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Archivi: Articoli d’archivio

  • Nel Parco della Fossa Maestra

    Nel Parco della Fossa Maestra

    Quelle di Giacciano e Baruchella sono terre che hanno conosciuto per lunghi periodi le intemperanze dei grandi fiumi che le circondano. In particolare nel 1438, in seguito alla rotta dell’argine destro dell’Adige, in prossimità del centro abitato di Castagnaro, paese in territorio veronese ai confini con la nostra provincia, le acque invasero le terre circostanti. Poi, seguendo l’inclinazione della pianura, scesero verso il Tartaro, che raggiunsero in prossimità di Canda, creando con il loro deflusso un corso d’acque tortuoso. Ebbe così origine l’alveo del “Castagnaro” che segnò in modo indelebile il territorio lasciandolo impaludato per lunghi periodi.

    Strappare la terra alle acque per restituirla alla popolazione fu un’opera lunga e complessa. Molto fece un’antica famiglia di bonificatori, i nobili Cisamini detti “Baruchello”, da cui ebbe origine il toponimo che contraddistingue il paese. Seguì la grande bonifica dei Bentivoglio nel Seicento e, successivamente, tra il 1858 e 1865, al tempo degli Austriaci, lo scavo della Fossa Maestra che utilizzò l’alveo del Castagnaro.

    La Fossa attraversa il paese di Baruchella: presso la riva destra si erge la chiesa parrocchiale dedicata a San Pietro martire, con la sua facciata settecentesca, mentre nei pressi della sponda opposta sorge l’edificio delle scuole, davanti al quale si innalza la bella statua dedicata ai caduti, realizzata nel 1957 da Gualtiero Bertoni.

    L’argine della Fossa Maestra, a lungo in stato di abbandono, si è sempre più caratterizzato negli anni come un luogo impervio, una zona boschiva degradata, il cui accesso era sbarrato da un groviglio di rovi e sterpaglie che impedivano di fatto il passaggio alla rive del canale. Ma fortunatamente nel 1996 un gruppo di ambientalisti volontari ha avviato una pregevole opera di recupero degli argini: con grande sacrificio hanno ridato vita nuova alla rive, rendendo agibili e fruibili ambedue gli argini.

    Ne è nato il “Parco della Fossa Maestra”, un sentiero verde di otto chilometri, curato, ben percorribile a piedi, in bicicletta o a cavallo. Si sviluppa lungo le due sponde del corso d’acqua, partendo dal ponte di Baruchella fino al ponte del “Passetto” di Trecenta.

    Raggiungere il Parco della Fossa Maestra si caratterizza come una coinvolgente esperienza sensoriale – olfattiva oltre che visiva – che diviene particolarmente intensa a maggio quando si è avvolti dal profumo dei biancospini fioriti: i bianchi grappoli pendono specchiandosi nell’acqua, lasciando una scia di petali che scorrono placidamente verso Canda per poi mescolarsi con le acque del Tartaro, che prende il nome di Canalbianco nel suo lungo percorso verso il mare.

    Si possono ammirare piante e fiori in crescita spontanea, stupende acacie, rovi carichi di more e alberi che celano nidi di pendolino, fringuelli e pettirosso. Poi ecco spuntare fra i cardi un martin pescatore.

    Dal basso argine sul far della sera si intravedono tra i rami le luci di Giacciano con la sua piccola e suggestiva piazza e la bentivolesca chiesa neoclassica.

    Il susseguirsi delle stagioni, dai colori dell’autunno al tripudio della primavera che veste di fiori acacie e biancospini, provoca sensazioni uniche. Si tratta di un luogo dove è ancora possibile godere di bucolica tranquillità: uno scenario di profumi e suggestioni da vivere e ancor più assaporare in sella ad un cavallo, un animale empatico, un generoso compagno di vita oltre che di avventure, rispettoso con il suo tranquillo avanzare di un luogo il cui silenzio è rotto solo dal canto di un merlo o dal ritmo del picchio.

  • San Leonardo di Villadose

    San Leonardo di Villadose

    La recente conclusione dei lavori di restauro della facciata della Chiesa di San Leonardo Abate¹ di Villadose e il rifacimento del suo sagrato hanno acceso l’attenzione sul sacro edificio costruito a cavallo tra Sette e Ottocento.

    Fondamentali notizie sulla chiesa ci sono offerte dallo splendido volume di Alberino Gabrielli “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria e Rovigo”, edito da Ciscra Edizioni. Un punto fermo per tutti i cultori di Storia locale, e in particolare di coloro che cercano di scavare nelle vicende edificatorie e decorative delle parrocchiali polesane. Proprio da questo libro mi accingo pertanto ad estrapolare alcune notizie storiche quali introduzione di quello che è stato il risveglio della facciata incompiuta della Chiesa di San Leonardo Abate e la contestualizzazione del suo sagrato, inserendolo nel riordino urbano del Centro di Villadose.

    Partiamo dal nome del paese, che trova le sue radici in età Medioevale quando il Polesine era ancora una terra di confine tra lo Stato Estense e la Serenissima Repubblica di Venezia. In alcuni documenti dei primi anni del 1300 compare con l’appellativo di “Villa Ducis” che viene tradotto dalla lingua Latina in centro rurale (Villa ovvero – podere, casa di campagna, fattoria…) del Duca (Ducis – Dux ovvero duca, duce, capo, guida, condottiero, principe…) riferendosi ai Signori di Ferrara. Con l’espansione della Serenissima nell’entroterra e l’arrivo in Polesine delle più importanti e influenti famiglie della Repubblica, il termine Ducis si modificò in Dose con pieno riferimento al Doge di Venezia.

    A Villadose fu più volte rifatta la chiesa eretta in onore di San Leonardo Abate. L’incuria del tempo, le continue e persistenti alluvioni che configuravano il territorio ad un aspetto più palustre che agricolo, i capovolgimenti “di fronte” e dei confini da parte delle Signorie, che obbligavano ad uno spostamento repentino la popolazione con il conseguente spopolamento alternante della Villa, portarono a un susseguirsi di abbandoni e successive ricostruzioni del luogo sacro, anche con la perdita della funzione di Parrocchia.

    Ma alla fine, con lo stabile controllo del territorio da parte della Serenissima e le consistenti operazioni di bonifica, tutta l’area raggiunse una soddisfacente sicurezza che favorì la nascita delle grandi corti rurali e l’arrivo di molti braccianti nella zona.

    La costruzione di una nuova ampia chiesa si manifestò pertanto un’esigenza molto sentita e più volte sottolineata.

    Il passo fondamentale fu fatto il 28 agosto 1778 quando, grazie a una supplica portata avanti dai nobili Veneziani, possidenti di numerose proprietà in loco, a nome loro e per i coloni oriundi, il Vescovo reggente firmò la bolla per la fondazione della nuova Parrocchia. Ma fu soltanto nell’anno 1790 che venne posata la prima pietra della nuova chiesa grazie al “coraggio, al puntiglio e il sacrificio del parroco Don Luigi Cittadella e all’apporto delle numerose persone che contribuirono alla realizzazione. Durarono 25 anni i lavori per l’edificazione del sacro edificio, che fu aperto al culto nel 1815, anche se le opere di decoro continuarono per altri 15 anni.

    L’interno della chiesa si presenta pulito ed essenziale nelle sue architetture e nella decorazione quasi neoclassica. Spicca l’originalità del disegno di definizione del coro, diviso, nel suo alzato dal presbiterio, da un elegante intercolunnio di chiara ispirazione classicheggiante. Se gli altari delle cappelle laterali ricordano il passato stilistico e decorativo delle vecchie parrocchiali, la decorazione pittorica, eseguita in diversi periodi, è decisamente in gusto ottocentesco e novecentesco.

