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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il CTG a Lendinara

    Il CTG a Lendinara

    Sono passati ben quarant’anni da quando a Lendinara era presente un valido e grintoso gruppo del Centro turistico giovanile, meglio conosciuto con la sigla Ctg. Ora, esattamente a quarant’anni di distanza, è rinato a Lendinara un gruppo Ctg, ancora più deciso ad operare seguendo la via tracciata a livello nazionale dall’associazione che individua nel turismo giovanile importanti motivi di aggregazione, di solidarietà, conoscenza e tutela del territorio.

    Al posto de “La Puazza”, nome del Ctg nato del ‘68, il gruppo lendinarese rinasce sotto il nome “Atene del Polesine” con l’intento di richiamare alla memoria l’illustre passato di Lendinara, considerata centro culturale di primaria importanza nella provincia di Rovigo.

    Come quarant’anni fa, a guidare il Ctg lendinarese è ancora una donna. Infatti, Luciana Marchetto, in qualità di presidente, riveste lo stesso compito che nel gruppo del 1968 fu ricoperto da Caterina Salandin, che è rientrata a far parte della squadra Ctg ed è stata nominata presidente onoraria. Accanto alla presidente Marchetto, è il vicepresidente Nicola Gasparetto, entrambi già attivi da anni in qualità di operatori culturali nel campo del turismo e della promozione del territorio per la Cooperativa rodigina “Turismo & Cultura”.

    Il gruppo “Atene del Polesine”, che rappresenta un punto di riferimento non solo per Lendinara ma anche per tutto l’Alto Polesine, si inserisce nel circuito nazionale del Ctg, che sta crescendo ogni anno di più, raccogliendo attorno a sé un numero sempre maggiore di soci.

    Il gruppo lendinarese, di cui fa parte anche il primo cittadino di Lendinara Alessandro Ferlin, dimostra di essere in piena sintonia con il trend che sta vivendo il mondo del turismo in questo momento. Sempre di più, infatti, il turismo si sta spostando dai grandi e consolidati itinerari turistici verso la riscoperta delle tipicità locali. Ed in questo contesto Lendinara, inserita con una sua marcata specificità nel territorio del Polesine, presenta molteplici motivi di attrazione. Una strada, quella turistica, che non sembra essere più un’utopia per la città di Alberto Mario, ma una concreta opportunità di sviluppo. E di questo il Ctg “Atene del Polesine” ne è convinto.

    Le porte del gruppo lendinarese, sono aperte a quanti vorranno, senza distinzione di età, svolgere un ruolo attivo nella promozione e nella valorizzazione del territorio lendinarese e, più in generale, di quello polesano.

  • Il Delta in cucina

    Il Delta in cucina

    Nell’ambito del turismo, sia nazionale che internazionale, l’enogastronomia è uno dei settori sicuramente in crescita; un settore che, anche nel nostro Polesine, sta sempre più facendosi strada con varie iniziative diffuse sul territorio, ad iniziare dalle località balneari deltine quali Rosolina Mare, l’isola di Albarella, Boccasette (in via di decollo sempre maggiore) e il villaggio turistico di Barricata in Comune di Porto Tolle (dell’imprenditore padovano Pierantonio Macola). Un settore per il quale sono stati elaborati interessanti “pacchetti” turistici che vedono attivi imprenditori pubblici e privati, tra cui in prima linea il Card del Po, con sede operativa a Rosolina, la Provincia di Rovigo con l’Assessorato al Turismo ed il Parco Veneto del Delta del Po. In quest’ambito si sono rivelate certamente interessanti le numerose pubblicazioni distribuite nell’ultimo biennio, incentrate sull’enogastronomia polesana.

    Importanti anche le iniziative messe a punto dalla Coldiretti di Rovigo, in stretta sinergia con la Camera di Commercio e la Provincia di Rovigo: si tratta dell’importante rete delle “Fattorie dei Sapori Polesani” articolata su tutto il territorio polesano: da Melara collocata nell’estremo ovest della provincia, a Porto Tolle (nei pressi di Pila), nell’estremo est.

    Tra le altre iniziative che hanno interessato il nostro territorio in un’ottica nazionale, da ricordare quella messa in campo dai docenti e dagli studenti dell’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, che ha toccato, usando la bicicletta, tutte le terre del Po, dal Monviso al Delta (Porto Viro, Rosolina ed Adria): all’insegna dello “Slow Food”, si è indagato e si è venuti in contatto con tutte le peculiarità enogastronomiche delle regioni e delle località toccate (con la redazione anche di un significativo “Atlante dei prodotti agroalimentari del Po”). La conclusione dell’iniziativa è stata celebrata a Porto Viro, nella tensostruttura retrostante la sala Eracle, con presentazione “alla grande” delle ricchezze enogastronomiche della cucina deltina, presente Carlo Pedrini.

    Ancor più di recente, poi, riflettori accesi per l’ampia ribalta nazionale sul territorio del Delta, le sue attività e la sua gastronomia, grazie alla trasmissione televisiva “Pianeta mare” andata in onda su Rete 4: di scena le vongole veraci, definite “l’oro del Delta”, messe in tavola dallo chef portovirese Adriano Bersani. E’ stata una lunga ed approfondita trasmissione, in collaborazione con il Ministero delle Politiche agricole e forestali, che ha offerto anche una bella vetrina non solo per il giovane e talentuoso chef Adriano Bersani, del ristorante “Zafferano” di Porto Viro (è anche apprezzato docente dell’Istituto alberghiero di Isola Verde di Chioggia), ma pure per il mondo della pesca e della mitilicoltura del Delta più in generale.

    La telecamera si è spostata su questa terra “anfibia”, tra terreni bonificati, valli da pesca, lagune e corsi d’acqua, mostrando in dettaglio i pescatori intenti alla raccolta delle vongole, attività che non è solo prerogativa maschile, ma in cui trovano occupazione e reddito pure le donne. Varie domande, tra l’altro, sono state poste a Lorena Vallati, solerte pescatrice del delta. Il grande pubblico ha potuto inoltre prendere conoscenza che nel Delta, oltre che la più conosciuta realtà produttiva delle vongole veraci, esiste anche quella delle ostriche. Un’intervista ha riguardato pure Alessandro Faccioli della “Federcoopesca”, il quale ha espresso preoccupazione per strutture impattanti nel Delta, quali terminal gasiero e centrale di Polesine Camerini, ed ha chiesto inoltre garanzie per la demanialità degli ambiti lagunari.

    Poi la trasmissione ha incentrato il suo interesse sui sapori dei cibi delle aree vallive, facendo visita ad un mercato della zona, dove è stato chiesto a varie signore incontrate, di offrire ospitalità nella loro casa, per permettere la preparazione di una ricetta. E’ stata scelta la signora Demetria, nella cui cucina lo chef Adriano Bersani, accompagnato dalle telecamere che hanno immortalato il tutto, ha improvvisato un piatto con le vongole veraci, utilizzando ciò che ha trovato in casa. Lo chef, per parte sua, aveva portato solo dei fiori da lui essicati al forno, una specialità in cui eccelle. Ne è nato uno splendido piatto, costituito da vongole su una appetitosa “base” di crema di zucca, altro prodotto di cui il Delta è ricco.

