Della volontà di far rivivere in Polesine un vitigno un tempo molto apprezzato, quale quello dell’uva Basegana, soppiantato da altre coltivazioni più alla moda, si è parlato nel n. 36 del Ventaglio nell’articolo “Il ritorno del baseganin” (pag 76).
La soddisfazione per il salvataggio dell’uva basegana (vedi scheda a lato) ci porta ad una considerazione più ampia: l’agricoltura in Polesine ha ancora radici salde? Ci sono attualmente giovani veramente interessati a continuare un’attività un tempo tanto fondamentale per la terra tra Adige e Po?
Lo chiediamo a Paolo Rigoni, responsabile di Slow Food Rovigo che osserva: “Non mancano in questo senso segnali incoraggianti. E che dei giovani restino in agricoltura è una notizia consolante. I giovani sono la salvezza dell’agricoltura, come ripete in continuazione il presidente Carlo Petrini”.
E per fornirci un valido esempio di questo “futuro dalle radici antiche” Paolo Rigoni ci accompagna in visita all’Azienda Valle di Papozze, dove i fratelli Nadia e Fabio Rigoni, hanno deciso di restare in campagna ed affiancare il padre Alberto che ormai inizia a sentire il peso degli anni. “Un’azienda -sottolinea il fiduciario di Slow Food -, con cui l’associazione Slow Food ha iniziato una positiva collaborazione. E questo per due motivi: innanzitutto perché l’uva che vi si produce e il vino che si ottiene sono di ottima qualità e sono espressione della nostra terra. All’inizio vi era chi storceva il naso con sufficienza, ma i buoni risultati hanno fatto ricredere anche i più scettici. In secondo luogo perché è una azienda giovane con giovani dalle idee chiare, ed i giovani vanno aiutati in ogni settore, in agricoltura specialmente perché o vi ritornano i giovani o l’agricoltura morirà”.
Presso l’azienda Valle, a Borgo di Papozze, Rigoni ci presenta i due giovani viticoltori: “Fabio ha 26 anni e sacrifica molte domeniche in cantina a disposizione dei clienti e serate per le pubbliche relazioni; Nadia, 33 anni, è geometra. Diplomatasi brillantemente, ha iniziato la professione presso uno studio tecnico del capoluogo, poi ha deciso di abbandonare uno stipendio sicuro e restare in azienda. Meglio di così!…”
Decisioni non improvvisate dunque, frutto di scelte ponderate e di un forte richiamo esercitato da un particolare lembo di terra che si stende sotto l’argine del Po. E i due fratelli hanno le idee chiare. “I nostri vini sono l’Incrocio Manzoni bianco 6013, uno dei nostri fiori all’occhiello, un incrocio tra Riesling renano e Pinot bianco che nel nostro fondo ha incontrato condizioni pedologiche ottimali e piace molto. Poi lo Schioppettino, ottenuto con uve di Ribolla rossa e, se interessa una notizia storica, risulta dagli Statuti di Adria che già nel 1400 tale vino era commercializzato in zona. Poi l’Ancellotta dal gusto deciso che si abbina secondo noi ai molti piatti polesani della tradizione, al “bundlìn” papozzano ad esempio. E produciamo pure Merlot, Cabernet franc, Refosco dal peduncolo rosso, ma sui primi tre intendiamo connotare la nostra azienda”.
Chiediamo informazioni sull’estensione del fondo e sulla filosofia dell’azienda.
“L’estensione coltivata è di 7 ettari – ci dicono i fratelli dell’azienda Valle -, ma contiamo in un ampliamento: siamo in attesa di notizie e dei relativi nulla osta da parte dell’Ispettorato agrario di Rovigo e dell’Istituto enologico di Conegliano perché siamo pronti per mettere a dimora tutte le barbatelle di Tuchetta che ci concederanno. Il Tuchetta è un vitigno che è stato isolato ed individuato in Polesine. Si tratta di un’uva autoctona, dalla buccia rossa, documentata nella prima metà dell’800, resistente alle malattie e perciò sopravvissuta alla fillossera. Noi ci contiamo, il nostro obiettivo è quello di avere una sempre maggior connotazione territoriale. Purtroppo ci dobbiamo accontentare della quantità assegnataci perché le quote sono contingentate, la liberalizzazione dovrebbe scattare nel 2013”.
Mentre visitiamo l’azienda ci informiamo sulla vendemmia in corso e sulla clientela.
“La vendemmia quest’anno appare buona, anche se il 15 di agosto la grandine ha lasciato segni evidenti sui grappoli quasi maturi. Noi comunque intendiamo proseguire decisi sulla nostra strada sino a quando, almeno, il nostro prodotto incontrerà il favore. I segni sono positivi. Sino ad un paio di anni fa la clientela era formata da persone anziane che non badavano molto alla tipologia, ora vengono anche molti giovani, più smaliziati, che nel rispetto di un corretto rapporto qualità prezzo, sono curiosi di sapere, si informano e chiedono vini particolari e distinti. Se interessa, poi, vi è da dire che molti sono attentissimi alla “polesanità”. E noi siamo disponibili alla promozione del territorio perché promuovendo il Polesine promoviamo anche il nostro lavoro”.
Negli ultimi anni è progressivamente cresciuto l’interesse per approfondire la conoscenza del Polesine, della sua storia, dei suoi particolari ambienti legati alla natura e agli interventi dell’uomo succedutisi nel corso dei secoli. Tra i modi più concreti di avvicinarsi al territorio, il più significativo è forse quello preferito dal gruppo “CTG Rovigoti”, che ha scelto itinerari pedestri, da compiere nell’arco di una mattinata con degna conclusione in una trattoria della zona prescelta. E così il sottoscritto – coinvolto come in altre occasioni dagli amici del CTG – si è assunto il compito di guida per un’escursione nella zona rivierasca del grande fiume, con un itinerario da Canalnovo a Crespino alla scoperta di antichi oratori. Un percorso che ha suscitato l’interesse dei partecipanti e che viene riproposto in queste pagine per i lettori del Ventaglio.
L’incontro col numeroso gruppo di aderenti alla camminata domenicale (circa trenta persone) avviene a CANALNOVO – piccola comunità di 500 abitanti, frazione di Villanova Marchesana – nella graziosa piazza dominata dalla bella chiesa. La presentazione della parrocchiale dedicata a S. Lorenzo attorniata da quel che resta degli edifici dell’antica abbazia benedettina risulta abbastanza impegnativa, visto che tutto il complesso, deturpato da gravi manomissioni nel corso dei secoli, risale al 1151, dopo la disastrosa rotta del Po di Ficarolo che cambiò radicalmente la fisionomia del territorio. Fu un vero cataclisma che provocò l’inondazione di un’ampia porzione del Polesine, determinando il nuovo corso del grande fiume molto più a settentrione rispetto al precedente che correva a sud di Ferrara.
Fu allora che i monaci della famosa abbazia benedettina di Gavello si trovarono nella necessità di lasciare l’antico complesso monacale semisommerso dalle acque, per spostarsi in una zona non lontana, caratterizzata da una posizione altimetrica più consona ad assicurare protezione e salubrità. Fu pertanto scelta la località che successivamente, proprio dal nuovo alveo del Po, prese il nome di Canalnovo. Il trasloco fu però tutt’altro che indolore e gli avvenimenti successivi non garantirono completa stabilità alla comunità benedettina, che dovette assistere a mutamenti territoriali, guerre, devastazioni, espropriazioni varie, cosicché i documenti dell’abbazia che non sono andati distrutti risultano oggi per lo più sparsi tra Ferrara e Genova.
In ogni caso, come riportano numerose cronache, l’Abbazia di Canalnovo ebbe notevole importanza per diversi secoli, tanto che i suoi possedimenti (1340) comprendenti boschi, valli e zone prative, andavano da Villanova Marchesana fino all’attuale Fenil del Turco ed il toponimo Canalis Novi (Canalnovo) entrò ufficialmente in uso già dal 1264, quando l’arcivescovo di Ravenna investì di proprietà terriere i nobili Turchi di Ferrara.
Il complesso monacale di Canalnovo ebbe la sua bella chiesa dedicata a S. Lorenzo che, nel corso dei secoli, subì diversi interventi e trasformazioni: l’attuale forma risale al 1649 quando fu riedificata dalle fondamenta e costruita ad una sola navata ad opera del nobile veneto Marcantonio Cornaro. Lo testimonia una lapide marmorea tuttora posta sopra la porta principale della chiesa.
Il tracollo si ebbe in seguito alle soppressioni napoleoniche, con l’alienazione dell’edificio che subì un degrado progressivo. Una parziale rivalutazione si verificò a partire dal 1920, allorché il proprietario, Valentino Pavanelli, restaurò l’immobile riaprendolo al culto. L’edificio religioso venne quindi donato dagli eredi al vescovo di Adria affinché fosse adibito a chiesa parrocchiale. Avvenimento questo che maturò soltanto nel 1956. Qualche tempo dopo si decise di erigere lo slanciato campanile, opera dell’ing. Dino Stori, che giunse a compimento nel 1967.
Per il gruppo di escursionisti è frattanto giunto il tempo di mettersi in cammino. Completata la sosta, dopo aver individuato un’ulteriore traccia dell’antica destinazione religiosa presso l’attuale abitazione privata della famiglia Sartori, dove una piccola campana sovrasta l’entrata principale, prende il via il percorso con prima destinazione la contrada CAPO DI SOPRA.
Per circa un chilometro e mezzo percorriamo una strada rialzata di alcuni metri rispetto al piano campagna, che ci fa capire la presenza nel passato di una zona paludosa. Lungo il tragitto risaltano alcune dimore caratterizzate da una certa ricercatezza sotto il profilo architettonico. In una di queste abitazioni, proprietà di Pietro Rinaldi, a partire dal 1815 avvennero diversi incontri degli affiliati alla Carboneria di Crespino. Lo stesso Pietro Rinaldi pagò la sua adesione alla società segreta con la condanna a morte poi commutata in sei anni di carcere duro allo Spielberg.
Il fulcro della contrada è rappresentato dall’Oratorio dedicato alla Madonna della Salute, che ai nostri occhi si presenta ben curato, grazie alle attenzioni dei residenti, in particolare della signora Luisa. Sorto in epoca sconosciuta, visse varie peripezie, superando indenne le due guerre mondiali, ma presentandosi in condizioni misere dopo l’alluvione del 1951. Fu così che, nel 1965, grazie all’interessamento dell’allora parroco don Remigio ed il contributo della Contrada, l’oratorio fu ricostruito nella forma attuale. All’interno un certo pregio il bell’altare in marmo ed un quadro ligneo della B.V. della Salute che, come ricordano in modo leggendario gli anziani del luogo, fu raccolto miracolosamente dopo la grande alluvione. Ogni anno, nel mese di novembre, nella ricorrenza dedicata alla Beata Vergine, si celebra la funzione religiosa con suggestiva processione, a cui segue una “fiera” con grande partecipazione popolare.
