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Archivi: Articoli d’archivio

  • Le sculture di Giampaolo Benazzo

    Le sculture di Giampaolo Benazzo

    E’ stato scritto che Benazzo, detto “Bai”, si pone come l’unico interprete della scultura primordiale polesana e, a riscontro di ciò, qualche tempo fa il comune di Badia ha allestito un’antologica con un centinaio delle sue opere, una grande mostra realizzata all’Abbazia della Vangadizza con successo.

    Giampaolo Benazzo è nato a Bologna e, in seguito, ha operato a Milano dove è vissuto per 25 anni e ha ottenuto un buon successo come arredatore; si è trasferito poi a Padova dove è rimasto per altri vent’anni, quindi ha viaggiato in Belgio, Danimarca e Francia. Insomma ha percorso le vie del mondo animato dal desiderio di conoscere altre culture e tradizioni, prima di far ritorno a Badia, patria dei suoi genitori.

    Benazzo, artista che “sfugge alle logiche accademiche, è uno spirito libero e tale vuole restare”, è stato scritto. Egli ha un’anima bohemien, dipinge e scolpisce con grande passione.

    Assistito da fertile fantasia ed estro creativo è un artista completo che tralascia l’imitazione della realtà per esaltare allegorie e simbolismi; nel contempo riesce a rompere la fissità degli schemi con un alternarsi dinamico di motivi lineari e tondeggianti.

    Bai, in molte sue opere, illustra l’irrisolto enigma del vivere e del morire. Escono così dal marmo punti interrogativi giganti, simbolici pendoli, sfere perfette, figure mitiche stilizzate, magici totem dalla straordinaria potenza espressiva e forza evocatrice.

    Quando sono andata a visitare il suo laboratorio ed il deposito dove custodisce le sue cinquecento sculture in marmo rosa, azzurro, bianco, l’artista mi ha confidato: “Non basta scavare il marmo, lavorarlo; no, bisogna lasciar uscire la sua voce, dev’essere il marmo stesso ad esprimersi”. Nella profonda ricerca umana, dove l’ansia fuggevole della vita è il respiro di un attimo e tempo e spazio formano una sintesi quasi irreale, le sculture di Giampaolo raffigurano il mistero dell’esistere, il fluire cosmico, il mito ancestrale dell’uomo e del divino, il bisogno di comunicare e di rendere partecipe l’interlocutore, nella poetica di una comunione armonica di equilibri e di forme.

    Scolpire il marmo è, per Giampaolo Benazzo, una esistenziale ricerca di vita. Egli passa con disinvoltura dalla scultura di genere classico (busti e nudi femminili) alla scultura primordiale, generata da ricerche e impulsi di grande intensità emozionale.

    Osservatore attento, Giampaolo rappresenta la vita in tutte le sue forme: dai piccolissimi animali in marmo alle emblematiche figure di guerrieri antichi, a burattini tutti snodati, alle statue da giardino dalle forme più fantasiose. Anche l’elemento religioso compare di frequente tra i soggetti prediletti dall’artista che realizza originali crocefissi in marmo azzurro che ricordano le vaste profondità dei cieli e l’azzurra immensità dell’universo. Ogni sua opera è un’appassionata emozione, la percezione e la proiezione dei suoi stati d’animo.

    Benazzo sa prendere contatto con un’energia primitiva che gli consente di creare forme proprie, dal fascino misterioso e antico. E’ stato scritto che le sue sculture ricordano un po’ i monoliti dell’ isola di Pasqua. Non trovo sia giusto affermare ciò in quanto Benazzo persegue da anni una sua ricerca emozionale e molte sue opere conservano una forma arcaica e primitiva del tutto originale, diluendosi in un’atmosfera più sognata che reale.

    Le pupille di Giampaolo, tante volte, sembrano frugare oltre le nuvole, oltre i cieli per scoprire verità lontane, mondi sconosciuti. I suoi quadri e le sue sculture non sono legati ad un certo “periodo” o ad una certa “maniera”, ma rappresentano le pietre miliari di una strada percorsa con assoluto rigore espressivo.

    La sintesi di contenuti si avvale della diretta e sofferta partecipazione del poliedrico personaggio che sa esprimere il travaglio esistenziale dell’uomo con un linguaggio artistico quanto mai efficace ed incisivo.

  • Francesco Ortore (1846-1905)

    Francesco Ortore (1846-1905)

    Un secolo fa, il 26 giugno 1905 moriva ad Adria Francesco Ortore, una delle figure più significative dell’anarco-socialismo polesano della seconda metà dell’Ottocento, di cui è doveroso preservare la memoria.

    Nato ad Adria il 3 settembre 1846, “sufficientemente fornito di mezzi di fortuna” come egli stesso ebbe a definirsi, lavorò come agente privato e pubblicista; saltuariamente patrocinò presso la Pretura di Adria. Aveva compiuto studi universitari in matematica superando tutti gli esami, senza peraltro laurearsi. Per quanto attiene alla sua vita privata fondamentale fu il matrimonio con Santina Donà, dalla quale ebbe nove figli.

    La sua esistenza fu però in gran parte dedicata all’impegno politico e sociale, ad iniziare dalle lotte risorgimentali: nel 1866, ventenne, partecipa infatti alla terza guerra d’indipendenza nelle file garibaldine. Nel 1867, quando Garibaldi giunge in visita nel Veneto, Ortore capeggerà la delegazione di garibaldini e patrioti adriesi che si recano a Venezia per ascoltare le parole del generale e per invitarlo nel Delta del Po a Cà Tiepolo, nel luogo dell’uccisione di Ciceruacchio.

    Nel 1873 è cofondatore e membro del direttivo dell’associazione Nucleo Repubblicano di Adria, costituita in gennaio sul modello della società mazziniana Pensiero-Azione di Genova: il motto dell’associazione adriese è “Rispetto alla donna, rispetto alla libertà, educazione per tutti”. Il Nucleo Repubblicano organizza una scuola per i soci, promuove manifestazioni in memoria di Angelo Brunetti “Ciceruacchio” e della defunta Repubblica Veneta. L’associazione adriese in realtà non mira ad una semplice attività di diffusione dell’educazione tra le classi popolari ma propaganda l’ideale repubblicano, ostile alla monarchia.

    All’inizio dell’agosto 1874, assieme ad altri anarco-socialisti locali, incontra ripetutamente ad Adria gli anarchici Andrea Costa e Alceste Faggioli; il 15 agosto 1874, sospettato di partecipazione al moto insurrezionale promosso da Costa, viene arrestato per “attentato contro la sicurezza interna dello Stato mediante cospirazione” assieme all’adriese Pietro Belloni e ai rodigini Pietro Turazzini, Gherardo Perocco, Guglielmo Pasotto, Vincenzo Rizzieri, Antonio Chilese e Gaetano Brancaleon. Ortore verrà rimesso in libertà per non luogo a procedere dopo 2 mesi di carcere preventivo. Nel 1877 incontra ad Adria il monselicense Carlo Monticelli, leader degli internazionalisti veneti, che sollecita un sostegno economico per la progettata pubblicazione del giornale Il Diritto.

    Nel 1882 Ortore presiede, in rappresentanza della componente socialista, il Comitato Radicale Provinciale costituito a Rovigo da repubblicani, radicali e socialisti per sostenere le candidature di Bertani, Bovio, Cavallotti e Ceneri nelle elezioni politiche. Il comitato riunisce i rappresentanti più autorevoli a livello provinciale delle correnti democratiche: accanto ad Ortore figurano Alberto Mario, Odone De Paoli, Francesco Mantovani, Achille Tedeschi, Luigi Doralice, Guglielmo Panzacchi, Vittorio Fattori, Nicola Badaloni, Amos Occari, Giovanni Azzi, Pietro Turazzini e Gaetano Arcangeli. Anche in tale occasione giunge l’immancabile denuncia del Procuratore del Re che ritiene il programma elettorale del Comitato “una minaccia di distruzione dell’attuale ordine monarchico costituzionale”. Nelle dichiarazioni rese in istruttoria Ortore dichiara di non appartenere “al partito Radicale ma [..] al socialista, la cui direzione è affidata qui in Italia all’Onorevole Bovio il quale, per essere più esatto, è riconosciuto da noi come il capo scuola”.

