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Archivi: Articoli d’archivio

  • L’organo della Basilica di San Bellino

    L’organo della Basilica di San Bellino

    Sono durati quasi due anni i lavori per il restauro dell’organo della Basilica di San Bellino. Un restauro accurato e radicale che ha consentito al rinnovato strumento di far sentire ancora una volta – nell’antica chiesa dedicata al Santo patrono della Diocesi di Adria Rovigo – la sua splendida sonorità. L’organo fu costruito nel 1829 dai fratelli Bazzani, organari veneziani formatisi alla scuola del celebre Gaetano Callido, conosciuto in tutta Italia per le sue pregevoli opere, ancora adesso esistenti e funzionanti in molte chiese.

    Durante i lavori di restauro si è potuto accertare che probabilmente esisteva già in questa chiesa un precedente organo, del quale però si è persa traccia. Infatti la cantoria lignea, che ancora adesso viene utilizzata, è più antica dello strumento dei Bazzani e sembra risalire alla fine del ‘600 inizio del ‘700.

    Diversi interventi di restauro furono effettuati in precedenza nel corso degli anni: il primo ad opera di Giovanni Foglia di Bergamo, come testimoniato da una firma a matita sul crivello; la seconda ad opera di Giuseppe Grigolli di Verona, la terza da Giorgio Quaglio di Piacenza d’Adige. Intervento, quest’ultimo, deleterio per lo strumento poiché l’organaro causò uno stato di completa confusione del quadro fonico, oltre ad un impoverimento dell’organo stesso per l’eliminazione di registri e di canne, smontate e ripristinate senza rispettare lo schema originale.

    Ulteriori lavori di ripristino (smontaggio, pulitura ed accordatura) furono effettuati nel 1937 dalla ditta Ruffatti di Padova. Nei primi due interventi l’organo fu mantenuto in sintonia con la Scuola Veneziana mentre con gli altri successivi si passò alla Scuola detta “Lombarda”, che portò a soluzioni sonore e meccaniche diverse anche se la cassa armonica ed il materiale fonico restarono quelli originali installati dai fratelli Bazzani.

    Il recente restauro, portato a termine nel mese di maggio 2007, dopo quasi due anni di lavoro, è stato effettuato dall’organaro Michel Formentelli di Verona. Questi ha eseguito non soltanto interventi conservativi ma anche integrativi in quanto ha ripristinato il contesto originario dello strumento comprendendovi anche le più importanti stratificazioni storiche. I registri sono stati riparati, alcuni rifatti o reintegrati, e sono state ricostruite inoltre più di 180 canne.

    Attualmente l’organo si ripresenta dunque con le 1000 canne di cui era dotato in origine.

    La basilica di San Bellino è tornata quindi ad avere nuovamente in funzione, al meglio delle sue possibilità, quest’opera di pregevole valore. I lavori sono stati consentiti grazie al contributo della Regione Veneto e della Fondazione Cariparo.

    Per far sentire nuovamente alla comunità Sanbellinese la splendida voce del suo rinnovato organo, non poteva mancare, pertanto, una cerimonia di inaugurazione. Il compito è stato affidato al maestro Francesco Tasini di Bologna, che si avvalso della collaborazione del Gruppo vocale “Lendinariae Consort”, diretto dal maestro Vincenzo Ferrari di Castelguglielmo. Il maestro Tasini, eseguendo brani di musica sacra di epoche e autori diversi, tra i quali Bach, Cabanilles, Padre Davide da Bergamo e don Luigi Palmieri, sacerdote e compositore polesano, ha esaltato in modo egregio la sonorità e le ritrovate capacità dell’antico strumento. Ottime anche le interpretazioni del Gruppo Vocale del maestro Ferrari, che ha eseguito brani sacri tratti dal repertorio antico di diversi autori quali Reina, Assandra, Cozzolani e Perucona.

    Ha presenziato il vescovo di Adria-Rovigo monsignor Lucio Soravito de Franceschi.

    Molte le autorità presenti; tra queste l’arciprete di San Bellino don Luigi Lovato, l’arciprete emerito della basilica monsignor Bruno Segala, il sindaco di San Bellino Massimo Bordin, il presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo Antonio Finotti.

    Grande l’interesse del numeroso pubblico presente nella basilica, che ha seguito il concerto con particolare emozione.

  • A casa Barbierato

    A casa Barbierato

    Sessantasette harmonium, nove pianoforti verticali storici e altri sei, sempre storici, a coda, quattro fortepiani a tavolo, quattro autopiani a rotoli di carta perforata, un piano a cilindro, un pianoforte da nave, un organo positivo, sei organi elettronici d’epoca, una dozzina di sintetizzatori e tastiere elettroniche, una quindicina di fisarmoniche, una ventina di ottoni e circa altri 40 strumenti musicali di vario tipo.

    Si tratta di oggetti di sicuro interesse storico, pezzi importanti della collezione del musicista Carlo Barbierato, da sempre appassionato di musica, che ha in mente un progetto originale, da realizzare insieme a qualcuno che sappia apprezzare la ricerca storica delle tracce del patrimonio musicale nel passato e la sua evoluzione fino a oggi.

    “La mia collezione di strumenti si è formata nell’arco di più di vent’anni, raccogliendo pezzi spesso mediocri o in cattive condizioni – spiega Barbierato – nella prospettiva di poter, un giorno, grazie alla collaborazione di qualche istituzione sensibile alla cultura, alla storia e alla musica, aprire un museo. Creare, quindi, un luogo che possa consentire oltre che di guardare, anche di ascoltare i suoni e provare, da parte di coloro che ne sono capaci, gli strumenti”.

    Come spesso accade, le buone idee vengono frenate dalla mancanza di sponsor, mezzi economici, enti e istituzioni che con il proprio prezioso appoggio, possano contribuire a creare qualcosa di innovativo e nello stesso tempo legato alla storia. Ma Carlo Barbierato non si perde d’animo e prosegue la propria collezione, sfruttando le occasioni che gli permettono di scovare strumenti dimenticati, abbandonati, poco considerati acquistandoli a basso costo. Sta poi alle sue doti saperli recuperare, rimettere in sesto.

    “Non tutti gli strumenti, che sono in prevalenza a tastiera, sono in buone condizioni o funzionanti – conferma l’artista -. Qualcuno è già stato restaurato o riparato, altri lo saranno in futuro. Dove io non sono in grado di eseguire i lavori, mi avvalgo di professionisti del settore che forniscono il loro prezioso contributo alla ‘rinascita’ di questi strumenti”.

    A casa di Barbierato si possono vedere piccoli e grandi gioielli musicali, ma, vista la consistenza dello spazio che occupano, la quasi totalità della raccolta è ospitata da un amico che dispone degli ambienti idonei a contenerli.

    “Se la mia abitazione me lo consentisse li terrei con me – sottolinea, quasi fossero divenuti per lui amici inseparabili -. Ma non ho davvero spazio per poterli trattenere”.

    Nel ‘magazzino-garage’, che si presta da dimora per gli strumenti, troviamo anche alcuni pezzi davvero rari: un harmonium ‘Tubi’ degli anni ‘50, a due tastiere e pedaliera, probabilmente il modello più grande mai fabbricato in Italia; un pianoforte da nave, verticale, con tastiera a scomparsa, tanto da permettere, sulle imbarcazioni dove fu collocato, di far recuperare spazio una volta chiuso; un harmonium d’arte che, oltre alle ance in ottone alimentate dall’aria, detiene una martelliera che modifica il timbro del suono. Nella penombra, accatastati o ordinatamente accostati l’un l’altro, attendono di essere riscoperti, di tornare a uova vita.

    Di poter raccontare, attraverso la propria voce, le note, l’anima di un’epoca, con gli avvenimenti che l’hanno caratterizzata e che ne hanno influenzato il modo di fare musica.

    Alla sensibilità degli enti, delle istituzioni, spetta l’ultima parola: quella di concretizzare un’idea, di cogliere una sfida, di non lasciar morire la passione di quei pochi che, in silenzio, coltivano le profonde radici di un passato sconosciuto ma non per questo da dimenticare.