La presenza del nutrito gruppo di “camminatori” presso l’oratorio di Capo di Sopra non passa inosservata. Nasce un invito ad accedere all’adiacente curatissimo giardinetto dove troviamo la sorpresa di una tavola imbandita con salame di casa, pane biscotto, vino clinto ed altre appetitose ghiottonerie: dal Comitato di Accoglienza spicca la figura del “Passatore”, al secolo Passerella Brunetto. Un personaggio davvero unico, ultimo rappresentante vivente dei traghettatori del Po, mitici seguaci di Caronte. Si presenta con un “pozzo” di notizie, aneddoti, storie leggendarie, frutto di una vita trascorsa sul grande fiume. Fantastico! Da solo merita un libro!
L’incontro a sorpresa mi emoziona particolarmente perché, come gli amici del C.T.G. ben sanno, la persona in questione è mio padre. La pausa si presenta dunque quanto mai gradita non solo sotto l’aspetto gastronomico, ma anche per le “ghiotte” informazioni ricevute.
Riprendiamo il cammino consapevoli che ci aspetta ancora un tragitto di tre chilometri. Ci muoviamo in direzione di Crespino, raggiungendo l’argine del Po dove non possiamo non ammirare la maestosità del grande fiume. Dalla strada arginale osserviamo le campagne ben coltivate ed alcune belle corti rurali, tra cui corte La Sposa, purtroppo in stato di abbandono, dove fino al 1970 esistevano fra l’altro alcuni laghetti – i maceri per la lavorazione della canapa – oggi scomparsi perché interrati.
Arriviamo frattanto al PASSETTO, periferia di Crespino, località anche questa caratterizzata da un oratorio: la Chiesetta dedicata alla B. V. della Misericordia o delle Grazie, conosciuta anche come oratorio della B. V. della Neve. I lavori di innalzamento e ispessimento degli argini del Po dopo l’alluvione del 1951 hanno di fatto eliminato il piccolo sagrato antistante il tempietto che oggi si presenta sacrificato sotto la strada arginale, ma ancora ben curato. Fu eretto nel 1818 da mons. Luigi Girotti in seguito ad un apposito decreto vescovile. Sufficientemente spazioso presenta un interno diviso in tre navate ed abside. Di rilievo un altare in marmo proveniente da un oratorio dimesso di Villanova Marchesana ed una pregevole immagine della Vergine dipinta su una tela.
Scattate alcune foto, il cammino riprende scendendo dalla strada arginale, per imboccare la via che ci porta al centro di CRESPINO. Una strada questa dove sono presenti alcune dimore caratterizzate da una certa ricercatezza architettonica: tra tutte spicca il complesso di Villa Marzolla, noto soprattutto per il ricercato edificio neoclassico delle scuderie e per un gigantesco cedro del libano che domina un ampio spazio verde.
Proseguiamo fino a raggiungere la bella piazza intitolata a Fetonte, dominata dall’imponente Chiesa parrocchiale dedicata a S. Martino e Severo. Notizie certe di questa chiesa si hanno a partire dal 1228 (bolla di papa Gregorio IX), ma l’attuale aspetto magniloquente si deve all’ultimo rifacimento avvenuto nel ‘700, ad opera dell’arch. ferrarese Angelo Santini.
Non c’è tempo per soffermarsi all’interno del tempio architettettonicamente tanto particolare e dotato di pregevoli tele (rimandiamo la visita ad un’altra occasione) perché siamo attesi per l’apertura straordinaria dell’Oratorio dedicato alla B. V. del Consiglio, detto dei Cappuccini, posto nella via omonima, che raggiungiamo dopo circa 500 metri, imboccando la strada che si apre a sinistra della chiesa parrocchiale. Grazie alla generosa disponibilità di don Graziano Secchiero, attuale parroco, possiamo visitare l’oratorio, attualmente di proprietà della famiglia Quaglio. Il tempietto è ciò che resta di un importante complesso monastico dei cappuccini (da cui prende il nome), alienato dopo la soppressione dell’ordine nel 1810. Il tempietto, che si trova all’interno di una proprietà privata, si denota esternamente per il grazioso campanile, mentre all’interno spicca una bella immagine marmorea di San Francesco e una lapide su cui sono incisi i nomi di tutti i padri guardiani dal 1723 al 1810.
Il tempo della camminata alla scoperta degli oratori tra Canalnovo e Crespino è ormai terminato: l’ora è propizia per il pranzo con destinazione la locale trattoria “Al Pescatore” da Aligi. Un’occasione per gustare un menù a base di pesce e specialità polesane, e commentare con simpatiche battute i momenti più significativi di una mattinata resa piacevole dal passeggiare in compagnia e dal raggiungimento dell’obiettivo di approfondire la conoscenza della nostra terra.
Eccezionale, per la sua rilevanza architettonica, unica per la posizione a ridosso della sponda sinistra del Po, splendida dopo il recente restauro, si presenta a Polesella Villa Morosini. Orgogliosa nella consapevolezza della sua caratteristica di rappresentare “la villa veneta” del Po.
Sulle rive del grande fiume si affacciano infatti anche altre dimore di rilievo, tra cui, restando in area polesana, spiccano, a monte di Polesella, Villa Roveri-Fioravanti a Calto, Villa Manfredini-Stampanoni a Gaiba, Villa Bertelè a Stienta, e poi, più a valle, Villa dei Principi Pio Falcò a Crespino, e altre ancora meno rilevanti. Tutte queste però sono basate sui canoni dell’architettura ferrarese, eccetto Villa Morosini, unica che può fregiarsi del titolo di villa veneta.
E, in virtù di questo aspetto esclusivo, tra tutti i paesi rivieraschi del grande fiume, solo Polesella può esibire il prezioso gioiello architettonico voluto dal doge Francesco Morosini (1619-1694). Una costruzione tanto singolare da far a lungo pensare per la sua progettazione all’intervento di un architetto di grido quale fu lo Scamozzi, l’allievo preferito del Palladio, e solo in tempi recenti attribuita ad Antonio Gaspari, architetto non di secondo piano che per i Morosini seguì vari lavori a Venezia.
Ma perché una costruzione tanto importante, di impronta tipicamente veneta proprio a Polesella? Perché questa marcata differenza rispetto a tutti gli altri paesi a ridosso del Po, caratterizzati da stilemi che si rifanno all’architettura ferrarese?
La risposta non va tanto ricercata nella geografia, quanto nella storia. Fu in particolare un importante evento politico-militare, la guerra del Sale (1482-84), a cambiare i destini di Polesella insieme ad un’ampia porzione del Polesine settentrionale, legandoli a Venezia, mentre tutto il resto del territorio lungo il Po, restò sotto il controllo estense sostituito poi da quello pontificio. Un’area, questa, che tuttora risente in modo determinante delle tradizioni emiliane, e che è passata alla storia col nome di Transpadana Ferrarese.
Nella fascia a ridosso del Po fa dunque eccezione Polesella con l’attigua Guarda Veneta, che Venezia volle fortissimamente entro i confini del suo dominio, tanto da vincolare la firma del trattato di pace, a conclusione della citata guerra, al possesso di questo lembo di territorio incuneato nel Ducato Ferrarese.
Dal punto di vista politico ed amministrativo il territorio di Polesella assieme a quello adiacente di Guarda veneta, dalla fine del XV secolo, si venne pertanto a configurare come una sorta di enclave inserita all’interno dei confini estensi. Un’area però non completamente circondata dal dominio dei duchi di Ferrara, giacché una sorta di cordone ombelicale la teneva saldamente legata allo stato veneziano. Un “cordone” più d’acqua che di terra rappresentato dalla Fossa Polesella, un canale (oggi interrato) che metteva in comunicazione il Po col Canalbianco.
E fu proprio la presenza di questa storica via d’acqua a richiamare l’attenzione della Serenissima verso il territorio di Polesella, e a pretenderlo a conclusione del conflitto che aveva visto all’offensiva le armate veneziane.
Veniva infatti garantita la possibilità, partendo da Venezia per via mare, di risalire il Po fino a Polesella, quindi di imboccare la Fossa e, grazie a questa, raggiungere il Canalbianco per percorrerlo controcorrente fino a Canda, oppure dal Canalbianco imboccare lo Scortico e raggiungere Fratta Polesine e poi l’Adigetto. Un reticolo di arterie d’acqua, importantissimo per le comunicazioni all’interno dell’area polesana allora poco praticabile per le vie di terra, spesso allagate o addirittura inesistenti.
Erano proprio i fiumi le autostrade e le tangenziali dell’epoca, in grado di garantire le comunicazioni e assicurare la fortuna di un centro storico. E non a caso i tre paesi, interessati dai citati snodi fluviali – Polesella, Fratta e Canda – videro ergersi, presso i rispettivi corsi d’acqua tra loro collegati, bellissime dimore, tuttora vanto dell’architettura veneta all’interno del territorio polesano. In primis tre eccezionali ville venete: la Nani Mocenigo a Canda, la Badoera a Fratta e la citata Morosini a Polesella. E, accanto a queste, altre costruzioni di rilievo, anche se meno magniloquenti.
Per restare a Polesella, oltre all’importante residenza dogale, sono presenti altre nobiliari dimore di impronta tipicamente veneta, un tempo affacciate sullo scomparso corso d’acqua denominato Fossa Polesella: ecco Villa Rosetta, la cui realizzazione è tradizionalmente attribuita a Baldassarre Longhena (l’architetto che a Venezia ha legato il suo nome alla splendida chiesa della Madonna della Salute); quasi di fronte si erge poi Villa Armellini, detta delle sette teste per i mascheroni in chiave d’arco sul portale d’ingresso e sulle porte-finestre del primo e secondo piano; più discosta Villa Selmi-Serafini, e poi ancora altre costruzioni storiche di minor pregio.
Molto forte dunque nei secoli il legame di Polesella con Venezia, e pertanto non sorprende di trovare qui il Leone di San Marco, simbolo per antonomasia della Serenissima, che corona il frontone del palazzo comunale.
