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Archivi: Articoli d’archivio

  • Caro prof. De Poli

    Caro prof. De Poli

    A distanza di oltre un anno dalla scomparsa del prof. Flaminio De Poli, avverto come il bisogno di ritrovare il senso del suo magistero in questa nostra storia polesana, ripetendo e, anche aggiungendo, qualche riflessione.

    Quando si dice: sono stato allievo del prof.Tale o Tal altro, il più delle volte si ha come l’impressione di ripetere qualcosa di scontato, quasi si trattasse di un capitolo chiuso, risolto in se stesso. In realtà, se ci pensiamo, chi ha esercitato la funzione di maestro, insegnante, se l’ha fatto con il carisma dell’intelligenza e dell’umanità, lascia tracce profonde nella formazione degli allievi e allora si dovrebbe chiedersi in quali delle nostre scelte, ideologie ha inciso il suo segno; quali comportamenti e pensieri ha stimolato; quale forza mantiene il suo ricordo; dunque non è scontato ribadire la consapevolezza di essere stati allievi di qualcuno, perchè un’intensa riflessione ci avvertirà di quanto gli siamo debitori, quanto ancora sia vivo il suo insegnamento.

    De Poli è stato insegnante di italiano e latino al “Celio” e poi preside alle Magistrali di Adria e Rovigo. Difficile dire in poche righe quale sia stato il suo messaggio: qualcuno potrebbe parlare di cultura, altri di intelligenza, di preparazione. Se il prof. De Poli fosse stato un grande filologo o letterato o, che so, un cervellone che sapeva a memoria la Divina Commedia, credo che sì, lo ricorderei, ma senza passione, perché poi, tutte le cognizioni che si perseguono con lo studio durano il tempo che durano; quello che resta è qualcosa di vivo e umano. Certo il prof. De Poli è stato anche filologo, letterato, dantista, ma lo è stato in modo tutto speciale, con passione e originalità, fissando un modello concreto di concisione espressiva, esplicando a sua volta una produzione letteraria, esercitando costantemente uno spirito critico tante volte corrosivo, ma mai fine a se stesso. Così una lezione su Machiavelli poteva concludersi, in modo irrituale, con una battuta fulminante: un filibustiere che ha insegnato a fare il proprio utile, altro che lo storico che amava l’Italia! Era proprio questo esercizio critico, così contrastante con il modello tradizionale di allora, a calamitare l’attenzione, a indurre interesse, ammirazione; prendeva forma l’orgoglio di essere scolari del prof. De Poli e dava un piacere quasi inesprimibile riportare certi giudizi letterari, che non si trovavano in nessun libro in circolazione, ma erano nati da quello spirito così attivo e inesauribile. Pure, la prima infatuazione era un tantino infantile: soggiogati dal suo eloquio incisivo, concatenato in una struttura logica stringente, restavamo a bocca aperta, a volte perfino si avvertiva il panico di essere chiamati, interpellati e forse l’orgoglio di essere suoi scolari si esauriva nell’ammirazione che si prova verso un professore competente; così magari si esibiva il suo nome per tacitare i compagni di altre scuole, vantando insegnanti di gran lunga superiori. Solo l’ultimo anno di liceo, consapevole dei mutamenti che accompagnavano il mio processo di maturazione morale e psicologica, a quell’iniziale infatuazione è subentrata un’idea più precisa, concreta dell’incidenza dell’insegnamento del prof. De Poli. Leggevo già molto di più allora; potevo così confrontare le mie impressioni con l’analisi del professore, ne cavavo stimoli interessanti. L’esortazione a documentare, a citare versi ed espressioni d’autore acquistava senso e la rielaborazione della materia di studio si approfondiva. Del romanzo manzoniano veniva colto soprattutto lo spirito civile, mentre appariva ridicolo che dei contadini parlassero un italiano colto. Autori sottovalutati come Pascoli, Fogazzaro e poeti moderni allora sì e no nominati come Ungaretti e Montale acquistavano straordinario interesse nelle lezioni del prof. De Poli. Non erano mai versioni quietiste, semmai chiaroscuri: in nessuno l’interprete si riconosceva del tutto; lettura e critica si fondevano con passione; l’informazione passava al vaglio di una coscienza severa, perfino intransigente.

    Ma che cosa rendeva così intenso il messaggio? L’insegnante costituisce un medium fatto non solo di indagine scientifica, ma di umanità. Ed è questo forse, l’aspetto che più mi ha attratto. Sarà forse per il fatto che il professore, collega e amico di mio padre, era un nome familiare nella nostra quotidianità: era il collega più giovane che aveva figli di età vicina alla nostra; era l’intellettuale, di cui già circolavano i giudizi forti, personali; era il poeta e scrittore che in tempi di magra pubblicava scritti e saggi acuti e dunque si distingueva, nell’esame dei testi, come l’artista che interpreta…

    Ma questa umanità coraggiosa in quali forme si esplicava? Schivo e antiretorico com’era, tendeva a non manifestarla; al tempo stesso, noi alunni ci rendevamo conto di non essere solo dei numeri: eravamo giovani cui trasmettere un esempio. Raramente – questa è la mia esperienza – un voto scendeva sotto il cinque, ma questa insufficienza conteneva in sé una riprovazione morale; non interessava al professore una condanna senza appelli, un numero esageratamente negativo che avrebbe magari demotivato del tutto l’allievo; bastava l’insufficienza e risalire la china era difficile, comportava volontà, umiltà, l’esercizio di quelle doti che il professore stesso aveva valorizzato nei suoi difficili studi.

    A volte, un episodio apparentemente poco significativo gettava luce sul suo mondo delle origini: la campagna, la piccola parrocchia di paese. Un nostro compagno piuttosto svogliato rispondeva a monosillabi nel corso di un’interrogazione. “Ma che cosa hai fatto tutta la domenica?”-provava a provocarlo il prof. De Poli. “Ho giocato a biliardo”. “Dove?” “In centro parrocchiale” . “Ah sì? Magari col parroco”-si divertiva l’insegnante e in questo gioco di rimando, si capiva che quella realtà mandava riflessi noti, richiamava un mondo di affetti, un passato mai dimenticato.

    Ma era nelle sue lezioni che questa forte umanità si intrideva nel messaggio: il professore immetteva nei versi danteschi sulla giustizia tutte le sue ansie, le sue attese; l’uomo e lo studioso facevano tutt’uno e le parole di Dante ribadivano la sua filosofia del dubbio.

    Sensibile ai valori fondanti della società, esigeva il rispetto, la tolleranza, la solidarietà. Proverbiale il senso della rettitudine che, nella nostra famiglia, avemmo modo di conoscere. Un giorno che chiese a mio padre di tenere un paio di lezioni di pianoforte a due dei suoi figli, mandò in anticipo il compenso: voleva essere considerato uno come gli altri, senza sconti.

    Colto, acuto, pareva non appagarsi mai delle risposte convenzionali, generiche e spesso l’irruenza del carattere lo portava alla polemica. Il bersaglio era sempre l’autorità e chi la rappresentava. Uno spirito libero che si scontrava con i muri del pregiudizio e della furberia.

    In questa sua orgogliosa solitudine, cosa poteva apparire a noi allievi spauriti del Classico ? All’inizio, sicuramente una persona superiore, inavvicinabile e quindi temibile. Poi, con il passare degli anni, ne abbiamo compreso la dimensione umana. Quella artistica si potrà forse cogliere di più in futuro, come capita per chi ha innovato, inventato. Resta tuttora viva l’intensità della Messa funebre, condivisa con i presenti di quell’ assolato pomeriggio di luglio.

    “Caro prof. De Poli…”-ha esordito con voce commossa una sua allieva al momento delle intenzioni di preghiera: in queste semplici parole si condensa un po’ tutto, l’idea di un “ritratto in piedi” dove la figura del professore esce intera, nell’austerità e nell’impegno culturale.

  • Il primo seme del turismo

    Il primo seme del turismo

    La provincia di Rovigo non può certamente vantare una tradizione turistica come le province limitrofe, così ricche di interessi artistici, vicende storiche, attrazioni paesaggistiche….Tuttavia non mancano nel territorio polesano aspetti positivi, ed è indubitabile una vocazione turistica, per troppo tempo misconosciuta a causa di circostanze che hanno reso prioritarie ben altre esigenze; in primis la convivenza con i due grandi fiumi, spesso minacciosi per la sicurezza del territorio, e la precarietà di una economia basata prevalentemente sull’agricoltura.

    Negli ultimi tempi possiamo però constatare come vi sia un rinnovato interesse nei confronti della salvaguardia del territorio, della ricerca storica e della riscoperta di antiche tradizioni. Tutto ciò sta finalmente portando alla valorizzazione di un patrimonio culturale, oggetto di attenzione non solo da parte degli abitanti di questa provincia, ma anche da parte di numerosi forestieri, che possono trascorrere una giornata in Polesine spinti da interessi turistici veri e propri. Al giorno d’oggi non è certo difficile incontrare una scolaresca o un gruppo organizzato, accompagnati da una guida ben preparata a visitare il Museo Etrusco di Adria, l’Accademia dei Concordi o il centro storico di Rovigo.

