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Archivi: Articoli d’archivio

  • Lungo la sponda destra del Po di Venezia

    Lungo la sponda destra del Po di Venezia

    La recente conclusione dei lavori di restauro della parrocchiale di Mazzorno destro – la frazione più occidentale del comune di Taglio di Po – ci stimola ad una visita al paesello che sorge sotto l’argine del Po di Venezia, dirimpettaio a Mazzorno sinistro ubicato sulla opposta sponda. Un territorio che un tempo lontano doveva essere indiviso e che ebbe a subire una cesura dal corso del Po, originatosi nel 1152 in seguito alla rotta di Ficarolo. Affratellate dallo stesso toponimo, le due comunità rivierasche ebbero come riferimento di fede due edifici sacri, ricadenti in ogni caso sulle terre in larga parte di pertinenza dei Querini, nobili veneziani che, con il loro giuspatronato, garantirono il sostegno base alla vita delle due chiese.

    Successivamente il giuspatronato della chiesa di Mazzorno destro passò ai veneziani Puli e il sacro edificio, dedicato a S. Francesco d’Assisi, inaugurato nel 1523, fu più volte riedificato: l’ultima erezione risale al 1789 mentre i recenti lavori di restauro sono stati completati nei primi mesi del 2005.

    La chiesa si presenta con una facciata semplice, ma armoniosa, sovrastata da un timpano contornato da una cornice ben marcata. Un altro cornicione corre orizzontalmente a metà della facciata dividendola in due, mentre un’ultima cornice a forma di portale inquadra la porta di accesso al tempio, dando vita ad un grande arco che supera la linea mediana. Nella lunetta originata dal gioco delle cornici (unico elemento di arricchimento visivo della facciata) è posizionata una lapide a ricordare che il tempio è dedicato a Dio Ottimo e Massimo e ai Santi Francesco e Gaetano.

    Sulla sinistra si innalza un bel campanile, con una cuspide svettante, anche questo interessato dai recenti lavori di restauro, mentre sulla destra, accanto al piccolo sagrato, si erge un rigoglioso platano, alla cui base è stata circoscritta un’aiuola con dedica a Cristo Re. Oltre questa si apre una vasca, a forma di laghetto, sormontata da un ponticello arcuato, alla cui sommità è posizionata una statua dedicata alla Madonna.

    L’interno del tempio si presenta a navata unica, con un soffitto a capriate. Tra le varie aopere d’arte si segnala la tela sulla controfacciata dedicata alle Stimmate di San Francesco, opera della scuola del Guercino.

    Sulle pareti laterali l’attenzione va agli ampi dipinti su tavola realizzati alcuni anni fa dallo stesso parroco, Dino Marcello Gianola e dal fratello Bernardo. Particolarmente piacevole appare la scena della Natività, ove una dolcissima Madonna, un amorevole S. Giuseppe ed un angelo, fanno corona al Bambinello. Il parroco è anche autore dei quattro grandi medaglioni in finto mosaico dedicati a S.Teresa del Bambin Gesù, a Bernardette, a Maddalena di Canossa e a Maria Goretti.

    Dopo la visita al sacro edificio proseguiamo l’itinerario salendo sull’argine, con direzione Taglio di Po. Dalla strada arginale si gode uno stupendo panorama, caratterizzato dalla maestosità del fiume, le cui rive, ricche di vegetazione spontanea, offrono un habitat ideale per aironi, garzette ed alte specie di volatili. Lo sguardo si allarga poi sulla vasta campagna coltivata, ove non mancano alcune costruzioni di rilievo erette dal XVII secolo in poi dai nobili veneziani che qui si insediarono dopo il “taglio di Porto Viro” (1600-1604), ovvero dopo la deviazione del corso del Po verso sud-est.

    Nelle vicinanze della chiesa sorge Ca’ Puli – Bonafè. Il complesso, che appartenne alla famiglia Puli sost{itu}itasi ai Querini nell’assicurare il giuspatronato alla chiesa di Mazzorno destro, si compone di una casa padronale, alla quale sono accostati edifici utili per accogliere le attrezzature per la lavorazione dei campi. La costruzione, di origini settecentesche, oggi purtroppo in stato di abbandono, a meridione è preceduta da una vasta aia in mattoni. La facciata è percorsa da due marcate canne fumarie che si innalzano ben oltre il tetto, culminando con camini a dado. Le finestre del piano terra e del primo piano sono racchiuse in cornici di fattura ottocentesca, mentre il sottotetto prende luce da aperture a forma ovale. Il fronte settentrionale dell’edificio ripete la ripartizione del fronte principale, senza la presenza dei camini, ma presentando al primo piano un balcone con portale centinato. Caratteristica architettonica questa che ingentilisce la facciata a tramontana e che doveva in origine essere presente anche nel fronte meridionale.

    Proseguendo nell’itinerario alla volta di Taglio di Po incontriamo Ca’ Borini complesso risalente alla fine del ‘600, costituito da un grande edificio connotato da un portico a sei grandi arcate divise da lesene. I due piani, che si aprono sotto l’ampio porticato, sono in parte adibiti ad abitazione, mentre è destinato a granaio il sottotetto, che prende aria da finestrelle ovali che si aprono sulla facciata. Un cornicione marcapiano, con funzione decorativa, divide queste aperture destinate ad aerare il sottotetto dalle sottostanti arcate. Un ultimo elemento architettonico è costituito da una bassa torretta accostata al corpo padronale con merlature a coda di rondine.

    La tappa successiva è presso Ca’ Nani, connotata da un articolato quanto inedito fastigio ondulato che contraddistingue la sommità delle due facciate. Due canne fumarie percorrono il fronte meridionale della originale costruzione eretta nel primo settecento, arricchita al primo piano da una trifora, con apertura centrale dotata di poggiolo.

    Procediamo lungo la strada arginale, mentre sulle acque del fiume transita una lunga chiatta. Sulla riva opposta si innalzano le ciminiere di fornaci spente ormai da vari decenni: uno di questi complessi industriali è stato salvato dalla lenta distruzione, causata dall’abbandono, trasformandolo in una struttura turistica denominata Centro Nautico di Porto Viro.

    Raggiungiamo frattanto Ca’ Zen, certamente la più rappresentativa costruzione che sorge lungo il Po nell’area tagliolese. Il complesso, eretto dalla famiglia Zen (alcuni documenti indicano Zeno) nel XVIII secolo, probabilmente era un casino di caccia, inizialmente limitato alla casa padronale. Successivamente, nel corso dell’Ottocento quando l’immobile divenne fulcro di una fiorente attività agricola, furono aggiunte le due ali laterali più basse, inizialmente destinate a scuderie e granai, poi adibite ad uso abitativo ed oggi utilizzate per la ricettività turistica del complesso gestito dai proprietari, la famiglia Avanzo, come bed and brekfast.

    Su un’ampia aia mattonata preceduta da un prato verdeggiante, si erge dunque la poliedrica costruzione le cui connotazioni architettoniche sono concentrate nell’edificio padronale a tre piani, sormontato da un attico centrale culminante con un frontone poggiante su cinque lesene. Al piano nobile spicca un balcone con apertura centinata, mentre al piano terra la porta architravata è fiancheggiata da due oculi a forma ovale. Da notare ancora i camini ad obelisco che si innalzano sopra la nobiliare costruzione, la quale nel 1819 ebbe quale ospite illustre il poeta inglese Lord Bayron che ricordò il soggiorno tagliolese con una struggente ode romantica dedicata al Po (vedasi Ventaglio n. 23, pag. 52, Lord Byron a Ca’ Zen di Roberta Fava).

    A sinistra dell’immobile si alza una barchessa con quattro arcate, le cui aperture sono state chiuse senza però cancellare il disegno degli archi a tutto sesto. Ad oriente sorge invece una cappella con due statue dedicate alla Madonna e all’arcangelo Gabriele, ed un tabernacolo sul quale è incisa la data 1453 (Anno Domini MCCCCLIII). Irrisolta la questione se l’oratorio fosse già presente in loco all’epoca indicata nell’iscrizione, o se il tabernacolo sia stato qui trasportato da Venezia dalla famiglia Zen.

