grazie all’importante contributo del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica, a quello della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e del Comune di Porto Viro, il Consorzio di Bonifica Delta Po Adige¹, ha ideato e realizzato il progetto denominato “Po Delta – Ecosite”. Si tratta del recupero di quattro idrovore, che ha rappresentato l’occasione per la valorizzazione dell’area sia in chiave storico – culturale (tramite il collegamento con l’ex idrovora Ca’ Vendramin²) che in chiave turistica, in quanto tali edifici sono diventati punti di sosta all’interno di itinerari da compiersi prevalentemente con mezzi eco-compatibili ovvero a piedi, in bicicletta o a cavallo. Il progetto ha previsto, accanto al recupero degli impianti idrovori, la ristrutturazione di vecchi manufatti idraulici (come i pozzi per la raccolta dell’acqua piovana) e di case di abitazione per il personale addetto agli impianti della bonifica trasformati in luoghi di ricerca e studio nel campo del turismo naturalistico e di visitazione.

    1. Decidiamo di compiere l’itinerario con l’uso della bici, mezzo che si presta particolarmente per percorrere le pianeggianti strade del Delta. Partiamo da Chiavica Emissaria, l’idrovora situata più a nord e la più recente dei quattro manufatti, la cui vita ha poco più di un secolo. Infatti, con i lavori del Collettore Padano Polesano, portati a termine nel 1901, venne costruita in prossimità del deflusso delle acque del Collettore nel Po di Levante. Fu denominata “Chiavica Emissaria a 5 luci”, munita di porte vinciane³ mobili, per impedire temporaneamente l’entrata d’acqua nel Collettore in presenza di alti livelli idrometrici in Po di Levante in conseguenza di piene o mareggiate.

    Per alcuni decenni la Chiavica Emissaria svolse al meglio il ruolo per cui era stata realizzata, finché negli anni ’50, a seguito del ben noto fenomeno della subsidenza (abbassamenti del terreno di 2-3 metri nei territori comunali di Porto Viro dovuti all’estrazione del metano), il Collettore risentì dei conseguenti effetti negativi denunciando piene sempre più pericolose con fontanazzi e rotture di argini.

    In sostanza il Collettore, abbassatosi rispetto al Po di Levante, fu sempre meno in grado di scaricare le sue acque in questo corso prossimo a sfociare in Adriatico. La storia del tratto finale del Collettore iniziò pertanto a profilarsi molto travagliata: oltre alla necessità di adeguare le sue arginature, nel 1958 si ritenne opportuno costruire un impianto idrovoro provvisorio della portata di 20 metri cubi al secondo, a monte della Chiavica Emissaria, utilizzando le pompe che il Ministero per l’Agricoltura aveva già acquistato per le necessità di pronto intervento. L’idrovora provvisoria rimase in funzione sino al 1968 quando, con la costruzione dell’idrovora Cavanella nell’omonima località in comune di Adria, fu introdotto un nuovo regime idraulico nel tratto del Collettore a valle della Conca di Volta Grimana, per cui l’idrovora Chiavica Emissaria svolse la sua funzione di impianto solo per il bacino Cavana (Donada) di 600 ettari di superficie. Negli anni ’80 anche questa funzione venne meno per lo scarico diretto del bacino Cavana in Po di Levante.

    Cessata l’operatività dell’idrovora, gli impianti e gli alloggiamenti hanno subìto un progressivo degrado, fino al recente intervento che ha dato nuova visibilità alla storica costruzione, provvedendo anche al recupero delle due grosse pompe idrauliche, del ponte e delle porte vinciane attigui all’impianto.

    Va sottolineato come la progressiva disattivazione dell’idrovora ha portato a dei cambiamenti del sito: quella che era la foce del Collettore, in seguito all’impossibilità di scaricare le acque nel Po di Levante, è stata utilizzata nel corso dei decenni come una sorta di porticciolo, in grado di offrire riparo ad imbarcazioni da diporto. Nel tempo si è pertanto sviluppata una vera e propria darsena denominata “Marina Nuova di Porto Levante”, qualificarsi negli ultimi anni anche come riferimento polesano per il noleggio delle house-boat.

    2. Scattate alcune foto ai recuperati impianti di Chiavica Emissaria, il nostro itinerario prosegue in direzione della borgata di Porto Levante, per raggiungere, dopo meno di un chilometro, Idrovora Sadocca. Il sito è ameno, caratterizzato da un ampio ‘mandracchio’, ovvero dal canale di sversamento delle acque sollevate dall’idrovora dal piano campagna in modo da riversarle nel Po di Levante. Ma veniamo alla storia dell’Idrovora Sadocca che trova il suo punto di partenza nel Regio Decreto del 19 novembre 1892, allorché venne concessa l’esecuzione di alcune opere di bonifica al “Consorzio per la bonificazione polesana alla destra di Canal Bianco e di Po di Levante”. Il Comitato Esecutivo, all’uopo costituito, deliberò, in data 18 luglio 1895, di approvare il progetto esecutivo della bonifica redatto dall’ing. Ferdinando Mazzoni. Il progetto prevedeva la realizzazione di tre impianti idrovori “necessari per i bassi fondi di Donada e Contarina a destra e a sinistra del Collettore principale”: il Collettore Padano – Polesano.

    Il 17 febbraio 1897 “venne consegnato” il lavoro relativo al macchinario per il “Consorzio di Contarina a destra”; il 5 aprile 1898 fu redatto il certificato di completa montatura del macchinario idrovoro ed il 16 gennaio 1899 vennero eseguite le prove per il collaudo dell’impianto, a cura dell’ing. Girolamo Castaldi di Guarda Veneta. Con progetto del marzo 1911 e successive varianti, si provvide alla realizzazione dei lavori di ampliamento del fabbricato idrovoro ed alla sostituzione delle originarie caldaie a vapore azionanti turbine.

    Successivamente, l’idrovora subì profonde trasformazioni sino all’impianto attuale, dotato esclusivamente di elettropompe. L’idrovora, prima dell’intervento conservativo, si presentava ancora funzionante e in buone condizioni, mentre notevole era il degrado del magazzino – officina e della casa del macchinista. E su tali fabbricati si è concentrata l’azione di ripristino, attraverso il recupero delle vecchie murature e dei materiali lapidei secondo le tecniche del restauro architettonico. Sono stati realizzati pavimenti, serramenti, impianti termici e servizi igienici.

    3. Apprezzati gli interventi che hanno restituito interesse al complesso dell’Idrovora Sadocca, il nostro percorso riprende per la terza tappa. Occorre fare un’inversione di marcia e tornare all’Idrovora Emissaria. Da qui imbocchiamo la Via del Giunco che rettilinea corre nella campagna bonificata per quasi quattro chilometri fino a sdoppiarsi: imbocchiamo la strada di sinistra che è indicata come chiusa perché si conclude proprio con quella che è la nostra terza tappa, ovvero l’Idrovora Chiavichetta. Anche questo sito ci appare molto piacevole. Una vera oasi tra i canali di bonifica ed arginature, sulla cui sommità lo sguardo si distende lontano su un’ampia zona bonificata trasformata in fertile campagna. Prima dell’intervento di recupero l’idrovora Chiavichetta appariva in condizioni disastrose. È stata rifatta la copertura e sono stati recuperati l’intero apparato murario in mattoni a facciavista, i serramenti e gli impianti.

