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Archivi: Articoli d’archivio

  • Adalgisa Calzaverini

    Adalgisa Calzaverini

    L’avevo incontrata due volte, Adalgisa Calzavarini.

    La prima volta sulla corriera di linea per Rovigo una quarantina di anni fa. Lei era salita a Bagnolo di Po, il suo paese, io in quello successivo, Castelguglielmo. Trovai il posto vuoto accanto al suo e chiesi di sedermi. Ambedue eravamo diretti a Rovigo. Non ci conoscevamo personalmente ma, visto che il viaggio sarebbe durato un’oretta, sembrò logico a entrambi fare un po’ di conversazione.

    Quando la signora mi disse il suo nome, compresi chi era perché avevo sentito parlare di lei ed avevo letto alcuni suoi scritti. Anche lei si ricordava di me perché leggeva le cronache che da poco avevo iniziato a fare dal mio paese per il Gazzettino, il quotidiano sul quale anche lei scriveva fin dal 1943.

    La comune passione favorì una buona intesa ed io ebbi modo di avere da lei dei preziosi consigli. In quell’occasione mi sollecitò anche a scrivere di Pio Mazzucchi, lo scrittore di Castelguglielmo, a fare uno studio sulla sua vita e sulle sue opere che ella riteneva importanti.

    La seconda volta incontrai Adalgisa nel dicembre 1987 presso la Casa di riposo di Badia Polesine, dove alloggiava dall’estate precedente poiché, ormai avanti negli anni, aveva bisogno di assistenza. Volevo fare un articolo su di lei. Era amareggiata per aver dovuto lasciare il suo paese e la sua casa di Bagnolo di Po dove aveva vissuto per oltre novant’anni e che non aveva mai voluto abbandonare nonostante gli impegni di giornalista e scrittrice che l’hanno portata a viaggiare per tutta l’Italia.

    Durante il nostro primo incontro sulla corriera avevo avuto modo di conoscere la vera “Gisa”, così firmava i suoi scritti. Una donna dinamica, vitale, intraprendente, piena di interessi e di attività nel campo letterario. Aveva suscitato la mia curiosità per cui volli in seguito documentarmi sul suo lavoro.

    Ricostruii così le tappe più significative della sua vita iniziata il 17 novembre 1896 a Bagnolo di Po, paese a cui Adalgisa Calzavarini rimase sempre legata, abitando nella vecchia casa avita, immersa tra i fiori e nel verde di grandi alberi, in un paesaggio che è sempre stato lo scenario dei suoi racconti.

    Conseguita la licenza d’onore all’Istituto Magistrale di Rovigo, compì studi universitari a Padova. Iniziò a scrivere nel 1933 “cercando, nel dare sfogo alla sua ansia inesauribile, di scoprire e di interpretare l’anima divinatrice del suo popolo, come poi la esalta nel suo continuo e commovente canto sciolto alle bellezze e alle tradizioni della sua terra”, come scrive di lei Carmine Manzi.

    “Gisa” ambienta le sue narrazioni tra nostalgia di tempi passati e rimpianti di cose perdute, di tipi e di costumi, di personaggi presi dalla sua gente e dal suo ambiente, di passioni e sofferenze. “Le sue pagine sono molto di più di una confessione, intrise di ricordi di guerre e delle alluvioni, o di visioni di verde e di azzurro, come acquerelli rapiti alla sua terra in momenti di sublime elevazione” (Manzi).

    Adalgisa si iscrisse all’Ordine dei giornalisti pubblicisti dal 1949, fu redattrice della “Vita scolastica” di Firenze per 24 anni, de “La settimana” di Rovigo dal 1950, de “La Carrozza dei piccoli” e collaborò a circa una cinquantina tra giornali e riviste.

    Ha dato alle stampe anche diversi volumi: “San Gottardo vescovo”, “Il mostro dalla sette bocche”, “San Sebastiano”, “Bagnolo di Po: storia e leggenda”, “L’ombra della casa”, “Polesine, dolce terra di mesopotamia”, “Ansia di pellegrinare” che sono i resoconti di pellegrinaggi compiuti all’estero; “Cronache racconti – incontri” e una raccolta di racconti premiati e pubblicati in antologie anche straniere. Per questi ricevette moltissimi premi a Rovigo, Bologna, Como, Firenze, Viareggio, Roma, Napoli, Cosenza, Paestum, Catania e in altri numerosi concorsi letterari.

    Inclusa nei più importanti Dizionari, fece parte di diverse Accademie italiane e straniere e dal 1956 di quella dei Concordi di Rovigo. Partecipò a Commissioni per l’assegnazione di premi letterari e fu nella giuria dei 300 lettori del Campiello 1971. Fu nominata Cavaliere al merito della Repubblica e ricevette una Commenda al merito letterario.

    Sembra opportuno lasciare a chi l’ha meglio conosciuta il commento sulla sua opera.

    Antonio Cappellini scrisse: “Predilige i componimenti storici e descrittivi e sa rivestirli di una forma letteraria limpida e piacevole”. Rosolino Borella: “Le sue pagine sono fatte d’anima e di colore: in esse ritrovi gli orizzonti che chiudono argini e campanili della sua terra generosa: un capitello abbandonato in un crocicchio o un’eco di festose campane basta a dare vita alla sua penna”.

    Bepi Bonafin ne ammira lo stile limpido ed elegante e dice che Gisa “è una scrittrice chiara, ricca di umanità, di solidarietà nel dolore”.

    Norma Tincani su “Il Resto del Carlino”: “E’ come la terra polesana che descrive con tanto amore coi suoi alberi e le sue rogge, i suoi campi feraci, le albe e i tramonti solenni, le nebbie e le piogge insistenti, il suo bene e il suo male che pel cuore di lei sono ugualmente sacri, come sacri sono, per chi ne capisce il senso, la gioia e il dolore. Lei è tutto questo e di più”.

    Adalgisa Calzavarini morì presso la Casa di riposo di Badia Polesine il 4 agosto 1992 all’età di 96 anni.

    Ricordare questa scrittrice come un’importante figura del nostro Polesine (e non soltanto sul piano letterario) non è soltanto un dovere, ma costituisce un motivo di orgoglio. Opportuno sarebbe dedicarle quanto meno un premio di prosa o poesia, in grado di stimolare nuove produzioni letterarie ambientate nella terra che tanto amò.

  • Il “maestro” Giovanni Ollari

    Il “maestro” Giovanni Ollari

    Pochi, anzi pochissimi, erano ottant’anni fa quelli che potevano permettersi un soggiorno al mare. Una nuotata e l’esposizione temporanea al sole è stata da sempre consigliata per i bambini (oggi bisogna usare le creme perché c’è il buco dell’ozono) per irrobustire il corpo combattendo il rachitismo.

    Ma un tempo soltanto i ricchi potevano permettersi di raggiungere il mare con i genitori. Poi, nel periodo Fascista, furono ideate le colonie marine che successivamente con altre organizzazioni continuarono ad offrire un importante servizio anche dopo la seconda guerra mondiale fino a tutti gli anni sessanta.

    Ma ottant’anni fa, prima ancora delle colonie marine, a Rovigo nacque l’idea, sostenuta con convinzione dall’avvocato Urbano Ubertone di istituire una “colonia fluviale” sul Po per tutti i bambini che ne avevano bisogno.

    Chi organizzò, con entusiasmo e senza badare alla fatica, questa iniziativa a favore dei fanciulli rodigini fu il maestro Giovanni Ollari. Per il trasporto ecco una corriera chiamata “trenino”, guidata dal signor Giusberti dipendente della Provincia. I ragazzi partivano al mattino dalle scuole di via Miani. Col pullman raggiungevano Polesella, indi passavano a piedi il bel ponte di barche per raggiungere la spiaggia golenale di Ro Ferrarese, rifacendo il tragitto contrario nel tardo pomeriggio.

    Per molti ragazzini, che non erano mai usciti dal territorio comunale, la colonia fluviale costituiva una vera avventura: c’era aria buona, sole, ginnastica e soprattutto buon cibo.

    Questa iniziativa durò cinque estati dal 1923 al 27, ed il maestro Ollari fu sempre in prima fila come organizzatore e sovrintendente. Una persona che seppe conquistare la piena fiducia e la stima degli abitanti di Rovigo, dove ebbe un posto di ruolo dopo aver superato il concorso per insegnante nel 1919 subito dopo la guerra. Chi ha più di 60 anni lo ricorda ancora come “Il Maestro”.

    Giovanni Ollari era nato a Calestano di Parma nel 1881. Lo zio sacerdote favorì la sua entrata in seminario dove poté studiare. Ma una volta completato il ginnasio, uscì, con dispiacere dello zio, per frequentare le scuole “Normali”, così allora si chiamava l’istituto magistrale.

    Una volta diplomato trovò lavoro in un collegio della città di Parma. Avendo amici a Rovigo, raggiunse poi il capoluogo del Polesine, prestando servizio presso il collegio Ghedini (poi Di Rorai) dove ricoprì la carica di vicedirettore.

    Uomo di grandi slanci, partecipò come fante alla Grande Guerra (1815-18) ottenendo la Croce di Guerra al valor militare. Poi, come detto, vinse il concorso che gli assicurò a Rovigo un posto di ruolo nelle scuole statali. Nel 1921 e 22 insegnò in una pluriclasse (quarta e quinta maschile).

    Ormai il maestro è a pieno titolo rodigino. Conosciuto da tutti, nel 1925 sposò una sua collega maestra elementare, Maria Beltrame, con la quale avviò a Rovigo un’interessante iniziativa filodrammatica, coinvolgendo varie persone e tanti simpatizzanti. Tra questi l’avvocato Padovan e signora, il giovane e bravo tenore Duilio Mazzetto, una giovanissima e promettente Giulietta Simionato (che allora abitava a Rovigo ed era allieva del maestro Lucatello) e Ferdinando Palmieri, un giovane critico e commediografo, destinato a farsi strada nel mondo del giornalismo.

