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Archivi: Articoli d’archivio

  • Voci

    Voci

    L’acqua era vicina. Pensava, da quella persona discreta che era, di non lasciare discordie o punti interrogativi: i ragazzi, la sorella rimastale, piano piano avrebbero dimenticato. E poi sarebbe tornato il sorriso nel ricordo, quando l’incalzare della vita avrebbe rinnovato i fiori incantati del mattino e avrebbe portato verso altri affetti.

    L’importante era lasciarsi andare così, un po’ come buttare la testa all’indietro e schermarsi dal sole. Abbandonarsi e sparire. Ecco.

    La freschezza dell’acqua la aiutò. Passato il primo brivido, avanzò lentamente fino alle ginocchia. Avanzò ancora, ma all’inguine il freddo divenne, molto pungente. Forse, per la tensione del pianto, venne improvvisa l’ondata dei ricordi. Per un attimo si sentì perduta; pensò di non farcela. Pure, voleva rimanere ancorata alla decisione presa.

    Ritornarono le visioni delle notti di lùcciole, di prati della prima fanciullezza e la voce della mamma, dolce, unica, rimasta ancora così intatta dentro al cuore da stordirla. E la sua treccia lunga e nera che si scioglieva al levar del capo sul guanciale. E il fratello morto giovane, bello come la giovinezza al suo meriggiare.

    Tanto amore che si era vissuto e poi si era perduto in mille rivoli, fra il baluginare stuporoso dei sogni, le dettero struggimento e anche una sorta di fastidio per la pena. Ora anche lei si allontanava dall’amore e dai ricordi.

    La morte arrivava come un’onda lunga, strappava l’àncora al fondo del dolore, la spingeva verso l’ultima deriva.

    Oltre la collina il fiume si faceva più profondo: oramai i gorghi e i mulinelli si rincorrevano e la spingevano in avanti sempre più decisi. La gonna cominciava ad allargarsi chiara, gelleggiando. Lei stava sicura nella propria determinazione, come in un manto impenetrabile.

    Fu a specchio di quell’ultimo pensiero, che l’aria si tinse della luce screziata dell’autunno. Dove il fiume formava un’ansa, quasi un miraggio, apparvero lo spiazzo verde del piccolo prato e il roseto ancora fiorito sul fondo, la casa di bambola ridente oltre il roseto, la cascina irreale.

    Da qui una voce dolcissima: una mamma ancora bambina, cantava una nenia davanti alla culla. L’aria ne portava l’eco e il profumo. Un canto celeste, commosso. Allora fu come si aprissero le sponde di un altro fiume, più grande, sonoro, a ridosso dei cieli: il fiume della vita. Dove nel tempo immoto e remoto, da sempre tremavano le albe del mondo. E lei ne veniva circondata, sospinta, trascinata, suo malgrado, ma con una dolce felicità che la portava piano, leggera, su in alto, come nel vento gli aquiloni. Si aggrappò alla sponda vicina con tutta la forza delle braccia e della disperazione, guadagnò la riva.

    Sorrise al tenue vagito che veniva dalla culla. L’aria vibrò di vele chiare: suadente la voce della madre, tenue quella del bimbo.

    Ora davanti a sé c’erano quel vagito e quella culla; dietro, l’amore grande che aveva vissuto con le sue passioni, che la richiamava e ne reclamava la presenza e l’affidava alla magia dei sogni, che non volevano, non potevano morire con lei. Lumicini spenti erano le pene.

    Vedeva le nuvole frantumarsi nel capogiro del vento. Sentiva il respiro degli angeli farsi vicino. Era salva! Ora bastava una stella per ritrovare il cammino.

    Era salva! E non si chiese il perchè del dolce mistero.

  • Incontri di una giornalista

    Incontri di una giornalista

    Ai tempi della mia collaborazione col “Carlino”, interessandomi soprattutto di cronaca, “indossavo” la provincia come fosse un vestito, intrufolandomi nei bar per respirare la notizia: occhi aperti e orecchie spalancate… Vigeva, a quell’epoca, la bella abitudine del “dopo teatro”. Una specie di retropalco, soprattutto per noi della stampa, per cui si cenava con gli attori e c’era modo di intervistarli ed osservarli privi del trucco e degli abiti di scena.

    Ho conosciuto i più importanti, e ho un vero dossier fotografico al loro fianco, ma quello che vi voglio narrare ora è l’incontro sui generis avvenuto a Badia Polesine con Raf Vallone. L’attore, ormai segnato dagli anni, conservava quel tipo di fascino che travalica la bellezza, impreziosito da una voce stupenda, rotonda, piena di forza e di velluto.

    «Se domani mi vieni a prendere all’albergo, – mi disse con un tono confidenziale – pernotto qui, invece che a Rovigo come il resto della compagnia, perché amerei portarmi a casa un refolo di questa vita di provincia. Verrai?»

    «Verrò.», risposi un po’ imbarazzata.

    L’indomani, accompagnata dall’assessore alla cultura e da qualche altro “maggiorente” della nostra piccola città, mi presentai all’albergo.

    Vallone scese subito, senza farci attendere. Se voleva conoscere il colore locale, non avrebbe potuto capitare meglio: il mercoledì a Badia c’è un gran mercato che invade tutta Piazza Marconi, gremito di bancarelle di ogni genere di merci, una piccola “medina” formato polesano.

    Passeggiavamo in gruppo, ma all’improvviso, il coltissimo attore, mi prese sottobraccio, chiedendomi: «Ti piace Catullo?». E, senza attendere la mia risposta, si mise a declamare – con quella sua famosa voce al massimo livello di intonazione – i versi più scabrosi del grande poeta, in una sua elegante traduzione.

    Ero al massimo del disagio. Raf tuonava eroticissime situazioni, passando in mezzo alle bancarelle di baccalà (guardato con grave sospetto da scandalizzate massaie) e fra i venditori di mutande e batterie da cucina, interdetti e piuttosto stralunati al suo strepitoso farsi largo tra la folla…

    Dopo la strana passeggiata con il disinibito Raf Vallone, ecco riaffiorare alla memoria altri episodi legati alla stagione teatrale badiese.

    «Potresti ospitare a cena Corrado Pani e la sua compagnia, la settimana prossima?» – questo il tenore della telefonata dell’allora sindaco della nostra piccola città.

    Che sono curiosa non è un mistero e che ami l’arte, in tutte le sue forme nemmeno, quindi fui ben lieta di mettermi in cucina. Partecipò ai preparativi persino mia madre, standosene alla larga, però; preziosa “eminenza grigia”, confezionando per l’antipasto i suoi famosi mini calzoni salsiccia e mascarpone (bocconcini da re).

    Preparai un consommè di verdure, come “entratura” e poi pasticcio di tagliatelle con ragù alla bolognese, il mio ottimo vitello tonnato, servito in corona di fette d’arancia e limone, sovrastate da olive alternate nere e verdi (sappiamo bene come l’occhio voglia la sua parte!), verdure miste e – per dessert – un budinone rosso all’alkermes che pareva avere figliato piccoli crème caramelle che gli sedevano, riverenti, intorno.

    Bene, andiamo a teatro trepidanti, tavola già apparecchiata con gli sfilati siciliani e gli argenti di famiglia… Sciopero degli attori, per ragioni di non avvenuti pagamenti. Situazione molto tesa dunque. Alla fine, concitati e litigiosi vennero comunque, con sindaco ed assessore, alla mia tavola.

    Grande malumore. Con piatti di portata e zuppiera era tutto un andare e tornare dalla cucina.

    «Scusa, mangeremo dopo (quando?, pensavo io, che era già quasi mezzanotte!). Possiamo usare il tuo telefono?»

    Non era ancor epoca di cellulari e non potei negare la cortesia. Fu così che i miei ospiti per un’ora e più chiamarono ovunque da New York a Timbuctù…con il controcanto in sottofondo di mio marito: «’Oi de cani de scroconi, i ne fa andare in malora la çena e i ne manda in rovina co’ tuto ’sto telefonare…

    Finalmente raggiunsero la tavola, iniziarono a sbocconcellare e poi divorarono tutto con grande appetito, raccontando aneddoti, rifacendo il verso a colleghi, inscenando un teatro tutto per noi. L’unico impensierito continuò ad essere la mia “metà”, che guardava con residui di odio quella cornetta telefonica così tanto impugnata…

    «Faresti un po’ di compagnia a Fulvio Tomizza, nostro ospite domani?»

    Non avevo quasi fiato per rispondere al presidente della locale biblioteca. Fulvio Tomizza! Avevo letto quasi tutti i suoi romanzi (innamorata del suo «Materada») ed ero andata in “pellegrinaggio” a Trieste, per vedere il Caffè Tommaseo, dove lui solitamente si appartava a scrivere. In quella occasione, a dire il vero, avevo visto solo lo storico caffè in quanto tale, semideserto, con un cameriere d’“epoca” che – penso – non si fosse più schiodato di lì dal milleottocento e rotti…

    Lo andai a prelevare all’albergo e mi parve subito di essere stata da sempre con lui. Parlammo con naturalezza del romanzo che era venuto a presentarci: «Gli sposi di Via Rossetti»; dei suoi romanzi precedenti; della sua vita di scrittore di “frontiera”; mangiammo quasi con simultaneità di gesti, un gran gelato; «e venne subito sera…». La serata della sua presentazione.

