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Archivi: Articoli d’archivio

  • “Indrìo in tel tempo”

    “Indrìo in tel tempo”

    Mario Naia, raffinato cultore delle memorie del suo paese natale, Donada, nasce nel 1928, proprio l’anno in cui (con Regio Decreto del 20 Dicembre 1928), il Comune della sua Donada viene riunito con quello di Contarina e con parte dei Comuni di Loreo (la frazione Fornaci, che non tornerà più a quell’Ente locale) e di Porto Tolle (isola di Cà Venier), a formare il Comune di Taglio di Porto Viro, che nel 1932 muta la sua denominazione in Porto Viro. Quindi l’infanzia, fino a circa 9 anni, Naia la vive sotto l’egida di questa unificazione che successivamente, con le vicende che seguirono alla fine della seconda guerra mondiale, fu abolita. Ed in tempi molto più recenti Mario Naia è stato uno dei fautori del nuovo processo di unificazione fra Donada e Contarina, questa volta sancita da referendum popolare, che ha porto alla nascita, dal 1° gennaio 1995, del Comune di Porto Viro, assurto poi al rango di città.

    Mario possiede un’innata predisposizione per tutte le manifestazione del folklore, o meglio delle Tradizioni Popolari, come diceva il grande folclorista italiano Paolo Toschi, (illustre contemporaneo romagnolo, nato a Lugo e morto a Roma nel 1974). Egli sa osservare, indagare e comprendere i fatti storici, le usanze, i pregi ed anche i difetti della sua comunità. Per lungo tempo ha immagazzinato tutto ciò nella sua mente, poi ad un certo punto della sua vita (è avvenuto intorno agli anni 80), ha sentito l’esigenza di fermare i suoi ricordi in pagine e pagine di annotazioni, redatte con una grafia piacevolissima, a buon diritto meritevole del nome di calligrafia.

    Chi scrive ha avuto la fortuna di veder nascere le sue storie; e per numerose di esse ha anche potuto collaborare a dar loro la prima veste letteraria, curandone l’uscita in alcune pagine speciali de “Il Gazzettino”, attese con curiosa impazienza da molti lettori.

    Mario è anche uno storico, ma la sua è una storia umile, in cui racconta fatti spesso conditi con sagacia tanto da farli sembrare aneddoti, cosicché paiono essere il parto di una mente creativa, mentre in realtà poggiano su solide basi oggettivamente riscontrabili. Ci troviamo dunque di fronte ad un personaggio dall’intelligenza vivissima, che nella vita ha avuto anche altri interessi, dedicandosi ad altre attività importanti.

    L’attività presso il Mercato Ittico

    La vita di Mario Naia è stata a lungo legata al mondo della pesca ed in particolare alla vita del Mercato Ittico di Donada.

    Nella sua giovinezza è stato uno dei pochi donadesi a conseguire un grado di istruzione che per quei tempi si può definire elevato: frequenta infatti in quel di Adria la Scuola di Avviamento Professionale “V. Turri” (poi confluita nella Media Unificata), negli anni bellici che vanno dal 1932 al 1942. Sa leggere speditamente e far di conto con grande abilità, cosa che lo fa apprezzare socialmente e pertanto non ha difficoltà ad entrare, in qualità di impiegato contabile, nel Mercato Ittico di via Mantovana, poi via Torino (che ora, dopo il trasferimento nella nuova sede di via Murazze, ha ceduto il posto ad una moderna stazione di carburanti), da sempre gestito dalla storica Cooperativa Pescatori “Eridania”, di cui passano i presidenti, ma Mario resta, accanto ad Ermes, figura di antico astatore.

    Sono gli anni in cui l’offerta delle partite di pescato non si faceva elettronicamente, ma la si affidava ad una persona, particolarmente sveglia e dotata. Al Mercato Ittico, Mario rimane per 40 lunghi anni, fino al pensionamento, avvenuto nel 1986.

    L’interesse per politica e il volontariato

    Nella sua vita, però, c’è posto anche per un’altra grande passione, quella per la politica; è socialista “saragattiano” di fede, tanto è vero che per il Psdi è anche candidato al Senato (conserva ancora, tra le sue carte, un manifesto elettorale che ricorda l’evento), e da “figlio del popolo”, la sua campagna elettorale la fa a bordo di un motorino perchè, stranamente, quest’uomo dall’ingegno così pronto, non ha mai voluto conseguire la patente di guida.

    In consiglio comunale a Donada, rimane per ben 5 lustri, quando decide di ritirasi. In sala consiliare ha avuto l’“onore delle armi” da tutti (maggioranza ed opposizione), che manifestarono la loro autentica tristezza per questo fatto, tanto che il genero, Nicola Marinelli, volle scherzosamente risollevare l’umore generale, con la battuta che ben ricordo: “Coraggio, non è mica morto!”.

    Anche dopo il pensionamento, Naia non ha cessato di essere attivo, e si è dedicato al volontariato sociale nell’Associazione locale “Camminare insieme”, fondata dal dottor Giuseppe Cattozzo (un medico con la vocazione per il sociale). Attualmente Mario Naia è vicepresidente dell’associazione, interessandosi pure di volontariato nella Croce Rossa Italiana. L’attività di “Camminare Insieme”, che impegna tutti i volontari, compreso il presidente, Giorgio Ferro, si esplica su due versanti: nel servizio di accompagnamento sugli scuolabus dei bambini delle Scuole dell’Infanzia, e nel servizio presso la Biblioteca per ragazzi e la Ludoteca di via Piave, sempre in Donada.

    L’impegno letterario

    “Indrìo in tel tempo”, cioè a ritroso nel buon tempo antico, costituisce l’opera letteraria di Mario Naia, a suo tempo presentata dal sindaco attuale di Porto Viro, Doriano Mancin, con l’Assessore alla Cultura, Maura Veronese, e dal prof. Maurizio Cavallari, ex sindaco di Donada e suo “figlioccio”. E’ un libro di memorie di ben 208 pagine, contraddistinto da una freschezza espressiva che rivela un narratore d’istinto ed il ricavato delle vendite è stato destinato da Mario Naia (con uno degli slanci che da sempre lo hanno contraddistinto), ad opere di beneficenza.

    L’autore ha suddiviso l’opera in due grossi filoni: I “Racconti di stagione” da un lato, che iniziano con il brano “Il ritorno dell’Aprile”, cioè della vita che si risveglia a primavera, e procede fino ai “Giorni della merla e segni sul lunario”, che coincidono con il periodo più freddo dell’anno di fine gennaio, quando anche la natura sembra addormentarsi e ripiegarsi su se stessa. A conclusione della prima parte, il racconto “Il buon tempo antico ovvero la giovinezza diventata anziana”, che si sublima in un abbandono alla fede; aspetto questo che, al di là della retorica, ha sempre sostenuto Mario Naia in tutte le avversità che la vita costantemente ci presenta.

    Il secondo filone, invece, Mario lo ha titolato “Divagazioni…”, e si tratta di una vera e propria miniera di notizie storiche, di fatti e curiosità che (caratterizzate dal solito linguaggio, fresco e di facile lettura), ci aiutano a conoscere dell’attuale ex Comune di Donada, ora componente di Porto Viro, gli aspetti salienti sotto il profilo storico: vestigia di cui purtroppo si sta perdendo la memoria. Ed ecco la storia del Palazzo Negrelli-Perazzolo in località Cao di Marina, antica corte rurale, di cui stanno scomparendo anche le ultime tracce; il palazzo Ferro “Santanante” – Marsura-Passarella, sull’antico maestoso cordone dunoso (ridotto a pochi smozzicati frammenti), che costeggia ad ovest via IV Novembre. Ed ancora la vecchia fornace “Negrelli” in zona golenale a Taglio di Donada, quest’ultima con un destino più felice, perchè l’edificio, recuperato architettonicamente, è divenuto il Centro Turistico Nautico “Po di Venezia”.

    E non mancano i personaggi ormai entrati nella storia, anche se recente, quali monsignor Sante Tiozzo detto Bon, il pastore d’anime di Sottomarina di Chioggia, che per quartant’anni fu amato parroco di Donada, ed eccezionalmente vicario foraneo “ad personam” della Vicaria di Loreo. Personaggi che finiscono con uno ancora in attività, Berto Turolla detto Mosè Carda, che ancor oggi, nonostante gli anni siano trascorsi anche per lui, si può ancora vedere a cassetta, come è accaduto al sottoscritto di recente, magari per aiutare la Cooperativa Sociale “Don Sandro Dordi” nel trasportare, in brevi gite nel territorio, i bambini delle Scuole Elementari.

    Mario Naia, attuale “giovanotto” di 78 anni, memoria storica di un mondo che si identifica con la civiltà contadina, oggigiorno rappresenta dunque a Porto Viro il geloso custode ma anche ultimo bastione di un mondo la cui memoria va preservata e tramandata ai posteri.

