Forme e colori. Sfumature e immagini sovrapposte. Oppure composizioni nitide, dai contorni ben definiti, dove i personaggi compongono un quadro di vita, dove ogni dettaglio è al suo posto, ma nulla è statico.
E’ la creatività di Daniela Ghirardi, pittrice di Canaro, che ha girato il mondo con le proprie personali regalando al pubblico tutta la verve della propria gioia creativa. Il rosso intenso e il verde ocra, il grigio, che richiama pennellate vicine al fiume Po nelle giornate autunnali e nebbiose, si mischiano con la fantasia, con piccoli particolari pittorici che portano dall’immagine legata apparentemente alla realtà fino al mondo dei sogni, per lasciarsi andare nei meandri dell’inconscio, nei labirinti dell’immaginazione.
Quelle della Ghirardi sono idee, pensieri, emozioni; la sua è da sempre stata una ispirazione metafisica che via via si è diversificata, tenendo come colonna portante delle proprie opere le geometrie ispirate a De Chirico.
Si inseriscono, nei giochi di archi e forme, il sentimento della natura, l’aspirazione alla pace, richiamata grazie all’immagine di una colomba in volo, mentre porta un ramo d’ulivo, e il nido che l’attende, in un’opera dedicata al Papa Giovanni Paolo II. I dipinti si ravvivano, non restano in silenzio le linee, ma spicca la nitidezza dei colori. L’anima sognatrice di Daniela Ghirardi si fa tela, figura, paesaggio, dove risultano intense le figure femminili, soltanto in apparenza stilizzate, lo specchio dell’anima dell’artista.
La prima personale della Ghirardi risale al 1987, nella sala del municipio di Canaro. Ma le linee e le geometrie attuali sono frutto di anni di attività, studio, ricerca, che hanno portato la pittrice a definire un percorso personale, dapprima ispirato a De Chirico, poi totalmente staccato e assolutamente autentico, con realizzazioni in cui prende forma la parte più intima dell’artista.
Nata nel 1951 a Frassinelle, la Ghirardi conosce ancora piccina Canaro, dove si trasferisce con la propria famiglia. Una terra vicina al Po dopo l’alluvione, una terra nelle mani dei contadini che ne plasma il carattere, piena di vigneti e di campi di grano che subito le appaiono familiari.
Daniela Ghirardi cresce lontano dalle città, affinando una innata sensibilità d’animo. Ciò non le impedisce di conoscere il grande maestro della metafisica, Cosimo Lato, insegnante all’Accademia di Belle Arti di Milano, che vive e lavora nel vicino comune di Santa Maria Maddalena.
E’ proprio negli anni Ottanta che Daniela sente crescere la forte passione per l’arte grazie a cui riesce a convincere Lato ad riavvicinarsi all’insegnamento. La Ghirardi impara così anatomia e perfeziona il disegno, diventa abile nell’amalgama dei colori, apprende la filosofia di vita che sta alla base della metafisica, attraverso lo studio di De Chirico, Savino e Carrà. Da qui nasce la sua prima produzione artistica.
Gli anni Novanta, di forte crisi per il mercato galleristico, sembrano chiudere le porte al sogno di Daniela. Invece, dopo più di dieci anni, ecco che la fiamma, mai spenta sotto la cenere della passione artistica, riprende vigore con la riapertura del proprio studio, dove l’artista ricomincia a credere in se stessa e a prendere contati con le gallerie d’arte, sorretta da una rinnovata passione.
Nel 2000, prendono forma ‘Venere del fiume’ e ‘La via del silenzio’. Il primo dipinto sembra riassumere nei visi sofferti, tutte le paure, le ansie, le titubanze delle donne del Polesine, quelle dell’infanzia, degli anni Cinquanta, proponendo una bellezza svanita che vuol rifiorire. La seconda opera, spiega attraverso il dipinto i dieci anni di silenzio della pittrice, periodo vissuto come interminabile.
Le mostre si susseguono con il consenso del pubblico. Tra le tante che hanno fatto sognare visitatori del Polesine e d’Italia, ricordiamo: la personale in villa Badoera a Fratta Polesine (2005), la partecipazione alla 2^ Biennale Internazionale d’Arte di Ferrara, le personali a Riccione (2000), Stanghella, Bondeno, Codigoro, Melzo (Milano), Roma, Milano (dove si è aggiudicata un trofeo al ‘Premio Raffaello’) e infine, nell’ottobre 2008, a Canaro con l’accoglienza entusiasta di tutta la cittadinanza.
Per tanti il primo viaggio in treno ha sempre destato novità, interesse ed emozione. Una caratteristica tutta particolare racchiude in sé il primo viaggio (che coincide con quello di nozze) di due sposini melaresi a Bologna. Un succedersi di situazioni imbarazzanti, dovute soprattutto a tanta ingenuità che farà dire nel filò della stalla allo sposino ancora frastornato “Se avessi saputo a cosa sarei andato incontro, non sarei mai partito”.
Tutto accadeva nell’autunno 1921, quando, già da programma in tempo di fidanzamento, i due novelli sposi si recarono nel capoluogo emiliano. Salirono sul treno per la prima volta, un lusso per loro, figli di umili braccianti, anche perché lo sposo era orfano di guerra e la mamma, godendo di un’umile pensione, pensò di dare questa soddisfazione al suo unico figlio. Era tanto orgogliosa che facesse quel viaggio di nozze, consapevole che (per quei tempi) era un privilegio di pochi.
I due sposini erano nati e cresciuti in corti agricole lontane dal paese, nella valle dove d’inverno il fango paralizzava tutto. Anche per questo i due ragazzi si trovavano entrambi in stato di semianalfabetismo, ma erano in possesso dell’itinerario del viaggio dato loro da uno studente del paese, conosciuto all’oratorio che erano soliti frequentare quando la stagione permetteva.
Saliti sul treno ad Ostiglia provarono la prima emozione: la velocità. Loro, che avevano sempre viaggiato a piedi, tranne le poche volte sul calesse dei padroni e quando la ragazza saliva con le mondine sul carretto verso le risaie Ostigliesi e Veronesi.
Arrivati a Bologna, con le istruzioni avute non fu loro difficile trovare il numero del tram che li avrebbe accompagnati nelle vicinanze dell’albergo.
Alla prima passeggiata in città, una sorpresa negativa: era scesa una nebbia tanto fitta da non permettere di vedere i piani superiori dei palazzi. L’unica cosa bella di quel pomeriggio fu la camminata lungo i famosi portici di Bologna ove ammirarono stupiti le vetrine dei negozi, colpiti da tante lussuose bellezze esposte. Poi verso sera videro per la prima volta alcuni lampioni della luce elettrica. Nonostante la fitta nebbia che ne attutiva il bagliore, non fu difficile ai nostri turisti fare un confronto con la tenue luce che emettevano le poche lampade a gas sulla piazza di Melara.
Ma il grande stupore suscitato dalla luce elettrica i due sposini l’ebbero in albergo durante la cena, sembrando a loro di essere in pieno giorno. Ed il pensiero correva quella lanterna a petrolio che nella stalla rendeva tanto faticoso il filare la canapa, cucire, giocare a carte ed anche muoversi senza inciampare. La luce elettrica nei nostri paesi arrivò dopo alcuni anni, e precisamente nel 1924.
La luce elettrica fu dunque una meraviglia apprezzata, in particolare durante la cena, ma non lo fu altrettanto per la loro prima notte d’amore. Erano arrivati entrambi puri al matrimonio fra tanti sacrifici e rinunce, specialmente per lui; con la religiosità del tempo i rapporti prematrimoniali erano proibiti, considerati addirittura un grave peccato. Nella stanza a loro assegnata, la moglie con quella luce fu presa da tanta vergogna da non riuscire a spogliarsi, implorando il marito di spegnerla. Lui le fece coraggio, ma il difficile era che non sapeva come fare, frugò tutti gli angoli della stanza, ma non risolse il problema. S’avvicinò alla lampada accesa incominciando a soffiarle contro, ma invano. Non sapeva il povero uomo che doveva schiacciare un interruttore situato a lato del letto.
Allora la moglie con le lacrime agli occhi gli chiese di andare a chiamare il cameriere. Lui, per non sembrare ignorante più di quanto fosse, temendo di essere deriso non l’accontentò. In questa situazione la loro prima notte d’amore si trasformò in un fatto increscioso.
Il viaggio a Bologna dei due sposini di Melara riservava ancora sorprese. Al mattino si diressero verso la basilica di S. Petronio per assistere alla Santa Messa. Era una giornata di sole, la nebbia del giorno prima si era diradata, ma lungo le vie s’accorsero che c’era un movimento anomalo, da sembrare quasi una sommossa. Non si sbagliarono: in piazza Maggiore si teneva una dimostrazione socialista con bandiere rosse e cartelli che incitavano i lavoratori a lottare contro le angherie e soprusi fascisti.