    Incompiuta invece è la facciata: il paramento murario in mattoni a vista, che progettualmente costituiva il supporto per l’ancoraggio della “pelle” finale, da realizzarsi con un materiale più nobile come il marmo, ne ha preso il posto nella cultura visiva paesana, identificando storicamente l’alzato compositivo dell’ingresso alla chiesa.

    Quando sono stato chiamato dal Parroco Mons. Guido Lucchiari a impostare il progetto per il suo restauro conservativo, lo stato in cui versava era decisamente complesso. Orientata a nord, la facciata era stata per troppi anni in balia dall’incuria del tempo, e priva di una costante manutenzione, indispensabile alla salvaguardia degli edifici storici.

    L’aggressività della vegetazione, cresciuta sui cornicioni, il guano dei numerosi piccioni, che abitavano all’interno dei fori pontai², avevano offuscato la cromia del laterizio ricoprendola di una patina verde marrone che opacizzava e incupiva il suo aspetto semplice ma seriale. La forte umidità di risalita, che aveva sgretolato buona parte dei mattoni controterra, completava un quadro patologico abbastanza ampio.

    L’intervento di restauro si presentava pertanto abbastanza complesso: oltre all’eliminazione del degrado materico, biologico e meccanico, che interessava l’alzato, il progetto si doveva soffermare su alcune scelte forti per il ripristino del profilo originario della facciata: l’eliminazione del “ponticello” di collegamento tra la Casa Canonica e la Chiesa, realizzato a metà del ‘900, e l’asporto del vecchio scheletro lapideo dell’orologio incastonato nel timpano.

    Dopo avere effettuato le analisi di laboratorio su prelievi di laterizio e malta di allettamento, per definire la loro composizione materia, ma soprattutto per capire la tipologia e l’intensità del degrado biologico e vegetativo presente, si è deciso di effettuare un intervento prettamente di carattere conservativo. Si è proceduto al lavaggio con acqua in pressione dei conci di laterizio con successiva bruscatura a mano per eliminare le patine più aggressive.

    Candeggiata e messa a nudo la facciata, si è passati alla sostituzione di tutti quei mattoni, visibilmente degradati per rottura o polverizzazione materica, utilizzando mattoni simili per dimensione, costituzione e colore scelti fra numerosi campioni proposti dalla Ditta appaltatrice.

    Compiuta la sistemazione, con tecnica cuci e scuci del paramento murario, questo è stato trattato con “biocida” in soluzione acquosa al fine di eliminare tutte le forme batteriche che aggredivano la muratura. L’integrazione successiva della malta di allettamento, risultata dalle analisi composta da calce aerea, ha completato tecnicamente l’intervento. Al fine di impedire ai piccioni di nidificare nuovamente nei fori pontai e aggredire con il loro guano la facciata, si è provveduto ad installare reti di rame trattato all’interno degli stessi.

    L’intervento trova nel ridisegno del sagrato l’elemento di arredo urbano che completa e arricchisce il riordino dei percorsi pedonali della pubblica via frontista del canale, contestualmente elevando e mettendo in risalto, per contrapposizione di materiali e tecniche compositive, la facciata della chiesa.

    L’area definita e delimitata da fioriere era inizialmente semplicemente asfaltata con una contropendenza che, invece di allontanare le acque meteoriche dalla facciata, le convogliava aumentando il fenomeno di risalita dell’umidità. Per ovviare a questa negativa situazione di fatto, si è pensato di realizzare, mediante l’impiego di fasce di trachite disegnate a ventaglio, contropendenze tali da convogliare le acque meteoriche lontano dalla facciata. E nel contempo si è proceduto a posizionare un ulivo all’interno della pavimentazione per creare quell’elemento di rottura alla prospettiva e all’uniformità materica e cromatica della trachite e del porfido utilizzato quale finitura.

  • La Madonna della Neve

    La Madonna della Neve

    A Papozze, in località Borgo, lungo la sinuosa via non a caso chiamata “la Bissara”, sorge un tempietto noto come Madonna della Neve, che si rifà ad un’antica tradizione e che nel novembre scorso è stato oggetto di alcune significative manifestazioni per il cinquantesimo anniversario della sua ricostruzione. Con una serie di cerimonie civili e liturgiche, l’amministrazione comunale di Papozze con il sindaco Diego Guolo, e la parrocchia con il parroco don Dino Berti hanno infatti ricordato i 50 anni della riedificazione della chiesetta. Nell’occasione è stata murata sulla facciata dell’edificio una lapide, il cui testo è leggibile nella foto pubblicata a lato.

    Il precedente edificio, che si trovava esattamente sulla stessa direttrice, sull’argine sinistro del Po, aveva dovuto essere abbattuto nell’ottobre del 1957 per disposizione del Genio Civile che aveva deciso una serie di lavori di rinforzo delle arginature. Una grave ferita per gli abitanti del luogo, a cui seppe però porre rimedio, con la tempestività e lo spirito pratico che lo contraddistinguevano, il parroco di allora, mons. Ugo Battizocco. Egli infatti mise in moto la macchina organizzativa, interessò gli enti preposti, sensibilizzò la popolazione perché il luogo di culto non andasse irrimediabilmente perduto.

    Fu così che nel maggio del 1958, recuperato tutto il materiale utilizzabile della precedente costruzione – si legge nelle memorie lasciate proprio da Mons. Battizocco, nell’Archivio parrocchiale – iniziarono i lavori, completati a tempo di record: il nuovo oratorio, sorto in un appezzamento di terreno nominato “Orto” di proprietà del nobile Cattaneo, il 4 novembre dello stesso anno, festa di S. Carlo Borromeo, fu consacrato ad opera di Mons. Pietro Mazzocco, arciprete della Cattedrale, che sostituiva il vescovo Guido Maria, che si trovava a Roma per l’incoronazione di Giovanni XXIII.

    La data scelta non fu casuale perché il 4 novembre cade la festa di S. Carlo Borromeo, nominato compatrono e contitolare di Papozze. Il santo milanese, secondo una consolidata tradizione popolare, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1580, mentre discendeva in barca il Po diretto a Venezia, fece sosta nel territorio di Papozze e precisamente alla Villa del Mezzano sorta su un’isola del grande fiume. L’ospitalità ed il calore dei papozzani furono tali che il Santo, al momento della partenza, avrebbe benedetto il popolo festante concludendo con la frase: “Mi ricorderò di voi in vita ed in morte”.

    Leggende e miti

    Ma l’origine della chiesa non è legata a questa importante tradizione e si perde nella memoria del tempo. Attorno ad essa fiorirono molte leggende e vari miti di fondazione. Tra tutte quella più ripetuta narra che sarebbe stata eretta per volere di un barcaiolo, che volle realizzare la costruzione per grazia ricevuta dalla Madonna intervenuta per salvare le sue sostanze da una tempesta sul Po.

    Al di là del Po, in territorio ferrarese, a Berra, c’è un altro oratorio che risale più o meno allo stesso periodo: è dedicato alla Madonna della Galvana. Quest’ultimo assieme al papozziano intitolato alla Madonna della Neve e a quello della Madonnina di Isolella-Bellombra, costituisce un riferimento noto da secoli nel territorio: i tre edifici sacri sono infatti conosciuti come le chiesette delle Tre Sorelle, perché – secondo un’antica tradizione – sorgerebbero nel punto in cui sono sepolte tre fanciulle le quali avrebbero nascosto qui il corpo di Gesù Cristo. Una narrazione leggendaria, in tutto simile a quella che si narra in un altro delta europeo, quello del Rodano.