  • Da Rovigo a Viernheim

    Da Rovigo a Viernheim

    Volare con un aereo ultraleggero è un’esperienza molto bella e sorvolare Rovigo, il Polesine, la propria terra è sicuramente entusiasmante. Ma per i soci dell’aviosuperficie “Luciano Baldi” di Sant’Apollinare, sempre curiosi ed desiderosi di fare nuove esperienze e di allargare il proprio raggio d’azione, ovviamente questo non può bastare. Finora le mete, vicine o lontane, sono state scelte sempre nel territorio nazionale, compresi lunghi passaggi attraverso gli Appennini, ma questa volta si voleva fare di più: arrivare in territorio germanico. E così giovedì 31 agosto scorso Gilberto Franzoso, scatenato volatore, ha annunciato alla moglie (chi scrive questo resoconto per il Ventaglio): “Sabato vado in Germania con l’areoplanino”. Sì “areoplanino” perché di ciò si tratta: velivolo biposto che, per pesi e dimensioni, non rientra nella categoria dell’aviazione generale, ultraleggero per l’appunto.

    Ma incominciamo dal principio, con un flash-back che ci riporta all’autunno del 2005, quando al “Baldi” si incominciava già a raccogliere idee per preparare la festa dell’aria dell’anno dopo (l’attuale 2006 che volge al termine) con l’obiettivo di festeggiare opportunamente il ventennale del sodalizio. C’è la consapevolezza che di manifestazioni aeree più o meno importanti ne vengono organizzate quasi una all’anno. Per coronare l’evento del ventennale occorre però pensare a qualcosa di diverso, di speciale. Ecco allora che i piloti Fiorenzo Casarotto e Alessandro Bragion, quasi all’unisono, esprimono l’intenzione di raggiungere la città tedesca gemellata con Rovigo e quindi di arrivare a Viernheim.

    L’idea viene accolta con entusiasmo all’aeroclub, ma ci si rende ben presto conto che non si tratta di un’impresa facile. Ci sono le Alpi di mezzo e per un ultraleggero è un’impresa assai delicata, visto che fatica a volare oltre i 3000 – 3500 m. di quota. Nessuno però si scoraggia e così iniziano i preparativi.

    Bisognava innanzitutto tracciare la rotta ed individuare la via più semplice da seguire. All’inizio i piloti ipotizzano il sorvolo dell’Austria, ma questa ipotesi viene ben presto accantonata per le condizioni burocratiche poste da questo stato, che si profilano impossibili da soddisfare. Si passa allora a considerare la Svizzera.

    Per la verità le prime informazioni, anche riguardo a questo paese, non sono incoraggianti, ma poi, fortunatamente, ecco che una legge approvata proprio il 1° aprile 2006 dà libero transito agli ultraleggeri. Pertanto lo stato elvetico, nonostante sia nota la scarsa simpatia per questi mezzi dell’ “aviazione minore”, in virtù della nuova disposizione legislativa, non pone condizioni.

    La Svizzera si presenta dunque come una via di transito quanto mai opportuna, anche in relazione alla necessità di programmare uno scalo, sia per il rifornimento sia per un po’ di riposo; perciò viene scelto l’aeroporto più alto d’Europa: Samedan a m. 1700. A questo punto si rende necessario informare gli enti stranieri di controllo al volo con i quali il comandante Bragion avrebbe mantenuto il contatto via radio durante tutto il tragitto.

    Si giunge così al maggio 2006. Per la terza settimana di maggio tutti i permessi risultano accordati ed il piano di volo definito. Scrupolosamente studiato il tragitto, stabilita la data di partenza e formati gli equipaggi: Alessandro Bragion e Gilberto Franzoso su un P92 dell’aeroclub, Fiorenzo Casarotto e Gigi Visentin sull’altro P92 della scuola, Roberto Ragazzoni e Elia Scapin con un P92 di proprietà e Enrico Artioli e Giovanni Drago con uno Storch privato.

    Purtroppo da quel momento le condizioni meteo incominciano a fare i dispetti e, a parte un viaggio lampo a Samedan, compiuto dai temerari Casarotto e Bragion per assaggiare la rotta, non è possibile fare altro. Arriva anche l’estate e l’azione sembra sfumare. Ma l’ultimo giorno di agosto, quando parevano accantonate tutte le speranze, si decide in pochi minuti che è giunto il momento giusto, dato che le condizioni meteo si profilano ideali. E così sabato 2 settembre 2006 incomincia l’avventura.

    L’appuntamento è per le ore 6,30 e i piloti, ancora un po’ assonnati e sicuramente tanto emozionati, iniziano la giornata con i controlli di routine e concordano la posizione da tenere. Bragion è designato all’unanimità leader del gruppo.

    Alle 7,45 decollo in formazione, che bisogna mantenere il più possibile, visto che si vola a vista, con il solo ausilio della carte aeronautiche e di un GPS. Si punta in direzione del Lago di Garda e, attraversata parte della Lombardia, i quattro aerei fanno rotta verso nord, sorvolando la Val Camonica per valicare il Bernina, raggiungendo quota oltre 3000 metri. Questo è il passaggio più critico e le espressioni tese nei volti dei piloti, immortalate da parecchie foto, ne testimoniano la difficoltà.

    Superato il baluardo dello spartiacque alpino, ecco la verdeggiante Svizzera e la soddisfazione di atterrare a Samedan. Rinfrancati dalla pausa tecnica, gli equipaggi rodigini sono pronti a riprendere il volo verso la pianura Germanica che si apre ai loro occhi tra laghi, foreste e prati, mentre il volo prosegue tranquillo fino a Viernheim, che viene raggiunta dopo 4 ore e trenta effettive di volo e 640 km percorsi.

    Nella città tedesca c’è già il clima della festa, sia di terra che di aria. Quest’ultima, oltre all’atteso atterraggio degli ultraleggeri polesani, per una manifestazione di pattuglie acrobatiche. La prima per l’arrivo di una delegazione rodigina guidata dall’assessore Francesco Ennio e dall’ex sindaco Paolo Avezzù.

    Naturalmente spetta al primo cittadino di Viernheim fare gli onori di casa condividendo con gli ospiti tutti i festeggiamenti. La gioia, l’entusiasmo e la soddisfazione riempiono gli animi degli otto piloti da poco atterrati; il volo è stato perfetto e ora possono tranquillamente godersi la festa a base di “rumpsteak” e di boccali di birra.

    Le ore proseguono liete, ma in serata si incomincia a scrutare con qualche preoccupazione il cielo che a poco a poco si va coprendo di nubi. La mattina dopo bisogna rientrare in Italia.

    E l’indomani, nonostante i nuvoloni, si parte. Durante il viaggio si scrutano con preoccupazione le nubi, che si fanno sempre più compatte. Ormai le Alpi sono vicine, quando sembra non ci sia possibilità di passaggio e si profila la necessità di far rotta verso qualche aeroporto nelle vicinanze, in attesa di un miglioramento meteorologico. Ma ecco che, all’improvviso, si apre un piccolo squarcio nel cielo. La decisione è immediata: il primo aereo si lancia verso il passaggio, gli altri lo seguono. E’ fatta; i volti si rilassano e scoppiano le prime risate mentre i veivoli solcano sicuri il cielo italiano.

    Questa volta lo scalo è a Sondrio, ma ormai è come essere a casa. Le condizioni della giornata sono ottime, ci si può concedere una pausa piacevole per gustare in santa pace la cucina locale prima del rientro a Rovigo.

    Aviosuperficie “Baldi”.

    3 Settembre. Ore 17,00.

    Parenti e gli amici, in attesa, scrutano il cielo, quando, con un tuffo al cuore, ecco individuati i quattro mezzi mentre, uno dopo l’altro, si profilano all’orizzonte.

    Atterraggio perfetto e, per tutti i presenti, la felicità di unirsi agli otto uomini orgogliosi per aver compiuto un’impresa non facile, coronata dall’ottima riuscita. Un volo memorabile, un tragitto mai prima esplorato e la consapevolezza, per gli otto della trasvolata, di essere per il momento gli unici ad aver individuato una inedita via d’aria per alimentare lo storico gemellaggio tra Rovigo e Viernheim.

  • Ape azzurra

    Ape azzurra

    ALLE FOCI DEL PO

    Che pace c’è intorno… La senti? C’è solo la voce del vento tra magiche canne d’argento, c’è solo il frusciare tranquillo del mare che qui si confonde con le onde del fiume.

    Si ode uno sbattere d’ali, un frullo di piume, e poi, sopra mille riflessi e guizzi e colori, si leva nel cielo un gran sole che sgocciola oro…

    Nel lieve tremore del tempo rintocca nel chiaro mattino il lento pulsare d’un cuore che batte vicino. E’ solo un battello, il primo che torna dal mare ma pare, con l’ampia sua rete, tirare, su in secca, la sete del giorno che nasce, perché, mentre passa, trascina una scia luminosa di rosso, di verde, di rosa.

    APE AZZURRA

    Fra il cielo e la terra, in bilico, ecco vorrei volare ape azzurra nel mare dei ricordi, acrobata sul filo dei pensieri… Libera come un falco, senza spegnere le luci ma specchiando nel riflesso di un sogno il mio volo danzante sull’incompiuto senso della vita

    DELFINA

    Ai piedi dell’aspra collina di rossi coralli, giocava Delfina sull’onda che lieve cullava tra valli d’argento la sponda fiorita di vita.

