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Archivi: Articoli d’archivio

  • La serpentina

    La serpentina

    Animula vagula blandula, Hospes comesque corporis, quae nunc abibis in loca pallidula rigida nudula nec ut soles dabis iocos Hadrianus Imperator

    Piccola anima smarrita e soave, Compagna e ospite del corpo, ora t’appresti a scendere in luoghi incolori, ardui e spogli, ove non avrai più gli svaghi consueti

    La nuova uscita dell’A14, all’altezza di Caprara, recita roboantemente “Canossa-Terre Matildiche”, eppure si tratta soltanto di un agglomerato di cemento e ferraglia ritorta gettata nel caldo liquido della Bassa Emiliana. Arcinota e abusata Bassa Emiliana, dove nei crocicchi non passano più furiosi pittori naif in bicicletta, con quadri legati alla schiena, dove la nebbia dei film ha fatto perdere le sue tracce da almeno 4 lustri.

    Sulla provinciale ritrovo finalmente la toponomastica dell’anima, dopo l’inutile teoria di capannoni industriali, dopo le pizzerie gestite da sordi, dopo le autocarrozzerie dove signori con il parrucchino sulle ventitré stanno sotto l’artiglio del sole, nell’ora più infelice del pomeriggio.

    Nonostante tutto questo sferragliante grigiore v’è ancora qualcosa di buono: le chiaviche con l’acqua stillante, nei canali, il ragazzino che corre con la cesta piena di pesci gatto, platani enormi dove generazioni di reggiani hanno grattato i loro paraurti, la casa di vacanze dove io e P. trascorrevamo le ore sussurrandoci imprecise cose felici.

    Eppure, se ci penso bene, ho sempre provato una sorta di diffidenza in questo verde sporco, fin da bambino; la “campagna” ha sempre avuto qualcosa di noioso e statico, come una domenica pomeriggio che non vuole finire mai, come una sedia sdraio solitaria aperta a Lido Po.

    Forse perché non mi ci hanno mai portato tanto, nella “natura”; forse perché anche papà la liquidava con una scrollata di spalle, sempre intento ad osservare quel suo misterioso paesaggio interiore squadernato sulla sua poltrona preferita. Forse perché, in uno dei nostri due picnic svogliati all’aperto, utilizzammo la serpentina di un radiatore come griglia ed alzammo velocemente le tende dopo avere provocato, e domato, un piccolo incendio del sottobosco.

    Dopo un’altra scheggia di strada non c’è più niente, ed Olmo, il paesino dove sto andando è solo una fantasia di tre case, in un’incredibile desolazione strappata al cemento. Imbocco la via costeggiata dai cipressi, alberi bellissimi e sfortunatissimi, maledetti, nei cimiteri. Parcheggio davanti alla chiesa, godendomi lo scricchiolio dei pneumatici sulla ghiaia che, per un qualche motivo esotico, mi fa sempre venire appetito, e riaffiora qualche brandello di memoria: rivedo Don Mario dietro all’altare con la sua voce da tenore e il tizio scalcagnato, con la camicia fuori dai pantaloni, agitare vorticosamente il turibolo, come se dovesse lanciarlo tra i fedeli.

    Decido di parcheggiare e di fare a piedi i 500 metri che ancora mi spettano. E’ un’imposizione, forse camminando da solo qualcosa di te, che sia rimasto impigliato qui, mi coglierà alle spalle, come un refolo d’aria inaspettato in questo giugno rovente, e mi farà rabbrividire. Eppure non c’è nulla che sappia mettere la sordina al fragoroso frinire delle cicale, che è l’unico vizio della campagna, se non un’auto che scivola liscia in lontananza. Mentre cammino, guardo i miei piedi e le mie mani – un vezzo che avevo da piccolo – e penso con soddisfazione animale che, al netto di ogni possibile dubbio, sono completamente vivo.

    A mezzodì m’infilo nel cancelletto del cimitero, facendo ciao ciao ad almeno 120 anni di “gente mia campagnola” ammazzata da due guerre mondiali, spagnola e aratro. In fondo, la foto di mia nonna e un poco più in basso, l’immagine di una signora che sembra sua sorella gemella, recalcitrante dono di una serata in sagra, finita probabilmente a mangiare uva e a far l’amore di nascosto, nelle vigne. Un cascame avvolgente di fiori di plastica scolorati tutto attorno, epitaffi in stile carducciano, velleità scultoree, guizzi futuristi, madri pudibonde, mariti indimenticabili, monumenti pronti a sfidare il tempo “più duraturi del bronzo”, come l’effigie di una Honda crx scolpita di fianco al viso di un ragazzo sorridente.

    Sono qui davanti, ora… Papà…, c’è poco di te in questo stupido colombario, perso nell’uggia della campagna emiliana, e non c’è nulla di te in un corpo che si gonfia e si spacca sotto le grinfie del sole divoratore. Mi avvicino, con un aggeggio che assomiglia piuttosto ad una scala d’assalto, e faccio finta di armeggiare coi fiori, veri, che qualcuno ha lasciato da poco. Non amo che mi si guardi ora. I fiori recisi mi fanno tristezza, per giunta.

    “Animula vagula blandula”, piccola dolce, anima smarrita, canta l’Imperatore Adriano, e mi sembra di vedere il tuo esile corpo che indossa un’altrettanto esile anima, il tuo volto smagrito da attore francese un po’ flaneur, sorridere da lontano, come in quelle tue fotografie in bianco e nero dei primi anni 60’. Nei 70’, invece, arrivò un technicolor sciatto, che virava verso il blu metallico. Io avevo un cappellino alla Davy Crockett, con coda di lupetto… Mi viene da dire, osservandoti ora nella foto, che t’assomigli anche un po’ il cane, con quegli occhi marrone scuro sgranati perennemente sul mondo. Tutto mi ricorda qualcosa di te.

    Meglio, ti immagino in mezzo ad un campo, qui, tra le zolle domestiche, magari accanto a quel cavallo da tiro enorme di cui mi parlavi sempre (penso a Gondrano…), con la camicia bianca legata in vita e la vanga appoggiata sul fianco, vanga che tu non sfiorasti mai, ridicolo artificio retorico-bucolico che m’invento ora, per amore del latinorum.

    E poi, magari, io verrei da te, planando tra le zolle e ti abbraccerei per una buona ultima volta e tu mi confideresti, in uno squillante latino, sussurando, un segreto: “nil igitur mors est ad nos neque pertinet hilum, quandoquidem natura animi mortalis habetur..sic, ubi non erimus,cum corporis atque animai discidium fuerit quibus e sumus uniter apti, scilicet haud nobis quicquam, qui non erimus tum, accidere omnino poterit sensumque movere,non si terra mari miscebatur et mare caelo” (Nulla dunque la morte è per noi, né ci riguarda punto, dal momento che la natura dell’animo è conosciuta mortale. Così quando noi non saremo più, quando sarà avvenuto il distacco del corpo e dell’anima, che uniti compongono il nostro essere, certo a noi, che allora non saremo più, non potrà affatto accadere alcunché, nulla potrà colpire i nostri sensi, neppure se la terra si confonderà col mare e il mare col cielo. – Lucrezio).

    Sulle prime mi arrabbierei, ma poi, forse, una calma luminosa, birbante ed improvvisa, come un’alba che interrompe il corso di una notte insonne, mi coglierebbe e smetterei di soffocare respirando acqua, come nel sogno. Dissolto nella terra muta, ma innocente, ti vedrei svanire… non felice, ma liberato, sotto un cielo altrettanto innocente e pulito, l’artificiosa vanga abbandonata tra le zolle. Nulla potrebbe smuoverti, nemmeno se la terra si mischiasse al mare e il mare al cielo.