Ma il punto strategico fondamentale di Polesella era costituito dal “Sostegno”, solida opera in muratura, progettata dall’architetto ferrarese Biagio Rossetti quando ancora la località faceva parte dei territori estensi e poi realizzata dai veneziani nel 1492. Il Sostegno era dotato di una paratia che veniva chiusa quando il Po era in piena, evitando così che le sue acque si riversassero turbinose nella Fossa allagando il paese. L’importante struttura permetteva in pratica di regolare il flusso delle acque dal o verso il grande fiume, a seconda delle esigenze di navigazione ed irrigazione dell’area idrografica compresa tra Canalbianco e Po.
Proprio dalla navigabilità del sistema Po – Fossa, il centro di Polesella assunse un’importanza rilevante, non solo di tipo strategico ma anche commerciale. Oltre sessanta botteghe nel ‘700 si aprivano sulla vasta piazza, raggiunte, grazie alle vie d’acqua, da acquirenti provenienti non solo da vari paesi polesani, ma anche dal Ferrarese.
L’importanza del paese cominciò pertanto a scemare con lo sviluppo delle comunicazioni stradali e ferroviarie. Ed in seguito all’alluvione del 1951 fu deciso l’interramento della Fossa attuato nel 1957, cui fece seguito lo smantellamento del Sostegno divenuto ormai inutile. Una iniziativa questa che, eliminando l’antico corso d’acqua, per secoli primaria fonte di vita per Polesella, segnava anche simbolicamente la definitiva fine di un’epoca.
Il paese ha trovato frattanto il suo sviluppo industriale e commerciale per lo più lungo la statale 16 che congiunge Rovigo a Ferrara, e da qualche tempo sta guardando con interesse al recupero della sua storia, con importanti interventi di restauro delle sue ville venete, perle architettoniche erette dal XVI al XVIII secolo, testimonianze di un passato illustre ed oggi ambasciatrici primarie dell’interesse che sta sempre più affermandosi in Polesine verso una valorizzazione turistica del proprio territorio.
Le battaglie di Polesella
L’importanza strategica di Polesella lungo il Po, primaria via di comunicazione del passato, ha avuto ripercussioni anche sul piano militare cosicché, nei vari conflitti che hanno visto scontrarsi Veneziani ed Estensi, Polesella è stata teatro di varie vicende belliche. Memorabili sono state in particolare due battaglie che hanno visto trionfare alternativamente le forze dei due Stati.
Il primo episodio durante la Guerra del Sale (1482-84)
Venezia aveva concepito una manovra a tenaglia per giungere ad impegnare definitivamente le truppe ferraresi a Ficarolo, baluardo importantissimo che, con la dirimpettaia rocca di Stellata, costituiva il perno difensivo del ducato estense.
Da ovest la fanteria veneziana, guidata dal Sanseverino, non trovò difficoltà eccessive a debellare le resistenze di Melara, Bergantino, Castenovo Bariano, per puntare decisamente su Ficarolo.
Da est la manovra era affidata ad una agguerrita flottiglia che dall’Adriatico aveva risalito il Po, incontrando poche resistenze fino a Polesella dove gli Estensi avevano armato alcuni pontoni galleggianti che, ancorati alla riva, sbarravano il passaggio alle imbarcazioni veneziane.
La battaglia sulle acque del grande fiume divenne ben presto rovente. Le sorti delle imbarcazioni veneziane apparivano tutt’altro che favorite, fino a quando un marinaio di origine dalmata, nuotando sotto la superficie delle acque senza essere scorto dai nemici, riuscì a raggiungere e tagliare le funi che tenevano ancorati i pontoni alla riva. Gli zatteroni, in balia delle acque, si allontanarono ben presto dalla posizione strategica ove erano stati posizionati, permettendo così alle imbarcazioni venete di raggiungere Ficarolo e portare un valido sostegno alle truppe di Sanseverino impegnate in un aspro confronto. Un’azione che risultò poi fondamentale per decidere le sorti della guerra a favore delle armi veneziane.
La seconda battaglia si combattè nel 1509
Attaccata da più parti in seguito alla vasta alleanza militare della Lega di Cambrai, la Serenissima si trovava a reggere l’impari confronto contro le milizie del papa Giulio II della Rovere, della Francia, dell’Impero Austriaco e naturalmente del Ducato Estense desideroso di rifarsi.
Venezia stava soccombendo, quando si verificarono due eventi imprevisti: il ritiro delle truppe dell’imperatore d’Austria, spostate nella penisola balcanica per timore di un attacco dei Turchi e il nuovo orientamento del papa che stipulò proprio con Venezia un’alleanza, denominata “Lega Santa”, in funzione antifrancese.
Alfonso I, duca d’Este, che nella prima fase del conflitto aveva riconquistato i territori perduti con la guerra del Sale, non volle allinearsi col papa e decise di sostenere, accanto alle truppe francesi, l’urto dell’esercito pontificio e veneziano.
A questo punto Venezia volle punire severamente il ribelle duca estense, mettendo in acqua una sorta di invincibile armata che senza difficoltà risalì il Po, acquartierandosi a Polesella. E proprio qui si verificò l’imprevisto.
Nella notte del 22 dicembre 1509, essendosi le acque del Po notevolmente alzate per copiose piogge cadute a monte, avvenne che le imbarcazioni veneziane, prima occultate dagli argini, divenissero ben visibili agli occhi dei nemici che, approntate le artiglierie presso la riva destra, cominciarono a bombardare il naviglio veneziano provocandone la pressoché totale distruzione. L’esito della battaglia produsse una grande gioia a Ferrara che celebrò con solenni cerimonie l’evento, mentre Venezia, incassava amaramente la sconfitta provvedendo a degradare l’ammiraglio Angelo Trevisan.
Una battaglia questa che però non mutò le sorti finali del conflitto, tanto che, al momento della sottoscrizione della pace, Venezia non solo vide riconfermati i suoi possedimenti polesani, ma addirittura aumentati con l’aggiunta del territorio di Adria prima in mani estensi.
Situato nel tratto delimitato da una doppia ansa del corso del fiume Po, nella parte sud-occidentale della provincia di Rovigo, il paese di Ficarolo – che un tempo con parte del territorio polesano prospiciente il grande fiume costituiva la cosiddetta Transpadana ferrarese – mostra nell’ambito dell’architettura religiosa caratteristiche peculiari che rendono la sua parrocchiale “un unicum” in tutto il Polesine. Un aspetto non considerato negli studi pubblicati¹ alcuni anni fa su tale chiesa intitolata a Sant’Antonino prete e martire concerne gli altari laterali, sui quali si intende ora indagare.
La situazione originaria
Cominciamo col sottolineare che, quando l’odierna Chiesa arcipretale di Ficarolo fu aperta al culto, nel 1772², le cappelle laterali³ presentavano un aspetto diverso dall’attuale, ed inoltre per due di esse anche la titolazione non era quella che oggi conosciamo.
Guardando dalla porta principale verso l’altare maggiore, sul lato sinistro si trovavano quelle dedicate rispettivamente a S. Antonio da Padova ed alla Beata Maria Vergine del Rosario. Similmente sul lato destro si susseguivano le cappelle dei Santi Rocco e Sebastiano con la pala⁴ della Beata Maria Vergine della Salute ed i santi suddetti, e quella dei Santi Antonino⁵ e Carlo Borromeo con la tela⁶ che li raffigurava e che ora trova posto nella parete dell’abside sopra il coro.
Ognuna delle quattro cappelle presentava nella parte superiore una finestra, le cui vestigia murate si possono osservare ancora sulla parete esterna. All’epoca in cui furono costruiti, gli altari avevano unicamente l’urna di pietra lavorata a stucco, e solamente una decina di anni più tardi furono dipinti a finto marmo dal pittore ferrarese Massimo Baseggio⁷.
La prima variazione
Una prima variazione della sistemazione originaria avvenne quasi al termine del periodo napoleonico, con l’acquisto e la posa di una importante copertura marmorea ai due altari prospicienti il presbiterio, proveniente da Ferrara.
L’arrivo dei francesi sul finire del secolo XVIII aveva portato, oltre ad una serie di cambiamenti politici, anche uno sconvolgimento in campo ecclesiastico poiché, con l’emanazione di diverse leggi, come quelle del 1798⁸, del 25 marzo 1804, del 1805 e del 27 aprile 1810⁹, venivano autorizzate concentrazioni, traslocazioni, e soppressioni di corporazioni ecclesiastiche, confraternite e monasteri, avocando alla Nazione sia i beni posseduti che le loro stesse sedi.
Fra le varie proprietà entrate in questo modo in possesso del Demanio, vi furono anche diverse chiese di Ferrara con tutti i loro arredi. Si presentò in questo modo la possibilità, il 20 marzo 1813, a due componenti della fabbriceria¹⁰ di Ficarolo (il sacerdote Don Giuseppe Passini e il signor Natale Notari) di poter acquistare dal demanio due altari marmorei pagandoli in tre rate, e cioè il 20 marzo 1813, data della stipula del contratto, per S. Michele ed a Natale, sempre del medesimo anno, per la somma di lire 925, ovvero in altre valute dell’epoca, 185 napoleoni, o scudi romani 172: 22:¹¹.
Il valore dei due altari ferraresi era stato determinato dalla perizia effettuata l’11 febbraio 1813 dall’ingegnere civile Antonio Manfredini¹², il quale per il suo intervento ricevette la somma di 100 lire¹³. Il compito di smontare i due altari a Ferrara ed innalzarli a Ficarolo fu affidato a Giuseppe Tiozzo¹⁴, un “marmorino” che nello stato anime del 1813 risulta risiedere in questo paese, pagandolo a compenso del suo lavoro 140 bavare¹⁵. Furono sostenute anche altre spese, fra le quali ad esempio quelle per tre moggia di calcina, per armatura, chiodi e cavicchi (20 lire), oltre a quelle fatte a Ferrara per ripristinare la muraglia alla quale erano stati tolti gli altari (altre 20 lire), e dal Tiozzo e dal Notari per se stessi e per vitto e stallatico del cavallo.
L’11 agosto del 1813 i lavori erano terminati, come dimostra una lettera di ricevuta a saldo del Tiozzo, però la situazione degli altari si presentava in maniera difforme. Mentre su quello della Beata Maria Vergine poteva essere posta nella nicchia la statua preesistente¹⁶, nell’altro la pala con i Santi Antonino e Carlo non era più idonea per dimensioni e forma ad esservi inserita, per cui venne mutata la titolazione a favore del SS. Crocefisso¹⁷. E ad Alberto Mucchiatti (1744-1828), pittore oriundo¹⁸ di Ficarolo, fu affidato il compito di eseguire una nuova tela che si adattasse all’altare. Tale quadro fu dipinto con le immagini della Beata Vergine Addolorata e S. Giovanni, utilizzando e mantenendo in primo piano il vecchio crocefisso, già presente nella chiesa di Ficarolo abbattuta nel 1588, risalente pertanto almeno al XVI secolo, ma forse ancora più antico.