    Felice e lucente cantava nell’acqua la vecchia canzone del mare…. Poi ecco avanzare la bocca, la chiostra dentata corrotta dal gelo mortale. Piangevano lacrime e sale gli anemoni blu. E intanto, Delfina, sospinta da un tenue fulgore, saliva lassù, tra nuvole bianche, arcate forgiate nell’oro, tra un coro raggiante di suoni d’ali spiegate.

    Poi, tutto fu nero, nel cosmo, fatate visioni di mondi, di luci e di stelle vibrarono attorno a Delfina:

    anelli di ghiaccio, colori, profumi e sapori, pianeti e comete, uscivan nel loro contorno di morbide sete, di fulgidi anelli, di spruzzi di fuoco, dal buio profondo.

    Delfina fu attratta in un mare di stelle e di musica arcana, finché non udì quella voce, insieme alla luce più strana, unirsi alla foce di un fiume turchino… sul tetto del mondo, sull’arcobaleno divino che unisce in un’unica sorte la vita alla morte.

    “Delfina! La vita ti viene ridata! Non più come quella di un pesce… Sarai un’umana creatura!”

    Infatti, era al mondo… Era nata: una bella bambina, di nome Delfina!

    LA PIOGGIA

    Scende la pioggia cantando sui pallidi tetti d’argento

    rubando le note più belle al soffio del vento,

    brillando sugli alberi e i fili sottili dell’erba, sul lucido asfalto sul vivido smalto dei fiori appena socchiusi ricolmi di mille colori.

    Sì, scende frusciando la pioggia e il canto dei timidi uccelli si stempera lieve nel giorno che muore nel tenue languore d’un raggio di sole soltanto.

    Che odore la terra, che incanto! La menta e l’alloro, il pino, il ginepro, sprigionano effluvi di resine chiare, pulite… di vetro.

    Ed ora le vene turchine già aprono in cielo le porte divine così che la sera, nel suo luccicare, alfine si possa affacciare per coglier dai prati diademi di stelle e serti rosati.

    LA TELA DEL RAGNO

    Nel roseo chiarore del cielo tremante di lucido stagno, scintilla uno straccio di velo… una tela di ragno.

    VORREI

    Vorrei comodi calzari di agave per camminare sola sotto le pallide stelle del cielo tra i ripidi sentieri dei boschi che la luna bagna di liquido argento.

    Camminare nella notte tranquilla accompagnata dallo scrosciare solitario di un torrente, dal profumo dei pini, dal frinire dei grilli tra l’erba fino ad arrivare laggiù dove finisce il mondo e contemplare, nel baratro dell’universo, rovesci di stelle tra la vita e la morte

  • Spillo

    Spillo

    udito) sfrecciano lungo le scale che dividono i tre piani dell’abitazione: garage-taverna, cucina-salotto e reparto notte.

    Mi armo di furbizia e penso: se fossi un gatto, dove mi nasconderei? Mi rendo subito conto che è meglio, però, seguire semplicemente “gli indizi”, partendo proprio da qui, da questo gomitolo di lana sfatta che, sfiorato delicatamente dalle mie dita, torna comodo a sonnecchiare con i suoi fratelli di altri colori, nel cestino da lavoro, accanto alla Tv.

    I miei occhi attenti non demordono, e poco più in là raccolgono un’immagine nitida: il terriccio, nel vaso del ficus, non è più piatto ma bucherellato, come se fosse stato reimpastato dalle mani di un fornaio, rimasto per mancanza di ingredienti (in questo caso, di tempo), a metà dell’opera. Spillo ha giocato anche qui. Toccata e fuga. Quel tanto che basta per far penzolare la foglia più vecchia dal fusto dalla pianta, ormai irreparabilmente spezzata. “Gattaccio dispettoso!” penso, ma subito la mente corre all’immagine gioiosa di quando io e Spillo ancora non ci conoscevamo, al nostro primo incontro in quell’orto verdeggiante dove la sua voglia di vivere era un tutt’uno con la natura fresca e rigogliosa nel cuore dell’estate. Era talmente piccolo da stare comodamente seduto nel palmo della mia mano. La grigia rabbia sfuma in un lampo, addolcita dalle tinte semitrasparenti dell’affetto che sgorga come acqua fresca e dissetante nell’arida vita di quotidiane, dure razionalità.

    Dove può essersi nascosto Spillo? Esco dal salotto. Getto un fugace sguardo in cucina ma non scorgo nessuno. Decido di salire al piano di sopra. La porta della camera da letto non è ermeticamente chiusa. Entro come un bimbo talmente coinvolto nel nuovo gioco da dimenticare tutto il resto: i lavori di casa, la biancheria da stirare, la lavatrice da riempire. I miei anfibi, ai piedi del letto, dimostrano chiari segni di ‘cedimento’. Non più parallelamente riuniti, compensano la loro diversità vicendevolmente: il destro è perfetto, ancora intatto, sull’attenti, seriosamente pronto per essere indossato; il sinistro, invece, dall’espressione alquanto trasognata e divertita, sembra subire ancora gli effetti postumi di una imprevista solleticata. I lacci sono stati masticati, leccati, la punta della calzatura è graffiata e bucherellata come una minigroviera, così come la suola. Altro indizio, ma Spillo non c’è.

    La biglia rossa è scomparsa. Fino a qualche minuto fa, ne sono sicura, era nel cesto portatutto appoggiato sul tappeto della mia stanza da letto. Ecco il motivo dello strano tintinnio avvertito in una manciata di istanti: il micio ha preso la pallina, con le zampette l’ha fatta uscire dal contenitore, alto pochi centimetri, per poi costringerla a una caduta rovinosa per le scale, giù… giù….. fino… a dove?

    Ridiscendo al primo piano, poi al piano terra. Riecco la biglia, giunta al capolinea della corsa, sul tappetino del pianerottolo, attorniato da tre porte chiuse: garage, taverna, vano attrezzi. “Spillo, dove sei?” Ultima chance, a questo punto, la cucina, appena controllata, fugacemente ma efficacemente…riprovo comunque. Risalgo una ventina di scalini che mi separano dalla ‘zona cottura’, riflettendo tra me e me sul valore delle cose, su come probabilmente qualcuno mi giudicherebbe infantile e poco costruttiva nel perdere tempo giocando, a ‘caccia’ di un ‘insignificante felino’.

    Lo direbbe la mia vicina che lo odia a morte e lo saluta quotidianamente con il lancio della scopa; lo ripeterebbe un mio collega di lavoro: dice che i gatti sono creature infernali e, quando tocchiamo l’argomento, inizia a citarmi luoghi comuni su come, in passato, i gatti venissero considerati le sembianze in cui si trasformavano le streghe, quindi portatori di sfortuna, da bruciare al rogo, come nel Medioevo.

    Ma poco m’importa. L’affetto del mio ‘pelosino’ non ha prezzo ed è ben più forte di assurde superstizioni. “Spillo….sei qui?” varco la porta della cucina…silenzio…impossibile non trovarlo, l’ho cercato dappertutto senza esito. Il divanetto è intatto: nemmeno un nuovo graffio sulla struttura di vimini intrecciata. Ma noto strane impronte…sul pavimento….il micio ha rovesciato la ciotola dell’acqua, si è diretto…sulla sedia, poi sul tavolo, poi…..i fornelli!. Ho come uno strano presentimento. Esco solo per un istante, poi rientro lentamente nella stanza, introducendo soltanto il capo. Silenziosamente alzo lo sguardo, puntando gli occhi sopra la mia testa, a destra… e appare il musetto bianconero sporgere con l’aria furba dall’alto del mobile cucina, a oltre due metri dal pavimento, ormai palcoscenico di indizi dove si susseguono decine di zampette stampate sulle piastrelle bagnate.

    Incredula ma felice, scoppio a ridere. “Come hai fatto ad arrampicarti fin lassù, micio?” chiedo divertita. Spillo emette un miagolio entusiasta, si concede l’ultima corsa zigzagado tra le bottiglie ornamentali e le lattine vuote, senza farne cadere nemmeno una, nonostante la velocità. Poi, esibisce un salto olimpionico da togliere il fiato… finalmente è a terra.

    Mi guarda, dal basso ora, con piccoli occhi gialli, in attesa di una carezza. “Hai vinto tu, sei il più bravo a nascondino” gli sussurro all’orecchio, mentre lo accolgo in un abbraccio infinito. Insieme raggiungiamo il divano. Iniziano le fusa e quel suo strano modo di dimostrare affetto, appallottolandosi nello spazio tra le mie braccia e le ginocchia non prima di aver portato a termine uno strano rituale, una specie di marcia a tempo, con le zampette anteriori, come se impastasse qualcosa, come se ritmicamente dimostrasse la voglia di appartenere a qualcuno.

    Ora entrambi seduti, esausti dopo un’ora di giochi, sono gli sguardi reciproci a parlare. In un linguaggio che non ha bisogno di traduzioni, ma che è universale, comprensibile a ogni essere vivente. Spillo è felice; ho riempito di cibo la sua ciotola, ma lui ha preferito le mie ginocchia dove riposare le stanche membra. A volte la vita è un gioco autentico, in cui riscoprire, confuso fra troppi segnali devianti e inutili, il vero valore dei sentimenti, dell’esistenza.

