Pubblicità

Archivi: Articoli d’archivio

  • In barca per sempre

    In barca per sempre

    Erano i tempi in cui il Po era delle barche! – esordisce Giovanni Forza di Corbola, classe 1930, uno degli ultimi marinai del Po -. Ce n’erano tante: burchi, gabare e qualche bucintoro. Fino a non molti anni fa, comunque. Se è vero che una delle testimonianze scritte più antiche, risalenti al 500, è rappresentata da Evangelista Forza, Patron di Nave delle Corbole sul Po, che trasportava panni, sale e frumento da Ferrara a Venezia e che scrive al Duca Ercole per avere la rinomata cittadinanza adriese. Le acque del fiume hanno accarezzato le nostre barche fin dopo la metà dell’ultimo tormentato secolo”.

    – Ma com’era, poi, che s’iniziava a fare il barcaro?

    “Innanzitutto, la professione era di casa: interi paesi, per esempio Corbola, erano abitati essenzialmente da barcari io ho iniziato a fare il moré, cioè il mozzo, da piccolo (proprio da questa parola viene l’appellativo confidenziale “moro” o “moretto”) Mi ci mandarono nei tre mesi di vacanza da scuola tra i sei e i sette anni, e per quella prima volta non ebbi impegni. L’anno successivo, invece, come tutti, dovetti darmi da fare, anche perché, come si diceva, “se vanno male le cose, è colpa del moré”. Il moré era il più giovane e il più occupato. Puliva la barca con una spónga, una vera spugna di mare, lavava i piatti, andava a tirare con la séngia, la cinghia, la barca stessa, quando la corrente non bastava, cercava, spesso invano, di non bruciare il caffè mentre veniva chiamato: “Va a lavare in tèra…, va a tirar la corda in tèra…, salta in batelo, tìral’ su, issa la vela ..”. Chi riusciva gestire tutto nel miglior modo, magari procurandosi un po’ di nafta o olio presso un rimorchiatore per aiutarsi in cucina, faceva strada.”

    – C’è qualche episodio che ricorda di questo periodo?

    “A volte, verso Comacchio, dove la nostra barca polesana ricordava comunque Venezia, venivo provocato: “Barcaro, gato el gato sottocoperta?”, con allusione al più maestoso leone. Diventavamo barcari effettivi finite le scuole, non molto tardi quindi, dopo la quinta, perché pochi frequentavano la sesta…s’andava in barca e per sempre”.

    – E dove s’andava?

    “Dopo che l’inverno, a partire dalle feste natalizie, ci aveva trattenuti, anche per permettere alla barche di essere riparate negli squeri di Adria (si ricordino i cantieri Duò, artefici dei magnifici Tesio e Gilberto), Ponte delle Fornaci, Volta Grimana, Brondolo e Choggia, si ripartiva. In primavera iniziavamo a trasportare le pietre dalle fornaci di S. Maria, Villanova, Panarella, Bottrighe e Corbola ai cantieri di Venezia o per i trabaccoli destinati all’Istria.”

    “Da Venezia, successivamente, conquistavamo la laguna intera: Brondolo, Porte Grandi, su per il Sile fino a Casier o Treviso, per caricare la ghiaia con cui ancora facevano le strade. A fine Giugno eccoci con il frumento di Pontelagoscuro, Crespino, Villanova alla volta di Venezia o Silea a vantaggio dei mulini Stucky alla Giudecca.

    Con le barbabietole, invece, avevamo il nostro bel daffare su per l’Adigetto, dove si andava a remi, visto che i cavalli si trovavano solo a Punta Stramazzo, e lì altro che callo del marinaio ci veniva, a forza di spingere col remo tra la spalla e il braccio. Chissà perché, ma i nostri remi non sono mai diventati “ali al folle volo”.

    – Fino a dove vi spingevate?

    “La barca andava su, finché l’Adigetto era navigabile, sopra Ca’ Emo. Là caricavamo bietole e tornavamo per Fasana, Botti Barbarighe, Passetto, fino a Forcarigoli. A volte abbiamo anche provato percorsi alternativi, io e i miei.”

    “Poi c’era il riso, da Camerini, Ca’ Dolfin, o Bonelli, su per il Po di Tolle, che portavamo alla Curtiriso di Adria o a Venezia, ancora. Abbiamo avuto anche carbone, raccolto ad Adria. E per tutto questo tempo via dal paese, possiamo dire che le barche erano le nostre case, anche se noi barcari abbiamo sempre pensato di essere come dei nomadi.

    – E quando si diventava proprietari di un’imbarcazione?

    “Una volta “Padron di Nave”, depositavamo il nome alla Capitaneria, ma le decorazioni erano a nostro gusto. Le vele di cotone gialle, rosse e bianche erano il risultato di un bagno in acqua salata e residui di pittura. Inoltre, in alto, sulla vela di prua, i Comacchiesi portavano S. Antonio o Maria Vergine, a Corbola si aveva un Sole nascente o una Scala che si innalzava al Paradiso, come le nostre speranze. Qualche corbolano esibiva sulla vela una bella Madonna: si trattava di un affare fatto a Venezia, quando i trabaccoli dismettevano le loro.

    – E che dire degli occhi delle navi, quei disegni simmetrici sulla prua, come a guardare avanti e a proteggere, come le antiche polene?

    “Io, sulla nostra, da piccolo, ci disegnai una stella, col compasso, anche se di norma le stelle erano a Comacchio. A Corbola c’erano i rombi, a Contarina c’erano i rettangoli, a Cavarzere i leoni alati e a Battaglia Terme i rettangoli arrotondati”.

    – Com’era la vita a bordo?

    “Sulla barca vivevamo come e più che a casa. C’era una cucina, che serviva anche da riscaldamento dove si facevano un paio di pezzi di lardo che, se avevano un “ombra” di carne, erano una ricchezza, del baccalà, cipolle col riso, e riso in generale. Chi era fortunato poteva scambiarlo con un paio di pàssare o dei bisati, e se si era dalle parti di Boccasette magari con un magasso. Non essendoci frigo, si serbava il minimo indispensabile, appendendolo alle sartie o, nel caso di possibili furti, avvolto in una rete sottocoperta per difenderlo da insetti e topi. Questi erano gli sgradevoli compagni di viaggio di quando ci ficcavamo completamente vestiti sotto tre coperte e ci buttavamo addosso tutto, anche le vele appena ammainate, per tenere lontano il freddo e i richiami notturni della nebbia silenziosa, cullati, un po’, dal dondolio perenne dello scafo. Ma queste sono, parafrasando il poeta d’Irlanda, memorie, nient’altro che memorie”.

  • Pacale e John

    Pacale e John

    Quanti saranno stati – chi per necessità, chi passione – coloro i quali con la loro “sandolina” avranno solcato le impervie acque del Po nei secoli passati? Molti sicuramente.

    A Melara la presenza di navigatori del Po è testimoniata nei documenti fin dal XII secolo.

    Un tempo i più assidui frequentatori delle acque del grande fiume erano i mugnai oppure i navicellai. Uno di questi, Pietro Antonio Gobbi, vissuto nel Settecento, ha voluto legare il suo nome ad un bell’altare della chiesa parrocchiale erigendolo a sue spese.

    Ma in questo intervento si intende rivolgere l’attenzione al secolo da poco concluso, ed in particolare l’interesse si appunta su due persone la cui vita è stata intimamente legata al Po: padre e figlio, cioè Pasquino “Pacale” Soriani (1898-1964) ed Ottorivio “John” Ferri (1933-2001).

    A Melara e zone vicine, come Bergantino ed Ostiglia per rimanere “nel lito mancino” del Po, come ricordava l’Ariosto, e poi Borgofranco, Bonizzo e Carbonara per quello destro, chi faceva questo lavoro era conosciutissimo. Sia nei giorni feriali che di mercato e naturalmente in occasione di eventi particolari per le località citate, come fiere e festività di paese, il nome dei passatori era sulla bocca di tutti, specie quando i ponti erano una realtà ancora lontana dal concretizzarsi.

    Pasquino ed Ottorivio, rispettivamente padre e figlio, furono legati da un unico destino con una vita spesa, anzi, bene impiegata sul fiume. Personalmente, per l’età che porto, non ho potuto conoscere il mitico “Pacale”, ma il figlio “John” un pochino sì; e forse sono stato uno degli ultimi che lo ha potuto sentire prima che la sua vita si spegnesse in seguito ad una grave malattia.

    Di “Pacale”, dell’onorificenza ricevuta dal comandante degli Alleati Alexander, è stato scritto molto, e nella memoria di anziani è ancora ben vivo il suo ricordo dopo 40 anni dalla morte. Un vero “personaggio”, umile, saggio quanto bastava, nelle impervie situazioni della vita, che ha visto il dramma di due grandi guerre.

    “Pacale” era noto anche per la celebre frase di risposta a chi chiedeva quanto gli doveva per il trasbordo da una all’altra sponda: “Dem quel che a ghì”. “Datemi quel che potete”, poche sincere parole che riassumevano tutto il significato della vita di chi, nato in golena a Po, ha sempre ricevuto l’apprezzamento ed il rispetto, anche di chi abitava in piazza e con ben superiori possibilità economiche.

