Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Grignano e Cortina

    Grignano e Cortina

    Si è caratterizzata come una sorta di “gemellaggio” tra Grignano Polesine e Cortina D’Ampezzo l’iniziativa svoltasi lo scorso 20 Marzo, presso l’Auditorium San Rocco di Grignano. Si infatti è parlato della storia e della tradizione di due proprietà collettive italiane: la ‘Comuna’ di Grignano e le ‘Regole’ di Cortina d’Ampezzo. Tale conferenza ha avuto luogo, alla presenza del Sindaco Fausto Merchiori e della Presidente della Provincia Tiziana Virgili, in occasione dei festeggiamenti per la ricorrenza del 21 Marzo, giorno in cui si ricorda a Grignano la nascita della ‘Comuna’.

    il dott. Stefano Lorenzi, presidente delle ‘Regole’ d’Ampezzo, su invito degli Antichi Beni Originari (ABO) di Grignano Polesine, ha tenuto una relazione sulle affinità storiche e sugli attuali problemi comuni alle due realtà. I regolieri di Ampezzo, ancora oggi, gestiscono 16.000 ettari di boschi e pascoli e rappresentano la proprietà collettiva per dimensioni più grande d’Italia.

    Nell’illustrare l’origine e la storia delle ‘Regole’ ampezzane, Lorenzi ha menzionato i primi statuti, detti “laudi”, che, a partire dal 1200 circa, iniziarono a sancire la forma giuridica collettiva della realtà di Ampezzo. Tali statuti, improntati al motto che recita “il diritto viene dal bisogno”, hanno consentito ai regolieri ampezzani di difendere la proprietà collettiva della terra da smembramenti o alienazioni, dal Medioevo sino ai giorni nostri. Dal 1990, per tutelare maggiormente il territorio collettivo e salvaguardarne l’integrità, i regolieri gestiscono il Parco Naturale Regionale delle Dolomiti di Ampezzo. Al medesimo fine di tutela e per ottenere una produttività anche in termini economici del territorio ampezzano, i regolieri hanno coinvolto la Regione Veneto e hanno promosso la nascita della Consulta Nazionale delle Proprietà Collettive, organismo nel quale rientra anche la ‘Comuna’ di Grignano.

    Lo scopo di valorizzazione delle proprietà collettive accomuna dunque la realtà di Ampezzo e quella di Grignano. A questo proposito, il presidente degli ABO, ing. Stefano Previatello, è intervenuto alla conferenza per fare il punto sulle fasi preliminari di un progetto che si intende attuare sulla ‘Comuna’, in collaborazione con l’Istituto Tecnico Agrario Kennedy di Monselice.

    E’ stata verificata la possibilità di realizzare una fascia tampone boscata, contraddistinta dalla piantumazione di un elevato numero di piantagioni, arbusti o alberi, lungo le rive dei corsi d’acqua. Tutto ciò si intende in totale sinergia con il territorio, in quanto le piante non andrebbero ad intaccare o coprire con la loro ombra le coltivazioni limitrofe, ma porterebbero numerosi vantaggi: oltre all’innegabile e impagabile piacere visivo che un’area verde dona, sorgerebbe la possibilità di vendere la legna derivante dalla potatura degli alberi, e la possibilità di creare delle arnie per l’apicoltura, favorita dal fiorire delle piante arbustive. Recenti studi hanno inoltre constatato come le radici degli alberi favoriscano processi di fitodepurazione, cioè la depurazione dell’acqua da agenti nocivi, quali i nitrati, impedendo il proliferare di alghe nei corsi d’acqua, che potrebbero così essere sfruttati anche con un impianto di pesca sportiva. Infine gli alberi ad alto fusto proteggerebbero i terreni limitando l’azione dannosa del vento sulle colture.

    Come lo stesso pres. Previatello ha ricordato, la comunità di Grignano è riuscita nei secoli a sopravvivere soprattutto grazie alle enormi potenzialità derivanti dal possesso del terreno della ‘Comuna’, sempre coltivata secondo le migliori tecniche possibili. Tale considerazione è stata storicamente provata dal dott. Barbacetto il quale, in una recente riunione dell’assemblea delle proprietà collettive, ha illustrato come la ‘Comuna’ di Grignano sia stata presa a modello da illuministi veneziani di metà ‘700, in quanto, pur essendo un terreno di proprietà pubblica, invece di deperire continuava costantemente a migliorare.

    La Consulta Nazionale delle Proprietà Collettive consente di mettere in luce e risolvere situazioni e problemi condivisi e, al tempo stesso, di far acquistare un maggiore peso politico alle realtà collettive locali, garantendone la sopravvivenza, tanto nel caso della ‘Comuna’ di Grignano Polesine quanto in quello delle ‘Regole’ d’Ampezzo.

  • La finestra

    La finestra

    Splendeva nel buio come un rettangolo di luce, nelle notti illuminate dalla luna; rettangolo mutevole, a seconda delle ore e delle stagioni, pronto a velarsi di nebbie o a colorarsi di albe e tramonti. Questa era la finestra di camera mia. Una finestra ampia, con scuri a quattro ante e un tendaggio lieve, quasi sempre tirato verso la parete, per lasciare libero lo sguardo di spaziare lontano.

    Spesso alzavo gli occhi dal libro – quello che stavo leggendo, per scriverne una recensione -, e riposavo lo sguardo annebbiato, fattosi torbido per la lunga sosta sulla pagina, distraendomi alla vista mutevole che mi offriva l’apertura della finestra.

    Cominciavo persino, con una sconosciuta tendenza al voyeurismo, a curarmi della vita dei vicini, per qualche rapido flash. C’era un bimbo piagnucoloso, che vedevo di spalle, proprio nella casa di fronte, restio a fare i compiti, quasi disperato all’idea di mettere la testa sui libri. Ogni giorno la stessa storia.

    Al piano terreno della stessa casa vedevo due vecchietti, marito e moglie, seduti a tavola in silenzio, con gli occhi volti verso un lato della stanza, certamente seguivano un programma in TV.

    Al piano superiore di un isolato più avanti, potevo solo intravedere e più che altro immaginare. Qui c’era una vasta terrazza sui tetti, sembrava piena di piante; avevo l’illusione di vedere un annaffiatoio irrorarle d’acqua al cadere del sole.

    Peccato non poter gustare i particolari nelle minime sfumature. Mi sembrava che lassù si avvicendassero personaggi sempre diversi; non c’era la ripetitività di sagome e gesti dei miei dirimpettai – i vecchi e il bambino – di cui quasi udivo le voci, vedevo nitidamente il gestire, la copertina dei libri di scuola del ragazzino, il colore della tovaglia degli anziani sposi.

    Lassù tutto era più misterioso, meno evidente, più opinabile, un po’ per la distanza che mi separava dalla scena osservata, e molto per la volubilità dei personaggi, vestiti con abiti sempre diversi e con mutevoli capigliature (parrucche? cappelli? Non avrei proprio saputo dirlo).

    L’unica costante era rappresentata dagli orari, prevalentemente tardo pomeridiani. Non li avevo mai visti il mattino; raramente, a tarda notte, sembravano imbandire un lungo tavolo, ma non distinguevo né suppellettili né vivande.