I due sposini, terrorizzati, immediatamente si rifugiarono in Cattedrale. Dopo poco tempo le voci e gli schiamazzi si fecero sempre più assordanti: erano intervenute le squadracce fasciste a disperdere i dimostranti. In piazza aveva avuto luogo una specie di guerriglia corpo a corpo. Dentro il Duomo giungevano i lamenti e le urla dei feriti, tanto che il sacrestano chiuse le porte del tempio. La Chiesa non era tanto affollata, un prete che nel frattempo era salito sull’Altare Maggiore a celebrare la S. Messa, all’omelia, dopo aver condannato quei disordini, invitò i fedeli a rimanere dentro al sicuro, finché non fossero terminati i disordini.
Finalmente verso mezzogiorno, sembrò che tutto si fosse quietato, il sacrestano aprì le porte del Duomo e ciò che apparve agli occhi degli sposi fu impressionante: segni di una vera battaglia; vetri di vetrine e bottiglie rotti, chiazze di sangue sul selciato, brandelli di vestiti sparsi e un gran disordine. Impauriti raggiunsero l’albergo, pagarono il conto, chiesero un panino e si diressero alla stazione per far ritorno a casa, temendo che potesse loro capitare qualcosa di brutto.
La nebbia del giorno prima, il travaglio della notte causa la luce elettrica, la paura della mattina in Piazza Maggiore, trasformarono quello che doveva essere il viaggio più bello della loro vita in un’avventura difficile da dimenticare.
Una volta in treno convennero entrambi di non parlare con nessuno dell’increscioso episodio notturno della luce elettrica, perché sarebbero stati oggetto di derisione.
Ma nei giorni seguenti la sposa incontrò una sua cara amica, anche lei prossima al matrimonio, la quale le chiese com’era andata la fatidica prima notte. Le due giovani si erano sempre confidate tutto e, con la promessa del segreto, la neosposa mise al corrente l’amica della situazione di grave disagio vissuta a causa della luce elettrica. Questa a sua volta, dimentica della promessa fatta, raccontò l’episodio ad un’altra sua amica ed è facile immaginare come sia diventato il segreto di Pulcinella.
In seguito, per questa ingenuità i due coniugi melaresi dovettero sopportare gli sfottò e i risolini dei conoscenti. Ma il colmo dell’ironia si raggiunse quando, dopo alcuni anni, arrivò a Melara la luce elettrica. Spesse volte venivano presi in giro con questa battuta: “Adesso quando andate a letto riuscite a spegnerla? Avete ancora vergogna a spogliarvi?”.
Lo sposo aveva molto sofferto il fatto di essere sulla bocca della gente, tanto che nei primi tempi era solito litigare con la moglie per aver fatto conoscere il loro segreto. Lei stessa non riuscì più a guardare in faccia la sua amica, l’odiò anche per un periodo di tempo. Non scordiamoci che a quei tempi nei nostri paesi rurali si temeva il pettegolezzo più del male fisico.
Soltanto il parroco in una riunione dei giovani dell’azione cattolica dimostrò piena comprensione definendoli “Anime candide”.
Negli anni immediatamente successivi all’alluvione del Polesine del 1951, i paesi rivieraschi, lungo tutta l’asta del Po, sono stati interessati da imponenti lavori di rinforzo delle arginature, operazione che continuò sino a tutti gli anni sessanta. Tanti erano i disagi creati da questi lavori: case in golena abbandonate ed abbattute, case a ridosso delle arginature anch’esse abbattute per lasciare spazio alla nuova sagoma arginale, strade in sommità impraticabili, un paese, Papozze, completamente demolito e trasferito in altro luogo, ma tutti questi disagi erano ampiamente compensati dalla sicurezza che si andava a creare.
In questa situazione, per anni, elemento consueto del paesaggio erano diventate le grosse gru cingolate e a catena, ma soprattutto i camion da trasporto terra, prelevata nelle aree golenali. Due in particolare divennero famosi: il Dodge e il Cmc
Erano vecchi camion militari, lasciati dagli americani finita la seconda guerra mondiale. Avevano un motore a sei cilindri e consumavano una quantità enorme di benzina, ma molti proprietari di questi mezzi, non certo per spirito ambientalista (allora non si sapeva nemmeno cosa fosse) installavano impianti a metano con bomboloni lunghi come siluri. Del resto trovare metano non era certo difficile nella nostra provincia: pozzi di estrazione erano presenti un po’ ovunque, i ruderi sono ancora ben visibili soprattutto nelle golene.
Per i bambini dei paesi rivieraschi era una gran festa, non c’era molto con cui giocare in quegli anni, ed allora tutti sull’argine in costruzione a vedere i lavori, ma soprattutto a sperare di diventare amico di questo o quell’autista che, prima o dopo, ti avrebbe fatto fare un giro a bordo dell’impolverato quanto potente mezzo, come fosse una giostra.
Questi mezzi per molti anni non sono stati utilizzati soltanto per i lavori arginali, ma anche si sono visti spesso nella campagna polesana soprattutto durante la stagione saccarifera per trasportare le barbabietole nei numerosi zuccherifici presenti, a quei tempi, in provincia di Rovigo: Ca’Tiepolo, Ca’Venier, Cavanella, Bottrighe, Polesella, solo per citarne alcuni.
Omaggio, dunque, al vecchio Dodge e al vecchio Cmc per aver dato il loro contribuito alla liberazione dell’Italia dal nazifascismo e alla sicurezza idraulica della nostra terra.
Dopo Mario ci ha lasciato anche “Bepi”. Sto parlando dei fratelli Bagatin che per oltre cinquant’anni hanno risolto, con la “sapienza” derivante dalla propria esperienza, i problemi grandi o piccoli di chi si rivolgeva alla loro Officina Meccanica.
In tempi in cui il ricambio diventa introvabile, in relazione al diffuso uso del sostituire più che del riparare, ad essi si rivolgevano infatti, con fiducia, quelli che avendo vecchie macchine utensili, ma ancora utili, dovevano aggiustare o ricostruire qualche pezzo ormai usurato. La precisione del calibro, la semplicità del disegno a volte fatto sul pavimento o sulla lavagna, l’intelligenza delle soluzioni rendevano ogni intervento risolutivo anche delle cause che lo avevano generato.
L’accoglienza in officina e l’apertura all’ascolto od allo scambio di opinioni faceva sì che il laboratorio non fosse solo un luogo di lavoro ma anche di considerazioni che andavano ben oltre il materiale che lavoravano… L’acciaio infatti sotto le loro abili mani si trasformava, assumendo forme riservate solo a materiali più duttili. Ma talvolta si trattava di riparazioni molto particolari, dato che i fratelli Bagatin sapevano alleviare con il loro “buon senso” anche i guasti dell’anima….
Nell’officina in via delle Industrie, la fiamma delle saldature completava, se necessario, la precisione del tornio e la forza del trapano. La mazza che rimbalzava elasticamente sull’acciaio per sbloccare qualche collegamento particolarmente resistente dimostrava, nella leggerezza del gesto, la perizia del colpo.
Era alto Mario, era “grande” anche Bepi. Una lunga Tuta Blu ed un grembiule rinnovati ogni inizio di settimana erano la loro divisa. Il rispetto, l’educazione e la cortesia dei modi una loro caratteristica in un lavoro che riservava anche momenti di dura fatica.
Uniti nel lavoro, insieme nella vita. Abitavano nel quartiere di San Bortolo in una bifamiliare in cui hanno cresciuto i loro figli in serenità, orgogliosi di aver supplito con la loro tenace operosità alla mancanza di mezzi e consapevoli di non aver chiesto favori a nessuno.
Del loro talento e della loro sensibilità si accorse il Maestro Cesare Zancanaro che volle ultimare con il loro contributo la “lampada votiva della Pace” in sostituzione di quella trafugata dai Francesi al loro passaggio per Rovigo e donata poi all’Amministrazione Comunale perché fosse collocata nella Rotonda.
Frutto della stessa collaborazione e testimonianza di una fede condivisa è stato progettato ed eseguito il porta cero pasquale poi donato alla chiesa di San Bortolo che porta i simboli della Cristianità: il tralcio di vite e la spiga di grano, sangue e corpo del Cristo risorto.
Sempre nella stessa chiesa, altro intervento degno di nota, portato a termine con la consulenza della Soprintendenza, è stata la costruzione dei supporti in acciaio, in sostituzione di quelli in ferro ormai corrosi, per reggere le ali dei due angeli di Giusto Le Court (grande scultore fiammingo formatosi a Roma alla scuola del Bernini) che con il loro candore e la loro tensione spirituale fiancheggiano l’altare maggiore. Né può essere dimenticato l’aiuto determinante fornito a Cesare Zancanaro per la realizzazione del monumento a Maci Battaglini, pilone di… San Bortolo…, che campeggia nell’omonimo stadio, a testimonianza della passione sportiva dei Rodigini.
Importanti e significativi dunque i segni dell’impegno dei fratelli Bagatin a beneficio della collettività.
Due Maestri senza diplomi, due professori senza laurea, due encomiabili esempi del lavoro artigiano, cioè del lavoro che si trasformava in arte nobile e di servizio per soddisfare le esigenze di chi ricorreva alle loro competenze. Correttezza, onestà, disponibilità i valori trasmessi con l’esempio a chi ha avuto il privilegio di averli da guida nella propria crescita personale o la fortuna incontrarli nel cammino della vita.
