Il 13 febbraio scorso, dopo un lungo silenzio, hanno ripreso a suonare le campane del campanile della chiesa di Ca’ Cappello, frazione di Porto Viro, borgata che si stende sulla riva destra del Po di Levante.
E’ stato il Vescovo di Chioggia Monsignor Angelo Daniel a benedire il campanile tornato integro a seguito da un idoneo intervento di restauro. Alla cerimonia di inaugurazione erano presenti il Sindaco Doriano Mancin, il vice Geremia Gennari e il Presidente del Consiglio Comunale Alessandro Tessarin originario di Cà Cappello, oltre ad un folto gruppo degli abitanti della borgata.
Il progetto e la sua realizzazione sono opera degli architetti Luigi Domenico Barbato e Daniele Milan che, in collaborazione con l’Impresa esecutrice del restauro, la Edilferro di Luca Ferro, le ditte installatrici delle campane e della loro elettrificazione, Elettrojolli e Tumiati, e la realizzatrice della nuova campana, Fonderia Cobalchini (stabilimento pontificio), hanno in tempi brevi completato il ripristino della torre campanaria, realizzando così un speranza coltivata da anni nella sempre attiva comunità di Cà Cappello.
Il restauro del campanile della chiesa parrocchiale, una delle più antiche del Delta e del Polesine, alto circa 20 mt. è stato supportato anche dall’arch. Luciano Giavoni della Soprintendenza di Verona, il quale ha fornito particolari indicazioni sul procedimento da seguire, sottolineando la presenza di elementi storici che i progettisti hanno ritenuto necessario evidenziare e consolidare.
La struttura è composta da un basamento allargato alla base, un fusto che risale al di sopra della linea di colmo del tetto, da una cella campanaria di circa 3 mt di altezza e, a protezione finale, una cupola protetta esternamente da un rivestimento in calcestruzzo stampato a tegole, di recentissima fattura. Ad evidenziare e decorare il punto più alto, una particolare croce in ferro doppia che indica i quattro punti cardinali.
L’operazione principale portata a termine nella struttura in mattoni è consistita nel consolidamento e nel rinforzo con barre di resina inserite negli angolari della cella campanaria. In precedenza l’intonaco originario, ammalorato, era stato demolito e solo una piccola parte con forte coesione è stata salvata a memoria del passato.
Una profonda pulizia interna ha permesso inoltre di liberare i vari piani dal guano che si era accumulato e che era causa della rovina delle piccole scale in legno ormai perdute e sostituite con scalette di sicurezza in alluminio alleggerito. Sono state anche riaperte alcune finestrelle, tamponate con mattoni negli anni, che hanno permesso di aggiungere luce internamente al fusto del campanile e, una volta protette con una rete antipiccione, hanno ridato respiro alla struttura portante in mattoni.
L’intonaco esterno è stato riprodotto con malte a base di calce e cocciopesto, dopo una attenta analisi dei campioni prelevati durante la demolozione, ed anche la coloritura dell’impasto è risultata quasi uguale a quella originale.
Particolare attenzione è stata riservata alla cella campanaria con le sue decorazioni in cotto ed i rivestimenti in biancone dei parapetti della stessa cella, protetti con lamina di rame. Internamente la struttura in ferro a sostegno delle campane è stata completamente rifatta e rinforzata con nuovi sostegni della stessa fattura di quelli originali cioè in ferro e legno.
La più piccola delle campane è stata rifatta identica nelle dimensioni e nei decori, con la sola aggiunta della data attuale. I tecnici della fonderia, con strumenti a dir poco da chirurgo, hanno riprodotto fedelmente modello e sopratutto suono della campana del 1957 del peso di 183 kg, grazie anche all’aiuto della signora Giannina e di suo marito, facenti parte della comunità, che hanno prima custodito e poi aiutato a sollevare, con i loro mezzi agricoli, questo strumento meraviglioso che durante le prove per il suo rifacimento ha incantato anche i due progettisti.
Un altro pezzo di Cà Cappello è stato dunque sistemato e, con il Museo della Corte e la Casa del Polesano, la frazione ritorna a sperare in un nuovo risveglio magari al suono gioioso delle due campane che da troppo tempo non facevano sentire la loro voce.
Nel dicembre 2002, desideroso di osservare da vicino le problematiche connesse al trasporto di merci pericolose sul Po¹, ho colto l’opportunità di navigare a bordo di un’imbarcazione di una delle poche società di trasporti fluviali ancora attive in Italia: si tratta dell’Abibes srl, una società di Cremona che distribuisce GPL nel nord Italia avvalendosi di una flotta fluviale composta da 9 chiatte gasiere, 4 spintori fluviali e 2 rimorchiatori.
Il GPL, che arriva via nave al largo della foce del Po di Levante, è pompato dalla nave gasiera all’interno di una condotta sottomarina fino al terminal attrezzato di Scanno Cavallari; qui, tramite un braccio meccanico, il gas è travasato direttamente all’interno delle chiatte. Terminata la fase di carico, il “convoglio spinto”, formato da una chiatta a prora legata ad uno spintore a poppa, parte risalendo il Po di Levante per raggiungere il deposito gasiero che si trova all’interno del porto fluviale di Cremona.
Martedì 12 dicembre 2002 alle ore 10.45 inizia dunque il mio viaggio: l’imbarco a bordo del convoglio Abibes avviene presso la conca di Volta Grimana, nodo fluviale di tutto il traffico in entrata e uscita dal fiume Po.
Ad attendermi, a bordo dello spintore “Navigator”, il Comandante Giorgio Viola, un friuliano grande e grosso che mi prega di avere un po’ di pazienza prima di dare sfogo alle mie domande; “la concata”, del resto, è una fase delicata del trasporto fluviale che richiede la massima cautela ed attenzione da parte di tutto l’equipaggio: con 900 tonnellate di gas in stiva è consigliabile mantenere la chiatta la più ferma possibile per evitare che vada ad urtare contro le pareti o le porte della conca.
Le operazioni durano circa 30 minuti, alle 11.45 ormai colmato il dislivello di circa 3 m tra valle (Po di Levante) e monte (Po di Venezia), si aprono le porte ed entriamo nel “Po grande”. L’immediata sensazione che si avverte è quella di una piacevole distensione spaziale: si passa dalle pareti strette ed alte su cui striscia la chiatta dentro la conca, ai grandi spazi del fiume, ove ci si sente immediatamente piccoli, pur a bordo di un natante lungo oltre 100 metri e largo 10.
Il Comandante, ora più disteso dopo le delicate manovre di ingresso nel Po, passa il comando al secondo pilota e mi prega di accomodarmi a tavola per il pranzo in compagnia degli altri due membri dell’equipaggio: il mozzo, cui spettano le mansioni di cucina e tutti servizi secondari di bordo, e il motorista, responsabile della manutenzione ordinaria e straordinaria di tutti gli impianti di bordo. Il pranzo è tutt’altro che frugale e non potrebbe essere altrimenti: il cibo è uno dei pochi piaceri che l’equipaggio può santificare, considerando che rimane a bordo con turni di 15 giorni senza interruzioni.
Dopo il caffè (senza correzioni essendo l’alcool vietato a bordo per motivi di sicurezza) ritorno in cabina e mi siedo dietro al secondo pilota, Enrico di Porto Viro, un omino canuto di 56 anni che naviga sul Po da quando è bambino. Enrico parla poco e fuma un sacco, ma a detta dei suoi colleghi riesce ad intuire la posizione volubile del canale navigabile come pochi altri.
All’imbrunire passiamo in zona Pontelagoscuro, il sole sta già tramontando e nell’ansa dopo i due ponti, dove l’alveo si allarga improvvisamente, in una giornata serena si può avere l’impressione che il sole vada a spegnersi dritto in acqua.
Con il buio il Comandante fa accendere la luce di prua della chiatta: un faro da 2 Kw che riesce ad illuminare fino ad una distanza di 1800 m; senza sarebbe veramente difficile intuire il corso d’acqua alle prese con le anse bizzose del fiume nel mantovano, quando l’unica luce visibile, oltre a quelle rosse delle centrali elettriche di Sermide ed Ostiglia, è quella della luna.
Terminata la cena delle ore 18.00, mi concedo una delle sensazioni più belle che si possano provare navigando su una chiatta: nel buio della notte mi metto dritto in piedi sul bordo della prua; lontano dal rumore del motore, ad appena un metro dal pelo dell’acqua, non servono grandi sforzi per immaginare di correre sull’acqua del fiume.