    Una grande persona “Pacale”, che nella sua carriera ha potuto conoscere umori, confidenze, amori e passioni di tanti abitanti delle due sponde. Conoscenze queste sempre mantenute nel segreto del suo lavoro durato 50 anni e nel corso del quale si calcola avesse traghettato 200.000 persone percorrendo, con l’ausilio dei remi, ben 120.000 km.

    “John”, classe 1933, figlio naturale di Pacale, fu al fianco del genitore sin dalla tenera età, perché nato in via Fornaci sul rione del Po ove abitò sino al 1967. A bordo del suo Batèl fu fra i primi a portare soccorso dopo la rotta del 1951 e le persone aiutate in quel frangente non si contarono. Qualche anno dopo avere provato anche mestieri in campagna, quale abile trattorista presso i “Pisanara”, ovvero i Ridolfi della Mariconda, si sposa e decide di seguire il suo istinto sulle acque del grande fiume.

    Dal 1955-56 è sotto la ditta Cossira di Venezia, dapprima quale cuoco per due mesi, poi pilota e primo ufficiale vie fluviali. Ed allora eccolo intraprendere viaggi verso Cremona, Trieste, La Spezia, Ragusa, sino a spingersi in Jugoslavia e in Spagna. La sua conoscenza delle acque, unita all’abilità di manovra, era tale che negli anni ‘80 fu considerato il pilota più abile del Po, senza che mai se ne vantasse.

    Nel 1969 sotto suoi consigli vennero costruiti due rimorchiatori nei cantieri liguri: il La Spezia ed il Rovigo, adattati per la navigazione nel Po.

    Cisterna 1, 2 3, 4 5 e 6, l’Entella, il Belice, lo Storione, La Spezia, il Rovigo, l’Albertina Amoretti, il Tellaro, il Guancio, questi gli enormi rimorchiatori che ha guidato in oltre 36 anni d’attività per trasportare materie prime. Fu testimone diretto della rivoluzione che dagli anni ‘60 ha segnato la navigazione interna: prima con l’introduzione del motore, poi notturna, indi con l’uso del radar ed infine con l’avvento dei convogli a spinta.

    Ma nel 1980 avviene una svolta, dopo un’esperienza con la Moretti di Parma, gli viene offerta la guida della motonave “Stradivari”, che accetta anche perché così rimane più vicino a casa. È un onore pilotare la lussuosa nave per crociere lungo il fiume, un traguardo dovuto alla fama che l’ha preceduto. Il “John”, come viene chiamato sulle barche, da tempo insegna a molti ragazzi a divenire pilota. Lui, che aveva solo la terza elementare, ma rispettato per i gradi dell’anzianità a seguito dei molti anni spesi a solcare il Po, ora insegna a pieno titolo.

    La nave passeggeri Stradivari non era barca di poco conto: lunga 63 metri, larga 10, un’ammiraglia capiente di 400 posti, dotata di ristorante, ha avuto passeggeri illustri, tra i quali De Mita.

    Cremona-Mantova-Venezia e ritorno: nove ore in discesa da Mantova, 13 da Cremona e quasi 17 nel rientro controcorrente. Ma Ottorivio non era certo tipo da politica né da “par condicio”: a bordo del Virgilio accompagnò anche Umberto Bossi da Cremona a Venezia per la proclamazione della Padania.

    Mai parlato di politica Ottorivio, una vita spesa per il lavoro e la famiglia. Quando era al lavoro pensava a casa e quando era a Melara “An l’era minga bon da star a cà, al gheva da andar a Pò” dichiara la moglie Dirce.

    Ma com’era Ottorivio? “Non lo vedevo tanto, ed a volte ero un poco in soggezione, ma l’affetto che avevamo era vero e sincero, sicuramente mi ha dato molto”, ricorda il figlio Marino più giovane della sorella Nelda. Per qualche anno la moglie lo ha seguito in barca, occupandosi della cucina a bordo della Stradivari. Sue specialità le tagliatelle e gli arrosti, mentre lui amava cucinare il pesce.

    Come hobby costruiva modelli in scala di antiche imbarcazioni (naturalmente), alcune delle quali sono state esposte in diverse mostre. Quando transitava lungo il Po, nei pressi di Melara annunciava il suo passaggio con la sirena e dall’argine i saluti non mancavano mai.

    All’indomani delle sua dipartita, nel luglio 2001, i giornali locali mantovani, rodigini e del settore gli hanno tributato i doverosi onori. Sentiti riconoscimenti per chi molto ha dato, quale ambasciatore della nebbia, del suo grande fiume. Giusto e commovente quindi che il suo commiato sia avvenuto transitando lungo l’argine, dinanzi al “suo” amato Po.

  • Rosetta Pampanini (1896-1973)

    Rosetta Pampanini (1896-1973)

    Le note musicali del cancello della casa chiamata “Villa Pampanini”, a Corbola, sono una delle caratteristiche che colpiscono piacevolmente chi, accostatosi a questa dimora, ricorda la figura della soprano Rosetta Pampanini, definita “La Signora della Scala”. Sono note di “… Un bel dì vedremo…” della “Madama Butterfly” e di “Iris” di Mascagni, suoi cavalli di battaglia, nel corso di una carriera splendida, che l’ha vista raggiungere mete altissime nel panorama italiano ed internazionale della musica.

    Nata a Milano il 2 settembre 1896, da padre corbolese e madre milanese, Rosetta Pampanini visse a Corbola fino all’età di sei anni; poi, dato che il padre era maresciallo di fanteria, si assoggettò a diversi spostamenti.

    All’età di 11 anni abitava a Milano, città in cui ebbe l’opportunità di studiare canto. A 21 anni debuttò a Roma, interpretando la parte di Micaela nella “Carmen” di Bizet, sotto la direzione di Lorenzo Molajoli, ottenendo un grande successo che le aprì le porte del mondo della lirica.

    Dopo la “Carmen”, allieva di Emma Malajoli, fu chiamata al Regio di Torino per la parte di Siebel nel “Faust” di Gound, diretto dal maestro Tullio Serafin e, nel 1922, interpretò la “Bohème” di Puccini.

    Nel 1923 il maestro Serafin la volle al San Carlo di Napoli, poi a Modena e a Bergamo. Successivamente cantò al teatro di Novara nell’opera “Iris”, diretta da Mascagni. Nel 1925 fu al Comunale di Bologna per la “Bohème”.

    Toscanini, che in quel periodo aveva registrato l’insuccesso della “Butterfly” alla Scala, avendo sentito Rosetta Pampanini al teatro di Catania, pensò che quella era la voce adatta per il suo riscatto: la proposta fu accettata e fu un grande successo. A Milano Rosetta interpretò anche la “Mimì” della Bohème, ricevendo strepitosi applausi. Con Toscanini la soprano rimase la regina della Scala per 12 anni, presentando molte opere pucciniane. E nel 1930 inaugurò il “Festival Pucciniano” a Torre del Lago, sotto la guida di Mascagni.

    La sua voce fu paragonata a tre Stradivari ed il successo arrise alla soprano che, nonostante ciò, non scordò mai il suo paese: tornava spesso a Corbola, non disdegnando di interpretare brani lirici. Infatti nel 1931-32 cantò in pazza del suo paese la “Bohème” e “Madama Butterfly”, e l’incasso fu devoluto in beneficienza per esigenze locali. Nel 1935 inaugurò il teatro comunale di Corbola, sotto la direzione di Tullio Serafin e Ferrante Mecenati, e continuò la sua apprezzata attività in diversi teatri in Italia e all’estero, anche oltre oceano.

    Fu un tripudio continuo, perché la soprano era dotata di una voce limpida, soave, ampia e di intonazioni intense. Il grande critico musicale Rodolfo Celletti ha parlato dello squillo, del colore, dello smalto, dell’intensità e della spontaneità del suono, quali sue doti tipiche.

    Oggi, chi va a Corbola, davanti alla villa della Pampanini, dove attualmente vive la nipote, signora Orfeo Zago Strigelli, può sostare, colpito dal cancello con le note musicali e rivedere con la mente i periodi nei quali Rosetta tornava a Corbola e riceveva gli amici che andavano a trovarla. La Pampanini a quei tempi era considerata, in Italia e all’estero, alla stessa stregua della Callas o della Tebaldi per il successo che otteneva nel melodramma italiano.

    Durante il conflitto, nel 1942, abbandonò le scene e si dedicò all’insegnamento, dando vita ad una scuola di canto da cui uscirono validi interpreti, quali Vittoria Elliott, Amy Shuard e l’adriese Florindo Andreolli. Nel suo repertorio erano comprese opere di Verdi, Giordano, Leoncavallo, Mascagni, Catalani e Puccini.

    L’ultima opera cantata fu la “Tosca”, interpretata nel 1943 in Svizzera a Basilea. Con quest’opera chiuse la sua splendida carriera, durante la quale ebbe varie onorificenze, quali la medaglia d’oro “Litteris et Artibus” ad Oslo, consegnatale nel 1934 da re Gustavo V di Svezia e, sempre in quell’anno, la medaglia “Norge Konge” da re Haakon VII di Norvegia, ed altre ancora.

