Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • San Bortolo ieri ed oggi

    San Bortolo ieri ed oggi

    Sono l’ultima di una famiglia numerosa. Sono nata in una casa costruita nel 1900 da mio padre. Ambiente familiare agiato, affettuoso, unito, religione cattolica praticante. Il mio quartiere, San Bortolo, è tra i più vecchi della città e si divide in S. Bortolo alto e S. Bortolo basso. C’è sempre stato un certo non so che fra gli abitanti: se chiedevi a qualcuno dove abitava rispondeva con un certo orgoglio: “Mi son de S. Bortolo alto…”. Il quartiere ha sempre avuto famiglie numerose con contegno dignitoso e ottimi cittadini.

    Via Belfiore, dove abitavo, in linea d’aria era vicinissima alla chiesa di S. Bortolo, ci divideva l’Adigetto. Allora si passava il ponte della Fonderia, a destra del quale c’era una bella pompa di ghisa con lo stemma del fascio. Era alta più di un metro, ai piedi aveva un abbeveratoio di marmo ci si posavano i fiaschi, i secchi di rame, damigiane e recipienti vari per riempirli di acqua potabile. Lì si fermavano anche i carrettieri per fare bere i cavalli.

    La pompa era un punto d’incontro, c’era sempre qualcuno che aveva novità da raccontare, stare lì un po’ di tempo era come leggere il Gazzettino. E alla sera, era punto d’incontro degli innamorati.

    Oltre il ponte, a sinistra, c’era una lunga costruzione il mulino, poi una casa signorile con un bell’orto dell’onorevole Fier; seguivano due casette e poi campagna. A destra c’era una lunga casa antica, forse il resto della famosa fonderia; da lì iniziava la strada bianca che portava, costeggiando sempre il canale, a San Sisto.

    I Luoghi Pii

    Il riferimento del quartiere era costituito, come oggi, dall’ex complesso olivetano, chiesa, chiostro e vari edifici che un tempo erano stati dei monaci di Monte Oliveto, come ricorda uno stemma sul portale di accesso al chiostro. Oggi c’è il Museo dei Grandi Fiumi e la sede di alcune associazioni culturali. Ai miei tempi erano invece ospitate persone bisognose con il sostegno pubblico.

    Nei locali, chiamati Luoghi Pii, c’erano gli Orfani, le Orfane e gli Anziani della Casa di Riposo.

    Nel primo blocco dell’ex complesso degli Olivetani trovava sede la scuola di “Avviamento Professionale” frequentata dagli orfani e da vari miei amici, dove insegnava falegnameria il maestro Tonon, uomo paziente, dalle cui mani uscivano vere opere d’arte, mobili di vario tipo. Ottimo insegnante era poi il professore Zancanaro, le cui “suorine” in ferro battuto sono sparse in tutto il mondo.

    Lungo la strada che costeggiava la scuola (ora via G. Giro) c’era una fila di ippocastani, ma sono stati sradicati e i muri della scuola abbattuti: ho visto scomparire i miei ricordi d’infanzia. Unito a questo complesso c’era il campo sportivo dove gli orfani giocavano a pallone: da questo campo si entrava nel secondo fabbricato dedicato tutto agli orfani: piano terra refettorio e varie aule, primo piano le grandi camerate.

    Gli orfani erano seguiti dai “pedagoghi”; le orfanelle dalle suore di Maria Bambina ed occupavano tutto il terzo blocco. Aldilà del giardino interno, al piano terra attorno al chiostro, dove c’è il famoso pozzo settecentesco, erano ricoverati i vecchietti: uomini e donne della Casa di Riposo.

    La chiesa

    Dal chiostro, passando attraverso una porticina, si entrava in chiesa. A quel tempo la chiesa non era della parrocchia, ma luogo di preghiera dei Luoghi Pii. Il pubblico cominciò a frequentarla solo dopo la guerra, quando giovani preti come Don Achille Corsato, fondatore dell’ordine “Missionarie della Redenzione”, e Don Antonio Zanirato, sempre attivo per A.M.I.C. (Associazione Maestri Italiani Cattolici) e il vecchio e saggio Don Pascian, la resero aperta anche agli abitanti del quartiere.

    Solo cinquant’anni fa, nel 1956, fu fatta parrocchia. Mio padre, che allora aveva 85 anni, disse al primo parroco Don Giuseppe Peretto: “Questa chiesa sa odore da vecchio”. Veramente quell’odore particolare durò per diversi anni, fino a quando la chiesa fu oggetto di lavori di ripristino.

    Con la nascita della nuova parrocchia scomparvero i Luoghi Pii, cioè fu chiusa la casa di ricovero e i collegi degli orfani e delle orfane, e la chiesa cominciò ad essere frequentata dai parrocchiani.

    La chiesa di San Bartolomeo Apostolo è molto vecchia, il Vescovo Guglielmo d’Este permise il 10 giugno 1254 di costruire una chiesa (ad honorem Dei et Verginis Mariae beati Bartholomei apostoli). La facciata della chiesa è in muratura intonacata; ci sono due nicchie, nelle quali sono collocate le statue di S. Bartolomeo e di S. Benedetto. Nell’interno è ricca di quadri, stucchi di ghirlande e di frutta, la balaustra è in marmo di Carrara, bellissimi sono i due Angeli, ai lati dell’altare maggiore, sono porta-ceri in marmo di Carrara.

    Al centro, dietro l’altare maggiore, c’è la grande tela: Il martirio di S. Bartolomeo. Io ricordo che nel primo altare a destra c’era sempre illuminata Maria Bambina, ma con la chiusura del collegio delle orfane e la dipartita delle suore di Maria Bambina, la statua è stata tolta e l’altare ha cambiato volto.

    La sagra di S. Bortolo

    Lo spiazzo davanti alla chiesa è stato sempre utilizzato per momenti di animazione nei giorni della sagra, che ha origini antiche. Un tempo era una grande festa per i Luoghi Pii, a cui partecipava tutta la cittadinanza.

    In chiesa c’era la Santa Messa solenne alle ore 11.00, con il Vescovo e il coro degli orfani che si faceva sentire ed era applaudito. Tutte le autorità cittadine, dopo la cerimonia, visitavano prima la Casa di Ricovero, poi il Collegio: gli orfani erano vestiti a festa con una semplice divisa, mentre le orfanelle avevano un semplice mantello e un basco. Tutti i reparti erano addobbati a festa. Anche i cittadini per tutta la giornata potevano visitare i vari reparti. Per tutti c’era un grande pranzo, anche le autorità assistevano e partecipavano. (Fotografie poche, non sono riuscita a trovarne).

    Alla domenica successiva mio papà invitava a pranzo un vecchietto di sua conoscenza che, al ritorno in casa di riposo, portava ai suoi amici una fetta “de brasadea”.

    In via dei morti, ora via Oroboni, c’erano le bancarelle delle patate, dei pomi, delle zucche e delle carate (carrube) un prodotto questo che ora si trova solo al supermercato Orva, come cosa rara.

    Di fronte all’entrata dei Luoghi Pii c’era il banco più importante: la pesca di beneficenza diretta dalle suore del collegio. Per tutto l’anno le suore raccoglievano e facevano a mano tante tovaglie cuscini e cose varie, c’erano pure delle belle bambole e una bella bicicletta da uomo che attirava e faceva gola a tutti, specialmente ai ragazzi. Il ricavato era a favore dell’orfanatrofio.

    Dove oggi c’è l’asilo Elisa Merlin, lescuole elementari di Papa Giovanni XXIII e le scuole medie, allora c’era campagna, e durante la Sagra era il regno dei ragazzi, perché lì si fermavano le giostre. La giostra a cavalli era mossa da un mulo con gli occhi bendati che girava attorno a un perno centrale; la giostra “calci in culo” per i ragazzi e per i soldatini; infine la più moderna, la giostra dell’autoscontro.

    In mezzo al verde campo, veniva eretto il famoso “palo della cuccagna” con in cima un bel prosciutto: era l’attrattiva dei giovani. Verso la campagna dei Melon c’era il “paiolo” dove si ballava solo la sera della festa. Di fronte a questo c’era “l’anguriara” con panche di legno grezzo; l’anguria veniva tagliata e la si mangiava con la “corteina” e chi non la voleva usare si portava da casa un cucchiaio.

    Il 24 agosto, festa di S. Bartolomeo, era il giorno principale della sagra del quartiere. Il pranzo consisteva in: “anara muta” con polenta, ciambella e buon vino nero. Naturalmente tutti erano vestiti a festa. Molte famiglie avevano come ospiti parenti che venivano da Torino e da Milano, dove lavoravano. Erano gli emigrati che approfittavano della Sagra per tornare e salutare i parenti e far visita ai loro morti.

    “La Pendona” era allora una figura singolare di S. Bortolo alto. Teneva una bancarella sotto il portico degli Ebrei, di fronte al liceo Venezze, lì si fermavano anche il maestro di musica Mercuri, Ferdinando Palmieri e il poeta Rizzi, lei declamava: “Cipria, profumi, creme Cotì, Bertelli”. A casa leggeva il futuro ai giovani. Eravamo nel quaranta e diceva alle ragazze: “Incontrerai e amerai un giovane in divisa”.

    Il quartiere di S. Bortolo era abitato da famiglie residenti da più generazioni, quindi la sagra era sentita e vissuta religiosamente e fraternamente. Era proprio quella ritualità a conferire un fascino particolare alla “sagra” che aveva un tocco solenne.

    Naturalmente queste antiche famiglie davano vita al Comitato organizzatore; le ore che impiegavano non si contavano, era importante il buon fine. Possiamo ricordare la famiglia Lago, che aveva e ha campagna a Belfiore; la famiglia De Pascalis, parente dei Lago, fam. Pavarin, fam. De Paoli che abitavano per la strada bassa che porta a Buso, la fam. Borgato che abitava verso San Sisto. In evidenza c’era anche Cibotto poi onorevole che era l’organizzatore e il regista.

    Le cose oggi sono cambiate: ai primi del mese di agosto, appare un vistoso striscione che attraversa il Corso annunciando l’avvio della Sagra di S. Bortolo. I quotidiani ogni giorno danno spazio alle notizie concernenti i vari divertimenti e viene distribuito anche un libretto-opuscolo fatto in collaborazione della parrocchia con il comune. Varie attività commerciali di Rovigo e dintorni, con la loro sponsorizzazione, rendono possibili le manifestazioni, delle quali sull’opuscolo si trovano indicazioni relative a giorno e ora.

    Ora la festa della sagra si è modernizzata, si canta e si balla per tutti i dieci giorni, ma in linea generale è sentita molto meno di un tempo. Nel sagrato della chiesa viene innalzato un palcoscenico ben illuminato e ben infiocchettato, si apre la sagra con un buon concerto lirico, nelle altre sere spettacoli vari, tutto per i giovani. Nel cortile, dove c’era il bar, funziona lo stand gastronomico: pesce fritto e polenta, patatine fritte e coca cola a volontà. Tutte le sere cinema all’aperto.

    Nell’asilo Elisa Merlin vengono allestite varie mostre e la pesca di beneficenza pro-asilo. Infine in via G.Tasso c’è il Luna Park per i giovani.

