Incontrare l’Africa sulla via di Viernheim. E’ questa una bella storia, nata in seguito al gemellaggio, attivo ormai da quasi quindici anni, tra Rovigo e la città tedesca. Un gemellaggio che ha trovato via via alimento negli scambi tra varie associazioni, interessate non solo alla promozione di aspetti culturali ma anche di quelli relativi alla solidarietà sociale.
Associazioni polesane e tedesche, lavorando insieme, sono giunte dunque a condividere comuni obiettivi di azione. E’ così che in Polesine ha trovato terra fertile un progetto già positivamente attivato dal gruppo “Focus” di Viernheim, finalizzato ad un aiuto allo stato africano del Burkina Faso.
E’ pertanto nata a Rovigo l’”Associazione per la Cooperazione allo Sviluppo dell’Africa”, avviata il 24 ottobre 2002 da un gruppo di soci fondatori che ben rappresentano la società polesana, dato che essi appartengono a tutte le categorie sociali compresi i pensionati. Ed è emblematico che, nella terra delimitata dall’Adige e dal Po, si sia scelto quale impegno prioritario quello di portare acqua alle popolazioni assetate del Burkina Faso.
“Dopo l’esito straordinariamente positivo della costruzione della trattenuta di acqua di Tonon – ci dice Pier Giuseppe Romagnolo, presidente dell’Associazione – abbiamo scelto di intervenire con una costruzione simile anche a Nevrì, Per questa opera stiamo raccogliendo fondi ed abbiamo superato i 20.000 euro, anche se il nostro impegno è di molto superiore. In seguito alla costruzione abbiamo infatti previsto anche l’edificazione di una scuola a due aule per i quaranta bambini che hanno iniziato a frequentare a Nevri”.
L’associazione – ci viene precisato – si muove con l’intendimento di “aiutare ad aiutarsi” e non quello di fornire una pura assistenza. Ciò mediante un rapporto diretto tra comunità africane e comunità polesane, caratterizzato da uno spirito paritario e tendente a far crescere il reciproco rispetto, superando vecchi schemi culturali e facendo crescere reciprocamente la curiosità di meglio conoscere rispettivamente l’Africa e l’Europa
L’attenzione quindi è puntata alla crescita economica e sociale delle comunità africane, perché possano colmare più rapidamente possibile le differenze che contraddistinguono lo stato attuale del continente africano.
I punti forti dell’intervento sono il miglioramento delle condizioni primarie del settore agricolo, l’aumento della scolarizzazione, la garanzia della salute. Ci si attiva dunque per incrementare l’agricoltura, offrire un adeguato sostegno agli allievi e alle famiglie per la garanzia della frequenza scolastica, puntando anche sull’intervento diretto ai più meritevoli per garantire la crescita sociale ed economica.
“Il metodo attuato – continua il presidente – consiste nel coinvolgere direttamente le comunità per la gestione dei progetti che noi creiamo. Diventa indispensabile presenziare in Africa per accertare la corretta applicazione degli accordi con essi pattuiti. Così, almeno una volta all’anno, una nostra delegazione partecipa al controllo e allo sviluppo delle iniziative prese”.
Dal gemellaggio con Viernheim è derivato dunque questo sbocco imprevisto che si concretizza nell’aiuto ad una popolazione dell’Africa tra le più bisognose di sostegno.
“E’ proprio così – riprende visibilmente soddisfatto Romagnolo -. E per meglio concretare gli intendimenti che caratterizzano la nostra opera abbiamo convinto l’amministrazione comunale rodigina a sottoscrivere un patto di gemellaggio con la comunità di Satonevri (acronimo che indica tre villaggi: Saduin, Tonon e Nevri) nel Burkina Faso ex Alto Volta. Il rapporto con questa comunità si è consolidato in questi ultimi anni con visite e sostegni diretti alle finalità che proponiamo”.
– Il gemellaggio porterà ad una visita dei partner africani a Rovigo?
“Stiamo proprio lavorando affinché ciò sia possibile. L’arrivo dei rappresentanti delle tre comunità alla nostra terra è previsto per fine giugno. Oltre al presidente del Comitato Permanente, verranno tre rappresentanti, uno per villaggio, il parroco di Fara, il direttore della scuola e il rappresentante dei genitori”.
– Ma come reagisce il Polesine di fronte alle iniziative dell’Associazione per la Cooperazione allo Sviluppo dell’Africa?
“Ci sembra di poter dire che viene compreso il nostro impegno che è prevalentemente indirizzato, oltre che alla raccolta di fondi, a far conoscere meglio le comunità africane, ad evidenziare la loro difficoltà economica, cercando nel contempo di accrescere lo spirito di solidarietà ed il rispetto delle loro identità culturali, riscoprendo così anche pezzi della storia delle nostre comunità rurali. Le risposte polesane sono incoraggianti cosicché siamo fiduciosi di poter assicurare la realizzazione dei progetti individuati. I mezzi per queste opere ci giungono dai contributi delle Amministrazioni comunale e provinciale e dalle sottoscrizioni personali sui conti correnti, postale 41689969 e bancario 2574710H presso la Cassa di Risparmio di PD-RO detraibili dalla dichiarazione dei redditi in quanto l’associazione è ONLUS. La raccolta di fondi è sempre aperta, e si approfitta dell’occasione per una segnalazione ai lettori del Ventaglio”.
