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Archivi: Articoli d’archivio

  • La Croce Rossa a Rovigo

    La Croce Rossa a Rovigo

    Si è soliti indicare nelle giornate cruente delle battaglie di San Martino e Solforino – decisive per le sorti della seconda guerra di indipendenza – l’avvio del movimento umanitario della Croce Rossa (vedasi “I 150 anni della Croce Rossa”, in questo stesso volume a pag. 70).

    Un’organizzazione alla cui fondazione a Ginevra non è mancata la firma del rappresentante italiano. E’ nata così la C.R.I., la Croce Rossa Italiana che, quasi fin dalla sua origine, è presente anche nel territorio della Provincia di Rovigo.

    Come ci ha riferito la prof.ssa Donata Pavini, vice Ispettrice delle Infermiere Volontarie della C.R.I. di Rovigo, il più antico documento sull’esistenza della Croce Rossa a Rovigo, giacente presso l’Archivio di Stato, riguarda una lettera del Comitato Regionale di Verona del 1886 indirizzata al Presidente del Sotto Comitato di Sezione di Rovigo, in cui si propone l’allestimento di un ospedale da campo per le truppe alpine.

    Particolarmente attivo fu l’apporto fornito dal volontariato polesano durante la prima guerra mondiale 1915-18: il Sotto Comitato C.R.I. di Rovigo registrava una consistente presenza di Infermiere Volontarie nell’Ospedale Militare Territoriale “Angelo Custode”. In quel periodo erano utilizzati come ospedali anche il Seminario Vescovile e la Scuola Normale “Roccati”.

    Durante il Fascismo, già dal 1923, vennero accompagnati dalle Infermiere Volontarie presso le Colonie della Croce Rossa i bambini più bisognosi. Questa attività continuò fino al 1977. Dal 1989 le Infermiere Volontarie e i Volontari della C.R.I. di Rovigo nel periodo estivo assistono giovani disabili, italiani e stranieri, ospitati in villette nell’isola di Albarella per un sereno periodo di vacanza.

    Lo scorso anno, 2008, sono stati festeggiati i 100 anni del Corpo delle Infermiere Volontarie della C.R.I. e anche a Rovigo è stata presentata una importante mostra documentaria fotografica per celebrarne la memoria. Infatti, il Corpo delle Infermiere Volontarie era nato 1908, patrocinato dalla regina Elena, e subito divenne attivo in quello stesso anno per il disastroso terremoto di Messina.

    Il Comitato Provinciale della Croce Rossa Italiana con i suoi 526 iscritti, di cui 377 Volontari attivi, opera nelle diverse componenti di cui è formato: il Corpo Militare, il cui responsabile è il Giuliano Marchi; le Infermiere Volontarie, già citate, presiedute dalla ispettrice signora Lauretta Carretta; le Volontarie della Sezione Femminile, coordinate dalla Ispettrice Carla Fiocco Borgatti; i Volontari del Soccorso, presieduti dall’Ispettore Provinciale Claudio Ghezzo.

    Il Comitato Provinciale svolge molte attività nel campo sanitario e assistenziale per rispondere alle esigenze del nostro territorio e collabora per l’attuazione di progetti anche con i Comitati confinanti con la nostra Provincia e con i Comitati Regionale, Nazionale e Internazionale. La collaborazione avviene inoltre con tutte le Istituzioni e Associazioni presenti nel territorio, allo scopo di elevare la qualità dei servizi offerti. Per questo Volontari e mezzi sono distribuiti in varie unità locali: Fratta Polesine, Rosolina e Rovigo e referenti dei Comuni di Adria, Badia Polesine, Ceregnano, Fiesso Umbertiano, Lendinara, Loreo, Polesella Porto Tolle, Porto Viro, Salara, Taglio di Po, Trecenta, Villadose.

    Innumerevoli i servizi svolti:

    – distribuzioni di viveri CE;

    – sportello di prima accoglienza con 1548 assistiti di cui il 62% in maniera continuativa con pacchi viveri, pagamento bollette di luce, acqua, gas, affitto, scuolabus, legna da ardere (a 82 famiglie), medicine, materiali sanitari, ecc.; sportello cerca lavoro (576 contatti, 82 risolutivi);

    – aiuto ricongiungimenti familiari (rimpatrio per i defunti e aiuto a bambini bisognosi di cure negli ospedali italiani);

    – ambulatori infermieristici ed educazione sanitaria per casi di primo soccorso alla popolazione, alle scuole, alle aziende e al personale volontario di CRI;

    – collaborazione con le ASL 17,18,19, con la Prefettura di Rovigo per assistenza nelle grandi manifestazioni; collaborazione e assistenza sanitaria con la Protezione Civile nell’emergenza.

    Attualmente è in progetto la costruzione di una “Casa salute soccorso” vicino all’Ospedale Civile con il contributo del Comitato Centrale e di istituzioni e donazioni di privati.

    Il Commissario Provinciale della Croce Rossa di Rovigo, dr. Fabio Bellettato, da anni alla direzione della benemerita Istituzione, in virtù dell’appassionato impegno e capacità dimostrati, è stato nominato Coordinatore anche degli aiuti per i terremotati dell’Abruzzo, in collaborazione con la Protezione Civile. Un importante incarico che ha determinato la scelta di Rovigo quale sede di riferimento per le province del Veneto, relativamente alla raccolta e allo smistamento degli aiuti destinati alla regione disastrata.

    Il giusto orgoglio del Commissario Bellettato, oltre che per la buona gestione della Croce Rossa Provinciale, è rivolto alle operazioni svolte dai Volontari per gli aiuti nelle zone terremotate dell’Abruzzo. “I Volontari del nostro territorio, – ha affermato, – hanno dimostrato un grande cuore nel prodigarsi con grande sacrificio per lavorare i materiali donati da tutto il Veneto e disporli secondo una catalogazione facilmente riconoscibile affinché niente andasse perduto”.

    Per portare a termine al meglio tale operazione Rovigo ha potuto giovarsi di un’ampia area presso l’interporto messa a disposizione dal Consorzio Z.A.I: una struttura coperta di quasi quattromila metri quadrati, divenuta centro di riferimento per il Nord Italia, insieme a quella di Mestre. Qui i volontari della Croce Rossa hanno potuto raccogliere, confezionare, stoccare e spedire generi di prima e seconda necessità. Gli industriali polesani hanno fornito i bilici per il trasporto dei materiali in Abruzzo e l’organizzazione messa in atto è risultata ottimale per la razionalità nel gestire gli aiuti, prevedendo che l’emergenza sarebbe durata a lungo.

    A conferma dell’attivismo del Commissario Bellettato, va sottolineato che, circa 20 giorni dopo il terribile sisma, dalle giacenze del magazzino dell’Interporto rodigino erano già state movimentate 70 pallets con generi alimentari, mentre nelle celle frigo della ditta Malvi Cercati di Villadose e della centrale ortofrutticola di Rosolina erano stati conservati i generi alimentari deperibili di carne e verdura.

    I Volontari della Croce Rossa e della Protezione Civile hanno dimostrato una grande professionalità, frutto del lavoro in rete creato negli ultimi anni per cui tempestivamente si trovarono sul luogo del disastro con chiarezza di compiti e ruoli.

    Il Commissario Regionale del Veneto, Annamaria Stefanelli, si è commossa della prontezza, generosità e disponibilità dei Volontari della Croce Rossa, sottolineando come i lunghi e faticosi percorsi di preparazione rivolti a soccorritori, infermieri, autisti, cuochi, psicologi, etc, abbiano dato buoni risultati, per cui la Croce Rossa Italiana rappresenta un sicuro punto di riferimento per quanti vivono situazioni che richiedono il pronto intervento.

    In Abruzzo sono state presenti prontamente squadre di cinofili, supporto fondamentale nella ricerca di superstiti. Le squadre SEP, inoltre hanno svolto un delicato ruolo di supporto psicologico alla popolazione e agli operatori volontari, come pure le squadre ASA (Attività Socio Assistenziali alla popolazione). “La Croce Rossa Italiana, ha ribadito il Commissario Stefanelli, resterà in Abruzzo fino a che ci sarà bisogno!”, perché questa è la sua finalità: il soccorso.

    Di grande rilievo dunque l’attività della Croce Rossa Italiana, che può contare su efficienti comitati provinciali. Un Movimento Internazionale germogliato da un’idea sviluppatasi 150 fa nel corso della seconda guerra di indipendenza che persegue finalità altamente umanitarie. Restando fedele ai suoi Principi, che gli vietano di prendere posizione nei conflitti tra gli Stati o all’interno di questi, la Croce Rossa svolge un fondamentale contributo alla pace e al rispetto dei diritti e della dignità dell’uomo. Sempre vivo permane il suo impegno – in un tempo, come l’attuale, in cui si assiste a forme antidemocratiche, razziali e discriminatorie, a pratiche di tortura a violazioni dei diritti del bambino – nel mettere a punto iniziative volte a lenire le sofferenze degli uomini.

  • I “Misteri” di G. A. Ghedini

    I “Misteri” di G. A. Ghedini

    L’artista di origine ficarolese Giuseppe Antonio Ghedini (1707-1791), di indubbia e consolidata valenza pittorica nell’ambito del Settecento ferrarese, “pittore pieno di foco”, come ebbe a ricordarlo nel 1783 Cesare Cittadella nel suo “Catalogo istorico de’ pittori e scultori ferraresi”, ha lasciato diverse importanti tracce della sua attività pittorica nel territorio polesano e ferrarese. Il suo catalogo è lungi dall’essere completato, e si è implementato solo grazie alla perizia di alcuni esperti, veri estimatori della sua abilità artistica. Tra gli altri, il fiorentino Antonio Placido Torresi, che recentemente è giunto ad attribuire con certezza a Ghedini alcune opere importanti.

    Il nostro intervento vuole tuttavia soffermarsi su un ciclo particolare costituito dai quadretti dei Misteri del Rosario, che un tempo contornavano l’altare dedicato alla Madonna del Rosario nell’arcipretale di san Materno vescovo in Melara. Quadri che da tempo non si trovano più al loro posto, e che hanno anche lasciato Melara per approdare a Rovigo presso la Curia di via Sichirollo, assieme ad altre opere che impreziosivano la chiesa di San Materno.