    Il giorno del Santo Patrono il Vescovo alle ore 19,00 celebra la Santa Messa, alla presenza delle varie autorità, dei parrocchiani e dei cittadini. Alla mezzanotte dell’ultima sera estrazione della lotteria: primo premio “Viaggio nel Mar Rosso”. Una volta il mar Rosso lo si vedeva solo sulla carta geografica, ci si accontentava di attendere con ansia e trepidazione la vincita della tombola,… ma allora si cantava: “Se potessi avere mille lire al mese”.

    Io ho vissuto il mio tempo con tanta semplice gioia e con serena accettazione, più tranquillamente di quanto oggi non lo viva la frenetica gioventù. Il modo di vivere di oggi si può dire quasi fantasmagorico, per il rapido susseguirsi dei cambiamenti, ma, secondo me, non prepara ad affrontare le incertezze e le difficoltà del domani.

  • Quel viaggio con Lala Lubelska

    Quel viaggio con Lala Lubelska

    “Il treno si mosse alle 14. Una giovane che veniva da Milano per raggiungere i suoi parenti a Roma, racconta che a Fara Sabina (ma più probabilmente a Orte) incrociò il treno piombato, da cui uscivano voci di purgatorio. Di là dalla grata di uno dei carri, le parve di riconoscere il viso di una bambina sua parente. Tentò di chiamarla, ma un altro viso si avvicinò alla grata, e le accennò di tacere. Questo invito al silenzio, a non tentare più di rimetterli nel consorzio umano, è l’ultima parola, l’ultimo segno di vita che ci sia giunto da loro”.

    E’ venuto da questa testimonianza, contenuta nell’opera “16 ottobre 1943” di Giacomo Debenedetti, il primo approccio con la tragedia delle persecuzioni degli Ebrei italiani nel corso della seconda guerra mondiale. Di qui il desiderio di conoscere più a fondo una realtà tanto aberrante, meglio – se fosse stato possibile – udirla dalle parole di chi era stato vittima di tanta perfidia.

    E’ nata così a Frassinelle l’idea di incontrare una delle poche persone che ha vissuto in prima persona lo strazio di quei giorni, riuscendo miracolosamente a salvarsi. Con questo spirito, e con la volontà di avvicinarsi concretamente al dramma della Shoah, l’assessore alla cultura Stefania Ferro ha deciso, insieme ad alcune collaboratrici de Il Punto (semestrale del comune) di chiedere a Lala Lubelska, residente a Badia Polesine sopravvissuta a Mauthausen, di portare la sua testimonianza anche a Frassinelle Polesine.

    Per colui che ha la fortuna di ascoltare, la testimonianza di chi è sopravvissuto diviene una sorta di incommensurabile “privilegio”. E questo è risultato tanto più vero in quanto Lala Lubelska, incontrata poco più di un anno fa a Frassinelle, non è più con noi: ha infatti cessato di vivere il 7 luglio del 2006.

    In chi l’ha conosciuta rimarrà comunque vivo il suo ricordo. Ancora riecheggiano infatti nella mente le parole della sua prima narrazione, seguita da un viaggio in sua compagnia per visitare il campo di concentramento dove era stata prigioniera.

    Per chi ha conosciuto Lala Lubelska il ricordo diviene pertanto impegno forte a non dimenticare e trasmettere alle nuove generazioni il monito che nasce dai giorni cupi dell’infame persecuzione.

    Era il 17 febbraio del 2006 quando la dolce signora badiese è stata ospite a Frassinelle, presso la sede municipale. Dalle sue labbra abbiamo appreso le annotazioni fondamentali della sua biografia.

    Lala Lubelska nasce a Lodz nel 1926, trascorre la sua adolescenza insieme alla numerosa famiglia in Polonia. Nel 1939 inizia la vita del ghetto, con tutte le privazioni e le difficoltà ad esso connesse. Viene poi deportata insieme alle sorelle gemelle Sara e Rifka in diversi campi di concentramento in Germania e Austria.

    L’ultima esperienza è legata al campo di sterminio (dal 1942 infatti il campo viene “attrezzato” con camere a gas e forni crematori) di dove sarà liberata nel giugno del 1945 dagli alleati.

    Riemerge la speranza, la vita prende finalmente un corso sereno e nel 1947 sposa l’uomo che ha conosciuto nel campo di concentramento di Flossenberg: è Giancarlo Cicogna, ed insieme a lui costruisce la sua nuova famiglia in Italia, a Badia Polesine.

    La testimonianza di Lala Lubelska, nitida e disincantata, è stata, per chi ha avuto la fortuna di conoscerla, uno di quei doni che non possono non destar stupore. Dalle sue parole, che hanno ripercorso anche gli aneddoti più raccapriccianti (bimbi nascosti e poi dimenticati in nicchie scavate nei muri, madri separate dai propri figli, uomini e donne ridotti a bestie, le botte inflitte dai Kapò, gli esperimenti sugli ebrei, la sofferenza della fame e soprattutto della sete, le camere a gas, gli stenti, il desiderio di morte come fine del supplizio) è trapelata una immensa forza d’animo. La forza di chi ha toccato il fondo e si è risollevato.

    L’incontro di Frassinelle, coinvolgente quanto mai, ha fatto nascere l’idea di una visita al campo di Mauthausen, per avvicinarci ulteriormente ad una realtà la cui conoscenza non può che generare iniziative di impegno affinché tanto orrore non abbia più a ripetersi. E così, un gruppo di Frassinelle, accompagnato dalla minuta signora badiese, ha raggiunto Mauthausen nell’aprile 2006.

    L’esperienza è stata delle più toccanti. La signora è stata guida esemplare del gruppo che l’ha seguita pedissequamente in giro per il campo, ascoltando il suo racconto in ogni minimo e spesso drammaticamente truce particolare.

    Dopo il viaggio un periodo di silenzio. Da alcuni ragazzi del gruppo, che avevano scattato diverse foto al campo, è seguita l’idea di una serata, una come tante che si trascorrono in compagnia per rivivere insieme momenti e ricordi di un viaggio ancora vivo nella memoria.

    Ma Lala non ha potuto prendere parte all’incontro … Dopo il viaggio le condizioni di salute infatti si sono rapidamente aggravate… finché è venuta a mancare il 7 luglio del 2006.

    Si capisce allora l’importanza della sua testimonianza che va preservata. A Frassinelle si raccolgono le foto, le informazioni, le parole di quel 23 aprile del 2006. Ne esce una mostra fotografica dal titolo “Memorie in controluce – Racconto di un viaggio con Lala a Mauthausen” organizzata dal comune di Frassinelle Polesine – Assessorato alla cultura, con il patrocinio della Provincia.

    La mostra viene allestita a Badia Polesine nel giorno in cui alunni e professori del Liceo Balzan onorano la loro concittadina con l’intitolazione dell’aula magna. È una giornata di grande festa, in cui si ricorda una persona che ha avuto il coraggio di raccontare, attraverso la sua personale Shoah, quella del suo popolo.

    La mostra fotografica si presenta come percorso lineare che si snoda nel campo di Mauthausen: a parlare sono le foto di Cinzia Ferro, Federico Alberghini, Giovanni Grego e quelle messe a disposizione dalla famiglia Cicogna.

    A parlare è Lala stessa che, con il linguaggio del ricordo, accompagna l’osservatore in questo suo ultimo viaggio. I colori forti, che caratterizzano il percorso espositivo sono stati scelti appositamente per conferire al racconto e alla memoria stessa un’accezione positiva. In fondo la lezione che Lala ha insegnato a tutte le persone che l’hanno conosciuta si colora di tinte intense e cela dentro sé un’importante esortazione.

    Un’esortazione forte, gridata al mondo, a non scordare e far proprio il vero senso del vivere!

  • Ti ricordo, Maestro…

    Ti ricordo, Maestro…

    “Con lui è scomparso un pezzo di Polesine…”, così il Vescovo, Mons. Lucio Soravito, nell’omelia di saluto al Maestro Giuseppe Rigolin, l’autunno scorso.

    Sono trascorsi mesi, e ancora rimane il grande vuoto della sua assenza. Ma sempre vivo è il ricordo di lui, un uomo che, con la semplice forza della sua convinzione, del suo senso del dovere e della giustizia, e forse soprattutto della sua Fede, ha lasciato una traccia indelebile nella storia recente della nostra provincia.

    Maestro elementare nativo di Lendinara, è approdato giovanissimo nel Delta per insegnare nella allora remota borgata di Scanarello. E’ stato amato ed ha amato le genti del basso Polesine, tanto da farsi paladino di questa area polesana, dando vita a progetti lo sviluppo economico del Delta, avviando la costituzione della prima cooperativa di pesca in Italia, favorendo leggi e iniziative in questo campo. È stato protagonista della vita politica locale: Presidente della Camera di Commercio di Rovigo nel difficile momento della sua trasformazione istituzionale; Vice-Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio Di Padova e Rovigo e, negli ultimi anni, ha ricoperto importanti incarichi nel campo dell’Istruzione.

    Cavaliere al Merito della Repubblica, Commendatore all’Ordine “Al Merito della Repubblica Italiana”, accettava con orgoglio di essere chiamato semplicemente “Maestro”, come se questo fosse per lui il titolo onorifico più importante, quello con cui era da tutti conosciuto, quello che una volta rimaneva addosso per tutta la vita a coloro che esercitano tale difficile e importante “mestiere”.

    E Giuseppe Rigolin era “il Maestro”, non soltanto per l’età venerabile, nel senso più nobile del termine, quanto per le sue qualità umane, un Signore d’altri tempi che usava la cortesia e la simpatia come approccio alle persone e al mondo; e parlava di sé con il pudore di chi conosce il valore dei sentimenti. Poi, quando si immergeva nel racconto di fatti, luoghi, eventi e persone, si trasformava in narratore coinvolgente, incisivo, appassionato.

    Maestro è stato in ogni campo, con l’autorevolezza del suo esempio. Amabilità e gentilezza erano suoi tratti caratteristici, una tenerezza d’animo unita a grande rigore morale e condita con un pizzico di leggerezza e divertita ironia.

    “Ti racconto l’ultima…” era il rito conclusivo dei nostri colloqui telefonici, ed erano barzellette spesso maliziose e persino irriverenti, raccontate però con un garbo che le rendeva innocenti e piacevolissime. Capace di far ridere, lui, i medici che lo stavano operando a cuore aperto (non si tratta di miracolo, no, dato che l’anestesia era locale, ma di una grande prova di coraggio, di fede e di attaccamento alla vita).

    L’amore per la sua famiglia, per la moglie Iris, con la quale aveva di recente festeggiato i 60 anni di matrimonio, e per i figli era superiore solo all’amore per la terra polesana e la sua gente, per la storia e le tradizioni che amava ricordare, raccontare e che ha fatto così efficacemente rivivere nei suoi libri.

    La “trilogia” (“Ricordi, maestro, quel giorno di novembre…” del 1999; “1940-1945 – Si è fermato il tempo” del 2000; “Lungo le rive del grande fiume” del 2003) ripercorre quasi un secolo di storia locale, che è strettamente legata alle vicende storiche e alla evoluzione sociale ed economica dell’Italia, dai tempi lenti della vita patriarcale alla frenetica corsa dell’oggi.

