Quante volte ho fantasticato di andarmene, di salire su un treno e partire… Correre attraverso una grande nuvola, rivedere la mia vecchia scuola, improntare i miei passi adulti su orme antiche che il vento del tempo ha nascosto dentro l’anima.
Quante volte ho rivisitato quei luoghi che il destino mi ha fatto vivere, respirando l’aria di tante stagioni, incantando i miei teneri pianti davanti ad arcobaleni e tramonti di fuoco.
Quante volte sono salito su un treno rifugiandomi nel silenzio dei miei ricordi…
NEI COLORI DEL TRAMONTO
Stare in riva al mare da solo, mentre il sole cala trafiggendo di aghi le nubi, sposandosi con gli aurei colori del tramonto.
Fermarsi a colloquiare con i propri pensieri per poi perdersi dentro una nuvola e sondare l’infinito per cercare di capire il tuo mistero, o donna.
POLVERE
Un soffio di vento forma vortici di polvere nell’aria assolata. Respiro a fatica nel silenzio della mia stanza e ascolto un alito che non mi dà pace.
Il cuore batte nel mio petto e l’anima è rannicchiata nel buio.
Il buio è uno spazio vuoto dove regna il Nulla. E con il Nulla parlo, con il Nulla ragiono, con il Nulla vivo i miei sentimenti: polvere, che vorticosamente gira dentro di me, senza fermarsi mai.
IMMAGINI DAL LAGER
Le immagini vivono, sorgono dal ricordo di pagine lette: persone esili strascicano i piedi nel fango; gelide le mani, algido il corpo a mala pena coperto negli invernali giorni. Le braccia numerate, gli arti infiacchiti si muovono al rallenty speranza estrema per non venir schiacciati dall’ira dipinta su visi sardonici. La speranza è di poter fare qualche passo in più: il mostrarsi tranquilli, sereni, anche se nell’anima impera la sofferenza inflitta per un niente.
O nonno, quel filo spinato che t’ha martoriato il corpo, quel numero, che indelebile hai sul polso, quei passi lenti, improntati nel lager, io li ho visti. Io non li ho vissuti, ma ogni volta che vedo scene di guerra e di atrocità mi chiedo il perché.
IN MILLE STELLE
Respiro la notte, respiro la parte più serena di questa vita; e i ricordi s’illuminano per diventare intensi come le stelle che brillano nell’infinito cielo.
Respiro la notte questo buio stupendo, questo mare impalpabile libero ad ogni fantasia; ed il mondo dei rumori è vinto da magiche barriere. Esisto solo io con i miei ricordi di bambino felice archiviati in mille stelle che penetrano nel mio sonno da adulto.
LA NOSTRA PRIMAVERA
Quando il sole spanderà i suoi raggi sui campi stanchi di brina e scalderà il lavoro del contadino stanco; quando i fiori risorgeranno e allieteranno gli sguardi e i sorrisi dei bambini; quando le siepi nasconderanno le ipocrisie del mondo intero; quando il ghiaccio si farà acqua e laverà la nostra vergogna; quando il carnevale dei nostri giorni sarà sconfitto dalle foglie dell’ulivo e le rondini canteranno la nostra primavera; allora saremo uomini liberi.
Il mio deserto non ha palmo, né tombe di faraoni, né carovane di cammelli. E’ solo sabbia e dune, immense dune di sabbia.
Sono sola in questa immensità, perduta in pensieri e struggenti ricordi.
In fondo, proprio sulla linea dell’orizzonte, un’oasi.
Se non è un miraggio, troverò pace ed acqua per colmare la mia sete di vita.
RICORDI
Una folata di vento, impalpabile spirale, si avvolge intorno a me, facendo nascere brividi.
Un vento caldo che porta voci lontane e profumi quasi dimenticati, mi porta anche il profumo che usavi Cuoio di Cordova è così?
Non so dove sei se ci sei, ma per un attimo penso a te con nostalgia.
AUTUNNO
La forbice della vita ha reciso i rami fioriti. Rimangon, ora foglie tremanti che ingiallendo, secche e leggere, cadranno al suolo senza rumore, senza vita.
Lo sguardo del tempo, signore delle stagioni, avrà occhi solo per il fluire dei giorni. Non avrà pietà per uomini e cose, sparirà nella nebbia lasciando l’autunno unico padrone del triste silenzio
ORA CHE SONO COSI’
Ora che sono così, ora che la sabbia della mia clessidra scende veloce, contemplo il mare ascoltando la voce della conchiglia. Volto le pagine del cielo per leggere la storia del mondo, e scrivo pagine di diario per sedurre il tempo.
Coltivo fiori nel prato verde della speranza, rossi papaveri da donare a te, che fosti l’amore di un solo giorno.
Spargo petali di rimpianti e foglie di nostalgia come una processione. Mi avvio all’ara del sacrificio scortata da pensieri leggeri, palpitanti come ali di farfalle, e da ricordi di cose inconcluse nella dimensione delle stagioni felici.
LA LAGUNA
Qui, nella laguna al tramonto, troverai presenze lontane, udrai voci dimenticate in un logorìo di vita.
Gabbiani solitari grideranno alla tua solitudine, l’aria rarefatta ti avvolgerà come un sarcofago azzurro.
Qui, nella laguna al tramonto lascierai un frammento di cuore
UN ALITO DI VENTO
Un alito di vento scompiglia i pensieri nella sera di pace. La luce filtra tra i rami dalle lucide foglie, creando disegni da fiaba sul bianco muro della casa.
Ti guardo negli occhi e mi pare di avere ancora vent’anni.
FRAMMENTI
Alpebre bruciate a guardare il sole nell’orizzonte di pietra. Lacrime aride a ricordare un passato di ricordi sfumati. Ultimi respiri a desiderare una pace lontana, e il cuore rosso una conchiglia chiusa a trattenere i sogni perduti
Questi versi di Gianni Sparapan, posti in apertura di un libro pubblicato qualche anno fa (“CIAO”, Europrint, nov. 2002), possono costituire un interessante avvio di letture comparate di due poeti polesani: Gianni Sparapan, nostro contemporaneo, la cui voce trae linfa da tradizioni del nostro Polesine; Gino Piva, cantore innamorato della terra dei fiumi, che compose le sue “cante” nella prima metà del secolo scorso.
Le immagini richiamate dal testo di Sparapan riportano la memoria a qualche cosa che, nella nostra infanzia, abbiamo conosciuto: vecchi intabarrati con la pipa, donnine magre con l’ultimo figlio in braccio, arredamenti spogli con le foto incorniciate dei nonni e cesti di pan biscotto, mazzi di patate americane, pannocchie.
S’intravede una vita frugale, ancorata alla continuità delle tradizioni, a quella cultura rurale diffusa in tutto il Polesine, nei paesi come in città. L’invocazione, così originale, alle figure più rappresentative di tale cultura, non è fine a se stessa. I “veci bravi”, strappati all’improvviso da questa terra, sono avvertiti come i custodi di una terra “malsegnà”, ignorata ed emarginata. In un immaginario controcanto di rabbia, essi assistono allo snaturamento dell’ambiente nativo, via via omologato e stravolto.
E’ in gioco il senso stesso di una storia, che fa tutt’uno con quei dignitosi patriarchi e gli oggetti della vita contadina. E’ forse questo che spinge l’autore a trattenere i fantasmi “sol meale de la porta”, usando gli antichi ritornelli affettivi appresi da bambini (“-man morta, man morta, pècia so la porta-”). Il suono intenso delle parole dissepolte dalla memoria pare tuttavia spegnersi con la coscienza dell’inarrestabile svanire della memoria. L’immagine si allontana, si fa sfocata, destinata “par sempre dal cuore sparire”. Poesia dell’anima, dunque, venata di uno spirito civile che schiuma rabbia e alza invano gli argini della memoria.