  • La voce del silenzio

    La voce del silenzio

    Il foglio del mese di giugno si è da poco capovolto e: dispensa, palestra, flessioni e simulazioni spesso più robuste di ogni realtà, si notano solo nei nostri atteggiamenti, consoni alla prova. (Cristian permettendo…).

    E stamattina c’è l’attagliamento, termine militare per intendere “indossare adattandosi” “un paracadute. Questa operazione, coadiuvata dall’impegno di chi ci serve, spande un brivido che parte sì dalla schiena, ma si irradia in tutti i pensieri, passando per il respiro che autonomamente principia ad ansimare. (Soltanto Denis sorride ancora…).

    “Il pacco “ che pian piano si adatta, riporta sicurezza, “i cosciali” garantiscono presa sicura allo ‘shock di apertura’, mentre “i dorsali ed il pettorale” mettono la più opportuna cornice al “Pronti per il controllo” e all’ultimo Briefing.

    Oltre la rete, gli astanti impazienti tutti ci invidiano, qualcuno perfino si commuove, un altro ci compatisce…ma a due passi il CESSNA-206 è già pronto e sventola una piccola elica dal grande rumore. Insensibile, mal rasato e indifferente è il pilota.

    Composti, tute attillate, caschi bianchi o rossi, in ordinata fila indiana, mano destra sul MIRPS, fune gialla di vincolo ben agganciata, veniamo stivati e l’avio-mezzo si muove e presto, forse, volerà. Aumenta il fetore asfissiante dell’avio bruciata e assordante si fa il tutto: vibra ogni cosa, le ali, il timone di coda, i caschi. Nell’accelerazione rimbombante, il nastro della pista scorre al di sotto ed è lo stacco: il decollo. Il Campo si allontana piccolo tra ordinati filari di viti e frutteti assolati e assetati… la vita periferica è incurante e avvezza ai ‘temerari perditempo’.

    Grande virata, gesti secchi e concitati del D. di L.(Com.te Consoli, BO) “Gambe e piedi uniti, OK!”, piccole manovre, ancora un poco più su, ampio panorama a sud della città, il verde Po distante… quando improvviso il grido: “MOTORE!” e non c’è tempo neanche per un brivido, se a qualcuno di noi ne fosse rimasto uno.

    Strisciata supina e gambe fuori che il vento si porta. Pacca sulla spalla. Davanti il Vuoto. Fragore, frastuono, sconquasso…

    Ti offri ad una voragine spalancata che ti inghiotte di colpo.

    “Milleuno – Milledue…” a turno ognuno grida più forte del turbine anche parte di questi numeri misteriosi. “Madonna, che casino!”. Ma precisa, al “Millequattro” la forza sovrumana del ‘tondo’ (T IO C U.S. AIR FORCE 1973!!!) ti abbranca, ti acchiappa (direbbe Claudio), ti regge. E’ lo “shock di apertura”; non c’è fiamma, né pera, né reggiseno, mezzo avvitamento forse… è il ritorno alla pace.

    Ti ricordi finalmente di respirare; vedi dove sei, sai ciò che devi fare perché sei proprio lì… Sei “in cielo”, nella quiete, tra un lievissimo profumo di campagna, dove solo si sente la voce del Silenzio. L’Immenso.

    Tiri timidamente il comando di dx, poi quello di sx, agiti le gambe, che scopri esserti ancora attaccate… (come bimbo nel girello). Giù la ‘manica’ non si fa vedere, il sole sì; e là devi portare la fronte, mentre in un batter di ciglia rivivi il meglio del passato e rivedi perfino il volto delle persone che ti hanno aiutato a vivere… Ma stai scendendo alla velocità della luce! (5mt/sec)! “Signore, aiutami!”. Credi di scegliere, ma sei scelto da un francobollo di Campo sul quale ingaggiare la ‘capovolta’; lasci i pensieri a metà, stringi sicuro le bretelle mentre gli occhi ‘zumano’ le cose che inesorabili si avvicinano e ti aspettano, spiovente!

    Patapum! “In terra” (Solo gli invidiosi lo chiamano ‘tonfo’). E l’idillio è finito, interrotto bruscamente nel cigolìo di ogni pur piccola parte del corpo. Esposizione, capovolta perfetta, piedi e ginocchia incollati, quasi rotolando per gioco sulla parte ben ‘nutrita’ (che faceva sorridere Lucio) e poi su di scatto perché chi ti segue da lontano ti veda ‘intatto’ (alle ammaccature peraltro quasi insignificanti ci penseremo domani… “ora che siamo proprio certi che ci sarà un domani” pensa sicuro Giancarlo), mentre il paracadute vuole ancora strisciare…

    Lo tiri dolcemente a te, commosso. Uno-Due, ‘Dressage’ si ricompone ad otto un ordinato fagotto di tessuto leggero che si avvolge perfino sul volto sudato, aspettandosi un bacio riconoscente proprio sulla cucitura… “Ecco, pensi, è fatta!” Anche volare è vivere! La bianca Volvo temprata del solerte Presidente sig.Grazzi si avvicina per recuperarci. Ci si sta distesi, ma sicuri, spossati, felici.

    Ci siamo lasciati e lanciati solo da pochi minuti e ci riincontriamo con una voglia di sorriderci mai provata prima e con una esperienza nuova da raccontare per tutta la vita, sempre rinnovata da particolari, da sottolineature, da emozioni.

    Credo che ognuno di noi, da adesso in avanti, se guarderà attentamente, su ogni aquila di latta ben appuntata sul petto, tasca dx delle divise militari, troverà scritto questo, che non è solo una pagina, ma è forse un intero capitolo della Vita di chi ha il privilegio di portarla… come noi! Grazie, Amici!

    FERRARA, Aeroporto “Italo Balbo”, 15 luglio 2006

    “FOLGORE!”

    Spillo

    Un gomitolo morbido e arruffato è posato, scomposto e silenzioso, sul pavimento del salotto. La stanza è immobile, ma la fessura, che divide la porta semiaperta dalla parete, fa capire che qualcuno è appena stato qui. Getto lo sguardo oltre la pallina colorata di fili indistricabilmente annodati: il divano liscio, il tavolino lucido, l’ordinata libreria, lo stereo con il led lampeggiante, pronto per essere acceso, la tenda rossa di organza, la lampada assopita, i quadri sorridenti.

    Conosco i segni di una visita a sorpresa, tanto più piacevole per “l’intruso” quanto più attesa, cercata, voluta e messa in pratica proprio mentre il proprietario dell’immobile (in questo caso chi scrive) non se l’aspetta. Questa volta non si tratta di ladri professionisti, di quelli che, nascosti dal velo cupo del cielo notturno, scassinano le serrature, rompono vetri, distruggono oggetti, rovistano ovunque, lasciano aperti i cassetti e gli armadi della memoria, arrecando un indelebile ricordo di smarrimento, rabbia e paura. Il visitatore di turno è molto più discreto, piccolo, giocherellone, affettuoso e simpaticamente furbo. Si chiama Spillo.

    Il micetto ha appena otto mesi. L’ho portato a casa quando era ancora inconsapevole di tutte le gioie che gli avrebbe donato il mondo: i giochi, la caccia, le sfide serali con altri miagolanti coetanei, per conquistare le vezzose micette. Spillo era stato abbandonato a Ceregnano, insieme alla madre e alla sorellina, in un orto che dava direttamente su una strada trafficata. L’ho saputo per caso, complice una telefonata arrivata al municipio dove lavoro, per segnalare che era urgente l’intervento dell’Ulss 18 – Canile per recuperare ‘gli intrusi’, notizia che mi ha fatto scattare un brivido di solitudine e una scarica di affetto tanto da correre a prenderlo.

    Appena l’ho visto, nonostante il caldo torrido di quel pomeriggio di fine estate, mi si sono gelati piedi e mani. Dicono che i gatti hanno sette vite; ebbene, quel gattino era (ed è) identico ad Aladino, altro micio a cui, anni fa, ero affezionatissima. E’ stato ucciso da un’auto che nemmeno si è fermata a soccorrerlo, mentre io, a pochi metri da lui, voltandomi e vedendolo steso a terra ormai esanime, in mezzo alla strada grigia e rossa, scoppiavo in lacrime… ma torniamo a quel pomeriggio, a Ceregnano.

    Spillo ha incrociato i miei occhi, ne ha percepito, forse, l’emozione e lo smarrimento. In cambio della mia apparente freddezza, subito in dono un miagolio festoso e una capriola su un fresco cespo d’insalata. Poi, uno slalom veloce tra le file di piantine di pomodori, per scomparire tuffandosi in un cespuglio di rosmarino. Dovevo capirlo subito: il suo gioco preferito è il nascondino.