    Credimi, se ti sento posato inerte, come un sasso nella rena che è per sempre, è anche meglio. Non ricorderesti il giorno in cui ti portarono via, ed io avrei voluto reggerti sulle mie spalle, ebbro Enea con il suo scricciolo Anchise: “Ergo age, care pater, cervici imponere nostrae; ipse subibo umeris nec me labor iste gravabit”. Fuggivamo, e la nostra casa crollava di schianto nel fuoco e tu probabilmente pensavi: “io me ne vado, ed è un giorno di sole”.

    Ripercorro a ritroso i 500 passi, anche stavolta nulla mi sfiora tranne un paio di libellule che sembrano trapani con le ali. In “paese”, su di un olmo, isolato nello spiazzo centrale, quello della ghiaia scrocchiante, una gruccia solitaria sostiene un curioso abito da uomo, giacca e pantaloni, inchiodati nel silenzio. Un paio di parabole e qualche finestra senza infissi, con imposte di cartone, svela la presenza di una miseria d’importazione. In questo sconcerto, scelgo il bar più straziato e m’infilo in un parcheggio di un capannone industriale, dove, tra sedie di plastica bianca, una ragazza sta ritirando i tavoli all’aperto. Bevo una birra seduto sull’ultima seggiolina. “Faccio presto!”, dico rivolto alla ragazza, e penso che non tornerò mai più ad Olmo.

    Due anni fa, a Verona, papà era ancora qualcuno; quel giorno ne avevo fatto un gomitolo di delizie e l’avevo lanciato in aria tutto il pomeriggio, disegnando piroette, come se fosse il mio pupazzo di pezza preferito, tirandomelo dietro sottobraccio, per tutto il centro storico. Sapevo che la freccia del tempo correva in una sola direzione. “Stiamo chiudendo” dice la ragazza, mentre una calma pensosa, ma senza sgomento, mi invade. Faccio il segno della croce con la bottiglia in mano, schizzando con il mio aspersorio alcolico il cemento bollente.

    A casa dovrò sistemare definitivamente alcune cose: lettere da scovare, abiti da riporre, la cassetta degli attrezzi dove ci s’infilava praticamente dentro, da aprire come uno scrigno, il suo ultimo, rabbioso letto da fare sparire, prima di tutto. E poi quella incredibile serpentina di radiatore ad uso barbecue appoggiata da decenni in garage, molto amata dai ragni, insuperata evocatrice di momenti piccoli e felici.

    La lascerò lì appoggiata per l’agognato sempre, non penso che qualcuno se la possa più filare.

  • Il cielo sopra l’Adige

    Il cielo sopra l’Adige

    O di et Amo quare id faciam fortasse requiris nescio, sed fieri sentio et excrucior Catullo

    Ti odio e ti amo ti chiederai forse come io faccia non lo so, ma accade in me, e mi tortura

    Odi et Amo. Odio e Amo questa notte grigia che mi costringe a confrontarmi con me stesso. C’è la stanchezza che rende insopportabile un altro vis a vis, c’è la noia di guardare a riva sapendo già cosa frolla la risacca. Meglio cercare altrove.

    La mia notte comincia quando un nuovo giorno è già iniziato da tre ore. Prima, come ogni martedì comandato, la partita con gli amici e la pizzeria. Lupi spelacchiati, una volta si giocava per vincere, oggi per portare a casa la pelle, ma soprattutto legamenti e caviglie. Sic transit gloria mundi.

    Ora, finalmente sono solo. La città è una cacofonia di semafori e lampioni, fari, insegne fanali, finestre ancora accese. Odio i suoni della luce artificiale, non è musica questa. La musica è silenzi e pause. Fuggo da quel rumore accecante, la riva di un fiume fuori città saprà bastarmi.

    La notte profonda mi piace perché è grigia in modo onesto. E’ costruita artigianalmente mescolando il bianco e nero di un film di Wenders: il nero del nulla con un tocco di lontanissima luce. Il cielo sopra l’Adige.

    Guardo, ascolto. Ora ritrovo la mia musica, la notte è pausa, la luce delle stelle una scala ascendente. Stanotte non voglio essere me stesso. Odi et Amo, Nihil, Metamorfosi.

    Potrei essere una stella. Il buio raggruma le idee, associa e scinde. I confini e i paletti non si distinguono più, almeno per un po’.

    Mi chiedo se le stelle possano davvero essere tutte le persone che ho amato e perso per sempre. O tutte quelle che non ho mai potuto stringere. Penso a mia madre. No, non è il caso. Ogni astro è un corpo morto. Quando la sua luce giunge a noi, in realtà ormai è già spento. Le stelle sono farfalle diafane trafitte da uno spillo che le tiene inchiodate al pannello lugubre di un museo oscuro, infinito.

    Pensare a te come a una stella sarebbe come vederti morire due volte. Preferisco immaginarti finalmente libera da dio e dagli uomini, in un luogo lontanissimo come solo una porta chiusa accanto sullo stesso pianerottolo può essere. Certo però che a volte il tuo silenzio, più che una musica, è un assedio.

    La terra sembra espirare le sue essenze più intime. Un sottile alito di nebbia increspa il fiume.

    Sto bene qui solo, di notte non c’è traffico, la mente può sorpassare e volare. Ma la mia metamorfosi è ancora incompiuta.

    O forse, vorrei solo innamorarmi ancora una volta.

    Ricordo all’improvviso che anni fa la cometa di Hale-Bopp passò di qui. Era marzo, sfilò agile tra Cigno e Andromeda. Ci fece regale visita qualcosa che solo gli egizi, 2.400 anni prima, avevano già visto. Mi impressionò molto in quei giorni pensare che il prossimo passaggio dell’astro sarebbe avvenuto tra qualche eone. Miliardi di vite in un cartoccio di caldarroste cosmiche.

    Ecco, stanotte potrei essere una cometa.

    Confesso che mi piace il tuo vagare per lo spazio, quelle traiettorie morbide e ricurve che disegni. Che la linea retta, è per chi ha fretta…

    Quando sei arrivata, eri misteriosa come un foulard che cinguetta col vento solare, tutta avvolta nel tuo tulle di pulviscolo antico. Ma non mi innamorai di te per questo. Mi affascinò perdutamente il tuo percorrere lunghe parabole, il tuo innescare corse ondulate perdendo a ogni metro una parte di te. Lingerie ai piedi del letto, la scia che lasci. Mi ci perdo. Ricordo di averti sbirciata sui giornali come un amante timido. Di averti pensata spesso così vicina nel tuo ineffabile distacco, nel tuo vagare senza senso per l’universo che somiglia tanto al mio.

    Sarò quindi cometa per qualche minuto, o ora, o millennio. Ti seguirò, e ci sia il cielo lieve. Poi, tornerò al mio Odi et Amo.

    Odio e Amo questa notte grigia. Odio e Amo questa vita. O più semplicemente, l’inconveniente di essere nati, e dover a ogni costo essere noi stessi.

  • Una vita con i pattini

    Una vita con i pattini

    Polesani nel mondo, non sono soltanto quelli che, da emigranti, hanno messo radici oltreoceano. Sono il futuro della nostra terra attraverso il talento di chi riesce a farla conoscere in ogni continente. Il giovane Andrea Andreotti, arquatese, ne è l’emblema. Veloce, scattante, agile, preciso.

    Concentrato, Andrea, diciassettenne di talento, scivola sui pattini, ingoiando metri di pista. Gli occhi fissi al traguardo, determinati a raggiungere l’obbiettivo. La sua passione per i pattini in linea nasce da lontano. E’ ancora bambino quando la zia, per il suo compleanno, gli regala i primi ‘giocattoli’ da mettere ai piedi; lui li osserva, li indossa, sfidando immediatamente la titubanza che accompagna le scoperte di fanciullo. Si alza in piedi e parte, sicuro, senza timore, senza paura di cadere.