In occasione della IX Settimana dei Beni Culturali in Polesine, svoltasi dal 6 al 14 dicembre 2003, il Museo dei Grandi Fiumi ha aperto al pubblico i propri laboratori per illustrare le fasi e i risultati delle campagne di scavo archeologico effettuate nei siti polesani di Zanforlina di Pontecchio (2002) e di Larda di Gavello (1998-1999; 2003). I visitatori hanno potuto così essere ammessi “dietro le quinte” del Museo e conoscere, al di là del consueto percorso espositivo, i metodi e le finalità della ricerca e del restauro, toccando con mano i reperti di recente riportati alla luce dagli archeologi.
I due nuovi siti dell’età del Bronzo indagati negli ultimi anni costituiscono le testimonianze antropiche più antiche finora individuate nel medio e basso Polesine e si inseriscono nell’ambito di un ridotto numero di insediamenti localizzati per lo più in area altopolesana, nel comune di Castelnovo Bariano, mentre i siti mediopolesani già noti di Frattesina di Fratta Polesine, Villamarzana e Saline di S. Martino di Venezze si collocano cronologicamente nell’età del Bronzo finale (fig. 1).
Zanforlina di Pontecchio Polesine. Un nuovo sito dell’età del Bronzo medio
In località Zanforlina di Pontecchio Polesine (Rovigo) le ricognizioni di superficie effettuate dal Gruppo Archeologico di Villadose avevano accertato che, insieme con laterizi di epoca romana, affioravano dal terreno anche frammenti ceramici databili all’età del Bronzo. Il Museo dei Grandi Fiumi, in collaborazione con la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto, ha ritenuto opportuno approfondire le ricerche, eseguendo nel settembre 2002 alcuni saggi stratigrafici esplorativi nel podere agricolo di Gino Braga.
Il sito archeologico è al centro di un’area tra i Comuni di Pontecchio Polesine e Guarda Veneta, limitata a nord dal Canal Bianco e a sud dal Po. L’attuale ripartizione agraria fu impostata nella seconda metà del XV secolo, durante gli ultimi decenni del governo estense. L’indagine archeologica ha potuto individuare, a circa un metro di profondità dal piano campagna, uno strato di circa 50 cm di limo scuro, organico, ricco di frammenti ceramici e di carboni, con cumuli ridotti di ceneri e grumi di argilla alterata dal fuoco, sicuramente residui di pavimentazioni e di focolari.
Lo strato sottostante, fino a circa 2 metri di profondità, è costituito da limi argillosi grigio verdastri con deboli tracce superficiali di ceramiche e di carboni. Netto infine è il passaggio al livello inferiore, argilloso e di colore grigio chiaro, sterile, base molto probabilmente di un’area paludosa.
I dati raccolti, pur nei limiti di un’indagine non estesa, riconducono quindi a un insediamento impostato ai bordi di una palude. I livelli interessati dai reperti archeologici sono la testimonianza di una bonifica del suolo acquitrinoso, realizzata attraverso l’accumulo di materiale di butto proveniente dalla stessa attività insediativa e dalla vita domestica.
Anche se lo scavo non ha esplorato aree pertinenti a capanne o a strutture abitative, esse sono sicuramente da ricercare nelle immediate vicinanze attraverso un’estensione areale delle indagini. Le forme vascolari recuperate permettono di datare il sito alla prima fase dell’età del Bronzo medio, tra il 1650 e il 1550 a.C.
Si tratta di una scoperta importante: allo stato attuale delle conoscenze, infatti, l’insediamento di Zanforlina risulta essere il più antico del territorio medio–basso polesano e collocabile tra quelli dell’età del Bronzo antico-medio dell’area di Castelnovo Bariano e quello del Bronzo recente di Larda di Gavello. La sua cronologia fornisce nuovi interessanti elementi per la storia dell’antropizzazione nell’antica area deltizia.
Il villaggio arginato di Larda di Gavello (XIV-XIII sec. a.C.)
Le ultime settimane di settembre e le prime di ottobre 2003 hanno visto impegnati il Museo dei Grandi Fiumi e la Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto nell’approfondimento e nell’ampliamento dell’indagine archeologica in località Larda di Gavello (Rovigo).
Il sito, individuato nel fondo agricolo di Valter Ferrari, era stato oggetto di preliminari saggi stratigrafici negli anni 1998-1999, che avevano documentato la presenza dell’uomo nell’età del Bronzo recente. Con gli scavi del 2003 ci si proponeva di raggiungere i livelli iniziali dell’insediamento e di appurare la presenza di un argine già individuato da indagini geofisiche e verosimilmente eretto a protezione del villaggio. I risultati delle ricerche sono stati soddisfacenti, tanto da poter chiarire le sequenze di vita del nucleo insediativo, riconducibili sostanzialmente a due fasi principali:
– la prima fase, inquadrabile tra la fine dell’età del Bronzo medio e gli inizi dell’età del Bronzo recente, fu caratterizzata dall’impostazione del villaggio, con la bonifica del suolo e la costruzione di un argine a difesa dell’insediamento dalle esondazioni di un attiguo corso d’acqua, la cui traccia è ben visibile nelle restituzioni della fotografia aerea. La fase iniziale si concluse con un incendio di vaste proporzioni;
– la seconda fase, evidente per i cumuli di carboni e ceneri in una matrice limosa scura con abbondanti ceramiche, resti di fauna e semi combusti, vide lo sviluppo di strutture palafitticole nell’età del Bronzo recente, con l’ampliamento e il rafforzamento dell’argine.
