Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • Mirna Girardi ricorda Antonioni

    Mirna Girardi ricorda Antonioni

    Un corridoio, accompagnato sulla parete di sinistra da una libreria colma di volumi, ci introduce nel salotto di casa dove decine di quadri, di stampe e di testimonianze provenienti da paesi ed epoche diverse ci collocano, inaspettatamente, al centro di un accogliente museo.

    A Rovigo, dove vive Mirna Girardi, in questi giorni di primavera si respira un’aria particolare, un’atmosfera lontana anni luce dalla fitta coltre di nebbia che caratterizza l’autunno bassopolesano. Una nebbia che, ritratta in tutte le possibili tonalità di grigio, ha fatto da scenario alle riprese, pressoché per tutta la durata del film, de “Il grido” di Michelangelo Antonioni.

    Quando fu girato, Mirna aveva solo otto anni e aveva ricevuto poco tempo prima il telegramma che la informava di essere stata selezionata per ricoprire un ruolo nella storia che Antonioni aveva in mente di ambientare in Polesine, nelle zone di Porto Tolle: Cà Tiepolo, Pila, Cà Venier.

    Antonioni e il suo staff si erano rivolti al Prof. Guarnieri, direttore della scuola locale, in cerca di aiuto per trovare una bimba bionda con gli occhi chiari che potesse interpretare la figlia di Alida Valli, all’epoca attrice di primissimo piano nel panorama cinematografico italiano e protagonista del film insieme all’attore americano Steve Cochrain.

    Da lì è iniziata l’indimenticabile esperienza della bimba polesana, improvvisamente catapultata in mezzo a macchine da presa e a contatto con un mondo sconosciuto e affascinante come quello del cinema. Un periodo, quello a cavallo fra la fine del ‘56 e l’inizio del ‘57, vissuto accanto ad attrici del calibro di Betsy Blair e Dorian Gray, oltre ai due protagonisti già citati in precedenza, e sotto la diretta e sapiente supervisione di un regista come Michelangelo Antonioni.

    “Un’esperienza meravigliosa – ricorda Mirna – con Antonioni sempre attento e premuroso nei miei confronti”, anche se non sono mancati, durante le riprese, alcuni momenti di difficoltà che ora vengono ricordati con il sorriso sulle labbra e con una vena di malcelata nostalgia.

    “Nella scena girata con i vecchietti dell’ospizio, che incontrammo per caso, avrei dovuto piangere, ma nemmeno l’uso della glicerina ottenne l’effetto desiderato; mia madre, stanca dei mugugni della troupe, mi raggiunse e mi diede due ceffoni: l’obiettivo fu subito, mio malgrado, raggiunto”.

    Mirna ricorda ora divertita anche quelli che ricevette qualche mese più tardi, da Antonioni in persona, a Roma, negli studi della Titanus, durante la fase del doppiaggio; anche in quell’occasione un gesto inaspettato e a tradimento la costrinse a un pianto reale: “Poi Antonioni cercò di riparare dimostrandosi molto affettuoso e facendosi perdonare con una scatola di cioccolatini”.

    Le lavorazioni del film crearono inoltre le condizioni favorevoli per un incontro importante: “La fase del doppiaggio vedeva impegnata una giovane Monica Vitti a prestare la propria voce a Dorian Gray; in una di quelle occasioni vi fu l’incontro con Antonioni poi sfociato in una lunga relazione fra i due”.

    Il capitolo schiaffi non può dirsi concluso senza ricordare quelli di Cochrain ad Alida Valli, durante le riprese della scena in cui Aldo, protagonista della storia che si dipana nel film, abbandonato dalla compagna, la ritrova nel centro del paese. “Gli schiaffi ad Alida furono di un realismo totale – racconta Mirna Girardi – la scena fu inoltre ripetuta più volte e la Valli, quel giorno, la ricordo decisamente contrariata”.

    Mirna ci informa inoltre delle litigate di Antonioni con Cancellieri, produttore del film, che premeva continuamente per accorciare i tempi delle riprese e anche degli scontri del regista con Cochrain, la cui formazione tipicamente di scuola americana lo rendeva poco incline, talvolta, ad osservare le sue direttive.

    Ci strappa il sorriso, infine, il racconto della delusione più grande subita durante le riprese: ad arrecargliela fu, niente meno, Betsy Blair: l’attrice americana, in un scena del film, chiede alla bimba di scegliere fra una caramella e un cioccolatino: “Nonostante avessi chiesto di poterli avere entrambi – ricorda divertita Mirna – nessuno mi accontentò e vane furono le proteste che rivolsi con insistenza a mia madre”.

    Ancora oggi succede che qualche protagonista del mondo che da bambina ebbe modo di conoscere così da vicino, si faccia vivo. Racconta Mirna Girardi, che nella vita ha poi fatto l’insegnante e ha coltivato una personale passione per l’arte alimentandola di pari passo con quella per il cinema: “Recentemente mi ha contattato Giuseppe Bertolucci che sta lavorando, per Rai 2, ad un progetto consistente in una sorta di viaggio a puntate lungo il Po, chiedendomi di partecipare ad uno degli appuntamenti previsti”.

    Mirna Girardi ha vissuto a Porto Tolle fino all’alluvione del 1966, quella che provocò l’allagamento di gran parte dell’Isola della Donzella e del centro abitato di Cà Tiepolo: le vettovaglie portate in fretta all’esterno delle case e gli animali stipati in massa sugli argini sono immagini ancora nitide, le apprensioni di familiari e compaesani sono voci lontane nel tempo.

    L’infanzia rimane, in ogni caso, un periodo da ripercorrere con dolcezza; il ricordo, affettuoso, di Antonioni e delle magie del cinema osservate con gli occhi di bambina, si mescola invece con quello dei sapori delle masserie romagnole, quando, durante le riprese nei pressi delle saline di Cervia, tutta la troupe si fermava ad assaggiarne i salumi e gli altri prodotti delle abilità locali.

    Oggi Mirna Girardi vive in un quartiere di Rovigo e non ha fatto l’attrice. Lei, la bambina con le trecce bionde che luccicavano nella nebbia, di bambini si è poi occupata tutta la vita; le corse nel fango dell’inverno polesano le ha ripetute più tardi per raggiungere le scuole della bassa, le caramelle che non aveva ricevuto sul set le ha poi distribuite, senza risparmio, ai suoi alunni.

  • All’Arena in bicicletta

    All’Arena in bicicletta

    Nel 1913 a Melara comparve la prima automobile di proprietà del nobile Mario Sani. Tutti la guardavano sbalorditi ed attoniti e, quando la vedevano passare per la strada con quella velocità, era come se vedessero una cosa dell’altro mondo.

    L’arrivo della prima automobile destò dunque curiosità a Melara, ingenerò anche invidie, ma ebbe pure un esito imprevisto che mi piace qui ricordare.

    Quell’anno Mario Sani con il suo fattore ed un paio di amici si recò, a bordo della nuova automobile, all’inaugurazione della prima stagione lirica all’Arena di Verona, ove, nell’anniversario della nascita di G. Verdi, fu rappresentata l’Aida. I melaresi erano abituati a sentire il bel canto soltanto nella loro chiesa quando all’organo si esibiva il maestro elementare Cesare Cugola, amico del grande musicista bergantinese Stefano Gobatti. Si trattava di musica sacra che, con il canto gregoriano, è sempre stata considerata manifestazione di alta spiritualità. Esecuzioni apprezzate dai melaresi, tanto che in queste occasioni erano invogliati ad andare in chiesa persino gli atei e gli anticlericali, fermandosi in fondo vicino alle porte sotto l’organo.

    Ebbene, la notizia che il nobile Sani aveva raggiunto Verona per assistere alla rappresentazione lirica, ebbe un risvolto inatteso: un consistente gruppo di melaresi decise che l’estate successiva avrebbe raggiunto Verona per l’apertura della Stagione dell’Arena. Non era necessario essere proprietari di un’auto, si poteva contare sul mezzo di trasporto più comune: la bicicletta.

    L’idea fu tenuta desta per dodici mesi, cosicché nell’estate del 1914 si formarono in paese parecchie comitive pronte a raggiungere in bicicletta l’Arena di Verona. Per tanti quello consisteva nel viaggio più lungo effettuato fino ad allora: la distanza da percorrere tra andata e ritorno era circa di 100 Km.