    Tutti insieme misero in scena la commedia “Nina non far la stupida” del librettista Arturo Rossato e di Capodivacca, su musica di Enrico Giachetti. La commedia fu rappresentata con grande successo al Teatro Sociale.

    Nei giorni che precedettero la rappresentazione, in casa mia era tutto un continuo parlare di questo avvenimento: mia sorella Antonietta, giovanissima aveva un piccolo ruolo come comparsa. La città partecipò con vero entusiasmo, in un clima di festa. Eugenio Ferdinando Palmieri scrisse sul “Corriere del Polesine” del grande successo, dicendo: “Ollari è stato un ottimo Fulgerio”. Il giornalista Luzzato firmò sulla “Voce del Mattino” un’entusiastica recensione. Slanci di gioventù che poi non si ripeteranno…

    Tra gli impegni del maestro Ollari come insegnante, vanno ricordati i diciotto anni in cui prestò servizio presso le scuole serali di via Mazzini. Allora c’erano tanti analfabeti o semianalfabeti e la sua instancabile attività gli meritò il titolo di cavaliere del Regno per meriti educativi.

    Nel 1934 i giovani si dovevano preparare per la “conquista dell’Impero”. Nel periodo estivo il maestro venne chiamato per le grandi manovre a Casola Valsenio (sull’Appennino Tosco-Emiliano). Anche in questa occasione Ollari si sentì in dovere di insegnare a leggere e scrivere a quei soldatini.

    Fu un insegnante infaticabile; dava lezioni a persone adulte che avevano bisogno della licenza elementare e non diceva mai di no. Con tutti era spiritoso e pronto allo scherzo; con l’adorata figlia era sempre affettuoso.

    Amava i giovani e per loro organizzava gite dopolavoristiche. Memorabile fu la visita alla Fiera di Milano, anche perché molti giovani prima di questa occasione non erano mai saliti su un treno.

    Per l’insegnamento aveva una concezione moderna, non solo legata ai libri, perciò accompagnava gli alunni a vedere l’ufficio postale perché imparassero ad inviare un telegramma o compilare un vaglia.

    Nel 1942, già sessantunenne, venne richiamato alle armi durante la seconda guerra mondiale, con il grado di tenente. Data l’età non partecipò ad azioni militari, ma fu destinato ad Adria e poi a Rovigo all’ufficio SE.PR.A (Sezione Provinciale di Alimentazione).

    Dopo la guerra riorganizzò in Provveditorato l’ufficio del Patronato Scolastico, ricoprendo per sei anni la carica di presidente. Per otto anni fu attivo nel Comitato Provinciale Orfani di Guerra.

    Nel 1952 accettò la proposta dell’ing. Gasparetto di far parte del Consiglio dell’Accademia dei Concordi e, per un periodo, fu anche consigliere della Cassa di Risparmio di Rovigo.

    Il Resto del Carlino lo ebbe per lungo tempo come collaboratore e gli donò un orologio per premiare la sua fedeltà.

    Si spense 40 anni fa, nel 1964, assistito dalla moglie Maria e dalla figlia Iolanda. Per dieci anni aveva goduto dei sorrisi e dei baci affettuosi dei nipoti Lorenza ed Alessandro, terminando con loro la sua impareggiabile mansione di educatore.

  • Il palcoscenico di Eugenio Ferdinando Palmieri

    Il palcoscenico di Eugenio Ferdinando Palmieri

    Ricorre quest’anno il centenario di Eugenio Ferdinando Palmieri, che, venuto al mondo il 14 luglio 1904 a Vicenza, si era presto trasferito a Rovigo la sua vera patria, sempre rivendicata tra amore e disamore.

    Grande poeta prima di tutto, ma specialmente drammaturgo, critico teatrale e cinematografico, che esercitò il suo magistero e la sua militanza sulle colonne de Il Resto del Carlino, La Notte, Il Tempo, Epoca, L’Illustrazione Italiana e Sipario, ma anche in alcuni volumi e in collaborazioni radiofoniche e televisive. Palmieri è stato il fiero teorico e l’appassionato storico del teatro veneto, di cui aveva riconosciuto subito la grandezza e l’autonomia, in un percorso che dai “mariazi” quattrocenteschi arrivava autorevolmente fino al Novecento, passando per Ruzante, Giancarli, Calmo, la Commedia dell’Arte, Goldoni, Gozzi, Libero Pilotto, Domenico Pittarini, Giacinto Gallina, Gino Rocca, Renato Simoni.

    Poco più di una decina di commedie per il “teatro in veneto” e una mai rappresentata per quello in lingua, tale il lascito di Eugenio Ferdinando Palmieri autore.

    Gli esordi

    Come autore era nato all’ombra del Teatro Sociale di Rovigo; lui stesso ebbe infatti a ricordare molti anni dopo: “è appunto nell’ascoltare Albertina Bianchini che il mio entusiasmo per il teatro veneto mi sospinge a diventare autore. Già disceso dal loggione per fare, in platea, il cronista dell’unico quotidiano locale, mi capita, nel 1923, d’immaginare per Albertina un testo bizzarro Strampalata in rosablu ovvero Arlecchino e allegria oggi sposi”. Ma il copione, precoce (l’autore aveva appena ventun’anni) e insolito nel panorama veneto e italiano, che aveva debuttato con il titolo La canzone delle maschere a Vicenza nel giugno dell’anno seguente, ottenne un “clamoroso insuccesso”. Né poteva essere diversamente, visto che il mondo delle maschere e della commedia dell’arte veniva coniugato con la poesia simbolista e immerso, per contrasto, nella realtà della provincia.. Ma sarebbe bastato allungare lo sguardo appena oltre i confini di un’Italia divisa fra Pirandello e l’eredità dannunziana, per cogliere immediatamente la novità e l’audacia dell’immaginazione di Palmieri, che tornava alle maschere sulla scia di Carlo Gozzi, facendole interagire con i personaggi, così come qualche anno prima era avvenuto con i copioni di Blok portati in scena dai Pitoëff (gli alfieri di Pirandello in Francia, guarda caso!) e i leggendari allestimenti di Meyerch’old.

    Palmieri incontrava Arlecchino nella Rovigo anni Venti. Una Rovigo della nostalgia e dell’immaginario, che si radica nei primi due decenni del Novecento e che si connota profondamente dell’eredità di una città ottocentesca: una città probabile e non certo inventata, ma parallela a quella reale e sospesa nella luce di una identità diversa, ambigua nella sua evidenza, quasi sfondo per le vertigini di un sogno. Un sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga. È la Rovigo che ritorna anche nella poesia; grigiastra “coverta de fumare / co i copi bassi e i portegheti neri” per inquietare la memoria di Gino Piva; oppure nelle intermittenze del cuore dello stesso Palmieri, “picoleta” e “fata in casa”, con la nebbia di novembre invasa dal profumo delle patate americane e delle caldarroste. La città di Livio Rizzi, “dove ancora / par le strade se sente la campagna”, “senza pretese”, con la gente che “tuto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega”.

    Così, in questo primo ed esilissimo copione, già facevano capolino alcuni elementi tipici del teatro di Palmieri: il recupero del dialetto, il gusto trasgressivo, la riscoperta della commedia dell’arte e del Settecento, l’attenzione alle opere degli autori veneti a cavallo tra Ottocento e Novecento, il respiro della provincia che sfuma nella campagna.

    Stessa sorte per le tre commedie successive, che sono favole innamorate e ingenue, fragili come le ali di una falena.

    La svolta

    La svolta avviene, semmai, nel 1929 con La corte de le pignate, che sceglierà il “dialetto di fondo polesano” e un’ambientazione tra Rovigo e Lendinara, ma anche quel piglio “masnadiero” che aveva contrassegnato la stagione poetica.

    Proprio in quei giorni, lo scrittore – che si era fatto apprezzare come redattore drammatico e fine polemista sulle colonne del “Corriere del Polesine” prima e della “Voce del Mattino” poi – si era ormai insediato a Bologna come critico teatrale e cinematografico del “Resto del Carlino”.

    Una partenza, però, destinata a farsi ferita mai rimarginata del cuore, con nella memoria una Rovigo ben diversa da quella reale, scenario sospeso nel tempo, dove ritornare di tanto in tanto, ma in incognito, come riemergendo dal passato, a incontrare pochi e fidatissimi amici sotto il complice pergolato di una trattoria o nel buio fumoso di un’osteria. Così, la vecchia e squallida “corte de le pignate”, che gli anni Sessanta hanno impietosamente spazzato via al pari di quello che restava della città ottocentesca, si trasforma in palcoscenico della memoria; e le povere abitazioni che aprivano le porte anguste e le finestrelle su uno spiazzo di terra battuta diventano una quinta di teatro, quasi un campiello veneziano, in cui le voci vanno e vengono da una casa all’altra e le donne si accomodano sulla soglia per rifare il collo ad una camicia o rammendare pantaloni sdruciti, mentre i bambini si rincorrono affannati intorno.

    Sì, un campiello con l’alito di generazioni inghiottite dal buio dell’anonimato. Ce lo disse, una volta, lo stesso Palmieri rievocando con la voce affilata dallo “spleen” la Rovigo di altri tempi che era stata il gran scenario della sua giovinezza e dei suoi amori inconfessati. Quella corte, che aveva preso il suo nome da un paio di calderai che battevano tutto il giorno sulle nere pentole incrostate e ammaccate per farle tornare nuove, era anche un appuntamento con un’umanità operosa e onesta, paga di sogni frugali. E tutto questo nei rigori invernali del lontanissimo 1929, quando Palmieri aveva solo venticinque anni e stava già preparando la valigia per andarsene a fare il giornalista a Bologna.