    Lo rividi l’indomani. Poi cominciammo a corrispondere per lettera e a scambiarci qualche rara telefonata. La redazione mi affidava tutti i suoi nuovi romanzi da recensire.

    L’amicizia si rinsaldava anche con Laura, l’intelligentissima moglie, e con mio marito e nostro figlio.

    Se capitava nel Veneto, veniva a pranzo da noi, mangiava di gusto e beveva volentieri.

    «Fulvio, gli disse un sera mio marito, perché hai sempre quell’aria malinconica?»

    E lui: «Sarà la mia anima slava».

    Istriano di nascita, e triestino d’adozione, certamente viveva un dualismo interiore fra le due terre. Pur essendo molto discreto, questo bellissimo uomo, non era un introverso; se entrava in clima di confidenza, sapeva aprirsi e, per esempio, dirmi: «Se pubblichi un nuovo romanzo – dopo l’uscita de “L’anima del gatto” – sarà mia cura presentartelo».

    Avete presente Rosina de “Il Barbiere di Siviglia”, quando gorgheggia: «Un biglietto? Eccolo qua…! ». Fate conto che quella ero io, pronta ad estrarre, non dal petto, ma dalla borsetta, la prima copia, fresca di stampa, del mio Hena.

    Si misero in contatto i due editori, e, presto fatto, ci ritrovammo insieme negli inviti (uno stampato lo potete leggere nel mio “sito ufficiale”), e poi realmente, in “Accademia dei Concordi” a Rovigo il venerdì 12 marzo 1993, ore 17,30.

    Era una mite giornata, profumata di presagi primaverili. Diedi molto da fare a parrucchiera ed estetista: volevo essere bellissima, per quella grande occasione. La “Sala degli Arazzi” era gremita di un pubblico eccezionalmente folto, nonostante vi fosse un meeting, a pochi assi da noi, di non so più quale importante politico. Il libraio, fuori sul banchetto, offriva in vendita due consistenti pile di: Rapporti colpevoli e di Hena…

    Il cuore mi batteva così forte che me lo sentivo martellare dentro gli orecchi. Dopo tutte le parole di circostanza dei vari presidenti & Company, finalmente prese la parola Fulvio, con il suo musicalissimo accento un po’ “cantante”, tipico della parlata triestina. Con molta generosità, ha detto più cose del mio romanzo che del suo, e io lo ascoltavo con le lacrime agli occhi, e mi pareva di volare…

    Alla fine, dopo averlo pubblicamente ringraziato, con tutta la gratitudine di cui ero capace, ho mormorato, quasi al suo orecchio: «C’è un bel pubblico, nevvero? Soprattutto lo immagino, perché, per essere più carina, non ho messo gli occhiali…» E lui, ironico come sempre: «Non importa che tu ora veda, tanto stasera ti importa soprattutto essere vista».

    La serata si concluse in un ristorante, a pochi chilometri da Rovigo. Fulvio raccontò molte cose piacevoli, fu un amabile commensale. Le ore volarono come rondini in cielo. Ore che non torneranno mai più, ma che mi piace tanto ricordare adesso, per voi.

    Seguirono anni di intensa corrispondenza (conservo gelosamente una trentina di sue lettere, e Laura mi assicura che anche lui conservava le mie). Ci incontrammo ancor quattro o cinque volte in occasione di altre sue presentazioni polesane; la penultima fu A Sermide (MN) in occasione di una sua presentazione di Franziska; l’ultima a Rovigo (sempre alla “Concordiana”, dove presentò, accompagnato dall’amatissima Laura, ancora il romanzo con l’eroina slovena, protagonista), già malato di una gravissima malattia. È stata l’ultima volta in cui l’ho visto di persona.

    Venti giorni prima di morire, mi ha fatto un’indimenticabile telefonata. Con un filo di voce, ha voluto ancora un volta ringraziarmi per gli articoli di critica letteraria che – copiosissimi – avevo scritto sulla sua opera, e per l’affetto che gli avevo sempre dimostrato.

    Poi mi è toccato di scrivere il suo necrologio su due testate.

    Ora mi restano le sue lettere, i suoi libri con tenerissime dediche del tipo: «a G*, mia sorella nelle lettere; a G* di cui stimo la qualità di amica e scrittrice…», e – soprattutto – mi restano i ricordi di un’amicizia così dolce e lusinghiera…

  • Le “Briciole d’arte”

    Le “Briciole d’arte”

    Dopo la fine delle gloriose compagnie venete, quali quelle di Cesco Baseggio, di Carlo Micheluzzi, di Gino Cavalieri e qualche altra, dagli anni ’60 in poi, cala purtroppo il sipario sul teatro veneto e, come scrive Giannantonio Cibotto, “ci sono voluti vent’anni, e la grande, e imprevista ripresa delle formazioni amatoriali, che hanno rappresentato l’unica nota lieta della scena nostrana”, per ridare vita al teatro e restituire ad un pubblico, forse troppo impegnato e malinconico, il sorriso e l’allegria che solo la commedia, con la sua comicità immediata, la battuta salace e i colpi di scena, può dare.

    Anche in Polesine sorgono diverse compagnie che fanno riaprire i teatri comunali e dei Centri Sociali parrocchiali, portando in scena copioni noti e meno noti ed anche testi inediti di autori esordienti, passando dalla lingua italiana al dialetto veneto, e, soprattutto per la parte meridionale del Polesine che ha le sue radici nella Transpadana degli Estensi, al dialetto ferrarese.

    Una di queste compagnie è “Briciole d’arte”, che sorge a Canaro nel 1983, riempiendo in paese un vuoto di quasi cinquant’anni, da quando, negli anni ’30, salivano sul palcoscenico del “Cinema Nuovo” di Leonilde Bonvento addirittura due filodrammatiche: una gestita dall’Opera Dopolavoristica del regime e l’altra intitolata a Guglielmo Oberdan.

    Le “Briciole” nascono dall’iniziativa di due persone con la passione per il teatro, Edda Pelà ed Antonio Dal Ben: lei, entusiasta, estroversa e trascinatrice, lui, più misurato e riflessivo, cominciano a parlarne, coinvolgendo un po’ alla volta una serie di amici – Fabrizio e Mauro De Scrovi, Luciano Andreasi, Fabio, Mila e Monica Marangoni, Letizia Bombonato, Angela Caniatti, Alessandra Scagnolari, Gilberto Ranzati, Cristina Bellettati, Angela Ferrarese e Graziana Caniatti – che costituiscono il nucleo originario della compagnia. Poco dopo si aggiungeranno Roberto Bellinazzi, Valerio Gementi, Paola Bertasi ed Elena Ferrarese

    Dal Ben diviene subito il regista, mentre Edda Pelà sta dietro le quinte e si ritaglia il ruolo di costumista. Vengono scelti i primi copioni e cominciano le prove: dopo 5-6 mesi, il 21 marzo 1984, arriva il momento del debutto con “In Pretura” e “Maritiamo la suocera”, due atti unici di G. Ottolenghi. Il teatro del Centro Sociale è gremito di gente venuta a vedere questo gruppo di ragazzi che ha trovato il coraggio di esibirsi e per la compagnia è un successo che gratifica le tante serate passate a provare e sprona ad andare avanti.

    Decidono di chiamarsi “Briciole d’arte” ed iniziano subito le prove per una commedia vera a propria, “Il medico e la pazza”, tre atti di A. De Stefani e R. Cecchini, che portano in scena l’anno dopo, sempre al Centro Sociale, da dove partono poi per altri teatri polesani.

    La compagnia, nella quale escono alcuni elementi e ne entrano sempre di nuovi, a colmare vuoti, in un clima di amicizia e di complicità che tiene unito il gruppo, è ormai una bella realtà, che conquista un suo spazio nel panorama del teatro amatoriale palesano.

    Dopo le prime due prove in lingua, la compagnia decide di passare al dialetto e, messo da parte il veneto che poco si addice, per la pronuncia e la cadenza, alla parlata canarese di derivazione transpadana, ci si rivolge al teatro ferrarese, pescando a piene mani nel repertorio quasi esclusivo della mitica compagnia “Straferrara”.

    Le Briciole d’Arte cominciano, nel 1987, con “Dì su fantasma”, tre atti di Alfredo Pitteri, seguita due anni dopo da “A spos miè nona”, sempre di Pitteri e, tra il 1989 e il 1998 da altre quattro commedie in dialetto ferrarese che presentano nei teatri polesani ed emiliani: “Paulin Sganzega” (1991) di Pitteri, “Par j’occh an fa mai l’alba” di Werther Marescotti (1993), con cui nel 1996 vincono il secondo festival del teatro amatoriale di Loreo, “Tre gati da patnar” di Alfonso Celati (1996) e “At salut Minghina” ancora di Marescotti (1998).

    Una serie di successi di pubblico che danno la misura del gradimento di questo genere teatrale, semplicissimo nelle trame, schietto e scoppiettante nei dialoghi, ma anche della crescita del gruppo che si rinnova, senza mai perdere la propria identità.

    La facilità con cui si riesce a sostituire elementi che, per le proprie scelte di vita, devono lasciare, con altri giovani che si integrano alla perfezione nel gruppo, è il vero segreto della continuità di questa compagnia che ruota intorno al regista Dal Ben e al capo comico, Fabrizio De Scrovi, che è anche il presidente delle “Briciole”.