  • Il percorso dei “Fradei loredani”

    Il percorso dei “Fradei loredani”

    Ha avuto una conclusione davvero straordinaria il programma delle “Camminate in Polesine” ideate dal C.T.G., gruppo “Rovigoti” ed affiancate dalla coop. Turismo & Cultura. Eccezionale per il numero di partecipanti, per la valenza storica dell’itinerario prescelto, nonché per un forte richiamo alla tradizione di fede che ha caratterizzato il cammino, per cui non è stata impropria la definizione di “camminata-pellegrinaggio”.

    Nella mattinata del 16 settembre scorso è stato infatti proposto il tragitto che ogni anno compiono nottetempo gli affiliati alla Confraternita della Trinità di Loreo, antica associazione di fedeli nota anche come “I Flagellanti di Loreo”.

    All’appuntamento mattutino, davanti al Duomo della cittadina bassopolesana, puntuali si sono presentati nutriti gruppi di associati al C.T.G. (Centro Turistico Giovanile) provenienti da varie province del Veneto, in particolare Belluno, Verona, Padova e Venezia, oltre che Rovigo naturalmente, complessivamente oltre 220 persone che hanno occupato tutto il sagrato.

    Ai convenuti ha porto il saluto della comunità loredana il sindaco Bartolomeo Amidei, che ha anche ringraziato gli organizzatori per la scelta di far conoscere ed apprezzare l’importante lembo del Delta del Po che ha come riferimento Loreo. Un’area fortemente caratterizzata sotto il profilo storico, dato che – ha ricordato il sindaco – la cittadina fu importante baluardo della Repubblica Veneta: “terra di confine e confino”, che ebbe un ruolo interessante in molte vicende legate al passato della Serenissima. In particolare al tempo del famoso “taglio di Porto Viro”, quando Loreo, unico centro abitato della zona, ospitò le delegazioni incaricate dello studio e della realizzazione della eccezionale opera di deviazione del corso del Po.

    L’offerta ai capigruppo di alcune ceste del tipico pane di Loreo è stato l’apprezzato dono di commiato del sindaco Amidei che ha lasciato la parola al presidente regionale del C.T.G. Giuseppe Marangoni, il quale, anche a nome del gruppo rodigino organizzatore dell’iniziativa, ha ringraziato il sindaco e l’assessore al turismo del comune di Loreo Luciana Beltrame attivatasi per il buon andamento dell’iniziativa, e quindi ha dato il benvenuto ai partecipanti illustrando il programma della giornata.

    L’itinerario del C.T.G. ha preso il via con la visita al Duomo, il seicentesco tempio, dedicato all’Assunta, opera del prestigioso architetto veneziano Baldassarre Longhena. La nutrita comitiva è stata accolta dal parroco don Giovanni Lodo, il quale ha illustrato le principali caratteristiche della chiesa-santuario che accoglie la sacra immagine della “Madonna della Carità”, sottolineando l’opportunità per tutti di rinvigorire le motivazioni della fede.

    La tappa successiva è stata presso l’attiguo Oratorio della SS. Trinità, riferimento fondamentale della Confraternita della Trinità detta anche dei “Fradei loredani”, dove il Priore dell’associazione religiosa, Oscar Fanton ha dato fondamentali spiegazioni sull’origine e i riti della confraternita. Presso l’oratorio ogni anno, nella serata che precede la festa della Trinità, si riuniscono gli associati. Alla mezzanotte iniziano i riti con la vestizione dei nuovi confratelli che indossano un mantello rosso-vinaccia. Dopodiché, in processione con croce e lanterne, i “fradei” si dirigono alla volta dell’antica chiesa del Pilastro per la celebrazione della Messa e la recita del rosario che conclude l’incontro religioso all’alba del giorno festivo.

    La parola è quindi passata a don Mario Gonzo, consigliere ecclesiastico regionale del C.T.G. veneto che ha evidenziato l’importanza del tragitto della “Confraternita della Trinità” riproposto nella giornata settembrina per gli aderenti all’iniziativa. Un “vero pellegrinaggio”, oltre due chilometri da percorrere nello spirito dell’associazione che vede nel “turismo giovanile” ideali che si legano indissolubilmente a quelli della fede.

    La camminata-pellegrinaggio, ha così preso il via verso un primo punto di sosta presso una sacra edicola dedicata alla Madre di Dio posta sotto i caratteristici portici della “vecchia Loreo”: un lungo porticato con botteghe di fronte allo storico naviglio collegante l’Adige con il Po di Levante, un tempo importante via d’acqua affollata di imbarcazioni che facevano della cittadina un importante nodo portuale.

    Successivamente la comitiva è passata presso l’antica torre settecentesca, simbolo della cittadina, per imboccare poi la via che sfocia davanti al teatro Zago, importante costruzione liberty, da tempo inagibile ed in attesa di un piano di ripristino.

    Il lungo serpentone C.T.G. ha quindi imboccato la strada verso l’oratorio del Pilastro, utilizzando il sottopasso di recente costruzione che agevola il percorso.

    E al Pilastro, tempio votivo di antiche origini ricostruito nel XVI secolo, dedicato alla Madonna qui presentatasi secoli fa sotto le spoglie di una enigmatica signora, come ricorda un dipinto realizzato all’interno del tempio, è stata celebrata la messa, conclusa dalla lettura della “promessa di fedeltà” dei sempre giovani aderenti al C.T.G.

    La giornata è continuata con il pranzo in un locale caratteristico e si è conclusa col suggestivo percorso della “Via delle Valli”, che ha dato modo di apprezzare importanti aspetti naturalistici del Parco del Delta del Po.

  • In visita al Planetario

    In visita al Planetario

    La conoscenza degli astri a Rovigo può essere raggiunta non solo mediante l’osservazione del cielo stellato, ma anche all’interno di un particolare edificio, attrezzato per questa opportunità. Stiamo parlando del Planetario che, grazie ad un gruppo di appassionati astrofili, è stato realizzato nell’immediata periferia di Rovigo, all’interno della ex scuola elementare di Roverdicré.

    Il planetario civico rodigino, intitolato a Claudio Tolomeo, insigne studioso dell’antichità e fine osservatore, uomo di potere ma anche noto geografo, è installato nella frazione di Rovigo dal 2003.

    Su una cupola di sei metri di diametro vengono proiettate le stelle e i pianeti: è possibile seguire il loro spostamento sulla volta celeste, il tramonto del sole e le fasi lunari.

    A causa dei movimenti di rotazione e di rivoluzione della Terra, a seconda delle ore della notte e del succedersi delle stagioni lo scenario cambia. E cambia ancora a seconda del punto di osservazione sulla superficie terrestre, con differenze notevoli soprattutto tra l’emisfero boreale e quello australe, a nord e a sud dell’equatore.

    Con un po’ di attenzione è facile riconoscervi le costellazioni, dall’Orsa maggiore all’Orsa minore, con la Stella Polare, quella più vicina al polo nord celeste, da Pegaso al Cigno, da Andromeda a Orione. Minime conoscenze consentono di passare dall’una all’altra, per avventurarsi in un itinerario alla scoperta dell’universo.

    Questo viaggio scientifico, elementare ma molto affascinante, è anche un percorso attraverso la mitologia antica, fatta di storie di giovani ragazze sacrificate a mostri marini, di cacciatori vanagloriosi e di bellezze rese immortali, raccontate da poeti e scienziati greci e latini.