Se ne sono andati come hanno vissuto, in silenzio ed accompagnati dall’affetto di chi li aveva conosciuti….. Oltre che rimanere nei nostri cuori, oggi certamente si troveranno nel cielo dei “ Giusti”… non si sa mai ci fosse qualcosa da riparare anche lassù…..
Non una parola – duole sottolinearlo – è stata loro riservata da parte degli Amministratori o dell’Associazione di categoria. Ma forse si è ancora in tempo per riparare, avviando una iniziativa di riconoscenza che dia voce ed onore a questi due figli dimenticati, dedicando a loro, a ringraziamento del loro impegno civile e sociale, nel loro quartiere, tra la loro gente che li stimava, una via, una piazzetta, uno slargo: si pensi ad esempio al complesso che sta sorgendo in via Oroboni, a poche decine di metri dal luogo in cui ebbe inizio la loro attività.
Per ricordarli basteranno una data ed una semplice didascalia: Ai Fratelli Bagatin, maestri del Fuoco e del Ferro.
La splendida mostra promossa dalla Fondazione Ermitage Italia di numerose opere di Benvenuto Tisi, detto il Garofalo, provenienti dal Museo Ermitage di San Pietroburgo e da altri importanti musei italiani ed esteri – accompagnate da alcune opere di pittori del periodo quali Domenico Panetti, Boccaccio Boccaccino, Francesco Francia, Dosso Dossi e Girolamo da Carpi, raccolte nell’altrettanto splendido catalogo – ha contribuito a meglio definire la portata artistica del celebre pittore.
Grazie ai curatori e agli studiosi, sono inoltre emerse nuove considerazioni sulle origini transpadane, e quindi garofolane (Garofolo attuale frazione di Canaro), dell’importante artista che operò a Ferrara nella prima metà del XVI secolo. Relativamente a quest’ultimo aspetto, le nuove ricerche hanno anche indicato con maggior certezza l’anno di nascita del pittore, fino ad ora oggetto di varie supposizioni, tendenti a smentire l’indicazione del Vasari, che faceva risalire la sua origine all’anno 1481.
A porre in dubbio tale data era intervenuta la monumentale ricerca di Adriano Franceschini sugli artisti a Ferrara in età rinascimentale, con la scoperta di alcuni documenti nei quali Benvenuto Tisi figurava nel 1502 in giudizio per la riscossione di crediti; presenza per la quale occorreva la maggiore età fissata dagli statuti ferraresi in 25 anni. E ciò aveva indotto critici ed esegeti ad anticipare l’anno di nascita al 1476.
Per la verità non era mai apparsa del tutto convincente quella retrodatazione, sia perché sconvolgeva la precocità artistica del pittore descritta dal Vasari, sia perché ci sono stati altri casi di “minori” chiamati in giudizio a seguito della morte del genitore. Ebbene, i curatori del catalogo della mostra ferrarese restituiscono ora valore all’asserzione del Vasari e, sulla base anche di nuove valutazioni e comparazioni, giungono addirittura ad ipotizzare perfino un anno di nascita posteriore al 1481.
A sollevare il dubbio sono i periodi dell’apprendistato presso Domenico Panetti, che, secondo il Vasari, avviò Benvenuto alla pittura, e quello riportato in un atto del 1497 presso il Boccaccino, seguito dall’incontro con Lorenzo Costa nel 1499.
Scrive, infatti, Mario Lucco in “Inurbamento culturale di un terrazzano schifiltoso” (definizione tratta dal Longhi), pp.17-28: “Val la pena di osservare che, ove non si conferisca al 1502 un valore legale cogente rispetto al raggiungimento della maggiore età (termine fissato a venticinque anni), in quanto riscuotere un affitto non è certo come firmare un contratto, o fungere da testimone giurato, non è necessario nemmeno pensare che avesse ragione Vasari a indicare il 1481 come data di nascita, essendo relativamente anomalo che Benvenuto venisse messo a bottega, e iniziasse il suo tirocinio quasi all’età in cui gli altri lo finivano, cioè a sedici anni. Chi doveva apprendere il mestiere di pittore veniva generalmente posto presso un maestro assai prima. A meno che non si tratti qui di un secondo apprendistato, fatto già il primo presso Domenico Panetti: ciò che però è ai nostri occhi escluso da una cronologia dell’artista che tenga seriamente conto di un documento del 16 dicembre 1499 (vedi Franceschini), in cui Panetti si impegna coi massari dell’Arte dei Fabbri di Ferrara di dipingere loro un gonfalone, e agisce in proprio in quanto, come risulta da un altro atto al quale il notaio rimanda, era stato “emancipatus a dicto eius patre” ancora vivente. Tale dispensa legale paterna significa che egli non aveva ancora raggiunto, nel 1499, l’età di venticinque anni che sarebbe stata necessaria per rogare; e dunque che egli era nato almeno nel 1475, se non, con più probabilità, qualche anno dopo, in vicinanza del 1480, trovandosi ad essere quasi coetaneo di Garofalo.” (cit. p. 25)
Poiché l’alunno non può essere coetaneo del maestro, Lucco prospetta dunque una data di nascita posteriore al 1481. Ma Barbara Ghelfi nel “Regesto documentario”, pp. 187-199, ritiene “ancora accettabile la data proposta da Vasari. Per la formazione di Benvenuto, oltre all’alunnato presso Boccaccino impegnato a Ferrara dal 1497 al 1500, furono fondamentali l’esempio di Domenico Panetti e l’influenza di Lorenzo Costa, impegnato nel 1499 a decorare l’abside della Cattedrale.” (cit. p.187). Riguardo al documento del 1502, la curatrice ritiene poi che “la morte del genitore basta a giustificare la partecipazione alla riscossione dell’affitto sui beni di famiglia.” Ib.
Insomma, a Benvenuto Tisi viene restituita la sua data di nascita, mentre è ancora aperta la discussione sul luogo di nascita: a Garofolo di Canaro o a Ferrara? Questa seconda ipotesi si basa su alcune carte ritrovate da Luigi Napoleone Cittadella, secondo le quali la famiglia Tisi aveva già ottenuto la cittadinanza ferrarese nel 1465 nella persona di Domenico, figlio di Folco Tisi.
Il documento non appare però del tutto provante perché Folco era fratello di Pietro, padre di Benvenuto, e, tenuto conto che altri cugini rimasero a Garofolo nella casa e nell’azienda di famiglia, la cittadinanza ferrarese di Domenico non necessariamente doveva estendersi a tutta la famiglia.
Un dubbio che non sfiora Giovanni Ricci che in “1481-1559: i termini di una vita, la parabole di uno Stato”, pp. 47-52, individua fra l’altro nella data di nascita e di morte del Garofalo due coincidenze fondamentali per la vita del ducato: la guerra con Venezia e la morte del duca Ercole II.
La prima delle due date lascia indirettamente trasparire una ragione molto concreta dell’emigrazione di Pietro Tisi a Ferrara, cioè la guerra detta “del sale” 1482-1484, che vide la Traspadana Ferrarese teatro di varie battaglie. Scrive infatti il Ricci: “Una minaccia mortale incombeva su Ferrara appena pochi mesi dopo la nascita di colui che diventerà il pittore Garofalo. E se, come sembra, egli era originario della zona di Canaro, a nord del Po, nella cosiddetta Transpadana estense, quando era ancora in fasce si trovò direttamente esposto alla minaccia. Si trattava della guerra del Polesine che oppose Ferrara a Venezia dal 1482 al 1484. La città stessa fu assediata, la continuità dinastica minacciata. Infine il ducato si salvò, ma perdette quasi tutto il Polesine. Soldataglie di ogni genere, neppure tutte cristiane, scorrazzavano per il Ferrarese durante la prima infanzia del Garofalo.” Cit.p.47-48
Questo, certo, potrebbe aver indotto Pietro a lasciare Garofolo e a raggiungere i parenti in città, dove Benvenuto cominciò ad andare a scuola e a mostrare la sua grande passione per il disegno, ma anche questa è un’ipotesi che deve trovare conferma.
Comunque sia, è certo che i Tisi erano originari da Garofolo, ed il fatto che il pittore fosse soprannominato Garofalo resta forse la prova più concreta che il paese di provenienza – e quindi molto probabilmente di nascita – sia stato scelto per identificarlo, analogamente a quanto successe per altri artisti (ad es. Caravaggio).
A Garofolo di Canaro è ancora presente la casa del Tisi, ridotta purtroppo in uno stato di estrema precarietà. Il rinnovato interesse per il pittore, risvegliato anche dalla recente mostra ferrarese, ha riportato l’attenzione sull’antico edificio che il Comune di Canaro ora si appresta a recuperare secondo le indicazioni della Sovrintendenza di Verona, con un intervento di restauro conservativo.
Ma la mostra del castello di Ferrara è stata soprattutto la grande occasione di ammirare una monografia del nostro pittore che veniva denominato il “Raffaello estense”. In proposito, Tatiana Kustodieva in “La scuola ferrarese di pittura nelle collezioni dell’Ermitage”, pp.29-39, rivela un curioso aneddoto, che però è estremamente significativo: il primo dipinto di epoca rinascimentale ad arrivare nella Russia di Pietro il Grande fu la Deposizione nel sepolcro” del Garofalo, ma ritenuta opera di Raffaello.