    Il parroco del tempo Don Luigi Dal Pin dal pulpito aveva incitato le comitive pronte a partire per Verona a fermarsi a Tombetta nel santuario di Santa Teresa del Bambin Gesù a far preghiere. Il consiglio fu messo in pratica soprattutto dal gruppo della contrada di Santo Stefano che era composto da una ventina di persone in maggioranza donne.

    La partenza avvenne di buon mattino fra le vive raccomandazioni dei famigliari di stare insieme e di non perdersi in città fra tanta folla, specialmente all’uscita dell’Arena dopo lo spettacolo.

    Ogni ciclista nella sporta appesa al manubrio della bicicletta era provvisto di cibo per tutta la giornata. Il viaggio, nonostante il caldo e la fatica del pedalare per ore, si svolse in allegria fra canti e battute scherzose. Lungo la strada si unirono ad altre comitive, sembrava andassero a capo del mondo.

    Arrivati alla periferia di Verona, non fu difficile ai nostri viandanti trovare il famoso Santuario di Tombetta. Ascoltarono la messa, si rifocillarono e poi ripresero il percorso. L’impatto con la città si caratterizzò per una sorpresa dietro l’altra: mai avrebbero pensato di vedere tante vie e piazze, ed un giovane della comitiva ingenuamente disse “Ma guarda quante case e vie ci sono qui, come ha fatto Verona a diventare così grande, mentre nella nostra Melara c’è solo una piazza e così poche vie?”.

    Quando poi videro l’Arena, prima dell’entrata fecero un giro attorno all’antica costruzione e, vedendo i marmi nerastri e notando la mancanza di un tetto, un altro disse “Chissà che incendio c’è stato lì dentro, speriamo che non piova o che non s’incendi ancora durante lo spettacolo!”. Ora queste battute ingenue fanno ridere, ma immedesimiamoci nei tempi in cui erano nate e vissute quelle generazioni!

    Una volta entrati nell’anfiteatro, grande fu la meraviglia nel vedere migliaia e migliaia di spettatori seduti in quell’immenso catino. Quando poi su quel grande palcoscenico con quei meravigliosi scenari, all’inizio dell’opera salirono i protagonisti, i coristi e i ballerini accompagnati da quella grande orchestra, ai nostri spettatori parve di sognare.

    Anche quell’anno si rappresentava nuovamente l’Aida. Naturalmente nessuno della comitiva capì né la trama e tanto meno l’esibizione canora dei protagonisti, ma tutti si associarono al coro di applausi all’esecuzione della marcia trionfale chiedendo il bis. Al termine dello spettacolo, per non perdersi in quel mare di gente, all’uscita dell’anfiteatro un componente della comitiva di Santo Stefano si propose uomo guida con un ombrello chiuso alzato in alto.

    Raggiunte le bici, intrapresero la via del ritorno giungendo a Melara all’albeggiare, alla stessa ora di partenza del giorno prima, stanchi ed assonnati ma entusiasti del loro primo viaggio.

    Un’esperienza davvero memorabile che rappresentò anche l’avvio di una insospettata esigenza culturale: conoscere la vicenda del capolavoro di Giuseppe Verdi. Alcuni della comitiva pertanto comprarono il libretto dell’opera e quell’inverno nel filò della stalla uno di loro, un po’ spigliato, lesse tutta la trama dell’Aida soffermandosi sulle romanze principali.

    Poi si passò alla lettura dell’opera programmata per l’estate successiva, sicché da allora in poi, quando ritornarono a Verona per l’avvio della stagione lirica, i nostri viaggiatori vi giungevano preparati. Per tempo veniva infatti acquistato il libretto dell’opera in calendario, che veniva letto più volte, in modo da poter poi apprezzare compiutamente la vicenda che si svolgeva su quel grande palco.

  • Enzo Duse (1901-1963)

    Enzo Duse (1901-1963)

    Non è facile condensare in un breve scritto la figura di Enzo Duse, parlare della sua vita e del suo lavoro di drammaturgo, di giornalista e di critico.

    Una vita intensa, la sua, ricca di umanità e di generosità; uno spirito polemico e talvolta aspro, un’impronta liberale e idee antifasciste, che gli causeranno nel 1944, per i suoi articoli giornalistici, una condanna a venti anni di reclusione per denigrazione del fascismo. Si rifugerà in Friuli presso l’orfanatrofio Tomadini fingendosi insegnante di educazione fisica, mentre la condanna verrà commutata in “pena di morte in contumacia”.

    Una personalità piena di interessi che lo porteranno a vivere, fin da giovanissimo, nel mondo del giornalismo, del teatro e della letteratura, a contatto e in amicizia con i nomi più prestigiosi ed importanti dell’epoca come Eugenio Ferdinando Palmieri, Livio Rizzi, Piero Bellinetti, Diego Valeri e commediografi e attori di teatro come Roberto Bracco, Carlo Micheluzzi e molti altri.

    Enzo Duse nasce nel 1901 a Villadose da una famiglia di origine chioggiotta. Il padre Gaetano si era trasferito in questo paese in seguito al matrimonio con Pasqua Rosa (detta Nina) Brasolin, di una famiglia di proprietari terrieri del luogo. A Villadose Gaetano gestisce una farmacia e per quattro anni, 1902-1906, è anche sindaco; successivamente, dopo la laurea in legge si trasferisce con la famiglia a Venezia dove esercita la professione di avvocato.

    Enzo, ancora bambino, per frequentare la scuola si trasferisce presso le zie materne a Rovigo. Qui studia e frequenta il liceo classico, ma lascia la scuola senza conseguire la maturità (per un diverbio agli esami con un professore).

    Il suo spirito irrequieto lo porta nel 1919, a soli 18 anni, a intraprendere il lavoro di giornalista dapprima presso la “Gazzetta di Venezia” e, dopo gli obblighi militari, presso “Il Gazzettino”, sia come cronista sportivo (segue soprattutto le corse ciclistiche e il Giro d’Italia e con i suoi intelligenti e profondi servizi giornalistici trasforma l’arido linguaggio sportivo) e sia come critico teatrale e cinematografico.

    Siamo nel 1922; Enzo ha 21 anni. In questo periodo egli abita a Rovigo. Qui conosce Ada Melloni, sua coetanea, figlia di un medico della città. A 23 anni i due giovani si sposano e vanno ad abitare a Venezia in campo San Trovaso, nei pressi dell’Accademia di Belle Arti. Dal loro matrimonio nascono cinque figli, dei quali va ricordato quantomeno il primogenito, Ugo (1926-1994), che si dedicò con grande passione alla musica; fu docente di questa disciplina presso l’Università di Udine; con un suo libro su Maller portò in luce questo compositore e fu uno dei due fondatori del festival a lui dedicato a Dobbiaco.

    Enzo Duse si dedica sempre più alla scrittura. Le due attività, portate avanti da contemporaneamente, quella di giornalista e quella di commediografo, si fondono e si completano ed ognuna porta all’altra notevoli e significativi benefici. Oltre che col Gazzettino, egli collabora anche con diverse testate giornalistiche, come la Gazzetta Veneta di Padova, il Mattino di Napoli, il Corriere d’informazione, il Corriere della sera, il Resto del Carlino.

    Fin da studente Duse si era cimentato con lavori teatrali dimostrando una precoce versatilità: lavori che volutamente non conserva, anche se una commedia in tre atti, “Chimere”, gli fa vincere un concorso.

    La sua prima opera scritta per il teatro, “Quelle oneste signore”, è del 1925, rappresentata l’anno successivo a Milano dalla Compagnia stabile del teatro Arcimboldi. Seguono poi “La veste di raso” del 1929, rappresentata a Venezia, “Fine di don Giovanni” del 1930, “Il dono della notte” e “Favola senza morale” del 1931, “Introduzione alla vita eroica” e “Le zitelle di via Hydaz” del 1934. E’ con quest’ultima, rappresentata al Ridotto da Nino Besozzi e Fanny Marchiò, che Enzo Duse mette in evidenza le sue grandi capacità di commediografo e ancor più con “Ladri”, del 1935, portata in scena nel 1937 da Febo Mari al Teatro filodrammatici. E’ con questa, infatti, che iniziano le recensioni prestigiose da parte dei maggiori critici teatrali, recensioni che lo accompagneranno poi anche negli anni seguenti.