    “Ricucire lo strappo, prodotto dall’idealismo, tra arte e scienza – spiega Enzo Bellettato del Gruppo Astrofili Polesani – divulgando la conoscenza del cielo in modo semplice ma con rigore scientifico, è possibile”. La gestione del planetario, oltre a quella dell’osservatorio astronomico di Sant’Apollinare, è affidata al GAP, che organizza visite guidate per scolaresche (da un calcolo approssimativo arrivano oltre mille studenti all’anno), garantisce un’apertura mensile al pubblico, segnalata puntualmente sui quotidiani locali, ed assolve ad altre richieste per gruppi. “Molti di loro – osserva in conclusione Enzo Bellettato – hanno avuto rapporti più o meno profondi con il GAP, soprattutto prima di iniziare la loro carriera, e questo vuole essere un modo per riconoscere il valore del Polesine anche in campo scientifico”.

    In alcune sale dello stesso edificio in cui è ospitato il planetario, è stata allestita un’interessante esposizione di strumenti astronomici e di orologi solari. Le meridiane romane, in particolare, sono state ricostruite sulla base di testimonianze scritte (importante soprattutto quella di Vitruvio) e archeologiche.

    Il rinvenimento di un frammento nei pressi di Villadose ha consentito di riprodurre un antico emisferio. Dall’osservazione diretta del funzionamento di tali strumenti è possibile comprendere gli effetti più vistosi dei due principali movimenti terrestri, nozioni semplici ma fondamentali per uno studio più approfondito dei meccanismi del cosmo.

    Nell’ex scuola di Roverdicrè accanto a questa esposizione vi è un’ampia sezione dedicata alla geologia, curata da un altro membro del GAP, Alberto Parri, con rocce, minerali, fossili, conchiglie e una collezione di sabbie provenienti da varie parti del mondo. Questo è il frutto di raccolte private, date in prestito, o di donazioni. La più recente in ordine di tempo è quella della dottoressa Silvia Semenghini, che ha raccolto campioni di sabbie con caratteristiche diverse, provenienti da molte spiagge italiane.

    Se in futuro saranno rese agibili altre stanze dell’edificio, è in progetto una sezione dedicata all’evoluzionismo dell’universo e della Terra.

    Nel frattempo il GAP organizza corsi di astronomia e geologia. In alcune circostanze il Gruppo astrofili polesani si avvale della collaborazione del “Teatro Amico” di Fratta Polesine, per presentare episodi mitici dell’antichità attraverso spettacoli di burattini, molto apprezzati dai bambini ma anche dagli adulti. “Anche il planetario – osserva Enzo Bellettato – è una sorta di teatro: il cielo è come un enorme palcoscenico su cui vengono proiettati i miti, ovvero il prodotto della psiche umana”.

    Di vero interesse si presenta dunque l’attività svolta dal Gruppo Astrofili Polesani, per il quale questo è un anno particolare, caratterizzato dal raggiungimento del venticinquesimo di attività. Per l’importante anniversario saranno realizzate alcune iniziative di rilievo tra l’autunno di quest’anno e la primavera del prossimo. Nello specifico si punterà su un ciclo di conferenze, che vedranno come relatori astronomi, docenti universitari e ricercatori che operano in Italia o all’estero ma tutti di origine polesana. “Molti di loro – osserva in conclusione Enzo Bellettato – hanno avuto rapporti più o meno profondi con il GAP, soprattutto prima di iniziare la loro carriera, e questo vuole essere un modo per riconoscere il valore del Polesine anche in campo scientifico”.

    Il Planetario “Claudio Tolomeo”

    Il Gruppo astrofili polesani è nato 25 anni fa, nel 1982. A dieci anni di distanza da questa data, nel 1992, è stato inaugurato un primo modello di planetario, denominato “Il Gira-Sole”, costruito dai volontari del GAP e reso accessibile al pubblico, coerentemente con la finalità del Gruppo di divulgare il sapere scientifico.

    L’attuale strumentazione è stata messa a disposizione dal Comune nel 1996 e installata per alcuni anni in una stanza della Scuola media “Riccoboni” di via Marconi. Dal 2003 ha trovato una sistemazione più comoda a Roverdicré, in via Pozzato, nello stabile che un tempo era stato destinato a scuola elementare.

    Una pista ciclabile, in via di ultimazione, collegherà la frazione di Rovigo al quartiere di San Pio X e consentirà di raggiungere anche il planetario più facilmente in bicicletta o a piedi. Per chi preferisce l’uso delle quattro ruote, di fronte al Planetario

  • Il tempio di Valliera

    Il tempio di Valliera

    Certamente originale ed unico sotto l’aspetto architettonico, nel panorama delle chiese della diocesi, si presenta il tempio di Valliera. Percepisco tanta disinformazione leggendo qualche articolo di giornale o incontrando qualche persona, a proposito delle forme e dello stile di questa chiesa parrocchiale-santuario dedicata alla “Madonna dell’autista”, situata a lato della strada che da Adria porta a Rovigo, lungo la quale ogni giorno transitano nei due sensi migliaia di veicoli.

    Né l’architetto Giovanni Cerutti di Mestre, che la progettò, né il suo ex-parroco don Settimo Malin, che la volle con forza, possono più spiegarne agli abitanti della piccola ma attiva comunità, situata alle porte di Adria, il significato delle linee architettoniche e dei simboli. Tenterò di fare del mio meglio come attuale pastore di questo gregge e per quanti, transitando lungo la trafficata arteria, sono attratti dalla moderna costruzione.

    Anzitutto, ricordiamo, che si tratta di una chiesa tutta intonata alla riforma liturgica proposta dal Concilio, conclusosi solo pochi anni prima della realizzazione di questo sacro edificio. Di fatto l’opera ebbe inizio il 24 novembre 1971 e fu consacrata il 31 maggio dell’anno Santo 1975.

    Iniziamo sottolineandone le novità architettoniche.

    Le strutture portanti del tempio sono in cemento armato. La copertura, di forma particolare, del tipo “a vela”, si presenta come un tendaggio, sostenuto alle estremità da due massicci portali di calcestruzzo a vista ed è tutta ricoperta da lamiera di rame. Detta copertura in cemento armato non intendeva risaltare come una struttura rigida ma come un telo teso. Il problema delle coperture laterali è stato risolto brillantemente con la costruzione di piani paralleli degradanti, tra i quali penetra all’interno la luce.

    Il disegno globale di questa struttura richiama, in modo inequivocabile, la Tenda della Presenza di Dio in mezzo al suo popolo, come il Signore dichiarò solennemente nel cap. 25 del libro dell’Esodo al popolo ebreo che iniziava, tra mille difficoltà, interne ed esterne la lunga marcia nel deserto, dall’Egitto verso la terra Promessa: “Essi mi faranno un santuario ed io abiterò in mezzo a loro”. Tenda che veniva smontata e rimontata, conforme gli ordini divini, ad ogni tappa del lungo e faticoso viaggio.

    Di fatto i pali che sostengono idealmente il telo della tenda sono innalzati, nella chiesa di Valliera, all’inizio (dove si trova il luogo della Penitenza) e alla fine (dove è ubicato l’altare del Sacrificio) con un ampio corridoio centrale, (dove la vela si abbassa verso l’assemblea), che conduce il fedele dal luogo della purificazione e della schiavitù, dall’Egitto, al luogo della salvezza e della liberazione, il sacrificio redentore.

    Se vogliamo, possiamo pure considerare l’ampia e luminosa aula interna del tempio, nella sua originale forma concentrica, come una grande sala nuziale, dove il Re convoca gli invitati, da ogni latitudine, verso il banchetto.

    Anche le cinque sottili lastre di marmo, di colori diversi, che dal fonte battesimale escono e vi scendono, possono ricordare i cinque grandi continenti del mondo, tutti chiamati all’unica vocazione di diventare figli di Dio.

    E la prima evidenza, per chi entra in questa chiesa, non è una immagine sacra, pure tanto cara al cuore e alla devozione di tutti, ma la tavola, l’altare, verso il quale tutto converge.

    Al tempo stesso, quest’aula delle nozze, una volta inserita in quella simbologia che evoca evidentemente la tenda, sta a significare la provvisorietà del nostro “transitare” terreno.

    Il pericolo di essere trovati senza l’abito nuziale esige una profonda coscienza di non ritenerci definitivi ma bisognosi di continuo rinnovamento, inseriti come siamo nel “già e non ancora”.