    Nell’ottobre 1882 partecipa a Trecenta, in casa Badaloni, ad una riunione di due giorni con repubblicani, radicali e internazionalisti per tracciare un comune piano di lavoro. Nel novembre 1882 costituisce ad Adria il Comitato Operaio per sollecitare “provvedimenti governativi” a favore dei “non abbienti” danneggiati per la rotta dell’Adige e in particolare per il taglio artificiale di Fossa Polesella; denunciato e processato per “contravvenzione alla legge sul bollo”, viene assolto il 10 luglio 1883.

    Dall’ottobre 1883 al settembre 1884 Ortore conduce una vivace polemica contro il prefetto Mattei che caldeggia l’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche. Denunciato dal prefetto, viene condannato in primo grado a 6 mesi di carcere e a 200 lire di multa: nel novembre 1885 la Corte d’Appello di Venezia dichiara il non luogo a procedere per desistenza del querelante.

    Nel corso del 1884, l’anno de la boje, Francesco Ortore mette in luce il meglio delle sue capacità di polemista, di organizzatore, di dirigente politico. All’inizio del 1884 promuove la costituzione nel basso Polesine di numerose Società Democratiche, associazioni popolari che organizzano lo sciopero bracciantile. In questo periodo scrive sul veneziano Barababao, in dialetto o in lingua italiana, articoli polemici e sarcastici contro i rappresentanti del governo e gli agrari ricorrendo a vari pseudonimi: Uno per tuti, tuti per uno, Brontolon, Veritas, Marco II. Per questa attività Ortore – secondo il prefetto “anima del partito socialista in Adria” – viene processato nella primavera del 1885 assieme ad altri 20 protagonisti dello sciopero e condannato dal Tribunale di Rovigo a 4 mesi di carcere, pena ridotta poi in appello ad un mese.

    Protagonista per un trentennio delle lotte elettorali che si susseguono ad Adria, nel luglio 1887 si presenta candidato per il consiglio comunale: il prefetto, nella relazione semestrale al Ministro dell’Interno, scrive sollevato che “mancò per un voto che non riuscisse consigliere il noto Francesco Ortore, uno degli individui più esagerati e torbidi della Provincia”. Ortore riuscirà eletto due anni più tardi e dai banchi del Consiglio condurrà efficaci battaglie amministrative e politiche, tra le quali spicca per vis polemica la difesa della laicità della scuola.

    Nel 1888 pubblica Il vagantivo. Considerazioni e Proposta di risoluzione, un opuscolo in cui affronta la controversa questione dell’antico diritto civico sottratto ai valligiani con le bonifiche e le privatizzazioni delle valli e che, come scriverà nel ‘90 al deputato Andrea Costa, “ferisce una popolazione che fu tradita nel diritto e muore di fame nelle più fertili terre d’Italia”. Nel 1889 pubblica l’opuscolo Per un patriotta, venti intense pagine di note biografiche sull’adriese Pietro Pegolini che per la generazione di Ortore ha impersonato “i sacrifici, i pericoli, gli ardimenti e gli eroismi del nostro risorgimento”.

    Pubblicista versatile e polemista sarcastico, scrive su molti periodici del nascente movimento socialista, dal veneziano Barababao, all’estense La Primavera della Democrazia, ai polesani Il Polesine, La Concordia e altri, attirandosi una trafila di querele per diffamazione.

    Nel biennio 1893-1894 il suo rapporto con il neonato Circolo Operaio Socialista si incrina, per rompersi poi aspramente, sull’eterna questione dell’alleanza con i radicali, propugnata da Ortore ma avversata dai giovani rappresentanti del socialismo ufficiale. La sua posizione, per così dire più moderata, non varrà a salvarlo dalle misure repressive adottate da Crispi nel ‘94, a riprova che, agli occhi degli apparati statali, indipendentemente dalle feroci qualifiche che gli venivano attribuite dai propri compagni, Ortore apparteneva pur sempre alla schiera dei sovversivi.

    Amministratore della Società Cooperativa fra gli Operai e Braccianti del Comune di Adria, Francesco Ortore muore a 59 anni, il 26 giugno 1905.

    A ricordarlo nel momento dell’estremo addio sono Pietro Belloni, vecchio anarchico compagno di tante battaglie e il giovane socialista Lucio Cavallini, già direttore della Concordia, quasi a voler suggellare l’appartenenza di Ortore all’intero movimento anarco-socialista. Una terza orazione funebre sarà tenuta da Giovanni Marinelli, all’epoca sindacalista rivoluzionario che aderirà in seguito al fascismo, divenendo segretario amministrativo del PNF e membro del Gran Consiglio e finendo fucilato a Verona per aver votato l’o.d.g. Grandi.

    La Lotta per parte sua non dedicherà una riga alla scomparsa di Francesco Ortore, schedato come “socialista” nel Casellario Politico Centrale fino al 1911, quando finalmente il prefetto di Rovigo, sei anni dopo la morte, deciderà di radiarlo dallo “schedario degli affiliati ai partiti sovversivi” della provincia.

  • Ottavio Munerati (1875-1949)

    Ottavio Munerati (1875-1949)

    Tra i personaggi illustri del Polesine, un posto particolare va riservato ad Ottavio Munerati nato a Costa di Rovigo 130 anni fa, nel 1875 e morto a Rovigo nel 1949. Una vita la sua tutta vissuta nella terra polesana e spesa nello studio proficuo a vantaggio dell’agricoltura e, soprattutto, della bieticoltura, dove eccelse venendo annoverato, unanimemente, fra i maggiori studiosi a livello mondiale.

    Ottavio Munerati è stato uno dei padri della bieticoltura moderna, ed ancor oggi diverse delle sue geniali scoperte e intuizioni costituiscono i pilastri fondamentali dell’agronomia della saccarifera a cominciare dallo studio del suo complesso patrimonio genetico. Vi concentrò gli sforzi per quasi mezzo secolo nel tentativo di carpirne i segreti alla luce dell’interpretazione delle leggi sull’ereditarietà, scoperte poco prima da Gregorio Mendel, per evidenziare e fissare i caratteri ritenuti positivi per la coltivazione della bietola anche nel nostro Paese.

    La sua scarna bibliografia lo descrive da giovane come gracile di costituzione, spesso soggetto a indisposizioni ma dotato di un quoziente di intelligenza e di un talento di osservatore e di indagatore dei fenomeni della Natura, decisamente fuori del comune. Lo testimoniano i risultati scolastici di assoluto prim’ordine ottenuti al ginnasio e al liceo di Rovigo, nonostante le frequenti assenze, come ebbe a ricordare il dr. Dante Marchiori, noto imprenditore, studioso, impegnato nel mondo sindacale alla guida dell’Associazione Agricoltori polesana.

    Marchiori, che con il prof. Munerati dissertò su una tesi di laurea, riporta una memoria del prof. Giuseppe Cecchetti di Arquà Polesine, già compagno di classe del Munerati, anche lui valente agronomo, il quale raccontava “…dello stupore dei compagni nel vederlo brillare negli studi nonostante le sue scarse presenze”.

    Trasferitosi nella più salutare Portici, vicino a Napoli, per frequentare la Scuola Superiore di Agricoltura, Munerati recuperò salute ed energie, tanto da laurearsi a soli ventun’ anni.

    Siamo alla fine del XIX secolo e il nostro Paese vive una situazione socio-economica complessa che vede l’affermarsi di una “rottura” con schemi sempre più inadeguati, come testimoniano le rivendicazioni per migliori condizioni di vita di larga parte della popolazione, eminentemente rurale, e la grande emigrazione di massa della stessa verso le lontane Americhe.

    L’agricoltura è in fase di faticosa progressione e ricerca tecnico-organizzativa, grazie all’illuminata intraprendenza di vari amministratori locali, di alcuni imprenditori e a quel poco che lo Stato riesce a dare. Nasce, quasi per moto spontaneo e si sviluppa, un organismo deputato a portare nelle campagne il verbo delle conoscenze scientifiche che andavano a concretizzarsi e ad applicarle direttamente nei campi: si tratta delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura. Un lavoro improbo di divulgazione, di prove, sperimentazioni, esame dei risultati fatto con penuria di mezzi ma con tanta volontà da parte di personaggi mossi dall’ideale di fede ed entusiasmo per il bene comune.