    A queste prime sette commedie ne seguono parecchie altre in lingua italiana fino all’ultima, “Una famiglia in prosa”, scritta nel 1962. Complessivamente Duse ci ha lasciato trentanove testi teatrali. Tra questi anche diverse commedie in dialetto veneziano. La prima, “Virgola”, è del 1936. Con questi tre atti, portati in teatro a Venezia dalla Compagnia Micheluzzi, egli ottiene un grande successo, successo che si ripeterà poi anche per tutte le altre sue opere che verranno in seguito.

    E’ stato scritto da Gino Damerini che “il teatro di Duse è senza esclusioni: concorrono a costituirlo, volta a volta, la commedia poetica e la commedia passionale; quella intimamente dialettale e quella psicologica e amorosa. In questi ultimi tempi gli eventi storici (…) l’hanno arricchito di una nota pensosa e grave di un acre sentimento di disperato dolore di preoccupazioni e di dubbi, di amare constatazioni di una evidente attualità sociale (…)”.

    E ancora viene scritto di lui: “Il suo linguaggio sa essere grave e tragico, ma anche frizzante, limpido, ironico seppure attento ad ogni mutamento di moda e di costume; adegua il linguaggio secondo l’estrazione sociale dei personaggi; un linguaggio sempre dosato in un clima di assoluta naturalezza”.

    Le sue commedie furono rappresentate con grande successo nei maggiori teatri sia in Italia che all’estero. Ancor oggi, seppure in modo saltuario e dopo un periodo di oblio, esse vengono riproposte da importanti compagnie come lo scorso anno dalla Compagnia Teatro Veneto città di Este al Politeama di Badia Polesine e quest’anno al Farinelli di Este.

    I suoi lavori sono stati oggetto, nell’anno accademico 2001-2002, di una tesi di laurea “La scena tormentata e grottesca di Enzo Duse”, presentata da Carla Manghi all’Università Cà Foscari di Venezia.

    Enzo Duse muore improvvisamente, mentre si riposa in un capanno al Lido di Venezia, il 7 luglio 1963. Non ha ancora 62 anni. Ebbe sepoltura nel cimitero di Borsea, che aveva indicato come il più adatto a ricevere le sue spoglie “fra quella gente semplice che amava far salire sul palcoscenico delle sue opere dialettali”. Come aveva desiderato, sulla sua tomba fu apposta questa iscrizione: “autore di finzioni teatrali nella commedia della vita”.

    I giornali italiani ne riportarono la notizia, ricordandolo tutti come un grande ed importante commediografo.

    Di lui ci restano soprattutto le sue commedie, ancora oggi vitali, che non mancano di essere messe in scena e di ricevere apprezzamenti; il modo migliore per ricordare uno dei grandi personaggi del Novecento polesano.

  • Fra’ Fortunato (1638-1705)

    Fra’ Fortunato (1638-1705)

    Dapprima blando ed incerto, ma poi sempre più determinato si è fatto strada il desiderio di penetrare nell’esile trama di questa nostra terra contadina dove “ogni pietra parla e non si sta ad ascoltarla” e dove il paesaggio dell’anima ha finito per impregnare ogni luogo con “quel senso / di stupore e attesa / d’un già avvenuto / ma ancora manifesto evento” (Luzi) e dove vivere significa conoscere sia la storia ufficiale sia calarsi nelle molte piccole storie spesso fatte di minimi gesti, di minime credenze, di minimi riti scanditi dal ciclo della natura e da piante che ancora una volta sono l’occasione per ricordare chi se n’è andato.

    Curare con le erbe

    L’insolita avventura di incunearsi tra gli interstizi di questo mondo chiuso, consente di assecondare il varco oltre il quale si rivela la figura di frà Fortunato da Rovigo (1638-1705), un frate francescano, cappuccino, infermiere, tenace raccoglitore di erbe, fiori, frutti e semi.

    La sua storia inizia sommessamente con una formula usuale e persino scontata “Una volta”.

    Sulle prime, dalla polvere dei documenti, sembrava emergere una labile trama per lo più impregnata della memoria storica di un convento francescano. Poi, piano piano, la storia ha preso a dipanarsi, e si è andata sempre più svelando la figura di un umile frate infermiere, saggio, equilibrato, colto, disponibile verso il prossimo sofferente.

    Frà Fortunato appartiene a quella schiera di frati cappuccini laici che si prendevano cura dei deboli, gente per lo più senza nome, senza volto e senza storia, la cui vita poteva al più raccontare l’anonima fatica di vivere e l’indefinibile angoscia per un incerto futuro. La sua eredità culturale è rappresentata da una monumentale collezione ricca di oltre 3073 piante secche, raccolte e assemblate in un erbario di nove volumi, dal titolo “Teatrum plantarum”.

    Nel lessico attuale, con il generico nome di erbario viene indicata una collezione di piante che, essiccate in modo opportuno, si possono conservare a lungo, a scopo di studio. Nel suo significato originale invece indicava le opere sulle piante medicinali, manoscritte e corredate da raffigurazioni.

    Nella prefazione al “Teatrum plantarum” frà Fortunato annotava che gli esemplari provenivano “non solamente razzolando que’ vegetabili, che con man salda recuperiamo da’ nostri territorij, e dalle vicine contrade, ma stendendo ancor più e dilungando le ali de’ miei ardentissimi desiderij fino da capo delle due Indie.” Gli esemplari, una volta essiccati, li aveva distesi su fogli “con molto buon gusto estetico, mettendo in evidenza le parti caratteristiche di ogni vegetale, in modo da facilitarne la conoscenza a prima vista” (Tergolina).

    Ogni pianta, una volta deposta sulla pagina, è come se l’esemplare essiccato non possa più fare a meno di quel foglio e di quello che vi è scritto, che perciò diventa parte integrante ed essenziale. Ogni foglio documenta una minima storia che sa di case coperte dal gelo, di angoli battuti dal sole, di malattie, di speranze perdute, di una cultura tramandata assieme alle memorie collettive, ai minimi rituali, alle intriganti cerimonie, alle reciproche curiosità, alle nostalgie: un mondo vario che pregava e sperava. Ogni campione essicato proviene da un lontano passato e ora sta ad indicare il tracciato di una lunga storia della fitoterapia popolare e di una realtà che si alimentava di credenze e di pratiche in cui erbe, uomini e bestie rappresentavano i lati di un triangolo equilatero con uomini, erbe e bestie uniti da molteplici segmenti che consentono di librarsi dalla visione immediata del primo piano per accedere a spazi lontani.

    Le specie, raccolte nel territorio veronese, padovano, rodigino erano piante poco esigenti “razzolate con man salda nei nostri territori”, scriveva il frate infermiere, ove spesso vi era una “frammistione di piante”, provviste di grande adattabilità. Per lo più si trattava di piante spontanee che si distendevano nei luoghi incolti, sul limitare delle siepi, sulle macerie, sugli argini, alla periferia di orti dismessi, ovunque il terreno consentiva alle radici di penetrare e di riprodursi “camminando” sotto terra per poi spuntare quando e dove meno ci si aspetta, oppure di produrre una grande quantità di semi, in grado di rimanere vitali nel terreno anche dopo una decina di anni.

    Per ogni specie, frà Fortunato ne dà la nomenclatura, il preciso fine terapeutico e, conoscendo l’ecologia della specie, induce ora gli studiosi a intuire quali fossero le condizioni ambientali in cui aveva operato il frate raccoglitore.

    Una breve cronologia

    Nel guardare indietro, per cercare di capire ciò che eravamo, e nel muoversi fra le tante infinite carte che evocano storie di conventi, di chiostri, di biblioteche, di orti medicinali, ci è data conoscenza che il 12 maggio 1639, nel duomo di Rovigo, veniva battezzato, con il nome di Giovanni Antonio, il figlio dei coniugi Elena e Gasparo Matteraglia o Gaspare Mattaraia, nato due giorni prima.