    Il passaggio da un turismo occasionale e improvvisato ad un turismo organizzato e professionale, non è stato certo un evento fortuito, ma è stato il frutto di una iniziativa sorta e sviluppatasi nell’ambito del CTG di Rovigo. Fu infatti nel 1978 che Beppe Marangoni, allora Presidente provinciale del CTG, ebbe la felice intuizione di organizzare un “Corso di guide di turismo sociale per la provincia di Rovigo”. Fu un’impresa pionieristica, che si proponeva lo scopo di creare, analogamente a quanto avveniva altrove, un gruppo di guide in grado di diffondere la conoscenza dei beni artistici, museali ed ambientali della nostra provincia.

    Dal punto di vista didattico il Corso si presentava stimolante e ben strutturato: era formato infatti da una serie di incontri durante i quali, dopo una lezione formale, veniva effettuata una visita guidata sul territorio. Il Corso si articolava in una serie di 12 incontri nel periodo compreso tra il 16 aprile e il 14 maggio 1978, con tanto di lezione inaugurale e locandina di presentazione, opera dell’abilità grafica di Cristiano Fenzi, socio storico del CTG.

    Tra le carte del mio archivio conservo tuttora il programma di quel primo corso. Leggendo i titoli delle lezioni e i nomi dei relatori, non si può fare a meno di sottolineare la lungimiranza e la sensibilità nella scelta degli argomenti: accanto a temi classici quali “Il Polesine nella storia” e “Le Ville venete nel Polesine”, non mancarono l’attenzione verso il folclore, le tradizioni, il paesaggio e i risvolti economici del turismo.

    I relatori erano tutti personaggi di riconosciuta esperienza e preparazione: cultori di storia locale e autori di svariate pubblicazioni quali L. Traniello, A. Rondina e A. Romagnolo, pionieri della ricerca archeologica locale quali A. Bellintani, GB Siviero ed E. Zerbinati, esponenti delle istituzioni quali A. Crivellari, presidente dell’EPT e L. Bortolussi, direttore del Consorzio per lo sviluppo economico e sociale del Polesine.

    Si può dire senza enfasi che gli aspetti turisticamente più salienti, venivano illustrati dai migliori esperti dell’epoca. Né mancò una certa curiosità sulla stampa, infatti le visite ad Adria, a Fratta Polesine e la conclusione del corso, furono oggetto di attenzione da parte della cronaca locale. Ricordo anche un momento particolarmente drammatico: durante uno dei nostri incontri, si era diffusa la notizia dell’assassinio di Aldo Moro. Un brivido di sconforto percorse il volto di tutti i partecipanti e il ricordo di quelle sensazioni mi fa ancor oggi rivivere i tristi momenti di un periodo contrassegnato dalle drammatiche vicende del terrorismo nostrano.

    Il Corso terminò con la consegna dei diplomi ai 20 partecipanti i cui nomi sono elencati a parte. Cosa rimase alla fine del Corso? Innanzitutto l’esperienza indimenticabile di tante visite, affiancati da esperti straordinariamente competenti; inoltre le relazioni dei docenti e organizzatori condensate in circa 40 ciclostilati, la bella e documentata guida di Rovigo di C. Semenzato, oggi praticamente introvabile; infine la conoscenza di itinerari e luoghi che poi diventeranno meta di tante visite guidate.

    Da quel momento la nostra Provincia, per la prima volta, è stata in grado di contare su di un nucleo di animatori turistici forniti della preparazione necessaria per valorizzare la storia, il paesaggio e l’arte del nostro territorio. Per il turismo polesano si è così aperta una nuova stagione, i cui frutti stanno maturando proprio in questi ultimi tempi con iniziative che hanno preso piede proprio da quell’indimenticabile stagione del 1978.

    I 20 diplomati del Corso:

    Balbo Giancarlo, Ballestriero Fabio, Ballestriero Franco, Bertaglia Massimo, Brogin Sandra, Brusaferro Adriana, Faggin Mauro, Gemelli Franco, Girotto Donatella, Maneo Aldo, Marchetto Franca, Modena Emilia, Pavarin Antonella, Pedrini Rita, Reale Paolo, Rossi Sandro, Sicchiero Paolo, Trevisan Stefano, Zeilante Lucia, Zuccolo Maddalena.

    Il Programma del Corso:

    • 10 aprile: Apertura del Corso “Il Turismo sociale”, rag Marcello Pascarella, esperto.

    • 18 aprile: “Il Polesine nella storia”, prof. Leobaldo Traniello. Visita serale alla città di Rovigo guidata dallo stesso docente

    • 22 aprile: “Il paesaggio polesano: territorio e architettura rurale”, Arch. Romano Murmura. Escursione nella campagna guidata dallo stesso docente.

    • 25 aprile: Visita diurna alla città di Rovigo, guidata dal prof. Leobaldo Traniello.

    • 27 aprile: “Aspetti quantitativi e qualitativi del turismo in Polesine”, geom. Aldo Crivellari

    • 29 aprile: “La tradizione, il folclore, i prodotti tipici”, cav. Pietro Conforto Pavarin. Escursione, con cena a base di specialità polesane, guidata dallo stesso docente.

    • 1 maggio: “Le ville venete nel Polesine”, prof. Leobaldo Traniello. Escursione a Fratta guidata dallo stesso docente.

    • 2 maggio: Visita alla Pinacoteca dei Concordi e del Seminario, guidate da Antonio Romagnolo.

    • 4 maggio: Visita ad un centro produttivo, guidata dal dr. L. Bortolussi. “Aspetti salienti delle attività economiche della provincia”, lezione dello stesso docente.

    • 9 maggio: “Come si visita un museo”, dr.ssa Elisabetta Mangani. Visita al Museo archeologico di Rovigo, guidata dal rag. Aldo Bellintani, dal dr. Giambattista Siviero e dal prof. Enrico Zerbinati

    • 13 maggio: Adria, rag. A. Rondina. Visita alla città, guidata dallo stesso docente e al museo archeologico.

    • 14 maggio: Il Delta, geom. A. Crivellari. Escursione nel Delta, guidata dallo stesso docente. Pranzo e Conclusione del Corso.

  • La Patata ‘Mericana in Polesine

    La Patata ‘Mericana in Polesine

    In contrapposizione alla corsa sfrenata per il “nuovo”, che sembra imperare in tutti gli ambiti dell’operare umano, inteso nel significato più ampio che si possa accreditare all’accezione, emerge da più parti il tentativo del recupero di modi, stili di vita, tradizioni che si rifanno a tempi passati, magari rivisitati alla luce delle attuali esigenze. Anche il mondo dei campi non è estraneo a questa tendenza e lo fa puntando decisamente nella valorizzazione delle produzioni tipiche e nella riscoperta, sia pure entro i limiti delle realtà locali, di prodotti e metodi di preparazione una volta vanto delle generazioni passate.

    Il Bel Paese, per la sua posizione geografica e conformazione corografica esprime una tale, grande varietà di specie vegetali allevate, da indurre nell’imbarazzo a sceglierne una, anche per motivi di studio o di curiosità.

    L’opportunità per soffermarci su una di queste ci viene offerta dal l’Associazione “Le Americane di Valliera” che, con un po’ di fantasia e un pizzico di enfasi, da qualche anno organizza nel territorio adriese a cavallo fra il Canalbianco e l’Adige, la festa delle “Patate Mericane”.

    I giovani coltivatori, guidati da Marco Ferro non badano a risparmiarsi come impegno e lavoro per presentare un frutto che, se dice poco alle giovani generazioni, molto ricorda alle vecchie.

    E’ un frutto dei tempi duri, grami, ma che ha svolto un ruolo nutrizionale di tutto rispetto nel nostro Veneto ed in particolare sulle terre sciolte o di medio impasto che accompagnano il corso dell’Adige e del Canalbianco.

    Ha avuto i suoi momenti di gloria a partire dalla fine dell’800, sia pure circoscritta ad un areale limitato, quale il basso Veneto, e in parte in Toscana, dove gli storici di materie agrarie e di economia propendano nel riconoscere la sua introduzione in Italia dalla Spagna ad opera del Granduca Ferdinando II° nel 1630.

    Nella sua zona d’origine, il Centro America, ha svolto e svolge un ruolo di primo piano nell’alimentazione di quelle popolazioni, come pure in Brasile dove, a detta dei nostri emigranti, si potevano ottenere due raccolti l’anno con tuberi di diversi chili e quantitativi di 400-500 q.li per ettaro. Notizie pure confermate di prima mano da nostri coloni partiti … “per allargare lo Stivale”, approdando nelle coste libiche ai tempi delle avventure coloniali, come ama ricordare un reduce di quelle imprese, dove “…acqua, caldo e sabbia non mancavano”.

    Parte di quel grande bottino di creature, animali e vegetali che i conquistatori, a cominciare da Cristoforo Colombo, hanno importato dal Nuovo Mondo e che ha contribuito a modificare profondamente gli equilibri socio-economici e quindi politici dell’Europa, la “Batata edulis”, come gli agronomi indicano la dolce radice a forma di tubero, non ha da noi, come ricordato, alle spalle una grande storia.

    Risulta coltivata, come testimonia Filippo Re (eminente studioso delle cose agrarie dell’ ‘800) negli orti botanici o in altri ambiti domestici più che altro per i suoi aspetti decorativi. Infatti, come appartenente alla famiglia delle Convolvulacee, è parente prossima del Convolvolus arvensis, nota pianta infestante dei nostri coltivi, altrimenti conosciuto come “vilucchio” dai fiori bianchi; delle “campanelle”, con fiori bianche e rosa che in primavera colorano giardini, siepi e di altre specie.

    La sua importanza alimentare e quindi economica viene scoperta proprio dalle nostre parti.