    Nei suoi libri si trovano la dolcezza di sentimenti confessati ma non esibiti, il sorriso rivolto ai ricordi di famiglia e di amicizia, la ricostruzione, frutto di conoscenze dirette e di uno scavo meticoloso e preciso nella memoria, di ambienti, situazioni, dialoghi, momenti di vita in cui si respirano i profumi, si godono i colori, si toccano gli oggetti della memoria, e si odono il frastuono delle armi, le grida di guerra e di dolore, la paura delle forze scatenate della natura durante l’alluvione. Senza cadute nel sentimentalismo, perché anche nelle pagine dure e dolorose che descrivono la prigionia e la lontananza, la nostalgia, la sofferenza morale e fisica, la fame, il crollo di ogni certezza e il vacillare della speranza, lo stile della scrittura e della narrazione rimane limpido e rigoroso, lasciando trasparire il dramma di un uomo che ammette con estrema sincerità di aver creduto fino in fondo negli ideali di un particolare momento storico, nella voce che diceva “La Patria ha bisogno di te”, ma dichiara poi con altrettanto coraggio, dopo esperienze che hanno maturato in lui nuove consapevolezze, che tutto è cambiato e che tutto bisogna ricostruire cominciando col ri-conoscere sé stessi.

    Il linguaggio diretto, mai banale o scontato, arricchito da frasi in “lessico familiare” e in dialetto, è quello di chi prova piacere e gioia nel raccontare e sa trasmetterli agli altri, con il mestiere e con la cura (nel significato caro a Don Milani di “I care”) di chi è stato, per tutta la vita, “Maestro”.

    Le sue storie vere si leggono con l’emozione di un romanzo, e anche con il gusto di scoprire a ogni pagina qualcosa che è dentro di noi e sembrava dimenticato: il sapore della frittata con le erbe della mamma e i proverbi del nonno, l’emozione del primo bacio, la risata e lo scherzo usati per esorcizzare la paura, i discorsi sul perché della vita e del mondo, gli amici che si perdono, l’attesa di notizie che non arrivano. Con tocchi di poesia, con sottile vena umoristica e lucida capacità di guardarsi dentro, nel suo percorso interiore sempre sorretto dalla Fede, ci ha saputo trasmettere, pur nei mille ostacoli e difficoltà della vita, una profonda fiducia nell’uomo e nella sua capacità di migliorare sempre.

    Il Maestro Giuseppe Rigolin è stato un uomo che ha realizzato sé stesso vivendo appieno ogni dimensione: la sua dedizione al mestiere di maestro, alla famiglia, agli impegni politici e sociali e nel campo della cultura non era mai per lui dovere o fatica, ma espansione del suo modo di essere, vissuta pienamente, con lo stile, la passione, la consapevolezza e l’umiltà dei grandi.

    Non è difficile parlare di lui, e credo che tutti dovremo continuare a farlo, tutti quelli che come me hanno avuto il privilegio e la gioia di conoscerlo, di volergli bene e condividere anche solo un piccolo tratto del suo cammino.

    È ancora qui con noi, si alza in piedi sorridendo e comincia a raccontare:

    “I dise che la zuca l’è roba da porzeli…” *

  • Quella tenda in riva al Po

    Quella tenda in riva al Po

    Tante sono le storie che il Po ha da raccontare, nel suo lungo e lento viaggio, prima di raggiungere l’Adriatico con un largo abbraccio dando vita al grande delta: dal mito di Fetonte colpito dal fulmine di Zeus, che la tradizione orale vuole precipitato nel fiume Eridano all’altezza di Crespino, alle storie di barcaioli, di pescatori, di traghettatori, vicende felici e tristi della gente del fiume.

    Ma una delle storie più affascinanti è senza dubbio quella che ha come protagonista il prof. Luigi Salvini, lo slavista di fama mondiale che, su di un’isola del grande fiume a Panarella di Papozze, subito dopo l’incile tra il Po di Venezia e il Po di Goro, costituì una sua repubblica autonoma: la “Repubblica di Bosgattia”. Uno Stato minuscolo in cui si stampava anche una moneta che aveva valore soltanto nei sogni, condivisi da centinaia di studiosi, pronti a raggiungere la repubblica di Salvini per trascorrere le vacanze estive, a contatto con la natura, senza regole se non quelle del rispetto e della solidarietà reciproca.

    Un personaggio davvero speciale Luigi Salvini, nato a Milano nel 1911, che verso i vent’anni era già noto per il suo singolare impegno linguistico e per la sua preparazione nel campo filologico. Tanto apprezzato da essere ben presto nominato ispettore centrale per l’insegnamento delle lingue del Ministero della Pubblica Istruzione (probabilmente era ed è stato l’unico funzionario che a 25 anni si è trovato ad un tale grado nell’Amministrazione dello Stato). Nel 1947 gli venne conferita, per chiara fama, la libera docenza in filologia slava.

    In Polesine il prof. Salvini, seguace di Diana, trovò i suoi due grandi amori: la moglie, la signora Matelda, figlia del celebre musicista adriese Nino Catozzo, e la bellezza di una terra incontaminata, una bellezza che volle far conoscere agli altri, soprattutto ai tanti amici in tutta Europa.

    La Repubblica di Bosgattia

    Siamo alla fine degli anni trenta. Il periodo della guerra parla soltanto di paure, distruzioni, dispersi, morti. Ma con la liberazione si fa galoppare la fantasia. Si esce da un lungo letargo per “pensare” in libertà.

    E Luigi Salvini fa nascere la sua Tamisiana Repubblica di Bosgattia dove uomo e natura diventano un tutt’uno. E così la golena di Panarella, là dove il Po Grande, dopo essersi separato dal Po di Goro, fa un’ampia ansa, con un fascino selvaggio e sempre mutevole, secondo l’ora e il tempo, assume il ruolo principale.

    Chi andava alla “Tamisiana repubblica di Bosgattia” non poteva certo mettersi a pancia al sole: per vivere doveva arrangiarsi con quello che offriva la natura, del resto molto generosa, cacciando e soprattutto pescando.

    Non dobbiamo essere tratti in inganno dal termine dialettale “Bosgattia”, (nel dialetto di queste zone “bosgato” vuol dire maiale). La spiegazione è diversa e così viene indicata dallo stesso Salvini: “… Se chiedete oggi infatti ai Bosgattiani perché si richiamino al Tamiso o al Bosgatto, essi vi spiegheranno a muso duro come il filtro pronubo del pane alluda solo alla rete che tamisa le acque e che essi maneggiano con singolare perizia; e come parlando di Bosgatto essi non si richiamino più tanto al più utile e misconosciuto animale domestico, sacrificato all’ingordigia ed all’ingratitudine umana, quanto allo storione, la più grassa e grossa delle prede fluviali, che essi inseguono, in verità senza troppa fortuna”.

    Nella repubblica la vita inizia a luglio e finisce quando settembre riserva all’uomo giornate sempre più corte. E sempre i commiati si concludono con la promessa di riprendere i discorsi interrotti l’anno successivo.

    La giornata ogni mattina inizia all’alba con l’alzabandiera, poi, mentre il sole incomincia appena a lambire le cime dei pioppi, i bosgattiani si avviano al lavoro stabilito la sera prima. Bisogna preparare le reti, “ripassare” la barca, riordinare ami e lenze, esaminare il motore a seconda che si voglia andare a pesca, esplorare il fiume o arrivare sino all’Adriatico.

    A Bosgattia le case sono semplici tende; il gas fornisce la luce; niente letture, niente radio, niente notizie che interessano l’altro mondo, quello al di là dei confini dell’isola. Ma, come sostiene lo stesso Salvini, per la felice posizione geografica la Bosgattia costituisce una tappa d’obbligo per i turisti stranieri che, a fitti sciami, da vicino e da lontano si precipitano a visitare il paese e ad ammirare, invidiosi, la felice vita dei suoi abitatori, malgrado la lunghezza del viaggio e gli ostacoli che la provvida natura ha posto per limitare l’afflusso e l’invasione. Il turismo – aggiunge – si è andato sviluppando con notevolissima, preoccupante rapidità; la Repubblica, onde farvi fronte, ha costruito ben due ampi complessi tendelizi, il “Caravanserraglio degli Ospiti” e la “Casa dello sbafatore di turno”.

    I turisti che si trattengono oltre due giorni hanno l’onore di essere assoggettati a tutti i lavori, i servizi, le prestazioni diurne e notturne dei bosgattiani.

    Gli stranieri, muniti di lasciapassare, sono soggetti, al loro ingresso, a firmare il “Liber Barbarorum”, testimonianza dell’indecoroso loro stato di alfabetismo. Hanno visitato Bosgattia: pittori, scultori, stagnai, contadini, scrittori, bovai, balie, gatti, aviatori, giornalisti, cani sciolti, ingegneri, operai idraulici, finanzieri, soldati, capitani di lungo e corto corso, professori, abbonati alla “Gazzetta dello Sport”, lettori di fumetti, cartolai, notai, mugnai, avvocati, gasisti, panettieri, giunti dalla Romagna, Sicilia, San Marino, Austria, Jugoslavia, Frascati, Piemonte, Lombardia, Verona, Svezia, Sardegna, Provenza, Germania, Centocelle, Stati Uniti, Stato Città del Vaticano, Svizzera, Lazio, Parigi, Marche, ecc. ecc…

    Se i visitatori esterni hanno bisogno di lasciapassare, i bosgattiani sono dotati di passaporto che viene rilasciato su parere del Consiglio degli Anziani dalla Presidenza della Repubblica.

    La moneta avente corso legale a Bosgattia è il çievaloro che circola in bellissime banconote stampate e controfirmate a mano; esistono pezzi da 1, 5, 50, 100, 200 çv; il cambio è di 1 çv per 5 lire, un marco tedesco vale 30 çv, un franco svizzero 27 çv, un dollaro 124 çv, una sterlina 350 çv.

    Regolarmente stampati e colorati a mano anche i francobolli, sono da 1, 2, 3, 5, 6, 8, 10, 15 çievaloro; esistono valori per la posta aerea (12 çv), pacchi (25 çv), espresso (20 çv); un valore di 14 çv è stato emesso per celebrare il decennale della Repubblica. I francobolli servono ad ornare le lettere e le cartoline. Se queste hanno la fortuna di arrivare a destinazione senza far pagare la multa al destinatario, costituiscono una preziosa rarità filatelica.

    Nell’isola la popolazione “soffre” di una eccellente salute e ciò costituisce una grave e permanente minaccia per l’ordine mondiale dei Medici. Vari tentativi fatti per ricondurre la Repubblica nell’orbita dei pazienti d’Esculapio non hanno sortito alcun esito. Corre voce che un paio di medici ed un farmacista, dopo essere penetrati nel territorio bosgattiano allo scopo di compiere opera di sobillazione, siano stati colti da improvvisa pazzia ed abbiano gettato in acqua, per mancanza di ortiche, il camice bianco e il ricettario.