Il volume, curato dalla Fondazione Ermitage Italia, è completato dal breve saggio “Garofalo pittore devotissimo e la committenza degli ordini monastici.”di Anna Maria Fioravanti Baraldi, attualmente la maggiore esperta del Garofalo e della sua arte. La studiosa si sofferma sulle opere del Tisi un tempo esposte nei monasteri ferraresi, con riguardo alle pale d’altare e in particolare alla bella tavola centinata raffigurante La Madonna col Bambino in trono tra i santi Giorgio, Silvestro, Girolamo, Giovanni Battista, Maurelio e una santa martire, che campeggiava sull’altare maggiore del monastero benedettino di San Silvestro.
“L’attività di Garofalo per le aristocratiche sorelle benedettine – scrive la Fioravanti Baraldi – contribuì a diffondere la sua fama di pittore devoto e di intelligente interprete del grande Raffaello, tanto che le vicine Clarisse di San Bernardino potranno vantarsi dei suoi favori… pittorici per ben vent’anni continui tutti i giorni di festa per l’amor di Dio, durante i quali fece molti lavori d’importanza a olio, a tempera ed a fresco.”
Ed è proprio dallo scomparso monastero di san Bernardino che ha preso corpo la collezione di pittura ferrarese dell’Ermitage con l’acquisto, ordinato all’inizio del 1840 dallo zar Nicola I, di alcuni quadri dipinti dal Garofalo per le Clarisse, come rileva la Kustodieva nel suo saggio sopra citato.
Fu davvero intensa l’attività del Garofalo, che con le proprie opere arricchì molte chiese di Ferrara. Nonostante nel 1531, all’età di cinquant’anni avesse perduto la vista dell’occhio destro, continuò senza sosta la sua attività fino al 1550, quando divenne completamente cieco.
Morì nove anni dopo, nel 1559 e venne sepolto nella basilica ferrarese di S. Maria in Vado nel loculo fattosi costruire già da qualche anno accanto a quello della moglie morta precedentemente. Nel 1829 le sue spoglie furono trasferite nel cimitero della Certosa di Ferrara, dove nel 1841 gli fu dedicato un monumento nella Cella degli Uomini Illustri, opera dello scultore Angelo Conti.
Un manoscritto di poco più di una cinquantina di pagine, redatto nel 1870 da A. Casalini¹, riporta notizie interessanti della storia della scuola a Rovigo. Lo scritto comprende un arco di tempo di quattrocento anni dal 1483 al 1866, ma i riferimenti che vi si leggono fanno pensare che la scuola a Rovigo esistesse già dal secolo XIII, dato che il conte Girolamo Silvestri parla di una scuola di grammatica citata negli Statuti di quel tempo.
Di scuola si parla anche negli Statuti successivi, quelli del 1429, anche se non direttamente: viene infatti riferito che, alla pubblicazione degli stessi, fra le altre persone presenti, c’era il maestro Antonio Mastello il quale in città svolgeva la sua professione.
La scuola di grammatica dunque esiste già dal XIII secolo e continua nel tempo, probabilmente non in modo assiduo perché, a pagina 6 del citato manoscritto, è riportato che il 12 marzo 1483, mentre infuriava la guerra tra veneziani e ferraresi, il Consiglio, su proposta di Giovanni Campagnolo, delibera che gli ufficiali del Comune, preposti all’istruzione, si impegnino in ogni modo per trovare un maestro che sia “adatto ad istruire i fanciulli, che sia eletto per tre anni, che non appartenga al Consiglio o che vi possa votare”.
Forse trovare la persona adatta non è stata un’impresa facile poiché, il 14 settembre dello stesso anno, Andrea Nicolio propone di mandare due cittadini, appositamente nominati, a Venezia per trattare con il maestro Paolo D’Arzignano prospettandogli l’impiego per tre anni fissi e due a suo “beneplacito qual prezzo migliore che potessero ottenere”. Nemmeno questa volta riescono ad ottenere quanto si propongono, poiché il 27 febbraio dell’anno successivo, Silvestro de Rossi, si lamenta in Consiglio per la mancanza, ormai da troppo tempo, di un precettore e propone la nomina, come maestro, di Giovanni Andrea Mastello da Lendinara che, già in altri tempi, aveva occupato tale carica in Rovigo. L’incarico è per due anni, a partire dal primo maggio 1484 e lo stipendio di 55 ducati d’oro veneti² e in più di una casa per abitazione.
Finalmente la scuola può riprendere, la riapertura è senz’altro agevolata dalla fine delle ostilità tra Ferrara e Venezia (Guerra del Sale 1482-84). Rovigo ed il suo Polesine (una porzione della parte settentrionale dell’attuale provincia) fanno ora parte del territorio della Serenissima e la scuola rodigina può ricominciare la sua attività con nuovo slancio: è frequentata da parecchi fanciulli, poiché a pagina 13, sempre del manoscritto del Casalini, si legge che il maestro è tenuto ad avere un ripetitore, che si occupi di dare le basi dell’istruzione.
Di un ripetitore si parla anche nel 1523 probabilmente perché il numero degli scolari è tale che un solo maestro non è in grado di assicurare un’istruzione adeguata. L’istituzione si radica e si amplia, tanto che nel 1768 non sono sufficienti due insegnanti, ma non mancano i problemi: “sicché non bastava né il tempo, né la sete, né la volontà dei maestri, perciò il profitto era sceso” e si propone così la nomina di un terzo maestro.
La considerazione in cui sono tenuti i precettori è evidente dallo stipendio che ricevono per il lavoro che svolgono nelle diverse classi: al terzo maestro, che insegna i primi elementi, ducati 50; al ripetitore nelle classi di mezzo ducati 100; al precettore che insegna grammatica e umanità alle superiori ducati 150. Gli onorari dei maestri variano a seconda dei periodi, o molto più probabilmente a secondo della situazione economica, infatti si legge che, nel ‘500, lo stipendio del maestro e del medico è di ducati d’oro 100.
Ma la situazione non si presenta stabile: si alternano difatti periodi di tranquillità ad altri in cui il Comune non è in grado di pagare il precettore, stremato com’è da guerre e da calamità. Reperire i soldi per pagare precettore e medico deve essere un problema che si cerca di risolvere, almeno in parte, prelevando quanto necessario dalle entrate delle gabelle fin dal 1503. Solo nel 1719 viene creato un fondo apposito con l’imposizione di un dazio di “due piccoli per inghistara”³ portato a “8 soldi per mastello” dal 1762. Se il dazio non è sufficiente l’erario comunale deve partecipare alle spese.
Un lungo periodo di pace, tra il 1515 e il 1797 anno della caduta di Venezia, favorisce, anche a Rovigo, una fioritura, se così si può dire, delle arti e delle lettere. Di questo periodo è la fondazione di varie accademie che hanno vita più o meno breve se si eccettua “L’Accademia dei Concordi” fondata nel 1580 e tuttora molto vitale nel palazzo che lo ospita dal 1814.
La scuola prende un aspetto stabile nel 1592, come decretato dal Concilio di Trento: in ogni diocesi deve infatti essere istituito un collegio per i giovani che desiderano dedicare la loro vita alla chiesa, e a Rovigo viene avviato un Seminario ubicato nei locali che ancora oggi vengono chiamati “Seminario Vecchio”.
La nomina dei maestri pubblici viene fatta ogni tre anni dal Consiglio. Due cittadini, eletti anche loro ogni tre anni, muniti di apposito mandato, visitano la scuola due o tre volte la settimana. La scuola, con questo tipo di ordinamento, continua fino alla caduta della Repubblica Veneta. Per un lungo lasso di tempo, fino al 1806, l’unica forma di istruzione data dal Comune la troviamo fornita dal ripetitore Don Giuseppe Lazzarini, che esercita l’attività presso la sua casa con una gratificazione annua di 62 ducati.
Chi si ricorda più della scrittrice trevigiana Luigia Codemo (1828-1878), in contatto con alcuni dei maggiori scrittori del suo tempo, da Manzoni a George Sand? Sicuramente qualche alfiere della letteratura al femminile dell’Ottocento e forse anche – paradossalmente per lei che non era mai andata a scuola – accademici e universitari.
Ma ad indurci a rivolgerci a lei da queste colonne, sono poche ma vivaci pagine dedicate a Rovigo e al Polesine in un suo volume di ricordi del 1875. Pagine di grande interesse e purtroppo non più ristampate, anche se ne abbiamo trovato ampia e ammirata traccia nel volumetto che Giovanni Capnist ha dedicato una quindicina d’anni fa alla cucina polesana.
E dunque, Luigia Codemo, che era nata Treviso in casa del professor Michelangelo e di Cornelia Sale poetessa e traduttrice, era di estrazione borghese, anche se la madre in prime nozze aveva sposato un Mocenigo ereditandone molte sostanze, compresi certi vasti possedimenti in quel di Polesella.