    Nel 1999 decidono di tornare alla commedia in italiano e trovano nel vecchio, ma sempre nuovo “vaudeville” il genere adatto alle loro caratteristiche. Nel 2000 portano in scena “Le pillole d’Ercole” di Hennequin e Bilhaud ed è un trionfo che si ripete nel 2004 con un altro pezzo forte del genere “Niente da dichiarare?”, ancora di Maurice Hennequin.

    Con questi due lavori che hanno richiesto uno studio ed una preparazione più approfonditi, le “Briciole” fanno il pieno di spettatori in ogni teatro, raccogliendo consensi per la maturazione espressiva e la capacità di tenere la scena, accompagnate da una rinnovata e sempre appropriata scenografia.

    Del nucleo storico sono rimasti, oltre al regista e al primo attore, Mauro De Scrovi, Angela Ferrarese, Mila Marangoni e Cristina Bellettati, ma la solidità della compagnia è stata assicurata dall’arrivo di altri elementi – Sonia Filocamo, Sergio Scanavini, Tiziana Marzola, Alberto Garbellini, Angelica Sproccati, Denis Bianchini, Caterina Zaghi, Mario Tosatti, Elena Ghinello, Luciano Breda, Angela Bellettati e Simone Bizzo – e con un cast di una ventina di attori le “Briciole” continuano nella loro bella “avventura” iniziata 23 anni fa con lo scopo di divertirsi e di far divertire, regalando alla gente occasioni di buon teatro.

    Attualmente stanno preparando “Il letto ovale” dell’inglese R. Cooney, che porteranno in scena nella prossima stagione teatrale.

  • I 20 anni dell’Associazione Balletto

    I 20 anni dell’Associazione Balletto

    Il nome di Claudio Ronda da ormai vent’anni rappresenta la danza per la città di Rovigo. Ricorrerà infatti il prossimo 18 luglio il ventennale dalla fondazione dell’Associazione Balletto “Città di Rovigo”, creata nel 1986 da Ronda assieme a Pia Russo, Leila Broletti e Donatella Altieri con l’eroico obiettivo di seguire, praticare e diffondere la danza come autentica passione e vocazione.

    Dopo aver studiato a Parma e a Londra al Pinapple Center, Claudio Ronda ha frequentato la Scuola di Balletto a Reggio Emilia diretta da L. Cosi e M. Stefanescua, e si è perfezionato con V. Massini e N. Pantazi, dell’Opera di Bucarest. È stato allora che ha scelto il capoluogo polesano per stabilirsi e lavorare.

    Contemporaneamente all’Associazione Balletto “Città di Rovigo”, assieme alle colleghe citate, ha fondato la compagnia “Estballetto”, formata da giovani danzatori dotati di una solida formazione tecnica e provenienti da diverse esperienze artistiche.

    Fin dai primi tempi è stato fondamentale il rapporto di collaborazione con il Teatro Sociale di Rovigo per la realizzazione di progetti che prevedessero la commissione a coreografi e compositori di nuove produzioni di danza da inserire nella Stagione Lirica Tradizionale. Dal 1996 il rapporto di collaborazione si è consolidato e formalizzato in una convenzione. Associazione e teatro hanno così dato vita ad un progetto mirato alla creazione contemporanea e alla promozione di una vera e propria cultura di danza, che col tempo, oltre a radicarsi sul proprio territorio di riferimento (Comune, Provincia e Regione), ha potuto varcare anche i confini nazionali.

    La compagnia Fabula Saltica, l’evoluzione del primo gruppo di danza creato a Rovigo, di formazione accademica ma versatile in quanto a tecniche e stili, ha collaborato con diverse e numerose personalità artistiche, così che in questi anni coreografi come Robert North, Robert Cohan, Gheorghe Iancu, Massimo Moricone, Gabriella Borni, Loris Petrillo, Fabrizio Monteverde, compositori come Enrico Rava, Marco Tutino, Claudio Ambrosini, Giorgio Gaslini, Giovanni Sollima e interpreti come Gheorghe Iancu, Luciana Savignano, Alessandro Molin hanno apportato il loro contributo e la propria esperienza permettendo l’acquisizione di un vasto e qualificato repertorio.

    Numerose le partecipazioni ai festival nazionali e internazionali, quali Cremona Danza, Festival di Vignale, Abano Danza, Festival di Mezz’estate (Tagliacozzo), Todi Festival, Festival di Fiesole, La Versiliana, Festival Andrea Giordano, Festival dei Laghi, Invito alla Danza, e qualificanti le partecipazioni ai festival internazionali, come il Festival Internazionale della danza di Kuopio (Finlandia) e di Sintra (Portogallo).

    Gli impegni qualificanti

    L’Associazione Balletto oltre ad essere impegnata in un progetto di continuo collegamento con le scuole della città e della provincia, da cinque anni ha istituito, in collaborazione con la Regione del Veneto, il Corso di Perfezionamento Professionale per Danzatori, un importante momento didattico di apprendimento e confronto.

    L’inserimento dei più qualificati elementi nelle annuali produzioni dell’Associazione e del Teatro Sociale, è stato fin dagli inizi uno degli obiettivi principali del corso.

    L’Associazione Balletto dal 1997 cura, per conto dell’Ente Rovigo Festival la direzione artistica della rassegna estiva di danza intitolata “Vetrinadanza” e per l’Amministrazione Provinciale di Rovigo la manifestazione “Tra ville e giardini”, itinerario di musica e danza nelle ville e corti del Polesine.

    Gli ultimi anni hanno comportato l’impegno e i risultati più soddisfacenti.

    Nel 2003 l’Associazione Balletto “Città di Rovigo” si è fatta promotrice di un progetto di coordinamento delle compagnie professionali di danza del Veneto, riconosciuto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Grazie ad una convenzione con la Regione è nata nello stesso anno l’Associazione Arcodanza che riunisce oltre alla compagnia Fabula Saltica, Ersiladanza di Verona, Naturalis Labor di Vicenza e Tocnadanza di Venezia.

    L’Associazione promuove e sostiene i progetti artistici delle compagnie, contribuisce alla promozione e divulgazione attraverso pubblicazioni di carattere informativo e organizza momenti di confronto e collegamento fra operatori, distribuzione e compagnie e ha sede presso il Teatro Sociale di Rovigo.

    All’inizio del 2003 l’Associazione Balletto, in collaborazione col Teatro Sociale, ha iniziato a mettere in cantiere un progetto biennale per le stagioni estive 2003 e 2004, pensato per il giovane pubblico, dedicato ad un personaggio fiabesco che ha reso l’Italia famosa in tutto il mondo: “Pinocchio”.

    Cento repliche per Pinocchio

    Il progetto “Pinocchio Burattino senza fili”, nato da una coproduzione fra il Teatro Sociale di Rovigo e l’Associazione Balletto “città di Rovigo”, ha rappresentato soprattutto una sfida artistica, perché significava cimentarsi con una fiaba da sempre al centro dell’attenzione, prestata ad infinite interpretazioni cinematografiche, teatrali, musicali, grafiche, fumettistiche e soprattutto competitiva, perché si inseriva in un momento in cui tutti i mezzi di comunicazione erano impegnati a lanciare un importante musical.

    L’occasione era particolarmente accattivante perché poteva vantare la collaborazione di Edoardo Bennato per la parte musicale, di Ivan Stefanutti per la parte drammaturgica, per le scene e i costumi, nonché del consenso da parte della figlia di Jacovitti per l’utilizzo delle immagini del padre per la parte grafica. Un altro importante obiettivo era quello, per non vanificare tutti gli sforzi, di rendere visibile la produzione, di far conoscere la compagnia offrendole continuità lavorativa, di dimostrare la qualità artistica dell’operazione. La distribuzione dello spettacolo è stata quindi affidata ad un’agenzia che, una volta visionato lo spettacolo, ha promosso una circuitazione sul territorio nazionale. Tutti questi elementi e molti altri hanno reso l’impresa un’avventura piuttosto rischiosa.

    Dopo il debutto del 20 giugno, lo spettacolo è stato rappresentato su tutto il territorio nazionale, ospite dei maggiori festival estivi di danza, e a conclusione della stagione 2003 erano state realizzate ben 22 repliche. Potendolo considerare un primo positivo traguardo, per il numero di presenze alle repliche, l’entusiasmo del pubblico, la “sorpresa” di aver realizzato uno spettacolo adatto a più fasce di età e a diverse chiavi di lettura e il benevolo accoglimento da parte della stampa specializzata, l’impegno è proseguito nella programmazione della nuova stagione 2004, che agli inizi del progetto sembrava una lontana e forse irrealizzabile prospettiva.

    Ad oggi sono state superate le 100 repliche, un fatto eccezionale per uno spettacolo di danza, perché con Pinocchio è stata cercata e catturata in pieno l’attenzione del pubblico. Nel 2004 il progetto di coproduzione è stato premiato con l’oscar dell’innovazione e della qualità da parte della Regione Veneto all’interno dell’iniziativa “Dire e Fare Nord-Est”.

    Vetrinadanza

    Risale alla scorsa estate la nona edizione della rassegna Vetrinadanza, per la direzione artistica dell’Associazione Balletto “ città di Rovigo” nella persona di Claudio Ronda. Fin dai suoi esordi la rassegna si è posta come obiettivo primario quello di offrirsi come vetrina privilegiata, proponendo i più significativi esempi di quelle che sono le differenti tendenze della danza contemporanea, le più interessanti compagnie nazionali ed internazionali provenienti da diversi percorsi artistici.