    4. Scattate alcune foto il nostro itinerario prosegue verso l’ultima tappa (altri cinque chilometri) che ci porterà a Ca’ Giustinian, la cui storia è strettamente legata a quella dell’idrovora Chiavichetta. Torniamo dunque in via del Giunco e proseguiamo in direzione Mea: scopriamo, assiepata presso una grande corte rurale, una borgata particolare, oggi praticamente spopolata, ma un tempo fulcro di vita come dimostrano le scritte su alcuni edifici abbandonati che indicano quello che era uno spaccio alimentare e soprattutto un asilo nido aziendale. E’ questo un punto di sosta indicato dagli itinerari del delta, per cui facciamo una pausa per riprendere poi il nostro itinerario lungo le strade della bonifica.

    Superiamo un vecchio fabbricato che porta la scritta “Impianto di pompaggio del metano”, che ci ricorda la triste storia della subsidenza del delta legata proprio all’estrazione del gas dal sottosuolo. Dopo un paio di chilometri raggiungiamo Ca’ Giustinian.

    E veniamo alle note storiche relative a questo impianto storicamente gemello al Chiavichetta. Il Direttore del “Consorzio per la bonificazione polesana alla destra di Canal Bianco e di Po di Levante”, ing. Carlo Marchi, in data 3 novembre 1909, presentò un progetto di massima per il completamento della bonifica del territorio, che consisteva in due soluzioni, delle quali fu scelta quella che prevedeva la trasformazione dello scolo Sadocca in un canale emissario, nel quale sarebbero state “sversate” le acque di tre bacini: Sadocca, Pesara-Ca’ Giustinian e Chiavichetta-Contarini, ciascuno servito da un’idrovora. Dopo la redazione di alcune varianti progettuali, come la costruzione di due anziché tre idrovore, precisamente l’impianto di Ca’ Giustinian e quello di Chiavichetta, il Governo autorizzò l’esecuzione delle opere complementari con Decreto 25 luglio 1914. Il “Processo verbale di consegna”, a firma dell’ing. Carlo Marchi e del sig. Angelo Ricci dell’impresa, per la costruzione del fabbricato idrovora Chiavichetta, dell’idrovora Ca’ Giustinian, delle rispettive case di abitazione dei macchinisti e delle opere murarie è datato 1 luglio 1915.

    Per quanto riguarda la parte meccanica l’ing. Marchi progettò, con variante successiva, di “far azionare le pompe centrifughe a mezzo dell’energia elettrica” e, pertanto, provvide la fornitura di due motori elettrici per “Chiavichetta” e di quattro per “Ca’ Giustinian”. Nello stesso tempo, egli pensò di fornire gli impianti anche di motori ad “olio pesante”, utilizzati per il funzionamento diurno e per eventuali sospensioni di energia elettrica.

    Negli anni ’60, a seguito della subsidenza, le idrovore vennero abbandonate e sostituite da un nuovo impianto, sito nelle vicinanze denominato Ca’ Giustinian.

    Le due cisterne alla veneziana di forma tronco conica, costruite presso le idrovore Chiavichetta e Ca’ Giustinian, furono realizzate su progetto del 1911 e “collaudate” nel 1928. L’acqua piovana che cadeva sul tetto dei fabbricati idrovori e su quello delle case di abitazione del personale veniva opportunamente raccolta in tubi di ghisa “correnti lateralmente sui muri perimetrali sorretti a sufficiente altezza da mensole di ferro infisse nel muro, disposti con buona inclinazione in modo da evitare in essi il ristagno delle acque”.

    Dai fabbricati alle cisterne i tubi erano sorretti da architravi in cemento armato, sostenuti da appositi pilastri, sempre in cemento armato.

    L’idrovora Ca’ Giustinian si presentava in condizioni precarie. Abbiamo modo così di verificare gli importanti lavori di ripristino: la parte ristrutturata della sala macchine è stata adibita a sede espositiva, mentre la parte restante a laboratorio didattico.

    La nostra visita ha dunque termine e, mentre ci accingiamo a far ritorno al nostro punto di partenza, non possiamo che commentare con piacere gli interventi di recupero realizzati, fondamentali per ridare rinnovata visibilità a quattro impianti la cui storia è intimamente connessa a quella della bonifica del Delta fino ai nostri giorni.

  • Villa Anita a Grignano Polesine

    Villa Anita a Grignano Polesine

    Quando il Governo della Serenissima di Venezia, cacciati definitivamente gli Estensi tra fine del ‘400 e il primo decennio del ‘500, impose la sua dominazione sul Polesine, la situazione economica e sociale era, a dir poco, disastrosa. Ma l’illuminata colonizzazione dei veneziani favorì una rinascita dei centri urbani, grandi e piccoli, del Polesine, i quali nel XVI secolo avevano cominciato a risorgere soprattutto con un forte impulso nell’edilizia con parecchie edificazioni e numerose ristrutturazioni.

    La civiltà delle ville

    Accanto a catapecchie in laterizio, fango e canna o a modestissime case in muratura, iniziarono a sorgere imponenti palazzi e pretenziose palazzine. A voler primeggiare erano la nobiltà e il patriziato locale, così le antiche famiglie abbandonavano le vecchie e semplici dimore per manifestare il proprio prestigio con la costruzione di nuove e più signorili abitazioni. A tanto fervore edilizio contribuiva una sorta di orgoglio provinciale: se non era possibile rivaleggiare con i nuovi padroni, era almeno lecito presentarsi con grande e assoluto decoro, improntando al buon gusto e ad una parvenza di lusso la propria abitazione.

    In Polesine nella seconda metà del Cinquecento si insediarono nuovi proprietari veneziani che, con la bonificazione di molte valli acquitrinose, finirono per possedere grandi quantità di terreni coltivabili. Come ha osservato Gaetano Cozzi¹, i Veneziani non si limitavano ad acquistare terre, ma costruivano o compravano, vicino ad esse, case ove abitare per seguire da vicino le attività che vi si svolgevano, nonché per il piacere di vivere in campagna.

    E’ questo il periodo in cui si diffuse largamente in Polesine il fenomeno della “villa”. In tutto il territorio, dall’Alto, al Medio e al Basso Polesine sorsero costruzioni apprezzabili: alcune di elevata rilevanza architettonico-artistica, come, ad esempio, le Ville di Fratta Polesine, Polesella, Canda, altre improntate ad una estrema semplicità e funzionalità, piuttosto massicce e prive di elementi decorativi, una via di mezzo fra la casa colonica e la bassa palazzina signorile di campagna.