    Munerati, rientrato a Rovigo, trova nella Cattedra, la prima nata in Italia, la base di lancio verso una luminosa carriera, succedendo prima come direttore al mitico Tito Poggi e poi avviando le sue ricerche sulla “nuova” coltura che veniva dal Nord: la barbabietola da zucchero. Munerati intuisce prima e dimostra poi le grandi opportunità sociali, economiche ed agronomiche dovute alla coltivazione della particolare radice. Lo fa con una divulgazione puntuale sulla Rivista Agraria Polesana, che fonda e dirige, e con interventi su altri periodici.

    Sorgono frattanto i primi zuccherifici in Italia: a Lendinara, nel 1901, il primo in Polesine, al quale seguirà Ficarolo e via via gli altri. La terra fra Adige e Po, in particolare, si dimostra vocata per la chenopodiacea: occorreva solo “creare” varietà più affini alle sue condizioni pedoclimatiche. Munerati inizia così, la lunga opera di miglioramento genetico che avvia nella Stazione Sperimentale di Bieticoltura da lui voluta e fondata nel 1912 a Granzette, la frazione di Rovigo bagnata dall’Adige e che dirigerà fino alla fine. E’ l’unica Stazione in Italia e fra le prime del mondo dedicata alla bieticoltura.

    Munerati avvia la produzione di seme italiano incrociando tipi selvatici di “Beta marittima” che raccoglie nelle dune fossili del Delta del Po e lungo gli argini del Po di Levante, con seme di provenienza estera. Inizia una poderosa opera di ricerca basata su incroci e prove parcellari ripetute con metodologia scientifica per più anni. Esamina, così, il comportamento di diecine di migliaia d’ “individui” con un lavoro di minuziosa attenzione, descrizione e catalogazione con i mezzi di allora.

    Nel 1935 manda negli Stati Uniti d’America la linea RO 581, dotata di resistenza alla cercospora che rappresenta, a detta dei ricercatori locali, il primo sostanziale progresso nella resistenza alla pericolosa fitopatia che distrugge l’apparato fogliare. Ancor oggi, tutte le varietà resistenti alla cercospora discendono direttamente dalla linea prodotta da Munerati.

    Intrattiene una vasta corrispondenza con istituti di ricerca nazionali e stranieri con scambi di risultati e di seme (ne è testimonianza la ricca biblioteca conservata presso l’Istituto Sperimentale per le Colture Industriali – ex Bieticoltura – di Via Amendola a Rovigo); avvia la “filiera” industriale della coltura coordinando i rapporti fra produttori e industriali con l’introduzione del metodo di pagamento delle bietole su base titolo zuccherino.

    L’impatto socio-economico della saccarifera per quel tempo e per diverso altro ancora è notevole e tutto da riscoprire. Grazie al lavoro oscuro di un uomo schivo, impegnato per tutta la vita nel chiuso dei laboratori ad analizzare quello che aveva seminato all’aperto, nei campi, e che divulgava al mondo accademico nazionale ed internazionale, ricevendone in cambio ulteriori conoscenze ed arricchimento, la bieticoltura si affermò in modo rapido e travolgente in pochi anni.

    Ottavio Munerati, come è stato ribadito dagli illustri studiosi il 9 ottobre del 1999 in Accademia dei Concordi, in occasione del convegno per il 50° della sua morte, merita il grande riconoscimento che gli uomini riservano ai benefattori. Il francese Michel Desprez lo ha onorato così: “…i nostri amici italiani hanno la fortuna d’annoverare scienziati in anticipo sui tempi. ..da Galileo …a Marconi …a Fermi. Penso si possa annoverare anche Munerati per la barbabietola da zucchero in questa gloriosa coorte”.

    Ringrazio per la preziosa disponibilità offerta con documentazione il Dr. Enrico Biancardi, Direttore dell’Istituto Sperimentale per le Colture Industriali, Sezione di Rovigo.

  • Giuseppe Fiocco (1884-1971)

    Giuseppe Fiocco (1884-1971)

    Un vivo ricordo di Giuseppe Fiocco, eminente critico d’arte del Novecento, nativo di Giacciano con Baruchella, è emerso recentemente grazie alla mostra allestita con raffinatezza nei Musei Civici agli Eremitani di Padova. L’importante rassegna, ispirata da quelli che sono stati definiti “I disegni del professore” (alludendo ovviamente alla proprietà e non all’esecuzione) è stata organizzata nelle sale del museo patavino da maggio a luglio del 2005: complessivamente 100 disegni di grandi artisti del passato, una piccola parte dell’importante tesoro, pervenuto alla Fondazione Cini di Venezia nel 1962, grazie al dono fattone proprio dal professor Fiocco.

    “Fogli” di una collezione privata, il Fondo Giuseppe Fiocco, raccolti con l’immancabile casualità delle scelte private e tuttavia capaci di ripercorrere, in velocissima sintesi, la lunga storia artistica del Settecento Veneziano, pur espressa nella forma d’arte che può sembrare ridotta, quale è appunto la grafica.

    E tutto è stato raccontato con un “segno” ininterrotto ed avvolgente, simile ad una tela di ragno, oppure con una linea frantumata e nervosa, la cui semplicità appariva solo illusoria: creazioni tratteggiate a penna, a inchiostro di china o con matite grasse colorate, in grado di rendere i chiaroscuri di una strana morbidezza.

    Particolare interesse ha destato il confronto tra il diverso modus grafico dei Maestri – TIEPOLO, PIAZZETTA, CANALETTO, PIRANESI, GUARDI … – così recitava l’emblematico titolo della rassegna, dove la sospensione era riferita ad uno stuolo di comprimari, utili a dare al percorso espositivo maggior lustro e chiarezza.

    Mostra tuttavia non facile da seguire e neppure banalmente centrata sul tema del collezionismo: al visitatore si richiedeva infatti sensibilità molto prensili e poca fretta, perché il “segno” per essere capito ha bisogno di un accostamento meditato, e a lungo essere osservato per coglierne la capacità espressiva. Poi, raggiunto il centro di questo incantato regno, difficile era dimenticare “quelle matite”.

    Di Gianbattista Pittoni si coglieva la qualità di maggior figurista del secolo in disegni chiari, tracciati con linea sottile, decisa e perfetta a contornare volti per lo più di donna, colti di tre quarti e soffusi di una grazia arguta per il caratteristico naso all’insù. Con Tiepolo si ammirava un gruppo di vecchi dalle folte barbe, radi capelli, occhi chiari malinconici e profondi: saggezza e dolore, che si compensavano a vicenda. La grafica del Piazzetta era invece di una splendida poesia chiaroscurale per il segno morbido e pastoso, tutto teso a rendere la pienezza della forma con un gioco sottile di ombre e luci.

    Pur essendo questi studi una sorta di brogliaccio per realizzarsi poi in dipinti, essi apparivano opere a sé stanti per l’effetto pittorico dovuto alla ricchezza quasi infinita della gradazione dei neri.

    Immediatezza, vivacità e brillantezza di tratto trasformavano poi un Capriccio d’architettura di Canaletto in un qualcosa di più di un sommario appunto o, per dirla alla veneziana, di uno “scaraboto”, termine scritto lungo un margine del foglio dall’artista stesso.

    E ancora… le splendide creazioni di Francesco Guardi, rischiarate da una luce di meriggio che, posandosi sui volumi, li rendeva più chiari, più tenui.

    A lungo durerà infine il ricordo dell’inevitabile confronto in casa Tiepolo fra Gianbattista e il figlio Giandomenico: costui sul palcoscenico della storia aveva fatto salire i suoi Pulcinella per sottolineare con sberleffi il ridicolo in cui era caduta la società veneziana di fine secolo.

    E se tutto questo era l’evento espositivo, il sottotitolo della rassegna – I DISEGNI DEL PROFESSORE – è ancor oggi un ottimo pretesto per tracciare un profilo di GIUSEPPE FIOCCO, senza nascondere una punta di orgoglio per la sua origine polesana.

    Nato a Giacciano con Baruchella (Rovigo) nel 1884 da famiglia di possidenti terrieri di origine veronese, nonostante le lunghe assenze dai luoghi natii ove trascorse la sua infanzia e la sua prima giovinezza, Giuseppe Fiocco restò legato al Polesine, come testimonia eloquentemente la sua volontà di essere sepolto a Badia, che fu rispettata alla morte giunta nel 1971.