Anche nella poesia di Gino Piva, ritroviamo i fantasmi dei numi tutelari della famiglia polesana. “Vecia cità” riproduce lo stesso genere di invocazione riscontrato nel testo di Sparapan:
“O nostri noni da le facie oneste Con el capello a quarta e le velade, de vedarve me par per ‘ste contrade puliti e buli e sensa tute queste porche miserie che ogi ne scavezza e ne tien come bestie a la caveza!”
L’ambientazione è certamente diversa: sullo sfondo ci figuriamo Rovigo tagliata in due dall’Adigetto, la torre del Castello e i ponti; la “nebia su le grame case”, “i copi bassi e i portegheti neri”, “le campane intorno”…Non è un interno; siamo al di là del “meale de la porta”. L’immagine dei vecchi prende forma nell’arredo povero e dignitoso di una “vecia cità senza beleze d’arte”.
Una nota tutt’altro che negativa se fa scattare suggestive impressioni da innamorato: Rovigo “nata sconta come un fior de vale drento un intrigo d’àleghe marine, o scampo de remenghi tra le brine piene de zighi corti de cocale…”. Matura, in questo scorcio paesaggistico, il carattere stesso della città: quello della virtù nascosta o delle solitudini animate dalle grida dei gabbiani.
Le immagini che ci aspettiamo non possono che essere quelle di uomini onesti, che fanno tutt’uno con le contrade, di fronte ai quali, a dispetto dello scorrere degli anni, ci si sente sempre “putei”, perché la paternità è un valore che non può dissolversi.
I ritratti possono sì perdere i colori, ma le memorie no: è la storia, un divenire senza fine, nel quale si fissano forme e testimonianze di civiltà in un percorso faticoso, segnato da crisi, sofferenze, povertà. E’ proprio questa fiducia nella storia a richiamare l’invocazione di partenza:
“Fasive avanti o nostri noni morti, fasive avanti per un giorno solo, vegnì fin qua dove se piega el colo e i minuti ne pare massa corti in cerca de scarpioni leterari o de polenta o d’altri calendari…”
Le sofferenze presenti, vuol dire il poeta, si potranno superare col conforto degli antichi padri, ancorché la vita sia breve nella ricorrente ricerca delle ragioni che la rendono significativa o, quantomeno, umana. Tutto sta a viverla intensamente, facendosi storia nella propria “grisa cità”.
Qui, fissato alle proprie forti radici, l’uomo si riconosce parte viva del paesaggio storico, “una docile fibra dell’universo” per dirla con Ungaretti, solidale e compagno di strada dei propri simili, di quelli in particolare che sono stati rovinati dalla furia “de tempeste e rote, de racolti distruti in t’una note…”
Rivive la tragedia di distruzioni e incendi: “…cità che sente le campane intorno sonar a stormo e vede alzarse fiame e putini tacarse a le so mame e po’ fantasme al slusegar del giorno che spande sangue insanguinando i fiumi co’ i oci rossi ch’i arde come i lumi…” E’ stato! sembra registrare con dolore Gino Piva. Ma ciò che è stato, è il prezzo del drammatico cammino della storia. “I morti, i vivi, i noni e le sorele”, tutti coloro che hanno lasciato questa terra e non potranno più tornare “per contar le stele”, saranno i nostri numi tutelari “quando rusa el vento e le nuvole scapa de spavento”.
Dolore sì, ma non rassegnazione in questa sofferta invocazione, in cui la vita merita di essere vissuta per un riscatto fraterno e umano.
Due testi a confronto, sullo sfondo dello stesso mondo polesano, mutato sì dal tempo di Piva a quello di Sparapan, ma, in un certo modo, abitato da una “gente” che ambedue hanno conosciuto, sia pure a distanza.
Ambientazioni e paesaggi diversi, passioni singolari, sentimenti fortemente avvertiti. La stessa invocazione produce reazioni e atteggiamenti diversi: dolore ma anche volontà di riscatto in Gino Piva; rabbia a tratti travolgente in Gianni Sparapan.
Come ogni mattina avevo odiato la sveglia e la sua stridula voce irritante che mi spalancava, da impietosa tiranna, la realtà di una nuova giornata iniziata troppo presto. Come ogni mattina avevo maledetto i ritmi forzati di vita, a me non congeniali, che impone un lavoro dagli orari assolutamente rigidi. Come ogni mattina, aprendo gli occhi con una fatica pari ad un’ardita impresa da eroina nei libri d’avventura, avevo contato quante poche ore di sonno mi ero concessa e mi ero giurata, sapendo di mentire ancora una volta a me stessa, di dedicare più tempo al riposo notturno.
Rapidamente mi ero vestita e leggermente truccata, sorseggiando in piedi una tazza di latte appena intiepidito. Ero scesa in strada precipitosamente e, non appena inserita la chiave nel cruscotto dell’auto, la fretta che aveva fatto il miracolo di vedermi pronta in un quarto d’ora si era improvvisamente vanificata, quando la mia attenzione era stata catturata da un foglietto bianco, ripiegato accuratamente su se stesso ed infilato sotto al tergicristallo.
Pochi secondi pregni di ipotesi mi separavano dal mistero: “Una multa non è…; forse si tratta di una comunicazione di qualche vicino…; o durante la notte è passato un amico da queste parti e mi ha lasciato i saluti…; o magari è semplicemente uno scherzo…”. Mentre i pensieri si susseguivano confusi, il foglio mi scivolava tra le dita; ormai lo stavo aprendo:
“Questa è una pagina che sto regalando al destino. Potrebbe rimanere così: bianca, incompleta, senza senso; uno dei tanti tentativi falliti che costellano la vita; una delle mille strade chiuse che si imboccano per caso e subito si ripercorrono frettolosamente in retromarcia dimenticandole non appena ritrovata la via principale che, larga e traboccante di indicazioni, ci restituisce la sicurezza nel cammino.
Non ci conosciamo, ma quando ti ho vista ho pensato che il destino di ognuno è costituito da pagine scritte e mi sono sentito legittimato ad usare una facciata nel tentativo di incontrarti. Ti cedo metaforicamente il blocco e la penna: decidi tu se gettarli o se concedere un po’ di carta in più alle nostre rispettive storie, facendo intersecare, forse per un attimo, forse più a lungo, due mondi che non si conoscono e non si immaginano nemmeno. Se vuoi regalare anche tu una facciata al destino, fatti trovare domani alle 21.30 davanti alla pasticceria di via De Gasperi. In caso contrario, la tua bellezza mi avrà sfiorato come una ventata leggera in un giorno di primavera; una ventata che porterà via con sé un capitolo forse ingiustamente deprivato della consistenza della trama. A presto o addio.”
Il biglietto era scritto in stampatello, con una penna blu; la grafia era regolare e gradevole alla vista. Non riuscivo ad immaginare chi potesse essere lo sconosciuto che mi aveva osservata e avvicinata in quel modo inaspettato. Avevo provato la sgradevole sensazione di percepire uno sguardo invisibile scrutare i miei movimenti; d’altra parte, la mia vanità di donna era stata solleticata da un sottilissimo piacere determinato dal fatto di essere stata notata e ammirata. Inoltre, il singolare contenuto di quel biglietto aveva notevolmente stuzzicato la mia curiosità.