    Sempre a proposito delle tre chiesette, si tramandano anche altri racconti, alcuni inquietanti come quello sulle gigantesche serpi che si trovavano nascoste fra le fondamenta. Un altro, che forse ha delle basi più realistiche, riguarda il ritrovamento delle ossa di tre corpi senza teschio e ciò ha determinato una serie di ipotesi.

    E’ assai probabile, comunque, che il culto della Madonna della Neve, presente lungo il Po, sia stato mutuato dai pellegrini che tornavano Roma dove si erano recati per lucrare le indulgenze durante l’Anno Santo. Il racconto fa riferimento alla miracolosa caduta della neve nella città eterna, in piena estate, nella notte tra il 4 e il 5 agosto del 352. Il prodigioso avvenimento avrebbe profondamente colpito il popolo che subito pensò di erigere una sacra costruzione nel luogo dell’eccezionale nevicata fuori stagione. Sarebbe così sorta la basilica di S. Maria Maggiore, mentre lo stupefacente racconto in breve si propagava in varie regioni.

    Notizie storiche

    Tornando al tempietto della Madonna della Neve di Papozze va detto che le prime notizie storiche di cui siamo in possesso risalgono al 1604. Mons. Flavio Peroto, il primo a parlarne, la cita come “Madoneta dea Fornasa”: due piccole campane, altare rivolto ad est e ingresso ad ovest, vi si celebra la messa al sabato. Il vescovo Boggiani, quello dell’interdetto, ricorda la tradizione del mercante salvato dal naufragio sul Po, anche se a quel tempo vi si festeggiava la Madonna Addolorata.

    Il tempietto, come detto, fu dunque ricostruito nel 1958 su progetto del geometra Aldo Veronese. I lavori furono eseguiti dalla ditta Reali per l’importo totale di 3.6000.000 lire. Al suo interno si conserva una pala d’altare, olio su tela, che rappresenta la miracolosa caduta della neve sul colle Esquilino. E’ un quadro di dimensioni ragguardevoli, sul quale non ci sono notizie di alcun tipo. Per quanto riguarda l’autore un tempo si parlava di Scarsellino o Benvenuto Tisi detto il Garofalo perché uno Scarsellino della chiesa parrocchiale fu da mano ignota riparato allo stesso modo di questo della neve, ritagliando la parte offesa e ponendovi una cornice a mo’ di riquadro!

    Ad ogni buon conto, a Papozze non hanno mai voluto che si desse risalto alle loro tele per timore di furti. Un Garofolo ed uno Scarsellino sono stati “prudentemente” presi in carico dalla Curia (Mons. Battizocco – morto recentemente – la chiamava “la lupa” (con riferimento alle parole di Dante) e mancano da Papozze ormai da diversi anni, da quando cioè Battizocco lasciò il paese.

    Nessuno si è più preoccupato di conoscere il destino delle due pregevoli opere, che difficilmente faranno ritorno al loro posto.

  • Capitelli e Osterie lungo il Po

    Capitelli e Osterie lungo il Po

    A piedi, i più fortunati a cavallo, su carretti o a bordo di nobili carrozze, poi a partire dai primi decenni del secolo scorso sempre più in bicicletta: questi i modi di spostamento delle genti del Polesine nei secoli scorsi.

    Cavalli e carretti, in particolare, erano necessari per il trasporto di merci e persone, portate di qua e di là dei corsi d’acqua della nostra terra da diversi traghetti, detti “passi”. Famosi tra gli altri quelli che lungo il Po restarono attivi fino ad alcuni anni fa nella zona tra Villanova Marchesana e Papozze: il primo tra Santi (sponda veneta) e Berra (sponda emiliana), il secondo tra Papozze (sponda veneta) e Serravalle (sponda emiliana). Una storia secolare quella dei “passi”, gestiti da mitici “passatori”, disponibili con ogni tempo, nel susseguirsi delle stagioni, a trasportare oltre il fiume persone, animali e cose.

    Tanta anche nel passato la gente in movimento, che, a quanto si può supporre, era molto devota, visto la presenza in zona di molti oratori e capitelli. Se questi erano i luoghi adatti a dare risposte alle esigenze spirituali, vi erano però anche alti punti di ritrovo e accoglienza in grado di rispondere ad altre necessità, questa volta di tipo materiale: le osterie, necessarie e molto frequentate.

    Alla ricerca di questi due importanti tipi di riferimento per i passeggeri del passato, ecco nascere l’idea di una camminata nell’area a ridosso della sponda veneta del Po tra Villanova e Papozze; un itinerario a piedi, nel corso del quale chi scrive queste note si è assunto il ruolo di guida per gli aderenti all’iniziativa promossa dal Ctg, CeDi-Turismo & Cultura.

    L’appuntamento per gli aderenti all’iniziativa è fissato a VILLANOVA MARCHESANA presso il Parco degli Amici del Po, nella bella golena, attrezzata per momenti di incontro, relax e svago. La passeggiata ha inizio raggiungendo la sponda arginale per muoversi nel senso della direzione della corrente del fiume che maestoso procede verso l’Adriatico. Sulla sinistra si stende il paese di Villanova con la sua bella chiesa madre dedicata a S. M. Assunta, che si erge proprio attigua alla sponda, giunta a noi nella forma attuale dopo l’ultimo importante intervento di ricostruzione che risale al 1788. Al 1834 risale invece la costruzione che, dopo alcune centinaia di metri, richiama la nostra attenzione: si tratta del Palazzo Daclon, sviluppato in altezza su quattro piani, eretto per volontà di un ufficiale francese che, giunto in Polesine al seguito dell’esercito napoleonico, s’invaghì di una bella ragazza del luogo che volle sposare stabilendo qui la sua ragguardevole dimora, murando una lapide sotto il cornicione a ricordo, come si legge, della “follia” d’amore che lo invase.

    Il cammino riprende, mentre lo sguardo si porta alternativamente sulla destra ad ammirare il grande fiume e sulla sinistra dove si stende la campagna ben coltivata, punteggiata da abitazioni rurali. Nei pressi dell’argine si profila frattanto un’ampia area verde: il parco di Villa Luisa, della quale rimangono soltanto le scuderie, dato che la costruzione padronale è stata mutilata in seguito ai lavori di rinforzo delle arginature.

    Raggiungiamo frattanto la località SANTI, citata per la presenza del primo dei due traghetti storici per secoli attivi nella zona. Il nome della borgata, che rimanda a pratiche di devozione verso i Santi della Chiesa, è legato alla presenza di un monastero gestito dai monaci Certosini, della cui testimonianza oggi si trova un oratorio dedicato alla Natività di Maria Vergine, attiguo all’edificio che, completamente rifatto nel ‘700, ha preso poi il nome di Villa Camerini. Scendiamo quindi dalla strada arginale per raggiungere l’oratorio, la cui facciata è percorsa da quattro lesene e conclusa dal tipico frontone triangolare.

    Proprio di fronte all’oratorio, si trovava l’ex Osteria da Braghin, detta “Da Bocale”, così denominata perché veniva servito vino sfuso solo in caraffa. La moglie dell’oste, la signora Norina, esperta nella preparazione di “Baccalà e Bertagnin” (un piatto attualmente introvabile nei nostri ristoranti) oggi rabbrividirebbe nel costatare la trasformazione del suo locale, da qualche tempo adibito ad intrattenimento notturno con ben altre frequentazioni rispetto agli amanti della buona cucina.