Saranno proprio queste proprietà a far conoscere Rovigo e il Polesine da vicino alla scrittrice fin dalla giovinezza. Ma lasciamo parlare la stessa Codemo: “la villeggiatura la si faceva alla Polesella, punto centrico delle possessioni di mia madre e dei viaggi e delle dimore, vale la spesa di parlarne pei confronti. Intanto da Treviso alla Polesella ci si metteva due o tre giorni… Fatta sosta a Noale, si sbarcava a Padova… La mattina seguente s’ascoltava la messa al Santo, si pregava per la felice continuazione del cammino, e si ripartiva per Rovigo: e là pranzo obbligato alla Cappa d’oro, nella stessa camera, dove con voce nasale lo stesso cameriere recitava la monotona litania della carta a sapere: le tagliatelle, la bondjola, il fegato dolce-garbo, le animelle, la polenta coi fagioli, e che so io?… ed altri piatti insaorà, tutti mangiari paesani. Ma l’appetito s’accomodava d’ogni pasto, pur che netto. Dopo pranzo, il baraccone riprendeva, coll’usato cigolio di rote e di catene, la strada. Si imboccavano quei lunghi e veramente meravigliosi viali fra due filari di pioppi d’Italia, e passato il Canal Bianco si toccava la Polesella”.
Vale la pena di ricordare che Cappa d’oro, che era antica e rinomata locanda dal titolo spagnoleggiante, ancora oggi esistente sia pure sotto altro nome, si trovava di fianco al sagrato di San Francesco, ma aveva allora (e fino non molti anni fa) un altro accesso sul retro che immetteva allo stallo, così che vi si poteva arrivare in carrozza, come già era occorso allo scrittore Hans Christian Andersen.
E dalle campagne di Polesella, continua Luigia Codemo, “si scorge il Po, che ad oriente svolta lontano, e l’occhio abbraccia la curva grandiosa della riva, piena di abitazioni, anzi di paeselli; a chi si trova là in sull’imbrunire, gli è uno spettacolo, formato solo da lumi sparsi, e riflettuti in lunghe striscie sull’acqua. Anco il paesaggio ha del singolare in quelle biche di canapa e lino, specie di comignoli argentei che risaltano sul verde dei prati, e fra molte case dipinte di rosso. Gran bellezza fanno in quei luoghi i pioppi”.
Non diverso si presenta anche oggi il paesaggio a chi si avventura sull’argine, lasciandosi alle spalle le luci del paese. Nel buio, i pioppi che salgono dalle golene offrono al passante il sussurro di avvincenti e perdute storie, come quelle che, ormai tanti anni fa, Riccardo Bacchelli tornò a raccontare nel suo romanzone: “Il mulino sul Po”, che, si dice, diventerà un parco letterario, ma dalla parte di Ro ferrarese.
Quanto ai cibi, essi non si discostano da quelli che ogni buona trattoria offriva in quella seconda metà dell’Ottocento, come ben testimonia Pellegrino Artusi, il bonario, ma inflessibile, gastronomo romagnolo trapiantato a Firenze, che proprio a Polesella aveva avuto occasione di assaggiare un gustosissimo risotto alla cacciatora, che inserì nel suo gran ricettario dell’Italia unita.
Proprio da queste parti, il supremo maestro di Forlimpopoli, ancora giovane, sulla strada del ritorno dalla fiera dei cavalli di Rovigo, non aveva mancato di fermarsi a mangiare un boccone con un amico, scoprendovi quello straordinario risotto che, cinquant’anni dopo, sarebbe passato pari pari nella celeberrima raccolta di ricette. Ecco, dunque, ad accogliere i due mercanti stanchi ed affamati, “uno stanzone terreno che in molte di simili locande serve da cucina e da sala da pranzo”.
Alla richiesta del menù, l’ostessa si limitò a dire “ho tirato il collo a diversi polli per domani e potrei fare i risi”. Detto e fatto, perché, subito la donna “spezzettò un pollo escludendone la testa e le zampe, poi lo mise in padella quando un soffritto di lardone, aglio e prezzemolo aveva preso colore. Vi aggiunse di poi un pezzo di burro, lo condí con sale e pepe, e allorché il pollo fu rosolato, lo versò in una pentola d’acqua a bollore, poi vi gettò il riso, e prima di levarlo dal fuoco gli diede sapore con un buon pugno di parmigiano. Bisognava vedere che immenso piatto di riso c’imbandí dinanzi; ma ne trovammo il fondo, poiché esso doveva servire da minestra, da principii e da companatico”.
E il vecchio Pellegrino Artusi, accarezzandosi i candidi favoriti, dopo tanti anni si limita ad aggiungere, di suo, che “invece del lardone, se non è squisito e di quello roseo, può servire la carnesecca tritata fine, che il sugo di pomodoro, o la conserva, non ci sta male e perché il riso leghi bene col pollo, non deve essere troppo cotto, né brodoso”.
Niente altro dice di una cucina di confine che prosperava in quelle osterie in cui, con la massima semplicità, si celebravano, senza neppure volere e sapere, i fasti modesti di una tradizione segreta e perduta nei ricettari di casa.
In un paese che, per quanto riguarda le tradizioni e le mentalità, era ancora una sorta di caleidoscopio, a dispetto di una giovane unità nazionale che appariva come era una coperta troppo corta, i confini erano tanti, coltivati sul filo di una diversità che oggi chiamiamo varietà. Se poi si parla di Polesine, i confini sono, oltre che numerosi, anche incerti, perché dalle lontane ascendenze mantovane e ferraresi accompagnano il Po fino ai rami del suo delta per poi perdersi in mezzo ai canneti ormai alle soglie del mare.
Ci sono voluti i preparativi per il centenario della morte di Amos Bernini (1842-1909) per scoprire e fare emergere un’inedita Melara garibaldina che nel corso dell’Ottocento ha promosso iniziative ed ha combattuto per l’unificazione italiana. Si è partiti dalla scritta murata sull’arco Chigi per andare a ritroso alla scoperta di testimonianze, un lavoro lungo e paziente d’archivio, che ha dato alcuni frutti che qui si vogliono enunciare ed esporre sinteticamente.
L’aquila bicipite austriaca governava il Lombardo-Veneto dal 1816 e dopo 50 anni nel 1866 ci fu il passaggio allo Stato italiano. Tutti ben sappiamo quanto fu lungo e battagliero il nostro Risorgimento. I fermenti antiaustriaci erano in atto già da tempo e gli abitanti di queste contrade ribollivano di umori nuovi, freschi di idee portate da altri luoghi come Ferrara e Mantova. Anche in ambito melarese ci furono pertanto combattenti, garibaldini e volontari: vediamoli assieme questi ambasciatori della libertà!
I Moti del 1831
L’antesignano locale dei tumulti quarantotteschi si può individuare in Giuseppe Gobbi: egli, infatti, viene segnalato dalla polizia austriaca e tenuto d’occhio in quel di Viadana già negli anni 1823-31, è un impiegato di finanza nella località mantovana ma non per questo lasciato fare impunemente.
Il 1848-49
Il quarantotto si fa vicino e due volontari melaresi partirono al seguito dei volontari impegnati nella Prima Guerra di Indipendenza: Pietro Antonio Soffiatti ed Ercole Losi, il primo 23.enne arruolato nei bersaglieri, l’altro diciottenne nel 1° granatieri.
Pugnarono nei combattimenti per liberare le città come Vicenza anche il locale Bianchini Francesco, mentre Borsari Vincenzo, Milani Tommaso e Parmeggiani Pietro si unirono ai combattimenti a Venezia ed Ancona.
Tutti e quattro costoro fecero ritorno alle loro abitazioni e, cinquant’anni dopo, tutti e quattro furono in grado di partecipare ai festeggiamenti del 50.mo voluti nel 1898 dal sindaco di Rovigo l’allora Amos Bernini.
Nella vicina Ferrara, già capoluogo di Melara e dei paesi della Transpadana, vivevano inoltre i Leati proprietari di una villa con terreni a Melara, i quali furono attivi patrioti, tanto che numerosi loro membri si trovarono impegnati sia nei direttivi dei Governi provvisori che nelle successive battaglie garibaldine.
La terribile parentesi del 1851-52
Dopo i moti quarantotteschi s’inasprì il clima: gli austriaci, al fine di soggiogare gli abitanti, diedero vita a norme che vietavano di portare armi in casa senza espressa licenza; in tale modo, chiunque fosse trovato con armi proprie senza il benestare, poteva essere arrestato e passato per le armi. Ciò accrebbe lo spirito di ribellione, talchè si organizzarono vere e proprie bande che, approfittando di alcuni anni calamitosi per i raccolti, vagavano nelle nostre terre come del padovano e mantovano per saccheggiare le case private e fare incetta di beni.
La risposta del Governo fu tremenda! Arresti e fucilazioni a raffica in ogni paese. Nella memoria collettiva sono ancor vivi i ricordi delle bande della cosiddetta “Pergulina”, un palo che nottetempo veniva usato per picchiare agli scuri di malcapitati benestanti per riscuotere soldi o mercanzia, in cambio della vita salva.
Azioni di brigantaggio dunque, che niente avevano a che fare con gli ideali del Risorgimento, ma che diedero modo agli Austriaci di aumentare il controllo sul territorio anche a scapito dei patrioti. Ogni paese in riva al Po aveva la propria banda, Stienta fu in particolar modo bersagliata e non pochi degli adepti caddero nelle retate austriache.
