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Archivi: Articoli d’archivio

  • Dove si vedono cose belle

    Dove si vedono cose belle

    Papà, quando era giovane, cioè prima del ‘900, qualche viaggio lo ha fatto. Una volta, quando era ormai anziano, gli chiesi: “Ma dove andavi?”. “A vedere cose belle.” mi rispose. “Ma dove?”, insistetti io. “A Genova, a Milano e in altre città. Tutte le città hanno chiese bellissime e tombe che t’incantano, con marmi e mosaici pregiati e statue di scultori famosi”.

    Mio padre aveva ragione, basta entrare anche nel cimitero di Rovigo e subito, nel primo campo a destra, ecco la tomba monumentale dei Conti Camerini.

    E’ un gioiello per la sua struttura architettonica che per certi aspetti ricorda un tempio orientale con la sua cupola elaborata, percorsa da nervature e sovrastata da una pigna. Alla base della cupola corre un cornicione ottagonale sagomato per accogliere in ogni lato sette pietre semisferiche color ametista. Il tempietto è a pianta centrale, e tutte quattro le facciate presentano un bel portale arcuato, con intarsi di marmi preziosi. Particolarmente elaborata si presenta la facciata principale, preceduta da una gradinata, alla sommità della quale avanza un pronao caratterizzato da un ampio arco e da una trabeazione istoriata ai lati che, sostenuta da due colonne, si connette col portale arretrato. Al vertice del frontone dentellato si erge una croce.

    L’interno è caratterizzato da bellissimi mosaici, finestre con vetri molati di vari colori che danno alla tomba una luce magica. Al centro è collocata una grande statua, rappresentazione del dolore, sul cui piedistallo è inciso il nome dello scultore: G. Spiazzi -Verona. Più sotto: Cristoforo Camerini e i figli Francesco e Giovanni posero MDCCCLXIV.

    La tomba dei Conti Camerini è davvero ammirevole, ma non mancano nelle vicinanze altri monumenti funebri di rilievo.

    Dietro il sacello dei Camerini, sulla sinistra, sorge il tempietto della famiglia Caniato, caratterizzato da linee spezzate (particolare evidente l’inedito timpano) e da una facciata percorsa da due lesene sporgenti, su cui appoggiano due grandi angeli in preghiera, silenziosi custodi della tomba. Si tratta di sculture realizzate da Virgilio Milani nel 1915.

    E a Virgilio Milani si deve pure la espressiva “Pietà” che caratterizza la Tomba Giandoso, posta sulla destra del tempietto dei Camerini. Dello stesso autore è anche la tenera femminile “Allegoria del Dolore” che caratterizza la tomba Oliva posta nella parte sinistra del porticato che chiude la prima parte del camposanto rodigino.

    E ancora all’opera di Virgilio Milani si deve il monumento che si innalza sulla tomba dello stesso scultore. Una rappresentazione con caratteristiche inedite per un cimitero, con due giovanili figure accostate: una coppia seduta, i cui atteggiamenti non fanno immediatamente pensare al dolore della morte, anche se si coglie il senso della meditazione e dell’attesa nelle mani e nei volti protesi verso il cielo.

    Fu questa una delle ultime opere realizzate da Virgilio Milani (1888-1977), il cui lungo operato ebbe notevoli apprezzamenti a Rovigo e provincia.

    Per conoscere in modo più completo l’opera dell’autore è bene lasciare il camposanto per dirigersi verso il vicino complesso di S. Bortolo, ove è collocato il Museo dei Grandi Fiumi. Dall’antico chiostro degli Olivetani si accede alla mostra dedicata a Virgilio Milani, prolifico ed apprezzato scultore polesano del Novecento.

  • A casa Tintore

    A casa Tintore

    Riferendosi a Lendinara, in cui visse la prima parte della sua vita portandone poi sempre una nostalgica immagine nel cuore, Angelo Rasi, poeta del Novecento che forse meglio di tutti ha colto le caratteristiche del centro altopolesano, scriveva in una delle varie poesie dedicate alla cittadina natìa:

    … te si neta, tutta ciara, con un antico fare da parona.

    Ed in effetti, passeggiando per le vie di Lendinara, si coglie nei suoi palazzi e nelle sue chiese e più in generale nell’assetto urbano un aspetto che rimanda ad un passato aristocratico, caratterizzato da slanci di impegno sul piano della cultura e delle arti; fatto questo che ha contribuito non poco all’attribuzione alla cittadina dell’epiteto di “Atene del Polesine”.

    Ebbene, proprio uno di questi palazzi è stato meta di una visita da parte della delegazione polesana del FAI (Fondo Ambiente Italiano), che ha individuato casa Tintore come meritevole di conoscenza per le originali caratteristiche che presenta.

    Va detto subito che la storica abitazione, che sorge a metà di via Cavour, risulta poco appariscente nella facciata principale che dà sulla pubblica via, mentre è ben più caratterizzata sul retro, a mezzogiorno verso l’Adigetto, soprattutto per il muro di cinta che, delimitando un gradevole giardino, si distingue per presentare alla sommità statue settecentesche rappresentanti le Quattro Stagioni.

    La storica dimora, risalente al Settecento o forse ancora più antica, nei primi anni dell’Ottocento divenne proprietà di Gerolamo Ballarin, il cui nome a Lendinara resta legato alla realizzazione del teatro, portato a termine nel 1814, del quale fervono proprio in questi mesi i lavori di rifacimento degli interni, senza purtroppo poter recuperare l’aspetto originario del tutto modificato negli anni cinquanta del secolo scorso, ignorando completamente la valenza artistica dell’immobile.

    E proprio a Gerolamo Ballarin, attivo imprenditore della prima parte del XIX secolo, che per un certo periodo assunse anche la carica di sindaco di Lendinara, si devono i lavori che hanno ingentilito la signorile abitazione. Particolarmente interessante risulta il ciclo degli affreschi che decorano le varie stanze, opera di Giuseppe Fassini, artista veneziano giunto a Lendinara negli anni venti del XIX secolo, per attendere a lavori presso il Santuario della Madonna e la chiesa di San Giuseppe, dopo aver affrescato il palazzo di Este.

    Anche se non molto nota, l’abitazione presenta dunque caratteristiche di sicuro rilievo nel panorama storico ed architettonico di Lendinara. Ed un recente e radicale restauro, portato a compimento dal dott. Carlo Tintore, attuale proprietario, ha ridonato piena dignità all’immobile e perfetta leggibilità alle pitture, ammirate dal gruppo degli aderenti al FAI rodigino.

    Una dimora il cui prestigio storico è impreziosito dal ricordo, tenuto desto da una targa infissa nella facciata, del soggiorno, sia pur breve, nel luglio del 1866 del principe Umberto di Savoia – a conclusione della terza guerra di Indipendenza che legava il Veneto all’Italia – il quale, a quanto si tramanda, non mancò di ammirare gli eclettici affreschi di Giuseppe Fassini.