    La cucina della Repubblica

    Salvini tuttavia ammette che due forme di malattia cronica accompagnano il bosgattiano. La prima è la “mangite” o febbre vorace che dà violenti attacchi tre o quattro volte al giorno di solito all’avvicinarsi dell’ora dei pasti; la seconda è la “bosgattite” morbo stagionale con uno strano decorso. Durante l’inverno ha forma più blanda ed è rivelato dall’improvviso pulsare disordinato ed impetuoso del cuore ogni qualvolta si parli della “Bosgattia”, dalla furia predatrice che coglie gli individui quando scorgono persone o cose che possono essere in qualche modo utilizzate durante il risveglio estivo, quindi una recrudescenza tormentosa all’avvicinarsi di luglio. Questo morbo può essere vinto soltanto cambiando subito clima ed ambiente. Raggiunto il territorio della Repubblica la guarigione è assicurata.

    Sul fronte culinario, la cucina nella Repubblica è collettiva e comune, e si servono piatti tipici del luogo: la minestra di pesce alla bosgatta, il risotto di cefalo, il rinatto (carpa) arrosto, i cefali alla griglia, i caifa (pesce gatto) in umido, i bisatti (anguilla) “da re”, le uova alla bosgatta, il tamiso d’insalata mista. Ottimi i meloni e le angurie.

    La dogana è molto rigida e non permette l’ingresso a tratte e cambiali da pagare, giornali e riviste. Sono esclusi anche i libri di ogni genere, radio, grammofoni. Sono, inoltre, bandite senza appello le persone afflitte da malumore, reumatismi, musoneria e quelle che affliggono il prossimo con discorsi scolastici, filosofici e con barzellette di seconda mano.

    Vive il ricordo

    In questa sorta di zona franca del sentimento, all’insegna della libertà dai condizionamenti del quotidiano, la vita continuò felice sino al 1955.

    Il prof. Salvini, uno dei più preparati ed applauditi messaggeri della cultura italiana all’estero, stroncato da un morbo che non perdona, morirà il 5 giugno 1957.

    Di Bosgattia vive ancora il ricordo nel cuore di quanti hanno avuto la fortuna di fare quella singolare esperienza.

    La città di Adria per ricordare il personaggio Salvini nel 50° anniversario della sua morte, nel mese di maggio ha provveduto a ripubblicare, in collaborazione con l’Editore Giunti, il lavoro di Salvini “Una tenda in riva al Po – 14 racconti di Bosgattia”, inoltre, nello stesso mese ha avuto luogo un convegno celebrativo ed una mostra che diventerà itinerante.

  • Lina Merlin e Mario Cavaglieri

    Lina Merlin e Mario Cavaglieri

    Chissà se i coetanei Lina Merlin (1887-1979) e Mario Cavaglieri (1887-1869) incrociarono qualche volta lo sguardo lungo le vie di Padova che percorsero negli stessi anni giovanili. Il pittore ivi residente dall’infanzia, dopo che da Rovigo, dove era nato, vi si era trasferito con la famiglia. Qui aveva continuato gli studi conseguendo la maturità liceale, per iscriversi poi alla facoltà di legge, già travolto dalla totalizzante passione per la pittura. La futura senatrice approdata a Padova nel 1905 per ottenere il diploma di maestra, come privatista avendo frequentato una scuola privata gestita da religiose a Chioggia, dove aveva vissuto una serena infanzia a casa della nonna materna.

    Chissà se i due personaggi, molti anni dopo, conclusasi la seconda guerra mondiale, e divenuti ormai famosi per motivi tanto diversi, avranno avuto occasione se non di conoscersi direttamente, almeno di incrociare lo sguardo a Rovigo. In quegli anni Lina, senatrice eletta nel collegio di Adria, città in cui aveva portato la sua residenza, frequentò assiduamente il capoluogo polesano e la segreteria del partito. E pure Mario Cavaglieri approdò nella città natale per frequenti visite, trattenendosi per brevi periodi presso amici.

    Chissà… Una cosa è certa: se vi fu un momentaneo incrociarsi di sguardi, questo fu certamente fugace e del tutto occasionale e quasi certamente non lasciò alcun segno nell’animo di ognuno dei due personaggi. Troppo diversa l’indole, completamente divergenti gli interessi, del tutto privo di nessi il loro percorso di vita. Due vite parallele, dunque, pressoché impossibile un punto d’incontro.

    La giovinezza

    Nato a Rovigo il 10 luglio 1887 in seno ad una ricca e colta famiglia di origini ebraiche ben presto trasferitasi a Padova, Mario Cavaglieri fin dall’infanzia visse un’esistenza decisamente agiata, con piacevoli soggiorni al mare, ai monti e in varie città, dimorando spesso in ambienti lussuosi. Una vita senza privazione alcuna, che però non gli impedì di individuare con sicurezza la sua strada di impegno nel mondo della pittura.

    Nata a Pozzonovo, paese vicino a Monselice, il 15 ottobre 1887, da Fruttuoso Merlin e Giusta Poli, Lina Merlin, assieme al fratello Mario di un anno più giovane, fu accolta in tenera età a Chioggia dalla nonna materna, prodigatasi per sollevare la famiglia di Lina da qualche problema economico e soprattutto dall’abbondanza di prole: dieci figli da allevare.

    Intelligente e volitiva, Lina si distingue negli studi. La nonna non le fa mancare stimoli, come il teatro e letture varie. Da lei apprende la storia del bisnonno materno, Carlo Poli carbonaro di Fratta e del di lui figlio (e nonno materno) Francesco Poli controllato dalla polizia asburgica per le aperte manifestazioni patriottiche. E, sempre dalle parole della nonna, Lina si scopre discendente, dal lato paterno, da un conte, Alessandro Barbarano di origini ungheresi che, con una buona dote, costrinse una giovane che aveva ingravidato ad unirsi in matrimonio ad un suo dipendente. Il quale dichiarò come proprio il frutto dell’amore libertino del conte, a cui fu imposto il nome di Alessandro Merlin (nonno paterno).

    Il carattere della ragazza è forte e non incline a cedere di fronte a imposizioni che non condivide. Lei stessa confessò che, se fosse vissuta al tempo del dominio austriaco, come il bisnonno materno sarebbe stata carbonara, mentre al bisnonno paterno imputava l’eredità rossiccia del colore dei capelli e qualche estrosità nella pluralità di interessi.

    Mario Cavaglieri fu invece folgorato da un interesse monotematico verso la pittura, e a soli sedici anni è autore di un buon autoritratto che manifesta chiaramente le sue indoli artistiche. Poco attratto dalla giurisprudenza, facoltà a cui si era iscritto nel 1906 presso l’Università di Padova, abbandonerà ben presto gli studi di legge, per coltivare i sempre più coinvolgenti interessi verso l’arte, sotto la guida del padovano Giovanni Vianello e del veneziano Cesare Laurenti.

    Ben presto acquisisce sicurezza, abbandona progressivamente l’intonazione classica dando prova di uno stile personale (Il riposo della modella con gli occhi blu, 1908). Si fa notare ed apprezzare in varie mostre prestigiose a Torino, Rimini, Roma e soprattutto Venezia dove nel 1910 espone a Ca’ Pesaro con Umberto Boccioni, Teodoro Wolf Ferrari ed altri artisti emergenti.

    Il 1911 rappresenta un anno molto importante per Mario Cavaglieri, caratterizzato anche dall’incontro con Giulietta “modella dei suoi sogni e donna della sua vita”. L’Italia diviene frattanto insufficiente a soddisfare la sua brama d’arte e perciò raggiunge Parigi, attirato dalla pittura impressionista e fauve. In breve Cavaglieri si qualifica come artista di talento (Giulietta con pupazzo, 1912) e, nel 1913, ventiseienne, partecipa a mostre qualificanti a Monaco di Baviera, Venezia, Napoli, Roma, ed anche la Biennale di Venezia del 1914 gli riserva un’accoglienza molto favorevole.

    Diplomatasi maestra nel 1905 nella città del santo, dopo qualche anno di insegnamento nel Piovese, Lina Merlin nel 1909 si iscrive a lingue a Padova, dove si trasferisce definitivamente l’anno successivo, ottenendo in città la cattedra di maestra. Qui è raggiunta dalla famiglia reduce da anni difficili (la morte in tenera età di quattro dei dieci figli e la perdita del lavoro del padre segretario comunale, troppo propenso ad annegare i dolori in copiosi bicchieri di vino). A Padova la famiglia trova tranquillità e proficue occupazioni: anche la madre Giusta ottiene una cattedra di insegnante elementare, mentre il padre Fruttuoso svolge consulenze legali per quanti non si possono permettere un vero avvocato, a cui però indirizza i casi più complicati.

    A Padova in casa Merlin il clima è sereno. Per Lina seguono anni tranquilli ed operosi, fatti di studio e lavoro. Nel 1914, l’anno in cui il ventisettenne Mario Cavaglieri ottiene ampi consensi alla Biennale, la ventisettenne Lina si laurea in Lingua e Letteratura Francese.

    Gli anni della guerra

    Ma il 1914 è anche l’anno in cui iniziano i combattimenti della prima guerra mondiale e l’Italia, allora neutrale, viene scossa dalle manifestazioni degli interventisti che chiedono la rottura dell’alleanza con l’Austria e la Prussia per completare l’unità d’Italia con la liberazione di Trento e Trieste. Convinto dell’opportunità di questa scelta è Mario Merlin, fratello di Lina, il quale si espone pubblicamente ritenendo necessario concludere la parabola risorgimentale con una quarta guerra di indipendenza. Lina è su posizioni decisamente antimilitariste e viene bonariamente dileggiata dal fratello con l’epiteto di “pacefondaia”.

    Un disastro per la famiglia Merlin la guerra, che causerà la morte di ben tre fratelli di Lina: Umberto che muore di tisi nel ‘16, Mario che nel ‘17 cade da eroe alla Bainsizza, Carluccio, con i polmoni distrutti dal gas, che cessa di vivere nel ‘18. Nel 1919 torna dal fronte Antonio detto Nino, unico maschio superstite che raggiunge la famiglia a Padova con i genitori e le sorelle Lina e Letizia.

    La prima guerra mondiale non sconvolge invece la vita di Mario Cavaglieri che, ritenuto di gracile costituzione per il suo fisico minuto, ottiene l’esenzione dagli obblighi militari. Le tensioni della guerra non sembrano sconvolgere il suo animo, anzi, forse per una sorta di reazione alle problematiche del tempo, Mario in questo periodo si isola in mondo tutto suo, intensificando la sua attività pittorica e caricando le sue opere di colori esuberanti, applicati in spessi strati sulla tela.

    Perfino il sofferto abbandono di Giulietta, che nel 1916 sposa l’anziano conte Alessandro Marazzani Visconti di Piacenza, non trova momenti di ripiegamento sulle tele, contraddistinte da una eccezionale esuberanza cromatica. Sono questi “gli anni brillanti”, caratterizzati dalla passione dominante del colore che si esprime con la scelta di soggetti raffinati: soprattutto interni di dimore aristocratiche, caratterizzate da arredi e suppellettili di lusso e da presenze femminili con abbigliamenti ricercati (Elena e Cecilia, 1917).

    Non mancano delle critiche nei confronti del suo modo di dipingere, considerato eccessivo anche in relazione alle ristrettezze del periodo bellico, ma i suoi quadri così vitali e vivaci non possono non colpire e prevalgono i consensi. Significativo nel 1917 il successo riportato nella città natale, con la medaglia d’oro alla II Mostra Provinciale d’Arte dell’Accademia dei Concordi. E negli anni successivi Mario Cavaglieri consegue significativi riconoscimenti a Roma, Milano, Venezia, affermandosi sempre più come artista di grande talento.