    Villa Anita

    In questo contesto si inserisce Villa Anita di Grignano, un interessante complesso architettonico che ricalca i modelli costruttivi veneti del tardo Cinquecento rappresentati di solito da un loggiato centrale al primo piano costituito da una trifora o da una bifora, cui corrisponde una sala, sulla quale si aprono le altre stanze.

    Oggi frazione di Rovigo, Grignano Polesine è una località dalla storia particolare nel territorio di Campagna Vecchia, un’area legata al famoso istituto della “Comuna”, caratterizzato da un ampio fondo indiviso che gli abitanti di Grignano coltivano a rotazione.

    Villa Anita è situata in Via Cezza, nome che, secondo alcune fonti, risale ai nobili Cezza, probabilmente originari del bergamasco, che furono i primi proprietari documentati dalle mappe del 1775 e dei quali si conservano gli stemmi di famiglia sulla facciata nel salone interno.

    Le caratteristiche architettoniche permettono di far risalire l’edificio padronale al XVIII secolo. I Cezza avrebbero avviato la prima costruzione nel XVI secolo su una adiacenza benedettina preesistente e quindi l’avrebbero più volte rimaneggiata.

    Nella mappa del Catastico Veneto del 1775, il complesso edificato appare di dimensioni modeste, formato da una casa padronale a due piani, provvista di due portali centrali sovrapposti, e da un annesso di minore altezza affiancato sul lato orientale. Il fronte settentrionale si affaccia direttamente sulla strada, mentre a sud si apre la corte alla quale fa seguito il terreno di proprietà. Di tale assetto la mappa del Catasto napoleonico del 1813 pare conservare la sola casa padronale. Ad essa risulta allineato, in posizione separata, un nuovo e ampio rustico. La situazione risulta invariata fino almeno al 1846, come testimoniato dal Catasto austriaco.

    Scarni i cenni storici in nostro possesso; tuttavia, se vogliamo fare una descrizione dettagliata dell’attuale assetto di Villa Anita, osserviamo che è costituita da un corpo principale sviluppato su due piani più un sottotetto, al centro del quale si inserisce un abbaino che si innalza sulla copertura a campana.

    Il fronte principale è caratterizzato, al piano terreno, da un intonaco a finto bugnato ed è scandito orizzontalmente da cornici marcapiano. Le forature, mentre sono regolari al piano terreno, si mostrano centinate e dotate di finte balaustre al piano nobile.

    All’ampio arco d’accesso al piano terreno fa seguito al piano nobile una bifora provvista di un balconcino sorretto da colonnine rastremate con parapetto in ferro battuto. La bifora si ripete anche sul retro, così come il semplicissimo portale e i finestroni simmetrici del piano nobile.

    All’ultimo piano l’arco centrale racchiude una antica statua della Madonna, segno di una ostentata devozione popolare. Sotto la nicchia è collocato lo stemma della famiglia Cezza, costituito da due spade incrociate e una stella. All’interno dell’edificio si conservano pregevoli affreschi di tema agreste di autore ignoto, risalenti al periodo successivo alla seconda guerra mondiale, nonché la raffigurazione del suddetto stemma sul soffitto del salone centrale al piano nobile.

    Villa Anita è dotata di cinta muraria e di una Chiesetta che è stata ceduta dalla famiglia Milan, attuale proprietaria del complesso architettonico, alla Chiesa parrocchiale di Grignano.

    I misteri della villa

    Come in tante costruzioni del passato, anche Villa Anita sembra nascondere dei misteri. Ne avevo sentito parlare vagamente quando insegnavo, anni or sono, nella locale scuola media, ed è stato anche per questo motivo che era rimasta in me, fin da allora, la curiosità e l’interesse per il nobiliare edificio di Grignano.

    Non esistono certezze di sorta, ma è diffusa la convinzione che un alone di mistero circondi Villa Anita. Ed è plausibile che ciò derivi dalla lunga storia della costruzione la cui prima edificazione viene fatta risalire ai Benedettini. I monaci, che hanno bonificato la zona, come tutti i territori in cui si erano insediati, nel rispetto della loro Regola “hora et labora”, hanno favorito, con la loro lunga storia che affonda le radici nell’epoca medioevale, l’originarsi di fantasie e di inquietanti paure, cosicchè la semplice e ingenua gente contadina è stata pronta ad immaginare oscuri misteriosi avvenimenti ruotanti attorno all’antico complesso architettonico.

    A seguito di lavori eseguiti sulla pavimentazione della villa, è stata accertata l’esistenza di corridoi sotterranei, ossia di due collegamenti, uno diretto verso il cimitero del paese e l’altro verso la Chiesa. Si sa che in tenebrosi tempi lontani, in cui dilagavano briganti in quantità e i pericoli sempre in agguato, la salvezza era assicurata dalla fuga precipitosa per vie rigorosamente segrete.

    Grignano Polesine, paese oggi in espansione tanto da essere considerato propaggine del vicinissimo capoluogo, può vantare, assieme ad altri pregevoli elementi architettonicamente importanti legati alle vicende del suo passato, Villa Anita, significativo tassello della storia del nostro Polesine.

  • A Gavello con la maga delle mele

    A Gavello con la maga delle mele

    Per parlarle bisogna rincorrerla e non si è mai sicuri di terminare il discorso, perché la sua attenzione potrebbe essere attraversata da un pensiero fulminante ed è già lontana: a parlare con uno, a impartire istruzioni a un altro, a servire un cliente, a creare composizioni con mele e verdure fresche. Bisogna rassegnarsi. Giovanna Gioli, imprenditrice dell’azienda agricola Galassa di Gavello (Ro), è così. Un po’ manager da multinazionale e un po’ folletto delle fiabe; le sue idee irrequiete segnano l’attività d’impresa. E con ottimi risultati. Da ultimo: il premio al Gran galà della donna di Porto Viro.

    Il biglietto da visita di Giovanna Gioli sono le mele profumate che produce la sua azienda, ma anche la dolcezza dei succhi, delle composte e delle confetture a marchio “Galassa”, che sono ottime perfino da guardare, perché l’estro della Gioli le trasforma in composizioni creative sempre nuove.

    Giovanna Gioli è una giovane imprenditrice, anche se lavora in agricoltura da 30 anni: prima con l’orticoltura, poi con l’allevamento bovino, infine con la frutticoltura, perché, dice, «Siamo sempre stati pronti a variare il settore a seconda della domanda del mercato e delle crisi ricorrenti del primario».

