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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’aglio, una ricchezza polesana

    L’aglio, una ricchezza polesana

    L’aglio bianco polesano ha ottenuto recentemente dalla Ue l’importante riconoscimento DOP (denominazione di origine protetta). Una identificazione di grande interesse, che certifica la eccellente qualità dell’aglio polesano, individuando anche il territorio, all’interno della nostra provincia, più vocato a questa particolare produzione. Questo l’elenco dei Comuni nei quali la produzione dell’aglio polesano, con il relativo disciplinare, è dichiarata DOP: Castelgugliemo, Canda, Fiesso Umbetiano, Pincara, Frassinelle, Arquà Polesine, Costa di Rovigo, Fratta Polesine, Lendinara, S.Bellino, Lusia, Villanova del Ghebbo, Canaro, Villamarzana, Occhiobello, Polesella, Guarda Veneta, Crespino, Villanova Marchesana, Papozze, Ceregnano, Gavello, Bosaro, Pontecchio Polesine, Rovigo, S.Martino di Venezze, Pettorazza Grimani, Adria.

    Un po’ di storia

    Gli studiosi ritengono che l’aglio, al pari di altre specie affini del genere Allium, come la cipolla, il porro, lo scalogno catalogate nella famiglia delle Liliacee, sia originario dalle regioni interne montagnose dell’Asia. A suffragare tale ipotesi vi è l’accertato uso alimentare e in medicina che quelle popolazioni ne fanno da tempo immemorabile.

    Nella straordinaria ricchezza d’essense costituita dal Regno vegetale solo una piccolissima parte è stata addomesticata dall’uomo. Un processo evolutivo che dura tuttora e che “pesca” sempre in quell’unicum di creature che la biologia intende come “biodiversità.”

    Nella nostra storia e cultura si sono depositate, nell’arco dei millenni, esperienze e testimonianze che riguardano aspetti arcani, reconditi, di proprietà (attribuite ad alcuni vegetali) atte non solo a soddisfare la fame, sempre incombente, ma anche attese di salute fisica e spirituale. Proprietà le cui conoscenze potevano essere patrimonio di pochi iniziati che nell’immaginario collettivo spesso sconfinavano nell’esoterismo e nella superstizione.

    Una di queste specie è l’aglio.

    Un po’ di botanica

    Per certi aspetti l’aglio è una pianta strana. Erbacea a ciclo annuale, ha il fusto sotto terra attorno al quale sono saldati i bulbilli che costituiscono il bulbo o “testa”; la parte aerea è un insieme di una decina di foglie, laminate o semicilindriche, che si originano dal bulbo e ricoperte da una sostanza cerosa, alte una trentina di centimetri o poco più. La perpetuazione della specie avviene per via agamica, in altre parole per parti della stessa pianta-madre, ovvero per cloni.

    In questo modo i “figli” hanno lo stesso corredo genetico del genitore. I fiori, quando raramente si formano, sono in genere sterili. Per questo la specie ha scarsissima variabilità genetica e le differenze fra le non molte varietà sono da imputare ai fattori che interagiscono nella coltivazione, quali le condizioni pedoclimatiche e gli interventi antropici.

    In effetti, il panorama varietale è costituito da soggetti che presentano caratteristiche somatiche poco dissimili fra loro, ma dalle quali si può evincere l’area di coltivazione. Si riferiscono al colore delle tuniche che rivestono i bulbilli o a piccole differenze nella forma e nella grossezza del bulbo, per questo accanto all’aglio bianco troviamo quello rosa e quello rosso con distinzioni intermedie.

    Un po’ di agronomia

    In Polesine si coltiva il bianco, accertato fin dallo XV secolo. Dal bulbo si staccano i bulbilli (spiculatura) che si seminano in novembre. Il terreno, fresco di medio impasto, deve essere dotato degli elementi nutritivi, fra i quali riveste molta importanza lo zolfo in rapporto equilibrato con gli altri. I bulbilli passano l’inverno in cripto vegetazione (vegetazione nascosta) e, sul finire della stagione, dagli stessi spuntano le foglie che completano l’apparato epigeo in circa due mesi.

    Nella norma, verso la seconda metà di luglio il prodotto nuovo è maturo. Nella classica coltivazione, in parte è venduto fresco e in parte lasciato ad asciugare al sole e poi portato sull’aia e accatastato in piccole pile per completare l’essiccazione. In seguito, e sempre nella coltivazione famigliare, viene lavorato a mano con una operazione di toilettatura alla quale segue il confezionamento in trecce, piccoli mazzetti, grappoli, reticelle di peso variabile.

    Il primato polesano

    Il Polesine da sempre è la prima provincia veneta in assoluto come investimenti e produzione. Ora la produzione interessa una trentina di comuni con circa 600 ettari distribuiti a cavallo del Canalbianco da Trecenta fino ad Adria dalla quale si ottengono, mediamente, 50-60.000 qli di bulbi, il 14% della produzione nazionale.

    E’ una coltura di nicchia che esprime un prodotto noto per le sue peculiarità, frutto della lunga selezione massale praticata dai coltivatori, caratteristiche che s’identificano nella testa grossa, di particolare lucentezza bianca, soda al tatto, conservabile a lungo, aromatizzata.

    Basta passare nelle zone aglicole al tempo della raccolta per inebriarsi del caratteristico, inconfondibile odore, o profumo, a seconda che lo si intenda.

    A difesa di queste eccellenze, L’Unione europea ha conferito la DOP all’Aglio Bianco ecotipo Polesano e alla varietà Avorio coltivati seguendo il disciplinare apposito, del quale la cooperativa “Polesine”, formata da giovani produttori, ne è custode e garante.

    Un riconoscimento prestigioso, una opportunità da “sfruttare” adeguatamente con operazioni di marketing mirate.

    In cucina, ma non solo

    Per l’uso, l’aglio spazia dalla cucina alla trasformazione industriale. Consumato in giusta quantità è un alleato della salute, come attesta l’impiego secolare nella medicina popolare. Nel 65-70% d’acqua contenuta nel bulbo sono presenti gli oli essenziali che ne caratterizzano le proprietà, come i composti solforati di cui l’alliina è il principale e dalla quale, per azione enzimatica che accompagna le fasi della masticazione e della digestione, si sviluppano altre sostanze biologicamente attive. Un vero scrigno per contrastare le malattie del “benessere”, quali l’arteriosclerosi, l’infarto, l’invecchiamento cerebrale, alcune forme di tumori, gli alti valori del colesterolo e delle pressione arteriosa, azioni antisettiche, ecc.

    L’industria prepara formulati atti a diversi impieghi come oli essenziali, polveri disidratate, estratti vari, capsule per favorire il consumo diretto dell’aglio per non fare incorrere il consumatore nel noto disagio procurato dall’espirazione, mediante la quale è eliminata parte delle sostanza prima richiamate. Un’alitosi, per dirla con ilarità…terrificante, capace di fulminare le mosche di passaggio!

    La medicina popolare attribuisce capacità quasi taumaturgiche. Chi scrive ricorda che da bambino ( e non era il solo) ha dovuto dormire con una collana di spicchi d’aglio attorno al collo impostagli dalla nonna “…per fare morire i vermi”, qualche volta ospiti nell’intestino in quei tempi.

    L’aglio, stante le sue virtù, si è prestato a vezzi, dicerie, storie, proverbi in parte salaci, ma che hanno alimentato la fantasia popolare di cui è ricca la nostra etnografia.

    Una per tutte: “…mètate on spigo d’ajo nel c…. e te savarè da polastrello”.

  • ‘Na volta se fasèa cussì

    ‘Na volta se fasèa cussì

    Abbiamo già parlato¹ della religiosità popolare e dello stretto rapporto tra la liturgia della chiesa e forme rituali dalle radici antichissime. Non sarebbe, però, giusto ignorare il lato, per così dire, laico delle credenze, talvolta sconfinanti nella superstizione, e delle tradizioni che, sfidando i secoli, sono sopravvissute fino a poco tempo fa. Eccone alcune.

    Nel Basso Polesine, in passato, si affidava il compito di costituire il “doppio vitale” di una persona ad un albero che veniva piantato il giorno della sua nascita. In qualche luogo, poi lo si sradicava il giorno della morte.

    Oggi questa usanza è ancora viva in Argentina, dove si pianta un’araucaria a ogni nuova nascita.

    Mi raccontava mia nonna, nella sua bella parlata, anche di cerimonie strane, particolari che si tenevano in Polesine per rendere ossequio al sole per la sua presenza ed efficacia nel corso dell’anno.

    Anche altre persone avanti negli anni mi hanno confermato che “na olta se fasea cusì”.

    Il termine dotto per designare la cerimonia del ringraziamento e l’invocazione di una rinnovata protezione è circumambulatio sacrale. Accadeva a Concadirame. L’ultima sera di maggio, dopo la recita del rosario si svolgeva sull’argine dell’Adige una processione durante la quale, a intervalli prestabiliti, si accendevano dei fuochi, 5 per la precisione, su torce formate da 2 pali incrociati avvolti da sterpi secchi e irrorati di petrolio.

    Il punto d’arrivo della processione erano due torce piantate in mezzo all’argine, accese all’arrivo del corteo che, qui giunto, girava intorno (circumambulatio) al rogo e ritornava, procedendo in senso inverso, al punto di partenza. Era il giro di sacralizzazione del segno solare, propiziatorio per l’imminente raccolto.

    Sempre a Concadirame un rito di ringraziamento al segno solare era costituito dalla disposizione a cerchio sull’aia dei sacchi di frumento trebbiato con in mezzo una lunga tavolata che accoglieva tutti gli addetti alla “meanda”, cioè alla mietitura.