    “In un attimo, ho capito che il pattinaggio sarebbe stato il mio sport – osserva emozionato -. Correre sui pattini è una sensazione veramente incredibile. La velocità, l’adrenalina, la tensione, la voglia di vincere sono tutti fattori che contribuiscono a rendere questa disciplina un vero e proprio impegno che fa crescere sia a livello sportivo che come persona. Infatti in ogni gara ci si confronta ma sempre rispettando l’avversario”.

    Andrea frattanto cresce e ben presto si rende conto che i pattini si trasformano da hobby in parte della vita quotidiana. Dalle prime esperienze di bambino, capisce che occorre andare oltre, investire sulla propria passione, farne il principale traguardo da rinnovare ogni volta che ci sarà la possibilità di scendere in pista, di confrontarsi con l’avversario. Così, non tardano ad arrivare i primi podi nelle gare provinciali, regionali, nazionali e internazionali.

    Nel 2006, ad appena 15 anni, partecipa ai Campionati Europei a Martinsicuro (Italia) e vince l’oro nei 5.000 metri a punti. Da questo momento inizia la carriera internazionale di Andrea. fino ai Campionati Mondiali di Gijon (Spagna) dove conquista il titolo mondiale 5000 metri (americana a squadre), portando per la prima volta in Polesine il prestigioso alloro.

    “Mi alleno cinque giorni a settimana, oltre a eventuali appuntamenti supplementari in preparazione di importanti competizioni – spiega l’atleta -. Ammetto che è difficile conciliare il lavoro di studente e lo sport. Frequento la 5^ classe del Liceo scientifico Paleocapa. Fino ad ora, comunque, mi impegno molto e riesco a non tralasciare i libri per pattinare e viceversa”.

    Andrea ammette che i genitori, nelle sue scelte, l’hanno sempre appoggiato. “Mi sono stati vicini” – afferma – “sia in situazioni gioiose che in frangenti di crisi, accompagnandomi agli allenamenti, tifando per me e consolandomi quando qualcosa è andato storto”. “Questo è molto importante e fa sentire davvero più forti”, aggiunge.

    Vincere gare importanti comunque, non è da tutti. Secondo Andreotti “il segreto sta in primis nella forte passione per lo sport che si pratica, capace di far superare le difficoltà iniziali, anche sopportare benevolmente i tanti sacrifici, le rinunce a uscire a volte con gli amici divertendosi come gli altri coetanei. Inoltre – dice – è indispensabile curare anche la propria salute, essere attenti dalla dieta, all’alimentazione”.

    Andrea sogna, ma certamente, nonostante il pattinaggio non glielo permetta, tiene saldi i piedi per terra e afferma: “Da grande sicuramente non voglio fare il pattinatore di professione; o meglio mi piacerebbe se permettesse di assumersi la responsabilità di una famiglia e di tutto ciò che comportano le responsabilità del crescere. Continuerò certamente la mia strada sportiva, ma non intendo tralasciare gli studi: finito il Liceo andrò all’Università. Non ho ancora le idee chiare, ma ho tempo per pensarci”.

    Svela che il suo sogno nel cassetto è quello di “vedere il pattinaggio entrare tra gli sport olimpici”. Non ha come modelli da imitare grandi sportivi, ma apprezza “l’allenatore Pietro Mettifogo e il compagno di squadra Luca Saggiorato, campione del mondo. Sono i miei sostenitori più forti – conclude con un sorriso -. Comunque, mi considero un ragazzo semplice, come tutti gli altri. Amo uscire, andare in discoteca, rilassarmi e scherzare in compagnia. Ciò che lo sport mi toglie, a livello di tempo, me lo restituisce attraverso le immense soddisfazioni sulla pista”.

  • La riscoperta di Gabrielli

    La riscoperta di Gabrielli

    Il carattere, le attitudini, l’impegno, la passione per il calcio, la modestia e la volontà di divulgare gli sport d’ascendenza inglese nella riforma della ginnastica europea. Questi gli aspetti significativi che connotano il profilo di Francesco Gabrielli, bolognese di nascita trapiantato in Polesine nel 1876, dov’è rimasto fino alla morte a soli 41 anni. Un profilo a tutto tondo che si delinea man mano che si scorrono le oltre 400 pagine del volume di Maurizio Romanato, edito da Antilia di Treviso.

    Emerge la biografia di un ‘polesano’ illustre, insegnante di ginnastica nelle scuole rodigine, studioso di fama internazionale e pioniere del calcio in Italia. Pagine dense di notizie ma anche di fascino, perché toccano su più piani la vita della città a fine Ottocento, la scuola, il valore pedagogico dello sport, l’inizio del calcio in Italia prima ancora della nascita della Federcalcio.

    Gabrielli, un tempo notissimo in campo nazionale e internazionale (a livello dei De Coubertin, Mosso, Koch, Schmidt) era entrato nel cono d’ombra del passato da cui non sembrava potesse riemergere. Ma Romanato riesce nelle pagine del libro dal titolo “Francesco Gabrielli (1857 – 1899), le origini del calcio in Italia: dalla ginnastica allo sport”, a fornire l’immagine completa di un uomo di talento e del mondo che lo circondava, spiegando i valori che lo spingevano a divulgare il calcio come primo degli sport per i giovani.

    Ma chi era davvero Gabrielli, cui è intitolato lo stadio rodigino?

    “Un uomo modesto, benvoluto, schivo ma deciso nelle sue convinzioni di studioso: una delle figure di riferimento del calcio europeo – spiega Romanato -. Fu uno degli importatori del gioco in auge Oltremanica, ne favorì la conoscenza con i propri contatti all’estero soprattutto con i Paesi di lingua tedesca, ma soprattutto con l’opera svolta nelle scuole e all’interno del movimento ginnastico nazionale”.

    In Italia, all’epoca, esisteva confusione tra le varie versioni del gioco del calcio. Gabrielli che ruolo ebbe?

    “Fu il principale esponente del football di provenienza ginnastica, il canale di introduzione in Italia che si affiancò a quello tradizionalmente noto di matrice inglese genoa-no-torinese garantendo solidità e diffusione all’interno del movimento nazionale. Promosse il metodo della Football Association in contrapposizione con il Football Rugby, dopo aver sperimentato la disciplina sportiva nelle scuole cittadine sin dal 1893, anno in cui si inserì ufficialmente il calcio nelle attività della Società rodigina di ginnastica, prima in Italia”.

    Gabrielli fu il primo in molte cose…

    “Scrisse il primo regolamento completo del football nel 1895, stampato da Hoepli di Milano, e il primo manuale di divulgazione dedicato al calcio per uso delle scuole e delle società, nel 1896, tipografia Minelli di Rovigo. Fu il primo autentico tecnico del Soccer in Italia, organizzando uno stage per insegnanti volto alla spiegazione e alla diffusione del football, che fece di Rovigo 1894 una piccola Coverciano. Organizzò la partita Rovigo-Udinese del 1895 a Roma al velodromo, davanti al Re a Umberto I e a 20mila spettatori, nonché il primo campionato italiano di football a Treviso vinto dall’Udinese, settembre 1896. A Rovigo nel 1894 giunsero i primi palloni d’importazione da Braunschweig in Germania dove operava Konrad Koch, collega e amico di Gabrielli”.