    Attualmente l’azienda “Galassa”, associata a Coldiretti Rovigo, è dedita alla coltivazione di mele di qualità superiore con certificazione Global gap (Royal gala, Fuji, Pink lady, e dall’anno prossimo, le mele Modì), ha processi produttivi controllati e sicuri, applica trattamenti fitosanitari mirati secondo la tecnica della lotta integrata a basso impatto ambientale e fa sperimentazione agronomica su “campi prova” in collaborazione con l’Università di Ferrara. E’ un’anima scientifica che si sposa con quella creativa della promozione aziendale. Infatti, dietro a una grande donna c’è un grande tecnico, ovvero il marito Lorenzo Zecchin.

    «Se si può parlare di successo – spiega Giovanna Gioli – il nostro è un successo di squadra. La produzione è appannaggio di Lorenzo, mentre il tocco femminile riguarda soprattutto il marketing all’esterno, la partecipazione ad eventi promozionali e l’idea di trasformare la mela in succhi e derivati. Avevamo delle mele di seconda categoria che erano troppo belle per essere buttate – racconta Giovanna Gioli – così ho pensato di farne succhi. Ho contattato tanti laboratori e, alla fine, ho iniziato a portare il prodotto in una struttura modenese dove, assieme ai tecnici, abbiamo ideato la ricetta migliore: mele frullate al 100 per cento, corrette con limone, solo pastorizzate senza alcun conservante».

    Dai succhi alle confetture, il passo è stato breve e travolgente. Poi la promozione: partecipazione ai mercati agricoli di Coldiretti, la vendita diretta in azienda, l’attività didattica con le visite ai frutteti in fiore, i laboratori sulle merende sane nelle scuole, le merende nei musei, la collaborazione con l’istituto alberghiero Cipriani di Adria e la fornitura di mele all’ospedale adriese, che è diventato “a km zero” per aver riconvertito la mensa puntando tutto sui prodotti locali, il secondo in Italia dopo quello di Asti.

    Tanto lavoro che richiede uno staff di collaboratori: «Sono particolarmente orgogliosa – spiega Giovanna Gioli – di aver avuto una stagista di origine Rom in azienda, in collaborazione col Comune di Villanova Marchesana ed il Centro per l’impiego: la ragazza ha poi scelto un’altra strada, ma è un’esperienza che ricordo con enorme piacere».

    Ora in cantiere c’è un progetto impegnativo: «Proprio in quest’anno, il 2010 che è l’anno internazionale delle biodiversità dell’Onu – confida Gioli – sto cominciando a progettare il recupero delle vecchie varietà delle mele polesane, partendo dalla “mamma di tutte le mele”, il cotogno selvatico. Sto collaborando con Slow food per questo».

    La sensibilità femminile ha però, un altro risvolto, quello della solidarietà. L’azienda Galassa, per scelta della Gioli, anziché vendere parte delle mele di seconda categoria alla grande distribuzione, le consegna a 12 istituti religiosi e a scuole materne polesane.

    E non finisce qui, perché, Giovanna Gioli ha trovato anche il tempo per dar vita ad un’associazione culturale tutta al femminile “7.3.10” (dalla data di fondazione) perché, come dice lei, «Ci sono donne che hanno delle capacità straordinarie e se si mettono assieme possono diventare una potenza». E se la maga delle mele ci mette il suo tocco magico, sarà sicuramente così.

  • Sulle tracce di antiche abbazie

    Sulle tracce di antiche abbazie

    “Sulle tracce di antiche abbazie” era l’accattivante premessa per un itinerario pedestre – con partenza presso il Po a Canalnovo di Villanova Marchesana – promosso dal Ctg con CeDi Turismo & Cultura. Un’iniziativa che ha destato l’attenzione dei non pochi appassionati degli aspetti storico-ambientali della nostra terra, per cui più di cinquanta ‘camminatori’ sono convenuti puntuali al punto di partenza.

    Chiara la segnaletica stradale per il punto del nostro raduno a CANALNOVO: Chiesa di San Lorenzo ed Ex Corte dei Certosini, duecento metri lasciando la scorrevole via Eridania.

    E proprio davanti alla Chiesa di San Lorenzo prende forma il gruppo. Va subito detto che un tempo chiesa e corte facevano parte dello stesso complesso dell’Antica Abbazia Benedettina eretta nel XII secolo. A Canalnovo i Monaci Benedettini erano giunti dalla vicina località di Gavello, costretti ad abbandonare la ben più antica e rinomata Abbazia gavellese circondata dalle acque alluvionali. Inondazione causata dalla famosa rotta di Ficarolo, in seguito alla quale il Po, uscito dal precedente alveo (che si dirigeva a sud verso Ravenna) diede lentamente vita al nuovo corso che vari secoli dopo verrà denominato Po di Venezia.

    Sulla sinistra della moderna chiesa di S. Lorenzo si apre dunque la corte, ovvero i resti dell’antico complesso abbaziale di Canalnovo, la prima chicca dell’itinerario. Ci avviamo dunque verso la struttura, indicata dalla segnaletica come Corte Certosina, un bene storico noto ma difficilmente raggiungibile perché di proprietà privata. Non poca pertanto la soddisfazione per poter accedere agli antichi edifici, per la prima volta aperti al pubblico, grazie alla gentile disponibilità della famiglia Sartori proprietaria di quanto rimane dell’antico complesso monastico.

    Va innanzitutto rilevato che dalla data della sua origine, a metà del XII secolo, l’abbazia ebbe per alcuni secoli una sua autonomia sotto il profilo religioso, amministrativo e di controllo del territorio. La fase di decadenza iniziò a partire dai primi decenni del XV secolo, quando – come ci informa Alberino Gabrielli nel suo “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria-Rovigo” – nell’anno 1425 l’autonomia dell’abbazia fu soppressa dal vescovo di Adria Giacomo degli Obizzi.

    Ma il complesso continuò a vivere assegnato “in Commenda” cioè affidato, sotto il profilo amministrativo, a personaggi importanti o a cardinali di curia. La rendita dei beni era ragguardevole: raggiungeva annualmente la somma di 1200 ducati d’oro (sec. XV). Da allora il lento declino e l’uso sempre più improprio degli edifici via via abbandonati dai monaci. La soppressione definitiva venne decretata da Napoleone, per cui i beni furono messi all’asta e divisi fra vari proprietari.

    Nonostante le numerose modifiche strutturali, attualmente il complesso abbaziale conserva ancora un suo fascino ed una certa suggestione religiosa specie nel cortiletto che un tempo fungeva da chiostro. Tra i nomi illustri degli abati succedutesi nei secoli, spicca su tutti quello del sommo poeta Francesco Petrarca.

    In tempi più recenti, nei primi decenni del XIX secolo, l’abbazia fu testimone di avvenimenti legati alla Carboneria, essendo qui residente Pietro Rinaldi, affiliato alla società segreta, individuato dai gendarmi austriaci ed incarcerato con i carbonari di Crespino e Fratta Polesine.