    A lato veniva acceso un fuoco attorno al quale danzavano i più giovani. Era la così detta ganzega.

    Anche a Pontecchio si faceva ganzega dopo il raccolto del grano, ma si svolgeva in modo diverso. Acceso un gran fuoco, gli uomini si disponevano intorno con un bicchiere colmo di vino; facevano la libagione, bevevano metà del liquido, l’altra metà veniva solennemente versata nel fuoco.

    Sempre a Concadirame si ripeteva il rito sopradescritto dopo la raccolta e spannocchiatura del “formenton” (non si chiamava ancora “mais”) con la differenza che il fuoco era acceso a strisce, 4 per 2 lati dell’aia, e i ragazzi dovevano saltarle senza far toccare dal fuoco la pannocchia che tenevano in mano. Il superamento della prova assicurava il diritto di scegliersi la ragazza con cui danzare.

    Ganzega erano usi fare anche i muratori quando arrivavano alla copertura di una casa in costruzione, ma, in tal caso, era più una festa che una cerimonia di ringraziamento, e mancava del tutto la presenza purificatrice del fuoco.

    A questo punto non si può proprio dimenticare un’usanza un po’ pagana un po’ cristiana, di cui parla anche Sant’Agostino: “i fuochi di San Giovanni” che venivano accesi la notte della vigilia del giorno, dedicato al santo, il 24 giugno. Dalla montagna al Po le campagne parevano un cielo stellato sceso in terra.

    Alti pali, i più alti possibile, erano infissi nel terreno e fasciati di sterpaglia secca e “canne” che, una volta accese, lanciavano guizzanti lingue di fuoco nel buio notturno ardendo fin quasi all’alba, momento in cui i fuochi morenti sembravano consegnare alla luce rinvigorente del sole la natura tutta e, in particolare, l’acqua notturna, ovvero la rugiada, ritenuta benefica perché era quella che “preparava” la natura nel giorno della maturazione solstiziale.

    Perciò era indispensabile raccogliere la rugiada e le erbe salutari nella notte dal 23 al 24 giugno. E tale era la convinzione dell’efficacia della rugiada che – come ci informa una relazione d’epoca – in molti luoghi accadeva che “si rotolano tutt’ignudi per la rugiada, credendo di non stare offesi dai mali attaccaticci”².

    Certo, oggi quest’usanza al limite della superstizione non esiste più, ma in erboristeria si producono ancora pozioni e pastiglie a base di “erba di San Giovanni” la ben nota melissa che può essere tagliata solo in questo ristretto periodo dell’anno.

    Altra usanza di fine giugno, che sta per sparire dalla memoria, è quella di trarre gli auspici dall’albume dell’uovo. Si procedeva così: in una bottiglia dal collo largo quasi riempita d’acqua si lasciava cadere un albume. Il recipiente doveva restare su un davanzale tutta la notte, per procedere l’indomani all’importante verifica: se la “figura” che l’albume aveva assunto rapprendendosi nell’acqua assomigliava anche vagamente a un uomo in barca, si diceva che “S. Piero l’è vegnù in barca”.

    E S. Pietro, arrivato in barca, portava fortuna per tutto l’anno. Una credenza ancora diffusa intorno agli anni ‘50 del secolo scorso quando si ripeteva lo strano rituale in occasione della ricorrenza dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno.

  • Gli ‘artisti’ e l’ ‘artegagno’

    Gli ‘artisti’ e l’ ‘artegagno’

    Non c’è più nei nostri paesi la levatrice condotta, la popolare cara comare, a cui le nostre bisnonne si sono affidate per fare nascere in casa i nostri nonni; e non c’è neppure il medico condotto, el dotore, un po’ pettegolo un po’ scienziato, che la frequentazione assidua della famiglia dell’ammalato faceva diventare il confidente di tutti, proprio come un vero e proprio consanguineo.

    Da decenni è scomparsa la figura dell’aquarolo-merdarolo o boassaro. Era la figura più emblematica dei nostri paesi nell’epoca in cui le strade erano ancora sassose e polverose e la velocità della umanità era misurata su quella di un cavallo.

    L’aquarolo-merdarolo era incaricato della manutenzione e della pulizia delle strade del paese, in particolare nella stagione estiva quando non era ancora stato inventato l’asfalto. Egli percorreva le strade polverose con una botte d’acqua issata su un trabiccolo da cui uscivano spruzzi d’acqua da un tubo bucherellato che impastava la polvere e rinfrescava il paese e, alla bisogna, toglieva dalla strada gli eventuali residui della digestione con cui gli animali segnavano il loro passaggio. In queste brevi soste l’asino stesso dell’aquarolo-merdarolo, anche lui, si sentiva in dovere di contribuire al lavoro del padrone e sonnacchioso lasciava cadere lì il suo ricordino, mentre una frotta di ragazzini vocianti approfittavano per fare una doccia gratuita sotto gli spruzzi.

    E neppure el caregheta o pajeta, l’impagliatore di sedie, esiste più. Ammesso che ci sia ancora qualcuno capace di rimettere a nuovo i sedili sfondati delle sedie, è più facile che ve ne offra uno già fatto e completo. Sono perfetti quei sedili prefabbricati, è vero, ma sono senz’anima, né conservano traccia dell’odore della palude, da dove proveniva la paglia. Il vecchio pajeta era andato a cercare la sala palustre o il careto (la carice) negli stagni e lungo i canali, e l’aveva stagionata e poi la lavorava per il cliente, lì sul posto.

    Durante l’inverno in campagna, mentre il lavoro dei campi ristagnava, gli artigiani contadini impagliavano fiaschi e damigiane, intagliavano il legno per fare oggetti utili in cucina, preparavano le strambe (i balzi) per la mietitura, torcevano stoppa per fare corde e canapi per la stalla, confezionavano scope di saggina o di cochia scoparia (spajarina) per la pulitura delle biade e dei cortili….

    E’ vero, erano tempi grami, non c’era il benessere né le comodità di oggi, ma non per questo i nostri padri erano meno felici. Ognuno sviluppava le proprie abilità secondo l’arte imparata dall’uso e dall’esperienza e insieme, nonostante i tempi grami, in un paese si riusciva a sopravvivere per uno spirito, mai scritto, di collaborazione e di solidarietà.

    Ogni oggetto offerto non aveva un prezzo, come ogni servizio non aveva una tariffa sindacale. “S’a vuolì darme gnente, deme” oppure “deme quelo ca puodì, sinò fa insteso”, che era come dire, “pagami con quello che sei in grado di mettere insieme, anche niente”, oppure “dammi quello che tu ritieni che il mio lavoro meriti”. L’oggetto o il servizio acquisiva, cioè, valore secondo le possibilità o le disponibilità dell’acquirente e qualche volta, non era raro, che venisse ceduto gratuitamente in cambio di un “valà, ca no mancarò”. Era la promessa di ricambiare alla prossima occasione, cosa che si verificava sempre, perché nessuno faceva finta di dimenticare il favore.

    Questo spirito di solidarietà si è andato via via spegnendo, guarda caso, man mano che è aumentato il benessere e con esso l’egoismo e la voglia di possedere, fino alla presente smaliziata società che ha dato un prezzo ormai a tutto, anche ai sentimenti, anche alle ambizioni, oltre che ai bisogni.

    Questa è una connotazione assai importante per capire come mai l’evoluzione economica del Polesine sia sempre stata in ritardo rispetto ad altre realtà venete di cui non è mai riuscita a stare al passo. Andrea Rossetto e Roberto Berveglieri, nel 1986, in Sudi Polesani scrivevano:

    “L’artigiano polesano (…) conosceva poco o nulla al di fuori dei metodi e ai processi del suo mestiere; (…) egli non possedeva alcuna teoria capace di spiegare le sue azioni. La graduale penetrazione del metodo della ricerca scientifica nelle attività economiche della produzione e l’affermarsi dei metodi dell’analisi e delle misure precise in luogo dell’empirica abilità dell’artigiano costituiscono l’oggetto di un lungo sviluppo che si estende nelle applicazioni successive”

    Per questo il nostro artigiano non divenne mai del tutto imprenditore e rimase prevalentemente ‘artista’.

    Fino a cinquanta-sessanta anni fa, parlando di un artigiano, si parlava di un ‘artista’. Il calzolaio, il barbiere, il sarto, il falegname… erano ‘artisti’. Gli artigiani esercitavano un’arte, non un mestiere. E gli ‘artisti’ lavoravano tutti con propri attrezzi personali. Gli attrezzi dell’artigiano si dicevano anche ‘arte’, le ‘arte’ del mestiere.

    Questi attrezzi potevano essere detti anche artegagni. Nella voce dialettale qualcuno potrebbe cogliere una sfumatura negativa, o dispregiativa. Invece no.

    L’artegagno era uno strumento prezioso, creato dal bisogno e dalla fantasia dell’artista, dal desiderio di trovare la soluzione a qualche intoppo nel lavoro e l’artista allora con la sua creatività riusciva a elaborare uno strumento originale adatto solo alla sua mano. L’artegagno perciò era uno strumento creato per la funzione, finita la quale, non aveva più importanza e, alla morte dell’artigiano creatore, veniva dimenticato e distrutto, perché in mano ad altri non aveva applicazione né efficacia.

  • Bottrighe e la sua parrocchia

    Bottrighe e la sua parrocchia

    Nel corso degli ultimi tre secoli della storia di Bottrighe, risulta che ben trentasei sacerdoti hanno retto la sua parrocchia. Dall’inizio del 1707 alla fine del 1708 si trova il nome di padre Ercole De Cenedis, che apre una lista ininterrotta fino ai nostri giorni.