    La mancanza di una porta nella facciata pare ancora a molti un elemento di originalità eccessiva, ma se si pensa alla chiesa dell’autostrada, alle porte di Firenze, terminata dal pistoiese Giovanni Michelucci, nel 1968, pochi anni prima dell’erezione del nostro tempio di Valliera, si scopre che anche là non si entra in chiesa direttamente ma attraverso un lungo atrio che ha lo scopo di preparare il fedele all’ingresso nell’aula di preghiera.

    Gli spazi e le risorse economiche a disposizione dei nostri padri, oltre trenta anni fa, non erano sufficienti ad ottenere lo stesso risultato ma il senso doveva essere certamente quello.

    In definitiva quello di Valliera, si presenta come un tempio nato per dare una risposta al carattere nomade dell’uomo moderno, che instancabilmente cerca la pace, simbolo di una chiesa itinerante che si fa compagna di viaggio in questa ricerca.

    Manca ancora, per cogliere appieno la vocazione di questa chiesa-santuario “di sosta” per il pellegrino, per il fedele ma anche per chi vuole sostare e recuperare le proprie energie spirituali, una adeguata ristrutturazione logistica con la creazione di spazi e luoghi adeguati.

    Certamente Valliera troverà, nei prossimi anni, rinnovata forza di volontà perché l’originale tempio divenga, a pieno titolo, “chiesa dell’autista e del viaggiatore”.

    L’antico oratorio di Valliera

    Ben diversa l’architettura della chiesa di Valliera, danneggiata gravemente dall’alluvione del 1951 che fece nascere nella popolazione locale il desiderio di un tempio più ampio e rispondente alle nuove esigenze.

    Si trattava più che altro di un oratorio, più volte riedificato nel corso dei secoli, la cui prima documentazione – come ricorda Alberino Gabrielli nel suo “Comunità e chiese nella diocesi di Adria-Rovigo” risale al 1658, allorché il N. H. Ottaviano Valier (ecco spiegata anche l’origine del toponimo) la citò nel suo testamento.

    Ai Valier, nobili veneziani proprietari di vaste campagne in Polesine, spettava pertanto l’onere principale per il mantenimento della chiesa dedicata a San Rocco. Il bene passò poi ai Priuli, come viene documentato in un resoconto stilato nel 1749 dal vescovo Trevisan-Suarez, che, a seguito della visita pastorale, ebbe modo di lamentare l’estremo disordine in cui si trovava l’oratorio.

    Migliori le condizioni del tempio a fine Ottocento, come risulta dalla visita del vescovo A. Polin, dalla cui relazione si apprende che l’oratorio, di recente ricostruzione, era in grado di contenere quattrocento persone ed era dotato di tre altari dedicati rispettivamente a S. Rocco, alla Madonna del Rosario e all’Immacolata. Più carenti le condizioni del campanile, con tre campane, che si presentava “un po’ traballante”.

    Solo dopo la seconda guerra mondiale Valliera è elevata al titolo di parrocchia, con bolla vescovile del 2 ottobre 1947 e soltanto nove anni dopo, nel 1956 viene concesso il riconoscimento civile con decreto del Presidente della Repubblica. In tale data erano già stati riparati i danni dell’alluvione del ‘51, con la ricostruzione del campanile ad opera del Genio civile, ma già si pensava ad un nuovo edificio più rispondente alle nuove esigenze.

    Il progetto del nuovo tempio, elaborato dall’arch. Giovanni Cerutti di Mestre vide lo Stato assumersi l’onere di 30 milioni per la costruzione del rustico. I lavori, più volte interrotti, videro alla fine la conclusione nella primavera del 1975.

  • Il Ballarin di Lendinara

    Il Ballarin di Lendinara

    Era il 9 novembre 1812 quando Girolamo Ballarin in società con Giovanni Maria Bertazzi acquistò il “Granarone”, ampio stabile degradato, a lungo utilizzato come deposito di granaglie, costruito vari secoli addietro, al tempo degli Estensi. Ad occuparsi dei lavoro di riadattamento dell’edificio fu l’architetto ferrarese Antonio Foschini, mentre a Giuseppe Tavolini furono affidate le decorazioni pittoriche.

    Il 3 settembre 1814 si tenne l’inaugurazione del teatro, destinato ben presto a divenire, con i suoi cinquanta palchi, uno degli emblemi della cittadina.

    Dal 1834 fu Girolamo Ballarin in prima persona ad occuparsi del teatro, ma, dopo la sua morte, il figlio Sante non intese continuare l’impegno paterno e cedette il teatro a Giorgio Voltolini, apprezzato intagliatore e decoratore, che ne promosse una prima ristrutturazione, abbellendolo anche di una classica facciata realizzata nel 1870 su progetto dell’architetto Carlo Invernici. Voltolini si dimostrò particolarmente attivo anche nella programmazione degli spettacoli, diurni e serali: dal melodramma alla prosa, fino ai burattini e alle marionette.

    Agli inizi del Novecento il Ballarin fu rilevato dalla “Società dei Palchettisti” e, nel 1915, fu ampliato e trasformato su disegno dell’architetto Lorenzo Colliva. Nuove decorazioni in stile liberty-floreale furono eseguite dal pittore Carlo Baldi.

    Dopo aver vissuto stagioni memorabili, a partire dagli anni Trenta il Ballarin vide progressivamente soppiantato lo spettacolo teatrale da quello cinematografico. E questa fu la principale causa di una radicale trasformazione, attuata nel 1948, che cancellò quasi del tutto la fisionomia originaria del teatro. Il Ballarin, divenuto di proprietà privata, fu adattato a sala cinematografica: furono soppressi i palchi; rifatti atrio, ingresso e scale; aumentata la capienza. Solo la facciata dell’Invernici rimase immutata.

    Il 1986, dopo un lungo periodo di vita stentata, fu l’anno che vide il Ballarin chiudere i battenti, con il conseguente inutilizzo per anni.

    Nel 1993 il teatro diventò proprietà della Società “Teatro Ballarin S.r.l.” di cui il Comune di Lendinara divenne socio per il 99%.

    Dichiarato dal Ministero dei Beni Culturali e Ambientali “di interesse particolarmente importante”, nel 2001 cominciarono le opere di ripristino e adeguamento funzionale del teatro, sotto la guida dell’architetto Filippo Vigato. Nel 2002 furono ultimati i lavori di restauro della facciata. L’anno seguente venne liquidata la Società “Teatro Ballarin S.r.l.” e il teatro venne ceduto al Comune. Nel 2005 cominciarono i lavori di ristrutturazione interna.

    Dopo vent’anni dalla chiusura, il Ballarin ha finalmente riaperto al pubblico lo scorso 2 settembre 2007, al termine di un ciclo di restauri reso possibile dal contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e della Regione Veneto. Hanno sensibilmente sostenuto l’impegno anche la ditta Softel Engineering e lo Studio Prando.

    Con i suoi 440 posti di dotazione complessiva, con l’aggiunta del golfo mistico in grado di ospitare fino a 25 elementi, il Ballarin di Lendinara riprende così la vita iniziata quasi due secoli fa, riproponendosi come luogo quanto mai idoneo per rappresentazioni teatrali e concerti musicali, ma anche per proiezioni multimediali, convegni e manifestazioni sociali.

    L’inaugurazione

    Come anticipato da tempo, la riapertura del “nuovo” teatro è stata solennizzata con un’importante cerimonia, a cui hanno preso parte autorità e rappresentanti enti culturali. Un pubblico delle grandi occasioni, quindi, costituito da cittadini lendinaresi e non, emozionati di poter partecipare all’atteso evento.