Per quanto riguarda il territorio di Melara, lasciarono la loro vita nelle carceri militari di Este i melaresi Giuseppe Bacchiega, di anni 41, Luigi Gobbi, di 42 anni, Giuseppe Bacchiega detto Merlo, di 52 anni, ed in quelle di Rovigo Alessandro Geminiani di 35 anni. Mentre vennero messi a “Fuoco e piombo”, cioè fucilati in località “Bovette” dai gendarmi dal Giudizio Statario d’Este e dal suo tribunale itinerante i malcapitati “banditi”, originari di Bergantino: Poltronieri Giovanni detto Verza (26 anni), Poltronieri Angelo (25), Poltronieri Giuseppe detto Pantare e Moro (30), Trentini Pellegrino detto Cantel (26), Gardini Biagio detto Scavezzoto (26) e Frezzato Luigi detto Mariano (45), quest’ultimo di Papozze. Inutile dire che questi atti aggravarono sempre più la tensione nei nostri paesi.
Anno 1855-59
Il colera andò a pregiudicare la già precaria situazione igienico sanitaria dei paesi: nel 1855 il morbo fece a Melara 118 vittime nel solo mese di luglio. In questi anni sono numerosi i melaresi segnalati ed arrestati dalla polizia austriaca mentre erano in procinto di lasciare il territorio per arruolarsi come volontari in Piemonte, ma pure nei gruppi ferraresi. Bastava oltrepassare il confine di Stato a S. Maria Maddalena, oppure con la complicità di traghettatori prendere il largo lungo le anse del Po per trovare riparo e sfuggire ai gendarmi dell’aquila bicipite.
Molte testimonianze ci sono documentate nell’archivio della Delegazione Provinciale a Rovigo presso il nostro Archivio di Stato di Rovigo: sono braccia che impugneranno i fucili nel corso della Seconda Guerra di Indipendenza, ma assieme a loro c’è anche gente semplice che intendeva emigrare, soltanto per trovare altrove occasioni di lavoro. Così nelle antiche carte troviamo i nomi e le vicende di Beolchi Angelo scrivano, Chiavegatti Luigi, merciaio, Chiavegatti Napoleone, sarto, Leati Gaspare, perito agrimensore, Leati Tito, possidente, Losi Carlo, merciaio, Soncini Lazzaro, possidente, Staza Francesco, casaro, Tinti Materno, contadino e diversi altri ancora.
Anno 1866
Nel corso della Terza Guerra d’Indipendenza infine, troviamo fra i combattenti Bruto, Vincenzo ed Ippolito Leati che per il loro valore furono soprannominati da Garibaldi i “Cairoli di Ferrara”. I loro cugini (che abitavano in paese per meglio seguire le vicende finanziarie) partirono infine anch’essi per l’avventura della liberazione come Gaspare e Tito.
Fra i numerosi patrioti, almeno un centinaio (ancora nel 1866 nella Guarda Nazionale sono più di 170 i fucili destinati alla stessa) troviamo anche il nostro Amos Bernini allora 24.enne che, l’anno successivo al seguito di Garibaldi partecipò al tentativo di occupare Roma: a Monterotondo il 25 ottobre del 1867 i garibaldini hanno la meglio sulle truppe pontificie, ma poi vengono bloccati a Mentana il 3 novembre dall’intervento dei Francesi a fianco delle milizie papali.
Con la conclusione della Terza Guerra di Indipendenza, Melara ed il Veneto vengono uniti all’Italia. In paese a quanto è dato sapere non ci furono particolari ritorsioni nei confronti di personaggi che si fossero dimostrati insensibili al richiamo degli ideali patriottici, ad eccezione della partenza dell’arciprete don Pellegrino Soldà (1802-1874), favorevole al governo austriaco, come il fratello Eugenio (1817-1906), arciprete a Castelmassa, che invece conobbe anche l’arresto da parte delle neonate truppe italiane.
La lapide murata nell’arco Chigi
La struttura risale al 1675, unica nel suo genere nell’intero Polesine: trattasi di un arco – che unisce due serie di case – da cui parte una strada, chiamata via Targa, che porta all’argine del Po.
La costruzione, di pregevole fattura, fu innalzata quale ringraziamento della popolazione verso colui che diede il benestare affinché anche in queste zone si potesse tenere il mercato franco, cioè libero da tasse e gravami, ogni settimana iniziando da quell’anno, cioè il cardinale legato a latere di Ferrara, Sigismondo Chigi, parente del papa Rospigliosi.
Sullo storico arco è stata inoltre apposta una lapide con una scritta risorgimentale, connessa ai fatti del ’66. Presumibilmente fu murata nei giorni successivi all’arrivo a Melara dell’esercito italiano nel corso della Terza Guerra di Indipendenza, quando le truppe, al comando del generale Enrico Cialdini (1811-1892), superato il Po, fecero una sosta nel centro del paese, prima di continuare la loro marcia.
Così recita la lapide:
8 LUGLIO 1866 CESSATA LA DOMINAZIONE AUSTRIACA TRUPPE ITALIANE QUI PRESERO STANZA E FUMMO LIBERI.
Una frase indubbiamente significativa, che quasi lascia intravedere uno “sfogo” per essere i melaresi divenuti padroni delle proprie sorti e dal laccio stretto dell’oppressione straniera.
Melara inoltre, proprio in quei giorni, iscrisse Giuseppe Garibaldi a membro della locale Società di Mutuo Soccorso. Il Generale ringraziò con una lettera datata Firenze 26 settembre 1866 con queste poche righe “Amici L’onore da voi conferitomi con gratitudine somma accetto e con affetto vi stringo la mano. Vostro sempre G.Garibaldi”. Ed una nuova epoca era di fatto iniziata.
La nascita della nuova provincia del Polesine, con capoluogo Rovigo, avvenuta nel 1815 per volontà austriaca, aveva comportato il definitivo distacco della Transpadana Ferrarese dalla città di Ferrara e lo spostamento della linea di confine fra il Regno Lombardo-Veneto e lo Stato della Chiesa dal corso del Tartaro-Poazzo a quello del Po.
Con tale decisione, presa al Congresso di Vienna senza consultare la volontà popolare, venivano bruscamente tagliate relazioni politiche, economiche e religiose millenarie di una consistente parte dell’Alto Polesine con la città di Ferrara, provocando malumore fra la gente e disagi di vario genere, di cui vi è abbondante memoria anche nell’Archivio Comunale del mio paese, Bagnolo di Po.
Come prima conseguenza, il nome di Bagnolo venne integrato con l’aggiunta “del Polesine”, una dicitura necessaria per distinguerlo dagli altri omonimi lombardi e veneti, ma invisa al popolo e perciò usata di rado, che sarà propedeutica al definitivo “di Po” di epoca post-unitaria.
L’integrazione dei Transpadani nella nuova entità amministrativa, risultò subito problematica e, per certi aspetti, non ancora del tutto accettata. Allo storico retaggio di diffidenza nei confronti dei veneziani, talora nemici e invasori di questa terra, si univano anche difficoltà di ordine geografico-logistico, legate alla forma allungata della provincia, che rendeva i collegamenti col nuovo Capoluogo oltremodo difficili per i Transpadani. La viabilità dell’epoca era infatti ancora impostata sugli argini tortuosi di fiumi e canali, con due direttrici principali legate al corso dell’Adigetto e del Canal Bianco. Rovigo, sviluppatasi lungo il corso dell’Adigetto, era per i Transpadani una città lontana, difficilmente raggiungibile, specie durante la stagione piovosa, mentre Ferrara, subito al di là del ponte fra Santa Maria e Pontelagoscuro, era ancora la madrepatria, coi suoi bei palazzi, i due mercati settimanali, i ricchi negozi, l’antico studio universitario.
A Ferrara risiedeva anche la facoltosa borghesia dalla quale dipendevano molte aziende agricole transpadane. Nella città estense, in particolare, viveva il marchese Sigismondo Gavassini, che aveva rilevato dalla Camera Apostolica la grande azienda dei Gesuiti (le Arioste) in seguito alla soppressione del loro ordine (1773). Qui aveva la sua sede la Mensa Vescovile e vi risiedevano il conte Masi, la famiglia Ruffoni, ed altri proprietari di terre in Bagnolo, coi quali era necessario tenere rapporti economici. Ma il fiume Po, tradizionale via di comunicazione, era stato ridotto dai nuovi padroni ad una linea di confine molto sorvegliata che rendeva problematica la continuazione delle normali relazioni fra i coloni della ex Transpadana e i proprietari ferraresi che di fatto vivevano ormai in un altro Stato (quello Pontificio) con cui le relazioni erano improvvisamente divenute difficili.
Ho tratto dall’Archivio Comunale di Bagnolo alcune testimonianze che ci permettono di riportare alla memoria le difficoltà causate dalla dominazione austriaca alla libera circolazione delle persone. Ne ho scelte alcune fra le più significative.
Istanza di passaporto di Bisi Costanzo, 2 ottobre 1837:
“Costanzo Bisi, essendole scaduto il passaporto per l’Estero Pontificio e trovandosi tuttavia nella circostanza di dover recarsi a Ferrara ove soggiornano i di lui debitori signori Francesco Zagatti e Barbara Bonetti, nonché il creditore dott. Canonico Lorenzoni, coi quali ha di sovente necessità di conferire…. si produce con la presente a chiedere un nuovo passaporto valitivo per un anno, il quale comprende anche il suo domestico Govanni Battista Mantovani il quale deve condurre il mezzo di trasporto. Si dichiara il petente conoscitore della legge di emigrazione ed assenze illegittime, per cui promette di ritornare di volta in volta in questi stessi stati e segnatamente in Bagnolo ove tiene le sua residenza. Costanzo Bisi”.