    L’itinerario lungo la riva destra del Po di Venezia, alla ricerca dei beni architettonici ed ambientali nel comune di Taglio di Po può proseguire dopo una sosta presso il capoluogo. Sarà questo l’oggetto di un altro intervento, per il quale diamo appuntamento ai lettori ad uno dei prossimi numeri di questa rivista.

  • La chiesa di Fratta Polesine

    La chiesa di Fratta Polesine

    Fra le chiese del Polesine, merita senz’altro una visita attenta la parrocchiale di Fratta, intitolata ai santi apostoli Pietro e Paolo, interessata da un recente intervento di restauro.

    Dal punto di vista strettamente architettonico il suo impianto è molto semplice: una grande aula rettangolare con tre cappelle laterali per parte, di cui quelle verso il presbiterio sono notevolmente più ampie così da dare l’idea del transetto; la cappella maggiore si apre nella parete di fondo senza elaborazioni particolari.

    La copertura è costituita da una volta “a schifo”, che può essere vista come un soffitto piano raccordato alle pareti verticali con superfici curve nelle quali sono scavate le “unghie” per le finestre. La semplicità dell’impostazione è riscattata sia dalla gradevole luminosità diffusa, sia dalla decorazione architettonica che, pur senza presentare aspetti di originalità, si caratterizza per finezza di gusto, mentre l’arredamento (altari, sculture e pitture) presenta anche opere di alto livello artistico.

    La storia della chiesa è stata ben ricostruita sia da Antonio Romagnolo, che ne ha considerato, appunto, gli aspetti artistici (1990), sia da mons. Alberino Gabrielli, interessato più agli aspetti religiosi e pastorali (1993). In estrema sintesi si può ricordare che già alla fine del X sec. nel luogo dell’attuale Fratta esisteva una chiesa intitolata a S. Pietro, ma doveva essere cosa molto modesta perché la cura delle anime era affidata alla chiesa di S. Bellino (che allora si chiamava S. Martino in Variano). Non si sa quando la situazione demografica abbia reso opportuno elevare la chiesa di S. Pietro a sede parrocchiale: certo molto tempo prima del 1536 se mons. Gianpietro Ferretti – che avviava in quell’anno la sua visita pastorale in séguito alla quale elaborò un prezioso documento storico sulla Diocesi di Adria – non era più in grado di fissarne l’anno: evidentemente i documenti erano andati perduti, e la memoria d’uomo non era in grado di aiutare.

    Si deve credere che la più antica chiesa di S. Pietro dovette subire diverse trasformazioni per adeguarsi alle novità, ma qui non si vuole affrontare la dettagliata ricostruzione – del resto oggi impossibile – della storia di quello che non c’è più: si preferisce riproporre qualche notizia su ciò che possiamo vedere.

    L’attuale edificio, dunque, venne eretto a partire dal 1645 per sostituire quello precedente, costruito quasi un secolo prima e divenuto insufficiente¹.

    Il progetto per la nuova chiesa venne fornito da Vincenzo Bortoloni da Lendinara. Nel 1661 i lavori erano progrediti al punto da poter abbattere la chiesa preesistente; la conclusione (provvisoria, come si vedrà fra poco) si avrà solo nel 1682, con il completamento della facciata, nelle cui nicchie in quello stesso anno vengono collocate le due statue dei santi apostoli titolari, eseguite da Giovanni Bonazza, allora ventottenne (queste sono le sue prime opere documentate), che si manifesterà come uno dei più qualificati scultori fra XVII e XVIII secolo in area veneta.

    Per quanto riguarda l’arredamento interno della chiesa si deve pensare che inizialmente si dovettero riutilizzare le opere della chiesa precedente: l’altare maggiore che oggi vediamo, infatti, fu realizzato solo nel 1697, dal veneziano Cristoforo Scala, e solo nel 1705 vi furono collocati i due angeli laterali, anch’essi commissionati ad artisti fra i migliori operanti a Venezia, Pietro Baratta (angelo a sinistra) e Marino Groppelli (a destra).

    La pala che oggi si trova nell’abside, e che raffigura I santi Pietro e Paolo e il piccolo Giovanni Battista ai piedi del trono della Madonna col Bambino, secondo le ricerche del Romagnolo risalirebbe al 1577, opera di un mal conosciuto “Mastro Armanio pitor”, il cui nome si trova nella ricevuta di un pagamento nel novembre di quell’anno, appunto per la pala in questione. La presenza dei due apostoli nella pala dell’altare principale fa capire che già nell’ultimo quarto del XVI sec. la chiesa, inizialmente intitolata al solo S. Pietro, è dedicata ad entrambi gli apostoli. Non sappiamo quando il cambiamento di titolo sia avvenuto, ma sembra plausibile ipotizzare che l’occasione sia stata fornita dalla ricostruzione del 1552.

    Studiando i documenti dell’archivio parrocchiale, il Romagnolo ha trovato che nel 1706 fu costruito il braccio destro del transetto, e che nel 1730 fu la volta del braccio sinistro: non è chiaro se si trattò del completamento del progetto originale o di una sua modifica².

    Le date trovate dal Romagnolo relativamente allo sviluppo della decorazione della chiesa suggeriscono l’idea di un periodo caratterizzato da una discreta disponibilità economica: nel 1735 il pittore polesano Mattia Bortoloni viene pagato per le due tele collocate nel braccio sinistro del transetto, raffiguranti l’Adorazione dei pastori e l’Adorazione dei magi; nel 1742 il pittore veneziano Francesco Zugno firma il contratto per affrescare il soffitto, e Tommaso Bonazza (uno dei figli scultori di Giovanni) firma il contratto per la fornitura di otto statue da collocarsi all’interno (gli Evangelisti e i santi Giovanni Battista, Giuseppe, Francesco d’Assisi e Giovanni Nepomuceno); nel 1747 il veronese Giovanni Colonna fornisce l’altare per la seconda cappella a sinistra; nel 1761 si commissiona al veronese Giovanni Battista Buratto la pala con La Ss.ma Trinità e i santi Vincenzo Ferrer, Francesco di Paola e Nicola di Bari; l’anno successivo ancora due artisti veronesi, Pietro Maderna e Ambrogio Pagani, forniscono l’altare per la seconda cappella a destra; nel 1771 Giuseppe Fadiga, veneziano, realizza l’altare per la prima cappella a destra; nel 1783 il rodigino Sante Baseggio consegna il baldacchino di legno dorato (dalla sorella Anna) e dipinto (dallo zio Massimino) per l’altare maggiore; nel 1792-94 il veronese Francesco Massari e suo figlio Senator lavorano all’altare di S. Antonio di Padova.

    Il XVIII sec., dunque, sembra essere stato un periodo favorevole per Fratta; ma sappiamo come si concluse per la Repubblica di Venezia, a cui Fratta apparteneva: nell’ottobre 1797 il Trattato di Campoformido fra Napoleone e l’Austria segnò la fine dello Stato di S. Marco. Il successivo dominio francese si caratterizzò anche per la soppressione degli ordini religiosi e la chiusura (e spesso la demolizione) di chiese e conventi, da cui derivò una frequente messa all’asta di molte delle opere d’arte che vi erano contenute.

    Questo fatto per la verità si rivelò come un’interessante opportunità per Fratta. Infatti nel 1812 la fabbriceria dei Ss. Pietro e Paolo poté acquistare a Venezia alcune opere di alto livello: due forti statue di Giovanni Marchiori, provenienti dall’altare maggiore della chiesa dei Ss. Biagio e Cataldo (S. Alessio e S. Giuliana Falconieri) e l’intero altare maggiore della chiesa di S. Maria dei Servi, di Giovanni Maria Morlaiter, caratterizzato da figure di intensa espressività.