    L’inaugurazione si è aperta con la benedizione, all’ombra del gonfalone del Comune di Lendinara, da parte di don Vittorio De Stefani e don Vincenzo Polo. La serata, magistralmente condotta da Marina Ferlini, ha visto diversi interventi. Dapprima è stato il sindaco di Lendinara Alessandro Ferlin a prendere la parola. “Dopo due anni e mezzo, abbiamo raggiunto un obiettivo importante non solo per Lendinara, ma per tutto il territorio polesano”. “Siamo felici e orgogliosi – ha aggiunto – ma ci sentiamo anche carichi di responsabilità per la prossima gestione del teatro che dovrà essere la migliore possibile”.

    A definire il Ballarin “un monumento che rappresenta l’identità dei lendinaresi” è stato Antonio Finotti, presidente della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, che ha inoltre ricordato la convinzione dell’ente nel progetto di recupero del teatro. Ed al presidente Finotti, il sindaco Ferlin ha espresso la gratitudine della città per l’insostituibile intervento di sostegno, donando alla Fondazione un’opera dell’artista lendinarese Carlo Tintore, rappresentante il riscatto del Polesine.

    Gli assessori regionali Maria Luisa Coppola e Renzo Marangon hanno avuto parole di elogio per la realizzazione del progetto di recupero, sottolineando l’importanza che esso riveste per tutto il territorio.

    Il giornalista Gian Antonio Cibotto ha, da suo pari, emozionato il pubblico presente con le sue parole. “È tornato un teatro dove spesso ho sognato in passato e dove spero di tornare a sognare come allora”.

    Anche Federico Saccardin, presidente della Provincia di Rovigo, rappresentata in sala anche dagli assessori Laura Negri e Giancarlo Chinaglia, ha auspicato che “il Ballarin possa collegarsi agli altri teatri presenti sul territorio, affinché si crei un’importante e grande rete culturale”.

    A concludere l’importante evento uno spumeggiante concerto dell’Orchestra Filarmonia Veneta, diretta dal Romolo Gessi, con il flautista Mario Carbotta, che in onore dell’ottocentesco teatro e delle memorie legate al mito di Garibaldi nel 200° anniversario della nascita dell’eroe dei due mondi, hanno eseguito una applaudita selezione di musiche garibaldine. Il primo riuscito appuntamento, dopo oltre vent’anni di silenzio.

    Il Concerto

    È stato un concerto di musiche scritte per Garibaldi, a riempire, dopo vent’anni di silenzio, il Teatro Comunale Ballarin. Il concerto, che si è ricollegato alle celebrazioni organizzate per il bicentenario dalla nascita di Giuseppe Garibaldi, ha visto esibirsi l’Orchestra Filarmonia Veneta con il flautista Mario Carbotta, diretti da Romolo Gessi.

    Garibaldi e la musica: un abbinamento non strano, come si potrebbe pensare. Infatti lo stesso Generale era dotato di bella voce ed inoltre l’amicizia e la collaborazione con diversi musicisti suoi contemporanei si concretizzò spesso in gradite occasioni musicali.

    L’esibizione lendinarese si è aperta con un pezzo che ha fatto apprezzare l’estro compositivo di Giulio Briccialdi, considerato il più grande flautista del suo tempo tanto da meritarsi l’appellativo di “Paganini del flauto”. Di Briccialdi è stata proposta la Fantasia per flauto e orchestra op. 103 “Le attuali emozioni d’Italia”, una sorta di variazioni di bravura sull’Inno di Garibaldi, intercalate al tema dell’Inno Austriaco, a un canto monastico e a citazioni di canti popolari napoletani, romani e veneziani dell’Ottocento. Una simbologia che ha rievocato l’inquietudine risorgimentale, la contrapposizione dei blocchi politici e militari, i diversi caratteri regionali del nuovo stato che si stava formando e lo slancio travolgente su tutti del Generale Garibaldi.

    È toccato quindi al Pizzicato Polka di Johann e Josef Strauss, seguito dalla marcia Wien bleibt Wien (Vienna resta Vienna) di Johann Schrammel.

    Di Donato Lovreglio è stata, invece, suonata la Fantasia militare per flauto e orchestra op. 30 “Il bouquet di Garibaldi”, che ha raccolto i temi dei principali canti risorgimentali delle truppe garibaldine.

    In questo panorama musicale non poteva mancare Giuseppe Verdi, di cui è stato suonato un Andantino dal Quartetto per archi.

    A concludere l’applaudito concerto le Danze per il film “Il Gattopardo” (Valzer Brillante, Mazurca, Contraddanza, Polka, Quadriglia, Valzer del commiato e Galopp), nate dalla bravura di Nino Rota.

  • Navigando lungo l’idrovia

    Navigando lungo l’idrovia

    C’era una volta… la navigazione fluviale. Per secoli, passeggeri e prodotti di vario genere si sono mossi lungo le vie d’acqua, da sempre ricchezza della pianura Padana. Hanno risalito senza fretta i numerosi corsi d’acqua a bordo di bragozzi o di altre imbarcazioni, che spesso necessitavano di un aiuto esterno: uomini, o nei tratti più lunghi cavalli, che, grazie a corde legate alla prua, tiravano dalla riva i capienti vettori di trasporto fluviale. Poi vennero i mezzi su rotaie e successivamente quelli su ruote, sempre più veloci ed efficienti… E fu così che le vie d’acqua vennero abbandonate, e anche i ricordi di una civiltà tanto particolare a poco a poco iniziarono ad affievolirsi e a spegnersi. Solo in qualche caso hanno destato l’interesse di alcuni storici o amanti della tradizioni che li hanno fatti rivivere in alcune apprezzate pubblicazioni.

    Ma al di là del ricordo, e anche della nostalgia nei confronti di un mondo così diverso dall’attuale, al di là della memoria di un’epoca lontana, caratterizzata da tempi lenti, indenni dalla frenesia tipica dei nostri giorni, è oggi possibile riproporre la navigazione fluviale, con mezzi adatti alle odierne necessità?

    Una verifica in tal senso è stata proposta ad un gruppo di giornalisti ed operatori del settore, invitati a constatare le opportunità della “terra dei fiumi” e cogliere le opportunità della navigazione lungo le vie d’acqua del Polesine e più in generale della pianura padana. Un’iniziativa voluta dalla SCIP (Società Consortile Idrovie Padane) e dal CONSVIPO (Consorzio per lo Sviluppo del Polesine), col sostegno di Provincia, Regione e Camera di Commercio.

    Nella serata dello scorso 4 ottobre, l’accoglienza al gruppo di invitati è stata fatta alla Romanina, apprezzato punto di incontro, ristorazione e sosta nel cuore della campagna polesana. L’indomani alle 8,30, partenza dall’Interporto rodigino a bordo di house-boat per risalire il Canalbianco con destinazione Fratta Polesine.

    Effettuato l’imbarco presso la darsena turistica in fase di completamento, la navigazione ha avuto inizio in un paesaggio velato da una nebbia leggera che ha conferito un’atmosfera ovattata e un po’ misteriosa all’itinerario fluviale.

    Una navigazione senza fretta, quella con l’house-boat, che lascia spazio ad osservazioni, stimola l’uso della macchina fotografica per istantanee che colgono gli aspetti naturali e documentano alcune emozioni particolari, come quella dello scoprire, tra la vegetazione, l’immobilità di un airone cinerino pronto a dare spettacolo alzandosi in volo al passaggio dell’imbarcazione.

    Sorpresa piacevole per gli ospiti nel trovarsi a navigare in un corso d’acqua le cui rive si presentano per lunghi tratti ricche di vegetazione. Annotazioni positive verso il silenzioso ed ordinato ambiente rurale solcato dal fiume-canale, dove il borbottio del motore è l’unico percepibile.

    Osservazioni interessate sui consistenti lavori di rettifica del Canalbianco attuati nel corso di vari decenni per rendere utilizzabile l’idrovia fino a Mantova. Domande sulla ricettività lungo il tragitto, mentre ci si lascia alle spalle l’Ostello Canalbianco di Arquà.