    Proseguiamo nella via campestre, imboccando via Arginone, toponimo che ci parla di antiche arginature. Lungo il percorso, che si snoda per circa due chilometri, incontriamo diverse abitazioni che presentano le facciate dipinte a “murales”, con vari soggetti, ora mitologici, ora ispirati alla produzione naif con scene agresti. Per tale caratteristica la via è stata anche ribattezzata “strada degli artisti”. Alla fine della via sorge un bel Capitello dedicato a Sant’Antonio, restaurato nel 2002 dagli abitanti del luogo, in particolare dalla famiglia Rondina. Si presenta bel fatto e gradevole, con all’interno una piccola statua del Santo ed una caratteristica campanina all’esterno. Dopo poche centinaia di metri raggiungiamo l’antica Osteria Da Rondina, oggi trasformata in casa privata.

    Molte e positive le annotazioni degli amici della camminata, pronti a sottolineare le amenità del percorso che ci porta verso la località BORGO. Alla periferia della borgata sorge l’Azienda Vitivinicola “Valle”, presso la quale decidiamo di fare una sosta, accolti in modo splendido dal titolare, il sig. Alberto Rigoni e dai suoi famigliari che ci deliziano con uno spuntino a base di affettati vari, qualche dolcetto e naturalmente gli apprezzati vini (bianco, rosso e rosè) prodotti dall’azienda. A conclusione della gradita sosta i nostri ringraziamenti sono più che sinceri, riprendiamo il cammino soddisfatti per l’accoglienza ricevuta; un’ospitalità che non si dimentica, che fa onore al Polesine e alle sue tradizioni enogastronomiche

    La tappa successiva è presso il vicino Oratorio dedicato a Santa Maria della Neve, consacrato nella posizione attuale il 4 novembre 1958, dopo la demolizione dell’antico Oratorio che sorgeva nella golena del Po. All’interno spicca una bella pala d’altare raffigurante il miracoloso salvataggio di un barcaiolo ad opera della Vergine.

    Proseguiamo verso il centro della borgata per far sosta presso il successivo Capitello dedicato a Sant’Antonio. Di proprietà privata, è stato recentemente restaurato dalla Signora Gianna, che ci tiene a precisare che è stata per molti anni emigrante a Novara.

    Al centro della località ecco l’ Osteria Da Pistolon, oggi bar Bonsai, gestito dalla famiglia Rossi.

    Il tragitto prosegue verso la vicina PAPOZZE, dominata dalla maestosa Chiesa dedicata a S. Bartolomeo, una delle più belle della diocesi. Molto antica, risalente al 1295 e benedetta dal vescovo Bonazonta di Adria, è stata sottoposta nel corso dei secoli a vari rifacimenti, con la facciata ultimata nel 1920. La bella chiesa meriterebbe sicuramente una visita accurata, anche per le tele di notevole pregio che custodisce, ma la mattinata è ormai completamente trascorsa, ed è ora di portarsi verso la nostra meta finale, in località PANARELLA, dove la cinquecentesca Villa Lardi precede la parrocchiale, e dove raggiungiamo una tipica Osteria per il pranzo. E, a tavola, abbiamo modo di rinfrancarci e riconoscere che il nostro Polesine non manca di importanti attrattive sotto il profilo paesaggistico e luoghi “magici” per riuscite escursioni.

  • Un itinerario risorgimentale a Fiesso

    Un itinerario risorgimentale a Fiesso

    Con questo articolo, proseguendo una pista di ricerca già iniziata dall’amico Lino Segantin in alcuni numeri precedenti di questa rivista (n. 28, gennaio 2004; n. 32, gennaio 2006), dedicata alla memoria storica del Risorgimento attraverso la toponomastica rodigina, cercherò di offrire alcuni spunti relativi a Fiesso Umbertiano, cui è stata recentemente dedicata una ricca monografia, alla quale si rinvia per ulteriori e più precisi approfondimenti¹. Ecco dunque un possibile itinerario in 9 tappe.

    1. Un ideale percorso risorgimentale nel paese può partire dalla tardo – settecentesca villa Migliorini, situata lungo via Trieste, appena fuori dal centro abitato, gradevole dimora di una tra le più facoltose ed importanti famiglie fiessesi: durante il Regno Lombardo – Veneto (1815 – 1866), fu temuta sede della Gendarmeria austriaca.

    2. Raggiungiamo quindi il centro del paese, dove prospetta, della stessa famiglia, l’ottocentesca Casa Migliorini con oratorio: abitata tra gli altri, da Giuseppe Migliorini, membro della Municipalità democratica napoleonica (proclamata il 19 maggio 1797) e dall’orefice Antonio. Il 3 giugno 1849, fu oggetto di uno tra i più «spettacolari» assalti del brigantaggio locale, ad opera del capobanda occhiobellese Carlo Cavriani.

    3. Ci spostiamo presso la Chiesa arcipretale della Natività della B.V. Maria e di S. Carlo Borromeo, completata nel 1691: all’interno della sacrestia, si conserva murata una lapide che ricorda don Giovanni Battista Delaiti (1810 – 1871), parroco di Fiesso dal 1850 all’anno della sua morte, il quale si oppose agli obblighi di delazione imposti ai parroci dal governo austriaco nei confronti dei sovversivi. Pertanto – come si legge nella lapide – quale «sacerdote del Cristo/ sotto la verga straniera/ la stola non insozzò con la denuncia/ Il palpito della patria redenzione/ coi figli divise».

    4. E la figura di don Delaiti è legata anche ad un altro episodio risorgimentale: egli infatti il 22 settembre 1866, celebrò le esequie del ventiseienne garibaldino Baldassare Faccioli, originario di Casale di Scodosia, tra i protagonisti della spedizione dei Mille, deceduto casualmente a Fiesso dopo un’agonia durata 71 giorni, colpito da un’insolazione mentre era accampato sulla riva destra del Po con le truppe del generale Cialdini l’8 luglio, durante la fase finale della terza guerra d’indipendenza, che porterà all’annessione di tutto il Veneto, compreso il Polesine, al Regno d’Italia. La sua morte, avvenuta il 17 settembre presso l’abitazione della liberale famiglia Franzoia, titolare della farmacia del paese, è ancor oggi ricordata da un’opportuna lapide posta all’epoca da «alcuni patriotti di Fiesso» sulla facciata dell’edificio, antistante la chiesa stessa.

    5. Spostandoci di pochi metri, memorie patriottiche riecheggiano nello spazio, oggi adibito a parcheggio, di piazza ex municipio: l’area, dominata dal facciata classicheggiante del palazzo Delaiti, sede fino al 1966 del Comune di Fiesso, un tempo era dedicata al XX settembre, anniversario della Breccia di Porta Pia (1870). Sul prospetto del palazzo, oggi sede della Biblioteca Comunale e della Sala Civica dedicata a Ferruccio Parri, una lapide, murata il 6 marzo 1902 a nome degli «onesti di tutti i partiti», ricorda il politico e scrittore garibaldino Felice Cavallotti (1842 – 1898); la stessa sovrasta un’interessante e rara buca postale d’impostazione a piastra tardo – ottocentesca, recante lo stemma sabaudo e la dicitura «Regie Poste».

    6. Giunti alla piazza dedicata allo statista democristiano Aldo Moro, imbocchiamo a destra via Dante Alighieri per arrivare, dopo circa 300 metri, in via Luigi Antonio Viviani, «carbonaro della Fratta», come ci ricorda l’insegna stradale. Di antica famiglia locale, Viviani intraprese la carriera legale divenendo Patrocinatore giuridico e pretore a Malcesine, sul lago di Garda. Frequentatore del circolo filofrancese occhiobellese di casa Cavriani, venne probabilmente in contatto con il conte Antonio Fortunato Oroboni, che per motivi patrimoniali frequentava Fiesso, dove aveva diverse proprietà terriere. Avvicinatosi alla Carboneria grazie alla sua amicizia con l’impiegato municipale di Rovigo Ferdinando Landi, nell’ottobre 1817 Viviani si ritrovò, dimostrandosi tra i più attivi, con altri 22 carbonari veneti e emiliani alla locanda Due Torri di Rovigo durante la fiera. Tradotto nel carcere veneziano dell’isola di S. Michele a Murano dopo la retata del 12 aprile 1819, Viviani fu sottoposto ad estenuanti interrogatori condotti da Antonio Salvotti, presidente del Tribunale, continuati fino alla fine di agosto 1820. Viviani, dopo la sospensione del processo per difetto di prove legali, fu condannato a sei mesi di arresto rigoroso con «la reità di grave trasgressione di Polizia contro la sicurezza dello Stato».