    A Porto Viro infine, lo scorso 2 e 3 marzo è andato in scena sua eccellenza il Tartufo: già da qualche anno il Comune, nelle persone del sindaco Doriano Mancin, con gli assessori alle Attività Produttive, Antonio Freguglia, ed all’Agricolura e Turismo (quest’anno Alessandro Tessarin), in stretta sinergia con Camera di Commercio, Ente Parco Veneto del Delta del Po, Regione del Veneto, e con la preziosa consulenza scientifica dei Servizi Forestali Regionali di Padova e Rovigo, organizza una grande Mostra-Mercato, allo scopo di promozionare il saporito ma finora poco propagandato Tartufo bianchetto o marzuolo. Quest’anno l’evento, denominato “Giornata del tartufo nel Delta del Po”, si è articolato in due manifestazioni: la presentazione alle Scuole di Porto Viro, del Centro sperimentale per la tartuficoltura della Regione Veneto (gestito dai Servizi Forestali) e la prova di cerca di tartufo nella pineta regionale di “San Giusto” con l’ausilio degli eccellenti cani di razza Lagotto Romagnolo.

    Dalle 9 alle 18,30 presso la tensostruttura retrostante la sala Eracle, è stata visitabile una grande mostra-mercato dei tre più rinomati tipi di Tartufo autoctono, con vendita anche di prodotti gastronomici del Delta.

    Poi dentro la sala Eracle, ad iniziare dalle 9,15, si è tenuto un convegno sul tema: “Il tartufo del Delta, tra storia e cucina”, che ha suscitato ampio interesse. Introdotto e condotto dall’assessore comunale Alessandro Tessarin, il meeting ha avuto quali relatori, oltre a Roncon che ha trattato dell’utilizzo in cucina del tartufo (partendo dalla pulitura e conservazine del prezioso fungo ipogeo, per arrivare poi agli accostamenti e alle possibili preparazioni), Attilio Geremia, ex responsabile del Servizio Forestale Regionale di Padova e Rovigo, nella cui relazione ha spiegato in modo molto chiaro, aiutato dalle immagini, il ciclo biologico del tartufo, le varie specie, la sua distribuzione nel Veneto, la carta dei suoli e le fonti normative per la coltivazione, dando anche indicazioni utili per impiantare un’eventuale tartufaia. Ha poi accennato ad un’idea del Comune: istituire un concorso per incrementare la produzione del tartufo, premiando la miglior tartufaia. All’importante meeting hanno portato il loro saluto sottolineando l’importanza dell’iniziativa l’assessore regionale Isi Coppola, l’assessore provinciale Giancarlo Chinaglia, il sindaco Doriano Mancin, il vicepresidente del Parco Geremia Gennari, e la neo dirigente del Servizio forestale regionale di Padova e Rovigo, Miria Righele.

  • Il cinquantesimo dell’Arci

    Il cinquantesimo dell’Arci

    L’ARCI ha toccato quota 50: cinquant’anni dalla nascita dell’associazione; un anniversario che fa storia, e non solo per chi è iscritto.

    “Da quando è nata, nel 1957, l’Arci – ci dice, il presidente provinciale Lino Pietro Callegarin – è sempre stata un incrocio di storie diverse, intrecciate dalla volontà condivisa di far conoscere la realtà, trasmettere valori comuni di solidarietà, libertà, democrazia. È divenuta componente importante della vita culturale e civile del Paese nato dalla Resistenza e dalla lotta di Liberazione, che è poi lo stesso terreno in cui l’ARCI affonda le sue radici”.

    “I suoi iscritti – continua il presidente – sono gli eredi del partigiano Arrigo Deodati, fondatore dell’Arci, eredi del suo impegno civile diventato impegno socio-ricreativo e culturale per rendere più consapevoli e protagonisti i lavoratori, i cittadini, anche negli spazi del tempo libero, i continuatori della svolta innovatrice costruita negli ultimi decenni dal suo presidente Tom Benetollo, che proprio tre anni fa è prematuramente scomparso”.

    – Quali i sono oggi i riferimenti principali dell’attività associativa ed in particolare dell’azione dell’Arci di Rovigo? Chiediamo

    “Oggi, grazie a tanto slancio corale e singolo, l’ARCI è in primo piano nel panorama delle attività no-profit, nell’impegno pacifista, nella lotta ambientalista, in quella dei diritti di tutti per un mondo davvero “equo e solidale”. E questo vale anche per la storia dell’ARCI in Polesine. Un sodalizio che si occupa di promuovere cultura e tempo libero, ma anche conoscenza della Costituzione, certezza dei diritti, che discute di stato sociale, di recupero della memoria storica e delle identità locali, di laicità, che avanza proposte. Per ripercorrere questa storia, ed anche per riaffermare questo impegno dai molti volti, L’Arci ha scelto di ricordare i 50 anni della sua storia non con una celebrazione, ma con una serie di manifestazioni, svoltesi a Rovigo tra dicembre 2007 e gennaio 2008, tra la Saletta Celio e la Pescheria Nuova, che hanno riproposto, tra dibattiti, mostre, concerti, confronti, cinema e musica, tutta la gamma degli impegni civili, sociali e culturali (ed anche alcune sfide) che lo hanno caratterizzato e che ancora oggi lo contraddistinguono”.

    Come è stato accolto dalla collettività questo ampio, e forse un po’ troppo concentrato, programma di iniziative culturali?

    “C’è stata una partecipazione apprezzabile e differenziata per interessi in sintonia con le offerte programmatiche molteplici e forse anche eclettiche”.

    Tra le iniziative culturali, sviluppate in più incontri, spiccano quelle dedicate alle figure di due personaggi di grande rilievo: Garibaldi nel secondo centenario della nascita e Antonio Gramsci a settanta anni dalla morte. Si tratta di proposte a suo avviso destinate a lasciare il segno?

    “Si sa che il Polesine ha profuso nel 2007 uno sforzo consistente non solo per celebrare Garibaldi ma anche per la riscoperta dei garibaldini e del garibaldinismo locale. Il lavoro fatto anche, ma non solo, dall’ARCI e che si sta ancora facendo, lascerà una consistente traccia per gli studiosi e spero anche per la giovani generazioni che sono state direttamente coinvolte, tramite le scuole, in quest’opera di recupero della memoria.

    Per Gramsci invece è stato pressoché solo l’ARCI a mobilitarsi. Non abbiamo rinunciato di portare a Rovigo un convegno nazionale sul grande personaggio. Nel frattempo, si può affermare che la realizzazione della rassegna cinematografica incentrata sull’influenza del pensiero gramsciano sui registi italiani, è stata interessante. Questo soprattutto grazie all’arricchimento portato alla visione dei film dalle presentazioni del cinefilo Andrea Tincani, del filosofo Paolo Zorzato nonché dalle letture dell’attrice Antonia Bertagnon. La figura di Gramsci è però talmente grande e moderna che merita ulteriori approfondimenti anche perché molti, senza magari accorgersene, ne applicano le categorie. La sua riflessione sul Risorgimento, sugli intellettuali, sulla scuola, sulla questione meridionale è tutta lì a dimostrarcelo”.

    – Oltre all’azione rivolta al 50°, l’Arci è impegnata quotidianamente nella gestione di corsi di formazione e nella promozione di iniziative per il tempo libero. Quali sono le iniziative che ritiene più qualificanti?

    “Cercare di far consumare il tempo di non lavoro, in modo liberante, colto e non alienante è sicuramente uno dei nostri obiettivi. L’ARCI si propone però anche di essere presente e attivo per la realizzazione di un nuovo Welfare che pone l’emergenza culturale alla base di tutte la altre emergenze. Ecco perché i corsi per gli immigrati sulla Costituzione e sulla sicurezza nei posti di lavoro, ma anche la raccolta di firme per la denuclearizzazione, per la ripubblicizzazione dell’acqua, per politiche energetiche ecocompatibili e, a livello della città, per la salvaguardia del suo patrimonio storico e perché non si abbiano a tagliare i pochi alberi presenti nel centro per la realizzazione di politiche miopi. Ma l’iniziativa che più ci ha dato soddisfazione è sicuramente quella di essere riusciti a dotarci di un periodico trimestrale dal significativo titolo “IncontrARCI” diffuso in 3000 copie”.