    Acquistate a Venezia, sono queste le opere d’arte di più alto pregio oggi visibili nella chiesa di Fratta, ma altre ve ne sono, di cui magari non si conosce la storia, come la lignea bussola d’ingresso, così ben intagliata da aver suggerito a lungo l’attribuzione ad Andrea Brustolon, il massimo artista del XVIII sec. nel campo della scultura del legno; oppure opere la cui origine rimane non del tutto definita, come il pulpito intagliato da Luigi Voltolini di Lendinara poco dopo la metà del XIX sec., o la tela di ignoto autore settecentesco raffigurante la Circoncisione di Gesù, nel transetto sinistro; o le due tele nel transetto destro con Episodii della vita di S. Filippo Benizi che il Romagnolo ha dedotto provenire dalla chiesa dei Servi a Venezia, o, sempre nel transetto destro, la statua di S. Antonio di Padova di Giuseppe Torretti, o l’Estasi di S. Antonio di Padova, notevole dipinto di Pietro Liberi.

    Anche questa ricchezza d’arte nella chiesa parrocchiale conferma la particolarità di Fratta fra i centri abitati del Polesine.

  • A Lendinara è arrivato lo IAT

    A Lendinara è arrivato lo IAT

    Significativo passo avanti quello compiuto lo scorso 23 Aprile a Lendinara per incentivare occasioni di visitazione turistica, grazie all’apertura dello Iat, ovvero l’ufficio di Informazione ed Accoglienza Turistica. Un evento che, come ha sottolineato il sindaco Alessandro Ferlin durante la cerimonia inaugurale, dà prestigio alla cittadina che vanta interessanti tradizioni culturali, nonché riferimenti d’arte e di architettura in grado di colpire l’attenzione dei visitatori. Lo Iat si presenta dunque come un utile punto di approccio alla conoscenza del territorio, indispensabile per i turisti ma anche stimolo per proposte ed iniziative che vedranno il comune di Lendinara ricercare motivi di collaborazione con i comuni limitrofi, specie con Fratta e Badia Polesine caratterizzati da beni culturali ed artistici di sicuro rilievo.

    Si tratta del quinto ufficio di questo genere attivato nel Polesine, ha osservato l’assessore provinciale al turismo Laura Negri, che nel suo intervento ha sottolineato come il turismo extra balneare sia in crescita all’interno della provincia, in relazione alle positive proposte che stanno caratterizzando il territorio tra l’Adige ed il Po. Si tratta di rivolgersi al turista offrendo un prodotto di qualità – ha puntualizzato l’assessore – nella consapevolezza che l’ufficio di informazione ed accoglienza ha anche una funzione di volano per la crescita culturale del territorio, con importanti ricadute sul piano dello sviluppo imprenditoriale.

    L’attenzione per il mondo della ricerca e degli studi verso le occasioni di crescita turistica è stata sottolineata da Stefania Malavasi, docente presso l’Università di Padova, che ha evidenziato il successo di iscrizioni ottenute dal corso di laurea in Programmazione e Gestione del Turismo di recente istituzione, nonché l’ottima accoglienza presso le istituzioni locali degli studenti che realizzano tesi rivolte all’approfondimento delle conoscenze del Polesine.

    La cerimonia di inaugurazione dello Iat, dopo il momento di presentazione tenutosi presso la sala consiliare del comune di Lendinara, è proseguita presso il nuovo ufficio, con il fatidico taglio del nastro, seguito dalla visita allo spazio riservato all’ufficio e ai locali annessi, destinati questi ultimi ad occasioni espositive, sia di tipo permanente che occasionale.

    Per quanto riguarda le prime si è proceduto alla presentazione del recupero degli ingranaggi dello Storico orologio della Torre Civica, a cura dei fratelli Donegà, con esposizione del meccanismo funzionante. E’ seguita l’inaugurazione della mostra dedicata ai “Cimeli dell’arte della Stampa” imperniata sulla figura di mons. Aldo Balduin curatore per lunghi anni del secolo scorso delle opere a stampa del Seminario di Rovigo ed in particolare focalizzata su una macchina stampatrice risalente a metà Ottocento proveniente proprio dalla tipografia del Seminario Vescovile, dono di Giuseppe Casazza.

    Si è quindi proceduto alla presentazione della mostra temporanea “AutoRitratte”, eccezionali dipinti ad olio, opere di Enrico Ghinato, artista originario di Lendinara che ha esposto ammirati quadri aventi come soggetto bellissime auto sportive di grande prestigio. Dipinti di mirabile effetto, caratterizzati da primi piani di lucentissime e sinuose auto dalle carrozzerie impeccabili, rosse, gialle o argentate, riflettenti spicchi di cielo o particolari dell’ambiente.

    Opere quelle di Enrico Ghinato che si collocano nel solco della pittura iper-realista, che colpiscono per la perizia con cui sulla tela vengono riprodotti dettagli solitamente trascurati, inseriti in contesti caratterizzati da inediti primi piani, in grado di creare impatti visivi di grande suggestione.

    La ricerca del particolare sfocia sulla tela in immagini caratterizzate da una fedeltà assoluta; realizzazioni pittoriche di una maestria eccezionale che non lasciano indifferenti i visitatori della mostra, suscitando emozioni vivissime soprattutto tra gli appassionati d’auto d’epoca. Cultori costoro che a Lendinara possono contare su un’attiva associazione, grazie al cui fattivo impegno si è concretizzato l’evento d’arte lendinarese. Dopo i recenti successi attenuti da Enrico Ghinato presso la Galleria d’Arte Moderna di Bologna, e nell’esposizione parigina dell’Art Paris 2006, sono stati infatti riallacciati i rapporti con l’artista da anni trasferitosi nell’Ampezzano, sfociati nell’apprezzata mostra lendinarese corredata da un accurato catalogo in cui, oltre alle opere esposte, è stato ricostruita la storia personale dell’artista, sottolineando il legame mai spezzato con la cittadina che gli ha dato i natali.

  • I giovani e la Carboneria

    I giovani e la Carboneria

    Un nuovo modo di vivere la storia, affiancando a quella ufficiale la conoscenza degli avvenimenti locali. Questo il punto di partenza del percorso di riscoperta della Carboneria a Crespino, ideato dalla Cooperativa Turismo & Cultura di Rovigo. L’iniziativa è stata illustrata nello scorso mese di dicembre agli insegnanti e agli studenti delle scuole dalle responsabili del progetto, la dott.ssa Emanuela Rizzi, insieme alla presidente della Cooperativa Donatella Girotto.

    La presentazione ufficiale si è svolta nella sala consiliare del Municipio di Crespino, alla presenza delle autorità locali, del sindaco Luigi Ziviani e di Sergio Garbato e Mario Cavriani, in veste di storici e conoscitori della storia locale. Il percorso si pone come obbiettivo principale quello di far rivivere i luoghi della storia, affiancando ad un ciclo di lezioni introduttive al movimento storico, un percorso guidato volto alla scoperta delle ville e degli angoli caratteristici della “Crespino carbonara”.

    La Carboneria rimane nella memoria come un movimento storico politico decisivo per l’evolversi delle idee di emancipazione e di lotta contro il nemico austriaco, base culturale su cui poi nascerà il Risorgimento italiano. Nonostante questa sua profonda importanza storico culturale però, il movimento è stato troppo spesso tralasciato, a dispetto degli avvenimenti della “grande storia”, e le testimonianze polesane dimenticate negli archivi storici locali.

    L’iniziativa della Cooperativa si propone pertanto di recuperare le radici comuni di un passato non troppo lontano. Anche Crespino infatti, insieme a Fratta Polesine, Polesella e Rovigo, ha vissuto uno dei momenti di spicco dello sviluppo degli intrighi carbonari. Proprio qui Felice Foresti, Vincenzo Carravieri, Giovanni Bacchiega e Benvenuto Tisi, tra il 1818 e il 1819, si riunivano in gran segreto nelle ville crespinesi per studiare un piano di rivolta contro il nemico austriaco.