    Ora, sono qui nella mia nuova casa, tra un tenero ricordo che mi fa ammiccare nel silenzio della solitudine, e la sfrenata curiosità di scoprire dove si cela il mio piccolo, dolce amico. Lo chiamo: nessuna risposta. Riprovo: né miagolii, né il soffice rumore delle zampette che euforiche (ma non abbastanza ovattate da essere impercettibili al mio

  • Mario Cavaglieri (1887-1969)

    Mario Cavaglieri (1887-1969)

    Il centenario della nascita del celebre architetto Carlo Scarpa (1906-1978) unito al clima di attesa per il prossimo allestimento presso Palazzo Roverella di Rovigo di una importante mostra dedicata alle opere del pittore Mario Cavaglieri (1887-1969), ha dato vita, la scorsa estate, ad un incontro culturale nel Delta, presso la Stazione di sosta di Ca’ Cornera. L’iniziativa, ideata da Paolo Gasparetto gestore di Ca’ Cornera, con il sostegno della Crivellari Office Forniture di Taglio di Po, ha avuto come protagonista l’arch. Guido Pietropoli con la relazione “Mettere in Mostra” Mario Cavaglieri a Rovigo nel 1978, seguita da una Esposizione di disegni, oggetti e fotografie di Carlo Scarpa dell’archivio Pietropoli allestita nel Granaio di Ca’ Cornera. Una manifestazione molto seguita, impreziosita da un Omaggio Musicale con il soprano Manuela Rasori accompagnata da Roberto Calidari al clavicembalo, e conclusasi con una cena dedicata ai sapori del Delta. E’ stata l’occasione per l’arch. Guido Pietropoli di far rivivere, con il ricordo e la proiezione di alcune immagini, un momento importante della sua gioventù, tornando agli anni successivi alla laurea quando collaborò a qualificanti iniziative come assistente del grande architetto Carlo Scarpa. Il quale, nel 1978, si fece promotore dell’allestimento a Rovigo di un’ampia mostra dedicata al pittore Mario Cavaglieri, anticipando quindi l’evento d’arte che caratterizzerà Rovigo nel corso del 2007.

    Il ricordo delle giornate intense dell’allestimento rodigino del 1978 ha dato anche vita ad uno scritto curato dallo stesso arch. Guido Pietropoli per le pagine della rivista Limina, che qui riprendiamo per gentile concessione dell’autore.

    Non ricordo quando si cominciò a parlare di allestire a Rovigo una mostra del pittore Mario Cavaglieri.

    Certo della necessità di una mostra si discuteva da molto tempo, sia da parte dei pochi che conoscevano profondamente l’opera dell’artista esule in Francia, sia in ragione dell’imperativo morale che obbligava la città di Rovigo a rendere il doveroso omaggio ad un suo figlio così illustre nell’occasione dei cento anni della nascita.

    Non conoscevo Mario Cavaglieri prima del luglio 1978, e questa ignoranza mi era costata un serio rimprovero da parte di Carlo Scarpa che, durante una cena in casa ai “Nani”, mi disse: “Voi a Rovigo avete uno dei più grandi pittori di questo secolo… Mario Cavaglieri”

    Constatata lo mia totale ignoranza aveva teatralmente esagerato la sua espressione di stupore, si era alzato di scatto per andare a prendere il catalogo della X Quadriennale del 1972 ed aveva concluso: “Guarda qui… non ti pare moderno? Dovreste fare una grande mostra a Rovigo, è assolutamente necessario!”.

    Molto confuso, assentii. Al mio ritorno a Rovigo raccontai l’episodio all’avvocato Mario Degan che mi testimoniò lo sua grande ammirazione per l’opera del nostro concittadino e, ancora una volta, l’assoluta necessità di celebrarlo adeguatamente con una mostra importante.

    Ero decisamente frastornato, le riproduzioni che avevo visto mi avevano preso ed emozionato profondamente ma non riuscivo a capire come quell’artista aristocratico e sensuale potesse inserirsi nella strada maestra dell’arte moderna o, almeno, in quella dello sperimentalismo e dell’avanguardia che era l’unica tracciata nei testi correnti di critica e storia dell’arte.

    Con il passare degli anni, capii che esistono molte strade maestre dell’arte moderna e spesso esse non sono quelle della “critica militante”; capii ancora che la sopravvivenza di un’opera d’arte è molto più garantita dalle sue qualità espressive, dal suo dono d’amore e di vita, piuttosto che dalla pertinace volontà del critico d’arte di consegnarla all’eternità.

    Carlo Scarpa era certamente più libero di me dai molti pregiudizi mentali che assalgono un giovane architetto; la sua frequentazione di molte Biennali, di molti artisti, molte stagioni dell’arte, molte illusioni e disillusioni avevano formato il suo gusto verso il riconoscimento di valori autentici. Non ultimo, il suo notevolissimo curriculum di allestitore di musei d’arte antica gli permetteva di modulare il suo giudizio su uno spettro di esperienze assolutamente d’eccezione.

    Si venne finalmente alla grande mostra e, nelle grandi occasioni, come accade nelle famiglie che non possiedono palazzi nobiliari o adeguate foresterie, l’Accademia dei Concordi mise a disposizione tutto lo spazio della pinacoteca, accettando di annullare temporaneamente se stessa con lo smantellamento e chiusura in caveau di un patrimonio di opere certamente d’eccezione. Carlo Scarpa fu invitato a progettare e curare l’allestimento, ma gli fu anche chiesto di fare l’impossibile per riscattare una situazione di disponibilità economica molto esigua.

    Raramente vidi un entusiasmo così immediato nell’accettare un incarico irto di difficoltà, soprattutto per un architetto notoriamente avezzo a pretendere tutto quanto gli sembrava necessario alla realizzazione di un’opera.

    La prospettiva di poter vivere accanto alle opere di Cavaglieri, di poter entrare in quel mondo intimamente, questa sorta di invitation au voyage l’aveva acceso di entusiasmo. Alla prima visita nella pinacoteca i quadri erano stati allineati lungo le pareti sulle quali aloni grigio bruni ricordavano i posti delle opere d’arte antica spodestate per la singolare bisogna e le sale strette, lunghe e, di altezza ridotta, non permettevano alcun virtuosismo allestitivo.

    Tutta la storia di questo progetto fu di scelte di grande modestia ed intelligenza visiva, così da privilegiare l’opera d’arte. L’evocazione dell’aura e delle temperie culturali e artistiche, che gli allestimenti di Scarpa avevano sempre ricercata, non fu perseguita in questo di Rovigo perchè Scarpa giudicò già formidabile l’atmosfera ed il coinvolgimento generato dai grandi quadri di Cavaglieri. “Basterà esporli come se fossimo invitati dall’artista nel suo atelier e dovremo fare molta attenzione agli effetti che le contiguità quadro/quadro stabiliscono”.

    Decise pertanto di disegnare delle semplici pedane alte 38 centimetri e larghe 75 realizzate in tubi quadri di acciaio e paniforte truciolare per il piano ed il mantello anteriore. Su di esse fece collocare dei pannelli inclinati sostenuti da supporti in ferro. Fece togliere tutte le cornici originali dai quadri; alcune erano decisamente vistose, altre decisamente non intonate. Tutt’intorno fece inchiodare un listello di legno dolce appena mordenzato.

    Le opere avevano riacquistato una unitarietà sorprendente, era come se fratelli separati e vissuti in circostanze e località molto lontane si fossero riconosciuti nuovamente a casa propria.

    Mano a mano che la mostra veniva montata si aveva la netta sensazione che si sarebbe delineato un edificio completo con le diverse stagioni di una vita. Scarpa era in uno stato di particolare leggerezza e serenità operativa; non pretese materiali o prestazioni particolari; era molto soddisfatto di non apparire e totalmente coinvolto nell’atmosfera di questa alta borghesia dei quadri. Viveva quei giorni in una sorta di full immersion nell’aura di Cavaglieri, tanto che per strada o al ristorante mi indicava quella passante o quella cameriera dicendomi: “Vedi… quella è proprio una donna di Cavaglieri!”.

    Fu una fine di aprile-primi di maggio di una stagione radiosa e tersa; si terminò in perfetto orario (cosa eccezionale per Scarpa) e credo che furono giorni estremamente sereni e piacevoli per lui e per la signora Nini; non così il ritorno a Vicenza, che portò la terribile notizia della morte del nipote Bastiano, figlio di Tobia.

    Da quel momento il professore non fu più lo stesso, ed il 28 novembre anch’egli morì a Sendai in Giappone, vittima di un banale incidente.

  • C’era una volta “El Bonbasin”

    C’era una volta “El Bonbasin”

    Non tutti conoscono l’origine delle maschere e in che modo esse sono entrate nei costumi carnevaleschi. Va innanzi tutto chiarito che la parola maschera deriva da “masca” che vuol dire anima di morto e ancora, nei vari dialetti, significa strega.

    Carnevale è stato per molti secoli la principale festa di capodanno e, in quel giorno, ricomparivano sulla terra gli esseri del mondo infero, cioè i demoni. Le prime maschere furono quindi certamente demoniache, e la prova più sicura è che tutt’ora le maschere diaboliche prevalgono nei paesi dove la tradizione si è meglio conservata. Dunque un modo per esorcizzare la paura che incute il mondo dei morti.

    Va detto poi che tutte le grandi feste stagionali danno luogo non solo a canti e a danze, a cortei, ma anche a spettacoli. In modo particolare questo elemento di rappresentazione si sviluppò nel Carnevale, nel cui seno è nata la commedia, non solo quella popolare, ma pure quella colta.