Gli scavi di Larda e di Zanforlina rivestono un notevole interesse per la comprensione della più antica storia del popolamento del Polesine, sia per l’integrità dei depositi archeologici, sia per la relazione territoriale dei luoghi con il delta padano e con il vicino mare Adriatico.
I materiali provenienti dai due siti sono confrontabili prevalentemente con quelli della coeva facies culturale dell’area romagnola piuttosto che con l’ambito veneto, e confermano il particolare ruolo di confine di questo territorio interessato dalle diramazioni finali del Po.
Gli scavi di Zanforlina e di Larda sono stati codiretti da Raffaele Peretto (Museo dei Grandi Fiumi) e Luciano Salzani (Soprintendenza ai Beni Archeologici del Veneto).
Alle ricerche hanno partecipato: Alberto Rosato e Rita Bulgarelli (Società Archeologica Padana); Gianfranco Vigato, Mauro Cesaretto, Elena Masiero (Museo dei Grandi Fiumi).
Sensibile è stato il contributo di volontari e collaboratori: Gianni Caniato, Lauro Albieri, Giuseppe Segato, Marco Boscolo, Anna Previato (Gruppo Archeologico di Villadose); Maurizio Manzato, Franco Cecchetto, Elisa Ghisellini, Elisa Garavello, Maria Elena Zennaro (Associazione Barbujani); Francesca Boschetti, Lisa Santato, Lucio Verza, Nerino Giuliani, Lauro Rasconi, Carlo Cesaretto, Elena Zuolo (Museo dei Grandi Fiumi).
Capita, nell’articolata e complessa vita di un’azienda, che fatti salienti od opportunità non consuete siano motivo di soddisfazione ed orgoglio per chi ne è direttamente interessato, ed anche per il territorio in cui si opera.
La CRIVELLARI OFFICE FURNITURE di Taglio di Po ha una lunga tradizione di arredi di qualità, con innumerevoli prestigiose referenze riguardanti Enti Pubblici ed il settore privato.
La Crivellari è da lungo tempo fornitrice del Ministero di Grazia e Giustizia, e tuttavia l’aggiudicazione della gara per gli arredi della Nuova Sede della Corte d’Appello di Roma in Via R. Romei, con un punteggio di 90 punti su base 100, costituisce indubbiamente un risultato di notevole rilevanza.
Si tratta infatti di un’importante gara europea, con procedura di appalto concorso, con richieste di requisiti vincolanti di partecipazione: possesso dell’aggiornamento della Certificazione di Qualità Europea, UNI EN ISO 9001:2000, presentazione del NOS (Nulla Osta di Segretezza), elenco di forniture dello stesso tipo effettuate negli ultimi tre anni, ecc…
La nuova sede della Corte d’Appello è stata ultimata alla fine del 2001 dalla Società Italiana Costruzioni S.p.A. e già nel 2002 la Crivellari si era aggiudicata una gara pilota relativa all’arredo di un’aula giudiziaria facente parte del gruppo delle “aule minori”.
La nuova sede della Corte d’Appello è una riuscita realizzazione architettonica che ha visto l’arch. Paolo Cuccioletta operare insieme alla Società Italiana Costruzioni (Gruppo Navarra). Sono stati sapientemente miscelati gli elementi in vetro, marmo ed acciaio ottenendo un importante impatto visivo sottolineato da un’imponente cupola in vetro, dalla quale si spande la luce in ogni spazio sottostante.
La capitale ha quindi acquisito un nuovo importante elemento architettonico, moderno, funzionale ed innovativo.
La distribuzione interna degli spazi si articola in uffici e sale riunioni, ma è principalmente destinata ad Aule Udienza e comprende la magnifica e luminosa Aula Magna la quale sarà la futura location per le prossime inaugurazioni dell’anno giudiziario.
Per l’Aula Magna è stato considerato l’arredo top di Crivellari, la collezione PIGRECO (foto 1 e 2) che ne sottolinea l’importanza ed il pregio, mentre per le aule minori è stata scelta la collezione SELECT (foto 3,4,5).
La Società Crivellari ha sempre operato secondo criteri di qualità ed ha orientato la propria produzione verso obiettivi specifici: oggi è leader nel campo degli arredi giudiziari, delle sale consiliari e delle forniture direzionali e di rappresentanza.
Continua anche la collaborazione con le società di distribuzione cinematografica. In questi giorni è in programmazione il film “Caterina va in città” di Paolo Virzì con Margherita Buy e Sergio Castellitto, alla cui sceneggiatura ha contribuito la Crivellari con i propri arredi.