La sistemazione successiva
Trascorsi oltre sessant’anni dalla posa in opera delle coperture marmoree agli altari della B.M.V. del Rosario e del SS. Crocifisso, si pensò di procedere alla sistemazione anche degli altri due altari, ovvero quello di S. Antonio di Padova e di S. Rocco. Per cui, durante l’arcipretura (1 maggio 1870-10 aprile 1887) di don Francesco Sansoni, si giunse alla determinazione di eguagliarli nella forma ai due già sistemati.
Abbiamo, a questo proposito, una lettera di preventivi per l’innalzamento marmoreo dei due altari, redatta il 10 ottobre 1881 da Pietro Cressini¹⁹ marmista di S. Ambrogio di Valpolicella ed inviata al fabbricere di Ficarolo Giuseppe Vaccari. Questo Cressini era già conosciuto sia ai fabbriceri che ai parrocchiani di Ficarolo per aver già lavorato per questa chiesa nel 1874, con la fornitura delle lastre marmoree utilizzate per rifare il pavimento della chiesa, e nell’anno seguente con la consegna delle dodici Croci²⁰ eseguite in marmo e necessarie per la consacrazione della chiesa, avvenuta il 26 settembre 1875²¹.
Nella cappella dedicata a S. Antonio da Padova, nella nicchia posta sopra l’altare vi era, allora come oggi, una statua²² in stucco opera del bolognese Antonio Barzaga e donata alla parrocchia nel 1804 dall’arciprete Don Giuseppe Filippi, che si assunse l’onere della spesa ammontante a talleri 74, baiocchi 53 e denari 6. Con la sistemazione marmorea l’altare venne a trovarsi più in alto, per cui anche la nicchia dovette essere sopraelevata di circa un metro; cambiamenti le cui tracce si possono ancora vedere sul muro esterno²³.
La cappella del lato opposto era dedicata fino ad allora a S. Rocco ed aveva sopra l’altare la pala con i santi Rocco e Sebastiano e la Beata Maria Vergine della Salute; solamente nel 1883 venne titolata a S. Luigi Gonzaga, ponendo sopra l’altare, nella nicchia a tale scopo appositamente costruita, la statua del santo, che fino allora si trovava in una nicchia in cornu (lato) evangeli dell’altare maggiore e che era stata donata nel 1819 dal fabbriciere Luigi Pellegatti Ricci²⁴.
Il compenso richiesto dal Cressini per questi marmi, loro lucidatura e posa in opera fu di lire 5300 per ciascun altare, con la possibilità tuttavia, come troviamo espresso alla fine della lettera, di concludere il tutto con la cifra di lire 10000 in totale.
Gli altari furono completati nel 1883²⁵, come si può osservare dalle scritte apposte su di essi, e la cifra finale pagata risulta essere stata appunto di lire 10000²⁶.
A parte questa lettera, concernente il costo e la scelta dei marmi, non sono stati trovati nell’archivio parrocchiale altri documenti riguardanti tali lavori, per cui dobbiamo fare una comparazione tra questo preventivo e gli altari come attualmente si presentano.
Sono enumerati venti punti con le specifiche dei marmi da usare per i diversi elementi degli altari, alcuni dei quali attuati di pari passo, ed alcuni altri invece con qualche variazione nell’impiego dei colori in modo da differenziarli in parte.
Il cambiamento più consistente per quel che concerne il lavoro preventivato avvenne soprattutto negli alzati, che originariamente erano previsti “forati” nel mezzo con una raggiata in ferro dorato per dare luce alla chiesa attraverso le finestre allora ancora aperte, ma poi lasciati interi per renderli più simili ai precedenti altari.
Siamo a Badia Polesine, all’angolo tra via don Minzoni e piazza Marconi, nel luogo che fino agli anni ‘70 ospitava la fermata delle corriere della Benvenuto Ferlin, le mitiche linee che collegavano il Polesine e che proprio qui avevano gli uffici.
Idealmente scendiamo dalla corriera – come facevano i vecchi viaggiatori – e iniziamo la passeggiata¹ per le vie della cittadina altopolesana.
Attira subito la nostra attenzione un grande palazzo in stile gotico-veneziano, che nelle finestre e nella decorazione ci ricorda il Palazzo Ducale del capoluogo di regione. L’edificio fa senz’altro bella figura, ma in realtà non ha nulla a che fare con il periodo veneziano. Si tratta infatti di una costruzione sviluppatasi in due riprese tra gli ultimi anni dell’ottocento e il ventennio successivo per ospitare il vecchio e ormai scomparso mercato coperto. Oggi il complesso, assieme all’attiguo ottocentesco palazzo, già sede delle Scuole Tecniche e che si prolunga fino all’Adigetto, ospita gli Uffici finanziari.
Non è attinente al periodo veneziano neppure il bassorilievo del leone di S. Marco, in pietra bianca, che vediamo sul lato di Palazzo Rosini che dà sulla piazza. Semplicemente ci sta a ricordare la vecchia sede della Banca Cattolica del Veneto, ormai travolta da varie successive fusioni e incorporazioni.
Eppure Palazzo Rosini e il dirimpettaio Palazzo Bassi – che segnaliamo anche per una rinomata pasticceria ospitata al pianterreno – posti come due guardiani all’ingresso di via San Giovanni (l’antico omonimo borgo), ci danno subito il benvenuto nell’ambiente e nel clima di una tipica cittadina dell’ottocento veneto, con le sue case nobili, il liston, i portici che fiancheggiano la via centrale. Anche se – va detto a onor del vero – non mancano qua e là alcune brutture, figlie degli anni ‘60, quando la mancanza di un piano urbanistico coerente (unitamente all’idea che il nuovo e il moderno fossero sempre meglio del vecchio) ha prodotto evidenti guasti architettonici e visivi nel paesaggio cittadino.
All’inizio di Borgo San Giovanni vi era la porta de soto o del guasto, da cui anticamente arrivavano i viandanti e i carri che provenivano da Rovigo, passando per Lendinara, Rasa e Salvaterra.
Vi si accedeva percorrendo, nell’ultimo tratto, l’attuale via Roma (già via S. Francesco), dove nel 1400 si estendeva il Borgo Inferiore, nominato anche Cao de Villa, un insediamento popolare attorno a un convento francescano, con la sua chiesetta e il suo piccolo ospedale. Ormai distrutto, ne resta memoria solo nella denominazione di alcuni stretti vicoli (chiamati appunto S. Francesco e numerati in successione) che danno sull’Adigetto e che ci ricordano un po’ le ben più famose calli veneziane.
Entriamo dunque nel vecchio nucleo urbano dalla porta de soto e avanziamo sino alla piazza principale, ora dedicata a Vittorio Emanuele II°, ma prima ancora a S. Giovanni.
Appena la piazza si apre, notiamo sulla sinistra un edificio, a prima vista piuttosto anonimo, caratterizzato solo da un balcone signorile che stride con il resto piatto e incompiuto della facciata. Su di essa campeggia la scritta TEATRO SOCIALE. A guardarlo da fuori, vien la voglia di tirare dritto, ma sarebbe un errore imperdonabile. Il brutto aspetto esterno custodisce infatti un vero tesoro: uno dei più affascinanti teatri antichi del Veneto, soprannominato La piccola Fenice.
Dobbiamo dire che il paragone calza: nonostante il restauro non sia ancora terminato (ma presto ci sarà finalmente la riapertura ufficiale) ci troviamo in una “scatola d’oro”, attorniata da artistici palchetti in legno, arricchita da stucchi, ornamenti, e raffinate decorazioni. Edificato da una società di palchettisti a fine ‘800 e andato in declino dopo gli anni ‘20 per difficoltà di gestione sociale e per la concorrenza del più grande e popolare Teatro Politeama Piana (che è ancora oggi la principale multisala cinematografica di tutto l’altopolesine e della bassa padovana), il Teatro Sociale è stato rilevato dal Comune e, con un notevole sforzo finanziario, sta per essere restituito alla città.
Uscendo da esso, ci troviamo quasi di fronte la chiesa Arcipretale, dedicata a S. Giovanni Battista. Il tempio risale al settecento, ma si trova dove sorgeva una chiesa precedente, la cui facciata dava però probabilmente sull’odierna Piazza grani. La prova è venuta alcuni anni fa, quando, effettuando dei lavori nella parte della pavimentazione, sono emerse decine di vecchie sepolture di un antico cimitero, evidentemente accostato al lato sud dell’edificio demolito.
Nel passato, talune visite guidate che iniziavano dal Teatro, tendevano normalmente a “saltare” l’Arcipretale e si dirigevano direttamente verso il museo e l’abbazia: ci permettiamo di segnalare l’inopportunità di una tale scelta. E’ infatti proprio qui che sono conservate alcune importanti testimonianze provenienti dalla distrutta chiesa abbaziale. Prima fra tutte, la statua lignea della Madonna della Vangadizza, che fin dal ‘400 era venerata nella grande cappella del monastero: una testimonianza artistica importante, ma anche il segno di una grande fede popolare che dura ormai da oltre mille anni.
Nell’altare di fronte, troviamo invece la pregevole urna che custodisce i resti del patrono di Badia, San Teobaldo di Provins, cavaliere francese e poi eremita benedettino nelle nostre terre venete². Anche questa proviene dall’Abbazia, come pure le reliquie dei santi Primo e Feliciano ospitate in un altro altare laterale.
Degno di segnalazione è anche il quattrocentesco bassorilievo raffigurante l’Ecce Homo, posto alla destra del catino absidale e di provenienza incerta, ma tutto l’interno è comunque notevole, improntato a uno stile tardo-barocco piuttosto sobrio.
Ci riportiamo ora nella piazza per dirigerci verso il Municipio. Il Palazzo antico fu distrutto nel ‘500 da un incendio notturno che cancellò anche i preziosi vecchi archivi ed è stato ricostruito – come lo vediamo – nel secolo successivo. Sulla facciata e sotto la loggia al pianterreno sono murate varie lapidi e antiche iscrizioni risalenti alla Repubblica veneta. Sempre alla Serenissima è attribuibile la settecentesca Madonna collocata in una nicchia della facciata (l’usanza si ritrova a Rovigo e a Lendinara) mentre sono più recenti i busti e medaglioni dedicati ai badiesi illustri, ai padri della Patria e ad altri personaggi di fama nazionale e locale.