    Il Ghedini a Melara dipinse pure la pala d’altare maggiore che raffigurava i protettori, cioè San Materno e Sant’Antonio di Padova. Neppure questa oggi visibile nell’arcipretale melarese perché purtroppo distrutta nell’incendio che nel 1851 coinvolse la chiesa, assieme a sacre suppellettili, all’organo settecentesco, al tetto, alle coperture di stoffa e molto altro ancora (vedi Ventaglio n. 24, gennaio 2002).

    Va innanzitutto detto che l’attività pittorica di Giuseppe Antonio Ghedini a Melara fu certamente agevolata (o forse limitata?) dall’essere il fratello del sacerdote del tempo, quel Felice Ghedini (1702-1777) che portò a compimento la grandiosa “fabbrica” dell’edificio sacro, tuttora uno dei più maestosi della nostra Diocesi. Forse limitata perché, come spesso accadeva, gli artisti venivano malpagati oppure addirittura non pagati, altre volte compensati in natura ed a distanza di molto tempo (Ghedini stesso dovette seguire le vie legali per venire risarcito da parte di religiosi ferraresi committenti). Comunque sia stato, il pittore Ghedini accetta la commissione del fratello arciprete e la porta a pieno compimento.

    I “Misteri” ebbero nel tempo una vita tranquilla sino al secolo scorso, quando furono rimossi fra il 1947 ed il 1957 per lasciare spazio al quadro della Madonna del Lume il cui altare era invece il primo a destra di chi entra (contravvenendo fra l’altro ad una disposizione che prevedeva non dovesse più muoversi dal suo posto originario).

    Una volta levati dalla loro sede, i quadretti ottagonali del Ghedini furono scorniciati e conservati in canonica sino alla fine degli anni ‘80, indi spostati a Rovigo. Tolta pure la Madonna lignea al centro dell’altare, oggi ospitata nella chiesetta della Santa Croce. In pratica vi fu uno spostamento di altari a danno dei più antichi (qualcuno azzardò, in passato, che le Madonne in chiesa fossero “troppe”).

    I misteri del Rosario (1736-1758).

    I dipinti sono ad olio su tela. Gli ottagoni misurano appena 30 cm per 38. Sono stati testimoniati dalla lettera autografa del Ghedini del 1758, conservata anche in Biblioteca Ariostea, e già riportata nel passato da Eugenio Riccomini, Paolo Bononi e Savino Chiavegatti.

    L’anno esatto di esecuzione non è certificato: potrebbe essere 1736-38 oppure il 1758, come la perspicace studiosa Giovanna Rossi di Milano afferma.

    La prima datazione è una mia ipotesi, suffragata dal fatto che proprio in quegli anni veniva terminato da Giuseppe Antonio Ghedini l’altare della Beata Vergine del Rosario, così come si deduce dalle visite pastorali. Questi fu il terzo altare finito dopo il Maggiore e quello di sant’Antonio di Padova, dopo poco tempo che don Felice Ghedini prese possesso della parrocchia nel 1733. La seconda datazione invece deriva dal fatto che con tutta probabilità Don Felice Ghedini ebbe la collaborazione del teologo domenicano Casto Innocente Ansaldi (Piacenza 1710 – Torino 1780) che è rappresentato in un ottagono, quello della Pentecoste, che, a torto, si ritenne in passato potesse essere un autoritratto del pittore.

  • La Battaglia di Polesella

    La Battaglia di Polesella

    Cinquecento anni fa, il 22 dicembre 1509, nelle acque del Po presso Polesella si svolse un’epica battaglia che vide le armi estensi trionfare su quelle della Serenissima. Lo scontro, che si concluse con la distruzione della flotta veneziana ancorata a Polesella, ebbe una vasta eco in Europa e fu ampiamente celebrato a Ferrara. Cominciamo tratteggiando i presupposti politico-militari, nel cui contesto va inquadrata la storica vicenda.

    La Lega di Cambrai e la politica di Giulio II

    Nel 1503, alla morte di papa Alessandro VI e dopo la breve parentesi del pontificato di Pio III, il cardinale Giuliano Della Rovere, con un’abile azione diplomatica riuscì a salire al soglio pontificio. Iniziarono così i 10 anni del pontificato di Giulio II, un papa energico, un abile e combattivo politico destinato a passare alla storia con il soprannome di “papa guerriero”.

    L’interesse per la figura di questo papa, rapportata ai territori polesani, è strettamente connessa alla fondazione, il 10 dicembre 1508, della cosiddetta Lega di Cambrai, un’alleanza contro la Repubblica di Venezia, cui aderirono Luigi XII di Francia, Ferdinando II D’Aragona e il duca di Ferrara Alfonso I d’Este. Nel preambolo del trattato si leggevano accuse di fuoco alla Serenissima: “(…) per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano imperio, alla casa d’Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli e a molti altri principi occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti (…). Laonde abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio”.

    La Lega di Cambrai combatté la Serenissima dal 1508 al 1511. Dopo avere sbaragliato le forze veneziane nella battaglia di Agnadello, l’esercito della Lega dilagò arrivando quasi alle “ripe salse” ovvero alle coste della laguna di Venezia e mise sotto assedio Padova. I veneziani invece, grazie al condottiero Bartolomeo d’Alviano conseguivano una brillante vittoria in Cadore, vittoria che però non era in grado di ribaltare la situazione generale della guerra, molto sfavorevole alla Serenissima.

    Gli avvenimenti successivi resero però del tutto vani i positivi risultati conseguiti dalla Lega in terra veneta. Inizialmente, le forze della Lega intendevano occupare e spartirsi la Terraferma dello stato veneto. In base agli accordi, Massimiliano d’Austria avrebbe ricevuto Verona, Vicenza, Padova e l’Istria. Alla Francia, che già occupava Milano, sarebbero state assegnate anche Bergamo e Cremona. Otranto sarebbe tornata agli Aragonesi, mentre il papa avrebbe esteso il suo dominio sui restanti possedimenti veneziani.

    Nel 1510 tuttavia, Giulio II ritenne che la Francia rappresentasse per gli equilibri nella penisola una minaccia ben più grave di Venezia. Fu così che il pontefice lasciò la Lega di Cambrai per allearsi con la Serenissima. L’anno seguente, anche Spagna e Sacro Romano Impero cambiarono schieramento, portando così alla creazione della Lega Santa contro la Francia. Merita però un approfondimento la battaglia di Polesella, avvenuta il 22 dicembre 1509.

    La Battaglia di Polesella (22 dicembre 1509)

    Alfonso I d’Este era succeduto al padre Ercole I morto nel 1505 e la sua politica nei confronti di Venezia era stata sempre più intollerante verso le ingerenze della Serenissima. Il suo primo atto di ribellione fu quello di liberarsi del visdomino (personaggio veneto accreditato alla corte di Ferrara col diritto di visionare ed approvare o censurare le iniziative politiche estensi).

    Dopo la sconfitta patita dai veneziani a Ghiaradadda il 14 maggio 1509 il duca Alfonso si era impadronito in pochi giorni del Polesine, allargando la conquista fino a Monselice, Este e Montagnana, e affiancando Massimiliano I nella battaglia di Padova. In quest’ultima occasione emerse la figura del cardinale Ippolito I, fratello di Alfonso, un guerriero attivissimo e dotato di grandi capacità strategiche.

    Nel frattempo, il ritiro di Massimiliano I di Germania e del re di Francia Luigi XII, aveva capovolto la situazione a svantaggio degli Estensi che, rimasti soli a fronteggiare Venezia, abbandonarono il Polesine per attestarsi dietro la linea del Po dove approntarono l’estrema linea di resistenza, affidata alla guida di Ippolito.

    Venezia, che intendeva punire severamente il ribelle duca estense, aveva approntato una flotta di imbarcazioni bene armate che, risalendo il Po, si era posizionata a Polesella. I veneziani mantenevano pertanto il controllo del grande fiume grazie ai due forti contrapposti di Polesella e di Ro.

    Per i ferraresi si trattava innanzitutto di difendersi, ma l’esito di quella che fu poi nominata come “la battaglia di Polesella” diede loro un risultato forse insperato.

    In questa fase si evidenziarono le grandi capacità strategiche e militari del cardinale Ippolito. Questi infatti, osservando le acque del Po, in piena a causa delle piogge abbondanti degli ultimi giorni, si accorse che le imbarcazioni della flotta veneziana, galleggiando ormai all’altezza degli argini, offrivano i fianchi al facile tiro dell’artiglieria nemica.

    Fu così che all’alba del 22 dicembre 1509 Ippolito, conscio della eccezionale situazione di vantaggio, aprì il fuoco dei cannoni ferraresi appostati sull’argine dando inizio al bombardamento della flotta veneziana che, colta di sorpresa, non poté difendersi. Delle 17 galere della Serenissima, solo due riuscirono a mettersi in salvo. Altre due affondarono, mentre 15 finirono nelle mani dei ferraresi. Ben 3000 furono i morti tra i militi veneziani, mentre i comandanti delle galere riuscirono a mettersi in salvo con imbarcazioni minori, chi via per il Po, chi sfruttando la Fossa di Polesella.

    La grande vittoria degli Estensi evidenziò l’importanza dell’artiglieria, l’arma di cui Alfonso fu fautore e che fece conoscere Ferrara nel mondo per la chiara fama di produttrice di cannoni. Mai la storia aveva visto un pugno di fanti e bombardieri sbaragliare una flotta poderosa come quella di Venezia. All’impresa dedicò alcuni versi anche Ludovico Ariosto, che scrisse:

    Ebbe lungo spettacolo il fedele vostro popol la notte e ‘l dì che stette, come in teatro, l’inimiche vele mirando in Po, tra ferro e fuoco astrette. (Orlando Furioso c. XL, 2)

    Si trattò però di una gloria effimera per gli Estensi, perché la pace successiva accreditava a Venezia i territori già conquistati con la guerra del Sale (1482-84), con l’aggiunta di Adria che spontaneamente si consegnava a Venezia. Inoltre l’astro degli estensi era ormai in fase calante, tanto che nel 1598, alla morte di Alfonso II, lo Stato Ferrarese veniva devoluto alla Santa Sede, che otteneva così anche la Transpadana, un territorio fortemente degradato per il difficile scolo delle sue acque causato dell’innalzamento degli alvei del Po e del Canalbianco (ma questa è un’altra storia).