    La costituzione della parrocchia è però antecedente, come ci avvertono anche gli storici Groto e Silvestri. Per il suo avvio bisogna fare un passo all’indietro e risalire al periodo in cui iniziò il legame di questa zona rivierasca con la nobile famiglia Tassoni, che fu infeudata del territorio di Bottrighe dal marchese Borso d’Este, e che visse e soggiornò a Bottrighe dal XIV a tutto il XVIII secolo.

    La chiesa, dedicata già dalla sua prima costruzione ai santi Francesco d’Assisi e Francesco di Paola, fu infatti fatta erigere dai Tassoni. Consacrata dal vescovo di Adria monsignor Lorenzo Laureti, fu portata a dignità di parrocchia con atto rogatorio del 20 giugno 1593, mettendo fine alla dipendenza spirituale dalla parrocchia adriese della Tomba. Nell’occasione il conte Giulio Estense Tassoni assicurava alla neo-costituita parrocchia di Bottrighe sessanta scudi all’anno per la manutenzione del tempio e per il sostentamento del rettore.

    La chiesa fu costruita nei pressi dell’attuale e vi era annesso anche il camposanto.

    I frati Carmelitani di Ferrara furono i primi che si dedicarono alla guida della parrocchia e qui si insediarono con un convento su richiesta del conte Tassoni. Questo importante passaggio storico viene così descritto da Alberino Gabrielli nel suo famoso studio “Comunità e Chiese nella diocesi di Adria-Rovigo”: “Tassoni aveva contattato i PP Carmelitani del Monastero di S. Paolo di Ferrara, chiedendo il loro apporto per la nuova comunità parrocchiale. Il Capitolo Generale, riunito il 2 aprile 1602, aveva stabilito la fondazione di un ‘conventolum’ a Bottrighe con quattro religiosi per la cura d’anime, sottolineando che la decisione era stata regolarmente ratificata dal vescovo di Adria”.

    Il primo curato fu fra’ Timoteo da Ferrara ma, come detto, solo dal 1708 è presente un computo completo dei parroci che hanno retto la cura delle anime di Bottrighe ad iniziare dal citato padre Ercole De Cenedis. L’anno successivo la guida della parrocchia passa a padre Carlo Maria Ceria (1709-1709), seguito da padre Gerardo Agazzi (1710-1710), padre Elia Borghi (1710-1710), padre Angelo Panceri (1710-1712), padre Nicola Zanolini (1713-1716), padre Alfonso Giussani (1717-1720), padre Cirillo Grantosio (1721-1722), padre Domenico Maria Paolucci (1722-1725), padre Angelo Broghi (1725-1731), padre Giuseppe Chiodo (1732-1733), padre Giovanni Battista Ceni da Brescia (1733-1734), padre Alessandro Lussana (1739-1740), padre Agostino Bisi (1741-1749), padre Luigi Bondioli (1756-1762). Troviamo poi padre Stefano Granelli (1762-1769), l’ultimo dei carmelitani che resse la parrocchia.

    I Carmelitani lasciarono infatti Bottrighe in seguito alla legge promulgata il 7 settembre 1768 dalla Repubblica Veneta che decretava la chiusura dei piccoli conventi. E’ così che il 12 maggio 1769 da casa Donà Tassoni viene nominato parroco don Giuseppe Grotti.

    Frattanto su ordine del magistrato Emà, terminano i privilegi alla parrocchia concordati con la nobile casata, e all’orizzonte si profilano problemi di varia natura, ad iniziare dalle condizioni della chiesa che si fanno via via più precarie per l’estraniarsi dei Tassoni, finché si giunge al 1846 quando la chiesa, ormai pericolante, viene abbattuta in vista di una radicale ricostruzione che sarà quella definitiva.

    In questo lasso di tempo di quasi ottant’anni si succedono vari parroci ad iniziare da don Grotti che governò la parrocchia per quasi un trentennio, sino al 1798. Seguirono poi don Pietro Suppin (1798-1810), don Michele Gennari (1810-1820), don Vincenzo Pozzato (1820-1825), don Alessandro Benassuti (1825-1836), don Pietro Zecchini (1837-1843), don Giuseppe Brazzale (1843-1847).

    Si giunge così a don Antonio Campana (1847-1862), il presule che provvide, assieme ai bottrighesi, alla costruzione dell’attuale chiesa. Il conte Lodovico Tassoni non partecipò infatti al finanziamento della nuova opera che sorse con il contributo del Comune di Bottrighe e di tutta la sua popolazione, con l’appoggio determinante del vescovo Squarcina.

    Nel tempio ricostruito, il 24 settembre 1854 il vescovo Giacomo Bignotti celebrò la prima messa solenne.

    A reggere la parrocchia troviamo poi don Pietro Marani (1862-1866), seguito da don Antonio Zanchetta (1866-1870), don Sante Vianello (1871-1880), don Giuliano Marabese (1881-1921), che svolse la sua funzione di parroco per ben quarant’anni. Grazie al suo interessamento nel 1889 venne ricostruito il vecchio campanile.

    Seguirono monsignor Armando Tenani (1921-1934), il cui nome è legato alla costruzione della scuola materna, monsignor Antonio Petracchini (1934-1960), monsignor Vincenzo Polo (1960-1976) e l’attuale arciprete, don Antonio Cappato, che regge la parrocchia di Bottrighe da trentaquattro anni.

    A don Cappato va il merito, oltre alle riconosciute doti di intraprendenza e amore verso il paese, di aver portato, grazie anche al sostegno della popolazione, a compimento i lavori per il restauro completo della torre campanaria con l’installazione del nuovo angelo bronzeo che ha sostituito l’antica scultura lignea. Quest’ultima, in seguito ad un delicato intervento conservativo, potrà, in futuro, rimanere all’interno della chiesa a disposizione dei visitatori.

  • La Fondazione Banca del Monte

    La Fondazione Banca del Monte

    Vent’anni fa, nel 1990, veniva promulgata la “legge Amato”, che prevedeva la nascita delle fondazioni bancarie, ovvero lo scorporo delle attività di beneficenza dagli Istituti di credito di riferimento. In ossequio a tale normativa due anni dopo, nel 1992, prendeva vita nel capoluogo del Polesine la Fondazione Banca del Monte di Rovigo.

    L’istituzione, che risulta l’unica fondazione di origine bancaria tutta polesana, è un ente privato di utilità sociale, con la responsabilità – come ha in varie occasioni sottolineato il presidente dott. Adriano Buoso – di appartenere ai cittadini di Rovigo. Le iniziative vengono deliberate dagli Organi istituzionali, seguendo le linee programmatiche rivolte a scopi di utilità sociale e di promozione del territorio, con un particolare impegno nel settore dell’arte e dei beni culturali, in quello dell’istruzione e della formazione, ed in quello relativo ad attività filantropiche e di beneficenza.

    Una serie di iniziative, svolte con continuità che qualificano la Fondazione Banca del Monte di Rovigo come un importante riferimento per lo sviluppo culturale e sociale, nonché per la promozione del territorio. Un’attività solidaristica apprezzata, che trova le sue radici in anni molto lontani quando, oltre cinque secoli fa, furono poste le basi di quella che poi sarebbe divenuta la Banca del Monte.

    XVI secolo: nasce il Monte di Pietà

    Fu infatti tra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo che in Italia nacquero i primi “Monti Frumentari”, consistenti nella gestione di ammassi di grano a cui attingere con finalità di solidarietà per venire incontro alle necessità dei cittadini, specie nei periodi di crisi, con distribuzioni a prezzi calmierati. E a Rovigo il “monte frumentario” venne avviato l’8 giugno 1508, col nome di “Fondaco dei Poveri di Gesù Cristo”. Lo rivela un manoscritto del Consiglio Comunale cittadino conservato presso l’Accademia dei Concordi, che chiarisce come tale istituzione sia stata successivamente denominata “Monte di Pietà”, avendo come scopo precipuo quello di distribuire in prestito il grano, o venderlo a prezzo mite. Destinatari i cittadini di Rovigo, con particolare riguardo i meno abbienti.

    Un aspetto caritatevole sta dunque alla base dell’istituzione dei Monti frumentari, il cui avvio in vari centri d’Italia era caldeggiato in particolare dai Frati Minori Osservanti; religiosi molto vicini alle fasce più emarginate della popolazione, decisamente contrari al prestito ad interesse, ritenuto una forma di usura. Una pratica quest’ultima vietata ai cristiani che, pertanto, finì per divenire appannaggio degli ebrei. Nella Terraferma veneta fu in particolare il beato Bernardino da Feltre a prodigarsi affinché si diffondessero i Monti di Pietà.

    Avviata dunque nel 1508, l’istituzione rodigina assunse in modo definitivo la denominazione Monte di Pietà alla fine del 1545: fu infatti nella seduta del 6 dicembre di quell’anno che il Consiglio Comunale di Rovigo approvò definitivamente lo statuto dell’ente procedendo alla nomina di 12 Conservatori destinati a formare il Collegio del Monte. Prendeva pertanto il via il nuovo ente dotato di una normativa comprendente Ordini, Capitoli e Provvisioni per il governo, nonché per il sostegno e l’aumento dell’Istituto.

    A garanzia dell’azione del Monte – e dei cittadini che intendevano affidare all’istituzione i propri risparmi – il neo-costituito istituto poté giovarsi dell’affido in gestione dei fondi delle Opere Pie (Ospedale, Lazzaretto, Sindacato dei Poveri) un patrimonio questo che competeva al Comune di Rovigo. Così concepito, il Monte di Pietà di Rovigo, a partire da metà del XVI secolo fu in grado di assolvere ai propri compiti istituzionali, sostenendo le categorie sociali più deboli e prestando il denaro ai poveri a tassi di interesse limitati, sicuramente inferiori a quelli praticati dai banchi di prestito ebraici.