    Considerazioni sulla posizione “mediana” del Polesine che si stende tutto sul 45° parallelo, come indica un cartello presso il ponte della statale 16 sotto cui transita il natante. Interesse per l’attività di bonifica alla vista delle idrovore Bussari e Bresparola. Piacevole l’attesa per l’apertura delle porte vinciane presso la conca Bussari. Curiosità sulla civiltà delle ville venete polesane mentre si transita davanti alla recentemente restaurata Ca’ Bernarda.

    Infine, alle 10,30, la conclusione del tragitto fluviale con approdo all’imbarcadero del Pizzon di Fratta per una visita al vecchio Mulino e al prezioso salto d’acqua dello Scortico nel Canalbianco. Un dislivello questo, un tempo utilizzato per muovere la macina del mulino, che quanto prima avrà una nuova destinazione, come ci dice Giuseppe Marangoni direttore della Coop. Turismo & Cultura che gestisce la struttura restaurata: “Presto il salto verrà impiegato per azionare una piccola turbina di produzione ecologica di energia elettrica. Non solo… Sul tetto del magazzino verranno installati pannelli fotovoltaici: sole e acqua ci daranno energia in abbondanza. Si conta in quantità superiori alle necessità della struttura recuperata, dove la vecchia abitazione del mugnaio è stata trasformata in locanda per offrire una particolare ricettività in loco”.

    Poi, accolti da Donatella Girotto, una visita all’interno del recuperato mulino, dove non manca un gradito spuntino con prodotti esclusivamente locali.

    La tappa al Pizzon è di quelle che lasciano il segno. Si vorrebbe prolungare la sosta, ma il programma del Workshop prevede di salire su un pullman che ci porterà alla Badoera per il convegno “Le opportunità insediative, economiche, turistiche e finanziarie della provincia di Rovigo”.

    Splendida, inondata dal sole del primo autunno, si presenta agli occhi dei giornalisti la scenografia di Villa Badoer, eccezionale costruzione nobiliare realizzata da Andrea Palladio a metà del XVI secolo. Con le autorità è frattanto giunto a Fratta un altro gruppo di giornalisti ed operatori, questi ultimi interessati più agli aspetti della nascente industrializzazione polesana che al settore del turismo.

    Nel convegno – coordinato dal giornalista Mauro Lozzi della Rai – proposte e risposte per tutti. Dopo l’intervento del sindaco Riccardo Resini, la parola passa al presidente della Camera di Commercio Loredano Zampini, quindi a Federico Saccardin, presidente della Provincia, poi a Gianni Franchi presidente del Consvipo, seguito da Luca Zaia vicepresidente della Regione Veneto, da Mario Borgatti presidente della Scip, da Michele Genovese direttore del Consvipo e dall’assessore regionale Renzo Marangon.

    Emerge una fotografia dinamica del nuovo Polesine, terra con notevoli potenzialità, ben servita da reti informatiche e vie di trasporto, non solo stradali e ferroviarie, ma anche nautiche. E quest’ultimo aspetto rappresenta un’importante scommessa per la nostra provincia che vede nell’Interporto di Rovigo un qualificante punto di riferimento sotto il profilo dell’abbattimento dei costi di trasporto utilizzando le vie d’acqua, nonché un’attrattiva per il turismo fluviale.

    Di rilievo, per restare nell’ambito della navigabilità, l’annuncio della prossima realizzazione di un nuovo “terminal mercantile”, al largo di Porto Levante, che permetterà l’attracco di navi di grande tonnellaggio con la “rottura di carico” per lo spostamento delle merci su imbarcazioni di minore portata in grado di risalire la via fluviale fino a Mantova e Cremona. In avanzata fase inoltre la progettazione di una nave fluvio-marittima, abilitata per passare dal mare all’idrovia senza i problemi della “rottura di carico”.

    Circa le opportunità di investire in Polesine, appaiono interessanti le caratteristiche di sette nuove macro-aree industriali e commerciali, già in parte operative e agevolate da contributi per l’abbattimento dei costi di costruzione; aree che costituiscono un’importante potenzialità di sviluppo economico, riferito non ad un futuro indeterminato, ma già a portata di mano e di immediata disponibilità.

    Infine l’annuncio, per restare nell’ambito del turismo nautico, della prima guida turistico culturale della via navigabile Fissero-Tartaro-Canalbianco e fiume Po che sarà pubblicata col titolo “L’idrovia Padana”. Presenterà itinerari d’arte, storia, tradizioni e natura dei luoghi limitrofi all’idrovia. Un fondamentale strumento di conoscenza per tutti gli interessati a sperimentare questa forma di turismo alternativo che nel Polesine trova una terra di vera eccellenza.

  • Balkani

    Balkani

    Una mostra davvero prestigiosa ha inaugurato la riapertura del Museo Archeologico Nazionale di Adria, dopo i consistenti lavori di ampliamento e ammodernamento dello stabile per assicurare una presentazione più consona agli importanti reperti custoditi.

    Un’esposizione temporanea (dal 7 luglio al 13 gennaio), caratterizzata dalla eccezionalità di presentare un importantissimo nucleo delle raccolte archeologiche del Museo Nazionale di Belgrado; raccolte che dai tempi della recente guerra degli anni 90 del Novecento sono custodite all’interno di camere blindate.

    Veri capolavori dunque, eccezionalmente approdati ad Adria (opere sicuramente non prestabili in altra occasione, perché patrimonio unico della storia della Nazione), uscite temporaneamente dai confini nazionali in attesa di essere nuovamente esposte nella capitale serba, quando il Museo di Belgrado sarà di nuovo accessibile, a conclusione dei radicali restauri in corso.

    “Balkani. Antiche civiltà tra il Danubio e l’Adriatico”, un evento culturale di grande spessore voluto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo; un’esposizione che racconta la storia di molti popoli, di principi e guerrieri che nel millennio compreso tra l’ottavo secolo avanti Cristo e l’affermarsi della presenza romana (secondo dopo Cristo) abitarono, governarono o si contesero le terre bagnate dal Danubio e dalla Stava, fino all’Adriatico orientale.

    In mostra tesori principeschi, spesso realizzati tra Atene e Sparta o in Magna Grecia, per non dire di quanto proviene dall’Italia antica: esempi di tecniche raffinatissime raggiunte in antico nella lavorazione dell’oro, dell’argento, del bronzo e del ferro, come pure dell’ambra balcanica e della ceramica.

    Sono oggetti d’ornamento personale o della mensa, oppure armi e marmi scolpiti, capolavori acquistati dai principi locali spesso tramite i mercanti greci, opere di grande bellezza tanto da diventare modelli imitati dagli artisti locali, che poi elaborano nuove forme, prodotti di una nuova cultura figurativa.

    Valga per tutti la “Maschera di Trebeniste”, destinata – come la celebre “Maschera di Agamennone”, di età micenea – a modellare in oro le fattezze del principe e ad immortalarle per l’eternità. Una maschera funeraria tutta d’oro (34,8 grammi), ritrovata nel 1932 all’interno della tomba IX di Trebeniste, realizzata nel VI secolo avanti Cristo con martellature di una sottile lamina del prezioso metallo, probabile produzione di una officina locale ispirata a canoni desunti dalla civiltà greca. Sul volto spiccano i grandi occhi, la barba appena accennata, le labbra dischiuse ed il naso piuttosto imponente, realizzato a parte e successivamente applicato.

    Eccezionali anche i grandi Satiri in bronzo di fattura ellenistica del secondo secolo avanti Cristo. Eccellente opera di fattura arcaica è poi il cosiddetto “Magnifico Cratere”, uno dei quattro ritrovati al di fuori dell’ambiente propriamente greco, un manufatto in bronzo di grandi dimensioni e capolavoro della toreutica greca.

    Di epoca romana sono il potente Ritratto bronzeo del padre di Traiano, proveniente dalla decorazione della porta di accesso sul celebre ponte fatto erigere dall’imperatore sul Danubio ad opera di Apollodoro di Damasco, e due maschere di elmo da parata, perfettamente conservate, destinate a coprire il volto di qualche generale durante parate militari celebrative di vittorie e trionfi.