    – Il restauro del fabbricato in viale Trieste che accoglie l’Arci polesana è coinciso col cinquantesimo dell’associazione. Un caso o una volontà? Quali sono i rapporti tra la sede provinciale e quelle periferiche? Quali le sezioni più attive?

    “La ristrutturazione della sede è stata un puro caso. Ad essa fanno riferimento i circoli territoriali per la questioni fiscali e regolamentari ma anche per la realizzazione dei principi stabiliti dallo statuto. Le attività che essi svolgono sono molteplici e assai differenziate. Spaziando dal campo ricreativo alla danza a quello turistico, formativo, letterario di produzione libraria e musicale, storia, enogastronomia.

    Sicuramente un elogio va fatto ad Arcisolidarietà per l’azione svolta a favore dei senza dimora come prima accoglienza, grazie all’azione volontaristica dei soci e della presidente Donata Tamburin. Ma anche il più piccolo dei circoli va ringraziato per l’azione tesa a rendere la vita dei soci più bella e più gentile”.

  • Camminare nel vento

    Camminare nel vento

    CAMMINARE

    Camminare nel vento su spiagge iridescenti….

    Rubare bagliori di luce alla trasparenza dell’acqua…

    Costruire ghirlande di sogni per rubare il tempo alla vita…

    Ingannare il tempo della vita con un sogno che inganna la realtà.

    DOLCEMENTE

    Allargarsi dei confini della notte… dentro l’anima dolcemente si insinua un ricordo… e le ombre si sfanno.

    COSE CHE FURONO

    Petali di ciliegio dal giardino dell’Eden … scie in volo in quel che resta delle ore … tra le crepe del tempo fiorisce un bacio.

    SERA DI APRILE

    Trame dorate fili di sole intrecciati a riflessi di luna… una iridescente perla scivola via…. e la foglia scende ad accarezzare la terra: una mano sul mio viso… nevicata di petali nella sera di aprile

    VORREI

    Vorrei andare lontano, via dal tempo ladro, fuori dalla paura di perderti, oltre la lacerante attesa di te.

    Vorrei andare dove l’eco della tua voce non arriva, dove il ricordo delle tue mani sparisce, dove tu non sei altro che un sogno sognato.

    Ma io ti amo e resto.

    E resto qui.

    A sbriciolare minuti infiniti ad accantonare ore ferite a ricostruire un sogno non solo sognato.

    A vivere in un tempo che non c’è.

    E ad amarti.

    SOGNI

    Inventare nuove parole per disegnare l’amore che ho per te.

    Creare arcobaleni di luci per tuffare dentro la voglia che ho dei tuoi occhi.

    Disgregare sogni di colori per annullare la paura che ho di perderti.

    PAROLE

    Parole mai dette pescate dai gorghi più profondi…

    Struggente magia di carezze sognate….

    Inimmaginabile dolcezza di un bacio sfiorato….

    Mi sciolgo dentro di te….

    DENTRO LA NOTTE PROFONDA

    Come l’ebbrezza di un sogno la dolcezza di una illusione la illusione di un sogno la tua vita ha sfiorato la mia.

    In ginocchio l’ho vista scivolare via in silenzio.

    GIUGNO 2006, PER M. GRAZIA

    Il non passato della vita ritorna in incastri di sogni, in fughe di screziate sfumature, in inesauribili ricerche di luce che sembrano voler stemperare inconfessate solitudini.

    La perla più tagliente scivola fra le dita, la conchiglia più iridescente sfuma accanto al cristallo più puro… la prorompente magia del corallo si stempera nel tenue bagliore dell’argento…

    E’ il gioco delle perle di Grazia…

    … o è il gioco della vita?

  • Giovani protagonisti al Cen.Ser

    Giovani protagonisti al Cen.Ser

    “Sono nata e vissuta ad Adria, un grande e fiorente porto sul Mar Adriatico […] Ciò che più mi è rimasto nel cuore della mia città natale è il mare: quella cristallina distesa così mutevole e così suscettibile. Nei giorni assolati passavo ore seduta sulla battigia a scrutare l’infinito, a studiare con lo sguardo la superficie di quel manto ceruleo per osservare ogni increspatura causata da un leggero alito di vento, per cogliere la nascita e il percorso di ogni onda destinata a morire con l’infrangersi sulle sue dune”.

    E’ questo il romantico incipit di “Ricordo”, il racconto vincitore della prima edizione del concorso “Le Pietre Parlano”, indetto assieme al gemello “Disegniamo il Nostro Logo” per celebrare il quinto anniversario del Convegno “L’ambiente visto dai giovani” e il decimo de “Il Parco visto dai giovani”.

    La Convegnistica Giovanile, promossa dalla Provincia di Rovigo (segnatamente dall’Assessorato alla Cultura e all’Istruzione e dall’Assessorato all’Ambiente) in collaborazione con l’Istituto di Istruzione Superiore Colombo di Adria e progettata e organizzata da Turismo & Cultura, è un evento che ha l’obiettivo di far conoscere ai giovani delle secondarie superiori le istituzioni che operano sul territorio e le più diverse realtà culturali, storiche, ambientali, folkloristiche ed artistiche del Polesine. Il tutto rendendo al contempo i giovani protagonisti, grazie all’incontro tra le scuole partecipanti e alla presentazione in convegno degli studi e delle ricerche realizzate dagli studenti durante l’anno.

    Allo scopo di rendere i giovani ancor più protagonisti, quest’anno gli organizzatori hanno pensato di invitare gli studenti a partecipare a due concorsi: nel primo, “Le Pietre Parlano”, come recita il bando, “Prendendo spunto dal Lapidario del Museo Nazionale Archeologico di Adria, su proposta della rivista Ventaglio Novanta e in collaborazione con la Direzione del Museo, ha proposto l’ideazione di un racconto liberamente ispirato da uno o più tra i reperti esposti…” Propedeuticamente, gli studenti partecipanti, accompagnati dai loro insegnanti e guidati dagli esperti di Turismo & Cultura, sono stati accompagnati in visita guidata al Museo di Adria. Hanno potuto così scoprire e conoscere i reperti presenti nel lapidario e nella nuova sezione, al fine di trarne ispirazione.

    Nel secondo, “Disegniamo il Nostro Logo”, si proponeva invece di realizzare, con qualunque tecnica pittorica, fotografica, grafica o di computer art, un logo che rappresentasse lo spirito della Convegnistica Giovanile e che potesse essere utilizzato come simbolo non solo per l’edizione 2008 ma anche per gli anni a venire.

    Coinvolgere gli studenti a partecipare non è stato facile, dato che i due concorsi prevedevano la produzione di elaborati dalla realizzazione concettuale e tecnica certamente non semplice, ma alla fine l’adesione giovanile è stata massiccia e trasversale, interessando istituti lontani tra loro per indirizzo e corso di studi.

    I numeri parlano da soli: gli studenti partecipanti hanno superato il centinaio. Ma quello che veramente ha stupito le due commissioni giudicanti, al di là del piacevole seppur impegnativo lavoro di analisi e scelta su tanto materiale, è stata l’alta qualità degli elaborati.