    Fin da giovane, Giovanni Antonio prese a raccogliere, giorno dopo giorno, fiori e piante, sollecitato anche dalle competenze del padre, che forse esercitava a Rovigo la professione di speziale. Era l’inizio di una ricerca che, con appassionato entusiasmo, l’avrebbe coinvolto per tutta la vita e che si sarebbe svolta percorrendo ed esplorando il territorio, inteso come luogo che, oltre a raccontare il divenire e l’evolversi di una comunità, rispecchiava i sentimenti di appartenenza e il senso comune di riconoscersi.

    A 18 anni, entrò a far parte dell’ordine dei francescani cappuccini nel convento di S. Michele Arcangelo di Rovigo; a vent’anni fece la professione, assunse il nome di Fortunato e, dopo breve tempo, venne assegnato, come assistente di infermeria, al convento dei cappuccini di Padova.

    Qui svolgeva le mansioni di infermiere fra Gregorio di Padova, noto in tutta Europa come attento conoscitore di piante ed esperto di arte sanitaria e farmaceutica, anche in seguito ad un’assidua frequentazione del locale Hortus Simplicium, il primo orto botanico pubblico del mondo, voluto dal Senato delle Serenissima Repubblica di Venezia (1545) e dalle autorità religiose locali, come indispensabile supporto all’ostensione dei semplici medicinali e allo studio della Materia Medica che si insegnava presso lo Studio patavino.

    Fra Fortunato, guidato dal confratello, divenne in breve tempo uno stimato infermiere-speziale e prese a frequentare, con metodo e rigore, gli studi dei semplici vegetali. L’occasione gli era offerta dalla contiguità con l’ambiente accademico patavino e con la presenza dell’Orto dei Semplici dell’Università di Padova, attorno cui gravitavano i più autorevoli studiosi di botanica.

    Le fonti e i documenti d’archivio segnalano che, dopo qualche anno, il frate rodigino aveva messo le radici prima a Treviso, poi a Vicenza e infine a Verona, ove rimase per una quarantina di anni, sempre con l’incarico di speziale-infermiere, stemperando nella storia della sua vita la memoria di S. Francesco e la perfetta letizia che non stava nel sapere “i corsi delle stelle e le virtù delle erbe” o nel conoscere “le virtù degli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delle pietre e dell’acqua”, ma nelle pazienza di sopportare allegramente le tribolazioni della vita.

    Oltre al Teatrum plantarum, frà Fortunato manoscrisse “Selva di Varie Compisitioni appartenenti all’Arte Medica con un Trattato di Pietre usuali alla Medicina Et un discorso di vermi di corpi umani, & altre cose simili. Raccolte da me, & unite per uso mio, e bisogno de’ poveri Infermi della nostra Religione” del 1692, conservato nell’archivio del convento dei frati minori cappuccini di Mestre, unitamente a due manoscritti: “Brevi Curationi in mali particolari descritti dal P. Cavalli Cappuccino e tradotti dal latino al volgare nel 1691” e a “Medicinae Anima sive rationalis praxis” di Francisco Poma, conservato pure a Mestre.

    Il confratello

    All’interno delle mura del convento di Verona, avvenne l’incontro con fra Petronio (1660-1744), un altro infermiere laico con cui frà Fortunato condivise la cura degli ammalati e lo studio dei semplici vegetali.

    Insieme continuarono a raccogliere erbe, andando dai prati umidi veronesi fino alla sommità del monte Bondone, là dove conduceva la loro curiosità per il mondo della natura. Insieme le catalogavano, le stendevano sui fogli, preparavano le tavole da mostrare ai futuri frati infermieri per togliere dubbi e fugare incertezze a chi voleva imparare a conoscere questa flora minore.

    E’ in questa realtà conventuale che i due frati avvertirono l’urgenza di avviare una sorta di apprendistato per i futuri frati infermieri. Tra i vari insegnamenti vi era anche il compito di assemblare una collezione di piante secche, con carattere esclusivamente personale e privato; una sorta di orto botanico, portatile, da usarsi come un prontuario, che il frate infermiere poteva consultare nell’esercizio della sua professione per allontanare i dubbi, per ricordare le specie da cui ricavare gli ingredienti dei medicamenti, per insegnare anche ad altri il loro rigoroso riconoscimento e il più efficace utilizzo. “Acciocché si bandisca -scriveva fra Fortunato nella premessa al Theatrum plantarum- la confusione e vi succeda l’ordine, la diligenza e il piacere, denominando qualunque di esse (piante), non per via di capriccio, o conforme la negligenza de’ nostri vecchi, ma secondo il metodo giudiciosissimo de’ Moderni: a quali è parte giusto, non che proprio, sconfacevole dell’herbe aversi quell’idea che altrove dal frutto e da fiore, va intuendo pensiero, va tracciando cognition e certezza”.

    Nei lunghi anni veronesi, la vicenda di frà Fortunato continuò più o meno allo stesso modo, ora esercitando l’attività di infermiere e ora continuando a raccogliere erbe anche in luoghi imprecisati e senza storia: “qui”, “là”, “dove”, quasi come i cerchi concentrici disegnati da un sasso arrivato casualmente in uno stagno. Ogni erba rappresenta il legame che fra Fortunato intrattenne con quella terra e ora diventa una parabola sul modo in cui la riscoperta della memoria coincide alla fine con la scoperta della vita che fugge e che, proprio mentre la si ripercorre faticosamente all’indietro, corre diritta, impetuosa, inarrestabile verso la fine.

    Per frà Fortunato non ci sono mai state sfide titaniche, ma soltanto un sapiente rimboccarsi le maniche e una ricerca continua di rimedi semplici che si calano nel terreno fertile del passato, nel silenzio della cella ove aveva imparato ad armonizzare lo studio assiduo e la preghiera, il lavoro paziente e il riposo, lo studio attento delle farmacopee storiche, le tradizioni orali e il silenzio del Vangelo, un testo che progressivamente gli era diventato superfluo perché egli stesso era diventato Vangelo per coloro che lo frequentavano.

    Frà Fortunato non vide il suo Teatro di Piante completato, perché in un imprecisato giorno del settembre 1701 lasciò la vita terrena “in concetto di non ordinarie virtù di santità”.

    L’opera rimase nelle mani di frà Petronio che, in parte, la rifece e, in parte, la completò scrivendo il nono volume.

    E, per finire…

    Nell’archivio del convento dei frati minori cappuccini di Mestre stanno distesi tanti altri minimi documenti, ognuno legato a una storia, a una identità, a una trama che sfugge come l’alito di un fumo che rincorre il primo soffio di vento.

    Fra le diverse collezioni, talora sono ancora viventi gli autori, alcune sono assurte a dignità di insostituibile documento scientifico; altre, per motivi diversi, sono rimaste ignorate o scordate fino a perderne le tracce. Tutte insieme continuano a raccontare storie che si sono andate dipanando in altri tempi e che ora potrebbero tornare a suggerire il sussurro di “una volta”, due parole che tornano, con quel po’ che è rimasto, a ricordare, un po’ come nelle favole, qualche istante di una realtà storica e culturale che le circondava.

    Valga un esempio: Padre Edoardo Petterlini (nato il 2.11.1921 e morto il 13.2.1985 a Luanda in Angola), mentre svolgeva i suoi studi presso il convento del SS. Redentore in Venezia, manoscrisse un registro che reca nel frontespizio “Prima interpretazione delle 3132 Piante, contenute negli 8 volumi di Fra Fortunato da Rovigo, per opera di Padre Edoardo M. Missionario in Angola.”

    Di frà Fortunato, dopo la sua morte, per oltre un secolo e mezzo le fonti e i documenti tacciono. Poi il 4 maggio 1840 la famiglia francescana dei Frati Minori Cappuccini di Verona si ricordò dell’umile fratello e con una solenne cerimonia mise a dimora nel suo convento una lapide di marmo.

    Nel 1851, la città di Rovigo chiese inutilmente l’erbario per poterlo “conservare in modo degno”. A quella richiesta non si è ancora trovata alcuna risposta.

    Nel 1866, avvenne la soppressione del convento dei cappuccini di Verona; l’erbario passò al Comune di Verona, che prima lo scordò in uno scantinato, talvolta invaso dalle acque che esondavano dall’Adige, e infine lo affidò al locale museo di Storia Naturale, dove rimase per lunghi anni ignorato. Finalmente in tempi recenti è stato degnamente restaurato ed ora è disponibile per essere consultato.