    Particolarissima la statuina di fabbro, intento a lavorare all’incudine un utensile o un’arma. Antichissimo eppure contemporaneo per sintesi di movimento e forza.

    Tra questo piccolo, stupefacente bronzetto e il grande bronzo del ritratto del padre di Traiano è compreso un millennio di storia, raccontata da una mirabile sequenza di opere d’arte, testimonianze superbe di civiltà e popoli talvolta “ignoti”, anche perché privi dell’uso della scrittura.

    Il Magnifico Cratere

    Il “Magnifico Cratere di Trebeniste” è un capolavoro assoluto del Museo Nazionale di Belgrado, tanto prezioso da essere stato assicurato per l’importante cifra di 5 milioni di euro.

    Elegantissimo, alto 72 centimetri, questo stupendo bronzo venne rinvenuto nel 1930 a Trebeniste, nei pressi del lago di Ocrida, in quella che è nota agli esperti come la “Tomba VIII”. Come vi sia arrivato non è dato sapere. Certo è che non venne realizzato in questo territorio ma prodotto – intorno al VI secolo avanti Cristo – probabilmente in una officina corinzia o di tradizione peloponnesiaca, situata nel nord-est della Grecia.

    Gli esperti considerano questo splendido cratere, insieme a quello rinvenuto a Viks, in Francia, tra i massimi capolavori della tradizione “toreutica” (ovvero dei manufatti in bronzo) greco-arcaica. Il cratere ha forma ovale, basamento anulare, ed è munito di due spettacolari anse. Queste (realizzate a fusione mentre il corpo del cratere è martellato) sono decorate con un due Gorgoni alate raffigurate a mezzo busto, affiancate da due serpi. Il collo del cratere è decorato da un fregio di cavalieri che si inseguono al galoppo.

    La qualità dell’opera, e in particolare le anse e il fregio con i cavalieri, denota una fattura di altissimo livello. Un’opera che a conclusione della mostra di Adria, sarà sottoposta ad un importante intervento di restauro, il cui onere sarà sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Una volta restaurato, il “magnifico cratere” sarà oggetto di una mostra monografica in Italia e in altre sedi.

    Il Ponte di Traiano sul Danubio

    La mirabile Testa-ritratto del padre di Traiano, ritrovata a Pontes, capolavoro bronzeo della ritrattistica romana, si presume facesse parte della ricca ornamentazione che decorava la parte superiore del Ponte di Traiano sul Danubio (103 – 107 d.C.), una delle costruzioni romane più celebri e grandiose, che si deve all’ingegno di Apollodoro di Damasco, forse il più grande architetto dell’antichità romana.

    Sconfitti i turbolenti Daci nel 102 d.C. (poi definitivamente sottomessi a Roma cinque anni più tardi dal medesimo imperatore), Traiano decideva la costruzione di un grandioso ponte sul Danubio.

    Difeso da due postazioni militari, l’una situata a Pontes nella Mesia, ora territorio serbo, e l’altra a Drobeta, l’attuale Turnu Severin in Romania, il ponte venne eretto durante la prima e la seconda campagna militare intrapresa da Traiano contri i Daci, mirabilmente narrata nella Colonna Traiana. Per la sua realizzazione venne impiegato per quasi un anno l’intero esercito imperiale schierato sul limes danubiano.

    I due Satiri

    Il “Satiro suonatore” è un bronzo alto più di un metro (per l’esattezza 122 centimetri) che proviene dagli scavi di Stobi. E’ una figura maschile, nuda, dalla intensa resa espressiva: la testa rovesciata all’indietro, le mani dinamicamente tese e la tensione interiore del corpo esprimono tutta la passione, la forza in movimento e il ritmo del suono, fissati nelle fusione del bronzo.

    E’ opera di altissima qualità, molto vicina ai capolavori della toreutica bronzea rinvenuti a Pompei e a Ercolano.

    Il “Satiro danzante” è un bronzo di poco più piccolo del primo (79 centimetri). La figura maschile è rappresentata con le ginocchia leggermente flesse in atto avanzare, il torso inclinato all’indietro e la testa rovesciata. Il braccio sinistro teso, leggermente distaccato dal corpo, il braccio destro sollevato, la mano con le dita aperte a ricoprire parzialmente il volto del satiro, esprimono la forza e la grazia della danza.

    La cura dei particolari e la resa perfetta del movimento documentano la qualità estremamente alta di quest’opera.

    I guanti e le scarpine d’oro della Principessa

    Il guanto e le scarpine d’oro della Principessa sepolta, con enorme sfarzo all’interno della cosiddetta Tomba VIII di Trebeniste, sono tra i manufatti aurei più emozionanti patrimonio delle collezioni archeologiche belgradesi.

    La copertura rituale del volto, delle mani e dei piedi del defunto con lamine metalliche di argento o di oro è legata alla tradizione della divinizzazione del defunto, originatasi a Creta e in Egitto, ma che si è poi diffusa nell’area compresa tra il golfo di Salonicco e la Tracia meridionale.

    Il guanto, unico ad essere ritrovato, presenta l’anima aurea danneggiata, ma restano evidenti le incisioni raffigurante la Gorgone, due sfingi e una coppia di uccelli dal lungo becco.

    Le due scarpine sono, in realtà, dei sandali d’oro. Ripropongono i medesimi elementi decorativi del guanto, ovvero – su ciascuna delle due lamine auree corrispondenti alla forma dei piedi sinistro e destro – una Medusa con la lingua sporgente, due sfingi ritratte araldicamente insieme a due uccelli dal lungo becco. Il tutto incorniciato da un prezioso meandro.

  • I tesori del Roverella

    I tesori del Roverella

    E venne il giorno dell’inaugurazione! Dopo vent’anni dall’inizio di un travagliato restauro, Palazzo Roverella è diventato la nuova, prestigiosa sede della Pinacoteca rodigina. E l’apertura è avvenuta sotto gli auspici di una prossima mostra temporanea, la terza dopo “Le meraviglie della Pittura” e “Mario Cavaglieri”: una rassegna che, a partire dal febbraio del 2008, assumerà un respiro internazionale nell’abbraccio della “Belle Epoque”,

    Ma torniamo all’inaugurazione de “I tesori del Roverella”, come recita il titolo scelto per la nuova esposizione della pinacoteca, inaugurata lo scorso 6 ottobre, presente il pubblico delle grandi occasioni: autorità civili e militari, politici di destra e sinistra per chiudere idealmente gli spazi della Pinacoteca Concordiana, realtà cittadina, e aprire i battenti di quella che si pone come la Pinacoteca della provincia di Rovigo, in grado di stare al fianco delle rinomate collezioni di città venete più importanti della nostra.

    Un’operazione che ha coinvolto le istituzioni e diverse associazioni; un intervento lungo ed accurato nel selezionare le opere più prestigiose e rappresentative delle due storiche collezioni, Casalini e Silvestri, che formano il nucleo della quadreria. Centottantasei quadri, su un totale di circa mille, sono stati dunque sistemati al Roverella; di questi quarantadue di proprietà del Seminario Vescovile, che, assieme all’Accademia è proprietario, al cinquanta per cento, della collezione Silvestri.

    Un evento importante e “decisivo” per il rilancio della cultura e dell’immagine di Rovigo e del suo territorio, come è stato sottolineato in tutti gli interventi pronunciati nella sala Oliva dell’Accademia. Del bisogno di far decollare la cultura come fonte di sviluppo, assieme alle potenzialità turistiche del Polesine, hanno parlato, sia pure in modi diversi, il sindaco Merchiori, il vescovo Lucio Soravito De Franceschi, il presidente della Provincia Saccardin. Da tutti un ringraziamento all’attenzione che la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, rappresentata da Antonio Finotti, riserva alle iniziative di grande respiro della città, intervenendo con il sostegno indispensabile a realizzarle.