In ufficio avevo più volte estratto dalla borsa il foglio analizzandone la carta e cercando indizi; ma sapevo che niente, oltre a ciò che esprimevano quelle righe così garbatamente calibrate, avrebbe lasciato trasparire di più; ciò nonostante, non riuscivo ad arrestare l’infruttuosa ricerca. Lo strano potere di quelle parole, l’invocazione del destino, i riferimenti allo scrivere delle pagine (chissà se lui sapeva che stavo pubblicando il mio primo libro o se si trattava di una coincidenza da attribuire al caso), mi lasciavano la sensazione di avere qualche cosa in sospeso. Ma alla fine avevo deciso che sarebbe stato da folli, al giorno d’oggi, presentarsi ad un appuntamento con uno sconosciuto; “Inutile rischiare”, avevo infine concluso riponendo il biglietto nel cassetto e chiudendolo decisa una volta per tutte.
E il tempo aveva avuto la meglio: il foglio era rimasto lì, sepolto dalle carte quotidiane, e il pensiero di quell’individuo senza nome e connotati si era progressivamente sbiadito lasciando però l’immagine nitida, che non mi avrebbe più abbandonata, del destino che stava scrivendo pagine di vita ancora sconosciuta.
L’estate era alle porte e le occasioni per uscire e per frequentare gente non mancavano. Il periodo si presentava particolarmente spensierato, ricco di feste, ritrovi e nuovi locali; mi sentivo piuttosto carica, anche se nessuno, tra i tanti uomini che incontravo, era in grado di catturare veramente il mio interesse.
Una sera, però, ad una cena organizzata da un’amica, dove alcuni invitati avevano portato altre persone – i soliti ‘amici di amici’ che non promettono mai nulla di buono – avevo incontrato Alessandro. Mi aveva colpita immediatamente; non ne sapevo identificare il motivo preciso: una semplice sensazione epidermica dalla forza inafferrabile. “Il destino scrive, anche quando ne siamo completamente ignari” avevo pensato; “e i fogli scorrono e compongono capitoli sui quali se ne accumulano di nuovi. Le pagine vengono continuamente mischiate con quelle di altri, per accavallarsi, avvicinarsi, dividersi o unirsi, a volte per poco, talvolta per sempre”.
Chissà se questa presenza avrebbe lasciato un qualche segno nella mia vita o se sarebbe stata solo un’altra pagina incompleta, insignificante, inutile, presto dimenticata, proprio come quella del biglietto anonimo. Rapita dall’inconsistenza pregnante di queste considerazioni e dalla loro precaria luce soprannaturale, mi ero sorpresa a sperare in silenzio che quella serata mi riservasse un seguito.
Decisa a sfruttare al massimo l’occasione ero riuscita con soddisfazione a dare il meglio di me: ero stata brillante e vivace notando con compiacimento di avere attirato la sua attenzione. Avevamo chiacchierato a lungo, raccontandoci le più disparate vicende personali, come due vecchi amici: si era certamente stabilita un’intesa. Verso le tre stavano ormai rincasando anche gli ultimi ritardatari: gli avevo allora proposto di andare a fare colazione in un bar del centro che a quell’ora serviva brioches calde appena sfornate e lui aveva accolto l’idea con evidente slancio. Avevamo amabilmente chiacchierato fino all’alba: ero entusiasta della compagnia. Solo quando il sole, impertinente, aveva definitivamente decretato la fine della nottata, di malavoglia, avevamo deciso di salutarci.
Ero rincasata con un arcobaleno di emozioni nel cuore: mi sentivo straordinariamente positiva e piena di gioia; in fin dei conti si trattava solo di una piacevole serata, che magari non avrebbe avuto nessuno sviluppo ulteriore. Insensatamente effervescente, non ero stata in grado di annichilire l’impazienza di vivere il domani.
Con un sorriso d’intesa rivolto al fato, fiduciosa di ricevere in cambio un’amichevole strizzatina d’occhio, mi ero infilata a letto, sollevata per il fatto che la domenica mi avrebbe risparmiato l’ironico buongiorno gracchiato come sempre dall’acida sveglia. Con una beata agitazione nel cuore, sfinita dai pensieri che mi navigavano impudentemente liberi nel cervello, mi ero lasciata ghermire da un sonno caotico ed inquisitore, tempestato da sogni sovraffollati di simbologie indecifrabili.
Dopo alcune ore mi ero alzata esitante, ancora incapace di discernere il vissuto dall’immaginato e avevo infilato i primi abiti in cui mi ero imbattuta. Non riuscivo a dare una spiegazione alla potenza dell’impatto emotivo che mi aveva creato la conoscenza di Alessandro.
Avevo deciso di immergermi nella sfumatura regale di blu che sfoggiava il cielo di quella giornata prodigiosamente radiosa, facendo una passeggiata e schiarirmi le idee. Aprendo la porta di ingresso avevo trovato un foglio bianco. E sulle scale un altro, e altri ancora sul pianerottolo. Decine di fogli bianchi conducevano alla strada e portavano fino alla mia auto. Sul tergicristallo, un biglietto identico al precedente. “Lo sconosciuto è tornato alla carica”, avevo pensato stupita, riconoscendo in trasparenza la grafia che tanto a lungo avevo analizzato.
Mentre il cuore impazzito batteva colpi di tamburo e risuonava prepotente in tutta la cassa toracica, avevo letto il contenuto: “Non si sfugge al proprio destino. Attorno a te ci sono le pagine che hai deciso di lasciare bianche in questi mesi. Da oggi, la nostra storia la scriveremo insieme. A presto, Alessandro.”
All’inizio degli anni Cinquanta, si pativano ancora molte restrizioni postbelliche, ma papà (ed è chiaro che mi riferisco a mio patrigno, essendo mio padre, l’Artista, morto quando avevo appena compiuto un anno d’età) era riuscito – dopo tanti anni di motocicletta – ad acquistare una balilla di seconda mano.
Nera, brillante come se fosse tirata a cera, corredata di rigorose tendine, suscitò l’invidia di amici e parenti. La vedo ancora sobbalzare nei viottoli di campagna, carica di medicinali e dei ferri chirurgici per il pronto intervento del mio amorevole babbo, medico degli animali.
Mia madre, l’ironica, affascinante Hena a proposito del suo secondo matrimonio, usava dire: “dalle stelle alle stalle.” In effetti, il passaggio dall’intellighenzia degli artisti bolognesi – frequentando il cenacolo del mitico Caffè San Pietro, a fianco di Guidi, Saetti, Bacchelli, Minguzzi & Compagnia – alla vita piatta e agreste polesana, deve esser stato un colpo non da poco, per la vedova rimaritata.
Insomma, ritorniamo alla balilla.
Notoriamente, papà – pur amandomi molto – era un distratto, quindi mamma mi affidava malvolentieri alle sue cure, soprattutto da quando mi aveva dimenticata in un caffè veronese, consolata da un solerte cameriere che aveva telefonato a casa per il mio recupero. Quel giorno quindi, Hena cedette controvoglia alle insistenze paterne di portarmi con sé in campagna a far le visite agli animali, inaugurando così l’automobile.
Era una mattinata piovosa. Papà guidava piano, canterellando stonato. Tenevo stretta in seno la mia bambola prediletta, la mia confidente. Mamma rimase a casa perché era impegnata in cucina: aspettavamo gente a pranzo. L’auto fu parcheggiata vicino a un grande fossato. Non volevo scendere, preferendo i dialoghi confidenziali con la mia bambola, all’approccio con gli animali: oche soffianti, scrofe grugnenti, mucche e cavalli rumorosamente defecanti; oltre alla pressione dei contadini che insistevano per farmi bere un “gotesato” de vin.
