Cesare Grandi è un aitante giovane di Rovigo con la grande passione per la fotografia iniziata da ragazzo, quando il padre, Gianni, professionista del settore, gli regalò la sua prima Nikon. Dal genitore ha anche ereditato l’amore per l’avventura e per il reportage di viaggio; una passione anche questa che lega profondamente padre e figlio.
Gianni, il padre, viso cordiale, piglio sicuro, deciso, è sicuramente un artista dall’anima irrequieta, un esploratore alla ricerca degli aspetti più nascosti e autentici di regioni, nazioni, continenti del Pianeta. Lo spirito avventuroso, asserisce, Gianni Grandi, molto probabilmente “mi viene dal padre veneziano, mozzo sulle navi mercantili. A soli 11 anni se la sbrigava da solo a New York. Intraprendenti anche gli avi, commercianti, e un nonno Giovanni Battista, vivace arsenalotto all’Arsenale di Venezia.” Tutto ciò unito al piacere di scoprire, catturare suggestive immagini, inquadrature che frugano e vogliono vedere gli aspetti reconditi, segreti della vita. Una curiosità questa resa più consapevole e palese da quando assistette “folgorato” alla proiezione del celebre film del regista Antonioni: Blow Up.
Padre e figlio sono uniti dal continuo desiderio del nuovo, della scoperta, dalla voglia di conoscere l’anima autentica dei popoli, di quelli più lontani dalla nostra cultura e dal nostro credo religioso.
Silenziosi cronisti, osservatori rispettosi, affascinati da usi e costumi lontani, amano mischiarsi con le genti del luogo e molte volte è successo che vengano scambiati per gli stessi abitanti. Nomadi dell’immagine si muovono con mezzi di fortuna, alloggiano presso le abitazioni locali per incontrare l’umanità, come piaceva al famoso cronista Tiziano Terzani, con “cui si spartiscono i giorni, i pasti, gli umori della terra”.
Viaggiatori solitari, per amica, la macchina fotografica, “una compagnia incredibile”, vanno in avanscoperta per tracciare tragitti che ripercorreranno successivamente con pochi compagni di viaggio amanti del “fiato sospeso”, e con la voglia di osservare il mondo con occhi diversi.
Viaggi che divengono incontri profondi con le varie popolazioni per immergersi, con un pizzico di poesia, in usanze tanto diverse, impensabili, sorprendenti, a volte incomprensibili e disarmanti come la divisione della società in caste tipica della religione induista e il rispetto, la convivenza con ogni tipo di animale: in India nella polverosa città di Bikaner c’è un tempio dove i pellegrini adorano migliaia di topi.
Stupendi i servizi fotografici dell’America latina, del Sud-Est asiatico, Laos, Cambogia, e gli stati di Orissa, Rajasthan, fino nel folto delle foreste, alla scoperta di tribù preistoriche. Eventi raramente ripresi dagli obiettivi come la festa “della primavera dei colori” nella città di Agra, famosa per il magnifico tempio del Taj Mahal, con il lancio di polveri colorate. Ritratti, costumi esotici, accesi cromatismi dei turbanti, dei sari, paesaggi, templi, vie, città, la gente, le donne asiatiche cariche di pesi, fatica, bambini e di tanta dignità ed eleganza. Immagini di quotidianità immortalate in foto pregne di pulsanti sensazioni, di una gioia di vita, quasi di una pregnanza tattile.
Cesare Grandi, dopo anni di approfondimento tecnico in vari campi della fotografia, gestisce, a Rovigo, un proprio studio professionale, tutto tappezzato dalle sue foto. Opera con particolare attenzione alla tecnica digitale, senza aver abbandonato l’iniziale passione per la fotografia analogica.
Il suo lavoro va dai servizi per cerimonie, industria, dalla moda, allo still life, alla pubblicità. Tiene periodici corsi di fotografia analogica e digitale durante i quali viene privilegiata la parte pratica e, come già accennato, è accompagnatore di viaggi, con il padre, in vari paesi del mondo per appassionati di fotografia e delle autentiche vicende di questa nostra terra.
Due amiche come tante. Si conoscono all’Università Cattolica di Milano, studiano, si laureano, poi il destino fa sì che si perdano di vista. Ma in questa storia, la “provvidenza”, come direbbe Manzoni, le fa ritrovare dopo molti anni, entrambe nel monastero delle Carmelitane, a Rovigo, dove, entrambe oggi ultraottantenni, vivono una vita di meditazione, senza comunque estraniarsi dal mondo.
“Tanti anni fa ci siamo laureate in lettere moderne io e suor Bianca Maria e non eravamo nemmeno troppo amiche – si confida suor Maria Grazia -. Poi, le nostre strade si sono divise. Io ho fatto alcuni concorsi e sono entrata di ruolo, come professoressa alle Magistrali di Pescara. Finché, un giorno, rieccoci insieme”.
In via Pascoli, a Rovigo, in pochi sanno dell’esistenza delle suore del Carmelo della Trasfigurazione. Da 20 anni a Rovigo, le monache conducono una vita riservata, ma non di clausura, abitando la villa che prima di loro apparteneva al dottor Suriani e che il benfattore ha loro concesso alla fine del 1983, prima di trasferirsi in via Don Minzoni, in un ben più chiassoso appartamento cittadino, dichiarando “é vostra, perché qui si prega poco”.
A Rovigo le carmelitane vivono avvolte nel fascino di un giardino fiabesco, con scorci e angoli di quiete, di verde e fiori, piante e alberi, canne di bambù e prato. Per loro, alcuni volontari si dedicano al giardinaggio affermando che “una volta usciti da quel luogo si sentono rinascere”. Con lo stesso spirito sono molte le persone che quotidianamente si rivolgono alle suore per parlare, confidarsi, ritrovare un sorriso o partecipare alla messa delle 7.30.
Attualmente, sono in sette nella villa di via Pascoli: con Suon Bianca Maria (di 85 anni), ci sono suor Maria Grazia (87 anni, la poetessa) suor Mariangela, Suor Angela Maria, Suor Maria Cristina, Suor Maria e Nicoletta, che ancora non ha preso i voti. Nessuna di loro è polesana.
La giornata tipica delle suore del Carmelo inizia all’alba: sveglia alle 5 e mezza, alle 6 la prima ora liturgica con le preghiere, poi la messa e ancora preghiera e colazione. Poi, è la volta dei lavori domestici: chi riordina la cucina, chi fa il bucato, ci si occupa delle pulizie. Alle 12, preghiera liturgica poi il pranzo in mensa, durante il quale si legge o si ascoltano cassette perchè “meditare giorno e notte è nella legge del Signore”, anche a tavola, la regola contenuta nella Bibbia di San Paolo. Il momento della ricreazione prevede chiacchiere a non finire, canti, la lettura della corrispondenza e delle notizie del quotidiano l’Avvenire e di altre riviste dell’Ordine.
“Per Santa Teresa di Lisieux, ogni attimo di vita veniva offerto a Dio come petali di rosa. “Nessuno mi aveva mai parlato di lei, finché all’età di 20 anni ho scoperto la sua esistenza, leggendo un articolo sul Gazzettino che parlava della pubblicazione di un libro sulla sua vita – dice Suor Bianca Maria -. Già a 15 anni Teresa ambiva ad entrare nelle Carmelitane. La sua determinazione ha rappresentato la guida di tutta la mia vita, di ciò che io volevo fare”.
Suor Bianca Maria racconta la sua vita mostrando un libricino scritto qualche tempo fa, dove raccoglie le tappe fondamentali della sua esistenza. Contiene foto, aneddoti e, sfogliandolo, la suora si lascia sfuggire: “Mia madre mi vestiva e mi pettinava come una regina. Era molto bella, ma era titubante quando io ho espresso il volere di prendere i voti”.
La loro è una vita di comunione con le porte sempre aperte ai visitatori che vogliono dialogare. Non è una vita di eremitaggio, anche se Suor Bianca Maria conferma come sia essenziale sperimentare il deserto, soli nella propria cella. “E’ importante restare nelle celle per fabbricare il miele della contemplazione” afferma poeticamente, mentre gli occhi chiari, radiosi, affondano le proprie radici in terreni mistici, ben più profonde della mera estetica terrena.
Una piccola clessidra che scandisce il tempo di appena tre minuti: una briciola di ogni preziosa giornata, il tempo sufficiente per una preghiera. E’ il souvenir che suor Maria Grazia ha portato con sé dalla vita di tutti i giorni, prima di entrare in monastero e diventare carmelitana. La sua voce è sommessa, la salute tentenna, alti e bassi dovuti all’età (ha già compiuto 87 anni) ma gli occhi scuri e il sorriso sono la risposta alle tante domande che sgorgano spontaneamente dal cuore, incontrandola.
Suor Maria Grazia racconta della propria vita e svela da dove nascono le sue poesie. Ha infatti pubblicato un libro che raccoglie le proprie liriche, considerate come sempre uno dono a Dio, un modo per parlare di Lui. “Scrivo poesie così qualcuno le legge e, senza saperlo, prega con me” spiega, trasformando la propria vita in una chiara missione: la testimonianza di Cristo; da un Dio dalla presenza statica a un’entità che fa parte di essa e si svela in ogni istante.