Già nel recente passato il film “Giovanni Falcone” di G. Ferrara con Michele Placido vedeva la ricostruzione del Consiglio Supremo della Magistratura interamente allestita con gli arredi Crivellari, presenti inoltre anche nel film “Il Generale Dalla Chiesa” con Lino Ventura.
La Crivellari, che con la collettiva “Italian Design at Work” ha rappresentato il design italiano al Museo delle Scienze di Londra, ha festeggiato recentemente 100 anni di attività.
Per ricordare questo lungo percorso che ha influenzato l’evoluzione dell’arredo nel privato e nel pubblico, è stata pubblicata una monografia, per certi versi emozionante, dal titolo “Un Secolo Crivellari” a cura del Prof. Luigi Flamini.
In occasione di un mio breve viaggio, ho conosciuto un avvocato “a luci rosse”, un anziano uomo di legge, amico di politici che contano, di nobili romani dal blasone altisonante, di scrittori alla moda, frequentatore dei salotti più ambiti, assertore di aver ispirato scrittori nazionali con i suoi pruriginosi racconti.
“Per lei ho qualcosa di inedito – mi ha assicurato – qualcosa di molto pepato. Prenda nota”.
Io, incurante della stretta verità o delle visionarie “aggiunte” in quanto mi narrava, ho scritto di conseguenza, sull’onda dei ricordi di un personaggio che pare uscito dalle pagine di un romanzo di Moravia.
Senza saliva
Era uno di quei giorni scivolosi, in cui l’aria è così imbevuta di umidità, da rendere viscidi i tuoi passi, i vestiti, e – persino – i tuoi pensieri più nascosti. L’autunno stava dimenticandosi dell’estate, già dall’inizio, smemorato in maniera fastidiosa. La scala del tribunale mi apparve insidiosa più che mai, tanto da salirla cautamente, ben aggrappato alla ringhiera.
La porta della segreteria si aprì, quasi per incanto, mossa da una forza intima, come se la mano dell’uomo non vi prendesse parte alcuna. Solite scartoffie sul bancone e nelle scansie, aria ferma, acre di troppi respiri, computer accesi, tastiere percosse da dita rassegnate di segretarie già stanche.
Dal tavolo in fondo, quello meno in vista, scostando la seggiola senza rumore, si materializzò una visione divina. Alta quasi quanto me – che sono già un uomo di imponente statura – bionda e burrosa come la Marini, mi venne incontro un’irresistibile ragazza. Adoro le donne con gli occhi chiari, la pelle di miele e le curve posizionate giuste.
Dopo avermi consegnato gli incartamenti richiesti, accettò – con estrema naturalezza – il mio invito a bere un aperitivo.
Le scale non mi apparvero più così insidiose, scendendole al suo fianco, fiero di farmi vedere in compagnia di un così procace esemplare femminile.
Accettai subito l’invito all’aperitivo offertomi da quell’avvocato imponente, grave nei gesti lenti ed antichi, perché mi sentivo sola, perché mi appariva un uomo importante, perché speravo in un po’ di protezione…
Sì, mi parve un tipo protettivo. Di lui sapevo già molto: professionista stimato; studio legale in una centralissima via della città, gaudente per definizione, in cui si alternavano impiegate e colleghe sempre molto piacenti, bionde e prosperose; nessuna attitudine al matrimonio; generosità “controllata”, ovvero dare in proporzione di quanto si poteva ottenere, mai una lira di più; modi distinti da vecchio gentleman, pur essendo appena di poco oltre la cinquantina; abbigliamento curato fino nei minimi dettagli; fama di viveur incallito; frequentatore dei salotti più in vista.
La guardai comodamente seduta, all’interno di un caffè centrale della mia vivace città. La volli dirimpetto, per ammirarla bene. Nella penombra autunnale, il candore del suo volto sembrava brillare, tagliato dal carminio di una bocca perfetta, rossa come il frutto del peccato e già offerta. Tutto in lei era offerto sin dal principio. Le sue gambe tropo accavallate che lasciavano già vedere più che intuire l’avorio chiaro della sua corsetteria; la scollatura senza segreti da cui debordava un’abbondanza succosa che già mi rendeva affannoso il respiro.
Tutto questo cerco ora di narrarlo – vent’anni dopo l’accaduto – a una scrittrice ingorda delle mie confidenze, ingolosita dal fatto che Bevilacqua, ispirandosi alla mia vita galante (veramente da lui definita da erotomane) ha intitolato un suo romanzo Il curioso delle donne e dall’aver letto un episodio piccante in un altro celebre romanzo della Maraini che riprende un mio amore “alla finestra”, insomma un’esibizione a distanza, con una mia permissiva dirimpettaia.
Rita, la bionda così si chiamava e si chiama, ha accettato subito l’invito a salire nello studio, poco distante dal tribunale. Era un gusto osservarla: la coscia sembrava voler uscire dal tessuto della gonna che già faticava a contenere quei glutei perfetti, e il seno sussultava, partecipe ad ogni scalino.
Sono arrivata su, in cima alla scala (l’ascensore era in manutenzione) un po’ sconvolta da tutto quel forzato ancheggiare e da quel dimenarmi per attrarre l’attenzione di un uomo famoso per i suoi gusti in fatto di donne compiacenti. I guadagni modesti e il desiderio di piantarla con la mia vita da pendolare, mi spingevano a forzargli la mano, per ottenere subito il massimo da lui. Averlo per protettore era una fortuna grande per me, in quel momento.