    Completata la visita ai resti dell’antico bene di Canalnovo, la camminata si indirizza verso la campagna a settentrione del paese, imboccando via Lardina con prima destinazione a Corte Confina. Si tratta di un bel complesso rurale, che ben presto si profila all’orizzonte, costituito da un palazzo del XVII secolo, dall’attigua barchessa e dai rustici di servizio. La corte deve il suo nome al fatto di essersi per secoli trovata in una posizione di confine tra il Ducato Estense e la Repubblica Veneta, ovvero lungo l’incerta linea di divisione stabilita nel 1484 a conclusione della famosa Guerra del Sale.

    A Corte Confina è prevista una sosta che acquista anche un piacevole risvolto per la gentile accoglienza della signora Maria Rosa Maragno e la successiva degustazione di tipici prodotti polesani: innanzitutto un saporito salame e l’introvabile vino Basegana offerto per l’occasione dall’azienda agricola Mainarda di Bellombra.

    Dopo l’apprezzata sosta, scattate alcune foto al bel complesso architettonico da poco restaurato, riprende dunque l’itinerario imboccando una strada campestre sterrata, costeggiando dapprima filari di viti e poi una distesa di cereali, per superare infine il dislivello che permettere di raggiungere la pubblica via.

    La strada è asfaltata, ma il traffico automobilistico è pressoché inesistente per cui il gruppo procede verso GAVELLO in tutta tranquillità, occupando per intero la sede stradale. Lo sguardo va alla campagna ubertosa, ma si posa anche su alcuni caseggiati rurali abbandonati, meste testimonianze che si ripetono, a ricordare un tempo ben più vivace quando la civiltà contadina costituiva il fulcro dell’economia e della società.

    Come salvare questi edifici da un degrado che si fa sempre più rovinoso? La domanda resta senza risposta.

    Raggiungiamo frattanto il paese. Anche qui l’incontro è con un bene da salvaguardare: Palazzo Gradenigo, costruzione seicentesca che prospetta sulla via principale: il palazzo si presenta imponente ma purtroppo in una situazione di abbandono e perfino soggetto a crolli come avverte un cartello. Ancora una domanda inquietante: quale sarà il suo destino?

    Raggiungiamo frattanto la piazza principale che si chiude con la Chiesa dedicata alla Beata Vergine delle Grazie. La chiesa sorge sui resti dell’antica Abbazia di Gavello, ma ben poco resta dell’importante cenobio benedettino, attivo dal medioevo fino a quando la sua esistenza non fu compromessa dalle grandi alluvioni del XII secolo. L’abbazia fu rinomata specie per aver ospitato nel IX secolo S. Beda, santo di origine tedesca, che scelse di continuare la sua esperienza religiosa nel cenobio benedettino polesano. Aveva infatti lasciato la corte dell’Imperatore Carlo Magno in cerca di una località lontana dalla mondanità e dagli intrighi di palazzo. Il santo, a cui sono ascritti vari eventi miracolosi, morì a Gavello e le sue spoglie, dopo varie peripezie sono approdate in Lazio presso il Monastero Benedettino di Subiaco.

    L’attuale chiesa è il risultato di varie riedificazioni che l’hanno portata a raggiungere la sua forma attuale nel corso del ‘700 con consacrazione nel 1787. Una antica Madonna col bambino in stucco, già a suo tempo venerata dai monaci benedettini, è giunta fino a noi: è collocata in una nicchia sopra l’altare maggiore in marmo di Carrara; altare che presenta un pregevole bassorilievo nel paliotto. A sinistra una pala d’altare dedicata a San Beda, a destra a San Sebastiano.

    Altre importanti tele del settecento negli altari laterali. Un recente restauro ha riportato al primitivo splendore due opere che possiamo ammirare lungo la navata destra: la Madonna con Bambino e Santi di Francesco Fontebasso (1707-1769) e la tela Santo Vescovo con i Santi Francesco, Carlo e Osvaldo, opera che nel corso del restauro è stata attribuita a Domenico Maggiotto (1712-1793), ma che, nella recente mostra al Roverella di Rovigo dedicata al ‘700 veneto, è stata ascritta all’arte della pittrice Giulia Lama (1681-1747).

    La visita alla chiesa è gratificante. Si ritorna nell’ampia piazza inondata dal sole, soddisfatti dell’originale esperienza di conoscenza.

    L’itinerario in una zona così poco conosciuta del Polesine è giunto a conclusione e l’ora è tale da consigliare un ristoro. Buona parte dei ‘camminatori’ accetta di buon grado la proposta di un trasferimento presso la trattoria “Alla Rosa” in località Passionanza di Bellombra per degustare un pranzo caratterizzato da un tipico menù della tradizione.

    La trattoria si trova lungo l’antica strada dei frati che si muoveva da Gavello ad Adria, utilizzando tratti di un’antica via romana. Il pranzo è all’altezza delle aspettative ed il brindisi finale è “alla salute del Polesine” con l’auspicio che il prezioso patrimonio storico-religioso, presente anche nelle località meno frequentate della terra dei fiumi, possa trovare forme di valorizzazione in chiave turistico-culturale. Con la speranza, inoltre, che possano nascere occasioni di recupero per i caseggiati rurali abbandonati, individuati lungo il percorso.

  • Ventaglio e Polesine

    Ventaglio e Polesine

    La rivista “Ventaglio ‘90” compie vent’anni. Un traguardo mirabile di fronte a tante instabilità e discontinuità che caratterizzano i nostri tempi.

    Un risultato che è frutto di un progetto editoriale valido, capace di trovare sempre nuova linfa vitale e soprattutto che ha saputo nel tempo mantenere fede ad un obiettivo preciso: dare un’immagine positiva del Polesine come terra ricca di bellezze e di cultura, creando la coscienza che questa provincia non è una terra incolta e sfortunata, ma un luogo copioso di storia, di architettura, di natura, insomma una originale “Mesopotamia Italica”.

    La raccolta di tutti i numeri di questa rivista può essere considerata una sorta di enciclopedia del Polesine, una fonte esauriente e completa del patrimonio polesano: dalla storia ai personaggi illustri, dai musei agli eventi culturali più rilevanti, dall'ambiente alle tipicità gastronomiche e alle attività artiginali.

    Chi possiede la raccolta completa di “Ventaglio ‘90” può considerarsi fortunato, perchè possiede un tesoro di informazioni, utili a prendere pienamente coscienza delle nostre radici e delle nostre tradizioni, in un territorio di confine stretto tra due fiumi, in cui si sentono le influenze arricchenti di tante culture diverse.

    Sfogliando le pagine della rivista si può comprendere che il Polesine ha fatto molti passi in avanti. Infatti la debolezza più forte del sistema culturale polesano, che è costituito dalla frammentazione, si va man mano riducendo attraverso la costituzione di reti e sistemi di coordinamento, che permettono di promuovere le risorse in modo organico ed efficace.

    La rivista costituisce sicuramente un incentivo anche a questo processo di organizzazione di un sistema culturale e turistico coordinato, che vede la Provincia impegnarsi con tenacia, insieme con tanti altri enti, associazioni ed operatori.