Analoghi motivi spingono il pizzicagnolo Paolo Trevisani, nativo di Solesino, ma residente a Bagnolo, in quanto sposato con una Pasetti, a richiedere alla Deputazione Comunale il rilascio del passaporto per recarsi a Ferrara. Documento del 17 febbraio 1842:
“Dovendo saldare un debito con la famiglia Ruffoni di Ferrara (proprietari di vari fondi in Runzi condotti dai Pasetti) e trovandosi questa in Stato Estero….. dovendo liquidare colà il cospicuo debito onde evitare una procedura di esproprio…. prego la Deputazione Comunale a voler implorare un passaporto valitivo per un anno.
E siccome nel debito stesso comprendesi anche il cognato Pasetti Giusepe, così dovendosi trovare assieme a tale liquidazione, prega onde ancor’esso sia compreso in detto passaporto.
Promette che coll’uso del passaporto non farà contrabbandi, né favorirli. Trevisani Paolo”.
Non sempre però le pratiche per il rilascio dei passaporti venivano evase in tempi ragionevoli. Evidentemente anche allora la burocrazia poteva avere tempi lunghi od intoppi di varia sorte, dovuti più alla pignoleria delle procedure, che all’inefficienza degli uffici. Nel sistema amministrativo di epoca austriaca, basato su tre livelli crescenti di autorità, (comune, distretto e provincia), la prassi prevedeva varie fasi: come primo atto una richiesta in carta bollata al Comune di residenza, che a sua volta l’inoltrava all’ufficio superiore, la Commissione Distrettuale di Badia, accompagnandola con un primo parere scritto sull’effettiva necessità del richiedente di espatriare; presso la Commissione avveniva un secondo esame ed un secondo parere scritto che integrava quello del sindaco con informazioni di ordine politico e comportamentale sul “petente”, fornite dalla polizia; il tutto veniva poi inviato alla Commissione Provinciale di Rovigo, “l’eccelsa superiorità”, dal cui insindacabile giudizio dipendeva il rilascio del passaporto, che aveva validità annuale.
Ogni anno bisognava poi ripetere la procedura, col rischio che un disguido postale o una informazione negativa (bastava essere sospettato di sentimento antiaustriaco o di simpatia filo-liberale) potessero compromettere il buon esito della pratica o comportare ritardi imprevisti. È il caso di Girolamo Morellini, che non avendo ricevuto risposta alcuna alla sua prima domanda, seccato dal ritardo, torna a fare richiesta alla Deputazione Comunale:
“Fin dal giorno 11 aprile prossimo passato (1844), il sottoscritto produceva a codesta Deputazione apposita istanza per rinnovazione di un passaporto all’estero, ma fin qui non l’ottenne.
Urgendo però al petente di ridurmi a Ferrara immediatamente per firmare una scrittura di affitanza di vari fondi in questo comune colla Rev.ma Mensa Arcivescovile di Ferrara ed esigere una somma dalla ditta Liboni, mentre in caso diverso sommo scapito diverrebbe al proprio interesse, con insistenza prega codesta Deputazione a procurargli infrattanto una CARTA DI PASSO valitiva giorni 15 se non ha pervenuto il passaporto. Grazie, Girolamo Morellini possidente”.
In effetti il nostro Girolamo, quantunque il fratello Antonio fosse allora “deputato”, vale a dire sindaco di Bagnolo, dovrà accontentarsi di questa provvisoria carta di passo per gli interessi più urgenti e reiterare nuova domanda per ottenere il passaporto con validità annuale.
Ancor più complessa la procedura se a chiedere il passaporto era un coscritto, vale a dire un giovane soggetto alla leva militare. In tal caso, oltre ai validi motivi per l’espatrio e al comportamento ineccepibile, egli doveva garantire la certezza del rientro mediante un deposito cauzionale in denaro contante oppure mediante la garanzia sopra beni immobili in suo possesso, liberi da ipoteche. Una strada già difficile per chi disponeva di capitali, impossibile per i poveri. Come nel caso del figlio di Calzavarini (la documentazione incompleta non ci consente d’identificarne il nome), che vorrebbe recarsi a Ferrara per conoscere i parenti, ma la domanda viene respinta già dalla Commissione Distrettuale di Badia, perché le garanzie risultano insufficienti, né la famiglia, ormai in difficoltà economiche, potrebbe darne di ulteriori.
Strettamente controllati erano anche i movimenti di persone all’interno dello stesso Regno Lombardo Veneto, per i quali era necessario munirsi del cosiddetto Passaporto all’Interno. Ma di questo avremo modo di parlare in un prossimo numero di questa rivista.
(Si ringrazia l’Amministrazione Comunale per la gentile disponibilità alla consultazione dell’Archivio).
La storia del Polesine è fortemente legata all’attività dell’uomo finalizzata a dare sicurezza ad un territorio da sempre minacciato dalle acque dei grandi fiumi, nonché caratterizzato per secoli dal permanere di acque stagnanti¹.
Furono i benedettini della Vangadizza a ricercare le prime soluzioni ai gravi problemi, ma fu soprattutto grazie alla nascita dei Consorzi di Bonifica che si intraprese la via per un assetto più durevole delle opere. Iniziative importanti, legate alla storia del nostro territorio, sulle quali intendiamo qui soffermarci rivolgendo il nostro interesse in particolare alla secolare attività di quello che fu il Consorzio di S. Giustina, la cui eredità è stata assunta dal Consorzio di Bonifica Polesine Adige-Canalbianco, con sede a Rovigo nel palazzo Bonanome Ravenna di piazza Garibaldi².
Il contesto storico
Nella seconda metà del XVI secolo, Rovigo gode di un periodo di tranquillità sociale e politica che favorisce la nascita di importanti istituzioni, nel campo culturale e civile. E’ infatti proprio in questi anni che, grazie all’iniziativa di Gaspare Campo, viene fondata l’Accademia dei Concordi, destinata a diventare il fulcro della vita culturale della città; vengono edificate le chiese di S. Bortolo e della Beata Vergine del Soccorso detta la Rotonda, opera dello Zamberlano, architetto seguace degli insegnamenti del Palladio; la chiesa di S. Antonio abate, di proprietà della famiglia Casalini, viene affidata ai frati dell’ordine di S. Domenico, per diventare luogo di culto e di assistenza per indigenti.
Venezia esercita il suo potere attraverso il podestà, un patrizio veneziano che controlla l’attività amministrativa del consiglio locale. Tra i vari problemi che interessano il territorio polesano, resta sempre in primo piano quello di contrastare l’azione minacciosa delle acque, che periodicamente allagano coltivazioni e dimore, mettendo in ginocchio la fragile economia locale, completamente fondata sull’attività agricola.
La repubblica veneta è sensibile a questa situazione e favorisce la regolamentazione delle acque e la bonifica dei terreni, impresa peraltro già avviata durante la dominazione estense. Sorgono così i consorzi di bonifica, formati dai proprietari di appezzamenti appartenenti alle aree da bonificare, i quali forniscono le risorse necessarie per intraprendere le opere idrauliche. Primi tra tutti: quello di Valdentro e di Santo Stefano, due consorzi che riunivano i proprietari residenti nel territorio esteso tra l’Adigetto, il Castagnaro³ e lo Scortico. Seguì la nascita del Consorzio di S. Giustina.
La fondazione del Consorzio
La fondazione del Consorzio di Santa Giustina (inizialmente chiamato Retratto di Santa Giustina), viene fatta risalire al 16 maggio 1556, allorché il Senato veneto delibera l’inizio dei lavori di bonifica.
La cosiddetta valle di Santa Giustina è un vasto territorio compreso tra la sponda meridionale dell’Adige e l’Adigetto, ed è formata dai comuni di Badia Polesine, Lendinara, Lusia, Villanova del Ghebbo, Costa, Rovigo, San Martino di Venezze e Pettorazza. Sottrarre questi territori al progressivo impaludamento vuol dire recuperarli per l’agricoltura, con grande beneficio per l’economia locale e la salute della popolazione.
Nel 1554 il Podestà di Rovigo Antonio Calbo, si fa interprete di queste esigenze e presenta al senato veneto una dettagliata relazione. I due periti Zuan Giacomo degli Alberti e Zuan Carrera vengono inviati nel Polesine, studiano la situazione idro-orografica, e propongono la soluzione per irreggimentare le acque. Il Senato recepisce in pieno le proposte dei due periti e, con il decreto attuativo con il quale istituisce il “Retratto di Santa Giustina”, nomina anche il primo Provveditore nella persona di Giacomo Barbarigo, con poteri simili a quelli che ai nostri giorni ha un commissario governativo.
Non si può certo affermare che la repubblica veneta abbia perso tempo in lungaggini burocratiche. Dalla segnalazione del podestà alla creazione del consorzio di bonifica passano 20 mesi, durante i quali l’impegno viene sviluppato in vari ambiti: è attivato il Magistrato delle acque, vengono effettuate le perizie tecniche, viene sentito il parere delle autorità politiche e tecniche locali.