  • Storie di paesaggi sepolti

    Storie di paesaggi sepolti

    Se non ci fosse il supporto offerto dalla visione dall’alto, ben ridotte sarebbero le possibilità, per il nostro Polesine e per i territori contermini di bassa pianura, di ricostruire i segni di paesaggi del passato¹, frutto di vicende legate all’evoluzione naturale di fiumi ed anche all’opera dell’uomo, rappresentata in particolare da interventi territoriali per lo sfruttamento agricolo del suolo. Se le testimonianze di antichi fiumi scomparsi (paleoalvei) spesso possono essere individuate attraverso lo studio geomorfologico o l’analisi di carte topografiche, ben poco potremmo sapere delle divagazioni di corsi d’acqua secondari e soprattutto delle ripartizioni agrarie o di percorsi stradali eseguiti in passato, sepolti prevalentemente da sconvolgimenti idrografici verificatisi a partire dall’epoca altomedievale.

    Solo la foto aerea permette di coordinare elementi che da terra paiono isolati, di leggerli e riunirli in categorie sia geografiche, sia storiche, sia archeologiche. Il colore e le varie tonalità del suolo agricolo, sia arato, sia interessato da coltivazioni, evidenziano paleoalvei, divagazioni fluviali, rotte, fossati di antiche bonifiche e di strade e, nei casi più fortunati tracce di abitazioni, di manufatti, di villaggi.

    Le epoche più antiche

    Alla luce delle attuali conoscenze archeologiche e paleoambientali del Polesine, particolarmente significativa si presenta una ridotta area a sud di Rovigo. Comprende parte delle terre di Grignano, Borsea e Arquà Polesine, ed è racchiusa tra il dosso dello scomparso ramo del Po di Adria e il Tartaro, vecchio corso del Canalbianco. Quest’area, pressoché al centro della Provincia, riconducibile idealmente nella forma ad un cuore, conserva testimonianze che richiamano tutta la storia del nostro territorio e che altrove non ritroviamo così insieme presenti.

    A coronare questo “primato” è stato lo scavo archeologico della Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto e del Museo dei Grandi Fiumi condotto l’anno scorso e ripreso quest’anno a Campestrin, presso Grignano. Sono infatti state portate alla luce le testimonianze di presenze insediative dell’età del Bronzo, in una fase (XIII-XII sec. a.C.) precedente alla piena attività del noto villaggio di Frattesina.

    Questo ulteriore tassello si aggiunge agli altri che videro le terre in questione sfruttate dagli Etruschi e poi dai Romani per l’agricoltura e l’allevamento. Dal III sec. d.C. iniziò un periodo di crisi e di abbandono di molte aree che nei secoli successivi furono interessate da un parziale impaludamento, ma già dal IX secolo queste terre furono oggetto di contesa.

    In questo contesto si inserisce la costruzione del Castello di Arquà trasformato in villa tra Cinque e Seicento a testimonianza di una “rinascita” agricola dei ridotti “Retratti” di Grignano, Borsea, Arquà, riportati in vecchie mappe. Vive e straordinariamente superstiti sono, inoltre, le regole che governano il bene collettivo agrario della Comuna di Grignano, con la rituale assemblea, a scadenza di lustro presso il Pavajon, per l’estrazione e l’assegnazione delle parcelle di terreno agli aventi diritto.

    Se la storia più recente è documentata dalle fonti scritte e da monumenti, che negli ultimi anni sono stati oggetto di restauro con la conseguente doverosa valorizzazione, è l’archivio che la terra ancora riesce a conservare a mostrarci i segni di un passato più antico.

    La prima mirata ricognizione aerea in Polesine, rivolta a scoprire tracce di paesaggi sepolti ancora impresse nella memoria della terra, risale ad un caldo primo pomeriggio di fine agosto², quando l’attività del museo rodigino era intenta a portare alla luce le tombe etrusco-padane, ricche di corredi, in località Balone, ai confini tra i territori comunali di Rovigo ed Arquà. Dall’alto apparve chiaro un disegno agrario a maglie quadrate discorde da quello della bonifica attuale. Il riscontro era particolarmente chiaro in quanto le lineazioni ortogonali di antiche carreggiate e di fossati si evidenziavano in superficie con segni gialli nei campi di soia (a causa di precoce maturazione) in contrasto con il colore ancora prevalentemente verde della coltivazione.

    La documentazione raccolta, a seguito di altre programmate ricognizioni aeree, portò alla ricostruzione di una ridotta centuriazione databile all’epoca romana, racchiusa all’interno delle morfologie fluviali del Po di Adria e del Tartaro. La fotografia aerea e periodiche ricerche di superficie, condotte in particolare dal Gruppo Archeologico di Villadose, permisero anche di accertare una organizzata distribuzione insediativa nel V secolo a.C. in relazione alla presenza nella zona di genti etrusche: con molta probabilità più nuclei di capanne distribuite lungo un corso d’acqua, rilevato per un tratto di circa km. 5, che, pur di origine naturale, sembra mostrare segni di intervento antropico per garantirne la funzionalità. Questo complesso archeologico, come quelli accertati a San Cassiano di Crespino e nel territorio di Gavello, attesta l’organizzata gestione agricola dell’entroterra di Adria etrusca, rivolta a garantire l’economia commerciale della stessa città.

    Nel Medioevo

    A fronte di una presenza così significativa di testimonianze per l’epoca antica, sta una limitata conoscenza archeologica per l’epoca tardo antica ed alto-medievale, anche se l’area posta a sud di Rovigo fu al centro di frequenti contese ampiamente documentate.

    Particolarmente significative per la posizione di confine sono le citazioni della pieve di Villamarzana ed in particolare del fundus Corneti pertinente ad essa ed oggetto di contese tra la diocesi di Adria ed il ducato di Ferrara.

    Alla stessa pieve di Villamarzana apparteneva anche il fondo integro Granario concesso in enfiteusi nel 976 dall’abate di Santa Maria in Xenodochio di Ravenna. I due fundi, corrispondono oggi rispettivamente a Cornè, località posta in comune di Arquà, ed a Grignano, a sud ovest di Rovigo.

    Il fundus Corneto è ricordato in tre documenti: nel 972 e nel 988 viene concesso in enfiteusi al giudice Orso di Ferrara sempre dall’abate di Santa Maria in Xenodochio, come territorio appartenente al comitato di Ferrara. Nel 1054, con un diploma, l’Imperatore Enrico III assegna la pieve di Villamarzana alla Diocesi di Adria, mentre nel 1105 con un privilegio papa Pasquale II pone la massam Corneti et Laugnavanum nel comitato di Ferrara e al confine con la diocesi di Adria.

    Queste assegnazioni contrastanti indicano la non corrispondenza tra la giurisdizione ecclesiastica e quella civile e sono indice di uno stato di tensione tra la Diocesi di Adria ed il ducato di Ferrara, dovuta alla posizione strategica di quest’area posta nei pressi del confine settentrionale del Tartaro. Qui dal 1005 è attestata la pieve di Sant’Andrea di Arquà che incamerò i fundi e le massae sopra citate.

    Ad ulteriore riprova dell’importanza strategica di tutta quest’area, sta la scelta da parte di Guglielmo degli Adelardi di costruirvi nel 1146 uno dei castella parva a difesa dei confini ferraresi, contro la minaccia degli Estensi che possedevano Rovigo ed aspiravano ad impossessarsi di una cospicua parte del territorio polesano. Il castello di Arquà è l’unico superstite di un sistema di fortificazioni documentate a Pontecchio, Maneggio, Fratta poste lungo il confine ferrarese, volte a contrastare l’avanzata della casata estense.

    La presenza del castello arquatese, con la sua torre ampiamente rimaneggiata, è una testimonianza fondamentale dell’importanza strategica del luogo, ma le conoscenze relative alle ampie aree poste nei dintorni ed abitate in alcune parti, sono molto scarse. E’ probabile infatti che le strutture fortificate fungessero in momenti di crisi da punto di raccolta delle popolazioni, che abitavano le campagne limitrofe e potevano trovare rifugio e protezione da eventuali scorrerie, per tornare a svolgere le loro abituali attività in tempi di pace.

    Per questo motivo risultano essere particolarmente significative le testimonianze archeologiche rinvenute spesso casualmente a seguito di scassi o arature profonde, che attestano la presenza di insediamenti anche di ridotta entità nell’agro circostante. Oltre al rinvenimento di frammenti di ceramica grezza e pietra ollare in alcune aree a sud est di Rovigo, è da ricordare lo scavo effettuato nel 2005 in località Casette di Grignano con il recupero di materiale di epoca romana riutilizzato ed alcuni frammenti di catini coperchio in ceramica refrattaria, un tipo di contenitore particolarmente diffuso tra IX e XV sec., probabilmente utilizzato come forno trasportabile. La scoperta, anche se non molto ricca di reperti, ha permesso di ricavare una continuità di frequentazione di alcune parti dell’antica centuriazione romana, poste in zone più favorevoli all’insediamento, lungo fasce dossive ed in prossimità di diramazioni fluviali minori.

    Considerata l’importanza dal punto di vista strategico di quest’area e la presenza anche se sporadica, di testimonianze di epoca altomedievale, sarebbe opportuno avviare mirate ricerche in tutta la zona, soprattutto in prossimità di località citate nei documenti dell’epoca.

    Un ruolo fondamentale a tale scopo, viene ad assumere la località di Cornè, per la funzione confinaria tra diocesi di Adria e ducato di Ferrara. Qui l’analisi delle foto aeree ha recentemente evidenziato una singolare struttura, in parte sconvolta dalla Transpolesana e per un settore non visibile sul suolo agricolo. La forma è comunque riconducibile ad una superficie rettangolare di circa un ettaro, contornata da fossato, all’interno della quale con lo stesso orientamento un altro fossato delinea un’area, pure rettangolare con i lati di circa m. 30×40. Anche se mancano dati utili ad ipotizzare la funzione di tale evidenza, sarebbe opportuno approfondire le indagini, per chiarire se si tratti di una fortificazione medievale, o siano tracce di una costruzione più antica.