    La stagione 2005-2006 è stata caratterizzata da un’importante novità: la trasformazione della ormai collaudata rassegna estiva Vetrinadanza in una vera e propria stagione di balletto inserita nel cartellone della lirica tradizionale del Teatro Sociale di Rovigo. Il progetto, sostenuto dalla direzione artistica del Teatro, curato dall’Associazione Balletto “città di Rovigo” e realizzato grazie al concorso e al contributo di diverse istituzioni pubbliche e private, è iniziato come una “scommessa”. I primi positivi risultati di consensi e affluenza di pubblico fanno sperare che quella che poteva sembrare un’esperienza isolata, potrà diventare un appuntamento annuale ed entrare così nella tradizione culturale del nostro Teatro e della città di Rovigo.

    La stagione di balletto

    Nel 2005 l’associazione ha prodotto in collaborazione col Teatro Sociale e il Conservatorio “ F. Venezze “ di Rovigo, lo spettacolo Histoire du Soldat di Igor Stravinskji, aprendo ufficialmente la “Stagione di balletto” inserita all’interno della 190° Stagione Lirica.

    Il debutto è avvenuto il 4 dicembre 2005, preceduto e seguito da due recite per gli studenti, la musica è stata eseguita dal vivo dall’Ensemble del Conservatorio “F. Venezze” di Rovigo. Lo spettacolo, apprezzato dal pubblico e dalla critica, è stato presentato subito dopo il debutto di Rovigo a Firenze, a Lugo di Romagna e a Venezia. Poiché l’Associazione ha sempre promosso l’incontro col giovane pubblico, proponendo dei percorsi appositamente pensati per le scuole, nel dicembre 2005 Histoire du Soldat è stato presentato agli studenti delle medie superiori e inferiori, incontrandoli prima e dopo gli spettacoli, e alle scuole elementari. L’Associazione ha rappresentato al Teatro Studio, in forma di racconto-danzato, anche l’ormai collaudato Pinocchio Burattino senza fili.

    La stagione di Balletto è proseguita con “La Bella addormentata” di Ciaikovski, una produzione Arteteatro in collaborazione con il Teatro Coccia di Novara, realizzata dalla compagnia “Balletto di Mosca – Teatro La Classique” diretta da Elik Melikov. “Carmen”, balletto su musiche di Bizet e Schiavoni, una produzione “Fondazione del Teatro Nuovo per la danza”, prevista per il 19 febbraio 2006 è stata rinviata a maggio per problemi esterni al Teatro.

    Ad aprile 2006 il debutto della nuova produzione del balletto “Dylan Dog”, con musiche di Marco Tutino, coreografie di Nicolas Musin e la partecipazione della compagnia Fabula Saltica. Dopo alcuni anni di assenza, ritorna la produzione di balletto del Teatro Sociale di Rovigo (l’ultima risale al 2000 con lo spettacolo Il Pranzo), in una serata che con la messa in scena dell’opera La Lupa è interamente dedicata al compositore Marco Tutino. Con questa produzione il Teatro riprende la commissione a coreografi e compositori di nuove produzioni da inserire nella propria Stagione Lirica Tradizionale promovendo così la conoscenza della danza e dell’ opera contemporanea. In chiusura, il 22 e 23 aprile, “Steel – the legend of the metal” di Imre Zomba, da un’idea di Manfred Schweigkofler, una produzione del Nuovo Teatro Comunale di Bolzano realizzata dalla compagnia ExperiDance.

    Qualche difficoltà all’orizzonte

    “Abbiamo dovuto compiere un cammino davvero lungo e difficile, pieno di diffidenza, chiusure e concorrenza”, ha affermato Ronda. “La danza, come altre forme di espressione artistica, in Italia è ai margini della produttività e deve lottare continuamente per trovare riscontri positivi, più nelle amministrazioni che nel pubblico. L’attenzione e l’impegno maggiori sono stati concentrati per realizzare delle proposte originali, per far emergere una forte identità culturale, che potesse divenire un richiamo a livello nazionale e che avesse una positiva ricaduta sul territorio. In 20 anni l’evoluzione, nonostante sia costata grandi sacrifici, è stata costante. Di recente, purtroppo, i tagli sempre più accaniti verso la cultura fanno temere che il posto faticosamente conquistato dalla danza in città potrà venire compromesso.”

  • “Le voci della musica”

    “Le voci della musica”

    Il primo giorno dello scorso mese di aprile nella chiesa di San Francesco di Rovigo è stato presentato un prestigioso concerto per coro, orchestra e voci soliste per ricordare Wolfang Amadeus Mozart nel 250° anniversario della nascita, avvenuta appunto nel 1756 a Salisburgo. La manifestazione è stata inoltre dedicata a Papa Giovanni Paolo II ad un anno dalla scomparsa.

    Il Coro lirico rodigino “Le voci della musica”, diretto dal maestro Daniele Marabese, di Lendinara, ha eseguito “Requiem” KW626 e “Spatzen Messe” KW220. Con la particolare maestria che lo distingue, questo Gruppo corale misto, che per l’occasione era composto da una sessantina di elementi, insieme ai 26 elementi dell’orchestra e ai solisti Annalisa Osti (soprano), Elena Biscuola (contralto), Gianluca Zoccatelli (tenore), Johnny Asolari (basso), ha saputo entusiasmare il numeroso pubblico, che ha gremito completamente la grande chiesa (un migliaio di persone).

    Se uno degli scopi della musica, e dell’arte in genere, è quello di creare emozioni, si può dire che, in questa memorabile serata, tale scopo sia stato pienamente raggiunto. L’emozione, infatti, era tangibile e chiaramente visibile nella commozione che emergeva sui volti degli ascoltatori.

    Il complesso “Le voci della musica” – composto da coristi e musicisti provenienti da molteplici esperienze musicali e a volte, secondo le produzioni, anche cantanti professionisti – ha alle spalle undici anni di attività (è sorto nel 1994 per iniziativa del suo attuale direttore Daniele Marabese). Il suo repertorio, che spazia dal 1400 al 1900 e comprende brani di genere sacro e profano, è andato via via crescendo sia sul piano tecnico-vocale ma anche nella scelta del repertorio affrontando spartiti sempre più complessi fino ad arrivare a questo impegnativo “Requiem”, l’ultima composizione scritta da Mozart, lasciata incompiuta e completata dal suo allievo Franz Xaver Sussmayer.

    Il Coro lirico rodigino si avvale della collaborazione di gruppi strumentali, orchestre e solisti professionisti, per l’esecuzione di composizioni sacre, in particolare del periodo Barocco. Occasionalmente collabora con prime parti solistiche dell’Orchestra “La Fenice” di Venezia. Invitato da teatri, associazioni musicali, enti culturali, si è proposto in numerosi concerti riscotendo ovunque consenso di critica e di pubblico. Il debutto al Teatro Sociale di Rovigo nella tragedia “Matteotti ad memoriam” ne ha avuto piena conferma. Ha all’attivo l’incisione di otto Cd musicali.

    Il concerto della chiesa di San Francesco ha offerto l’occasione di far conoscere al grande pubblico rodigino questo Gruppo corale polifonico, che si esibisce abitualmente in chiese e teatri del Veneto, pur riservando un’attenzione particolare per il Polesine.

    Con il suo fondatore e direttore, il maestro Daniele Marabese – che ha costituito e dirige pure il Gruppo “Virtuoso canto”, una formazione interamente composta da cantanti professionisti – il Coro lirico rodigino ha all’attivo, oltre a numerosi concerti lirici e di musica sacra polifonica, l’esecuzione integrale di svariate opere liriche quali la Traviata, il Trovatore e Rigoletto di Giuseppe Verdi, la Boheme, Tosca e Turandot di Giacomo Puccini, la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni, Pagliacci di Ruggero Leoncavallo, Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini, L’elisir di Gaetano Donizzetti.

    Ha eseguito inoltre numerosi brani tratti da opere liriche, mentre per il repertorio polifonico, di particolare rilevanza l’esecuzione di capisaldi della storia della musica occidentale quali “Magnificat” di Francesco Durante, “Gloria” RV589 e “Magnificat” RV611 di AntonioVivaldi, “Te Deum” KV141, “Missa brevis et solennis in C” KV220 e “Requiem” di Wolfang Amadeus Mozart, “Missa Benedicamus Domino” di Lorenzo Perosi, concerti del periodo Barocco per strumento solista e orchestra, “Carmina Burana” Cantiones profanae di Carl Orff.

    Direttore del coro rodigino è Daniele Marabese il cui curriculum inizia col diploma a pieni voti in Oboe e Corno Inglese presso il Conservatorio statale di musica “F. Venezze” di Rovigo. Dopo aver conseguito una borsa di studio nell’ambito dei Corsi internazionali di perfezionamento “T. Magoggi” di Varenna (Como), si è perfezionato all’Accademia di Basilea (Svizzera) sotto la guida del maestro Omar Zoboli. Si è perfezionato inoltre con i maestri Pierre Pierrot e Maurice Bourg. Come orchestrale ha ricoperto il ruolo di I° e II° Oboe in varie orchestre tra cui “Orchestra della Svizzera italiana”, “Neues orchester Basel”, “Orchestra dell’Accademia di Basilea”. Tra i suoi lavori, sono da ricordare i concerti in diretta radiofonica di composizioni di Witold Lutoslawsky dirette dal compositore stesso. Marabese svolge attività concertistica sia orchestrale che solistica, collaborando con gruppi vocali-strumentali di prestigio e con diversi gruppi cameristici. Parallelamente all’attività strumentistica si è dedicato al canto, dapprima come corista (a 16 anni fu ammesso nel Coro del Teatro Sociale di Rovigo nel quale, per cinque anni, ricoprì il ruolo di baritono sotto la direzione del maestro Amelio Rigolin) ed in seguito come Direttore di coro, perfezionandosi in Canto gregoriano a Cremona sotto la guida dei maestri Luigi Augustoni, Nino Albarosa, Alberto Turco, Adolf Rudiger e Johannes Berchmans Goschl.