Fortunatamente, non l’ebbi vinta e fui costretta a scendere.
Finite le visite – questa volta si trattò della nascita di un delizioso vitellino – fummo colti dall’amara sorpresa della sparizione dell’auto.
Della balilla si vedeva a malapena il tetto affiorare dall’acqua limacciosa del fossato. Evidentemente, papà non l’aveva lasciata in marcia, o non so quale altra distrazione avesse commesso. Ci vollero quattro buoi per recuperarla, grondante d’acqua, ma ancora rombante e dispostissima a riportarci a casa.
LA GAFFE
Già conoscete l’attitudine di papà alla distrazione, alla svagatezza. E chi è distratto, è giocoforza che sia anche gaffeur, sissignori, perché l’essere altrove col pensiero, fa sì che si dicano cose improprie.
Raccontava lui stesso, con dolore, che all’epoca del Ventennio, invitato a cena da un’aristocratica fiorentina che gli piaceva tanto, elegante e raffinata tipo Grace Kelly, nel bel mezzo dei convenevoli, gli saltò in mente, tanto per dire qualcosa, di lodare Mussolini – eravamo nel 1938 – credendo di rendersi gradito a chi lo ospitava. Non si era ancora al dessert, e l’aristocratica madre dell’aristocratica figlia, rivolgendosi al maggiordomo, improvvisamente disse:
“Battista, sono certa che il dottore, desidera andarsene e vuol essere accompagnato alla porta…”
E lui che non capiva questa improvvisa freddezza e la nuova piega della serata: “Ma no, signora, non ho fretta…
“E lei che insisteva: “Sono certa che si vuole accomiatare…”
Uscì da quella casa, molto perplesso, e ci assicurò che, leggendo il cognome LEVI sulla targhetta del campanello, avrebbe voluto sprofondare. Suppongo lo sapesse già, ma lo aveva dimenticato.
Questa è stata la gaffe più amara. Quella più buffa gli è capitata dove viviamo.
Ero con lui in un caffè del centro. Entrò un signore che gli parve nuovo, quello che i veneti direbbero “foresto”. Gli si avvicinò e cominciò ad intervistarlo: “Da dove viene, cosa fa, ecc.”
Le risposte erano gentili.
Saputo il paese di provenienza, il papà esclamò: “Lo conosco bene, ci vado sempre, perché mi piace prendere il caffè nel bar centrale, servito da quella donna con la lunga barba, detta Garibaldi.”
“Sì, lo so bene è mia moglie.” – rispose il rassegnato marito di quella stranissima signora fornita di un generoso onor del mento.
Per un attimo, respirai gelo, ma il papà se la cavò rispondendo, senza imbarazzo: “Comunque, bella donna, anche se un po’ pelosa…”
L’OROLOGIO
Vi è mai capitato di sbagliare cresima? Ma, andiamo per gradi, anche perché – se avete già letto il titolo – voi potreste chiedermi: “Cosa c’entra la cresima con l’orologio?” Mio padre, re dei distratti, aveva ricevuto l’invito a una cerimonia di cresima.
“Cosa regaliamo, Hena, al cresimando?”
“A tutti i ragazzini piacciono gli orologi.”
“Bene, allora provvedi ad acquistarne uno, e che sia bello.”
Accompagnai mia madre. Ero una bimbetta, ma ricordo ancora il suo pignolo contrattare sul prezzo, la scelta attenta, l’astuccio di raso azzurro in cui fu amorevolmente adagiato il bel padrone del tempo, oltretutto, di marca.
La domenica, vestiti a festa, ci recammo alla cerimonia. Sentimmo subito che c’era qualcosa che non andava per il verso giusto. Al papà sembrò di non riconoscere, fra i presenti, coloro che lo avevano invitato.
Al posto del ragazzino, c’era un’esile bimbetta, soffocata fra pizzi e veli.
Insomma, avevamo sbagliato cresima…
E, nella vita, si possono fare errori anche più grossi, questo si sa.
Attese il drappello lì, sulla spianata, con l’arma in pugno: le gambe divaricate, il volto teso, gli occhi scintillanti. Il gruppo veniva su dal viottolo di campagna, mentre l’aria primaverile era satura del profumo dei fiori e del canto degli uccelli. In lontananza una tortora sembrava scandire i minuti col suo verso gutturale.
C’era un profondo silenzio tutt’intorno, tanto da far udire distintamente, ora, lo scricchiolio sull’erba del prato sottostante.
I prigionieri apparvero. Erano quattro: due uomini e due donne. I tedeschi, cinque militari tutti in divisa, avevano i berretti ben calcati sul capo, cartucciere a tracolla e revolver nella fondina appesa al grosso cinturone di cuoio scuro. Solo l’ultimo, il sesto, un commissario italiano di pubblica sicurezza, teneva in pugno un’arma. Ma la sorpresa di vedere lì, sopra di loro, l’uomo che li attendeva con il mitra puntato, li paralizzò dalla paura.
Lui aveva studiato quell’effetto.
“Altolà “ intimò. “Buttate le armi! “ e mosse a semicerchio la bocca del mitragliatore mentre una piccola raffica precisa faceva saltare la ghiaia ai loro piedi.
Il prigioniero più vicino a lui scattò veloce ad afferrare la pistola del poliziotto. Poi, tutti insieme, schieratiglisi attorno, disarmarono il resto del gruppo.
Nessuno fiatava.
“ Ed ora via! “ comandò.
“ Via…” l’ultimo fu un grido imperioso, seguito ancora dal suono secco del mitra e in un attimo le persone corsero per il prato, a ventaglio, all’impazzata, cadendo e rialzandosi, col terrore della morte alle calcagna.
Era accaduto tutto in pochi minuti e senza spargimento di sangue. Proprio come lui, d’altronde, si era prefissato. La sorpresa era stata d’importanza capitale.
“ Don Paolino… La ragazza si avvicinò. Tremava. Le brillavano attorno alle labbra miriadi di goccioline di sudore. Era la più giovane dei quattro, e la più bionda. Così chiara di capelli e di pelle da sembrare un angelo in quel verde cupo d’alberi e di campagna.
Gli altri gli si inginocchiarono davanti, “Don Paolino…”
“Forza ragazzi che non c’è tempo!” Tirò su il più vicino per la giubba.
“Correte via, presto. Andate fino alla casa di Zillo, Vi aspetta dietro la stalla. Aspettate il suo fischio nascosti tra la canapa.” Disse. “E non preoccupatevi che al resto ci penso io.”
Gli baciarono le mani e l’altra ragazza lo baciò sulla guancia. Poi sparirono dietro i cespugli di rubinia.
Erano fratelli, colpevoli solo d’aver liberato la loro madre ebrea dal carro in cui era stata rinchiusa, per la deportazione, due giorni prima.
***
Il mitra don Paolino lo nascose tra due sassi, non lontano dalla canonica.
Entrò in chiesa che già le donne del paese finivano il rosario della sera.
Stette cinque minuti raccolto davanti all’immagine di Cristo crocifisso, poi mise i paramenti sacri e celebrò la funzione.
Quella notte fu la più lunga di tutta la sua vita. Tese l’orecchio ad ogni rumore, ad ogni scricchiolio. Udì il tarlo della madia lavorare fino a notte fonda e la civetta lamentarsi sul davanzale della finestra. Poi si addormentò.
Don Paolino aveva trentacinque anni. Era un pezzo di pane, come si suol dire, e non aveva mai litigato con nessuno. Figurarsi cosa si sentiva nel cuore dopo aver affrontato quei tedeschi con un’arma in pugno!