    Il dopoguerra

    Lina Merlin è profondamente scossa dagli eventi della guerra e dal clima amaro successivo al conflitto. Sente di non poter restare in disparte e si trova a condividere le posizioni espresse dai socialisti, verso cui si era già trovata in sintonia per la scelta neutralista.

    Da poco, vicino alla sua casa si è trasferito il medico socialista Dante Gallani, del quale proprio nel ‘19 torna dal fronte anche il figlio maggiore Mario, contemporaneamente a Nino Merlin, suo coetaneo. I due giovani si trovano ben presto uniti in un analogo percorso di vita: condividono posizioni antimilitariste, simpatie verso il partito socialista e la scelta di iscriversi entrambi alla facoltà di medicina presso l’università di Padova.

    Tra le famiglie Merlin e Gallani si intrecciano pertanto forti legami di amicizia e condivisione di temi politici. Dante Gallani, eletto deputato nel 1919 è un attivista e dà vita ad giornale socialista “L’eco dei lavoratori”, alla redazione del quale partecipa sempre più attivamente Lina.

    Il giornale si afferma, ma, nel contempo, dal nascente partito fascista iniziano ad intensificarsi le minacce che, anziché scoraggiare Lina, la convincono che quella del socialismo è la strada giusta per tentare di arginare le prepotenze politiche, schierandosi dalla parte dei meno avvantaggiati. Una classe sociale da sostenere e difendere, costi quel che costi. Il socialismo diviene la sua missione.

    I fatti della politica sono lontani dal mondo di Cavaglieri che nel 1920, all’età di 33 anni, ritrova Giulietta nel frattempo rimasta vedova dell’anziano conte. La raggiunge a Pavia, dove l’anno successivo i due si sposano iniziando a condurre una vita brillante, frequentando il bel mondo, i luoghi di villeggiatura più eleganti, non mancando di raggiungere le città delle grandi esposizioni, in un vortice di spostamenti difficile da seguire. La tranquillità coniugale incide sullo stile pittorico di Cavaglieri, i cui quadri si presentano meno aggressivi nella scelta cromatica. E’ questo “il periodo di Piacenza”, ovvero gli anni della maturità e della riacquistata serenità (Ritratto femminile con stemma, ovvero Giulietta davanti al biliardo, 1921).

    Con una connotazione ben diversa si manifestano gli stessi anni per Lina Merlin. Particolarmente problematico si presenta il 1921, caratterizzato dall’accrescersi degli atti intimidatori e da situazioni drammatiche, tra cui in agosto la notizia dell’uccisione del cugino diciassettenne a Solesino nel corso di una manifestazione indetta per opporsi alle violenze fasciste. Poi, nel dicembre dello stesso anno, Lina Merlin è coinvolta nell’assalto armato della casa del sindaco di Pozzonovo dove casualmente lei stessa si trovava ospite. In questo frangente gli assediati si difendono: sparano colpendo a morte un giovane assalitore fascista.

    Le aggressioni frattanto si intensificano e, nell’agosto del ‘22, viene distrutta la sede de L’eco dei lavoratori presso la casa di Gallani, la cui moglie riporta un trauma, mentre i due figli, in considerazione della situazione fattasi intollerabile, decidono di fuggire riparando all’estero.

    Lina resta al fianco di Gallani decisa a non cedere, ed il giornale continua una sua vita clandestina stampato ora a Venezia ora a Treviso per eludere le aggressioni. Frattanto la sempre più stretta comunanza di idee tra Lina Merlin e Dante Gallani si connota sempre più anche sul piano affettivo. Le difficoltà accomunano e uniscono ogni giorno di più i due esponenti socialisti.

    Gli anni dell’esilio

    Dopo l’omicidio dell’onorevole Matteotti, cui seguono i fatti dell’Aventino e la presa totale del potere da parte del fascismo, nel 1925 vengono messi al bando i partiti politici e decretata l’obbligatoria iscrizione al P.N.F. per tutti i dipendenti statali. Lina Merlin rifiuta, dichiarando di obbedire soltanto all’imperativo categorico della propria coscienza e pertanto viene privata del posto di maestra.

    A Padova il clima si fa sempre più rovente. Vengono affisse ai crocicchi di alcune strade delle liste di antifascisti meritevoli di morte dove compaiono i nomi di Lina Merlin e Dante Gallani. Non è più possibile rimanere a Padova e i due fuggono a Milano, dove vengono arrestati con l’accusa di ricostituzione del Partito Socialista. Dopo il processo, il confino: Dante Gallani in Basilicata, Lina Merlin in Sardegna.

    Nel 1925 anche Cavaglieri matura la decisione di un mutamento. Si affaccia prepotente il desiderio di un ritiro lontano dalle turbolenze della società italiana pervasa da troppe inquietudini. Il pittore non si sente più a suo agio e decide un radicale cambiamento di stile di vita. Matura pertanto la decisione di un trasferimento in Francia in una sorta di ritiro, nella quiete della campagna a Peyloubère presso Auch in Guascogna, dove egli acquista un’ampia tenuta. Nell’ambiente campestre, con la donna della sua vita, trova nuovi stimoli pittorici “en plein aire” (Peyloubère, la spiaggia, 1933). Il pittore dipinge ogni giorno; vive con gioia il suo “esilio dorato” in territorio francese e l’attività pittorica sfocia in nuove esposizioni a Tolosa, Parigi, Ostenda e ancora Milano.

    Il confino per Lina Merlin alterna momenti di durezza con altri in cui non le manca la comprensione della gente e la possibilità di studiare e dare lezioni a maestre per l’esame di concorso. Più sconfortante si presenta il forzato soggiorno lucano di Dante Gallani.

    Per entrambi il confino termina per una sopravvenuta amnistia nel ‘29 e l’incontro tra i due avviene alla stazione di Bologna. L’anno successivo Lina si porta a Milano presso il fratello Nino, divenuto medico dentista. E a Milano si trasferisce anche la famiglia Gallani. Sono anni difficili, i due sono sempre controllati dalla polizia, ma ciò nonostante non mancano di fare incontri con dissidenti del regime. Lina per vivere dà lezioni private, mentre ospita nella sua casa una nipote che segue negli studi, con la quale si concede delle uscite soprattutto per assistere a rappresentazioni teatrali.

    Nel 1932 frattanto muore la moglie di Dante Gallani, il quale l’anno successivo può unirsi in matrimonio con Lina Merlin: lui ormai cinquantacinquenne provato nel fisico, lei quarantaseienne molto più attiva. Viene così sancita quell’unione di ideali e sentimenti consolidatasi dieci anni prima e sempre rimasta viva. Soltanto tre anni dopo, però, nel 1936 Dante Gallani cesserà di vivere, mentre Lina continuerà a tessere la tela dell’antifascismo, collaborando con i comunisti ritenuti in questo periodo decisamente più attivi dei socialisti.

    La seconda guerra mondiale

    Il nuovo conflitto incide pesantemente nella vita di Mario Cavaglieri. L’Italia è alleata della Germania che inizia le operazioni belliche contro la Francia e il pittore italiano viene guardato con ostilità. All’iniziale disagio si aggiunge la caccia agli ebrei avviata dai tedeschi conquistatori. L’artista decide pertanto di rientrare in patria, dove però ben presto sono intensificate le leggi razziali, che lo costringono a vivere di sotterfugi e nascondimenti.

    La pittura costituisce comunque un’ancora di salvezza per Cavaglieri (Il Palazzo della Mercanzia di Bologna, 1943), che fra l’altro proprio in questo periodo dipinge un grande quadro dedicato al cognato, il quale dopo poco cadrà in una retata che lo porterà a morire in un campo di concentramento tedesco. In un’altra opera, un autoritratto senza colori disegnato a penna, è rappresentato il pittore infreddolito, vestito con abiti pesanti in un interno evidentemente privo di riscaldamento. Sul lato sinistro del ritratto l’autore sente la necessità di documentare il suo tristissimo stato d’animo scrivendo: “esule, peregrino, infelice”.

    L’avanzata degli alleati rappresenta una concreta speranza per l’artista che trova il modo di raggiungere i territori già liberati.

    Nello stesso tempo Lina Merlin a Milano è attiva nella Resistenza, e fra l’altro riesce a coinvolgere tutto il personale della scuola dove ha ottenuto di poter insegnare. Ed è grande festa nel ‘45 quando Milano insorge e si costituisce un governo regionale lombardo a cui l’attivista socialista viene chiamata a far parte.

    Un nuovo slancio

    Nel giugno del ‘45 Lina viene nominata componente della Direzione nazionale del partito. Il nuovo corso inizia pieno di speranze, ma nel contempo ha modo di constatare il prevalere di logiche di potere, cosicché ben presto avverte un’estraneità nei confronti del partito “…che si serve di dirigenti senza scrupoli, oltre che senza altra capacità politica di quella di servire i capi, mutando orientamento a seconda del vento che soffia”. Ciò nonostante si prodiga per il nuovo corso dell’Italia repubblicana, come membro della Costituente, venendo poi eletta senatrice nel collegio di Adria nell’aprile del 1948, all’età di 61 anni.

    Nel giugno del 1948 Mario Cavaglieri, dopo essere tornato da due anni nella sua residenza francese, raggiunge Venezia per partecipare alla XXIV Biennale. Per il pittore sessantenne è questo un periodo caratterizzato da un nuovo slancio creativo, e più volte negli anni successivi si muoverà tra la Francia e l’Italia per partecipare a mostre in varie città, quali Genova, Venezia, Milano, Forlì, Firenze. Sono per lui queste occasioni per raggiungere Rovigo dove frequenta alcuni amici e mantiene una proprietà, che ha più che altro il valore simbolico di legarlo alla terra di origine.

    Lina Merlin, infaticabile nel percorrere le strade polesane per ascoltare la voce dei suoi elettori, con non pochi dei quali stabilisce un vero rapporto di amicizia, viene soprannominata la “Madonna Pellegrina Socialista”. Ed al Senato, quando prende la parola, qualche parlamentare osserva stizzito: “Ecco il Polesine”. Nel 1953, a 66 anni, viene rieletta senatrice, ma la sua insoddisfazione per la dirigenza del partito, specie riguardo alla segreteria rodigina, non ha tregua.

    Nel 1958, settantunenne, viene eletta alla Camera dei Deputati. E’ questo l’anno in cui viene approvata la legge per la chiusura delle case di tolleranza che l’aveva a lungo impegnata, contemporaneamente all’attività parlamentare che la vede particolarmente attiva per il rinnovamento della legislazione concernente la famiglia e il ruolo della donna.

    Nello stesso anno (‘58), Mario Cavaglieri, all’età di 71 anni, raggiunge per l’ultima volta Milano per un’importante personale, dopodiché decide di evitare spostamenti impegnativi, ritirandosi nel sereno isolamento di Peyloubere, continuando però sempre a dipingere, a coltivare letture ed amicizie.