    Nell’estate del 1972, colpita da un male incurabile, la soprano fu trasportata a Corbola dove cessò di vivere il 2 agosto 1973, alle ore 8,20. Negli ultimi mesi aveva avuto il conforto del cardinale Colombo, arcivescovo di Milano, più volte giunto a farle visita per recarle assistenza spirituale.

    Alla sua morte non sono mancati i telegrammi del presidente della repubblica Giovanni Leone, dello stesso cardinale Colombo, del papa Paolo VI, della regina d’Inghilterra Elisabetta II e di altre personalità.

    Nel 1998 è stato commemorato il 25° anniversario della sua scomparsa ed in tale occasione sono state organizzate varie manifestazioni a Corbola, Adria ed in altre città per ricordare la grande interprete delle opere di Puccini e la generosità sempre dimostrata verso la terra d’origine. Il 24 Ottobre 1998 ad Adria è stato presentato il volume, edito dalla “Tima Club” con quattro compact disc che riguardano interpretazioni inedite della Pampanini. Durante la serata il musicologo Paolo Padoan ha ricostruito la vita e la carriera della soprano, presentando alcuni rari documenti dell’artista, alcuni ascolti e documenti video. Presenti alla serata, come ospiti d’onore, la signora Orfea Zago, cugina della Pampanini, e Rosetta Pizzo, considerata l’erede della tradizione canora del Polesine.

    Una documentazione dell’arte di Rosetta Pampanini si trova presso il Conservatorio Musicale di Adria “A. Buzzolla”, dove c’è un’intera sala contenente oggetti personali dell’artista, autografi, onorificenze, nonchè il pianoforte, donati dal marito Giuseppe Diomede. Molti spartiti d’opera appartenenti alla soprano, con annotazioni e puntature sulle parti, sono inoltre conservati nella biblioteca del Conservatorio.

    Nella sala dedicatale presso il Conservatorio adriese la presenza dell’artista risulta quasi palpabile, e per un attimo ci si spuò illudere di vederla apparire vestita da Madama Butterfly, ed udire la sua voce armoniosa e suadente. Ma Rosetta Pampanini dorme il suo sonno eterno nel cimitero di Corbola, dove sembra proteggere la località e trasmettere alle future generazioni il suo amore per la musica e per la lirica.

  • Rimembranze della steppa

    Rimembranze della steppa

    Sessant’anni fa terminò, con la seconda guerra mondiale, il più spaventoso conflitto fra stati creduti i più civili del pianeta. Le cause, gli effetti lasciamoli agli storici, le conseguenze le percepiamo anche noi, perchè “l’ordine” che ne uscì è il contesto entro cui viviamo.

    Spinto da innata curiosità, peregrinando per lavoro negli anni 70 in Piemonte, ho avvicinato tanti protagonisti di quella tragica vicenda, per lo più umili, qualcuno importante, come l’ex ministro Giolitti, e tutti giungevano alle medesime considerazioni: “Perché tanto odio e tanto sangue?” Perché scannarsi tra popoli vicini uniti oggi dalla stessa moneta? Il mistero dell’animo umano lascia senza parole, possiamo però trarre severissima lezione e comprendere che è quanto mai necessario bandire dai cuori, prima che dal vocabolario, la parola guerra.

    Si concentrarono gli alpini della divisione Cuneense alla stazione del loro capoluogo, i suoi battaglioni con le bandiere cariche di medaglie e di gloria conquistate nelle battaglie del Risorgimento. Nella Grande Guerra, portavano i nomi di casa: Mondovì, Saluzzo, Ceva, Fossano, Monviso, Dronero, Bra, Alba ed altri ancora. Non v’era piemontese che non fosse fiero di servire la Patria col cappello e la penna d’alpino.

    Dopo un’omerica scazzottata con quelli della Milizia Fascista, presenti alla stazione, partirono allegri cantando le loro canzoni. Struggenti ritornelli ricordavano la morosa, le Alpi imbiancate, la chiesetta del paese e la mamma ferma sull’uscio, le lacrime agli occhi e le ultime raccomandazioni: “Fa tensiun, cumporte bin da om” (stai attento e comportati da uomo).

    Sui ghiacci del Don svanirono le illusioni, e quei poveri ragazzi divennero dei martiri e degli eroi loro malgrado. Mandati allo sbaraglio dalla dissennatezza dei governanti, insufficientemente armati, con addosso il pastrano buono per gli inverni di Aosta o di Trento e gli scarponi da gita in montagna, affrontarono oltre il nemico, il gelo assassino che li mieteva come spighe di grano. A Nikolajevka in un supremo sforzo disperato, ruppero l’accerchiamento delle proponderanti forze Sovietiche e si incamminarono, tragica colonna, verso Ovest verso la salvezza incalzati dalla cavalleria cosacca.

    Il lungo serpente di uomini avanzava inebetito sulla neve, ai lati abbandonati i segni di quel passaggio: animali stremati dalla fame e dalla fatica, carriaggi, armi pesanti, ogni sorta di salmerie e tanti tanti cadaveri riversi, reliquie di un bianco immenso sacrario.

    Fu così che Tunin di Sommariva perse contatto con suo fratello che gli marciava accanto e non lo rivide mai più, e Chiaffredo della Val Maira che raccolse l’ultimo respiro del suo amico e paesaano Giovenale: “Portie en bas a mia Cita” (porta un bacio alla mia bambina), e Delfino di Boves che a, guerra finita, andò fino a Savigliano dalla madre del suo compagno “Giuanin” caduto nella ritirata, a rendergli l’immaginetta della Madonna del Pilone; e quella donna straziata dal dolore lo pregò di tenerla, perché se era stata Volontà che suo figlio morisse, Essa avrebbe continuato a proteggere chi gli era stato vicino.

    Si incontravano ormai uomini maturi, nelle ricorrenze delle battaglie, nelle commemorazioni, o per i funerali di qualcuno di loro. I tratti del volto segnati in profondità, le voci gravi sussurrate, lo sguardo spesso perduto, il passo lento ed il peso immane di un ricordo che non voleva staccarsi. Trovavano improvviso entusiasmo ed orgoglio all’apparire di Don Cichin (Don Franceschino) il loro cappellano.

    Era costui, a dispetto del nome, un omone grande e grosso, vestiva una tonaca sdrucita e lisa, e loro gli si affollavano intorno come tanti pulcini sotto le ali della chioccia. Facevano la conta di chi non c’era più, ricordavano la messa sulla neve con temperature di trenta gradi sotto zero, e Don Cichin sopra un camion trasformato in altare che alzava l’Ostia verso un cielo livido e carico di morte, mentre i razzi delle katiusce urlavano, e loro inginocchiati, i fucili a terra, le barbe lunghe, ghiacciati anche i pensieri tranne uno: a ponente l’Italia, le Alpi, la casa.

    La prima volta che là, in Piemonte, vidi arrivare Don Cichin trattenni a stento il riso: camminava tutto impettito, duro, sembrava avesse ingoiato un bastone. Feci notare la strana postura a Mecu (Domenico), un langarolo che si era salvato aggrappandosi alla coda del mulo e, dopo che questi stramazzò stecchito, recise con la baionetta la vena iugulare e bevette quel sangue caldo per sopravvivere.

    Ricevetti una gomitata nel fianco ed una spiegazione terribile: “Sta citu a l’à pi nen i dil di pè..” (Zitto non ha più le dita dei piedi – congelati -). Provai imbarazzo e vergogna e, mordendomi le labbra, rimasi in adorazione di quell’uomo di Chiesa, la veste nera, il cappello d’alpino in testa con i gradi di tenente, mentre allargava le braccia per stringere a sé quei suoi lontani compagni di sventura e consolarli dicendo: “Tuca fè la vuluntà ed No Sgnur, ma Chiel a sa parchè” (Bisogna fare la volontà di Nostro Signore, solo lui conosce il perché).

  • Una poesia per non dimenticare

    Una poesia per non dimenticare

    L’esercito italiano in Albania, il 28 ottobre 1940, ebbe l’ordine di varcare il confine greco: iniziava così la disastrosa e inutile campagna di Grecia senza adeguata preparazione militare e sulla base di ragioni politiche molto discutibili. Dal 29 dicembre 1940 al 26 marzo seguente passarono sull’altra sponda dell’Adriatico, per raggiungere la Grecia, almeno dieci divisioni di fanteria.

    Le truppe italiane furono organizzate in un’ importante opera di contenimento delle offensive greche ai confini greco-albanesi sino al massiccio del Morova. Impervie le zone montuose con condizioni climatiche particolarmente inclementi, scarso l’equipaggiamento.

    I corpi d’armata italiani impiegati in questa disgraziata impresa accusarono, sino alla capitolazione della Grecia, 21 aprile 1941, ben “13.755 morti, 50.874 feriti, 25.067 dispersi, 12.368 casi di congelamento” e… dolori inenarrabili ancora vivi nella mente di molti anziani oggi ultraottantenni.