    La Commissione chiamata a scegliere il logo vincitore, composta dagli assessori della Provincia di Rovigo Laura Negri (Cultura e Istruzione) e Giancarlo Chinaglia (Ambiente), dal sottoscritto e da Nicola Gasparetto (Ufficio Progetti CeDi – Turismo e Cultura) e dal prof. Maurizio Cavallari (Vice Dirigente dell’Istituto Colombo di Adria), ha trovato elementi vincenti e di grande creatività in molti dei lavori presentati, battuti al fil rouge con voto unanime dal magnifico elaborato di Dania Armenio (iscritta all’IPSSCT M.Polo di Rovigo nella classe 4a C), premiato vincitore per la grande freschezza e forza simbolica, l’eleganza nelle scelte coloristiche e l’equilibrio nella modellazione dei componenti.

    A scegliere il racconto vincitore di “Le Pietre Parlano” sono stati chiamati Lino Segantin, Direttore di Ventaglio 90, Simonetta Bonomi, Direttore del Museo Nazionale Archeologico di Adria, Raffaele Peretto, archeologo con apprezzate esperienze nel campo della narrativa, e Donatella Girotto, presidente di Turismo e Cultura. Anche qui, grande qualità e scelte difficili, al termine delle quali la Commissione ha riconosciuto il primo posto a “Ricordo” (racconto scritto da Lucrezia Buganza, Sofia Peresani, Eleonora Pescarolo, Sofia Carturan, Martina Molaro e Francesco Agnoletto, tutti appartenenti alla 5a B del Liceo Classico “Celio” di Rovigo). “Ricordo” ha vinto grazie alla buona attinenza dell’elaborato al reperto archeologico da cui si è tratta l’ispirazione, alla precisione nei riferimenti storici, artistici e culturali rievocati nel testo e all’abilità nell’evocare ambienti e atmosfere con sicura padronanza delle categorie narratologiche.

    In piazza d’onore “Mi sono ritrovato per amore” di Soraya Milan, 4a B del Colombo di Adria (originalità unita a padronanza degli strumenti letterari utilizzati), ed al terzo posto “I racconti del mercante”, (premiato per la capacità evocativa non disgiunta dal contesto a cui il reperto ispiratore appartiene), firmato da sei studenti della 4a C dell’IPSSCT Marco Polo di Rovigo: Marco Perrone, Sonya Schiesaro, Linda Tiozzo, Lara Riccardi, Ingrid Tosini e Davide Catozzi.

    I vincitori dei due concorsi sono stati proclamati durante la terza e conclusiva giornata della X edizione del Convegno “Il Parco visto dai giovani”, giornata ospitata eccezionalmente presso gli spazi espositivi del CEN.SER – Fiera di Rovigo nell’ambito della manifestazione “DIRE & FARE nel nord est”. Lauti i premi: i giovani, oltre alla grande soddisfazione di veder pubblicato il logo e i loro racconti su questo stesso numero di Ventaglio 90, sono stati invitati tutti insieme da Ellen Jost Toffoli (della Toffoli-Ottici in Rovigo, che ha sede sotto i pregevoli portici di Palazzo Roverella) ad un soggiorno previsto nei giorni successivi il termine dell’anno scolastico presso l’isola di Albarella, offerto da Toffoli per l’Arte e dalla società Albarella Spa.

  • I Bertani di Ariano Polesine

    I Bertani di Ariano Polesine

    E’ la storia di un polesano illustre, anzi di due, o meglio di tre. Tutti con la stessa passione, la musica, lo stesso cognome, Bertani, e il medesimo luogo di nascita, Ariano nel Polesine. Una storia dispiegata in un arco temporale superiore al secolo, che inizia negli ultimi decenni dell’Ottocento e si conclude in tempi recentissimi. A svelarci l’affascinante percorso di vita dei tre arianesi, nonno, padre e figlio, un libro intitolato “Danilo Bertani”, una vita per la musica”, pubblicato a Oggiono provincia di Lecco, per espressa volontà dei famigliari dell’ultimo dei tre Bertani, spentosi nel 2003.

    La nota introduttiva, firmata da Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, ci fa innanzitutto intuire il prestigio di cui ha goduto quanto meno l’ultimo dei tre personaggi della nostra vicenda sviluppatasi in terra lombarda.

    Antonio Bertani, il capostipite

    Ma torniamo all’inizio dell’affascinante vicenda, nata in Polesine, ad Ariano, e più precisamente nella frazione di Santa Maria in Punta, il paese incuneato tra i due rami principali del Po: il Po di Venezia e quello di Goro che, aprendosi a ventaglio, danno origine al delta del grande fiume.

    A Santa Maria in Punta dunque, nell’ultimo scorcio dell’Ottocento, viveva il primo dei tre personaggi della nostra storia, Antonio, il nonno, capostipite dei musicisti Bertani.

    Le poche notizie biografiche relative ad Antonio Bertani ci portano a conoscenza che fu un apprezzato trombettista, ben presto interessato ad esercitare la sua arte anche al di fuori del territorio polesano. Un obiettivo che riuscì ad ottenere dapprima seguendo alcuni gruppi circensi, trovando poi il modo di stabilire proficui legami con altri appassionati strumentisti e riuscendo così ad esplicare la sua attività musicale in importanti piazze sia in Italia che all’estero.

    Pietro Bertani (1896-1968)

    Antonio trasmette la sua passione al figlio Pietro, che all’età di dieci anni dimostra di aver già un’ampia conoscenza nel campo musicale. Antonio ritiene allora sia opportuno assicurare al figlio una preparazione più solida, e lo iscrive all’Istituto “Antonio Buzzolla” di Adria, dove nel 1917, all’età di 21 anni, si diploma in violino e flicorno tenore. Qualche anno dopo, diplomatosi anche in direzione orchestrale, con abilitazione all’insegnamento, troviamo il giovane Pietro Bertani alla direzione del Corpo Musicale di Corbola nonché del corpo bandistico del suo paesello S. Maria in Punta.

    Anche Pietro Bertani, come il padre, avverte i limiti della terra natia comprendendo che, per trovare una rispondenza adeguata alle sue capacità, deve guardare ad orizzonti sicuramente più ampi del Polesine. Nel 1925 partecipa pertanto ad un concorso a Varese, classificandosi primo assoluto ed ottenendo l’incarico di Direttore della Musica Cittadina di Luino sul lago Maggiore. Ed ecco un altro particolare che si ripete nella vicenda dei Bertani: il legame con le acque. Il primo passaggio è dalla riva del Po a quella del lago Maggiore, dove Pietro ha modo di farsi apprezzare per la sua maestria, tanto che, dopo un applauditissimo concerto al Teatro Sociale di Luino, il commissario prefettizio, lo incarica di dar vita ad una Scuola di Musica, che formerà giovani preparati, attivi nella Banda di Luino, la quale si presenta subito in grado di affermarsi ai vertici dei corpi bandistici lombardi.

    Nel 1929 Pietro Bertani dà il via anche ad una Scuola per Strumenti a fiato e ad arco, dalla quale usciranno giovani di talento, professionisti che raggiungeranno i vertici nazionali nella loro specialità. Nel susseguirsi dei decenni, Pietro si fa promotore di molte iniziative a livello musicale, e nella sua abitazione è solito anche accogliere compositori di rilievo, tra cui in varie occasioni il M° Umberto Giordano, autore di fama internazionale, noto soprattutto per Fedora e Andrea Chenier.