    Un diverso significato hanno anche le diverse fogge in cui si presentano le maschere. Il nome di “larva” con cui i Romani indicavano le maschere teatrali, ci prova che quest’ultime erano larve, gli spiriti dei morti, che riapparivano sulla terra. Perciò il vestito di Pulcinella è bianco mentre la maschera è nera in quanto l’uno e l’altra indicano il carattere originario di “larva”.

    Il vestito di Arlecchino è multicolore, perchè all’origine questa maschera, che appariva nelle feste primaverili, era rivestita di fiori gialli, rossi, azzurri e di fronde verdi.

    Per Carnevale, sulle tavole polesane, la tradizione richiedeva crostoli e fave; le nostre nonne preparavano pure “frìtole” fatte con la polenta di granoturco, fichi secchi, uva passa, canditi di cedro, zucchero e melassa, e la carnevalesca ed antica “meiassa”.

    Un personaggio tutto polesano caratteristico del periodo carnevalesco, in passato era il “Bonbasin”. Costui, l’ultimo giorno di Carnevale, si presentava alle porte di ogni casa avvolto in un lenzuolo, la faccia nascosta da una maschera di bambagia (bombaso da cui Bonbasin) fatta a bocca di coccodrillo o anche da due lunghe ganasce che si aprivano e si chiudevano. I bambini scappavano spaventati appena lo vedevano mentre gli adulti si divertivano un mondo.

    Il “Bonbasin”, di solito, era accompagnato da altre due persone che, con fisarmonica, violini, chitarre, intonavano allegre canzoni o motivi ballabili.

    La musica e la danza, in Polesine, hanno sempre rappresentato un momento liberatorio dal duro lavoro della terra, e nel passato, il ritrovarsi alla sera in casa o all’osteria per far festa era l’unica occasione di svago.

    Quando le feste si facevano in sala da ballo si preparava il pavimento, sempre ondulato e irregolare, cospargendolo di pula di riso e ricoprendolo poi con una tela bianca che lo rendeva uniforme, e sulla quale veniva sciolta della cera per meglio scivolare.

    La musica, in molte di queste occasioni, era suonata da una sola armonica, che era uno degli strumenti più diffusi e adatti per l’accompagnamento del ballo. Ma esistevano anche molte orchestrine che si esibivano solo per accompagnare la danza e che giravano un pò tutto il Basso polesine, il ferrarese e la zona lagunare. L’orchestrina di Oca di Taglio di Po degli anni ‘20 comprendeva clarino, violino, mandolino, chitarra. Nel periodo del Carnevale si eseguiva spesso “il bal dei tre gobi”, una danza tra il satirico e il burlesco. A danzare erano tre uomini che mettevano una finta gobba e si scambiavano, a ritmo, gesti di vario tipo, un’esibizione questa recentemente riproposta con successo da alcuni gruppi folkloristici polesani, tra i quali va citato proprio il gruppo dei Bonbasini di recente costituzione, diretto da Alessandro Ferrarese, con sede a Fratta Polesine, presso l’associazione Manegium, nel recuperato palazzo Boniotti.

  • Quella gran bevuta

    Quella gran bevuta

    La piazza dei nostri paesi, come del resto di tutti i paesi d’Italia, è indubbiamente il centro della comunità: luogo di incontro, di affari, di spettacolo, di osservazione, di passeggio, di ritrovo e di divertimento per gli uomini di affari, i turisti, gli sfaccendati e gli squattrinati; di passatempo, di sfide, di sport… Soprattutto è salotto.

    A volte piccole e raccolte, a volte ampie e spaziose, le piazze sono solitamente circondate da porticati e negozi, talvolta sono decorate di siepi ed aiole e quasi sempre leggermente rialzate rispetto al piano stradale.

    Sul liston, così è chiamato il marciapiede centrale rialzato e lastricato, e sui marciapiedi laterali, sotto i lampioni sono distesi i tavolini e le sedie di qualche bar. I clienti che vi stazionano ore senza consumare nulla, quasi per tacito consenso, non vengono disturbati neppure dal gestore che si fa un punto di riguardo di sollecitare la consumazione, a meno che non sia appositamente chiamato.

    In piazza si ride, si scherza, si litiga, si corre, si discute; è perfino permesso di trasgredire a certe regole della città. Si possono fare ‘piazzate’, che non sono solo chiassate, ma tutto ciò che di bello e di brutto può accadere in quel luogo.

    La piazza dei nostri paesi è abitata perennemente in tutte le stagioni da una specie di ‘fauna’ stanziale. E’ il piazaroto, che passa il suo tempo a consumare i tavoli e le sedie del bar centrale o accoccolato sulle panchine del sindaco o su qualche paracarro dell’arredo cittadino. Il piazaroto è una fauna soprattutto notturna. Per natura è sboccato, curioso oltre ogni immaginazione e pettegolo, oltre che maldicente. Sfaccendato e gaglioffo.

    Una volta una combriccola di questa genia, tra una barzelletta e l’altra, uno sberleffo, uno scherzo, un pettegolezzo ed una maldicenza, ormai ridotta alla disperazione per non sapere come tirare piccola la notte, lanciò come per caso una sfida: se Toni, ‘onto’, fosse riuscito a saltare a piedi pari, uno dietro l’altro, tutti i paracarri che delimitavano la piazza fino al sagrato della chiesa, ed erano più di quaranta, gli avrebbero pagato un bottiglione intero di vino.

    Toni era un povero diavolo che viveva da parassita alla corte dei piazzarotti, vittima dei loro divertimenti e a volte dei loro scherzi crudeli, e ciò in cambio ogni tanto di qualche bicchiere di vino che gli veniva offerto al momento opportuno per tenerlo, appunto, ‘onto’, cioè ai limiti della sbornia, non certo per essere il predestinato come Cristo.

    Al Toni, non gli sembrava vero! Egli non si era mai, per tutta la vita, cavata la sete completamente. Avari e taccagni furono sempre, e sono, i piazzarotti nei suoi confronti. Questa volta… Finalmente! Gli si erano aperte davanti rosee prospettive. “Mariasantissima!, on butiglion de vin! Tutto intero! Tutto per lui.

    “Si, a gla fazo, si, a gla fazo”, si disse quasi per autoconvincersi e poi quasi gridò “A gla fazo, si!”, con quell’accento che rivelava la sua origine rivierasca del Po.

    “Eh, speta, moreto! Nantri a ghe metemo el vin e ti cosa ghe scomitito, ti, an, sa no te sirà bon. An

    “A gla fazo, si, a gla fazo”, li rassicurava temendo che ci ripensassero.

    “Ma…”, insinuò uno di loro, “E sa no te ghe riusisi, an? Te lo digo mi. Sa no te sirà bon de saltare tuti i paracari, ti te ga da bevare co nantri; ti aqua e nantri vin. Cusì o gnente!”

    Acqua! Mariaverginesantissima! Solo al pensiero di bagnare le labbra nell’acqua gli veniva quasi un accidente. Vacillò, Toni ‘onto’, ma fu solo un attimo.

    “A gla fazo, te digo, a gla fazo, si!” e cosi dicendo spingeva più volte i palmi delle mani aperte all’altezza delle spalle e assentiva tra di esse con il testone, come per rassicurare tutti della sua forza.

    “Varda ca i è tanti, sti paracari, varda chi i è più de quaranta! Pensaghe prima, ma pensaghe ben”.

    “Vu tirè fuora el butilion ca ghe penso mi par la resto, li sfidò Toni ‘onto’..

    “Mi a digo ca no te ghe si bon”, lo stuzzicò un altro piazzarotto, strizzando l’occhi agli altri

    “Varde, sa no so bon!” e incominciò a saltare uno per uno la lunga fila di paracarri, che si perdeva là in fondo verso la chiesa.

    Risa clamori incitamenti lazzi sfottò …

    Intanto procedeva abbastanza facilmente. Fece il fiatone, Toni ‘onto’ e sentiva il sangue pulsargli alle orecchie. Si fermò un attimo a prendere fiato.

    “Eco, te lo disevo mi ca non l’è bon”, fece un piazzarotto.

    “Ma no, speta on fià, ca vedemo com ca la va a finire. Se l’à dito che le bon, el sirà bon, no!”, commentò un altro.

    “Ma va la, ‘ndemo via da chi, ca no ghe pi gnente da vedare”.

    Riprese a saltare i paracarri, Toni ‘onto’, temendo che gli sfuggisse il premio. Saltò quasi senza fiato uno dietro l’altro tutti i paracarri,…. meno l’ultimo, incastrato com’era per metà dentro l’angolo della chiesa….

    Fu così che ci fu una gran piazzata alle smorfie di Toni, costretto a bere acqua per la prima volta nella sua vita di beone.

  • La grande guerra e Polesella

    La grande guerra e Polesella

    La Grande Guerra (1914-1918) fu il primo conflitto moderno¹. Moderno nelle modalità di reclutamento, moderno nel supporto dell’ormai consolidato comparto industriale, moderno per la nascita del fronte interno, moderno nel modo di rapportarsi al conflitto. Tutto un apparato nazionale e di stato doveva essere messo al servizio della macchina bellica, dell’esercito e di tutto il sistema che gli ruotava attorno: fornitura di armi, equipaggiamenti, vettovagliamento, approvvigionamento, salmerie.