    Scavi, ricognizioni dall’alto e da terra, ricerche e studi tuttora in corso elevano queste terre (vediamole anche come simbolico cuore) tra le più significative della storia del Polesine.

    I siti archeologici sono sempre più minacciati dall’espansione di centri commerciali ed artigianali a ridosso di due importati arterie stradali, alle quali si inserirà a breve una nuova autostrada. Già le prossime lottizzazioni andranno ulteriormente a coprire luoghi intensamente abitati dagli Etruschi, centuriati dai Romani, contesi e difesi in epoca medievale. Ormai nemmeno il suolo riesce a salvaguardare quanto per oltre tremila anni ha saputo custodire.

    E’ auspicabile recuperare per quanto possibile queste testimonianze, trasferendole almeno nel museo, ma sarebbe ancora più opportuno giungere a progetti vivi di ricerca sul campo e – perché no?- ad un parco-laboratorio della storia di queste terre, che rispecchiano anche la storia dell’intero Polesine.

  • Nella camera dei salami

    Nella camera dei salami

    Il Polesine ha una tradizione che si impasta con la sua storia, che respira tra i filari dei campi e cresce col succedersi delle stagioni nelle corti rurali, così lontane nel tempo e così presenti nel quotidiano, anche di coloro che non ricordano più quando maturano le zucchine. La tradizione della macellazione del maiale è la sopraffina arte, tramandata di norcino in norcino, di scegliere la carne e ricavarne superbi salumi.

    A dire la verità, ogni polesano sa bene che del maiale non si butta(va) niente e che, oltre alla carne per salami, pancette, prosciutti e al lardo, del maiale si usavano anche gli ossi, i budelli, le setole.

    Il detto “esser nati in tlà càmara dî salami”, ha un’origine che va spiegata. Nasce dal fatto che la stanza dove venivano posti ad essiccare i salumi nei primi 15 giorni di vita, era, di solito, una stanza al piano superiore della casa rurale, quella più calda che stava sopra la cucina dove c’era il camino e dove dormivano i padroni di casa. Il calore saliva, il legno delle travi e dei pavimenti assorbiva o rilasciava l’umidità e nasceva… la vita. Il sapore della vita.

    In città, dove già si perdeva il senso delle radici, non c’era la “càmara dî salami” e non s’è trovato di meglio che utilizzare quest’immagine, a suo modo poetica, per bollare coloro che provenivano dalla campagna, come gente quasi di seconda classe, diversi.

    Ma la storia si prende le sue rivincite con gli interessi. I figli di quella gente di città, che sono i moderni consumatori, oggi cercano ansiosamente i figli di quelli nati “in tlà càmara dî salami” perché riconoscono che solo loro possono dargli un prodotto alimentare genuino, che non è un cibo qualunque, ma è così intriso di tradizione e di profumi della terra, che ha un sapore amico, che dà la sensazione di ritrovare le radici perdute. E la tradizione diventa business.

    Oggi le aziende agricole hanno la possibilità di vendere un prodotto che è sapere e sapore e che nessun alimento industriale potrà eguagliare. E qual è il prodotto agroalimentare che più di altri incarna la tradizione del Polesine? I salumi, naturalmente.

    La tecnica dei padri

    «Il salame polesano è diverso da tutti – spiega Mauro Girello, presidente di Terranostra e titolare nel Delta a Porto Tolle, dell’agriturismo La Fraterna che prepara insaccati di maiale in proprio. Forse è l’aria, il clima, il differenziarsi delle stagioni, perlomeno fino a qualche anno fa. La lavorazione dell’impasto non è molto diversa da tempo».

    La tradizione insegna che le mezzene di maiale devono restare appese una giornata per scolare e raffreddare le carni. Quindi si toglie la cotenna, le parti grasse ed il lardo.

    «Il lardo macinato, bollito e fatto addensare forma lo strutto – spiega Girello – che può essere usato per friggere e per condire, ma che nella cucina moderna si usa molto poco. Dalle parti grasse si ricavano le “cicciole”, che sono dei residui di carne, che si usano per pani e focacce».

    La carne viene, quindi, sezionata e disossata. Le parti rosse, meno pregiate, più ricche di sangue, sono miscelate alla cotenna e macinate. Questa è la base per il cotechino.

    Gli ossi venivano conservati dentro cassette di legno, disposti a strati alternati al sale, che ha la proprietà di conservante. Si mangiavano per una trentina di giorni e si usavano per fare il brodo.

    Il prosciutto viene messo da parte se si vuole procedere alla stagionatura, altrimenti la sua carne viene unita al resto dell’impasto dei salumi. Un’altra parte che veniva separata dalla carne da macellare erano le bracciole (il filetto), che venivano disossate e appese una decina di giorni nella mitica camera dei salami. quindi venivano immerse nello strutto entro recipienti di legno per essere consumate durante l’inverno. Una sorte che toccava anche alle oche, alle anatre e agli stessi salami, che si volevano mantenere più morbidi seppur stagionati.

    Quando si estraeva un salame dallo strutto, per colmare il buco e non permettere all’aria di irrancidire il resto del conservato, si metteva una bottiglia con acqua calda: lo strutto sciogliendosi aderiva alle pareti e diventava come un silicone sigillante. Operazioni che non si fanno più.

    «Le parti riservate per i salami – continua Girello – venivano e vengono tuttora macinate e conciate con sale, pepe, vino; qualcuno aggiunge aglio e tutto viene miscelato fino al giusto punto di amalgama. Qui è l’occhio del norcino che fa la differenza e decide quando è sufficiente. L’operazione di impastare la carne è fatta a mano; è faticosa ed è molto importante».

    Normalmente si stende la carne sul tavolo, vi si creano dei buchi dove viene inserito il condimento. Poi si sposta il tutto da un capo all’altro del tavolo diverse volte e si usa anche fare dei pugnetti di impasto e sbatterli sul piano per favorire lo scioglimento del sale.

    «C’è l’abitudine del “tastatale” – chiarisce Girello – ossia si prende un pezzetto d’impasto e lo si mette a cuocere in un tegamino, poi si assaggia. In questo modo si sente se l’impasto è buono e sufficientemente salato, prima di procedere ad insaccare».

    Le setole del maiale venivano raccolte e utilizzate per fare spazzole. Una parte degli ossi, macinati, venivano sciolti per confezionare il sapone. Il sangue veniva raccolto per fare il sanguinaccio. Lo stomaco (la trippa) veniva usato per minestre in brodo di ossi, soprattutto nel Basso Polesine. I budelli, lavati, venivano usati per insaccare i salami.

    I budelli

    La tradizione più rigida vuole che i salumi si insacchino nel budello di maiale stesso. Essendo più grassi permettono la stagionatura mantenendo la carne del salume più morbida.

    Questa è la parte artistica del procedimento. L’uso del tipo di budello dipende dalla tipologia di salume e dalla stagionatura che si vuole ottenere.

    Il budello gentile, ovvero la parte finale dell’intestino del maiale, permette una stagionatura morbida, ideale per locali asciutti o secchi.

    Il budello di bue. Consente una stagionatura veloce ed il salume va consumato nel giro di 80 giorni altrimenti si secca troppo e indurisce.

    La bóndola. E’ la vescica del maiale e consente di creare “il salame polesano” per eccellenza. Dai 3 agli 8 chili, cotta in acqua e accompagnata dal purè come nel Medio-Alto Polesine o affettata a crudo come nel Basso Polesine, la bóndola è la regina della cucina invernale fino a Pasqua, quando è tradizione consumare l’ultima bóndola invecchiata dall’anno prima.

    La zia (“bondlóso”, in area Delta). E’ il prestomaco del maiale, spesso e grasso, che conferisce un sapore particolare.

    La cornetta di manzo. Per i salami più grossi. Pancetta (pancia) e coppa (parte iniziale del lombo) vengono messe in salamoia con vino, sale e pepe per qualche giorno, quindi insaccate nella cornetta di manzo, legate e appese per la stagionatura.

    Asciugatura e stagionatura

    La tradizione vuole che l’asciugatura dei salumi avvenga nei primi 10-15 giorni, appesi alle travi della famosa “càmara dî salami”, che modernamente sarà un locale apposito. E’ la fase più delicata, fatta di equilibri di umidità e temperatura, dove si rischia di buttare tutto se non interviene l’occhio esperto.

    Poi la stagionatura vera e propria. Sempre la tradizione vuole che dalla camera dei salami, gli insaccati fossero trasportati in cantina o, comunque, in un altro locale. La gestione di questo periodo, con una continua cura da parte dell’operatore che sorveglia la temperatura, intervenendo a contenerne gli sbalzi, controlla lo spuntare della muffa e regola l’umidità è un’operazione amorevole, che somiglia alla cura della madre per il figlio.

    Dopo il primo mese, i salumi sono ormai al sicuro.

  • A Corte Carezzabella

    A Corte Carezzabella

    Per quanti abitano a San Martino di Venezze, paese che sorge presso l’argine destro dell’Adige, dopo che il fiume ha lasciato il territorio comunale di Rovigo, l’azienda agricola che ci accingiamo a visitare è nota col nome “Il Frutteto di San Martino”; per i turisti, che dalla scorsa estate hanno iniziato a frequentarla, è l’agriturismo “Carezzabella”; per gli appassionati d’arte rappresenta forse la corte rurale raffigurata da De Chirico nel suo quadro intitolato “Mistero e malinconia di una strada”.

    Cerchiamo dunque di chiarire i tre aspetti.

    1. “Il Frutteto di San Martino” è un’importante azienda agricola di proprietà, a partire dagli anni sessanta del secolo scorso, dei fratelli Reato, ben noti in Polesine soprattutto come imprenditori nel settore dei laterizi. Il fondo, che si estende su 60 ettari, è destinato alla produzione di frutta (pesche, albicocche, fragole, pere, susine, uva) e ortaggi stagionali, che poi trovano collocazione diretta presso i consumatori tramite tre negozi di vendita direttamente gestiti.

    2. “Corte Carezzabella” è il nome con cui viene promossa la struttura ricettiva nata dal recente restauro dell’immobile un tempo destinato a fienile, officine e deposito attrezzi. Un rilevante e riuscito intervento di recupero dell’ala occidentale della grande corte, quella più lontana dalla pubblica via e quindi isolata dagli eventuali rumori provenienti dall’esterno.