    Una commedia aerea come una ragnatela che, con una trama tenue e personaggi inconsistenti come il fumo, era già il segno del suo rimpianto e per questo l’aveva cucita con un dialetto di “fondo polesano”, diventato improvvisamente scorrevole. Una commedia che voleva essere anche una specie di operetta, al modo di Nina no far la stupida che due anni prima aveva talmente affascinato il giovane Palmieri da indurlo a cimentarsi con il palcoscenico come attore. Anche per affascinare i begli occhi di una fanciulla, naturalmente, che è appunto la dedicataria anonima della Corte de le pignate. Ma la fortuna non aveva sorriso neppure alla Corte de le pignate: capocomici come Baseggio e Giachetti non l’avevano degnata di attenzione e solo tre anni dopo un gruppo di filodrammatici l’aveva portata sul palcoscenico del Sociale.

    La stagione creativa

    Nel 1932, assieme al Bugiardo, atto quarto (seguito immaginario della nota commedia goldoniana mai rappresentato), sarebbe arrivata L’ostaria del Moro Bianco, una sorta di vaudeville che si svolge a Rovigo a metà Ottocento. È La Fumara, l’anno seguente, a segnare il primo vero successo del teatro di Palmieri. La commedia segna una vera e propria evoluzione non solo sul piano strettamente linguistico e ambientale (lo sfondo è questa volta un paese del basso Polesine), ma anche su quello drammatico, che mescola cupo realismo e atmosfera cechoviana.

    Dopo I Lazzaroni (1935) che tornano, per l’ultima volta, al mondo della poesia masnadiera, e la prima e ultima commedia in lingua italiana, Le pecore, mai rappresentata, arriva Quando al paese mezogiorno sona (1936), il copione che più sacrifica al robusto realismo che già aveva connotato certi lavori di Gallina e di Rocca.

    A ripercorrere la parabola breve dei copioni di Eugenio Ferdinando Palmieri, vi si trova una sorta di personalissimo compendio del teatro veneto tra Ottocento e Novecento: storie, forme, ambienti e personaggi vengono rivissuti in modo originale e riproposti attraverso il filtro di una sensibilità commossa e critica ad un tempo. Il che non significa assolutamente eclettismo o dispersione, quanto semmai la scelta, ogni volta, di una strada diversa per arrivare sempre nello stesso luogo.

    E filo rosso che lega insieme le cinque o sei commedie che hanno sostanziato la più fervida stagione creativa (dal 1929 al 1939) è, alla fin fine, la lingua, che attinge sia ad un dialetto reinventato, senza però tradire mai il “fondo polesano”, sia a quella stratificazione di modi verbali e fraseggi quasi musicali che è il frutto maturo del repertorio di Giacinto Gallina e Riccardo Selvatico, ma anche dei contemporanei Gino Rocca e Renato Simoni.

    La curiosità e la cultura di Palmieri erano proverbiali, si sa, così come le accensioni della memoria e le malinconiche intermittenze del cuore. E il suo teatro nasce proprio da qui, con personaggi che si rincorrono da una commedia all’altra, vizi e sentimenti che si ripetono e si scambiano i ruoli o si aggrovigliano nei colori densi e nelle atmosfere sfumate della provincia.

    Ma chi avrebbe mai potuto immaginare che quel suo Veneto inquieto, con i paesi che scivolano nella campagna e le famiglie finto-patriarcali, avrebbe ritrovato attualità anche in una critica feroce e non tanto sottesa del nord-est dei nostri giorni? Eppure, basta leggere in filigrana i tre atti di Quando al paese mezo giorno sona, che è una amara ricognizione in un ambiente di ricchi agricoltori, dove affiorano poco a poco le grettezze e i venali interessi, le meschinità e le trame sordide: un autentico verminaio. Quando alla fine, su tutto viene steso il fitto velo dell’ipocrisia, nessuno si salva, neppure chi, per un momento, pareva avvolto da qualche purezza e cercava di dare libero sfogo ad una sacrosanta ribellione nei confronti di una morale ignobile. Tra l’inizio e la fine, nonostante i molti fatti che si avvicendano, niente è mutato, o meglio ancora chi non era ancora corrotto lo è diventato. E tuttavia, verso tutti questi personaggi, colpevoli e farabutti senza eccezione, Palmieri esprime una sorta di disincantata e lontana pietà umana, proprio prescindendo da una impossibile comprensione o giustificazione.

    Le mascare xe morte

    Sarà una favola ironica e sorridente, invece, a concludere nel 1939 la parabola di Palmieri autore. In quella sorta di recupero del Settecento e satira dell’ambiente aristocratico, il drammaturgo adombrava l’inattualità del teatro veneto e l’impossibilità di prolungare una stagione ormai soffocata dal disamore e dal disincanto: “Ma ‘l seteçento, ormai no conta un corno:/ le mascare xe morte. E no se cata/un pantalon più pantalon de mi”..

    La vocazione lirica, esplosa sul finire degli anni Venti e seguitata un poco a Bologna, si era spenta nel 1934. Dopo il 1939, Palmieri non scriverà neppure più per il teatro.

    Solo negli ultimissimi anni lo scrittore si era preoccupato di raccogliere in un volume, uscito postumo nel 1969, il meglio dei suoi copioni, con il corredo di impareggiabili note critiche e di una prefazione che è, di per sé, una grande pagina di teatro veneto.

  • L’oasi di Cà Mello

    L’oasi di Cà Mello

    Le stagioni più belle per visitare il Delta del Po sono senz’altro quelle intermedie e cioè la primavera e l’autunno. Il miglior modo per farlo è senza ombra di dubbio la bicicletta.

    A tal proposto potrei suggerire una meta, che ho avuto possibilità di conoscere lo scorso giugno in occasione di una manifestazione organizzata dalla Pro Loco di Porto Tolle.

    Trattasi dell’OASI DI CA’ MELLO, un territorio di circa 40 ettari, al centro dell’Isola della Donzella, esattamente a metà della strada arginale che corona la Sacca degli Scardovari.

    Punto di partenza della scampagnata, la costruzione color giallo albicocca, che la Pro Loco gestisce come ufficio informazioni, servizi turistici e ristoro all’interno dell’Oasi stessa, che si raggiunge arrivando dall’argine della Sacca.

    Qui è possibile noleggiare biciclette e farsi istruire sui percorsi dagli operatori della Pro Loco stessa.

    Così, in veste di turista-ambientalista o eco-compatibile, corredata di berrettino per il sole, crema abbronzante, videocamera e binocolo, sono partita lungo il paleo alveo di un antico ramo del Po, quello che, per il suo andamento gibboso, era chiamato Camello, il cui nome è poi passato alla località trasformandosi in Ca’ Mello. Una sorta di “allineamento” topologico in sintonia con molti altri toponimi (ad es. Ca’ Dolfin o Ca’ Tiepolo) che caratterizzano il Delta in ricordo dei proprietari veneziani, primi acquirenti delle terre da bonificare.

    L’itinerario cicloturistico si sviluppa seguendo una strada interna ricca di vegetazione e intrisa del profumo di mille fiori come il sambuco e la camomilla.

    Nel mio procedere di tanto in tanto mi sono imbattuta in qualche cartello indicatore, che descriveva la formazione del territorio e le sue peculiarità e in qualche struttura di legno, che permetteva agli escursionisti di apprezzare meglio il paesaggio ed inserirsi in esso (una torretta per il bird-watching, un ponticello sul canale di bonifica, una piattaforma tra la vegetazione).

    Sarà stata l’ora (era mezzogiorno e mezzo), ma il silenzio che mi circondava aveva un qualcosa di surreale: non una macchia, non un rumore molesto.

    Lasciata l’Oasi di Ca’Mello, mi sono diretta a sud, lungo l’argine della Sacca degli Scardovari, verso il Po di Gnocca o della Donzella, tenendo a destra le coltivazioni di mitili e a sinistra risaie e altri campi coltivati.

    Ciò che mi colpisce sempre, quando raggiungo questi luoghi, sono le diverse tonalità di verde che offre la campagna, nella primavera che avanza, dal più brillante delle piante di riso a quello più scuro delle foglie della canna palustre lungo le rive; e il contrasto vivissimo che sorge con l’azzurro del cielo e dell’acqua.

    Il panorama poi è indiscutibilmente reso più affascinante perché ammirato da punti privilegiati quali le altezze degli argini dei rami del Po o della Sacca stessa.

    La gita è durata tutta la giornata, tanto da percorrere più dei chilometri previsti, ingannata dagli ampi spazi del Delta, dalle strade dritte e desolate e dalla possibilità di spaziare oltremodo con lo sguardo, al punto che non è facile stabilire le distanze tra una località e l’altra.

    Poco male, ho gustato il piatto di bigoli allo scoglio del pranzo con più piacere, in uno degli sperduti (ma notissimi ai buongustai) ristoranti della zona!

    Nel tardo pomeriggio, di ritorno al punto di partenza, ho potuto scambiare quattro chiacchiere con la signora Tiziana Girello, Presidente della società che gestisce il programma la valorizzazione di questo territorio. La signora Girello si è dimostrata molto disponibile a parlarmi del progetto che è stato presentato alla Regione Veneto da “Manutenzioni Ambientali s.r.l.”, una piccola società composta da dodici coltivatori diretti e tre pescatori (di cui è presidente la signora Girello – n.d.s.), con l’obiettivo di salvaguardare e promuovere questa zona del Delta del Po.

    “La Regione – mi ha informato la signora Girello – ha approvato il progetto e ci ha affidato la gestione dell’oasi a partire dal 2000. Abbiamo già piantumato con piante autoctone parte del terreno, mentre altro territorio è stato riservato ai cosiddetti “orti didattici”. Si tratta di piccoli orticelli che abbiamo affidato alle classi delle scuole elementari e medie di Ca’ Tiepolo. I bambini, da noi seguiti, coltivano il loro piccolo fazzoletto di terreno, seguendo la crescita delle piante dalla semina alla raccolta del frutto. Un’esperienza indubbiamente formativa e che dà molte soddisfazioni, sia a loro che a noi”.