Alle 23.00, poco dopo avere oltrepassato la foce del Mincio, mi ritiro nella cuccetta che l’equipaggio mi ha riservato: è veramente confortevole, se non fosse che, oltre la mia parete, “russano” i 2000 cavalli della sala macchine.
Mercoledì 13 dicembre, al risveglio, siamo già in prossimità della foce del Taro. La nottata è trascorsa senza intoppi, soprattutto grazie alle condizioni di buona visibilità che hanno permesso di oltrepassare i numerosi ponti che attraversano il Po. Per la verità, il Comandante si lamenta che sotto alcune campate le luci di segnalazione non funzionavano, la cosa era già stata segnalata più volte alle autorità responsabili, evidentemente invano; per fortuna non è stata una di quelle “nottate padane”, quando la nebbia non ti permette di vedere neanche la prua della chiatta.
La giornata si presenta meno limpida della precedente e una leggera foschia riduce la visibilità; poco male, le rive del fiume nel tratto lombardo sono meno rigogliose e variegate che verso la foce.
Alle 12.00 imbocchiamo la conca del porto di Cremona: si tratta in realtà di una avanconca, ovvero un’appendice della vera e propria conca costruita per compensare il fenomeno del progressivo abbassamento dell’alveo del fiume che ostacola l’accesso e l’uscita dal porto.
Alle 12.30 terminano le operazioni in conca; appena entrati nel bacino portuale noto, con grande sorpresa, che il Po offre asilo anche ai sottomarini, nella fattispecie il glorioso Enrico Toti, che trionfalmente era dato in arrivo Milano qualche anno fa, ma che in realtà sta a marcire in acqua per impreviste (o forse mal previste) difficoltà tecniche nel tragitto su strada verso il Museo della Scienza e della Tecnica.
Alle 13.30, dopo circa 26 ore di viaggio, arriviamo alla banchina Abibes. Il convoglio viene sciolto assicurando all’approdo la chiatta piena trasportata in andata; la chiatta scarica, invece, viene “scalzata” ed assicurata allo spintore per il viaggio di ritorno.
Dopo circa due ore di sosta, espletate le noiose pratiche burocratiche imposte dalla Guardia di Finanza, il Comandante inverte la rotta e ripartiamo alla volta del terminal di Scanno Cavallari dove la nave sta ancora scaricando. Qui per ridurre le onerose stallie della nave gasiera in mare, Abibes travasa il GPL utilizzando simultaneamente 3 convogli.
Frattanto verso le 21.10 arriviamo in prossimità dei due ponti di Borgoforte, il momento più delicato del viaggio: i 2 manufatti, distanti tra loro neanche 100 m, si trovano in corrispondenza di un’ansa del fiume e in aggiunta con le campate navigabili sfalsate. Per non perdere manovrabilità il convoglio in discesa deve procedere con una velocità superiore a quella della corrente del fiume; allo stesso tempo, la chiatta scarica è meno stabile che in andata e la sua maggiore altezza dell’acqua ostacola la visibilità del pilota che, perciò, deve abbassare completamente la cabina dello spintore.
La tensione a bordo è palpabile: Enrico preferirebbe attraccare e aspettare la luce del giorno per avere migliore visibilità. Il Comandante è titubante, si consulta via radio anche con il parigrado dello spintore “Calypso” che ci precede in navigazione di circa 4 ore. A sbloccare la situazione ecco una telefonata “dall’alto” con un ordine inequivocabile: “passate…la nave ferma al largo ci costa”.
Il Comandante storce il naso ma si adegua; predisposti due uomini a prua per avere indicazioni sulla traiettoria da tenere, riesce con gran perizia, e senza correre eccessivi rischi, a portare il convoglio oltre le pile dei ponti. Certo che se fossimo capitati sotto quei due punti con la nebbia tutto sarebbe stato più difficile; non è raro, in situazioni del genere, che il passaggio sotto le campate navigabili avvenga addirittura con il convoglio disposto controcorrente per avere un controllo maggiore della traiettoria.
Ponti a parte, le altre due grandi insidie per i convogli del Po sono le secche e le motonavi da crociera.
Le secche possono obbligare a dei fermi non programmati anche molto lunghi. Se una chiatta carica si arena su una secca non è così facile spostarla con il solo spintore, considerando che bisogna cambiare la posizione dello spintore rispetto alla chiatta e che una volta che la chiatta viene spinta fuori dalla secca bisogna poi rincorrerla, riprenderla; (nel frattempo il Po, con la sua portata media di 1200 metri cubi al secondo, non rimane a guardare). Quando poi capita di arenarsi in un periodo di siccità del fiume c’è ben poco da fare e bisogna aspettare che l’acqua risalga, potrebbe essere questione di ore, giorni ma talvolta anche settimane.
L’altra insidia è rappresentata dalle motonavi da crociera che da qualche anno offrono crociere settimanali tra le città di Cremona e Venezia. Le crociere sono organizzate da alcuni operatori provenienti da paesi dalla grande vocazione fluviale: Germania, Francia e Svizzera; il problema per i piloti dei convogli è che, oltre ai turisti e alle imbarcazioni, sono stranieri pure gli equipaggi e, in fase di incrocio, il Comandante mi confida che spesso è difficile farsi capire.
Giovedì alle 4.45 raggiungiamo la conca di Volta Grimana dove, dopo un caloroso saluto, lascio il convoglio e il suo ospitale equipaggio. Il viaggio di ritorno dalla banchina Abibes di Cremona è durato appena 14 ore: con la chiatta scarica e la corrente a favore, in navigazione si riescono a toccare in discesa anche i 25 km/h contro i 10-15 di media della salita.
Assaporata la piacevole sensazione della terraferma dopo due giorni di barca, all’alba mi metto in auto. In una Romea che a quelle ore è già preda dei camion, mi consolo almeno con i souvenirs di questa “insolita crociera”: tanto sonno (evidentemente a fare il marinaio ci vuole fisico) e una nuova consapevolezza. Il Po non è solo quel fiume che mi avevano fatto sempre credere a scuola e in TV, il fiume delle grandi piene, delle magre eccezionali, il collettore fognario del nord Italia, il paradiso degli escavatori abusivi.
Bisognerebbe ricordarsi che il Po è sempre stato, e nonostante tutto riesce ancora ad esserlo, una grande via di comunicazione.
Un plauso, quindi, all’iniziativa di chi si ribella alla smemoratezza endemica delle civiltà con troppa storia alle spalle: l’Abibes, che ad ogni viaggio sottrae alla già congestionata autostrada A4 l’equivalente di circa 40 autocisterne di GPL, e i “tedeschi”, che hanno fatto arrivare dal Nord le loro fiammanti motonavi fluviali per fare scoprire ai discendenti della Serenissima il fascino (e il business) delle crociere sul fiume.
“15 anni di storia: fatti e personaggi polesani dalle pagine di Ventaglio Novanta”. Questo il titolo dell’incontro, inserito nei “Percorsi della Memoria”, che si è tenuto presso il Museo dei Grandi Fiumi proprio in questi giorni (Maggio 2005) mentre è in chiusura il numero estivo della rivista edita da Turismo & Cultura.
E’ stata l’occasione per una carrellata lungo i trenta numeri pubblicati, sottolineando informazioni importanti di cui il periodico si è fatto portavoce, individuando in qualche caso anche cambiamenti di giudizio e di percezione dei polesani stessi e dei visitatori del Polesine nei confronti di una terra per troppo tempo caratterizzata da un complesso di inferiorità e di scarsa consapevolezza dei propri valori impliciti.
Un mutamento di approccio al territorio senz’altro positivo, via via affermatosi grazie soprattutto a quanti – attivisti di associazioni, amministratori pubblici responsabili di enti e di imprese, nonché collaboratori di testate giornalistiche – hanno assunto una posizione decisa nel contrastare atteggiamenti vittimistici tutt’altro che produttivi, nella consapevolezza degli importanti riferimenti, ambientali, storici ed artistici che caratterizzano la “terra dei grandi fiumi”.
Ed il Ventaglio continua anche in questo numero la sua azione di sensibilizzazione e diffusione di conoscenza, aprendo con un articolo che valorizza qualificanti aspetti ambientali del Delta, per passare a richiamare l’attenzione verso beni artistici del passato e del presente presso alcune chiese polesane, per parlare poi di escursioni nautiche lungo il reticolo fluviale, ed ancora per proporre itinerari cicloturistici alla scoperta di storiche corti rurali o di esili capitelli, tipici segni della devozione popolare, indissolubilmente legati alla tradizione.