    7. Poco più avanti, un’altra strada ricorda il «martire del Risorgimento» Luigi Fernaroli (13 maggio 1802 – 15 luglio 1849). Di professione fittavolo, partecipò, insieme ad altri compaesani, alla Prima Guerra d’Indipendenza. Durante il tragico epilogo della Repubblica Veneziana guidata da Daniele Manin, Fernaroli tentò di caricare due barche di bestiame e viveri (due vitelli, undici pecore, quaranta polli, cinque cassette di limoni e quattro di uova) da destinare al territorio degli insorti di Chioggia, stremati dall’assedio austriaco, dalla fame e dalle pestilenze, che sarebbero dovute arrivare a destinazione attraverso il Canale di Brenta. Fermato a Piove di Sacco insieme ad altri quattro patrioti (i pescatori chioggiotti Giuseppe Bullo e Vincenzo Signoretto, il muratore Angelo Monticello da Pozzonuovo, e il falegname Antonio Marcolin da Pordenone), dopo un sommario processo, Fernaroli fu fucilato presso il locale Comando Austriaco il 15 luglio 1849.

    8. Raggiungiamo quindi il palazzo Morosini – Vendramin Calergi, attuale sede municipale dove è conservato lo stemma del comune, per ricordare l’origine dell’appellativo «Umbertiano». La seconda parte del nome del paese fu aggiunta, su proposta del primo sindaco di Fiesso, l’avv. Giovanni Battista Bononi (1866 – 1875), con delibera unanime del Consiglio Comunale del 30 marzo 1867, resa esecutiva con atto n. 3807 del 7 luglio dello stesso anno firmato, a Firenze capitale, dal Presidente del Consiglio dei Ministri Urbano Rattazzi, in onore dell’allora Principe Umberto I di Savoia (re alla morte del padre Vittorio Emanuele II nel 1878) distintosi al comando del 49° reggimento di fanteria nel Quadrilatero di Villafranca. Ancor oggi lo stemma civico, elaborato nel 1970 dallo storico locale Dino Scaranari e dall’allora segretario comunale geom. Decimo Zemella, riporta nel campo inferiore di destra la croce bianca in campo rosso, stemma dei Savoia, famiglia reale che, tra alti e bassi, governò l’Italia fino al 1946.

    9. Per completare il discorso relativo alle memorie risorgimentali legate alla toponomastica stradale fiessese, occorre infine raggiungere la frazione di Capitello, ove troviamo una strada dedicata a Giuseppe Garibaldi, l’eroe per eccellenza del Risorgimento Italiano.

  • Torna a risplendere Villa Giglioli

    Torna a risplendere Villa Giglioli

    È un fase di completamento a Ficarolo l’importante intervento di restauro della cinquecentesca Villa Giglioli, l’edificio che, più di ogni altro, ha caratterizzato nel corso dei secoli il paese, posto sulla riva sinistra del Po, nel punto esatto in cui, sulla dirimpettaia sponda destra, l’Emilia bacia la Lombardia.

    Le notizie sul nobiliare edificio, in particolare sulle sue origini, sono piuttosto scar-se. Incerta è la data di costruzione, sconosciuto il nome dell’architetto come anche quello degli autori delle modifiche, in particolare della scalinata posta sulla facciata principale, effettuate nel corso dei secoli. Lo stesso nome con cui è conosciuta, Villa Giglioli, non è certo rappresentativo delle proprietà che si sono succedute dal XVI° secolo fino ai nostri giorni (vedi scheda).

    Un altro fattore che ha determinato la sua limitata conoscenza è intrinseco alla struttura stessa dell’edificio che, non potendo essere considerato una “villa veneta” – architettonicamente molto diversa – non è stato oggetto di ricerca ed approfondimento da parte dei numerosi studiosi del genere; così come non può nemmeno essere definito un castello, alla maniera, ad esempio, di quello di Arquà Polesine, e quindi studiato come tale.

    Questa è una delle molte anomalie tipiche di Ficarolo che nel passato, al contrario di gran parte del Polesine, è appartenuto alla Serenissima solo per due brevi periodi di tempo, a cavallo tra il XV° ed il XVI° secolo, passando, in pratica, dal dominio estense a quello dello Stato Pontificio. Fu solo dopo la parentesi napoleonica che si ebbe l’inserimento di Ficarolo nella regione del Veneto, allorché l’Austria, potenza egemone dopo la sconfitta di Napoleone, nel 1815 con il Congresso di Vienna estese a sud, fino al Po, i confini del Veneto passato con la Lombardia sotto il suo diretto dominio.

    In virtù di queste vicende storiche, la cultura veneta trova pertanto scarsi riscontri in Ficarolo. Ciò è ben evidente sotto il profilo linguistico dato che il paese è tuttora legato al Ferrarese; altrettanto vale anche relativamente all’aspetto architettonico come si può appurare dai suoi monumenti, ispirati ai canoni emiliani.

    Villa Giglioli è dunque una costruzione in cui si rispecchia il tipico gusto ferrarese, che si rifà ai castelli ed allo stile militaresco tipici dell’area estense. Ai lati del corpo centrale si ergono due torri sormontate da due pinnacoli, con banderuola, che fanno pendant con i due bei camini posti più in basso. Tutto è molto sobrio, in pietra faccia-a-vista, ingentilito solo dal cornicione dentellato che scorre nel sottotetto, sia delle torri che della facciata.

    Le due rampe di scale simmetriche che si uniscono davanti al portale d’ingresso, architravato, hanno subìto vari cambiamenti nel corso degli anni. Al tempo dell’acquisto da parte dei Saracco (1685) vi erano due scalinate semicircolari che conducevano ad un portale arquato. Alla fine del XVII° secolo, però, la scala si presentava con un’unica rampa e tale rimase sicuramente fino al 1779, anno in cui vennero eseguiti degli estimi di cui vi è documentazione certa. Nel 1842, anno del catasto austriaco, viene descritto uno sdoppiamento della rampa unica in due rampe affrontate. Non è invece noto il periodo in cui venne costruita l’attuale scalinata con il relativo portale architravato anche se la sua forma, tipica del tardo ottocento, fa ipotizzare la sua edificazione intorno agli ultimi anni del XIX° secolo. Tutto il resto della facciata è rimasto inalterato per oltre quattro secoli.

    Di tutto quanto circondava originariamente la villa, cioè la stalla, il fienile, le case dei contadini e quella del castaldo, la ghiacciaia, la colombaia, la rimessa delle carrozze, non rimane nulla se non parte del magnifico parco ancor oggi ricco di alberi centenari. Troviamo castagni dell’India, faggi, magnolie a grandi fiori, platani, pioppi piramidali, tigli argentati, frassini, gelsi piangenti e molte altre specie.