Lo studio mi apparve molto lussuoso e nel contempo cupo.
“Sarò il tuo mentore” – mi disse con voce arrochita – ponendomi subito le mani addosso. E, del resto, ero lì per quello e, al di là dell’interesse venale, quell’uomo mi attraeva, c’era qualcosa di “incestuoso”, nella nostra situazione, che accendeva la mia fantasia già naturalmente propensa al sesso, conosciuto in età tenerissima. Mai mi sono sottratta agli uomini che mi hanno toccata, un po’ per reale desiderio e un po’ – lo credereste? – per pena nei loro confronti. Tutto quell’ansimare me li ha fatti apparire fragili, ansiosi di arrivare in fondo, impauriti dal non riuscirci nel migliore dei modi.
La faccia della scrittrice, mentre le narro le mie storie di sesso, non mi piace per nulla. La sento commentare in sordina col marito, schifato dalle mie avventure. “Ma veramente vorrai scriverne? Non è il tuo genere…”
Il divano ci accolse, materno, in quegli anni in cui ero così vivo naturalmente. Tutto si svolse in maniera troppo facile e troppo rapida. Non trovai in Rita nessun pudore, nessuna resistenza, solo gemiti ed eccessiva collaborazione.
Non mi era mai capitata una donna così consenziente. Era chiaro che voleva sistemarsi e nel contempo che il sesso le piaceva e che io le piacevo.
“Dove abiti?”
“Vengo ogni mattina in treno e riparto nel pomeriggio”
Le offersi un alloggio e, dopo un mese, le comperai un’utilitaria, non bisogna mai dare troppo.
Una mano perentoria bussò alla porta del mio studio.
“Avanti!” – dissi con voce seccata. Detesto gli arroganti, perché io sono un mite.
Entrò una ragazza sotto la trentina, alta, snella, addirittura filiforme, insomma l’esatto contrario del mio ideale femminile, per di più con i capelli cortissimi, mentre io adoro le chiome lunghe e bionde, ma questo lo sapete già e lo vado ora ripetendo alla scrittrice che sta prendendo appunti e che non mi è affatto simpatica, con quella sua aria sussiegosa e con quel ridacchiare col marito. Provinciali, che non credono alle telefonate del principe Colonna che mi sta chiamando sul cellulare per un defilè in casa sua e sono dubbiosi sul fatto che io abbia ispirato Bevilacqua e la Maraini.
Gli occhi – solo quelli – mi colpirono della ragazza efebica e sorridente sulla soglia del mio studio. Quello sguardo caffè forte mi procurò un turbamento nuovo.
“Avvocato, ho appena ottenuto il titolo, non ho danaro né amicizie per aprirmi uno studio. Mi aiuta?”
“Posso darti due milioni al mese e aiutarti a trovare un alloggio”.
Offrivo basso, perché, strette dalla necessità, so bene che le donne diventano più – ehm, ehm – più donative.
Provai a metterle la mano su una spalla, ma lei si scostò con uno scatto poco lusinghiero.
Arrivò Rita, ancheggiando al suo solito modo, anzi più che mai. Accostate, le due ragazze, creavano uno stuzzicante contrasto.
Col passare dei giorni, Patrizia cominciò lievemente ad ammorbidirsi.
Però, sentite in che modo.
“Ho visto un tailleur delizioso, ieri in galleria. Ma non potrò mai permettermelo”.
“Andiamo a vederlo insieme”.
Addosso alla sua figurina era uno spettacolo. Stavo cambiando gusti e la sua magrezza stava diventando più eccitante delle grazie sinuose della bionda maggiorata.
“E le ha “frequentate” tutte e due in contemporanea?” – la scrittrice provincialotta che non sa capire le gioie di un viveur.
Altroché se le ho frequentate, godendo appieno le gioie complete e un po’ appiccicose di Rita e spasimando per Patrizia che mi si dava col contagocce.
Non voleva che io salissi nell’alloggio che le stavo pagando in un centralissimo appartamento; non voleva salire a casa mia (perché lì ricevi già Rita e sentirei la sua presenza). Quel poco che mi dava avveniva solo nello studio. Dopo una mia “dazione” (cappottini, tailleurini, tette ingrandite dal chirurgo, abbonamenti a teatro, per cui tenevo minuziosamente segnate le spese, sono un uomo estremamente ordinato nei conti), quando chiudeva le finestre e abbassava le tende, lasciandomi intendere che qualcosa sarebbe avvenuto, il mio cuore batteva all’impazzata e l’eccitazione era così forte…
“No, non tema signora!” – lo dico alla giornalista che paventa particolari troppo piccanti.
E qualcosa avveniva, ma sempre parziale, con un progredire al passo di tartaruga. Non voleva essere baciata in bocca. Temeva la mia lingua più di un orrido serpente. Se tentavo di umettare le parti più intime del suo corpo, urlava, indignata.: “Mi raccomando, senza saliva!”
“Ma lei, non arguiva da questo l’assenza non dico d’amore, ma almeno di interesse, di affetto, non sentiva il ribrezzo di Patrizia?”