In questo numero, come sempre, si dà spazio anche alla memoria, nella consapevolezza del valore fondamentale rappresentato dal filo che lega il presente al passato. Una memoria che, a 60 anni dalla fine dell’ultima grande guerra, ha portato alcuni collaboratori a ripensare alla tragedia del conflitto, riattualizzando ricordi del quel tragico passato: dal fortuito ritrovamento di “una poesia per non dimenticare”, alle “rimembranze della steppa” registrate da un polesano in Piemonte, al “racconto del fiume” che narra il coraggioso atto di un sacerdote, alla lunga storia degli Ebrei polesani, la cui comunità è stata completamente sradicata dalle persecuzioni nazifasciste.
E non mancano in questo numero – il 31° della serie – le pagine dedicate agli artisti, ai narratori e ai poeti, così pure quelle che evidenziano la portata di alcune importanti iniziative intese a migliorare l’approccio con la terra polesana: nella speranza che i concetti – e le conseguenti azioni – di valorizzazione e salvaguardia territoriale diventino sempre più un patrimonio condiviso.
L’Amministrazione comunale di Rovigo ha approvato, lo scorso agosto, il recupero della Torre Piezometrica dell’acquedotto di Rovigo. Lo stimolo è venuto, ancora una volta, dalla scuola per Geometri cittadina, che non finisce di sorprendere per la capacità di dar vita ad iniziative legate ad una positiva ricaduta sul territorio, grazie al coinvolgimento fattivo sia dgli allievi che dei docenti.
Il progetto dell’Istituto “Bernini” è stato eseguito dalla classe IV R, coordinata dall’ing. Claudio Pigato, con la collaborazione dell’architetto Giovanna Bordin che ha tenuto agli allievi due brevi lezioni, per inquadrare la figura del progettista della struttura e dei movimenti architettonici dell’epoca, fortemente caratterizzata dai canoni dell’estetica dominante nel ventennio fascista.
La proposta progettuale di recupero e valorizzazione ha vinto il Concorso della Fondazione CARIPARO. Pertanto il recupero è stato finanziato dalla stessa per un importo di 540.000 euro.
Va detto innanzitutto che la “Torre” è stata progettata e realizzata tra il 1932 e il 1936 dall’architetto Giuseppe Vaccaro ed inaugurata – come era stato riportato sul quotidiano Polesine fascista, “..alla presenza dell’inviato del Duce…”. L’opera, ideata per soddisfare il bisogno di acqua potabile della città, era dotata di un impianto in grado di distribuire l’acqua per le civili abitazioni e per le fontane pubbliche, le quali assicuravano la fornitura anche a chi non aveva un impianto in grado di raggiungere l’interno della propria abitazione.
Attualmente la torre, dopo le modifiche apportate nel 1966, versa in uno stato di degrado generale ed è utilizzata solo parzialmente ad uso magazzino, nonostante abbia un indubbio valore sotto il profilo storico ed architettonico per la città di Rovigo.
Lo studio della “torre” si è sviluppato nelle seguenti fasi: ricerca storico-catastale, rilievo topografico-geometrico, documentazione fotografica e proposta progettuale di intervento.
I giovani allievi impegnati nel rilievo hanno evidenziato il deterioramento delle strutture in calcestruzzo armato dei costoloni di sostegno, ammalorate in molti punti, con distacco di parti del copriferro in molte zone e conseguente messa a nudo di barre dell’armatura metallica. Ciò ha causato l’ossidazione delle stesse innescando una reazione a catena di sgretolamento del calcestruzzo che bisogna fermare urgentemente per evitare danni irreversibili alla struttura.
Per quanto riguarda l’intervento, volto oltre che alla conservazione della struttura anche a consentire un nuovo corso storico della “torre”, riconvertendola a finalità di tipo turistico-culturale, i punti fondamentali del progetto prevedono innanzitutto l’installazione di un ascensore panoramico per 12 persone all’interno della struttura del diametro di 12 metri, mentre all’esterno è stata progettata una scala di sicurezza.
Molto interessante risulta la proposta di riutilizzo degli ambienti dei cinque piani, che sono stati ripensati in modo da ospitare: al piano terra un punto ristoro; al primo piano il Museo dell’acqua, tanto importante per le esperienze effettuate nel nostro territorio in campo idraulico; nel secondo livello uffici accessibili al pubblico come l’Informagiovani; al terzo piano una biblioteca ed un archivio storico; nell’ultimo piano, che dispone di una vista panoramica, una sala conferenze di 40 posti.
Ma la proposta dell’Istituto Bernini va oltre, prevedendo l’installazione di una stazione permanente GPS, la prima di tutta la provincia, in grado di collegarsi ai satelliti che orbitano attorno alla terra e di fornire quei rilievi topografici che servono a tutti gli operatori del settore. In questa fase non è escluso infine il recupero funzionale della cisterna con cambiamento di destinazione d’uso e del suo terrazzo di copertura, e ciò in modo da garantire la possibilità di fruire di una impareggiabile vista panoramica sulla città. La gestione della stazione GPS potrebbe essere fatta in collaborazione con la Scuola proponente, mentre quella della struttura potrebbe essere affidata anche ad alcune associazioni.
L’istituto per Geometri “A. Bernini” di Rovigo, con questo progetto si conferma dunque come una scuola quanto mai radicata al territorio, spesso in grado di stupire per l’originalità delle proposte, volte a riqualificare beni architettonici segnati dal degrado del tempo, richiamando l’attenzione di quanti hanno a cuore un futuro più consono per il capoluogo polesano che, con sempre maggior determinazione, ambisce ad accreditarsi come città d’arte, aperta alla visitazione turistica.
Una delegazione di giornalisti, esperti di gastronomia, provenienti da tutta Italia, ha fatto tappa nel Delta del Po. Ad accoglierla, nella splendida cornice del Centro Visitatori di Ca’ Vendramin, oltre ai rappresentanti della stampa locale, i massimi vertici dell’Ente Parco nelle persone del commissario straordinario Luigi Migliorini e del direttore Stefano Danieli.
Grazie alla collaborazione del delegato locale Francesco Ferro, che a Rivà, con il fratello Dario, gestisce il ristorante-osteria-enoteca “La Taverna del Cavaliere”, l’associazione culturale, ricreativa e del tempo libero le “Terre del Gusto” ha individuato nel territorio dei nove comuni del Parco una zona da inserire nel circuito nazionale “per informare chi infoma”.
Tra le finalità dell’Associazione, che riunisce trecentocinquanta giornalisti tra stampa locale e nazionale, in primis quella di mirare alla salvaguardia di quelle terre che non conoscono le prime pagine dei giornali, dei territori cosiddetti “minori” (ma solo nell’immaginario della gente), delle produzioni nell’ombra e delle località poco conosciute. “La valorizzazione di un territorio – ha affermato Giorgio Della Barba, presidente dell’associazione – non passa attraverso la promozione di un singolo prodotto agroalimentare o di una sola manifestazione o realtà, ma tramite tutti i suoi aspetti: enogastronomici, culturali, storici, artistici, professionali e ambientali e si basa sullo scambio di comunicazioni e informazioni tra interruttore pubblico e privato”.
Altro tema su cui si è ampiamente discusso, quello riguardante la promozione delle produzioni tipiche, che può aver successo solo se essa percorre la strada della qualità. Tale programma di promozione deve essere ad ampio raggio, supportato da informazione e da iniziative che abbiano il carattere della persistenza, nell’ambito di un progetto chiaro e preciso. Tesi questa condivisa dall’avvocato Migliorini che, per la promozione e la valorizzazione del territorio deltizio, ancora una volta, e con ancora maggior convinzione, ha rilanciato l’idea della “Madia dei prodotti del Parco” iniziativa che, come assicurato dall’assessore regionale Isi Coppola, sarà finanziata dalla Regione, secondo quello che il progetto richiede.
“Noi vorremmo raggruppare – ha spiegato il commissario Migliorini – i prodotti più interessanti della nostra zona in modo qualificante e venderli come segni tipici di questa zona, fino ad arrivare alla catena dei supermercati e agli altri parchi a livello internazionale, senza soffocare nessun’altra iniziativa che sia di aiuto alla “Madia”. Un’idea vincente, a suo dire, che porterebbe il Parco del Delta e l’intero suo territorio ad allargare di molto i suoi confini e ad essere competitivo con altre realtà.