Nell’attuazione di grandi opere, la Serenissima dà un esempio di efficienza che potrebbe essere preso a modello anche ai nostri giorni.
Le prime opere
Una volta istituito, il Consorzio realizza in maniera concreta le prime iniziative di bonifica, che consistono nella arginatura dei corsi d’acqua e nella posa del sifone o “botte” sotto l’Adigetto, nella località che da questa realizzazione prenderà il nome di Botti Barbarighe. Grazie al solerte lavoro del provveditore Girolamo Barbarigo questa importante opera idraulica fu inaugurata l’anno successivo alla fondazione del consorzio. La rapidità con la quale fu creata ci fa capire con quanta premura la Repubblica Veneta tutelava il territorio.
Per comprendere appieno l’utilità di questa opera, bisogna ricordare la situazione idrografica nel XVI secolo. L’Adigetto, che si era formato intorno al 950 d.c. in seguito ad una rotta dell’argine destro dell’Adige, prendeva origine in località Bova presso Badia Polesine, attraversava Lendinara, Rovigo per poi tornare all’Adige in località Leze tra Pettorazza e Cavarzere. Di conseguenza il Ceresolo, che similmente all’Adigetto prendeva origine dall’argine destro dell’Adige nei pressi di Badia ma più a valle (passando poi alla periferia di Rovigo presso l’ex Tiro a segno) non fu più in grado di riversare le proprie acque a levante, impedito dallo sbarramento rappresentato dall’argine sinistro dell’Adigetto.
Il territorio compreso tra Adige e Adigetto si presentava pertanto come un bacino chiuso, in buona parte paludoso e soggetto a riempirsi d’acqua durante le periodiche rotte dell’argine destro dell’Adige, con alluvioni che inondavano le campagne.
Occorreva trovare una soluzione affinché le acque trovassero il loro sfogo verso il mare. Il provveditore Barbarigo risolse dunque questo problema, costruendo una “botte”, cioè un sifone, sotto l’Adigetto, in modo da convogliare le acque del Ceresolo nel canale Rovigatta, tramite il quale poi defluivano nel canale di Loreo e da questo nel Canalbianco, indi nel Po di Levante, raggiungendo infine il mare.
Con la realizzazione del Barbarigo venne dunque creato un vero e proprio “crocevia” di fiumi: il Ceresolo che sottopassava l’Adigetto e proseguiva nel Rovigatta. Un’opera importante, grazie alla quale iniziò la bonifica e la messa a coltura del vasto territorio da secoli caratterizzato dalla palude. Ma la nuova situazione idraulica non conservò a lungo la sua integrità: rovinose alluvioni provenienti dall’Adige, danneggiarono ripetutamente il manufatto creato dal Provveditore Barbarigo.
Nel 1760, dopo l’ennesima distruzione delle Botti Barbarighe, la Repubblica Veneta decide di trovare una soluzione alternativa deviando il corso dell’Adigetto con un “drizzagno”, canale rettilineo diretto verso sud che sfocia nel Canalbianco in località Punta Stramazzo di Loreo. Di conseguenza il Ceresolo non fu più costretto a sottopassare l’Adigetto (tramite la botte) ed ebbe via libera verso levante fino al canale di Loreo tramite il canale Rovigatta.
Il nuovo assetto idraulico richiese però la costruzione, nel 1785, di una nuova botte sottopassante l’Adigetto poco più a sud della precedente del Ceresolo, in modo da portare le acque dello scolo Bresega (separatamente dal Ceresolo nel quale prima confluivano) in un nuovo canale costruito lateralmente al drizzagno dell’Adigetto, fino a scaricarsi nel Canalbianco in località Voltascirocco di Adria.
L’assetto definitivo
Questa nuova situazione rimase attiva fino al novembre 1951 quando, con l’alluvione del Po, andarono distrutte anche le Botti Barbarighe del Bresega (risalenti al 1785). Oggi delle vecchie botti restano le rovine, che emergono sopra la superficie dell’acqua, a testimonianza delle importanti opere di bonifica attuate nel Polesine nel corso dei secoli caratterizzati dal dominio della Serenissima.
Dopo il disastro dell’alluvione era necessario rivedere radicalmente la situazione idraulica. L’ingegner Francesco Gasparetto, ingegnere consorziale dal 1958 al 1969, dopo un lungo e approfondito studio, intese dare una nuova sistemazione al nodo delle Botti Barbarighe, decidendo di non ricostruire più le Botti, in quanto la loro presenza non si era dimostrata idonea a incanalare le acque verso il mare in occasione di grandi alluvioni.
Fu realizzato un bacino unico sul quale a tutt’oggi riversano le proprie acque il Tron, il Ceresolo, il Bresega (grazie all’attivazione di idrovore di sollevamento), lo Stopaccine e l’Adigetto. Dal bacino così formato si dipartono il Tronco Terminale dell’Adigetto, denominato Nuovo Adigetto (conseguenza di risistemazione ed ampliamento del vecchio “drizzagno”, effettuata negli anni 1966-73) canale della lunghezza di km 10,5, che sfocia nel Canalbianco in località Voltascirocco, a valle di Adria ed il Rovigatta. Una soluzione questa che ha permesso di risolvere in maniera definitiva il problema del nodo idraulico rappresentato dalle Botti Barbarighe. Il Botta Rovigatta è stato recentemente “bacinizzato” per scopi irrigui: riceve acqua sia dal Bacino Botti Barbarighe che dal Canale di Loreo.
Vicende storiche
Nel corso dei secoli la sede consorziale cambia sovente ubicazione, prima di trovare la sua sistemazione definitiva. Durante la dominazione veneziana, il Consorzio aveva la sua dimora in Palazzo Pretorio, ubicato in Piazza Garibaldi dove attualmente si trova la Camera di Commercio. Nel XIX secolo il Consorzio si trovava in Via Celio, in un edificio di proprietà della famiglia Biscaccia Carraro, per passare successivamente in Contrada Santissima Trinità (l’attuale via Mazzini). All’inizio del secolo scorso si trasferisce dapprima in Piazza Vittorio Emanuele e nel 1905 a Palazzo Angeli che diventa sede anche del Consorzio Bresega (che si era separato dal Santa Giustina nel 1817, durante la dominazione francese) e del Consorzio di Bonifica Polesana.
Dopo qualche anno i tre consorzi vengono trasferiti a Palazzo Bonanome (che prende il nome di Palazzo dei Consorzi) in Piazza Garibaldi, situato tra la Camera di Commercio e il Teatro Sociale, dove vengono sistemati in tre piani diversi. Nel 1944 il Palazzo dei Consorzi viene requisito e gli uffici del consorzio di Santa Giustina sono trasferiti all’idrovora di S. Marco, nei pressi delle Botti Barbarighe. Finalmente, dopo l’alluvione del 1951, il consorzio ritorna in Piazza Garibaldi, nel Palazzo Bonanome.
Nel dicembre del 1957, sulla facciata del palazzo, venne inaugurato un busto bronzeo dedicato a Giovanni Battista Casalini: nato nel 1841, garibaldino (partecipò nel 1866 alla campagna nel Trentino), presidente del consorzio per un lungo periodo (dal 1885 al 1923), grande promotore di opere di bonifica in Polesine.
Nel 1978, infine, viene assunta la denominazione “Consorzio di Bonifica Polesine Adige Canalbianco”, in concomitanza alla aggregazione di sette preesistenti consorzi (tra i quali il Consorzio Bresega che si era separato dal Santa Giustina nel 1817, durante la dominazione francese). Una storia plurisecolare, dunque, nel corso della quale anche l’organizzazione cambia nel corso dei secoli, in ragione delle mutevoli vicende politiche.
Inizialmente il Consorzio era retto da tre provveditori appartenenti alla nobiltà veneziana e rodigina, ma con la caduta della repubblica veneta (1797), la reggenza viene affidata ad un solo provveditore. Successivamente, con l’avvento della dominazione austriaca, si ritorna all’uso di tre provveditori fino al 1882, quando con il nuovo statuto si ritorna al presidente unico. L’organico prevedeva inoltre un segretario (con mansioni amministrative e contabili), un ingegnere (responsabile delle opere di bonifica e manutenzione degli scoli), due battifango (devono sorvegliare il libero corso delle acque rimuovendo eventuali ostacoli) e tre chiavicanti (custodi delle chiaviche di Badia, di Retinella e di Ostellino).
Le opere di bonifica saranno eseguite secondo i classici metodi: o per scolo naturale, quando il territorio da bonificare presenta un’altimetria variabile, ed è possibile creare una canalizzazione che convoglia le acque dai terreni alti verso un recipiente rappresentato da un fiume; oppure, quando non sarà possibile una bonifica per scolo, si ricorrerà al prosciugamento meccanico con l’ausilio di impianti di sollevamento delle acque (idrovore).
Infine si segnala un altro importante merito storico del consorzio: la creazione del catasto, che definisce non solo la suddivisione delle proprietà nel comprensorio, ma testimonia anche le incostanti condizioni idroviarie che si sono susseguite nel corso dei secoli.