    Di interesse sono le lapidi affisse sulla facciata della villa. Esse sono state poste a testimonianza del soggiorno di persone particolarmente importanti avvenuto nella seconda metà del seicento. Fra di loro spiccano Alfonso IV°, duca di Modena, nel 1661, i cardinali Ferdinando D’Adda e Francesco Barberini, legato di Romagna, nel 1693 ed il cardinale Fulvio Astalli, legato a latere di Ferrara, nel 1699. La presenza più importante è però quella di Cristina, regina di Svezia, la quale abbracciò la fede cristiana rinunciando al suo Regno. Abdicò in favore di Carlo Gustavo Palatino e raggiunse Roma per vivere a fianco del Papa Alessandro VII°. Durante il suo lungo viaggio, da nord a sud, fece tappa a Ficarolo nella notte tra il 21 ed il 22 novembre 1655, dormendo nella Villa superbamente addobbata per l’occasione.

  • Le reliquie della cattedrale di Adria

    Le reliquie della cattedrale di Adria

    In occasione delle grandi solennità l’altare maggiore della cattedrale di Adria viene ricoperto con paliotti dorati (sec. XIX) che lo rendono più solenne. In quelle circostanze l’altare viene impreziosito con l’esposizione delle reliquie dei quattro Evangelisti.

    Le reliquie dei quattro Evangelisti

    Le reliquie sono racchiuse in apposita teca entro quattro appositi simulacri scolpiti in legno con dorature in superficie, raffiguranti Matteo, Marco, Luca e Giovanni muniti di aureola. Sempre nelle grandi solennità al centro dell’altare, davanti al Crocifisso, viene esposta l’urna contenente un frammento d’osso di San Bellino, patrono principale della Diocesi. Quest’ultima reliquia fu donata alla cattedrale dal Vescovo Camillo Benzon che, nel 1863, a 716 anni dalla morte del vescovo originario di Padova, eseguì l’invenzione del corpo del Santo, custodito nella basilica del Paese di San Bellino. Il Santo viene celebrato il 26 novembre.

    Le reliquie dei Martiri

    Oltre alle succitate reliquie, nella Cattedrale di Adria si conservano altri frammenti sacri. Due iscrizioni, sulla prima colonna di destra e sulla parte destra del presbiterio, attestano la presenza nell’altare maggiore delle reliquie di alcuni martiri cristiani. Le stesse fonti indicano che queste furono collocate per la prima volta dal vescovo Theodino nell’anno 877. Dopo otto secoli, nel 1644, furono riposte dal vescovo Savio, a seguito della ricostruzione della chiesa. Vennero quindi ricollocate il 7 maggio 1746 dal vescovo Giovanni Soffietti nel medesimo altare ricostruito in marmo (l’altare precedente era in legno). Infine, nel 1825, furono riposte definitivamente nel nuovo altare della cattedrale Maggiore, a cura del Capitolo.

    A svelare il ritrovamento delle reliquie dei santi martiri nel 1746, fu proprio il vescovo Soffietti (1733-1747) in una lettera inviata all’archeologo Ottavio Bocchi per ottenere consiglio. Lo stesso Bocchi (v. “Documenti e memorie” – vol III) annota nel suo diario “Giorno sono (sic: probabilmente significa qualche giorno fa) il sig. Vicario d’Adria (Lorenzo Bocchi) mi diede notizia che nel disfarsi l’altare maggiore della mia cattedrale fu ritrovata una cassetta di marmo entro la quale erano le tre cassette… in una delle quali era un osso di stinco con una ampolla vuota a riserva di poco liquore condensato, altra con una parte d’osso di ginocchio, e la terza vuota con l’iscrizione sopra quella dello stinco, che anch’io dissi essere iscrizione di Theodoino (Theodino) vescovo d’Adria 877 e credei, come lo scrissi allo stesso sig. Vicario, esser reliquie di santi, e specialmente lo stinco, e l’ampolla e il vaso sanguinis di martire, perciò siccome il detto altar maggiore era stato consacrato da mons. Savio nel 1644 perché rifatto a quel tempo, e essendosi sino ad allora queste poste nel medesimo altare, credei ordinare che così fosse anche in presente eseguito…”.

    Cronaca del ritrovamento

    Nel 1825 la nuova fabbrica della cattedrale era ultimata fino alla crociera ed era pure completato il nuovo altare maggiore. Il Capitolo decise allora di chiedere al vescovo l’apertura al culto di questa prima parte della chiesa. Durante l’abbattimento del vecchio altare maggiore, cui assistettero tutti i membri del Capitolo accompagnati dal vicario generale mons. Giuseppe Braga, furono scoperte alcune preziose reliquie.

    Gli Atti capitolari spiegano in maniera dettagliata il ritrovamento. Da sotto il pavimento fu estratta una cassettina in marmo d’Istria a forma semiquadrata, con due cornici scolpite sia nella parte superiore che in quella inferiore. Alta sette once e mezzo, larga dodici e lunga quattordici, era coperta da un mattone quadrato in cotto di colore rosso sopra il quale una iscrizione latina ripercorreva la storia delle reliquie dal momento della prima deposizione da parte di Theodino fino alla riposizione avvenuta nel 1747. A sua volta la cassetta in marmo conteneva:

    -una cassettina in cotto di colore rosso priva di coperchio, lunga 4 once e mezzo, larga tre, alta due (m. 1,156×0,771×0,514). Conteneva un osso della lunghezza di tre once e mezzo (m. 0,899) con alcuni altri frammenti ed una piccola ampolla di vetro bianco, priva di coperchio, alta un’oncia e mezzo (m. 0,385) entro la quale erano visibili alcune macchie sanguigne;

    -ancora una cassettina in marmo tenero detto di Costoza piuttosto rovinata con coperchio in parte rotto che riportava sul dorso una iscrizione probabilmente risalente al vescovo Theodino. Lunga quattro once, larga tre, alta due (m. 1,028×0,771×0,514) conteneva frammenti di ossa;

    -per ultimo un piccolo cofano in piombo raccoglieva alcuni stracci inzuppati di sangue.

    Raccolte e sigillate le reliquie furono consegnate al presidente del Capitolo mons. Bartolomeo Donà in attesa delle decisioni del vescovo. Francesco Antonio Bocchi ricorda che, subito dopo la scoperta, il nobile Lucantonio Groto, figlio di Alvise, fece dono al canonico Donà di una pietra in marmo greco, purtroppo dispersa, sulla quale erano incisi i nomi dei santi martiri Vittore, Vitale, Agricola, Nicola, Biagio, Sigismondo. Più precisamente il Bocchi, che ha copiato l’iscrizione, assicura che essa riporta esattamente la iscrizione latina “Hoc altare consecratum est ad honorem Martirum” e cita i nomi sopra richiamati. Il vescovo mons. Ravasi, sollecitato dal Capitolo, comunicò allora la data del 10 dicembre (1825) per la consacrazione della crociera e del giorno successivo per la consacrazione del nuovo altare maggiore “a termini di quanto prescritto dal Pontificale Romano”.

    La visita del Presule fu annunciata con un avviso sacro affisso in tutte le chiese della diocesi nel cui testo, dopo un accenno alla posa della prima pietra da parte di mons. Speroni (27 ottobre 1776), erano ricordate le generose elargizioni dei fedeli che avevano consentito di costruire “per la maggior parte, la Fabbrica”. Un accenno all’avvenimento si può trovare nel numero di gennaio 1826 de “La Gazzetta Privilegiata” di Venezia. La cattedrale dunque, completata fino alla crociera, venne aperta al culto agl’inizi di quell’anno.