La pausa pranzo presso “La taverna del cavaliere” ha fatto conoscere e apprezzare piatti della cucina locale, dal sapore antico e dagli ingredienti che raccontano la storia delle genti del Delta: salami e coppe fatti in casa, risi e fasoi, cotechino e puré di patate, tortina di mele. La tappa nel Parco regionale Veneto si è conclusa, con ulteriori degustazioni nel corso di una visita a due aziende agricole locali: Tumiatti, ove vi si allevano maiali allo stato brado, e Ai Pavoni che produce ortaggi, frutta e verdura, miele e confetture.
Accanto a questa riuscita iniziativa è bene qui ricordare i progetti più significativi che stanno caratterizzando l’impegno del Parco Regionale Veneto del Delta del Po. Tra tutti di sicuro interesse è il “Coast to Coast”, realizzato nell’ambito del programma comunitario Interreg III A Italia – Slovenia, che vede l’Ente Parco coordinare e realizzare una serie di interventi, finalizzati a mettere a disposizione dell’informazione turistica le nuove tecnologie informatiche, a consentire un’adeguata fruizione turistica e a favorire la comunicazione, lo scambio, la mobilità e l’orientamento dei cittadini italiani e sloveni in diversi ambiti.
Se questo è il progetto più ambizioso messo in piedi in questi ultimi anni (con una dotazione di circa 7 milioni di euro), non meno interessante è il Progetto Wetlands, mirato a migliorare la gestione operativa delle zone umide e a rafforzare l’attenzione per lo sviluppo sostenibile, la gestione partecipata e la formazione di operatori. Anche in questo caso il Parco Regionale Veneto figura come capofila e coordinatore del progetto, che coinvolge il Parco Emiliano-romagnolo, la Regione Puglia, la Biosfera Naturale dell’Elba (Germania), l’Associazione per la Protezione della natura di Stobrawa (Polonia) e l’Agenzia di sviluppo economico locale di Shkodra (Albania).
Nell’ambito del programma comunitario Leader Plus, il Parco sta inoltre portando avanti una serie di progetti orientati alla valorizzazione del territorio e tra gli obiettivi anche la cooperazione tra le istituzioni venete ed emiliane per un rafforzamento dell’immagine del Delta in una logica interregionale.
Tutte queste iniziative non sono fine a se stesse, ma fanno parte di una precisa strategia per dare il traino alla crescita delle attività locali, per stimolare e diversificare l’offerta turistica nel territorio deltizio, per far capire che il Parco non è un “mostro” che impedisce tutto, ma un volano di sviluppo. Ci sono molti elementi di ottimismo, e l’impegno e il brio del neo eletto Commissario straordinario Luigi Migliorini che lo fanno sperare.
La storia del Comune di Rovigo è tornata alla luce. Le pratiche, i documenti e tutti gli atti dell’amministrazione, sono stati tolti dagli ambienti bui dove si trovavano, spolverati e riuniti in un unico edificio in viale delle Industrie all’Interporto. La nuova sede è stata inaugurata l’estate scorsa alla presenza delle autorità e di chi ha lavorato, affinchè questo patrimonio non andasse disperso o rovinato. Un progetto impegnativo e ambizioso, costato mesi e mesi di lavoro, realizzato grazie anche alla collaborazione di professionisti esterni, incaricati di riorganizzare tutto il materiale sparso tra la soffitta di palazzo Nodari, l’atrio di palazzo Angeli e le cantine dell’istituto magistrale. Ora in un unico posto si trovano sia il materiale di deposito (ossia le pratiche concluse negli ultimi 40 anni), che quello storico (dal 1930).
I documenti rappresentano la traccia e la testimonianza dell’attività amministrativa.
E, in un’epoca dove tutto viene affidato all’informatica, le carte sono qualcosa che sanno di antico, che ci riportano ad un passato non più recuperabile e, per questo, ancora più prezioso. Ordinare, conservare, ma anche valorizzare ciò che ci ricorda il tempo trascorso e quanto è stato fatto in tanti anni, era diventato fondamentale per l’amministrazione.
“Essere al servizio dei cittadini – ha affermato il sindaco Paolo Avezzù in occasione dell’apertura della nuova sede -, è uno dei nostri obiettivi e, in tal senso, l’iniziativa di oggi è una risposta concreta. L’archivio rappresenta la memoria storica della città e, grazie al grande lavoro svolto, con un’azione di recupero sistematica, anche Rovigo ha una fonte importante sul suo passato, per pensare al futuro”.
Un evento definito storico dal soprintendente archivistico per il Veneto Giustiniana Migliardi O’Riordan e preziosissimo da Luigi Contegiacomo, direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo. “E’ raro che un archivio conservi una storia così lunga, un modello positivo da seguire”.
E ancora più importante se si pensa che l’archivio può essere consultato da tutti.
“Il Comune di Rovigo negli ultimi anni ha raggiunto traguardi importanti anche per l’archivio corrente – ha spiegato la responsabile comunale Simona Sedazzari -, è stato introdotto il protocollo informatico conforme alla normativa vigente, un sistema che permette di conoscere in tempo reale tutti i passaggi di un documento e lo Sportello protocollo generale, attraverso il quale il cittadino può portare la documentazione e avere subito il numero di protocollo. L’archivio comunale ha vissuto una storia a lieto fine”.
La cerimonia, coordinata dal dirigente alla Cultura e ai Servizi generali Domenico Santaniello, è proseguita con la benedizione del vescovo monsignor Lucio Soravito De Franceschi che ha anche concluso gli interventi. “Questa iniziativa non è rivolta solo alla conservazione dei documenti, ma alla fruizione e questo è fondamentale, perché non c’è futuro senza passato”.
Con la creazione di questo servizio archivistico il Comune di Rovigo ha un nuovo “bene culturale“da valorizzare con iniziative che facciano capire alla cittadinanza la valenza del suo recupero, evidenziando le sue funzioni, tra cui quella di essere fonte storica autentica. Per questo saranno realizzati dei progetti anche in collaborazione con le istituzioni che hanno in deposito le sezioni storiche più antiche dell’archivio comunale, ossia l’Accademia dei Concordi (dalle origini al 1800), l’Archivio di Stato (dal 1800 al 1930) e il Tempio della Beata Vergine del Soccorso.
Il primo si è concretizzato, durante l’Ottobre rodigino, con l’allestimento nella sala Sichirollo dell’Archivio di Stato di una mostra dal titolo: “La memoria di Rovigo – l’archivio comunale: testimone della storia cittadina”. I visitatori hanno potuto visionare i documenti più significativi della nostra storia, conservati nelle quattro sedi. I più antichi dei Consigli del ‘500, gli estimi settecenteschi e la documentazione sul tempio della Rotonda, ma anche i documenti sul periodo prima e dopo l’unità d’Italia, sulle due guerre mondiali, sul ventennio fascista, sull’alluvione del ‘51 e sui mestieri ormai perduti.
L’esposizione è stata introdotta da una mostra fotografica sulle vicende della documentazione dal 1931 in poi, che ha evidenziato l’impegno del Comune per il recupero di tutto il materiale archivistico. Un impegno che sicuramente sarà apprezzato dagli addetti ai lavori e dai cittadini.
Anno memorabile il 2005 per l’associazione “Polesani nel Mondo” che, nel 35° della propria fondazione, ha visto il varo di importanti iniziative e l’attuazione di vari progetti.
La “Casa del Polesano”
Tra tutti i progetti, quello fondamentale, che a buon diritto è stato definito la “pietra miliare” dell’associazione, è la realizzazione della “Casa del Polesano” a Ca’ Cappello, borgata nel comune di Porto Viro, a ridosso della sponda destra del Po di Levante.
Una idonea struttura di accoglienza per gli emigrati dal Polesine e dal Veneto: questa la finalità con cui è stata pensata la “Casa”, i cui lavori sono stati completati al primo stralcio, con l’abitabilità dei locali ricavati dalla ristrutturazione di una ex scuola. Al piano terra, sala da pranzo, auditorium, cucina, segreteria e servizi; stanze con bagno al piano superiore. L’immobile, da tempo in disuso, messo a disposizione dell’associazione dal Comune di Porto Viro, è stato recuperato e riadattato alle nuove esigenze grazie al sostegno determinante della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, della Regione Veneto e della Provincia di Rovigo, istituzioni dalle quali il presidente dell’associazione Polesani nel Mondo, don Valentino Tonin si attende un aiuto anche per il secondo stralcio, che prevede l’ampliamento del fabbricato per ricavare una sala per il Museo dell’Emigrazione al piano terra e altre stanze al piano superiore.