    L’Itinerario Carbonaro si articola su vari livelli, a seconda delle richieste delle classi o dei turisti interessati ad approfondire la storia del Polesine, muovendosi però sempre di pari passo con il territorio.

    Decisiva l’esperienza diretta con i luoghi della storia. Calandosi personalmente nelle vesti degli antichi carbonari, i ragazzi diventano i veri protagonisti delle vicende.

    La visita al centro storico di Crespino, tappa fondamentale nel progetto di riscoperta e rivalutazione della storia locale, parte da Piazza XX Settembre, teatro della sommossa antinapoleonica del 1805, evento fondamentale per capire l’evolversi degli avvenimenti successivi. Qui si può vedere l’edicola e l’epigrafe in ricordo dell’esecuzione di Giovanni Albieri, detto “Veneri”, giustiziato il 14 ottobre 1806 sulla allora Piazza della Pretura. Tappa successiva del percorso guidato, la Villa dei Principi Pio Falcò, ora Longhi, che divenne il nascondiglio dello stilo carbonico, delle insegne, degli statuti della setta e soprattutto dello scottante documento della “Costituzione Latina”.

    L’itinerario prosegue nella monumentale Piazza Fetonte di fronte la casa di Vincenzo Carravieri, esponente di spicco del Risorgimento Polesano e della Carboneria crespinese, uno dei luoghi di incontro segreto dei carbonari crespinesi. La visita si conclude quindi sotto il portico dell’attuale Palazzo Municipale, dove si più ammirare la lapide affissa nel 1906 in ricordo dei militi della Guardia Nazionale collegati all’”insorgenza” antifrancese.

    Da ultimo, uno sguardo al busto e all’epigrafe che commemorano Vincenzo Carravieri collocata nella scalinata del Palazzo Municipale.

    Il progetto prevede inoltre che i ragazzi delle scuole partecipino attivamente al percorso guidato. Anche la lezione in classe di introduzione al movimento storico infatti non sarà di semplice teoria. I ragazzi saranno chiamati a calarsi nelle vesti dei veri Carbonari, recitando, ad esempio, il giuramento degli iniziati alla setta. Durante la visita in paese poi, scatteranno alcune fotografie dei luoghi più significativi della Carboneria crespinese, in modo da ricostruire in un secondo momento lo sviluppo del movimento, dalla nascita delle idee e dei piani di rivolta, fino allo scoppio dei moti carbonari. Il lavoro si completerà con le ricerche sul tema che i ragazzi condurranno nella biblioteca comunale insieme alla dott.ssa Rizzi, che li seguirà durante l’intero progetto.

    Il risultato finale verrà illustrato a fine anno scolastico durante il “Meeting della Didattica” organizzato dalla Cooperativa Turismo & Cultura, una giornata di incontro e scambio tra tutte le scuole della provincia.

  • Il delta in epoca risorgimentale

    Il delta in epoca risorgimentale

    Polesine: terra di fiumi e di canali, di miti e di leggende, di nebbie e di silenzi profondi, di canti di garzette e aironi, di cormorani e cavalieri d’Italia, che delle golene, degli scanni, canneti e lagune hanno fatto la loro dimora ideale. Terra che si accende di colori caldi nella bella stagione, il rosso dei papaveri, l’oro del grano, il giallo dei girasoli, che ci portano col pensiero alle vaste distese di campi nella lontana Russia. Luogo pieno, talvolta, di contraddizioni, ma che ci fa ancora sognare.

    Di questa particolarità se ne sono accorti alcuni registi italiani, che hanno girato diversi film nelle annate trascorse, da Riso amaro al Il mulino sul Po, da Ossessione a Paisà, da Scano Boa a La donna delle meraviglie, da Notte Italiana a molti altri. E in questi ambienti, tra mare e nebbia, verranno prossimamente girate le scene tratte dal libro dello scrittore e storico portotollese Claudio Modena “Ciceruacchio – Angelo Brunetti capopopolo di Roma – Patriota del Risorgimento” che diventerà un film sul Risorgimento italiano. Esso, inoltre, farà parte delle manifestazioni internazionali per il bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi.

    A darne notizia è stato lo stesso autore, che nella capitale, dove da oltre vent’anni vive e lavora, ha presentato la sua ultima fatica letteraria, edita da Rizzoli. L’evento, a cura dell’Associazione dei Veneti a Roma e dell’Istituto Internazionale di studi “G.Garibaldi”, si è svolto nella capitale a Palazzo Altieri, in Piazza del Gesù.

    Il libro è stato particolarmente apprezzato dai nomi più famosi della cultura romana “come opera singolare nella sua stesura, che si differenzia per gli aspetti descrittivi dalle opere precedenti effettuate da altri autori”. Padre Bernard Ardura, segretario del Pontificio Consiglio della Cultura, manifestando le sue vive congratulazioni all’autore Claudio Modena, si è così espresso: “Una pubblicazione documentata e arricchita di un apparato bibliografico e critico di notevole levatura, un lavoro che passa in rassegna, con una lettura diacronica e sincronica insieme, alcuni personaggi chiave del Risorgimento e mette in risalto avvenimenti che vedono protagonista il Brunetti e la sua vicenda umana e politica, da Roma al Delta del Po, luogo della sua morte”.

    “Ciceruacchio è uno dei personaggi tipici degli entusiasmi, dei controentusiasmi e di un personale tramonto in armi- scrive nella prefazione al volume il senatore Giulio Andreotti”. Nel Delta Padano il ricordo di Ciceruacchio era sempre stato tenuto vivo dai patrioti polesani e un bel busto fu inaugurato l’11 agosto 1912 a Porto Tolle. Intorno agli anni cinquanta l’Amministrazione Comunale lo sostituì con un nuovo monumento che veniva collocato nella piazza omonima ed antistante il Municipio di Porto Tolle, paese in cui egli con i figli Luigi e Lorenzo ed un manipolo di uomini di sicura fede garibaldina venne e arrestato e fucilato dagli Austriaci. Era il 10 agosto del 1849.

    Popolano autentico, figlio di un maniscalco romano, grande trascinatore di folle e strenuo difensore della Repubblica Romana, dopo la capitolazione seguì Garibaldi a Porto Cesenatico, imbarcandosi per Venezia. Ostacolato da vedette austriache, prese terra sulla spiaggia della Mesola, attraversò il confine veneto a Goro, ma qui, forse tradito, fu arrestato e rinchiuso nella caserma di Ca’Tiepolo fino al tragico epilogo.

    Al libro di Claudio Modena, definito dal Commissario straordinario del Parco del Delta Luigi Migliorini “un affresco storico del Risorgimento”, è stato altresì riconosciuto il merito di “fare apprezzare, grazie ad una bibliografia completa, il personaggio Ciceruacchio, nonché quello di far conoscere da vicino i luoghi toccati” che potrebbero essere i più adatti per l’ambientazione delle scene del film, come suggerisce il portotollese Maurizio Ferro all’autore e al produttore del film, il principe Enrico Filadoro Caracciolo. Testimonianze artistiche, cimeli d’epoca e una ricca documentazione archivistica su quegli anni sono conservate nella sede storica dell’Istituto Internazionale di Studi “G.Garibaldi”, nato dalla Società di “Mutuo Soccorso” fondata a Roma nel 1871 dall’eroe dei due mondi, e potrebbero essere visionate per le scene del film. Il capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi, nel suo intervento fatto pervenire in occasione della presentazione del libro, ha auspicato che “la cinematografia si impegni in modo storicamente serio per sviluppare i temi di un periodo tanto entusiasmante della nostra storia”.

    Tutto ciò costituisce naturalmente motivo di grande soddisfazione per Claudio Modena, scrittore e storico nativo di Porto Tolle, autore di numerosi libri su personaggi che hanno caratterizzato la storia del Polesine, a cominciare da Giacomo Matteotti, figura a lui molto cara, cui ha dedicato vari interventi tra cui: “Giacomo Matteotti 1885-1985 – Riformismo e Antifascismo”; “La vita, l’opera, il martirio di Matteotti” (raccoglie l'ampia documentazione che l' allora giovane studente universitario consultò per scrivere la tesi di laurea, “Giacomo Matteotti e la sua azione politico-amministrativa nel Polesine”, discussa all'Università di Roma “La Sapienza” con Gabriele De Rosa e Renzo De Felice.