    Nel giugno del ‘61, divenuto insanabile il contrasto con la segreteria rodigina, Lina Merlin restituisce la tessera del partito, evitando di recedere dal suo proposito nonostante l’interessamento di molte personalità, tra cui si distinse in particolare Pietro Nenni.

    Rimane in parlamento fino al ‘63, dopo di che si trasferisce a Milano dove continua ad interessarsi di problematiche sociali. Ad 81 anni, nel 1968, sempre a Milano, si stabilisce in una stanzetta della Casa della laureata.

    Nel 1967, a Peyloubère, avviene la conoscenza di Mario Cavaglieri ottantenne con l’insegnante d’arte Viviane Vareilles che resterà folgorata dalla sua pittura e diverrà la principale promotrice di iniziative per far conoscere ed apprezzare l’eccezionale produzione artistica del maestro del colore rodigino (Il pittore fotografato con la moglie accanto all’opera “Salone di campagna”) che due anni dopo, il 22 settembre 1969, a conclusione di una giornata tranquilla, passata dedicandosi alle sue occupazioni preferite, cessa improvvisamente di vivere all’età di 82 anni.

    Lina Merlin vivrà ancora dieci anni. Dopo aver fatto ritorno a Padova nel 1972, accolta presso la Casa di Riposo “Il Nazaret”, si spegnerà quasi novantaduenne il 16 agosto 1979.

    Due vite parallele, entrambe dedicate quasi esclusivamente ad un ideale: quello sociale e politico, inflessibilmente perseguito da Lina Merlin; quello creativo dell’arte caratterizzante l’esistenza di Mario Cavaglieri. Due personaggi fedeli fino all’ultimo alla propria scelta di vita, ed altrettanto univoci nel campo degli affetti: Dante Gallani costituì infatti l’unico legame sentimentale per Lina Merlin, come Giulietta fu l’insostituibile compagna di vita per Mario Cavaglieri.

  • Gavello e San Beda “il giovane”

    Gavello e San Beda “il giovane”

    L’esistenza della contea di Gavello è un fatto incontrovertibile. Ne parlano per la prima volta due documenti diplomatici vaticani risalenti agli anni 775 ed 863.

    Nel primo, papa Alessandro I si lamenta presso il re dei Franchi, Carlo, per il contegno poco riguardoso tenuto nei suoi confronti dall’arcivescovo di Ravenna, Sergio, che aveva fatto imprigionare, dopo averlo rimosso, il conte Domenico, suo rappresentante nella piccola città polesana (brevissimam civitatem Gabellensem). Nel successivo, papa S. Niccolò I conferma al vescovo di Adria Leone, terre, diritti e privilegi nella contea di Gavello.

    Meno probabile risulta, invece, l’esistenza di un Vescovado di Gavello, che potrebbe essere stato istituito in epoca anteriore alla formazione dell’Esarcato. Tale ipotesi appare avvalorata da un privilegio concesso da papa Gregorio Magno all’arcivescovo di Ravenna Mariniano, il 24 marzo 595.

    Gavello è, oggi, un piccolo centro agricolo del medio Polesine, con poco più di 1600 abitanti. La sua storia tuttavia, ha radici assai più profonde, rafforzate in epoca altomedievale dalla presenza attiva dei monaci benedettini insediatisi nell’Abbazia di “Santa Maria” fin dal VI secolo.

    La Storia

    La nascita di Gavello non è ben chiara, nonostante lo storico Cesare Cantù ne attribuisca le origini ai Fenici ed ai Pelasgi (in “Grande Illustrazione del Lombardo-Veneto”, Milano 1858-1862).

    Francesco Antonio Bocchi, invece, è più propenso a considerare una origine romana. Il toponimo Gabellum, infatti, potrebbe richiamare il luogo in cui si pagavano le tasse doganali, richieste fin dall’antichità per il transito delle merci da luogo a luogo. La presenza del “Municipium” adriese a poche miglia da Gavello, dove ancor oggi si possono rintracciare i segni della romanità, rafforza in maniera assai evidente questa ipotesi.

    Anche se, dunque, non esistono certezze sulle origini Gavello, è comunque certo che il paese deve la sua fama ai padri Benedettini che, in quel luogo, fondarono un importante Monastero con abate proprio. Con grande impegno e sacrificio, i religiosi costruirono strade ed argini, regolarono le acque, dando in tal modo avvio alla vasta azione di bonifica dei terreni paludosi e malarici restituendoli alla originaria fertilità.

    Queste grandi opere di risanamento dei terreni offrirono alle popolazioni locali la forza per sfuggire alle molteplici avversità, tra cui le ripetute inondazioni alle quali fecero da contenimento i poderosi argini costruiti proprio dai benedettini. Ne è testimone ancor oggi l’Argine dei Frati, che unisce Gavello a Villanova Marchesana e l’antico percorso stradale sopraelevato che univa Adria e Pontecchio, passando accanto all’Abbazia di Gavello.

    San Beda: il più celebre monaco dell’Abbazia

    Centro già famoso per la sua rinomata Abbazia, Gavello deve comunque la propria notorietà ad un monaco anglosassone divenuto santo. Viene chiamato Beda “il Giovane” per distinguerlo dal confratello benedettino Beda “il Venerabile” (673-735), proclamato santo e dottore della Chiesa da papa Leone XIII, nel 1879. Nome propriamente sassone, Beda significa “uomo che prega”.

    Beda “il giovane” nacque all’inizio del secolo IX a Schleswig, nell’Anglia, (parte della Germania oltre l’Elba, abitata da Anglo-Sassoni) occupata nell’anno 805, dopo varie spedizioni, da Carlo Magno. E proprio durante uno scontro con i Franchi, che miravano a conquistare quei territori, Beda fu arrestato e condotto in Francia al seguito dell’imperatore, con molti suoi connazionali.

    Alla corte imperiale si distinse ben presto per il suo carattere docile e per le sue doti di intelligenza, tanto che lo stesso sovrano lo avviò agli studi delle scienze e delle discipline militari. Nell’838, quand’era circa trentenne, fu ammesso alla corte di Lodovico il Pio con l’incarico di scrittore, mansione svolta fino all’872, quando decise di consacrarsi al sacerdozio.

    Il monarca tentò inutilmente di indurre il suo collaboratore a non abbandonare la corte francese, servita fedelmente per oltre quarant’anni. Ma tutti i tentativi per dissuaderlo furono inutili: non riuscì infatti a trattenerlo nemmeno facendo ricorso alla lusinga dell’episcopato.

    Beda si sentiva irresistibimente attratto dalla vita contemplativa e decise quindi di farsi monaco, seguendo la regola di San Benedetto. Fu così che, lasciata la Francia con il compagno Venerio, scelse il Monastero di Santa Maria di Gavello come luogo ideale di perfezione e di preghiera. Correva l’anno 874 quando, accolto dall’abate Guglielmo, con il compagno francese vestì l’abito monastico.

    L’età avanzata non gli impedì di dedicarsi allo studio, alla meditazione ed alla predicazione del Vangelo. Nella quiete di quel cenobio trovò persino il tempo per la compilazione di un martirologio il cui manoscritto originale pervenne (non si sa come) alla chiesa metropolitana di Aquisgrana, dove tuttora viene letto quotidianamente. Morì santamente il 10 Aprile 883, assistito dal fedele monaco Venerio e dallo stesso abate Guglielmo.

    Non si conoscono i particolari della proclamazione della sua santità, ma è invece noto che fino al 1967 fu venerato nella data della morte (10 Aprile), mentre nel rinnovato Martirologio Romano è gli è stato dedicato il 29 Novembre.

    Per oltre tre secoli il suo corpo fu conservato presso la chiesa abbaziale di Gavello, divenuta per questo mèta di pellegrinaggi da ogni parte d’Europa, crescendo pertanto di importanza finché non fu coinvolta nella devastante alluvione del Po, verificatasi a metà del XII secolo e nota come “la rotta di Ficarolo”, che mise a soqquadro gran parte del Polesine.

    L’Abbazia si trovò circondata da paludi, ed i monaci furono costretti a trovare rifugio nelle masserie di Ceregnano e di Canalnovo appartenenti al Cenobio. In particolare Canalnovo, situato in posizione più elevata e salutare, costituì per alcuni secoli la vera e propria sede dell’Abbazia. Secondo un inventario stilato nel 1340 per conto del Vescovo di Adria Benvenuto Buzzacarini, il Monastero possedeva “boschi, valli e paludi e altre terre sterili, per la lunghezza di tre miglia circa, fino a confinare con Zillio de Turchis (Fienil del Turco) da una parte e Villanova Burcellorum (Villanova Marchesana) dall’altra”.

    Nonostante il trasferimento dei monaci a Canalnovo, l’originaria Abbazia di Gavello non fu mai del tutto abbandonata: la primitiva sede fu infatti affidata alle cure di un solo monaco, con l’incarico di custodire le venerate spoglie Santo¹.

    Nel 1233, però, il corpo di San Beda fu trasportato di nascosto a Genova, presso la chiesa di San Benigno. Trafugamento o intervento concordato? Va detto che attorno al fatto sorsero molte leggende e congetture, avvalorate da una biografia diffusa nel sec. XIV. Lo scritto individua come autore il monaco genovese Giovanni Bevilacqua che verosimilmente agì con il consenso dei superiori, desiderosi di proseguire il culto del santo in un luogo più accessibile e salubre. Secondo alcune informazioni storiche, infatti, con il decadere delle condizioni ambientali di Gavello le sacre reliquie custodite nella fatiscente Abbazia erano state pressoché dimenticate.

    Ma l’odissea delle spoglie di S. Beda non era ancora terminata: nel 1854, infatti, a cura dei benedettini, il corpo del santo fu trasferito nella chiesa di Santa Scolastica a Subbiaco, dove tuttora viene custodito in un’urna di piombo.

    Gli atti conservati presso il cenobio di Subbiaco, testimoniano che il culto di San Beda proseguì ininterrotto nei secoli. Due documenti pontifici riferiti dai Bollandisti, sottoscritti da Innocenzo IV e Gregorio XIII, concedono indulgenze plenarie a chi visita il corpo del santo nel giorno della sua festa e nell’ottava. Inoltre, nel “Proprium Ecclesiae Gemensis” dei benedettini, si trova conferma che, fino al 1854, il Santo veniva celebrato il 10 Aprile (“Festum S. Bedae confessoris in monasterio S. Benigni, ubi ejus sacrum corpus habetur”).

    A Gavello, dove se ne era quasi spenta la memoria, il culto fu ripristinato agl’inizi del 1900, per merito dell’Arciprete don Bellino Bellinazzo. Egli riuscì ad ottenere dai benedettini di Subbiaco due preziose reliquie che furono autenticate dall’arcivescovo di Spoleto, appartenente allo stesso Ordine, il 15 ottobre 1906.

    Il ritorno in Polesine dei due frammenti del corpo del Santo ha dunque riacceso l’interesse verso S. Beda, del quale la comunità di Gavello, a partire dal mese di Dicembre del 1907, è tornata a celebrare solennemente la festa nella terza domenica d’Avvento.