    “Anche la costruzione che ci ospita – ha continuato la signora Girello – è stata ristrutturata grazie ai finanziamenti regionali. Mentre la messa a punto del percorso ciclabile all’interno dell’Oasi vera e propria sarà oggetto del lavoro dei prossimi mesi. Da parte nostra c’è molto entusiasmo e impegno nel concludere l’opera intrapresa e di migliorarla nei prossimi anni”.

    Un’iniziativa apprezzabile la cui conoscenza ha reso ancor più completa la mia escursione che si è conclusa un poco prima del tramonto: uno degli spettacoli più affascinanti e suggestivi che questi spazi possano offrire, godibile in qualsiasi stagione dell’anno.

    Vale la pena di raggiungere il Delta solo per assistere all’imbrunire del cielo!

    Nella speranza che questo mio breve resoconto abbia incuriosito e stimolato qualche lettore a recarsi là dove finisce il Po, programmo anch’io un’altra uscita. Chissà che non ci si incontri lungo le strade del Delta.

  • È attivo l’Ostello “Canalbianco”

    È attivo l’Ostello “Canalbianco”

    All’inizio c’è un sodalizio di canoisti, appassionati di discesa, slalom, canoa polo, canoa olimpica.

    Il Gruppo Canoe Polesine, nato a Rovigo negli anni ‘70 tiene i suoi primi allenamenti sul vicino Canalbianco, a Bosaro, utilizzando, come ricovero per le imbarcazioni, un capannone.

    Poi, negli anni, il Gruppo cresce e si consolida, sia nei risultati sportivi che sul versante organizzativo, dando vita ad una fitta serie di iniziative rivolte al territorio, puntando sulla promozione sportiva presso i giovani e giovanissimi, favorendo la fruizione canoistica anche a semplici turisti, amanti della natura e dell’ambiente fluviale.

    In concorso con i Club bassopolesani è tra i primi a sostenere l’equazione : sport + ambiente = valorizzazione del territorio.

    Ecco allora i raduni nel delta del Po, le discese dell’Adige e del Po, ma anche le partecipazioni ai raduni sul Mincio a Mantova, sul Sile a Quinto di Treviso, e più in là, sul Tevere, sul Brenta, sul Noce, e fuori dall’Italia in Slovenia, in Spagna.

    Negli anni ‘90, l’attività del Gruppo Canoe Polesine continua ad espandersi, maturando più risultati sempre brillanti nei settori agonistici della canoa olimpica e della canoa polo.

    Non c’è più spazio nell’ormai vecchio capannone.

    Prima viene acquisita un’area arginale di pertinenza del Comune di Arquà Polesine, poi si partecipa ad un bando di contributi europei a favore di insediamenti turistici su aste fluviali, specificatamente per la realizzazione di ostelli. Considerata la tradizione quasi ventennale del Canoa Club in fatto di ospitalità di squadre estere, nasce l’idea di creare una struttura polivalente, un ostello, con una vocazione turistica e insieme sportiva.

    E’ questa l’idea originale e innovativa che segna uno scarto netto nella vita del Gruppo Canoe Polesine.

    Ottenuti i finanziamenti, la struttura viene edificata, grazie anche ai contributi della Fondazione della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, intervenuta sia per finanziare le strutture, sia a favore della cooperativa che la gestisce, con finanziamento per gli arredi e le attrezzature. A ciò si aggiunge il sostegno da parte delle Amministrazioni Provinciale e Comunali, segnatamente delle Amministrazioni di Arquà Polesine, capofila insieme a Rovigo, e poi di Bosaro e Pontecchio.

    “Oggi la struttura è finalmente operativa, e si annuncia come il primo ostello in Polesine inserito in una catena internazionale di ostelli Aiog, l’Associazione italiana ostelli della gioventù”, gongola Sandro Ceciliato, presidente della cooperativa Aquathlon, che ha in gestione il nuovo impianto. “L’ostello dispone di 54 posti letto, ma subirà presto un lifting, un ampliamento di ulteriori 35 posti letto. In totale 89 posti nel giro di un paio d’anni”, precisa Ceciliato.

    “A ciò si aggiunga il ristorante con la zona bar, un ampio seminterrato con disponibilità di sala fitness, deposito imbarcazioni, ampi spogliatoi”, completa la descrizione il presidente di Aquathlon.

    – Quali sono allora le opportunità che dall’ostello ‘Canalbianco’ possono derivare al territorio?

    “Trovandosi proprio a ridosso della città, l’ostello ‘Canalbianco’ si presta senz’altro a tutta una serie di possibili fruizioni di cui un capoluogo come Rovigo necessita, come l’ospitalità giovanile per gruppi sportivi, uno spazio d’accoglienza per i gemellaggi, un luogo per meeting di varia natura – manifestazioni per le quali da sempre c’è grande richiesta a Rovigo e poca offerta, soprattutto per gruppi numerosi di ospiti da collocare con modica spesa”.

    “Vale la pena di sottolineare il fatto”, precisa Ceciliato, “che la struttura non si pone in alcun modo in competizione con la recettività alberghiera del territorio, in quanto si rivolge a quella fascia di pubblico che rientra nella categoria della cosiddetta ‘ospitalità extra-alberghiera’”.

    – Un centro di riferimento per sport e turismo dunque?

    “Certamente sì, per esempio per il turismo di transito, grazie soprattutto all’inserimento nel circuito dell’Aiog, l’Associazione italiana degli ostelli per la gioventù, con possibilità di prenotazione telematica e prezzi di grande convenienza.

    – Vi sono altre potenzialità per il nuovo ostello?

    “Sì, e si connettono alla valorizzazione del corso d’acqua, non solo come sede degli sport remieri, ma anche come via di transito per il turismo nautico, un settore in rapida crescita, che può senz’altro sfruttare il Canalbianco come via di comunicazione d’indubbio interesse fra Mantova e Venezia. La navigabilità delle idrovie interne è un progetto antico, e in passato ha probabilmente conosciuto risultati anche di grande efficacia. Penso alla cultura fluviale di veneziani e austriaci – aggiunge Ceciliato – ma anche al giorno d’oggi quest’ipotesi è tornata ad essere concreta, e questo percorso attraverso il Canalbianco è stato recentemente ripristinato e collaudato”.

    – Un’ipotesi turistica dunque che può senz’altro decollare, e che qui può trovare un interessante punto di sosta.

    “L’ostello può rappresentare oltre che un valido punto di sosta anche un punto di partenza per la visita delle importanti città d’arte raggiungibili in breve tempo, come Ferrara, Mantova, Verona, Padova e Venezia, solo per citare le prime che vengono alla mente”, prosegue il ‘veterano’ dei canoisti rodigini.

    – Come intendete promuovere l’attività recettiva dell’ostello, soprattutto nel primo periodo di avvio?

    “Sarà l’attività sportiva della forte società Gruppo Canoe Polesine a garantire durante tutto l’anno l’apertura dell’impianto, la sua fruizione anche nei momenti in cui l’ospitalità turistica comportasse delle inevitabili pause”, asserisce Sandro Ceciliato.

    – L’ostello è in grado di ospitare anche i disabili?

    “L’intervento della Fondazione Cariparo ha garantito l’accessibilità dell’impianto ai disabili, in ogni sua pertinenza, sia interna che esterna. Ciò comporta ancora una volta una duplice valenza, turistica, con la possibilità recettiva di 21 posti per disabili, e sportiva. Mi sembra un particolare da non trascurare, se si considera che almeno fino al 2000 non vi erano alberghi in città in grado ospitare contemporaneamente un tale numero di disabili”.

    “Ma non c’è solo l’ospitalità,” aggiunge Ceciliato ,”infatti il Gruppo canoe Polesine svolge da anni attività di promozione degli sport remieri presso i disabili in collaborazione con l’Asl territoriale”.

    – Avete pensato anche a percorsi cicloturistici per valorizzare l’ambiente circostante?

    “Sì, l’obiettivo, a breve, è di collegare la struttura con la città, da una parte e con il fiume Po, dall’altra. Questo potrà consentire di valorizzare il tratto di pista ciclabile realizzata nel Comune di Pontecchio, ma comporta lavori di completamento della rete delle piste ciclabili”.

    Ma questo è un altro e importante capitolo della politica ambientale di Rovigo e dintorni. E merita sicuramente una trattazione a parte.

  • Da Rovigo al Po

    Da Rovigo al Po

    L’appuntamento è a Rovigo all’edicola di fronte alla Chiesa dei frati Cappuccini: il punto di arrivo del nostro itinerario è il Po, con tappa alla Bordeghina, struttura turistica attiva da poco più di un anno, sede e punto di riferimento per le attività culturali del circolo “Amici del Po”, che ci hanno esteso l’invito per la visita al nuovo complesso; il quale, oltre alla possibilità ricettiva, si caratterizza per la dotazione di interessanti impianti per il tempo libero, tra cui la presenza di una piscina e di un campo da tennis.

    Arrivati anche i soliti ritardatari, a cui annunciamo sarà addebitato il costo delle bibite, ci avviamo dunque con le biciclette lungo la nuova ciclabile sull’argine dell’Adigetto, il fiume di Rovigo, che costeggiamo fuori dal traffico e dal rumore delle auto.

    Il percorso è piacevole e la nostra uscita all’inizio della primavera, costituisce una sorta di collaudo della nuova pista ciclabile. Seguendo il corso d’acqua usciamo dalla città e, passando sotto il ponte della tangenziale, arriviamo nella località di San Sisto.

    Qui effettuiamo una breve sosta presso l’oratorio che dà il nome alla località. Di origini davvero antiche fu costruito per la prima volta dai Benedettini della Vangadizza nel 1123 sulla destra dell’Adigetto ed infine ricostruito nel 1882 sulla sinistra. Riprendiamo il nostro itinerario oltre il ponte per portarci sulla provinciale che, dopo aver attraversato i binari della Rovigo-Adria, arriva a Sant’Apollinare.