    Nell’insieme il complesso architettonico, costruito nei primi decenni del ‘900, si presenta come una strutturata a ferro di cavallo che si sviluppa attorno ad un ampio spazio un tempo destinato ad aia per essiccazione delle granaglie, ed oggi del tutto sgombro e dominato da un bell’esemplare di magnolia.

    Va detto che il termine coniato per l’accoglienza “carezza-bella”, se da un lato si ispira alla piacevole carezza di un refolo che qui giunge dall’Adige, dall’altra deriva da una lenta trasformazione di un toponimo locale che nel linguaggio polesano indicava una bella strada interpoderale: una “carezà bela”. Caduto l’accento finale e aggiunta una z, ecco modificata la strada in una carezza, termine quest’ultimo più indicato alla promozione turistica.

    3. E veniamo a De Chirico che nel suo quadro ritrae la fuga di arcate di una corte rurale che in effetti manifesta somiglianze con quella riscontrabile nel complesso di San Martino di Venezze. Il pittore “metafisico” nella sua opera ci comunica lo stupore misterioso di un’architettura immersa in un paradossale silenzio alieno dalla presenza umana. La quale però appare quasi all’improvviso, (paradosso nel paradosso) nelle vesti di una bimba che rincorre un cerchio. Nulla più.

    Un’assurdità il silenzio e la mancanza di persone e animali in un ambiente rurale del primo Novecento. Questa non era certo l’atmosfera che caratterizzava la corte di San Martino di Venezze quando sorse nel secolo scorso, contraddistinta da un’alacre attività produttiva, che al tempo richiedeva una consistente presenza di lavoratori.

    Ma oggi è tutto è cambiato. Non c’è più la stalla con i buoi che alzano i loro muggiti, non c’è più il fabbro né il falegname con i suoni tipici dei loro laboratori, non ci sono i rumori della trebbiatura, né i richiami dei lavoratori. Oggi c’è il silenzio. Ma non il silenzio esasperato, misterioso ed inquietante di De Chirico, piuttosto quello gradevole contrassegnato dall’assenza del frastuono che soffoca le grandi città. Corte Carezzabella si presenta dunque come un’isola felice, preservata dai ritmi frenetici che troppo spesso connotano la nostra società.

    “Il silenzio, la tranquillità e l’ambiente gradevole sono proprio quello che gli ospiti dell’agriturismo cercano e trovano qui a Carezzabella” dice Maria Pia Reato accogliendo una piccola delegazione del FAI in visita alla rinnovata struttura.

    Settembre è appena iniziato. La campagna, perdendosi all’orizzonte, si presenta ordinata ed ancora verdeggiante, mentre le attività del Frutteto indicano che ci si sta predisponendo per le imminenti operazioni di vendemmia.

    Anche il vino dunque? “Certo – osserva la nostra gentile guida, mentre ci portiamo verso il porticato, gradevolissimo punto di prima accoglienza -. Noi produciamo il ‘Temetum’, un autentico vino di origine polesana derivato da un sapiente incrocio di merlot e cabernet. Il nome? Lo abbiamo mutuato dal latino. Questa era una zona abitata dagli antichi romani che avevano dato vita ad un’importante centuriazione. Temetum, come indica anche S. Agostino, è sinonimo di vino puro”.

    Entriamo frattanto nel salotto che funge da reception, dove iniziamo a stupirci per l’intelligente intervento di recupero che ha dato vita ad un ambiente particolarmente accogliente: il mobilio, i quadri, gli arredi sono tutti intonati agli anni antecedenti la seconda guerra mondiale, forse il periodo più interessante vissuto dalla grande corte prima dell’attuale rinascita. Ma c’è un pezzo di particolare pregio sotto il profilo antiquario: una grande carta del Polesine su cui si focalizza l’attenzione.

    “E’ una rappresentazione del ‘700 – ci informa la signora Maria Pia – da poco tornata ad una totale leggibilità grazie al certosino intervento dei monaci restauratori dell’abbazia della Praglia. E proprio qui si legge Carezà bella ad indicare che la località può esibire una storia secolare”.

    Nell’angolo, vicino alla grande storica mappa, ecco aprirsi, indicato dalla nostra gentile guida come uno scrigno prezioso, un armadietto con le ‘delizie’ dell’agriturismo: le confetture di Corte Carezzabella confezionate dalle signore della grande famiglia Reato, disponibili a coinvolgere anche gli ospiti nei vari momenti stagionali in cui si procede a dar vita alle confetture di fragole, pesche, albicocche, ciliegie, more ed altro.

    Una grande famiglia, dicevamo, mentre si affaccia sulla soglia il sig. Giuseppe Reato, noto imprenditore nel settore dei laterizi, che qualche anno fa ha assunto anche la presidenza degli Industriali polesani.

    L’agriturismo Corte Carezzabella – interviene – è nato dalla decisione della nostra famiglia di conservare e dare nuova vita alla costruzione agricola che ha incrociato la nostra strada quasi per caso, in conseguenza del nostro precedente impegno sul fondo destinato a frutteto. E’ per noi un nuovo mestiere, un lavoro che ci sta appassionando e riunisce provenienze diverse: chi dall’industria, chi dalla musica, chi dallo sport, chi dalla vita di casa”.

    “Era un sogno tenuto vivo nel corso degli anni – continua la signora Maria Pia – quello di dare vita ad una struttura di accoglienza di tipo agrituristico. Perciò, specialmente noi signore, quando ci imbattevamo in qualche significativo pezzo del passato proveniente dalla nostra famiglia, o trovato nelle soffitte della corte, avevamo cura di preservarlo e di restaurarlo per un ipotetico futuro, senza sapere esattamente quando avrebbe potuto essere utilizzato”.

    Raggiungiamo frattanto l’ampia sala da pranzo già preparata per una cena importante che ci sarà alla sera e poi, tornati sotto il porticato, ci dirigiamo verso la biblioteca della corte, un ambiente anche questo esclusivo, con volumi di varia natura: in bella vista quelli di interesse turistico.

    In un angolo una cassapanca con la data 1936 (probabilmente l’anno di nascita della grande corte); poi uno storico organetto ed altri oggetti che rimandano ad oltre mezzo secolo fa, comunicandoci l’atmosfera delle buone cose del tempo passato.

    Ci raggiungono frattanto altri componenti della grande famiglia Reato, la signora Cristina, la signora Eugenia e la giovane Chiara. Quest’ultima col fratello Tommaso (figli di Giuseppe) rappresenta assieme a Pierluigi e Rosa Maria (figli di Antonio) la generazione dei giovani, quella che ha iniziato a promuovere l’azienda tramite internet e che intende ricavare una vera opportunità di lavoro e di vita dalla struttura di accoglienza da poco avviata, con l’aiuto s’intende di tutti i componenti delle famiglie Reato.

    Accediamo frattanto al piano superiore, l’ex fienile e granai, dove abbiamo la sorpresa, più imprevista, di trovare le stanze strutturate come piccoli appartamenti su due livelli: zona giorno con ingresso, salottino e bagno alla base; zona notte ospitata nel soppalco mansardato. Arredamento ovviamente in sintonia con lo stile rustico della campagna che dalla finestra si profila sconfinata all’orizzonte.

    Al centro del mondo! Viene spontaneo notare.

    E’ così! E’ la risposta: Qui ci troviamo a 10 Km. da Rovigo, a 20 dai Colli e dalle Terme Euganee, a 35 da Ferrara, da Padova e dal Parco del Delta, a 60 da Venezia e Ravenna, poco più da Verona e Mantova.

    E qui si respira aria buona, in un’atmosfera che sa di casa e di sapori genuini; un’atmosfera che gli ospiti sanno apprezzare fin dalla colazione della mattina con le torte e le crostate guarnite con le tipiche confetture della corte. A pranzo e a cena un posto di rilievo viene sempre riservato alle verdure appena raccolte. Si punta dunque su una cucina casereccia con piatti della tradizione, preparati con i prodotti tipici dell’azienda agricola.

    Per i gruppi, poi, gli spazi a disposizione non mancano e la festa può assumere vari aspetti: da quello più culturale e soft allietato da un concerto di musica classica, a quello più allegro del ballo sull’aia per la vendemmia. Tutto questo ed altro ancora a Corte Carezzabella. In Polesine.

  • La Madonnina del Salice Piangente

    La Madonnina del Salice Piangente

    Gli alberi hanno sempre avuto una grande importanza simbolica in tutte le religioni, legando ad essi le più antiche forme della spiritualità umana. Ritenuti il tramite che unisce, con le radici e con la chioma, la terra con il cielo, essi furono considerati anche immagine dell’uomo stesso, con piedi (radici), corpo (fusto) e testa (chioma). L’”amico” albero, un essere vivente senza parola, un “fratello” come avrebbe detto San Francesco che, come l’uomo, nasce, cresce e muore.

    Presso i celti, i druidi (sacerdoti), traevano energia per i loro riti sciamanici dai boschi di querce ed anche il paganesimo greco-romano si avvaleva di alberi e selve dedicati alle proprie divinità mitologiche.

    Con l’affermarsi del cristianesimo, l’albero continua ad essere protagonista nella nuova simbologia sacra; tutti abbiamo presente la vite, immagine della Chiesa di Cristo, l’agrifoglio simbolo del Natale, ma è specialmente il culto della Vergine Maria che si lega in modo preferenziale alla presenza di alberi. Il nome di molti santuari mariani ce lo testimonia: Madonna della Pioppa, Madonna del Frassino, Madonna dell’Olmo, della Quercia, ecc. Anche il culto della vicina Madonna di San Genesio (Stienta), sembra sia nato da un’immagine miracolosa della Vergine, in origine collocata sopra un albero. E che dire della sacra casa di Nazareth trasportata dagli angeli in un bosco di lauri? (santuario di Loreto).

    Ma veniamo alla storia della Madonnina del Salice Piangente di Runzi, ultimo esempio di devozione popolare in questo piccolo angolo del Polesine dove le icone mariane sugli alberi hanno una tradizione antica (anche Gisa Calzaverini se n’era interessata nel suo celebre scritto “L’Albero Sacro” di Runzi). Nel nostro caso, non ci sono di mezzo miracoli o eventi straordinari, tutto è avvenuto per opera di gesti umani consapevoli; ugualmente in questa storia c’è una profonda spiritualità che emerge da ogni atto dei protagonisti.