Le poesie sono state scritte in occasioni particolari, scandiscono il calendario liturgico e regalano pennellate di emozione, fascino, misticismo e positività alle feste principali dell’anno, dal Natale alla Pasqua. “Sono sempre stata solita a non spedire auguri convenzionali – sottolinea suor Maria Grazia – ma a comporre qualche verso piuttosto che scrivere le solite frasi di rito tutti gli anni. A volte ne esce qualcosa che viene conservato a lungo e che gli amici a cui spedisco i miei versi mi ricordano di averli ancora nel cassetto, dopo molti anni. Custodiscono quel pezzo di carta con molto amore, come fosse qualcosa di prezioso”. Non mancano le poesie dedicate a momenti particolari della propria vita, esperienze e paesaggi. Qualcuno ha affermato che il suo è “il linguaggio dei mistici: si avvicina al mistero senza svelarlo”, che riesce a indicare la via che ognuno deve intraprendere e compiere fino in fondo per raggiungere davvero la luce. “Per queste composizioni – conclude – non occorre aver frequentato l’Università, soltanto aprire la porta del cuore, trasformando la preghiera nella storia d’amore della nostra vita”. La poesia per suor Maria Grazia non rappresenta una forma d’arte, ma uno stretto rapporto tra l’uomo e un Essere superiore; nasce dalla preghiera, come un ringraziamento; lega a un’antica appartenenza, rendendo sacra l’unione con la vita, sotto qualsiasi cielo.
Oltre alle poesie, suor Maria Grazia è molto brava nello svelare ciò che è racchiuso nelle icone sacre: uno studio entusiasmante, un viaggio alla scoperta dei significati nascosti in segni, espressioni, sfumature artistiche svelati durante gli incontri che di tanto in tanto il Carmelo organizza aprendo le porte a tutti coloro che volessero partecipare.
Da alcuni anni frequento “Casa Serena”, la residenza rodigina per anziani ove, durante gli incontri culturali del lunedì, che si svolgono presso la biblioteca, ho modo di conoscere varie persone. E’ stata per me una sorpresa notare quanto gli anziani ospiti siano interessati alle varie forme d’arte proposte. Si dimostrano sensibili, in modo particolare alla pittura, alla poesia, al racconto quando questi mezzi espressivi toccano le corde dei sentimenti, dei ricordi, della natura, dei momenti cruciali del vivere.
Da questa esperienza è nato il desiderio di conoscere le loro vicende, le storie particolari legate ad un’epoca che oggi, agli occhi dei più giovani, sembra davvero remota. Con umiltà ed emozione alcuni di loro, carichi d’anni e di esperienza, mi hanno resa partecipe di mondi lontani, diversi e sempre stupefacenti.
Forse nel loro narrare hanno scordato molte cose, ci sono state reticenze, ma il profondo senso del loro esistere è ben presente nei loro resoconti. Ogni nascita porta con sé qualcosa di magico e sorprendente che si sviluppa attraverso l’innata, misteriosa forza vitale che inventa il vivere.
Le annotazioni di questi incontri sono state raccolte in due fascicoli: undici le vite di uomini e donne raccontate. Qualche cenno lo dedico ai lettori del Ventaglio.
Vitto Bastianin, classe 1916, di Villanova del Ghebbo, benché abbia vissuto un vita lunga, gravata dal lavoro e dai sacrifici, guerra, famiglia, cariche pubbliche, ha i suoi pensieri concentrati sulla madre, mi confessa con un tremito nella voce “Lo sa? Io non ho conosciuto mia madre, perché morì quando avevo 11 mesi, ho una spina nel cuore che mi porto dentro da tutta una vita. Come sarebbe stata la mia esistenza seguito e amato dalla mia mamma ?”.
Cesare Cipriani, classe 1922, ama l’essenzialità. Ebbe un’infanzia poverissima e fu molto provato dalle vicende belliche. Perdette la fiducia nelle donne perché la sua morosa, l’Antonietta, quando lui era in guerra, non l’aspettò: al ritorno la trovò sposata con un compaesano. La mancanza di una presenza femminile indurì maggiormente il suo carattere. Per lui “la guerra è il castigo per i peccati degli uomini.”
Guglielmo Antonio, di Boara Polesine, classe 1910, reduce dalla Russia, dice con orgoglio che da giovane era bellissimo e che amò ben 40 fanciulle! Ma il suo ricordo va ancora intensamente al dramma della guerra e della ritirata russa. Fra i tanti dolorosi momenti ricorda che il freddo era così tremendo che i soldati cercavano di ripararsi dormendo sotto la neve. I cadaveri dei compagni venivano spogliati per indossare i loro indumenti. E ancora, se qualche milite italiano, sfinito dalla stanchezza, osava aggrapparsi ai mezzi militati tedeschi, questi tagliavano loro le dita!.
Marangoni Corinna, aprile 1909, di Castelmassa spirito libero, “femminista ante litteram” amava “Arrampicarsi sui rami più alti degli alberi per essere vicina al libero volo degli uccelli, alla bellezza delle nuvole, alla vastità del cielo”. Lascia il marito che non stima più e si costruisce una vita tutta sua, indipendente. Si mantiene facendo con tanta passione la stiratrice. Ricorda anche episodi della prima guerra mondiale, quando durante la ritirata di Caporetto le truppe si accamparono davanti alla grande casa del nonno paterno.
Livia Zanforlin, nasce nel 1933 a Crespino, come una piccola “rosa del deserto” riesce a costruirsi una vita dignitosa benché la sua infanzia fosse stata triste e difficile. Fu anche gravemente ferita durante la guerra, proprio l’ultimo giorno, quando, il 25 aprile del 1945, sul Polesine si scatenò l’offensiva alleata.
Griselde Bonatti, classe 1914, di Ro Ferrarese, ancora una bella signora dal viso franco e leale, ricorda la sua cara nonna Alma che ebbe il primo figlio a 20 anni e fino a 44 non cessò di metterne al mondo. Allattò per 24 anni consecutivi! Nei ricordi quella bella famiglia patriarcale di 27 persone e il tenero amore per suo marito Mario Massaro, a cui diede il primo bacio il 7 ottobre del 1931, sette mesi dopo il primo incontro!
Fulvio Casaro anni 93, originario di Vescovana, PD è un profondo credente, tanto che dei suoi quattro figli, uno, Lodovico, fa prete, mentre la figlia Livia è suora. Commerciante, esercente di un avviato negozio di generi alimentari “casolin”, partì militare a 21 anni e rientrò a 31, ben 10 anni di esercito! Contribuì alla costruzione della Parrocchia di Santa Maria D’Adige per il forte desiderio suo e della gente del Passo di Concadirame di dar vita ad un luogo di incontro spirituale e di preghiera.
Previati Antonio nasce a Frassinelle Polesine nel 1920, un eroe, sopravvissuto alla disfatta russa. Si trovava nella sacca del Don, se la cavò dai “tornadi” dell’artiglieria e non si perdette nello sbando generale. Durante la disastrosa e terrificante ritirata si portò sulle spalle un commilitone ferito. Quando arrivò a Leopoli, punto d’incontro delle truppe italiane, pesava 30 Kg. Lo decorarono con tre croci di guerra.
Renata Padoan di Garofolo, nata nel 1921, di famiglia benestante, ebbe una bella storia d’amore con Guido Tosi, l’uomo che poi divenne suo marito. Con coraggio dovette ricominciare la sua vita varie volte, dopo la morte dei genitori perché il patrimonio andò ai fratelli, poi con l’alluvione del 51 ed infine in seguito alla perdita dell’amato marito. Tutto questo non le impedì di far studiare e dare una posizione ai propri figli.
Celestino Munari, un bel signore distinto e riservato, nato a Villamarzana nell’aprile del ‘23, con una grande forza spirituale riesce a superare la immane tragedia che colpì la sua famiglia: il fratello Salvino ed il padre Primo furono trucidati dai nazifascisti nell’eccidio di Villamarzana. Diventato capofamiglia, riavvia l’attività commerciale del padre e si prende amorevolmente cura dei rimanenti 5 fratelli e della madre, distrutta dal dolore.
Anche Cavallaro Rino Lorenzo di Villanova del Ghebbo, classe 1924, è un reduce dell’ultima guerra mondiale. Dopo l’8 settembre del 1943, si trovava militare a Pola, quando viene fatto prigioniero dai tedeschi ed inviato, in un treno blindato, in Germania. Una vita d’inferno, fame freddo, botte e orrore. Si salvò per miracolo dalla fucilazione. L’aiutò il suo lavoro di calzolaio: sistemava i tacchi delle scarpe alle signore tedesche che lo ripagavano con un po’ di cibo che lui divideva con i suoi compagni. Tornato in Italia “mette su, con i fratelli, una fabbrica di scarpe”.
Esistenze che sono avventure stupefacenti. In tutte le testimonianze alberga un profondo, atavico senso del sacro, pregno di pietà cristiana e illuminato dalla forza della fede. Un diffuso senso della sacralità della vita che si concretizza nel rispetto, per se stessi, gli altri, per l’umana dignità di ogni persona. Principi con i quali la nostra gente ha costruito il civile Polesine.