    Di grande impatto si presenta in particolare la scena della “Caduta di Fetonte” dipinta con colori squillanti sul soffitto dell’ampio vano scala che porta al primo piano.

    Di gusto chiaramente neoclassico risultano invece i grandi quadri monocromi affrescati sulle pareti del piano nobile raffiguranti architetture che si richiamano all’arte greco-romana. Suggestivo poi lo studiolo ispirato all’arte gotica, con immagini paesaggistiche inserite in grandi mezzelune. Raffinata infine quella che è stata definita “la stanza del principe”, dopo che offrì occasione di riposo al futuro re Umberto I, caratterizzata da interventi pittorici ispirati a grottesche e giochi floreali.

    Ma la visita a casa Tintore per i soci del FAI è stata anche l’occasione per ammirare le realizzazioni scultoree dello stesso proprietario, personaggio affabile quanto eclettico, da sempre amante dell’arte e cultore in particolare delle opere informali. Per le sue composizioni artistiche Tintore parte attingendo per lo più a materiali di recupero, oggetti in gran parte derivanti dal passato, da quella che è stata identificata come la “civiltà contadina”, oppure si rifà a reperti lignei individuati lungo i corsi d’acqua. Grazie a sapienti assemblaggi prendono vita nelle sue mani realizzazioni di sicuro impatto visivo ed emotivo, disegni nello spazio, apprezzati per il valore estetico che li contraddistingue.

    La visita a casa Tintore è stata infine l’occasione per annunciare il programma del FAI rodigino, particolarmente impegnato con le altre delegazioni della regione a organizzare momenti di incontro finalizzati anche a raccogliere contributi per il restauro di villa Vescovi di Luvigliano, il primo bene in Veneto divenuto proprietà della benefica fondazione che sta approntando l’intervento di recupero del nobiliare palazzo realizzato dall’architetto Giovanni Maria Falconetto (1468- 1535) sulle pendici settentrionali dei colli Eugenei.

  • Il tartufo del Delta

    Il tartufo del Delta

    Il filosofo greco Teofrasto supponeva fossero dei vegetali senza radici, originati da piogge accompagnate da tuoni, analogamente Plutarco pensava fossero prodotti dalla fusione di acqua, terra e fulmini, Cicerone figli della terra, Plinio il Vecchio callosità della terra e miracolo della natura. Stiamo parlando dei tartufi, riservati da secoli alle tavola dei potenti, omaggio a nobili e sovrani, ricercatissimi per la loro bontà e per la loro qualità afrodisiaca. Ora il tartufo è diventato un vero e proprio re della tavola e numerose sono le manifestazioni enogastronomiche legate a questo frutto della terra.

    Quando parliamo di questo fungo ci vengono subito in mente Alba o Norcia con il loro tartufo bianco e nero; in realtà è fortemente presente anche nel Delta del Po e per molti versi ha contribuito a far conoscere fuori dai confini della provincia, soprattutto negli anni cinquanta e sessanta, il comune rivierasco di Papozze.

    Qui, in riva al Po, prima della costruzione della nuova piazza quando il centro abitato “Piazza Cantone” sorgeva tutto in golena in un singolare abbraccio con il grande fiume, l’arte del “tartufino” o del “trifolaro” era molto diffusa, anche perché, proprio a Papozze, esisteva l’antica trattoria “La Tona”, meta dei palati sopraffini.

    Tutta l’area golenale e soprattutto l’isola del Mezzano, con la sua villa settecentesca e la cappella dedicata a San Carlo Borromeo, a perenne ricordo della sosta a Papozze del grande vescovo nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1580, erano una vera e propria miniera con splendidi tartufi di tutte le dimensioni.

    Perché il prelibato fungo ha trovato il suo habitat ideale proprio nelle golene del Po presso Papozze?

    La risposta ci viene da Vittoria Barbieri, che – dopo la scomparsa di Fortunata Soldati, l’ultima “Tona” – è rimasta la memoria storica dell’antico locale. Lei non ha dubbi, la zona era così ricca del prezioso fungo perché le spore vengono trasportate dal fiume durante il suo viaggio dal Monviso al mare. Il decremento produttivo dell’ultimo quarantennio va messo in relazione col fatto che il centro abitato di Papozze negli anni sessanta venne interamente trasferito nella zona attuale, a cura e spese dello Stato¹. Le arginature sino a tutti gli anni settanta furono interessate da imponenti lavori di ringrosso e rialzo, con conseguente pesante trasformazione dell’habitat golenale, ed anche il tartufo diminuì.

    Da qualche tempo si registra però un incremento nella produzione naturale del prelibato fungo e, conseguentemente, è ripresa l’attività relativa alla ricerca.

    A questo proposito va detto che il “tartufino” non agisce da solo ma insieme al suo cane perfettamente addestrato; non necessariamente di razza, anzi i così detti cani da pagliaio, dalle genealogie incerte e confuse, frutto di centinaia di incroci, sono i più bravi. Hanno infatti nel naso l’abitudine di cercare quel po’ di cibo che serve a sopravvivere. Il cane scorazza ed annusa e all’improvviso inizia a raspare e a guaire. Arriva allora il padrone che, con una zappetta di ferro e con grande attenzione, allarga la piccola buca e con le mani estrae il tartufo e lo porta al naso per fiutare l’intenso e persistente profumo; al fedele compagno subito un pezzo di pane.

    Tra i vari “tartufini” distintisi nel secolo scorso sono ormai entrati nella leggenda l’imprenditore Paolo Maestri, che è riuscito a trasferire la passione al figlio Gilberto e a contagiare anche l’allora parroco di Papozze mons. Ugo Battizzoco, ora Penitenziere presso la Cattedrale di Adria, i fratelli Tarquinio e Ferruccio Barion e, nella frazione di Panarella, Mario Vicentini, detto “el trifulin” per la sua minuta struttura fisica.

    Anche il figlio di Mario, Alfredo Vicentini, ha fatto propria la grande passione del padre diventando un espertissimo ricercatore. Alfredo ha anche fatto di più perché, presso la propria abitazione, ha da vari anni impiantato una tartufaia di oltre 5 mila metri con querce micorizzate.

    Il risultato è sorprendente, raccoglie dell’ottimo “scorzone” o tartufo nero estivo (Tuber Aestivum) e del “bianchetto” (Tuber Borchii). Va ovviamente ricordato che anche nelle tartufaie la raccolta avviene, come nelle aree aperte, con cane e zappetta.

    Da anni ormai le aree golenali e quelle a piano campagna, prossime alle arginature, godono di una certa tranquillità, e pertanto si è ricreato l’habitat ideale per la vita del tartufo. E’ bello pensare che una nuova stagione stia per avere inizio.