“Signora è mai stata innamorata? Ha mai perso la testa, lei?”
Che strazio dover dare sempre di più al “vecchio” che non è un cattivo diavolaccio, ma che mi attrae come un calcio negli stinchi.
Adesso vuole regalarmi l’appartamento, e capisco che lo fa per avere “tutto” da me.
Non si contenta più delle “coccole”, così ha il coraggio di chiamare quei suoi leccamenti bavosi. Parla persino di co-intestarmi nel suo conto corrente, “comprese le azioni di borsa”, aggiunge quasi lacrimando. Ogni volta che mi fa un regalo, annota scrupolosamente l’importo in un suo libricino nero e a fianco mette una sigla, corrispettiva ai progressi ottenuti da me. E’ un maniaco. Perché non si contenta della Rita che gli muore dietro, sculettando come una trottola e che gliela darebbe anche gratis? Però, se così fosse, non avrei le belle cosine e ormai cosone che mi regala a piene mani. A volte si eccita talmente, che ho quasi paura che mi resti lì, un cadavere eccellente da non poter più spennare.
Ieri l’ho portata con me in banca a firmare. Ora può disporre degli assegni a suo piacimento. Quello che è mio è suo. Spero accetti di sposarmi. Senza di lei la mia vita è inutile. Anche Rita, scoperta la mia eccessiva generosità (“e pensare che io non ti ho mai chiesto nulla e ho accettato solo l’utilitaria su tua insistenza e stavo con te perché mi piacevi e ti amavo e quell’avida sarà la tua rovina e bla bla bla), trovato il famoso libretto nero fra le mie carte, ora mi ha lasciato.
Sposarlo? Oddio, piuttosto rinuncio a tutto. Tanto, ormai, più di quello che mi ha dato, cosa potrebbe ancora offrirmi? Di suo gli resta solo lo studio, quella maledetta garçonnière, dove mi obbliga a subirlo.
Invece di essere più affettuosa e carina, dopo che le avevo elargito ogni mio avere – su mia insistenza devo ammettere – la vedevo raffreddata, elusiva, distante, meno propensa a tirare le tende dello studio, antipasto delle “coccole”. Smanettava nervosamente col telefonino, si agitava per nulla, non si faceva trovare.
Decisi di piazzarmi sotto casa sua, stando in vedetta.
Uno sportivo, un calciatore importante che anni prima io stesso le avevo presentato, in quanto mio cliente, scese dalla scala di casa sua, un po’ spettinato, a dire il vero.
“Avvocato – interloquì il barman che mi conosceva da sempre – da tempo avrei voluto dirglielo, ma la Patrizia vede quel signore del pallone ormai da tre anni”.
Mi si annebbiò la vista.
Non ricordo nemmeno come feci a salire quella rampa di scale fino al suo appartamento. L’aggredii con un’ira omicida.
In un ultimo gesto di schifo l’”efebica” mi rese tutti gli incartamenti, i contratti, gli accordi venali. Non le importava più di nulla. Mi lanciò dietro i sui tailleurini, cappotti, profumi, bracialettini e ninnoli vari. Certo le tette e i denti rifatti non poteva restituirmeli, quelli no! Urlava come un’ossessa, gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo grosse come serpenti.
E in un ultimo rantolo pieno d’odio, farfugliava: “senza saliva – dovevi farlo – senza saliva, maledetto!”
E ora sono solo. Rita mi ha lasciato. Patrizia ha cambiato casa e vive col calciatore in un’altra città.
“Come fa a continuare a rimpiangerla? Non riesce a fare appello alla sua dignità?”
“Signora, ma lei si è mai innamorata?”
E nel dire questo, scese dal pullman, strascicando i passi e tirandosi appresso la sua valigetta, piena soltanto di ricordi, di tanta solitudine e di umiliato dolore, non prima però di avere estratto un ampio fazzoletto per asciugare agli angoli del labbro un lucido flusso di saliva.
Il paese si adagiava nella dolce campagna padana, tra il grande fiume e le nebbie.
Un grappolo di case vicine, a tenersi compagnia; la chiesa logorata dalla ragnatela delle stagioni, una fontanella, l’oratorio e il prato.
I bambini crescevano tra l’erba e il mormorio del fiume, accanto. La scuola era in un altro paese più grande, lontana: sarebbe venuto il tempo per pensarci.
Nei piccoli cortili gli animali ruzzavano e becchettavano fra i giochi e le grida dei bimbi. Lillo era uno della combriccola: aveva il nome di un fiore e gli amici a volte se la ridevano dietro le spalle. Vivace sì, più spesso solitario, forse per una connaturata ritrosìa, gli occhi accesi e pronti.
Non aveva la mamma, lo accudiva una zia. Il padre, sciagurato, si era trasferito dal paese per lavoro o per che altro. E nessuno ne aveva più sentito parlare.
Quando l’ultima ora del giorno sfiniva tra i colori e cedeva alla malinconia del crepuscolo, i piedi nascosti nell’erba già alta, il passo deciso, il faccino reclinato, Lillo si inoltrava nel sentiero lungo il fiume. Sedeva tra l’umidore della sponda, mentre i grandi pioppi, ancora spogli, abbrividivano; gli occhi persi nel formicolio dell’acqua.