    Da tempo il M° Marabese si sta dedicando allo studio della musica vocale-rinascimentale proponendosi, in duo con chitarra, come voce solista in una selezionata attività concertistica non tralasciando musiche tipiche del repertorio popolare latino-americano. Si è dedicato inoltre allo studio della vocalità jazz seguendo i corsi di virtuosismo vocale tenuti dal maestro Robert Stoloff a “Umbria jazz”. Ha studiato Direzione d’orchestra con i maestri Ludmil Descev e Vram Tchiftchian. E’ stato l’autore delle musiche per il lavoro teatrale “Matteotti ad memoriam”.

    L’artista lendinarese è docente presso l’Università popolare polesana di Rovigo. Da 21 anni si dedica con passione alla preparazione e direzione di cori presso varie parrocchie di Rovigo e del Polesine. Dal 1997 è Direttore stabile del Coro polifonico “Teresio Giacomello” della Parrocchia “Cuore immacolato di Maria” di Rovigo in sostituzione del compianto professore Teresio Giacomello, che ne fu fondatore e fedele direttore per oltre quarant’anni. Da tempo collabora con orchestre e gruppi strumentali di prestigio ed inoltre si dedica alla riscoperta di compositori polesani, sia del passato che del presente, proponendo in prima assoluta brani inediti tratti dalle loro opere.

  • I 40 anni del Monte Pasubio

    I 40 anni del Monte Pasubio

    La prima domanda che affiora regolarmente sulle labbra di chi per la prima volta sente cantare il coro rodigino è: perché “Monte Pasubio”? In altre parole, da dove trae origine questa denominazione così singolare, così poco polesana? Avrebbe potuto intitolarsi “Tra l’Adige e il Po”, oppure, che so, “L’Adese” o, ancora, a titolo di nobiltà, “Rhodigium”, “Città delle rose”… insomma, un coro di proposte e, forse, per stare in tema, qualche rischio di stonature e stecche. Invece: “Monte Pasubio”.

    La spiegazione (elementare Watson!) è in un’escursione sul Monte Pasubio, sacrario della patria, datata 1966. Capocordata un polesano appassionato della montagna: Giorgio Ferrari. Il Monte Pasubio aveva, fra l’altro, ispirato un’immortale canzone composta da Bepi DeMarzi pochi anni prima: “Signore delle cime”. Così, in questo scenario suggestivo, uno sparuto drappello di amici della montagna e del canto alpino pensò di fondare un coro a Rovigo.

    Con questi presupposti, tanto semplici quanto carichi di passione, quarant’anni fa prese dunque vita un sodalizio, che a poco a poco si sarebbe ritagliato un proprio spazio fra le istituzioni del capoluogo polesano.

    L’anima delle origini, si dice, rappresenta molto di più di una memoria: è il collante (Dio, che parola!), o meglio, quel principio che dovrà informare di sé tutti coloro che faranno parte del sodalizio.

    Nella storia di un coro, fra mutamenti, avvicendamenti, scelte di repertorio, occorre pur sempre una linea unitaria e questa, se è possibile individuarla nel nostro caso, è certamente l’umanità nelle sue espressioni individuali e sociali. “…Non è mai cattiva la gente che canta…” concludeva l’omelia di fine-concerto Giorgio Ferrari, cofondatore, primo presidente e presentatore del complesso corale.

    Nato fra le montagne, il rodigino “Monte Pasubio” ha pure dovuto scendere dalle nuvole e fissare gli orizzonti del suo territorio. “Cercate la vostra identità” (“antiquam exquirite matrem”) suggeriva virgilianamente Bepi De Marzi, compositore principe della musica ad ispirazione popolare del nostro tempo.

    Così, fra un concorso e l’altro, una rassegna nazionale e un concerto dentro le mura, i coristi hanno incominciato a maturare l’idea di una ricerca. Come dire: avventurarsi tra la gente delle nostre campagne, raccogliere voci e suoni in via di estinzione e fissarli una volta per sempre in libri e dischi in grado di raccontare a chi verrà le antiche storie polesane. Protagonisti della nuova stagione, assieme ai dirigenti e ai coristi, Nazzareno Fogagnolo, direttore per più di trentacinque anni, e Piero Avanzi, autore delle originali rielaborazioni dei testi riscoperti.

    Di qui è nato il primo L. P. “Le nostre storie”, anno 1982, seguito a un anno di distanza dall’omologo libro di spartiti, che il coro ha potuto stampare con l’aiuto dell’Amministrazione Provinciale.

    E intanto, all’interno del gruppo, nuovi fermenti e linfa vitale, perché, si sa, gli uomini passano, ma l’istituzione resta. Ed è questa, sotto sotto, l’impresa principale: essere riusciti a conservare ed arricchire un’istituzione culturale, che ha bisogno degli uomini ma è superiore agli uomini.

    Così, sotto la spinta di nuove passioni, (ah quanto si era giovani!) è maturato il secondo L. P. dal titolo “Immagini” e, in effetti, l’immagine di copertina è una splendida foto di una valle del Delta, cui si richiama una parte significativa del repertorio. Ormai, a oltre vent’anni dalla nascita, il coro non canta più soltanto brani alpini e di guerra: c’è la produzione polesana, c’è tanto De Marzi, c’è una nutrita selezione di canti armonizzati da quel talento polesano prestato a Padova: Gianni Malatesta.

    “Immagini” corre in parallelo con suoni e cromatismi musicali: eh già, perché un suono fa fiorire un’immagine e viceversa; e questo richiamarsi reciproco crea arte ed emozioni.

    Quindici anni fa, in coincidenza con il venticinquennale, altri eventi, altre storie: una memorabile udienza da papa Giovanni Paolo II, che canta assieme ai coristi le canzoni polacche rispolverate per l’occasione; un 1° posto al Concorso Internazionale di Viernheim, città gemellata con Rovigo; una nuova divisa con giacca e cravatta, al posto della garibaldina camicia rossa e del “look” dei tempi eroici: camicia a scacchi, pantaloni alla zuava, calzettoni e scarponi. Ogni stagione ha i suoi colori; quelli della maturità sono meno chiaroscurati, non feriscono con i loro riflessi. Così l’impasto musicale risulta più omogeneo, coerente.

    Nell’Ottantesimo Anniversario della fine della Grande Guerra (1998), il “Monte Pasubio” partecipa con gli alpini al giorno della Memoria e intanto si avvia al trentacinquennale di fondazione. Riprende vita l’annuale Rassegna della Fiera d’ottobre col titolo “Grandi Cori”. A inaugurarla non può essere che la leggendaria SAT di Trento, capostipite dei cori popolari, al CenSer, dove si esibiranno, in successione fino ad oggi il coro “Tre pini” di Malatesta, “I crodaioli” di Arzignano di De Marzi, il “Monte Cauriol” di Genova e il coro “Marmolada” di Venezia.

    La primavera successiva, parte l’altra rassegna, che si svolge nella prestigiosa sede-auditorium di S. Rocco a Grignano Polesine, una chiesa quattrocentesca restaurata con il contributo della “BCC Padana Orientale San Marco” di Rovigo, sponsor del coro dalla metà degli anni ottanta. Qui il “Monte Pasubio” promuove concerti di gruppi vocali e strumentali; qui incide il CD più recente (anno 2000) dal titolo “Oltre la notte”, con illustrazione in copertina del pittore rodigino Gabbris Ferrari.

    Oltre la notte, metaforicamente, c’è la ripresa della vita, la luce, la speranza. Costruito sull’alternanza di testi recitati e cantati, il CD evoca situazioni e atmosfere, stimolando originali consonanze fra testi letterari e musica.

    Si avvicina intanto il quarantennale, e dal 2004, a Nazzareno Fogagnolo, maestro storico, subentra Pierangelo Tempesta, che già lo affianca da alcuni anni. Fervono i preparativi del nuovo anniversario: “Cosa c’è dietro l’angolo?” – chiedeva il conduttore di “Bontà loro”, fortunata trasmissione televisiva di oltre vent’anni fa. “Un’altra favola” – si vorrebbe rispondere; magari con nuovi protagonisti e la stessa intensa passione.

  • Le immagini di Antonio Ghirotto

    Le immagini di Antonio Ghirotto

    Il mio incontro con Antonio Ghirotto, artista, è stato casuale, uno di quegli avvenimenti imprevisti della vita che ti fanno trovare sulla sua strada un personaggio che ti colpisce e va ad occupare un posto di rilievo nella tua memoria. In quel periodo Antonio Ghirotto, si occupava di fotografia. “La fotografia era allora l’unica espressione che conciliava la voglia di esprimermi con l’esigenza professionale”, mi confidò poi.