    Nel 1880, quando cominciavano ad appalesarsi i primi sintomi della crisi di mercato dei cereali, crisi particolarmente sentita nelle zone a vocazione cerealicola come le nostre, un illuminato imprenditore, il Conte Antonio Donà dalle Rose nella sue tenute polesane di S.Martino di Venezze, bagnate dall’Adige, ebbe la brillante idea di iniziare la coltivazione a pieno campo della patata americana. Un modo per affrontare le difficoltà della globalizzazione di quei tempi.

    In pochi anni, affinata la tecnica produttiva, il dolce frutto dimostrò tutte le sue peculiarità. L’iniziativa ebbe successo, tanto che in breve la coltura dilagò per il Medio Polesine e per le “terre” a cavallo del Fiume a cominciare da Anguillara Veneta e paesi rivieraschi.

    La patata dolce, nelle nostre contrade, fornisce produzioni che oscillano, nella media, fra i 200e i 250 q.li per ettaro, mentre la parte erbacea costituisce un ottimo foraggio verde per i bovini. Come ben sanno i coltivatori, è relativamente facile la coltivazione che si basa sulla moltiplicazione agamica (con i “buti”, stoloni maturati in “conserva”); trapianto a distanze convenute per 40-50.000 piante per ettaro; scerbature e “rivoltature” della chioma erbacea per impedire il dannoso radicamento degli stoloni. Non è insidiata da particolari avversità. Oggi le operazioni, compresa la raccolta, sono in parte meccanizzate a differenza di una volta eseguite tutte a mano.

    Dal punto di vista nutrizionale ha assolto il suo compito dignitosamente, dalle nostre parti, fino ai primi anni del secondo dopoguerra. Allessata o arrostita con il punteggiar di resina (lo zucchero caramellato), “stagna” o acquosa a seconda della varietà, ha allietato, durante i lunghi e freddi inverni, le nostre mense. Oppure, impastata con farina, zucchero, cannella, burro e formaggio dava gnocchi in quantità, i “maneghi”, cari al nostro poeta Gianni Sparapan perché anche “…fredi i xè nà delizia”.

    Oggi, passata la paura della grande fame, si colloca nell’ambito raffinato della pasticceria dove, grazie alla fantasia dei nostri artigiani dimostrata nella manifestazione di Valliera, sa riproporsi alle nostre generazioni con un aspetto, un gusto, un sapore tutto da riscoprire.

    Della “patata calda”, accartocciata in qualche modo fra il sussidiario e i pochi quaderni a copertina nera rinchiusi nella cartella di fibra, la “merendina” delle generazioni di scolari (e non per tutti) di quei tempi, rimane soltanto un dolce ricordo. Una memoria destinata a perdersi nell’oblio del tempo, a meno che non venga salvaguardata dai nostalgici racconti dei nonni, verso i quali oggi da più parti sembra manifestarsi un rinnovato interesse.

  • Salvanèlo de la luna

    Salvanèlo de la luna

    Salvanello è una figura leggendaria della nostra tradizione popolare. La vera storia di Salvanello è avvolta nel mistero, come tutte le favole suggerite dalle suggestioni, a volte dettate dall'ignoranza, più spesso dalla fervida fantasia della gente semplice ed innocente.

    Salvanello sta sulla luna.

    Oggi chiunque sa che quelle macchie grigie che appaiono sulla faccia del plenilunio sono delle depressioni desertiche, immense desolate pianure che gli astronomi chiamano mari. Ma il contadino, che crede più ai suoi occhi che alle scoperte della scienza, ti chiude la bocca con un incredulo: ‘Ma cosa vuoto savere, ti! Ghe sito mai sta, ti?’. Varda ti, an! No te vidi che quelo l’è Salvanelo?

    Nelle diverse epoche, di volta in volta, nelle macchie lunari la tradizione popolare ha visto ora la figura di Caino, l’apostolo traditore di Cristo (versione accettata perfino da Dante), ora quella di una figura di un poveraccio di questi luoghi, ma povero da far sangoe.

    Salvanello, così è chiamato questo poveraccio, non aveva niente da mangiare. Una notte andò in un campo di cavoli e si mise a tracolla una 'sacara de capuzi' (filza, fascio, di cavoli). Il padrone lo sorprese, lo rincorse e lo aveva quasi raggiunto, quando la luna, che stava a guardare, ebbe pietà del pover'uomo, lo sollevò da terra e lo attirò su. E i nostri vecchi sostenevano che se guardate la luna del plenilunio, vedrete ancora adesso nel suo lucido disco un'ombra, l'ombra di Salvanello con la sua sacara di cavoli in spalla.

    Secondo un’altra versione, c’è chi sostiene che Salvanello era un mitico folletto, vestito di rosso, che di notte andava nelle fattorie a rubare ai contadini. Sorpreso nell’esercizio delle funzioni, la Luna, impietosita per il suo destino, lo rapì dalle mani del padrone del campo che l'aveva catturato, dandogli ospitalità eterna lassù; per questo fu condannato a portare sulle spalle una fascina e ad abitare sulla luna.

    Per altri, invece, fu un ladrone di queste parti, molto malvagio, che una notte, volendo esercitare onestamente il suo mestiere di ladro, ma essendo disturbato dal chiarore della luna, l'oscurò frapponendo un'enorme fascina. Non si sa quale potenza (si dice il diavolo) lo volle punire facendo in modo che rimanesse sulla luna in perpetuo. Questa versione è accolta dal poeta Gino Piva: “O luna che col ladro Salvanelo te giri el mondo e co la so fassina da po' che l'è vegnù catarte in zielo per fare el scuro su la so rapina. (G.Piva: Tra Adese e Po)

    Un’altra versione, più accreditata dalla tradizione, ci dice che Salvanello fosse stato in rivalità con un contadino che gli contendeva la mano della bella e buona Isadora. Il padre di Isadora, per non scontentare nessuno dei due pretendenti, diede loro un pugno di fagioli, di piselli e di fave, promettendo che la figlia sarebbe stata di chi dei due avesse portato in autunno la maggior quantità di legumi. Salvanello tornò a casa e seminò subito le fave, i piselli ed i fagioli; il contadino, invece, aspettò una settimana e solo in calare di luna piantò le sementi.

    I legumi di Salvanello crebbero alti e belli slanciati, pieni di foglie ch'era una meraviglia, ma produssero pochi baccelli e legumi di scarsa qualità. Quelli del contadino, invece, crebbero meno appariscenti, ma diedero un abbondante raccolto e di eccellente qualità. Isadora pertanto fu sua.

    Salvanello, per il dispetto, attribuendo la colpa della sua sfortuna alla luna, volle vendicarsi coprendola con una fascina in modo che non illuminasse più la terra. La luna l'attirò a sé rendendolo per sempre prigioniero.

    Ancor oggi, chi avesse la pazienza o il tempo di guardare l'astro in una notte di plenilunio può intravedere il profilo di una figura umana che porta sulle spalle una fascina.

  • Un Re di Francia a Palazzo Roncale

    Un Re di Francia a Palazzo Roncale

    “Purtroppo, tutti i suoi ritratti gli fanno torto e neppure Jamet ha saputo restituire quello straordinario non so che del quale egli ha è stato dotato dalla natura. I suoi occhi, il potere di seduzione che emana dalla sua bocca quando parla, la dolcezza con cui sorprende quanti hanno l’onore di vederlo in privato, non si lasciano rappresentare né dalla penna né dal pennello”. Così un gentiluomo della corte aveva descritto a un ministro inglese Enirco III di Valois re di Francia.

    Benché fosse di statura mediocre, il giovane sovrano risaltava per la bellezza languida del volto, in cui brillavano gli occhi inquieti e penetranti, illuminati dall’improvviso lampo di una intelligenza perversa, “che egli lasciava filtrare tra le ciglia scure, con un abile movimento delle palpebre, estremamente femminile”.

    Né mancavano di incantare i suoi abiti di raso rosa, ingentiliti dalla ammaliante ricchezza dei gioielli, specialmente quelle perle splendide e preziossime per cui andava famoso e che portava alle orecchie e al collo e nelle mani.

    Nessuna descrizione fisica del celebre e affascinante re di Francia ci è pervenuta in occasione del suo passaggio per Rovigo il 28 luglio 1574. La cronaca abbastanza dettagliata che ne fa Giovanni Bonifacio, circa un mese e mezzo dopo l’avvenimento, in una lettera a Teofilo Borgondio inquisitore di Treviso non si sofferma, infatti, sull’aspetto del monarca.

    Né vi accenna il generico ritratto del sovrano oggi conservato nella Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi che, secondo Francesco Bartoli, Fortunato Pasquetti, nella seconda metà del Settecento, aveva ricavato da un precedente e anonimo dipinto, realizzato al tempo della visita del re. Qui, infatti, Enrico III appare alquanto dimesso, nonostante gli abiti guerreschi, col volto scavato e immobile, gli occhi come perduti in un pensiero e senza vera espressione.

    Eppure quel 28 luglio 1574 era stato un giorno memorabile, in cui Rovigo aveva prolungato, sia pure “in minore”, i recentissimi fasti veneziani che tanto avevano incantato il principe e il suo seguito.

    Il giovane e aitante nuovo sovrano dei francesi era in viaggio ormai da oltre un mese. Appena venuto a sapere della morte del fratello Carlo IX, Enrico di Valois e duca d’Angiò, che da meno di un anno era re di Polonia e legittimo erede del trono di Francia, aveva immediatamente abbandonato Cracovia con i suoi amici e cortigiani più fidati, portandosi dietro i gioielli e gran parte del tesoro della corona.