Mentre nei giardini e nei parchi polesani in questi giorni di autunno, con le prime brume, stanno cadendo le foglie ingiallite, mi soffermo a sfogliare l’album dei ricordi dell’estate da poco entrata a far parte del tempo della memoria.
La mia attenzione va ad alcune foto delle manifestazioni dell’ampio programma “Tra Ville e Giardini”, un cartellone ricco di emozioni messo a punto per l’ottava edizione dell’itinerario di danza e musica nelle ville e corti del Polesine. Una rassegna organizzata dall’Amministrazione Provinciale di Rovigo – Assessorato alla Cultura, in collaborazione con Ente Rovigo Festival, con i Comuni di Adria, Ariano nel Polesine, Badia Polesine, Bergantino, Canda, Castelmassa, Ceneselli, Crespino, Ficarolo, Fratta Polesine, Lendinara, Loreo, Melara, Polesella, Porto Tolle, Porto Viro, Rovigo, Taglio di Po con il contributo della Regione del Veneto e della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
E’ stata un’estate ricca di straordinari eventi per questo rinnovato itinerario artistico ospitato nei luoghi più suggestivi della nostra provincia. Un viaggio che ha accompagnato più di dodicimila persone nei due mesi e mezzo di programmazione, attraverso itinerari ormai consolidati e altri ancora poco esplorati in una simbiosi perfetta tra storia e cultura, tra architetture, scenari naturali da far rivivere e arti qui sublimate dal fascino dell’ubicazione scelta. Un connubio felice, apprezzato da un pubblico appassionato che segue con grande entusiasmo il percorso ideato dal direttore artistico in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura della Provincia.
All’affascinante voce della giovane cantante sud-africana Simphiwe Dana è stata affidata l’apertura a Villa Morosini, seguita nell’itinerario polesano da importanti artisti: il Trio di Gianmaria Testa con la partecipazione straordinaria di Erri De Luca, il debutto del tour italiano di Paolo Fresu e Uri Caine, la Filarmonia Veneta “G.F. Malipiero con un omaggio a Ennio Morricone, la straordinaria voce “dalle mille anime” di Cristina Zavalloni accompagnata da Gabriele Mirabassi, il funambolo della parola Alessandro Bergonzoni, il primitivo e potente suono delle Faraualla, l’affabulatore Ascanio Celestini e poi l’American Chamber Orchestra, i Matrimia Klezmer Band, The HGM Jazz Orchestra Zagreb, l’Orchestra Regionale dei Conservatori del Veneto, il Corpo di ballo, il coro e l’orchestra dell’Armata Rossa, il Grupo Candombe, i TriesTango, la compagnia di operetta di Corrado Abbati, l’onirico teatro-danza di Roberto Corona e per concludere l’inconfondibile voce di Antonella Ruggiero nella splendida cornice di Villa Badoer a Fratta.
“Lasciarci guidare dalla curiosità della riscoperta di alcune ville e giardini della provincia, aggiungendo a ogni edizione nuovi angoli ricchi di storia e tradizione, dove la natura trasforma piante e alberi in anfiteatri naturali da far rivivere con degli spettacoli”.
Questo l’obiettivo della rassegna, come è stato delineato da Claudio Ronda, direttore artistico di Tra Ville e Giardini.
“I luoghi ormai conosciuti, dal fascino sempre da gustare, si mescolano nelle varie tappe della rassegna a siti ancora da scoprire, si mostrano sotto un’altra veste: quella della festa, si trasformano in nuovi teatri all’aperto. Con l’intento e l’idea di creare una stretta simbiosi fra lo spettacolo, la sua collocazione e le suggestioni che ne derivano, il percorso ha abbracciato negli anni la danza, la musica, quella classica, jazz ed etnica, il teatro di strada e l’arte del circo.
E il pubblico è diventato ormai itinerante, ne segue i percorsi e le sottili trame, si lascia coinvolgere dalla musica, dalla danza e dal teatro, dalla sperimentazione e dalla tradizione, immergendosi per tre mesi in una scoperta-riscoperta dei luoghi, amplificati nella loro bellezza dall’arte che essi ospitano per una calda serata estiva.
Il cartellone dell’estate 2007, con i suoi rinnovati 19 appuntamenti, ha proposto un positivo connubio tra tradizione e attualità, con ospiti di livello internazionale e con prime assolute di cui siamo andati indubbiamente fieri”.
E gli attestati di gradimento non sono mancati da parte di un pubblico di affezionati che già attende fiducioso l’edizione del 2008; un’edizione che non sarà inferiore ad una tradizione di spettacoli di rilievo, consolidatasi nel corso degli anni, per la quale è già stata espressa qualche idea di sicuro interesse.
Ha preso avvio da Lendinara – cittadina di Alberto Mario e Jessie White, personaggi di primo piano del Risorgimento, i quali con l’eroe dei due mondi condivisero passioni politiche e campi di battaglia – la serie di manifestazioni organizzate in Polesine per celebrare il 2° centenario della nascita dell’intrepido condottiero.
Riuscitissima a metà giugno l’iniziativa “Arriva Garibaldi” ideata per ricordare l’“arrivo” del Generale a Lendinara, realmente avvenuto 140 anni fa nel febbraio del 1867, l’anno successivo alla liberazione del Veneto in seguito alla terza guerra di indipendenza.
In una piazza pavesata a festa, fin dal primo pomeriggio sono giunte frotte di camicie rosse accolte da una folla plaudente, in attesa dell’arrivo del Generale. Poi l’attenzione del pubblico si è focalizzata su alcune popolane (interpreti della compagnia teatrale della Tartaruga – testo di Gianni Sparapan) che, con espressioni colorite, tipiche delle inservienti del paese, hanno iniziato a fare congetture sul personaggio tanto atteso. Interrogativi che hanno finalmente trovato chiarimenti grazie ad alcuni garibaldini, nel frattempo sopraggiunti che, con efficaci battute, hanno inquadrato le gesta di Garibaldi nel solco della storia del Risorgimento.
Frattanto nella piazza lendinarese giungeva una staffetta ad annunciare l’imminente arrivo di Garibaldi (interpretato dal prof. Agnoletto) in carrozza, seguito da una seconda carrozza con Alberto Mario e Jessie White (Gianni Caleffi e Marina Ferlini), nonché da Domenico Marchiori, sindaco lendinarese dell’epoca (Alessandro Ferlin attuale sindaco) che ha tenuto un breve discorso sulla piazza della cittadina.
Poi il trasferimento a palazzo Dolfin, dimora del sindaco dell’epoca, dal cui balcone il Generale ha tenuto un applauditissimo discorso usando le parole effettivamente pronunciate dal vero Garibaldi dallo stesso poggiolo 140 fa, in piena epopea garibaldina.
Una giornata di grande festa, dall’impronta tipicamente popolare, che ha ricalcato lo stesso entusiasmo delle manifestazioni di accoglienza del Generale organizzate nel XIX secolo in molte città dopo l’unità d’Italia.
Più raffinata – e destinata ad essere ripetuta in varie località – la piece teatrale “Sotto l’uragano. Un’ora con Jessie White Mario”, atto unico di Sergio Pierattini, andato in scena in prima nazionale sempre a Lendinara, il 3 ottobre scorso nel rinnovato teatro Ballarin. Un evento che ha visto sulla scena l’apprezzata attrice di origini polesane Maria Paiato con il giovane promettente Riccardo Bocci. Un episodio intenso, ambientato nella casa fiorentina della White a fine Ottocento, basato su un dialogo dai toni dapprima aspri e accesi e poi via via più pacati e profondi, in grado di far comprendere le forti motivazioni che spinsero tanti giovani ad aderire alle campagne militari che portarono all’unità nazionale.
Un programma quello delle manifestazioni “Garibaldi in Polesine” sostenuto dalla Provincia di Rovigo, assessorato alla cultura, dalla Fondazione Cariparo, da vari Comuni, in primis quelli di Lendinara e Rovigo, che vede l’impegno organizzativo dell’Arci Comitato Provinciale di Rovigo, dell’Associazione Culturale Minelliana; manifestazioni nate con la guida di un apposito “Comitato Scientifico Provinciale per il Bicentenario della nascita di Garibaldi”.
Molteplici dunque le iniziative culturali che si svilupperanno anche nel corso dei mesi a venire, fino alla conclusione prevista il 2 Maggio 2008 con la presentazione di una pubblicazione dal titolo “Il Polesine Garibaldino”, a cura dell’Archivio di Stato e dell’Accademia dei Concordi, che ha come obiettivo la riscoperta e la rivalutazione storica delle vicende e dei personaggi polesani che col loro contributo hanno offerto linfa al movimento risorgimentale sotto le insegne garibaldine.
Intanto, dopo l’applaudita piece teatrale andata in scena anche ad Adria presso il Teatro Ferrini, si è aperta il 20 ottobre la mostra fotografica “Il monumento a Giuseppe Garibaldi di Ettore Ferrari. L’opera ritrovata”. Immagini che hanno messo a confronto l’opera, realizzata nel 1896 dallo scultore Ettore Ferrari, prima e dopo il recente intervento di restauro.