    Qui è d’obbligo una tappa per una visita alla bella chiesa, dedicata al primo vescovo di Ravenna, i cui lavori di realizzazione sono stati completati nei primi anni dell’Ottocento sotto la direzione di Sante Baseggio, architetto noto per aver firmato in Rovigo i progetti del Teatro Sociale e del palazzo sede dell’Accademia dei Concordi. Ed in effetti la mano dell’abile progettista si nota nell’elegante facciata della chiesa e nella siluette del campanile, svettante in cielo con una bella cuspide a bulbo.

    Una targa sulla parete destra ci ricorda che una precedente costruzione del tempio era stata portata a termine nel 1517 da Francesco Pilon, noto negli annali storici rodigini come benefattore, avendo destinato le proprie sostanze per la costruzione del Lazzaretto. E andando ancora più indietro nel tempo, si può ricordare come nella zona sorgesse un grande monastero medioevale, quello di San Pietro Maone, cancellato, come quello ancor più noto di Gavello, dalla grande rotta del Po del 1152, che diede origine al nuovo alveo.

    Completata una rapida visita al tempio, attraversiamo la frazione per portarci sul Canal Bianco, il terzo fiume del Polesine per importanza dopo il Po e l’Adige. Dopo aver superato il ponte sul corso d’acqua, giriamo a destra percorrendo una stradina asfaltata fino al Passo di Pontecchio.

    Qui, dopo aver scattato una foto al nuovo porto di Rovigo, finalmente in funzione con numerose chiatte cariche di cereali all’attracco, giriamo a sinistra per attraversare il ponte sul Collettore Padano in direzione di Pontecchio. Sulla sinistra ecco l’oratorio dedicato a San Pietro, costruito dalla famiglia Grimani alla fine del ‘500. Dopo alcune centinaia di metri ritroviamo la pista ciclabile che, con un rettilineo di quasi sette km, porta a Guarda Veneta sull’argine del Po.

    Percorrendo la pista nel territorio di Pontecchio, giungiamo all’incrocio dove sorge la bella villa Cappello, elegante costruzione le cui origini vanno ricercate alla fine del ‘600. La villa si presenta particolarmente sviluppata in senso orizzontale ed arricchita soprattutto nella zona centrale, dove un timpano rialzato conferisce prestigio al nobiliare edificio.

    Proseguiamo lungo la pista ciclabile superando di tanto in tanto dei canali di scolo. Ci troviamo nell’area bonificata dagli Estensi a fine ‘400, una delle prime bonifiche del Polesine ed apprendiamo da Enrico, che funge da guida al gruppo, che la maggior parte delle fattorie individuate lungo il cammino hanno visto la loro origine in quel periodo. Nelle campagne, esplorate qualche anno fa dal Gruppo Archeologico di Villadose, emergono numerosi siti di età romana, resti di ville rustiche che testimoniano una coltivazione millenaria di queste terre. Ed Enrico chiarisce che, prima del confine con Guarda Veneta, sulla destra, in località Zanforlina, sono emersi i resti di un sito fra i più antichi del Polesine, risalente all’età del Bronzo Medio (1550 a. C.). Si tratta probabilmente dei resti di un villaggio su palafitte che è stato scavato per la prima volta nel 2002.

    Raggiungiamo frattanto un altro Oratorio dedicato a S. Giovanni Battista, edificato nel corso del ‘600 dalla famiglia Salviani, la cui casa padronale presso la piccola chiesa è scomparsa. Siamo ormai prossimi alla nostra meta: “La Bordeghina”, bella fattoria di cui fu affittuario anticamente il signor Bordegin da cui deriva il nome. Il complesso, oggi completamente restaurato, è adibito a stazione di sosta “B & B”, ovvero Bed & Breakfast.

    Si tratta di una corte agricola con casa padronale, stalla e cantina risalenti all’800. Dopo un intelligente restauro, la casa, dotata di campo da tennis e di piscina, è stata adibita all’accoglienza degli ospiti che hanno iniziato a frequentarla trovandosi a loro agio. Tra questi numerosi olandesi del tour operator Belvilla. Presso la casa sono disponibili numerose biciclette per chi arrivando in auto vuole raggiungere gli argini del Po a soli due km, respirando l’aria della campagna.

    La Bordeghina ospita anche un museo della civiltà contadina realizzato con i vecchi attrezzi in uso nella fattoria dall’inizio del ‘900. Questo è situato nel vecchio granaio all’ultimo piano e permette di conoscere il tipo di vita condotto in passato.

    Qui ci accolgono festosamente i membri dell’associazione culturale denominata “Amici del Po” che si interessa di cultura, ambiente e tradizione del Polesine. Dopo averci fatto visitare l’immobile e gli annessi, ci informano della loro attività, mettendoci al corrente come ogni mese venga organizzato un evento culturale e approfondito un tema legato al Polesine. Per esempio in gennaio è stata dedicata una serata alla tradizione della macellazione del maiale, ed in febbraio alla maschera carnevalesca del Bombasin, tipica del medio Polesine con un applaudito intervento dello scrittore Gianni Sparapan.

    Una sala mostre, allestita in una parte del granaio, permette anche di ospitare rassegne di pittura o di fotografia, come quelle programmate dal 9 al 16 maggio in occasione del concorso “Bordeghina in cornice” con la partecipazione di numerosi pittori dal Veneto e dalle regioni limitrofe, o come la mostra di fotografia sull’architettura rurale in programma in settembre.

    Alla Bordeghina non mancano iniziative per gli sportivi come tornei di tennis o di calcio a quattro, o la possibilità di imparare il golf nelle due buche allestite nel giardino.

    La casa, una volta di proprietà della nobile famiglia veneziana dei Grimani, era già presente nel ‘500 come testimoniano le numerose ceramiche graffite che sono emerse con i lavori di ristrutturazione. Nei pressi si trovano le tracce di una villa romana attiva in età imperiale e poi nel periodo bizantino come confermano i numerosi reperti raccolti in superficie dopo le arature.

    Le camere si presentano accoglienti e rispettose dello stile rurale. Il piano terra con la sua grande sala e la sala biliardo si presta per riunioni conviviali e meeting.

    Dopo la gradevole sosta all’ombra degli alberi, vicino agli animali domestici che animano la fattoria, salutati i rappresentanti dell’associazione Amici del Po che ci hanno accolto, siamo pronti a riprendere la nostra pedalata fino a Guarda, dove resteremo catturati dall’imponenza del grande fiume, in quel punto largo circa 600 metri.

  • Nella Traspadana Ferrarese

    Nella Traspadana Ferrarese

    Terra di confine e di numerose contese tra le antiche Signorie veneziane ed estensi, la Transpadana Ferrarese, che comprende i territori tra il corso del Po e quello del Tartaro – Canalbianco, ancora oggi sembrerebbe un territorio difficilmente riconducibile al Polesine. Nonostante il grande fiume la divida fisicamente dalla realtà ferrarese, con questa ha infatti mantenuto un legame secolare attraverso le vicende umane, culturali, religiose e politiche. Un’area particolare dunque, che ci accingiamo a scoprire, grazie ad un itinerario sperimentato lo scorso ottobre dalla delegazione FAI (Fondo ambiente Italiano) di Rovigo nell’ambito delle proprie iniziative programmate all’interno della terra polesana.

    L’appuntamento è a Sariano, piccola frazione del Comune di Trecenta, luogo di storia antica, già menzionato per la sua importanza territoriale e religiosa in un documento datato 14 dicembre 870 con il nome di Sereniana¹. La sua longevità è stata da sempre legata alle sorti degli Estensi investiti, nel 1391 dal Vescovo di Ferrara Nicolò Roberti, di “jure feudi” dei beni della Chiesa. Qualche anno più tardi il Marchese Nicolò III infeudò il cugino Uguccione dei Contrari del “castello”. “Quello che il Guarini chiamò fortissimo castello era poco più di una robusta masseria, di mattoni, coperta di coppi, con terrazze per il giro di ronda, il fossato tutt’intorno, pozzo, ponte levatoio e cortile, a forma di castello…”².

    La prima tappa del nostro itinerario è presso l’attuale Chiesa parrocchiale, dedicata a San Maurelio Vescovo e Martire. Agli occhi del visitatore ben si presenta con il suo prospetto lineare e sobrio nelle dimensioni, ma ricco di decorazioni architettoniche echeggiando forme classicheggianti di influsso palladiano.

    La sua edificazione risale al 1704, come riportato dalla iscrizione realizzata nell’altare ligneo che oggi accoglie la pala del Santo patrono. Planimetricamente concepita e realizzata ad aula unica con presbiterio e due cappelle laterali, la costruzione ingloba, tra la zona presbiterale e l’attuale Casa canonica, parte dell’originario oratorio voluto nei primi decenni del ‘400 da Uguccione dei Contrari.

    E’ proprio nella cappella primitiva che spiccano, per interesse storico e iconografico, le originarie decorazioni ad affresco recentemente attribuite da Vittorio Sgarbi al Pittore centese Marco Zoppo (1433 – 1478)³. Il loro stato di conservazione è purtroppo precario. La forte umidità di risalita nella muratura e la presenza di sali igroscopici ne stanno minando l’essere e la bellezza cromatica che li contraddistingue⁴.

    Dalla chiesa ci spostiamo nella vicina antica struttura denominata Il Castello. Sconosciute sono le vicende storiche che durante i secoli hanno trasformato il “castello” descritto dal Guarini nella struttura edilizia odierna che caratterizza la corte di casa Pepoli – Spalletti. L’edificio padronale, caratterizzato da una torre centrale che lo slancia a dominio delle terre circostanti, rimane al centro di un più complesso disegno edificativo che comprende i magazzini retrostanti e le stalle adiacenti, che con il loro porticato scandiscono e chiudono prospetticamente il patio prospiciente la casa. Una gradinata in marmo bianco conduce all’ingresso arcuato.