    Piccolo di statura, ma dotato di una grande energia, dedicò la sua vita all’arte, alla critica e alla diffusione delle conoscenze relative al grande patrimonio artistico italiano. Laureatosi in giurisprudenza, si rese conto che quella non era la sua strada e pertanto raggiunse Roma per frequentare la Scuola di specializzazione in Storia dell’Arte, diretta da Adolfo Venturi, segnalandosi ben presto per l’acume delle sue osservazioni critiche.

    E’ però a Firenze che inizia la sua vita accademica nel 1926, per passare nel 1929 a Padova, dove fonda la famosa Scuola di Storia dell’Arte, faro nello studio della cultura veneta.

    Lasciata la cattedra padovana a 72 anni nel 1956, il Professore continua la sua attività all’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini di Venezia, facendone uno strumento moderno di ricerca.

    L’intuizione di Fiocco fu di ragionare attorno ad un artista pensandolo prima di tutto come uomo che si relaziona al suo tempo, di cui rivive gli elementi storici e sociali, spesso anticipando nella propria arte, forse inconsciamente, ciò che verrà.

    Convinto che la storia dell’arte non sia altro che un aspetto della più ampia storia della cultura, con sensibilità non disgiunta da spirito a volte fortemente polemico, questo nostro grande studioso scandaglia il percorso dell’arte veneta con qualità quasi da rabdomante. Toglie dall’ombra Paolo Veneziano, ci illumina sulla modernità dei colori del Carpaccio, libera Mantegna da pregiudizi antichi e recenti, parla di Veronese ma ampiamente anche dei collaterali e degli allievi, esalta il genio del Palladio, rilegge come “figurista” il vedutista Guardi.

    Soprattutto sposta l’attenzione della critica sul Rinascimento Veneto, quando l’arte di quest’epoca voleva dire solo Toscana, anzi solo Firenze. Ma è sul Settecento che si sofferma con maggior trasporto, scoprendone, sui moltissimi disegni della sua collezione, i luoghi, i tempi, i motivi e le ossessioni, espressi con la straordinaria forza evocativa del solo “segno”.

    Fiocco ha formato almeno due generazioni di studiosi e la sua conversazione brillante, che non mancava di punte polemiche, imprimeva al pensiero quella forza che del problema dell’arte faceva un argomento vivo e antiaccademico.

    Poco dopo aver donato alla Fondazione Cini la sua pregevole biblioteca e l’imponente raccolta di disegni, muore all’età di 87 anni nella sua casa di Padova, il 5 ottobre 1971, con il desiderio di essere sepolto nella tomba di famiglia a Badia Polesine.

  • La fiera spissochina

    La fiera spissochina

    Santi, dal lato di Villanova Marchesana, accostato ad un bel palazzo padronale, c’è un minuscolo oratorio, sorto nel 1682 per volontà dei nobili ferraresi Guido ed Alessandro Santi, che hanno imposto ovviamente il nome alla località, anche se è da rimarcare che, a quella data, la famiglia era presente ad Adria già da un paio di secoli, offrendo alla città ecclesiastici e notai.

    E, come tutti gli edifici, anche la chiesetta di Santi ha il suo mito di fondazione. Sarebbe sorta sul punto in cui la Madonna aveva lasciato l’impronta del suo piede, così come si verificò all’oratorio di Cisimatti e alla chiesa della Madonna della Galvana: “Queste tre chiese sono nate così. Un volta la Madonna è venuta sulla terra per vedere come andavano le cose perché gli uomini si lamentavano sempre… E camminando, camminando, poiché la Madonna voleva visitare ogni luogo per rendersi conto della situazione in poco tempo, faceva dei passi giganteschi, di un chilometro e più… A sfido mi! La ièra la Madona èla! Uno chi, un là, uno d’ sa da Po, un d’ là da Po. Alora, po’ quando cla Madona l’è ‘ndà in cielo, la ‘sènte i ha deciso che in dov’ ca ièra restà la pèca del pè dla Madona de farghe ‘na ciésa. E cussì è ‘gnù…” (Fonte: Antida Malerba).

    Un mito di fondazione simile agli innumerevoli motivi che attribuiscono ovunque la nascita di un edificio notabile, e la sua capacità di sfidare il tempo, sopravvivendo nei secoli all’impronta del piede, sia esso del diavolo, del paladino Orlando o di personaggi storicamente rilevanti.

    A Santi assistiamo al processo di cristianizzazione del mito, secondo il quale la Madonna prende il posto di esseri leggendari o magici. Bisogna far riferimento ad un’epoca segnata dalle difficoltà, in cui era certamente rischioso viaggiare nel buio della notte, vivere isolati in compagnia dei propri fantasmi, dover frequentare punti pericolosi per il cammino come poteva essere un traghetto: “Stè ‘tènti: no’ stè ‘ndare ai Santi ch’iè briganti e i ve cópa tuti quanti! Che valtri da Vilanova a g’nì ‘sà bù la prova”.

    Per superare la vulnerabilità psicologica si ricorreva alla tutela dei santi che umanizzavano l’ambiente rendendolo riconoscibile e controllabile.

    L’oratorio della località Santi è dedicato alla Natività della Madonna la cui festa si celebra l’8 settembre. Nel linguaggio popolare tale Madonna è detta “Madona infassà”, perché rappresentata come infanta in fasce, oppure Maria Bambina o ancora “Madona dei masci” perché immediatamente dopo l’8 settembre si raccoglievano i semi della canapa¹.

    Ancora adesso l’8 settembre a Santi rimane traccia di una fiera un tempo molto frequentata, partecipata e assai nota in tutto il circondario, in grado di richiamare gente da quei paesi che tradizionalmente gravitavano verso Santi a motivo del traghetto.

    Era detta la fiera delle patate americane perché “c’erano numerose bancarelle che si susseguivano una dietro l’altra ricolme di patate lesse o arroste. Poi bancarelle di ciuci e paste, soprattutto le offelle, paste tonde con la marmellata al centro, e i pevarìn, quei biscotti scuri col pepe. Naturalmente il ballo e i salti”.

    La fiera dei Santi era detta anche assai curiosamente “fiera spissochina”(cioè fiera dei pizzicotti), o “spissocóna” o ancora “spalpassóna”.

    Perché?

    Dicono gli informatori: “Perché la fiera durava sino al dopo cena, quando si faceva buio. Allora i giovani si davano da fare con le ragazze, allungavano le mani approfittando della poca luce per toccare”; “Perché giovanotti e signorine si appartavano nella golena del Po, lontano da sguardi indiscreti…”; “Perché c’erano ‘quelle donne’ che venivano appositamente per la fiera frequentata da molti uomini”. Molto più casto invece questo motivo: “Perché la gente era molto povera, non aveva soldi nemmeno per comprarsi le patate americane e così passando lungo le bancarelle spissocava (pizzicava) senza che il venditore se ne accorgesse e mangiava senza dover pagare”.

    Ma, fra tutte, più interessante mi sembra la seguente testimonianza: “Perché alla fiera, come per una sorta di corteggiamento, i fió passan’ dré a chi fióle i gó spissocava i brassi, ‘na massèla, in t’la schina, in t’na culata… I fióle i s’ ‘sirava par tirargh’ ‘na slèpa… Ma ‘l iéra un ‘sugo… Almanc’ a m’ paréa ca fuss’ acsì”.

    Non voglio lanciarmi in interpretazioni che porterebbero alquanto lontano e potrebbero sembrare o effettivamente essere troppo “tirate” da punto di vista antropologico. Mi limito soltanto a due notazioni.

    La fiera dell’otto settembre cadeva nel ciclo dell’equinozio d’autunno, dominato dalla figura di S. Michele, il santo pesatore delle anime. Il tempo equinoziale, come quello solstiziale, era tempo critico, tempo “forte”, di passaggio, e ciò spiega la persistenza nella tradizione di credenze radicate come quella che veniva chiamata la “Cavalcata di S. Michele”, cioè l’avvento di tre giorni di pioggia fredda e tempestosa durante i quali l’arcangelo dalla spada fiammeggiante si poteva intuire tra i nembi e le saette.

    Anteriormente alla sua cristianizzazione, la violenta perturbazione d’autunno si credeva provocata da “daemonii tempestarii”, che saliti dal mondo infero scagliavano fulmini di tra il cielo nero. La cosiddetta cavalcata, poi, era del tutto analoga alla “batùa” o “bataissa” di S. Giuseppe, che cadeva nell’equinozio di primavera.