    Il 18-19 giugno 1574, perciò, si diede ad una fuga ignominiosa e avvilente da Cracovia, dove prima di andarsene con il suo seguito aveva pensato bene di svuotare le casse con il tesoro della corona di Polonia, trafugandovi tutti i gioielli.

    Fuga rocambolesca e drammatica, folle cavalcata tra foreste e paludi per sfuggire all’inseguimento dei cavalieri tartari, fino a raggiungere, in uno sforzo disperato, il confine dei domini dell’imperatore Massimiliano II, dove subito il cavallo di Enrico era stramazzato definitivamente al suolo.

    Era cominciato, allora, il lungo e trionfale viaggio verso la Francia, per andare ad assumerne la corona (il fratello Carlo IX era morto il 30 maggio).

    A Vienna gli era stata tributata un’accoglienza esaltante. Poi era stata la volta di Venezia, dove lo avevano raggiunto il cugino Alfonso II d’Este duca di Ferrara e lo zio Emanuele Filiberto duca di Savoia e dove l’accoglienza era stata, a dir poco, grandiosa, con i patrizi che mettevano a disposizione i loro splendidi palazzi e i loro figli più giovani e più belli per il servizio, mentre le calli e i campielli erano un tripudio di gente e le chiese esponevano i loro tesori.

    A Venezia, il ventitreenne figlio prediletto di Caterina dei Medici si era sentito italiano e aveva riconosciuto la sua patria di elezione. Si era fermato, nonostante le suppliche ad abbreviare i tempi del viaggio, dieci giorni, durante i quali aveva dilapidato un vero e proprio patrimonio, stimato (per difetto) in 43.000 scudi cui si aggiungevano altri 19.000 scudi di debiti che avrebbe rimborsato solo alcuni anni più tardi, vale a dire 165 milioni di franchi francesi (pari a poco meno di 5 miliardi di lire).

    Dopo avere toccato Padova, Enrico III aveva fatto tappa in Polesine. Era accompagnato dai Duchi di Savoia, di Ferrara, di Nevers e da un variegato seguito di gentiluomini, nonché da quattro Senatori della Serenissima.

    Aveva attraversato l’Adige al passo di Anguillara e, dopo avere raggiunto Mardimago e Sarzano, si era portato a Rovigo, giungendovi “un’hora innanzi notte”. Non era entrato in città, come avveniva normalmente, varcando porta S. Francesco, insufficiente e angusta per il passaggio del suo seguito, ma si era diretto verso porta di S. Bartolomeo.

    “Fu sua Maestà alquanto fuori della città incontrato dal Rettore, ch’era accompagnato da alquanti gentil’huomini Venetiani, e da molti Rodigini, con una bella compagnia di carroccie, da molti huomini d’arme, e da 700 soldati delle cernide e giunto alla porta di S.Bartolomeo Monsignor Giulio Canano nostro Vescovo, ch’era dal Clero accompagnato gli diede a baciar la Croce”, racconta Giovanni Bonifacio che era della partita.

    Dopo di che il corteo, che continuava ad ingrossarsi, aveva raggiunto la piazza e il sovrano, “entrato nel palazzo de’ Signori Roncali, si fermò a mirare da una finestra diversi abbattimenti, scaramuccie, e giuochi militari, che erano da’ soldati nella piazza fatti”.

    La cena era stata abbastanza parca, in quanto Enrico III, seguendo i consigli del suo medico personale, il grande Miron, prendeva due pasti al giorno “molto misurati” e pochissimo vino diluito in moltissima acqua. Enrico III aveva trascorso la notte nel prestigioso palazzo Roncale, che era stato edificato una ventina di anni avanti, mentre “alla guardia del palazzo furono posti alcuni dei più honorevoli soldati con la livrea del Re. Il Duca di Savoia alloggiò nella casa del Sig. Girolamo Foligno, al quale donò una bella collana d’oro. Quello di Ferrara co’l Sig. Aurelio Silvestri Cavalliere. Quello di Nevers co’l Sig. Valerio Campagnella. Il fratello naturale del Re, Gran Mastro della Religione Teutonica, co’l Sig. Gioanfranco Durazzo Dottore. Monsù di Bellagarde in casa nostra, e altri Signori in altre case, facendo albergare le loro famiglie in quelle contrade, dove essi Signori dimorarono, essendo stati per questo effetto preparati mille e più letti”.

    La cosa appare inusitata, se si pone mente al fatto che, in quegli anni, Rovigo non contava più di tremila abitanti, come testimonia la relazione del podestà veneziano Pietro Marcello.

    Non soltanto la dimora dei Silvestri era insigne, ma anche quelle degli altri maggiorenti che avevano ospitato gli illustri visitatori: l’abitazione di Girolamo Foligno era in “contrà S.Francesco”, quella di Valerio Campagnella tra i ponti della Roda e del Sale, quella dei Durazzo in piazza e la più modesta casa di Bonifacio tra porta S.Bartolomeo e la piazza).

    L’indomani, continua il racconto di Giovanni Bonifacio, il re di Francia si “levò a buona hora, spedì vari negocij, e poi andò sotto il baldacchino, portato da’ primi gentil’huomini di Rovigo, alla Chiesa di S.Francesco, dove udì la Messa di un Teologo di quel Convento, e il sopradetto nostro Vescovo gli diede a baciare il Vangelo. A servir Sua Maestà fummo destinati in dieci Dottori giovani tutti d’ormisino negro ad un modo vestiti; con dodici giovinotti paggi vestiti d’ormisino bianco. Udita la Messa ritornò alla sua Stanza, fece Cavaliere l’illustrissimo Sig. Giacobo Foscarini Senatore primario di Venetia, che era uno degli Ambasciatori, e poi anco il Sig. Antonio Roncale suo hospite e desinato che hebbe, partì in carroccia per Ferrara accompagnato dalli sopraddetti Prencipi, e Signori, e da gli Ambasciatori fino a’ confini dello Stato Venetiano; per le strade delle ville dove Sua Maestà passò concorsero dal Contado infinite genti, le quali gittandole herbe, e fiori incontro, e con rusticane Canzonette pregandole felice viaggio, le appartarono gran piacere”.

    Né va dimenticata la disputa che vide contrapposti Luigi Groto, accorso appositamente da Adria, e lo stesso Giovanni Bonifacio per leggere un’orazione in onore dell’illustre ospite. La spuntò quest’ultimo: la sua orazione era in lingua italiana, dove quella del suo rivale “era Latina, della qual lingua il Re poca intelligenza haveva, e che sarebbe stata grande impertinenza occuparlo ad udire a parlare un cieco in una lingua da lui non intesa”.

    L’accoglienza e l’acclamazione accompagnarono il principe anche nel prosieguo del suo viaggio: a Ferrara, Mantova, la Lombardia, Torino e finalmente Lione dove avrebbe incontrato sua madre Caterina dei Medici.

    A parte la lunga lettera con cui Bonifacio ha descritto quei due giorni e il diploma di cavaliere rilasciato dal re ad Antonio Roncale (oggi custodito in Accademia dei Concordi), poco o niente rimane dell’avvenimento. Sparita l’iscrizione con lo stemma di Enrico di Valois e della famiglia Roncale che Marco Antonio Campagnella aveva ricopiato nel Settecento, non resta che sogguardare la grande lapide, posta nel 1928, che, sulla facciata di Palazzo Masatto, ricorda che lì fu ospite Emanuele Filiberto di Savoia.

  • La cattedrale rinnovata

    La cattedrale rinnovata

    L’ingresso di un nuovo Vescovo costituisce sempre, in ogni diocesi, un avvenimento importante sia sotto il profilo religioso che civile. In particolare ciò è quanto mai evidente ad Adria, dove il Vescovo – pur risiedendo da circa un millennio a Rovigo – mantiene la propria Sede fin dalle origini.

    Adria città episcopale

    Fatto singolare, questo, che ha più volte infiammato gli animi degli Adriesi, specialmente quando si è tentato di trasferire la “cattedra” a Rovigo senza mai riuscirvi. Tentativi in proposito ne sono stati fatti molti, nel corso della Storia: con la Serenissima Repubblica di Venezia, persino con Napoleone e poi con il governo Asburgico. Alla fine però, riconoscendo ad Adria la priorità della Sede vescovile, tutte le potenze dominanti hanno sempre respinto la richiesta di modificare per decreto la prerogativa ultramillenaria di città episcopale.

    Dopo il triste episodio accaduto nel Settembre 1909, che fece subire ad Adria l’ultimo “interdetto” della Storia della Chiesa (comminato da San Pio X), una situazione ancor più difficile si ripresentò nel 1986. Infatti, mentre nel 1909 la Sacra Congregazione dei Vescovi aveva indicato di portare a Rovigo la Curia vescovile, nel 1986 la medesima Congregazione romana fu chiamata a decidere su una soluzione ancor più drastica.

    L’ipotesi era imperniata sul trasferimento definitivo della Sede del Vescovo a Rovigo, con la contemporanea sostituzione del titolo “diocesi di Adria” con “diocesi di Adria-Rovigo”. Questa ipotesi fu inserita nel provvedimento adottato da Giovanni Paolo II, finalizzato a regolarizzare molte situazioni “anomale” esistenti nelle diocesi italiane. Il provvedimento riguardava specificamente la riunificazione di varie diocesi locali ormai da tempo ricongiunte sotto la guida di un solo Vescovo. L’inserimento di Adria in questo movimento costituiva, quindi, una forzatura perché la sede diocesana adriese non era mai stata trasferita altrove.