    Già allora mi resi conto che il maestro Ghirotto fa parte di quella schiera di uomini entro i quali “alberga lo spirito di Ulisse”, ossia quell’indomabile voglia di scoprire, di approfondire, di svelare l’arcano, penetrando a fondo nell’immagine, alla ricerca dell’anima. Sì, perché ho l’impressione che Ghirotto, al di là di tutti i suoi attributi artistici, abbia questo merito: di dare anima anche alle cose della natura, quell’anima che noi chiamiamo poesia, quel sentimento vibrante che è dentro a ciascuno di noi. I poeti non sono quelli che scrivono poesie, ma quelli che hanno il cuore pieno di questo spirito sacro.

    Questa prima impressione s’è fatta poi certezza, in tutta la sua positività, quando finalmente Ghirotto è passato dalla fotografia alla pittura, che ora esprime con una produzione di quadri che colpiscono prima l’occhio, poi giù giù scaldano il cuore.

    Successivamente ho avuto anche la fortuna di visitare, a Salara dove vive, il suo studio, e di essere stato presente anche al vernissage di diverse sue personali. Aspetti distintivi, il suo fare cordiale, l’entusiasmo col quale parla, ma soprattutto la delicata sensibilità con cui sa cogliere le immagini, dalle quali prorompe sempre quella felicità che deriva dalla contemplazione di queste nostre terre polesane e delle cose minime, dal piacere di “raccontarle”, ricavando da esse stupore e meraviglia. Non cerca una cosa precisa, né tenta di svelare misteri: semplicemente permette alla propria anima di essere guidata, governata e sospinta dal fascino di ciò che lo seduce: la bellezza e il colore.

    “Da sempre ho sentito dentro di me la vocazione dell’arte, – mi disse Ghirotto parlando della sua evoluzione artistica – le vicende della vita purtroppo, hanno tormentato questa mia imperiosa inclinazione, rendendone difficile il concretizzarsi …”.

    “Lo spirito di Ulisse” lo rende sempre insoddisfatto di sé, continuamente alla ricerca del meglio e del nuovo. Questa è l’anima dell’artista: il tormento che non dà tregua. Stupisce e sa stupire, interroga e s’interroga, assumendo l’atteggiamento di chi, provando, modifica, rinnova e riscopre.

    Sorretto da una vivace cultura, ha sperimentato varie tecniche, ispirandosi ai maestri classici del passato, a quelli del presente, ma mantenendo inconfondibile una sua spiccata personalità, una sua precisa individualità. Ora si libera dell’impressionismo, sedotto dalla forza dei colori e dalla suggestione della luce, per affrontare una tecnica più gestuale e materica. I paesaggi polesani, il grande fiume, sono pennellate di colore che dispongono il pensiero nel divenire: colori come parole, immagini come frasi, composizioni come racconti.

    Le nature morte, per esempio, sono di una vitalità toccante, immerse in un’intensa luminosità che sembra emanare dall’interno, dal cuore, e smuove il sentimento alla ricerca di una riflessione. Il significato allegorico, che si può cogliere in alcune di queste, ci porta a meditare su noi stessi: presente, passato, futuro, quasi l’avvicendarsi delle stagioni come l’avvicendarsi delle fasi della vita, senza rimpianti, inutili sentimentalismi, ma con equilibrata gioia del vivere, godendo della bellezza che la natura ci offre.

    La composizione è curata, costruita su una geometria che soddisfa l’occhio e stimola il sentimento. Le marine, i monocromi, i velati sono forse tentativi, ricerche che conservano comunque un’impronta chiara, l’anelito di un’evoluzione già pronta a spiccare il volo verso l’alto.

    I paesaggi, a volte vibranti, stemperati con il pennello o con la spatola, aumentano la suggestione, destando l’ammirazione non solo per chi riscopre quanto bella è la nostra terra, ma anche per chi, come lui, questa terra sa rappresentare.

    I campi di grano, infestatiti di papaveri, che si chiudono sull’ultimo orizzonte, protesi verso l’infinito, proposti con un impressionismo semplice ed intelligente, parlano con il linguaggio del sentimento. Il linguaggio dell’amore e dell’ammirazione che Ghirotto prova per questa terra dove vive.

    Le golene emanano l’arcano di infinite presenze, richiamano i silenzi, il sussurro del vento, i languori dell’autunno, la presenza del grande fiume con la sue ataviche storie, che condensano il passato di vita e di morte di generazioni. Anche qui è “lo spirito di Ulisse” che emerge con la sua esuberanza. Nella natura, nell’uomo si cela un mondo ricco e misterioso, tutto da riscoprire e da cogliere, da sperimentare.

    Testimone attento, smaliziato dall’arte fotografica, non si accontenta mai della prima impressione. Con i “toreri”, cerca una realtà che trapassa l’occhio e scende nell’anima, come solo il cuore d’artista sa fare. L’uomo e l’animale, ciascuno con ciò che di meglio esprime, si completano in una danza per la vita. La danza, suprema euritmia del corpo, in quell’armoniosa composizione, trova forza e potenza nella seduzione del colore.

  • Ugo Stefanutti, medico e poeta

    Ugo Stefanutti, medico e poeta

    Mi manchi molto Ugo. Mi manca il calore della tua amicizia, mi mancano le tue telefonate, i nostri scambi di opinioni, i dialoghi letterari… Mi manca la tua voce, Ugo, la profondità della tua intelligenza, la vivacità del tuo parlare e della tua creatività…

    E’ passato più di un anno da quando te ne sei andato e ancora non so farmene una ragione, non mi sembra vero. Tu amavi la vita, Ugo, l’amavi intensamente, e amavi l’arte, in ogni sua forma. Secondo te, in ogni vero artista, palpita una scintilla divina; infatti, hai scritto che “molto è stato dato e molto è stato negato, ma questo è il dono più grande che l’uomo abbia mai ricevuto: affermare la Trascendenza”.

    Il mistero del cosmo ti ha sempre affascinato e, nelle tue esaltanti liriche, hai cantato i pensieri millenari, le latitudini estreme, le sorgenti nascoste dell’uomo, della vita, del tempo.

    Ci siamo conosciuti tanti anni fa, durante una cerimonia di premiazione del “Cosmo d’oro”, il concorso nazionale di poesia cosmica di cui sei stato fondatore e presidente.

    Da allora la nostra amicizia è andata sempre più rafforzandosi e le nostre telefonate permettevano di approfondire argomenti poetici e artistici che appassionavano entrambi. Ogni tanto parlavamo anche di medicina, dei tuoi saggi sul progresso della medicina e della chirurgia; perchè sei stato medico, docente universitario e storico della medicina di grande levatura, con un ricchissimo curriculum di scrittore e artista.

    Ennio Pouchard ha scritto che volevi vivere “in una dimensione in cui l’arte, scienza, poesia si incamminano unite a disegnare il futuro dell’uomo”. E’ vero, era per questo che hai composto, disegnato, pubblicato libri di poesia e grafica, creato movimenti letterari e poetici.

    Hai avuto tanti amori nella tua vita, Ugo. L’amore per la tua famiglia, per la tua carissima moglie, per i tuoi adorati figli; l’amore per la tua città natale, Venezia, alla quale hai dedicato liriche, libri, disegni.

    Ricordi quante volte, al telefono, abbiamo citato le tue poesie tratte dal volume “Città dondolante”? Quello con i disegni di Virgilio Guidi? Mi piacevano tanto i tuoi versi e a te piaceva che li recitassi al telefono.

    Si era parlato anche di realizzare un recital di poesia e musica ispirata al tuo libro, dovevamo sentirci ancora per definire i particolari. Purtroppo non c’è stato il tempo per concludere il nostro progetto.

    A volte, quando sono sola, li recito ancora, Ugo, i tuoi versi, quelli che ti piacevano tanto:

    “… Prima che la salsedine e lo scirocco ti inaridiscano (ahimè, l’aria che un giorno ti crebbe ora ti corrode), prima che l’incuria degli uomini ti desquami, o diaspro lamelliforme, lascia che mi tuffi nella tua anima di acqua e insieme vaghiamo per le isole dell’infanzia.”

    Le radici di Venezia erano piantate nel tuo cuore, Ugo. Tu eri Venezia e Venezia era la tua anima d’acqua e di luce.

    Alla storia di Venezia, come a quella dello studio di Padova nei secoli, hai dedicato opere importanti. Hai diretto anche prestigiose collane, come, ad esempio, le due collane dell’Editore Forni di Bologna; la prima dedicata alla Storia delle scienze, la seconda alla Bibliografia e storia veneziana.

    Sei stato autore di numerosi libri, saggi, studi, taluni tradotti in più lingue. Sei stato premiato più volte in Italia dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri e all’estero.

    Non dimenticherò mai la tua emozione quando mi telefonasti dicendomi che alcune tue liriche avrebbero presentato Venezia e l’Italia al Festival Internazionale delle Arti a New York. Era il 1988, io ero una ragazzina che aveva vinto alcuni concorsi letterari nazionali, e tu eri un artista già affermato. Mi telefonasti per dirmi che avevi letto su una rivista letteraria alcune mie liriche e ti erano piaciute. Da allora ci siamo sentiti tante, tantissime volte. Ma non sono mai riuscita a dirti quanti significasse per me la tua amicizia, quanto tenessi ai tuoi giudizi che lasciavano trasparire la profondità del tuo mondo interiore, le tue emozioni, le malinconie e le mille voci del cuore.