    Cenavano così tardi?

    Giocavano a carte?

    Nulla era chiaro.

    Tutto avrebbe potuto essere.

    L’estate cominciava a prendere i colori dell’autunno e già pensavo che gli estrosi abitanti del terrazzo presto si sarebbero celati alla mia vista. I primi freddi avrebbero certamente modificato le loro abitudini, inducendoli a vivere, nel chiuso delle stanze, la loro insolita esistenza.

    Avrei dovuto adocchiare qualche altro spazio antistante, ben sapendo che i mesi freddi mi avrebbero offerto più avare occasioni di intrusioni visive nella vita altrui, svago a cui mi andavo morbosamente abituando, nella solitudine della mia vita di solitaria zitella, isolata, senza amicizie.

    Quella sera non avevo voglia di leggere. Pensai: Accendo la TV. Spettacolo noioso. Sonnolenza in arrivo.

    Alzai gli occhi, senza speranza, in direzione del terrazzo. Un gestire concitato colpì immediatamente la mia vista. Braccia alzate. Movenze scomposte.

    Un revolver mi parve brillare, per un attimo in distanza, nelle mani di un uomo (o donna?). Una sagoma cadde a terra.

    Un correre scomposto sul piano del terrazzo. Sempre più confusione. Immagini sfocate di un grande disordine.

    Il vicinato restava tranquillo. Ai piani inferiori della casa nessun segno di allarme.

    Che io abbia le traveggole? – mi dissi. Troppi film gialli?

    Pensai di chiamare la polizia.

    Mi trattenne la paura di passare per una zitella visionaria.

    Quella notte mi rivoltai nel letto, cambiando opinione ogni minuto.

    L’indomani non seppi trattenermi e, con la scusa di fare acquisti nel negozietto di porcellane sotto casa (a dire il vero non sapevo proprio cosa comperare, vista la scarsità dei miei desideri), finsi di aver bisogno di un servizio di tazze per il caffè, scegliendole con cura meticolosa per attaccar discorso con la commessa, preparando il terreno alla mia “indagine” sull’accaduto della notte.

    Non sapevo da che parte cominciare.

    Partii alla larga.

    Alla fine mi decisi a raccontare l’accaduto.

    «Ah, i ragazzi del terrazzo – mi rispose, sorridendo la commessa – hanno messo su una compagnia di prosa, sono bravissimi. Vada a vederli a teatro. Domani ci sarò anch’io fra gli spettatori. Mettono in scena un giallo».

    Andai anch’io a teatro la sera dopo, mescolandomi a un pubblico vivace. Ma lo spettacolo “rubato” dalla finestra, ai miei occhi aveva ormai perso tutto il suo interesse.

  • La vela della speranza

    La vela della speranza

    QUESTA SERA MI LASCIA ASCOLTARE

    Ancora pochi attimi nell’estasi di questo tramonto di fuoco. Intorno a me giochi di carezze sospese nel vento che si effondono nel sapore di mare, mentre cullare lascio i miei sogni, per non sostare nei pensieri di sempre.

    Inesorabile un altro giorno chiude la sua monotonia nel vuoto delle mie paure. Vicina è la sera, che non svanirà emozioni e richiami che per sempre ospiterò nello scrigno della mia anima.

    Lontane sono le genti che affollano marciapiedi e strade dai roboanti fragori che impediscono alla mente di ritrovare l’armonia dell’essere.

    Questa sera mi lascia ascoltare ricordi velati dal fugace passare del tempo sulle ali del destino, nel labirinto in cui si cela la mia identità.

    Aggrappato ad un raggio della falce di luna la mia inquietudine si allevia, si abbandona alla ricerca della divina presenza che accompagna la mia fragile esistenza.

    LA VELA DELLA SPERANZA

    Frammenti di felicità crollano avvolgendomi nel deserto che tormenta la mia anima. Piango… e gli occhi pieni di lacrime, che sanno di sale, si confondono col mare. I miei gemiti sono i lamenti del mondo… Le mie grida mi addentrano nel buio più fitto, dove affiorano spettri che sanno di morte, parvenze di mali remoti.

    Eppure amo la vita.

    Le ferite del mio cuore sono eco di sogni lontani, effimere illusioni. Ma più forte è in me la luce che dipana le tenebre, che dissolve la desolazione. Così, come per incanto, riemergo dal nulla, ogni volta che la speranza è perduta. Mi sento una piccola barca in balìa dei flutti che dispiega la vela e avanza verso un porto sicuro.

    DELTA DEL PO

    Oh Delta del Po, terra di fiumi, di sabbie disperse in paludi sepolte, con te abbraccio la sintonia di voci mai spente, di isole strappate all’acqua, di atmosfere sospese, di incantate emozioni dell’anima, in attimi di frammenti, di storie lontane, di morfologie, di miti che hanno lasciato un indelebile segno nella trama d’una fiaba che lambisce il passato col presente, oltre i confini del tempo.

    Oh Delta del Po, tu che porti placide acque verso il mare, tra cielo e verde, con il respiro della tua immensità, con il palpito delle tue rive, come crisalidi di tenere farfalle, vorrei dipingerti in un quadro ad acquerello nell’attimo fuggente del crepuscolo, con le bianche ali di gabbiani, nei rapidi voli di germani e garzette, con l’argenteo tremolio di pioppi e di salici, dolci giochi di carezze sospese come inedite melodie nella lieve brezza della sera.

  • Marangoni, artigiano del ferro

    Marangoni, artigiano del ferro

    L’antica e nobile arte della lavorazione del ferro battuto nei nostri paesi può dirsi oramai pressoché estinta: le macchine moderne riescono a riprodurre oggetti sempre più sofisticati ed a minor costo: hanno eliminato la manualità, abbassando i prezzi dei prodotti in commercio, anche se di questi si nota decisamente la minore qualità.

    Ma c’è qualcuno che non intende lasciare alle macchine il dominio assoluto. E tra questi c’è Giuseppe Marangoni, ultimo degno esponente della categoria degli artigiani melaresi che una volta erano per tutti un sicuro riferimento. Non si incontrano più, infatti, fabbri ferrai, calafati e costruttori di barche, falegnami/bottai, ma nemmeno sono più rintracciabili semplici costruttori di carretti, sedie impagliate e sporte di vimini che erano di casa nella borgata di S.Stefano ed in centro paese. Si fatica anche a trovare dei muratori degni di tale nome, che innalzavano una casa, dalle fondamenta al tetto. Di queste categorie di artigiani rimangono solo, per chi sa apprezzare, i loro manufatti nelle case e ville del paese: qualche cancello con sopra le iniziali del possessore, ma anche le statue artistiche della chiesa, del cimitero ed altro ancora.