    La vicenda inizia circa tre anni fa, quando l’addetto alla raccolta dei rifiuti si accorge che nel cassonnetto delle immondizie posto vicino al cimitero di Runzi, è stata buttata un’immagine della Madonna, uno di quei bassorilievi che si usava appendere sopra il letto o il comodino. Il brav’uomo non se la sente di schiacciarla nel camion compattatore, perciò la ripone appoggiata al muro del cimitero, vicino ai gradini della porta d’accesso. Rino e il povero Norge, due runzesi che quasi ogni giorno si recano a far visita ai loro defunti, se ne accorgono per primi e sono entrambi dell’avviso che l’immagine sacra non può rimanere in quella indecorosa posizione. Che fare?

    Norge ha un’idea: appenderla ad uno dei salici piangenti che stanno davanti al cimitero. Rino è d’accordo, ma ci vorrebbe un chiodo che in quel momento entrambi non hanno e non saprebbero dove trovarlo. E, mentre sconsolati guardano l’immagine di Maria, ecco che lì vicino vedono per terra un chiodo, uno di quei chiodi lunghi che usano i muratori per fare i casseri. Casualità? Pura coincidenza? Forse. Usando un mattone per martello, i nostri due appendono la Madonnina al salice piangente alla sinistra dell’ingresso.

    Qualche tempo dopo, passa di lì la Maura, si ferma davanti alla Madonnina per una preghiera o forse solo per curiosità, ma sente che quell’immagine sacra non può rimanere esposta alle intemperie, ha bisogno di protezione. Perciò si reca da Vinicio, che è un fac-totum di abilità manuale e lo convince a costruire una nicchia in legno, mentre lei provvederà ai merletti di contorno. Vinicio è uno che per queste cose non si fa pregare due volte e in poco tempo la Madonnina viene collocata all’interno di un piccolo e grazioso capitello in legno, bordato dei candidi pizzi della Maura.

    Da allora è diventata la Madonnina del Salice Piangente: la moglie di Rino l’ha adornata con finti fiori di campo, altre donne con corone del rosario e simboli devozionali. Quasi tutti prima d’entrare nel cimitero si fermano per un’Ave Maria e ogni tanto qualche ignota mano lascia un’offerta, che viene raccolta e consegnata alla locale parrocchia.

    Come mai tanta devozione? La visita ai defunti si sa, evoca sempre ricordi dolorosi e a volte le proprie forze non bastano per superare momenti di sconforto. E allora si ricorre a Lei, consolatrix afflictorum, che col suo sguardo sereno e materno infonde coraggio per la vita terrena e certezze per quella futura.

  • Ritorno alla Buora

    Ritorno alla Buora

    “Nella piatta campagna, ormai ridotta a un deserto di vita dalla moderna agricoltura, la Valle della Buora di Salvaterra rappresenta un’oasi importante anche se di minima estensione. La sua ricchezza sta nella storia che ci sa raccontare, e nella biodiversità che ci sa offrire”. Con queste parole concludevo l’articolo “Nella Valle della Buora” pubblicato nel numero 21 (luglio 2000) del “Ventaglio”. Lo scritto presentava per la prima volta al pubblico questa zona, che già da una decina d’anni veniva studiata dai volontari della Sezione polesana del WWF.

    La scoperta della Valle

    La Valle è sita nel Comune di Badia, frazione Salvaterra, nella zona de “Le Giare”, lungo il corso del condotto Valdentro e nei pressi della strada che da Ramodipalo scende verso Canda. La “scoperta” avvenne agli inizi degli anni ‘90 nel corso delle nostre escursioni alla ricerca dei frammenti di natura ancora presenti qua e là nelle campagne. Per scoperta si intende il riscontro dell’importanza dal punto di vista naturalistico della Buora.

    Un’area questa conosciuta localmente, ma dai più valutata null’altro che un terreno incolto. Viceversa agli occhi del naturalista la Valle appariva caratterizzata da una ricca vegetazione tipica delle zone umide, in particolare dalla Carice, ormai rara in Polesine, che qui trovava una delle poche aree residue¹. Canneto, carici, pioppi, salici e tife creavano un ambiente adatto ad una ricca fauna, dagli anfibi agli uccelli.

    Spiccavano per abbondanza i passeriformi, le gallinelle d’acqua e gli aironi, mentre tra gli anfibi trovavamo la Testuggine di palude, il Tritone e la Rana di Lataste.

    Ed altrettanto importante era la Buora per via della storia che ci raccontava: storia di antiche grandi paludi, che nei tempi antichi occupavano questa parte della nostra provincia; storia di fiumi scomparsi e di antichità romane.

    In epoca romana l’area probabilmente era più favorevole all’insediamento, come dimostrano i ritrovamenti archeologici effettuati in zona e descritti dall’archeologo polesano Enrico Zerbinati², e conservati al Museo Civico “A. E. Baruffaldi” di Badia e al Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo. Si veda, a questo proposito, un altro articolo apparso su questa rivista e curato da S. Rossato³.

    Recentemente poi, durante la costruzione dell’Autostrada Valdastico, sono stati portati alla luce resti di una fornace dell’epoca romana, alcune tombe alla “cappuccina”, lo scheletro di una volpe, cimeli funerari e reperti lignei risalenti al primo secolo dopo Cristo. Tali reperti sono per ora custoditi presso il Museo di Adria in attesa del loro restauro, finanziato dalla Società Autostrade Brescia – Padova. Il recupero dei reperti è stato possibile grazie a una campagna di scavo che la Società ha affidato all’Università di Padova, in stretta collaborazione con la Soprintendenza Archeologica.

    Una zona di bassura

    Va ribadito che la Valle – a differenza di quanto recentemente riportato – non ha avuto origine da un “probabile” asporto di terreno per le fornaci. Come già a suo tempo dimostrato, l’area era infatti presente, con caratteristiche simili alle attuali, già nelle mappe catastali di inizio Ottocento. Recenti studi geologici hanno chiarito ulteriormente questo aspetto, evidenziando che l’area appartiene a una “zona di bassura” che va da Badia fino a Lendinara ed è delimitata dai dossi fluviali dell’Adigetto⁴ a Nord e dal paleoalveo del Boalto a sud.

    E così, mentre i terreni dei paleoalvei sono ricchi di sabbia portata dai fiumi, la zona intermedia, ove insiste la Buora, è caratterizzata da argille poco permeabili, ove l’acqua della falda freatica, molto superficiale, tende a ristagnare⁵.

    Tale ristagno è facilitato dal fatto che proprio qui i terreni cambiano pendenza, essendo questa maggiore tra Badia e la zona della Buora, al ponte della Dozza, rispetto alla restante campagna fino a Fratta⁶.

    Una riprova di questa estesa bassura si ha anche dall’osservazione della rappresentazione cartografica del Polesine: si nota infatti che tutta la zona compresa grossomodo tra Badia, Lendinara, Canda e Fratta è priva di insediamenti, mentre vi si trovano località dai toponimi che rimandano al passato palustre: Salvaterra, ai confini, (chiamata così perché essendo più alta era salva dalle acque) le Giare, Sabbioni, via Vallazza, la Madonna dei Cuori, da cuoro, luogo paludoso⁷.

    Va ancora ricordato come questa sia l’area che per tanto tempo fu occupata da vaste paludi, le “Valli di San Biagio” e la “Valdentro”, regimentate grazie al secolare lavoro delle bonifiche. Dai nostri sopralluoghi e dallo studio del territorio, avevamo dunque compreso che la Buora rappresentava proprio l’ultimo residuo di queste valli.

    La richiesta di tutela e l’incredibile sfregio

    Un bene naturale ma anche di interesse storico ed archeologico dunque. Un biotopo importante meritevole di tutela. E per tale motivo era stato descritto sul Ventaglio e in altre pubblicazioni⁸. Inoltre era stata fatta richiesta dal WWF di apposizione di vincolo di bellezza d’insieme ai sensi della L. 1497/1939 già nel 1995, richiesta reiterata dal WWF e contemporaneamente dai Sig. Silvano Rossato e Claudio Vallarini nel 1992. Per di più la Valle era protetta dalla “Legge Galasso” riguardante la tutela delle zone di particolare interesse ambientale, trovandosi entro 150 metri dalle sponde dello Scolo Valdentro, corso d’acqua tutelato.

    Tutto ciò ci rassicurava, e mai avremmo immaginato… che un brutto giorno (per la precisione sabato 9 novembre 2002), avremmo trovato… ruspe e trattori all’opera con l’obiettivo di eliminare il sito di pregio naturalistico.

    Ci attivammo immediatamente, con telefonate, e-mail, raccomandate ed esposti. Tutte le possibili autorità competenti a livello locale, provinciale e regionale furono avvisate. Stilammo comunicati che furono ripresi più volte nei giorni successivi dalla stampa, ma non si mosse nessuno e dovemmo assistere impotenti allo sbancamento totale dell’area.

    Solo quando ormai non c’era più nulla da fare o da salvare si ordinò la sospensione dei lavori. Negli anni successivi seguì il processo, al quale partecipammo come testimoni, ma che si concluse in un nulla di fatto per decorrenza dei termini. Una brutta storia all’italiana dunque!

    La svolta

    La rabbia e la frustrazione furono tante. Ma ecco verificarsi un fatto inatteso: il Consorzio di Bonifica Polesine Adige – Canalbianco individua in quella zona una possibile area per la creazione di un bacino di espansione per le acque. Provvede quindi all’acquisto di quella che un tempo era stata la Valle, e decide di rivolgersi al WWF per un progetto comune di restauro ambientale.

    Ripartono dunque i lavori, questa volta non interessati a distruggere, ma a ricreare.

    L’obiettivo del Consorzio è quello di realizzare un bacino che funga sia da cassa di espansione che da accumulo dell’acqua, in modo da regolare le piene e da ridistribuire le acque ai terreni agricoli in caso di bisogno. L’acqua rappresenta infatti un bene prezioso, una risorsa che deve essere curata (“l’oro blu”, nella definizione del Direttore del Consorzio, Carlo Piombo). Una necessità idraulica diviene anche un’occasione unica per ricreare, per quanto possibile, un’area naturalistica.