Accanto al Palazzo sorge la Torre Comunale, risalente al ‘500. Quasi alla base sta la lapide e il monumento ai caduti, opera in bronzo dello scultore polesano Virgilio Milani, mentre – più in alto, sotto a quello moderno – si trova un antico orologio di pietra, proveniente con ogni probabilità dal campanile della Vangadizza.
Sulla cima della torre vi è infine un’elegante struttura metallica, destinata a sostenere la vecchia campana del Consiglio, ricoverata oggi per motivi di conservazione ambientale nel prospiciente palazzo adibito a museo.
Il Museo Baruffaldi occupa proprio il Palazzo che chiude la piazzetta di fronte, anticamente detta dei “grani” e quindi luogo evidentemente deputato ai commerci. In realtà una lapide ora scolorita, posta sulla facciata nell’ ultimo dopoguerra, dedica lo spazio ai Martiri della Libertà, anche se sono in molti a considerare la piazzetta come una propaggine di piazza Vittorio e, incomprensibilmente, anche la numerazione civica non tiene conto della dedica su citata. E’ un’incongruenza cui forse si dovrebbe porre rimedio.
Il grande edificio del museo ospitava anticamente il Monte dei Pegni e – a conferma della funzione – si connota per le possenti inferriate a guardia delle finestre. E’ ingentilito sulla facciata, in alto, da una meridiana (peraltro bisognevole di un attento restauro), mentre al pianterreno un grande arco permette il passaggio verso la retrostante piazza della Fontana.
Il Baruffaldi, inserito nel sistema museale provinciale, vale bene una visita: è un esempio di come, leggendo attentamente la storia locale, sia possibile leggere anche quella nazionale e persino internazionale. Da non trascurare poi la sua sezione pittorica, situata all’ultimo piano. Pezzo principale è la grande tela di Girolamo Bonsignori raffigurante l’Ultima cena, proveniente dalla Vangadizza, ma dipinta originariamente per l’abbazia del Polirone di S. Benedetto Po.
Oltrepassata piazza Vittorio, continuiamo per l’asse principale, lungo la doppia fila di portici di via S. Alberto, tra palazzi di fattura signorile e alcune discutibili ristrutturazioni.
Lasciando a destra via Cigno (l’antica contrada Dolcigno o Dolcino, dotata di una propria chiesetta ormai scomparsa) troviamo a sinistra l’incrocio con via Carducci, strada che si apre tra palazzo Picinali e palazzo Rossi. Il primo è imponente, con un bel portone carrabile. Attraverso i finestroni che si affacciano sulla strada si intravedono ancora i bei saloni affrescati al piano nobile. Purtroppo le facciate del pian terreno (che ospita ora una banca) sono state deturpate negli anni scorsi da una serie di anonime vetrine, senza alcun legame con il resto dell’edificio. Più figura fa senz’altro l’elegante Palazzo Rossi con un interessante balcone a trifora all’esterno, un grande scalone e curati spazi interni.
Via Carducci, passando davanti alla Cassa di Risparmio, porta all’Adigetto, per quella che i vecchi badiesi chiamano ancora oggi la Rampa e il Ponte della Rampa. Essendo tutta circondata da edifici, la pendenza non si nota molto; se però si guarda con attenzione, ci si accorge che – verso la fine – il livello stradale si è alzato tanto da lasciare sotto un intero piano degli edifici. Ma questa strada ha una sua importanza soprattutto perché costituiva la seconda via d’accesso al centro urbano provenendo dal borgo esterno denominato Francavilla. Qui un primo ponte in legno (successivamente realizzato in muratura, praticamente coincidente con l’attuale) varcava l’Adigetto; un secondo ponte, poi, superava la Fossa portando alla porta de mezo o di S. Alberto, ormai scomparsa, che era ubicata all’altezza dell’incrocio con via Filippi e via Pesavecchia.
Continuiamo la nostra passeggiata in quella che era la strada magna, cioè principale, che a partire da questo punto prende il nome di via degli Estensi. A sinistra notiamo subito la seicentesca chiesetta di S. Antonio, più volte rimaneggiata nei secoli e ultimo resto del più antico ospedale di Badia. Questo, risalente all’epoca tardo-medievale, sorgeva alle sue spalle, nella contrada che andava verso la parte di fossa diventata oggi via Pesavecchia.
Subito dopo la chiesetta si erge il cosiddetto Palazzo degli Estensi, in stile gotico con pietra a vista, costruito verso la metà del ‘400. In realtà sembra si tratti di una dimora riconducibile non agli Estensi, ma alla nobile famiglia veneziana dei Gradenigo che probabilmente avevano proprietà terriere non lontane. A riprova, al di là dell’Adige, dopo Castelbaldo esiste ancora la località di Valli Gradenighe. Fino agli anni ‘60 il palazzo ha ospitato l’albergo S. Antonio ove trascorse la sua infanzia e la giovinezza Bruno Munari, uno dei più grandi designers italiani del secolo scorso. Era infatti proprio la sua famiglia a condurre l’albergo.
E a proposito di badiesi noti, incontriamo più avanti l’edificio delle Poste, ricavato dall’abitazione e dai magazzini dei Patrese. Da questa famiglia discende direttamente (pur se nato a Padova per trasferimento dei genitori) l’ex pilota automobilistico Riccardo Patrese. E sono ancora molti a ricordare di aver giocato con lui ragazzino presso la casa dei nonni.
Quasi di fronte, sull’altro lato della strada, già ormai nella bella piazza della Vangadizza, si affaccia Palazzo Gulinelli, elegante costruzione del ‘500 abbellita nei secoli seguenti con vari interventi, tra cui un artistico balcone a tre fori. Il Palazzo è conosciuto anche come Palazzo Tappari, dal nome della famiglia proprietaria durante il Ventennio e a cui apparteneva Giacomo, ultimo Questore della provincia dopo l’8 settembre. Questi trovò tragica fine nei mesi successivi alla Liberazione, essendo stato processato e fucilato al poligono di tiro di Rovigo, probabilmente più per la carica ricoperta che per aver effettivamente compiuto gravi misfatti.
Siamo ormai in piazza della Vangadizza e non possiamo esimerci dall’ammirare i resti della potente Abbazia, cui Badia deve il nome e larga parte della sua storia. Il campanile romanico, la cappella della Vergine, i resti del muro di facciata, le arche estensi, ci ricordano l’antico cuore di Badia, suggestivo luogo di spiritualità benedettina e, insieme, importante centro di sviluppo economico e di civiltà a livello europeo.
Diventa impossibile riassumerne qui, in poche parole, secoli e secoli di vicende e di storia e pertanto, seppur a malincuore, proseguiamo il nostro itinerario lungo via San Rocco, su cui si affacciano altre importanti costruzioni.
A destra all’inizio villa Ferracini con i finestroni colorati e il caratteristico stile liberty, e più avanti – uno di fronte all’altro – i Palazzi dei Giro e dei Grechi. Quest’ultimo è oggi sede e proprietà di una singolare istituzione benefica badiese, l’Istituto Fanciulli Sinti, che dà ospitalità e amorevole istruzione ai bambini di etnia zingara.
Siamo così giunti in piazza della Salute, che prende il nome dall’Oratorio della Madonna della Salute, un edificio recentemente restaurato e di pregevole fattura esterna, adornato di statue su tutta la facciata. Altre statue di Santi, Re e Profeti caratterizzano l’interno, in cui spicca un importante altare di stile barocco, sormontato dall’immagine miracolosa della Vergine. Per molti anni si è ritenuto che il tempio votivo risalisse all’epoca della peste che colpì la Repubblica veneziana nel 1630 e dopo la quale fu edificata anche l’omonima chiesa lagunare. Recenti studi ci dicono che invece la chiesa è databile al secolo successivo, anche se al suo interno, dietro l’altare – e, anzi, conglobato in esso – vi è un luogo più antico, con ancora visibili tracce di pittura decorativa e graffiti votivi. Si tratta probabilmente dell’originario luogo di devozione popolare a Maria, attorno al quale è stato successivamente edificato l’attuale oratorio.
L’oratorio sorgeva in un punto particolare, di grande passaggio, perché è qui che si trovava l’ultima porta di accesso al borgo: la porta de sora o di S. Croce, con il terzo ponte sulla Fossa di Badia. Era forse la porta più importante perché era quella che dava verso il fiume, luogo dei traffici, dei commerci e degli scambi.
Fuori della porta infatti non vi era un deserto, ma un altro borgo, dedicato a S. Nicolò, popolato da barcaroli, burchieri, calafati e altri artigiani legati alla costruzione e manutenzione delle barche in legno. Per dare un’idea dell’importanza di questo mondo ormai scomparso e legato alla vita del fiume, si pensi che fino agli anni ‘30 del secolo scorso, presso il vecchio mercato coperto di via don Minzoni, nello spazio oggi occupato dalla Sala civica Gidoni, vi era uno sportello del Credito marittimo, poi assorbito dalla Banca Commerciale Italiana e trasferito nel 1934 a Legnago, centro cha andava allora a industrializzarsi. Borgo S. Nicolò, con le sue case, i suoi cantieri navali, la sua chiesa dedicata al Santo protettore dei barcaroli, sorgeva sulla punta del Pizzon, probabilmente il primo e più antico insediamento umano di Badia, dove era stata originariamente eretta la Rocca de mezo, le seconda delle tre Torri Marchesane.
Il Pizzon era percorso dalla Fossa di Batagli (che, interrata, corrisponde in parte all’attuale via Pinzon), da cui proveniva l’acqua di alimentazione della Fossa di Badia.
Poco lontano, verso il fiume e valle di esso, si trovava anche la Pozza, un insediamento popolare caratterizzato da casupole abitate da marinai d’acqua dolce, da mugnai dei tanti mulini natanti, da piccoli pescatori e traghettatori. La contrada si era venuta a creare attorno ad una insenatura dell’Adige, sorta probabilmente in seguito a una rotta naturale che aveva formato un vero e proprio porto fluviale.
Un mondo, quello di San Nicolò e della Pozza, completamente stravolto e addirittura scomparso nel giro di poche ore nell’aprile del 1945, sotto il furioso e massiccio bombardamento alleato che aveva come obiettivo il ponte sull’Adige.
Ed è proprio qui, saliti sull’argine del fiume, che finisce la nostra passeggiata. La visione dell’acqua che scorre lenta ci dà un segno del fluire del tempo: verrebbe voglia di fermarsi qui in silenzio ad assaporare quanto abbiamo appena visto. Ma, a sinistra del ponte, ricostruito dopo la guerra, non può non attirare la nostra attenzione il cosiddetto Sostegno della Bova, la grande opera idraulica che regola l’origine dell’Adigetto.