    In quella occasione gli Adriesi avvertirono un profondo disagio, sentendosi privati dell’importante legame quasi bimillenario che tiene legata la Città al suo Vescovo. Furono raccolte firme, inviate petizioni, indette pubbliche preghiere, ed alla fine il provvedimento fu modificato in senso più favorevole ad Adria che potè conservare il titolo di cattedrale, mentre il duomo di Rovigo, veniva elevato al rango di concattedrale. In quella occasione il nome della diocesi fu parzialmente modificato con l’aggiunta, dopo un trattino, del nome del capoluogo.

    Le radici profonde del cristianesimo adriese

    La fede “petrina”, cioè la più antica che si avvicina di più ai tempi apostolici, è apparsa ad Adria fin dai primi secoli della Chiesa. Lo attestano ritrovamenti archeologici nella zona di Ariano Vecchio, nei pressi della via consolare “Popillia” (costruita nel 132 a.C.). Lo sostiene una consolidata tradizione orale, radicata soprattutto nell’area adriese. Lo conferma la Storia, che apre la serie certa del Vescovi diocesani con Gallionisto o Gallinostio, il quale fu presente al primo Concilio Lateranense celebrato nel 649. Da quella data, seguendo la serie ufficiale presentata dalla Curia, la Chiesa polesana fu retta da novantatre Presuli. Francesco Antonio Bocchi, sostenuto da Speroni, De Lardi ed altri, invece, ne accredita novantotto.

    Diocesi attiva e feconda

    Tra i Vescovi che hanno retto la diocesi adriese troviamo: un Santo, Coliano, di epoca incerta; due Beati, il già citato Gallionisto (649) e Aldobrandino d’Este (1348-1349); sette Cardinali di cui tre Arcivescovi: Roverella (1444-1445), Pisani (1519), Rangoni (1519-1524), Dè Cuppis (1528-1553) Arcivescovo di Trapani, Pighini (1553-1554) Arcivescovo di Manfredonia, Canani (1554-1591), Boggiani (1908-1912) Arcivescovo di Edessa; tre Arcivescovi: Bertuzzi degli Obizzi (1404-1441) di Pisa, Labia (1677-1701) di Corfù, Sartori (1977-1988) di Trento.

    L’assetto definitivo risale al 1819. Divenuta Diocesi di Adria-Rovigo nel 1986, attualmente si suddivide in 109 Parrocchie e 13 Vicariati. Tra le Parrocchie, 16 hanno meno di 500 abitanti, 28 meno di 1000 e 25 sono riunite a due o tre sotto la guida di un solo Parroco. Come purtroppo succede in tante altre diocesi, per la scarsità di vocazioni il clero risulta sempre più limitato nel numero. I Presbiteri attuali sono 155, con età media sui sessant’anni.

    Le cattedrali di Adria

    Prima d’introdurci nella descrizione delle ultime opere di rinnovamento della cattedrale, inaugurate nell’occasione del solenne ingresso del Vescovo Lucio, si rende opportuna una breve indagine storica sulle chiese che, nel corso dei secoli, hanno custodito la cattedra adriese. L’uso del plurale è di rigore perché la Chiesa di Adria ha avuto, nel corso dei secoli, più cattedrali.

    La prima cattedrale alla Tomba

    La prima cattedrale, costruita sopra un cimitero romano, sorse alla Tomba, dalla parte del mare, dove entrava il porto-canale, sul limite orientale della città antica. In quel luogo fu scoperta una iscrizione funeraria del I secolo d.C. che attesta l’esistenza di una corporazione di gente di mare (Collegium nautarum).

    A circa ottanta metri dal lato Sud dell’antica Basilica dedicata alla B.V. Assunta (l’attuale facciata risale al XVIII secolo), fu inoltre scoperto il “miliare” terminale (85°) della via Popillia costruita nel 132 a.C. partendo da Rimini, dalle milizie guidate dal console P. Popillio Lenate.

    La chiesa della Tomba, sorse dunque su questo incrocio di vie d’acqua e terra. Ormai completamente rifatta in tutte le sue strutture, conserva preziose testimonianze, tra cui l’iscrizione sopra la porta sinistra della facciata che ricorda il Vescovo Giovanni I (metà sec. IX) e l’iscrizione sul bordo della vasca battesimale ad immersione conservata all’interno della chiesa, che ricorda il Vescovo Bono (seconda metà sec. IX).

    La seconda cattedrale nel quartiere di “Castello”

    In data 14 Marzo 863 il Pontefice S. Niccolò I concesse al Vescovo di Adria, Leone, alcuni importanti privilegi, tra cui la giurisdizione sulla contea di Gavello e la facoltà di ricostruire la sua chiesa distrutta dalle fondamenta (il documento originale è conservato presso la Biblioteca Nazionale di Monaco). Non è ben chiaro se la “distruzione” fosse intesa in senso materiale o spirituale. Tuttavia, un secondo documento pontificio, sottoscritto da Papa Giovanni X nel mese di Maggio 920, autorizza il Vescovo di Adria Paolo (della nobile Famiglia Cattaneo di Lendinara) a costruire per sua difesa un castello a Rovigo e, nel contempo, a ricostruire la chiesa adriese.

    Mentre il castello di Rovigo risulta già operante nel 940, la Storia dice che la Cattedrale “Ecclesia Beati Petri”, fu riedificata soltanto nel 1067 a Nord del nucleo antico di Adria, nel luogo denominato “Castello”.

    Si ha ragione di ritenere che questa chiesa sia stata consacrata nel 1184 dal Pontefice Lucio III. Tale supposizione è sostenuta sulla base di citazioni apparse sui verbali delle visite pastorali in tempi successivi (1422 e 1554)¹.

    Dell’antica chiesa non è rimasta che una piccola abside, impropriamente definita “cripta”, con affreschi di apostoli. “In realtà non si tratta di una semplice cripta, ha spiegato il direttore dei lavori di restauro eseguiti per conto della Soprintendenza ai Monumenti nel 1976, ma dell’abside laterale sinistra di una chiesa molto più ampia”. In quella occasione, al livello del pavimento fu scoperta anche la mensa dell’altare con gli spazi per le reliquie.

    Alla base degli affreschi fu inoltre scoperto lo zoccolo al quale venivano appoggiati i sedili per i presbiteri, senza tuttavia indicare lo spazio per la cattedra vescovile che, probabilmente, avrebbe dovuto trovarsi nell’abside centrale. Gli affreschi, ormai molto rovinati, scoperti nel 1830 durante lo scavo delle fondamenta per la nuova cattedrale, ricordano forme compatibili con la tradizione carolingia. Giovanni Lorenzoni (“La pittura medievale nel Veneto”) colloca i sei medaglioni raffiguranti gli Apostoli, al secolo X.

    La terza cattedrale

    Nel corso dei lavori eseguiti nel 1976, sotto il pavimento della vecchia cattedrale furono rinvenute molte tombe completamente vuote. Negli scavi, comunque, alla profondità di circa un metro e mezzo, sul lato sinistro, furono scoperte due basi di colonna in cotto appartenenti alla chiesa del 1463 ed altri elementi databili alla seconda metà del 1600 (pavimenti, muri, tombe, ecc.). Sull’area della chiesa millenaria, infatti, nel 1407 sorse la terza cattedrale, ampliata nel 1463 e nel 1628, riconsacrata dal Vescovo Savio nel 1644.

    La cattedrale attuale

    Sul finire del XVIII secolo la Magnifica Comunità Adriese, in accordo con la Fabbriceria, decise di avviare i lavori per la costruzione di una nuova e più ampia cattedrale. Infatti, ad oltre due secoli dal passaggio sotto Venezia, la città era notevolmente cresciuta nei commerci e nel numero degli abitanti e questo giustificava la nuova costruzione.

    Con grande pompa, nel 1776, il Vescovo Speroni pose la prima pietra. Furono subito completati coro e crociera. Gli altri corpi di fabbrica (piedicroce, navate e cappelle laterali) furono portati a compimento dopo diversi decenni, nel secolo successivo. La consacrazione dell’intera opera avvenne oltre un secolo dopo, il 10 Settembre 1882, con l’intervento del Vescovo Apollonio.

    L’interno è a tre navate. Nelle navate laterali sono stati ricavati otto altari.

    La facciata ha una linea serena che rivela le belle proporzioni dell’insieme. Molte sono le opere di pregio artistico che abbelliscono i grandi spazi interni. Interessanti sono gli affreschi dell’abside, opera del muranese Sebastiano Santi autore, tra l’altro, delle tele che abbelliscono il transetto ed alcuni altari.

    Sempre al Santi appartiene il ciclo pittorico che illustra i Misteri del Rosario, affrescati sulla parete d’appoggio dell’omonimo altare dedicato alla Vergine.

    I recenti lavori di restauro

    La “fabbrica” della cattedrale è stata, nel tempo, oggetto di restauri più o meno importanti. L’ultimo, molto consistente, si è concluso proprio in coincidenza con l’ingresso del Vescovo Mons. Soravito.