    In secondo luogo il “gioco” dei pizzicotti, sembra condurre ad una sorta di rituale magico, volto ad evocare fertilità, che connotava in varia misura un po’ tutte le feste della tradizione popolare. Basti pensare all’ostentazione di forme procaci ed allusive nei travestimenti del corteo della Befana o a certe maschere carnevalesche nelle quali attributi sessuali sono ancor più manifesti. E ancora: nel mentre il “brusavècia” crepitava e si tentavano i segni dalle volute del fumo, i giovanotti inseguivano le ragazze per segnarle con un carbone oppure, molto più semplicemente, per pizzicarle dispettosamente…

  • La via Annia

    La via Annia

    La Via Annia¹, come molte delle strade costruite dai Romani, porta il nome del suo costruttore, che secondo l’ipotesi più accettata è da identificare nel pretore Tito Annio Rufo. Questi avrebbe costruito la via per collegare Adria con Padova nel 131 a.C., portando a termine l’opera avviata dal console Popillio Lenate che con la sua Via Popillia l’anno prima aveva permesso di raggiungere Adria da Rimini, capolinea della Via Aemilia.

    Questi importanti percorsi stradali avevano lo scopo di consentire facili collegamenti con i valichi alpini del versante nord-orientale e soprattutto con Aquileia, strategico centro militare ed economico.

    Sono due iscrizioni provenienti dalla stessa Aquileia a ricordarci una Via Annia e quindi a confermare l’esistenza di una strada con questa denominazione diretta all’importante città romana.

    Inoltre il nome della via lo possiamo dedurre da Agna, paese della Bassa Padovana, verso il quale la topografia aerea evidenzia chiaramente lo spezzone di rettifilo proveniente da Rottanova di Cavarzere lungo l’Adige, dopo aver interessato con un altro spezzone (sempre evidenziato dalla fotografia aerea) l’area a nord di Adria in direzione di località Tiro a Segno-Passetto.

    Fra quanti hanno preso in esame il tracciato del percorso, offrendo un quadro dettagliato degli studi elaborati a tale riguardo, va evidenziata l’attenta ricerca di Luciano Bosio inserita nel suo consistente volume “Le strade romane della Venetia e dell’Histria” (Editoriale Programma 1991).

    Ma non tutti gli studiosi sono concordi, alcuni ritengono che la Via Annia sia stata impostata oltre vent’anni prima nel 153 a.C., rifiutando Adria come capolinea della via e facendola partire dalla Via Aemilia all’altezza di Bologna per dirigersi, attraverso il ferrarese, ad Adria e per continuare poi verso Padova, Altino, Aquileia.

    Per questo caso, o almeno per il percorso Bologna-Adria, il costruttore è sempre un Annio: non il pretore Tito Annio Rufo ma il console Tito Annio Lusco al potere proprio nel 153 a.C.

    Che il territorio polesano conservi le tracce sepolte di quest’ultima importante arteria stradale è oggi particolarmente evidente, come detto, dai riscontri emersi dalle fotografie aeree a nord e a nord-ovest di Adria. Ma c’è di più, in quanto sono state in varie occasioni evidenziate testimonianze di un tracciato stradale nelle terre di Crespino e Gavello in direzione di Adria.

    Scavi eseguiti nel 1878 in località Dossi da Ab-el-Kader Modena, le prospezioni di superficie di Alessio De Bon intorno al 1937, le ripetute ricognizioni aeree e alcune evidenze stratigrafiche degli ultimi anni porterebbero a dedurre che effettivamente la via avesse, almeno nella sua prima impostazione, origine dalla Via Aemilia per merito proprio del console Tito Annio Lusco.

    Giovanni Uggeri richiama questo percorso, così argomentando: “Non è da escludere, tuttavia, che la Via Annia muovesse addirittura da Bologna su quel tracciato ad oriente dell’ Emilia “altinate”, che è stato suggerito da De Bon.”

    In quest’ottica va ricordato altresì che c’è chi, come il Wiseman, riferisce l’Annia al console del 153 a.C. e ne fa pertanto un’arteria autonoma, escludendo che si tratti di un prolungamento della Popillia” (UGGERI 1983).

    Sembra suffragare questa ipotesi anche un ristrovamento del 1997. In tale data a Ca’ Garzoni, di poco ad ovest di Adria, lo scavo di un profondo fossato ha messo in evidenza la sezione della via romana, mostrando nello stesso tempo le fasi evolutive del territorio attraverso le sequenze stratigrafiche dei sedimenti. La segnalazione di quanto emerso dalla pulizia del fossato mi è stata riferita da Pino Lucio Piva, responsabile della Sezione di Adria del Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici. La strada, in quel punto, era larga intorno a 6 metri, come si può desumere dai resti di trachite distribuiti a schiena d’asino, che ne costituivano il sottofondo.

    Il percorso viario è piuttosto sinuoso, solo per alcuni tratti rettilineo; nella tenuta Dossi di Gavello inoltre registra una biforcazione che in seguito si ricollega al tracciato ritenuto principale. Ciò fa pensare alla precarietà ambientale del territorio attraversato, con problemi legati a ristagni d’acqua e alla necessità di interventi di bonifica, come possono attestare i segni presenti nella foto aerea di fossati ortogonali tra loro che limitano ridotte particelle di suolo.

    Le tracce della via si portano verso e oltre Gavello, attraversando i territori di Crespino e di Pontecchio e mostrando deviazioni verso il Po. Sulla base di tutti questi elementi, non risulta dunque azzardata l’ipotesi di un percorso viario cronologicamente successivo all’Emilia-altinate voluta dal console M. Emilio Lepido nel 175 a.C., per consentire un più rapido collegamento tra l’area emiliana e quella nord-orientale veneta.

    E’ da pensare che Lepido avesse voluto di proposito evitare l’antico territorio deltizio per le difficoltà legate all’ambiente, in parte paludoso e vallivo e caratterizzato da diramazioni padane che allargavano il ventaglio da Ravenna a Chioggia, e che avesse pertanto progettato il percorso Bologna-Modena-area Altopolesana (Vico Variano)-Montagnana-Este-Padova per il collegamento con Altino verso Aquileia.

    E’ dunque quanto mai probabile che circa vent’anni dopo, nel 153 a.C., il console Tito Annio Lusco abbia ridotto le distanze fino ad Adria, intervenendo anche nella bonifica del suolo e adeguando il percorso in rapporto alle morfologie più idonee.

    In seguito Publio Popillio Lenate nel 132 a.C. decise la costruzione della sua strada, ancora più diretta da Rimini ad Altino, impostandola sulle dune prossime al litorale. E in questo contesto si inserisce la possibileprosecuzione della via da Adria a Padova, tradizionalmente attribuita al pretore Tito Annio Rufo.

  • Gli “stanti” a rischio di estinzione

    Gli “stanti” a rischio di estinzione

    Diciamoci la verità: chi di noi ha mai fatto caso a quei piccoli manufatti ai lati dell’argine del Po e se ne è preoccupato della loro esistenza e conservazione? Penso siano veramente pochi.

    Sono gli “stanti”, presenze di marmo a poco più di 40 cm. dal suolo che misuravano e misurano tuttora la distanza del fiume e sono (o meglio erano) distribuiti regolarmente da un unico lato del percorso arginale, partendo da Melara sino a Polesella. Iniziano dal n. 1 al confine col mantovano e proseguono regolarmente riportando i numeri progressivi, divenendo gli unici punti di riferimento idraulico.

    Sono lì da più di due secoli però tutto fa pensare che ormai avranno vita breve. Se nessuno interverrà, infatti, la loro fine è segnata e saranno distrutti nel più completo anonimato e senza che nessuno faccia qualcosa.

    Si ha un bel dire oggi di rivalutare i segni del passato, ma le cose sembrano andare diversamente visto che non si riesce neppure a salvaguardare questi piccoli importanti segni messi appositamente dagli ufficiali idraulici tanti anni fa.

    L’allarme è venuto da alcuni volontari del paese di Melara che hanno notato come negli ultimi anni questi oggetti di marmo a forma quadrata (25 x 25 x 40), che fungono da segnalazione terrestre del corso del Po, siano stati bistrattati e rotti, al punto che ne mancano parecchi di quanti dovrebbero apparire per una corretta visione delle distanze.