    Tutto ciò dimostra ancora una volta quanto la guerra sia qualcosa di assurdamente atroce e barbaro, indegno per una società che voglia fregiarsi del nome “civile”.

    In tale straziante quadro si inserisce il ritrovamento, solo di questi giorni, fra vecchi documenti di famiglia, di una toccante, importante testimonianza: una poesia.

    Allo stupore della la scoperta si è aggiunto per i familiari, grande commozione e coinvolgimento per le rivelazioni descritte dagli intensi, tristi, dolorosi toni dei versi.

    Un amore grande, intrecciato a una drammatica cronaca di guerra. Parole che testimoniano durissimi momenti di vita, dettate dal dolore e dal coraggio, sorrette dalla forza del ricordo della donna amata.

    Un generoso e sensibile Soldato, autore della lirica, tiene tutta per sé la sgomenta solitudine e la sofferenza per risparmiare al suo “Amore”, tanta pena. E nella poesia rivela di essere stato bugiardo, per celare all’amata la sofferenza provocata dalla conoscenza della cruda realtà.

    BUGIARDO PER NON FARTI SOFFRIRE

    (dal fronte della 2^ Guerra Mondiale)

    Venne marzo, con sé la primavera
    Mentre i fiori sbocciavano ad uno ad uno,
    appresi la notizia, era di sera.
    Credei far bene non avvisar nessuno,
    pensai a te o Rina cara …
    e nel mio cuor entraron le sofferenze.
    Volli scriverti alfin mia diletta
    con la prima bugia: io sto bene.

    Era l’alba del 12 quel giorno
    E nella notte non potei dormire,
    mi sembrava d’averti sempre attorno
    e non sapevo cosa ti dire.
    Partì il treno a mezzogiorno
    Fra tanta folla che ci applaudiva,
    partimmo per un incognito ritorno
    ed il mio cuore pensando a te soffriva.

    Da stazione a stazione
    il treno andava per la sua meta,
    a una città di porto.
    Appena giunto già ci si imbarcava,
    nell’esser tanto triste non avevo torto.
    Partì il piroscafo che era già notte
    ed il mio cuore pensando a te soffriva,
    non avevo più sangue nelle vene,
    ma io scrivevo ancor: Rina sto bene.

    Una colonna d’auto c’attendeva,
    prendemmo posto con celerità,
    nel cammino ci si ripeteva:
    si va in guerra, ed è verità!
    Monrova fu raggiunta, era di sera,
    si va incontro a maggior pene,
    non mi sembrava cosa vera,
    ma io ti ripetevo: Rina sto bene.

    Ed anche la partenza di lì avvenne,
    a piedi incominciò il gran cammino,
    io constatai chi per la strada svenne,
    di sopportare tutto ero in dovere,
    il peso, la strada mi rompea le rene,
    pian pianino dovemmo andar a Tomba
    ed arrivammo…
    Vi giunsi molto stanco,
    ma ancor scrivevo: Rina sto bene.

    Lasciammo Tomba,
    con una pioggia che infuriava
    dalla mattina giù fino alla sera,
    ormai la guerra ognun provava,
    per tanti giovani duro era il cammino.
    L’ordine venne di chiamarci Arditi
    fummo contenti eravamo tutti uniti.
    Volevo esserti allor vicino
    Ed invece ero sempre più distante,
    fra tutte queste cose di tristezza,
    per allegerir la nostra lontananza
    volevo per dare a te un po’ di contentezza
    continuando a dir: Rina sto bene.

    Fatta la marcia con dei sacrifici,
    ci dissero: “Vicini sono i Greci…”
    Il coraggio d’avanzar non ci mancava,
    pieni di fierezza, eravamo Arditi
    ed al pericolo più non si pensava,
    non si conosceva altro che ardire…
    fino alla fine.
    Cadevano i feriti vicino a me,
    di questa atroce guerra,
    in ogni campo si sentiva dire:
    “Sterminarla dobbianmo l’Inghilterra”
    L’ordine nostro era d’avanzare,
    senza pensare a disagi e male.
    A te scrivevo ancor: Rina sto bene.

    Il giorno venne del 21 aprile,
    giorno che mai potrò scordare
    18 ore sotto il fuoco vile
    con qualche graffiatura me la potei cavare.
    Il giorno 22 mattina
    dai tedeschi s’apprese la notizia:
    la fine della Grecia (poverina!)
    potrai capire quanta contentezza…

    Se sono stato bugiardo mi scuserai di tutto,
    per quel che ti scrissi in precedenza:
    non sempre stavo bene…
    Ma il vero ardito non dirà mai
    qual è stata la sua sofferenza!
    Volevo farti sempre più tranquilla,
    assai più contenta,
    e per non recarti dispiaceri e pene
    ti scrivevo sempre: Rina sto bene.

    Tuo marito

  • Le scuole elementari di Castelmassa

    Le scuole elementari di Castelmassa

    10 ottobre 1866. A Massa Superiore, scomparsa da agosto la Cavalleria austriaca, si stabiliscono sei RR Carabinieri. Conclusasi la Terza Guerra di Indipendenza, il Veneto è annesso al Regno d’Italia: la sudditanza all’Austria è finita. Si liberano passioni e rancori.

    Il primo a farne le spese è il Parroco, Ispettore scolastico delle scuole del distretto, noto austriacante. Minacciato è costretto alla fuga. Anche i rapporti con la chiesa, già tesi in sede nazionale si deteriorano in ambito locale. Con Decreto Prefettizio i deputati comunali assumono la funzione di Giunta.

    In base alle leggi del nuovo regno, bisogna far funzionare la scuola ora “obbligatoria” la cui gestione finanziaria è affidata ai Comuni. Un rompicapo. Lo Stato d’Anime (anagrafe) è custodito in canonica, così pure i registri scolastici. I maestri reclamano gli stipendi arretrati.

    Si esamina la situazione istruzione. Esistono quattro classi femminili con due sole maestre; prima e seconda classe maschile: 3 maestri; una sola classe terza. Un solo maestro era abilitato ad insegnare nella quarta classe, la più difficile a cui pochissimi accedevano, tanto che il poveretto si divideva tra i paesi di Massa, Castelnovo e Calto. Pure un solo bidello prestava servizio nei tre comuni.

    Una debole ossatura di scuola, addossata al campanile. Non si trovano documentazioni sugli alunni che restano invisibili sullo sfondo dell’immobilismo scolastico e del cambiamento del quadro politico.

    Si riaprono le scuole, si riassumono i maestri precedenti. Si gestisce l’esistente. Passano pochi mesi.

    Con decreto prefettizio del 29 marzo 1867 a Massa si insedia il primo Consiglio Comunale. Il problema scuola è tra le priorità.

    Per alcuni anni nella scuola nulla cambia: una situazione che sembra impermeabile ad ogni innovazione. Persiste l’assenteismo.

    Nei due anni successivi dai documenti rimbalza la tensione tra il Clero locale e le nuove autorità. Dispetti e ritorsioni. Mancata consegna dei registri scolastici da parte dei sacerdoti. Licenziamento di una anziana maestra di nomina diocesana. Maestri austracanti che se ne vanno prima del termine dell’anno scolastico.

    Frettolosa unione, da parte delle autorità, di classi con un numero incredibile di alunni. Una prima classe maschile batte un record: iscritti 90 !! Un terremoto di colpi di scena e situazioni.

    L’anno scolastico 1869 finisce alla menopeggio. L’Amministrazione comunale diffonde bandi di concorso. Si redige un “Regolamento Disciplinare relativo alle scuole del comune” composto di cinquanta articoli, ma che vale per le scuole del Distretto. L’insieme delle norme apre uno squarcio sugli albori dell’organizzazione scolastica. Sono fissati i doveri e i compiti dei maestri. Si insiste molto sulla disciplina, si proibiscono mezzi coercitivi per ottenere obbedienza ma, se proprio gli alunni non intendono ragione … “si può trattenerli a scuola per una o due ore oltre l’orario”.

    Il calendario scolastico si conforma alla luce naturale e ai ritmi della campagna. Le scuole iniziano a fine ottobre o primi di novembre.

    Da quest’epoca fino a Pasqua le lezioni si tengono solo al mattino dalle 9 alle 12. Da Pasqua a luglio sono previsti due rientri: 8-12; 16-18, il giovedì scuola solo al mattino e il sabato solo pomeriggio (la mattina c’è il mercato settimanale). Un orario flessibile. Diversamente, nei mesi più freddi, nella giornata di sabato si fa vacanza.

    Persiste l’assenteismo, ma non si perde tempo. Si acquista, dalla Ditta fratelli Mure di Torino, una collezione di tipi dimostrativi del Sistema Metrico Decimale, divenuto il sistema unico di misurazione su tutto il territorio nazionale.

    Le scuole serali e festive sono frequentate, più che dai contadini, da artigiani, esercenti e commercianti per apprendere il nuovo sistema di misurazione. Il clero non è più nelle scuole. I docenti sono tutti laici. Il rapporto di lavoro Parrocchia-Comuni si interrompe. Ora tutte le classi esistenti hanno un titolare.