    Breve ritratto dei Martiri

    Ripercorrendo sia pure succintamente la vita dei SS. Martiri cui appartengono le reliquie deposte sotto l’altare maggiore della cattedrale adriese, si può constatare come tutti, ad eccezione di Sigismondo morto agl’inizi del VI secolo, appartengano ai primi secoli della Chiesa. Potrebbe essere una felice coincidenza di date, ma in realtà quei Santi Titolari vanno a convalidare la tesi di un cristianesimo adriese molto antico. Essi sono:

    • Agricola e Vitale: Santi Martiri a Bologna nel IV secolo. (L’immagine di San Vitale è riprodotta in mosaico nell’abside della omonima chiesa a Ravenna);

    • Biagio: Vescovo armeno, martirizzato nel 316. Secondo un’antica leggenda avrebbe miracolosamente salvato un bambino a cui si era conficcata una spina in gola. Invocato per questo contro il mal di gola. E’ uno dei quattordici Santi ausiliatori (devozione sorta in Germania attorno al sec. XIII e poi diffusa nell’Europa centromeridionale);

    • Vittore: Martirizzato a Milano nel 304. Gli “atti dei Martiri” attestano che era un soldato mauritano di stanza a Milano martirizzato per la fede. Patrono dei prigionieri e degli esuli. A lui è dedicato il carcere di Milano.

    Un altro Vittore ha incontrato il martirio a Marsiglia nel 290. Era un ufficiale romano di stanza a Marsiglia che si rifiutò di sacrificare agli dei e per questo venne decapitato e gettato in mare. Ma il suo corpo ritornò a riva e fu sepolto. Sul luogo della sua tomba, S. Cassiano eresse nel V secolo un monastero. In seguito, alcune sue reliquie furono trasferite a Parigi, nell’abbazia di Saint-Victor.

    • Nicola di Mira: Vescovo di Mira in Licia nel IV secolo. Probabilmente partecipò al Concilio di Nicea (325). Morì attorno al 350. Le sue reliquie furono trafugate e trasportate a Bari ad opera di alcuni mercanti nel 1087. Eletto Patrono della città, gli fu dedicata una grande Basilica e per questo divenne Nicola di Bari.

    • Sigismondo: Morto nel 523. Re dei Burgundi (516-523), figlio e successore di Gondebaldo o Gundobaldo, governava accanto al padre. Passò dall’arianesimo al cattolicesimo seguendo la predicazione di S. Avito di Vienna. Rimasto solo sul trono nel 516, da fervente cattolico patrocinò la convocazione del Concilio di Epaone contro gli ariani. Per fronteggiare la minaccia dei Franchi si alleò al re degli Ostrogoti Teodorico e ne sposò la figlia. Passato a seconde nozze, su istigazione della moglie fece uccidere il figlio di primo letto, Sigerico (522). Oppresso dai rimorsi si ritirò in penitenza nel monastero di Aganno (oggi Sain-Maurice) da lui stesso fondato. Quando Teodorico mosse con i Franchi contro il regno burgundo, fatto prigioniero da Clodomiro, Sigismondo fu gettato in un pozzo presso Orléans con la moglie e i figli. Nella devozione popolare l’atroce morte lo fece considerare un martire e il suo culto si diffuse in tutta la Gallia.

  • Il Museo Archeologico di Fratta

    Il Museo Archeologico di Fratta

    Due Musei Archeologici Nazionali in una stessa provincia costituiscono un’eccezionalità unica, che gratifica non poco il Polesine. Ancora una volta risulta, con evidenza, come questo lembo di territorio, racchiuso tra Adige e Po, presenti sotto vari aspetti delle caratteristiche davvero peculiari.

    Dopo quello ben noto ed apprezzato di Adria, lo scorso 21 febbraio nelle barchesse di Villa Badoer, ha infatti aperto i battenti il Museo Archeologico Nazionale di Fratta. Quanto l’evento fosse atteso e condiviso è risultato chiaramente dalla considerevole presenza di cittadini; un numero così imprevisto che ha costretto le autorità presenti ad abbandonare la sala indicata per i discorsi di apertura, per posizionarsi sulla scenografica gradinata della magnifica villa del Palladio.

    Ed è toccato al sindaco Riccardo Resini aprire la manifestazione, sottolineando l’importanza dell’evento che giunge a coronamento di un’attività di esplorazione archeologica avviata quarant’anni fa dal gruppo locale del Manegium, portando alla luce i primi ritrovamenti archeologici in località Frattesina. Un sito che in breve si è manifestato di grande rilievo, testimonianza di una collettività attiva dal XII al X secolo a. C., insediatasi presso la riva di un antico ramo del Po (denominato dagli studiosi il Po di Adria).

    Un villaggio ben organizzato che ha lasciato testimonianze innanzitutto nelle due necropoli di Frattesina (Narde e Fondo Zanotto), ma anche nel circondario, dove sono venuti alla luce i basamenti delle case in canna ed oggetti lavorati di varia natura: corna di cervo adattate a vari utensili, ceramica per la cucina e per la filatura (pesi da telaio e rocchetti) ma anche per i giochi (magnifico il carrettino trainato da un animale da soma), fibule ed ornamenti in bronzo, ambra lavorata, perline di vetro colorate e perfino avorio di elefante, uova di struzzo e frammenti di ceramica greca. Il tutto a dimostrazione dell’importanza della località nel lontano periodo della protostoria.

    Un villaggio attivo, dunque, che teneva i rapporti con i mercanti che scendevano dal nord con prodotti di pregio, primo fra tutti l’ambra del Baltico. Ma a Frattesina giungevano pure gli antichi greci, grandi navigatori, risalendo il Po per rifornirsi di manufatti e beni alimentari della pianura padana; e per proporre a loro volta, tra le mercanzie più inusuali, uova di struzzo e oggetti in avorio provenienti dall’Africa.

    Frattesina, dodici secoli prima di Cristo, costituiva dunque un centro particolarmente vitale, come testimoniano gli importanti ritrovamenti che hanno finalmente trovato la loro idonea collocazione nel neo-avviato Museo Archeologico Nazionale. Una realizzazione che arricchisce Fratta Polesine sotto il profilo dell’interesse turistico, come ha osservato nella cerimonia di apertura l’assessore provinciale al turismo Laura Negri.

    Un evento storico come hanno rimarcato l’on. Andrea Colasio, il responsabile regionale della cultura Angelo Tabaro, il soprintendente Umberto Spigo, il consigliere della Fondazione CaRiPaRo Fabio Ortolan, la direttrice dei lavori Loretta Zega e il responsabile del comitato scientifico Luciano Salzani, che ha espresso l’auspicio che il Museo di Fratta, oltre che per l’aspetto espositivo, si qualifichi come promotore di nuove ricerche e come significativo punto di riferimento per l’archeologia veneta con iniziative che prevedano la collaborazione con la Soprintendenza e l’Università.

  • Pionieri

    Pionieri

    Polesine, terra vocata all’accoglienza e al turismo. Un’idea fino a qualche anno fa da molti ritenuta balzana e priva di fondamento, che oggi, viceversa, viene sempre più considerata realistica e perfino strategica. Un concetto – e quindi anche un obbiettivo da perseguire con convinzione – su cui si sono soffermati, tra gli altri, gli autorevoli relatori che lo scorso 8 Maggio hanno partecipato alla “7° Giornata dell’Economia”, svoltasi presso la Camera di Commercio.

    L’idea che il Polesine abbia potenzialità e valori che assicurano una buona vivibilità a chi vi risiede, e che costituiscono motivi di apprezzamento da parte di chi ha occasione di soggiornarvi per motivi turistici o anche per necessità di natura lavorativa, emerge con evidenza in molti degli articoli di questo 39° numero del Ventaglio. Un’edizione che si apre sottolineando l’eccezionale “new entry” del neo-inaugurato Museo Archeologico Nazionale di Fratta nel Sistema Museale Polesano. Seguono articoli che suggeriscono vari itinerari alla scoperta di beni paesaggistici, storici ed artistici di pregio: molti da valorizzare per una libera fruizione, ma altri necessitanti di indilazionabili interventi: è il caso di Palazzo Restelli a Boccasette che rischia la nefasta fine del palazzo di Cao Marina di Porto Viro; ma è anche il caso delle tele di Rinaldo Orteschi “da Rovigo”, pressoché sconosciuto pittore del XVIII secolo, le cui opere a Melara attendono cure e occasioni di apprezzamento.