Il 26 e 27 ottobre si è svolto poi il convegno di studi storici “Garibaldi e il Polesine, tra Alberto Mario, Jessie White e Giosue Carducci”, coordinato da Zeffiro Ciuffolotti, presieduto da Franco Della Peruta, con la partecipazione straordinaria di Annita Garibaldi Jallet.
Il 3 novembre è stata frattanto inaugurata ad Adria la mostra sull’iconografia garibaldina “Il mito di Garibaldi”, basata su immagini oleografiche e fotografiche dell’epoca, cimeli rari, ma anche esemplari di una produzione in serie che si sviluppò non solo in Italia ma anche all’estero a partire dal secondo Ottocento. Mostra che approderà poi a Rovigo, presso la Pescheria Nuova, dal 7 dicembre al 19 gennaio, e successivamente diverrà itinerante.
L’Associazione Polesana Coltivatori Diretti ha certificato i primi due ristoranti “a km zero” del Polesine, consegnando ai rispettivi titolari la targhetta distintiva, predisposta da Coldiretti Veneto, che garantisce che i due locali utilizzino prodotti agroalimentari del territorio. Si tratta dei ristoranti “Al Ponte” di Bornio di Lusia, gestito da Luciano Rizzato e del ristorante “Al Monte” di Volto di Rosolina, diretto da Stefano Grossato.
Il “battesimo” dei due locali è avvenuto in due serate promozionali (il 29 giugno a Lusia ed il 10 luglio a Rosolina), nelle quali i titolari ed i rispettivi staff si sono cimentati nella preparazione della loro prima cena con menù “a km zero”, cioè preparato con ingredienti provenienti dal circondario del ristorante e forniti, in gran parte, da produttori soci Coldiretti.
Le due serate sono state rese possibili dal contributo del Gruppo di azione locale (Gal) Polesine Delta Po, con la collaborazione di Ascom Rovigo, alla quale sono associati i due ristoratori. Sono intervenuti i direttivi dell’Associazione Polesana Coltivatori Diretti e dell’Ascom, oltre a personalità istituzionali di vario livello, ai titolari delle aziende fornitrici e alla stampa locale.
La filosofia del “km zero” implica che nella carta del ristorante entri un menù preparato con ingredienti provenienti dal circondario (da cui la dicitura), che abbassano l’impatto ambientale dovuto alle immissioni di anidride carbonica e polveri sottili nell’aria, in quanto non vengono trasportati per lunghi tragitti a bordo di tir e camion. Un nuovo modo di alimentarsi con attenzione alla qualità e alla freschezza dei cibi, ma anche alle emergenze ambientali.
In particolare il menù del ristorante “Al Ponte” ha valorizzato le eccellenti verdure di Lusia (fornite dall’azienda Barison Cecilia), la carne di conoglio (di Pagliarini avicola di Canaro) e di manzo (della cooperativa Azove), il formaggio locale (di Medardo e Mirco Caccialupi di Trecenta), i vini del Delta (de “La Mainarda” di Bellombra di Adria) e l’aglio bianco polesano (fornito dalla cooperativa “Il Polesine”); diverso menù al ristorante “Al Monte”, che gode di una posizione geografica strategica per l’approvvigionamento ittico e che ha preparato uno squisito menù a base di pesce del Delta (fornito dalla Cooperativa pescatori di Scardovari e dal Mercato di Chioggia), usando il riso nostrano biologico (dall’azienda agricola dei fratelli Marangon di Porto Viro) e la verdura di Rosolina (della Cooperativa Ortolani).
Con i due ristoranti polesani, salgono a dieci i locali veneti certificati “a km zero” da Coldiretti. Gli altri si possono reperire sul sito di Coldiretti Veneto www.coldiretti.it/veneto.
L’iniziativa nasce per sostenere la proposta di legge regionale che Coldiretti Veneto ha presentato al Consiglio regionale col corredo di 25 mila firme di cittadini e che prevede l’ingresso nelle mense scolastiche e pubbliche e nei circuiti della ristorazione di prodotti agroalimentari del territorio.
“There’s something in the air” (C’è qualcosa nell’aria), cantava Andy Thunderclap Newman nel 1969, sbalzando in un baleno Elvis Presley dalla prima posizione nelle classifiche dei singoli più venduti in Inghilterra. Quasi quarant’anni dopo, il titolo di quella canzone torna buono per raccontare cosa si respiri a Rovigo. No, per una volta non stiamo parlando di polveri sottili, ma del frizzante tragitto in corso del capoluogo polesano da aspirante città d’arte a effettiva attrazione culturale per qualunque Grand Tour nel Belpaese che si rispetti.
Che il concetto di turismo e i modi della sua fruizione stiano radicalmente cambiando, da un decennio a questa parte, è dato acquisito: il turista del terzo millennio è organizzato e si procura in anticipo le informazioni sui luoghi che visiterà, cerca soluzioni ed itinerari su internet, spulcia Wikipedia per decidere cosa valga la pena visitare e approfondire, è mediamente ben istruito e confronta criticamente le nuove mete con le esperienze passate. Non spende più, piuttosto investe nella propria cultura e nel proprio tempo libero con oculatezza e selettività.
Ma, soprattutto, non vuole più solo vedere e ammirare, icone comportamentali del turismo di massa che fu, bensì capire e assimilare.
Questo nuovo scenario ha radicalmente mutato gli antichi equilibri e, essendo generato dalle leggi della domanda e dell’offerta, appare cogente. In una parola, alle domande dei visitatori e dei turisti italiani e stranieri, le nostre città hanno dovuto rispondere con offerte adeguate e coerenti. Ecco allora il grande proliferare negli ultimi anni di manifestazioni, eventi, ricostruzioni storiche e rievocazioni, notti bianche e concerti di ogni genere e per ogni palato, itinerari e percorsi interculturali, interdisciplinari e interconnessi, multimediali, multidirezionali e quant’altro.
A tutto questo Rovigo, chiusa fino a ieri nel suo torpore rotto solo dalla fastidiosa frenesia di pochi illuminati pubblici e privati, non ha potuto sottrarsi, e lentamente ma con moto inesorabile ha, come Cenerentola, dapprima iniziato a sognarsi e poi a vestirsi da città d’arte… scoprendo con stupore che l’abbigliamento aspettava nell’armadio e che il vestito da sera era già pronto e bastava solo indossarlo.
Il visitatore colto e consapevole che arriva non da una sperduta banlieue qualsiasi ma da Roma o Firenze trova a Rovigo e nel Polesine tesori artistici, culturali e ambientali impensati, sicuramente di fascino e spesso unici: dal Delta ricco di natura e paesaggi alla magnificenza palladiana di Fratta ai tesori della rinata Pinacoteca, all’eleganza del centro storico di Lendinara, allo stupore della Rotonda, alla genialità espositiva del Museo dei Grandi Fiumi…Per non parlare del patrimonio enogastronomico, folkloristico, archeologico, architettonico e delle diverse testimonianze della cultura popolare e rurale… Chi arriva in Polesine dalle capitali dell’arte e del turismo se ne innamora inesorabilmente, ma si stupisce con altrettanta ineluttabilità del proprio non aver immaginato di poter trovare qui tanta ricchezza.
Possiamo dire che sia colpa sua?
Ecco allora, per tornare alla metafora dell’abbigliamento di qualche riga sopra, che diventa possibile comprendere come non basti disporre di adeguati capi nel guardaroba per risultare attraenti, ma si debba indossarli e saperli portare. I principali attori dedicati alla promozione di Rovigo e del Polesine, le istituzioni pubbliche ed i privati, sono ormai consapevoli di questo, e i nutriti feedback provenienti dagli oltre 50.000 visitatori delle due grandi mostre di palazzo Roverella (“Le meraviglie della Pittura tra Venezia e Ferrara” del 2006 e “Mario Cavaglieri” del 2007) restituiscono l’immagine di un territorio che, tra errori e dimenticanze, sembra comunque aver compreso quale sia la via maestra per raggiungere la definitiva consacrazione.
Tra questi attori, Turismo & Cultura, Società Cooperativa che dal 1984 si occupa di promozione culturale e ambientale, è stata tra i primi a muoversi grazie al suo progetto CeDi, il Centro per la Didattica Beni Culturali e Ambientali attivo presso il Complesso del Monastero Olivetano – Museo dei Grandi Fiumi. Un attento studio dei mutati scenari promozionali e turistici, ma soprattutto la vivida esperienza sul territorio nel quotidiano, hanno permesso al CeDi di individuare alcuni fattori critici di successo. Innanzitutto, una nuova e adeguata formazione degli animatori culturali e ambientali, storica figura creata dal CTG Veneto (Centro Turistico Giovanile) quale tramite maggiormente qualificato tra territorio e visitatore. Poi la progettazione di forme efficaci e moderne di promozione e comunicazione, la pianificazione di strategie di informazione e visibilità, il riconoscimento della funzione basilare dell’accoglienza e, per finire, l’importanza dell’approccio multidisciplinare, l’unico in grado di portare il turista, il visitatore e il cittadino stesso dalla conoscenza del singolo evento alla comprensione dell’intero territorio.