    Giuseppe Marangoni è una persona d’altri tempi, ritiene sacra ed inviolabile l’amicizia, il pudore e la riservatezza. Restìo ad apparire, si trova un po’ a disagio nei tempi moderni dove tutto corre di fretta e macina persone e sentimenti a spron battuto. Egli nasce a Melara nel 1935 ed oggi risiede in località Saletto, in un’umile dimora dove però ha ancora la vecchia stalla adibita a laboratorio (Vivitur parvo bene, diceva Cicerone, cioè si vive bene con poco). In un certo senso è figlio d’arte, nell’accezione di amante delle belle arti, quale fu il papà, anch’esso di nome Giuseppe, apprezzato artista che solo l’amore per la propria terra non gli fece fare il salto di qualità nella Roma capitolina, dove aveva trovato lavoro assieme ad altri paesani, come furono i Bianchini, valenti capomastri. (Giuseppe senior è ancora ricordato in paese perché diede vita alla filodrammatica assieme ad Alice Chiavegatti, Vitaliano Rossi, Ado Ghisellini e molti altri).

    Avvicinarsi all’aspetto poetico della vita, ma nel contempo valorizzare le vere virtù, come la sincera amicizia, sono solo alcuni dei valori tramandata alla sua famiglia, dalla quale Giuseppe “junior” ha attinto sin da giovane. Da bambino respira l’aria fumante e pregna delle numerose botteghe artigiane del paese, specie dell’odierna centrale via Cavallotti, dove allora lavoravano a tempo pieno almeno tre fabbri o delle vicinanze della chiesa dove sul lato destro v’erano tre botteghe di falegnami. I mezzi a disposizione per emergere erano quelli del periodo, cioè veramente pochi, ma la sua indole e passione lo inducono, con grandi sacrifici, a frequentare negli anni 1948-50 la scuola d’arte “Ermete Mondatori” di Ostiglia (MN), situata presso la scuola elementare del borgo mantovano. Qui ha modo di apprendere i primi rudimenti dell’antica arte del forgiare il metallo, in particolare del ferro battuto.

    Esigenze di famiglia lo vedono poi dipendente dal 1963 al 1992 presso la Cerestar di Castelmassa, dove presta servizio come tecnico manutentore ma, nel frattempo, ha l’occasione di intraprendere quelle attività che più lo valorizzano in campo artistico: quella del canto (apprezzato basso – baritono) e quella del ferro battuto. E in quest’ultimo settore, da vero autodidatta, affina la sua tecnica provando e riprovando più volte, confrontandosi con i lavori già presenti negli edifici civili e nelle chiese del circondario, sino a divenire un vero e proprio “mastro artigiano”, orgoglioso della propria tecnica, che prevede ancora l’uso dell’incudine, del martello, della cera d’api e tanta, tanta fatica.

    La sua prima opera in tal senso è da riportarsi all’anno 1978 quando, sollecitato dal fratello Zeno, abile e raffinato intagliatore e cesellatore del legno, completa con artistiche coperture i termosifoni dell’Aula Magna dell’Università di Urbino, quando era rettore Carlo Bo.

    Giuseppe Marangoni si autoschernisce definendosi “Schissafer”, cioè semplice schiaccia ferro, ma ciò è molto riduttivo, perché se la tecnica prevede di battere il ferro sin che è caldo, poi però prende il sopravvento la sua vena artistica. Ed è proprio per questo che i suoi prodotti finali acquisiscono una qualità encomiabile e raramente imitabile. Dal 1978 in poi il suo talento sempre più affinato trova modo di esprimersi oltre che nelle case delle nostre contrade pure nelle abitazioni di Roma, Bologna e Verona e di extra-muros che vogliono avere un ricordo “di qualità” del loro paese.

    Risulta arduo e quasi impossibile elencare le centinaia di sculture forgiate dalle sapienti mani di Giuseppe Marangoni in questi anni: lampadari, lampioni, centri tavola, ringhiere, alari da camino, leggii musicali, sono le sue realizzazioni più ricercate, ma in pratica non c’è forma che egli non possa eseguire. Da ammirare sono i quattordici candelabri esposti nella chiesa arcipretale di Melara, sapientemente lavorati molto bene inseriti nel contesto barocco dell’edificio, così come pure le appliques ed i punto luce del porticato.

    Ma gli anni passano e Giuseppe ha progressivamente ridotto la sua attività. Però ha il senso della storia e ci tiene a tenere vivo il ricordo e l’abilità dei maestri artigiani di un tempo, dei quali può orgogliosamente ritenersi ultimo degno erede melarese. Il suo laboratorio è a Melara, in via Amos Bernini, 30. Tel. 0425/89516.

  • Marco Bottoni e il Po

    Marco Bottoni e il Po

    “In principio era la briscola, e la briscola era presso l’osteria, e la briscola era l’osteria”. Traslitterato dal Vangelo di Giovanni: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio”. Il principio del romanzo è nel gioco dei personaggi, ovvero, l’essenza dei personaggi sta nel gioco della vita.

    “Mi siete mancati” è la storia di uno scrittore di mezza età che, di fronte al foglio bianco, non riesce più a scrivere, va in panico. Ha bisogno di uno psichiatra per entrare in psicanalisi. Lo trova e, attraverso la terapia dell’ipnosi regressiva, penetra l’inconscio fino a far affiorare i personaggi che animano le pagine del suo libro. A mano a mano che questi emergono alleggeriscono lo scrittore facendogli scoprire la leggerezza della vita. Così come l’arte della maieutica permette di acquisire coscienza delle conoscenze che si formano nella propria mente.

    Il protagonista, viaggiando nel suo inconscio, scopre che i personaggi li aveva già scritti dentro di sé, tanto da riconoscerne l’archiviazione in ordine alfabetico.

    Quelli che animano il romanzo di Marco Bottoni sono ventuno e sono gli uomini della sua terra, della sua quotidianità, della sua gente. In loro emergono le peculiari caratteristiche padane e relazionali che li identificano, come lo scettico, l’ostico, il dispotico, il misantropo, l’ubriacone, il buono, il cattivo, il fobico.

    La dimensione ambientale è il Po, la piazza, i portici, le vie, il negozio del barbiere, dell’ortolano, l’osteria. In questo teatro della vita si muovono i protagonisti: personaggi semplici, divertenti, folcloristici, veri, ma anche molto rappresentativi di quelle che sono le varie tipologie psicologiche dell’essere umano.

    Al termine delle sedute terapeutiche, lo scrittore comprende di essere guarito perché ha recuperato la sua dimensione: quella propria del suo essere. La creazione di personaggi veri e la loro frequentazione fanno scoprire un mondo che è proprio dello scrittore. Così che, anche se non esplicitato, il messaggio contenuto nel libro è quello della “Salvezza costituita dal dare libero sfogo ad un pensiero creativo”. Ne risulta un’opera d’arte letteraria autentica, creativa e pregnante di significati. Un romanzo, dunque, che attraverso l’indagine psicologica fa vivere emozioni, sentimenti, il piacere dell’ironia ma, soprattutto, quel “girotondo” nel quale poter giocare con la vita.

    E’ questo dunque l’ultimo apprezzato lavoro letterario di Marco Bottoni, medico neurologo, che e vive a Castelmassa e scrive per passione dal 1999. Nel novembre 2004 ha pubblicato “L’altro e altre storie” con Montedit di Milano. Fara editore di Rimini ha pubblicato nel 2005 due suoi racconti (“Storie di donne”) nella raccolta Antologia pubblica; nel 2006 “Sullo stesso treno” e nel 2007 “Storie di vita”. Con “Prosecco e Prolegomeni” -memorie di un filosofo da bar- edito da Montedit nel 2007 ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura umoristica “Umberto Domina” promosso dal Rotary Club di Enna. Nel 2009 ha pubblicato “Luna” – quattro storie di scacchi e di mistero – con la casa editrice Tindari di Messina. Le sue opere si trovano in tutte le librerie e presso il suo sito internet www.marcobottoni.it e-mail: mark.bot@libero.it

    Ci incontriamo con l’autore di “Mi siete mancati” per saperne di più.