    Altro personaggio studiato da Claudio Modena è stato Nicola Badaloni, medico socialista di Recanati morto a Trecenta, ed infine si è concentrato sulla figura di Ciceruacchio – Angelo Brunetti, capopopolo di Roma – patriota del Risorgimento.

    Per le sue pubblicazioni è stato insignito della Medaglia d’oro della Comunità Europea, della Medaglia d’oro dell’Istituto internazionale di Studi Beato Pio IX e del premio della Cultura della presidenza del Consiglio dei Ministri.

    Da circa vent'anni Claudio Modena si è trasferito per lavoro a Roma, presso il Ministero per la Difesa dell’Ambiente e di recente è stato nominato Ispettore Onorario per i Beni Architettonici e Paesaggistici con competenza per l’area del Basso Polesine. Una nomina ispirata dalla competenza e dalla professionalità espressa dallo studioso di Porto Tolle, che conosce molto bene i problemi del territorio del Delta, sua terra d’origine verso la quale ha sempre mostrato un fortissimo attaccamento, rendendosi altresì sempre partecipe nell’affrontare, accanto ai suoi conterranei, le problematiche di sviluppo e di tutela dell’area.

    Il neo ispettore vanta inoltre un curriculum di tutto rispetto: ha ricoperto incarichi di responsabilità presso molteplici istituzioni pubbliche e governative, è stato consigliere di diversi ministri e sottosegretari di stato.

  • Dalla fossa al bosco

    Dalla fossa al bosco

    “Nell’inverno 1956-57 mi preparavo all’esame di ammissione alla scuola media frequentando la casa della maestra Tosca Pastori, situata nello storico palazzo Grimani di Polesella, o meglio nella piccola porzione che ancora oggi rimane del grandioso edificio, caratterizzata da una grande ed elegante finestra, l’unica delle luminose aperture dell’edificio a noi pervenuta. Da quella finestra, insieme ai miei compagni, seguivo, quasi da un osservatorio privilegiato, i lavori di demolizione del sostegno della Fossa, collocato proprio di fronte a palazzo Grimani”.

    Sono le parole di Adriano Mazzetti, tratte dal volume “La bonifica tra Canalbianco e Po”, a spingere a guardare con occhi diversi Polesella. Quello descritto, è uno degli ultimi episodi di intervento urbanistico determinati dalla grande alluvione del 1951, interventi che, purtroppo, hanno completamente snaturato e reso anonimo il centro storico di Polesella. Esigenze di sicurezza idraulica hanno infatti suggerito di ricoprire la Fossa, di eliminare il sostegno e di abbandonare numerose ed eleganti abitazioni situate nella golena del Po.

    Oggi, al posto del corso d’acqua denominato Fossa, per secoli inscindibile legame tra il Po ed il Canalbianco, c’è un manto verde.

    Il Comune di Polesella e la Regione Veneto, sfruttando l’opportunità della legge 13/2003, hanno potuto collaborare per divulgare e far conoscere le fasi del cambiamento dell’area, preziosa perché capace di migliorare la qualità della vita: nell’ambito dello scopo didattico educativo si evidenzia come la natura sia un valore da rispettare.

    I quasi 40.000 metri quadrati di superficie dell’ex fossa, sono suddivisi in tre zone: quella più vicina al Po, occupata dal parco cittadino, piantumata con essenze prevalentemente ornamentali e attrezzata con panchine, giochi per bambini, attrezzi ginnici; l’area intermedia, il giardino, parzialmente piantumato con aree libere destinate a manifestazioni pubbliche ludico sportive; infine, l’ultima porzione, il bosco, realizzato dal Servizio forestale della Regione Veneto, percorso dalla pista ciclabile facente parte dell’itinerario ‘La via della seta’ che collega Venezia a Livorno. Olmi, frassini, aceri, tigli, gelsi, salici, pioppi, rappresentano una vera e propria riserva naturale. Cartellini identificativi bianchi e rossi o bianchi e verdi accompagnano ogni pianta autoctona, nell’alveo dell’ex fossa. Sono di forma romboidale, a richiamare le segnalazioni utili alle imbarcazioni, presenti sui corsi d’acqua, proprio in quei 40.000 metri quadrati dove oggi ci sono erba e alberi, ma dove un tempo la Fossa scorreva dividendo il paese.

    Due pannelli figurativi a forma di parallelepipedo incurvato, di fronte a Ca’ Rosetta e all’inizio della pista ciclabile tra via De Paoli e via Don Minzoni concretizzano, insieme al supporto multimediale, il progetto “Dalla fossa al bosco”, presentato in occasione della settimana dei beni culturali nel dicembre 2005.

    La Fossa di Polesella è, infatti, anche protagonista di un Cd-rom che l’amministrazione ha prodotto come documento storico-ambientale. Racchiude la storia del paese attraverso fotografie d’epoca uscite dagli archivi privati di Piergiorgio Astolfi e Mario Chiarion, il commento su fatti di ieri e di oggi, una prevedibile nostalgia.

    “Tutto cambia, l’importante è che la Fossa continui a vivere del ricordo di tutti anche se non c’è più” afferma l’assessore all’ambiente Daniele Milan. Sono ancora tante, in paese, le testimonianze di chi ricorda l’antico volto della Fossa. Marco Cibin, Ena Quaranta, Anna Toso, sono alcuni fra i nomi di chi, guardando le immagini contenute del Cd-rom, ripercorre il sentiero dei ricordi di quando, da bambino, giocava sulle rive del corso d’acqua.

    Dopo l’alluvione, l’interramento della Fossa seguito dall’abbattimento del sostegno, ovvero dell’antico manufatto che permetteva di regolare il passaggio dell’acqua tra la Fossa e il Po, garantendo nel contempo stabilità all’argine del grande fiume.

    “Grandi gru con enormi palle di cemento ed acciaio si accanirono contro le mura del vecchio ma robusto edificio idraulico e contro il ponte, perforatrici automatiche, con rumore assordante scavarono in profondità per sbriciolare la grande muraglia di mattoni e sassi che delimitava il bacino di raccordo tra sostegno e Po – prosegue il racconto di Mazzetti -. Per settimane continuò la sfida tra le moderne apparecchiature meccaniche e il vecchio manufatto che riservò ai tecnici sempre nuove sorprese: solidità straordinaria, profondità, strutture nascoste di rinforzo. La gente guardava in silenzio, commentava a bassa voce, si allontanava scuotendo la testa. Poi le macchine vinsero e, dove sorgeva una splendida struttura idraulica, non rimase che una vasta, anonima distesa di terra e sabbia”.

    Nelle settimane precedenti era stato ricoperto tutto il tratto della Fossa che si trovava tra il sostegno e la località San Gaetano, con un flusso costante di camion carichi di terra, assordante rumore di ruspe, sordi ordini e richiami di tecnici e operai. “Il bacino del canale rimpicciolì sempre più, fino a diventare un piccolo stagno ripieno di pesci. Poi una ruspa ricoprì di terra anche l’ultima pozza. Per noi bambini – prosegue Mazzetti – il tombinamento della Fossa rappresentò un’esperienza singolare, affascinante, per le infinite possibilità di giochi, di curiosità, di esperimenti suggeriti da una operazione tanto grande che si svolgeva proprio a ridosso delle nostre abitazioni. Tra l’altro, nella curva del canale, dopo la parrocchiale, fu in precedenza costruita una struttura in ferro denominata “ponte di Brusco” a una sola campata, slanciato e di particolare eleganza. La distruzione del manufatto consentì di aggiungere ai piccoli trofei (sabbia, conchiglie, argilla particolarmente adatta per i plastici) anche pezzi di metallo lavorato”.