    Nel 1966, all’età di 75 anni, ottiene un prestigioso riconoscimento dal Comune di Luino: la “bacchetta d’oro”, quale testimonianza di piena approvazione per l’opera svolta nell’arco della sua vita, con iniziative che hanno dato lustro alla città.

    Due anni dopo, colpito da un male incurabile, Pietro Bertani si spegne, tra il cordoglio generale e il desiderio, subito espresso, di preservarne la memoria. Proposta questa sfociata nella intitolazione al maestro, giunto oltre cinquant’anni prima a Luino dal delta del Po, della Scuola di Musica nel frattempo divenuta Liceo Musicale.

    Incredibilmente, però, nell’anno 2000, in concomitanza con il cambiamento dello stato giuridico dell’istituzione, trasformatasi in fondazione, viene mutata la dedica del Liceo Musicale, questa volta intitolato a Giuseppe Verdi. Una parziale riparazione al torto fatto al musicista di origini polesane, che tanto si è prodigato per la città, si ha qualche anno dopo, con la nascita, sempre a Luino, dell’Accademia Musicale “M° Piero Bertani”, che tuttora rende memoria all’illustre maestro.

    Danilo Bertani (1915-2003)

    La nostra storia frattanto prosegue con il terzo Bertani, Danilo, la cui vita si svolge completamente all’insegna della musica, come del resto quella del padre e del nonno, con i quali si ripete anche la costante della residenza in località bagnate dalle acque.

    Nato nel 1915, sulla sponda sinistra del Po di Goro, ad Ariano, sviluppata la sua passione per la musica durante l’infanzia a Luino sul lago Maggiore, Danilo troverà modo di maturare professionalmente a Lecco, affacciata sul lago di Como.

    Compiuti con successo gli studi presso il conservatorio di Parma, ottenuto nel 1940, all’età di 25 anni, il diploma in Organo e Composizione organistica al conservatorio di Torino, Danilo Bertani comincerà a frequentare Lecco dapprima come vice dell’anziano organista della Basilica di San Nicolò, poi dal 1949 come titolare, per cui maturerà la decisione di trasferirsi nella città bagnata dal lago di Como.

    In quella che è ormai divenuta la sua città di elezione, Danilo Bertani assumerà anche la direzione della “Schola Cantorum Cappella Leonina”, svolgendo inoltre l’attività di insegnante di musica nelle scuole medie. Non solo: nel 1951 fonda un gruppo corale che poi si distinguerà in terra lombarda col nome di “Coro Alpino Lecchese”; nel contempo inizia anche a collaborare attivamente con il “Trio Tuba”, componendo appositi pezzi musicali ed adattando per il gruppo musiche del passato.

    Difficile seguire la poliedrica attività, che portò Danilo Bertani ad impegnarsi in prima persona in varie iniziative, nonostante la sua natura riservata lo inducesse ad evitare di mettersi in evidenza. Vanno quantomeno citati alcuni importanti consensi di pubblico e critica: innanzitutto i successi del Coro Alpino Lecchese, tra cui la memorabile esecuzione dedicata nel 1964 ai minatori italiani impegnati nel traforo del S. Bernardino; non meno prestigiosi i riconoscimenti della corale della Cappella Leonina, composta da trentatré Pueri Cantores, che nel 1956 è protagonista a Parigi nell’ambito del convegno internazionale per Scuole Cantorum; un successo questo ripetuto l’anno successivo a Bologna al Convegno Nazionale dei Pueri Cantores e poi a Lourdes, a Roma e a Napoli; nel 1966 Danilo Bertani compone ed esegue con la Cappella Leonina la Messa Prima in italiano, nell’ambito dei cambiamenti liturgici del Concilio Vaticano II, con l’abbandono del latino.

    Un’attività apprezzata che prosegue ininterrotta fino agli anni della pensione nell’ambito della scuola, seguita nel 1985, all’età di settant’anni, dal ritiro dal ruolo di organista.

    E per Danilo Bertani giunge il tempo dei riconoscimenti. Da citare in particolare l’onorificenza attribuitagli nel 1991 da papa Giovanni Paolo II, che lo insignisce del titolo di “Cavaliere dell’ordine di S. Silvestro Papa”, ricevuto dalle mani del cardinale Carlo Maria Martini presso il palazzo arcivescovile di Milano. Dieci anni dopo, in occasione del 50° del Coro Alpino Lecchese, che nel frattempo ha assunto proprio il titolo “Danilo Bertani”, gli viene tributata una onorificenza cittadina con targa ritirata dalla figlia giacché il maestro è ormai in precarie condizioni di salute. Due anni dopo, nel 2003, la conclusione della sua lunga vita dedicata alla musica.

    Ha così termine l’affascinante storia dei tre Bertani, nati presso il Po di Goro in Polesine, terra che pertanto oggi può andare altrettanto fiera delle città in cui i tre musicisti si sono trovati a dare il meglio del loro impegno e della loro professionalità.

  • Zerqueni e la Scuola Speciale

    Zerqueni e la Scuola Speciale

    Marcello Zerqueni nacque a Trieste, allora inserita nel territorio dell’Impero Austriaco, il 31 marzo 1897 da una famiglia modesta ma laboriosa: il padre gestiva una piccola falegnameria, la madre era casalinga e il nucleo familiare raggiunse le quattro unità quando, ben dopo16 anni, nacque un altro maschietto.

    Marcello manifestò interesse per gli studi e si iscrisse all’Istituto Magistrale, (allora detto Scuola Normale) assumendo ben presto su di sé anche il compito di capofamiglia in seguito alla precoce morte del padre.

    Appena diplomato non ebbe la soddisfazione di ottenere subito una cattedra perché fu reclutato per la guerra del 1915-1918 ed inserito nell’esercito austriaco che doveva combattere contro gli italiani. Marcello Zerqueni si sentiva italiano, anche per i sentimenti favorevoli all’Italia che da sempre si erano respirati in famiglia. Perciò non intendeva assolutamente usare le armi e riuscì nel suo intento accusando problemi di salute, per cui ottenne un distaccamento in caserma.

    A guerra finita iniziò l’attività di docente in un istituto privato e più tardi ebbe l’incarico di insegnare come maestro in una scuola pubblica, sempre a Trieste divenuta ormai italiana. In questo periodo conosce, e ben presto sposa, una ragazza triestina di dieci anni più giovane: siamo nel 1927.

    L’esperienza acquisita e l’approfondimento degli studi lo portano a migliorare la sua posizione, ottenendo l’importante incarico presso il Consolato Italiano (Ministero della Pubblica Educazione) di coordinare le scuole italiane all’estero.

    Correva l’anno 1932 e Marcello Zerqueni ebbe il suo primo incarico in Pensilvania, Stati Uniti, a Filadelfia. Nel 1934 rientrò in Italia per partecipare al concorso di Direttore Didattico. Nel 1935, dopo tre anni di assiduo lavoro, fu trasferito al Consolato della Scuola Italiana a Nuova York. Nella grande città statunitense si contava il massimo concentramento di emigranti italiani, e Marcello Zerqueni rimase nella metropoli per altri due anni. A Filadelfia, prima di partire per Nuova York, ebbe la sua unica figlia, che chiamò Fulvia, nome molto comune a Trieste, che gli ricordava l’Italia.

    Nel 1937 venne trasferito al Consolato Italiano in Belgio, paese che, dopo qualche anno, dovette abbandonare per l’invasione tedesca e lo scoppio della seconda guerra mondiale.