***
I suoi sogni furono un incubo e quando, all’alba, la porta si spalancò con un calcio e i due militari irruppero nella stanza con i fucili puntati, ringraziò quasi Dio d’averlo salvato dagli orrori del suo inconscio.
Non c’era niente da fare: doveva seguirli e, anche se non parlavano l’italiano, si facevano capire con la rudezza del loro secco frasario accompagnato da gesti quanto mai eloquenti.
Don Paolino si alzò e si vestì, spinto brutalmente di qua e di là dal calcio delle armi. Si inginocchiò per dire le orazioni ma fu sollevato di peso e buttato fuori nella piccola cucina semibuia.
C’era sulla tavola, sopra una tovaglietta di tela bianca, un bel pane d’orzo dorato accanto alla tazza vuota del caffè-latte e, vicino, il barattolo di miele che ogni settimana gli portava la Nives, una donnina che veniva in bicicletta dal paese vicino per accudirlo e sistemare chiesa e canonica.
Don Paolino, gentilmente, invitò con un gesto della mano i due tedeschi a favorire la sua colazione, i due si guardarono in faccia stupiti prima di rifiutare. Allora il prete mise il pane e il miele nel suo fazzolettone bianco per portarli con sé e, prima di uscire, ricordandosi del canarino addormentato nella gabbietta, appesa al muro chiese, per favore, un momento.
Mise dell’acqua fresca all’uccellino che, svegliatosi a quell’insolita ora, cominciò a cinguettare, saltellando impaurito. Il prete lo tranquillizzò con un leggero fischio modulato e, prese tre belle foglie di lattuga dallo scolapasta colmo di verdura sull’acquaio, le infilò tra le sbarrette della gabbia.
Fuori l’aria era fresca e odorava di pioggia.
Alcune nuvole si spostavano nel cielo, nascondendo le pallide stelle.
Don Paolino prese l’ombrello e si avviò, sospinto con impazienza dai due tedeschi, attraverso il sagrato e poi lungo la strada addormentata.
Era dal giorno precedente che il paese non era stato sorvolato da formazioni di bombardieri nemici. Strano…..
Ora si udì rombare, sopra le loro teste, “ Pippo “ in avanscoperta.
All’angolo della “Madonnina” girarono a sinistra verso i campi. Ma, passando davanti alla fattoria di Pietro, dov’era il comando militare tedesco, Don Paolino vide un certo movimento di mezzi. Sembrava stessero sgomberando.
Anche i suoi giannizzeri si misero a confabulare tra loro e gli fecero fretta.
Cominciò a piovigginare e il prete aprì l’ombrello, invitando i due a ripararsi. Invano!
Via via che procedevano, si allargava davanti ai loro occhi la distesa piatta della campagna emiliana. Prati d’erba e fossi, canne e boschetti di canapa, frumento e ciuffi di fiori, mazzi di papaveri, fiordalisi, di rosmarino selvatico, di violette e una nebbiolina leggera e bianca come il velo di una sposa che si avvolgeva attorno, diafana e irreale.
Il sentiero si fece stretto: due fili, separati da muschio, di terra e ghiaia, chiusi tra una siepe di sambuco e rubinie e un fossetto ricco di acqua scura.
“Alt” intimò uno dei due militari e Don Paolino sentì, con una stretta al cuore, caricare un fucile alle sue spalle. Ma l’altro non era d’accordo e discusse animatamente con il compagno.
L’ebbe vinta, per fortuna. Don Paolino raccomandò la sua anima a Dio e ricominciò il suo cammino, seguito passo-passo dai due commilitoni che continuavano animatamente il loro dialogo.
Ora la pioggia cominciò a cadere più fitta e lui si fermò; tese l’ombrello e quelli si rifugiarono sotto, uno da una parte e uno dall’altra, finché arrivarono al fiume.
L’alba profilava d’oro le grosse nuvole del cielo e l’acqua era calma, limpida e chiara.
Uscì un raggio di sole a illuminare il paesaggio. Suonavano le campane del mattutino da una piccola chiesa sull’argine e i tre si misero a sedere, sotto l’ombrello, su un vecchio pontile.
Don Paolino estrasse il suo pane e lo offrì ai due tedeschi che accettarono senza un sorriso, dopo aver atteso che lui lasciasse scivolare sopra il bel filo lucente del miele. Poi mangiarono con gusto, in silenzio.
Passò un uomo in bici sulla strada alzaia, gridando: “ Gli americani… Arrivano gli americani….gli americani…”.
Quando la voce si spense lontano, i due militari, alzatisi, sistemarono Don Paolino con le spalle voltate all’argine e si prepararono dietro di lui.
Don Paolino mise in bocca un pezzetto del suo pane e pensò : “ Ecco, Signore, faccio così la mia ultima comunione. Perdonate i miei peccati. E i loro.”
E attese.
Un minuto, due minuti, dieci minuti… Quando si girò non c’era anima viva. Giocavano i raggi del sole sulle gocce di pioggia e sembrava che il mondo fosse stato cosparso di brillanti.
È forse l’ultima nata fra le compagnie teatrali amatoriali polesane, ma è già molto conosciuta la compagine de “I Lusiani”.
Infatti, si è data molto da fare rappresentando, in vari paesi, le tre commedie del Goldoni in repertorio e riscuotendo ovunque notevole successo. Applausi a scena aperta anche al Don Bosco dove “I Lusiani” si sono esibiti il 29 Novembre dello scorso anno con “Il Servitore di due padroni” nell’ambito di una rassegna promossa in collaborazione fra la FITA, il Don Bosco, e il Comune di Rovigo.
Le numerose persone presenti in sala, fra cui alcune Insegnanti di una scuola superiore del centro, hanno avuto parole d’elogio per il brio e la vivacità con cui è stata rappresentata la commedia.
La compagnia è composta di ragazzi fra i 16 e i 37 anni, quasi tutti reduci da precedenti esperienze teatrali “ed è per questo – dice la regista Delfina Sgobbi – che era un peccato lasciar cadere nel nulla il desiderio di molti di loro di continuare un’esperienza tanto gratificante”.
“Quale miglior mezzo per avvicinare i giovani al teatro? – osserva la D.ssa Bruna Lombardi che aggiunge – le commedie messe in scena da “I Lusiani” sono curate nei minimi dettagli: la scenografia si avvale di particolari accorgimenti che consentono il cambio di scena in uno stesso atto, i costumi sono particolarmente adatti ai ruoli e al momento storico e soprattutto i ragazzi in scena sono brillanti e coinvolgenti”.
Su questo giudizio concordano gli Insegnanti e gli alunni della Scuola Media di Badia Polesine che, in una rappresentazione al Politeama, hanno seguito l’intero spettacolo con viva attenzione e partecipazione.
E che dire degli abitanti di Lusia? Sono fieri della loro compagnia teatrale, che ha avuto il merito di avvicinarli al teatro. La stessa Amministrazione Comunale, la locale Banca di Credito Cooperativo, gli Esercenti e i Commissionari sostengono i loro beniamini contribuendo alle spese.
Per esprimere il pensiero e le emozioni dei giovani “attori” vale per tutti quanto ha scritto – Andrea Baccaglini – uno studente universitario di 21 anni:
“Il teatro è sempre stato per me una maniera di aprirmi e trasmettere le mie emozioni, i miei desideri, di comunicare agli altri quel lato della mia persona che, nella vita quotidiana, non riesco ad esprimere appieno a causa della mia timidezza. Per questo cerco di arrivare al momento della messa in scena il più preparato possibile affinché ciò che voglio comunicare non sia frainteso.