    L’abitazione, più volte rimaneggiata, al suo interno non presenta particolari decorazioni ed elementi architettonici di pregio. Adibita principalmente a casino di caccia dai Conti Spalletti, oggi ritrova quel fascino forse dimenticato che la ha vista sovrintendere dai giorni della sua edificazione sul territorio di Sariano.

    Per la visita successiva ci spostiamo a Ficarolo presso Villa Arienti – Schiatti – Giglioli. Edificata alla fine del XVI secolo dalla nobile famiglia Arienti, presenta una architettura sobria, formata da un corpo di fabbrica centrale movimentato nella parte anteriore da due snelle torrette. Costruita principalmente come villa di campagna, comprendeva numerosi edifici, ad uso di ricovero di attrezzi, scorte e animali, oggi perduti.

    Numerose e documentate sono le innovazioni costruttive apportate soprattutto nel lasso di tempo tra il 1685 e il 1897, periodo in cui la villa rimase di proprietà dei nobili Saracco – Riminaldi originari di Pavia⁵. Visibilmente possiamo notare l’estraneità della scala semicircolare esterna allo stile della villa, e dedurne una sua costruzione sette – ottocentesca a scapito di quella originaria a rampa unica.

    Nel prospetto posteriore, all’altezza del piano rialzato, una lunga balconata in ferro sostenuta da mensole in ghisa stampata, in voga nel primo ottocento, è stata inserita dopo la perdita di un esile ma sicuramente più raffinato balconcino lapideo con parapetto in ferro battuto. Modificato altresì è stato l’accesso principale, dove l’apertura ad arco è stata regolarizzata con l’inserimento di un architrave e decorata da una serie di cornici modanate terminanti nella sommità da una modesta trabeazione. Ai suoi lati alcune lapidi infisse, ricordano il soggiorno di illustri personaggi, tra i quali Cristina, regina di Svezia, (Stoccolma 1626 – Roma 1689) che vi sostò nel novembre 1655⁶.

    All’interno si rileva la presenza di soffittature a cassettoni e, nei piccoli ambienti ricavati nelle torrette, si possono ancora osservare tracce di modesti dipinti ottocenteschi. Di maggior valore compositivo e decorativo sono le decorazioni che ornano i soffitti di quello che resta dell’androne al piano terreno. Piccoli e vivaci uccelli svolazzano tra pergole ricche di tralci di vite e di diverse varietà di piante rampicanti, rispecchiando la flora e la fauna locale, ricordando il più importate e conosciuto ciclo pittorico della Loggia degli Aranci della Palazzina Marfisa d’Este in Ferrara.

    Attribuibile sempre al volere della famiglia Saracco-Riminaldi è la messa a dimora di numerose specie arboree e la loro sistemazione antistante la villa, conferendo al parco un’impronta tipicamente romantica.

    La tappa successiva si presenta di spiccato impatto visivo e di particolare bellezza architettonica: punto nodale e fulcro edificativo e storico di Ficarolo, è la Parrocchiale dedicata a San Antonino Prete e Martire. Le prime notizie sulla presenza della Pieve risalgono al 970⁷. Inizialmente consacrata a S. Maria, venne di seguito, per motivi non documentati, dedicata a S. Antonino Martire. I frequenti spostamenti dell’alveo del Fiume costrinsero gli abitanti a numerose e repentine trasformazioni del centro abitato, riedificando di volta in volta l’edificio religioso lontano dagli argini per l’incolumità dei fedeli.

    E’ il 28 agosto 1763, per volere dell’Arc. Giovanni Sarti (..) e della popolazione di Ficarolo, viene posta la prima pietra dell’attuale chiesa Parrocchiale. Su progetto dell’Arch. ferrarese Gaetano Barbieri (1711 – 1797) viene realizzata dal “mastro muratore” ficarolese Giuseppe Occari (..). Devono passare nove anni prima che il capolavoro barocco venga terminato nella sua splendida struttura architettonica⁸. Incompiuta nella decorazione dell’alzato della facciata fino al 1914⁹, trova al suo interno una concezione planimetrica e spaziale che la caratterizza e contraddistingue dalle opere contemporanee realizzate sul territorio. La pianta mostra una disposizione longitudinale articolata, creata dalla fusione di più geometrie centrali.

    Coppie di lesene scandiscono e definiscono le partizioni verticali degli alzati interni. Di Ordine Corinzio, vengono interrotte da una trabeazione continua che circoscrive lo spazio sottostante, e se nulla perde in leggerezza e fantasia, rimane solida e imponente. Impercettibile è il dimensionamento del secondo ordine tanto da sembrare realizzato con tecnica Trompe-l’oeil. Delicate nervature adornano le volte dell’aula centrale e del presbiterio; due splendide cornici polilobate in stucco, con proporzioni importanti, ne concludono al loro apice la struttura decorativa.

    La “Plastica” a stucco trova la sua massima espressione rappresentativa nella realizzazione delle undici statue di Santi poste in nicchie concepite a ornamento nell’apparato murario tra le paraste¹⁰. Plasmate probabilmente in opera durante l’esecuzione del cantiere, per la complessa tecnica di realizzazione richiesta dal materiale impiegato, le raffigurazioni vengono concepite evidenziando, con oggetti, gesta ed espressioni, la vita e le vestigia dei Santi.

    Quattro splendidi altari alloggiano nelle cappelle perimetrali l’aula interrompendone la geometria. Dedicati ai Santi Antonio e Luigi, alla Beata Vergine Maria e al Crocifisso, si notano per la buona fattura e l’impiego di molteplici marmi policromi.

    Salendo due gradini attraversando la balaustrata entriamo nel presbiterio. Un altare moderno si propone all’aula in contrapposizione al settecentesco maggiore che si coglie per centralità e spinta verso l’alto del tabernacolo. Marmi, brecce e mosaici lo arricchiscono e impreziosiscono con la loro lavorazione e commistione. Due loggiati laterali, realizzati con pilastri e balaustre in legno, sorreggono l’organo a canne e la cantoria oggi non più utilizzata.

    L’impiego del legno, come materiale da decorazione, trova manifestazione nella “corona” sopra l’altare maggiore, modellata a stucco, dipinta con colori accesi e finita con doratura e nello splendido coro inscritto nella dimensione del catino absidale. Probabilmente influenzato dalla scuola dei Lendinara¹¹, oggi si presenta privato del leggio trafugato da pochi anni. Peggiore scempio avvenne nell’anno duemila, quando le pareti dell’atrio e dell’aula furono indignitosamente spogliate dai ladri delle raffigurazioni della Passione del Cristo, opera pittorica di ignoto di scuola ferrarese del diciottesimo secolo.

    Ben conservate si presentano invece le opere di alcuni pittori ficarolesi che hanno trovato lustro con le loro realizzazioni artistiche negli avvicendamenti architettonici della pieve: Ercole Sarti detto il Muto di Ficarolo (1593 – dopo il 1639), Giuseppe Ghedini (1707 – 1791) e Alberto Mucchiatti (1744 – 1828) suo allievo. Una piccola pinacoteca, o più semplicemente una modesta esposizione di lavori restaurati, si trova all’interno della “Sala dei Confratelli”.

    Il complesso architettonico viene completato dalla Torre campanaria e dalla comunicante Casa Canonica.

    La Torre fu edificata a partire dal 1777 sempre su disegno del Barbieri ed opera del ficarolese Occari¹². Considerata da molti la “Torre di Pisa del Veneto” per la sua forte inclinazione¹³, oggi dopo molti anni di studi accurati è stata oggetto di un consistente e radicale lavoro di consolidamento delle fondazioni atto a garantire la stabilità del campanile.

    La Casa Canonica, rimaneggiata più volte nel tempo da pesanti interventi di ristrutturazione che ne hanno trasformato radicalmente la struttura, vede nell’arco di collegamento alla chiesa una soluzione funzionale e architettonica unica nel suo genere, che definisce ulteriormente l’insieme limitando verso est l’ariosa piazza del paese raccogliendola in una sensazione di intimità provata solamente nei grandi e raffinati salotti storici delle nostre città d’arte.

    EDIFICI SIGNORILI ISPIRATI ALL’ARCHITETTURA FERRARESE

    E’ il 1598 l’anno fondamentale per la trasformazione del territorio. Con la devoluzione dello Stato ferrarese a quello pontificio anche la Transpadana entra a far parte della Legazione. Numerose famiglie ferraresi operarono ampiamente nella zona grazie alle molteplici esenzioni loro concesse e al diritto di acquisizione delle terre una volta sanate¹⁴. Nel 1603 il Marchese Enzo Bentivoglio ottiene dal Papa Paolo V la facoltà di prosciugare le valli di Zelo, Trecenta, Ficarolo e Stienta per un totale di 11481 ettari di terreno. L’opera, che fu eseguita sotto la direzione dell’architetto ingegnere Giovanni Battista Aleotti detto l’Argenta (Argenta 1546 – Ferrara 1636), unitamente alla sistemazione di numerosi corsi d’acqua, favorì la ripresa agricola in tutto l’Alto Polesine.

    Ed è nel lasso di tempo a cavallo della grande Bonificazione che si elevano, nei punti cardine del comprensorio, numerose costruzioni a riflesso del potere e della magnificità delle famiglie promotrici.

    L’architettura che si sviluppa viene a contrapporsi a quella veneta sia dal punto di vista strutturale che concettuale. Le ville si riconducono più frequentemente all’edilizia urbana cinquecentesca ferrarese, della quale imitano l’impianto edificativo che viene caratterizzato dall’elevazione a solo un piano fuori terra. L’ingresso ad “androne” centrale, affiancato da stanze simmetriche tra loro, è collegato a terra nella maggior parte dei casi da uno scalone monumentale esterno, e all’interno da una distribuzione verticale più modesta ad uso prettamente di servizio. Il sottotetto con piccole finestrelle, che nella casa rurale veniva adoperato come granaio, viene qui trasformato ad alloggio per la servitù padronale.