    Ritornò a Trieste dove c’era la mamma e il fratello che l’attendevano ed ottenne l’incarico di Direttore Didattico a Pola. Ma ben presto, ancora una volta, il destino di Zerqueni viene ad intrecciarsi col corso della storia. A conclusione della seconda Guerra Mondiale, l’Istria, aggregata alla Jugoslavia di Tito, non più terra ospitale per gli italiani. Inizia l’esodo e Zerqueni ottiene la nomina di direttore didattico a Rovigo. L’anno successivo è poi nominato Ispettore per le Scuole di Rovigo e di Adria.

    Nello stesso anno in cui Zerqueni si spostò a Rovigo, raggiunsero il capoluogo polesano con le loro famiglie molti profughi dall’Istria, tra cui il prof. Florencis, il dott. Rodinis, il ragioniere Falchi e l’ing. Corradi.

    A Rovigo il direttore Zerqueni trovò abitazione in Commenda nelle case INCIS. Di carattere libero, ma austero, metteva soggezione ai maestri che lo temevano e lo criticavano.

    Iniziò la sua attività visitando per prima la scuola elementare di via Carducci, incontrò una insegnante nata a Cavallese che aveva ricevuto una educazione “tedesca”. Costei, della visita dell’ispettore rimase entusiasta, e disse: «E’ una persona istruita, gentile che conosce bene i bisogni della scuola, con una educazione un po’ austriaca come me.»

    Nel 1948 con la legge che dava diritto di educazione anche ai fanciulli con problemi psichici, non gravi, lui, psicologo e studioso dell’animo giovanile, fece adattare la palestra delle scuole di via Miani dividendola in due aulette in modo da garantire lo spazio necessario anche a questi ragazzi.

    Io cominciai ad insegnare nell’anno scolastico 1949-50.

    Avendo conseguito il diploma della scuola Orto frenica di Firenze, in città ero l’unica specializzata. Ebbe inizio così la Scuola Speciale. Ero guardata con diffidenza dalle altre maestre, per lo più anziane e pronte per la pensione. Non capivano il mio lavoro, mi chiamavano la maestra dei “matti”.

    Zerqueni fu l’artefice di questa scuola e la sostenne sempre. Il 15 novembre 1951, con l’alluvione del Po le zone più basse della città di Rovigo furono sommerse dalle acque melmose. Addio sogni: fu un duro colpo, tutta la città era in ginocchio e per mesi le scuole rimasero chiuse.

    L’Ispettore Zerqueni, persona molto umana, cercò di aiutare le sue insegnanti e, accompagnato dal maestro Rizzato che conosceva molto bene la città, in barca visitò le zone dove abitavano le sue maestre e cercò di dare a loro un aiuto concreto, finché fu avviata l’opera di prosciugamento.

    A poco a poco le cose si aggiustarono e anche la scuola riprese il normale lavoro. Le insegnanti della Scuola Speciale erano seguite dall’Ispettore e aiutate dal Prof. Padovan primario dell’ospedale psichiatrico.

    Zerqueni era entusiasta della sua scuola, e invitava direttore e insegnanti di altre città per uno scambio di idee, mentre noi visitavamo a Bologna la Scuola Montessori che aveva anche classi per bambini con gravi handicap. Siamo state anche ben accolte nella suola di via Manzoni a Milano, sempre accompagnate dall’ Ispettore.

    Con gli anni la Scuola Speciale si ingrandì, l’Ispettore Zerqueni frattanto andò in pensione. Poi, nel 1980, con la legge 180 anche la Scuola Speciale chiuse i battenti, dopo 30 anni di utile lavoro.

    Qualche anno dopo incontrai in piazza l’Ispettore che mi disse: «In Italia quando c’è una cosa che funziona bisogna distruggerla; legga il libro di Mario Tobino “Le libere donne di Magliano”, capirà così la legge 180.»

    Era innamorato della scuola e aveva una concezione moderna e pratica; fu insegnante e funzionario infaticabile. Anche in pensione continuò sempre a seguire i giovani e quando poteva dava lezioni e suggerimenti a chi aveva bisogno di un titolo di studio per migliorare la propria posizione.

    Zerqueni morì il 29 maggio 1992, a 95 anni, assistito dalla signora Anna e dalla adorata figlia Fulvia.

  • La Maramacola

    La Maramacola

    La maramacola è un essere vivente (un mammifero o un pesce?) che – si racconta da tempi remoti – ha il suo habitat naturale in Polesine. Questo è quanto afferma la tradizione popolare, giacché nessun naturalista è mai riuscito a identificare e classificare il misterioso animale.

    In alto Polesine si tramandano narrazioni sul potere afrodisiaco delle sue carni, e la maramacola (o marmacola) viene descritta come una sorta di castoro: a detta dei più anziani vivrebbe acquattata in fossati, occultata da canne e sterpi. Per tentarne la cattura è consigliata la stagione fredda, quando si muove lenta in uno stato di torpore molto simile al letargo. Ma, a quanto è dato sapere, l’obiettivo cattura si è sempre trasformato in grandi raffreddamenti per i cercatori – creduloni o sfortunati? – e le descrizioni del misterioso animale si sono fatte sempre più approssimative, condite certamente di ingredienti fantasiosi¹.

    Nel Delta le cose non cambiano molto, tranne le caratteristiche della maramacola, senz’altro accomunabile ad un pesce ignoto: un eccezionale animale acquatico in grado di dispensare fortuna a palate… e non poche delusioni per gli incauti cercatori. Inseguiti costoro dai lazzi degli amici, o presunti tali, ma in realtà maligni ideatori di atroci scherzi. Personaggi che stazionano nelle osterie e nei bar di paese, sempre pronti a sfruttare l’ingenuità delle persone indotte ad inseguire mirabolanti quanto impossibili catture.

    Ma una volta tanto le cose non sono andate secondo le previsioni e nel libro, “La maramacola Storie del Delta”, l’autore Giovanni Pozzato ci parla di uno di questi scherzi ideati alle spalle di Bernardo, giovane che non brillava certo per doti critiche. Fu così che Bernardo, bevutasi la narrazione degli avventori del bar, si dedicò senza riserve alla ricerca del misterioso dispensatore di ricchezza… con esiti imprevisti e, a quanto è dato supporre, una volta tanto decisamente favorevoli. Infatti Bernardo, sparito dalla circolazione dopo la difficile esperienza, ha fatto ritorno al suo paese nel Delta solo qualche anno dopo, a bordo di un’auto lussuosa, ostentando agi impensati. Frutto della maramacola? E’ lecito pensarlo.

    Il racconto, che dà il titolo al volume, è presente nella raccolta (in tutto 12 narrazioni e due poesie) che hanno come sfondo i paesaggi del Delta e come interpreti personaggi locali, in alcuni casi veri in altre fantastici ma sempre connaturati con l’ampia e suggestiva area della “bassa”, dove il grande fiume apre a ventaglio i suoi rami prima di raggiungere il mare.

    Si tratta di narrazioni coinvolgenti, che dimostrano una conoscenza approfondita dei luoghi, delle consuetudini, dei sapori e degli incanti del Delta. Racconti che solo un innamorato della propria terra poteva ideare.

    Racconti di ampio spessore narrativo, in alcuni passi dei quali si avverte un tono quasi epico; scritti che hanno il sapore dell’omaggio ad un territorio tanto amato.

    Un territorio che Giovanni Pozzato, classe 1937, ha portato sempre nel cuore pur vivendo lontano dal natìo paese di Taglio di Po, essendo emigrato in Piemonte nel 1962. Ha vissuto a Nichelino dove ha svolto l’attività di insegnante ed è stato anche assessore alla cultura e alla pubblica istruzione di quel comune piemontese, ed inoltre ha fatto parte del Movimento di Cooperazione Educativa.