Ovviamente la componente emotiva m’influenza, soprattutto negli attimi antecedenti alla rappresentazione: ecco allora che sorgono paure, dubbi, inquietudini che spariscono solo una volta entrato in scena. Una volta in ballo, tutto si dissolve e in quelle due ore non sono più il ragazzo introverso, ma divento un’altra persona che, attraverso il personaggio, può far trasparire quell’io che le “convenzioni sociali” al di fuori bloccano.
Proprio in questo il teatro mi è servito, vale a dire nel cercare di essere realmente me stesso nella realtà. Può apparire strano che sia il mondo della finzione a far riscoprire il mio io. Che sia forse la realtà a fondarsi ormai in modo tale sulla falsa apparenza che è difficile essere veri? Fino ad ora la compagnia “I Lusiani”, della quale faccio parte, ha preparato tre commedie goldoniane (Sior Todero Brontolon, Il Servitore di due padroni, La famiglia dell’antiquario) che puntano principalmente sul far divertire le persone, e per me è importantissimo veder la gente sorridere ed essere allegra perché così riesco a prendere due piccioni con una fava: gli spettatori escono più felici dal teatro e anch’io mi sento gratificato. Quando termina la commedia, rientro in palco insieme ai miei compagni attori a ricevere gli applausi del pubblico e, in quell’istante, mi passano per la testa i sacrifici che ho fatto e il cuore mi batte all’impazzata come se seguisse il ritmo dei battiti delle mani; emozioni che auguro a chiunque di provare almeno una volta nella vita.
Anche dopo un po’ di volte che si è rappresentata la stessa commedia le emozioni sono sempre le stesse e non diminuiscono, perché ogni volta mi rimetto in discussione cercando nuovi stimoli e di migliorare sempre di più. Ecco perché la rappresentazione del “Servitore di due padroni” (commedia nella quale divento Truffaldino) che mi ha reso più contento e più soddisfatto del risultato finale non è stata la “prima”, bensì una successiva, più precisamente quella tenuta per la scuola media di Badia Polesine al Politeama. Il teatro, l’intesa con gli altri miei compagni attori, un pubblico, quello di ragazzi, solitamente difficile da tenere interessato che invece ha seguito attentamente dall’inizio alla fine; tutto ciò ha reso indimenticabile quella giornata.
Infine voglio chiudere ringraziando la regista Delfina Sgobbi che ha portato nuova linfa vitale al paese di Lusia, e i compagni attori che mi hanno permesso di portare avanti quest’esperienza fondamentale per la mia crescita e la mia maturazione.”
Dalla Megane Scenic di Marco, al camion con molto più spazio per trasportare l’occorrente di scena. Dai tavoli delle pizzerie del sabato sera, all’ideazione di veri e propri spettacoli esilaranti. E’ il coinvolgente percorso in cui si sono affermati i “Tanto par ridare”, il gruppo polesano che ha trasformato il proprio hobby in una ‘missione’.
Nel corso di questa appassionante esperienza, oltre a puntare sulla crescita qualitativa e sull’affiatamento artistico (portando le prove degli spettacoli da una all’anno a una ogni tre mesi), il gruppo si è imposto nelle piazze prima del Polesine e poi di buona parte del Veneto, portando una genuina nota di buonumore, apprezzata non solo dai giovani, ma anche da un pubblico più attempato, che non ha difficoltà a mettersi in sintonia con i ruspanti personaggi interpretati.
L’obiettivo di divertire e divertirsi si è inoltre sposato con un lodevole impegno etico, sfociato nel sostegno a vari progetti di solidarietà italiani ed internazionali, devolvendo interamente i contributi delle serate a vari organismi tra cui il C.u.a.m.m. (progetti socio sanitari in Africa), l’Ail (Associazione Italiana per la lotta contro le Leucemie), l’Admo (Associazione Donatori Midollo Osseo), l’Associazione Bambini Celebrolesi Mattia Venceslao, fino alla raccolta per le popolazioni colpite dallo tsunami, nel sudest asiatico.
Nonostante gli indubbi successi i “Tanto par ridare” non hanno mai perso la loro genuina carica iniziale: “Ci consideriamo una compagine amatoriale, senza pretese – ci dice il portavoce del gruppo Luca Lazzarini – e nonostante da più parti ci abbiano chiesto di trasformare questa attività in un lavoro a tempo pieno, abbiamo declinato l’offerta. Se fosse un lavoro, non ci divertiremo più così tanto”.
I loro spettacoli nascono da una fantasia e da un ingegno sottile, trasformati in skech senza alcuna parolaccia o volgarità. E non dimenticano le radici originarie: “Siamo nati nel 1990, dopo aver partecipato e vinto, a Grignano Polesine, a un’edizione ‘casereccia’ de ‘La Corrida’. Io e Massimo Brancalion, portando in scena “Bella senz’anima”, abbiamo conquistato pubblico e giuria. Da allora è uno dei nostri cavalli di battaglia, una sorta di pietra miliare, un punto di partenza da cui pian piano si è concretizzata l’idea di recitare e far ridere, evolvendosi nel tempo”.
La voglia di esibirsi in pubblico per alcuni del gruppo si era manifestata fin dall’adolescenza. Luca ricorda ancora una fila di appena 10 lampadine, quelle dell’albero di Natale. “Questi i nostri primi effetti scenici artigianali, con mio fratello, allora aveva appena 12 anni, che accendeva e spegneva le lucine rosse e blu”. Poi si sono succedute le ‘tavolate’ dove, tra una birra e una pizza, gli spettacoli a poco a poco hanno preso forma.
“E’ a tavola che nascono le idee, senza l’esigenza troppo pressante di provare e riprovare molte volte – prosegue Lazzarini – Forse è proprio questo il segreto dei nostri spettacoli, ciò che giustifica l’enorme affluenza di pubblico, tanto da dover registrare il tutto esaurito e bissare il giorno dopo, com’è accaduto a gennaio al Don Bosco di Rovigo”.
I “Tanto par ridare” rappresentano un gruppo anomalo rispetto al panorama delle compagnie teatrali amatoriali della provincia di Rovigo. Lo spettacolo è un misto tra cabaret e teatro, musica e intrattenimento. E’, come lo definiscono gli autori, un varietà televisivo in diretta, una parodia comica e travolgente di quello che ogni sera si vede in televisione, tra quiz, giochi a premi, ospiti e cantanti famosi. Una esilarante Tv dal vivo, dunque, meno fredda e standardizzata di quella del tubo catodico, meno manipolatrice, per una volta autentica e, soprattutto, senza applausi registrati, ma veri consensi raccolti calorosamente da Rovigo a Vicenza, da Venezia a Ferrara a Padova.
Sul palcoscenico, a loro agio come se nessuno li stesse a guardare, ci sono Luca Lazzarini (conduttore, cameriere, messicano, ballerino), Massimo Brancalion (medico, ballerino, megane scenic, Agnese Pilon, el cuaton, Giovanni Camin, Gino Presa e tanti altri), Giuseppe Canto (Pino Daniele, Julio Iglesias, Renato Zero, Lucio Dalla, Claudio Baglioli, Adriano Cementano, Zucchero) il cui cognome, appunto, non poteva smentire il ruolo che l’artista occupa negli spettacoli, Marco Cervati (Jack, Gianni Spina, Riccardo Ghiera), Damiano Zuliani. Non si vedono, ma lavorano ininterrottamente dietro le quinte Cristina Maltarello e Valentina Bove (gli angeli del camerino), Diego Ghirardello, Marco Lazzarini, Roberto Trevisan (tecnici di palcoscenico), Paolo Borgato (computer service), Denis (‘maiete e capei’), Samuele Bianco, in arte ‘Samuenel’ (tecnico luci), Natalia Favaro e Carlo Buson (ixer audio control), Cristiano e Alessandra.