    1648: la nuova sede a Palazzo Campo

    Importanti innovazioni si ebbero nel corso del XVII secolo, con la riforma degli statuti del Monte di Pietà rodigino, avvenuta nell’anno 1608, che ebbe come conseguenza un ampliamento dell’attività creditizia dell’Istituto. Un ruolo via via più rilevante, che richiese l’acquisizione di una nuova sede; obbiettivo raggiunto nel 1648 con l’acquisto di Palazzo Campo (accostato al Roverella), la cui facciata principale si apriva sulla pubblica piazza del capoluogo, estendendosi fino al retrostante Adigetto.

    La nuova sede poté pertanto contare da subito su due accessi, a cui ben presto se ne aggiunse un terzo dall’attiguo Palazzo Roverella. Infatti, con approvazione del Rettore Boldù, nella seduta del Collegio del Monte dell’11 luglio 1648 fu deliberata l’apertura di un’entrata dal grande edificio quattrocentesco, sulla cui facciata, a ricordo dell’avvenimento, fu successivamente posta una lapide, tuttora esistente. E non a caso la Galleria che sottopassa palazzo Roverella fu dedicata al beato Bernardino da Feltre, propugnatore – come si è detto – di tali istituzioni.

    L’evoluzione del XIX secolo

    Iniziative di diverso orientamento si registrarono nel corso del XIX secolo. Dapprima, nel 1807, quando Rovigo costituiva parte integrante del Regno Italico controllato dalla Francia napoleonica, il Monte di Pietà fu assimilato agli enti di beneficenza e pertanto passò alle dipendenze della Congregazione di Carità composta dal Podestà (presidente) e dai consiglieri eletti dal Consiglio Comunale. Successivamente, nel 1822, quando da qualche anno il Polesine con tutto il Lombardo-Veneto era entrato a far parte dell’Impero Austrungarico, vennero accentuate le attività di credito: di qui, sull’esempio delle Sparkasse austriache, l’Istituto, venne identificato come “Santo Monte di Pietà e Cassa di Risparmio di Rovigo” da cui originò poi l’attuale Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Nell’ultimo scorcio del XIX secolo, nell’Italia unificata con Roma capitale, nuovi ripensamenti: dapprima nell’anno 1885 si ebbe la separazione dei due rami di attività e poi, viceversa, con la legge del 4 aprile 1898, si tornava ad indicare i Monti di Pietà come istituti misti di beneficenza, previdenza e credito.

    La Banca del Monte

    Col nuovo secolo la sezione credito divenne sempre più importante, tanto che, per meglio identificare il ruolo dell’istituto, ne fu variato il nome, dapprima in “Monte di Credito” e poi in “Banca del Monte”, il cui ultimo Statuto fu approvato nel 1980. Le attività di beneficenza venivano pertanto decise dallo stesso Consiglio di Amministrazione, su base percentuale relativa all’attivo annuale.

    La nascita della Fondazione

    Fu nel 1990 che, con la citata Legge Amato, si previde lo scorporo delle attività di beneficenza da quelle del credito. Diverse erano le finalità e pertanto separati dovevano essere i Consigli di Amministrazione. Ebbero così origine le fondazioni, autonome rispetto alle banche di riferimento, ed il 10 agosto 1992 nacque la Fondazione Banca del Monte di Rovigo, la cui sede attuale si trova in piazza Vittorio Emanuele II.

    La Fondazione ha continuato ad operare a beneficio della comunità rodigina e polesana anche dopo il rilevamento dell’istituto bancario da parte della Cassa di Risparmio di Verona. Sebbene in vesti e forme diverse, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha mantenuto quindi nel capoluogo del Polesine un patrimonio la cui rendita consente di dar vita ogni anno a molteplici iniziative sul piano sociale, culturale e della promozione del territorio.

    In definitiva – come sottolinea il presidente Buoso – è stato salvaguardato proprio lo spirito solidaristico, base di avvio della Banca del Monte, le cui radici risalgono ad oltre 500 anni fa. E a conferma della continuità del suo ruolo, della sua origine storica e della sua funzione sociale, del suo radicamento geografico e del suo legame con il territorio, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha voluto adottare, quale logo rappresentativo, la pregevole Pietà, dello scultore rinascimentale Tullio Lombardo, ammirabile presso la chiesa parrocchiale dei SS. Francesco e Giustina di Rovigo.

  • Il tricolore di Ariano Polesine

    Il tricolore di Ariano Polesine

    Nell’ambito della storia del Risorgimento Italiano, c’è un episodio particolare ma poco noto, che vide protagonista l’area più orientale del nostro Polesine: il territorio di Ariano, fu infatti il primo, rispetto a tutto il resto del Veneto, a veder sventolare la bandiera tricolore.

    La situazione geografica

    Ariano Polesine si trova in un lembo di terra che, per la sua curiosa posizione geografica, viene comunemente chiamato “Isola di Ariano”. In effetti il territorio di Ariano è delimitato ad est dal mare aperto e ad ovest dai due rami del Po (Po di Venezia e Po di Goro) che si biforcano in corrispondenza di Santa Maria in Punta. Si tratta pertanto di una zona interamente circondata da acqua, anche se il termine di isola sembra piuttosto improprio perché la continuità territoriale con il resto del Polesine è interrotta non dal mare ma da una delle biforcazioni che il grande fiume subisce nella parte terminale del suo percorso, creando il complicato aspetto paesaggistico del Delta, nel quale acqua e terra spesso si confondono in un mutevole avvicendarsi di panorami.

    Dal 1815 al 1866 l’isola, come il resto del Polesine, ha fatto parte del Lombardo-Veneto sotto l’Impero austro-ungarico. Dal un punto di vista amministrativo, era suddivisa in quattro Comuni (Deputazioni): Ariano, Corbola, Taglio di Po e San Nicolò (l’attuale Porto Tolle), a capo dei quali vi era un Sindaco (Primo Deputato).

    L’episodio che intendiamo ricordare si verificò nel corso della terza guerra di Indipendenza, quando, proprio in questo lembo del Polesine, sventolò per la prima volta il tricolore in terra veneta.

    Il contesto storico

    Nel 1866 il Regno d’Italia era stato proclamato da soli 4 anni e, come capitale del Regno, nel 1865 era stata individuata Firenze, essendo Roma parte integrante dello Stato Pontificio.

    Impegno della casa Savoia era il completamento dell’unificazione nazionale, al quale mancavano due parti importanti: il Triveneto (sotto il dominio dell’Impero austro-ungarico) e Roma (sulla quale si esercitava il potere temporale del Papa). L’occasione propizia liberare la parte orientale del territorio si ebbe allorché la rivalità tra Austria e Prussia sfociò nella guerra: l’Italia si alleò prontamente con la Prussia e il 19 giugno del 1866 dichiarò guerra all’Austria.

    La strategia dell’Austria era sostanzialmente volta ad opporsi al minaccioso esercito prussiano, attribuendo al fronte italiano un’importanza del tutto trascurabile. Per affrontare gli italiani, fu tuttavia inviato un corpo di spedizione agli ordini del duca Alberto che si attestò nel cosiddetto quadrilatero (un’area compresa tra le città di Verona, Legnago, Mantova e Peschiera).

    L’esercito italiano, numericamente superiore a quello austriaco di tre volte, era agli ordini dei generali La Marmora e Cialdini, notoriamente rivali e con una diversa visione sul modo di condurre le operazioni. La Marmora prevedeva di affrontare gli austriaci da occidente varcando il Mincio ed entrando subito in contatto con il quadrilatero, viceversa Cialdini proponeva di varcare il Po da sud evitando di contrapporsi frontalmente al grosso delle forze nemiche. Il risultato di questa condotta, poco coordinata, portò alla disfatta di Custoza, allorché il 24 di giugno le forze italiane, pur superiori in numero, dovettero abbandonare il campo per ritirarsi a Cremona e Piacenza.

    Per quasi un mese la situazione rimase statica: l’esercito italiano doveva infatti rielaborare un nuovo piano di invasione del Veneto, e l’esercito austriaco non era in condizioni di prendere iniziative, ma anzi era costretto ad indebolire ulteriormente la sua posizione per la necessità di trasferire parte delle forze verso il Danubio, dove la pressione prussiana si faceva sempre più forte. In questa condizione il Cialdini poté finalmente varcare il Po e invadere il Veneto: fu fermato solo il 25 di luglio in seguito all’armistizio tra Austria e Prussia e la conseguente cessazione delle ostilità nel teatro italiano.

    Ariano e il tricolore

    Le vicende che andiamo narrando e che portarono il tricolore a sventolare nella piazza di Ariano Polesine (prima esposizione della bandiera nazionale in terra veneta), ebbero luogo nell’estate del 1866 e costituiscono un episodio, marginale ma non per questo meno interessante, inserito nelle prime fasi della guerra.

    L’Austria manteneva nell’isola di Ariano un presidio militare formato da polizia, gendarmi e guardie di finanza. Allo scoppio delle ostilità, il 19 giugno del 1866, l’Austria ritirò il suo presidio dall’isola di Ariano per disporre le sue forze lungo l’argine settentrionale del Po di Venezia.

    Tre giorni dopo, il 22 giugno, gli abitanti di Ariano assistettero increduli alla scorreria di una pattuglia di Ussari a cavallo: passato il Po provenienti da Adria, questi superarono Corbola e arrivarono ad Ariano per perlustrare l’argine del fiume. La ricognizione aveva lo scopo di saggiare la reazione popolare ed osservare le sponde del Po di Goro, oltre il quale erano posizionate le truppe italiane.