    Si creano quindi i presupposti per attuare quanto già previsto da un protocollo d’intesa firmato nel 2007 fra l’Associazione Nazionale Bonifiche, Irrigazioni e Miglioramenti Fondiari (ANBI) e il WWF nazionale, che prevede di realizzare azioni sinergiche tra i due enti che, ognuno con il suo punto di vista, si occupano entrambi del territorio.

    La creazione dell’oasi della Buora rappresenta il primo esempio in Italia di tale collaborazione. Il progetto attuato dal Consorzio di Bonifica, oltre all’aspetto idraulico ha tenuto conto delle indicazioni del WWF locale⁹, e i risultati già si vedono.

    A soli pochi mesi dall’importante intervento di rinaturalizzazione, l’assiduo e attento monitoraggio permette di testimoniare il ritorno progressivo di animali e piante, tanto che finora sono già circa un’ottantina solo le specie di uccelli avvistate dagli ornitologi del WWF.

    Il risultato di questa fase iniziale di studio è stato presentato al Convegno dei Faunisti Veneti nel 2008¹⁰. Oltre a Germani reali, Aironi, Folaghe, si sono rivisti animali rari come il Piro-piro boschereccio, il Cavaliere d’Italia, la Pantana, la Pettegola, il Corriere piccolo. Di notevole interesse la segnalazione del ritorno della Testuggine palustre, proveniente probabilmente dal canale Valdentro.

    La cerimonia inaugurale

    Il 2 ottobre scorso una cerimonia, tenutasi all’ex oratorio Sant’Antonio di Badia, ha sancito la nascita dell’Oasi. Sono intervenuti il Presidente del Consorzio di Bonifica Marino Bianchi e il Direttore Carlo Piombo, i Sindaci di Badia e Lendinara Fantato e Ferlin, il Presidente della Coldiretti Valentino Bosco e l’Assessore provinciale all’ambiente Giuliana Gulminelli.

    Il Dir. Piombo ha ricordato che, per realizzare il progetto, la spesa complessiva è stata di circa 1.320.000 euro, compresi i costi di acquisizione, le opere idrauliche, i movimenti di terra e le piantumazioni.

    Attualmente i bacini occupano circa sette ettari sul totale dei dieci dell’area, con un invaso complessivo di 105.000 metri cubi che fungono da valvola di sfogo atta a contenere i fenomeni alluvionali.

    Eddi Boschetti, responsabile del WWF polesano, si è detto convinto che sia “importante che si arrivi a una sintesi fra il pensiero ambientalista e di chi ha l’obbligo di gestire e pianificare il territorio”. Inoltre la Buora non resterà un’oasi in mezzo al deserto. E’ stato infatti varato un progetto di “corridoio ecologico” che unisce la Valle alle zone circostanti e, attraverso una pista ciclabile, arrivi fino a Badia.

    Il ripristino è già iniziato¹¹, e comprende la nuova area bosco-prativa dell’estensione di un ettaro (fondo Cave Bozzolan), e un frutteto biologico di oltre 10 ettari (Azienda Agricola Farinazzo. “La Buora rappresenta così un punto di partenza per sviluppare una rete di sinergie che vada a valorizzare l’oasi e le zone limitrofe” ha concluso Boschetti.

    Al termine della presentazione tutti i convenuti, comprese due classi della scuola media di Badia, si sono portati all’Oasi, dove si è potuto vedere quanto realizzato, comprese le piantumazioni di arbusti e querce, le postazioni e la torretta da bird-watching per osservare in tutta tranquillità gli animali.

  • Destinazione il Giardino Botanico

    Destinazione il Giardino Botanico

    Domenica 20 Settembre, contrariamente alle previsioni meteo, si presenta come una giornata splendida. L’aria del primo mattino è frizzante e, come prevede il programma della FIAB, oggi gita a Rosolina al Giardino Botanico: in treno più bici, come è abitudine degli Amici della Bicicletta usare mezzi alternativi all’automobile.

    Avevamo previsto di prendere il treno a Rovigo caricandovi le nostre bici per arrivare sino a Rosolina, punto di partenza del nostro giro. Tutto programmato. Purtroppo, come ormai succede di frequente, ci sono problemi con Trenitalia perciò, a malincuore, dobbiamo optare per la macchina.

    Ci troviamo in Piazza d’Armi in Via Tre Martiri a Rovigo. Ci contiamo, siamo una ventina, carichiamo le nostre bici cercando di impegnare meno auto possibile, poi… pronti, via, si parte.

    Arrivati a Rosolina scarichiamo, controlliamo il bagaglio, gli zainetti le borracce: tutto è pronto, ma prima… un buon caffè. Raggiungiamo per strade interne il Po di Brondolo, importantissima opera di canalizzazione, realizzata nel 1923, che permette la navigazione per acque interne da Venezia al Po. Proseguiamo per la strada sterrata arginale, fiancheggiando il fiume, mentre osserviamo le dune fossili e gli orti che caratterizzano il territorio di Rosolina. Ben curati geometrici con le varie sfumature di verde dovute ai diversi ortaggi.

    Ci dirigiamo verso la Conca di Cavanella dove il Canale di Brondolo si immette nell’Adige, e di lì a poco ci accingiamo ad attraversare con cautela la strada statale Romea, come sempre molto trafficata. Proseguendo per strada sterrata, questa lungo l’argine dell’Adige, fiancheggiamo la strada che porta a Rosolina mare. Dopo un po’ lo sterrato diviene difficilmente praticabile: decidiamo di abbandonare la ghiaia per la strada asfaltata, più trafficata ma più tranquilla per i pneumatici, auspicando in cuor nostro, una futura sistemazione a pista cicloturistica. Se ne parla tanto…

    L’aria comincia a scaldarsi e qualcuno si toglie la prima maglietta. Arrivati all’incrocio che porta in centro a Rosolina mare deviamo per Porto Caleri, imboccando il bellissimo viale alberato che ci porta alla nostra meta. Siamo un po’ sorpresi dal passaggio di parecchie vetture che conducono i bagnanti verso la spiaggia: siamo oltre la metà di Settembre, ma la bella giornata fa sembrare ancora piena estate. Le bici sobbalzano sull’asfalto per le continue cunette dovute alle radici dei pini marittimi che hanno sollevato il manto stradale, ma l’aria è buona e procediamo tranquilli.

    Raggiungiamo così la nostra meta: il Giardino Botanico Litoraneo del Veneto. Un’area protetta, realizzata dalla Regione Veneto nel 1990 e in epoca recente entrata a far parte del Parco Regionale del Delta del Po. Obiettivo: conservare un ambiente naturale che riveste un grande valore paesaggistico e scientifico. Il giardino, che si estende per circa quaranta ettari, offre la possibilità di ammirare straordinarie varietà botaniche legate al territorio tipico della pineta, che mano a mano si fa più rada per il prevalere di un ambiente diverso, caratterizzato da una vegetazione via via più rarefatta fino ad arrivare alla spiaggia.

    Frattanto raggiungiamo il Centro Visitatori dove parcheggiamo le bici prendiamo informazioni dalla gentile signorina che ci accoglie, prepariamo le macchine fotografiche, qualcuno si rifocilla… poi si parte, questa volta a piedi. I percorsi sono tre: noi optiamo per quello più lungo, più vediamo e meglio è!

    Lungo il bellissimo camminamento attrezzato con passerelle e pontili in legno cominciamo ad ammirare le tantissime varietà botaniche presenti (tutte indicate da appositi cartelli) alcune note altre per noi del tutto sconosciute. L’aria è ricca di profumi e si fa a gara, tentando di riconoscere a quale pianta appartengano. All’ingresso ci avevano avvertito che in questo luogo di recente è stata scoperta una popolazione del rarissimo Pelobate Fosco Italico: in sostanza un rospo, considerata la specie di anfibio a maggior rischio di estinzione in Italia. Inutile dire che speriamo di incontrarlo!

    Arrivati ad una pozza d’acqua, un piccola tartaruga o meglio una testuggine palustre si atteggia a star, giocando a nascondino nell’acqua. Ogni tanto il richiamo di qualche uccello ci fa volgere lo sguardo verso le fronde degli alberi cercando di individuarne la specie.

    Dopo aver superato le dune stabilizzate la vegetazione diviene sempre più rada finché ci ritroviamo di fronte alla spiaggia. Qui le dune sono continuamente “mosse” dal vento e dalle mareggiate. Costeggiamo per un po’ la spiaggia poi rientriamo verso la pineta preceduti dalle lucertole che ci osservano curiose.

    La pineta è composta prevalentemente di pini marittimi, di lecci e di olmi. L’anello sta per completarsi e ben presto ci ritroviamo all’ingresso.

    La nostra visita è finita mentre cominciamo ad avvertire un certo languorino. E’ l’ora di inforcare nuovamente le nostre bici alla volta della spiaggia libera per il pranzo al sacco. Ben presto il sentiero si fa di sabbia e dobbiamo spingere la bici a mano sino al limitare del bagnasciuga dove, una volta parcheggiato, ci accampiamo. C’è chi prima “assaggia” la temperatura dell’acqua, chi invece è più attratto dal panino.

    Si aprono gli zainetti e vengono fuori le cibarie, ma, a sorpresa, vengono fuori anche le api che, allettate da panini al prosciutto, salame e formaggi vari ci ronzano intorno convinte di essere state invitate. Incuranti del nostro gesticolare, si posano fin dentro ai panini: c’è chi le lascia assaggiare un po’ di prosciutto, chi invece se la dà a gambe cercando un posto più tranquillo, qualcun altro infine entra in acqua sentendosi più al sicuro. Un pranzo un po’ movimentato, ma tutti risultano indenni: nessuna puntura.

    Riposti i magri avanzi, si pensa ad un po’ di riposo ma una voce si leva “giochiamo a bandierina?” L’idea viene accolta. In un attimo si formano le squadre, prima si pensa a uomini contro donne, poi ci accorgiamo che le donne sono in minoranza e allora si approntano squadre miste. Trascorriamo così una mezz’oretta tra rincorse e tuffi nella sabbia. Stanchi e insabbiati raggruppiamo i nostri zaini e decidiamo di fare un ulteriore giro all’interno del Giardino Botanico lungo un percorso non visto prima, però l’idea è quella di farlo scalzi!