Il Primo Corso di Alta Formazione in tecniche della Comunicazione nell’Accompagnamento Museale e di Beni Culturali, iniziato in giugno scorso, organizzato in collaborazione con l’Irecoop e cofinanziato dalla Regione Veneto, è lo strumento in grado di fornire agli operatori culturali professionalizzati del CeDi la specializzazione indispensabile oggi per accogliere e informare il turista ed il visitatore.
L’operatore moderno deve infatti padroneggiare i meccanismi della comunicazione e delle pubbliche relazioni, deve disporre di capacità progettuali in grado di permettergli in tempi rapidissimi di adeguare (quando non anticiparla o prevederla) l’offerta alla domanda; lungi dall’elencare date e nomi in arida sequenza, deve saper offrire nelle visite guidate e negli itinerari contenuti espositivi vivaci corredati da precisione scientifica e amalgamati da efficacia divulgativa.
I docenti sono stati scelti tra i migliori esponenti nelle varie discipline oggetto del Corso, e le lezioni si chiuderanno entro il 2007. Didatticamente, il Corso ha affiancato alla parte formativa teorica una corposa sezione dedicata alla progettazione ed all’ideazione, da parte dei corsisti, di nuove offerte e opportunità diversificate per tipologia di utente. Nuovi itinerari, laboratori e visite guidate sono stati attivati partendo dal vissuto professionale di chi nel quotidiano è a contatto con i desideri e le esigenze dei visitatori, gruppi o singoli che siano.
I Corsisti hanno anche elaborato nuovi depliant e materiale illustrativo (ora in distribuzione presso la Pinacoteca, il Museo dei Grandi Fiumi e tutti i principali siti di interesse turistico della Provincia) che, alla noiosa completezza della sinossi, sostituiscono l’attraente bellezza del Polesine e l’originalità vivace dei percorsi sensoriali e conoscitivi.
Scorrendo ad esempio le visite tematiche, i laboratori e gli itinerari in Mostra, in città e nel territorio approntati dal CeDi per la Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi o per il Museo dei Grandi Fiumi, balza all’occhio l’intenzione di offrire esperienze multiculturali alla ricerca delle armonie e delle contraddizioni che effettivamente caratterizzano la terra tra i grandi fiumi.
La qualità dei contenuti può essere però annullata dall’inadeguatezza dei mezzi di diffusione: ecco allora lo sforzo del CeDi di far conoscere iniziative, opportunità e progetti in modo capillare ed efficace attraverso tutti i canali oggi a disposizione, dalla grande informazione ai network locali al web al satellite alle strategie di mailing mirato.
Esistono del resto numerosi esempi di città di irrilevante interesse artistico o storico assunte al rango di mete turistiche di successo grazie a indovinate campagne di promozione e visibilità: perché Rovigo e la sua provincia, che tanto hanno da offrire e piacciono all’ignaro ma smaliziato visitatore non dovrebbero farsi conoscere?
Ancora una volta, Andy Thunderclap Newman e la sua celebre canzone ci vengono in aiuto: “We have got to get it together, we have to get it together now”, canta nel primo refrain: se vogliamo farcela, dobbiamo provarci assieme, dobbiamo farlo adesso. Tutti insieme, enti pubblici e privati, amministrazioni, fondazioni e commercianti e imprenditori, testimoni del territorio e personalità della cultura.
Tanta gente in giro per Rovigo con il naso all’insù e la cartina nella mano non si era mai vista. Tanta altra ne verrà, tanti ritorneranno. Per togliere la fastidiosa postilla “si spera” a queste frasi, basterà tuffarsi tutti insieme nella nuova Rovigo città d’arte, nel nuovo Polesine “terra da scoprire” senza la paura di bagnarsi.
“Romea”: il suo nome risale al Medio Evo proprio per quei pellegrini che da Venezia e dall’arco alpino orientale scendevano a Roma. Si chiamavano Romei, e Romea era la loro strada, toccava monasteri e basiliche per il pane spirituale e materiale, rifugio in tempi tanto aleatori; con l’andar dei secoli la Romea decadde diventando un sentiero tra malariche valli e pinete rivierasche. Nel dopoguerra per collegare direttamente Venezia con Ravenna fu costruita una nuova Romea che seguiva l’antico tracciato, il quale, in alcuni tratti sommerso dagli arbusti, si nota ancora per ricordare che di lì sono passati tanti pellegrini confidando nel loro bastone e nella loro bisaccia.
Questa strada “Romea”, che passava per Rivà nell’isola di Ariano, per noi bambini, non aveva l’importanza dei secoli passati; era semplicemente una strada che arrivava da Taglio di Po e andava, attraverso il ponte di barche di “Manin”, sul Po di Goro, ad interrompersi presso le mura del castello della Mesola. Qui si fermava e, alla nostra fantasia, dava l’impressione dell’ultima stazione e sembrava quasi impossibile che potesse proseguire oltre.
Ce ne accorgemmo tempo dopo che la strada aveva il suo seguito, quando in gruppo, con le nostre inseparabili biciclette, raggiungevamo le spiagge di Volano dopo Pomposa. La strada bianca e stretta seguiva tracciati tortuosi costruiti sugli argini delle valli; noi abbiamo imparato a percorrere questa strada che, circa mille anni fa, i commercianti e i pellegrini tedeschi, scendendo dalle Alpi, percorrevano per raggiungere il porto di Ravenna. Ancora oggi, dopo la costruzione della nuova strada Romea, alcuni tratti della vecchia resistono all’assalto dell’uomo; seguendo il grande bosco della Mesola sfiora la famosa abbazia di Pomposa, fortunatamente restaurata, ma invasa da turisti e da bancarelle che, oltre ad offrire ricordini dell’abbazia, ammorbano l’aria con cibi fritti e rifritti.
La prima volta che in bicicletta arrivammo a Pomposa, c’erano un silenzio e una quiete che infondevano nell’anima pace e serenità. Circondata da alti pioppi e da vigneti coltivati con cura nel retro, questa abbazia parlava al cuore da epoche lontane e nonostante il tempo, le alluvioni e l’incuria dell’uomo, ancora resisteva ed emanava il suo fascino. Adesso, se pur restaurata e circondata da tanto verde, presenta enormi parcheggi e strade moderne che portano masse di turisti che molte volte non hanno nessun rispetto per questo luogo sacro.
La strada Romea passava davanti alla mia casa costruita su una piccola altura sabbiosa come, d’altra parte, anche tutte le altre case. Allora non era asfaltata ed era lasciata al degrado: buche di varia grandezza stazionavano per tutta la sua lunghezza, tanto da sembrare una groviera; quando pioveva si riempivano d’acqua che veniva schizzata via dalle poche automobili che la percorrevano, ma la gente aveva trovato una soluzione giusta: passando con le biciclette lungo i bordi della strada stessa aveva disegnato due sentieri in terra battuta e lì si poteva procedere abbastanza agevolmente.
Ed era quel sentiero che noi bambini percorrevamo in bicicletta! Biciclette da uomo enormi, massicce, che i più piccoli adoperavano con un equilibrio incredibile perché incapaci a salirne a cavalcioni. Si davano la rincorsa pigiando con un piede su un pedale, mentre l’altro lo raggiungevano passando sotto il “canon”, e così di sbieco percorrevano i sentieri della strada Romea, facendo uno sforzo notevole e planando molte volte nei fossi laterali con o senza acqua. La bicicletta ci serviva soprattutto per andare alla chiesa; alla scuola ci andavamo a piedi, al fioretto nel mese di maggio e a spendere la piccola mancia settimanale nel piccolo botteghino, posto proprio prima del ponte di barche di “Manin” in golena del Po.
L’alluvione del 1957 l’avrebbe portato via, e così anche i nostri ricordi di “mignin” e “ciuci”.
Non si andava mai piano in bicicletta; si lasciava sulla sinistra il piccolo cimitero del paese che durante il mese di maggio diventava lo spauracchio per noi bambini: si tornava dal fioretto a sera inoltrata, quando il sole rosso aveva lasciato il posto all’azzurro del cielo; proprio presso il cimitero ci davamo da fare pigiando sui pedali, perché qualcuno ci aveva detto che di notte i fantasmi dei morti si facevano vivi attraverso delle fiammelle e queste avrebbero seguìto tutti coloro che sarebbero passati nei loro paraggi.
Quando il cimitero spariva dalla nostra visuale, rallentavamo, ma non abbiamo mai visto fiammelle seguirci!
Più avanti c’era l’edificio dell’asilo infantile con la sua torre, circondato da tanti bei pini marittimi e, nel retro, da pioppi canadesi che noi bambini ogni tanto scalavamo per gustare il panorama delle terre arate che andavano ad infrangersi presso gli argini del Po di Goro. Poi la strada saliva per arrivare fin sopra l’argine; a metà salita faceva la guardia un massiccio fortino di cemento armato abbandonato, costruito dai tedeschi durante l’ultima guerra mondiale, per controllare la strada Romea. L’abbiamo perlustrato diverse volte e ci sembrava di essere in una prigione con quei muri spessi un metro e le finestre ridotte a feritoie; poi non ci siamo più entrati, anche perché l’acqua filtrava da sotto il pavimento di terra battuta e il gocciolare di altra acqua dal soffitto dava l’impressione di essere in una profonda e oscura miniera.