    Fu l’ultima presenza di militari austro-ungarici in territorio arianese e finì con una sparatoria. Alcuni abitanti di Corbola, dopo aver preso a fucilate la pattuglia nemica, si impossessarono del “passo doppio”: si chiamava così il traghetto formato da due barche con sovrapposta piattaforma che, consentendo il trasporto di carretti e di barrocini, permetteva in tempo di pace il collegamento con la sponda settentrionale del Po appartenente al territorio di Adria.

    Il giorno dopo il 23 giugno avvenne un fatto che sembrò finalmente dare la svolta alle vicende militari: una divisione italiana al comando del generale Franzini e inquadrata nell’armata del Cialdini, oltrepassò il Po a Rivà e si diresse ad Ariano dove giunse nelle prime ore pomeridiane e venne accolta nella piazza dalla popolazione festante e dal saluto del sindaco, l’avvocato Vito Violati Tescari.

    Fu proprio allora che si verificò la prima esposizione della bandiera italiana: il sindaco, da una finestra del Municipio, sventolò il tricolore e proclamò l’annessione al Regno d’Italia. Nel clima di festa generale, ai soldati venne dispensato pane, salame e vino. Il 24 giugno, il comandante Franzini mosse le truppe e occupò Corbola dove venne calorosamente accolto dalla popolazione e dal sindaco Cesare Gemelli.

    Ma il giorno successivo, il 25 giugno, l’entusiasmo della cittadinanza venne inaspettatamente deluso dalle notizie provenienti dal quadrilatero, dove a Custoza le truppe italiane erano state sconfitte dall’armata austriaca. Il generale Franzini ricevette l’ordine di retrocedere per non correre il rischio di rimanere isolato, ed oltrepassò il Po di Goro.

    Si verificò allora una situazione imprevista, in quanto l’isola di Ariano venne a trovarsi sprovvista di qualsiasi autorità militare: le truppe italiane avevano lasciato l’isola per motivi strategici e le truppe austriache non occupavano l’isola nella convinzione che fosse ancora saldamente in mano italiana.

    Fu in quell’occasione che si palesò chiaramente il patriottismo dei basso-polesani: la situazione rischiava di precipitare con il pericolo di dover ammainare la bandiera e dover subire nuovamente l’occupazione straniera. In tale delicato frangente non si persero d’animo i sindaci dei quattro comuni (Vito Violati Tescari per Ariano, Cesare Gemelli per Corbola, Luigi Bellan per S. Nicolò, Pietro Spadin per Taglio di Po), che presero la decisione di custodire la nuova bandiera e di organizzare una Guardia Nazionale di volontari in grado di presidiare l’isola, difendendola dalle mire minacciose degli austriaci.

    Il comando della Guardia Nazionale venne dato a Gerolamo Gemelli, all’epoca trentatreenne, fratello del sindaco di Corbola, ingegnere, che seppur privo di esperienza militare, conosceva bene il territorio. Non abbiamo testimonianze sulla strategia adottata: l’unica descrizione della loro attività ci viene tramandata da G. Cristi nella sua Storia del Comune di Ariano, secondo la quale “i volontari, facevano la ronda da S. Maria in Punta al Molo Farsetti” (uno sbarramento costruito per favorire il deflusso dell’acqua lungo il ramo di Gnocca).

    In assenza di descrizioni più dettagliate, possiamo immaginare che un manipolo di armigeri a cavallo, esponendo bene in vista il tricolore, perlustrasse la sponda destra del Po per dare l’impressione agli austriaci, schierati sull’altra sponda, che il territorio di Ariano fosse stabilmente occupato dagli italiani. L’illusione però non poteva durare a lungo e, per fortuna, il 4 luglio ebbe luogo a Ferrara un consiglio di guerra sotto la presidenza del Re, durante il quale fu deciso di affidare al generale Cialdini la responsabilità dell’offensiva. Le truppe del generale Cialdini oltrepassarono il Po, dilagarono nel Veneto e dopo 10 giorni arrivarono sull’Isonzo senza aver trovato praticamente resistenza. Nel frattempo venne annunciato l’armistizio fra Austria e Prussia e questa notizia pose fine alle ostilità anche sul campo italiano.

    Epilogo

    Il 12 agosto venne firmato l’armistizio tra Italia ed Austria e quattro giorni dopo, nella chiesa parrocchiale di Ariano, gremita di folla, alla presenza del sindaco Violati Tescari e del comandate della Guardia Nazionale Gerolamo Gemelli, ebbe luogo la solenne benedizione della bandiera che tanto fieramente era stata esibita per fronteggiare le truppe austriache e per testimoniare i sentimenti di italianità della popolazione.

    Il 21 ottobre la cittadinanza di Ariano e Corbola espresse con il plebiscito la sua volontà di unirsi al Regno d’Italia e dopo l’annessione fu istituita la provincia di Rovigo.

    Violati Tescari, in considerazione del suo passato di patriota, fu nominato rappresentante del distretto di Ariano. L’ingegnere Gerolamo Gemelli, comandante della Guardia Nazionale, lasciò traccia della sua attività professionale quale progettista delle scuole di Garzara e del restauro di Palazzo Trotti di Ariano, poi si trasferì definitivamente in Argentina.

    Il sindaco di Corbola Cesare Gemelli, accusato da avversari politici di servilismo nei confronti della precedente amministrazione austriaca, in un pubblico proclama fu difeso appassionatamente dal Violati Tescari, il quale ci descrive anche alcuni particolari degli avvenimenti di quei giorni concitati.

    La storica bandiera

    La bandiera tricolore, destinata ad essere esibita per prima nel Veneto, era stata preparata segretamente dalle signore di Ariano nell’imminenza dello scoppio della guerra, usando tessuto di cotone per i lembi verde e bianco, e di lana per la parte rossa. La bandiera, così confezionata, divenuta un autentico cimelio storico, era custodita nel palazzo del Municipio per essere esposta una volta all’anno in coincidenza con la maggiore festa nazionale.

    Nel 1882 fu portata all’esposizione di Torino per essere mostrata quale importante documentazione risorgimentale; fu poi conservata nel municipio di Ariano, dove però andò distrutta in un incendio nel 1911.

    Si perdeva così per sempre una testimonianza del coraggioso contributo dato dalla popolazione dell’isola di Ariano al nostro Risorgimento.

  • La guerra dello storione

    La guerra dello storione

    I primi giorni di maggio dell’anno del Signore 1753, il Cardinale Legato di Ferrara, legittimo rappresentante del Papa sul territorio dell’oltre Po ferrarese, si trovò una grana da sbrogliare, in conseguenza di un fatto alquanto sgradevole accaduto precedentemente: il Governatore di Crespino (territorio ferrarese) aveva arrestato due sudditi veneti colti a pescare storioni nel Po di Corbola senza aver pagato alla famiglia Bevilacqua la licenza di pesca¹.

    All’inizio sembrava una schermaglia, quasi solo un bisticcio tra pescatori, ma ben presto la querelle assunse proporzioni ben più ampie, con lungo un braccio di ferro tra le due realtà statali con possedimenti tra Adige e Po: da una parte la Serenissima, il cui dominio si estendeva sulla parte settentrionale del Polesine, raggiungendo però il Po a Polesella e nell’area da Bottrighe e Panarella soggetta ad Adria; dall’altra l’ex Ducato di Ferrara, dal 1598 dominio del Papa, sotto il cui controllo rientrava la maggior parte del territorio polesano in riva al Po.

    Orbene la Repubblica di Venezia, considerò l’arresto dei due pescatori veneti una provocazione, a cui aveva risposto inviando, tra Bottrighe e Panarella, “miliziotti e soldati su gli argini sinistri di detto fiume per coprire i Veneti i quali continuavano a pescare sulle medesime acque”.

    Il Cardinale Legato, responsabile del territorio soggetto a Ferrara, a questo punto iniziò a non sentirsi più tanto tranquillo, presagendo l’affacciarsi di vertenze più gravi.

    Essendo un buon conoscitore della situazione locale, inizialmente il Cardinale aveva considerato il mancato pagamento della tassa sulla pesca come una sorta di rivolta degli abitanti del territorio stanchi di versare tributi alla famiglia Bevilacqua. Da tempo immemorabile si doveva infatti pagare ogni sorta di gabella al Marchese Bevilacqua: come, ad esempio, per il pedaggio ai due “passi” sul Po all’altezza di Papozze e del Cantone di Belliera, che i Bevilacqua avevano avuto in feudo dal Papa; così, ugualmente, accadeva per il mercato del giovedì e l’antica fiera di San Bartolomeo che si teneva davanti all’Oratorio della casa Bevilacqua a Papozze: qui la famiglia Bevilacqua possedeva l’osteria e le altre botteghe sotto i portici ai lati della piazza da affittare con notevole guadagno.

    Se fosse stata solo una questione di rivolta fiscale, il cardinale non avrebbe disturbato il sommo Pontefice. Ma stavolta la situazione si profilava decisamente più complicata per l’intervento nientemeno che del Senato della Serenissima.

    Stava per scoppiare la “guerra dello storione”? Così sembrò al cardinale, al quale non sfuggì subito che di mezzo c’erano rivendicazioni addirittura internazionali, più che banali pretese pecuniarie. Pertanto il 9 maggio mandò urgentemente un corriere a Roma con questo avvertimento: attenzione, la Repubblica di Venezia ha trovato un pretesto per inviare soldati sull’argine del Po, al confine del nostro Stato Pontificio.