    Nel secolo scorso, la città di Rovigo si ricordò del suo concittadino e tuttora, in un vicolo laterale a via dei Cappuccini, si legge Vicolo Frà Fortunato, Botanico, Cappuccino, 1638-1701.

    BIBLIOGRAFIA

    Erbario di Fra Fortunato da Rovigo. Vol. I-IX, Museo di Scienze naturali di Verona. Sezione Botanica.

    Gaiter L., Elogio di Fra Fortunato da Rovigo infermiere Cappuccino del secolo decimosettimo, Libanti, Verona, 1840.

    Maini L., Di alcuni Frati Minori Cappuccini illustri per pietà e dottrina che nacquero a Verona…, Verona, Tip. Figli di Maria, 1863.

    Ramello L., Cenni intorno alla chiesa e convento dei P.P. minori Cappuccini e memorie su alcuni religiosi dell’ordine, Minelliana, Rovigo, 1851.

    Registro dei battesimi, ms. Archivio del Duomo di Rovigo.

    Registro delle Professioni dei Frati Minori cappuccini della Provincia Veneta, ms. conc., 51, fasc. III, cc.nn.

    Scolari F., Notizia di un erbario da oltre due mille trecento piante in natura opera di fra Fortunato da Rovigo dell’Ordine dei RR. PP. Cappuccini, Tip. Andreola, Treviso, 1838.

    Tergolina Gislanzoni Brasco U., Cappuccini botanici. Fra Fortunato da Rovigo, Fra Petronio Da Verona. In, Le Venezie Francescane, I: 147-162, 1932.

    RINGRAZIAMENTI

    Grazie alla dott. Michela Marangoni dell’Accademia dei Concordi di Rovigo e a padre Celestino Coletti, bibliotecario del Convento dei frati cappuccini di Mestre, per avermi ascoltato e aiutato a trovare queste parole e a Patrizio, come sempre.

  • I rustici vini polesani

    I rustici vini polesani

    Percorrendo la terra che giace fra Adige e Po, pedalando perché la bicicletta è l’unica macchina fatta a misura d’uomo che permette di “vedere” e godere l’ambiente, si nota come sia quasi sparita del tutto la vite che, fino a non molti anni fa, ornava le ripe (le strene o le bine), le alberate o costituiva impianti specializzati, come i vigneti.

    E non mancavano apprezzamenti per alcuni vini ‘nostrani’, come ricordato nell’articolo “Il ritorno del baseganin” nel n. 36 di questa rivista, in cui si è espresso l’auspicio di recuperare tale produzione ormai desueta. Un vino in questo caso ottenuto dall’uva Basegana lodato dal prof. Salvini, animatore negli anni ‘50 della mitica “Repubblica di Bosgattìa”, nata nella golena del Po presso Papozze.

    Ma proprio dalla seconda metà del secolo scorso è iniziato il declino della coltura del vino nella pianura tra Adige e Po. Le ragioni del progressivo abbandono sono complesse e s’inquadrano nella situazione più generale della cosiddetta “rivoluzione verde” che ha caratterizzato l’impetuoso sviluppo dell’agricoltura e, in genere, di tutto l’assetto socio-economico, di quel periodo storico.

    Il Polesine vantava una sua viticoltura stimata 7-8.000 ettari, in genere promiscua in quanto costituita dalle “strene” con la vite maritata ai tutori viventi, quali l’olmo, l’oppio o le salicacee. Preferito era l’oppio (L’Acero campestris) perché offriva sicuro appoggio con la sua lunga vita e poca ombra ai tralci: per la vite, pianta eliofila per eccellenza, un marito ideale. Non c’era azienda, grande o piccola, campo, orto, o anche singola casa con pergola, che non avesse la sua vite.

    La viticoltura era dunque importante anche in Polesine, tanto che, come riferì il “Polesine Agricolo”, organo della Cattedra Ambulante di Agricoltura, nel 1887 venne organizzata una “Mostra-fiera di vini”. Le varietà coltivate e i metodi di allevamento differivano dagli attuali che trovano applicazione in quel poco che rimane della viticoltura nostrana, stimato attualmente in meno di mille ettari.

    Erano varietà locali, come la citata Basegana dagli acini rossastri coltivata nel medio-basso Polesine, conosciuta come “ua da balansa” perché venduta anche per il consumo, che “mostava” molto ma di modesto contenuto zuccherino. Un’altra varietà era il Bacò con acini rosso-neri al quale si affiancavano gli ibridi produttori diretti di provenienza nord americana, quali l’uva Fragola, o Isabella o uva Americana, tuttora coltivata, sempre per consumo fresco; il Clinto rosso e bianco e il Clinton, tre varietà dall’inconfondibile profumo volpino. Sparuti amatori le coltivano tuttora.

    A partire, però, dalla seconda metà dell’’800 sui vigneti si manifestò una congiura di tre pericolosissime avversità. Due di origine fungina, la peronospora e l’oidio e l’altra di origine animale, la fillossera. Le prime due attaccavano, e attaccano, l’apparato fogliare, i tralci e i grappoli e, se non prevenute, li distruggono; la terza, la fillossera, è un insetto dall’apparato boccale pungente-succhiante che si nutre a spese delle radici. Quest’ultima avversità costrinse al rinnovamento dell’intera viticoltura europea sostituendo i vecchi vitigni con piante innestate su piedi di vite americane, dimostratisi resistenti alle punture dell’insetto.

    Comparvero allora le varietà, per lo più di origine dalla Borgogna che, innestate sul piede americano, costituiscono tuttora larga parte del patrimonio viticolo, come il Merlot e i Cabernet, il Sauvignon per citare le varietà più famose che affiancano le nostrane Barbera, i Rabosi, il Friularo, il SanGiovese, il Trebbiano, il Tocai, la Garganega, il Malbec, il Refosco dal peduncolo rosso, l’Albana e tante altre che producono buoni vini da tavola anche nelle nostre terre. Forse i nostri sono vini un pò rustici, ricchi di corpo ma che esprimono la vera personalità costituita, oltre che dalle caratteristiche della varietà, anche da quelle del particolare terreno che ospita la vite.

  • Le mitiche creme adriesi

    Le mitiche creme adriesi

    “Le bissòle della Befana, le patate americane di Valliera, i màneghi e i fiadoni, gli gnocchi dolci, l’aglio, il tartufo, l’èsse, la pinza alla munara, i bìgoli mòri della vigilia di Natale, le sarde de La Pensa, un ottimo latte crudo dell’azienda Ermes Bovo, le terre di Adriano, tutti questi prodotti – ci dice Paolo Rigoni, fiduciario provinciale di Slow Food – possono vantare varietà, ricchezza. Ma l’elenco può allungarsi. Come non inserire tra le tipicità adriesi le mitiche creme della nostra infanzia? Quelle “paste fine” che ci portano alla ricerca del tempo perduto come la madeleine di Proust?”

    I ricordi si inseguono ed il prof. Rigoni prosegue: “Per tutti noi bambini che venivamo al mercato ad Adria in bicicletta con la mamma, il dolce sognato e sperato era una crema, meglio la crema, in quel negozio, el boteghin, vicino al semaforo, prima del ritorno. Magari ci poteva stare un sorso di rosolio, di marsala e per i più fortunati, le caramelline di rosolio o i ciucetti che riproducevano i numeri e le lettere dell’alfabeto. Comunque per tutti, fosse il mercato, oppure la festa del Perdon d’Assisi, o la fiera del Cristo era d’obbligo la crema”.

    “C’è una persona – ci dice ancora Rigoni – che è rimasta fortemente legata a quel sapore antico: è il prof. Dino Renato Felisati, medico illustre, fin da giovane trasferitosi a Milano, ma che a Panarella, il suo paese di origine, ha conservato la casa della sua infanzia. Ebbene ogni volta che il prof. Felisati torna in Polesine non tralascia di fare provvista di creme alla pasticceria adriese Castello di Roberto Biasioli”.