    – Dottore, come è nata la sua passione per lo scrivere?

    “Ho scritto il mio primo racconto nel 1999, e devo confessare che si trattava più che altro di dare spazio all’esigenza di uno sfogo, al bisogno che avevo, all’epoca, di mettere nero su bianco emozioni, sensazioni e pensieri rendendoli il più possibile oggettivi e fruibili al lettore. Quando mi sono reso conto del grande valore che aveva, per me, descrivere situazioni, ambienti, personaggi, ho cominciato a scrivere (soprattutto racconti brevi) e… non mi sono fermato più. Sono sempre stato un lettore “vorace” e il leggere molto mi ha sicuramente aiutato a … scrivere molto”.

    – Nel suo romanzo il Po e l’ambiente padano hanno un ruolo non secondario…

    “Le storie che racconto, i personaggi che descrivo non sono necessariamente legati a un luogo preciso, ma è pur vero che io sono nato e vissuto in questo contesto geografico e ambientale, sono, per così dire, permeato dai modi e dai ritmi propri a questo pezzo di terra, ho conosciuto e frequentato i suoi tipi personologici, le sue tradizioni, le micro e macrostorie che hanno le loro radici qui. Se a questo si aggiunge il fatto che per me lo scrivere è una operazione del tutto naturale, genuina e immediata, va da sé che nelle mie pagine riecheggia tutto ciò nel quale sono stato immerso per tanti anni. Si può dire che descrivo l’ambiente padano, sì, ma… senza farlo apposta”.

    – Come vedono i suoi pazienti questo suo interesse letterario? Qualcuno si è riconosciuto in uno dei suoi 21 personaggi?

    “I miei pazienti nutrono per me un sincero affetto, e in virtù di questo sentimento tollerano, in me, tutto quanto è legato alle mie…divagazioni letterarie. Da quando ho cominciato a pubblicare seguono con attenzione le mie vicende e molti di loro sono i miei primi e più appassionati lettori. In “Mi siete mancati” la figura di più di qualcuno di loro è, se non fedelmente riportata, almeno accennata, e non potrebbe essere diversamente: è un romanzo che ha per protagonista la mia gente, e loro sono, in fondo, la mia gente. Devo però aggiungere che i personaggi del Romanzo sono per la maggior parte frutto della mia fantasia; in loro, più che la descrizione di persone realmente esistenti, vivono i “tipi” psicologici e caratteriali che più mi sono sembrati interessanti e degni di essere rappresentati. Almeno nella mia ambizione, dovrebbero essere “personaggi universali”.

    – Secondo lei la letteratura può servire ad accelerare il processo di emancipazione del Polesine, terra che da qualche tempo sta scoprendo una nuova vocazione di tipo turistico?

    “Io sono convinto che la Letteratura abbia una funzione “salvifica” tout-court: la lettura costituisce, io credo, un mezzo di crescita non solo culturale, ma anche personologica individuale e collettiva. A parte questo, credo che se a più di qualcuno capitasse in mano un libro ben scritto, appassionante e coinvolgente, nel quale si parla in modo diffuso della nostra Terra, ebbene ciò non potrebbe altro che stimolare l’interesse e la curiosità e, perché no, innescare anche una tendenza virtuosa a venire in Polesine”.

    – C’è qualche nuovo impegno letterario nel cassetto dei suoi progetti?

    “Come quasi sempre accade nella vita, i progetti e le idee sono di gran lunga più grandi e più ricchi di quanto non lo siano il tempo e la possibilità di realizzarli. In questo momento ho un paio di “idee embrionarie” riguardo a un romanzo e non nascondo che mi piacerebbe anche dedicarmi a scrivere qualcosa per il teatro. Purtroppo sono ancora uno che scrive “per diletto” e la mia attività professionale mi assorbe talmente in quanto a tempo ed energie, che mi vedo costretto a dare tempi molto lunghi alla realizzazione delle mie idee. Ad ogni modo, scrivo sempre molto, e anche se non sempre ho il tempo materiale di scrivere tutto quello che vorrei, vivo sempre molto. E più vado avanti con gli anni, e invecchio, più la differenza fra lo scrivere e il vivere si fa piccola e insignificante, perciò…”.

  • Un rodigino all’Hermitage

    Un rodigino all’Hermitage

    Rovigo c’è. Anche nella San Pietroburgo degli zar, nella città della rivoluzione d’ottobre, nella più occidentale delle metropoli del gigante eurasiatico, che sta rifiorendo all’antico splendore con l’espansione economica della Russia uscita vent’anni fa dal comunismo.

    Un nome su tutti, Francesco Xanto Avelli, ceramista e poeta, nato nel capoluogo polesano probabilmente nel 1486, formatosi da ragazzo nelle botteghe cittadine, poi dal 1510 a Ferrara quindi a Faenza, fino a raggiungere nel 1529 l’Urbino dei Della Rovere ricca di fermenti urbanistici, dove l’artista rimase fino alla morte (1545?) producendo molti pezzi artistici di grande valore che si lasciano ammirare nei maggiori musei del mondo¹.

    I saloni imponenti dell’Hermitage costituiscono però una vetrina di altissimo prestigio per quel “figlio di Rovigo” che tanto amava la sua città, da firmare le sue opere aggiungendo al nome completo “da Rovigo”, o siglandole con FXAR. Il segno nostalgico e orgoglioso di un’appartenenza che tuttora lo contraddistingue.

    Arrivare a San Pietroburgo, significa puntare prima di tutto sull’antico palazzo d’Inverno degli zar, progettato dal Rastrelli, affacciato per 230 metri sulla riva sinistra della Neva, 1057 stanze, 117 scaloni, duemila finestre molte delle quali sulla piazza del Palazzo, un ferro di cavallo delimitato dal palazzo dell’ex Stato Maggiore su due ali di 530 metri interrotto da un arco di trionfo.

    Caterina II acquisì 226 quadri nel 1764, nucleo dell’attuale, sterminata, collezione.

    Ora, infatti, Hermitage, divenuto museo statale dopo la rivoluzione di ottobre, vanta quasi tre milioni di pezzi. Saloni imponenti, che ricordano i fasti di una capitale, ricchi di storia, arte e cultura, in cui un rodigino ha un posto di grande rilievo e prestigio accanto a Leonardo, Raffaello, Rembrandt, Rubens, Matisse, Picasso.

    Una compagnia di grandi geni dell’espressione artistica nella quale ben s’inseriscono le ceramiche decorate da Francesco Xanto Avelli. E, quasi a confermare la volontà dell’autore, la postilla “da Rovigo” è riportata anche sui cartellini esplicativi, in caratteri cirillici e latini.

    All’Hermitage l’ampia vetrina nella sala sulla ceramica del Cinquecento è quasi interamente occupata dalle opere di Xanto Avelli o attribuite alla sua scuola.