Quando si arrivava sull’argine, improvvisamente appariva, con le sue quattro torri quadrate, il castello estense della Mesola. Se avevamo “diese franchi” si passava attraverso il ponte di barche di “Manin” e si andava a fare qualche giro attorno al castello, rasentando i portici di quelle che una volta erano le scuderie dei duchi estensi. Altre volte partendo dal castello e percorrendo una lunghissima e larga strada accompagnata da file di pioppi e di pini marittimi, attraversavamo un’ultima propaggine del grande bosco dove i signori andavano a cacciare, raggiungevamo il piccolo paese di Santa Giustina costruito ex novo dall’Ente Delta Padano e andavamo a far merenda nei pressi dell’antica torre dell’Abate, circondata da prati, canneti e canali colmi d’acqua. A sinistra si poteva imboccare, dall’argine, la lunga discesa che portava al borgo dove c’era anche la chiesa; ci buttavamo a capofitto lungo questa discesa, mettendo a dura prova copertoni e freni, quando c’erano! Ma era bello provare l’ebbrezza della velocità e sentire il vento battere sui nostri visi.
Davanti alla chiesa, la piccola piazza era delimitata da due grandi paracarri, che a noi servivano per giocare ai quattro cantoni. Sull’argine si saliva attraverso una scala abbastanza ripida che affrontavamo facendo tre scalini alla volta, invece la discesa era sempre sull’erba d’estate e sulla neve d’inverno.
Proprio percorrendo un viottolo della strada Romea, il babbo una sera tornò a casa con la “vespa”. Ci aveva avvisati che avrebbe acquistato una moto! Tornato dal grande mulino dove lavorava, si era messo il vestito della festa ed era partito.
Eravamo in ansia e curiosi di vedere questo nuovo acquisto! A Rivà solamente qualche grosso proprietario aveva l’auto, sempre tirata a lucido; qualche appassionato aveva la moto: di solito un “Guzzin” con le tre marce vicino al serbatoio come fosse un trattore. Quando passavano per la strada si facevano annunciare da lontano con il loro motore su di giri e percorrendo i viottoli della Romea facevano schizzare i sassi, pericolosi anche per la gente.
Verso l’imbrunire il papà era arrivato con la moto; lo avevamo intuito dal rumore quando era ancora molto lontano. Siamo corsi tutti in strada per accoglierlo e contemplare questo nuovo mezzo di locomozione. Era una “vespa sportiva” usata! Il padrone con questa moto aveva partecipato a diverse gare, vincendone alcune; ora l’aveva ceduta per comprarsene un’altra più potente. Il colore della vespa era di un cenere molto tenue. Le marce, innestate nella manopola della guida, correvano con delle asticelle di ferro lungo tutto lo scheletro della moto e andavano ad innestarsi nel motore; il fanale, piantato sulla sommità del parafango della ruota anteriore, dava una luce rossastra e illuminava un piccolo tratto di strada. La vespa è stata trattata come una persona: anche lei in cucina, su un tappeto rifatto da un lenzuolo di canapa, perché qualche goccia di olio o di benzina non sporcasse il pavimento.
Quanta strada ha fatto questa vespa! Noi andavamo alla chiesa in bicicletta, il papà arrivava con la vespa suscitando l’ammirazione di tutti.
Ma soprattutto era bello il lunedì sera, quando, nella sala cinematografica posta nella golena del Po di Goro, poco prima del ponte di barche di “Manin”, si proiettavano sempre due film al prezzo di uno solo. Si andava in vespa; io seduto dietro il babbo, mi appoggiavo alla sua schiena per proteggermi dal vento e dal freddo, ma il vento e il freddo passavano in seconda linea perché c’erano i film da vedere!
Quante pedalate sulla pedivella dell’accensione e il dito sul cicchetto della benzina per incoraggiarla a partire!
Un viaggio abbastanza lungo l’abbiamo fatto fino a Canda.
La mia famiglia era molto legata al parroco di Rivà don Alfredo Pavan, il “prete da corsa”, che venne trasferito nel paese di Canda. Questo per noi era un paese ai confini del mondo e non ci accorgevamo che invece eravamo noi ai margini del Polesine e quasi dimenticati da tutti. Siamo partiti sapendo solo che Canda si trovava dopo Rovigo e Lendinara. Un viaggio abbastanza lungo su strade sconosciute e attraverso paesi che appena riprendevano la vita dopo la grande alluvione del ‘51.
Ricordo molto bene un particolare: subito dopo Lendinara la strada diritta, non ancora asfaltata, sembrava fermarsi addosso ad una chiesetta di campagna che con il suo piccolo campanile parlava della devozione popolare di quelle genti. Era la chiesetta dei “Cuori” che, nella campagna piatta del Polesine priva di alberi, sembrava una barca che offriva al viandante un po’ di ristoro e sollievo. Ci siamo fermati un attimo per una preghiera. C’è ancora questa chiesetta, ma ora è soffocata dalla sovrastante superstrada. Chi passa nelle vicinanze d’improvviso scopre il campanile con la sua piccola campana di bronzo ad indicare che accanto a lui c’è ancora la chiesa che racchiude e conserva una sacra immagine della Madonna e il viandante non frettoloso eleva una preghiera e chiede una grazia.
Nel ritorno, verso sera, non conoscendo la strada, ci siamo perduti nel bel mezzo di una sagra paesana: un vigile ci ha fermato, ma vedendo nelle nostre facce dipinta la perplessità ci ha lasciato andare indicandoci anche la strada che dovevamo percorrere.
Qualche anno più tardi, dopo l’alluvione e l’incendio del mulino di Rivà, il babbo aveva cambiato lavoro e paese, e stava via tutta la settimana, così lentamente la vespa è stata messa a riposo. A Bellombra, dove con la famiglia avevamo seguito il babbo è stata parcheggiata nell’angolo più buio di una vecchia stalla, ricoperta di stracci e di tante altre cose.
Ma non per sempre è stata lì!
Ogni tanto nasceva dentro di me la voglia di provarla e poterla lanciare per le strade polverose del paese. Finalmente un giorno l’ho liberata da tutte le cianfrusaglie che la ricoprivano, l’ho pulita e lustrata con cura, ci ho messo un po’ di benzina, il tutto all’insaputa dei miei genitori. In un pomeriggio d’estate col sole alto nel cielo che dardeggiava e in quel silenzio che si crea dopo il pranzo di mezzogiorno e tutto sembra assopito in un dormiveglia strano, pian piano l’ho spinta fuori dalla stalla cercando di non fare rumore e mi sono portato di fianco alla chiesa, in un vicolo stretto dove non potevano passare le automobili.
Sapevo che lì c’era la possibilità di partire agevolmente e poi girare a destra per un ponticello che superava un canale d’acqua stagnante per immettermi nella strada principale. Soprattutto non c’era nessun testimone!
Al primo colpo di pedivella, il motore si è messo a cantare che era un piacere sentirlo. Mi sono ben aggrappato al manubrio, ho tirato la frizione e innestato la marcia, ma non sapevo che bisognava lasciare la frizione dolcemente: la vespa è partita con un salto, come se una frustata l’avesse colpita improvvisamente e nel tenermi aggrappato al manubrio istintivamente ho accelerato; la vespa sembrava avere una volontà sua e una forza incredibile! Non sapevo più cosa fare!
Mentre cercavo di capire in quale maniera fermarla, ero arrivato in fondo alla stradina: girare a destra per il ponticello era troppo pericoloso perché andavo troppo forte, proseguii diritto. Proprio sulla curva, davanti a me, c’era un portone sgangherato aperto che immetteva in una carrareccia di campagna, l’ho imboccato a tutta velocità alzando nuvole di polvere; passato il primo momento di timore e ragionando con calma, decelerai completamente, lasciando la marcia innestata e la vespa si fermò sussultando.
Per fortuna tutto si era risolto nel migliore dei modi! Mi guardai attorno per capire se qualcuno fosse stato testimone della mia scorribanda in campagna. Non c’era nessuno!
Trascinandomi la vespa a fianco, la riportai nel suo ripostiglio e la ricoprii con i suoi stracci. E lì venne dimenticata!
Un giorno non la vidi più. Il babbo l’aveva regalata, senza alcun rimpianto ad un amatore di vecchie moto. Chissà dove sarà andata a finire, forse lucidata in un salone per far bella mostra di sé con altre vecchie moto o forse dimenticata su un mucchio di ferrivecchi. La ricordo perché era bello viaggiare per le strade dell’isola di Ariano, polverose d’estate e fangose d’inverno, seduto sul suo sellino posteriore, appoggiato con la testa alla schiena del babbo!