    E Paolo Rigoni ha recentemente accompagnato il prof. Felisati in una di queste sue visite alla rinomata pasticceria adriese. Un’occasione per chiedere al mastro pasticcere gli ingredienti del dolce della tradizione. Ecco la risposta: “Le creme sono fatte di pasta sfoglia, di pan di spagna, di crema e di marsala; gli ingredienti, ovviamente, devono essere freschissimi e di prima qualità. Le mie creme hanno un sapore particolarmente gradevole per merito della crema pasticcera che io preparo alla mia maniera, ma mi consenta di non dirle di più, perché, se le svelassi i miei segreti, lei potrebbe andare a comperare le creme dalla concorrenza che ad Adria è molto agguerrita”.

    “Quando ero bambino e venivo al mercato di Adria con lo zio – ricorda il prof. Renato Felisati -, una tappa obbligata era fermarci dal signor Antonio, che gestiva una piccola osteria sulla destra di Corso Vittorio Emanuele, appena entrati in città, per gustare una crema e bere un bicchierino di marsala o di vermouth. Io mi limitavo alla crema, ma quel sapore si è radicato nella mia memoria, come qualcosa di sublime che, con la mente di adesso, interpreto anche legato ad altri elementi, prima di tutti, il bene che mi voleva la persona che mi accompagnava. Ad onor del vero, devo dire peraltro che il giudizio lusinghiero sulle creme del signor Antonio era espresso da tutti, grandi e piccini”.

    Allora c’era l’osteria del signor Antonio che il prof. Felisati non dimentica, oggi la tradizione delle creme viene dunque tenuta desta da Roberto Biasioli, nella sua pasticceria Castello dove ci assicura che molti emigranti quando ritornano ad Adria vogliono le creme di sua produzione: “Me ne ordinano interi vassoi da portarsi a casa al momento della partenza”, ci dice soddisfatto.

    E Paolo Rigoni, referente di Slow Food, sottolinea: “Ecco un dolce che va tutelato e certificato”.

  • Fantasmi a Rovigo

    Fantasmi a Rovigo

    In una recente e curiosa guida ai fantasmi d’Italia, Rovigo non viene neppure nominata. Né, nelle sempre più frequenti ricognizioni ai misteri e ai fenomeni insoliti che fanno capolino negli scaffali delle librerie, la città polesana ha richiamato interesse o curiosità. Del resto, gli stessi rodigini, per quello che ne sappiamo, sono in genere poco propensi a dare peso alle storie di fantasmi, spesso considerandole frutto della fantasia di qualche buontempone. Tanto che, a tutta prima, si potrebbe pensare ad una città abitata da gente ancora fiduciosa in un «sano» positivismo, pronta a credere solo a ciò che tocca e vede e non certo a fumosi spettri, apparizioni e inquietudini parapsicologiche.

    Beh, qualcosa c’è.

    Si dice, per esempio, che nei silenziosi recessi di una palazzina patrizia che si affaccia su una strada del centro, di tanto in tanto, dietro una finestrella che si apre sulla porta della cantina, appaia il volto esangue che, stando alle vecchie storie di famiglia, è quello di una suora che, in tempi lontani, si era fatta rinchiudere per penitenza in una stanzina dove si era lasciata morire giorno dopo giorno.

    C’è anche il ricordo di un tale che, una sera di tanti e tanti anni fa, per sfida e improntitudine, proprio per negare l’esistenza di fantasmi e reincarnazioni misteriose, aveva trascorso la notte in cimitero, giusto nei pressi del grande portico neoclassico. Alla mattina, però, era stato trovato morto, per un colpo apoplettico, presumibilmente causato da un improvviso spavento, come si poteva intuire dagli occhi sbarrati per sempre e da una scritta illeggibile che aveva tentato di tracciare con il dito sul ghiaino.

    E c’è anche una certa casa, poco lontana dalla stazione ferroviaria, che un tempo si diceva “infestata” da strane e agghiaccianti presenze, che all’alba si disperdevano con gran rumore di passi e porte sbattacchiate.

    Si potrebbe continuare, magari tirando fuori quel «Fantasma della Rotonda», un romanzo che nel 1891 Argia Vitalis Castiglioni aveva pubblicato a puntate sul «Corriere del Polesine», riecheggiando una perduta leggenda locale.

    Resta, comunque, il fatto che a Rovigo c’era, e probabilmente c’è ancora, il gusto per le sedute spiritiche. E, a questo proposito, ci torna in mente una vicenda poco nota, che ha molto a che fare con lo spiritismo e con il mistero, almeno per quanto riguarda la tragica conclusione rodigina di questa storia.

    C’era, dunque, nell’ultimo decennio dell’Ottocento, un certo Giovanni Battista Ermacora, nato poco dopo la metà del secolo e laureato brillantemente in fisica e scienze all’Università di Padova, con studi condotti anche nei settori della chimica e dell’astronomia, della fotografia e dello spiritismo e dell’ipnosi.

    In stretti rapporti con Richet e Schiaparelli e Lombroso, con cui aveva assistito ai famosi esperimenti con la celebre medium Eusapia Palladino, da questi si distingueva per l’attenzione ai fenomeni telepatici e alla precognizione, con una lunga serie di esperimenti e diverse pubblicazioni che erano confluite in una rivista, da lui creata con l’amico milanese Giorgio Finzi. Una rivista che manteneva una posizione di equidistanza fra spiritisti e i positivisti che negavano recisamente l’attendibilità di ogni fenomeno.

    Nel 1897, alla morte del padre, Giovanni Battista Ermacora gli era subentrato nella proprietà e nella gestione della centrale del gas di Rovigo, dove c’era anche suo zio, il celebre generale Domenico Piva. E proprio in un ufficio del gasometro, una mattina del marzo 1898, lo studioso era stato ucciso da un suo dipendente che, in una crisi di follia, gli aveva sparato due colpi di fucile a distanza ravvicinata, per poi suicidarsi.

    La polizia chiuse in fretta il caso e i giornali dopo una settimana non ne parlarono più. Ma qualcuno suggerì, senza essere smentito, che quella morte cruenta e inattesa era in realtà la punizione severa per uno che si era spinto troppo oltre nel regno dell’oltretomba e del mistero.

  • Il Veronese ritrovato

    Il Veronese ritrovato

    Lo scorso 16 Marzo presso l’auditorium della Biblioteca Comunale “Baccari” di Lendinara è stato aperto uno dei capitoli maggiormente significativi delle vicende storico-artistiche che hanno segnato la densa storia della cittadina altopolesana. Ospite e relatore della serata il prof. Xavier F. Salomon, responsabile scientifico delle collezioni d’arte conservate presso la Dulwich Picture Gallery di Londra e curatore della mostra ivi allestita (dal 10 Febbraio al 3 Maggio 2009) dal titolo “Paolo Veronese: la pala d’altare Petrobelli”. Il legame con il passato lendinarese è dovuto alle origini stesse dell’opera protagonista dell’esposizione in Gran Bretagna: fu infatti commissionata nella seconda metà del XVI secolo dalla famiglia Petrobelli, allora tra le più facoltose della scena cittadina, ed era originariamente collocata presso la locale Chiesa di San Francesco, facente parte di un complesso monastico che a lungo primeggiò per magnificenza e grandiosità, ma poi destinato, sul finire del XVIII secolo, ad una drammatica soppressione che ne provocò la totale scomparsa.

    In seguito a questo nefasto evento, il consistente patrimonio di opere d’arte conservato nel convento francescano imboccò la via della dispersione. Destino a cui non si sottrasse la pala dei Petrobelli, peraltro attribuita, già dalla critica settecentesca, ad un assoluto protagonista della pittura veneta del secondo Cinquecento, quale fu Paolo Caliari, detto Il Veronese.

    Fu così che la grande tela del Veronese (alta più di 5 metri), non solo ebbe l’avventura di lasciare il territorio polesano per lontane destinazioni, ma, in seguito alle implacabili esigenze di mercato del collezionismo privato dell’epoca, fu sezionata e divisa in più parti, sulla base dei diversi soggetti che vi erano rappresentati. E i vari frammenti seguirono poi strade diverse perdendo del tutto il legame originario.

    L’eccezionalità della mostra londinese è costituita dal fatto che per la prima volta le tre parti superstiti della pala, sino ad oggi conosciute, sono state riunite nel loro assetto originario e ad esse è stato possibile aggiungere un quarto ed inedito tassello, grazie ad una ricerca condotta dallo stesso Salomon.