    Entrano in azione le diplomazie

    Il successivo 16 maggio dello stesso 1753 il card. Valenti Segretario di Stato consegnò, sulla questione, una memoria di protesta a Pietro Andrea Capello, ambasciatore veneto a Roma. Il quale, pochi giorni dopo, recapitò al Segretario di Stato uno stringato documento di risposta chiarendolo a voce a mons. Antonio Rota.

    Questi non era un qualsiasi funzionario di Curia: era il Segretario alla Cifra, ufficio il cui compito era di trattare il carteggio diplomatico della Santa Sede e di curare la “cifra”, cioè gli strumenti per codificare e decodificare i documenti crittografati.

    Nella sua delicata funzione di interprete degli umori veneziani, mons. Rota suggerì al Cardinale Segretario di Stato di far predisporre dagli uffici di Ferrara uno studio sulla diatriba e, se del caso, replicare al Senato Veneziano. Il che fu fatto il successivo 12 luglio 1753 quando una poderosa memoria, ricca di riferimenti storici e di giustificazioni giuridiche, fu inviata a Venezia. Che rispose, di malavoglia, in ritardo, ribadendo la propria posizione.

    Una controversia dimenticata

    Oggi della disputa s’è persa memoria. Ma scripta manent. I documenti che ne hanno tramandato il ricordo² adesso fanno sorridere per l’esiguità dell’oggetto del contendere che si poteva così sintetizzare: aveva il Papa il potere di concedere ai propri feudatari il diritto di esigere il pagamento delle licenze di pesca nel tratto del Po tra il Cantone di Santa Maria a Belliera fino alla Pioppa di Gnocca, posta di fronte al pilastro della Brusantina? Era quest’ultimo un luogo a quel tempo molto trafficato, dato che lì avveniva, immancabilmente e da tempo immemorabile, il trasbordo delle barche corriere dell’uno e l’altro Stato.

    Gli avvocati del Papa

    Quanto alle motivazioni che i due contendenti portarono a giustificazione dei rispettivi diritti, gli avvocati del Papa collegarono il diritto dello Stato Pontificio sul tratto del Po in cui erano stati arrestati i pescatori veneti a quello dello stesso Ducato di Ferrara, come detto devoluto nel 1598 sotto il diretto dominio della Santa Sede.

    I duchi di Ferrara, almeno fino al 1484 possedevano, infatti, entrambe le sponde del Po. Ad essi spettava quindi, in quel periodo, il diritto di rilasciare concessioni di pesca, come quelle di fabbricare e tenere mulini, o quelle di posteggiare barche per traghettare, e quelle di esigere i dazi. Ciò che puntualmente facevano, come risulta da un diploma del marchese Niccolò d’Este che fin dall’anno 1402 aveva concesso a Guglielmo Giglioli il diritto esclusivo di pescare per tutto quel tratto che andava dalla Punta del Bonello delle Papozze per il Po di Corbola fino al confine di Mazorno e Loreo, allora territorio veneto. Concessione confermata nel 1478 dal duca Ercole I.

    Le ragioni di Venezia

    Su questo punto il Senato veneziano non opponeva contestazioni. Era vero: i duchi di Ferrara possedevano e godevano del dominio del Po di Corbola. Ma, si aggiungeva, tutto ciò fino al 1484, quando il territorio del Polesine di Rovigo fu ceduto alla Serenissima Repubblica. E si citava il Trattato seguito alla guerra del 1484³, che così si esprimeva: “Si è convenuto et accordato che il Polesine di Rovigo occupato dall’ill.ma Signoria di Venezia in la presente guerra resti ad essa Signoria con tutte le sue rason, giurisdizioni, agenzie e pertinenze”.

    La replica pontificia

    Gli avvocati del Papa tirarono fuori, allora, l’asso dalla manica: è vero i duchi di Ferrara nel 1484 dovettero cedere il Polesine di Rovigo, ma non tutto il territorio tra Adige e Po, conservando il diritto di pesca nel ramo di Corbola, tant’è che nove anni dopo il trattato, nel 1493 lo stesso Ercole I d’Este che l’aveva firmato, confermò ad un altro Giglioli, Tommaso, quella stessa concessione inizialmente data all’avo Guglielmo. Concessione riconfermata nell’anno 1506 dal Duca Alfonso a Niccolò e a Giovanni Maria Giglioli figli del detto Tommaso.

    Sembrava un argomento decisivo.

    La controreplica veneziana

    Ma non definitivo per Venezia. Certo, dissero i veneziani, forse le cose non furono ben chiarite col trattato seguito alla cessione del Polesine, ma così certamente non fu con l’altro trattato del 23 dicembre 1529, sottoscritto a Bologna dallo stesso Pontefice Clemente VII. Con esso non ci fu più dubbio sul passaggio dai Principi d’Este alla Repubblica di entrambi i territori di Rovigo e di Adria e, di conseguenza, di tutto ciò che dei medesimi territori apparteneva agli Estensi.

    Continua la querelle

    Non potendo richiamarsi ai trattati internazionali sottoscritti, gli avvocati di Curia si appellarono allora ad un diritto che consideravano sopra agli altri: quello che rinvia ad un possesso immemorabile e non mai interrotto, testimoniato dalle investiture di Pesche, Piarde e Passi, da Processi, Esami e Licenze e per ultimo da alcuni Editti de’ Cardinali Legati di Ferrara.

    E, così, tirarono fuori dagli archivi pontifici una serie, ininterrotta attraverso i secoli, di concessioni di pesca ai Giglioli. Da quella originaria del marchese Niccolò d’Este del 1402 a Guglielmo Giglioli fino a quella all’ultimo rappresentante della famiglia: Fra Lelio, religioso professo dell’Ordine dei Servi, alla cui morte, avvenuta pochi anni prima, nel 1715, fu devoluto alla Reverenda Camera Apostolica, tra gli altri, anche il diritto di pescare dalla punta superiore detta del Polesine di Ciarlone fino ai confini di Mazorno e Loreo.

    E, alla morte dell’ultimo rappresentante della famiglia Giglioli, il detto Fra Lelio, poiché non sembrava conveniente rinunciare ai ventimila scudi che annualmente questi facevano pervenir a Roma o a Ferrara nella festa dei gloriosi Apostoli Pietro e Paolo, si decise di compiacere la richiesta della famiglia Bevilacqua di essere investiti degli stessi diritti dei Giglioli, dei cui beni fino ad allora erano stati amministratori. Ciò era stato deciso anche “in memoria del fu mons. Bevilacqua già uditore di questa nostra Rota e Nunzio apostolico al Congresso della pace a Nimega”, zio del richiedente Marchese Luigi Bevilacqua.

    E così, a parere della Curia Pontificia, con la concessione al Marchese Bevilacqua, si completava, senza soluzione di continuità e senza proteste da parte della Serenissima Repubblica, la serie ininterrotta di concessioni di pesca sul Po di Corbola iniziata nel lontanissimo 1402.

    La controversia, che coinvolse le massime istituzioni dei due Stati, dopo qualche anno si sgonfiò. Aveva fatto scorrere fiumi d’inchiostro con citazioni di trattati internazionali, sentenze memorabili e richiami dottissimi a celebri giureconsulti medioevali.

    Le cose proseguirono come accadeva ormai da più di trecento anni. Il Governatore di Crespino, però, smise di fare la voce grossa e di arrestare i pescatori veneti che fossero stati trovati senza licenza nel Po di Corbola.

    Testimonianze delle imposte pagate dai pescatori sul Po

    Dalla lettura di quelle carte emergono, oggi, straordinarie testimonianze di luoghi immutati nel fascino, di una vita che non scorre più come allora e di uomini e donne i cui cognomi ai giorni nostri individuano i loro discendenti.

    Per attestare il possesso immemorabile e non mai interrotto del suo diritto, il Papa allegò testimonianze di persone venete e ferraresi corroborate dalla sottoscrizione del notaio Joannes Prandius di Ferrara. Dai pagamenti dei pescatori, registrati nei libri contabili, veniamo così a sapere che, per gli anni 1701-1736, a Corbola Veneziana pagavano la tassa per la licenza di pesca alle carpe (chieppe) Domenico Crepaldo, Giuseppe Forza e Vincenzo Cenzo. Gli stessi, assieme a Bastiano Pampanino, Antonio Roncon, Antonio Chiaratti, Giovanni Battista Boccarelli, Giovanni Bon, Giuseppe Beccato e il caporale Antonio Maria Sovà detto Zuccarino pagavano per la pesca allo sturione a Belliera e alle Papozze.

    Per la pesca dello sturione a Santa Maria a Belliera pagavano negli stessi anni Selmo Chiaratto, Antonio Forza e Vincenzo Cenzo.

  • Il Castello di Castelguglielmo

    Il Castello di Castelguglielmo

    Se si chiama Castelguglielmo, è logico pensare che nei tempi passati in questo comune del medio-alto Polesine vi fosse un castello, anche se attualmente non esiste alcuna testimonianza, neppure un rudere che lo comprovi. Non mancano però riferimenti storici attestanti l’esistenza di una importante fortezza edificata in loco, punto strategico del territorio polesano, zona di confine, in linea con le vicine località fortificate di Trecenta ed Arquà Polesine. Il maniero si trovava inoltre a ridosso di una importante via di comunicazione che congiungeva le città di Ferrara e Verona.

    Le testimonianze storiche

    Le prime notizie relative all’importante costruzione risalgono al X secolo. Una prima citazione si riscontra in una bolla del 944 di papa Marino che fa riferimento a possedimenti in questa località denominata Manegium. E’ questo infatti il nome più volte riportato nei documenti storici dell’epoca per identificare sia questa zona che quelle limitrofe di San Giacomo di Lugarano (ora San Bellino), Fratta, Vespara, ed altre.