  • “Le Catalane”

    “Le Catalane”

    A chi percorre le strade dell’alto Polesine, appaiono spesso dei cartelli turistici che indicano aree, monumenti, musei di interesse artistico e culturale. Si ha l’impressione che questa zona, nei secoli, sia stata veramente baciata dalla fortuna, vista la sua ricchezza di beni architettonici e di tesori d’arte!

    Poi, quando ci si inoltra all’interno dei vari paesi, per andare alla scoperta di tali preziosità, può succedere di rimanere un po’ delusi, trovandosi di fronte magari a piccoli oratori tristi e diroccati o a corti rurali da tempo disabitate e all’apparenza piuttosto comuni.

    E’ facile restare incantati ad osservare la maestosità di un duomo di città, o l’imponenza di un palazzo signorile; certe piazze, certi castelli, certi paesaggi tolgono il fiato ed emozionano anche il visitatore meno preparato. Ci sono, invece, piccoli, modesti, ma importanti tesori, che per brillare necessitano d’essere svelati e rivelati. E’ il caso della corte “Le Catalane” di Bergantino.

    Insediamenti rurali in Polesine

    Le vicende politiche e storiche ed i tempi diversi in cui si è evoluta la condizione idro-geologica della nostra provincia hanno dato luogo a forme e tipi vari di insediamento. In alto Polesine, dove le “terre vecchie” (cioè quelle di più antica bonifica) sono state frazionate in piccole e medie proprietà, ha prevalso l’insediamento sparso, testimonianza di una tendenza, da parte dei coltivatori, ad abitare sul proprio fondo. Questi tipi diversi di insediamento, a loro volta, hanno generato abitazioni contadine dalle caratteristiche peculiari e ben individuabili. Negli ultimi decenni, l’industrializzazione di ampi settori dell’agricoltura, però, ha determinato un mutamento dell’abitazione rurale, che ha perduto la specificità delle sue forme: ecco perché risulta oggi interessante ed importante imparare ad osservare esempi di vecchie corti rurali come “Le Catalane”, cercando di riallacciare i fili della storia di ciascun manufatto con quelli del territorio in cui esso è inserito.

    L’abitazione contadina in alto Polesine

    La piccola proprietà, diffusa nel territorio alto polesano, ha dato origine ad un tipo di abitazione unitaria, di non grandi dimensioni, con la caratteristica di accostare l’abitazione alla stalla-fienile, cioè – come si dice – una casa ad elementi giustapposti.

    A differenza delle “boarie” medio polesane e delle “corti di bonifica” del basso polesine, le vecchie corti rurali alto polesane, generalmente, avevano forma rettangolare, con casa a due piani, con tetto a due spioventi.

    Gli ambienti si trovavano allineati in una sola fila e, dove l’ampiezza della proprietà lo permetteva – come nel caso della corte “Le Catalane” – poteva trovarsi anche una seconda fila di ambienti sul retro, dove venivano collocati la cantina, il forno, la dispensa (“camera dei salami”), la legnaia e, a volte, pure il granaio.

    Più spesso, però, alla funzione di granaio veniva adibita una stanza del piano superiore della casa, luogo in cui il raccolto poteva conservarsi meglio, al riparo dall’umidità. Più o meno discosti da questi, si trovavano altri ambienti fondamentali, tra cui il porcile ed il pollaio.

    La corte bergantinese, in particolare, doveva caratterizzarsi per una stalla molto capiente e ben fornita, vista la presenza, ad est del fabbricato, di un’ampia concimaia e l’esistenza di altre due barchesse fienile: una posta sul retro del fabbricato principale ed un’altra davanti all’abitazione, proprio di fronte alla sua facciata.

    Per diversi decenni, l’abitazione rurale alto polesana ha mantenuto inalterata la sua struttura esterna, anche se ha via via mutato la funzione di alcuni ambienti interni.

    Ciò è accaduto probabilmente anche a “Le Catalane”: la dispensa è divenuta sala da pranzo o soggiorno; al posto del granaio è stato introdotto il bagno; nella stalla, gli animali hanno ceduto il posto ai trattori e ai vari attrezzi agricoli.

    In queste abitazioni rurali, l’accesso alla stalla-fienile poteva essere frontale, oppure – più spesso, come a “Le Catalane” – si trovava su un lato dell’abitazione: in tal caso la stalla-fienile era sempre un po’ più alta dell’abitazione ed aveva uno spiovente anteriore molto prolungato, fino a formare l’ampio portico chiamato barchessa.

    La facciata, come nel nostro caso, era spesso rivolta a mezzogiorno o comunque verso un fiume o un qualsiasi altro corso d’acqua. Altro elemento caratteristico dell’abitazione rurale era l’aia.

    La corte “Le Catalane”

    La corte “Le Catalane” di Bergantino, dunque, rappresenta un chiaro esempio di abitazione rurale alto polesana. Disabitata da almeno due decenni, essa, con il suo forno ancora ben evidente, con il suo pozzo, l’ampia aia antistante, il Cavo delle Terre Vecchie che scorre lì davanti, racconta (o meglio, vorrebbe raccontare) di un passato in cui la vita era molto più difficile e precaria.

    Sulla parete esterna, quella rivolta alla vecchia via Burchiellara, è stata conservata una nicchia con una Madonnina, ricordo di una radicata religiosità popolare, che rendeva l’immagine sacra di buon auspicio per il passante.

    La corte bergantinese racconta (o vorrebbe raccontare) di un modo di vivere legato alle coltivazioni, alle stagioni, ad opere e giorni d’altri tempi, alla fame e all’inesauribile desiderio di estinguerla, alle lunghe serate a filò. Una cultura popolare che non ha mai avuto una sua “summa”, ma che ha cercato (e forse cerca ancora) di sopravvivere in una tradizione lunga quanto un’interminabile catena di generazioni. Questo oggi potrebbe dire la corte “Le Catalane” di Bergantino, ma essa può parlare solo a chi ha occhi e cuore per ascoltare.

    Non basta allora un cartello stradale per suggerire tutto ciò. E’ veramente indispensabile, invece, per conoscere e conservare le nostre radici, recuperare queste forme di insediamento. Esse potrebbero divenire sede di uno dei numerosissimi “musei della civiltà contadina”: non però una semplice esposizione di strumenti di lavoro, bensì una ricostruzione di ambienti di vita e di cultura rurale; potrebbero divenire laboratori didattici, per insegnare alle nuove generazioni “senza storia” dove ricercare le loro origini; potrebbero, al limite, divenire ostelli, agriturismi, veri e propri punti di recupero delle tradizioni, dei gusti e dei sapori dei nostri nonni.