    Nonostante l’attuale florido bosco, la vegetazione rigogliosa dai tratti ordinati e invitanti ombreggiature estive, che occupano lo spazio dell’antico canale naturale, oggi scomparso, rimangono stampate nella memoria le immagini di un paese abbracciato agli argini del Po e della Fossa, solcata da imbarcazioni, affiancata da pioppeti nella quale si rispecchiavano antiche ville patrizie e dove si respirava la presenza di Venezia.

  • La “Salama” sposa il “Durello”

    La “Salama” sposa il “Durello”

    Guarda Ferrarese, oggi frazione di Ro, un tempo si caratterizzava come un rilevante centro abitato che ha vissuto importanti pagine di storia e significative vicissitudini legate al fiume Po. L’importanza della località è testimoniata dall’imponente chiesa dedicata alla Beata Vergine Maria Assunta, costruita fra il 1770 e il 1780, ricca di elementi artistici di particolare splendore che confermano l’aspetto storico di questo affascinane territorio.

    Un territorio adagiato sulla sponda destra del Po, dal quale l’uomo ha sempre saputo trarre nutrimento e beneficio. Ed ancor oggi le genti di questi luoghi portano con sé il seme del loro passato e un grande desiderio di desumere da queste terre un valore di genuinità, la cui ricchezza è basata sull’ambiente, la tradizione culturale e alimentare.

    In quest’ottica un ruolo di rilievo acquista pertanto la valorizzazione di prodotti tipici come “la salama da tai” e “la salama da sugo”, insaccati che si accompagnano perfettamente ai profumi e ai sapori di queste pingui terre.

    Grazie all’operato di un gruppo di volontari, animati da autentico amore verso la propria terra, è nata da alcuni anni la “Festa d’la salama da tai” che unisce il presente al passato in un circuito dove le aziende agricole con i loro ambienti e prodotti tipici si arricchiscono di un turismo di visitazione e degustazione.

    E, accanto alla “salama da tai”, con tutto il pregio della sua unicità, si configura la “salama da sugo”. E proprio questo particolarissimo insaccato ferrarese è stato protagonista di un matrimonio con un vino veneto, il “Durello” dei monti Lessini.

    Testimoni di questo riuscito connubio i giornalisti agricoli del Veneto e dell’Emilia, invitati a Guarda Ferrarese nel corso della annuale festa, arricchita anche dell’evento del varo del bacchelliano Mulino sul Po.

    Quella della “salama da sugo” è una tradizione culinaria che risale addirittura al Rinascimento e che, per le sue peculiarità a rischio di estinzione, rientra oggi nei dieci principali presidi difesi da Slow Food. La Salama da sugo è un impasto di carne suina macinata con vino rosso, sale, pepe nero, noce moscata, cannella, chiodi di garofano, rhum e alcune piccole X che nessun artigiano di Ferrara sarà disposto a rivelarvi.

    Da ogni maiale si può ottenere una sola salama, visto che l’involucro chiamato a contenere per circa 8 mesi l’impasto (fegato, lingua, carne del collo e della gola) è la vescica stessa del suino. Il prodotto acquista l’inconfondibile sapore dopo una lunga stagionatura, appeso al soffitto o posto sotto la cenere in un luogo fresco, aerato e rigorosamente buio.

    Dopo cotta presenta una polpa granulosa, umida, con un intenso color rosso rubino, venato da sfumature brune. La si scava con un cucchiaio, fumante e profumata, e la si consuma con molta parsimonia, abbinandola al purée di patate, che ne ammorbidisce il sapore prepotente.

    Gli ingredienti, il grado di stagionatura del prodotto, la considerevole speziatura fanno sì che la preparazione sia strutturata, presentando una grassezza ed untuosità percettibili che contribuiscono a renderla anche particolarmente succulenta, vale a dire che richiede un’abbondante salivazione per deglutire ogni assaggio. Una prelibatezza, che va accostata a vini che, con la loro acidità ed effervescenza, permettono di smorzare la grassezza del prodotto emiliano. Per questo si è puntato ad accostare la salama da sugo ferrarese al Durello dei Lessini spumantizzato, uno dei vini più particolari e strani che si producano in Italia, riccamente acido di colore giallo paglierino con riflessi verdognoli fornito dalla azienda agricola Marcato.

    Un sodalizio veneto-emiliano, auspice il fiume Po, che ha riscosso un grande successo: il vino, servito fresco, con il suo tono di acidità e freschezza, ha esaltato il gusto della salama da sugo servita al cucchiaio come la tradizione comanda.

    Due parole anche sulla “salama da tai” che è un po’ la “sorella maggiore” della salama da sugo ferrarese, a differenza della quale però si consuma senza doverla cuocere. L’insaccato, dal gusto ricco e dall’aroma caratteristico, è prodotto artigianalmente secondo i vecchi metodi della tradizione locale utilizzando esclusivamente la parte migliore della carne di suino, sale, pepe, vino e tempo, per la stagionatura. E’ simile per la forma sferica alla salama da sugo, ma si consuma fresca, tagliata a fette ed accompagnata dal melone, anch’esso uno dei prodotti tipici estivi delle campagne ferraresi e polesane.

    Dopo gli assaggi, i giornalisti hanno potuto percorrere in bicicletta l’argine del Po in un tratto che ricorda lo scrittore Riccardo Baccelli, legato a questi luoghi in cui ha ambientato le vicende del suo celebre romanzo “Il Mulino del Po”. In ricordo di questo famoso scrittore il comune di Ro ha pensato di realizzare la riproduzione di un vecchio mulino ad acqua: così è nato il mulino sul Po, oggi ancorato presso il ponte sul Po che collega il comune ferrarese a quello di Polesella.

  • I vent’anni del Serra Club

    I vent’anni del Serra Club

    E’ una presenza conosciuta, stimata e ben consolidata quella del Serra Club a Rovigo, la cui attività, iniziata un po’ in sordina nei primi anni Ottanta, è ufficialmente sbocciata nel 1985 con l’incorporazione nel Serra International.

    Giusto dunque celebrare i vent’anni di impegno e ricordare i momenti più significativi del sodalizio inserito nella grande famiglia, la quale aveva avuto la sua origine cinquant’anni prima, negli Stati Uniti. Era infatti il 1935, quando un gruppetto di laici cattolici decise di dar vita ad un’attività di servizio, basata sull’amicizia e sul reciproco aiuto ed ispirata all’opera del beato Junipero Serra.

    La manifestazione del ventennale del Serra rodigino si è svolta lo scorso 3 dicembre 2005 presso la sala Oliva dell’Accademia dei Concordi, ospite illustre il giornalista del Tg1 Fabio Zavattaro, che ha chiuso il convegno con la relazione “I miei venticinque anni accanto a Giovanni Paolo II”, interessando vivamente il pubblico.

    Una giornata apertasi con l’introduzione ai lavori svolta da Luigi Brazzorotto, presidente del Club rodigino, seguita dal saluto delle autorità: Mons. Lucio Soravito, Vescovo della diocesi di Adria-Rovigo, Paolo Avezzù, Sindaco di Rovigo, Federico Saccardin Presidente della provincia, Alberto Pietra, Governatore del Distretto Triveneto Serra 78.

    E’ poi toccato a Gino Cappellozza, attivo membro del club e già presidente nell’anno 1994-95, svolgere la relazione dell’attività del sodalizio rodigino, soffermandosi sulle “Tappe significative di un cammino ventennale”. Un percorso di impegno all’insegna della solidarietà nell’ottica cristiana, con “service” concernenti soprattutto l’erogazione di borse di studio a favore di seminaristi, l’adozione di qualche seminarista dei paesi in via di sviluppo, nonché generose elargizioni ad un vescovo del Sudan, alla comunità benedettina di Germano e a quella missionaria bassopolesana di Villaregia.