    Un grazie a Turismo & Cultura per aver compreso fin dall'inizio la validità del progetto e di aver garantito continuità a questa bella e importante impresa culturale.

    Un graziamento particolare al direttore Lino Segantin, ideatore e anima di “Ventaglio ‘90”.

    Nessuna grande scommessa culturale può essere vinta se alla base non vi è passione, perseveranza, determinazione, ma soprattutto amore per la propria terra e Lino Segantin rappresenta, attraverso la sua rivista, questo grande amore per il Polesine.

  • Il Polesine visto da Ca’ Zen

    Il Polesine visto da Ca’ Zen

    Giovane imprenditrice del delta, particolarmente interessata al settore turistico, Maria Adelaide Avanzo da sette anni dedica il suo impegno giornaliero all’Azienda Ca’Zen di Taglio di Po.

    Nel suo sguardo si coglie l’entusiasmo giovanile di chi crede nel proprio lavoro e nelle possibilità del “fare impresa” in Polesine. La incontriamo a Ca’ Zen, la bella corte padronale del 700 (vedi Ventaglio n. 41, pag. 8) che rappresenta il fulcro dell’azienda di famiglia, alla quale la giovane imprenditrice ha deciso di dedicare la sua intelligenza e le sue capacità. Con l’obiettivo di farla crescere, perché rappresenti un sempre più importante punto di riferimento nell’ambito dell’accoglienza di qualità del Polesine.

    “Mi occupo sia della campagna che dell’Agriturismo – ci dice -. Negli ultimi anni abbiamo ristrutturato una parte della corte, e abbiamo in progetto di proseguire, poco alla volta, nel recupero di tutti i fabbricati, per dare loro una sostenibilità ed una vita futura”.

    L’impegno di Maria Adelaide guarda all’impresa di famiglia ma anche al territorio polesano. Un interesse questo che da qualche anno l’ha portata a ricoprire ruoli non secondari nell’ambito dell’imprenditorialità turistica polesana, entrando a far parte del Consiglio del Consorzio di Promozione Turistica Card del Po, divenendo parte attiva in iniziative di promo-commercializzazione delle Aziende associate e, di riflesso, del territorio. Inoltre, dallo scorso luglio, ricopre il ruolo di presidente della Sezione Turismo Unindustria di Rovigo, “con lo scopo – sottolinea con convinzione – di portare avanti progettualità per disegnare un unico e ‘grande’ modello del Polesine di domani”.

    – Una passione, quella per il Polesine, ed in particolare per il Delta, che Maria Adelaide ha ereditato dalla famiglia: specialmente dalla mamma, che si definisce custode di un bene architettonico più che imprenditrice turistica. E’ così? chiediamo.

    “Direi che la grande passione per il “mio” Polesine l’ho ereditata anche da mio padre, che si definiva agricoltore, risicoltore, e bonificatore. Adorava il Delta, e tantissime volte mi ha portato a Scardovari, in barca a vela alle foci del Po della Donzella insegnandomi ad “ascoltare” le voci del fiume e del mare. Era un uomo dalle grandi passioni, e il Polesine ha la capacità di farsi amare, o odiare.. ma comunque di non suscitare indifferenza”.

    – In base alla sua esperienza, come è cambiato negli anni l’approccio del turista col nostro territorio? Cosa lo gratifica del nostro territorio e cosa richiederebbe per una offerta turistica più completa?

    “Io credo che il nostro mercato turistico debba intanto essere diviso tra quello nazionale ed internazionale: il primo è costituito da Italiani che, allo sbocciare della primavera, e nei primi mesi autunnali, desiderano lasciare le grandi città e visitare un territorio puro, ricco di acqua e di natura qual è il nostro: prendere un barchino e assieme ai pescatori perdersi tra canneti e scanni.. visitare le sacche e scoprire l’affascinante mondo della pesca, degli orti di mitili, delle attività dei valligiani.. arrivare fino al mare in bici, a cavallo, in canoa. Debbo dire che i più rimangono stupiti di tanta ricchezza a poca distanza da Milano, Verona, Roma, Firenze…

    – E gli stranieri?

    “Gli stranieri, a tutto questo, desiderano abbinare la visita delle città d’arte: pertanto le soste saranno più lunghe, e oltre al Delta, oggetto di visitazione saranno Ravenna, Ferrara, Venezia, Verona, Padova, Bologna. Ma anche Chioggia, Comacchio, Adria, Rovigo, e tutti quei borghi che, meglio valorizzati raccontino della impareggiabile storia del nostro “Bel Paese”. Inoltre gli stranieri sono attratti dalle nostre spiagge e dal mare. Ciò che accomuna tutti – Italiani e stranieri- è la ricerca di cura, di qualità, tipicità, calore: nell’ospitalità, nella ristorazione, nei servizi: il nostro deve essere un turismo sostenibile, sia da un punto di vista economico che naturalistico. Il territorio, apprezzato, rispettato da un turismo che “gli assomigli” non può che beneficiarne”.

    – Lei vive con impegno il nostro tempo e ha individuato nel turismo una vera professione, partecipando a convegni e fiere specializzate, curando la promozione sia in proprio per l’azienda di famiglia, sia come aderante al CARD, che ancora come responsabile del settore di Unindustria. Dalla sua esperienza quali ritiene siano le potenzialità del territorio che andrebbero maggiormente incentivate?

    “Io credo che le potenzialità del nostro territorio siano notevoli, e che in questi anni siano stati fatti dei grandi progressi. Tuttavia sono fermamente convinta che sia necessario fare dei passi ulteriori e mettere a punto un unico masterplan, un solo grande progetto di sviluppo e valorizzazione del nostro Polesine: vie d’acqua, ciclabili, ippovie, miglioramento delle spiagge, recupero dei fabbricati rurali, fornaci ed idrovore. Noi abbiamo un patrimonio unico costituito da tutte le “zone umide”, e dalle valli: un potenziale enorme su cui è opportuno fare delle riflessioni in termini di implementazione e di visitazione “sostenibile”… Un altro aspetto fondamentale è l’abbellimento dei paesi e dei borghi… quindi il miglioramento della qualità delle strutture recettive e ristorative nel pieno rispetto della nostra cultura che ci differenzia da tutti gli altri: oggi si cercano tipicità e forte identità. E’ necessario lavorare molto sulla “sostanza” della nostra offerta turistica, sulle strutture ed infrastrutture e sui servizi. E poi…

    – E poi?

    “Alla sostanza va aggiunta la comunicazione, esperita con tutti i mezzi necessari, arricchita dalla nostra capacità di “raccontarci” attraverso lo story telling, trasmettendo la nostra storia, le tradizioni, il nostro passato.. utilizzando anche la letteratura cinematografica che in Polesine è stata molto intensa, e che può essere un grande veicolo attraverso il quale far conoscere il nostro territorio. Non dimentichiamo che l’Italia, nell’immaginario degli stranieri è soprattutto storia, cultura (pittura, bel canto, architettura, letteratura.. cinema..): un elemento che talmente ci caratterizza, da diventare imprescindibile nel momento in cui ci vogliamo presentare – competitivi e unici – sul mercato turistico”.