    La corte “Le Catalane” di Bergantino potrebbe costituire il primo tassello di un organico e razionale piano provinciale di recupero di questa importantissima eredità storico culturale polesana. Potrebbe…

  • Villa Mecenati ad Adria

    Villa Mecenati ad Adria

    All’imbocco di via Maddalena, conosciuta anche come via della Stazione perché per questo scopo fu a suo tempo realizzata, sorge ad Adria, elegante e maestosa, Villa Mecenati.

    Il prestigioso edificio, preceduto da un bel parco, vide la luce negli anni ‘30 del secolo scorso, in seguito al rifacimento di un rustico, inizialmente parte integrante di una vasta tenuta estesa a nord del centro abitato. L’idea di dar vita alla nuova costituzione fu successiva alla realizzazione della linea ferroviaria, a causa della quale la maggior parte della campagna risultò definitivamente staccata dall’area su cui sorgeva l’ampio edificio rurale, che pertanto risultò gravitare verso il centro storico divenendo inutilizzabile per gli scopi che l’avevano visto nascere.

    L’ipotesi di trasformarlo in villa padronale fu assunta dal proprietario Ferrante Mecenati, la cui famiglia possedeva ad Adria vaste proprietà e risiedeva in un palazzo oggi inglobato nella sede municipale. Un progetto concepito dopo il matrimonio con Rosita Brusardi, figlia di un intraprendente ed apprezzato impresario teatrale, conosciuta a Milano durante un soggiorno nel capoluogo lombardo dove Ferrante Mecenati, stimato direttore d’orchestra, svolgeva attività presso la Scala.

    Fu Ferrante Mecenati un personaggio sicuramente singolare che, laureatosi in legge, all’attività forense preferì decisamente quella dell’impegno musicale sostenuta, oltre che dalla passione, dal conseguimento del diploma in composizione e direzione che gli aprì le porte di un’importante carriera. Alla Scala esordì dapprima come sostituto di Toscanini, e poi con un ruolo autonomo, che successivamente lo avrebbe portato a gestire importanti iniziative in varie città d’Italia, tra cui da ricordare la carica di direttore del Maggio Musicale Fiorentino e quella di Sovrintendente del Teatro La Fenice.

    Dopo il matrimonio con Rosita Brusardi, la residenza nel palazzo avito di Adria risultò poco consona alla vita brillante dei due coniugi (e soprattutto a quanto pare a quella della più effervescente Rosita). Impossibile conciliare l’esistenza provinciale e tranquilla della adriese famiglia Mecenati con quella dinamica ed aperta a molteplici iniziative culturali e mondane della giovane coppia.

    Ecco dunque l’idea di riconvertire il vetusto edificio, un tempo al servizio del fondo agricolo, in una prestigiosa residenza, adatta agli stili di vita della nuova coppia. Le risorse finanziarie non mancavano certo a Ferrante Mecenati, che incaricò l’emergente architetto adriese G.B. Scarpari di stendere il progetto per un palazzo significativo, all’altezza delle elevate frequentazioni che caratterizzavano la propria esistenza.

    Prese così vita la magniloquente costruzione in stile impero, attorniata da un parco ben curato.

    La villa, movimentata da un corpo centrale arcuato, si innalza su tre livelli, evidenziati da cornici marcapiano, presentando una facciata scandita da lesene con capitelli che ripropongono la successione dei tre classici ordini architettonici.

    All’interno, villa Mecenati presenta a tuttoggi la sua originalità nella inedita “fuga di stanze”, alle quali si accede da due corridoi che, a destra e a sinistra, hanno origine appena oltre la graziosa e contenuta sala d’ingresso. Gli stucchi che abbelliscono le stanze furono attuati da una ditta padovana, mentre la bella ringhiera in ferro battuto che accompagna la scala che porta al primo piano fu realizzata, sempre su disegno dell’arch. Scarpari, dalla ditta Gatto, anche questa patavina.

    Il Conservatorio di Adria

    I coniugi Mecenati condussero una vita tutt’altro che parsimoniosa, legati al bel mondo di Venezia e Cortina, dove pure possedevano prestigiose abitazioni, senza però vedere la loro unione coronata da una discendenza. Di qui l’idea, con il sopraggiungere della vecchiaia, di prevedere un lascito, in base al quale la villa adriese fu destinata al Comune perché la destinasse a sede di istituzioni musicali.

    Ed oggi le stanze di villa Mecenati, adibite ad aule per gli studenti del Conservatorio, risuonano sempre di note musicali, mentre particolarmente suggestiva risulta la prima saletta, sulla destra dell’atrio.

    Dedicata al celebre soprano Rosetta Pampanini (1896-1973), si presenta ricca di mobili e souvenirs che ricordano i successi e i consensi che hanno accompagnato la grande cantante nel suo entusiasmante curriculum di artista. Molteplici le attestazioni di stima ed amicizia che portano firme illustri, come quella di Arturo Toscanini o Beniamino Gigli, cimeli donati dal marito della Pampanini alla morte della cantante che, nata a Milano da genitori polesani, mantenne un rapporto di grande affetto con la terra dei propri avi, concedendosi, specie nella stagione estiva, periodi di soggiorno a Corbola, paese che più volte animò con iniziative di natura musicale.

    La nascita del Conservatorio di Adria risale al 1 ottobre 1974, con la dicitura che tuttora lo contraddistingue : Conservatorio Statale di Musica “Antonio Buzzolla”.

    Un’istituzione che non si originava dal nulla, ma che aveva alle sue spalle una lunga storia, risalente ai primi anni dell‘800 allorché, il 9 settembre del 1806 – giusto due secoli fa – si costituiva, sotto la direzione del M° Angelo Buzzolla, la “Società Filarmonica”, con scuola attivata nella cappella della Cattedrale.

    Grazie all’attivismo di Angelo Buzzolla la Scuola venne ufficializzata nel 1817, continuando a funzionare fino alla morte del maestro nel 1836.

    L’istituzione si ricostituì dieci anni dopo, nel 1846, come “Società Filarmonica Adriese”, proseguendo con questa dicitura l’attività per oltre mezzo secolo finché, nel 1901, approdò alla nuova denominazione “Istituto Musicale Antonio Buzzolla e Società dei Concerti”.

    La tappa successiva si registrò nel 1962, quando l’istituzione si sdoppiò dando vita da una parte al “Liceo Musicale Antonio Buzzolla” e dall’altra alla “Società dei Concerti”. Poi, nel 1970, il passaggio del liceo a sezione staccata del Conservatorio di Musica di Verona. Infine, come detto, nel 1974, l’avvio autonomo del Conservatorio adriese, che mantenne la dedica al M° Antonio Buzzolla, già presente dal 1901.