Ci rendiamo così conto di trovarci ancora in un luogo carico di storia, all’incipit del vecchio alveo dell’Adige, lungo il quale si sono poi sviluppati alcuni dei più importanti centri del Polesine. Nel posto in cui, con ogni probabilità, sorgeva la terza e ultima delle Rocche Marchesane. Quelle tre torri medievali che ancora oggi Badia porta nel suo stemma di città.
A Palazzo Roverella, è stato affidato a Pinocchio, con la rassegna di pittura dedicata al burattino di Collodi, il compito di passare dalla riuscitissima mostra della Belle Epoque (che ha visto convergere a Rovigo ben 35.000 visitatori) all’allestimento che costituirà l’evento artistico di grande richiamo per il 2009.
Dalla nuova grande mostra, “Dèco, l’arte in Italia dal 1919 al 1939” – anche questa come le precedenti ideata e sostenuta dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo di concerto con l’Accademia dei Concordi, Comune e Provincia di Rovigo – si attendono risultati altrettanto favorevoli se non superiori a quelli raggiunti dalle precedenti iniziative. Manifestazioni di grande pregio che hanno contribuito in modo determinante a far entrare il capoluogo polesano nel novero delle “città d’arte”, con l’orgoglio di poter mettere in luce, accanto alle mostre temporanee, i fondamentali punti di riferimento artistici ed architettonici del capoluogo, rappresentati in primis dalla Rotonda e dal Castello.
E se da un anno è giunto a termine l’intervento di consolidamento del soffitto della Rotonda, non sono invece ancora conclusi i lavori di recupero del Castello, il bene storico-architettonico più importante di Rovigo, giacché rappresenta il nucleo da cui, a partire dal 920, prese vita la stessa città. L’attesa per poter ritornare a fruire dell’importante bene, di cui si conservano le due torri e un tratto delle mura medioevali, inizia a configurarsi eccessiva e non si può che esprimere l’auspicio che le promesse di vedere la conclusione dei lavori prima dell’avvio del nuovo importante evento al Roverella siano mantenute. E ciò anche per presentare ai visitatori della nuova mostra un’immagine della città che non appaia sfregiata dal grande cantiere e, non ultimo, per rendere più accettabili i disagi di mobilità da poco iniziati, imposti dal rifacimento del Corso del Popolo destinato ad assumere un nuovo look più consono al capoluogo.
E, a proposito di mobilità rodigina, non si può invece che esprimere soddisfazione per la realizzazione della pista ciclo-pedonale che dalla stazione ferroviaria permette di arrivare al Censer. Si tratta del segmento più settentrionale della grande pista ciclabile che, partendo dall’Adige si connette in zona stazione ferroviaria con quella che dal quartiere di San Pio X segue il corso dell’Adigetto fino a San Sisto, nell’ottica di congiungersi poi a Pontecchio con la pista già realizzata fino al Po a Guarda Veneta. Dunque un asse di collegamento nord-sud nella parte centrale del Polesine, che permette la visitazione della “terra dei grandi fiumi” col più ecologico dei mezzi di locomozione.
Raggiungere il Po in bicicletta per esplorare il territorio in modo “slow” è l’obiettivo indicato in alcuni interventi presenti in questo numero del Ventaglio che ci accompagnano lungo la riva sinistra del fiume per raggiungere vari centri. C’è innanzitutto la proposta di portarsi a Polesella, particolare “enclave veneta” nella “Traspadana ferrarese”; ci sono inoltre indicazioni utili per individuare storiche testimonianze di fede, quali si presentano gli oratori tra Canalnovo e Crespino, ed ancora il consiglio di raggiungere Ficarolo per entrare nella bella chiesa a pianta ellittica con l’obiettivo di conoscere la particolare storia degli altari laterali. E non manca poi l’indicazione di seguire il corso del Po per arrivare, in zona Papozze, a visitare un’azienda agricola che ha scoperto una importante vocazione enologica.
Un numero, questo del Ventaglio che si apre con una lunga quanto istruttiva camminata a Badia Polesine, la più importante cittadina polesana bagnata dall’Adige. Passeggiando lungo le sue vie potremo individuare pregevoli e qualificanti testimonianze storiche ed artistiche. Adria potrà invece essere raggiunta per scoprire un inedito Museo di Arte Sacra, mentre a Porto Viro ci si potrà portare per sostare presso il malinconico oratorio della scomparsa corte di Cao Marina.
Ricche in questo numero si presentano poi le pagine dedicate alla storia, alle tradizioni, ai ricordi, alla riscoperta dei personaggi che dentro o fuori dei confini del Polesine hanno onorato la nostra terra, e naturalmente non prive di interesse si caratterizzano anche le altre sezioni della rivista. Non resta, dunque, come di consueto, che augurare… buona lettura
Affollata, in un clima sospeso tra timori e speranze, si è svolta lo scorso 13 marzo al Censer di Rovigo l’assemblea degli industriali polesani. E’ toccato ad Emma Marcegaglia, in videoconferenza da Palermo, aprire i lavori puntualizzando le problematiche connesse alla crisi. Ha avanzato richieste pressanti al governo per iniziative immediate, finalizzate ad arginare una situazione veramente grave che rischia di vedere la chiusura di molte imprese, specie del nord, con conseguenze drammatiche per l’occupazione.
Tematiche che Fabrizio Rossi, neopresidente di Unindustria ha ben presenti, alle quali ha fatto riferimento nel prendere la parola al Censer dopo Emma Marcegaglia, per lumeggiare in particolare la situazione polesana, fatta in larga misura di controterzisti e quindi particolarmente esposta alla crisi. Ma Rossi non ha mancato di lanciare segnali di speranza, nella consapevolezza che la crisi, per quanto grave, sicuramente passerà, e pertanto è necessario non scoraggiarsi, ma anzi moltiplicare l’impegno. Ci incontriamo col presidente Rossi dopo l’importante assise degli associati ad Unindustria per alcune valutazioni connesse alla nostra realtà territoriale.
– Presidente, come sta vivendo questi primi mesi del 2009?
“Con molto impegno. Mi sono infatti improvvisamente trovato, come neopresidente provinciale di Unindustria, a far fronte contemporaneamente a tre situazioni che richiedono grande attenzione. Prima di tutto la fusione di due associazioni, ovvero la Confindustria polesana e l’Api (Associazione Piccoli Industriali) confluite nell’Unindustria, con tutti i problemi di armonizzazione e integrazione facilmente comprensibili. Poi la crisi globale che si fa sentire in modo consistente e che richiede iniziative di sostegno e di indirizzo per gli associati. Ed infine la necessità di avviare una serie di azioni di concertazione con le istituzioni e i vari soggetti che possono incidere sullo sviluppo della nostra terra”.
– E in quest’ultimo ambito qual è il suo sentore?
“La mia convinzione è che c’è molto da fare. C’è poca abitudine al confronto sia a livello associativo che tra associazioni diverse e le istituzioni. Inoltre non c’è una chiara visione degli obiettivi da perseguire. Se poi aggiungiamo i rallentamenti imposti dalla burocrazia, ne consegue una situazione caratterizzata da una lentezza esasperante. Viceversa, soprattutto in questa situazione di crisi, occorrerebbero decisioni rapide ed obbiettivi condivisi”.
– Quali sono secondo Lei gli aspetti più interessanti che presenta oggi il Polesine?
“Innanzitutto c’è una prerogativa da sottolineare: qui da noi si vive bene, non c’è lo stress, l’affollamento, il ritmo ossessivo delle zone congestionate. Questa opportunità va sfruttata meglio anche per confrontarsi sui temi più importanti. L’aspetto logistico è poi molto favorevole, dato che il Polesine si trova in pratica al centro di un crocevia Nord-Sud (ovvero A 13 e linea ferroviaria Bologna-Padova e quindi Venezia e Trieste), Est-Ovest (Idrovia e Transpolesana che diverrà autostrada per vari aspetti alternativa all’A 4). C’è poi un’agricoltura fiorente che può raccordarsi con progetti industriali. E non da ultimo c’è un’ampia zona, quale si presenta il Delta, da valorizzare sotto il profilo turistico”.
– Su quest’ultimo aspetto, quello del turismo appunto, il responsabile del settore turismo di Unindustria Pierantonio Macola, nel corso della recente assemblea, ha espresso parole lusinghiere parlando anche del Distretto Turistico.
“ E’ così. La costituzione del Distretto ha rappresentato un successo per l’alta adesione e l’entusiasmo dimostrato dai soggetti interessati. L’industria turistica del Polesine diviene ufficialmente sistema con la nascita del ‘Distretto Turistico del Polesine e del Parco del Delta del Po’, che consorzierà circa 229 aziende del territorio, con 2034 addetti direttamente impiegati, e 59 enti e istituzioni territoriali. Stiamo avviando queste sinergie perchè recepiamo, forti e primarie, le richieste del mercato che vedono salire nettamente il comparto legato al turismo Verde, enogastronomia e natura, rispetto alla tradizionale offerta balneare. A livello nazionale il turismo è la nostra prima industria, pari al 10 del Pil, ed il Veneto è la regione italiana leader per arrivi internazionali.
In Polesine siamo ancora agli albori di questo sistema ma le eccellenze nascoste di oggi, grazie alla rete che vogliamo creare, potranno finalmente diventare riconosciute domani. Dare visibilità al territorio quindi attraverso un network che integri tutte le realtà capaci di promuovere il Polesine.”
– Ma il nostro Polesine, dal punto di vista imprenditoriale e di innovazione riserva veri punti di eccellenza?
“Vi sono varie realtà importanti, attività caratterizzate da un interessante valore imprenditoriale. Voglio qui segnalare l’interessante attività di studio e ricerca che si sta sviluppando al Censer nell’ambito delle materie plastiche: il laboratorio TE.SI., (TEcnologie e SIstemi di lavorazione delle materie plastiche), nato nel 2007 su iniziativa del Distretto Multipolare Veneto della Gomma e delle Materie Plastiche e dell’Università degli Studi di Padova, con il supporto di Confindustria Rovigo. TE.SI. si configura come centro di eccellenza a livello nazionale per la ricerca scientifica ed industriale nel settore dei materiali polimerici. Al suo interno vengono effettuate analisi, prove ed attività di ricerca ed alta formazione, in grado di fornire ottime opportunità e prospettive di crescita anche per le aziende del territorio.
La professionalità dei ricercatori, la vicinanza con lo Sportello SPINA per l’Innovazione Tecnologica e con il CUR (Centro Universitario Rovigo), nonché il posizionamento nell’area Censer Rovigo Fiere (facilmente raggiungibile e dotata di spazi adeguati) ne hanno fatto un punto di riferimento per tutte le imprese interessate ad incrementare la propria conoscenza nel settore.