    In particolare mancano all’appello cinque stanti (i numeri 1, 3, 7, 9 e 13). Non solo, ma altri sei sono rovesciati in modo preoccupante, tanto che oramai aspettano solo il colpo di grazia per sparire (nn. 2, 4, 8, 11, 19 e 22), uno è abbassato rispetto al piano arginale (il 14). Solo dodici si possono ammirare nel loro originale aspetto e funzione.

    Ma il pericolo non è solo questo: sono infatti letteralmente spariti quei piccoli cippi che segnalavano la zona delle golene, almeno sette non ci sono più. Per fortuna è rimasto il più antico: quello che funge da confine fra Melara e Bergantino in località Mariconda, in trachite, databile alla fine del Settecento.

    Quali le cause di tanta trascuratezza? I lavori del 1951 e successivi aggiustamenti della sommità in zona S.Croce, ma anche lo sfalcio dell’erba con mezzi meccanici ha provocato danni. Da qui scatta la denuncia: possibile che non si riesca a salvarli dal degrado, ripristinando anche le originali scritte e dandogli sopra una vernice protettiva contro gli agenti inquinanti?

    In fondo sono talmente piccoli che per salvarli basterebbe solo un po’ di buona volontà, unita ad accortezza quando si va a sfalciare periodicamente l’erba. Sempre però che si voglia veramente salvaguardare i “testimoni” del nostro passato, che certamente non danno fastidio ad alcuno ed anzi ci fanno compagnia nelle passeggiate sull’argine. E non si cominci il rimpallo della responsabilità sul chi tocca farlo (Aipo, amministrazioni comunali ecc.).

  • Le meraviglie della campagna

    Le meraviglie della campagna

    Mi colpiscono sempre le notizie che ogni tanto vengono diffuse riguardo ai bambini di oggi, che spesso ignorano come sono fatte le galline, che pensano che le uova escano così perfette dal nastro trasportatore di una fabbrica, che credono che le mucche siano lilla come quella di una nota marca di cioccolato o che saltino agilmente le staccionate dei campi. Bambini che, per stile di vita o perchè abitano in città molto grandi, non hanno la possibilità di entrare in contatto con la campagna e i suoi ritmi. Ma per fortuna non mancano iniziative volte a favorire un auspicabile riavvicinamento e un salutare dialogo tra la campagna e chi, la campagna, non la conosce.

    La Coldiretti, organizzazione leader nel settore a livello nazionale, che riunisce migliaia di aziende agricole, è promotrice di una di queste iniziative che tende a favorire la diffusione di tale scambio di conoscenze ed esperienze. Il progetto si chiama “A Scuola in Campagna” e rientra nel più vasto programma nazionale della Coldiretti denominato Educazione alla Campagna Amica, nato dalla necessità di far riscoprire il legame stretto fra agricoltura e società, tradizione ed innovazione, dialogo tra il consumatore e il produttore.

    “Molto spesso il settore dell’agricoltura risulta abbastanza sconosciuto o virtuale per i ragazzi, che non vi crescono – afferma il Presidente della Coldiretti Prov.le di Rovigo Valentino Bosco -. La stessa possibilità di avere tutto l’anno qualsiasi tipo di cibo disponibile sulle nostre tavole, fa perdere loro il senso della stagionalità dei prodotti agricoli. Conoscere i prodotti del nostro territorio, l’ambiente in cui vengono coltivati o allevati ed i metodi usati per la produzione, dà la possibilità ai giovani di apprezzarli, di acquistare consapevolezza dei tempi della natura e, di conseguenza, di maturare scelte più attente, assumendo uno stile di vita più consapevole”.

    Il modo più semplice per far incontrare questi due mondi è stato quello di permettere alle scuole (e non solo a queste) l’accesso nelle aziende agricole. Nascono così le Fattorie Didattiche, ovvero aziende gestite da imprenditori agricoli, che hanno scelto di aggiungere un’attività di accoglienza e di visitazione alle attività produttive già esistenti. La fattoria didattica è in grado di ospitare e svolgere attività didattiche e divulgative, prioritariamente a favore delle scuole ad ogni livello ma anche a favore di consumatori tutti. L’azienda, nel momento in cui diventa “didattica”, sceglie di dedicarsi ad una nuova attività di servizio, aprendo i propri cancelli al pubblico interessato.

    Insieme agli imprenditori agricoli, i visitatori, per lo più ragazzi delle scuole, che programmano le visite, imparano come si coltiva la terra, si allevano gli animali, si leggono gli avvenimenti della natura nel susseguirsi delle stagioni. Il tutto nel massimo rispetto dell’ambiente, cercando di mantenere le tradizioni e le conoscenze acquisite e passate di generazione in generazione.

    Le aziende agricole dell’Associazione Polesana Coltivatori Diretti che hanno aderito al progetto “A Scuola in Campagna” sono quattordici, distribuite su tutto il territorio polesano (si veda cartina) e sono diventate tali dopo un percorso di formazione curato dalla Coldiretti, al fine di proporre alle scolaresche un’attività garantita e sicura, rispondente agli obiettivi definiti con gli insegnanti e impegnandosi a rispettare regole di qualità condivise e codificate in quello che possiamo indicare come il Decalogo di una Agricoltura Responsabile:

    1) Praticare metodi di coltivazione a basso impatto ambientale e biologici;

    2) Partecipare alla formazione specifica e agli aggiornamenti programmati dall’Associazione;

    3) Predisporre locali aziendali, idonei all’accoglienza delle classi, allo sviluppo delle attività di laboratorio o alternative in caso di maltempo;

    4) Garantire la migliore accoglienza, in spazi sicuri, ove i gruppi possono consumare la merenda o il pranzo;

    5) Garantire la presenza di uno o più operatori responsabili per la guida alle visite, lo svolgimento delle attività didattiche e la gestione dei laboratori in azienda;

    6) Rispettare le norme sanitarie e di sicurezza vigenti in materia e possedere un assicurazione di responsabilità civile;

    7) Assicurare l’inaccessibilità dei bambini ad attrezzature o sostanze per loro pericolose;

    8) Verificare con gli insegnanti eventuali energie o intolleranze dei bambini;

    9) Accogliere un numero di bambini rapportato alla disponibilità dell’azienda e agli operatori;

    10) Definire anticipatamente con gli insegnanti gli obiettivi, il programma e le attività pratiche o alternative, da svolgere con i ragazzi, in caso di mal tempo.

    Per chi desideri scoprire le meraviglie della campagna, forniamo l’elenco delle Fattorie Didattiche polesane e alcune delle loro caratteristiche:

    Azienda Agricola BALBO PAOLO – GAIBA – L’azienda coltiva grano, soia, mais, bietole, frutteto di pero e vigneto; inoltre si allevano vitelli da carne, dallo svezzamento all’ingrasso, animali da cortile e alcuni cavalli per la passione delle figlie.

    Azienda Agricola ZANAVRIN – FICAROLO – Visitando l’azienda si possono riconoscere le varie specie di colture frutticole (pere, susine, pesche) e gli insetti utili e dannosi per il contenimento delle malattie delle piante. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola FONDO MADONNINA – GAIBA – La produzione aziendale è prevalentemente cerealicola, con allevamento di animali di bassa corte, ortaggi e piante da frutto, e da essa si accede agli itinerari naturalistici sul fiume Po.

    Azienda Agricola CA’ COLOMBARINA – OCCHIOBELLO – Inserita sotto l’argine del Po, ha un frutteto composto da molteplici varietà di frutta, uno stagno e un filare di olmi. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola CHICCO VERDE – VILLANOVA DEL GHEBBO – La corte si presenta ampia, contornata da siepi autoctone, vigneto e alberi da frutto. Ha anche un punto vendita aziendale dove si possono acquistare prodotti freschi e trasformati (succo di mela, pera, uva, farine e miele). È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola IL BOSCO – BOSARO – Dotata di un ampio parco per i giochi, l’azienda coltiva, oltre ai cereali, aglio, asparago bianco, mele, pere e pesche.