Un gruppo caratterizzato da una apprezzabile coesione dunque, con tanto di fans che seguono gli artisti nelle varie piazze in cui si esibiscono, magari solo per il gusto di scoprire le variazioni che vengono apportate seduta-stante allo spettacolo, nel rapporto mutevole che, di volta in volta, si instaura col pubblico.
“La nostra arma – ci dice Lazzarini nel darci appuntamento al prossimo spettacolo – è l’improvvisazione, il segreto l’enorme innato affiatamento che da sempre ci accomuna e ci accompagna come amici, prima che come attori”.
Le forme si perdono, i contorni si dissolvono, si scompongono, svaporano. Lasciano il posto ai colori decisi, a un’intensità che, subito, si trasforma e sfocia in altre tonalità per poi svanire pian piano in lievi riflessi di ricordi raccontati attraverso la voce dell’interiorità.
Sono innumerevoli i quadri che segnano il percorso artistico degli ultimi 15 anni. Un tragitto intuitivo e interiore che Mario Chiarion, artista di Polesella, regala agli occhi e al cuore dei visitatori delle proprie esposizioni, in tutta la provincia ma anche a Ferrara, Albarella, San Benedetto del Tronto, Asiago, Vicenza, Padova, Belluno. Accanto ai dipinti floreali, serigrafie e acqueforti, primeggia l’informale astrale di fine anni Ottanta, sulla scia di Emilio Vedova, che colpisce l’attenzione, come anche lo stile figurativo alla De Chirico.
Sorprendentemente ricchi di significato i “muri”, come la “Parete bruciata”, “Di qua e di là”, “Finestra sull’inquinamento”, che racchiudono insegnamenti e denunce, per un mondo che sbiadisce e perde i colori originali, sommerso dalle polveri; per una splendida Venezia che sta affondando, “anche se la speranza di salvarla è forte”, per una televisione ormai sempre più violenta e squallida che sprofonda in se stessa sgretolandosi di vergogna.
Pennellate mai casuali, cromatismi che funzionano, si mescolano, parlano con il linguaggio di sensazioni fortemente impresse nel pensiero dell’artista. Forme che non sono mai incomprensibili, ma guidate e valorizzate da tocchi di realismo, ricordi perduti, ideali rafforzati e rincorsi, particolari che chiudono le forme e lanciano il messaggio: ferite che bruciano, rassegnazione, rabbia, aspirazioni e infine, sempre, la luce della speranza. Un bianco intenso, mai sinonimo di vuoto, assenza, annullamento dell’essere umano. Magari soltanto un puntino, ma presente come carezza di pace, tranquillità, consolazione.
Un viaggio interiore per esaltare ciò che non si vede ma che rappresenta l’essenza più profonda delle cose. Un percorso introspettivo mai casuale, che non si limita alle apparenze ma scava nel cuore, nella mente, alla ricerca delle sensazioni autentiche dell’essere umano o scatenate osservando cose inanimate e particolari della natura.
“Può apparire difficile instaurare un rapporto immediato con i dipinti di Chiarion – commenta Sergio Garbato – ma occorre riflettere e interpretare le tele come ha fatto l’autore, andando lontano da ciò che si vede, cercando, nelle forme, l’essere non l’evidenza. Come di fronte a un quadro di Picasso”. Chiarion è abile nell’attuare quella che Garbato definisce “la trasfigurazione dell’apparenza”, dove ciò che ne esce non è mai uguale a ciò che lo ha ispirato. Ecco il “muro” di cui il pittore ha esaltato le screpolature, l’inizio di erosione, ogni fessura utile a mostrare cosa si cela dietro l’intonaco: ferite, luci, sentimenti, finché all’improvviso, inaspettatamente, filtra un raggio di luce.
Nell’arte di Chiarion “prevale il colore sul segno – prosegue ancora Garbato – assorbe tutto e diventa forma, mentre l’artista si pone di fronte alla superficie ancora intatta con spirito ludico, per gioco, fino ad arrivare a forme non riconoscibili ma a cui possiamo dare un senso, come in un sogno. I colori non risultano mai proposti così come sono, ma attraverso un’armonia che arriva un po’ alla volta, passando da una tinta ad un’altra, finché la sfumatura si perde e non è più colore, diventa bianco. Nella sua arte – aggiunge – prevalgono le forme geometriche dagli angoli smussati, tinte che si raggrumano formando piani verticali, scomparti”. Un itinerario pittorico dove prevale l’essere rispetto all’apparire, “talmente uguale alla realtà da esserlo più di ciò che è vero”.
Voglio fare conoscere ai lettori del Ventaglio il maestro d’arte Luciano Pavanello, un artista polesano sicuramente originale, ma tanto schivo che ben pochi conoscono. Le sue opere – grazie ad un’intelligente iniziativa attivata da Aurora Gardin presidente del Gruppo Autori Polesani – sono state esposte a Rovigo in sala Celio in occasione della presentazione del sito del Ventaglio: www.ventaglio90.it.
Dico subito che la mia “scoperta” del genio artistico di Luciano Pavanello è stata del tutto occasionale, legata al comune interesse per il canto corale e la frequentazione del coro ‘Monte Pasubio’, nell’ambito del quale ebbi la ventura di trovarmi proprio al suo fianco, nel reparto delle voci dei bassi. Quello che mi colpì in lui, subito, fu la facilità e la semplicità dell’approccio, il superamento di ogni imbarazzo con un’osservazione arguta, tra il serio ed il faceto, l’invenzione di un calembour, un gioco di parole, un accostamento ironico, una battuta sdrammatizzante.
Scoprii quasi subito la sua arte di lavorare il ferro, questo materiale che, per essere piegato, esige di essere assolutamente dominato attraverso il fuoco, la forgia e la piena consapevolezza di ciò che si vuole ottenere attraverso i colpi del maglio. Non si può tergiversare o stare ad arzigogolare di fronte ad una verga di ferro rovente, bisogna solamente battere e battere quel tanto e nella maniera giusta per ottenere la forma voluta, prima che si raffreddi.
Luciano Pavanello scherzosamente, non senza una dose di auto ironia, in mezzo a questa società di dottori e addottorati, veri o fasulli che siano, ama definirsi anche lui un dottore, certo un “dottore… in favarologia, o in favararia”: fabbro dunque, un’attività da molti probabilmente concepita come un lavoro d’altri tempi! Forse così pensa lo stesso Pavanello, senza ben rendersi conto di essere un epigono eccelso della essenzialità e della originalità della razza umana che, prima di andare a scuola, fu autodidatta per sfida o per necessità. Prima dell’homo sapiens vi fu infatti l’homo faber, cioè quell’essere primordiale che seppe sfruttare le risorse del creato adattandole ai propri bisogni spirituali e di sopravvivenza.
Luciano Pavanello è nato a Rovigo nel 1939 da una famiglia di gente modesta che doveva affrontare ogni giorno il problema di conciliare il pranzo con la cena. Questa condizione non gli permise di affrontare studi più impegnativi e complessi, come forse egli avrebbe desiderato. Dovette accontentarsi, dopo le scuole elementari, di frequentare un breve corso di formazione al lavoro presso la popolarmente detta ‘scuola di arte e mestieri’ (scuola professionale) che si collocava a poche centinaia di metri da casa sua nel quartiere di S.Bartolomeo di Rovigo.