    – La creazione di un marchio Polesine, sostenuto dalla Provincia, dall’Ente Parco, dalla Camera di Commercio con l’apporto importante della Fondazione Cariparo, contribuirà a promuovere meglio il nostro territorio?

    “Il passaggio alla creazione del marchio unico per tutto il territorio è stato interessante e fondamentale! Saremo tanto più forti, quanto maggiore è il senso di identità e di appartenenza ad un territorio di cui dobbiamo essere orgogliosi! Solo così saremo in grado di trasmettere, di comunicare al resto del mondo chi, e cosa siamo. L’uomo ha bisogno di simboli, di chiamare le cose con il proprio nome… il marchio è tutto questo. E tanto maggiore ne sarà l’utilizzo, a fronte di qualità e trasparenza, tanto più rapido e positivo l’effetto della sua diffusione, e, pertanto, della nostra notorietà”.

  • Un mondo di colore

    Un mondo di colore

    L’anno scorso ho scoperto che i bellissimi ibiscus, che riempiono di nuovi colori le estati deltizie vengono prodotti alla Florsystem, centro florovivaistico di Polesine Camerini, importante realtà per l’economia locale. Vi lavorano ventidue Donne Polesane che amano il loro lavoro, lo fanno con passione e gioiscono nel veder fiorire il frutto della loro fatica.

    Ho deciso allora che avrei approfondito la conoscenza di questa positiva realtà di occupazione femminile in Polesine. E col pensiero sono riandata a quel libro bellissimo che è “La fatica per immagini” di Dino Felisati. L’ho cercato e sfogliato ancora una volta commuovendomi. Immagini di duro lavoro dove la Donna Polesana è sempre protagonista. Mi sembra di vederci nonna Medea che ricordo sempre indaffarata, a lavare, pulire, cucinare (due polente al giorno perché quello c’era da mangiare e poco altro), coltivare l’orto, curare le galline, ammazzare il maiale e fare un salame, piccolo, per ogni nipote, spigolare il grano, andare al Po per prendere l’acqua, e ancora crescere noi nipoti.

    E’ tanto viva in me questa memoria, che sono riuscita a trasmetterla anche a mia figlia Valentina (nata pochi giorni prima che nonna Medea mancasse) e ai miei nipoti che la conoscono attraverso i miei racconti.

    C’erano una volta due fratelli, uno era mio nonno Checco, l’altro lo zio Sante. Avevano una barca l’Elvira, era un Burcio a vela, faceva spola da Ca’ Tiepolo a Venezia, portava ghiaia, zucchero e altro. Checco e Sante erano famosi bevitori. A quei tempi si usava pagare a ore il tempo passato in osteria. Li hanno buttati fuori più di una volta per eccesso di bevute. Un’altra volta l’inverno fu talmente rigido che il Po gelò anche all’altezza del passo. I due coraggiosi lo attraversarono con in testa un barilotto di vino, premio della scommessa che, naturalmente, vinsero.

    Ma nonna Medea e sua cognata non erano certo da meno, aiutavano gli uomini e l’asino a trainare la barca controcorrente. Successe una sera che anche loro alzassero il gomito, e rideva ancora la nonna raccontandoci che pretendevano di far salire l’asino in barca su una passerella traballante, e a marcia indietro.

    I due fratelli sono morti in tempo di guerra, l’Elvira è rimasta a zio Giorgio, io nel ‘56 ho dovuto lasciare il Polesine. Uno dei ricordi più belli che conservo è il viaggio fatto qualche anno dopo con le mie cugine e gli zii, da Porto Tolle alla Giudecca e ritorno, sull’Elvira.

    Queste le storie e le donne di ieri. Veniamo ai nostri tempi.

    In una bellissima giornata di febbraio programmiamo una visita alle Serre di Polesine Camerini per conoscere le donne di oggi che operano nel delta.

    In mia compagnia ci sono Wanda Guerrato e Lino Segantin. Ci ricevono il direttore Livio Rizzi (nipote del famoso poeta floricoltore di Rovigo), Marco Bassani di Loreo, responsabile tecnico e Mauro Bassani che cura l’amministrazione. Sono tutti giovani, molto preparati e ci guidano con competenza alla scoperta di questo mondo davvero affascinante.

    Nate come produzioni orticole nel 1990, le serre vengono rilevate nel 1997 dall’azienda Guerrato, ampliate ed adibite alla produzione florovivaistica.

    Si estendono su una superficie di 3 ettari coperti, uno sviluppo di tutto rispetto e senz’altro il più grande della provincia. Nulla può essere lasciato al caso per ottenere un buon prodotto, il risultato di un attento studio di mercato, tendenze, mode, materie prime di eccellente qualità, sistemi di produzione.

    Le Serre producono per 12 mesi l’anno 40 varietà diverse di piante selezionate in base alle condizioni metereologiche ed ambientali del Delta. Si parte da seme o talea e servono 4 mesi per le piante da seme, 6 mesi per gli ibiscus prima che le piantine fiorite siano commerciabili ad un prezzo e una misura con giusto rapporto produzione – costi.

    Bisogna anche anticipare i capricci del mercato, e quindi, oltre alla produzione basata sull’andamento storico delle vendite, nasce una attenzione alle varietà e ai colori che possono soddisfare le nuove richieste. E’ evidente che la produzione di Polesine Camerini è di eccellente qualità. Un risultato questo ottenuto con una serie di scelte ben precise: la struttura produttiva è automatizzata all’80%; le macchine invasatrici sono di provenienza olandese, alcune modificate con accorgimenti tecnici italiani; una è frutto di ricerche scientifiche d’avanguardia e in grado di stampare su un contenitore di espanso cilindri di terriccio speciale pressato dove vengono manualmente alloggiati i semi; un’altra miscela i terricci, li dosa nei piccoli vasetti e 3 ragazze, particolarmente esperte, riescono a movimentare 3000 piantine /ora; una guida automatizzata trasporta i carrelli dalla produzione alle serre e qui i vasetti vengono stesi a terra manualmente.

    E’ il terriccio la base di partenza per una produzione di qualità. Le torbe provengono da paesi diversi del nord Europa e vengono studiate e miscelate per ogni tipologia di pianta. I semi sono tutti di provenienza certificata, di origine olandese, statunitense e giapponese; mercati, soprattutto quello olandese, dove la Florsystem compete per professionalità e passione.

    La settimana lavorativa comincia il venerdì con la selezione, pulitura, confezionamento, accurata preparazione per il mercato. Si lavora tutti i giorni, le piantine devono essere controllate, protette dai parassiti, cimate, potate: un lavoro oculato ed impegnativo.