    L’intervento si era reso necessario per pulire pareti e soffitti della costruzione più recente (navate laterali e navata centrale) ma, soprattutto, per far tornare a risplendere i cicli pittorici delle volte, eliminando l’umidità ascendente con l’impiego delle tecniche più aggiornate delle fibre di carbonio. I lavori sono stati eseguiti con competenza dalla ditta IAR, la stessa che ha restaurato la Basilica di San Marco a Venezia e la chiesa di San Francesco ad Assisi.

    I lavori hanno interessato anche il settore elettrico con l’installazione di un moderno impianto d’illuminazione e amplificazione da parte della ditta Elettro System, specializzata in edifici di culto. Il costo complessivo di questi interventi ammonta a novecentomila euro elargiti da Fondazione Cariparo, Regione del Veneto e Ministero dei Beni Culturali.

    I recenti interventi di restauro, che hanno reso più bella ed accogliente la cattedrale, hanno consentito di valorizzare ancor più il suo notevole patrimonio artistico. Specialmente quello di più recente acquisizione, come i dipinti raffiguranti i “Misteri della Luce” di Graziano Martini, di cui parleremo nel prossimo numero di questa rivista.

    Mons. Lucio Soravito

    Il nuovo Vescovo di Adria-Rovigo

    Mons. Lucio Soravito De Franceschi è nato in montagna, a Mione Ovaro (Udine), nel 1939. Entrato in Seminario in giovane età, è stato ordinato sacerdote il 29 Giugno 1963.

    La lunga esperienza pastorale non gli ha impedito di proseguire gli studi teologici conseguendo la licenza in Sacra Liturgia presso il Pontificio Ateneo “S. Anselmo” di Roma, Sezione staccata di Padova. Sempre a Padova, con il suo Predecessore mons. Bruno Mazzocato ha frequentato l’Istituto di Liturgia di Santa Giustina.

    Nel 1988, ha conseguito la laurea in Teologia con specializzazione pastorale, alla Pontificia Università Salesiana di Roma. Successivamente, ha continuato la sua formazione catechetica approfondendo in particolare la riflessione sulla catechesi degli adulti, sulla formazione dei catechisti, sulla pastorale della Famiglia. Arciprete della cattedrale di Udine dal 1999, è stato eletto Vescovo della diocesi di Adria-Rovigo il 28 Maggio 2004. Ha fatto il suo solenne ingresso nella cattedrale ad Adria il 18 Luglio 2004 e nella concattedrale di Rovigo il 25 Luglio.

  • La chiesa di S. Marco a Buso

    La chiesa di S. Marco a Buso

    Seguendo la strada arginale che costeggiava l’Adigetto, già importante via di comunicazione in epoca medioevale per i traffici commerciali destinati all’entroterra veneto o verso il mare, a pochi chilometri da Rovigo, in aperta campagna si potevano un tempo incontrare agglomerati di case situate nelle zone alte del territorio, i cui abitanti erano prevalentemente contadini alle dipendenze di qualche borghese benestante, di qualche nobile o lavoranti nei possedimenti della Chiesa.

    Tra questi agglomerati certamente figurava la località di Buso situata a 4 chilometri dal capoluogo. La comunità doveva godere di una sua autonomia dalla città murata e quindi avere una Chiesa propria ed una propria parrocchia. Si parla del XIV secolo per risalire alle origini della Chiesa che per il periodo, considerando che tutto il Polesine aveva 25.000 abitanti, doveva essere considerata un’opera importante.

    Tuttora posizionata a chiusura di una piazzetta, che in periodo di dominazione veneziana (XVI secolo) doveva ricordare un campiello, la chiesa, a pianta centrale, ha forma ottagonale: lato di circa 8 metri ed altezza interna di circa 11 metri.

    La tipologia è indicativa di una influenza culturale bizantina sul nostro territorio.

    Staccato dalla chiesa si eleva un bel campanile alto circa 25 m e visibile dalla campagna circostante.

    Antistante alla chiesa è presente un sagrato in pietra di dimensioni 11×16 metri.

    La chiesa di Buso si presenta oggi come un pregevole monumento del passato da salvare: ha una struttura semplice, è in muratura irrobustita, per dare rinforzo alle murature, da lesene posizionate negli spigoli, disposte su due livelli, separati da un marcapiano, e decorate con capitelli. Il tempio, da decenni in stato di totale abbandono, al suo interno presenta una buona luminosità derivante dai finestroni posti, oltre il marcapiano, sui lati dell’ottagono. Di non grande valore ma comunque appartenenti ad una antica tradizione pittorica locale, invece sono i disegni affrescati ancora presenti ed in avanzato stato di degrado sulle pareti e sul soffitto. Il pavimento è in quadroni di pietra bianca con una venatura rosata disposti in diagonale.

    Dall’interno oggi si possono osservare le nicchie che contenevano 3 altari minori; quella destinata al fonte battesimale riprende la forma ottagonale mentre un arco trionfale delimitava la parte destinata ai fedeli da un abside costruito probabilmente in un periodo successivo.

    E’ certo che nella chiesa è stato fatto un intervento nel XVIII secolo che ha modificato la facciata e probabilmente introdotto l’abside. Del periodo rimane il baldacchino in legno messo in opera per l’organo sulla facciata opposta all’altare principale.

    Lo stato di conservazione interno addolora. Sconsacrata negli anni ’60, dopo essere stata per secoli luogo di culto, è stata sostituita da una nuova chiesa costruita nella stessa piazzetta, ed abbandonata. Svuotata delle tele, dei banchi, dei confessionali, degli altari e di tutte le cose ritenute preziose o utili, la chiesa è andata incontro ad un rapido declino.

    Oggi si presenta con il tetto sfondato, il cedimento delle capriate ha portato a spinte sulle murature che evidenziano, con grandi crepe, segni di sofferenza; i vetri rotti e le nebbie hanno alterato i colori dei disegni interni, la statica è problematica e la chiesa è inagibile.

    Internamente oggi, in un disordine impressionante, è presente un ponteggio per sostenere quello che rimane del tetto prima di un possibile crollo improvviso e definitivo. Esternamente l’edera si è abbarbicata alle mura ed ha cominciato la sua lenta ma progressiva opera di demolizione. Gli intonaci esterni ed interni si stanno staccando, i coppi scivolano con pericolo dei passanti per cui, al momento la vecchia chiesa è circondata da una recinzione in rete metallica di protezione.

    Non ci sentiamo di giudicare le scelte effettuate, ma questo è tutto ciò che rimane di un edificio che ha accompagnato con battesimi, cresime, comunioni, matrimoni, funerali la comunità di Buso per secoli… Ora, dei Natali, delle Pasque, delle processioni, delle feste per il santo patrono non rimane più nulla se non gli antichi mattoni con il loro fascino di sempre a testimoniare di un ben diverso passato….

    Questo è lo stato di fatto della vecchia chiesa di S. Marco Evangelista di Buso analizzato e studiato dagli allievi dell’Istituto tecnico per geometri “A. Bernini” di Rovigo, coordinati dall’ing. Gandolfi, che, con un progetto di recupero e ristrutturazione, si sono aggiudicati il secondo posto regionale nel concorso di Cultura ed Identità Veneta.

    “Il lavoro, iniziato nell’ottobre 2003 con la fase di rilievo, è proseguito fino a gennaio 2004 con la restituzione grafica. Da Febbraio ad Aprile è stata sviluppata la proposta progettuale. Fattiva è stata la collaborazione e disponibilità del parroco don Maurizio che ha consentito di effettuare diversi sopralluoghi e ha fornito preziose informazioni.

    Nella progettazione gli studenti, guidati dal proprio insegnante, hanno voluto mantenere la vocazione originaria dell’edificio sacro, cioè l’idea dell’accoglienza delle persone. Per questo la proposta di destinazione d’uso è stata quella di sala multifunzionale attrezzata per spettacoli teatrali, auditorium, conferenze, convegni sperando che diventi un luogo di socializzazione in grado di ospitare circa 150 persone.

    Nel progetto di ampliamento, tenuto a circa 3 metri dalla vecchia costruzione, sono stati collocati biglietteria, servizi, magazzini, camerini e centrale termica.

    Prestigioso il riconoscimento regionale, che ha creato un grande entusiasmo negli allievi protagonisti: Santo Bruno, Andrea Graziano, Manuel Gazzabin, Irene Dolce, Alessio Toffanin, Massimo Garbellini, Dario Belluco, Andrea Vegro, Gasparella Matteo. Ovviamente soddisfatto il Dirigente scolastico prof. Enzo Ortolan che così si è espresso: “Il successo ottenuto ripaga gli sforzi dell’ Istituto per Geometri per fornire un servizio di qualità ai suoi iscritti. Posso aggiungere con orgoglio che abbiamo partecipato ad altri concorsi con i nostri allievi e con le nostre classi aggiudicandoci il primo posto al concorso indetto dall’Associazione Piccole Industrie con il progetto d’impresa del nostro Laboratorio Tecnologico ed il primo posto al premio al Concorso interprovinciale “Progettando i luoghi della nostra provincia…” indetto dalla Fondazione della Cassa di Risparmio a dimostrazione della vitalità e della capacità propositiva della nostra scuola”.

    Complimenti dunque all’Istituto per geometri “A. Bernini” di Rovigo, non solo per aver degnamente rappresentato, nelle varie sedi, la scuola polesana, ma anche per l’interesse ininterrotto manifestato per il recupero e la riqualificazione di importanti strutture architettoniche del nostro Polesine.