    Il volume sottolinea aspetti di fair play, in campo, nei confronti dell’arbitro ed episodi impensabili ai giorni nostri, in cui tutto ruota attorno al business e alla spettacolarizzazione a tutti i costi…

    “L’importanza del fair play tra i giocatori è sottolineata non soltanto dalla possibilità data ai capipartita di interrompere il gioco, di valutare insieme l’arbitro il fallo o l’episodio contestato, di punite addirittura il proprio giocatore, già inserita nelle regole di provenienza inglese, ma anche con la proposta fatta direttamente da Gabrielli di riconoscere nell’arbitro la possibilità di assegnare la vittoria a una squadra in caso di pareggio sul campo, tenendo conto della maggior correttezza durante lo svolgimento della partita. Altro aspetto fondamentale il riconoscimento che, fin dal 1895, la divulgazione del calcio poteva portare introiti alle società considerato il crescente successo”.

    Il volume di Romanato è uno scrigno prezioso sull’ultimo quarto del XIX secolo. Il tutto mediante una ricca documentazione composta di numerosi inediti.

  • Angelo Dall’Occo e Pontecchio

    Angelo Dall’Occo e Pontecchio

    “All’inizio del Novecento Pontecchio era un paese industriale, uno dei centri di lavorazione della canapa più importanti del Polesine, capace di attirare lavoratori anche da altre località della provincia”. Ce lo ricorda con voce appassionata Angelo Dall’Occo (detto Nino), autore fra l’altro dello scritto “Una storia vera”, dedicato alla memoria del padre Mario e insignito nel 2006 del primo premio alla IX edizione del concorso nazionale indetto dalla rivista “LiberEtà”, che lo ha poi pubblicato.

    Nell’arco cronologico che va dal 1893 al 1975 (gli anni della vita del padre Mario, e in parte di quella di Angelo, il figlio che ci parla) sono stati segnati dal duro lavoro. “A Pontecchio – ci dice Angelo che incontriamo con la moglie nella sua abitazione in via Roma – le opportunità non erano molte e le condizioni spesso difficili. I contadini erano impiegati dagli agrari a “compartecipazione” e ottenevano appena il 22 per cento del raccolto come compenso di tutto l’anno”.

    I canapini, invece, avevano contratti “a cottimo”, e il loro era un lavoro duro, malsano e complesso: dal taglio alla battitura; dalla legatura degli steli di uguale lunghezza e ben disposti, prima in fasci più piccoli (i “faioli”) e poi in altri più grandi (le “torse”), alla macerazione. Finalmente si procedeva a “cavare el cànego”, separando la fibra dallo stelo. Ma per completare l’opera i faioli dovevano passare poi attraverso due macchine: la “scavezadora” e la “gramola”.

    Tempi che sembrano lontanissimi. A ricordare quest’attività del tutto sconosciuta ai giovani d’oggi, a Pontecchio c’è attualmente l’intitolazione di una strada: via dei Canapini.

    “In quegli anni – ricorda Angelo – si iniziava a lavorare già da bambini, ancora prima di andare a scuola. Ho cominciato ad andare in campagna all’età di cinque anni e mezzo: mi alzavo alle quattro e mezza o alle cinque della mattina e rientravo dopo il tramonto. Si lavorava da sole a sole”. Lavorare era necessario per il sostentamento della famiglia, ma era anche faticoso: al contrario, al piccolo Angelo, detto Nino, piaceva studiare e la scuola risultava ancora più gradita perché era vissuta come “riposo dal lavoro”. Da marzo, però, alla fine dell’inverno, si riprendeva ad andare nei campi.

    Il tempo dell’anno era scandito allora da una data particolare, il 29 settembre, giorno dedicato a San Michele: in quella giornata scadevano i contratti di affitto e le famiglie talvolta erano costrette a cambiare casa, traslocando ovvero facendo il “sammichièle” sotto gli occhi dei compaesani. Era una realtà misera: spesso le case erano tuguri e il cibo scarseggiava. “Quando ero ragazzo – ricorda Angelo Dall’Occo – dicevano che avevo sempre fame ma non c’era molto da mangiare. Avevamo solo la polenta: il pane era disponibile non più di tre o quattro mesi all’anno, nel periodo della mietitura”. Tanta fatica, tanto sudore ma anche tanta fame e scarsi guadagni.

    Mario Dall’Occo, il padre, si impegnò molto per riscattare sé ed anche i compaesani da questa condizione. “Nonostante avesse conseguito solo la terza elementare – racconta ancora Angelo – leggeva tutti i giorni “Il Gazzettino” e lo faceva a voce alta, anche in campagna, a vantaggio degli altri lavoratori semianalfabeti”. In seguito ebbe la possibilità di seguire un corso serale per conseguire il diploma di quinta elementare: dopo cinque o sei lezioni, però, il maestro si accorse delle sue capacità e Mario raggiunse in poco tempo il suo obiettivo. Fu attivo nel sindacato e, insieme alla moglie, avviò la locale Cooperativa popolare o Lega socialista in un locale presso la Crosara (all’incrocio che oggi è regolato da un semaforo), dove si vendevano alimentari e che fungeva anche da trattoria. Negli stessi anni, dal 1919 al 1924 Sante Dall’Occo, fratello di Mario e quindi zio di Angelo, fu sindaco di Pontecchio.

    Questo periodo felice, però, terminò con l’ascesa progressiva del Fascismo: “La cooperativa – racconta Angelo – fu requisita. Mio zio fu cacciato con la forza dal Municipio”. I Dall’Occo sperimentarono così un nuovo capitolo della storia italiana: l’emigrazione. L’evolvere della situazione politica limitava le possibilità di lavoro e rendeva difficile la permanenza in Italia: per questo, a turno, i fratelli e la madre di Mario partirono alla volta del Brasile.

    Partirono tutti fuorché Mario che, con la moglie e i figli, non riuscì a emigrare prima che fossero chiuse le frontiere. Si avvicinava una nuova guerra e toccò ad Angelo partire soldato. “Il 10 giugno del 1940 – ricorda – tutti gli abitanti di Pontecchio erano in piazza ad ascoltare alla radio l’annuncio di Mussolini”. Per Angelo l’esperienza militare fu relativamente tranquilla fino all’8 settembre del 1943. “In quei giorni mi trovavo vicino a Tolone: dopo il messaggio di Badoglio, ci fu una Babilonia straordinaria”. L’esercito italiano allo sbando fu fatto prigioniero dai tedeschi ci fu il trasferimento nel nord della Francia, dove Angelo riuscì fortunosamente a fuggire, unendosi per un periodo ad un gruppo di partigiani francesi. Alla fine della guerra ritornò a Pontecchio.

    Qui molte cose stavano cambiando. Non era facile trovare un lavoro. La canapa veniva sostituita dalle fibre sintetiche. Angelo riuscì a lavorare per un periodo allo zuccherificio di Polesella ma la situazione non riusciva a decollare. Venne poi la disastrosa alluvione del 1951: “Io fui sfollato a Parma – ricorda – mentre i miei genitori non vollero allontanarsi dal paese e trovarono ospitalità, presso il bar trattoria ‘La Vecia’, al Passo di Pontecchio”.

    Anche in seguito, per Angelo non fu facile trovare un lavoro e fu costretto a emigrare, ma i tempi erano cambiati: la meta non era più oltre l’Oceano, bensì la città industriale di Milano, dove riuscì ad essere assunto come operaio all’Alfa Romeo. Partito da solo, dopo qualche tempo fu raggiunto dalla moglie e dal figlio piccolo.

    Anni di duro lavoro, ma anche di soddisfazioni per gli evidenti miglioramenti e la tranquillità economica raggiunta, fino al raggiungimento del tempo della pensione. Ed allora ecco farsi vivo il richiamo del paese natio, per cui Angelo Dall’Occo, insieme alla moglie Adriana, decide di tornare a vivere a Pontecchio.

    Ma Angelo non è uno che si rassegna all’inattività, ed eccolo pronto ad impegnarsi nel sociale presso la locale sezione dell’Auser e a ricordare – a voce o con gli scritti – un secolo in cui la sua vita, quella del padre e dei famigliari si è intrecciata con le vicende spesso amare della storia d’Italia.