    Ecco apparire agli occhi del visitatore il piatto con tre Parche (1530-1540), l’autoimmolazione di Kallanes (1532), la morte di Cleopatra (1534), il dramma di Astige, Anfreo e sua moglie del 1531, Polifemo e Galatea (1535), l’allegoria di Carlo V che conquista Firenze, Sansone manda in rovina il tempio dei Filistei (1533), Apollo e le muse (1537), il Sacrificio di Abramo, le fiasche decorate (1520-30) e via dicendo.

    Tutti lavori che evidenziano l’amore del colore tipico dell’artista rodigino, la vividezza del contrasto, il segno sicuro; decorazioni che richiamano la scuola Raffaellesca, con le figure ben modellate su temi sacri e profani. La tavolozza dei colori è molto ricca ed è usata sull’intera superficie del piatto. Il verismo plastico dei nudi femminili, le capigliature sono spesso abbondanti e ricciute, vesti e armature ricche e particolareggiate.

    Qualche critico ha notato in alcune opere di Avelli un certo senso di rapidità nell’esecuzione che mostra molto mestiere a scapito dell’introspezione psicologica, specie nelle composizioni della maturità. E c’è stato chi, come G.B. Siviero, l’ha spiegato con “l’atavica istintiva paura della distruzione e dell’oblìo, incombente sulle genti polesane, il cui destino era legato alla sorti del grande fiume”. Ciò nulla toglie al favore con cui all’epoca furono accolti i lavori dell’illustre rodigino, finiti nelle collezioni più ricche e conservate nei secoli con immutato interesse.

    All’Hermitage le ceramiche di Xanto Avelli provengono da tre grandi collezioni. La collezione Basilevsky giunta nel 1885, la Batkin con le pubblicizzazioni del 1920 e il museo Stieglos del 1925.

  • La tragedia del “Giaron”

    La tragedia del “Giaron”

    Se vi chiedo di dirmi cosa era il “Giaron” che c’era presso il ponte di Trecenta, credo che solo in pochi sarebbero in grado di rispondermi, solo i più anziani. Allora vi racconto una storia, purtroppo finita in tragedia, che sullo sfondo presenta le giare (ghiaie), del “Giaron” di Trecenta, un luogo ormai irrimediabilmente scomparso.

    Negli anni sessanta il corso del fiume Tartaro venne deviato, per renderlo navigabile. Dopo tre o quattro anni – con le abituali interruzioni imposte dalla burocrazia – l’opera fu realizzata, ma solo da poco lungo il fiume si vedono transitare bettoline con i loro carichi, e solo recentemente anche a Trecenta è stato realizzato un attracco per piccoli natanti. Meglio tardi che mai.

    Mentre davo un’occhiata a quest’ultimi lavori in corso, mi sono ricordato di un grave fatto successo negli anni quaranta: l’annegamento della bella Carmela. Il teatro della tragedia può solo essere ricordato perché – come detto – il luogo dove è successo non esiste più. Se transitate in periferia di Trecenta dal lato nord, verso Badia Polesine per capirci, troverete il ponte sul nuovo corso del fiume, ma se siete distratti non vi accorgete di superare il ponte vecchio ora interrato, che è quello che ci interessa.

    Prima di essere interrato aveva a monte del corso una spiaggia ghiaiosa, “Al giaron”, ovvero il ghiaione. La sua formazione è avvenuta nel corso degli anni, quando in questo luogo veniva scaricata la ghiaia da grossi barconi, la quale serviva per l’edilizia ma soprattutto per fare le strade.

    E la bella Carmela?

    Ci arriviamo un po’ alla volta. Quando non si scaricava la ghiaia, la spiaggia veniva invasa da decine di lavandaie. La lavatrice in quei tempi era impensabile, pochissime le abitazioni che erano provviste di luce elettrica. E a questo proposito va innanzitutto detto che la prima fase del bucato veniva eseguita in un locale chiamato “lisciara”. Da notare che il bucato, così detto grosso, veniva fatto poche volte l’anno. I detersivi non esistevano, e allora si usava la “liscia”. Come era fatta? Con la cenere.

    Un procedimento complesso dunque il bucato di cui è bene ricordare le varie fasi: innanzitutto si faceva il “prelavaggio”, che consisteva nello ‘strufinare’ i panni con acqua e sapone. Il sapone che usiamo oggi se lo potevano permettere solo i signori, gli altri adoperavano quello fatto in casa, i cui ingredienti erano semi di ricino, scarti della macellazione del maiale, soda. Si agiva dunque con questo sapone casereccio e con “onto de gomito”.

    La seconda fase del lavaggio veniva avviata deponendo i panni nel “mastello da bugà” per la “lisciva”. Prima si setacciava la cenere, poi quando l’acqua nel grande paiolo bolliva, si buttava la cenere sopra un telo che copriva la biancheria da lavare: il “bugadoro” il quale filtrata la lisciva, rendendola limpida. Dopo qualche ora la biancheria aveva bisogno solo del risciacquo e questa era l’ultima fase.

    Per portare a termine quest’ultimo adempimento occorreva raggiungere un canale d’acqua corrente: innanzitutto perché l’acqua che occorreva era tanta, e poi perché nelle zone basse del paese l’acqua era gialla e quindi non adatta al risciacquo, “non rendeva il bucato bianco”

    Allora ecco che, di buon mattino, con i mezzi del tempo, a Trecenta ci si recava al “giaron”, dove l’acqua era talmente limpida che poteva essere bevuta. Specialmente in certi periodi dell’anno, quando i lavori non urgevano, potevi vedere transitare donne con la loro carriola carica di panni da sciacquare, e poi carretti, e perfino carri trainati da buoi, questi ultimi venivano dalla Tenuta Spalletti. Se quelli spinti a mano richiedevano fatica, i carri trainati erano uno spettacolo, perché, oltre alle ceste di vimini colme di panni, erano carichi di panche da lavare e poi donne sedute con le gambe a “penzolon” che cantavano a squarciagola, cori che oggi li sogniamo.

    E la Carmela?

    Abbiate pazienza arriva anche la bella Carmela.

    Le prime che arrivavano al Giaron, meglio alloggiavano, perché potevano occupare i posti più a monte che assicuravano l’acqua più pulita. Per le altre, niente di grave, bastava poco tempo perché l’acqua tornasse limpida. Intanto i mariti, una volta messe all’opera le proprie mogli e provveduto a dare il fieno ai mezzi di locomozione, (le vacche) si recavano a bere un “gòzo” de vin da Castlan o alla Nave.

    Più tardi, staccata dalle altre, quasi sotto il ponte, ecco arrivare Carmela, una bella donna, elegante, ben curata, ma sola. Come arrivava i canti cessavano, il mormorio cresceva, un orecchio attento poteva sentire: “Guarda la sfacciata, la ne se vergogna gnanca!” Oppure: “che muso cla ga”.

    Perché questo atteggiamento critico verso la bella Carmela? Di sicuro si sapeva che il marito era stato dichiarato disperso in Russia. Erano gli anni del dopo guerra, i pettegolezzi riguardavano invece una sua presunta avventura con un noto cittadino di Trecenta.