    Prima di ripercorrere le vicissitudini vissute dall’opera sino ai nostri giorni, risulta utile fornire una sintetica descrizione del suo impianto, sulla base delle molteplici testimonianze di cronisti ed eruditi locali del XVIII secolo, vale a dire Masatto, Silvestri, Bartoli e soprattutto Brandolese. Essa raffigurava nel registro superiore, corrispondente alla parte centinata, un Cristo morto sostenuto da angeli, in quello inferiore, al centro, un San Michele Arcangelo che calpesta Lucifero, a sinistra, Sant’Antonio Abate con uno dei committenti, a destra, San Girolamo con un secondo donatore.

    Questa immagine d’insieme, come già accennato, andò frantumandosi a fine Settecento, quando commercianti d’arte senza troppi scrupoli la sezionarono in frammenti in modo da ottenere una più facile collocazione nel mercato antiquario. Fu così che la porzione d’opera raffigurante “San Girolamo ed un committente” finì già ad inizio del secolo successivo nelle collezioni della neonata Dulwich Picture Gallery di Londra, dove è ancor oggi conservata.

    Nelle pagine del catalogo, realizzato in occasione dell’odierna mostra, Salomon, a partire da questo dato, ha mosso una dettagliata indagine per seguire il percorso dei diversi frammenti. E’ innanzitutto emerso che i curatori ottocenteschi della galleria londinese, nonostante i pochi anni trascorsi dalla partenza dell’opera da Lendinara, avevano già smarrito la cognizione sia dell’esatta provenienza del soggetto trattato, che fu a lungo identificato come un “ritratto di un cardinale ed un sacerdote”. Bisogna attendere il 1836 perché venga per la prima volta affiancato ad esso un altro frammento della pala finito nel frattempo nella collezione del Duca di Sutherland alla Stafford House e descritto come “ritratto di un vescovo e di un uomo inginocchiato al suo fianco”, che poi si riveleranno essere “Sant’Antonio Abate ed un committente”. Ad arricchire il panorama contribuisce poi la segnalazione che in quest’ultima galleria ritroviamo una “Pietà” attribuita anch’essa a Veronese, che altro non è che la parte centinata dell’opera originaria raffigurante il “Cristo sostenuto da angeli”.

    Ma le vicissitudini del dipinto del Veronese sono ancora lungi dal terminare, infatti, ad inizio Novecento, i frammenti appartenuti alla Stafford House partiranno per altre destinazioni: un “ritratto di vescovo e di nobile veneziano” viene infatti venduto nel 1913 alla National Gallery of Scotland di Edimburgo (dove è attualmente conservato), la cosiddetta “Pietà”, posta in vendita all’asta già nel 1908, attraversa quindi diverse collezioni private, subisce addirittura seri danni a causa di un suo trasporto da Londra a New York che la espone ad infiltrazioni di acqua marina, e nel 1925 approda infine in precarie condizioni alla National Gallery of Canada di Ottawa, grazie all’interessamento e all’intuito dell’allora direttore Eric Brown.

    Appena qualche anno dopo, nel 1927, Percy H. Osmond, in una sua monografia dedicata a Veronese, raggiungerà un importante traguardo interpretativo ed identificherà il “cardinale” della Dulwich Gallery in San Girolamo e il “vescovo” di Edimburgo in Sant’Antonio Abate.

    Un primo decisivo passo in direzione di un’ipotesi ricostruttiva della pala d’altare avviene invece nel corso degli anni Trenta nel momento in cui tra il succitato Eric Brown della National Gallery of Canada e Stanley Cursiter direttore della National Gallery of Scotland intercorre una scambio epistolare in cui compaiono per la prima volta bozzetti e fotomontaggi di una visione d’insieme dell’opera veronesiana. Tuttavia bisognerà attendere ancora una ventina d’anni affinché maturi tra gli studiosi la consapevolezza della presenza di un terzo Santo collocato in posizione centrale e di cui non era mai stata ipotizzata la presenza. Nel corso di un restauro del frammento londinese, concluso nel 1953, emergono parti di una mano che sorregge una bilancia, il panneggio di una veste verde e frammenti di un essere mostruoso; a pochi anni di distanza, nel 1958, dalla porzione di pala di Edimburgo tornano alla luce, dalla rimozione di pesanti ridipinture, un braccio che regge una lancia e la parte di un’ala angelica. Gli attributi iconografici scoperti portano inequivocabilmente verso un’unica soluzione dell’enigma: nella parte centrale della pala era ritratto San Michele Arcangelo.

    Nei decenni successivi proseguono i contatti tra i diversi curatori delle tre istituzioni museali proprietarie dei vari frammenti, tali confronti fanno convergere verso un’unanime paternità veronesiana riconosciuta all’opera, mentre per la datazione le ipotesi continueranno ad oscillare tra settimo e nono decennio del Cinquecento.

    Ma niente ancora faceva supporre la provenienza polesana della pala del Veronese: le notizie relative alla collocazione originaria ed alla committenza dell’opera resteranno infatti completamente avvolte nel mistero sino al 1978, anno in cui verrà data alle stampe una monografia su Veronese curata da Detlev Von Hadeln. In tale occasione i tre frammenti di Londra, Edimburgo ed Ottawa verranno finalmente posti in relazione con un’opera descritta da Pietro Brandolese nel suo volumetto “Del genio de’ lendinaresi per la pittura”, uscito nel 1795. Si trattava della pala d’altare commissionata dalla famiglia Petrobelli e sistemata nella Chiesa di San Francesco di Lendinara. Le rispondenze tra la descrizione settecentesca e i frammenti superstiti non lasciavano adito a dubbi. In seguito sarà possibile dare un nome anche ai due donatori raffigurati, che andranno identificati in Antonio e Girolamo Petrobelli, e stabilire, di conseguenza, che avevano voluto essere ritratti accanto ai loro Santi omonimi, com’era tradizione consolidata in questo genere di commissioni.

    Gli sviluppi successivi degli studi ci portano ai nostri giorni: si deve ad una recente e felice intuizione di Xavier Salomon l’aver fatto convergere l’attenzione della critica su una piccola tela conservata al Blanton Museum of Art di Austin, in Texas, raffigurante una “testa d’angelo” tradizionalmente ricondotta al Veronese. Le dimensioni del viso ritratto corrispondono a quelle dei soggetti degli altri frammenti, le qualità pittoriche sono affini e vi è una corrispondenza anche nell’andamento del supporto in tela, premesse che fanno ipotizzare che effettivamente si tratti del volto perduto di San Michele. I trascorsi di quest’ultimo frammento non sono completamente ricostruibili, la sua presenza è documentata, a partire dal 1934, nella collezione privata austriaca di Wilhelm Suida, dalla quale fu poi acquisita, nel 1998, dal museo texano.

    Il recente ritrovamento ha indubbiamente permesso di inserire un fondamentale tassello nella ricostruzione dell’imponente pala veronesiana, e l’omaggio che ad essa viene tributato in occasione della mostra londinese forse varrà come gesto parzialmente riparatore dello scempio di cui fu vittima per mano di mercanti veneziani. I quali, nel 1789, avrebbero proceduto al suo brutale sezionamento, per il mero scopo, secondo le parole di Giovanni Maria Sasso, un corrispondente di Pietro Brandolese, di “essere venduta a quarti come si fa della carne da macello”.

  • L’Hotel Capital

    L’Hotel Capital

    Decisamente di rilievo il passo in avanti compiuto nel campo dell’ospitalità alberghiera rodigina, grazie all’avvio, da poco più di un anno, dell’Hotel Capital. Una struttura ricettiva a quattro stelle, all’avanguardia nel settore, ragguardevole per l’elevato livello di confort, la dotazione tecnologica e le pronte risposte alle richieste di una clientela in linea con un mondo sempre più globalizzato. Insomma una realizzazione qualificante per Rovigo ed il Polesine, terra fino a non molti anni fa considerata depressa, impermeabile alle innovazioni, ma finalmente uscita con decisione da una lunga fase di stasi, grazie ad un importante sviluppo nell’ambito delle infrastrutture, ed una crescita del settore industriale, di quello turistico e commerciale.