    Sarà per la consapevolezza del fare bene che Ilde, Marilena e Ornella, pur continuando a lavorare veloci, ci hanno accolti con sorriso e buonumore.

    Sono parte delle ventidue ragazze che costituiscono l’organico femminile delle Serre: sono allegre, disinvolte, fanno un lavoro che amano, gioiscono e si sentono realizzate dalla loro capacità nel far fiorire da un seme questo trionfo di fiori e colori. Non sono ingabbiate in una rigida divisa, vestono tute morbide e colorate e tutto nei loro atteggiamenti riflette armonia col mondo che le circonda, un mondo fatto di colore per dodici mesi l’anno.

    Sono tutte residenti nel comune di Porto Tolle, non hanno una preparazione scolastica specializzata, la loro formazione è avvenuta sul campo a cura di Livio Rizzi e Marco Bassani. Tutti lavorano in perfetta sintonia, ognuno con le proprie mansioni, e ci hanno stupiti per l’alto livello della loro professionalità e per la fiducia che godono da parte della Guerrato. Dell’organico fanno parte anche due agrotecnici, i due manutentori addetti anche alla semina e un agronomo esterno che si confronta per la ricerca con le migliori università. I dirigenti conoscono perfettamente le dinamiche dei mercati internazionali e partecipano a FLORMAT di Padova e FLORSHOW di Verona che sono fra le fiere di settore italiane più qualificate.

    Le Serre ospitano anche sperimentazione. Abbiamo visto un ricercatore esterno lavorare su semi sperimentali di meloni, una cultura che a Polesine Camerini dà eccellenti risultati, se non piove troppo.

    Ci è piaciuta molto questa visita, e ancor più ci piace pensare ad un futuro spazio interno delle serre dedicato a Fattoria Didattica. Potrebbe essere l’alternativa richiesta dagli operatori del settore Turismo Scolastico, che più volte hanno segnalato la necessità di percorsi alternativi alla gita in barca o alla visita alle Oasi in caso di maltempo. Pensate all’animazione che porterebbero gruppi di ragazzi provenienti da tutt’Italia a scoprire quest’altra perla del Polesine, consumare una merenda realizzata usando fiori eduli, che oggi entrano ufficialmente nel mondo della ristorazione, preparati a cura dei ragazzi di quell’eccellente Istituto Professionale che è la Scuola Alberghiera di Adria.

    Sarebbe un’interessante opportunità di incremento per questa forma di turismo, anche per la felice collocazione in prossimità della Sacca del Canarin.

    Ci piace anche pensare che le Serre di Polesine Camerini, potrebbero diventare un Centro di Formazione Professionale d’eccellenza e costituire un proficuo sbocco di lavoro per i giovani polesani.

    Lasciamo le serre con la macchina piena di girasoli, daliette, begonie, gerbere. Ce ne andiamo soddisfatti, pieni di colore, contenti anche di aver gettato un piccolo seme, magari… chissà…

  • Le donne del Ventaglio

    Le donne del Ventaglio

    Nel mese di marzo, dedicato alla donna, con il titolo “Autrici di casa nostra nelle pagine di Ventaglio ‘90”, è stato promosso dal gruppo Autori Polesani e dal Circolo Auser delle Rose un incontro con “Le donne del Ventaglio”, ovvero con le non poche scrittrici e poetesse che nei 42 volumi editi da Turismo & Cultura hanno contribuito alla realizzazione dell’affermato periodico polesano.

    La presidente del gruppo, Aurora Gardin ha sottolineato, in apertura, come il direttore del “Ventaglio”, Lino Segantin, sin dal primo numero della rivista, ormai più che ventennale, abbia inteso rispettare le “quote rosa”.

    Infatti, da sempre, molti articoli del semestrale, hanno firme femminili che toccano, con scrupolo e competenza i tanti temi e argomenti dal periodico: ambiente, arte, narrativa, poesia, storia e tradizioni del Polesine.

    “E, a cominciare dal titolo, ‘Ventaglio’, – ha osservato la Gardin – la rivista ricorda il mondo femminile. Il ventaglio da sempre rappresenta un aggraziato oggetto amico delle signore; e lo fu in particolare nel XIX secolo, come spicca in questi mesi a Rovigo nei molti stupendi quadri dell’importante mostra a palazzo Roverella “L’Ottocento elegante”. E non a caso il 42° numero del periodico inizia proprio con un articolo, a firma di Valeria Tommasi, che introduce il lettore nel mondo della mostra rodigina, la cui icona è proprio la “Donna con ventaglio”, opera apprezzatissima di Edoardo Tofano”.

    Scorrono nelle pagine del n. 42 della rivista varie firme femminili: Chiara Tosini, Violetta Furini, Valentina Merlini, Elisabetta Zanchetta, Rosetta Menarello, Paola Munaro e tante altre, sino agli articoli sul nostro amato Delta della giornalista Anna Volpe. Citati i nomi di solo alcune delle 23 autrici donne che hanno valorizzato l’ultima pubblicazione della rivista.

    Durante l’incontro è intervenuta la prof. Francesca Magon, saggista di notevole sensibilità e spirito umanitario, che ha ricordato il primo “Ventaglio” e una sua interessante e documentata ricerca sull’immigrazione, che 20 anni fa, in Italia, era solo all’inizio e affidata soprattutto allo spirito solidale di istituzioni religiose.

    Fra le prime collaboratrici, anche la critica d’arte e scrittrice Roberta Fava, la cui collaborazione alla rivista iniziò con un commento delle icone dell’artista Luciana Arduini. Fra le tante rappresentanti della cultura polesana presenti all’incontro, la nota scrittrice e collaboratrice Loredana Capellazzo ha rammentato il sostegno che Lino Segantin diede per la pubblicazione della sua prima ‘fatica letteraria’ la trilogia “L’oro del grano”, portata a termine con la compianta Paola Trivellato.

    Apprezzate durante l’incontro anche le composizioni poetiche dedicate alle donne da parte di alcuni protagonisti maschili, quali Enzo Fuso, Giorgio Donaggio e del cantautore Mario Mechis. Molto commovente e toccante la poesia di “Nuccia”, ricordo di un giovane e della sua preziosa vita spezzata da un tragico incidente di moto.

    Nell’occasione l’“Angolo della poesia” ha richiamato all’incontro anche vari artisti di altre province, ricordiamo l’inconsueta mostra fotografica di Maurizio Cavalieri dal titolo: “9,38, interruzione” : foto di operai che lavorano freneticamente per ripristinare una linea ferroviaria: una giusta e meritata celebrazione della fatica, dell’impegno di uomini, forse, fra i più validi e autentici.

    Apprezzate anche le sculture meccaniche dell’artista e poeta Renato Miola di Ospedaletto Euganeo. Opere realizzate con il recupero dei più vari attrezzi meccanici e ispirati al genio di Leonardo come l’inconsueta, suggestiva metallica “Ultima cena”.

Pubblicità