  • La “barbarie” di Matteotti

    La “barbarie” di Matteotti

    Una decina di anni fa, girovagando per i mercatini dell’antiquariato alla ricerca di libri e documenti storici, ho conosciuto al Feniletto di Cà degli Oppi di Oppeano (VR) Lionello Matteucci. Lionello, torinese trapiantato a Verona, vendeva oggettistica varia ed eleganti vetri di Murano. La mia attenzione fu però attratta da alcune fotocopie appese al muro del locale dove Lionello esponeva la sua merce.

    La calligrafia con cui erano vergati i documenti mi appariva familiare: era quella di Giacomo Matteotti. Di che cosa si trattava?

    Lionello mi raccontò, con dovizia di particolari, la storia di quelle carte, frutto di un’amicizia nata all’inizio del secolo scorso tra suo nonno e il giovane Matteotti. Il nonno Pasquale Matteucci, nato a Faenza il 22 agosto 1881, aveva completato il biennio di studi matematici presso le università di Torino e Bologna, iscrivendosi poi nel 1903 al terzo anno alla Normale di Pisa. Costretto ad interrompere gli studi per gravi problemi di salute, nel 1904 vince un concorso alle Poste e Telegrafi e viene assegnato a Milano.

    Nel capoluogo lombardo, iniziato da un insegnante alle idee socialiste fin dal 1898, l’annus horribilis degli eccidi perpetrati da Bava Beccaris, aderisce prima ad un gruppo socialista studentesco e poi al Partito Socialista, nelle cui fila svolge attività politica e sindacale. Poi, dal 1911 al 1914 ricopre l’incarico di Capo Ufficio Sezioni Riunite alle Poste di Rovigo, dove si trasferisce, seguito due anni più tardi dalla moglie Angela Filomena Mamoli, detta Ena, sposata nel 1913.

    A Rovigo Matteucci è attivo nella Federazione Provinciale Socialista e collabora con il periodico La Lotta. All’interno del partito stabilisce uno stretto rapporto politico e di amicizia, personale e familiare, con Giacomo Matteotti. Peregrinando per l’Italia, in ragione del lavoro alle Poste, nel 1914, Matteucci lascia Rovigo per Venezia, trasferendosi poco dopo a Roma, ma l’amicizia con Matteotti non si interrompe neppure dopo che i due, all’inizio degli anni ‘20, imboccano strade diverse: Matteotti con i riformisti, Matteucci con i comunisti.

    I documenti che avevano suscitato il mio interesse, erano le copie della corrispondenza indirizzata da Giacomo Matteotti a Pasquale Matteucci. Questi aveva gelosamente custodito per decenni le lettere inviategli dall’amico polesano, sottraendole alle frequenti perquisizioni subite ad opera della polizia di Milano durante il ventennio e alla fine della sua vita le aveva donate al nipote Lionello.

    Si trattava di 9 cartoline (8 illustrate e 1 postale) di Giacomo Matteotti. Inoltre 1 cartolina postale di Anna Kuliscioff, 1 cartolina illustrata della madre di Matteotti, 2 cartoline illustrate di Velia Matteotti, 1 lettera di Isabella Matteotti, figlia di Giacomo.

    Materiale prezioso dunque, che poteva destare l’interesse dei collezionisti di autografi, e che, in mancanza di tutela, rischiava pertanto la dispersione. Mi sembrava importante conservare l’unitarietà di quel materiale. Proposi pertanto a Lionello, intenzionato a vendere i documenti, di offrire la corrispondenza all’Archivio di Stato di Rovigo o, in subordine, al Comune di Fratta Polesine: cosa che Lionello fece nel dicembre 1996 con una lettera indirizzata ai due enti, nonché alla Sovrintendenza Archivistica di Venezia. Non se ne fece nulla: l’Archivio di Stato e la Sovrintendenza si palleggiarono vicendevolmente la competenza, il Comune di Fratta più semplicemente non rispose neppure all’offerta.

    Di tanto in tanto continuavo ad incontrare Lionello che, sensibile al ragionamento che gli avevo esposto e fiducioso in un ripensamento dei tre enti pubblici a cui si era rivolto, non aveva più offerto in vendita la corrispondenza, conservandola a casa. Passarono così 5 anni finché, incontratolo casualmente nell’estate del 2001 a Cerea, gli chiesi notizia della corrispondenza, proponendogli di cederla a me. Ci accordammo facilmente, con reciproca soddisfazione. Due anni più tardi, grazie alla sensibilità di Francesco Selmin, direttore di Terra d’Este, ho pubblicato tutta la corrispondenza sulla rivista storica padovana (cfr. Terra d’Este, n. 25, gennaio-giugno 2003, pp.123 – 140).

    Perché ritornare dunque su questa vicenda dalle pagine di Ventaglio novanta? Perché almeno una delle cartoline indirizzate da Matteotti a Pasquale Matteucci è di estremo interesse per i tanti polesani che non hanno avuto l’occasione di leggere Terra d’Este.

    Il 1915 si era aperto per Giacomo Matteotti, consigliere provinciale dal 1910, all’insegna dell’impegno politico, fattosi più gravoso per il dibattito inerente l’entrata in guerra dell’Italia, fortemente avversata dal leader socialista polesano; posizione espressa con veemenza nella seduta del Consiglio Provinciale del 19 marzo 1915. Ma nei mesi successivi era stato colpito dalla tisi, malattia che, fra l’altro, negli anni precedenti aveva condotto alla morte i fratelli Matteo e Silvio. Nel corso dell’estate del 1915 Matteotti non si era pertanto mosso da Fratta Polesine perché costretto a letto dalla malattia.

    Il 15 ottobre 1915 Giacomo comunica a Velia, la fidanzata che sposerà l’anno successivo, la sua intenzione di soggiornare a Stresa, sul lago Maggiore, “anche se è novembre: tanto per stare tranquillo”. Successivamente, a metà novembre, informa Velia della sua decisione di fare ritorno a Fratta mercoledì 17, per recarsi poi a Roma.

    Il 18 novembre Pasquale Matteucci riceve da Stresa un’insolita cartolina postale. Matteotti vi appare ritratto con una fluente barba nera e sul retro, ironizzando sulla sua inusuale immagine, scrive: “Come vedi siamo in tempi di barbarie; ma fra poco cesserà e precisamente prima che io arrivi a Roma, locchè sarà nella prossima settimana, salvo complicazioni. Grazie della Gazzetta: ne avrai già visti i frutti sull’A. [Avanti!, n.d.a.]. Posdomani sarò a Fratta per alcuni giorni. A Roma resterò una settimana, forse all’H. [Hotel, n.d.a.] Bertolini. Arrivederci dunque a presto tuo Giacomo. Stresa 16. XI. 15”

    Questa foto, rimasta nell’ombra dal 1915 al 2001, ha visto finalmente la luce nel 2004 su Terra d’Este e ora viene riproposta ai polesani su Ventaglio novanta.

  • La capra di Garibaldi

    La capra di Garibaldi

    Lendinara, più di altre località d’Italia, instaurò un rapporto privilegiato con Garibaldi, merito soprattutto dei coniugi Alberto Mario e Jessie White che con il Generale condivisero passioni politiche, idee e non pochi episodi di reale pericolo nei campi di battaglia. Non sorprende pertanto che Garibaldi abbia raggiunto Lendinara e che la cittadina polesana conservi documenti originali dell’eroe, da tempo in attesa di costituire il nucleo fondamentale di un auspicato Museo del Risorgimento in Polesine.

    Curiosa è però la storia della capra di Garibaldi: sì proprio una capra, allevata dal Generale, approdata a Lendinara, ed ancora visibile… imbalsamata.

    Ecco come andarono le cose.

    In virtù della stretta amicizia che legava Garibaldi ai coniugi lendinaresi Alberto Mario e Jessie White, il Generale raggiunse dunque Lendinara nel febbraio del 1867, l’anno successivo alla liberazione del Veneto, ottenuta a seguito della terza guerra di indipendenza. L’accoglienza predisposta dalla cittadina fu davvero splendida e l’allora sindaco di Lendinara, Domenico Marchiori, volle assolutamente che il più amato interprete del Risorgimento fosse suo ospite nel bel palazzo di famiglia, costruzione nobiliare eretta alla fine del ‘500 dai nobili Dolfin su disegno di un architetto illustre quale potrebbe essere stato lo Scamozzi o il Sansovino. Il Generale non si sottrasse all’invito e – come ricorda una targa marmorea – parlò alla folla dal balcone del palazzo, tenendo desti nei lendinaresi gli ideali di patria che avevano fatto breccia nell’animo di tanti giovani. Poi partecipò a varie manifestazioni in suo onore, tra cui la nomina, assieme ad Alberto Mario, a presidente onorario della Società Operaia di Mutuo Soccorso, come ricorda un’altra lapide infissa sulla facciata di un caseggiato che sorge sulla stessa strada; via che per questi episodi fu successivamente intitolata proprio a Giuseppe Garibaldi.

    Prima di lasciare Lendinara, Garibaldi trovò una parola di saluto per tutti e, nell’accomiatarsi dal sindaco che con tanta premura ed orgoglio lo aveva ospitato, disse – certamente più per convenienza che per convinzione – che volentieri si sarebbe sdebitato se gli avesse fatto visita… a Caprera.

    Come trascurare un invito tanto particolare? Domenico Marchiori prese in parola il Generale ed un bel dì approdò sull’isola sarda. Si trattenne per qualche giorno in amabile compagnia con l’eroe dei due mondi, finché venne il momento del commiato.

    Fu allora che Garibaldi, il quale a Lendinara aveva avuto oltre che alloggio anche vari omaggi, non volle essere da meno. E, da genuino abitante dell’isola di Caprera, volle consegnare al sindaco lendinarese l’omaggio più tipico: una capra appunto, da lui stesso allevata assieme a varie consorelle.

    Compiaciuto di un omaggio tanto significativo, Domenico Marchiori fece ritorno a Lendinara, orgoglioso di poter esibire “la capra di Garibaldi”. Un ovino davvero fortunato, dato che poté disporre per le sue passeggiate e le esigenze alimentari di quello che forse era il più bel parco del Polesine, a lungo ritenuto opera romantica dell’architetto Jappelli.

    Una capretta che, con la sua presenza discreta e qualche belato, continuò a lungo a rinverdire nei visitatori della famiglia Marchiori il ricordo dell’eroe. Un cimelio vivente che nessuno osò mai pensare di servire a cena e che, pertanto, quando venne la sua ora, morì di morte naturale.

    Ma, in virtù del mito dell’eroe che la capretta aveva tanto egregiamente tenuto vivo, la storia dell’omaggio di Caprera approdato a Lendinara non ebbe fine. Fu pertanto deciso che la capra di Garibaldi doveva continuare ad eternare il ricordo del Generale, delle sue eccezionali imprese e del suo soggiorno a casa Marchiori.

    Fu così che la capra di Garibaldi fu imbalsamata, ed ancor oggi continua a ricordare i giorni lontani in cui i cuori di tanti italiani avvertirono, sincero e prepotente, l’amor di patria.

  • L’anno di Garibaldi

    L’anno di Garibaldi

    L’avvio delle manifestazioni per il 2° centenario della nascita di Garibaldi è coinciso a Rovigo con l’inaugurazione dei lavori di restauro del monumento dedicato al più amato interprete del Risorgimento italiano.