Per i “Polesani nel Mondo” i mesi di Settembre ed Ottobre del 2005, oltre che per il concretizzarsi del sogno della “casa”, sono stati sicuramente ricchi di soddisfazioni, grazie all’attuazione di importanti iniziative, portate a compimento con il sostegno delle istituzioni polesane, i cui rappresentanti hanno fatto sentire, con forza, il loro caloroso abbraccio durante lo svolgimento delle manifestazioni programmate.
In particolare va citata l’iniziativa denominata “Polesine, dove il Po diventa mare e il mare diventa terra”, tenutasi a Legnano (MI) a metà settembre ed articolata in tre giorni di incontri ed esposizioni. E’seguito il convegno-congresso, organizzato nell’auditorium della Casa del Polesano sabato 8 Ottobre, in coincidenza col 35° anniversario di fondazione dell’associazione, ramificata in tante “fameje” con sedi in Italia e all’estero.
Un convegno per non dimenticare
Il convegno, caratterizzato dal significativo titolo, “Polesani nel Mondo, un’identità ritrovata”, è stato coordinato dall’assessore provinciale Laura Negri che ha sottolineato la necessità di corrispondere con varie iniziative al desiderio dei tanti emigrati di non dimenticare le proprie radici e vivificare il rapporto con la terra di origine. Il tema della memoria e dell’identità è stato sottolineato con forza anche dagli altri rappresentanti delle istituzioni succedutisi nel portare i loro auspici al convegno: Alessandro Tessarin, per il Comune di Porto Viro, Fedrico Saccardin, presidente della Provincia, Isi Coppola, assessore al bilancio della Regione Veneto e Antonio Finotti, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
Il convegno è quindi entrato nel vivo con la relazione di Edoardo Pittalis, vicedirettore de Il Gazzettino, che ha intitolato il suo intervento “Da Angelo Piovesan a Sante Zennaro: c’è sempre un altro Polesine”, prendendo come spunto la storia di due emigranti polesani protagonisti, loro malgrado, di vicende drammatiche e nel contempo motivo di esempio. Al punto che sono stati intitolati vari istituti scolastici alla memoria di Sante Zennaro, caduto, vittima innocente, nel 1956 all’interno di una scuola di Trezzano nel corso di un conflitto a fuoco sviluppatosi tra forze dell’ordine e malviventi. Ma, nonostante queste dediche, nessuno più ricorda chi sia stato l’eroe popolano, il quale aveva tentato di fermare i malavitosi che tenevano in ostaggio maestre e bambini. Si smarrisce troppo presto la memoria, ha osservato il relatore delineando un efficace quadro della storia dell’emigrazione dal Polesine. Occorre combattere questa perniciosa malattia sociale costituita dalla smemoratezza, ha sottolineato concludendo il suo intervento.
Valentino Zaghi, storico e docente adriese, ha trattato il tema “Verso il triangolo industriale: le cause di un esodo”. Una migrazione epocale quella registratasi dopo la seconda guerra mondiale: nel corso di un paio di decenni, oltre centomila persone lasciarono il Polesine, afflitto da gravissimi ritardi nello sviluppo, mentre si registrava una rapida crescita industriale in altre aree d’Italia, motivo di attrazione di manodopera dalle zone più depresse.
E’ toccato poi a Evelino Andreoli, segretario della Fameja di Nichelino (TO), delineare, con parole toccanti, la “Storia di una associazione”. Ovvero rievocare i giorni di un impegno frenetico e prodigioso che portò un gruppo di polesani ad unirsi e a dar vita alla Fameja di Nichelino, con la determinazione di realizzare una struttura in grado di fungere da polo di aggregazione e nel contempo da fucina di animazione culturale per l’intera città. Un impegno che ancor oggi continua, senza soluzione, e che vede il gruppo polesano di Nichelino orgoglioso di profondere energie per dar vita ogni anno a molteplici iniziative a favore della comunità, spaziando dai momenti di solidarietà, alle manifestazioni sportive, dagli incontri culturali a quelli ricreativi, ed ottenendo smpre larghi consensi tra la cittadinanza.
Il convegno si è chiuso con l’intervento di Sergio Garbato, giornalista de Il Resto del Carlino, che si è soffermato su “Le radici ritrovate”, ovvero sulle motivazioni che inducono moltissimi emigrati o discendenti anche di terza o quarta generazione a cercare di ristabilire un contatto con la terra di origine, dalla quale non si può prescindere nella ricerca della propria identità.
Nel pomeriggio della stessa giornata, presieduto dal M° Giuseppe Rigolin, da sempre sostenitore dell’associazione Polesani nel Mondo, si è aperto il congresso finalizzato al rinnovo delle cariche.
Nella sua relazione introduttiva il presidente don Valentino Tonin ha innanzitutto ricordato le fasi pionieristiche di avvio dell’associazione nella seconda metà degli anni sessanta del secolo scorso, quando, su impulso del vescovo mons. Marcello Rosina, furono poste le basi della costituenda associazione, allo scopo di realizzare occasioni di aggregazione, aiuto e conforto alle migliaia di polesani emigrati per necessità economiche in varie città d’Europa.
Poi il decollo dell’associazione “Polesani nel Mondo” con la sua regolare istituzione nel 1970, sancita da un apposito atto notarile. Subito dopo ecco il proliferare delle varie “fameje” e l’avvio di un’attività continua, con varie fasi di impegno, fino alla realizzazione del progetto a lungo sperato della Casa del Polesano.
Non sono mancati momenti ricreativi. Nella serata del sabato 8 Ottobre i partecipanti al convegno si sono trasferiti ad Adria per assistere al concerto della “Giovane Sinfonia” dedicato ai “Polesani nel mondo”, come hanno ricordato il sindaco Antonio Lodo e il presidente della Provincia Federico Saccardin nel rivolgere il loro saluto augurale.
L’indomani, domenica 9 Ottobre, ancora un appuntamento importante, questa volta con l’ambiente del delta, che, dopo una settimana di piogge torrenziali, ha accolto la comitiva con una splendente giornata, conclusasi con un pranzo in un noto locale di Porto Levante, dove il sindaco di Porto Viro Doriano Mancin ed il presidente del Consiglio Alessandro Tessarin hanno portato il loro saluto alla composita comitiva di Polesani nel Mondo, dando un arrivederci presso la “Casa del Polesano” che, oltre che come struttura per l’accoglienza si caratterizzerà come fulcro di nuove interessanti iniziative.
Il Polesine a Legnano
Un cenno anche all’importante iniziativa di Legano (MI) che, nell’anno del 35°, ha preceduto di quasi un mese il convegno-congresso di Ca’ Cappello. Si è trattato di un importante evento, voluto dalla dirigenza lombarda dell’Associazione Polesani nel Mondo e sviluppatosi a metà settembre in tre giornate ricche di manifestazioni ed incontri sulla cultura, sulle tradizioni e le occasioni turistiche offerte dalla provincia di Rovigo.
In mostra, nel centro storico di Legano, presso il nobiliare palazzo Leone da Perego recentemente restaurato, sono stati posizionati grandi pannelli sulla Rotonda di Rovigo, una ricca selezione del Museo nazionale della giostra di Bergantino, una sezione del Museo dei Grandi Fiumi, i libri della Minelliana e poster dei comuni polesani. Presenti anche i prodotti della terra dei fiumi con degustazioni offerte al pubblico.
Le tre giornate sono state animate dalle esibizioni del gruppo di musica e cultura popolare “Ande, bali e cante” e hanno avuto momenti di riflessione grazie a vari interventi, sostenuti dalla proiezione di filmati. Il prof. Tommaso Zaghini ha parlato della storia, dell’arte e dei mestieri del Luna Park, con particolare riferimento al lembo più occidentale del Polesine, oggi caratterizzatosi come importante distretto regionale della giostra; il prof. Mario Cavriani ha sviluppato il tema relativo al movimento patriottico della Carboneria nella provincia di Rovigo; il dott. Raffaele Peretto si è soffermato a tratteggiare la realtà espositiva del Museo dei Grandi Fiumi, legato alla storia e all’ambiente del Polesine.
Di notevole coinvolgimento è risultata la cena del sabato sera, servita presso i rustici del castello di Legnano, nel corso della quale si è svolta una sentita cerimonia di gemellaggio tra l’associazione Polesani del Mondo e la Famiglia Legnanese. E’ stata questa anche l’occasione per gli incontri tra le autorità locali e i rappresentanti di varie amministrazioni polesane che, con la loro nutrita presenza a Legnano, hanno voluto sottolineare l’importanza dell’evento.