    Notizie più dettagliate ce le fornisce lo storico Guarini riferendo che nel 1146 “Guglielmo Marchesella Adelardi, huomo preclaro e potente di Ferrara, fabbricò per difesa dello Stato di Ferrara, verso il Polesine di Rovigo alcuni castelli … riedificando quello di Maneggio già distrutto, e nominandolo dal nome di lui Castel Guglielmo”. Quindi un castello era già presente se, come dice il Guarini, fu necessario riedificarlo; come esisteva pure un borgo (allora denominato Villa Manegii) nel quale era stata costruita una chiesa dedicata a San Nicolò da Bari, di cui si ha testimonianza fin dal 1078.

    Data la sua importanza e la posizione strategica, il castello fu più volte oggetto di contese. Nel 1174 è conquistato da Torello Salinguerra, capo dei Ghibellini di Ferrara; successivamente viene espugnato da Obizzo V Marcheselli e in seguito riconquistato nuovamente dal Salinguerra. Quindi il castello passa agli Estensi fino al 1395 quando viene ceduto a Venezia con gran parte del Polesine. Nel 1405 nuovo passaggio di proprietà in favore del carrarese Francesco Novello, poi di nuovo agli Estensi. Infine, nel 1483, in seguito alla famosa “guerra del sale”, ritornò nuovamente sotto il dominio veneziano con la fascia settentrionale del Polesine.

    Per le predette vicende, certamente non indolori, la fortezza fu in varie occasioni danneggiata e ricostruita, per cui si pensa che abbia cambiato più volte dimensioni e forma. Le uniche raffigurazioni di essa si trovano riportate su vecchie mappe catastali, in disegni molto approssimativi.

    La prima descrizione, probabilmente realistica, è quella che fa lo storico Manin Sanudo nel 1483. Egli ci parla di una costruzione circolare di mura, sormontata da una grande torre centrale, posizionata su un argine rialzato rispetto al livello delle paludi circostanti. Era circondata dalle acque del fiume Tartaro e collegata, per maggior difesa, con ponti levatoi. Il castello doveva quindi ergersi imponente nella campagna polesana e doveva rappresentare un punto di riferimento importante per tutta la zona, considerata questa sua posizione strategica

    Come abbiamo detto, purtroppo a Castelguglielmo non esiste nemmeno un rudere attestante questa fortificazione, però si è potuto probabilmente identificare la sua collocazione, che si ritiene potesse essere nell’area ad ovest dell’attuale piazza Vittorio Veneto. I presumibili resti delle sue fondamenta sono infatti emersi in occasione della ristrutturazione degli edifici attualmente presenti in quella zona. Fortunatamente esiste una sua immagine, che ci è stata tramandata grazie al ritrovamento di uno schizzo che risale al 1526.

    Vi è poi un ulteriore motivo, non molto noto, che rende importante questo castello: il fatto che in esso sia ambientata una delle novelle del “Decamerone” di Giovanni Boccaccio (scritto tra il 1349 e il 1351). Si tratta della seconda novella della seconda giornata.

    Sembra opportuno quindi riassumere la storia raccontata dallo scrittore fiorentino e invitare il lettore a verificare la versione originale, che certamente troverà “intrigante”, ma anche interessante per le descrizioni dei luoghi e delle usanze, rappresentando una vera testimonianza storica di quell’epoca.

    La narrazione del Boccaccio

    Narra dunque il Boccaccio che, al tempo del marchese Azzo di Ferrara, il mercante Rinaldo d’Asti si era recato a Bologna per affari. Sbrigati i suoi impegni, stava facendo ritorno verso casa percorrendo la strada tra Ferrara e Verona, che passava nei pressi di Castel Guglielmo, quando si imbatté in tre uomini a cavallo.

    Incautamente Rinaldo, che era accompagnato da un fante pure a cavallo, si aggregò a questi tre credendoli mercanti. Quando giunsero nei pressi di Castel Guglielmo, valicarono il fiume ritenendo quel luogo solitario e sicuro. Ma così non fu, giacché i tre si palesarono come briganti che assalirono Rinaldo, derubandolo di ogni cosa e lasciandolo appiedato e in camicia.

    Vedendo la mal parata, il suo fante vigliaccamente lo abbandonò nella campagna e si diresse verso il castello in cerca di un ricovero, riuscendo ad entrare dentro le mura poco prima che fossero alzati i ponti levatoi per la notte imminente.

    Rinaldo, rimasto solo, in camicia e scalzo, nel mezzo di una forte nevicata, cominciò a cercare un ricovero per passare la notte e per non morire dal freddo. A causa della guerra, da poco combattuta nella zona, tutto era stato bruciato, per cui dovette dirigersi, correndo, verso Castel Guglielmo. Ma vi giunse troppo tardi: le porte erano chiuse ed i ponti levati.

    Dolente e sconsolato, trovò riparo sotto la sporgenza di una casa che sovrastava le mura. Si rannicchiò in mezzo a della paglia, trovata sul posto, lamentandosi nei confronti di San Giuliano, al quale era devoto e che ogni giorno pregava perché lo aiutasse a trovare un buon alloggio per la notte seguente.

    Nel borgo interno del castello viveva una vedova, una giovane bellissima, amante del marchese Azzo. Essa dimorava proprio nella parte di casa che sporgeva dalle mura, presso la quale aveva trovato ricovero Rinaldo.

    Proprio quel giorno il marchese era giunto in quella abitazione per trascorrere la notte con la sua donna che aveva fatto preparare un bagno caldo e la cena. Ma quando tutto era pronto, giunse un fante che portò al marchese una grave notizia per cui dovette tornare immediatamente a Ferrara.

    La donna, sconsolata, non sapendo che fare, decise di entrare nel bagno, già preparato per il marchese, e poi cenare e andarsene a letto. Mentre si intratteneva nello stanzino adibito a bagno, che si trovava proprio vicino alla sporgenza sotto la quale il meschino Rinaldo si era rifugiato, la donna sentì dei lamenti. Chiamò la fantesca e la mandò a vedere. Questa si accorse del poveretto tremante, il quale implorò aiuto. L’inserviente, impietosita, tornò a riferire, cosicché la padrona, in possesso della chiave di quell’uscio che serviva per le entrate segrete del marchese, aprì e accolse dentro Rinaldo.

    Vedendolo assiderato, lo fece immergere nell’acqua calda del bagno; gli fece preparare dei vestiti che erano appartenuti al marito morto da poco e accese un grande fuoco nel camino della sala.

    Quando Rinaldo si rivestì, le due donne si avvidero che era “un bell’uomo e pareva persona dabbene e costumata”. La signora lo fece sedere vicino al fuoco e si fece raccontare le sue dolorose peripezie.

    Poiché la cena, preparata per il marchese, era già pronta, mangiarono insieme. La donna osservava Rinaldo: era “un giovane di mezza età, aveva una bella statura, era bello e aveva un viso piacevole, maniere raffinate e graziose”.

    Quella sera la signora era in “comprensibile eccitazione” in quanto il marchese doveva restare a dormire da lei; in più si trovava di fronte un bel giovane, vestito, poi, con gli abiti del marito “che pareva proprio lui”, per cui confessò a Rinaldo: “mi è venuta cento volte voglia di abbracciarvi e baciarvi e, se non avessi temuto che ciò vi dispiacesse, l’avrei fatto”.

    A Rinaldo non parve vero. Tanto più che doveva essere riconoscente per essere stato salvato da morte sicura e così rispose: “Sarebbe una grande villania la mia se non mi ingegnassi di fare ogni cosa che vi fosse gradita; accontentate il vostro piacere di abbracciarmi e baciarmi perché io abbraccerò e bacerò voi più che volentieri”.

    A questo punto il Boccaccio racconta: “Oltre a questo non furono necessarie altre parole”. E conclude riferendo che “andarono nella camera e, senza indugio, si coricarono pienamente e molte volte, prima che arrivasse il giorno, soddisfecero i loro desideri”.

    All’alba la donna fece uscire di nascosto dalla porticina Rinaldo, rivestito e con una borsa di denari. L’uomo rientrò nel castello fingendo di arrivare da lontano e qui trovò il suo fante.

    Poco dopo furono condotti al castello i tre briganti, che la sera prima lo avevano derubato, catturati per altri misfatti. Questi confessarono l’aggressione e restituirono il cavallo, i panni e il denaro. Il giorno dopo furono impiccati.

    Rinaldo ringraziò San Giuliano perché anche questa volta, seppure all’inizio avesse temuto il contrario, gli aveva fatto trovare, come sempre, un buon alloggio. E che alloggio!

  • La Rovigo di Théophile Gautier

    La Rovigo di Théophile Gautier

    Non era certo un erede dei viaggiatori del Grand Tour, Théophile Gautier. Sì il poeta di «Smalti e cammei» che Baudelaire avrebbe riconosciuto come un maestro e l’autore di un perfetto romanzo teatrale-picaresco come «Capitan Fracassa» (opere entrambe ancora di là da venire), che, poco dopo la metà di settembre del 1850, capitò a Rovigo, tappa obbligata del percorso che da Padova portava a Ferrara.

    A Padova, Théophile Gautier era giunto in compagnia dell’amico Louis de Cormenin, qualche giorno prima, addirittura in treno; ma per portarsi a Ferrara, ormai fuori dai confini del Lombardo-Veneto austriaco, aveva dovuto ricorrere all’omnibus, assai più accessibile di una vettura privata, in quanto la linea ferroviaria che si raccordava a Rovigo sarebbe arrivata circa quattordici anni dopo.