Lillo aspettava la sua grande amica, la luna. E sognava. Sognava il mare, che non aveva mai visto. Gli pareva che di là dovesse tornare la mamma, a portare un sorriso per tante notti in pianto.
La frescura dell’acqua si faceva rugiada per il cuore di orfano, bisognoso di affetto. Di quel bene unico immenso che muove l’universo.
Non che a Lillo mancassero baci e carezze: la zia, i compagni, i vicini del paese, tutti gli volevano bene, avevano tenerezze per lui.
Ma la mamma doveva essere un’altra cosa; come nelle favole. Doveva avere gli occhi di cielo e i capelli odorosi, dolce la voce e lunghe braccia per tenerselo stretto al petto.
Le sue mani erano bianche: davano senza chiedere.
Ed era così che, ai primi cenni della primavera e poi nella calda estate, intanto che la zia preparava in casa e gli amichetti calciavano il pallone negli orti, Lillo andava ad aspettare la luna. Vedeva crescere il tenero biancore che, prima lieve poi più intenso, piano si profilava all’orizzonte quando già il sole aveva disperso la sua polvere d’oro. Per un attimo il cielo illanguidiva e subito la faccia un po’ tonta della luna, si delineava proprio al limitare dell’acqua, ammiccando dalla sponda.
Allora Lillo cominciava a raccontare dei piccoli grandi guai della giornata, della zia spesso assente per lavoro, di qualche scherzo poco gentile degli amici, della sua solitudine. Era convinto che la luna sapesse tutto della mamma. E allora chiedeva se portava le vesti chiare; parlava con gli angeli?
Quanto era bella?
Algida e magica, la luna sembrava ascoltare. E la sua voce era come l’antica canzone del vento: parlava di paesi lontani oltre le nebbie, bagnati da altri fiumi, tra rumori e colori violenti. La gente camminava e non si conosceva, andava di fretta come i giri vorticosi di una trottola. Là i bambini non sapevano il canto dei grilli, lo sfavillio delle lùcciole nelle sere profumate.
Lillo teneva gli occhi spalancati: quel mondo gli pareva lontano e triste, senza stelle.
Poi la luna gli parlava del mare e Lillo sentiva vicino fremere l’onda, quel suo arrovellarsi, ora appena un sospiro, ora un agitarsi ansimante.
Guardava il colore del cielo, ma non riusciva ad immaginare l’azzurro di quell’acqua, nel suo andare e venire, senza tregua, senza sonno.
Ecco, il cuore della mamma era come quell’acqua, sempre pronto a battere, sospirare. A cullare. Come un’antica ninna-nanna del mondo.
Il sogno sembrava ripetersi ogni sera. La gente, i compagni, la zia, si domandavano che facesse Lillo col naso all’aria, immobile accanto al fiume. E scrollavano il capo: c’erano faccende più importanti.
Poi, i passi precoci dell’autunno e le profonde notti dell’inverno a forza diradavano i colloqui; le care voci si sperdevano nel vento.
La luna se ne stava nascosta, infreddolita.
Lillo si immalinconiva, nessuno se ne accorgeva. Allora andava curiosando nella casa e nel cortile e passava buona parte del tempo insieme agli animali. Si prendeva cura delle cucciolate, aiutava le piccole creature nel bisogno. Teneva il mondo dentro al cuore.
Intanto si rinnovava il tempo; riprendeva il gioco delle stagioni. Anche la fontanella tornava al suo canto.
Venne un’altra primavera. Le notti imperlarono di rugiada il prato. Ma nessuno vide più il bambino alla sponda del fiume. Si seppe poi, che la zia e Lillo avevano traslocato ed erano scesi al sud.
Si disse anche che il bambino fosse annegato in mare.
Solo una notte qualche tempo dopo, nell’alone gemmato di una splendida luna, alcuni videro farsi più chiare due ombre, tenendosi per mano: lunghi i capelli, l’una; leggermente reclinata l’altra.
Camminavano sui ciottoli del cielo, come fossero le onde del mare.
Una delle attività integrative che riscuote maggior successo al Liceo classico “Carlo Bocchi” di Adria è il teatro che funziona con ben quattro laboratori: Teatro classico, Teatro veneto, Teatro in lingua straniera, il Mateatro.
Teatro Classico
Il Laboratorio di Teatro classico antico è nel suo genere tra i più “anziani” del Veneto. In attività dal 1988/89, si propone di mettere in scena testi della letteratura greca e romana. La realizzazione delle opere teatrali prevede anche il lavoro di ricerca, traduzione, analisi, comprensione del testo, contestualizzazione drammaturgica, precisazione dei personaggi, progettazione di scene, costumi, maschere, trucco e musiche.
Nel corso del tempo il Laboratorio ha operato negli spazi teatrali polesani, ha partecipato ad appuntamenti regionali, nazionali ed internazionali quali la rassegna “Tito Livio” Città di Padova e quella di Taormina nella suggestiva cornice della valle dei templi. E’ stato finalista per due volte nella rassegna interregionale “Studenti in Palcoscenico” di Padova, e per due volte anche a Vicenza per “Teatro dalla Scuola”.