    Le nuove tecnologie avevano realizzato innovative ed efficaci tipologie di armamenti, che avevano reso ancora più drammatici i costi umani del conflitto. Alla fine di questo, tra i 65 milioni di uomini mobilitati, si contarono ben 9 milioni di morti².

    Fanteria, mitragliatrice e trincea furono i fattori dominanti della guerra, sia dal punto di vista delle tecniche militari, sia da quello dell’impatto sulla sensibilità e sul modo di vivere la sanguinosa esperienza del conflitto³. Se la fanteria si dimostrò l’arma decisiva, altre furono le peculiarità che colpirono l’attenzione degli osservatori, ad esempio l’aviazione, che appagava le ansie dei modernisti e le nostalgie dei tradizionalisti: i piloti erano i nuovi cavalieri dell’aria, in grado di domare a modo di destrieri, macchine volanti che sembravano all’epoca veri mostri di tecnologia, che sfidavano tutte le leggi di natura e che venivano esaltati (anche se non erano neanche lontane parenti delle “fortezze volanti” protagoniste della seconda guerra mondiale) dai teorizzatori del dominio delle macchine e della velocità, come i futuristi⁴.

    Dall’aviazione arrivarono i primi esempi di bombardamento aereo. Se fino al 1914 sporadici erano stati gli attacchi dall’alto, sperimentati per di più sui popoli coloniali⁵, con la Grande Guerra i bombardamenti aerei diventarono consuetudine: le città europee sperimentavano le prime bombe, cadevano case, si contavano i primi morti dell’aria.

    Ma il carattere moderno del conflitto si manifestava anche in una serie di considerazioni disumane che arrivavano dai teorici della guerra, per cui al fianco del materiale di guerra esisteva anche il materiale umano, indispensabile così come le materie prime.

    Gli uomini erano “carne da cannone, presi in massa, ma persone, destini, corpo e umanità irripetibili, presi ciascuno a sé stante”⁶. La tragicità sta proprio in questo nuovo tipo di guerra dove le vittime si contavano a migliaia e dove si risolveva il contrasto tra l’unicità della singola vita e il carattere seriale e di massa assunto dalla dimensione militare⁷.

    Non fu facile, per soldati provenienti da una limitata cultura contadina, ambientarsi in questo contesto che prevedeva il passaggio dei caratteri della modernità a quelli della quotidianità, adeguandosi alle regole imposte dal sistema coercitivo resosi necessario per governare un esercito mobilitato in massa per la prima volta nella storia. Il dramma delle nevrosi di guerra testimonia proprio questo difficile adattamento mentale alla nuova realtà del conflitto.

    L’impatto di questa nuova realtà può essere studiato anche in relazione alla piccola comunità di Polesella, attraverso l’analisi di una serie di documenti provenienti dall’archivio del Distretto Militare di Padova e riguardanti proprio i soldati polesani.

    Interessanti le carte riguardanti un processo militare a un soldato A. Z. che aveva combattuto con onore e si era guadagnato sul campo i gradi di caporale prima, e sergente poi del 209° reggimento Fanteria. Successivamente questo soldato, a causa della partecipazione a una sottoscrizione promossa dal giornale “L’Avanti”, organo del PSI, era stato degradato e inviato come soldato a un altro reparto. In un momento di sconforto, nella fase di trasferimento, ritenendo ingiusto il provvedimento disciplinare, si era allontanato senza giustificato motivo per alcuni giorni, e si era poi costituito a una caserma dei Carabinieri. Il tribunale l’aveva condannato a due anni di reclusione militare per diserzione semplice, anche se gli aveva riconosciuto tutte le attenuanti, forse anche per uno stato di servizio di rilievo, per le ferite riportate che testimoniavano l’alto senso di attaccamento alla patria. Il fatto comunque rappresenta un chiaro esempio di come funzionava il sistema coercitivo italiano, istituito per gli anni di guerra, che veniva considerato dagli strateghi e dai teorici militari l’unico metodo per governare il più grande esercito mobilitato nella storia patria. Probabile che lo sbaglio del soldato sia stato quello di dimostrare una certa comunanza di idee con il Partito Socialista, da sempre contrario alla guerra, nel nome di un pacifismo che, in epoca bellica, si considerava come una sorta di tradimento.

    Un altro particolare interessante riguarda il soldato Vittorio Raito, classe 1888, zappatore del 43° reggimento fanteria, che venne ferito a morte da una pallottola di fucile a quota 343 di Plava il 7 dicembre del 1915. Dal punto di vista militare, i reparti di Zappatori facevano un lavoro pericoloso ma indispensabile, quello di ripristinare le trincee sconvolte dai bombardamenti. Oltre a questo, però, durante gli attacchi erano pronti a imbracciare il fucile e ad andare all’assalto. Proprio durante uno dei combattimenti in zona Isonzo, nell’area di Plava – che rappresentava una testa di ponte indispensabile per la strategia cadorniana delle spallate continue – il soldato di Polesella perse la vita.

    Interessante anche il caso di Fiore Cappellato, soldato della classe 1892. Cappellato fu più fortunato, anche se affrontò ben tre campagne di guerra, nel 1915, 1916 e 1917. Prima con il 77° reggimento fanteria della brigata Toscana e poi con il 215° della Arezzo. Venne ferito a Monte Zebio sugli Altipiani il 1 agosto 1916. Fu una ferita grave al torace che lo obbligò a diversi mesi di convalescenza, prima a Verona, poi a Bergamo e a Bologna, ma forse fu anche la sua fortuna, perché Monte Zebio, proprio in quel periodo era presidiata dagli austriaci in linee pressoché inespugnabili, come aveva testimoniato il tenente Tommasi della brigata Sassari, riferendo, dopo una serie di assalti, che la “vetta dell’infame cucuzzolo è tutta un cimitero”. Tornato a disposizione, venne arruolato in un reparto di salmerie, anche se la sua vita di soldato continuò in Libia.

    Si tratta soltanto di alcuni aspetti di vicende che hanno profondamente segnato le comunità di questi piccoli paesi di provincia. I dati certificati infatti dai registri ufficiali, parlano, per la sola Polesella, di oltre 60 caduti. Si trattò di un destino comune a molti combattenti, destino che segnò a fondo vite umane destinate a non essere più quelle di prima e a subire il trapasso dalla condizione civile a quella militare nel secolo segnato dai grandi conflitti planetari.

    Il concetto di guerra totale inoltre, testimonia il grande coinvolgimento delle popolazioni civili nelle dinamiche del conflitto. In Polesine, dal settembre 1914 fino all’estate 1915 fu tutto un susseguirsi di tumulti, proteste, scioperi.

    A Polesella, le manifestazioni dei braccianti senza lavoro ottennero l’esecuzione di opere di arginatura del Po e il lavoro sembrò garantito fino al periodo della mietitura. Fino all’inverno 1915-16 la guerra venne vissuta come una male transitorio, da affrontare come un destino. Poi il malcontento popolare iniziò a crescere e a manifestarsi apertamente a partire dall’inverno, quando la fame, il freddo, il caroviveri, fecero esplodere le inquietudini e le tensioni. A Polesella si svolsero scioperi per l’aumento delle tariffe che coinvolsero molti avventizi.

    Un ruolo importante fu rivestito dalle donne. Il 15 maggio 1917, 300 donne partite da Polesella si recarono a Guarda Veneta per ottenere la sospensione dal lavoro delle operaie di un deposito di materiale diretto al fronte e gettarono nel Po graticci, paletti e altro materiale. La sentenza emessa dal tribunale di Rovigo così bollò le manifestanti: “le stolte femmine in preda a vandalico e teppistico furore”. Le donne vennero condannate. Nell’ora drammatica del bisogno, il paese aveva bisogno di unità, e anche il sistema civile, piegatosi alle esigenze militari, esercitava la sua stretta su famiglie coinvolte nel dramma.

  • Albieri: eroe o non eroe?

    Albieri: eroe o non eroe?

    Duecento anni fa, il 14 Ottobre 1806, a Crespino veniva giustiziato Giovanni Albieri detto Veneri o Venerio. Una lapide, posta sulla facciata di un’abitazione della piazzetta XX Settembre, ricorda senza alcuna retorica il fatto, chiarendo i motivi per cui il crespinese fu condannato alla pena capitale, attuata col sistema della ghigliottina. Questo il testo quanto mai conciso:

    GIOVANNI ALBIERI DETTO VENERI DECAPITATO IN QUESTA PIAZZA IL 14-X-1806 PER DELITTO DI RIBELLIONE AL GOVERNO FRANCESE A RICORDO

    La decapitazione fu il triste epilogo dell’atto di insorgenza verificatosi a Crespino giusto un anno prima, il 20 ottobre 1805. Una ribellione contro i francesi dominatori e il loro pesante sistema tributario, che, una volta domata, fu seguita dalla decisione di Napoleone imperatore di punire durissimamente gli abitanti di Crespino. Vediamo dunque i particolari della vicenda cominciando dall’antefatto¹.

    Eroe o non eroe?