Il saluto dell’Amministrazione provinciale è stato portato dall’assessore al turismo e alla cultura Laura Negri, seguita da Loredano Zampini vicepresidente della Camera di Commercio. Sono poi intervenuti Paolo Avezzù sindaco di Rovigo, Silvano Finotti, sindaco di Porto Tolle, Giampietro Pizzo sindaco di Trecenta, Riccardo Resini sindaco di Fratta Polesine e Sandro Tessarin, presidente del consiglio comunale di Porto Viro. L’accoglienza lombarda è stata espressa dal vicepresidente dell’amministrazione provinciale Alberto Mattioli, dall’assessore alla cultura di Legnano Gianbattista Fratus e da Luciana Schiroli, in rappresentanza della provincia di Varese e della Comunità Montana della Valcuvia.
A conclusione della serata la cerimonia del gemellaggio, auspice Tina De Stefani Bertizzolo, responsabile del coordinamento lombardo dell’associazione Polesani nel Mondo che, con determinazione e piena padronanza ha ideato e coordinato le tre giornate legnanesi. Per significare l’importanza dell’iniziativa sono intervenuti il presidente nazionale dell’associazione Polesani nel Mondo, don Valentino Tonin, e il presidente della Famiglia Legnanese Luigi Caironi, ai quali è spettato il primo taglio del grande dolce decorato con il logo delle due associazioni, tra l’ovazione dei 250 convitati alla memorabile cerimonia.
Attesa come uno degli appuntamenti più originali e qualificanti del Polesine, la Festa Romana di Villadose, dedicata al Mercato della Centuriazione, quest’anno, in occasione del decimo anniversario della sua istituzione, si è caratterizzata per una notevole varietà e qualità di iniziative. Manifestazioni ispirate al mondo dei nostri antichi progenitori: non solo romani ma anche paleoveneti, che abitarono questo lembo di territorio due millenni fa, le cui tracce nascoste dal sedime di copiose alluvioni, verificatesi nel corso dei secoli, sono riemerse alcuni decenni or sono nel corso di arature.
Uno stimolo per la ricerca archeologica di superficie, attuata con sistematico impegno dal G.A.V. (Gruppo Archeologico di Villadose) e sfociata nell’allestimento di una preziosa mostra antiquaria presso il palazzo municipale e, successivamente, nell’idea di dar vita ad una rappresentazione della vita e dei costumi degli antichi romani.
E’ nata così la festa dedicata alla Centuriazione, parola questa che indicava la divisione del territorio in appezzamenti con i quali Roma ricompensava i militari a fine carriera: un appoderamento che, dunque, costituì la base per gli insediamenti romani nella zona di Villadose, motivo ispiratore della festa.
Sui preparativi e l’esito dei festeggiamenti del 3 e 4 settembre 2005 sono pervenuti in redazione due contributi, scritti in prima persona da due interpreti ed organizzatori delle iniziative del decennale, che proponiamo di seguito ai nostri lettori.
I principali appuntamenti della X edizione
La realizzazione della X edizione del Mercato della Centuriazione romana, quest’anno per noi del G.A.V. ha costituito un motivo di grande soddisfazione, non solo per il decennale della sentita manifestazione, ma per essere riusciti a superare tutti i problemi che sembravano insormontabili. Ci eravamo infatti trovati a dover affrontare mille difficoltà di ordine organizzativo, ma soprattutto finanziario. Inoltre, come al solito, il nostro entusiasmo e la nostra passione ci avevano fatto “volare alto”. Provvidenzialmente però l’intervento dell’Amministrazione Comunale con i contributi della Regione, l’aiuto della Provincia e quello di altri Sponsors, ci hanno permesso di portare a compimento tutto il programma che ci eravamo prefissati.
Veniamo dunque ai due giorni di festa previsti il 3 e il 4 settembre 2005 a Villadose, per rievocare le origini di questa terra polesana, bonificata e centuriata dagli antichi colonizzatori romani. Il calendario si presentava alquanto nutrito e vario: quattro mostre all’interno di palazzo Patella sede del Municipio, un convegno di archeologia sperimentale, spettacoli marziali come le lotte gladiatorie della Familia Pannonica e il “catervarius” della I Legio Italica, ludi competitivi tra atleti di “vici” limitrofi, riti agresti e sacri legati alla cultura dei Paleoveneti e dei Romani, presentazione e degustazione di vini e pani alla maniera degli antichi e molte altre interessanti manifestazioni. Insomma due giorni di “full immersion” nel mondo dei nostri progenitori.
L’afflusso dei visitatori, soprattutto nella domenica (più di settemila presenze), è stato notevolmente superiore a quello dello scorso anno e ci ha confermato che questa festa riscontra il gradimento di molti e suscita un forte interesse sia tra gli adulti che tra i bambini. Infatti ha offerto, in maniera spettacolare, informazioni culturali e ha permesso di considerare un po’ più da vicino i “mores” (usi e costumi) di chi ha abitato questo territorio in tempi molto diversi dai nostri. In questa festa poi, oltre all’aspetto culturale, c’è occasione di divertimento e di gustare momenti di svago sicuramente diversi dal solito.
Inoltre, chi si è aggirato per il centro di Villadose nei due giorni di rievocazione del mondo romano ha potuto approfittare delle bontà culinarie suggerite da Apicio, ma realizzate dai gestori del “termopolium”, come il “moretum” e il vino speziato; oppure ha potuto ammirare eleganti tuniche “pictae” presso la “textrina” (bottega dei tessuti), o ha potuto provare ad indossare “torques” (giro collo) celtici.
Ancora, se ha voluto, è entrato nel “castrum” della I Legio Italica ed ha apprezzato la rigorosa ricostruzione delle “caligae” (calzature militari) e delle “loricae” (armature), sicuramente poi è rimasto affascinato dal suono dei flauti e dalle eleganti evoluzioni delle danzatrici. Se infine il suo interesse era strettamente legato alla ricostruzione di un momento di vita, certamente si è fermato ad assistere al rito della semina secondo le abitudini dei Paleoveneti.
Continuando nella sua visita, gli è inevitabilmente capitato di vedere adulti in abiti romani o celtici o venetici e bambini con spada ed elmo in testa. E tutto questo, perdonando (speriamo) qualche inevitabile anacronismo, forse gli è stato sufficiente per fare un tuffo in quel passato molto più vicino di quanto siamo portati a pensare.
Tutte queste manifestazioni erano visibili di giorno. Alla sera poi le due piazze, quella della centuriazione (alias Barchessa) e del Foro (alias A. Moro), si sono riempite di gente che o se ne andava ad assistere alla commedia di Aristofane – e intanto nell’aria si spandevano accattivanti profumi di carni provenienti dalle varie “tabernae” – o era attirata dalle banche del mercato, o si dirigeva al Convivium desiderosa di trascorrere una bella serata in compagnia di Ovidio e delle sue “Metamorfosi”, magica opera in cui si canta di aria, di terra, di fuoco e d’acqua. E, mentre l’attore magistralmente recitava quei bellissimi versi riferentisi a quest’ultimo dei quattro elementi, l’acqua sentendosi appellata, ha pensato bene di scendere dal cielo per salutare gli ospiti.
Per ora l’appuntamento è al prossimo anno, augurandoci di ricevere ancora consensi, con la speranza di continuare a migliorare.
Alberta Silvestri
“A Cena con Ovidio”
Regia per una notte di follia
Il vento è teso da Nord-Est, lottiamo con le funi, ma non c’è nulla da fare, perlomeno il tempo si mantiene al bello. La nostra barca è una piazza, la nostra vela uno schermo; non sappiamo quale sia l’epoca in cui ci troviamo: da una siepe esce un centurione romano minaccioso, da un’altra un’ancella leggiadra e sorridente; rullano i tamburi e l’aria è pregna di mistero e curiosità.
Sono capitato in un altro mondo, dove storia e fantasia si intrecciano: dove il gioco è un fatto serio per adulti. Un gioco in cui mi sono lasciato coinvolgere e di cui sono stato co-artefice… manca la luce – Non è possibile! – piove – Ma se è stato sereno tutto il giorno! – Tutti sono nervosi. Anch’io.
Lo spettacolo deve continuare. Il Convivium “A cena con Ovidio” ha i suoi ritmi e gli invitati sono impazienti di deliziarsi con le vivande dell’Antica Roma: delirio culinario che ha impegnato un gruppo di meritori intrepidi per notti e giorni.