    Azienda Agricola BARCHESSA – CONCADIRAME – La corte si presenta accogliente e di interesse storico con un ampio edificio rurale di architettura veneziana risalente al 1750. Di recente sono state messe a dimora querce, noci, noccioli, frassini, olmi, pioppi, aceri e acacie per creare una macchia boscosa, che rende più confortevoli le passeggiate verso una zona umida. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola LA MINOTTELLA – FRASSINELLE – Si coltivano cereali, mais, aglio bianco, asparago bianco, colture orticole e vigneto. Da alcuni anni è stata introdotta una nuova coltivazione di rosa canina, le cui bacche sono richieste da fiorerie e erboristerie. Si allevano anche polli, anatre e conigli ad uso familiare. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola ANZOLO – ADRIA – Sull’aia scorazzano animali di bassa corte (galline, tacchini, oche, faraone) e viene essicato l’aglio prima della lavorazione. Si coltivano ortaggi, cereali, barbabietole e zucche, tra le quali la “luffa”, l’unica zucca la cui fibra si trasforma in spugna naturale. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola CORTE S. LORENZO – BARICETTA – Azienda che produce mais, barbabietole, girasole, grano a rotazione. Il prodotto che caratterizza l’azienda è la patata dolce o patata americana (batata). È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola CAMPAGNA ALTA – CORBOLA – La corte conserva il fienile e la stalla dove si allevano maiali e vitelloni da ingrasso. Inoltre è contornata da alberi da frutto di diversi specie. È iscritta all’Elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola L’OCARINA – GRILLARA – ARIANO POLESINE – Sorge nei pressi delle dune fossili, nel cuore del Delta del Po. Il nome “L’ocarina” deriva dai curiosi strumenti musicali che il nonno e il figlio continuano a costruire a mano con l’argilla. È iscritta all’elenco Fattorie Didattiche della Regione Veneto.

    Azienda Agricola RAMELLO – ARIANO POLESINE – L’attività principale è costituita dall’allevamento avicolo di carne, di maiali e pecore con alimentazione esclusivamente a base vegetale OGM free.

    Azienda Agricola LA CA’ DEL DELTA – PORTO TOLLE – L’azienda, ubicata nell’isola di Ca’ Venier, coltiva barbabietole, cereali, medica e ortaggi. Alleva maiali, conigli, bufali e struzzi, pecore e asinelli. Inoltre svolge attività agrituristica di ristorazione e alloggio.

    È stata inserita nella rete Fattorie Didattiche di Coldiretti anche l’OASI DI CA’ MELLO – PORTO TOLLE – Trattasi di una zona umida nel Parco del Delta del Po, ai confini con la Sacca di Scardovari dove si cerca di mantenere inalterata la vegetazione autoctona per favorire la sosta e la nidificazione della fauna locale. Ci sono vari percorsi naturalistici, che si possono fare a piedi o in bicicletta, ed un Centro per l’accoglienza ed il ristoro dei visitatori. Nei programmi di Veneto Agricoltura l’Oasi, già meta di numerose scolaresche, diventerà un sito provinciale di riferimento didattico-scientifico per l’Educazione Ambientale.

    Per informazioni e prenotazioni delle visite guidate, contattare la Coldiretti: Segreteria Provinciale “Progetto Scuola” Via A. Mario, 19 – Rovigo Tel. 0425/2018 – Fax 0425/28543 e-mail: rovigo@coldiretti.it lorenza.bellettato@coldiretti.it

  • Monumenti per non dimenticare

    Monumenti per non dimenticare

    Nel 1915 l’Italia impugnava baldanzosa le armi ed entrava nella Prima guerra mondiale, destinata, purtroppo, come è ben noto, a fare molte vittime. Trent’anni più tardi, nel 1945, si chiudeva un’altra pagina dolorosa del XX secolo, con i lutti e le distruzioni della Seconda guerra mondiale.

    Questi due eventi bellici hanno segnato profondamente la storia globale per molti decenni successivi, imprimendo in modo marcato le loro tracce anche a livello locale.

    Le sofferenze di chi visse negli anni del secondo conflitto mondiale sono state ricordate da alcuni contributi raccolti da Ventaglio Novanta n. 31, nel sessantesimo anniversario della sua conclusione. Ma accanto ai ricordi personali o privati, rimangono nel territorio, come cicatrici incancellabili e custodi della memoria, alcuni monumenti, che a volte sfiorano appena il frettoloso scorrere della vita quotidiana o restano per molti muti e sconosciuti. Proviamo a far parlare queste testimonianze con un breve tragitto nella zona di Grignano.

    L’appuntamento per il nostro itinerario di conoscenza è in piazza Umberto I, baricentro del paese, caratterizzata dal Pavajon, l’edificio simbolo di Grignano, legato alla secolare tradizione della “Comuna”. All’angolo opposto sorge, invece, il Monumento ai Caduti, verso cui è diretto l’attuale nostro interesse. Fu realizzato nel 1953, in bronzo e marmo, dallo sculture rodigino Virgilio Milani (1888-1977). Un’opera importante ed articolata, il cui pilastro centrale è dominato dalla statua di una donna, che stringe in mano una fiaccola e che rappresenta la Libertà.

    Altre tre statue sono poste su un livello inferiore: raffigurano il soldato caduto nella guerra del ‘15-’18, il soldato disperso nella guerra combattuta tra il 1940 e il 1945 e, infine, il martire della libertà. Sui lati del basamento quattro lapidi riportano i nomi degli abitanti di Grignano che hanno perso la vita in queste circostanze.

    Di fronte al monumento, seminascosta dalle automobili parcheggiate, una Pietra proveniente dal Monte Grappa ricorda l’eroico sacrificio sostenuto dai soldati italiani per la difesa dei confini nazionali nella Grande Guerra. La lapide bronzea così recita:

    Nè disertori o vinti io mai nascosi e qui fui posto ad esaltar gli eroi. Dal Monte Grappa 1915 – 1918

    Nell’elenco di coloro che morirono durante la Resistenza, fra l’8 settembre 1943 e la primavera del 1945, compaiono anche cinque donne: Bellinello Angelina, Crivellin Angelina, Celega Oliva, Milan Caterina e Osti Nina Tebe.

    Ma i primi due nomi indicati sono quelli di Giuseppe nob. Mazzo e di Rodolfo Rossi, la cui storia non è molto nota. Nei libri non se ne trova traccia. Eppure all’epoca dei fatti, la loro tragica morte dovette destare una forte impressione in paese, se proprio a costoro sono state dedicate due vie di Grignano. L’unica testimonianza sembra conservata negli “Atti del Consiglio Comunale di Rovigo”, che contengono una delibera del 17 ottobre 1946, mediante la quale a Grignano il nome di “via Campestrin” veniva sostituito con quello di “via G. Mazzo”. Nella stessa occasione si proponeva lasciare il toponimo “via Capolavia” a favore di “via Rodolfo Rossi”, ma in questo caso la delibera fu approvata due anni dopo, l’8 novembre 1948. Nella motivazione che accompagna la richiesta del cambio di denominazione si ricorda che: Rodolfo Rossi, come è noto, venne impiccato dai nazi-fascisti, a Rivoli, il 13 agosto 1944. A proposito della sua vita si dice solamente che, bracciante agricolo, residente a Grignano, aveva 30 anni e lasciò la moglie con quattro figli.

    Via Rodolfo Rossi e via Giuseppe Mazzo sono due strade chiuse, che si perdono nella campagna: la prima si trova, in uscita dal paese, all’incrocio tra via Carlo Forlanini e via Ponte Merlo; la seconda parte da piazza Umberto I, sul lato a sud, nell’angolo dove sorge il monumento ai caduti. Lungo questa via si può ancora vedere la casa natale di Giuseppe Mazzo. Una lapide sul muro ricorda il sacrificio, compiuto in nome del sacro ideale d’Italia, di questo giovane nato il 9 ottobre 1922 e fucilato nel Castello di Gorizia il 18 dicembre 1944.

    Soldato dell’esercito italiano, dopo la proclamazione dell’armistizio avvenuta l’8 settembre del 1943, non si schierò al fianco delle truppe tedesche. I nazi-fascisti, quindi, dopo averlo catturato, lo condannarono a morte come militante nelle formazioni partigiane. Giuseppe Mazzo apparteneva ad una famiglia nobile. Il padre vendette uno dei più grandi mulini di Grignano, di cui era proprietario, per far costruire nel cimitero del paese una tomba monumentale, tuttora presente.

    Dagli “Atti del Consiglio Comunale” si apprende ancora che la sua vicenda trovò spazio sulla stampa locale e che l’intitolazione della via giunse a seguito di altre onoranze tributate alla sua memoria dai compaesani.