    I documenti fotografano i maestri. Persone vaganti che, al momento dell’emanazione della Legge Casati, non avevano una precisa figura giuridica. Muniti di una generica “patente d’idoneità all’insegnamento” vivevano da poveracci. Il livello culturale era di poco superiore a quello elementare. Faticavano a sbarcare il lunario. Come dipendenti municipali erano soggetti alla discrezionalità dei sindaci che, in caso d’incapacità o d’infermità, potevano licenziarli con un semplice avviso.

    Nell’archivio si trovano domande per occupare un posto vacante da Modena, Carpi, Borgofranco, Como, Rovigo, Roma, Salò, Mirandola, Calto, Maderno… .

    Abbondano le suppliche per ottenere anticipi sull’onorario da restituire in rate lunghissime che rimarcano la loro insicurezza e il loro senso di abbandono.

    Finalmente nel 1871 viene effettuato il primo censimento del Nuovo Regno con Roma capitale.

    Nella nuova Italia gli analfabeti sono circa quindici milioni. Nel nostro Distretto l’obbligo scolastico è disatteso e si dirama a rivoli, entro precisi confini. Frequentano coloro che sono più vicini alle scuole. La campagna resta esclusa, isolata. A Massa giunge qualcuno di Via Argine Po’, altri da S. Martino, dalle Camatte, qualche coraggioso di Via Argine Vegri, alcuni benestanti di Castelnovo.

    L’eco del richiamo scolastico si spegne man mano ci si allontana dal campanile. Il Ministero, tramite Prefetti e Provveditori, preme sulla municipalità. Circolari giuste, pragmatiche, ma prive di analisi sociali. Gli amministratori locali, al contrario, sono più attenti nell’analizzare le cause della mancata frequenza. Dalle relazioni del Soprintendente scolastico e del Sindaco emerge l’amara realtà del mondo contadino.

    Con la pancia vuota l’istruzione non è un bisogno primario. E’ percepita come un appannaggio dei benestanti o al massimo utile per quel tanto che basta: saper leggere e fare la propria firma.

    Necessità è il lavoro. Gli Amministratori mandano maestri per le case, si cerca di modificare l’orario scolastico estivo pomeridiano. Il muro delle famiglie resiste. Eppure qualcosa è cambiato. L’istruzione come necessità o riscatto sociale è avvertita dagli adulti. Le scuole serali e festive sono le più frequentate. Comincia a farsi strada l’idea che se gli alunni non vanno a scuola, la scuola deve andare da loro.

    Si individua la frazione Pio (cinque chilometri dal centro) quale luogo in grado di raccogliere più scolari (da Via di Mezzo e Via Mastellara). Occorre eliminare ostacoli quali: distanze, stato delle strade, stagioni inclementi.

    Anni di sforzi, di tentativi di innovazione. Una dura e dettagliata analisi del dott. Giò Batta Bianchi, Soprintendente scolastico alza il velo sulla situazione nel Distretto.

    Nel consiglio comunale del 5 settembre 1877 denuncia carenze, lassismo, indifferenza delle autorità preposte. Inutile cullarsi sul numero degli iscritti l’istruzione è un fallimento. Occorre guardare la scuola dall’interno, non sbirciarla dai vetri di una finestra. La relazione sul Consiglio Comunale ha l’effetto di uno schiaffone salutare.

    Subito si decide che: Giunta Comunale, Consiglieri, compresi quelli supplenti, assisteranno agli esami. Un’ispezione in piena regola. Risultato: stato dell’istruzione pessimo; lacune nel Regolamento; cattivo funzionamento delle scuole; rilassatezza dei docenti nello svolgimento del loro compito. Morale: se il gatto dorme, i topi ballano.

    Si delibera: 1) Stesura di un nuovo regolamento. 2) Nomina di una Soprintendenza composta di tre membri perché si dovrà istituire una nuova scuola in località Pio. 3) Vengono nominate anche tre Ispettrici al posto di una per le scuole femminili. 4) Si arriva alla dolente questione-maestri. Basta adagiarsi, basta lassismo. Li si informa “sull’infelice esito degli esami”. Si raccomanda loro zelo, attivismo, più attenzione nei loro compiti. Non mancano le minacce. Se i risultati del prossimo anno scolastico saranno identici, “la Rappresentanza Comunale sarà costretta ad adottare opportune misure…”. In parole povere licenziamenti in vista.

    Il 15 luglio 1877 viene varata la “Legge Coppino” inerente la riforma dei programmi. Le materie di studio sono ampliate, ma sono anche inasprite le pene agli inadempienti l’obbligo scolastico, con lo scopo di destinare l’importo delle multe “a premi e soccorso per gli alunni”. La legislazione scolastica precedente prevedeva l’esenzione dall’obbligo per i fanciulli in evidente stato di povertà. Un’ingiustizia che la legge cerca di sanare. I braccianti e i mezzadri hanno redditi così bassi che la pur minima spesa per la scuola non sempre è sopportabile.

    Nel Distretto Scolastico massese già da tempo si redige un elenco degli alunni le cui famiglie versano in gravi difficoltà economiche: per la scuola vengono provveduti del necessario. Dai dati si ricava un numero parziale: circa duecento. Un calcolo non esatto considerato che l’obbligo scolastico, prima della Legge Coppino, era in larga parte disatteso. Finalmente in località Pio si istituiscono due classi: una inferiore maschile e una femminile.

    Negli ultimi anni ‘70 dell’800 a Massa si assiste ad un fermento d’iniziative.

    Si introduce l’insegnamento della ginnastica. Viene istituita una prima Biblioteca Popolare e si registra un fatto che segnala un cambiamento di mentalità. Viene presentata un’istanza la Consiglio Comunale sottoscritta da più di trenta residenti tra Via di Mezzo, Via Cascina e dintorni (zone rurali). Si chiede che la scuola in località Pio sia traslocata al quadrivio della Cascina 1879. La precisa localizzazione topografica sottintende discussioni, indica che comincia a diffondersi l’esigenza dell’istruzione. L’idea è buona, ma rimandata a tempi economicamente migliori.

    L’aumento dei frequentanti la scuola è in ascesa. Ci sono classi di 80, 90 alunni e il massimo numero consentito è di 60! Una situazione rispetto al 1866 completamente ribaltata. Si dirada l’apatia che avvolgeva l’obbligo scolastico.

    Gli alunni della scuola pubblica, più che “obbligati” all’istruzione, sembrano dei “forzati”. Dagli elaborati e dai testi scolastici scampati alla dispersione emerge una scuola senza sorriso che con le sue letture e le sue poesie insegna “ad essere un buon povero-felice” che rinuncia per amor di povertà. Gli oggetti del desiderio sono banditi, ritenuti pericolosi per una massa di diseredati per la quale il pane è un lusso. Una scuola difficile, in bianco e nero: promossi o bocciati. Una scuola percepita come matrigna.

    Gli ultimi decenni dell’800 e i primi anni del ‘900 sono caratterizzati da scontri tra opposti schieramenti politici, da crisi di governo, da tensioni sociali, da dibattiti tra pedagogisti. Le riforme riflettono l’epoca.

    Dal 1888 al 1905 si attuano ben quattro riforme scolastiche. Il punto dolente della scuola rimane sempre il metodo d’insegnamento nonostante la classe docente possieda più professionalità.

    La società è cambiata, c’è fame di istruzione. A Massa tutti vogliono andare a scuola: bambini, ragazzi e adulti. Le bambine confinate nel ruolo di massaie analfabete, da secoli si tengono a casa fino a dodici anni se distanti dalla scuola, poi, ritenendo che possano percorrere distanze da sole, affollano le classi, anche se per loro sono ancora previsti banchi particolari o “donneschi”.

    Nasce “una piccola borghesia” consapevole dell’importanza di essere persone istruite e le aule si rivelano insufficienti.

    (…Continua nel prossimo numero)

  • Rovigo e il treno

    Rovigo e il treno

    L’assetto urbanistico raggiunto dalla città di Rovigo in epoca medioevale perdurò, con variazioni poco significative, fino alla prima metà del 1800. Nei primi decenni del XIX secolo, infatti, nonostante un certo aumento della popolazione, solo un’esigua porzione di abitato si era espansa, in direzione sud, oltre la cerchia delle mura di forma pentagonale, che racchiudeva i resti del Castello e il centro storico.

    L’arrivo del treno

    Nella seconda metà del secolo, però, un fatto nuovo portò a repentini e profondi mutamenti: con la costruzione, nel 1866 ¹, ad opera del governo austriaco, della linea Padova-Rovigo la stazione ferroviaria venne ubicata a Nord-Ovest della città, su un terrapieno posto a metà altezza tra il livello delle campagne e gli argini dell’Adige, dai quali discendevano i binari dopo aver attraversato il fiume, praticamente al livello degli argini dell’Adigetto.

    La zona prescelta per lo scalo era, allora, completamente rurale, come provano anche le denominazioni catastali dei terreni espropriati: pascolo, aratorio, ortivo, argine prativo, ecc.² Il fabbricato viaggiatori fu, naturalmente, edificato ad Est della linea, sul lato più prossimo alla città; magazzini, rimessa locomotive e dormitori per il personale completarono la dotazione dello scalo.