    A indurre il quarantenne e autorevole scrittore a intraprendere un suo viaggio in Italia era stato il direttore della «Presse», il giornale cui malvolentieri collaborava come critico artistico e teatrale per avere un sicuro sostentamento economico. Un viaggio in Italia da raccontare a puntate sulle pagine del giornale, ma anche un modo per incontrare, a Venezia e a Firenze, l’amata contessa Maria Mattei. Per il resto, ben poco romanticismo e rare rapinose sorprese, impressioni frettolose, luoghi comuni e fantasie svogliate.

    Proprio per questo, Rovigo, dove lo scrittore era arrivato verso sera e dove avrebbe trascorso la notte, costituisce una felice eccezione, in un viaggio che sarebbe filato via liscio fino a Firenze e Roma e poi ancora Napoli, per essere poi espulso dalla polizia per reati d’opinione e costretto ad imbarcarsi per Marsiglia.

    Rovigo gli sarebbe apparsa come una romantica quinta d’opera.

    Ma lasciamo parlare lo scrittore: «in attesa dell’ora di cena, abbiamo girovagato per le vie della città, illuminate da un argenteo chiaro di luna che lasciava scorgere i profili dei monumenti; portici bassi e con quell’alternanza di chiaroscuri che formano lunghi chiostri, pronti a richiamare, nella sera, l’effetto scenografico dell’atto delle monache di Roberto e il diavolo di Meyerbeer».

    Quando Gautier e Cormenin avevano lasciato la piazza principale della città, «i rari passanti scivolavano via, silenziosi come ombre; qualche cane abbaiava in tono lamentoso alla luna. Tutte le finestre erano spente, ad eccezione di qualche caffè ancora illuminato, dove gli abituali avventori, dall’aria infastidita e assonnata, consumavano un gelato, una tazzina di caffè o un bicchier d’acqua a piccole cucchiaiate, a lenti sorsi, tranquillamente, metodicamente, riprendendo, di tanto in tanto, la lettura di un insignificante articolo».

    Non è diversa questa città spettrale e semideserta dalle notissime immagini a china che ci ha lasciato Eugenio Piva agli sgoccioli dell’Ottocento. Una città che scompare dietro gli edifici insignificanti o di antica dignità, non raramente lasciati alla devastazione del tempo e degli uomini, sullo sfondo dei resti di improbabili mura e porte medievali, dietro cui affiorano erbacce e si affacciano alberi frondosi. Città affollata di chiese, percorsa da strade anguste, con sporadici e bassi portici e chiusi cortili, tagliata da un esiguo fiume dalle acque immote, attraversate da ponti a due e tre arcate.

    La campagna è appena fuori mura, con qualche edificio e qualche oratorio isolato e addirittura povere case con i tetti di canna e i pavimenti di terra. Una città silenziosa e immobile, con viandanti solitari vestiti di nero, una carrozza modesta trainata da un solo cavallo. Ma è proprio questa la Rovigo che farà presa per tanto tempo sull’immaginario di artisti, poeti e sparsi intellettuali che hanno saputo amarla e cantarla.

  • Le “camminate” del GAV

    Le “camminate” del GAV

    Sono “camminate” davvero particolari quelle del GAV (Gruppo Archeologico di Villadose) che, nell’ottobre avanzato, dopo le arature dei campi del Polesine, chiama a raccolta soci ed amatori per insolite “escursioni” sul territorio.

    Si tratta di avanzare in file orizzontali, sui disagiati terreni da poco mossi dall’aratro che ha portato in superficie il terreno fertile, pronto per le semine. Ma non è l’interesse per l’agricoltura che spinge i soci del GAV a perlustrare la campagna, quanto piuttosto l’obiettivo di individuare, sulla superficie dei campi privi di vegetazione, interessanti frammenti del passato appena portati alla luce dalla lama dell’aratro scesa in profondità.

    In queste particolari camminate si concretizza dunque la “ricerca di superficie”, avviata dal GAV fin dal 1988, che, con indagini annuali, ha riguardato una vasta striscia di territorio polesano dall’Adige fino al Po. Impressionante in questo arco di tempo il numero di siti archeologici individuati: sui circa 20.000 ettari di terreno battuto dai ricercatori del GAV, sono stati riportati in mappa più di 750 siti archeologici, la maggior parte dei quali di età romana. Risultati eccezionali che testimoniano una forte presenza della civiltà romana sul nostro territorio in particolare nel periodo che va dal I secolo a.C. al I e II dopo.

    I siti archeologici individuati in superficie non sono altro che affioramenti di materiale archeologico sopra la superficie dei campi arati. Si tratta per lo più di contenitori in ceramica, di anfore, monete e altri manufatti metallici. La loro individuazione viene facilitata dal fatto che i Romani costruivano le loro abitazioni con mattoni, tegoloni e coppi che avevano misure e spessori diverse rispetto a quelli moderni.

    Alcuni di questi siti sono stati interpretati come “ville” per il tipo particolare di materiale raccolto sul campo. Infatti, quando troviamo tessere di mosaico, frammenti di intonaci dipinti, mattoni a semicerchio usati per costruire colonne, lastre di marmo pregiato per rivestimenti e pavimenti, sospettiamo di trovarci nel sito di una antica villa rustica. Se inoltre troviamo anche i frammenti di un particolare laterizio tubulare usato per convogliare l’aria negli impianti di riscaldamento di cui le ville erano dotate, possiamo averne la certezza.

    Nei comuni indagati dai soci del GAV la presenza dei siti romani è omogeneamente distribuita e circa il 5% di questi è costituita da “ville”. Quindi nel territorio studiato – che ha riguardato i comuni di Villadose, Ceregnano, Rovigo, Crespino, Pontecchio, Bosaro, Guarda, Polesella, San Martino, Gavello – si può ipotizzare la presenza dalle 20 alle 30 ville romane. Tra queste, due in particolare sono oggetto di approfondimenti di tipo archeologico.

    La villa romana di Villadose

    Uno dei primi complessi romani individuati a Villadose è stato denominato Villa di Cà Motte. Si è partiti da interessanti ritrovamenti di superficie: circa 70 monete e numerosi manufatti come pesi da bilancia, bronzetti, ecc. Questo sito si trova nella campagna a nord del paese e prende il nome da una vecchia corte agricola, abbattuta negli anni ‘60. Siamo in piena centuriazione romana e l’esecuzione di alcune ricognizioni aeree in deltaplano ci ha permesso di vedere che la villa si trovava proprio sulla strada principale: il decumano massimo.

    A questo punto diventava importante scavare il sito per scoprire la parte sepolta della villa, cosa che si è realizzata grazie all’interessamento della professoressa Giuliana Facchini dell’Università di Verona. Lo scavo è iniziato nel 2002 e viene ripreso ogni anno nel mese di settembre con gli studenti di archeologia di Verona, estendendo l’indagine e ricostruendo la planimetria della villa anno dopo anno.

    Purtroppo i pavimenti erano quasi completamente distrutti ma è stato possibile ricostruire la pianta dell’edificio mettendo in luce le fondazioni, ovviamente con una certa difficoltà perché nel corso dei secoli la villa aveva subito dei rimaneggiamenti. Alcuni laterizi riportavano il bollo della fornace di produzione, risalente alla prima età imperiale. Solo in una zona erano evidenti resti di pavimento in cocciopesto con tessere di mosaico bianche e nere. Sono stati anche raccolti numerosi reperti: ceramica, monete, fibule, ecc. che hanno permesso di riscrivere la storia di questa villa, costruita alla fine del I secolo a.C. e frequentata fino al III d.C.

    Lo scavo è ancora in corso e anche nel prossimo settembre aspettiamo gli studenti per il suo completamento.

    La villa romana di Polesella

    Ad alcuni appassionati locali era ben noto che, a circa un chilometro dal centro abitato di Polesella, affioravano frammenti di tegoloni romani e di anfore. Ma è stato intorno al 2000 che, dopo uno spianamento eseguito dai nuovi proprietari del fondo, sono venuti in superficie i ruderi della villa: in mezzo a mattoni e tegoloni, tante tessere di mosaico, intonaci dipinti e soprattutto frammenti di marmi pregiati provenienti anche dalla Grecia e dal Nordafrica a testimonianza della ricchezza di questa villa subito battezzata “Villa dei Marmi”.

    L’esatta individuazione si è avuta però soltanto nel 2008 quando un socio del Gruppo Archeologico di Villadose, percorrendo una scolina che tagliava in due il sito, notava l’affioramento, a circa un metro di profondità, di un pavimento in mosaico. Avvisata la Soprintendenza Archeologica del Veneto, veniva organizzato un saggio di scavo in accordo col proprietario del fondo, saggio che confermava la presenza di mosaici policromi e di pavimenti in opus signinum, tipici delle ville romane.

    Prontamente, grazie all’interessamento del sindaco di Polesella, sono stati trovati i finanziamenti per eseguire lo scavo in programma nell’estate 2010. Nel frattempo il geofisico, dr. Sandro Veronese è stato incaricato di eseguire la prospezione geomagnetica sul sito. L’impiego del magnetometro a protoni che non è altro che un rivelatore del campo magnetico terrestre, permette di individuare con una buona precisione le strutture sepolte. Lo studio fatto nel febbraio del 2010 ha rilevato una grande villa sepolta, estesa su due fabbricati vicini per una estensione di circa 1500 mq.

    Ora aspettiamo con ansia lo scavo archeologico, sperando di trovare reperti e strutture che possano essere fruite anche per il turismo che ogni anno sta crescendo in Polesine. Insomma, tra le altre attrattive turistiche che possono fungere da richiamo nel territorio di Villadose e Polesella, va evidenziata la possibilità vedere gli importanti resti delle rispettive ville romane.

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