    Il dolore a volte si mescola alla felicità. La commemorazione straziante di chi a causa della guerra non ha fatto ritorno a casa, si alterna alla gioia di quanti hanno potuto riabbracciare i propri cari. Così, proseguendo lungo via Mazzo, oltre il cimitero, poco prima che la strada asfaltata finisca e inizi una carreggiata sterrata, si giunge ad un’altra testimonianza legata al periodo bellico, questa volta per ringraziare il Cielo per lo scampato pericolo.

    Si tratta dell’oratorio di San Francesco, di proprietà della famiglia Milan. Sulla trabeazione si legge la dedica al Divo Francisco. Il centro del frontone è occupato da un clipeo, al cui interno è raffigurata una croce contornata dalla scritta Deus meus et omnia, probabilmente tratta da un salmo del santo di Assisi. All’interno, il soffitto e il paliotto erano decorati con pitture del maestro rodigino Gian Paolo Berto, ma durante l’alluvione del 1951 si riuscì a salvare dalle acque solo la tela dell’altare.

    La cappella fu fatta costruire durante la Seconda guerra mondiale da Francesco Milan, in attesa del ritorno dei figli dal fronte. Tutti ebbero salva la vita e il voto fu mantenuto: il 4 ottobre 1946 la chiesetta fu consacrata con una grande festa che, recuperata da qualche anno, raduna ancora circa duecento persone tra gli abitanti della via e i nativi della zona.

    Un’altra testimonianza nata con analoga motivazione la troviamo a pochi metri da piazza Umberto I, all’inizio di via Ponte Merlo. Qui, in una piccola nicchia sorretta da due colonnine di marmo, è racchiusa una statua di Sant’Antonio. Questo è quanto rimane di un capitello, che fu ridimensionato nei primi anni ‘70. Lo aveva fatto costruire Emanuele Osti, detto “Ostareo”, dopo essere sopravvissuto miracolosamente ad uno dei bombardamenti che colpì la città di Padova tra il 1943 e il 1944. L’immagine del Santo, in bronzo, fu procurata personalmente da un altro religioso che in seguito è salito agli onori degli altari, padre Leopoldo Mandic.

    Si conclude così questo insolito itinerario inteso a dar voce ai monumenti di Grignano, sorti quali testimonianze collettive o private di vicende legate alle grandi guerre che hanno insanguinato il XX secolo.

    Ringrazio Francesco Milan e il maestro Carlo Alberto Rossi di Grignano per il contributo informativo, la signora Antonella Finatti dell’Archivio Comunale di Rovigo e Edda Crivelletto per il reperimento delle fonti documentarie.

  • Il Castello di Trecenta

    Il Castello di Trecenta

    Diversi furono i castelli costruiti, nei secoli successivi all’anno 1000, in Polesine, in quanto terra di confine tra il ducato di Ferrara, la signoria veronese degli Scaligeri, quella mantovana dei Bonacolsi sostituita poi dai Gonzaga, quella padovana e la via via sempre più potente Repubblica Veneta. Castelli più o meno grandi, più o meno importanti, a seconda del ruolo che essi dovevano svolgere, soprattutto per la difesa del territorio circostante. Si trattava per lo più di fortezze, destinate soprattutto ai balestrieri, ai soldati e ai cavalleggeri.

    Castelguglielmo è tra tutte la località quella che ne mantiene ancora oggi il nome, il quale rimanda al castello fatto erigere da Guglielmo III degli Adelardi, di cui però non esiste più alcuna traccia. Ma anche Trecenta, come Badia Polesine, Lendinara, Fratta Polesine, aveva il suo castello.

    Del maniero di Trecenta ne parla lo storico Guarini nel suo “Compendio istorico” e lo definisce come una “fortissima” costruzione venduta dal Comune in data 4 marzo 1283 a Obizzone, marchese d’Este e di Ancona. Si trattava di Obizzo II, noto in Polesine anche per il suo interesse verso la città di Rovigo alla quale, morendo nel 1293, destinò in eredità una cospicua somma per la costruzione della chiesa di S. Francesco con attiguo monastero per i frati francescani.

    Il Guarini non fa menzione del luogo in cui sorgeva il castello trecentano. Solo dalle descrizioni che il cronista veneziano Marin Sanudo fa nel suo “Itinerario per la terraferma veneziana”, scritto in seguito a un suo lungo viaggio nel Veneto e in Polesine, si intuisce che probabilmente esso era ubicato sull’argine destro del Tartaro, in quanto il fiume costituiva il confine settentrionale del ducato.

    Si trattava di una possente rocca posta a guardia del passo esistente sul fiume per cui, essendo questo l’unico accesso stradale verso le terre del basso Veronese e della bassa Padovana, il castello era stato appositamente edificato in questo punto, ritenuto strategico.

    Non si hanno notizie sul suo aspetto architettonico. Si sa soltanto che non aveva torrioni né era recintato da mura. Si presume – come dice Cristino Sartorelli nelle sue “Notizie storiche su Trecenta” – che i suoi merli fossero rettangolari in quanto era questa la caratteristica dei castelli di parte guelfa, come, appunto, doveva essere, giacché guelfi erano gli Estensi legati alla politica del Papato.

    Il castello di Trecenta fu spesso teatro delle aspre contese disputatesi nel Polesine, delle alterne invasioni e scorribande nate dopo la morte di Obizzo II a causa dei tre litigiosissimi figli, in lotta aperta tra di loro e pronti ad allearsi nella disputa fratricida con Ferraresi, Padovani e vari duchi e signorotti della zona, provenienti anche dal vicino territorio Veronese. Fu così che nel 1306 – come riferisce il Sartorelli – anche Trecenta, similmente a tante altre località limitrofe, ebbe il castello bruciato dai fuorusciti di Ferrara, ai quali si erano uniti, per invadere il Ferrarese e il Polesine, anche Alboino della Scala, Salinguerra III, Rambaldi e Bonacorsi.

    L’anno successivo, Azzo VIII d’Este riprese il maniero e lo restaurò, cosicché a Trecenta restò a significare il potere degli Estensi fino al 1510 quando il duca Alfonso I ne decretò la demolizione, forse ritenendo troppo oneroso programmare un intervento di restauro.

    Nell’attuale centro storico di Trecenta esiste ancora oggi una torre, considerata l’emblema cittadino, ma questa costruzione non ha nulla a che vedere con il castello medioevale: fu infatti edificata in tempi più recenti, forse proprio per ricordare quell’antica rocca.

    Prima dell’anno 1888 la sua altezza era di poco superiore ai fabbricati circostanti. Fu soltanto in questo anno che il Comune decise di rialzarla e dotarla di un orologio. Per il suono delle ore vi fu collocata anche una campana, acquistata dal Comune di Bagnolo di Po, il quale l’aveva tolta con le altre dalla sua chiesa per sostituirle con delle nuove di dimensioni maggiori.

    Per diversi anni questa torre, con la restante parte del fabbricato cui era addossata, divenne la sede della Giudicatura di Pace. Nel 1867, finita la dominazione austriaca, la parte a nord e a ponente dell’edificio in cui risulta inglobata la torre fu ceduta alla Deputazione provinciale di Rovigo che la utilizzò quale caserma dei Carabinieri. Dal 1874 la parte a sud divenne la sede dell’ufficio postale mentre i locali sovrastanti vennero utilizzati per la biblioteca circolante. Ricorda sempre il Sartorelli, che sulla facciata rivolta verso la piazza nel 1887 fu affisso un medaglione in bronzo, riproducente la testa di Giuseppe Garibaldi, opera dello scultore romano Ettore Ferrari.

    Recentemente su tutto l’edificio è stato effettuato, a cura del Comune, un completo ed efficace restauro. Attualmente esso ospita al piano terra una capiente sala civica e gli uffici dei vigili urbani. Al piano superiore i locali sono stati destinati alla biblioteca comunale.

    A poca distanza da questa torre civica, verso sud, sorge il palazzo municipale. Si tratta della villa Trebbi, che un tempo si affacciava su un ampio giardino verso la piazza, contornato da un muro di cinta. Fu acquistata dal Comune nel 1875, assieme alle adiacenti scuderie. La villa fu trasformata in residenza municipale e il rustico, ora completamente trasformato, fu destinato a sede delle scuole comunali.

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