Gabriella giostra il manipolo di avventurosi tra salse speziate, ciotole e profumi rievocati; Cristiano, anima buona e paziente, interviene magicamente a risolvere ogni problema; Beppe e Donatella, profondono sicurezza tenedo unite le fila; gli altri, diligenti, danno il meglio di sè. La battaglia incomincia, coraggio! Ma… piove, manca la luce, e ancora, piove e manca la luce.
È silenzio, attesa, brusio dei convitati. La musica registrata non parte, i musici, permalosi, scappano; se non altro tra buio e luce esce un’immagine onirica proiettata sulla vela-schermo; se non altro, la voce esperta di Luigi, che ha fatto della follia la sua professione di attore, è suadente, profonda, emozionante nel divincolarsi ritmicamente sui versi del poeta latino – Meno male! – Ovidio sarà contento, sperando possa intercedere presso quei Numi che dall’alto, irosi, ci puniscono per troppa presunzione. Smette di piovere.
Massimo armeggia col riproduttore CD; Giulia e Maria Vittoria mi emozionano, giovani ed inesperte, sono ispirate da un refolo di incoscienza e i loro movimenti, da precisi, divengono tratteggiature artistiche di alto livello; l’ombra di Oscar sullo schermo è autentica sonorità dal passato: un’anima di narratore che legge appassionatamente le mie inframmezzature sulle Metamorfosi di Ovidio; Arturo sussurra melodie antiche con siringa e flauto – Grazie! -; Giovanna rotea le sue catene infiammate, così anche Fetonte può stare tranquillo col suo carro infuocato.
Non punitemi, o Numi, per orgoglio e presunzione, lasciate che questo grano, cucinato e raccontato al momento per i convitati, sia gradito e capito nel suo significato. Sollevando al cielo il paiolo di rame, l’ombra del fumo proiettata sullo schermo suggella il rito sacrificale: i quattro elementi di una natura benefica, talvolta crudele, si sono fusi in un’ultima follia: un cibo dello spirito di cui resta solo il ricordo.
Mi sono accorto ieri della sua presenza. Ore 00.30: percorrevo con calma lo stretto vicolo alle spalle del teatro; rincasavo dopo una giornata di lavoro come comparsa in un’opera teatrale. La sensazione che provavo era quella d’essere osservato e seguito a breve distanza.
Mi voltavo di continuo senza scorgere nulla, la nebbia era così fitta da impedirmi di distinguere i tratti reali delle cose. Chiunque mi stesse seguendo, abbreviava metodicamente le distanze, passo dopo passo lungo il cammino.
Smisi di voltarmi, sapevo che, facendolo, non avrei visto nulla, ma riuscivo ad avvertire, a percepire. Gli occhi non erano necessari. A metà del percorso che mi avrebbe condotto a casa, sentivo il suo fiato nel collo. Era un soffio gelido, e portava con sé l’aroma nostalgico delle serate d’autunno.
Nemmeno allora mi voltai; sarebbe stato inutile, patetico. Ad una mia domanda forse però avrebbe risposto.
Tentai dunque l’approccio: “Perché mi stai seguendo? Non ti vedo, questo lo sai anche tu. Eppure sono certo che stai seguendo proprio me. Non mi tocchi, non parli, nemmeno t’interessa quello che ho da dire. Allora perché mi stai alle spalle? Sono sicuro che mi senti e capisci quello che sto dicendo.”
Non vi fu risposta, me l’aspettavo.
Continuai dunque a camminare, cercando di non far caso all’insolita presenza. Fu inutile.
L’aroma nostalgico e colmo d’emozioni dell’autunno si tramutò in quello invernale. Portava con sé i ricordi dei miei natali passati, delle mie fantasie d’infanzia, delle mie lunghe cacce alle streghe e della voglia di star alzato fino a tardi per poter incontrare il dolce terrore dei fantasmi.
Iniziarono poi a sfilare nella mia mente le immagini del mio caro vecchio padre, dei pomeriggi trascorsi in garage con lui a lavorare il legno e ad inventare canzoni per poi ridere un po’ insieme. Poi il primo giorno di scuola e, dopo, ecco gli occhi neri e fatati di Anna: il mio primo amore.
Poi la neve, bianca e magica agli occhi di un bimbo. Le goffe discese, cavalcando grandi sacchi di plastica, urla di felice paura, tra le braccia di mamma. Le lunghe e veloci sciate fatte a vent’anni. Quella lontana casetta di legno, dove con un po’ di timore e tanto desiderio feci per la prima volta l’amore.
Ed ancora: le gelide notti trascorse con il fucile in pugno e la grappa in tasca, a far la guardia alla caserma militare; il fascino dell’inquietudine, della tensione, e di quel cielo nero ed infinito. Io, il mio fucile, le mie emozioni, la mia voglia di volar via, d’essere libero, al di là di quella rete spinata, al di là d’ogni ordine. E quante fantasie su quel che avrei fatto una volta uscito. Giri del mondo realizzati in pochi istanti.
Ricordi, dolci ricordi, infinite emozioni, impossibili da descrivere, tanto belle da ricordare. Scatole di fiammiferi e petardi per capodanno, occhi pieni di gioia, voglia di giocare ancora, ancora…Di non smettere più; di continuare a gioire per sempre.
Le mie lumache, i miei gatti… Ed i progetti per un tunnel sotterraneo dietro casa. E ad ogni passo un nuovo ricordo, un nuovo sorriso. Fino a farmi piangere, piangere di gioia, una gioia immensa; calda come quei bagni fatti d’inverno, quando fuori si muore dal freddo, ma dentro la vasca si sognano le isole tropicali. Calda come la tazza di cioccolato preparata da mamma, dopo una giornata trascorsa a giocare sotto i portici delle case, nelle strade solitarie, al freddo.
E posso giurarvi che da ieri; dal momento in cui la presenza ha iniziato a seguirmi, e tuttora è alle mie spalle, io sto ancora sognando.
Sogno le tende indiane, fabbricate con mollette e coperte tese da un divano all’altro.
Allora i miei piccoli occhi vedevano gli aghi grandi quanto spade, ed il letto a castello era una montagna da scalare, per poi raggiungere le nuvole.
Sogno le partite a pallone disputate nei prati colmi di primavera, con mio padre ed i miei due più grandi amici d’infanzia. I miei sensi non ancora annebbiati dalla vecchiaia e dal fumo delle mie sigarette. La caccia alle lucertole in campagna, di fianco ai muri alti quanto torri, lungo i fossi larghi quanto fiumi. Continuo dunque a sognare; ed ogni angoscia mi sembra lontana, ogni problema stupido ed inutile da risolvere.
Non ho più bisogno di nulla, di nessuno, mi basta la sua presenza; la presenza invisibile agli occhi, che da ieri ha deciso di donarmi, con il suo misterioso profumo, la tranquillità dei ricordi, la calma del rivivere momenti già trascorsi, traendone solo la dolcezza dei momenti più felici.
Sto rivivendo ogni istante della mia vita, ed i momenti di sofferenza si tramutano in sorrisi di calma e riflessione.
Oggi non ho più paura della vita e dell’apparente dolore che può portare; oggi mi sento felice e pulito. La mia mente vola lontano, raccontandomi la gioia della nascita e della vita, mentre la presenza dietro di me è sempre più vicina, sempre più interna. Ed improvvisamente comprendo il messaggio di quel misterioso profumo: svanire è l’avventura di ogni creatura. Un messaggio che, incredibilmente, mi dà una tranquillità infinita, mentre si parano davanti ai miei occhi cieli azzurri, memorie di bianchi natali, e visioni di silenti spiagge dorate, ove sostare a raccogliere lucide conchiglie…
Se è vero che il teatro costituisce un importante elemento per testare la vivacità di una città, è indubbio che Rovigo, con la programmazione della stagione 2005-2006, ricca di ben 16 appuntamenti, ha compiuto un importante passo in avanti in tal senso. Ben consapevoli di ciò, il primo cittadino Paolo Avezzù e l’assessore alla cultura Enzo Bacchiega hanno espresso sincera soddisfazione nella conferenza stampa tenutasi all’avvio della centonovantesima stagione lirica rodigina, inaugurata con un’opera davvero impegnativa quale “La forza del destino”.
Non c’è dubbio che quello messo a punto per la stagione in corso è un cartellone veramente ricco e vario, un progetto impegnativo, mediante il quale Marcello Lippi, sovrintendente e direttore artistico, ha inteso legare il proprio nome a quello dell’ente lirico cittadino, agendo con l’obiettivo di fargli compiere un consistente salto di qualità.