    Antonio Buzzolla (1815-1871)

    La storia del Conservatorio di Adria affonda dunque le sue radici nella prima istituzione musicale adriese, avviata due secoli fa (settembre 1806) da Angelo Buzzolla col nome di “Società Filarmonica”, da cui prese vita la passione musicale del figlio Antonio Buzzolla a cui è intitolato il Conservatorio.

    Antonio Buzzolla (1815-1871) fu un personaggio di sicuro rilievo nel panorama musicale del suo tempo, che si mise in evidenza fin dalla tenera età come abile esecutore, tanto che, a soli 16 anni, divenne membro dell’orchestra del teatro La Fenice di Venezia. Al suo attivo rimangono diverse opere liriche, anche se più longeva fu la fama acquisita come compositore di melodie e canzonette.

    Stimato dai grandi musicisti del XIX secolo, da Verdi a Rossini, fu richiesto come direttore di orchestra all’estero, soggiornando per qualche anno a Berlino dove diede anche lezioni di musica alle nipoti del re. Ovvio che un tale personaggio, sia pur poco presente nella città natia, sia stato di riferimento per tener alta la tradizione musicale in Adria, e meritorio che la sua memoria sia tuttora tenuta desta nell’intitolazione del Conservatorio.

  • Signora con ventaglio

    Signora con ventaglio

    C’è attesa per la eccezionale mostra dedicata a Mario Cavaglieri che costituirà – non solo per Rovigo e provincia, ma anche per l’intero Veneto – uno dei grandi eventi d’arte del 2007. Una esposizione davvero ampia, dotata di ben 150 quadri per testimoniare, in modo completo, l’itinerario artistico compiuto dall’originale pittore che ha avuto i suoi natali nel capoluogo del Polesine. Un’iniziativa fortemente voluta e sostenuta dal Comune di Rovigo, dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, dall’Accademia dei Concordi e dalla Provincia, programmata nel recuperato palazzo Roverella dal 10 Febbraio al 1 Luglio prossimi, a cura di Vittorio Sgarbi e coordinata da Alessia Vedova.

    Artista raffinatissimo Mario Cavaglieri (Rovigo 1887 – Peyloubere 1969) occupa uno spazio molto particolare nella storia dell’arte europea del Novecento. Le sue tele, dominate da una intensa vivacità cromatica e caratterizzate da una singolare maestria nel disegno, a tutt’oggi apprezzatissime, si impongono all’attenzione per il gusto spiccato nel rappresentare ambienti di inconsueta eleganza, spesso connotati dalla presenza di una attraente figura femminile. Donne – o meglio signore, per la eleganza delle vesti e degli atteggiamenti delle protagoniste dei dipinti – che spesso costituiscono l’elemento caratterizzante del quadro e quindi del titolo dell’opera.

    Fa eccezione, strano a dirsi, proprio il quadro scelto per la copertina di questo numero della rivista, il cui titolo originale “L’orologio regalato da Napoleone I” è desunto dall’importante pezzo di antiquariato che fa da sfondo al soggetto femminile, ricordando in particolare il nome dell’illustre donatore, ovvero l’imperatore in persona. Un significativo strumento di misurazione del tempo, che però è posto dall’artista in secondo piano, e pertanto individuato come raffinato motivo di contorno al soggetto muliebre ripreso di profilo. Una scelta quest’ultima che fa emergere la signora nel suo abbigliamento ricercato ed attribuisce un risalto davvero particolare al ventaglio esibito con grazia.

    “Signora col ventaglio” è dunque il titolo che preferiamo. E che ci piace fors’anche per l’accostamento che ci è consentito di fare con la nostra rivista (giunta al 34° numero della serie) la quale nella sua intestazione si rifà al vezzoso corredo femminile, immortalato pure in altre tele da Mario Cavaglieri. Autore di grande spessore, che la mostra rodigina intende valorizzare appieno, presentando un’ampia rassegna delle sue opere, con un importante allestimento che segue di quasi trent’anni una iniziativa precorritrice, allora avviata dall’arch. Carlo Scarpa, che abbiamo inteso ricordare in questo numero del Ventaglio a pag. 92 .

    L’auspicio è naturalmente che la significativa mostra al Roverella abbia tutto il successo che si merita, replicando i consensi ricevuti lo scorso anno da “Le meraviglie della pittura tra Ferrara e Venezia”. Un nuovo motivo di “meraviglia” di fronte alla gioia cromatica espressa dai quadri di Cavaglieri, e una nuova tappa, per il capoluogo del Polesine, verso quel titolo di città d’arte che potrà derivare da un impegno assiduo nella valorizzazione delle sue peculiarità storiche ed artistiche.

  • Toffoli, dal 1867 l’ottico di Rovigo

    Toffoli, dal 1867 l’ottico di Rovigo

    Rovigo e l’Ottica Toffoli, due storie che si intrecciano da 140 anni. Il racconto dell’attività quotidiana di una famiglia ha attraversato la storia della città e ne è diventata parte integrante. Quattro generazioni sono il segno concreto della continuità di una passione tramandata da padre in figlio.

    L’inizio è ormai una data storica: siamo nel 1867 e Giobatta Toffoli, originario del Cadore, zona storica di produzione degli occhiali, mette nel proprio negozio, accanto ad altri articoli, alcuni modelli di occhiali. E’ l’inizio di una straordinaria attività che da via Alberto Mario e successivamente dentro le mura lungo il canale Adigetto, si trasferisce, alla fine dell’800, nel cuore della città, in Piazza Vittorio Emanuele II, dove tuttora ha sede.

    Il dialogo dei Toffoli con la città si è dipanato senza interruzioni ed ha saputo sempre cogliere idee, cultura, stili di vita, rimanendo così, nel tempo, un sicuro punto di riferimento per tutti quelli che cercano il massimo nel mondo dell’ottica. Oggi come ieri, quando Giobatta Toffoli era il solo ottico in città e la scelta degli occhiali, la misurazione e la definizione delle lenti graduate era affidata in minima parte a strumenti scientifici.

    Soltanto l’intelligenza e il sapere personale di ottici come Giobatta riuscivano infatti a dare soluzione alle esigenze visive anche più complicate. Una cultura, la sua, fatta di letture accanite, esperienze quotidiane e che si basava su quel “bernoccolo” scientifico che la famiglia Toffoli ha nel proprio DNA; se si pensa che un antenato di nome Bartolomeo, scienziato-matematico-sacerdote, ideava e costruiva macchine del tempo basate sul sistema tolemaico: uno di questi gioielli lo si può ammirare ancora oggi nella piazza dei Signori di Padova.

    Quando si scriverà la storia dell’Ottica in Italia, il nome Toffoli avrà uno spazio ben preciso, le pagine dell’evoluzione del settore sono state infatti certamente scritte, oltre che da Giobatta, anche dalle successive generazioni Toffoli, da Giovanni e Dino, fra i primi in Italia ad ottenere il diploma di ottico, e da Daniele, l’attuale titolare.