    Nel corso dei venti anni di impegno sono stati centinaia gli incontri di arricchimento culturale e formativo nell’ottica cattolica. Momenti importanti, finalizzati ad approfondire tematiche relative alla famiglia, al mondo della scuola, della società e del volontariato, con relazioni di personaggi illustri e preparati che hanno sempre lasciato una traccia significativa nell’uditorio. Molto seguiti poi gli incontri programmati per una maggior conoscenza dei aspetti artistici, con particolare riferimento all’arte sacra. Di grande impatto i convegni internazionali e l’iniziativa giubilare tenutasi a Viterbo per la presentazione dello splendido volume edito dal Serra Italiano sulla Via Francigena, seguito dall’incontro col pontefice in piazza S. Pietro a Roma. Di rilievo i cosiddetti “viaggi della speranza”, finalizzati soprattutto ad estendere la presenza del Serra nell’Europa dell’Est, tra cui particolarmente significativo il Congresso di Zara.

    Vent’anni di attività, che hanno visto il club rodigino cresce e consolidarsi, suscitando apprezzamenti in vari ambiti, ed indicato all’interno del mondo Serra come esempio di sodalizio entusiasta ed attivo, con la nomina anche di alcuni presidenti a Governatori del distretto Veneto – Trentino Altoadige – Friuli Venezia Giulia, incarico prestigioso al quale, proprio recentissimamente, è stato chiamato l’attuale presidente rodigino Luigi Brazzorotto.

    E’ seguito l’intervento del presidente Brazzorotto che, prima di dare la parola all’ospite, ha voluto ricordare la figura del consigliere ing. Mario Zambon da poco scomparso e ringraziare mons. Valentini per l’impegno generoso e puntuale di assistente spirituale.

    Fabio Zavattaro ha aperto quindi la sua relazione ricordando la prima immagine di papa Giovanni Paolo II appena eletto e poi quelle parole mai ascoltate: l’appello ad aprire le porte a Cristo. Parole pronunciate con forza e rivolte in varie occasioni ai capi di stato, ai potenti della terra e a tutti gli uomini. Zavattaro ha diviso il pontificato di Giovanni Paolo II in tre parti caratterizzate da tre importanti momenti: la caduta del muro di Berlino, la realizzazione del grande Giubileo e la sofferenza del pontefice, giorni questi che hanno arricchito di più il suo lungo pontificato.

    104 sono stati i suoi viaggi internazionali e 144 quelli in Italia, iniziative spesso gravose mosse dalla volontà di andare incontro all’uomo, giacché l’uomo, i suoi diritti e la difesa della vita sono state le costanti che hanno ispirato l’azione del grande papa. Nel ricordare gli avvenimenti di maggior interesse, Zavattaro ha citato le storiche udienze, le Giornate Mondiali dei Giovani, alcuni importanti viaggi ed alcuni significativi gesti profetici; l’impegno del papa per la pace, per la riconciliazione tra le Chiese, i giorni della sofferenza e dei ricoveri al Gemelli. Parole quelle del relatore, più volte segnate dall’emozione di un ricordo tutt’ora vivo e palpitante, che hanno fatto breccia nell’uditorio portato a rivivere i momenti più significativi del grande Papa che in tempi non facili ha guidato la chiesa cattolica, incidendo nella storia e rappresentando un insostituibile riferimento per l’umanità.

    A conclusione del partecipato convegno la celebrazione della S. Messa presso la chiesa del Cristo, seguita dal momento festoso della conviviale presso il ristorante Don Bosco.

  • Dieci anni di università

    Dieci anni di università

    La coerenza nella volontà di giocare un ruolo da protagonista nei processi di sviluppo e crescita non soltanto culturale ma anche socio-economica del territorio rodigino. Questo l’impegno dell’università di Rovigo (Cur), che ha spento a fine 2005, 10 candeline sulla torta dell’avanguardia, festeggiando una tappa molto importante nella formazione dei giovani. Progetti, corsi, concorsi, oltre ad esami e studio, permettono di abbinare la teoria alla pratica, segno che le nozioni devono essere accompagnato dall’aggancio con la realtà circostante per servire a formare un individuo. Il presidente Giorgio Marassi conferma i successi del passato e traccia le linee progettuali future.

    “I suoi primi 10 anni, il Cur li ha festeggiati ospitando nella sede di viale Marconi il primo congresso europeo di diritto alimentare, fortemente voluto e curato dal professor Luigi Costato. L’evento, organizzato in collaborazione con l’Università degli Studi di Ferrara e la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ha visto la partecipazione di illustri giuristi, professori universitari e rappresentanti degli imprenditori” spiega Marassi.

    Ma l’anno accademico 2005-2006 quali novità ha presentato?

    “I percorsi di studio Corsi di Laurea triennale, Corsi di Laurea specialistica e Master sono estremamente diversificati. Nascono tutti da uno studio attento delle problematiche attuali del mondo del lavoro e dalla volontà di fornire risposte efficaci ai giovani che vogliono seguire la propria inclinazione naturale e le proprie vocazioni. I percorsi triennali riguardano ingegneria informatica, educazione professionale nei servizi sanitari, educazione sociale, culturale, territoriale, infermieristica generale, tecnica di radiologia medica, diritto dell’economia (curriculum d’impresa, scienze giuridiche), orientamento di diritto dell’Unione europea. Per i corsi di laurea specialistica, invece, abbiamo la suddivisione in ‘Programmazione e gestione dei servizi educativi e formativi’ accanto a giurisprudenza. Infine, i master sono di ‘Responsabile della formazione e gestione in organizzazioni del terzo settore’, ‘Pedagogia in ambito sociale, penale e di prevenzione della devianza’ e ‘Bonifica idraulica e irrigazione”.

    Parliamo di numeri. Quanti sono gli iscritti e i laureati a Rovigo?

    “Le immatricolazioni hanno sfiorato le 450, i frequentanti arrivano a 1.500 unità. I neolaureati, nell’ultimo anno, sono stati circa 80. Puntiamo sulle 2.000 presenze da verificare a fine 2006”.

    A gennaio è partito un master in bonifica idraulica e irrigazione. Segno della vicinanza dell’Università ai problemi della nostra terra?

    “L’iniziativa è forse l’unica a livello europeo. Avevamo fissato il numero chiuso ma abbiamo dovuto fare un’eccezione, viste le numerose richieste di partecipazione. E’ un buon segno perché evidentemente i giovani capiscono l’importanza di conoscere le specificità del territorio polesano da considerare anche come ambito di sbocco occupazionale. Ma non solo. Il master avrà un più ampio respiro e potrà vantare una valenza internazionale. E’ stato realizzato grazie al sostegno della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dai Consorzi di Bonifica, proseguirà mettendo a disposizione aule di didattica, oltre ai laboratori di Padova e di Ca’ Vendramin”.

    L’Università cerca anche di valorizzare il passato del Polesine, attraverso iniziative che servono agli studenti per recuperare il patrimonio culturale di un tempo?

    “Dopo il successo della scorsa edizione, che ha visto la partecipazione di oltre 200 studenti, il Cur ha deciso di riproporre il concorso “Cosa sarò da grande”. Il progetto, che quest’anno ha assunto tale denominazione con l’aggiunta, nel titolo di “Vecchi e Nuovi Mestieri”, chiede ai partecipanti di riflettere sugli scenari che hanno caratterizzato il mondo delle professioni negli ultimi decenni, realizzando un progetto che descriva, a scelta: un mestiere tipico del Polesine oggi a rischio di estinzione; l’evoluzione di un’attività reputata significativa; una delle professioni nate di recente, in concomitanza con l’avvento di Internet e dei new media; cosa vorrebbero fare da grandi. La novità più significativa del format è rappresentata dalla realizzazione (prevista per il mese di novembre 2006) di un programma tv che avrà per protagonisti i ragazzi, un vero e proprio Tg “confezionato” dagli studenti per i loro coetanei e che, attraverso la loro voce, documenterà le varie fasi del progetto educativo. Tale programma sarà presentato ai cittadini e ai loro rappresentanti istituzionali, così da valorizzare lo spirito d’analisi e l’impegno dei più giovani”.

    La città di Rovigo come vive la presenza di tanti universitari? Logisticamente è adatta ad accoglierli?