L’importanza propedeutica del fumetto per i giovani nell’ultimo secolo è cosa abbastanza risaputa: tutti infatti concordano nell’affermare che il fumetto ha svolto un ruolo fondamentale nell’infanzia e nell’adolescenza sia nell’apprendere divertendosi che nel favorire i primi approcci al leggere e scrivere. Da quel 5 maggio 1895 (per intendersi, dalla comparsa di Yellow Kid e del fumetto moderno) di tempo ne è trascorso e questo genere letterario è entrato a pieno titolo nel “vissuto” d’oggi.
I fumetti col passare degli anni naturalmente si sono trasformati, come del resto tutte le cose, e ci sono tanti personaggi nei quali identificare il proprio personale “eroe”. Essi sono sempre lì, colorati o meno, nelle edicole pronti a divertirci con le loro storie, ad appassionarci, a tenerci … in sospeso sino alla prossima avventura. Quanti personaggi sono stati creati ed editi nel secolo appena trascorso? Moltissimi!
Agli albori del ‘900 iniziarono le pubblicazioni del “Signor Bonaventura” (1917), “Topolino” (1929), “Paperino” (1934), “Flash Gordon” (1934), “Mandrake” (1934), l’“Uomo Mascherato” (1936), il mitico “Asso di Picche” (1945) e molti, molti altri¹.
Ma fu nel dopoguerra che apparve un personaggio italiano fondamentale per la nostra storia: “Tex Willer”, nato nel 1948 dalla penna di Gianluigi Bonelli e dai pennelli di Aurelio Galleppini, molto tempo prima quindi di “Zagor” (1961), “Diabolik” (1962) e “Corto Maltese” (1967).
Sin dai primi albi, il Ranger bonelliano conosce un successo più che meritato e si divide il mercato con “Capitan Miki” e il “Grande Blak”. Negli anni ‘70 sono i supereroi americani a invadere l’Italia con personaggi come l’“Uomo Ragno”, “Devil” e i “Fantastici Quattro” (editi però negli USA fin dagli anni 1961-62) che saranno poi immortalati in films di grande successo. Nello stesso periodo approdano in edicola alcuni personaggi italiani di notevole spessore come “Mister No” (1975) e “Ken Parker” (1977). Negli anni ‘80 è poi la volta di “Martin Mystère” (1982) e “Dylan Dog” (1986).
E qui ci fermiamo.
Il nostro interesse è infatti quello di evidenziare le figure di due personaggi polesani, Mauro Marcheselli e Michele Masiero, che sono da tempo approdati alla prestigiosa corte di Sergio Bonelli e che attualmente lavorano a tempo pieno nella produzione dei fumetti della Casa editrice milanese². Oggi sono più di venti, tra inediti e ristampe, le pubblicazioni che ogni mese la Bonelli Editore manda in edicola. “Tex” è il fumetto più diffuso con circa 240.000 copie (il più venduto in Italia), seguito da “Dylan Dog” (180.000), “Nathan Never” (60.000) e via via gli altri, “Julia”, “Dampyr”, “Zagor”, “Demian”, “Martin Mystère”, “Magico Vento”, “Brendon”, “Gea”, fino all’ultimo arrivato “Volto Nascosto”.
Ma veniamo ai nostri polesani extra-moenia.
Mauro Marcheselli nasce a Melara nell’ottobre 1953 da Evasio ed Angela Negrini ma due mesi dopo la famiglia emigra a Busto Arsizio (VA) dove raggiunge il capofamiglia che là si era trasferito (come tanti altri suoi compaesani) alla ricerca di quel posto di lavoro che la disastrosa alluvione del ‘51 aveva tolto a molti muratori della nostra zona³.
Mauro cresce e legge di tutto, ma in particolare i fumetti e, prima ancora di apprendere a scuola, sa già interpretare quei segni scritti e disegnati, utili per descrivere un’azione, un momento, un particolare “pathos”. La famiglia a Busto Arsizio vive del solo stipendio di muratore del padre Evasio, un onesto e bravo lavoratore che da giovane in paese si era anche messo in luce suonando la fisarmonica in una banda assieme ad altri cinque di Melara e Bergantino⁴. Ma la famiglia è numerosa (oltre a Mauro ci sono già Gianni, Dante e Viviana, e arriveranno in seguito anche Elisabetta e Marco) e quindi ognuno concorre alla sopravvivenza economica dando quello che può.
Mauro, gran divoratore di fumetti, per i quali si prende spesso i rimbrotti della mamma, inizia prestissimo a lavorare, ma non dimentica mai le sue origini polesane e d’estate passa le vacanze a Bergantino e Melara, alternandosi tra le case dei nonni paterni e materni.
Dopo il servizio militare collabora a una “fanzine” di fumetti, dalla quale nascerà la rivista di critica “Fumo di china”, e rimane legato al mondo fumettistico anche se svolge tutt’altro lavoro (il camionista). Contemporaneamente, inizia piccole collaborazioni anche con riviste professionistiche come “Orient Express”, “Pilot” e “Comic Art”. Esperienze importanti che lo fanno conoscere nell’ambiente e che, alcuni anni dopo, nel 1986, lo porteranno a lavorare nella mitica redazione milanese di via Buonarroti 38.
Qui inizia la gavetta correggendo bozze, rispondendo alle lettere e occupandosi dei piccoli lavori d’ufficio. Nel settembre 1992 scrive il suo primo soggetto per Dylan Dog, l’Indagatore dell’Incubo (il n.72, L’ultimo plenilunio), a cui ne seguiranno diversi altri (tutti sceneggiati dal creatore del personaggio, Tiziano Sclavi).
Con il passare del tempo gli vengono assegnati incarichi più importanti e impegnativi. Dal 1993 si occupa di Dylan Dog come curatore e affianca il Direttore Decio Canzio e l’Editore Sergio Bonelli nella gestione delle storie di Tex.
Nel 2007 viene nominato Redattore Capo. Mauro non è certo uno che ama apparire, schiva, quando riesce, le interviste, e preferisce parlare più dei meriti altrui che dei propri. Ecco come Mauro Marcheselli ricorda il suo esordio nel mondo dei fumetti: “Leggevo “Intrepido”, “Il Monello”, “Nembo Kid”, “Capitan Miki”, “Il Grande Blek”, “Tex”, ma pure “Diabolik”, “Kriminal”, “Satanik” e poi “Linus”, “Eureka” e tutto quello che di nuovo arrivava in edicola, anche dagli altri Paesi (Francia, America, Giappone). In questi anni ho potuto conoscere, a livello fumettistico, tutti i più importanti autori italiani e internazionali.
Come Casa editrice abbiamo addirittura organizzato e gestito a Milano, dal 1987 al 1993, quattro edizioni del “Dylan Dog Horror Fest”, una manifestazione cinematografica internazionale con ospiti da tutto il mondo. Fra le iniziative particolari a cui ho partecipato, ricordo con emozione le collaborazioni con Claudio Baglioni in occasione della rivisitazione dylandoghiana di una sua canzone per il mensile “Tutto Musica e Spettacolo” (realizzata dal disegnatore Claudio Villa) e con il presentatore televisivo e radiofonico Armando Traverso per una serie di sceneggiati tratti dalle storie di Dylan Dog e Tex. Grazie al mio lavoro ho potuto conoscere lettori famosi dei personaggi bonelliani come Umberto Eco, Francesco Guccini, Giulio Gioriello, Sergio Cofferati ecc.”
Michele Masiero, invece, è nato a Castelmassa nel 1967 da Augusto e Silvana Ottenio, terzo di quattro figli (Manuela, Massimo e Marzio, gli altri tre). Da sempre appassionato lettore (di fumetti e non solo), non ha certo faticato molto a “capire” quale avrebbe voluto fosse la sua strada.
Il “primo contatto” con il fumetto avviene attorno ai 10 anni sulle pagine de Il Giornalino, di Zagor, di Tex, di Mister No. Nel corso degli anni, diventa letteralmente un “divoratore” di comics: dal fumetto popolare alle riviste “d’autore”, senza barriere di genere e nazionalità. Frattanto comincia a interessarsi del mondo delle nuvole parlanti anche come critico in erba: nel 1985 spedisce le prime recensioni alla citata “Fumo di China”, che gliene pubblica qualcuna.
Dopo la maturità scientifica a Ostiglia, s’iscrive al Dams di Bologna nel corso di Spettacolo e coltiva un’altra sua grande passione, quella per il teatro e la recitazione (che in futuro, soprattutto a Milano, praticherà anche a livello semi-professionale, in compagnie come “Teatro Aperto” e “Animanera”).
A Bologna viene in contatto con la redazione di “Fumo di China”, entrandovi a farne parte. S’avvicina all’Alessandro Distribuzioni (Lucky Luke, Michel Vaillant ecc.), che in quegli anni è l’editore della rivista di critica fumettistica, e, dal 1988 al ‘91, svolge il ruolo di curatore editoriale delle edizioni librarie. Sempre di quegli anni sono le sue prime prove come sceneggiatore, per la rivista “Cyborg” diretta da Daniele Brolli, e per la fiorentina “Glamour”, alla quale collabora insieme al disegnatore Roberto Baldazzini.