    – Condivide questa premessa? chiediamo al sig. Federico Mercuri, titolare dell’Hotel Capital

    “Effettivamente un bel cambiamento dagli anni ‘70, quando iniziò il mio impegno nell’ambito immobiliare e turistico, che allora concentrai nella zona di Chioggia. Per me, rodigino, l’idea di investire nella mia terra non è mai venuta meno, ma solo oggi si sono verificate le condizioni idonee. Uno studio di fattibilità ha confortato le speranze di un ritorno positivo di un investimento nel capoluogo del Polesine. Si è pertanto proceduto con determinazione a dotare Rovigo di una struttura alberghiera qualificata, dando vita ad un immobile di pregio, finalizzato ad un’accoglienza curata ed assicurando nel contempo la presenza in tutte le stanze (82 per la precisione più due suite) della tecnologia più aggiornata anche sotto il profilo telematico, in grado di assecondare anche la clientela più esigente”.

    – Ad un anno dall’avvio dell’ Hotel, è in grado di fare un primo bilancio? Chi sono in prevalenza gli utenti del suo albergo?

    “Il bilancio è positivo, e per vari aspetti superiore alle aspettative. E’ sicuramente stata premiata la nostra iniziativa, con un risultato molto favorevole di utenze legate soprattutto alle aziende polesane. I rapporti che queste tengono con altre realtà rendono necessaria una sosta a Rovigo dei loro collaboratori o clienti che trovano nell’Hotel Capital un ambiente confortevole in grado di rispondere positivamente alle loro esigenze. All’avvio della struttura ha poi contribuito la sua posizione strategica a ridosso della città, ma nel contempo vicina all’uscita dell’autostrada Bologna Padova ed inoltre inserita nel contesto del polo fieristico rodigino con cui ovviamente teniamo ottimi rapporti. Hanno poi alloggiato nel nostro albergo con piena soddisfazione anche personaggi dello spettacolo e turisti”.

    – A proposito di turismo come vede la prospettiva di uno sviluppo di questo settore a Rovigo e nel suo hinterland? Come viene percepita, in positivo o in negativo, la realtà del capoluogo dai suoi clienti?

    “La prospettiva di uno sviluppo del turismo non può ovviamente che essere accolta con grande favore. E da questo punto di vista le premesse non mancano. Chi viene anche occasionalmente a Rovigo apprezza subito ad esempio l’architettura ed il clima sereno e signorile che si respira nelle sue piazze. Gli importanti recuperi del Roverella, divenuto un apprezzatissimo scrigno d’arte e del complesso degli Olivetani sede del Museo dei Grandi Fiumi, per non parlare della Rotonda, costituiscono aspetti di eccellenza su cui può fare affidamento una crescita del turismo. Beni nei confronti dei quali sono state espresse valutazioni pienamente positive dai clienti dell’Hotel Capital. Qualche nota di delusione è stata registrata per la scarsa offerta di momenti ricreativi serali. E questo potrebbe essere un aspetto da potenziare”.

    – Ha trovato difficoltà a dare vita a questo suo impegnativo progetto?

    “No, in realtà ho trovato la piena disponibilità a facilitare il percorso, oltre che da parte dell’Unindustria di cui faccio parte, anche da parte degli Enti pubblici che, tempi burocratici permettendo, hanno agevolato l’avvio della struttura. Un progetto che è nato successivamente all’importante opera di recupero degli stabili dell’ex zuccherificio di Rovigo, trasformati in apprezzati contenitori della Fiera di Rovigo, un polo fino a pochi anni fa del tutto inesistente, che è risultato importante anche per il prestigio della città. E devo dire che gli appuntamenti fieristici risultano molto apprezzati dai nostri clienti”.

    – Il suo è un messaggio improntato all’ottimismo, interessante da cogliere in questo momento.

    “L’ottimismo è il primo requisito che deve caratterizzare un imprenditore. In realtà mi pare di poter dire, al di là del clima di sfiducia diffuso ed amplificato dai mezzi di comunicazione, che la situazione non appare così grave come spesso viene presentata. I dati reali ci confortano: pur con qualche rallentamento, c’è motivo di credere che ci sarà una ripresa e che l’azione di chi si è impegnato seriamente sarà premiata”.

  • Polesine: è tempo di turismo

    Polesine: è tempo di turismo

    L’imprimatur alla vocazione turistica della provincia di Rovigo è giunto – autorevolmente all’inizio di questo 2009 – dalla pubblicazione del Touring Club Italiano: un bel volume della apprezzata serie le Guide d’Italia, collana conosciuta anche come “le guide verdi del T.C.I.” per il caratteristico colore della copertina plastificata. Vi campeggia il titolo “Rovigo e provincia”, accompagnato dal sottotitolo “Il Polesine e il Parco del Delta del Po”, a chiarire subito la vocazione naturalistica che connota il territorio. Una caratteristica esclusiva, questa, ulteriormente evidenziata sul retro copertina, dove all’eccellenza ambientale si accompagna una notazione circa gli aspetti artistici: “Un territorio unico per gli irripetibili scenari di acqua e terra, e insieme per le peculiarità storiche ed artistiche, tra Venezia e Ferrara”.

    A dare il benvenuto alla guida del Touring, all’Accademia dei Concordi è accorso il pubblico delle grandi occasioni, mentre – dopo il saluto del presidente Antonio Costato – è toccato ai rappresentanti degli enti, che hanno concorso alla realizzazione, sottolineare la piena soddisfazione per il risultato dell’attesa iniziativa. A cominciare da Adriano Buoso, presidente della Fondazione della Banca del Monte, istituzione che, oltre ad un cospicuo finanziamento, si è assunta l’onere di coordinare l’iniziativa. Una pubblicazione – ha sottolineato Buoso – che evidenzia come la terra tra Adige e Po sia caratterizzata da “elementi identitari forti, e da ‘primazìe’ e punti di eccellenza riscontrabili in tutte le aree del Polesine”.

    Per il comune di Rovigo ha portato il saluto il sindaco Fausto Merchiori che ha indicato la pubblicazione come un utile strumento di promozione di un territorio nel quale è riscontrabile una apprezzabile qualità della vita, mentre l’assessore Nadia Romeo ha ringraziato la Fondazione per l’utile lavoro di coordinamento a monte della realizzazione della guida, la cui missione è quella di agevolare l’incontro dei turisti col peculiare territorio polesano e la sua gente.

    Il console provinciale del T.C.I. Pavanello ha evidenziato la straordinaria opportunità, per il Polesine, rappresentata dalla guida diffusa su tutto il territorio nazionale tramite la rete del Touring. Gli ha fatto eco l’assessore provinciale al turismo Laura Negri sottolineando il valore della pubblicazione che intende promuovere una provincia ormai caratterizzata da buone infrastrutture di servizio, a cui si aggiungeranno presto le ippovie, ovvero percorsi idonei per l’equiturismo.

    Sulle positive risorse del Polesine e sulla sua vocazione all’ospitalità si è soffermato Loredano Zampini, presidente della Camera di Commercio, così pure Nerella Pavan, rappresentante dell’Ente Parco, che ha evidenziato come stia crescendo la consapevolezza della valenza del territorio provinciale.

    E’ poi intervenuta l’assessore regionale al turismo Isi Coppola che ha sottolineando come il Polesine sia un’area che sta crescendo e come, di pari passo, stia aumentando l’orgoglio di sentirsi polesani, con la consapevolezza delle peculiarità del suo territorio, per il quale è bene ragionare a livello regionale per dare vita ad un distretto del turismo.

    Infine la parola è passata a Cristina Baietta, responsabile del Touring, che, dopo aver sottolineato le peculiarità del territorio del delta (tanto esclusive da suggerire nella pubblicazione l’inserimento di un’apposita scheda-glossario) ha focalizzato il suo intervento sulla guida, chiarendo che le due stelle attribuite ad alcuni beni ne indicano l’eccellenza assoluta, una stella l’importanza certa e la mancanza di stelle l’interesse turistico in senso più generale. La variegata offerta ricettiva, dagli alberghi a quattro stelle alle strutture agrituristiche fino ai B. e B., agli ostelli e ai campeggi – ha concluso – assicurano alla provincia un interessante richiamo ed un sicuro sviluppo sul piano turistico.

Pubblicità