    Valorizzare è il verbo di riferimento, e finalmente il Polesine sta perdendo l’atavico complesso di inferiorità, non ultimo motivo della sua prolungata penalizzazione. Con sempre maggior convinzione infatti associazioni, istituzioni, ed anche larghi strati della cittadinanza condividono finalmente l’idea che questo originale territorio tra i fiumi sia dotato di potenzialità ed eccellenze che suscitano motivi di apprezzamento. E mentre l’impegno profuso nella promozione sta dando frutti innegabili, c’è – ed è bene sottolinearlo – chi inizia a considerare con ammirazione l’opera pionieristica fatta da singoli ed associazioni che hanno cominciato a spargere il seme della valorizzazione una trentina o più di anni fa, quando l’idea di iniziative nell’ambito del turismo e della rivalutazione del territorio erano quasi un tabù. Lo si è ricordato all’inaugurazione del Museo di Fratta, lodando il lavoro di ricerca avviato fin dagli anni ’70 dall’associazione Manegium, ma anche dal CPSSAE. Ed in quest’ottica bene ha fatto l’Ascom ad istituire il “Premio Elia Lionello, un ponte di tradizioni” a memoria del ristoratore che tra i primi iniziò a valorizzare i menù della tradizione tipica polesana.

    Un’azione, quella della promozione della nostra terra, dagli anni ‘80 perseguita con continuità ed entusiasmo da “Turismo & Cultura” (editrice di questa rivista) ufficialmente nata nel 1984, che pertanto quest’anno festeggia il suo 25° compleanno di attiva presenza. E nel solco di questo impegno pionieristico si è ben presto inserita la voce di questa rivista che, mentre si appresta ad avviare il procedimento di stampa di questo 39° numero, ha già iniziato ad accogliere collaborazioni e proposte per il 40°, smentendo ancora una volta un pregiudizio – in qualche caso ancora duro a morire – che il Polesine sia una terra priva di risorse ambientali e culturali.

  • Premio Rhodigium 2009

    Premio Rhodigium 2009

    “Per la sua lunga e luminosa storia di scrittore, che ha saputo prestarsi anche alla critica teatrale e a un giornalismo culturale di grande qualità. Una storia la sua che appare strettamente intrecciata al Veneto e al Polesine, che in lui hanno trovato uno dei maggiori interpreti”. Con questa articolata quanto puntuale motivazione Lorenzo Liviero, presidente di Rovigo Banca, lo scorso 5 novembre ha insignito Gian Antonio Cibotto del Premio Rhodigium, giunto alla sua sesta edizione e, come è ormai consolidata tradizione, attribuito nel corso di una apposita conviviale presso il Borgo La Romanina di San Cassiano di Crespino.

    Presenti le principali autorità civili polesane, dalla presidente della Provincia Tiziana Virgili, all’assessore regionale Isi Coppola, dal sindaco di Rovigo Fausto Marchiori all’assessore provinciale Laura Negri, il saluto ai convitati è stato formulato da Giancarlo Checchinato, che ha fatto gli onori di casa, sottolineando come la Romanina sia onorata di ospitare l’importante Premio Rhodigium, patrocinato dalla Provincia e dal Comune di Rovigo e sostenuto da Rovigo Banca.

    E’ quindi toccato al giornalista Sergio Garbato tracciare un rapido profilo di Gian Antonio Cibotto, “Il Principe stanco”, come suona il titolo di un suo fortunato libro e come egli si atteggia. Una vita quella di Cibotto in realtà tutt’altro che rinunciataria – ha sottolineato Garbato – ricordando i trascorsi romani dello scrittore che nella capitale frequentò i più importanti scrittori del nostro tempo, senza dimenticare Rovigo e il Veneto. E proprio a Venezia suscitò attenzione ed interesse una sua proposta della Locandiera, messa in scena al Teatro Goldoni. Giornalista e scrittore che, grazie alla sua penna, ha indotto tante persone a leggere e a scoprire luoghi e persone del Veneto.

    La parola è quindi passata a Gian Carlo Marinelli, giovane scrittore e regista, per certi aspetti considerato il fratello minore di Cibotto. Il quale ha sottolineato di aver imparato molto da Gian Antonio, ed ha colto nel “silenzio” un aspetto particolare, che pervade gli scritti dell’autore premiato: i suoi personaggi prendono spessore in momenti di crisi esistenziale; la sua è una letteratura notturna, fuori dalle convenzioni, ma capace di incantare.

    Sergio Frigo, giornalista del Gazzettino interessato agli aspetti etno-culturali del Veneto, ha messo in luce la preparazione di Cibotto, giornalista di spessore, i cui scritti rivelano una profonda consapevolezza del contesto storico e geografico, ed un acume tipico di un esploratore per la capacità di rapportarsi col territorio e con le persone che lo abitano.

    Si è schermito Gian Antonio Cibotto, ritirando il premio, consistente in una tela di Gianpaolo Berto, consegnatagli da Lorenzo Liviero. Si è detto a disagio per gli elogi, ringraziando tutti e confessando di aver trovato una soluzione ai travagli della vita: il sogno. La possibilità di sognare, che non manca all’uomo, è favorita da certi paesaggi e situazioni. E Cibotto ha dichiarato di aver trovato l’ambiente ideale: è quello della bassa, dove c’è il mare e dove si possono trovare momenti di incanto.

    Gli applausi tributati dai presenti sono stati spontanei e sinceri, mentre l’intervallo, rappresentato da alcune portate della cena, veniva a configurarsi come un diaframma tra il primo ed il secondo premiato. Un giovane quest’ultimo, com’è ormai tradizione del Premio Rhodigium che, dopo un personaggio particolarmente noto, punta su un talento emergente.

    Il riconoscimento è andato a Nicola Andriolli, trentunenne rodigino specialista nell’ambito della tecnologia avanzata delle fibre ottiche, laureato in Ingegneria delle telecomunicazioni nel 2002 all’Università di Pisa con 110 e lode, detentore di due diplomi di perfezionamento ed attualmente impegnato come ricercatore alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, Centro di Eccellenza dell’Ingegneria e della Comunicazione. Questa la motivazione del premio attribuito al brillante giovane ricercatore: “Per la competenza e l’impegno profusi nello studio e nella ricerca, che gli hanno permesso di raggiungere importanti risultati sia sul piano teorico che su quello pratico, nel campo delle telecomunicazioni, con particolare attenzione ad un ambito complesso ed aperto sul futuro come quello delle fibre ottiche”.

    Nicola Andriolli, volto e fisico asciutto da liceale, ha stupito tutti per gli eccezionali risultati di studio e di ricerca – con esperienze anche all’estero – in un ramo tecnologico tanto innovativo. Con disarmante semplicità egli ha annunciato che il mondo delle comunicazioni sta cambiando e che tra dieci o vent’anni i sistemi attuali appariranno obsoleti.

    Condivisa la soddisfazione dei presenti per l’opportunità offerta dal Premio Rhodigium di conoscere ed apprezzare un giovane tanto preparato. Un’occasione per smentire il cliché che vede le nuove generazioni disimpegnate e passive. Nicola Andriolli, giovane portatore di valori positivi, esempio di impegno professionale e di una invidiabile maturità anche sul piano affettivo, presentandosi già coniugato, è certamente una figura che fa onore al Polesine.

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