    Se ci fermiamo ai pettegolezzi il giudizio malevolo è facile, ma la Carmela di sfortuna ne ha avuta tanta: orfana di genitori a dieci anni, gli zii adottivi molto severi con lei, molto meno con i propri figli, a diciassette anni si sposa, più per la situazione triste che per amore. Tanto che aveva ottenuto dal futuro sposo la promessa di consumare il matrimonio al compimento del diciottesimo anno.

    La malasorte non si accontenta, lo sposo viene richiamato militare col grado di caporale, e subito avviato sul fronte Russo, eravamo nel 1942 quando ricevette l’ultima lettera, poi più niente. Sola senza amicizie, trascorre tre anni di stenti, intanto la guerra finisce. Al distretto militare dove si reca per avere notizie le viene risposto, che dopo la battaglia del Don non hanno avuto più informazioni, quindi viene dichiarato “disperso”.

    Senza appoggi, senza sussidi, disperata accetta di impiegarsi come dama di compagnia di una signora facoltosa del luogo, la quale ha un figlio con la fama di sciupa femmine.

    Carmela ha soli ventuno anni, ben presto rifiorisce, smette il lutto, e incominciano i pettegolezzi. Il paese è piccolo, la gente mormora, dice il proverbio. Ed è allora che la signora, mamma “timorata”, licenzia Carmela. Di nuovo disperazione, i guai non finiscono mai.

    Cosa le resta da fare se non la lavandaia per i signori di Trecenta? Ma le malelingue la bersagliano senza pietà. Come abbiamo detto il suo posto al “giaron” è quasi sotto il ponte, lontana dalle boccacce, ma nello stesso tempo viene presa di mira da alcuni ragazzi, uno si chiamava “Anco”, diminutivo di Franco, che si tuffavano dal ponte. Gli spruzzi la investivano, la inzuppavano, le pettegole frattanto sghignazzavano, e la nostra Carmela tornava a casa sempre più avvilita.

    Era un venerdì 17, la scena è sempre quella, le pettegole blaterano, un grido viene dai ragazzi sul ponte: “La Carmela, la Carmela in acqua!”… Tutti corrono, ma la Carmela sparisce ghermita dalla corrente.

    Fu ripescata tre giorni dopo a due chilometri di distanza, in località Cà Variana, dove abitavo in quegli anni. Ho assistito al ritrovamento: in mano teneva stretta la foto di suo marito.

    La signora “Timorata” e suo figlio (che si è saputo dopo era gay… “ton” in quei tempi) vollero ed ottennero che il corpo della sventurata fosse sottoposto ad autopsia. Udite.. udite: Carmela era vergine. Noi sappiamo del patto che aveva con il suo amato marito.

    Le pettegole hanno avuto il loro bel d’affare a cospargersi il capo di cenere.

  • Sandro Zanellati

    Sandro Zanellati

    “Il poeta ispirato dal grano”. Forse si potrebbe partire da qui, da questa definizione apparsa sulla stampa in occasione di una mostra dedicata alle sue opere verso la fine degli anni ‘70, per capire un po’ di più del talento fuori dal comune del pittore e poeta portotollese, prematuramente scomparso nel 1995 all’età di 45 anni.

    Sandro Zanellati di Porto Tolle fin dall’infanzia è stato attratto dalla forza espressiva dell’ambiente e del territorio. I paesaggi e le atmosfere del Polesine, dei coltivi e dei canali, della terra confusa con l’acqua, del Delta, hanno rappresentato il bagaglio che egli ha portato con sé nel corso della sua esistenza: per l’esattezza dall’età di 20 anni, quando si trasferì a Milano per seguire le sue aspirazioni, per dedicarsi a tempo pieno alla pittura, alla poesia, all’arte.

    Le visioni di adolescente, Sandro aveva imparato ad utilizzarle come serbatoio di sensazioni a cui attingere per dare vita alle sue opere, un connubio di estro e di tecnica sapientemente miscelate e frutto della sua travolgente necessità di produrre arte e di vivere per essa. Si tratta di opere nate prevalentemente durante il soggiorno milanese, in alcune stanze della città attrezzate a laboratorio, ed esposte presso mostre e convegni: non solo nell’ambiente meneghino, ma anche in giro per il mondo, da Ferrara fino alla Harrison Gallery di New York.

    Un carattere schivo, silenzioso, il suo, ma mosso da una travolgente passione per l’arte: elementi che disegnavano il profilo – anche a detta di chi lo frequentava allora, soprattutto artisti ed intellettuali – di una persona genuina, spontanea, senza pregiudizi.

    Utilizzava per la produzione delle sue opere metodologie molto diverse, dimostrando di trovarsi a suo agio con strumenti e tecniche anche molto distanti fra loro: dalla china rossa su carta fotografica alle caricature disegnate a matita, dall’olio su cartoncino per i quadri agli schizzi elaborati a penna, fino alle fotografie trattate e ai bozzetti per disegni su tessuti con tempera e acrilico.

    Sul Resto Del Carlino, nel 1976, comparve la seguente descrizione del suo personalissimo modo di affrontare l’arte e le sue possibili spiegazioni: “Di Zanellati i pittori che fanno i pittori per hobby dicono: è matto, strano, lugubre, funebre, dissacratore, pessimista, esistenziale, narcisista, impegnato, un artista fra tanti, presuntuoso, montato, e qualcuno: pittore di protesta, un prodigio”. Allo stesso giornale, e nello stesso anno, lui stesso dichiarò: “La pittura è un’urgenza assoluta a cui mi trovo ad ubbidire”.

    Tutto questo si ricava dalle sue opere: dagli astratti, innanzitutto, prezioso scrigno delle sue percezioni e dei suoi sguardi di visionario, fino ai paesaggi, quasi scontati per chi è cresciuto nel Delta, ma rivisti, e guidati, sotto la luce della sua amara e nitida coscienza. Ecco una sua illuminante dichiarazione: “Non posso fare a meno di dipingere i miei paesaggi; non solo perché piacciono alla gente e mi danno praticamente da mangiare, ma perché sono una necessità mia intima. Dipingendoli mi calmo, ritorno a qualcosa che mi dà serenità (…) Con i paesaggi torno a casa, anche se la casa è uno sguardo ideale di quel bambino smarrito nel Delta che fui e che sono… Quando invece mi lavorano cose astratte, mi prende la febbre di un grande pericolo, qualcosa di forte e doloroso che strania la mia vita, la esalta, la abbatte, l’accelera e la stronca, grandeggia nella testa e mi taglia…”

    Nei quadri di paesaggi di Sandro Zanellati si ritrova sempre un cappello, un ombrello, oppure una valigia, o ancora la bicicletta usata per firmare l’opera. I profili umani sono quasi sempre di spalle, le esili figure femminili sono figurazioni della madre e della sorella, sue muse da sempre. L’unica rottura verticale è un traliccio, o un cipresso. Lo sfondo, orizzontale, è sfumato: un canale, un corso d’acqua, divide sempre, spezza, separa; lontano c’è spesso una casa, dove la luce testimonia di un tepore familiare difficile, quasi impossibile, da raggiungere.