  • Giovanni Marangoni e il Delta

    Giovanni Marangoni e il Delta

    Si entra dall’ingresso e subito, sulla destra, si è colpiti da una foto che occupa in orizzontale tutta la parete: una veduta di Barricata risalente al 1975 con le “capane” sulla spiaggia: Giovanni Marangoni ci introduce così all’interno del suo studio di Porto Tolle, il suo ‘buen retiro’, lo scrigno dove conserva le sue preziose testimonianze faticosamente raccolte in tanti anni di puntuale e attenta osservazione del territorio.

    Una sorta di archivio multimediale dove, accanto a riviste, ritagli di giornale, VHS e DVD catalogati con precisione meticolosa, si trovano tempi e modi per liberare la fantasia in un percorso a ritroso ai margini della storia, dell’evoluzione e della trasformazione di una terra giovane e spesso indifesa come quella del Delta del Po.

    Una storia che ha visto assurgere continuamente al ruolo di protagonisti due elementi naturali, come la terra e l’acqua, da sempre in conflitto per rubarsi lo spazio.

    Per anni tecnico dell’Ufficio Colonizzazione e Trasformazione Fondiaria dell’Ente di Bonifica Delta Padano, insignito dell’Onorificenza di Cavaliere dell’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, dalla sua posizione privilegiata di appassionato e profondo conoscitore delle terre polesane, Marangoni ha raccolto e realizzato testimonianze, video, filmati e soprattutto tantissime foto, di cui è autore in prima persona, scattate da varie postazioni: dall’argine del Po, da una barca in mezzo al fiume, oppure da un elicottero.

    Una ci riporta alla ghiacciata del 1956 a febbraio, quando a piedi si riusciva ad attraversare l’intero letto del fiume, un’altra ci presenta una Piazza Ciceruacchio sommersa dalle acque in seguito all’alluvione del 1966; un gruppo di bambini è ritratto davanti ai casoni in canna di Scano Boa nei primi anni ‘50 mentre il centro di Porto Tolle fa bella mostra di sé illuminato dai riflessi di un settembre in festa di vent’anni fa. E ancora, vedute aeree della corte di Cà Venier o del cantiere in costruzione della Centrale Enel nei primi anni ‘70; e poi immagini d’acqua, di tramonti in valle o di vita in laguna.

    Le foto scattate negli angoli più estremi del delta, sulle barene o ai margini dei tratti terminali dei rami del Po, dove i “bonelli” tracciano il confuso perimetro delle aree di foce, sono per Marangoni il pretesto per divagare su aspetti di una vita che non c’è più.

    A Scano Boa da marzo a dicembre intere famiglie di pescatori si trasferivano dai paesi limitrofi per condurre una vita al limite, all’interno dei casoni e a pochi centimetri dal mare, per inseguire il sogno di catturare lo storione, come documentato dal cortometraggio del 1954 e, successivamente, dal film “Scano Boa” del 1960, entrambi del regista rodigino Renato Dall’Ara.

    La faticosa vita dei pescatori di storione, in balia della natura e della forza dominante delle acque (compreso il duro tragitto di ritorno risalendo la corrente del fiume) è documentata dagli scatti di Marangoni. Il quale ci ha voluto consegnare, in tal modo, la diretta e preziosa testimonianza di un passato, altrimenti destinato a scomparire anche dalla nostra memoria.

    Di notevole interesse inoltre le produzioni di filmati che ricostruiscono la vita nelle risaie e nelle campagne come “Il Veneto delle Meraviglie” o “La Riforma Fondiaria nel Delta del Po”, percorso attraverso le fasi controverse che hanno portato all’adozione di una serie di provvedimenti che hanno cambiato il volto, seppur con modalità non sempre uniformi, dell’intero territorio dell’Isola di Cà Venier e dell’Isola della Donzella.

    Doverosa, inoltre, la citazione dello sforzo prodotto da Marangoni per arrivare alla produzione di un breve ma eloquente documentario sull’ultimo viaggio del traghetto che aveva collegato per anni le sponde di Cà Tiepolo e Cà Venier prima dell’inaugurazione, nel 1997, del nuovo ponte sul Po di Venezia.

    Da sempre promotore e protagonista di iniziative atte a mantenere viva la memoria delle tradizioni locali, Giovanni Marangoni è fra i fondatori del “Centro di Documentazione della Civiltà Contadina” di Porto Tolle, di cui è anche vice-presidente.

    Il Centro, nato nei primi anni ottanta, ha reso permanente una mostra che inizialmente veniva proposta di anno in anno, in occasione della Fiera del paese, consistente in una raccolta di attrezzi, documenti, materiale e testimonianze sulla vita quotidiana, i mestieri e le principali attività riconducibili alla civiltà contadina.

    Nel 2006 i registi Alessandro Rossi e Michele Mellara hanno attinto al suo archivio fotografico per recuperare immagini e ritratti da inserire all’interno del documentario, prodotto da Mammut Film, “Un metro sotto i pesci”. E’ un viaggio attraverso i paesaggi e la gente del Delta, fra poesia, pescatori e dedali di canali, stretti come le maglie di una rete da pesca, insidiosi come il rapporto difficile, fatto di amore e diffidenza, instaurato negli anni fra il territorio e la sua gente, uomini che parlano un “dialetto strano, spezzato, frutto di miscugli linguistici”.

    Le foto di Marangoni sono inoltre entrate a far parte, come gli spezzoni dei documentari di Florestano Vancini, delle fonti a cui i due registi bolognesi hanno attinto per spiegare il loro personale, intimistico, punto di vista sull’area geografica che raccoglie il tratto terminale del Po.

    Un percorso nitido, quello di Marangoni, il racconto per immagini di una storia del tutto peculiare, cucita col filo della passione; la storia del delta dal dopoguerra con le sue tappe principali: dalla stagione della bonifica alla riforma agraria; dall’estrazione del gas metano agli improvvisi capricci della natura. E sempre Giovanni Marangoni si rivela un testimone lucido, una sentinella vigile, un cantore, a modo suo, dei paesaggi sfumati di un territorio che si perde all’orizzonte, nel fatale incontro del cielo con l’inquietudine del mare.

  • Un eroe partito dal Polesine

    Un eroe partito dal Polesine

    Come tanti emigrati del dopo alluvione, Sante Zennaro era partito da Polesine per cercare in Lombardia più dignitose occasioni di lavoro e di vita. Mai avrebbe pensato che, dopo qualche anno, sarebbe divenuto un eroe: che avrebbe dato la vita per salvare 97 bambini e le loro maestre in balia di due pazzi pronti all’omicidio.

    Il fatto. Il 10 ottobre 1956 due individui, armi in pugno e cariche di tritolo in uno zaino, si introducono nella scuola elementare di Terrazzano, paese lombardo frazione di Rho. Sequestrano alunni ed insegnanti, li fanno salire al primo piano dove ai bimbi vengono legate le mani. Si asserragliano nella scuola sbarrando la porta d’ingresso e, con lucida follia, iniziano ad avanzare le loro richieste per liberare i prigionieri: 200 milioni di lire innanzitutto.

    Nei pressi dell’edificio scolastico arrivano le autorità, le forze dell’ordine e i due, riconosciuti come i fratelli Egidio ed Arturo Santato (di cui quest’ultimo, il più vecchio con idee megalomani, da poco dimesso dall’ospedale psichiatrico) iniziano ad avanzare richieste accessorie. Vogliono visibilità, ed arriva la Rai, mentre loro si fanno sempre più minacciosi ed aggressivi.