    Per collegare la stazione al centro venne costruito un viale (attualmente viale Marconi) di raccordo con la strada per Padova, completata ancora in epoca napoleonica. A pochi mesi dall’inaugurazione l’impianto, però, venne danneggiato dalle operazioni militari della Terza Guerra d’Indipendenza. Gli Austriaci in ritirata, inoltre, fecero saltare anche il nuovissimo ponte in ferro sull’Adige, prontamente ricostruito al termine delle operazioni militari dagli Italiani.

    Ulteriori sviluppi

    Con l’apertura al traffico ferroviario della Rovigo-Ferrara, nel 1871, lo scalo vide aumentare la propria importanza. Quando, infine, furono completati i rami per Adria e per Legnago, rispettivamente nel 1876 e 1977, il movimento dei treni si accrebbe ancora. Così la stazione di Rovigo divenne un nodo a cui facevano capo più linee, che in direzione Sud si diramavano a ventaglio.

    L’allora esercente Società delle Ferrovie dell’Alta Italia di conseguenza ampliò la dotazione dei binari dello scalo anche se, dagli orari dell’epoca, risulta si effettuassero solo tre coppie di treni al giorno per ogni direttrice. Inoltre i marciapiedi furono coperti da una volta in ferro e vetro, secondo la consuetudine dell’epoca. Riguardo la circolazione stradale, per assicurare le comunicazioni verso Ovest fu posizionato un passaggio a livello lungo l’attuale via Petrarca, sull’argine sinistro dell’Adigetto.

    Negli ultimi anni del secolo una nuova opera esercitò un altro profondo influsso urbanistico: l’abbattimento delle mura, completato nel 1896 ³. Anche Rovigo, così, come molte altre città in questo periodo, si adeguò alla regola purtroppo allora imperante di eliminare la cinta muraria per permettere un’espansione urbana più agevole e per equilibrare il valore fondiario dei terreni interni alle mura con quello degli esterni. Di conseguenza, nei primi decenni del ‘900, la città si allargò e indubbiamente l’incremento più qualificante avvenne verso Nord, per l’influsso esercitato dall’esistenza dello scalo.

    Non a caso, infatti, la zona industriale più antica (impianti molitori e zuccherificio) sorse nelle immediate vicinanze della stazione, in conseguenza della necessità di approvvigionamento di materie prime e di invio di prodotti finiti per via ferroviaria.

    La situazione attuale

    In effetti lo sviluppo urbanistico di Rovigo, dall’avvento della ferrovia in poi, risultò fortemente condizionato dalla posizione dello scalo e delle linee ferroviarie: infatti mentre a Nord, a Sud e ad Est del centro storico si sono verificate delle espansioni edilizie abbastanza regolari, nella zona occidentale gli insediamenti hanno trovato un ostacolo nella cintura ferroviaria.

    La costruzione di un sottopassaggio in prossimità di Ponte Marabin, per facilitare il traffico sull’asse stradale per Lendinara e Badia (al tempo strada statale 499), ha creato i presupposti per la crescita di un quartiere ad Ovest delle linee, S.Pio X, caratterizzato da uno sviluppo viario a ventaglio, che sembra quasi voler indicare la tensione a ristabilire il tessuto urbano al di là della strozzatura creata dalla ferrovia.

    In scala minore qualcosa di simile è avvenuto anche più a Sud, al di là del passaggio a livello di via Forlanini, oggi sostituito con un sottopasso, lungo la strada che conduce a Grignano e a Villamarzana. Ricordiamo, infine, che anche il quartiere Tassina è diviso in due parti dal binario della linea per Adria-Chioggia: un semplice passaggio a livello garantisce continuità al tessuto urbano.

    Di conseguenza oggi il perimetro dell’area urbana rodigina appare molto articolato: relativamente vicino al nucleo storico sussistono zone non ancora edificate, mentre più lontani sorgono nuovi quartieri residenziali. Il limite urbano orientale, infatti, si presenta molto più regolare di quello occidentale, dove i binari, per di più in combinazione con il nuovo alveo dell’Adigetto, hanno ostacolato la naturale espansione della città ⁴.

    La stazione

    L’aspetto attuale della stazione risale alla ricostruzione del secondo dopoguerra: il fabbricato viaggiatori e le tettoie delle pensiline rispecchiano l’architettura dell’epoca e ricordano le linee degli scali di Monselice e Ferrara.

    Fortunatamente l’uso di mattoni a vista nella costruzione degli edifici ha rispettato un canone architettonico proprio anche del Polesine, dove le fornaci sono state sempre diffuse, vista l’abbondanza di argilla. Un rimpianto, però, ci pervade osservando, su antiche cartoline, i lineamenti sobri ed essenziali della precedente stazione, ancor oggi riscontrabili, in scala ridotta e con alcune modifiche, nei fabbricati degli scali di Stanghella, S.Elena-Este, Arquà Polesine.

    Un abbellimento alla piazza antistante la stazione rodigina è stato ottenuto nel 1952 con l’erezione del monumento dedicato alla “Riconoscenza”, opera dello scultore Virgilio Milani, realizzato l’anno successivo della tragica alluvione e dedicato alla memoria dei tanti aiuti internazionali giunti a sostegno della rinascita del Polesine dopo l’evento calamitoso.

    Uno sguardo al futuro

    Nuove prospettive di traffico ferroviario si sono aperte in questi ultimi anni con la costruzione del raccordo tra la linea per Chioggia e l’Interporto sul Canalbianco. Va osservato che il progetto di spostare in tale area tutto lo scalo merci della stazione di Rovigo, per lasciare posto ad un parcheggio per le auto e alla stazione dei pullman, porterebbe ad un’intensa circolazione nel ramo di linea che attraversa il quartiere Tassina, per cui si renderebbe necessario pensare ad uno scavalcamento della ferrovia per non congestionare ulteriormente il già intenso traffico di via Vittorio Veneto.

    Come si vede i binari continuano ancor oggi ad influire sulla vita cittadina, svolgendo comunque, nel contempo, a quasi 150 anni dal loro primo arrivo, un ruolo importante nella mobilità sia all’interno del territorio polesano che nel medio e lungo raggio.

  • Il legame di fede con Chioggia

    Il legame di fede con Chioggia

    Il bassopolesine, in quanto territorio in mano all’aristocrazia veneziana, fin dal suo nascere è stato strettamente collegato a Venezia sia per le vicende storiche, economiche e sociali, sia per gli aspetti religiosi.

    Relativamente a questi ultimi, il legame dell’area (pur non nella sua attuale estensione) con Chioggia risale sicuramente alla nascita della Diocesi, che avvenne all’inizio del XII secolo, in seguito alla traslazione della residenza episcopale dall’antica sede di Malamocco.

    Pertanto anche nel delta polesano, ha radici antiche la devozione ai santi martiri Felice e Fortunato, patroni della Diocesi e della città Chioggia, le cui reliquie furono collocate in un primo momento presso la chiesa di Sant’Andrea.

    Il trasporto della sede episcopale da Malamocco a Chioggia fu determinato da circostanze connesse ad eventi naturali, ma vi contribuirono sicuramente anche scelte politiche. La variazione della sede non comportò però mutazioni rilevanti nei confini della diocesi clodiense, che continuò ad estendersi su un territorio eterogeneo per geografia, per cultura, per struttura sociale e per l’attività economica delle popolazioni, costituito da un ambito lagunare e dai luoghi prossimi alla parte terminale dei principali fiumi della penisola, arrivando fino a Loreo, cui facevano capo i centri abitati a sud dell’Adige.

    Si trattava di una terra per lo più instabile e mutevole, marginalizzata per ragioni politiche, in specie nella parte polesana, che oltretutto era continuamente soggetta agli imprevisti delle stagioni e del clima, oltre che alle innumerevoli altre calamità che caratterizzano il tardo medioevo e il periodo rinascimentale. Qui, unico mezzo di trasporto efficace era allora la barca.

    Nonostante questa situazione, o forse proprio per questo, il Polesine è stato oggetto di attenzione costante da parte di vescovi, tra i quali si annoverano uomini di grosso spessore.

    Da ricordare innanzitutto il vescovo Jacopo Nacchianti, figura eminente della metà Cinquecento nell’ambito del Concilio di Trento, il quale gettò le basi per il rinnovamento della diocesi e per migliorare la religiosità dei fedeli, in quei tempi spesso frammista a forme di superstizione.

    Rilevante fu anche l’operato del veneziano Lorenzo Prezzato, che fu vescovo a Chioggia nei primissimi anni del Seicento ed è ricordato come grande riformatore, sulla traccia delle innovazioni fissate dal concilio tridentino.

    Da non dimenticare poi i vescovi Pasquale, Francesco e Antonio Grassi, appartenenti ad una facoltosa famiglia chioggiotta.

    Per giungere a tempi a noi più vicini va ricordata la figura di Lodovico Marangoni, che, nel suo lungo episcopato, ebbe la responsabilità di transitare la diocesi nel XX secolo, in un periodo di grandi cambiamenti politici e sociali.