    La lunga storia della famiglia Toffoli è fatta di occhiali ma anche di momenti di vita che sono poi il racconto di tante epoche diverse: Giovanni che, ormai dato per scomparso nella guerra dell’Africa, ritorna a Rovigo fra lo stupore dei concittadini. E’ salvo… e ritorna così anche la sicurezza, che sembrava ormai svanita, per la vista di tanti Rodigini!

    E poi i giorni terribili dell’ultima guerra ed il grande batticuore mentre si nascondono tutte le attrezzature in una stanza nel retro del negozio, uno spazio che viene poi murato per proteggere un prezioso patrimonio tecnologico…

    Finalmente si ritorna, con l’uscita dal tunnel della guerra, a sorridere alla vita, e l’Ottica Toffoli si apre a nuovi progetti, continuando un processo di innovazione che è premiato dal consenso e dagli elogi di tanti clienti. Molti sono illustri come Fausto Coppi, “il campionissimo” del ciclismo o come Alberto Sordi, in visita alla città, ma disperato perché gli occhiali li ha dimenticati. Per il grande attore, l’Ottica Toffoli batte ogni record di velocità e fornisce in pochi minuti un nuovo paio di occhiali.

    Negli ultimi anni altri nomi illustri, tra cui Vittorio Sgarbi, il noto critico d’arte che, venuto a Rovigo per inaugurare l’importante evento d’arte a Palazzo Roverella, ha deciso di acquistare ben quattro paia di occhiali. Elisabetta Gardini invece, gli occhiali deve solo sistemarli ed allora è la proverbiale assistenza dei tecnici che interviene in suo aiuto.

    La storia di successi dei Toffoli continua oggigiorno vincente con la quarta generazione della famiglia e precisamente con Daniele che, diplomatosi ottico a vent’anni, segue l’attività con passione riservando parte del suo tempo solo ad un altro grande amore, lo sport. E’ infatti grazie ad un impegno assiduo che ha potuto dare dimensioni sempre più importanti ai suoi Centri Ottici.

    Daniele propone già nel ‘73, fra i primi in Italia, le lenti a contatto e nello stesso tempo dà forte automatizzazione al laboratorio interno e porta ad alti livelli tecnologici gli interventi riservati alla misurazione della vista.

    Un programma di professionalità totale, di grande tecnologia che si articola con l’impegno di una decina di persone altamente specializzate, in diversi settori, che vanno dall’ipovisione alle lenti progressive, dalle soluzioni accurate per la vista dei bambini e degli anziani allo Sportvision e al visual training.

    Tante risposte e soluzioni vincenti che Toffoli ha saputo dare, ieri come oggi, a tanti clienti, grazie anche alle capacità e all’intelligenza dei suoi collaboratori come Marino Tinazzo, per 50 anni braccio destro dei titolari, e come Daniele Savella, attuale responsabile alle vendite.

    E mentre l’attività professionale si evolve, giorno dopo giorno, ecco nascere il “Progetto Vista” prima a Monselice e Porto Viro, adesso anche a Borsea, presso il centro commerciale “La Fattoria” e a Boara Pisani. L’idea è quella di un nuovo sistema di vendita, estremamente moderno, per confermare che l’Ottica Toffoli, ieri come oggi da 140 anni, è sempre in sintonia con i tempi e le richieste di tutti quelli che vogliono un grande servizio insieme alla sicurezza di buona visione. La risposta sta in una continua innovazione, nell’affinare e confermare ogni giorno il proprio sapere tecnologico; tutto questo Daniele Toffoli lo sa, ecco perché pretende il massimo, prima da se stesso e poi da tutti i suoi collaboratori: per non perdere mai il filo importante che lo lega ad una grande storia di ottica, per essere sempre fra i primi come il bisnonno Giobatta.

  • Dal Camerun a Bottrighe

    Dal Camerun a Bottrighe

    Provenienti dal Camerun, la scorsa estate sono arrivate a Bottrighe le suore della Congregazione “Filles de Maria de Yaoundè”. Per la prima volta in Europa viene attuata un’iniziativa di tal genere, che appare certamente importante in un momento così critico per le vocazioni religiose in Italia.

    Nella storia di Bottrighe c’è sempre stato un grande legame affettivo con la scuola materna e le sue religiose. Qui le suore Canossiane diressero l’istituto dal 1928 al 1936, poi le Salesiane, ininterrottamente dal 1942 al 2006. Al loro commiato, quasi un anno fa, il 16 luglio 2006, festa della Madonna del Carmine, patrona del paese, l’intera comunità le ha salutate con una commovente cerimonia, ringraziandole per l’opera educativa trasmessa a generazioni di piccoli bottrighesi.

    Si presentava triste per il paese di Bottrighe l’assenza delle suore. Poi ecco affacciarsi una soluzione, grazie all’interessamento e al consiglio di suor Viviana Ballarin, nativa del paese, superiora generale delle suore Domenicane a Roma. Grazie alla sua idea, dopo un complesso iter burocratico-amministrativo, sono giunte a Bottrighe l’insegnante suor Albertine, la catechista suor Flore Brigitte e la cuoca suor Marie Manuele accompagnate dalla loro Superiora Generale Suor Monique. Le religiose camerunensi sono state affiancate nell’attività da due insegnanti del luogo e dal direttivo dell’istituto e non hanno trovato difficoltà ad integrarsi, grazie alla favorevole accoglienza del paese.

    Un’iniziativa del tutto impensabile fino a pochi anni fa l’arrivo in Polesine di suore africane. Per il raggiungimento di tale obiettivo si è reso necessario il parere favorevole del Vescovo di Adria-Rovigo Lucio Soravito De Franceschi nel fare richiesta al Vescovo del Camerun di aprire per la prima volta in Europa, a Bottrighe, una casa di quella Congregazione. E’ stato così avviato l’iter per ottenere i necessari permessi dalle competenti autorità. Quindi incontri con la Fism, con la questura, i colloqui con studi legali riguardanti i contratti di lavoro e le consulenze sindacali, senza contare poi le domande di soggiorno a tempo indeterminato presso il consolato del Camerun in Italia e le domande alle ambasciate dei due Paesi attraverso la Santa Sede. Un iter complesso che ha dato i frutti sperati.