    Si affacciano più volte alla finestra facendosi scudo con una maestra o con dei bambini, puntando le armi alle loro teste e reiterando le pretese. I tiratori scelti sono pronti a sparare, i carabinieri ad intervenire, i vigili del fuoco a fare il loro dovere. Ma è difficile decidere la prima mossa, mentre i due, sempre più esagitati, sembrano pronti a fare la prima vittima, scelta a caso tra gli ostaggi.

    Sante Zennaro, ventitreenne di Grignano da qualche anno inurbatosi a Terrazzano, sente di dover intervenire. Appoggia una scala all’edificio, puntando alla finestra del primo piano. Riesce ad introdursi ed è il parapiglia. Ai colpi d’arma da fuoco esplosi dai malviventi si aggiungono quelli delle forze dell’ordine che approfittano del momento in cui la situazione si è destabilizzata per intervenire. I due sono catturati.

    Bambini e maestre finalmente salvi corrono verso la libertà. Grida di gioia. Sembra un miracolo. Ma Sante perché non esce?

    Lo trovano agonizzante, colpito a morte. Con la sua vita ha salvato quella di cento persone. Prima lo sbigottimento. Poi la dolorosa constatazione della tragica realtà, ed infine il prevalere di un fortissimo sentimento di gratitudine. Sante viene riconosciuto come l’eroe di Terrazzano: l’unico tra i tanti presenti durante l’inutile trattativa che abbia avuto l’ardire di agire per portare aiuto a degli indifesi, costi quel che costi.

    11 Ottobre 2009. Sono passati 53 anni dal tragico evento. Ma Terrazzano ed il comune di Rho non intendono dimenticare. E’ la giornata della memoria.

    L’appuntamento tra i rappresentanti della comunità di Rho e quelli di Rovigo è presso il camposanto. Due auto, partite di buon mattino dal Polesine, giungono puntuali: per il Comune di Rovigo c’è l’assessore Giovanna Pineda e il consigliere Armido Osti di Grignano. Nella seconda auto il fratello di Sante, Benito Zennaro che è tornato a vivere a Grignano. E’ accompagnato da Carlo Alberto Rossi, storico del paese, e da Lino Segantin in rappresentanza dell’associazione Polesani nel Mondo.

    La tomba di Sante Zennaro è presso il monumento ai caduti di guerra. Anche lui è un caduto per la libertà, sottolinea il sindaco di Rho Roberto Zucchetti. Ha dato la vita per la libertà degli altri. Un esempio fulgido. I valori coltivati da Sante devono essere trasmessi ai giovani.

    Giovanna Pineda è commossa. Ringrazia la Comunità di Rho per l’impegno nel preservare il ricordo e trasmetterlo anche al Polesine che forse aveva dimenticato. Sante non è vissuto invano. Il suo gesto è una testimonianza dei più alti valori dell’uomo.

    Prende la parola Renata De Angelis, una delle bimbe tenute in ostaggio 53 anni fa: ricorda l’”angelo” apparso sullo specchio di quella finestra che separava l’improvvisata prigione dal mondo libero. L’angelo venuto a riportare la libertà e la vita…

    Seconda tappa in paese, dove una strada divide l’edificio dell’ex scuola dalla chiesa. C’è la messa. All’omelia ancora parole sentite nel ricordo di Sante. All’uscita c’è la banda che alza al cielo le note che uniscono gli italiani. Il pubblico si sente affratellato. Presso l’ex scuola un piccolo monumento dedicato a Sante ed un pennone per l’alza bandiera, presso il quale un picchetto di alpini procede all’operazione, mentre la banda intona l’Inno d’Italia. Commozione e applausi. Poi ancora un ricordo di Sante e una non retorica sottolineatura dei valori di umanità di cui si era fatto portatore. Ai nostri giorni c’è bisogno di quei valori…

    Terza tappa. L’apertura al primo piano dell’edificio, ex scuola (oggi sede dei servizi di quartiere) di una mostra dedicata a Sante e a quel tragico giorno che resta indelebilmente scolpito nella memoria collettiva del paese di Terrazzano e della cittadinanza di Rho. E da oggi anche in Polesine. Per non dimenticare.

  • La pìetas, un valore universale

    La pìetas, un valore universale

    Spesso, specie nella case rurali delle nostre campagne, alla devozione per la Madonnas’affiancava anche quella rivolta a santi “speciali”. Per quel che mi riguarda due ne ricordo in particolare, S. Antonio da Padova e Santa Rita da Cascia, che hanno accompagnato, con la loro discreta presenza, la mia crescita dall’infanzia alla giovinezza.

    Sopra l’architrave della porta di casa in una nicchia – sbiancata ogni anno all’arrivo della buona stagione con una mano di calce – era collocata una piccola statua d’una trentina di centimetri di gesso colorato, o verniciato, non ricordo: un sant’Antonio con la testa leggermente reclina a guardare un bambinello sorretto dal braccio sinistro. Man mano che il tempo passava io crescevo e “lui” sbiadiva sempre più. Qua e là il gesso pareva sbocconcellato e l’aria dimessa del santicello era sempre più spenta.

    Dentro in casa poi, sopra un vecchio cassettone stava una statuetta raffigurante Santa Rita, in veste monacale, con il velo che incorniciava una mesta dolcezza e la fronte sanguinante per la spina miracolosamente staccatasi dalla corona del crocefisso davanti al quale pregava. Le gocce di sangue della ferita avevano già perso la loro consistenza all’epoca in cui io la ricordo: soltanto qualche macchiolina rossa era rimasta qua e là. Quante volte ho ascoltato, non vista, le preghiere rivolte alla “Santa degli impossibili”! E, a completamento delle preghiere, un lumino di cera rossa ardeva giorno e notte davanti all’immagine.

    Ora, queste due statuette esistono ancora. Scampate non so come a un’alluvione e sopravvissute a vari traslochi, stanno nel buio polveroso del sottotetto della mia nuova casa e chissà se sono ancora “in grado di esercitare la loro funzione protettiva”.

    Certo è che proprio a loro era affidato lo stesso compito che gli antichi romani affidavano ai LARI, gli spiriti degli antenati che, divinizzati, diventavano spiriti protettori della casa.

    La persistenza di questo concetto è presente nella parola focolare: foco (fuoco) + lare, appunto spirito protettore del fuoco domestico. Ma si può dire di più. Nella cucina di molte case di campagna era uso appendere ai lati del focolare le foto dei “vecchi” oppure collocarle contornate da lumini accesi su una mensoletta ricoperta da una tela bianca bordata di pizzo sempre poco lontana dal focolare.

    Ci si faceva il segno della croce di fonte a queste foto e si innalzava una muta preghiera non ai santi, ma ai parenti nella convinzione che anch’essi, una volta defunti, si caricassero di energia protettiva. (Anime sante del purgatorio!).

    Anche quest’usanza, oggi non più rintracciabile nelle nostre campagne, faceva parte di un complesso di tradizioni e riti ereditati dalla cultura pagana e accolti dalla Chiesa senza contrasto, anzi facendoli suoi poiché la pietas, ovvero il sentimento di devozione, rispetto, affetto amore è un valore universale che non intacca i dogmi.

    Riti della Chiesa che hanno origine precristiana sono le novene, i tridui, la benedizione e le rogazioni: pratiche del tutto usuali fino a pochi decenni fa.

    Le NOVENE e i TRIDUI, della durata rispettivamente di 9 e 3 giorni, hanno sostanzialmente il medesimo scopo, ottenere grazie (chi non ricorda i numerosi tridui nel 1951 sull’argine del Po?) e il primo anche preparare i fedeli a una festività solenne come accade a Natale.

    La BENEDIZIONE, ovvero l’insieme di un gesto e formule, è riscontrabile in tutte le religioni ed è volta a trasmettere attraverso colui che ne ha l’autorità (il sacerdote) la protezione e il favore del dio.