    Questo si leggeva sul Corriere della Sera nel 1977: “La pittura di Sandro Zanellati è intrisa dell’atmosfera magica del Polesine e della sua gente, da cui tuttavia si va staccando per una ricerca allargata di simboli, non più di aggettivi, ma suoi personali…”.

    Dell’esperienza milanese, “un deserto, scarso di oasi, eppure unico spazio vivibile”, vogliamo ricordare anche il Sandro poeta: un traduttore di sensazioni, un interprete schivo e geloso di quanto riusciva a capire, prima degli altri, della realtà che lo circondava; una realtà di cui non voleva rivelare troppo, convinto com’era che la verità, condivisa, potesse essere ancora più dolorosa.

    Gli artisti incontrati in quel periodo, in particolare Milo De Angelis, appartenente all’Avanguardia del Novecento, avevano saputo cogliere alcuni degli aspetti più importanti del carattere e nello stesso tempo della poetica di Zanellati artista: “Sandro portava in sé un’infanzia istintiva e infinita. E questo lo rendeva innocente, pieno di candore e di sorpresa di fronte alla vita. Anche la sua poesia è attraversata dal senso dell’infanzia. All’inizio in modo più semplice, con scelte espressive vicine alla fiaba da una parte e al surrealismo dall’altra. Poi in maniera sempre più profonda e originale.”

    Sandro Zanellati era stato un lettore onnivoro, ansioso di cogliere nuovi aspetti del mondo e altre facce della realtà che meritassero di essere ritratte, elaborate e spiegate nel modo che la sua sensibilità riteneva più giusto.

    Del suo percorso intellettuale, del suo viaggio da autodidatta nel mondo dell’arte e delle lettere, iniziato alle foci del Po, fra valli e lagune, e continuato fra gli incerti ripari che le città del Nord a volte sanno offrire, ci

  • Antonio Saccomani (1847-1927)

    Antonio Saccomani (1847-1927)

    Quel fermento culturale che da secoli contraddistingue Lendinara e che qualcuno afferma essersi da qualche tempo assopito, è sempre pronto a riaffiorare ogniqualvolta se ne presenta l’occasione. Prova ne sia la serie di iniziative nate ultimamente attorno ai nomi di Montagnana, di Garibaldi, di Saccomani.

    Del celebre liutaio Domenico Montagnana (1686-1750) è stato sufficiente scoprire che era nato a Lendinara per dare vita ad un Convegno e ad una mostra di suoi strumenti che hanno richiamato appassionati da tutto il mondo. Da oltre dieci anni, inoltre, un apprezzato Festival musicale promuove a Lendinara degli incontri internazionali di musica da camera per valorizzare il suono e gli strumenti del famoso liutaio.

    Così come è bastato riportare alla memoria la visita che Giuseppe Garibaldi fece il 25 febbraio 1867 a Lendinara, la patria dell’amico fidato Alberto Mario, per dar vita ad una ammirata rievocazione storica dal titolo “Arriva Garibaldi” che il 17 giugno 2007 ha portato in piazza migliaia di persone interessate a rivivere la ricorrenza ed il legame di ideali e memorie che uniscono la nostra città con il leggendario “Eroe dei due mondi”. Anche negli anni successivi la rievocazione si è ripetuta ed arricchita con varie iniziative culturali. Quest’anno poi, un crescendo di eventi coinvolge la città in onore dei suoi illustri concittadini Alberto Mario e la moglie Jessie White.

    Altra occasione di risveglio culturale, è quella di ricordare quest’anno il ruolo del teatro dei burattini che, nel periodo risorgimentale e post-risorgimentale, ha contribuito alla divulgazione delle gesta dei garibaldini e non solo e che a Lendinara ha trovato il celebre intagliatore Antonio Saccomani fortemente impegnato nella costruzione di bellissime teste di burattini.

    Antonio Saccomani (1847-1927), seguace della scuola dei fratelli Voltolini (importanti artisti lendinaresi attivi nel XIX secolo nella lavorazione del legno) si dimostrò buon disegnatore e modellatore, creando alcuni busti di personaggi lendinaresi quali il canonico Ferdinando Cappellini, il dott. Giuseppe Petrobelli, Vincenzo Melloni oltre a un medaglione in gesso del concittadino Alberto Mario.

    Espresse inoltre al meglio il suo estro artistico realizzando pregiate opere in legno di arredi sacri (Pulpiti, cartaglorie, baldacchini, armadi ecc.). Tra le altre sue apprezzate produzioni ricordiamo:

    – una bella statua, alta 70 centimetri, nella chiesa di Saguedo, raffigurante San Pietro Martire;

    – due importanti statue, nella chiesa della Tomba in Adria, raffiguranti San Francesco d’Assisi e San Nicola da Tolentino;

    – nella parrocchiale di Fiesso Umbertiano un pregevole pulpito situato a metà della navata centrale;

    – un altro bel pulpito nella chiesa di Villadose;

    – le porte laterali della sala dedicata ai Canozi, con intagli ispirati alla storica grata canoziana del XV secolo, a Lendinara.

    La sua versatilità artistica si manifestò altresì nella costruzione di splendide teste di burattini per cui è conosciuto come uno dei più apprezzati scultori in questo campo e alcune sue opere si trovano ora nel Castello dei Burattini – Museo Giordano Ferrari di Parma – che gentilmente le ha prestate alla Città di Lendinara per la mostra appositamente allestita presso lo IAT dal 25 febbraio al 14 marzo di quest’anno.

    All’inaugurazione della mostra, presso la Sala espositiva dello IAT, erano presenti, tra le varie autorità intervenute, anche Laura e Rita Tomaselli, le due pronipoti di Antonio Saccomani, giunte da Grigno nel Trentino ove Saccomani ha trovato sepoltura nel 1927.

    Tra i molti interessanti reperti esposti, si sono potute ammirare venti bellissime e colorate teste di burattini da collezione tra cui due scolpite dall’illustre lendinarese Saccomani per conto di Francesco Campogalliani, il più rinomato burattinaio dell’800 dell’area emiliana.

    Aver rivalutato il lavoro artistico di questo dimenticato lendinarese è stata una buona occasione per riportare alla memoria dei più anziani il ricordo di quegli spettacoli popolari che i burattinai del tempo portavano di paese in paese raccontando storie vere o immaginarie attraverso le gesta dei burattini molto conosciuti quali Arlecchino, Pulcinella, Colombina, Balanzone, Pantalone, Sandrone e Polonia ecc.-

    Per i giovani invece uno stimolo in più per approfondire, attraverso specifiche ricerche, la conoscenza di altri artisti lendinaresi che hanno dato lustro alla loro città lasciando opere degne di essere riscoperte ed apprezzate.

  • Giuseppe Giacomo Alvisi (1825-1882)

    Giuseppe Giacomo Alvisi (1825-1882)

    Qualche mese fa la televisione di Stato ha riproposto in una fiction lo scandalo della Banca Romana, venuto alla luce nell’ultimo decennio dell’Ottocento, forse il primo grande scandalo dell’Italia unificata. Nella ricostruzione scenica si è potuto assistere al grave malore (conclusosi con la prematura morte) che colpì il senatore Giuseppe Giacomo Alvisi mentre in Parlamento cercava di denunciare l’illegale comportamento della principale banca del Regno.