    “I problemi ci sono, anche se, naturalmente, i soggetti interessati al progetto Cur esprimono la volontà di non disperdere i risultati fin qui raggiunti. Nonostante l’Università fosse stata studiata come un tutt’uno con la città, si riscontrano carenza di alloggi per studenti, di servizi da ricreare ex novo, la mancanza di una foresteria, di alloggi convenzionati, di spazi per i ricercatori.

    Il Censer è ormai poco capiente. In effetti occorrono nuovi spazi ed in quest’ottica è maturata l’idea di spostare il corso di Scienze giuridiche a Palazzo Angeli, nel cuore cittadino, per diversi motivi. Si rivitalizzerebbe la Rovigo storica, si accontenterebbero i circa 400 iscritti all’anno e si potrebbe dare finalmente il via alla riforma universitaria, visto che dal 2007 si passerà dai corsi 3 + 2 all’1 + 2 + 2; in pratica, il primo anno di studi sarà interdisciplinare nella facoltà prescelta, per permettere agli studenti di avere l’esperienza necessaria a scegliere il percorso di studi più adatto. La scelta potrà anche esser quella di spostarsi nelle vicine università di Ferrara e Padova o nelle sedi distaccate”.

    Gli studenti esprimono le proprie preferenze su come modificare l’Università. Ma hanno un ruolo attivo nelle scelte?

    “Certamente. A gennaio è stato organizzato un convegno per illustrare l’esito di un’indagine condotta proprio da loro, da cui sono emersi i bisogni. E’ stato interessante il confronto tra i giovani e le associazioni di categoria, un momento di discussione dove ciascuno poneva le proprie richieste ed esprimeva il concetto ideale di città universitaria. Anche gli University Days di aprile hanno visto gli studenti protagonisti, illustrando le attività di orientamento dei corsi”.

  • Tra Venezia e Ferrara

    Tra Venezia e Ferrara

    Davvero prestigiosa la mostra d’arte dal ‘400 al ‘700, allestita a Rovigo, da gennaio a giugno del 2006, con il suggestivo titolo coniato dal curatore Vittorio Sgarbi “Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara”. Una rassegna apprezzatissima, che ha richiamato nel capoluogo del Polesine migliaia di visitatori attratti dai grandi nomi dei pittori di scuola veneta e ferrarese, le cui opere hanno portato nuova luce e splendore nelle sale del quattrocentesco palazzo Roverella restituito alla città dopo un lungo quanto riuscito intervento di restauro.

    Ammirazione e sorpresa sono stati invariabilmente gli stati d’animo registrati tra i visitatori. Ammirazione per la qualità delle opere esposte e sorpresa nello scoprire che la maggior parte di esse appartengono da secoli al territorio polesano: approdate al Roverella dalla vicina Accademia dei Concordi, da varie chiese della provincia ubicate in particolare nei paesi lungo la riva sinistra del Po (Bergantino, Ficarolo, Crespino, fino al più discosto Gavello) e dalla città di Lendinara nota per le nobiliari tradizioni, espresse al meglio nell’architettura e nelle dotazioni d’arte di chiese e palazzi.

    Rovigo tra Venezia e Ferrara, riferimento non solo geografico dunque, ma di fondamentale valenza culturale, storica ed artistica, come ha ben evidenziato l’evento del Roverella.

    Rovigo e il suo Polesine “terra di confine”, area contesa nel corso dei secoli dalle due potenze egemoni degli Estensi e della Serenissima. Realtà politiche antagoniste, attente al potere politico e militare, ma interessate anche, fortunatamente, agli aspetti artistici specie a partire dal Rinascimento. Potenze che tra l’Adige ed il Po hanno lasciato significative memorie tuttora riscontrabili in varie storiche costruzioni. Ed in primis è proprio il palazzo rodigino che ha accolto l’apprezzata mostra a costituire un significativo esempio di tale caratteristica: un nobiliare edificio tipicamente ferrarese, innalzato nel corso del ‘400 dall’architetto Biagio Rossetti per il potente cardinale Bartolomeo Roverella. E, giusto dirimpetto, ecco il veneto palazzo Roncale dell’architetto veronese Michele Sanmicheli. Rovigo artisticamente ambivalente dunque che, nonostante il consolidarsi del potere veneziano, a seguito della famosa guerra del Sale (1482-84), ancora nel secolo successivo continuava a far ricorso ad artisti ferraresi, come significativamente tuttora ben testimoniano le pale d’altare presenti nella chiesa di S. Francesco: importanti opere del Panetti, del Garofolo, del Bastianino, di Girolamo da Carpi e dell’enigmatico autore soprannominato il Maestro dei dodici apostoli. E, cento metri dopo la chiesa di S. Francesco, ecco, singolarissima, la Rotonda, emblematica costruzione palladiana, scrigno dell’arte veneta del ‘600 con grandi tele firmate dal vicentino Maffei, dal padovano Pietro Liberi, dall’estense Zanchi, dal visionario veneziano Pietro della Vecchia e da altri ancora.

    Al Roverella, anche a conclusione dell’evento d’arte, rimarranno le opere più prestigiose, a cominciare dall’ammiratissima Madonna con Bambino di Giovanni Bellini, e dal Ritratto di Antonio Riccobono di G. B. Tiepolo. Dipinti di grande impatto visivo ed emotivo, riprodotti in migliaia di depliant quali emblemi della mostra “Le meraviglie della pittura tra Venezia e Ferrara”. Una rassegna d’arte che ha messo in luce opere di artisti di grande talento vissuti tra il XV ed il XVIII secolo, di cui per ragioni di spazio ci limitiamo qui a citare alcuni nomi significativi: da Quirizio da Murano, che ha aperto cronologicamente la rassegna con stilemi ancora chiaramente legati al gotico, agli autori del Rinascimento quali Palma il Vecchio, Palma il Giovane, Garofolo, Dosso, Tintoretto, Veronese, per passare poi agli artisti dell’epoca barocca quali il Mazzoni, il Bellotti fino ad Settecento con il Piazzetta e i suoi epigoni. Opere in gran parte custodite dall’Accademia e pervenute all’istituzione rodigina per lo più come lascito di famiglie rodigine, prime fra tutte quella dei Casalini e dei Silvestri che annoverarono tra i loro antenati attenti collezionisti.

    L’evento d’arte realizzato a palazzo Roverella, oltre a richiamare in Rovigo migliaia di visitatori, ha avuto anche un risvolto forse inatteso: la riscoperta delle particolari radici culturali della provincia più meridionale del Veneto.

    La mostra è stata infatti anche l’occasione per riaffermare la identità esclusiva del Polesine, riscoprendo, con orgoglio, la particolarità veneta-ferrarese che contraddistingue il territorio tra l’Adige ed il Po: un prezioso biglietto da visita, un riferimento privilegiato, utile anche per incentivare occasioni di visitazione turistica. Aspetto questo ribadito a più voci lo scorso aprile durante la VIII Settimana della Cultura, che, tra le altre iniziative, ha visto la realizzazione del convegno “Il Polesine tra Venezia e Ferrara, storia e cultura di una terra di confine”. Un’iniziativa a più voci tenutasi presso il Museo dei Grandi Fiumi, durante la quale hanno parlato mons. Claudio Gatti, vicario generale della diocesi di Adria e Rovigo, Alessia Vedova curatrice della Pinacoteca dei Concordi, che ha affrontato il tema “Influenze veneziane e ferraresi nelle collezioni della Pinacoteca dei Concordi”, Ida Fuggetta e Marco Maran che si sono soffermati su “Il patrimonio artistico della Diocesi di Adria e Rovigo”, Raffaele Peretto con la relazione “Andar per chiese, i musei della devozione”, Donatella Girotto che ha affrontato il tema “Itinerari naturali per un turismo culturale”, mentre le conclusioni sono state tratte da Mauro Cova, soprintendente reggente per il patrimonio storico, artistico ed etnoantropologico delle province di Verona, Vicenza e Rovigo.

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