    Le ROGAZIONI (lat: rogatio = domanda, richiesta) con processioni, suppliche, litanie chiedono, invocano la protezione divina sui raccolti.

    Queste pratiche religiose, troppo simili ad analoghe cerimonie pagane (a Roma c’erano specifici collegi sacerdotali preposti alle pratiche richieste dalle varie necessità dei “fedeli”) furono in parte abolite dal Concilio Vaticano II. Tuttavia la tentazione di ricorrere a queste suppliche in situazioni disperate o molto gravi, riappare specie nei momenti in cui a lungo si protraggono fenomeni atmosferici avversi, come siccità o eccessiva piovosità generatrice di temute alluvioni!

    Questa manifesta eredità dal mondo antico mette bene in evidenza come l’uomo, a qualunque tempo o società appartenga, rimane per certi aspetti sempre uguale a se stesso.

    Legate ad un passato davvero lontano sono sicuramente anche altre manifestazioni molto meno caratterizzate da spirito religioso, tipiche della cultura popolare veneta.

    Tra queste voglio ricordare i roghi accesi nella vigilia della festa dell’Epifania. Derivano da antichissime pratiche, concepite come un invito al sole, che appare lontano, affinché si avvicini alla terra per ridonare calore e quindi assicurare i due elementi fondamentali dell’alimentazione, ovvero il pane ed il vino. E proprio per questo la festa dei roghi, derivata dall’antico rito solare, nel veronese e nel trevigiano dove tuttora è in uso, è chiamata panevin.

    Una manifestazione popolare molto sentita questa, semplicissima nella sostanza, che aveva un ampio riscontro popolare giacché tutti contribuivano a formare i mucchi di sterpaglie, cespugli, rami secchi che poi venivano accesi dal più giovane dei presenti.

    A Rovigo era anche molto sentita la liturgia della luce. Oltre all’Epifania, il 2 febbraio si festeggiava S. Maria della Candelora, a ricordo della purificazione di Maria al tempio 40 giorni dopo la nascita del figlio. Varie le fasi rituali: si partiva con una solenne benedizione delle candele, poi la distribuzione, infine i fedeli, reggenti ognuno una candela accesa, portavano in processione le immagini di Maria e di Gesù. Le piccole candele si sono sostituite alle grandi torce collettive dell’Epifania.

    La chiesa ha fatto dunque proprie le feste del folklore pagano; per così dire le ha assimilate rendendo più comprensibile la propria liturgia dell’anno, tant’è che per il 25 marzo – all’inizio della primavera – ha proposto la festa dell’Annunciazione, cioè del misterioso divino ingravidamento di Maria, chiaro riferimento al culto pagano relativo all’avvenuta fecondazione della terra.

    Indirizzato e corretto (per es. i fuochi dell’Epifania potevano essere accesi per illuminare la strada ai Re Magi) il folklore risultava utile alle proposte liturgiche e catechistiche della Chiesa.

    Si può concludere dicendo che, come nell’antichità durante il processo di feconda maturazione della terra erano chiamate a vigilare ancestrali divinità femminili, anche nel tempo della chiesa è richiesto un patrocinio femminile (la Vergine Madre) sull’andamento dei frutti della terra che si trasformano in cibo e, quindi, vita e salute per l’uomo.

    Impossibile negare l’analogia tra profano e sacro o, per meglio dire, la continuità tra passato e presente.

  • I giochi del gorgo

    I giochi del gorgo

    Tra gli aspetti paesaggistici del Polesine, un ruolo di sicuro interesse rivestono i gorghi di Trecenta, dolci laghetti nella campagna polesana, ricchi di fascino per la rigogliosa vegetazione che li contorna e per gli animali selvatici che qui trovano il loro habitat ideale. Un ambiente non lontano dal centro di Trecenta, che ancora oggi mantiene, almeno in parte, il sapore delle aree allo stato naturale, motivo di attrazione da sempre dei fanciulli animati dal senso di avventura.

    E ciò era tanto più vero un tempo, quando non esisteva la televisione né i giochi elettronici e i ragazzi dovevano inventare i loro giochi. Lo ricorda con nostalgia Giuseppe Lavezzo che vive a Trecenta, sulle rive del Gorgo della Sposa. Lì ha vissuto la sua infanzia negli anni “30” e ha trascorso poi il resto della vita, introiettando colori, rumori, profumi e odori di quegli specchi d’acqua e di cieli che caratterizzano da secoli la campagna trecentana.

    Altri hanno studiato i gorghi sotto il profilo scientifico, indagandone origine e natura. Lui, dei “gorghi indormensà dai rosignoli”¹, ha colto l’aspetto poetico, quasi magico, trasfigurato negli olii, negli acquerelli e nei disegni che riempiono la sua casa-galleria immersa nel verde. Ai gorghi Beppe ha dedicato ampia parte della sua ricerca pittorica, divenendone il più autorevole interprete artistico polesano. Quasi ispirandosi ai versi di Gino Piva, coi suoi dipinti Lavezzo sembra sussurrarci:

    L’è questo el gorgo indove s’indormensa La testa dei remenghi che lo varda, […] un vecio gorgo sconto da le cane, da fiori d’acqua co’ le foie larghe che fin al fondo se voria vardarghe quando ch’al vespro sona le campane².

    Ma, oltre che da momenti di poesia, Giuseppe Lavezzo è legato a questo ambiente dalla memoria. E il suo pensiero va spesso ad un passato che più non torna. Di qui il desiderio, se non di riattualizzare aspetti di vita intensamente vissuti, quanto meno di rappresentarli graficamente.

    È così che, qualche anno fa, colto da un’ansia di testimoniare quel mondo ormai dissoltosi irrimediabilmente, deposti per un attimo i colori, Beppe ha disegnato 29 tavole che ritraggono i giochi dei bimbi nel Gorgo della Sposa e il lavoro degli adulti immersi nelle acque fangose prossime alla riva, impegnati nella raccolta e nella lavorazione della canna palustre, della paviera e nella macerazione della canapa.

    Qui ci limitiamo a rievocare i giochi dei bimbi ritratti in china da Beppe. Dai suoi schizzi veniamo a conoscere che, un tempo, nelle torride, afose giornate d’estate torme di “ragazzini di sette-otto anni” si immergevano nelle fresche acque del gorgo. Il fondo del gorgo, secondo Arrigo Lorenzi che lo studiò nel dicembre 1904³, è costituito da due bacini a forma di catino che, all’epoca della misurazione, raggiungevano la profondità di 10 metri l’uno e 12 l’altro. Nell’area settentrionale del gorgo, però, Lavezzo ha individuato un punto profondo 18 metri. Una massa d’acqua ragguardevole e pericolosa per le giocose immersioni dei bimbi che, con l’ingegnosità tipica della cultura contadina, avevano saputo adottare le appropriate contromisure.

    Come?

    Utilizzando e manipolando un’erba palustre che cresceva rigogliosa nel gorgo, fabbricavano imfatti dei primitivi ma efficaci salvagente.

    Dalle acque del gorgo spuntava il giunco, in dialetto zoncolo⁴, “un’erba palustre con gambo rotondo, lungo, affusolato. Una volta tagliato ed essiccato al sole” – scrive Lavezzo a corredo del disegno – veniva unito in “mazzetti della lunghezza di circa trenta-quaranta centimetri e di circa tredici-quindici di diametro”.

    I due mazzetti, chiamati zoncoli, venivano infine “uniti al centro da una cordicella di circa mezzo metro” che, posizionata “sotto le ascelle e il petto”, consentiva di galleggiare ed imparare a noare (nuotare) in condizioni di sicurezza.