    Grandissimo l’impegno per la soluzione dei problemi del Delta padano dimostrato da mons. Giacinto Ambrosi, vescovo nel periodo del secondo conflitto mondiale e della disastrosa alluvione del 1951, che devastò il paesaggio aggravando i problemi sociali ed economici di una terra già duramente provata dalla guerra e dove il livello di disoccupazione è sempre stato altissimo.

    Questa fu la drammatica situazione ereditata da mons. Giovanni Battista Piasentini, vescovo dal 1952, quando iniziò la massiccia fuga della popolazione, specialmente verso la Lombardia e il Piemonte, alla ricerca di migliori condizioni di vita. Grande il suo impegno nella ricostruzione delle strutture pastorali e di quelle al servizio della collettività e nella realizzazione di nuovi edifici di culto, per aumentare la presenza nel territorio. Con questo scopo e preoccupandosi non solo degli aspetti religiosi, ha pensato di dilatare, soprattutto nel Delta, il numero delle parrocchie, promuovendo parecchie curazie al rango di parrocchie e dotando le chiese anche di asili, centri sociali, patronati e case canoniche. Amava questa terra e per questa terra si è battuto, ed è merito suo se esiste ancora la diocesi, che era stata indicata tra quelle da sopprimere in base a quanto stabilito nel 1966 dal progetto della CEI.

    La costante attenzione e l’interessamento, principalmente nei momenti difficili (come le ricorrenti alluvioni) ha fatto sì che le comunità deltizie si sentano profondamente vicine alla diocesi clodiense. Alcune località parrocchiali e curazie presentano tuttora, anche attraverso segni esteriori, il loro legame con la sede vescovile.

    Tra queste, in primo luogo, la curazia di Mea di Contarina, la quale, benché dedicata alla Madonna della Pace, conserva da lunga data due statue lignee dei Santi Patroni, fra le più belle e antiche. In anni recenti poi, la parrocchia di Donada ha fatto realizzare una grande icona con le immagini dei Santi Felice e Fortunato.

    Il XVII centenario dei Santi Patroni

    Un culto, quello dei Santi Patroni, ancora vivo e molto sentito, come dimostra la grande partecipazione di folla alle funzioni collegate con il diciassettesimo centenario del martirio dei due santi Felice e Fortunato, giovani martiri vicentini, uccisi ad Aquileia sotto la persecuzione degli imperatori Diocleziano e Massimiano all’inizio del IV secolo.

    A Chioggia le celebrazioni sono iniziate l’11 giugno 2004, con un solenne pontificale presieduto dal Patriarca di Venezia Card. Angelo Scola e la processione lungo il Corso per la benedizione alla città e al mare. La “peregrinazio” per le vicarie nella primavera 2005 e i successivi riti liturgici dell’11 giugno costituiscono le altre cerimonie dedicate all’evento.

    Nel contesto delle celebrazioni, di grande rilevanza si è presentata la ricognizione delle sante spoglie conservate nella cattedrale di Chioggia (secondo la tradizione il capo di San Fortunato e il corpo di San Felice) da parte dell’équipe guidata dal prof. De Caro dell’Università di Padova, esattamente cent’anni dopo quella voluta dal vescovo Marangoni.

    L’urna è stata aperta il 23 aprile 2004, alla presenza del Vescovo di Chioggia Mons. Angelo Daniel, del sindaco di Chioggia, dott. Fortunato Guarnieri e dell’arciprete della Cattedrale don Vincenzo Tosello.

    Chi scrive ha vissuto direttamente questa esperienza emozionante e veramente unica perché, insieme ad un altro polesano, Luca Mancin di Porto Viro, era stato incaricato di coadiuvare il prof. De Caro e i suoi collaboratori in tutte le fasi di verifica e di ricomposizione delle reliquie nell’urna d’argento che le custodisce da un secolo.

  • Canaro e la Transpadana Ferrarese

    Canaro e la Transpadana Ferrarese

    Ormai per le popolazioni polesane della sinistra Po, la Transpadana è più che altro un sentimento, con cui si esprime l’appartenenza ad un territorio e un’identità storica, dato che, sul piano economico e produttivo, le interconnessioni con Ferrara sono tante e tali da configurare una effettiva continuità (nel tempo della globalizzazione è, peraltro, inevitabile). D’altra parte è tuttora evidente che usi, costumi, tradizioni, atteggiamenti, modi di essere e gergo dialettale della Transpadana danno ancora il senso di un territorio che, aggiunto alla Provincia di Rovigo, non dimentica la sua matrice ferrarese.

    Ma come e quando si originò questo lembo di territorio chiamato la Transpadana? E quando fu staccato da Ferrara?

    Due i momenti significativi: il primo di carattere idrogeologico, il secondo di natura politica. Vediamo.

    A creare la Transpadana, questo Oltrepo ferrarese esteso da Melara a Villanova Marchesana, fu la rotta di Ficarolo, verificatasi alla metà del secolo XII, che diede origine all’attuale corso del fiume – il Po di Venezia – separando Ferrara, rimasta sulla destra del fiume, dai suoi territori contigui al Polesine di Rovigo.

    Poi, nel 1815, con la formazione del Regno Lombardo-Veneto, a seguito del Congresso di Vienna, gli Austriaci portarono il confine tra Veneto ed Emilia sul Po, decretando sul piano amministrativo la fine della Transpadana Ferrarese, area prima dominata dagli Estensi e poi dalla Legazione Pontificia.

    Il confine precedente tra la Repubblica di S. Marco e il Ducato Estense era stato stabilito dopo la cosiddetta “guerra del sale” conclusasi nel 1484. In parte esso coincideva col Canalbianco, ma nella fascia tra Occhiobello e Polesella (quest’ultimo paese dopo quel conflitto rimase veneto), la linea di separazione fu portata sullo scolo Poazzo. Un corso d’acqua questo che, per il suo alveo e la sua ampiezza, costituiva un confine estremamente vulnerabile, tanto che le popolazioni passavano da una sponda all’altra all’arrivo degli esattori delle imposte, come lamentavano i rettori veneziani di Rovigo. Sulle opposte rive, comunque, si formarono con il tempo le proprietà fondiarie delle ricche famiglie ferraresi e veneziane, separate da quell’esile corso d’acqua che in qualche caso divideva il territorio di un paese.

    Canaro Ferrarese e Veneto

    Fu questo, in particolare, il destino di Canaro, che topograficamente rimase per secoli distinto tra Canaro Ferrarese e Canaro Veneto.

    Nella borgata estense di Paviole vi era, in golena di Po, una dogana ferrarese e nel capoluogo, appena al di là del Poazzo, ce n’era una veneta, diventata poi corpo di guardia austriaco. Capitava così che, per le funzioni religiose, la gente di sponda veneta doveva attraversare il confine sul ponte che sorgeva di fronte alla chiesa di Santa Sofia.

    Alle prese con le periodiche inondazioni dei fiumi che, a causa di rotte o anche solo di ricorrenti piene, allagavano poderi e campagne, distruggendo i raccolti e portando con sé miseria e fame, le popolazioni transpadane conobbero anche altre traversie dovute alla posizione di confine del territorio, con la devastazione portata dalle guerre e dagli scontri militari, senza contare i disagi e i danni ai raccolti provocati dal frequente passaggio di truppe. Come quelli, ad esempio, durati diversi mesi e descritti dal parroco di Garofolo don Girolamo Gilioli nel 1734.

    “Vennero i Todeschi in numero di cento e furono in mia casa parochiale un capitano, un tenente et il signor conte Giacomo Borri, alfiere, da Cremona, e li diedi solamente il pranzo. La sera poi andarono a cena dalli Reverendi Padri della Consolazione, qui alla Frattina, dove era fattore il venerando fra Giuseppe Faccini, e poi dormirono, il capitano in casa del massaro Ercole Spaolonzi, nella camera nova, il signor Alfiere dal magistrus Francesco Saladini, et il signor tenente andò a Ferrara; alla mia boaria stettero quindeci soldati, con altrettanti cavalli. Gli altri poi stettero in altre case, così in fienili gli altri cavalli. Essendo tutti corazzieri, vestiti di ferri. La mattina poi susseguente andarono a Crespino per i fieni loro bisognevoli; vi fu paura e dano a bastanza, e specialmente al sig. Pellegrino Saladini, al quale uccisero una vacca che era al pascolo per consumo delli soldati.”

    Una terra dunque quella di Canaro divisa da un confine alquanto arbitrario e periodicamente soggetta all’iniquo passaggio delle truppe. Una terra che però, redenta dalle acque in virtù delle bonifiche estensi da una parte, e dei “retratti” del Magistrato Veneto per i Beni Inculti dall’altra, si prestava in maniera eccellente ad una prospera agricoltura, assicurando notevoli quantità produttive e reddito alle famiglie della nobiltà estense e veneta, le cui proprietà si affacciavano sul Poazzo: da una parte i grandi livellari della Mensa Arcivescovile di Ravenna che poi ampliarono e consolidarono i loro possedimenti; dall’altra i Mocenigo, i Da Ponte, i Valier, i Leon, i Vendramin, i Grimani, per dire i più noti.