Notevole lo sforzo per una programmazione con oltre il doppio dei titoli rispetto allo scorso anno, che ha visto un impegno frenetico non solo da parte del M° Lippi, ma anche di tutti i collaboratori; e ciò nella consapevolezza di adoperarsi concretamente per la crescita del Sociale di Rovigo.
Una stagione lirica con ben sedici titoli è infatti una novità assoluta rispetto alla tradizione rodigina. E la città capoluogo, da sempre particolarmente sensibile alla musica di qualità, ha risposto all’offerta con notevole interesse, come si è capito fin dall’inizio testando l’andamento delle vendite degli abbonamenti. Ma tale risorsa non è certo sufficiente a far fronte alle consistenti necessità. “Fondamentale – ha affermato Marcello Lippi – la collaborazione con molti teatri italiani e con due teatri spagnoli, che ha permesso di abbattere certi costi di produzione e allestimento. Oltre alle opere più note e impegnative, nella programmazione sono stati inseriti dei balletti, delle opere solo per ragazzi, delle produzioni che coinvolgono il conservatorio della città e anche i bambini delle scuole elementari, registrando in quest’ambito la soddisfazione di constatare l’adesione delle scolaresche sin dai primi giorni di avvio delle lezioni”.
Un’opera attesa “La forza del Destino”, che mancava in città da 25 anni, mentre le cronache ottocentesche ci informano che furono ben quattordici le recite per la prima rappresentazione rodigina, datata 1883. Poi si succedettero altre cinque versioni proposte tra il 1937 e il 1981.
Rappresentato per la prima volta nel 1862 al teatro Imperiale di San Pietroburgo, il melodramma in quattro atti scritto da Francesco Maria Piave e musicato da Giuseppe Verdi (ispirato dal lavoro di Angel de Saavedra rappresentato a Madrid nel 1835) fu accolto con grande entusiasmo sia dal pubblico che dalla critica, tanto che un giornalista dell’epoca lo definì la più completa opera verdiana "sia per il significato della sua ispirazione, sia per la generosità dell’invenzione melodica, sia per lo sviluppo musicale e per la strumentazione". Le perplessità guidarono invece il compositore a una nuova versione, presentata al teatro La Scala il 27 febbraio del 1869 dopo numerosi rimaneggiamenti sia nella parte musicale che nel testo (rivisto da Ghislanzoni causa una grave malattia di Piave).
L’allestimento rodigino alla prima rappresentazione serale del 30 settembre del 2005 ha messo in scena un destino imperioso e fatale, presentato mediante una scenografia dai caratteri cupi e misteriosi. Sul fondale immagini a tinte fosche e dai contenuti drammatici, simili a dipinti fiamminghi. Ai lati del palco imponenti quinte create da architetture in stile gotico. Ogni elemento ha contribuito ad evidenziare l’atrocità della vicenda di quella che è considerata l’opera conclusiva della "fase eroica" di Verdi.
Prodotta dal Teatro Sociale di Rovigo e realizzata in collaborazione con il Teatro Goldoni di Livorno, il Centro Servizi Culturali Santa Chiara di Trento, l’Operafestival di Bassano del Grappa, il Teatro di Pisa, il Teatro Comunale di Modena, il Teatro Alighieri di Ravenna, il teatro Verdi di Padova e il teatro dell’Opera Giocosa di Savona, dove si sposterà fino alla prossima primavera, “La forza del destino” rappresenta un impegno economico e organizzativo che difficilmente potrebbe essere sostenuto da un solo ente.
La prima serata ha decretato un grande successo soprattutto per il soprano Susanna Branchini. Emissione curata, tecnica agile, fraseggio elegante, timbro vellutato: ha interpretato il difficile ruolo di Leonora, la tormentata protagonista, con maturità e abilità. Ha creato momenti di intensa commozione e spiritualità con un suono limpido e velato, alternandoli a parti possenti e drammatiche, in una complicata vicenda, che possiede le caratteristiche del racconto di avventure. Tra gli elementi di spicco, che hanno contribuito a rendere efficace la rappresentazione, vanno citati il baritono Marco Di Felice, che ha impersonato Don Carlo con voce calda e decisa; il mezzosoprano Tiziana Carraro, nei panni di Preziosilla, con piglio sicuro e precisione; Paolo Rumetz, che ha creato un Frate Melitone molto particolare, con un azzeccato piglio buffo. Il tenore Emil Ivanov e il basso Paolo Battaglia hanno sostituito nelle vesti di Alvaro e del Padre Guardiano Keith Olsen e Riccardo Zanellato, perché indisposti: sono stati applauditi per aver sostenuto parti tanto impegnative, nonostante la stanchezza per aver affrontato gli stessi ruoli anche nei giorni precedenti.
L’Orchestra Filarmonia Veneta Malipiero, guidata dal gesto sicuro del Maestro Lukas Karytinos, ha sostenuto le voci con buona precisione, facendo risaltare l’abilità tecnica delle prime parti, sia dei fiati che degli archi, in bellissime sezioni solistiche.
Determinante l’apporto del coro del Teatro Sociale, preparato da Giorgio Mazzucato che, nonostante alcune difficoltà ritmiche, ha supportato con spessore timbrico l’intera vicenda: ne "La forza del destino" infatti l’idea della folla è preponderante, poiché il gruppo di servitori, di contadini, di soldati, di pellegrini e francescani è quasi un elemento da teatro greco.
Azzeccate anche le coreografie di Claudio Ronda, realizzate dal corpo di ballo Compagnia Fabula Saltica, che hanno movimentato le scene più affollate. Di grande rilievo la scenografia di Alfredo Troisi e la regia, opera di Pier Francesco Maestrini, che ha curato anche i costumi.
Dietro le quinte
L’officina del teatro
A pochi giorni dall’apertura della stagione lirica 2005, in uno dei nuovi capannoni di Via Martiri di Belfiore, tra San Apollinare e San Sisto, sono stati inaugurati i nuovi laboratori per le scenografie, i costumi e per la realizzazione di allestimenti vari del Teatro Sociale.
La nuova struttura ha preso il posto del vecchio laboratorio che si trovava in viale Oroboni, a ridosso dell’ex mercato ortofrutticolo, e costituisce un notevole salto di qualità per il Teatro Sociale e la vita culturale della città.
Si tratta di un complesso confacente a rendere più agevoli i lavori, caratterizzato da un edificio di millecinquecento metri quadri più un magazzino. L’ambiente, ampio e luminoso, rappresenta un consistente impegno economico ed una notevole opportunità per valorizzare le capacità dei giovani che operano in questo settore artistico, apportando le loro competenze e specializzazioni.
Gli Amici del Teatro
L’Associazione Amici del Teatro Sociale di Rovigo appoggia da due anni l’attività del Teatro rodigino nonostante le difficoltà finanziarie e gli impegni sempre più gravosi. La sua attività principale consiste nell’organizzare ogni anno le presentazioni delle opere inserite nella consueta stagione lirica: alcuni giorni prima di ogni rappresentazione viene invitato un relatore per illustrare, in incontri aperti a tutta la cittadinanza, il libretto, la musica, gli autori e ogni notizia utile per il pubblico, rendendo così più facile e interessante assistere agli spettacoli.
Il corposo cartellone della Stagione lirica e di balletto 2005/2006 e i tagli ai finanziamenti degli enti pubblici rendono un impegno gravoso quello di sostenere le spese per le locandine, le cartoline di invito ai soci, i saggi da inserire nei libretti e i relatori, scelti tra i più importanti studiosi e musicologi a livello nazionale.
Queste le presentazioni programmate e i rispettivi relatori:
• 27 settembre 2005, “La Forza del destino”: Luigi Costato;
• 14 ottobre 2005, “Don Pasquale”: Piero Mioli;
• 28 ottobre 2005, “Semiramide”: Sergio Garbato;
• 11 novembre 2005, “Farinelli”: Sandro Cappelletto;
• 17 novembre 2005, “Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci”: Marcello Lippi;
• 2 dicembre 2005, “Histoire du soldat”: Paolo Petazzi;
• 15 dicembre 2005, “Tosca”: Stefano Del Seta;
• 18 gennaio 2006, “La bella addormentata”: Claudio Ronda;
• 17 febbraio 2006, “Carmen”: Paola Bruna;
30 marzo, “Dyland Dog” e “La Lupa”: Massimo Contiero;
• 21 aprile 2006, “Steel: The legend of the metal”: Manfred Schweigkofler.
Tutte le presentazioni sono previste presso l’Accademia dei Concordi alle ore 18 con ingresso libero.