    Il libro si presenta come un omaggio alla terra natìa, dicevamo. L’ultimo e più sentito omaggio, perché Giovanni Pozzato è mancato nell’autunno del 2006 a breve distanza dalla pubblicazione del volume, e non ha potuto essere presente a Nichelino alla presentazione della sua opera, avvenuta in una serata in cui, in un teatro gremito di persone, si è levato, solenne e sentito, un grande applauso all’indirizzo dello scomparso scrittore del Delta dimorante in Piemonte.

    Chi ha conosciuto Giovanni Pozzato, lo ritrova nella vis narrativa dei suoi racconti fortemente impregnati di Polesine. Narrazioni che, quasi per una sorta di miracolo, sono nate lontano dalla terra di origine; un’area questa descritta nelle pagine del libro con caratteristiche peculiari: suggestiva per gli aspetti ambientali, ricca di vicende ed animata da personaggi pieni di risorse.

    E’ così che in Piemonte, un libro di un personaggio che ci ha lasciato e che abbiamo voluto qui ricordare, tiene desta l’attenzione per il Polesine e il suo Delta, facendosi ambasciatore di una terra che non manca di motivi per essere visitata ed apprezzata.

    E chissà che non tocchi ad un lettore piemontese del libro imbattersi nella maramacola durante una visita alla terra dei grandi fiumi.

  • La fabbrica dell’aceto

    La fabbrica dell’aceto

    Chi percorre la strada arginale che si snoda lungo la riva sinistra del Canalbianco tra Castelguglielmo e la frazione di Bressane incontra, a tre chilometri dal capoluogo, in località Ca’ Peretto, una particolare corte rurale, ora disabitata, nella quale sono in corso lavori di ristrutturazione.

    Il complesso edilizio si sviluppa a forma di U rovesciata, circondando un ampio cortile, al quale si accede scendendo dalla strada arginale attraverso due rampe. Il casale, con chiare caratteristiche rurali, è dunque composto da tre ali di fabbricato che delimitano il grande cortile interno, chiuso anteriormente da una mura di cinta, interrotta al centro dal varco del portone di accesso. Il lato mancino è composto dalla casa padronale seguita dal fienile, il settore longitudinale da un edificio ad uso industriale, il lato a destra da barchesse, cantina e legnaia, divise da un porticato con un’unica arcata. Una struttura quest’ultima caratterizzata da una certa ricercatezza sul piano architettonico, impreziosita alla sommità da due timpani, uno rivolto verso la corte, l’altro all’esterno. E sotto il grande arco il passaggio che mette in comunicazione il cortile con il brolo piantumato e una capezagna che conduce in aperta campagna.

    Una costruzione poliedrica dunque, un nucleo abitativo particolare, contrassegnato ancor oggi dalla denominazione di “fabbrica dell’aceto”, che non passa inosservato e desta curiosità. Motivo per cui siamo andati alla ricerca di notizie, che ci sono state fornite dall’attuale proprietaria Nadia Gallani, attualmente residente a Rovigo.

    Veniamo a conoscenza che l’immobile principale fu costruito nel 1770, durante il periodo della Repubblica Veneta, dal conte Antonio Oroboni di Fratta Polesine (il nonno del carbonaro morto nella prigione dello Spielberg) proprietario di buona parte dei terreni e dei fabbricati posti sulla riva sinistra del Canalbianco: una vasta area rurale detta “presa Orobona”.

    L’edificio fu utilizzato come dimora prestigiosa di campagna fino al 1816. Dopo tale data, a seguito del forte indebitamento degli Oroboni, venne ceduto “a livello” al Gran Capitano Tasso il quale, divenutone proprietario, attraverso gli eredi, ne mantenne inalterato l’uso fino ai primi anni del ‘900.

    Lo sviluppo della canapa in Polesine indusse i proprietari ad aggiungere una nuova “ala” all’edificio principale, collegando il settore nord con la parte a sud, ed adibendo l’ampia superficie delle barchesse a fabbrica di canapa, destinandola poi, dal 1920 fino ai primi anni quaranta, ad acetificio.

    Il complesso divenne in seguito proprietà Brugnoli-Tasso e, dal 1968, “casa Galvani”.

    Notizie sulla particolare corte rurale, più nota come “fabbrica dell’aceto”, ci vengono fornite da una discendente della famiglia Tasso, Fulvianna Godino, che fino a qualche anno fa ha condotto la farmacia del vicino paese di Canda ed attualmente abita a Rovigo.

    La signora Fulvianna conserva alcuni piacevoli ricordi della sua infanzia, ricordi di quando andava in bicicletta lungo la strada arginale del Canalbianco da Canda a Ca’ Peretto a trovare i nonni e gli zii. “In quegli anni ero molto piccola – dice – ma poi ho avuto modo di aggiornare le mie conoscenze sulla storia della famiglia Tasso e sull’acetificio dai discorsi rievocativi che Maria Tasso, l’ultima ad aver lasciato la casa della località Ca’ Peretto, scambiava con la sorella Annalena negli anni ‘60” (Annalena viveva a Canda nella stessa casa di Fulvianna).

    “I racconti di queste mie zie ultraottantenni erano ricchi di particolari, come se gli eventi fossero contemporanei. Io le ascoltavo divertita e con grande curiosità. I ricordi delle zie risalivano al loro nonno Battista, che potrebbe essere nato nel 1780. Questi era considerato il capostipite della numerosa famiglia Tasso. Le arzille vecchiette raccontavano che questo loro nonno aveva avuto molti figli e che ogni mese andava a Padova con una grossa sporta piena di zecchini per pagare la pigione per i sette figli che studiavano all’Università, laureandosi tutti per lo più in Farmacia. Dopo nonno Battista, l’attività dell’acetificio fu condotta dai figli Giuseppe e Antonio, che l’hanno avuta in eredità. Questi due non erano laureati e ciò fa pensare che il loro padre avesse fatto studiare soltanto i figli che lo desideravano e abbia lasciato l’acetificio agli altri discendenti maschi. Oltre a loro c’erano infatti anche due figlie, Antonietta e Maria”.

    L’ultimo erede di questo acetificio è stato poi un nipote di Giuseppe: Gustavo Cuccati, di Castelguglielmo, unico figlio di Melania, figlia di Giuseppe. Questo Gustavo morì in giovane età, nel 1954, senza avere avuto discendenti. Suo padre Giovanni Cuccati, che gli sopravvisse, vendette successivamente la parte ereditata a persone che destinarono i fabbricati ad allevamento di polli, ciononostante il complesso continuò ad essere identificato come “fabbrica dell’aceto”.

    “Tra i molti e curiosi aneddoti sulle vicende familiari dei Tasso – ci riferisce ancora la signora Fulvianna – le due zie raccontavano con orgoglio che il loro padre, Antonio, era stato un sostenitore della Carboneria. In quanto commerciante, aveva libertà di movimento. Dalla vicina Fratta, attraverso i campi, portava i messaggi dei carbonari, nascondendoli in una balla di fieno, fino al “ciavegon dei becàri” sullo stradone di Runzi (in comune di Bagnolo di Po) dove altri patrioti, provenienti da Ferrara, li prelevavano.”