    Una bonifica necessaria

    La vita, nelle terre di Canaro divise dal Poazzo, fu dunque caratterizzata da un’agricoltura alquanto florida fino a che il territorio resse di fronte alla necessità di scolo delle acque, data l’inoperosità delle chiaviche scolanti in Po, a causa del progressivo innalzamento dell’alveo del grande fiume il quale, a poco a poco, fu sempre meno in grado di ricevere le acque di scolo, fino alla completa paralisi del sistema idraulico di drenaggio.

    E questa è la vicenda delle bonifiche (mancate) dell’Ottocento che, nella contrapposizione dei Consorzi Polesani e Padani, venne risolta soltanto dopo la disastrosa rotta dell’Adige del 1882, con la costruzione del Collettore Padano-Polesano portata a compimento verso la fine del XIX secolo: una vicenda questa che ha segnato la vita e la storia della nuova Provincia di Rovigo, con la difficile integrazione, sia per i preesistenti rapporti familiari ed economici delle popolazioni rivierasche con Ferrara, sia per i problemi delle acque, dell’ex Transpadana.

    Il progetto di bonifica caldeggiato dai “Consorzi Padani” dell’ex Transpadana, era stato infatti steso nell’anno 1838 da Romualdo Martelli, di Canaro, ingegnere del Consorzio di Gurzone. Il piano di interventi, supportato dai pareri favorevoli dei tecnici più celebrati, quali Paleocapa, Bucchia, Turazza, di scaricare le acque della Transpadana nel Canalbianco, ottenne l’approvazione delle competenti autorità, sia austriache che italiane, ma la fase esecutiva fu bloccata dall’ostilità dei “Consorzi Polesani”.

    Questi ultimi manifestarono infatti tutta la loro preoccupazione sulla tenuta del Canalbianco che, già gravato da un consistente apporto di acque, a seguito della bonifica delle Grandi Valli Veronesi ed Ostigliesi, ritenevano sarebbe divenuto insicuro per le ulteriori immissioni idriche.

    I Consorzi Polesani si opposero pertanto in tutte le sedi alla richiesta dei Padani presentata per la prima volta dopo la chiusura del sostegno Castagnaro nel 1838. La mancata realizzazione del progetto Martelli, oltre che ai contrastanti interessi sulle acque, va imputata anche ad altre cause, ed in particolare ai tempi e agli sconvolgimenti delle guerre per l’Indipendenza, l’Unità nazionale, nonché – dopo l’aggregazione del Veneto al resto dell’Italia unita – alle particolarità di una terra che, per la sua conformazione, era unica nel Regno d’Italia.

    Alla fine però le ragioni della bonifica del territorio dell’ex Transpadana ferrarese, prevalsero. E, quando presero finalmente avvio i lavori della Bonifica Padana, il canale si trovava in una situazione veramente precaria, come descriveva nel 1893 l’ing. Armando Martelli nella sua “Relazione tecnica sulla sistemazione dello scolo Poazzo onde coordinarlo ai lavori di bonifica del bacino superiore ed inferiore all’argine del Sabato”.

    Armando Martelli (1845-1909), garibaldino, deputato provinciale e consigliere comunale, nipote dell’ing. Romualdo Martelli, sopra citato, nell’ambito della bonifica padana, diresse i lavori di costruzione della botte sotto Fossa Polesella.

    Questa relazione si compone di due parti: la prima ha carattere eminentemente tecnico; la seconda, invece è descrittiva e fornisce l’immagine delle condizioni di questo canale e dei suoi emissari, le cui ampie marezzane (golene) perennemente invase dalle acque, molto spesso straripavano, allagando le campagne.

    “Lo scolo Poazzo – si legge nella relazione – ha origine al Cavedone della Follica, attraversa il comprensorio (di Gurzone) per un lunghezza di metri 6.722 fino al ponte della Piacentina, indi segue il confine a tramontana fino a mettere foce in Po alla Chiavica Ferrarese (a Raccano-Polesella) dopo un percorso complessivo di metri 19.470. Questo scolo, che in antico doveva costituire una ramificazione del Po, presentasi con un andamento molto tortuoso. E’ difeso da due argini distanti fra loro mediamente metri 100 e siccome la bocca dello scolo misura la larghezza media di metri 12, così restano lateralmente due golene per la maggior parte molto depresse della complessiva larghezza di metri 88, sui quali si espandono le acque di piena.”

    Dopo aver passato in rassegna gli altri affluenti (Cortila, Piacentina, Tessarolo, Mainarda) e le relative chiaviche, la relazione prosegue:

    “La presa Poazzo viene divisa dall’angolo delle due strade Arginelli e Porcarolle (al confine tra Canaro e Polesella) in due parti: l’una superiore denominata Canaro e l’altra inferiore detta Raccano. La prima scola a mezzo di vari scolatori privati con proprie chiaviche attraverso l’argine destro del condotto principale denominate Mosti-Negrisola-Masa-Martelli e Paviolle; per la seconda parte, detta Raccano, servono gli scoli Palazzi-Valle e Cà Rossa, i quali, dopo averla attraversata con linee pressoché parallele fra loro e in direzione da ponente a levante, vanno a scaricarsi nel condotto denominato Raccano che riversa in Poazzo a mezzo della chiavica Grimani.”

    La relazione cita gli interventi di sistemazione del 1865, compromessi dagli allagamenti del 1879, e le infelici condizioni di scolo degli anni successivi.

    Con l’avvio della Bonifica Padana Polesana, seguita da vari interventi nel ‘900, si ebbe il vero miglioramento del regime del Poazzo. Per Canaro i lavori culminarono nella deviazione dal centro del paese dello scolo, nelle cui ampie marezzane ristagnanti proliferavano le zanzare portatrici di malaria. L’opera, che era stata insistentemente richiesta dal deputato socialista Galileo Beghi (1874-1944), medico condotto di Canaro, fu realizzata nel 1956.

    Per concludere, anche nella descrizione del Poazzo di Canaro c’è l’immagine del territorio ereditato dalla Transpadana: da una parte i Mosti e i Martelli di Paviole, investiti dagli Estensi; dall’altra i Grimani, con i loro possedimenti che si estendevano ininterrottamente da Canaro a Polesella, da una sponda all’altra del Poazzo, con quella torre di accesso e di guardia alla tenuta “Palazzi” di Raccano, che nel corso dei secoli divenne covo di banditi, ma che ancora oggi rimane a testimoniare il passato e la storia di queste comunità.

    La Transpadana, si diceva all’inizio, oggi è più che altro un sentimento per la gente di queste zone: certo, ma è bene che sia custodito e coltivato.

  • Il borgo di Ca’ Cappello

    Il borgo di Ca’ Cappello

    La storia del territorio deltizio, conosciuto come Polesine dei Cappello, ha fisicamente origine tra il XII – XIII sec., successivamente alla rotta del Po verificatasi a Ficarolo nel 1152. Nel nuovo Delta presero vita pertanto i rami del Po di Tramontana, di Levante, di Scirocco, all’interno dei quali si originò la zona dove alcuni secoli dopo sorgerà la borgata, successivamente denominata Ca’ Cappello.

    Nei primi decenni del ‘500, è accertata la presenza di una piccola comunità con un insediamento in corrispondenza dell’attuale corte; tutto il territorio del così detto Polesine dei Cappello era allora di proprietà dell’abate Trevisan.

    La vita di quest’abate è caratterizzata da un evento particolare, ma non eccezionale per quei tempi: la nascita di una figlia chiamata Maria o Marietta. E, proprio tramite questa figlia naturale, il possesso della corte passa ai Cappello. Infatti nel 1537 l’abate Trevisan dà in sposa la propria figlia Maria a Paolo Cappello (figlio del conte Carlo Cappello, capostipite della famiglia) il quale, con il matrimonio, riceverà in dote l’intera proprietà, che da allora fu identificata come Polesine dei Cappello.

    La corte dei Cappello è ben rappresentata nelle mappe del XVII sec., in cui si vedono tutti gli elementi costitutivi della stessa: le mura di cinta, la casa padronale, il fienile o stalla, la chiesa e la torre colombaia.

    Come molti altri, anche questo complesso architettonico è collocato nelle immediate vicinanze di corsi d’acqua, fondamentali vie per il trasporto delle merci e quindi della loro commercializzazione.

    L’insieme degli edifici rappresenta la struttura funzionale per la raccolta, la lavorazione e l’immagazzinamento dei prodotti agricoli.

    Nel contempo la corte rappresenta anche il centro della vita sociale della comunità legata ai lavori del fondo, mentre la presenza delle mura costituisce una chiara espressione di sicurezza e protezione.

    La costruzione di tutti gli edifici della corte con mattoni contribuiva infine a dare un’ulteriore manifestazione di solidità e rappresentatività della forza del padrone, in un contesto sociale fatto di povera gente che abitava in case di canne e fango.

    La chiesa, oltre che rappresentare l’oratorio della famiglia del proprietario, si configurava come l’edificio di culto fondamentale per la collettività, costituita in larga parte da braccianti, che si assiepava attorno alla corte.

    Per ulteriori notizie vedasi Il Vaticano del Delta di Paolo Ballarin, in “Ventaglio novanta” n°16 gennaio 1998.

Pubblicità