Il 5 marzo 2009 inoltre è stato inaugurato sempre al CUR (Consorzio Università Rovigo), il nuovo Master dell’Università di Padova dal titolo “Advanced engineering for polymer processing industry: esperto di prodotto e di processo nella lavorazione dei materiali polimerici”. Il Master è il risultato di una serie di iniziative che l’Università di Padova ha intrapreso in provincia di Rovigo in partenariato con Unindustria Rovigo, il Distretto Multipolare Veneto della Gomma Plastica e l’Amministrazione Provinciale: una squadra molto attiva, che ha portato prima alla creazione del Laboratorio “Te.Si.” (con competenze e strutture per la ricerca), poi all’attivazione di un nuovo percorso di specializzazione all’ITIS “F. Viola”, ed ora all’alta formazione.
– Affrontiamo l’importante tema dell’energia. Parto da una mia considerazione: personalmente mi aspettavo che l’Italia, privata del nucleare (a prescindere se questa sia stata una scelta positiva o negativa) sarebbe stata in primissima fila a livello mondiale nel campo delle energie rinnovabili. Perché dopo la rinuncia del nucleare si è rinunciato anche ad investire nel solare?
“In effetti nel settore dobbiamo purtroppo registrare un ritardo di almeno dieci anni. In prima posizione a livello mondiale c’è la Germania, che attualmente da sola copre ben la maggior parte della produzione europea. Ciò che ha favorito questo sviluppo in Germania, anche se meno favorita dal sole rispetto all’Italia, è stato soprattutto la politica degli incentivi che da noi è iniziata solo oggi”.
– Non sarebbe dunque auspicabile un impegno più marcato in questo settore nel Polesine, della cui vocazione turistica e ambientale abbiamo da poco parlato? O c’è solo l’opzione carbone?
“Attualmente sul tappeto c’è, come è ben noto, il progetto dell’Enel per una centrale che utilizzi come combustibile il carbone. Un progetto che non va respinto per due motivi fondamentali: perché usa una tecnologia molto avanzata che riduce al minimo l’inquinamento e perché è un’occasione importantissima di sviluppo e lavoro per la nostra terra. Inoltre va nel senso di diversificare le fonti energetiche che a livello nazionale non possono essere limitate al solo metano. Infine può divenire una fonte di reddito per l’agricoltura, dato che, assieme al carbone è prevista la combustione delle biomasse ovvero da legname e scarti della produzione agricola”.
– Qui in Polesine si vocifera che l’Associazione degli industriali, oggi Unindustria, sia poco attenta agli aspetti culturali e ai non pochi fermenti presenti anche nel mondo del volontariato. Qual è la sua posizione in proposito?
“La mia elezione è molto recente. Sto ancora distribuendo le deleghe, e quindi devo scegliere il referente specifico all’interno di Unindustria. Premesso che purtroppo i fondi sono ridotti al lumicino, posso comunque dire che non rinunceremo a fare la nostra parte.”
Ci sono eventi che non reggono alle spallate del tempo e, con il susseguirsi delle edizioni, affievoliscono il loro significato o sconfinano nel previsto e prevedibile. Altri invece, come un buon brandy accuratamente distillato, proprio grazie al passare degli anni si arricchiscono di nuovi significati e assumono completezza d’insieme.
E’ quest’ultimo il caso delle iniziative nate con un’anima e uno scopo importante, capaci di sommare di edizione in edizione i percorsi compiuti e diventare appuntamenti attesi. Come la Convegnistica Giovanile, nata undici anni fa grazie a una felice intuizione della Provincia di Rovigo (in particolare degli Assessorati alla Cultura e al Turismo e Assessorato all’Ambiente), della Cooperativa Turismo & Cultura e dell’Istituto di Istruzione Superiore Cristoforo Colombo di Adria.
L’amalgama dei fondatori (un’istituzione pubblica, un istituto scolastico e una realtà imprenditoriale che promuove, fornisce e applica modelli organizzativi nel campo dei servizi turistici e culturali) già fa intuire le finalità che portarono all’ideazione dei convegni giovanili: far incontrare gli adulti che agiscono sul territorio con gli studenti degli istituti superiori, attivando un canale diretto di conoscenza e reciproco dialogo e rendendo contestualmente i giovani protagonisti in prima persona durante i lavori in sala.
Un obiettivo ambizioso, che sta dando evidenti frutti ma che ha richiesto in questi anni un grande impegno da parte degli organizzatori. Si trattava infatti di trovare le modalità più efficaci per attivare meccanismi di partecipazione e coinvolgimento negli studenti, dinamiche che rappresentano da sempre il banco di prova più difficile per ogni progetto educativo e formativo rivolto ai giovani. Da qui la scelta di utilizzare la formula della convegnistica, aperta non solo a tutte le scuole del territorio ma anche alle istituzioni e alle più diverse realtà culturali, storiche, ambientali, folkloristiche, artistiche e imprenditoriali del Polesine.
Il convegno quindi come momento di incontro e scambio (il momento centrale delle attività in sala è costituito dalla presentazione degli studi e delle ricerche realizzate dagli studenti) ma anche come tappa finale di un percorso didattico lungo un anno. Gli studenti hanno infatti l’opportunità nei mesi precedenti il convegno di incontrare i testimoni del territorio e gli amministratori (in particolare gli assessori della Provincia Laura Negri e Giancarlo Chinaglia, il presidente e il direttore del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, i sindaci, i rappresentanti dei Consorzi di Bonifica etc.). Un ruolo fondamentale in questo percorso a tappe verso i convegni viene svolto da Turismo & Cultura, che oltre a ideare il tema annuale a cui si richiamano e da cui si diramano tutte le attività progettate, coordina il rapporto tra scuola e istituzioni e forma direttamente gli studenti grazie alle attività di Terza Area.
La Convegnistica Giovanile 2009
Nel corso di quest’anno si è concluso un percorso didattico e conoscitivo importante che era iniziato nel 2005-2006. Un cerchio chiuso dopo aver affrontato il rapporto tra giovani e territorio da angolazioni diverse ma fortemente collegate tra loro. La prima pietra del progetto era stata posata quattro anni fa, quando gli studenti avevano affrontato il tema della salvaguardia, conoscenza e fruizione del territorio e dei suoi beni da parte dei giovani (Salvare il Patrimonio, Dare Anima ai Musei). Coerentemente, nel 2007, ci si era interrogati sull’identità polesana (Cercando l’identità), mentre nel 2008 con Scopri la Tua Terra si era lavorato alla ricerca di percorsi peculiari e strade poco battute con l’intento di far scoprire agli studenti un Polesine il più lontano possibile dallo stereotipo e dalla convenzione, filtri sbiaditi che ne banalizzano la percezione da parte di residenti e turisti.
Quest’anno, con PromoAzione, tutte le conclusioni dei lavori delle edizioni precedenti sono giunte ad un approdo comune: l’ideazione di proposte efficaci e fattive di percorsi promozionali e conoscitivi nei confronti del visitatore. Il termine “promozione” deriva dal latino pro-movère (muovere innanzi, far progredire, anche nel senso di eccitare e muovere l’altrui animo a fare qualcosa). C’è un forte sentore di “agire”, e quindi di “azione”, in questi significati. PromoAzione, legando i concetti ad esso riconducibili, ha voluto quindi essere un invito ai ragazzi a promuovere, insistendo sul concetto di azione attiva, consapevole, partecipe, quasi fisica. A promuovere cosa? Il nostro territorio, la terra tra i Grandi Fiumi.
Tutti i lavori presentati in convegno dagli istituti partecipanti, ognuno con le proprie peculiarità, hanno restituito l’immagine di un Polesine finalmente in movimento, una terra che, pur tra contraddizioni e retaggi del passato, sembra accorgersi in prima persona di avere un appeal culturale, ambientale, storico e artistico impensabile fino a qualche anno fa. Un richiamo in grado di esercitare un fascino spesso irresistibile non solo nei confronti del turismo culturale e ambientale in genere, ma anche e soprattutto di chi cerca un approccio “slow” (lento, ma non solo: umano, profondo, ponderato, diremmo quasi sostenibile innanzitutto per se stessi) alle terre che visita.
La multimedialità e i Concorsi come “partecipazione”
Ma quello che ha reso quest’edizione della convegnistica giovanile ancora più innovativa è stato il metodo di lavoro proposto agli studenti: per sviluppare ed esporre il complesso tema delle azioni promozionali sul territorio, è stato chiesto loro di utilizzare, accanto ai linguaggi tradizionali, anche quelli a loro più vicini, quelli della modernità. Nell’epoca di Youtube, Facebook, Myspace, della connessione perenne al web grazie all’ADSL e della multimedialità quotidiana (termini quali sms, mms, mail, blog e upload sono ormai comunemente utilizzati), un convegno giovanile basato esclusivamente sui canali classici di comunicazione sarebbe parso perlomeno giurassico, se non addirittura inefficace.
La maggior parte degli istituti ha presentato quindi lavori articolati e compositi, che, grazie alla multimedialità, hanno acquisito nuovo spessore e vis comunicativa. Addirittura alcune relazioni degli studenti sono state realizzate utilizzando contemporaneamente presentazioni con slides animate, immagini, videoclips e musiche eseguite dal vivo. Al termine gli applausi in sala sono valsi più di qualunque giudizio.
Durante i lavori, negli spazi dedicati alla didattica e alla formazione, sono stati presentati come modelli comunicazionali tre video multimediali (musica, testi, immagini) realizzati dal CTG Gruppo Rovigoti con il contributo della Regione Veneto nell’ambito del progetto “Informazione Giovane – formiamo l’informazione: una rete di giovani nei luoghi dei giovani”. Si tratta di “Backstage”, girato durante le attività preparatorie della Rievocazione storica di Villadose dedicata alla Centuriazione Romana, “Cosa mi dite del futuro”, filmato a Rovigo quest’inverno e dedicato ai temi dell’identità e delle aspettative dei giovani polesani e “Il sogno di Andrea”, ambientato in Villa Badoer, che il regista rodigino Massimo Samiolo ha realizzato assieme a Luca Fozzati. I tre lavori sono accumunati dall’avere come interpreti e protagonisti giovani polesani e dall’utilizzo di linguaggi comunicazionali moderni.
Poiché, come già sottolineato, la componente motivazionale è la più difficile da attivare negli studenti durante la preparazione e la realizzazione di manifestazioni come i convegni, si è pensato di insistere nell’utilizzo come leva dei linguaggi giovanili e proporre infine due coinvolgenti concorsi multimediali ad essi dedicati.