    E’ stato il FAI (Fondo Ambiente Italiano) a farsi promotore dell’iniziativa, inserita nell’àmbito delle manifestazioni per la XII Settimana dei Beni Culturali, ed ideata in particolare per sottolineare la felice conclusione dei lavori di restauro della statua equestre, opera dello scultore Ettore Ferrari.

    Il taglio del nastro tricolore, posizionato ai piedi del monumento, è stato effettuato da Marina Mini, presidente della delegazione polesana del FAI, e da Nadia Romeo, assessore dell’amministrazione rodigina, le quali hanno sottolineato l’importanza dell’opera realizzata nel 1896 da Ettore Ferrari e l’opportunità del restauro, che ha riportato all’originario splendore la statua bronzea aggredita dalle insidie del tempo e troppo a lungo rimasta priva di interventi di manutenzione.

    E’ seguito un momento commemorativo, ed esplicativo dell’intervento di restauro, svoltosi nella vicina “Sala Arzenton” del Consorzio di Bonifica dove, dopo le parole di saluto del presidente del Consorzio Marino Bianchi, è intervenuto l’architetto Federico Candian dell’impresa Arte e Restauro di Padova che, con l’utilizzo di immagini fotografiche, ha documentato la situazione antecedente i lavori di ripristino e i risultati del complesso intervento che ha riportato all’originario splendore l’opera.

    Simpatica ed applauditissima la successiva relazione di Raffaele Pasquali, un ragazzino delle elementari di Crespino, che ha illustrato il frutto di una sua personale ricerca sull’eroe dei due mondi. La parola è poi passata al prof. Lino Segantin che ha ricordato la profonda amicizia che legò Garibaldi a Jessie White, la quale col marito, il lendinarese Alberto Mario, fu al fianco del generale col ruolo di infermiera durante la Spedizione dei Mille, partecipando poi a tutte le successive battaglie che videro i garibaldini in prima fila, compresa la spedizione del 1870, in cui Garibaldi mise la sua spada al servizio della repubblica parigina nata dopo l’invasione della Francia da parte della Prussia.

    Ha concluso la seguita manifestazione la prof.ssa Maria Teresa Pasqualini Canato che ha ricordato la figura del proprio bisnonno, Remigio Piva, a fianco di Garibaldi dalla Spedizione dei Mille in poi. Remigio Piva fu sindaco di Rovigo negli anni successivi all’unione del Veneto all’Italia e, alla morte di Garibaldi, presidente del comitato promotore del monumento rodigino. Tra i progetti presentati, la scelta della commissione si indirizzò su un bozzetto che Ettore Ferrari aveva già esibito al concorso indetto per il monumento di Garibaldi a Roma. Bozzetto che non era stato premiato come vincitore anche per le note posizioni decisamente anticlericali ed antisabaude in più occasioni manifestate dallo scultore e per questo motivo inviso alla monarchia.

    Fu così che il progetto di Ettore Ferrari, individuato come eccellente per la realizzazione del monumento rodigino, venne innalzato nella pubblica piazza il 15 novembre del 1896, e da molti è tuttora ritenuto la più bella e significativa opera equestre italiana dedicata all’eroe dei due mondi.

  • I ritrovamenti di Saline

    I ritrovamenti di Saline

    Il sottosuolo del Polesine continua a riservare, di anno in anno, nuove insospettate sorprese. Negli ultimi decenni, in seguito a vari lavori di movimento terra, si sono infatti verificati molteplici affioramenti, che hanno dato il via ad indagini archeologiche sfociate in ritrovamenti di notevole interesse, alcuni dei quali hanno suscitato attenzione e curiosità anche tra i profani.

    Tra questi, singolarissimo ed emozionante, il rinvenimento denominato “la fanciulla di Saline”, una sepoltura romana di una giovane donna, il cui corpo fu adagiato, quasi con movenze di danza, su una sorta di letto costituito da mattoni in cotto. Accanto alla “fanciulla” un braccialetto con perline di vetro ed un chicco d’oro.

    In realtà l’importanza dello scavo va ben oltre, giacché l’interesse degli archeologi si è appuntato su quanto individuato a maggior profondità, sotto lo strato di epoca romana: si tratta di un insediamento databile tra l’età del Bronzo e quella del Ferro (IX-VIII sec. a.C.).

    La ricerca archeologica che ha dato l’importante esito è stata avviata nella prima metà di luglio 2006 in località Saline di San Martino di Venezze nel podere di proprietà dei Fratelli Reato. Le indagini, condotte in collaborazione tra Comune di Rovigo – Museo dei Grandi Fiumi e Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, sono state sostenute con fondi del Comune di Rovigo e della Regione Veneto.

    Il sito preso in esame era da tempo noto per i rinvenimenti che confermavano la presenza di una villa rustica di epoca romana. Già vent’anni fa Paolo Bellintani, componente del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici, segnalava, in un articolo apparso sulla rivista dello stesso Centro “Padusa”, l’affioramento in due limitate aree di frammenti vascolari dell’età del Bronzo finale (XI-IX sec. a.C.) a seguito dello scavo di scoline.

    Con queste premesse si è dato dunque il via all’indagine, compiuta con la codirezione di Luciano Salzani (ispettore di zona della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto) e Raffaele Peretto (direttore scientifico del Museo dei Grandi Fiumi), allo scopo di verificare, attraverso saggi stratigrafici, la presenza di livelli archeologici protostorici sottostanti al terreno arativo.

    Quattro dei dieci saggi eseguiti hanno evidenziato sequenze stratigrafiche, poste alla profondità di circa cm. 80 dal piano di campagna, con evidenti tracce di un abitato dell’età del Bronzo finale, coevo a quelli ben noti di Frattesina (Fratta Polesine), di Villamarzana e di Mariconda (Melara).

    La parola a Raffaele Peretto, direttore del museo rodigino

    Ogni nuova scoperta archeologica rinnova la memoria di un popolo. Per un approfondimento ci incontriamo col dottor Raffaele Peretto, direttore del Museo dei Grandi Fiumi, da anni particolarmente attivo nel settore della ricerca. Grazie al suo impegno oggi il Polesine conosce molto di più della sua antica ed importantissima storia.

    – Direttore, anzitutto ci spieghi di cosa si tratta e quale valore storico e archeologico assume lo scavo di Saline.

    “Da tempo si riteneva opportuno indagare nel sito di Saline, località situata lungo la strada provinciale immediatamente prossima al comune di San Martino di Venezze, questo sulla base di un programma di collaborazione con la Sovrintendenza dei Beni Archeologici del Veneto. Già in passato in questa zona erano stati raccolti frammenti di ceramiche databili all’età del Bronzo finale, questo ha suscitato interesse per il nuovo sito dell’Età del Bronzo finale, coevo ad altri importati siti del Polesine. Questi siti archeologici erano legati alle diverse diramazioni del Po. Infatti anche la località di Saline era interessata dal passaggio di una diramazione del fiume, denominabile Po di Rovigo, che si distaccava da quello più antico che passava per Frattesina, il Po di Adria.

    Era perciò necessario indagare con una ricerca sistematica per avere un’ulteriore conferma della realtà. Il sito era inoltre già noto per la presenza di una Villa rustica di epoca romana, risalente aell’età imperiale. E la presenza dei romani è emersa chiaramente dallo scavo che ha portato alla individuazione di una sepoltura destinata ad una fanciulla, una giovane romana, che abbiamo inteso denominare “La fanciulla di Saline”; abbiamo anche ritrovato un piccolo corredo di perline di pasta vitrea con un “grano” d’oro.

    Ma, accanto alla scoperta della sepoltura, ciò che è veramente importante è l’individuazione di livelli antropici abitati nell’età del Bronzo finale. Siamo nelle ultime fasi dell’età del Bronzo, quando si verifica il passaggio dell’età successiva che è l’età del ferro”.

    – Una scoperta di sicuro rilievo dunque.

    “Rilevante proprio per questi aspetti, una ulteriore pagina della nostra storia, di un Polesine ben interessato da un sistema fluviale, lungo il quale si stabilivano questi insediamenti nell’ambito dei commerci e dei traffici anche con aree lontane”.

    – Direttore, dal suo punto di vista il territorio polesano racchiude ancora molti segreti?

    “Questo è indiscutibile, negli ultimi anni le ricerche – condotte sempre con la collaborazione della Sovrintendenza, nel territorio polesano, e in particolare il Medio Polesine dove ha operato molto il Museo dei Grandi Fiumi – hanno portato a delle scoperte interessantissime, che continuano anche oggi. In riferimento al passato oggi le cose sono ben diverse, si hanno maggiori conoscenze di una situazione ben abitata dell’età romana. Lo conferma la scoperta e gli studi riguardanti la centuriazione dell’Agro adriese. Lo confermano la presenza di una organizzata gestione del territorio da parte degli etruschi nel sesto e quinto secolo avanti Cristo, le scoperte di Balone e San Cassiano, oltre a quelle ben note di Adria, anche queste dell’età del Bronzo finale.

    Oltre alle realtà alto polesane di Castelnovo Bariano, ben documentate per l’età del Bronzo antico e medio, recentemente anche il territorio di Gavello ha offerto interessanti reperti dell’età del Bronzo Finale che si aggiungono alle già note scoperte di Frattesina e Villamarzana. Ed ora si è aperta questa nuova pagina di Saline che, secondo le intenzioni nostre e della Sovrintendenza, dovrà essere oggetto di uno studio più approfondito nel prossimi anni”.

    – Il materiale raccolto nei vari scavi dove viene depositato?

    “Il materiale in questo caso specifico, come altro materiale di altre ricerche, la Sovrintendenza lo affida in deposito al Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo. Il materiale rinvenuto, con la collaborazione di studiosi, specialisti del settore e di stagisti, viene sistemando con interventi conservativi per permettere poi l’avvio dello studio”.

    – Riguardo a Frattesina, uno dei siti archeologici più noti del Polesine può dirci una parola?

    “Continuiamo ancora a parlare di Frattesina non solo per il suo passato ma anche per il presente, in quanto si sta allestendo un Museo archeologico nazionale a Fratta Polesine, e ciò documenta l’importanza di questa realtà: è una pagina aperta che ancora una volta dà conferma del ruolo che il Polesine ha avuto nell’antichità attraverso la realtà di Frattesina, e ne convalida oggi la sua particolare valenza culturale.

    Il Museo sorgerà negli spazi di Villa Badoer, sarà un Museo rivolto alla valorizzazione dell’importante insediamento di Frattesina. L’apertura dovrebbe essere abbastanza imminente, l’ambiente è suggestivo, un luogo veramente adeguato, una struttura palladiana significativa per il nostro Polesine in grado oggi di accogliere, negli spazi delle barchessa, quelle che sono le tracce di una storia più antica, le scoperte archeologiche di questi anni”.

    – In questo nuovo contesto come si profila il ruolo del Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo?

    “Il Museo dei Grandi Fiumi è indubbiamente una presenza importante per tutto il territorio polesano, propulsore di progetti e testimone complessivo di tutte le realtà della storia del Polesine. Altre sedi vanno poi ad incrementare il sistema museale del territorio, dove sono maggiormente approfondite le conoscenze specifiche delle realtà locali: Frattesina ne è un esempio particolarmente significativo”.

Pubblicità