Frequentando quella scuola ebbe la fortuna di incontrare un grande maestro d’arte, Cesare Zancanaro, insigne artista rodigino del ferro battuto, le cui opere si trovano ancora oggi disperse un po’ ovunque nella città.
La cosa più interessante è che durante il periodo estivo, nonostante la chiusura delle lezioni, i maestri d’arte tornavano nelle officine ad esercitare il loro sapere, a coltivare per il loro bisogno individuale il proprio senso artistico ed estetico, senza la preoccupazione di doverne fare oggetto di lezione con gli allievi, a sbizzarrire il proprio senso artistico secondo la fantasie ed il desiderio del momento. Luciano in quelle occasioni ritornava tra loro come garzone di bottega, iniziando ad affinare la sua già ricca manualità nel piacere di dare forma ed espressione al ferro attraverso la forgia ed il fuoco, coniugando a poco a poco la tecnica alla fantasia, al servizio della creatività.
Da garzone di bottega imparò arte e disciplina. E arte e disciplina cercò di comunicare più tardi ai suoi allievi quando l’ing. Marchesini, il fondatore dell’Istituto professionale per l’industria e l’artigianato (IPSIA) di Rovigo, lo chiamò a collaborare come assistente tecnico pratico e coordinatore dei laboratori. Arte e disciplina che si esprimeva, magari, nella gestione severa dei laboratori, nell’esigenza di tenere in ordine gli strumenti di lavoro, nella precisione pretesa, che rasentava a volte la pignoleria, nell’esecuzione dei cosi detti ‘capolavori’, come venivano chiamati i pezzi di esercitazione.
Quando Pavanello parla della sua esperienza scolastica, dei suoi rapporti con gli allievi, diventa un torrente in piena di notazioni didattiche, di ricordi, di consigli. La consapevolezza della sua funzione docente è ancora forte; sa di avere difeso l’ordine mentale contro la sciatteria, la superficialità; di avere dato ai suoi allievi le dritte giuste per diventare degli ottimi operai o dirigenti. Questo lo riempie di legittimo orgoglio e di intima soddisfazione. Ogni più alta aspirazione finisce lì.
Al riconoscimento di altri meriti non aspirò mai. Se questo gli torna ad onore, è invece biasimevole – e qui lo si sottolinea con disappunto – che nessuno, nel pur variegato mondo culturale della città, abbia tentato di fargli cambiare opinione, così come nessuno dei personaggi che contano si è mai fatto avanti per valorizzare il suo talento.
Nella sua vita Pavanello ha fatto anche il fotografo. Per arrotondare i magri guadagni di dipendente statale, nei momenti liberi dagli impegni di lavoro, divenne fotografo e inviato speciale per conto della redazione provinciale del Il Resto del Carlino, attività nella quale esercitò ancora di più il suo senso estetico e la capacità di osservazione e di cogliere, in un oggetto o in una scena, l’aspetto essenziale, per sottolineare un sentimento, un’emozione, un elemento che sapesse narrare, che sapesse comunicare un messaggio. Le sue fotografie, tutte, hanno un significato, per il taglio, per la luce, per le caratteristiche del soggetto, per l’attimo fuggente che viene fermato.
Curioso autodidatta, modesto di carattere, Luciano Pavanello si schermisce se qualcuno lo indica come artista: ‘Ma va là, on artista mi; – esclama in dialetto se glielo fai rilevare – ma varda che man! xele quele de on artista? Mi son solo on favaro. E questo a l’è solo fero, varda, a l’è fero batù col fuogo”. In effetti le sue mani sono quelle di un artiere, scottate dal fuoco quanto basta, screpolate e callose come una vecchia suola da scarpe, pregne di polvere e di caligine annosa, che indica maggior confidenza con la polvere del carbone e le scorie del ferro scaldato all’incandescenza bianca dalla forgia della fucina, piuttosto che la frequenza dei raffinati ateliers d’arte alla moda.
Nella sua modestia Luciano Pavanello dimentica che i grandi artisti del passato dai Ricchieri (rodigini) a Cesare Zancanaro a Murer a Manzù a Cellini, furono dei grandi artefici del ferro; anch’essi prima di tutto erano dei grandi fabbri, con le stesse identiche mani sporche di carbone e callose di scottature.
Luciano Pavanello lavora il ferro rovente di fuoco e si occupa quasi esclusivamente di oggettistica prevalentemente di uso comune. Lavora per hobby, secondo quanto gli detta l’estro del momento, per il gusto di vedere un oggetto nascere e concretizzarsi. Sono oggetti a dire il vero originali ed unici, che regala con slancio e simpatia.
Sono nati così e sono stati impietosamente dispersi mille deliziosi oggettini, dalle rose ai fiorellini delicati dai petali di rame, alle farfalle, ai funghi, alle tartarughe, ai piccoli e stilizzati crocefissi, alle piccolissime figure stilizzate del presepe, alle lumache che vengono mimetizzate, quasi una sua firma o marchio.
Ma non mancano anche realizzazioni di dimensioni ragguardevoli: lo ricordo nella sua officina-antro di Canale alle prese con una grande croce doppia, commissionatagli da un munifico cittadino di Rovigo, per la facciata della Chiesa della Beata Vergine di Pompei (meglio conosciuta come la Ceseta de le Fosse). Si tratta di una croce doppia di ferro battuto, messa insieme a forza di chiodi a fuoco e di cunei di ferro (senza l’uso delle moderne saldature autogene) di oltre due metri di altezza, che oggi è collocata sul frontone della chiesa citata e che si può ammirare dallo slargo sottostante.
L’ho visto restaurare, con infinita pazienza, andandosi a studiare le tecniche costruttive dell’epoca, un meraviglioso cancello stile liberty per una villa rodigina.
Voglio anche ricordare la grande scena del presepe, eseguita con tondino di ferro, che ha regalato alla sede del coro Monte Pasubio, in cui le sagome delle figure sono tracciate in modo che il gioco di luce proietta sullo sfondo bianco del muro due, tre, quattro scene simili, in un balenio fantastico e suggestivo di linee e di curve.
Luciano ama il bulino e la mola che gli permettono di osservare, di lavorare anche sui particolari, di riprodurre ciò che l’occhio del fotografo sa osservare. Fissa con la mente quella linea essenziale che la dura materia contiene. Sa fin dove deve arrivare per liberare la forma contenuta. A questo proposito sono ormai famose le sue rose in ferro battuto, con il fiore ed i petali dai molteplici colori, ottenuti con l’accostamento di losanghe, di strisce, di fette a triangoli, di diversi metalli accostati secondo tonalità colorate insite nella natura stessa del materiale. Oppure le sue variopinte loriche romane, in cui la varia colorazione è data dall’accostamento di losanghe di metallo, di cuoio, di stoffa, di cinghie e di fibbie, oppure le sue farfalle in cui è possibile vedere in pratica l’applicazione delle sue teorie sull’uso dei metalli.
Questo ottimo artigiano o artista inconsapevole si offre solo ultimamente al pubblico. Dopo reiterate insistenze di amici ed estimatori ha accettato, ma con molta ritrosia, di mettere insieme gli oggetti che ha esposto in una mostra presso la biblioteca e pinacoteca pubblica di Stanghella nel 2004. E, ovviamente, i positivi riscontri non sono mancati: calorosi gli apprezzamenti espressi da tanti nei confronti delle molteplici creazioni dell’inconsapevole artista di Canale