    A questa matrice si ricollegano numerosi edifici realizzati con una tipologia ispirata all’architettura militare ferrarese e più precisamente a quella dei “castelli”, mantenendo viva “l’espressione della continuità feudale” e “dell’aristocrazia in senso autoritario” principi in contrasto con l’ideale ispiratore della villa veneta¹⁵.

    Casa Pepoli – Spalletti più comunemente conosciuta come il “castello” di Sariano e Villa Arienti – Schiatti – Giglioli ex sede municipale a Ficarolo, entrano di diritto tra le principali residenze estensi che esprimono tale concetto.

  • Quattrocento anni dopo il taglio del Po

    Quattrocento anni dopo il taglio del Po

    Quattrocento anni fa, nel settembre del 1604, giungeva a compimento la più straordinaria impresa di assetto idrogeologico del delta del Po, nota come “il taglio di Porto Viro”. Un’opera di ingegneria idraulica quasi titanica per il tempo, che vide centinaia di cavatori guidati dai tecnici della Serenissima impegnati per quattro anni, a partire dal giugno del 1600, per realizzare un canale in grado di accogliere le acque del grande fiume, deviandolo a sud per allontanarlo dalla laguna di Venezia.

    Fu un’iniziativa di grande portata, che dovette confrontarsi non solo con le asperità del suolo, le insidie dell’ambiente infestato da insetti perniciosi e con le avversità del clima caratterizzato da estati torride e da freddi e piovosi inverni contrassegnati da travolgenti mareggiate, ma anche con l’opposizione del confinante Stato Pontificio più volte sul punto di intervenire con il proprio esercito per impedire la realizzazione dell’impresa.

    Se l’abilità dei diplomatici della Serenissima riuscì più volte a scongiurare il confronto armato, si deve alla preparazione e alla tenacia dei tecnici la conclusione dei lavori, portati a termine superando il confronto con le difficoltà ambientali ed infondendo nelle maestranze il fervore necessario per superare i non infrequenti momenti di crisi.

    Con la realizzazione del “taglio del Po” si originò pertanto il delta moderno, in cui non mancarono altri frequenti interventi dell’uomo per favorire o frenare lo sviluppo dei nuovi rami e per bonificare le nuove terre nate dai copiosi depositi del grande fiume, utilizzando tecnologie sempre più idonee per dare sicurezza al territorio nato dalle acque.

    Il delta moderno prende dunque vita grazie ad un connubio tra l’opera della natura e quella dell’uomo, il quale, quando agisce in modo corretto, ottiene risultati significativi. In caso contrario determina effetti disastrosi: tra tutti da non dimenticare le perniciose conseguenze dell’estrazione del metano che negli anni del dopoguerra provocò estesi fenomeni di subsidenza con alluvioni originatesi sia dai rami del fiume che dal mare.

    Ed il futuro del delta? Purtroppo non mancano motivi di preoccupazione per alcuni grandi progetti, da qualche anno ben noti, nei confronti dei quali si è da tempo levato l’allarme non solo delle forze ambientaliste, ma anche di vari studiosi ed opinionisti che mettono in guardia per le irreversibili ferite che verrebbero inferte al territorio.

    La Serenissima prima di dare attuazione al “taglio” fece valutare l’opera anche ad una commissione di Saggi, la cui ricostituzione oggigiorno potrebbe essere quanto mai opportuna per un esame dei progetti in corso.

  • La Biofer e il Compost

    La Biofer e il Compost

    Sono anni che se ne parla, ma la coscienza civica di una ineluttabile realtà, relativa al mondo dei rifiuti, sembra essere recepita più come opzional che come necessità.

    Eppure d’informazione n’è passata molta sui mass media: stampa, tv, manuali divulgativi, sensibilizzazione da parte di associazioni ambientaliste. Nella scuola poi l’educazione ambientale è divenuta da tempo una interessante disciplina trasversale. Inoltre scienziati ed esperti hanno continuato e tenere conferenze internazionali per saggiare il polso di vivibilità presente e futura del nostro pianeta.

    Sul versante opposto sono venuti purtroppo alla luce fatti di cronaca raccapriccianti: pensiamo alla nave dei veleni che ha viaggiato per mesi attraverso i mari dall’Europa all’Africa; oppure alle recenti immagini delle discariche nel sud d’Italia o ai cumuli di immondizie di cui periodicamente ci giungono servizi televisivi dalla nostra bella Napoli e dintorni. Tutto ciò ci fa dire che quello dello smaltimento dei rifiuti è un settore tuttora in gran parte da avviare.

    Tuttavia non mancano esempi positivi e ci sono nazioni all’avanguardia nella gestione dei rifiuti. Anche in Italia si sta sviluppando un modello organizzativo e culturale nel settore che richiede la partecipazione sempre più attiva dei cittadini.

    Ed il Polesine sembra detenere un ruolo di un certo interesse, come appare dalla graduatoria pubblicata poco tempo fa sui giornali che vede, tra i Comuni italiani “ricicloni” premiati, anche il piccolo Comune polesano di Bosaro. Meritatamente classificatosi tra i vincitori, essendosi distinto anche come il Comune che ricicla più di tutti nel Veneto. Iniziative incoraggianti e, speriamo, “contagiose”.

    Nella nostra provincia di Rovigo incominciano ad essere sempre più numerosi i Comuni che hanno avviato la raccolta differenziata e, seppur con qualche resistenza iniziale, ora il sistema è per lo più a regime.

    “Il presupposto che tutti produciamo rifiuti di qualche cosa che abbiamo comunque usato e che ci è stato utile, comporta rispetto del rifiuto – scrive Andrea Girelli, direttore di Federambiente – da cui deve partire il senso di responsabilità e collaborazione per una cultura del riutilizzo dei rifiuti”1.

    Ed in quest’ambito va segnalata un’importante iniziativa tutta polesana, messa in atto dal biochimico dott. Massimo Faggion. Dopo la laurea presso l’Università di Padova, si è dedicato all’attività del recupero rifiuti con professionalità, già nel 1986, quando da poco si era incominciato a parlare di riciclaggio. Ha seguito le prove agronomiche dell’ESAV (Ente Sviluppo Agricolo Veneto, oggi scomparso) per l’utilizzo di fanghi derivanti dalla depurazione biologica a beneficio dell’agricoltura.

    “Già allora si parlava di terreni in difficoltà – dice il dott. Faggion – per la scarsa dotazione di sostanze organiche, dovuta alla diminuzione di produzione dello stallatico, e i terreni risultavano in via di desertificazione. I fertilizzanti chimici, pure importanti, non possono sostituire i tradizionali concimi e ammendanti naturali. D’altra parte risulta sempre più pressante il problema dello smaltimento dei rifiuti, in gran parte ammassati in discariche “tradizionali”, pericolose, inquinanti e spesso incontrollate con conseguenze irreparabili per salute e ambiente”.

    A fronte di questa situazione, che vedeva un aumento progressivo di rifiuti e quindi di una ricchezza sprecata, il dott. Faggion, con lungimirante intuizione e con la collaborazione di professionisti nel settore agronomico e ambientale di Padova e di Bologna, ai primi anni ‘90 ha pensato di creare un’azienda societaria, che dirige, la Biofer del gruppo Amit Srl, con sede a Boara Polesine (RO). Scopo dell’impianto: stoccaggio e ricondizionamento di materiali organici selezionati.

    Alla fine degli anni ’90 l’azienda si è trasformata in un complesso industriale per la produzione di Compost di buona qualità, dopo un processo di trasformazione dei rifiuti organici ai quali si aggiungono rifiuti vegetali lignocellulosici.

    Il concime naturale così prodotto si è rivelato assai utile in agricoltura per la forza contenuta nella sostanza organica, in grado di trasferire al terreno ciò di cui esso ha veramente bisogno. E’ l’attesa inversione di tendenza: diminuire l’apporto chimico ed aumentare la potenza del fertilizzante organico.

    La Regione Veneto, attenta al settore rifiuti e all’avanguardia nel campo ambientale e agricolo, ha favorito lo sviluppo fin dagli anni ottanta di aziende come la Biofer, tanto che se ne registrano di analoghe in tutte le province con il duplice beneficio sia per l’agricoltura che per l’ambiente. Il Veneto, con i suoi 17 impianti di questo genere, arriva ad una copertura sufficiente per tutti i rifiuti compostabili. Con una produzione di 250.000 tonnellate annue di compost e la lavorazione di rifiuti organici di circa 600.000 tonnellate, la nostra regione primeggia sulla Lombardia e sul Piemonte.

    Oggi, con la raccolta di rifiuti organici porta a porta – dove questa pratica esiste utilizzando appositi contenitori forniti in gran parte dai Comuni – si impedisce che tali scarti vadano a riempire le discariche, che sottraggono terreno all’agricoltura, dato che una discarica rimane per sempre.

    Alla Biofer, che si estende su 10 ettari con 8 mila m² di capannoni, ed è dotata di impianti tecnologicamente avanzati per una produzione completamente automatizzata, viene intercettata una quantità considerevole di materiale organico, diversamente destinato appunto alla discarica.

    Obbiettivo della Biofer, leader nel nostro Polesine per il recupero di sostanze organiche e la produzione di fertilizzanti, è “recuperare il più possibile“. Il personale è composto di tecnici diplomati cresciuti in azienda con corsi di formazione specifici tenuti dalla Regione e da Enti vari. L’impianto è situato in ambiente esclusivamente rurale, consono all’attività, lontano dalle abitazioni, recintato e circondato da un mascheramento di piante (pioppi ciprissini) gestite con particolare cura dal personale attento alla pulizia e all’eliminazione di eventuali odori di processo. Sono comunque odori tipici della stalla, un tempo molto comuni nelle campagne, quindi naturali e non nocivi.