    Il racconto di Fulvianna continua con molte notizie e aneddoti curiosi e interessanti sulla numerosa famiglia, sulle scampagnate che lei faceva in bicicletta da Canda a Ca’ Peretto con amici e i cuginetti Bettini di Brescia. Descrive la casa di abitazione, molto signorile: un ampio salone d’ingresso che si apre sul lato nord verso il giardino mentre a sud si collegava con il cortile parzialmente pavimentato con lastre di selci; cucina e sale del piano inferiore e di quello superiore con quattordici vani; pavimenti al piano terra a piastrelle colorate esagonali in uso nell’ottocento nelle case dei ricchi, mentre al piano superiore i pavimenti delle numerose camere da letto erano in ottimo parquet.

    I soffitti della sala e dei tinelli del piano terra e delle stanze del primo piano erano “accuratamente affrescati”. Grandi focolari con raffinati alari e rami, soffitte ricolme di vecchie cose, adiacenze e magazzini tutt’intorno alla grande area cortiliva, suggestivi e invitanti locali dove loro, ragazzi, trovavano spazio per i giochi e le fantasie.

    Le notizie sull’attività dell’acetificio vengono integrate dal cugino di Fulvianna, Luigi Bettini, che abita a Brescia, pure lui bambino a quell’epoca. Questi ricorda il grande complesso di fabbricati, che avevano un che di misterioso. Erano in disuso ma conservavano ancora una parte delle attrezzature: due enormi botti in legno “alte oltre due uomini”, ovali, perfettamente lucidate, adagiate su una invasatura di grosse travi di legno, una pompa da travaso col cilindro orizzontale su un carrello a leva verticale per azionarle e dei grossi tubi di gomma telata con la spirale in ferro.

    Del laboratorio, Bettini ricorda “la vetreria che era del tipo antico di vetro sottilissimo, un poco opalescente, vere opere d’arte soffiate a mano”. Ricorda che la fermentazione del vino o del vinello per farne aceto era fatta nei grandi tini che contenevano anche trucioli di legno perché, nei travasi, il prodotto fosse più esposto all’aria e favorisse il lavoro dei fermenti, assieme alla temperatura tiepida. “Ricordo che producevano anche una “essenza” (che la zia Maria usava a gocce per correggere il gusto saporoso dell’acqua del pozzo) che probabilmente era fatta con l’alcool o con l’acido acetico.

    Attualmente il complesso abitativo si presenta come un grande cantiere, ma la sorte, non sempre benigna, ha purtroppo imposto una forzata sospensione dei lavori. E’ stato pertanto interrotto l’interessante progetto che prevedeva il recupero dei fabbricati da adibire a fattoria didattica, con la riapertura del casale, la cura dei broli, la coltivazione dei campi circostanti, nonché l’accoglienza di visitatori con l’illustrazione delle colture, dei prodotti della terra, dei lavori agricoli, delle strutture edilizie della particolare dimora. Il progetto prevedeva anche di ospitare nella corte vari concerti, considerata la grande passione per la musica dei proprietari, e di mettere a disposizione questo bene per le rassegne estive programmate nelle corti rurali polesane.

    Si spera che questa idea possa essere ripresa.

  • V Premio Rhodigium

    V Premio Rhodigium

    Al Borgo La Romanina di San Cassiano a Crespino, in un’atmosfera accogliente e festosa, lo scorso 25 settembreè stato assegnato il “Premio Rhodigium 2008”. L’evento, patrocinato dal Comune e della Provincia di Rovigo e dal Comune di Crespino, è stato promosso dalla Banca di Credito Cooperativo Padana Orientale San Marco, che ha sostenuto l’iniziativa insieme alla ditta Guerrato, con la collaborazione del Romanina country club.

    Tra i presenti, oltre ai vertici della Bcc rodigina, il sindaco di Crespino Luigi Ziviani, quello di Ceregnano Nadia Ferrarese, l’assessore Luigi Osti in rappresentanza dell’amministrazione comunale di Rovigo, il vice Prefetto vicario Dott. Carmine Funcillo, il presidente dell’Ordine dei Medici Dott. Francesco Noce, il Direttore sanitario dell’Ulss 20 di Verona Dott. Gianni Tessari.

    Nato nel 2004 da un’idea dello scrittore Gian Antonio Cibotto, come riconoscimento all’attività e alla carriera di rodigini e polesani che si sono particolarmente distinti in ambito nazionale e internazionale, il “Premio Rhodigium” è diventato una realtà ormai consolidata che ha tagliato il nastro della quinta edizione.

    Quest’anno il prestigioso riconoscimento è stato conferito alla dottoressa Maria Grazia Cecchetti Masucci, residente in Svezia, per “gli importanti risultati ottenuti nel corso delle sue attività di ricercatrice nei cruciali settori della virologia e dell’oncologia e per la sua considerevole opera scientifica che l’ha posta ai massimi livelli internazionali”.

    Un riconoscimento molto apprezzato dalla ricercatrice, innanzitutto per l’importanza del premio, ma anche per l’occasione che le è stata offerta di incontrare i non pochi amici polesani e la mamma presente in sala un po’ commossa assieme alla propria sorella (zia della premiata). La dottoressa Maria Grazia Cecchetti Masucci attualmente dirige il Karolinska Institute di Stoccolma, dove è anche docente di immunologia tumorale. È membro dell’Accademia Svedese delle Scienze e fa parte della commissione che assegna il Nobel per la medicina.

    Una storia alquanto singolare quella di Maria Grazia Cecchetti Masucci che, dopo gli studi al liceo Paleocapa e la laurea in medicina, è partita per Stoccolma con l’intenzione di restarci pochi mesi, il tempo di un corso. Invece vive ancora là, dove è diventata una scienziata di fama internazionale che si realizza nel suo lavoro, che riesce ancora a credere con devozione all’eterna missione di medico. La sua ricerca sulle neoplasie di origine virale rappresenta non solo un vanto ma anche una solida speranza di vita per tutti coloro che lottano contro le infezioni responsabili di cancro.

    Il nome della celebre oncologa, così, si inserisce nell’albo d’oro dei premiati dopo quelli dei due fratelli ferraresi Elisabetta e Vittorio Sgarbi, del presidente dell’Accademia dei Concordi Luigi Costato, del giornalista Sergio Garbato e dello scrittore Giancarlo Marinelli.

    Per quanto riguarda i giovani, invece, il riconoscimento è andato alla promessa del basket italiano Chiara Rossi, playmaker in Serie A1 della Liomatic Umbertine, perché “nel basket ha conquistato già all’inizio della sua carriera successi incontrastati e straordinari che la vedono oggi tra le atlete di punta delle nuove generazioni”. Insieme alla carriera sportiva Chiara Rossi, classe 1988, dopo il diploma di Ragioneria, continua gli studi universitari: è iscritta al secondo anno di Scienze della comunicazione all’università di Perugia. Il nominativo della brava cestista di Rovigo, momentaneamente emigrata a Perugia, andrà ad arricchire il palmares inaugurato dalla pluricampionessa mondiale di pattinaggio Marika Zanforlin.

    Al momento della premiazione in molti hanno voluto evidenziare quanto stia diventando sempre più valido questo riconoscimento destinato a polesani che si sono distinti in campo nazionale ed internazionale. “È importante che la comunità sappia riconoscersi in ciò che i suoi esponenti hanno voluto e saputo esprimere – ha affermato il presidente della Bcc Lorenzo Liviero – Maria Grazia Cecchetti Masucci sta offrendo molto alla nostra città e all’intero Polesine. È in prima fila nella schiera di quanti fanno ricerca scientifica e si spende per una causa che va a vantaggio di tutti: la lotta ai tumori. E poi con Chiara Rossi c’è questa importante presenza dei giovani; la conosco fin da bambina e so che può essere da esempio per impegno e spirito di sacrificio!”.

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