    Nelle alterne vicende politico-militari degli inizi dell’Ottocento il Polesine, e non solo, fu sballottato di qua e di là. A volte era confine di stato l’Adige, a volte il Po, a volte, raramente, il vecchio e secolare confine. Inoltre, se i Francesi non scherzavano, i Tedeschi non erano da meno. Lo ricordavano i Bandi, da leggersi nelle Chiese, minaccianti il Consiglio di Guerra per i trasgressori.

    Meno amate erano sicuramente le truppe di Napoleone, che avevano imposto la coscrizione obbligatoria. Da qui un fuggi-fuggi generale. I gallici, inoltre, erano scrupolosi ed impietosi nei sequestri di derrate e nell’imposizione fiscale. Quanta nostalgia per gli antichi regimi!

    Pagavano le Chiese, i nobili, i borghesi e i mugnai con il dazio di macina. La farina divenne quasi introvabile e i contrabbandieri dovettero moltiplicare l’attività.

    Agli occhi dei più, i francesi erano visti come i sovvertitori di ogni ordine costituito, con l’aggravante di essere nemici del Papa e quindi eretici. Ne derivava che, nel periodo in cui il Polesine fu interamente e a lungo sotto Milano (Repubblica Cisalpina) e cioè sotto Parigi, le simpatie dei possidenti e dei preti guardassero oltre Adige, agli Austriaci. Questi, con denaro proprio, russo ed inglese, incoraggiavano i malumori, in vista della liberazione. Qualche soldo arrivò anche nelle tasche dei poveracci.

    Tra i nostri borghi, il più insofferente era Crespino sul Po. Le anime dipendevano dall’Arcivescovo di Ravenna e i villani dai nobili di Ferrara, che in loco avevano costruito significative residenze per la villeggiatura. Si ricordi l’Arciduchessa d’Austria ospite a Crespino (1781) del Marchese Camillo Bevilacqua. Costui nei vari trambusti era stato nominato da Vienna come Reggente Imperiale della Città estense.

    A Crespino c’erano tutte le premesse, ideologiche, economiche e finanziarie, per alimentare l’odio contro i francesi, colpevoli fra l’altro di avere tentato di umiliarla con l’aggregazione ad Adria, tramite anche la complicità dei “traditori” di Papozze.

    Successe così che il 20 ottobre del 1805, anticipando l’esercito austriaco in avanzata dall’Adige, il popolo tutto insorse, distrusse le insegne francesi, abbatté l’Albero della Libertà, bruciò i registri di leva (registri civili non più religiosi), disarmò la Guardia Nazionale. Non contenti, i ribelli presero la strada di Rovigo, dove rubarono (prelevarono) cavalli, carabine, la Cassa Comunale e liberarono i Coscritti. Una vera lotta di Liberazione dai francesi, con qualche eccesso.

    L’indomani le avanguardie austriache arrivarono a Crespino a complimentarsi e a progettare una puntata su Ferrara. Ma né i ribelli, né gli imperiali sapevano ancora cosa era successo ad Ulma, in Germania, proprio il 20 ottobre: Napoleone vi aveva sbaragliato le truppe austriache. Fu gioco forza per le citate avanguardie ritornare al di là dell’Adige, lasciando le Ville del Polesine e soprattutto Crespino al loro destino, cioè alla rioccupazione francese.

    Tutto come prima? Magari! Capita quasi sempre che, di fronte ad immensi scenari, le terre e i borghi periferici restino dimenticati, pure in coincidenza di episodi di una certa valenza. Così avrebbe gradito Crespino. Ma l’Imperatore Napoleone, nonostante gli splendidi successi e le infinite incombenze, aveva chiesto informazioni sulla “insorgenza” di Crespino.

    Prontamente da Milano si erano mossi i Ministri Aldini e il Guicciardi (il Capo della Polizia), che in più Rapporti avevano ricostruito l’intera vicenda. In essi variavano solo il numero dei rivoltosi e il nome dei caporioni. Per il resto la descrizione degli episodi “delittuosi” era precisa e fedele.

    Ne seguì, a sorpresa, che alle Tuileries l’Imperatore dei Francesi e Re d’Italia, Napoleone Bonaparte in persona, leggesse tutte le carte in data 11 febbraio del 1806. Visionati i dispacci di terra e di mare, i rapporti dei Ministri, ecc. Egli avrebbe voluto rilassarsi con un buon cognac al ritmo dei giornali compiacenti, ma gli illustri e capricciosi familiari chiedevano udienza. Ed allora il Sovrano, dichiaratosi impegnato, prese la carta geografica a cercare Crespino ed in lui si rinnovò il furore. Chiamò lo scrivano e dettò le sue volontà, tramite Decreto.

    Un vero fulmine, una catastrofe per gli illusi crespinesi. Qualcuno aveva sperato che la sentenza colpisse soltanto i capi, il pescivendolo Venerio, un certo Colla (da sottolineare) ed un Bellettati. Oppure che si cercassero i più facinorosi, responsabili di reati specifici. Ma non erano queste le opinioni del furente corso.

    Crespino perse i diritti di cittadinanza, fu relegata al rango di Colonia senza patria e fu obbligata a pagare il doppio delle tasse. Inoltre, in futuro sarebbe stata amministrata da un Comandante della Gendarmeria con tutti i poteri. A Lui pure la competenza di infliggere la pena del bastone, nei casi in cui gli altri italiani pagavano con il carcere.

    Tutti in paese si agitarono. I maggiorenti cercarono comuni amici del Ministro Aldini; qualcuno si rivolse al Viceré Eugenio; si formò una le delegazione di giovani rampolli su suggerimento del Parroco (Pietro Colla) per andare a Milano. Si chiese clemenza, si riconobbe il terribile errore e ci si dichiarò disposti a pagare di persona anche con “infami punizioni”. I “sacrificandi” avevano sui 19 anni e tra essi c’era Vincenzo Carravieri, destinato a meno volontari patimenti².

    La spedizione milanese non sortì effetto alcuno, ed anzi il Principe Eugenio consigliò di non irritare ulteriormente Napoleone con una visita fuori programma a Parigi. Nel frattempo sarebbe stato meglio nominare un’ambasceria più credibile in attesa degli eventi. Anche perché la collera dell’Imperatore sembrava non avesse requie: “Se fossi stato in Italia avrei fatto bruciare il paese”. Poi un poco rinsavì, chiedendo soltanto la fucilazione dei tre capi della rivolta. Non si accontentava di condanne in contumacia e voleva la scritta di traditori sui corpi dei d colpevoli.

    Infine, dall’alto venne un suggerimento: che una Delegazione autorevole (Arciprete, Giureconsulto, Maggiore della Guardia Nazionale) chiedesse un incontro all’Imperatrice Giuseppina. E così i Rappresentanti del paese partirono dal Po per raggiungere la Senna e il Palazzo il Reale che era stato del Re Sole.

    Bonaparte ascoltò la consorte, disse che avrebbe deciso diversamente solo dopo il processo ai colpevoli e subito partì per una nuova guerra.

    Fin qui è tutto noto. Resta invece misterioso come mai la polizia sia arrivata nelle campagne vallive dei Radetti, tra S. Martino e Beverare (zona Adige), a catturare il citato pescivendolo, Giovanni Albieri, detto Venerio, contumace sotto la protezione di qualche patrizio. Chi lo scelse come capro espiatorio, chi fece la spiata? Non si saprà mai.

    Fu riconosciuto a Rovigo come capo della sommossa, condotto in catene a Crespino via Pontecchio, identificato come il più tenace nel calpestare la bandiera francese.

    E questo bastò per la condanna capitale. Venerio, di anni 45, vedrà l’ultimo sole in Piazza del Municipio (oggi Trattoria Aligi) il 14 ottobre 1806, un anno dopo la sommossa. Decapitato, raggiungerà un sito particolare del Cimitero, denominato il Purgatorio. E Napoleone revocherà il Decreto, dal Quartiere di Varsavia.

    Per Bonaparte, in fondo, Crespino portava fortuna. Il giorno della sommossa aveva vinto ad Ulma, il giorno della decapitazione di Venerio si era ripetuto a Jena.

    Lo stesso Napoleone, quando era soltanto Console, era stato più tollerante con gli “insorgenti” del Po, bande di un centinaio di persone, comandate dal prete Giacomo Giorgi.

    Eravamo nel 1799 e la rivolta era partita da Ariano, al suono delle campane ed in collaborazione con gli austriaci. Una Cannoniera francese era stata bloccata con l’intero equipaggio e poi, lungo tutta l’asta del fiume, ribelli e regolari avevano imperversato fino a Ferrara.

    Sull’uno e sull’altro episodio gli studiosi si sono interrogati a lungo. Sommosse popolari o sanfedismo plebeo, per l’Italia libera o per i vecchi regimi? Venerio va considerato un Martire o un mascalzone sfortunato?

    La storia ufficiale, scritta dagli uomini del Risorgimento, quasi tutti filo francesi, ha preferito il mezzo silenzio, e il povero pescivendolo, vittima sacrificale involontaria, non è assurto tra gli Eroi. Pochi polesani ne conoscono il nome e il destino; una lapide, collocata in luogo errato, conferma l’oblio.

    Ripetiamone almeno il nome. Giovanni Albieri detto Venerio.

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