Si tratta di VideoAzione e ImmaginAzione, concorsi aventi la finalità di promuovere lo sviluppo dei mezzi espressivi legati al mondo delle immagini e dei simboli, favorendo l’interpretazione del Polesine e dell’immagine che di esso hanno gli studenti tramite l’utilizzo del mezzo fotografico e del video digitale.
ImmaginAzione, concorso fotografico, ha visto primeggiare 3 lavori, di pari livello qualitativo e valenza espressiva e quindi meritevoli del primo posto ex-aequo: “Artisti di strada”, foto scattata lungo Corso Vittorio Emanuele dai ragazzi del Colombo di Adria, “Intrecci diagonali”, le piste ciclabili che percorrono il Po viste con gli occhi degli studenti dell’ITCSG Maddalena di Adria, e “L’Angelo”, scorcio prospettico del centro cittadino scattato dagli alunni dell’ITC Conti di Lendinara.
A primeggiare in VideoAzione, concorso dedicato al video digitale, sono stati gli studenti della classe VC dell’IPSSCT Polo del capoluogo (“Anche a Rovigo si può sognare”), seguiti dalle due quinte, VD e VB, del Colombo di Adria con “Viaggio al centro di Adria” e “Perché Adria”.
Ai due concorsi multimediali, nel continuo e insistito gioco al rimbalzo tra forme di comunicazione classiche e moderne caratteristico di questa edizione dei convegni, si è affiancato per il secondo anno il concorso “Le Pietre Parlano”. Vincitrice, Ilaria Panin, del Liceo Celio di Rovigo, il cui racconto “Improvvisamente tutto finisce” è pubblicato nella sezione “Narrativa” su questo stesso numero del Ventaglio.
Non è solo la centralità geografica a caratterizzare Fratta nell’ambito del Polesine, ma sempre più la sua centralità culturale. Dopo che nei mesi scorsi i riflettori si sono accesi sulla Badoera, dapprima per il cinquecentenario del Palladio, poi per l’inaugurazione della mostra dedicata a Giò Ponti, e successivamente per l’inaugurazione del Museo archeologico nelle barchesse della Villa, ecco che un’altra importante occasione di conoscenza e valorizzazione ha avuto come riferimento il paese, legato anche, come è noto, al nome di Matteotti e alla presenza della Carboneria.
Questa volta è stata una principessa a portare alla ribalta Fratta Polesine: Lucrezia Gonzaga, che nel 1541 divenne frattense dopo aver sposato il capitano di ventura Gianpaolo Manfrone proprietario di un palazzo-castello nel centro polesano. La riscoperta dell’illustre personaggio e la sua rivalutazione nell’ambito della cultura rinascimentale si deve a due studiosi, Renzo Bragantini, filologo e docente presso l’Università la Sapienza di Roma e Primo Griguolo, storico e studioso polesano, autori del libro “Lucrezia Gonzaga, lettere. Vita quotidiana e sensibilità religiosa nel Polesine di metà Cinquecento”, edito dalla Minelliana di Rovigo.
Dall’opera esce un profilo inedito della sensibile quanto colta principessa che fece di Fratta Polesine un punto di riferimento della cultura umanistica padana, tenendo rapporti epistolari con personalità di spicco dell’epoca. Lettere redatte non solo allo scopo di comunicare, ma spesso anche per mettere a fuoco problematiche di natura filosofico-religiosa: quasi dei piccoli saggi dunque, meritevoli di essere divulgati. Una consapevolezza questa che evidentemente non sfuggì a Lucrezia, giacché l’epistolario ebbe effettivamente una sua pubblicazione a Venezia nel 1552. In tutto 312 missive, di cui 240 hanno come luogo di partenza Fratta Polesine, 42 Rovigo, 10 Costa, mentre le rimanenti 20 portano come riferimento luoghi diversi, tra cui Venezia, Verona e Luzzara.
La nuova edizione, promossa a distanza di quasi cinque secoli dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo e dal Comune di Fratta Polesine, si qualifica come la prima versione critica moderna degli scritti di Lucrezia Gonzaga. Lettere contenenti annotazioni che presupponevano conoscenze filosofiche, affinate in particolare dalla lettura degli scritti di Erasmo da Rotterdam. Cosicché nel passato si pensò che non fossero opera della penna di una delicata signora dalle nobili origini, ma produzioni letterarie di Ortensio Lando l’umanista con cui certamente Lucrezia ebbe modo di confrontarsi.
Lo studio di Bragantini e Griguolo fa luce anche su questo versante, riconoscendo definitivamente in Lucrezia Gonzaga l’autentica autrice delle Lettere, e riservando al Lando tutt’al più il ruolo di coordinatore e sovrintendente dell’operazione di stampa.
Grande soddisfazione a Fratta lo scorso 21 marzo alla presentazione del volume nella fascinosa cornice dell’antica chiesa di San Francesco. Un’iniziativa che ha avuto una suggestiva apertura grazie ad un concerto di musiche rinascimentali eseguito dal gruppo “Corte antica di Castefranco Veneto. Sono seguiti gli interventi del sindaco Riccardo Resini, di Adriano Buoso, presidente della fondazione Banca del Monte, Mario Cavriani, presidente dell’associazione Minelliana e Laura Negri, assessore alla cultura della Provincia di Rovigo. La parola è poi passata ai relatori: Gabriella Zarri dell’Università di Firenze, Gino Benzoni della Fondazione Cini di Venezia, Renzo Bragantini e Primo Griguolo, curatori dell’opera.
Svetta ormai da vari mesi, sulla cupola del campanile di Bottrighe l’angelo girevole, uno dei simboli più amati del paese rivierasco; un angelo rinnovato ed ancora splendente, che da lontano con la sua tromba sembra squillare, fungendo da richiamo e primario punto di riferimento.
Per la comunità di Bottrighe l’installazione dell’angelo, lassù in cima al bel campanile ha rappresentato un evento davvero eccezionale, preceduto da un’indimenticabile giornata di festa, svoltasi lo scorso 18 ottobre 2008, che rimarrà per sempre nella memoria e nella storia di questo paese. Dal 24 aprile 2008, in soli sei mesi, è stata completamente riportata al suo originale splendore la torre campanaria della parrocchiale dedicata ai santi Francesco d’Assisi e di Paola.
Chiesa naturalmente sovraffollata per l’importante avvenimento. La santa messa di ringraziamento, per la felice conclusione dei lavori, animata dall’orchestra e coro polifonico locale diretto dalla professoressa Carla Bizzaro, è stata concelebrata dal parroco arciprete don Antonio Cappato, dall’ex capellano don Valerio Cristofori e dal vescovo Lucio Soravito De Franceschi.
Commosse parole di ringraziamento e compiacimento sono state espresse dal parroco Cappato in primis alla locale impresa edile Sices esecutrice dei lavori, a tutte le imprese collegate alla stessa e a quanti, consiglio pastorale, istituzioni, banche, ditte, associazioni di volontariato, singoli privati e cittadini hanno collaborato in vari modi alla realizzazione dell’opera. Parole alle quali si è unito anche il vescovo definendola un’opera di pregio per tutti i cittadini, elogiando il paese per la sua attività associativa che lo rende particolarmente unito e vivace.
Momento altrettanto commovente la benedizione del nuovo angelo fuso in bronzo, eseguito dalla fonderia d’arte Maff di Milano e offerto dall’imprenditore locale commendator Gino Navicella. Angelo collocato poi su di un perno girevole realizzato in materiali speciali autolubrificanti, ed offerto dal bravo artigiano del luogo Giuliano Girotto.
Per l’originario angelo ligneo, che era stato posizionato nel 1889, di grandissimo valore artistico, eseguito da ignoto, attualmente in gravi condizioni, si tenterà di procedere al suo delicatissimo recupero affidato alla Bottega d’Arte del padovano Roberto Mainardi. Proprio quell’angelo, che ancora una volta ha protetto la sua popolazione, nei confronti del quale l’opera di ristrutturazione si rendeva ormai urgente, tanto che dai rilievi eseguiti, poteva costituire, da un momento all’altro, un serio pericolo.
Al termine della santa messa il vescovo ha benedetto il nuovo campanile tra il suono delle campane a festa. Presenti, oltre al sindaco Antonio Lodo, il vice Alessandro Rigoni, il delegato Giuliano Saglia, il vice presidente della provincia Gino Sandro Spinello, il consigliere provinciale Franco Grotto, quello regionale Carlo Alberto Azzi e l’assessore veneto Renzo Marangon.
Nella sala polivalente è seguito l’intervento ed i saluti delle autorità e dei tecnici, con l’interessante esposizione, anche fotografica, dell’ingegner Damiano Zennaro, che ha relazionato sulle caratteristiche del recupero e sulle difficoltà operative eseguite a 40 metri di altezza. Ha inoltre sottolineato il valore di recupero delle strutture portanti in legno della cuspide, anch’essa completamente rifatta.
Emozionato pure il direttore dei lavori, architetto Luciano Fantinati, nell’esposizione generale dei lavori e per la grande e sensibile collaborazione di molti imprenditori ed artigiani del luogo e della zona.
Il consigliere della Regione, Azzi, ha portato una lettera di compiacimento del governatore Giancarlo Galan, mentre sono giunti i saluti dell’Assessore regionale Isi Coppola e del presidente della provincia Federico Saccardin, impossibilitati per concomitanti impegni istituzionali. L’assessore regionale Renzo Marangon ha messo in rilievo la vivacità de paese con particolare elogio al commendator Navicella, finanziatore del nuovo angelo. Anche per il sindaco Lodo, la comunità di Bottrighe, di forte identità, dimostra sempre capacità ed unione di intenti per il raggiungimento di obiettivi comuni.
Il presidente della banca di credito cooperativo “Bancadria”, Giovanni Vianello, ha portato i saluti ed il compiacimento, assicurando sempre sostegno, come in questo caso, alle meritate iniziative di Bottrighe. Infine, per mano del parroco Don Antonio e del sindaco Lodo sono state consegnate medaglie di riconoscimento a progettisti, amministratori e autori dei lavori. Per tutti i presenti un ricco buffet offerto e preparato dal Gruppo Sportivo Bottrighe.
Il giorno dopo è avvenuta la collocazione del nuovo angelo, alto 2,37 metri, che dai 40 metri di altezza della cupola del campanile è tornato a proteggere Bottrighe ed i suoi abitanti. Alle 11,32 precise, alla conclusione definitiva dell’opera, le campane hanno suonato nuovamente a festa.