  • Alla scoperta degli antichi organi

    Alla scoperta degli antichi organi

    La Diocesi di Adria-Rovigo, pur nelle sue relativamente ridotte proporzioni geografiche, vanta un patrimonio organario ragguardevole e di grande interesse storico, costituito da circa ottantacinque strumenti, realizzati tra la seconda metà del Settecento e gli anni Ottanta del Novecento, recentemente catalogati ad opera della Regione Veneto e dell'Ufficio Beni Culturali della nostra Diocesi.

    Per gli appassionati di questo aulico strumento musicale, ma più in generale per gli amanti del patrimonio culturale della nostra terra, può costituire un motivo di interesse una visita alle chiese del Polesine, per far conoscenza con gli organi di pregio della nostra diocesi.

    L’itinerario può iniziare a Rovigo, dal tempio più prestigioso, quello della “Rotonda”, dedicato alla B. V. del Soccorso. Nel suo sontuoso interno troviamo il più antico organo del Polesine, costruito da Gaetano Callido nel 1767, op. 34.

    Gli strumenti più recenti sono invece due: quello di Villadose, realizzato da Diego Bonato nel 1985 su progetto del M° F. Finotti, e quello di Fiesso Umbertiano, costruito dalla Ditta Ruffatti nel 1969 per il Seminario di Rovigo, riformato, ampliato e trasferito nell'attuale sede nel 1999.

    Dal punto di vista tipologico, nel panorama diocesano sono da ricordare, innanzitutto, gli strumenti di Gaetano Callido, massimo esponente della Scuola Neoclassica Veneta, presente con ben dieci opere. Ma di tutto rilievo è anche lo splendido organo di S. Maria in Punta, realizzato da Francesco Dacci nel 1784 e restaurato nel 2001 da Vincenzo Salvato con il contributo della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Tra Sette e Ottocento si collocano i tre strumenti di Scuola Mantovana presenti in Diocesi. Risalgono invece al XIX secolo alcune importanti opere: le due di Antonio Callido, figlio di Gaetano, i due strumenti dei Bazzani, suoi successori, e i tre dei Cipriani di Stanghella, tra i quali l'organo a due tastiere di Arquà Polesine, di cui presto inizieranno i lavori di restauro e ricostruzione. Allievi e successori dei Cipriani furono i Fratelli Pugina, presenti con quattro strumenti. Importanti anche le realizzazioni di Giovan Battista De Lorenzi a Bellombra e Sarzano.

    Cospicua è anche, nell'Ottocento, la presenza degli organari lombardi: Giovanni Tonoli, che in Polesine realizzò quattro opere (tra le quali i grandiosi strumenti di Fratta Polesine e Melara), Pacifico Inzoli, con due, e infine Giovanni Foglia, autore dello splendido e rarissimo strumento della Basilica di San Bellino.

    Gli organari emiliani, invece, sono presenti con due sole opere: il Franchini di Canda (1871) e l'organo di Sariano di autore ignoto.

    Nel Novecento, poi, le ditte più rappresentate sono i Malvestio di Padova, che in Diocesi realizzarono circa una dozzina di strumenti, i loro concittadini e rivali Annibale Pugina e Figli, presenti con nove opere, la ditta Zordan di Cogollo (VI) con due, e i Quaglio di Villa d'Adige, di cui rimangono, in Diocesi, tre organi.

    Nel secondo dopoguerra, invece, la quasi totalità delle nuove costruzioni fu realizzata dai Fratelli Ruffatti di Padova, autori di una decina di strumenti.

    L'elenco, per ragioni di spazio, non è ovviamente completo, ma dà l'idea, comunque, dell'importanza di questo patrimonio che, dal 1992, un crescente gruppo di Parrocchie della Diocesi cerca di valorizzare con due Rassegne Concertistiche: i "Concerti di Primavera" e i "Concerti d'Autunno" che quest'anno, complessivamente, hanno compreso ben ventisette manifestazioni, evidente dimostrazione della grande considerazione in cui i Parroci e la Diocesi tengono questo patrimonio, che non è trascurato né dimenticato, ma valorizzato e frequentemente proposto alla fruizione del pubblico e della comunità.

  • Tra Veneto ed Emilia

    Tra Veneto ed Emilia

    Un’escursione cicloturistica da S. Basilio al bosco della Mesola

    L’ipotesi di un appuntamento presso la millenaria chiesetta di S. Basilio per un’escursione cicloturistica dal Parco del Delta veneto a quello emiliano era piaciuta a tutti. “S. Basilio: il nome suona bene, e sarà un ottimo avvio per la nostra gita”, aveva osservato Marco, mettendo autorevolmente fine ad una solitaria ipotesi divergente.

    E così, in una luminosa mattinata domenicale, di un settembre ancora venato di qualche nota estiva, ci eravamo trovati tutti puntuali, a scaricare le bici dalle auto, presso l’antica pieve; sorpresi dal silenzio e dall’atmosfera assorta del luogo, a pochi chilometri dalla trafficatissima Romea.

    S. Basilio, metafisicamente così discosto dal tumulto dei nostri giorni, ci conquistò per il clima di ancestrale verginità, che istintivamente ci suggerì un atteggiamento di profondo rispetto. Sulla duna, solitaria ma non dimenticata, la chiesetta medioevale accolse la composta compagnia con la dolcezza che è propria delle chiese di campagna. Ma nel luogo si coglieva anche la solennità dovuta ai lunghi secoli di storia, testimoniati dalle antiche pietre della sacra costruzione.

    Fu una gentile giovane del vicino ufficio di informazioni a fornire alcune basilari nozioni sul particolare angolo del delta veneto, già frequentato ai tempi dell’impero romano quando era attiva una stazione di sosta lungo la consolare via Popillia che da Rimini raggiungeva Altino. Era denominata mansio Radriani, successivamente Hadriani, da cui Ariano, comune in cui si trova inserita la borgata. Per chi giungeva da sud, la mansio precedeva la stazione dei Sette Mari (Septem Maria), ubicata nel territorio dell’attuale Porto Viro.

    La duna fossile su cui sorge la chiesetta ricorda che, in tempi remoti, questa era la linea che separava il mare dall’entroterra, mentre il nome della località deriva proprio dall’antico tempietto dedicato al santo orientale, S. Basilio di Cesarea. Un suggello inconfondibile, unico in Polesine, a ricordare che dall’oriente è giunto nel delta, e quindi nella pianura padana, il primo messaggio del cristianesimo.

    La bella chiesetta, dalle pure forme romaniche, ha ispirato miti e leggende, come quella che vuole che i suoi costruttori siano stati i paladini di Pipino re di Francia, in una sosta alla volta di Venezia. Alcune lastre di vetro poste, dopo recenti restauri, sul pavimento interno, svelano la presenza di antiche tombe ad un livello piuttosto discosto dall’ultima pavimentazione, testimonianza di varie stratificazioni e della storicità del luogo.

    E’ forte la suggestione dell’ambiente dominato dall’antica pieve, e non è facile lasciare il luogo per raggiungere la vicina mostra antiquaria, che risulta alloggiata in un edificio troppo nuovo per comunicare vibrazioni intense. La documentazione esposta finisce però per catturare l’interesse: parla in particolare dei tempi romani, quando era attiva la stazione di sosta e quando nelle vicinanze sorgeva una villa rustica, presso cui sono stati individuati i reperti esposti.

    E’ ora di inforcare le bici. Si comincia a pedalare ed è subito natura, alternata da campi coltivati, pioppeti e qualche tipica abitazione rurale.

    Si procede su un esile nastro, asfaltato in modo approssimativo e delimitato a mezzogiorno da un fossato, da cui, al nostro passaggio, si innalza, maestoso, un magnifico esemplare di airone cenerino: prende il volo verso il vicino argine del Po di Goro, il ramo più meridionale del grande fiume che separa il Veneto dall’Emilia.

    Raggiungiamo frattanto Rivà, paese anche questo nel comune di Ariano, territorio caratterizzato nel passato da secolari contese tra la Repubblica di S. Marco e gli Estensi sostituiti poi dallo Stato della Chiesa. La pace tra i contendenti fu sottoscritta nel 1749, con la salomonica divisione dell’isola interfluviale di Ariano, racchiusa tra il Po di Venezia e quello di Goro. A suggello del trattato, negli anni successivi vennero eretti 50 “pilastri”, piccole torri innalzate lungo tutta la linea di confine. E nel territorio di Rivà sorge ancora l’unica testimonianza superstite di tale opera divisoria, divenuta inutile quando il Congresso di Vienna, nel 1815, stabilì più a sud, lungo il Po di Goro il confine del Veneto allora dominato dall’Austria.

    Non raggiungiamo il famoso pilastro, che risulta fuori rotta rispetto al nostro tragitto, ma ci portiamo sull’argine del fiume, presso cui si erge un solitario campanile, a dominare il verde spazio da cui si innalza l’arginatura. Apprendiamo che proprio i lavori di rinforzo degli argini, resisi necessari dopo vari episodi alluvionali, hanno imposto l’abbattimento della chiesa, allora troppo accostata al fiume e ricostruita negli anni ‘60 del secolo scorso in area più sicura.

    Lasciate le bici, scendiamo frattanto nella zona golenale bagnata dal Po di Goro: tra le fronde di vecchi olmi, oltre il fiume, appare la maestosa costruzione del Castello di Mesola, dove effettueremo la nostra prossima tappa. Scattata una foto, riprendiamo il percorso per raggiungere la vicina strada Romea e superare il ponte, a metà del quale un cartello informa del passaggio dalla Regione Veneto a quella dell’Emilia Romagna.