    Ugo Soragni, direttore regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Veneto ha citato “il carattere variegato della collezione, in sintonia con la storia del territorio. Una collezione che in buona parte restata sconosciuta agli studiosi perché mai prima esposta al pubblico. E il processo di utilizzo, avviato con la nuova collocazione, è fondamentale per i successivi passaggi di studio e fruizione”.

    Il Gotico

    Il percorso museale inizia (I sala) con alcuni dipinti di grande importanza: l’“Incoronazione della Vergine”, capolavoro di Nicolò di Pietro, e “Santa Lucia e sei storie della sua vita” opera del pittore veneziano Quirizio da Murano (qui riprodotta). Di grande interesse uno splendido polittico quattrocentesco in terracotta dipinta raffigurante “La vergine col bambino e santi”, proveniente dalla parrocchiale di Raccano di Polesella ed attribuito a Michele da Firenze.

    Il Quattrocento

    Nella seconda sala due capolavori di Giovanni Bellini: una “Madonna con il Bambino”, dai riflessi mantegneschi (qui riprodotta) e un “Cristo Portacroce” di atmosfera giorgionesca. Accanto, esposte una serie di interessanti opere di pittori Belliniani come Marco Bello, Nicolò Rondinelli e Gerolamo Santacroce.

    Il Cinquecento

    Nella terza sala i grandi maestri del Cinquecento veneto: Tiziano, Tintoretto, Domenico Capriolo e Palma il Vecchio, presente con tre importanti opere, tra cui la “Madonna con Bambino e santi Gerolamo ed Elena” qui riprodotta.

    Il Seicento

    Il percorso procede (IV sala) con i grandi pittori veneti del Seicento: Sebastiano Mazzoni, del quale qui riproduciamo l’opera “Loth e le figlie”, Girolamo Forabosco, Pietro Vecchia, Pietro Bellotti, Giulio Carpioni e Andrea Celesti. Presenti anche Luca Giordano, Bernardo Strozzi e Giuseppe Maria Crespi.

    Il Settecento

    Il Settecento (V sala) vanta diversi capolavori, tra cui il famoso “San Giovanni Battista” di GianBattista Piazzetta, ed altri di Giuseppe Nogari, Giambattista Pittoni e Giuseppe Angeli. Tra i dipinti di paesaggio spiccano una “Marina con rovine classiche” di Johan Anton Eismann e una “Marina con ponte rotto ed arco di Costantino” di Luca Carlevarijs. Interessantissimi la pala d’altare del polesano Mattia Bortoloni e un superbo “Autoritratto” a pastello di Rosalba Carriera, qui riprodotto. Il Settecento veneto è inoltre rappresentato nella ‘Sala dei Ritratti Accademici’, che riunisce una straordinaria serie di ritratti di personaggi illustri di Rovigo e di protettori dell’Accademia dei Concordi. Opere realizzate dai maggiori pittori veneti del secolo: Tiepolo con il “Ritratto di Antonio Riccobono” qui riprodotto, Giambattista Piazzetta, Bartolomeo Nazzari, Alessandro Longhi e Gianbattista Pittoni.

    A conclusione degli interventi succedutesi nella Sala Oliva dell’Accademia, tutti (autorità e pubblico) a Palazzo Roverella per la vera inaugurazione con benedizione e taglio del nastro. Un’operazione quest’ultima che l’attuale sindaco Fausto Merchiori ha voluto condividere col precedente Paolo Avezzù, significando l’unità di intenti che le opposte forze politiche hanno trovato nel progetto Roverella. Merchiori ha poi tagliato un pezzetto di nastro per sè, per Avezzù, Saccardin, Finotti e il Vescovo, a ricordo di una giornata davvero “storica”.

    La conclusione, irrinunciabile, non poteva che essere la visita della nuova pinacoteca, con la dotta guida dalla curatrice, la dott.ssa Alessia Vedova.

    Si sono così svelate le meraviglie di casa nostra, lungo il percorso che va dal ‘400 al ‘700; un tesoro quello del Roverella che si completa con la straordinaria visione del bacino di san Marco, opera particolarissima, di ben 23 metri di base, realizzata nella seconda metà dell’Ottocento da Giovanni Biasin, una composizione esposta a ferro di cavallo che occupa tutta una stanza; una visione che va goduta ponendosi in una posizione centrale per immergersi nell’immagine circolare che avvolge e cattura il visitatore.

  • Un nuovo Polesine

    Un nuovo Polesine

    “C’è qualcosa nell’aria…”, nota con compiaciuto stupore Massimo Bergamini nel suo articolo (pag. 138), nato sulla scorta dell’esperienza acquisita seguendo vari progetti di “Turismo & Cultura”.

    Ed in effetti negli ultimi anni si è assistito ad un progressivo miglioramento dell’immagine di Rovigo e del Polesine, frutto questo di un impegno che coinvolge vari soggetti e che ha radici lontane. (In particolare dai primi anni Ottanta per quanto riguarda la cooperativa “Turismo & Cultura” editrice della presente rivista). Un impegno che si è reso via via più tangibile negli ultimi tempi col maturare di importanti progetti pubblici e privati, sfociati nella dotazione nel territorio di infrastrutture e strumenti fondamentali per far uscire Rovigo e il Polesine da una atavica condizione di marginalità.

    Col rarefarsi delle nebbie, divenute effettivamente molto meno caratterizzanti la terra dei fiumi, sembra finalmente essersi dissolto anche quel pernicioso “cono d’ombra” (famosa questa definizione di De Rita) che impediva visibilità e spegneva ogni interesse verso il nostro Polesine. Di qui lo stupore per chi giunge a Rovigo, con espressioni di incredula meraviglia colte più volte dai soggetti interessati allo sviluppo turistico della nostra terra.

    Hanno funzionato in positivo, per richiamare l’attenzione sul capoluogo, le qualificanti mostre al Roverella (il 10 Febbraio aprirà una interessante rassegna sulla “Belle epoque” che si affiancherà a “I Tesori del Roverella”, a cui dedichiamo l’articolo di apertura di questo numero del Ventaglio (pag. 8). Chi giunge per la prima volta a Rovigo non manca solitamente di rivolgere compiaciute sottolineature al cuore della città, ovvero alle due piazze risistemate, ai monumenti e agli edifici storici che le caratterizzano.

    Analoghi passi in avanti hanno fatto anche altri centri della provincia, da Adria beneficiata in questi mesi dalla singolare mostra “Balkani” (pag. 12), a Lendinara finalmente tornata in possesso del rinato “Ballarin” (pag. 26); a Fratta che, con le sue ville e la sua storia, si caratterizza sempre più come centro di attrazione per iniziative turistiche e convegnistiche (pag. 22); a Badia Polesine che sta riscoprendo nuove occasioni di attrazione turistica (pag. 168). Ed iniziative interessanti non mancano ovviamente anche in altri centri della provincia, su cui ci siamo soffermati in precedenti numeri della rivista e a cui daremo ulteriore spazio prossimamente.

    Un motivo rilevante di attrazione è poi rappresentato dai fiumi (anche il Canalbianco offre scorci davvero interessanti (pag. 22) e soprattutto dal delta, area di eccellenza sotto il profilo naturalistico. Paesaggi unici che recentemente è stato possibile apprezzare anche dall’alto, con un volo in elicottero promosso dalla Confindustria rodigina nell’ambito del convegno, tenutosi presso l’Autodromo di Adria, finalizzato a proporre un inedito connubio tra iniziative industriali e turistico-ambientali (pag. 172). L’iniziativa non ha annullato le voci fortemente critiche sui progetti industriali destinati ad una zona di grande pregio naturalistico, ma ha avuto quanto meno il pregio di dare visibilità alla provincia di Rovigo, il cui territorio si presenta oggi dotato di strutture di rilievo. A cominciare proprio dall’Autodromo di Adria e dai suoi padiglioni che, nella giornata della Confindustria, hanno contemporaneamente ospitato vari stand ed accolto oltre duemila persone in una maxi-sala, dotata per l’occasione di uno schermo di ben trenta metri. Un’iniziativa improponibile solo un paio di anni fa.

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