    Per i polesani è stata l’occasione di riscoprire la figura del senatore che puntò l’indice contro il malaffare: il rodigino Giuseppe Giacomo Alvisi, personaggio di sicura levatura e coerenza nel seguire i principi di onestà, troppo spesso disattesi – allora come ora – dalla classe politica e da quanti hanno nelle loro mani le leve della finanza. Il suo nome, sconosciuto ai più, è ricordato in una targa posta in città sul muro della sua casa natale in cui si legge:

    IN QUESTA CASA IL XXVIII MARZO MDCCCXXV NACQUE GIUSEPPE GIACOMO ALVISI PATRIOTTA-STATISTA-SENATORE DEL REGNO INTEGERRIMO IN TEMPI CORROTTI ALCUNI AMICI ED AMMIRATORI RODIGINI E CLODIENSI IN MEMORIA POSERO

    Giuseppe Giacomo Alvisi, senatore del Regno e personalità legata alla massoneria, smascherò dunque la vasta trama politico finanziaria che si nutriva di complicità, connivenze e interessato disinteresse, ma non ebbe la soddisfazione di vedere l’esito delle sue denunce per l’infarto che lo colpì in conseguenza dello stress vissuto a causa della volontà dei poteri forti di bloccare ogni tentativo di portare alla luce le responsabilità.

    La storia dell’integerrimo uomo politico rodigino, iniziò in piazza Appiotti (piazza della Pesa) il 28 marzo del 1825. Cinque volte deputato del Regno eletto nel collegio di Chioggia, sempre per la Sinistra democratica, fu nominato senatore il 16 marzo 1879, quindi divenne Presidente della Corte dei Conti. Un ruolo di spicco nelle istituzioni nazionali ed una moralità adamantina, evidenziata nel denunciare senza esitazioni l’intreccio fraudolento alla base del grande scandalo politico-finanziario dell’epoca.

    L’antefatto e la morte di Alvisi

    Dopo l’Unità, sei istituti di credito avevano il potere di emettere banconote. Una situazione difficilmente controllabile che aveva indotto sospetti su un uso disinvolto della produzione di cartamoneta. Nel giugno del 1889 il Ministro dell’Agricoltura, Industria e Commercio del primo Governo Crispi, Luigi Miceli, dispose un’indagine ispettiva su tutti gli istituti di emissione.

    L’inchiesta venne affidata al senatore rodigino Giuseppe Giacomo Alvisi e al funzionario del Tesoro Gustavo Biagini, appositamente inviato dal ministro Giovanni Giolitti. L’indagine venne svolta in particolare sulla Banca Romana guidata da Bernardo Tanlongo, ma fu ostacolata anche per la volontà di “coprire” disavanzi utilizzati per finanziare gruppi politici e immobiliari e diede risultati contraddittori; il riscontro di un disavanzo di nove milioni di lire vide il reintegro il giorno successivo e spiegato con l’”imperizia” degli inquirenti. In realtà si verificarono anche tentativi di corruzione per mettere la sordina alle relazioni tra banche e politica.

    Alvisi intendeva in ogni caso riferire in Senato i risultati dell’ispezione da lui condotta, ma il Governo di Rudinì il 30 giugno 1891 si oppose, giustificando il diniego “in nome dei supremi interessi del Paese e della Patria”. Una posizione inaccettabile per l’onesto senatore rodigino che morì di crepacuore il 24 novembre 1892 dopo che i ministri Luzzati e Chimurri (Centro cattolico) si rifiutarono di far leggere in Parlamento la sua ‘relazione morale’ sulle banche nate dall’unità d’Italia.

    L’inchiesta e il processo

    La morte di Alvisi ebbe un’eco non indifferente. Il senatore prima della sua morte aveva confidato ad alcuni amici parlamentari i risultati dell’inchiesta, che vennero poi resi noti il 20 dicembre 1892 dal deputato radicale Napoleone Colajanni: la Banca Romana, a fronte dei 60 milioni autorizzati, per cui possedeva sufficienti riserve auree, aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia.

    Per accertare le modalità di quelle emissioni venne così proposta un’inchiesta parlamentare a cui si oppose il nuovo presidente del Consiglio Giovanni Giolitti che, invece promosse un’inchiesta presieduta dal primo presidente della Corte dei Conti Enrico Martuscelli.

    Il 20 gennaio 1893 Martuscelli riferì l’esistenza delle irregolarità, confermando l’operato di Alvisi e Biagini: il governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo e il direttore Michele Lazzaroni furono arrestati, mentre il deputato Rocco de Zerbi, contro cui la Camera dei Deputati aveva concesso l’autorizzazione a procedere per l’accusa di aver appoggiato per denaro la dirigenza della Banca Romana, morì improvvisamente, probabilmente suicida.

    Dal carcere Bernardo Tanlongo (l’ex governatore della Banca Romana) affermò di aver dato cospicue somme anche a diversi presidenti del consiglio, tra cui Giovanni Giolitti e Francesco Crispi. Giolitti, in risposta ad interrogazioni ed interpellanze parlamentari, negò di essere stato a conoscenza della relazione Alvisi-Biagini e di aver ricevuto denaro dalla Banca, un’accusa di cui si servì il suo rivale Francesco Crispi per ottenere le redini del governo.

    Il 21 marzo 1893 fu nominato un comitato di sette parlamentari che il 23 novembre 1893 presentò al presidente della Camera la relazione finale nella quale si affermava che fra i beneficiari dei prestiti vi erano 22 parlamentari, fra cui anche Crispi. Il processo del 1894 si concluse però con l’assoluzione degli imputati: per evitare che l’inchiesta travolgesse uomini di spicco della politica italiana, i giudici se ne lavarono le mani con un’insufficienza di prove generalizzata, in quanto nella sentenza denunciarono la sparizione di importanti documenti, necessari a provare la colpevolezza degli imputati.

    Le conseguenze dello scandalo

    Lo scandalo ebbe un’enorme risonanza nell’opinione pubblica; mancarono le condanne ai politici coinvolti, ma furono pesanti le ripercussioni a livello politico e sul sistema economico e bancario italiano. Nello 1892 crollarono il Credito mobiliare e la Banca Generale.

    A seguito del caos finanziario, Giovanni Giolitti pose mano rapidamente al riordino del sistema creditizio, con l’istituzione della Banca d’Italia, alla quale fu assegnata la funzione di unico istituto autorizzato ad emettere moneta, oltre alle funzioni di controllo e regolazione del sistema bancario nazionale.

    Sul piano politico, si giunse alla temporanea eclissi di Giovanni Giolitti che fu sostituito da Francesco Crispi, tre anni più tardi rovinosamente travolto dall’esito tragico di Adua nel quadro della sua politica coloniale.

    In tutto questo turbine politico, resta cristallino l’operato dell’uomo politico rodigino. Ma, sfortunatamente, come accade per tanti polesani illustri, Giuseppe Giacomo Alvisi fu rapidamente dimenticato e il suo operato rimase nelle mani degli storici. Ma oggi, dopo la fiction che ha riproposto la sua fugura, forse la lapide murata sulla sua casa natale potrà essere letta con meno distacco e con la dovuta ammirazione per un vero galantuomo. A memoria ed esempio per il presente e il futuro.

Pubblicità