    Oltre all’amore per Venezia nutrivi una grande passione anche per le affascinanti ed alte cime delle Dolomiti; ad esse hai dedicato un bellissimo libro di liriche dal titolo “Le sorgenti nascoste – Dolomiti preludio”. Splendida è la tua che ho imparato a memoria:

    “Di scoglio in scoglio di smarrimento in smarrimento I sentimenti vacillano sull’orlo del nulla Tentiamo oscuriamoci a noi stessi Ricuperiamo le sorgenti nascoste Profondità”.

    Ti piaceva scavare nel mistero del Cosmo, Ugo, così come ti affascinava la voce segreta delle montagne, il loro canto sommesso, la sinfonia dei boschi e torrenti, il sussurro antico degli abeti, i messaggi ancestrali di rocce e caverne…

    Avevi una sensibilità acutissima, Ugo, una sensibilità che ti consentiva di avvertire percezioni particolari legate a ciò che ti circondava. Captavi in modo intenso la precarietà e la fragilità dell’essere umano, il suo vagare sulla terra in cerca di un approdo.

    Nel libro “Neuroni della terra” troviamo una tua lirica che amo in modo particolare: “Aridità”.

    “Rivestiti dal nostro fardello di pelle, viandanti sonnolenti arranchiamo nell’ansia. La pioggia scroscia sul tetto laminoso. La terra emana il suo odore di madre ma noi sperduti brancoliamo”.

    Ugo, mi hai insegnato che è “verso la fine che si intravede il principio”. E quando cala l’ombra è la Luce del Tutto che ci avvolge.

  • Marino Cacciatori

    Marino Cacciatori

    “Voi credete di portarmi in barca, ma qui sono io a portare voi in barca”. In questa battuta, che era solito rivolgere agli esponenti politici di qualsiasi schieramento, c’è tutta la filosofia e il modo di approcciarsi alle persone di Marino Cacciatori. Parole schiette, dirette, accompagnate da un sorriso aperto, una risata sincera. E quando anche gli occhi si accendevano, ecco arrivare una di quelle battute in cui mescolava abilmente ironia e disincanto. Sì, magari sulla terraferma, come qualsiasi altra persona, poteva essere sopraffatto o incantato dalle parole, ma una volta sulla sua motonave, ecco il ribaltamento dei ruoli. Navigando lungo i rami del Po, in mezzo agli ambienti deltizi, tutti ammutolivano di fronte alla passione e alla profonda conoscenza che Marino Cacciatori lasciava trasparire. Gli bastava semplicemente far notare un qualsiasi scorcio del Delta in maniera diversa, e allora quello che occhi profani o distratti avrebbero tralasciato o guardato con sufficienza, si trasformava in qualcosa di unico e d’insuperabile valore.

    E’ trascorso un anno e mezzo da quando Marino “Caparin” Cacciatori è stato sconfitto dalla malattia che, per tre anni, era stato convinto di poter governare alla stregua delle sue imbarcazioni, tra le piene e le secche del fiume. Se n’è andato in silenzio, troppo presto e troppo velocemente, ma fino alla fine non ha smesso di sognare e di desiderare di trasmettere il suo amore per il Delta ad altre centinaia e migliaia di persone.

    E’ facile dire che, con Marino Cacciatori, se n’è andato un personaggio unico, irripetibile, un amico per tanti, un mito per alcuni, un punto di riferimento per altri, ma soprattutto un uomo che, pur vivendo profondamente calato nel suo ambiente, era proiettato in avanti e al di fuori di esso. Basti pensare che molto del turismo, così come è oggi praticato nel Delta e soprattutto a Porto Tolle, è debitore delle sue intuizioni. E se la stampa e le televisioni anche nazionali si sono occupate di un Delta Padano che, come scrive Gian Antonio Cibotto “non esiste” – e forse proprio per questo i ferraresi se ne appropriano per veicolare il loro Parco -, è perché qui c’era

    Marino Cacciatori sempre disponibile a dare le informazioni e le spiegazioni del caso, a mettere a disposizione le proprie conoscenze e le sue stesse imbarcazioni per andare a vedere direttamente sul posto, ma anche a prendere posizioni non banali.

    Marino Cacciatori, “Caparin” secondo il soprannome di famiglia di cui andava orgoglioso, era nato a Porto Tolle nel 1938, terzo di sei fratelli. Il padre Ruggero era imprenditore edile, ma con i figli Valerio e Rino gestiva anche il servizio di traghetto sul Po di Gnocca, o della Donzella, in località Molo, prima che fosse realizzato il vecchio ponte. Poi, mentre anche tra Ca’ Pisani e Ca’ Venier veniva realizzato un ponte che portò alla soppressione del servizio di traghetto gestito da Ennio Azzalin, i due operatori, assieme a Basilio Marchesini che già vi operava con un’imbarcazione a motore, diedero vita alla società M.A.C., dalle iniziali dei tre soci, per gestire il collegamento tra Ca’ Tiepolo e Ca’ Venier. In seguito, ribaltando il nome della società che diventò C.A.M., subentreranno i figli, dunque Marino Cacciatori, Rolando Azzalin e Alfredo Marchesini, che gestiranno il servizio fino al 1997, anno in cui poco più a valle venne aperto il tanto sospirato ponte, anche se già nel 1989 Cacciatori era uscito dalla società per concentrarsi sull’attività turistica.

    Ma per capire a fondo Marino Cacciatori occorre fare un passo indietro. Bisogna parlare anche delle sue passioni per le moto e per i viaggi. Accompagnato da qualche amico, almeno una volta l’anno saltava sulla sua motocicletta e viaggiava attraverso l’Italia, scopriva l’estero. Tanto per rendere l’idea, già nel 1958, ventenne, era all’Expo di Bruxelles dove venne premiato quale più giovane partecipante. Insomma, uno spirito libero, aperto al nuovo, curioso di vedere cosa c’era al di là degli argini del suo Delta e di confrontarsi con tutto ciò senza timori di sorta. Per questo il periodo da traghettatore è stato quasi una sorta di trampolino verso la successiva avventura come operatore turistico.

    Dimostrando intuito e intraprendenza, infatti, sostituì i vecchi pontoni con i primi traghetti moderni che chiamò con il nome dei tre figli: subito dopo l’alluvione arrivò il Sandro (ancora oggi in attività sul ponte di Goro), e a cavallo tra ’60 e ’70 il Simone, frutto dell’accordo con la Società Italiana Zuccheri che dopo la chiusura dello zuccherificio di Ca’ Venier doveva far arrivare a Ca’ Tiepolo la produzione del bacino di Ca’ Venier, e lo Stefano che invece venne impiegato per il servizio di collegamento con la spiaggia del Bastimento. Nel 1979, infine, arrivò il Delta che per alcuni anni servì per la campagna bieticola a Polesella e poi fu utilizzato per i lavori di raddrizzamento dell’ansa del Po a Corbola.

    Il periodo del Bastimento, tra il 1970 e il 1977, è quello dell’apertura della spiaggia al turismo di massa, che Marino Cacciatori, con il servizio di traghetto da Polesine Camerini rese fruibile a tutti.

    Fu una tromba d’aria a mettere in evidenza i limiti di quel tentativo pionieristico, ma Marino Cacciatori aveva già pronta un’altra idea: un ponte in barche per valorizzare un’altra spiaggia, quella di Barricata.

    Quei primi anni ’70 furono davvero frenetici. Al di là della spiaggia, e parallelamente ai servizi legati alla costruzione della centrale Enel di Polesine Camerini, con tutta una serie di campagne di misurazioni e rilevazioni che impiegavano due motoscafi, tre pontoni e diverse barche d’appoggio, Marino Cacciatori faceva scoprire ai tecnici del colosso energetico e ai loro familiari l’ambiente deltizio. Già dalla fine degli anni ’60 disponeva di un taxi veneziano che gli permetteva di trasportare piccoli gruppi.

    Pian piano, però, la cosa maturò e nel 1984 acquistò il vecchio vaporetto veneziano Marte, allora in servizio sul Sile, per togliere improvvisazione all’attività turistica e iniziare a lavorare con gruppi più consistenti.

    Due anni dopo arrivò la prima motonave pensata appositamente per il Delta, la Venere (140 posti) che è ancora oggi l’ammiraglia dell’impresa di navigazione fluviale Marino Cacciatori. In seguito, dovendo far fronte alla scarsa altezza del ponte tra Ca’ Venier e Ca’ Pisani e valorizzare così il Po di Maistra, cioè il ramo più integro dal punto di vista ambientale, nel 1994 venne varato il Lino Beccati (70 posti). A testimonianza del legame di Marino Cacciatori con la sua terra, l’imbarcazione prese il nome dal compaesano, medaglia d’oro al valor militare nel secondo conflitto mondiale per l’impresa di Suda, che è scomparso solo pochi anni fa.

    Naturalmente, per navigare in tutti i rami e lagune deltizie o uscire con piccoli gruppi, Marino Cacciatori disponeva anche di altre imbarcazioni più piccole. Un modo cioè di adattarsi alle diverse situazioni del fiume, ma anche alle esigenze degli escursionisti. In ogni caso, il suo vanto era quello di aver fatto sempre tutto con le proprie forze e il sostegno della famiglia, tanto che a lungo sulla Venere ha campeggiato un cartello con tutti i dati tecnici dell’imbarcazione, il costo e la sottolineatura “aiuti economici: nessuno”.