    I ricordi dei suoi giochi di bimbo nel gorgo risalgono agli anni 1935-1936. Gli zoncoli furono poi soppiantati dalle zucche essiccate, già utilizzate da tempi immemori dai contadini come contenitori d’acqua o di graspia⁵ per dissetarsi durante il lavoro nei campi.

    Nei freddi mesi d’inverno il gorgo cambiava volto e le acque si trasformavano in una stessa lastra di ghiaccio. Comparivano allora frotte di ragazzi armati di slitte e sci per slissegare. Le slitte di legno erano dotate di due punteruoli che terminavano con un chiodo appuntito e resistente per fare presa sul giazzo e consentire alla slitta di avanzare.

    La forza delle braccia lanciava le slitte in veloci e arditi volteggi (e dolorosi capitomboli) in cui si esibivano i ragazzi in una baraonda di voci e di risa. Le slitte hanno solcato le acque gelate di fossati e specchi d’acqua del nostro Polesine fino agli anni 60, quando ancora d’inverno nevicava, il freddo gelava anche il respiro e giocare voleva dire stare insieme.

    Beppe Lavezzo ci ricorda infine l’uso di rudimentali sci. Costruiti con due tavole di legno, nella parte superiore erano dotate di “una lamiera con funzione di tomaia” per fissare il piede allo sci; il tallone poggiava ad un pezzo di legno concavo che fungeva da “ferma piede”. Nella parte inferiore dello sci venivano fissati due robusti ferri levigati appoggiati ad un supporto di legno che sopraelevava il ferro rispetto al piano dello sci. L’insieme di tutti questi elementi e l’aggiunta di due racchette appuntite consentivano agli sciatori del gorgo di gareggiare agilmente con gli amici che a fatica spingevano le loro slitte.

    E intanto che Beppe ci descrive gli strumenti dei suoni antichi giochi, i nostri occhi corrono a tre quadri che ritraggono il gorgo sepolto nella neve, dove tutto è neve, gli alberi, i giunchi, le case, persino l’acqua, dove tutto è avvolto nel candore di un sogno profondo e lontano.

  • Veci e zoveni

    Veci e zoveni

    Cinquant’anni fa, se un ragazzotto si fosse intromesso nel discorso fra grandi, o peggio, avesse tentato di trinciare pareri su argomentazioni in cui era indispensabile l’esperienza, veniva zittito bruscamente: “Tasi ti, ca te ghe ancora l’ombrigolo tacà a la napa”.

    Non erano i tempi biblici di Abramo, ma quelli più prossimi ed equilibrati in cui vigeva il rispetto per l’anziano, che discendeva a sua volta dalla compostezza ieratica, dall’aver superato indenne tante prove, dalla straordinaria quantità di nozioni accumulate, fonte inesauribile cui attingere per la scuola della vita. Il vecchio è sempre stato, presso tutti i popoli e le culture, l’enciclopedia vivente da consultare in pace e guerra, la chiave per uscire dai labirinti inestricabili del dubbio.

    Servono oggi i vecchi?

    “Pararìa de no,…cossa xe che i sa lori de machine, de computer, de diavolezi, de internet… la gai mai vista na carta de credito?”

    Messe così, le conclusioni da trarre parrebbero infauste, ed infatti chi non sa reggersi da solo, viene espulso dal circuito produttivo, e parcheggiato in luoghi pietosamente e ipocritamente indicati come ville del riposo.

    In realtà questa che stiamo vivendo è la fase storica (unica ch’io sappia) in cui ci si ritrova a rinunciare ad una quota parte dell’esistenza. Prima ci pensava Madre Natura a stabilire dei limiti, ora l’uomo, convinto della sua quasi onnipotenza, ne ha stabiliti di nuovi e peggiori.

    Nel concreto, non riuscendo a rincorrere un progresso (ma è poi tale?) troppo rapido, occulta il problema anziani che problema non dovrebbe essere, e li conduce in quella valle di Giosafat che è l’oblio in attesa che “La Siora Bettina la vegna a pescarli con la negossa (rete da pesca)”.

    Superfluo spiegare “chi xe la Siora Betina”; meno immediata è invece la comprensione del detto: “L’onbrigolo tacà a la napa”, che era rivolto quale rimprovero ai più giovani. Si riferiva non proprio all’ombelico (onbrigolo) ma al cordone ombelicale, il quale ad ogni nascita – e nascevamo tutti in casa – dopo essere stato reciso dalla “comare” (levatrice) veniva appeso ad asciugare sotto la cappa del camino in ricordo di un’antichissima forma di augurio e fertilità. Nel Cuneese, dove ho vissuto alcuni anni, usavano celare quest’albero di trasmissione della vita nell’orto, al riparo di due tegole accostate, e questo si è protratto fino ai primi anni 50, quando il vento del boom economico spazzò via impetuosamente secoli di tradizioni e di credenze rituali profondissime.

    “Ciò, adeso i zoveni i sa tuto lori,…voto vedare che sto mondo i lo ga inventà da la sera a la matina?” Per ciò che concerne il cambiamento di costume i giovani sono indubbiamente avvantaggiati. Certi argomenti scabrosi non si affrontavano una volta in presenza dei giovani, e se costretti si faceva ricorso a tutto un vocabolario degno della più navigata diplomazia. Adesso ci piombano direttamente in casa attraverso il video, immagini che fanno sobbalzare, e non c’è niente da ridere se ai nipoti viene spontaneo invitare i nonni a lasciare il salotto, giudicando quelle immagini inadatte e pericolose ai loro canuti capelli e al cuore ballerino.

    “On manicomio,..ma digo mi, con tuto sto savere, me pare che no se sia gnanca più boni de combinare on matrimonio ca dura; andemo so Marte e barufemo In casa in’ leto e par la strada!”. Le cose più semplici e più naturali ci sfuggono, come al Don Ferrante Manzoniano, e a poco servono i pilastri del passato ormai sepolto, come i proverbi.

    “Disea i veci: baile ga tolto zapa, secondo l’omo la dona se cata”.

    Se uno nasce contadino (baile) è consigliabile che prenda in moglie (zapa), affinché il connubio fili speditamente.

    Come si fa a dare un consiglio di questo genere oggi? Ne hanno visto troppe in TV (e quindi virtuali) per accettare serenamente un indirizzo logico. I maschi aspirano a possedere luccicanti auto di lusso, a diventare potenti manager davanti cui tutti tremino, ad avere a disposizione, oltre ad una moglie brillante e tollerante, un harem di concubine.

    Le ragazze “non le vole stare de manco” e allora pretendono gioielli, ville principesche, abiti di firma, vacanze ai tropici, amanti focosi, e, “sa ghe ne vanza, on mario ca tasa e sapia portare i corni”.

    Esagerazioni? Forse, ma quando queste fantasie si agitano incontrollate nei cervelli (acerbi) è facilissimo che espellano valori virtuosi ma ritenuti impraticabili, quali il sacrificio, il dolore, l’accettazione, la compassione (patire con). Insomma tutti vorrebbero avere, e, siccome nessuno vuol dare, dove andremo a prendere ciò di cui abbisognamo? Nel mondo dei sogni pericolosi per l’appunto.

    Sparita la famiglia patriarcale e in fase di rarefazione perfino quella “moderna” fatta di padre, madre e uno o tutt’al più due figli, si va verso un mondo di single. Dove sono i fratelli, i cognati, i nipoti cui appoggiarsi? I vecchi non ci sono più, perché un sistema nervoso e immorale ce li ha fatti allontanare,…non sentiremo la loro mano posarsi sul capo per un gesto di sostegno, non udremo la loro voce rimproverarci con affetto, non ci saranno parole di pace e di saggezza cui appoggiarci.

    Soli verso il nulla, con le nostre sicumere ed i cocci taglienti dei sogni infranti.

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