    La Congregazione delle “Figlie di Maria di Yaoundè” è un isitituto Religioso di diritto diocesano dell’Arcidiocesi di Yaoundè. E’ stata fondata da Monsignor François Xavier Vogt, un Vescovo francese dell’Alsazia, primo Vicario Apostolico di Yaoundè e membro della Congregazione dei Missionari dello Spirito Santo, che ha lavorato molto per la promozione e l’evangelizzazione dell’uomo in Africa. E’ lui che ha iniziato la formazione del Clero indigeno del Camerun. Le prime ragazze iniziarono la loro formazione religiosa a Efok nel 1927 sotto la guida delle Suore Missionarie dello Spirito Santo e pronunciarono i primi voti nel 1933. Nel mese di novembre del 1936 la Congregazione viene riconosciuta ufficialmente da Roma. Successivamente Monsignor Vogt lascia la guida della giovane Congregazione al suo Ausiliare Monsignor Renè Graffin, anche lui Missionario dello Spirito Santo. Nel 1962 la Congregazione organizza il suo primo Capitolo Generale e ottiene la piena autonomia con l’elezione della prima Superiora Generale Camerunense.

    Oggi le Suore della Congregazione sono circa 160 di diverse nazionalità e presenti in quattro Paesi (Camerun, Repubblica Centrafrica, Ciad e ora Italia), con trentaquattro comunità. Le due case di formazione ospitano una trentina di ragazze (Novizie e Postulanti). Il Carisma della Congregazione si esprime in questo modo: “Figlie di Maria! Sempre al servizio del povero e del piccolo al seguito di Cristo come Maria Sua Madre”.

    In conformità al Carisma ed alla spiritualità mariana della Congregazione, le Suore sono impegnate nell’educazione, nell’assistenza agli ammalati, nei servizi sociali, nella catechesi, nelle diverse attività nelle Parrocchie e nelle Diocesi, secondo i programmi pastorali diocesani. Come la Madonna, le Suore conducono una vita semplice e promuovono la pace e la gioia, cercando soprattutto di essere in ascolto della Parola di Dio attraverso la preghiera quotidiana e la partecipazione all’Eucarestia, per una maggiore attenzione alle persone da servire.

    Le suore giunte a Bottrighe appaiono soddisfatte della loro collocazione nel paese in riva al Po. Dopo alcuni mesi di presenza nella loro nuova casa di Bottrighe le abbiamo incontrate per tracciare un bilancio. “Siamo molto felici di essere in questa comunità – dice la superiora suor Alberatine – qui abbiamo trovato tanta gente buona e generosa ed i bambini si sono subito affiatati con noi. Ci stiamo anche abituando piano piano alle condizioni climatiche, completamente diverse da quelle africane dove siamo nate”.

    Le suore camerunensi stanno inoltre imparando molto bene la nostra lingua grazie alla generosa e gratuita disponibilità delle professoresse Sara Frigato e Maria Bizzaro, che le seguono settimanalmente con lezioni di italiano e grammatica. Le suore fanno infine parte, in qualità di coriste, del locale coro “San Francesco”, diretto dalla professoressa Carla Bizzaro, complesso polifonico che anima le principali festività nella chiesa parrocchiale di Bottrighe.

  • Itinerari del Sacro

    Itinerari del Sacro

    Il Polesine è un luogo di culto, storia, tradizioni, miti. Appare agli occhi dell’attento ricercatore come una tela di un pittore fiammingo, dove a ogni sfumatura o spicchio di luce si notano particolari che arricchiscono il quadro. Il viaggio alla scoperta della terra rodigina è stato promosso da “Itinerari del Sacro”, primo corso per volontari dei beni culturali ecclesiastici.

    Promotori dell’iniziativa, sono stati la Diocesi di Adria-Rovigo, il Centro Turistico Giovanile “Gruppo Rovigoti”, il Cedi – Turismo & Cultura di Rovigo, con il contributo della Conferenza Episcopale Italiana. Negli incontri a cadenza settimanale che hanno coinvolto diversi luoghi sacri, si sono succedute (da dicembre 2006 ad aprile 2007) lezioni teoriche e pratiche con diversi docenti, abili nell’illustrare i tesori racchiusi in luoghi legati al culto e alla fede pregni di storia. Numerose le chiese visitate con vero interesse dai 50 partecipanti; e l’entusiasmo dei corsisti e degli organizzatori è stato espresso anche durante la giornata di consegna dei diplomi.

    “L’unico modo per difendere un bene culturale è di catalogarlo – ha sottolineato durante la cerimonia di chiusura del corso Pier Luigi Bagatin, direttore della Biblioteca di Lendinara -. Attraverso questa esperienza ho piacevolmente notato la vostra attenzione e l’interesse per l’arte e la cultura”.

    “Il corso in realtà è l’inizio di un’azione più complessa – ha aggiunto il presidente regionale del Ctg Giuseppe Marangoni -. E’ la prima esperienza in Polesine e grazie agli incontri ho conosciuto molte persone con cui poter instaurare un dialogo duraturo in materia. Gli iscritti, molto più numerosi del previsto, hanno dimostrato l’esigenza di conoscere oltre agli ambienti, ciò che vi è contenuto. Le chiese sono contenitori di storia e arte, segnano il percorso di una comunità”.

    Monsignor Guido Lucchiari, consulente ecclesiastico nazionale del Ctg, ha raccontato come “l’idea del corso è nata per caso ma ha dato i suoi frutti. L’importane non è soltanto osservare opere d’arte ma divenire veri catechisti di esse, vedere non solo il tempo in sé ma ciò che lo adorna. Un proverbio americano – ha poi ricordato – consiglia che per capire da dove viene l’uomo occorre camminare con i suoi mocassini”.

    Cristiano Fenzi, del Ctg provinciale, ha rimarcato “l’importanza dell’affabilità e della capacità di dialogo per ogni fascia d’età degli interlocutori, come anche l’attività di costante approfondimento e di ricerca per affinare la capacità di accoglienza, non per avere la pretesa di diventare professionisti etichettati”.

    Infine, Monsignor Giorgio Seno, Direttore gruppo Beni Culturali della Diocesi di Adria-Rovigo ha notato come sia emersa e maturata nei corsisti una forte sensibilità verso il patrimonio studiato, premessa per un secondo corso a partire dall’autunno, in attesa dei contributi della Cei.

    Durante il corso, le visite a Lendinara (chiesa della Madonna del Pilastrello, chiesa di S.Sofia, chiesa di S.Biagio), a Trecenta (chiesa di S. Giorgio e di S.Maurelio a Sariano), Rovigo (S. Francesco, S.Bortolo, Duomo), Fratta (chiesa dei santi Pietro e Paolo e di S.Francesco), Sariano (S.Maurelio), Trecenta (S.Giorgio), hanno raccontato la propria storia, dalla voce dei relatori Raffaele Peretto, Marco Maran, Ida Fuggetta, Don Alessio Cavallarin, Mons. Giulio Bernardinello, Don Carlo Santato, Leobaldo Traniello, Sergio Garbato, Pierluigi Bagatin, Maurizio Delibori, Don Ferdinando Salvan, Don Benedetto Ghinello, con la direzione di Donatella Girotto e del tutor Nicola Gasparetto, abile relatore preciso e semplice nell’esposizione.