    Come operatore turistico, Marino Cacciatori ha messo a frutto tutto il bagaglio di conoscenze acquisite, mostrandosi sempre almeno un passo avanti rispetto alla realtà che lo circondava.

    Per prima cosa, infatti, credeva in un turismo, e soprattutto in un Parco del Delta del Po, “intelligente”, che guardasse cioè ai fatti e alle opportunità concrete, mostrandosi molto critico verso i discorsi fumosi o i progetti attuati senza tener conto della realtà. Sì a vincoli e limitazioni, ma nel senso di proteggere quello che poteva essere compromesso dall’uomo, e regolamentare tutto il resto. Non a caso si era mostrato molto critico verso il pescaturismo, partito senza avere i necessari requisiti di legge, in particolare in fatto di sicurezza e di professionalità. Per lui era una pericolosa deregolamentazione del settore più che una minaccia alla propria attività.

    Come operatore, infatti, era piuttosto naif, maggiormente interessato a valorizzare il territorio, a cercare di soddisfare quanti si imbarcavano con lui, che al semplice guadagno. Era infatti capace di affrontare una gita con una manciata di persone pur di non venir meno all’impegno preso. E l’altra faccia di questa serietà, era la pretesa di puntualità da parte di tutti: fin dai tempi del traghetto, allo scoccare della mezz’ora lasciava la riva senza ripensamenti. Era un segno di rispetto per chi si era imbarcato per tempo e per chi stava aspettando dall’altra parte della riva.

    La decantazione del Delta cominciava prima ancora dell’imbarco. Ai primi arrivati o ai semplici curiosi che incontrava sull’argine del Po, spiegava subito cosa potevano vedere o scoprire nel Delta. E se appena coglieva un pizzico di reale interesse, si prodigava in altre descrizioni, li portava in cabina e istaurava un rapporto che pian piano diventava sempre più amichevole, confidenziale. E ancora, se alla fine dell’escursione era soddisfatto del gruppo, scattava il rito del prosecco, oppure invitava qualcuno a casa per mangiare i prodotti tipici del Delta (salame, pesce, anche selvaggina) e per mostrare le diapositive del Delta che si sarebbe potuto vedere in altre condizioni ambientali e stagionali. Per questo, dopo la prima gita che serviva a scoprire il Delta, la seconda era una sorta di visita a Marino, un’occasione per stare ancora assieme. Ma oltre che brillante ed entusiasta, era anche umile: prima di sbarcare i gruppi era solito ringraziare dicendo “spero che l’escursione sia stata di vostro gradimento. Se è così ditelo, altrimenti scrivetelo e mi correggerò”.

    Molte le personalità che hanno navigato con Marino Cacciatori. E’ del 2003 la visita del presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi, che commosse tutti quando ricordò nel dettaglio una precedente visita compiuta quando ancora era il governatore della Banca d’Italia, e tutta una serie di politici, amministratori, funzionari, i vari prefetti che si sono succeduti a Rovigo, varie altre autorità, giornalisti, fotografi, artisti come il regista Ermanno Olmi o Zucchero che solo qualche anno fa si appoggiò a lui per girare il video della canzone “Pane e sale”. Ma soprattutto sulle sue barche sono salite migliaia di semplici persone che Marino Cacciatori trattava con identico riguardo e simpatia.

    Anche nel periodo della malattia “caparin” ha continuato ad essere se stesso: come non si lamentava, non chiedeva aiuto e cercava di fare da sé nei periodi di difficoltà, così negli ultimi tre anni di vita ha continuato a lavorare, a magnificare e far conoscere il Delta. E anche a sognare. Una nuova imbarcazione, nuovi modi di visitazione, una costante attenzione alle proposte in fatto di turismo, e il desiderio di partecipare al raid Pavia-Venezia in motoscafo.

    E se la perdita è sempre dolorosa, ingiusta, l’unica consolazione è che Marino “caparin” Cacciatori non resterà un’icona del Delta destinata pian piano ad ingiallire e ad essere dimenticata. Ci sono cose nel Delta che parlano di lui, mentre il suo entusiasmo, i suoi sogni continuano a vivere attraverso il figli Sandro, Stefano e Simone, la moglie Graziana, le nuore e i nipoti -e per certi versi anche il fratello Vittorio pur se si occupa di turismo in bicicletta e canoa- che stanno portando avanti la sua impresa di navigazione e la scommessa di far conoscere il Delta del Po come il vero cuore del Parco del Delta del Po.

  • “La mia vita prigioniera”

    “La mia vita prigioniera”

    Gli anni della guerra sono una ferita troppo grande per poter essere dimenticata. E’ così che, a distanza di oltre sessant’anni, ancora fanno la loro comparsa nelle librerie intensi memoriali di chi ha vissuto gli episodi più drammatici della seconda guerra mondiale Tra questi un libro di Giovanni Ceciliato, originario di Arquà Polesine (classe 1920), oggi residente in Piemonte, che nel proprio diario ripercorre la sua storia, a partire dal 10 marzo 1940, quando gli arriva la cartolina-precetto per Bari e viene arruolato nel 32° Reggimento Artiglieria – Sezione Comando -, avendo il brevetto di radio marconista.

    Il 16 giugno 1940 viene spedito sul fronte albanese ed assegnato al 6° Corpo d’Armata della Divisione Marche, agli ordini del generale Roatta. L’8 settembre 1943 la sua compagnia, come quasi tutto l’esercito italiano, viene abbandonata dai comandi e quattro giorni dopo, la mattina del 12 settembre, Ceciliato viene arrestato dai tedeschi in territorio iugoslavo.

    E’ così che Giovanni Ceciliato diventa uno di quei 600-700 mila militari italiani internati nei lager tedeschi, una categoria a parte nell’universo concentrazionario nazista: non prigionieri di guerra, che avevano i diritti sanciti dalla Convenzione di Ginevra, ma internati militari italiani (I.M.I.), che non avevano diritto a nulla. Erano solo braccia da lavoro, cioé “Schiavi di Hitler”, come li chiama Ricciotti Lazzero, reduce dalla campagna di Russia, poi partigiano in Piemonte e quindi giornalista, nel suo notissimo libro sulle vicende degli Imi.

    Per Ceciliato inizia dunque la prigionia e, dopo settimane di viaggio stipati in un vagone merci, il 28 settembre, con i suoi compagni giunge a Fallingbostel, l’enorme campo di smistamento dei prigionieri, a poca distanza del famigerato Bergen Belsen.

    Proprio in quel campo, nel quale rimane quasi un mese, Ceciliato conosce un giovane ufficiale russo che, una sera, prima di sparire mentre tornavano dal lavoro, gli confida di essere il figlio maggiore di Stalin.

    Il 25 ottobre il gruppo di Imi viene rimesso su un treno e dopo 28 ore di viaggio giungono a Bernburg (Hannover), per essere internati nel lager XIA ed assegnati al lavoro nella fabbrica di aerei Junker.

    Nel campo ci sono prigionieri di diverse nazionalità – serbi, belgi, francesi – ma “noi italiani siamo chiusi da soli perché siamo i più belli” scrive, con amara ironia, Ceciliato nel suo quaderno dove annota, giorno per giorno, tutto quello che gli succede intorno e tutto quello che prova: la disperazione, la fame, i pidocchi, il lavoro massacrante e le umiliazioni.

    Il giorno del suo compleanno, scrive: “Nella mia gioventù, che doveva essere più felice, più contento degli uccelli liberi, sono qui: un cadavere che vive a stento. Mi mancano le carni per coprire queste ossa, mi mancano le forze per reggermi”.

    Annota tutto, Ceciliato, anche la tragedia degli amici morti. Uno di questi, Renato Taribello, di Canaro, perisce durante il bombardamento della fabbrica, il 20 febbraio 1944, e Ceciliato ne individua i resti sotto le macerie. Ed è per questo che, 61 anni dopo, si è messo in contatto con il sottoscritto, che abita a Canaro, per avere notizie dei parenti del commilitone morto in quel lontano bombardamento.

    Il diario di Ceciliato, di quei 646 giorni di prigionia, grazie all’iniziativa dei famigliari, è diventato un libro – “La mia vita prigioniera. Diario dai campi di internamento nazisti”, Brescia 2005, per i tipi di “La Cittadina” – e l’autore voleva recapitare una copia del volume ai parenti del Taribello, i quali, però dal 1950, sono emigrati a Torino.

    Analoga la scelta fatta nel dopoguerra da Ceciliato che, lasciata Arquà Polesine, vive da anni a Ciriè (To), dove nel 1988 è stato insignito del titolo di Cavaliere al Merito Interalleato e nel 2003 di Cavaliere della Repubblica Italiana.

    L’ho incontrato a Rosolina l’estate scorsa: uno splendido ottantacinquenne, in ottima salute, con la memoria viva e la parola incontenibile nel raccontarmi la sua vicenda e il ricordo nitido e tragico di quel povero corpo straziato dalle macerie.

    Ora sta facendo ricerche a Torino per rintracciare i famigliari di Renato Taribello, il cui nome è inciso sulla lapide nel monumento ai caduti di Canaro.

    Il libro è la trascrizione fedele dello scritto originale e, anche se la bibliografia sugli Imi, desunta da diari e testimonianze, è ormai copiosa, ogni volta che esce un nuovo volume si riaprono ferite mai completamente rimarginate, nelle quali si incrociano eroismi e destini di ragazzi in divisa che seppero dire no a Hitler e alla Repubblica Sociale Italiana.

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