    Quasi tutti accolgono l’invito, e a piedi nudi ci incamminiamo per il sentiero che per buoni tratti è sommerso dall’acqua, i piedi affondano nel fango regalando una sensazione strana e piacevole. Camminando lungo il sentiero raggiungiamo un punto panoramico che ci mostra la laguna e osservando l’acqua sotto di noi scorgiamo piccoli pesci che saettano come frecce.

    Tornati alle bici, carichiamo i bagagli e ritorniamo verso la strada. Una piccola deviazione fino a Porto Caleri per ammirare la laguna e poi diritti alla volta di Rosolina mare per un gelato e un caffè.

    Dopo la pausa ristoratrice, necessaria anche per riparare una foratura ci dirigiamo verso la strada del ritorno. In località Portesine voltiamo per la Via delle Valli, bellissima strada panoramica che offre meravigliose vedute sulle valli da pesca.

    Il traffico automobilistico per fortuna è veramente esiguo e quindi possiamo viaggiare tranquilli. L’andatura lenta ci consente di ammirare le acque che ospitano aironi, ogni tanto qualcuno si alza in volo, e poi garzette, avocette, svassi, anatre.

    Raggiungiamo il grande argine che delimita la laguna di Caleri. Breve sosta per una foto e poi scendiamo in direzione della Valle Moceniga con l’omonima chiesetta che la famiglia Mocenigo fece costruire alla fine del secolo XVIII sulle rovine di un’altra chiesa, dedicandola alla B.V. della Concezione. Uno sguardo a questa valle in gran parte bonificata e coltivata, ma che una volta era quasi totalmente sommersa dalle acque; poi proseguiamo con la nostra pedalata cadenzata chiacchierando e ammirando il panorama.

    Lungo la strada incontriamo dei cacciatori con i cani che corrono come saette per la campagna. Nei pressi della Corte S. Gaetano avvistiamo la sagoma scura di una nave… sembra ci venga incontro procedendo sull’erba dei campi. E’ una nave in costruzione nei vicini Cantieri Navali: è imponente vista da così vicino, e sembra davvero che solchi i campi.

    Attraversiamo la Romea e ci dirigiamo verso la località Villaggio Norge. Questo “villaggio” fu costruito grazie alla generosità della Croce Rossa Norvegese a seguito della tragica alluvione del 1951. In zona giunsero 17 vagoni carichi di prefabbricati con cui si costruirono 100 alloggi arredati. Venne costruita anche una scuola elementare ed un asilo. Il villaggio, dunque, prese il nome di Norge in segno di riconoscenza verso la Norvegia.

    Il nostro viaggio ormai volge al termine mentre il sole si sta abbassando all’orizzonte. Per una comoda pista ciclabile torniamo nei pressi della stazione di Rosolina dove avevamo parcheggiato al mattino. Carichiamo le bici sui bagagliai, qualche complimento agli organizzatori per la riuscita della gita, per la tenuta delle gambe per la bella abbronzatura fuori programma, poi i saluti… Ognuno tornerà alla sua casa con le immagini e i ricordi di una giornata vissuta in bicicletta in un Polesine sempre da riscoprire.

  • Bortoloni, Piazzetta e Tiepolo

    Bortoloni, Piazzetta e Tiepolo

    E’ incentrata su tre grandi nomi della pittura veneta del ‘700 – Bortoloni, Piazzetta e Tiepolo – la grande mostra che dal 30 gennaio al 13 giugno è destinata ad accogliere a Palazzo Roverella migliaia di turisti, attesi nel capoluogo polesano per l’ormai consueto appuntamento con l’evento d’arte caratterizzante il primo semestre dell’anno.

    Particolarmente famosi Tiepolo e Piazzetta, meno noto Mattia Bortoloni, conosciuto da alcuni solamente per un’opera da Guiness: il più esteso affresco di tutti i tempi: 5500 metri quadri di finissima pittura realizzata per l’enorme cupola ellittica (anch’essa da primato, essendo la più grande al mondo) del Santuario di Vicoforte, in Piemonte.

    Un’opera voluta dai Savoia, che chiarisce subito come ai suoi tempi il Bortoloni fosse considerato un artista di primo piano. Una fama che però si appannò abbastanza rapidamente, per cui Mattia Bortoloni (Canda 1696 – Bergamo 1750) cadde nel dimenticatoio, fino ad una riscoperta, iniziata dagli anni ‘50 del secolo scorso, che si conta sarà completata con la mostra al Roverella

    Un artista molto apprezzato ai suoi tempi, dicevamo, pittore attivissimo soprattutto tra Veneto e Lombardia, che iniziò ad operare in età davvero precoce, suscitando da subito apprezzamenti ed interesse. Fu così che, a soli 20 anni, ottenne l’ambito incarico di affrescare gli interni di Villa Cornaro a Piombino Dese, capolavoro del Palladio. Un’impresa in cui egli, giovanissimo, seppe anticipare il rococò che il suo futuro compagno di strada e di lavoro, Giovanbattista Tiepolo, seppe poi declinare in modo magnifico.

    Quasi una missione quella della mostra rodigina – curata da Alessia Vedova e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dall’Accademia dei Concordi, dalla Provincia e dal Comune di Rovigo, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le Province di Verona, Rovigo e Vicenza, con il patrocinio e la collaborazione della Regione del Veneto – che si pone l’obiettivo di ridare una giusta collocazione al pittore polesano, nel panorama dell’arte padana del ‘700. Una selezione di capolavori del Bortoloni viene infatti proposta al Roverella, accanto ad una trentina e più di opere straordinarie del Balestra, Pellegrini, del Piazzetta, del Ricci, dei Tiepolo, i “titani” del Settecento Veneto.

    E se è noto che Bortoloni apprese i primi rudimenti della pittura dal veronese Antonio Balestra che fu il suo primo maestro, è altrettanto evidente che egli fin da giovanissimo seppe assorbire e combinare in maniera originale elementi derivati da diversi artisti. Mattia Bortoloni ha infatti avuto modo di studiare le opere dei più importanti pittori dell’epoca presenti a Venezia – Louis Dorigny, Federico Bencovich, Giambattista Piazzetta e Sebastiano Ricci – così come quelle di alcuni artisti seicenteschi come Giulio Carpioni.

    Poi la rapida esplosione del pittore polesano, ricercato come artista originale ed ambito soprattutto come frescante. Tra i suoi capolavori i cicli affrescati per varie chiese e ville che qui vogliamo ricordare:

    – Villa Cornaro a Piombino Dese

    – il Duomo di Monza

    – il Santuario della Consolata di Torino

    – Palazzo Barolo a Torino

    – Palazzo Clerici a Milano

    – Palazzo Dugnani a Milano

    – Villa Morosini Vendramin Calergi a Fiesso Umbertiano

    – Villa Albrizzi a Preganziol

    – Villa Raimondi a Birago di Lentate

    – Villa Visconti-Citterio a Brignano d’Adda

    – la Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo a Venezia

    – la Chiesa di San Nicolò ai Tolentini a Venezia

    – Cà Sceriman a Venezia

    – Cà Rezzonico, a Venezia

    – il Santuario di Vicoforte, dove – come detto – realizzò il suo capolavoro assoluto, l’affresco più grande del mondo realizzato per dare immortalità al pantheon di Casa Savoia.

    All’attività di frescante, Bortoloni affiancò quella di ricercato autore di grandi tele, opere dove la necessità del racconto va di pari passo con la sua originale capacità interpretativa. E sono in particolare questi grandi quadri a caratterizzare la mostra del Roverella, alcuni studiati per la prima volta, attribuzioni inedite, tele mai svelate al pubblico e altre difficilmente visibili, opere che restituiscono a Bortoloni la fama, meritatissima, di cui godette al suo tempo, prima di trovarsi offuscato dalla magnificenza dell’arte tiepolesca.

    In queste pale, Bortoloni si dimostra pittore dotato di estro e originalità. Sono composizioni impaginate in modo antiaccademico, ironico, talvolta irriverente, spesso in controtendenza rispetto alla pittura religiosa dell’epoca. Ne è prova eloquente la tela con “San Tommaso di Villanova” dell’Accademia dei Concordi, in cui il Santo è rappresentato in modi inconsueti e per certi aspetti sicuramente poco ortodossi.

    E’ stato osservato come il Bortoloni segni il superamento della tradizione tardo Secentesca sorprendentemente in anticipo rispetto anche al grande Tiepolo e, come dimostrano i due teleri con “L’Adorazione dei Magi” e “L’Adorazione dei Pastori” di Fratta Polesine (RO), in piena consonanza con le innovazioni del Pittoni e del Ricci.

    Tra i capolavori esposti nella mostra del Roverella, di rilievo alcune opere giovanili del Tiepolo come la “Gloria di San Domenico” e le “Tentazioni di Sant’Antonio”, accanto a prove di soggetto mitologico quali “Diana e Atteone” e “Il Giudizio di Mida” concessi dalle Gallerie dell’Accademia di Venezia.

    Del Piazzetta una struggente pala raffigurante l’”Estasi di San Francesco” proveniente dal Museo Civico di Vicenza, accanto ad una prova giovanile di Sebastiano Ricci raffigurante “Ercole al Bivio”, proveniente dalla storico Palazzo Fulcis di Belluno.

    Di Giambattista Pittoni vengono messe a confronto due tele, la prima ispirata ai temi di Torquato Tasso che raffigura “Olindo e Sofronia” ed è ancora di impaginazione seicentesca, la seconda, “Diana e le ninfe” che è già di gusto rocailles.

    Del maestro del Bortoloni, Antonio Balestra, presenti in mostra una inedita “Natività” e due straordinarie tele, provenienti dal monastero benedettino di San Paolo d’Argon, recuperate dopo un lungo intervento di restauro.

    Da segnalare infine una preziosa sezione di bozzetti dei più grandi frescanti del Settecento: oltre a Tiepolo (Giambattista e Giandomenico), Piazzetta ed allo stesso Bortoloni, anche Diziani, Crosato, Fontebasso, Guarana che di quest’arte furono gli ultimi grandi epigoni.

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