    Ed eccoci a Mesola, il cui cuore è proprio rappresentato dal massiccio castello, costituito da uno squadrato corpo centrale, rafforzato ai quattro angoli da altrettante torri merlate. Fu fatto costruire nel 1578 da Alfonso II d’Este, come residenza di campagna per gli svaghi e la caccia: una delizia, come venivano allora denominate le splendide dimore erette dalla nobiltà nel contado per i propri passatempi. E questa della Mesola fu particolarmente splendida, anche perché dedicata alla terza moglie del duca, Margherita Gonzaga, che un vaticinio aveva profetizzato avrebbe dato l’agognato erede ad Alfonso II. Cosa che non avvenne e che, alla morte del duca nel 1598, determinò l’accorpamento di Ferrara allo Stato Pontificio.

    Nei pressi del castello, a sud, sorge la parrocchiale, mentre verso il fiume si apre un arco di portici con una fitta serie di abitazioni e botteghe, al tempo degli Estensi residenza della servitù. A protezione della nobiliare costruzione e dell’ampia superficie boscata riservata alla caccia era stata eretta un’ampia cinta muraria di oltre 13 chilometri, oggi scomparsa. E piuttosto spoglia si presenta al suo interno anche la turrita residenza estense – attualmente sede del Centro di Educazione Ambientale del Parco Regionale del Delta del Po – destinata ad animarsi soprattutto in occasione di alcune importanti mostre che periodicamente vengono allestite negli ampi locali.

    Risaliamo frattanto l’alto dell’argine del Po di Goro per ammirare l’imponenza della storica costruzione, che massiccia e tetragona domina la campagna, nonché per scattare alcune foto prima di riprendere il nostro percorso.

    Superato il sottopassaggio creato sotto la trafficata Romea, imbocchiamo frattanto la lunga e rettilinea via Biverare, un tempo “Stradone della Giudecca” che portava al confine orientale della cinta muraria della Mesola. La via, fiancheggiata da alti pioppi cipressini, dà accesso ad alcune ampie ottocentesche corte rurali. Alla fine incontriamo il Bosco della Fasana, che si allunga verso sud, costeggiato dalla strada che prende il nome di via Boschetto. Noi imbocchiamo un parallelo sentiero, interno alla macchia verde, in modo da godere del percorso ombreggiato proprio nell’ora più calda della giornata.

    Giungiamo frattanto alla borgata di Santa Giustina, al centro della quale sorge l’Ostello Oasi Torre Abate dove siamo attesi per il pranzo. E qui, in terra ferrarese, stupisce sentire il personale parlare con inequivocabile cadenza veneta. Intuita la nostra curiosità, il sig. Libero Gasparetto, presidente della cooperativa che gestisce la struttura ricettiva, ci informa dell’impegno nella zona assunto dalla cooperativa Nordest che ha sede a Fratta Polesine. Oltre all’ostello di Santa Giustina è di pertinenza della coop. frattense anche la gestione di un’altra iniziativa di alloggio ubicata nel paese di Gorino ferrarese alla foce del Po di Goro.

    In attesa del pranzo, visitiamo frattanto l’ostello, che si presenta accogliente, caratterizzato da un ampio polmone di verde, parte del quale si interpone tra l’edificio adibito a ristoro che dà sulla piazza della borgata e quello del pernottamento più discosto. Quest’ultimo si presenta con stanze linde, tutte dotate di bagno per assicurare un buon livello di confort agli utenti che, oltre a gruppi sportivi e ricreativi, sono spesso costituiti da famiglie ed in genere da amanti dell’ambiente naturale e storico che caratterizza la zona.

    Approfittando del buon clima della giornata, il pranzo ci viene servito all’ombra di frondosi pini marittimi, con piatti davvero graditi, tra cui particolarmente apprezzati risultano l’anitra alle prugne e il capriolo in umido.

    L’itinerario riprende alla volta della vicina Torre Abate, l’unica sopravvissuta tra le 14 postazioni di guardia posizionate lungo la scomparsa recinzione murata della Mesola. Oltre che come presidio difensivo, il massiccio manufatto era finalizzato a regolare il deflusso di un canale di drenaggio nel mare allora vicinissimo. Funzionava cioè come chiusa, in grado di ostacolare la risalita dell’acqua marina in condizioni di pronunciata alta marea o di situazioni meteorologiche avverse.

    Ed ancora oggi la torre manifesta le sue origini, sorgendo nei pressi del Canalbianco su un robusto ponte con cinque arcate. Attualmente l’acqua che la circonda ha però una funzione puramente decorativa ed ambientale. Si tratta di un ameno laghetto, adibito anche alla pesca sportiva, circondato da una vasta area verde attrezzata per soste e contrassegnata anche dalla presenza di un tipico oratorio agreste.

    Riprendiamo il nostro itinerario lungo via Belmonte che nel toponimo ricorda la presenza di antiche dune, ormai irrimediabilmente scomparse, che dovevano connotare significativamente la zona; oggi caratterizzata da una fiorente agricoltura, ma un tempo coperta dal bosco, come ricorda anche la località Alberazzo che superiamo alla volta di Bosco Mesola, il paese dell’ampio polmone di verde che costituisce la meta finale del nostro itinerario.

    Eccoci al Gran Bosco della Mesola, la vasta riserva naturale statale che, estesa su oltre mille ettari, costituisce uno degli ultimi e meglio conservati boschi di pianura. La frescura della grande area boscata ci accoglie gradevolmente. Gianni, il più esperto del gruppo, ci fa notare le differenze dei vari “microambienti” originati dal gioco del terreno, in cui dune dalle antiche origini si alternano ad avvallamenti in qualche caso anche pronunciati: nelle zone rialzate, alla sommità delle dune, il terreno sabbioso, permeabile e povero di sostanza organica agevola un microclima più caldo e secco, ove si è radicato il bosco termofilo con il netto predominio del leccio (quercus ilex), presenze di ginepro, fillirea, ligustro e biancospino; nelle aree di bassura, dove l’acqua di falda è in grado di affiorare anche per lunghi periodi, prende vita il bosco igrofilo, caratterizzato dall’olmo, dal pioppo, dal frassino e dalla vegetazione palustre rappresentata da carice e falasco. Nelle aree intermedie infine si sviluppa il bosco mesofilo con farnia, carpini e ligustro.

    Il nostro vagabondare tra i sentieri del grande bosco è premiato dal fuggevole incontro con alcuni esemplari di daini che, con i più rari cervi, costituiscono una presenza faunistica qualificante per l’estesa area verde.

    Scattate le ultime foto, ci predisponiamo al ritorno con un’ininterrotta pedalata fino al punto di partenza, paghi della giornata trascorsa en plen air tra vari ambienti caratterizzati dalla natura e dalla storia dell’uomo, evidenziata dagli importanti beni architettonici che ben qualificano il Parco emiliano e veneto del Delta del Po.

  • Ventaglio n.30

    Ventaglio n.30

    Quindici anni di Ventaglio, con la puntuale uscita della rivista edita da Turismo & Cultura, rappresentano un tempo utile per un bilancio. Una riflessione non solo sull’attività del periodico che con continuità ha mantenuto fede all’appuntamento semestrale con i lettori, ma anche sull’evoluzione della società polesana e sulla percezione che all’esterno si ha della nostra terra.

    E’ innegabile che in questo lasso di tempo siano maturate certe tematiche approfondite dalla rivista, e soprattutto si siano sviluppati i semi gettati con passione da alcuni gruppi culturali, attivi fin dai primi anni ottanta. Illuminante a questo proposito l’articolo Il primo seme del turismo, a pag. 76 di questo numero.

    Sempre più condiviso, e diffuso nei vari strati sociali, risulta in particolare il concetto che la vocazione di questa provincia non è tanto legata a nuovi poli industriali, quanto alla valorizzazione del territorio. Le cui peculiarità ambientali, artistiche e culturali non mancano di essere apprezzate anche da visitatori esterni.

    E la conoscenza di aspetti salienti del territorio costituisce un obiettivo sempre maggiormente presente nella programmazione scolastica, incontrando inoltre motivi di apprezzamento in vari ambiti della società. Gli stessi sponsor della rivista – a cui va un sentito ringraziamento per l’opera di sostegno che non è mai venuta meno – dimostrano interesse ad affiancare il loro marchio ad un’iniziativa editoriale che promuove la conoscenza e la valorizzazione di quella che sempre più spesso viene definita, in positivo, come “la terra dei fiumi”.

    Per quanto riguarda il periodico, a conclusione del quindicennio di lavoro è doveroso rivolgere un sentito ringraziamento a tutti i collaboratori. E se da un lato è naturale in questa occasione registrare la soddisfazione che nasce dalla consapevolezza di un lavoro fatto con impegno, dall’altra non manca purtroppo una nota di mestizia: è il ricordo, incancellabile, di alcuni preziosi collaboratori che ci hanno lasciato per sempre. I loro nomi ricorrono anche in questo numero del Ventaglio che, nelle pagine finali, è corredato da un apparato di indici generali, utile per risalire ad articoli pubblicati negli ultimi dieci volumi.

    Nel bilancio del trentesimo numero non può mancare infine un ringraziamento a tutti i lettori (non pochi dei quali ci seguono fin dal primo volume). A loro va un’assicurazione per il futuro: continueremo il nostro lavoro con rinnovato impegno.

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