Dopo il servizio civile la sua svolta avviene nel 1991, quando una telefonata di Bonelli lo cerca per la redazione. “Ci penso un pochino, ma la mia scelta è naturalmente sì” – afferma. E così si trasferisce a Milano, dove tuttora risiede. La sua carriera è rapida: corregge bozze, scrive redazionali, poi dal 1994 gli viene affidata la cura di Mister No, di cui diviene uno degli sceneggiatori. Nel 2004 inizia a scrivere anche per Dylan Dog e, da un anno circa, è il vice di Marcheselli.
“L’obiettivo della Sergio Bonelli Editore è quello di arrivare a tutti: per scelta editoriale non ci rivolgiamo a un pubblico “di nicchia”, – ci dice Michele Masiero – ma vogliamo continuare a coltivare la grande tradizione del fumetto popolare, che in Italia si è affermato soprattutto grazie ai personaggi di questa Casa editrice.
Vi posso anticipare che il 2008 sarà l’anno di Tex Willer, che compirà 60 anni, e del suo creatore, Gianluigi Bonelli, del quale cade il centenario della nascita. Inutile sottolineare che queste straordinarie ricorrenze saranno festeggiate come meritano, anche se il Ranger più famoso del fumetto italiano non ha certo bisogno di celebrazioni, visto che continua a riscuotere un continuo affetto da parte di generazioni di lettori. Lo dimostra il successo di qualsiasi iniziativa legata al nome di Tex, ultima delle quali la “Collezione Storica a Colori”, che stiamo realizzando da mesi insieme a la Repubblica e L’Espresso”.
Il Po e il suo delta da sempre hanno costituito un paesaggio caro a molti registi cinematografici, in virtù della loro bellezza ambientale fonte di forti tinte emotive. Nell’arco di oltre mezzo secolo molti sono stati pertanto i lungometraggi ambientati nel delta padano. Ultimo in ordine di tempo “Sangue pazzo” girato recentemente nella zona di Taglio di Po, opera del regista Marco Tullio Giordano che ha come protagonista la bella Monica Bellucci. Un film che giungerà nelle sale cinematografiche il prossimo anno.
Nel 1942, in pieno conflitto bellico, quando le preoccupazioni della gente erano rivolte a tutto, tranne forse che al cinema e al teatro, Michelangelo Antonioni e Luchino Visconti muovevano i primi passi dietro la macchina da presa proprio a ridosso del Po. Il primo sulla sponda ferrarese girava “Delta del Po?”, mentre Visconti, dalla parte rodigina si cimentava in quello che sarebbe divenuto uno dei capolavori del cinema italiano, precursore del Neorealismo, “Ossessione”. Ambientazioni, quelle scelte da entrambi i registi, tutte paesane tra Crespino, Occhiobello e altri scorci padani.
Il delta, anche nei periodi immediatamente successivi alla fine della guerra, torna ad ispirare il cinema nazionale, stavolta sotto l’impegnativo nome del Neorealismo. Nel 1946 Rossellini ambienta sul delta l’ultimo episodio di “Paisà”, ricostruzione di quanto avvenuto fino a pochi mesi prima nell’Italia caratterizzata dalla lotta partigiana e dal ritiro delle truppe tedesche di fronte al sopravanzare delle forze alleate che risalivano la penisola.
Con gli anni ‘50, sempre tra Comacchio, Scardovari e altre località del delta, Mario Soldati lancia una giovane attrice la cui strada professionale ed artistica la porterà ad essere una delle più note star del panorama cinematografico nazionale ed internazionale: Sophia Loren, splendida interprete de “La donna del fiume”. Siamo nel 1954 e torna così sullo schermo uno spaccato di vita delle popolazioni deltine, in un film che da un lato unisce bellissime fotografie di un territorio ancora incontaminato e primordiale, dall’altro si impone con tutto il suo peso nello sviluppo della tragedia con lo straziante epilogo della morte del figlio della protagonista. Il fiume “dà e toglie”, dicevano quelle popolazioni, sottolineando la dominazione dell’ambiente nelle umane vicende.
Nei primi anni ‘50, oltre a lungometraggi, il delta cattura anche giovani cineasti più calati nell’impegno politico e sociale. Tra questa si impone un giovane Florestano Vancini, che, su commissione della Cgil di Ferrara, gira “Delta Padano”, un documentario dal taglio sociale sulle dure condizioni di vita delle popolazioni che vivono sul delta del grande fiume. Uno spaccato che mette in luce come, negli anni ‘50, la gente sia ancora costretta a vivere in casoni di pietra col tetto di canne ed il pavimento in terra battuta. Luoghi, quelli di Goro, Mezzogoro e Porto Tolle, in cui si poteva morire di malaria o di tifo a causa della mancanza di acqua potabile.
Ma il cinema d’autore torna a guardare Rovigo e la sua provincia alla fine degli anni ‘50, quando viene girato “Il grido” (1957), uno dei capolavori di Michelangelo Antonioni, forse tra i meno capiti, ma di indiscutibile bellezza. Si tratta di un’odissea straziante che racconta l’impossibilità di ricondurre nel pubblico e nel collettivo la crisi profonda del privato. Il paesaggio diventa il riflesso dell’anima e il delta del Po, con i suoi grigi invernali, non fa altro che rafforzare il bianco e nero del film, portando l’ambiente stesso ad una dilatazione estrema che condiziona lo stato d’animo del personaggio e il suo tragico epilogo. Il film riceve il “Gran Premio della critica” al Festival di Locarno e il “Nastro d’argento” alla fotografia di Gianni De Venanzo. Doria Gray è doppiata dalla voce di Monica Vitti.
Con “Amore amaro” un film del 1974 di Florestano Vancini, interpretato da una bravissima Lisa Gastoni, il cinema d’autore torna a guardare Rovigo. Il lungometraggio del regista ferrarese è sostanzialmente ambientato nella Ferrara del 1938, ma non mancano interessanti scorci del Po a Santa Maria Maddalena e alla stazione ferroviaria di Rovigo, di cui si riconosce la vecchia biglietteria e l’atrio.
Nel 1976 Pupi Avati sceglie la campagna polesana per “La casa dalle finestre che ridono”, un film con Lino Capolicchio e Gianni Cavina, un noir tutto padano che sconfina nell’horror e che ricevette il premio della Critica al festival du Film Fantastique di Parigi nel 1979.
Rovigo torna poi a farsi vedere sul grande schermo con un film di basso profilo in un periodo in cui il cinema deve fare i conti con un genere che fa botteghino, dai bassi costi e dai contenuti del tutto inesistenti: la commedia sexy degli anni ‘70 e ‘80. E’ così che nel 1981 Sergio Martino dirige “Cornetti alla crema”, con Lino Banfi ed Edwige Fenech. Una commediola banale che mostra il Duomo di Rovigo, il Teatro Sociale, piazza Vittorio Emanuele II, piazza Caffaratti e piazza Garibaldi. In una scena appare anche il compianto M° Amelio Rigolin nelle vesti del suo ruolo abituale: direttore del coro del Sociale.
Dopo il periodo meno edificante della commedia sexy, segno di indiscussa crisi di idee nel cinema nazionale, la filmografia che interessa il territorio polesano porta alla ribalta un esordiente padovano che dimostra di avere, fin da subito, un estro che cattura positivamente il parere della critica e, come quasi sempre per gli esordienti, un po’ meno quella del pubblico. Carlo Mazzacurati ambienta, nel 1987, a Porto Tolle e Rovigo il suo “Notte italiana”, un noir tutto polesano che basa la sua storia sull’estrazione illegale del metano dal sottosuolo in contesto che si tinge di giallo e in cui gli interessi tra pubblico e privato rappresentano il nodo centrale dello sviluppo della storia con un simpatico Marco Messeri ed una giovanissima Giulia Boschi tra gli interpreti principali. Quasi interamente ambientato sul delta con suggestive panoramiche aeree di quello che sarà il Parco del Delta, alcune scene vengono girate a Porto Tolle nella bonifica di Ca’ Vendramin. Interessante anche una maxi sequenza con Marco Messeri all’interno di un autobus nel Corso del Popolo di Rovigo.
L’amore di Carlo Mazzacurati per il Polesine nel 1998 dà vita a “L’estate di Davide”, sconosciuto ai più, che si rivelò un fiasco commerciale. Sullo schermo il giovane Davide, interpretato da Stefano Campi, e le vedute polesane della bella piazza Fetonte di Crespino e ambientazioni nel delta. Interessante invece nei suoi contenuti tanto da far del film la sua opera più modernamente pittorica, contrassegnata da una lentezza che sconfina nell’astrazione.
Serie televisive a parte, il cinema e la storia tornano a braccetto, in tempi recentissimi, con “Baciami piccina” di Roberto Cimpanelli che nell’estate 2006 gira a Crespino, Pontecchio e zone limitrofe la storia che riporta indietro il tempo e precisamente al 7 settembre 1943, alla vigilia dell’annuncio dell’Armistizio con gli Alleati in cui un noto truffatore deve essere scortato presso la sede della Magistratura di Venezia. Il cast è composto da Neri Marcorè, Vincenzo Salemme, Elena Russo e nuovamente Marco Messeri.