    A scuola di riciclaggio

    Per capire bene come funziona, cosa si fa e si produce in uno stabilimento bisogna visitarlo. Ed è quello che ho fatto una bella mattina di maggio conducendo la mia scolaresca alla Biofer per una interessantissima lezione di riciclaggio. Quello che hanno appreso gli alunni da tale esperienza va ben oltre quanto possono studiare sulle pagine di un manuale scolastico in materia di rifiuti.

    Alla Biofer arrivano continuamente da tutta la provincia e da fuori, i camion carichi di sacchi trasparenti contenenti rifiuti organici, tra cui si distinguono quelli della raccolta differenziata in ambito provinciale e gli scarti organici di comprovata qualità provenienti da grossi marchi industriali del settore agroalimentare di altre località. I carichi vengono sottoposti al primo controllo sul materiale valido per la trasformazione. Qui giungono anche circa 15.000 tonnellate all’anno di scarti di manutenzione del verde ornamentale pubblico e privato, consegnato gratuitamente, come tiene a sottolineare il direttore, quindi senza oneri per l’Amministrazione Comunale di Rovigo e delle Frazioni limitrofe, secondo una convenzione stabilita con la Biofer, che se ne accolla le spese.

    Non possono assolutamente essere accolti, invece, i rifiuti della spazzatura delle strade perché contengono particelle di piombo mescolate a polveri sottili dello scarico delle auto.

    Dopo il controllo del materiale organico selezionato già alla fonte, si predispone una scheda tecnica, ossia la “carta d’identità” del rifiuto in cui compare l’analisi del contenuto e la sua origine. Se non ci sono prodotti diversi da quelli stabiliti, il carico inizia il suo percorso all’interno dello stabilimento per la fermentazione, aggredito da microrganismi aerobici decompositori (batteri, funghi, muffe…). Nel processo di fermentazione, imitando la natura, la temperatura all’interno del cumulo poltiglioso, continuamente mescolato da due macchine rivoltatici, raggiunge fino i 50-70 gradi.

    L’impianto è diviso in diverse aree: la zona umida, nella cui sezione si lavora il materiale organico, la zona secca, dove esce il compost, i biofiltri per abbattimento odori, l’area di controllo, la sala computer, mediante il quale viene graduato il perfetto dosaggio di umidità, ossigeno, temperatura, acidità… Il materiale ancora grossolano viene riportato alla fase iniziale di lavorazione e triturato mediante bio-trituratore e riammesso nel ciclo produttivo (non viene buttato via niente!). La fase del processo di lavorazione è completata dal vaglio, un modernissimo sistema di raffinazione del compost con la proprietà di separare, mediante aspirazione, eventuali particelle plastiche. Un braccio meccanico, infine, unisce il materiale verde triturato alla Forsu (Formazione organica dei rifiuti solidi urbani).

    Il compost così prodotto, che in natura sarebbe maturato in molti anni, con questo metodo industriale in 40 giorni è pronto per essere consegnato ai terricciatori i quali, dopo aver aggiunto torba, pietra pomice e altre sostanze, lo insaccano per la vendita nei supermercati di orto-giardinaggio. Il compost della Biofer viene molto apprezzato anche dagli agricoltori per i propri campi. Infatti essi lo usano, sapendo di aver trovato il vecchio letame di un tempo, ma con caratteristiche agronomiche che consentono una maggior produzione e una continua miglioria del terreno stesso.

    Il dott. Faggion è giustamente orgoglioso del successo di questo impianto, leader a livello nazionale nel riciclaggio di qualità, che è tale proprio per le analisi effettuate con cadenza regolare. A garanzia del prodotto la Regione Veneto sta realizzando il marchio regionale “Compost Veneto”.

    Nella gestione di complessi così importanti intervengono finanziamenti, sia pur modesti, dalla Unione Europea ma anche dalla Regione la quale, insieme agli operatori del settore, promuove queste forme di riciclaggio.

    La Biofer, oltre che certificata e continuamente controllata, è socia fondatrice del CIC (Consorzio Italiano Compostatori) che sta facendo una politica di sviluppo del compostaggio. Un obiettivo che richiede un impegno rigoroso e consistenti spese di gestione dovute a diversi fattori, tra cui il continuo controllo di qualità delle matrici in ingresso, il controllo di tutta la fase impiantistica, il rispetto di tutta la normativa che rende la gestione altamente complessa.

    A questo riguardo il direttore rileva anche l’onerosità delle leggi del settore, spesso in conflitto tra loro; ci sono poi da mettere in conto gli elevati costi di mantenimento dell’impianto con tutte le procedure e i sistemi di sicurezza, controllo e abbattimento odori: a questo scopo funzionano cinque turbine perimetrali all’impianto che fungono da barriera antiodori; infine si deve provvedere al mantenimento del P.G.Q (Piano Gestione Qualità) e al continuo miglioramento dell’impianto sia dal punto di vista della produzione che della protezione dell’ambiente.

    Altre difficoltà – sottolinea il dott. Faggion, che continua a profondere energie, gestendo il complesso come una missione – sono causate spesso dalla miopia delle Amministrazioni. Se ad esempio i 50 Comuni della Provincia di Rovigo portassero tutto il materiale verde per la trasformazione, mediante convenzione potrebbero usufruire a costi minimali di terriccio, utilissimo e indispensabile per tutte le aree verdi pubbliche (parchi, parco-giochi, ripristino aree verdi…). A ciò andrebbe poi ad aggiungersi il risparmio rispetto al costo dello smaltimento in discarica, facendo in questo modo una vera scelta a favore dell’ambiente.

    (1) Trash.Edu-manuale antispreco per trasformare i rifiuti in ricchezza, Federambiente.

  • Il circuito festoso dell’Animazione

    Il circuito festoso dell’Animazione

    Quattro paesi con preziose architetture del passato e un esercito di energia giovanile per l’Animazione estiva di Turismo & Cultura nell’anno dei giochi olimpici di Atene. E la disciplina, scelta per l’estate animata 2004, si è presentata con le caratteristiche di “riscoprire il passato con occhi nuovi”, quelli dei giovanissimi polesani e dei giovani animatori che hanno disegnato il percorso attraverso i palazzi e le ville, scoprendo le tracce del buon vivere dei signori estensi e veneziani tra XIV° e XVII° secolo.

    A Polesella la prima parte dell’attività è stata seguita da Chiara Gennaro, esperta di teatro musicale. Dalla fine di luglio ha coordinato le attività Deborah Martello, con un gruppo di sei animatori, più un fumettista per un microlaboratorio aggiunto. La seicentesca Villa Rosetta, la settecentesca Villa Armellini e Villa Selmi sono diventate la scena del primo laboratorio artistico, con i piccoli acquerellisti al lavoro per riprodurre sul foglio le facciate. Le mattinate sono scorse veloci nel cortile della scuola elementare, tra lavori manuali come la realizzazione di animali in cartapesta e l’abbozzo di storie illustrate da ambientare nelle Ville polesane, immaginando al di là di una splendida facciata classica come quella di Villa Morosini, quali personaggi potevano agitarsi nelle stanze rischiarate dai riflessi del Po.

    La festa finale in pieno agosto è stata il trionfo del gioco di abilità, con un percorso a squadre composto da varie prove all’aperto: hula-hop, lancio degli anelli, equilibrio sulla sbarra, slalom per segnare un goal. La festa, graziata dalle nuvole cariche di pioggia, si è risolta al meglio, con caricature degli animatori sui palloncini ad opera del fumettista e ricchi premi per tutti.

    A Lendinara la responsabile del progetto Lorenza Baccaro, ha ideato un percorso animato nel centro storico della città, imperniato sulla figura di Alberto d’Este, signore di Ferrara nel XIV° secolo, e sugli usi e costumi nei diversi palazzi lendinaresi. Nelle calde giornate di agosto si sono dipanati i laboratori di ceramica, formelle riproducenti le facciate dei palazzi, e i giochi all’aperto, con escursioni a Villa Beatrice d’Este sui Colli Euganei e al castello medievale di Cervarese Santa Croce.

    Alla festa finale in Piazza Risorgimento i bambini, seguiti in tutto il percorso da nove animatori e tre aiuto-animatori, hanno ricreato la vita e i giochi tipici dei palazzi rinascimentali nonché le feste, con un momento danzante affidato ad Erika Migliorini e Irene Scavazzini (con la consulenza coreutica di Laura Marangoni).

    Grazie alla consulenza storica di Nicola Gasparetto nella serata finale c’è stata una caccia ai fantasmi per le vie di Lendinara. Questo percorso ludico, tra Palazzo Pretorio, Palazzo Boldrin, Ca’Dolfin e Palazzo Malmignati, segnato dal fantasma di Alberto d’Este, è diventato l’oggetto di un libretto che raccoglie i lavori dei bambini e piccole illustrazioni delle architetture.

    Il circuito animato del CeDi si è chiuso con l’attività gemellata di Crespino e Villanova Marchesana, curata da Laura Marangoni e Silvia Sacchetto, basata sulla conoscenza dei fiori e delle piante dei nostri giardini.

    Le attività principali all’ex scuola media del comune sono state laboratori di fotografia e composizione artistica floreale. Per completare la conoscenza della flora e della fauna una passeggiata in golena, una visita ad un’apicultore e visite all’isola del Bacucco e a Guarda Veneta. Anche quest’anno quella disciplina che richiede olimpica disponibilità agli animatori si è esaurita ed è stata un’altra occasione per riscoprire divertendosi il gran patrimonio della duttilità infantile.

    Come scrive Loris Malaguzzi “I bambini, privilegiati dal fatto di non avere eccessivo attaccamento alle proprie idee sono i più adatti a far scoperte, a cambiare i punti di vista, ad innamorarsi dei significati che si trasformano, sono i più sensibili estimatori dei valori della creatività”.

    Ovvero, con la giusta animazione, sono l’esercito colorato che può immaginare il passato coniugandolo al futuro. Un’idea non lontana da Mister Lovecraft che, sotto le spoglie del “Cacciatore di Spettri”, si è infilato nei fumetti e negli antichi palazzi di Polesella.

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