    Tra tutte le chiese visitate, ricca di particolare fascino si è presentata ai miei occhi quella rodigina di San Francesco, costruita alla fine del '200, ed interessante per le tracce dell'origine romanico-gotica. Venne realizzata per l'Ordine dei Frati Minori. Le si affiancò un convento, voluto per disposizione testamentaria da Obizzo II d'Este. In origine aveva una sola navata, coronata da una copertura lignea. La torre campanaria era inglobata nella struttura. Interessanti le tele di scuola ferrarese tuttora presenti, tra le quali ricordiamo la Madonna in trono tra S. Andrea e S.Pietro di Domenico Panetti, l'Apparizione dello Spirito Santo di Girolamo da Carpi, il Battesimo di Gesù del ferrarese Maestro dei Dodici Apostoli, San Francesco tra San Girolamo, San Giovanni Battista con la Madonna e il Bambino, del Bastianino. Sono presenti inoltre testimonianze di arte veneta: una Pietà intensamente drammatica dello scultore veneziano Tullio Lombardo, e un dipinto, la Madonna con Bambino e Sant’Antonio da Padova, attribuito a Giovanni Busi, detto il Cariani.

    Alcune chiese, come quella del Pilastrello, a Lendinara, nascono da episodi legati a miracoli: si narra, infatti, che nel maggio 1509 l’abitazione di Giovanni Borezzo venne distrutta da un temporale; si salvò solo una statuetta in olivo della Madonna, ritrovata intatta su una siepe. Venne elevato un pilastrello votivo per sostenere la scultura. Durante i lavori per l’edificazione della cappella la sorgente d’acqua utilizzata dai muratori per ammorbidire la calce si tinse di rosso e mostrò benefici terapeutici. Così, la fonte fu incanalata e il luogo, protetto da tettoia, venne denominato ‘Bagno della Madonna’. Le proprietà miracolose dell’acqua crebbero la popolarità e la località divenne meta per malati ed infermi in cerca di guarigione.

    Altri luoghi sacri, invece, propongono misteri ancora da svelare. Come quello degli affreschi ritrovati, per caso, nella chiesetta di Sariano. La chiesa di S. Maurelio fu ricostruita nel Cinquecento e all’interno nasconde un prezioso segreto: una cappella affrescata interessata a restauro. La Soprintendenza ai beni artistici si è impegnata, comunicandolo alla Curia, di recuperare gli affreschi lavoro iniziato già qualche anno fa e interrotto per mancanza di fondi. L’intervento, previsto per il 2007- 2009, dovrebbe finalmente approfondire gli studi per scoprire a quale famiglia di artisti di fine Trecento è da attribuire il colorato lavoro che affiora dal muro della piccola cappella adiacente l’altare maggiore.

  • Premio Rhodigium

    Premio Rhodigium

    Nella suggestiva cornice della Romanina, oasi di accoglienza tra le più suggestive del Polesine, si è svolta giovedì 15 marzo la serata conclusiva dell’edizione 2007 del “Premio Rhodigium” dedicato ad un personaggio veneto di rilevante levatura ed impegno a favore alla terra polesana. E quest’anno il premio, che ha visto insignito dell’importante riconoscimento il prof. Luigi Costato, si è sdoppiato con l’istituzione anche di una sezione giovani e l’attribuzione del premio a Marika Zanforlin, pattinatrice polesana campionessa del mondo che, con le sue vittorie, ha offerto una positiva immagine del Polesine ben oltre i confini nazionali.

    Una serata magica quella che ha avuto come teatro la Romanina, il restaurato edificio rurale che sorge nella vasta campagna di San Cassiano nel comune di Crespino, una struttura già da alcuni anni nota e frequentata da importanti personaggi del mondo dell’arte, della cultura e dell’imprenditoria, attorno alla quale si stanno ultimando i lavori per dar vita ad un accogliente villaggio di sosta, in grado di valorizzare turisticamente la zona compresa tra il Po ed il Canalbianco.

    Un’accoglienza veneziana, sorprendente quanto inattesa, ideata da Giancarlo Checchinato promotore di molte delle iniziative alla Romanina, tra cui lo stesso “Premio Rhodigium” messo a punto quattro anni fa con lo scrittore Gian Antonio Cibotto, che ne aveva concepito il progetto. Gli ospiti della serata, al loro arrivo, sono stati accolti dallo squillo di trombe suonate da figuranti in costumi d’epoca. All’interno dame della Serenissima con parure del settecento e gondolieri, nel contempo musici e cantanti, hanno allietato l’incontro sviluppatosi durante una cena di gala all’insegna della migliore tradizione culinaria polesana.

    Momento di grande impatto quello della consegna del premio, consistente in una scultura in metallo dell’artista Simon Benetton di Treviso. Il sindaco di Rovigo Fausto Merchiori e il presidente della B.C.C. Padana Orientale San Marco, Ramis Tenan (quest’ultimo presidente anche della giuria) hanno rivolto parole di vivo apprezzamento per l’insignito il prof. Luigi Costato, docente universitario, imprenditore stimato nell’ambito dell’industria molitoria, studioso ed autore di vari saggi, promotore del C.U.R., nonché presidente dell’Accademia dei Concordi, la storica istituzione culturale rodigina che con la sua gestione ha imboccato la via delle grandi esposizioni d’arte a Palazzo Roverella, dove è attualmente attiva l’apprezzatissima quanto frequentata rassegna retrospettiva dedicata al pittore Mario Cavaglieri.

    E, come detto, quest’anno il premio si è sdoppiato, con la decisione da parte della giuria di istituire il “Premio Speciale Giovani” di cui è stata insignita la giovane Marika Zanforlin, campionessa del mondo di pattinaggio artistico, che ha dato lustro al Polesine in virtù dei suoi prestigiosi risultati sportivi. E i commensali hanno potuto apprezzare lo stile impeccabile della pattinatrice, grazie alla proiezione di un breve filmato relativo ad una esibizione della giovane campionessa.

    Serata importante dunque, in cui tutto il Polesine si è idealmente stretto attorno a due personaggi simbolo della nuova strada imboccata da una terra dalle antiche tradizioni, uscita finalmente da un lungo quanto penalizzante “cono d’ombra”. Un’iniziativa – sostenuta dalla Provincia, dal Comune di Rovigo e di Crespino, nonché dalla sponsorizzazione della B.C.C. Padana Orientale S. Marco e dal Centro Commerciale La Fattoria – che si connette con altre importanti manifestazioni polesane nell’ottica di individuare interessanti prospettive di crescita per la terra tra l’Adige ed il Po.

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