Nel corso degli anni il Laboratorio di Teatro classico antico ha affrontato e messo in scena i seguenti testi:
1988/89 drammatizzazione del “Liber” di Catullo. 1989/90 “Plautina” messa in scena di un’antologia dalle commedie di Plauto. 1990/91 scene da “Hecyra” di Terenzio. 1991/92 “Rudens “di Plauto Ia ed. 1992/93 “Rudens “ di Plauto IIa ed.. 1994/95 “Casina “ di Plauto. 1995/96 “Lisistrata” di Aristofane. 1996/97 “Baccanti “ di Euripide. 1997/98 “Ciclope” di Euripide. 1998/99 “Rane” di Aristofane. 1999/2000 “Troadi” di Euripide, Ia edizione. 2000/2001 “Troadi” di Euripide, IIa edizione 2000/2001 “Tesmoforiazuse” di Aristofane. 2001/2002 “Tragica-mente”, Scene dalla follia dei tragici greci. 2002/2003 “Uccelli” di Aristofane.
Teatro Veneto
Presentato Il campiello nel 2002, ora si lavora a La locandiera.
In un angolo della piazzetta Marino Marin, sulla quale si affacciano le finestre dell’Aula Magna del Liceo undici giovani studentesse recitano Goldoni. Niente palcoscenico, ma una scenografia vivacemente colorata: case e finestre in polistirolo dipinto davanti ai muri e alle finestre vere. E un pubblico caloroso e partecipe, in una calda serata di fine giugno in cui le cicale hanno voglia di sgolarsi.
Così si rivivono l’emozione e il brio del “Campiello”: un’immagine felicissima della vita del popolo veneziano del Settecento. E’ un episodio di teatro a scuola con l’emozione dello spettacolo finalmente conquistata e goduta, ma anche un po’ sofferta. I volti tesi si sciolgono a poco a poco nelle luci dei fari che li illuminano, mentre davanti al pubblico si ricrea la caratteristica atmosfera di una piazzetta veneziana.
Ci sono ruoli femminili e ruoli maschili, ma la scuola è tutta femminile e quindi ad alcune ragazze tocca fare la parte dell’uomo. Il trucco aiuta e comunque l’attore è da sempre un grande “bugiardo”, un artigiano della finzione: solo gli insegnanti e i compagni presenti possono vedere dietro l’apparenza alcuni tratti caratteristici, profondamente “veri”, delle alunne che recitano. Ci sono le vecchie che si credono ancora giovani e belle, ed essendo rimaste senza marito vogliono ricominciare la vita; ci sono i giovani che s’incontrano e hanno il cuore che palpita d’amore; ci sono infine i nobili, quasi degli intrusi nel piccolo spazio della piazza dove valgono solo le regole che il popolo ha stabilito.
Al centro della scena Gasparina, lungo vestito rosa e zeta pronunciata al posto della esse. Giovane senza genitori e sottomessa allo zio, il “barba”, vanta origini nobili e mette in campo la sua superiorità rispetto alle ragazze del campiello. Ma, come loro, ama il battibecco, cova piccoli rancori e coltiva il desiderio di libertà e di autonomia. Alla fine, con il placet dello zio, se ne va con il cavaliere, ma non è l’unica a sposarsi. Finale classico per una commedia. Le scene dei giochi, il lotto della Venturina e, il gioco della semola, un brindisi collettivo e la danza, una etnica ed indiavolata furlana, l’hanno molto vivacizzata. Ma anche i dialoghi sono stati interpretati con gusto e partecipazione.
Teatro in lingua straniera
Lo scorso anno, gli allievi della 4° A Linguistico che si sono cimentati in una rivisitazione in lingua tedesca del “Faust” di Goethe, una attività nata quasi casualmente, per la necessità intrattenere gli studenti tedeschi che annualmente giungono al Bocchi per gli scambi culturali.
A nome di tutti i compagni dichiara Sara Marangon: “Abbiamo analizzato l’opera, attualizzata nel linguaggio dalle insegnanti Paola Pellegrinelli e Ursula Guldener. Con originalità ed inventiva ciascuno di noi, si è calato nel suo personaggio, sviluppando i temi portanti dell’opera che spaziano dal dualismo bene-male all’importanza della conoscenza, alla riflessione sulla moralità e sulla religiosità umana.
Terminato lo studio, abbiamo affrontato la parte operativa. Orgogliosamente possiamo dire di aver gestito in prima persona tutte le fasi della lavorazione. Abbiamo presentato in anteprima il nostro Faust ai nostri colleghi tedeschi dell’Europaschule di Seeheim-Jughenheim in visita al Bocchi per lo scambio culturale e gli apprezzamenti ci hanno dato la sensazione di aver fatto una buona cosa.
Poi tutto si è svolto assai vorticosamente. Dopo le selezioni siamo stati inseriti tra gli 11 istituti italiani finalisti per la rassegna nazionale “Lingue in scena”, svoltasi a Torino, e ci siamo piazzati al primo posto assoluto. Abbiamo conquistato così il diritto, noi ragazzi partiti da Adria, Porto Tolle, Porto Viro, Loreo, Boccasette, a rappresentare orgogliosamente l’Italia al Festival Studentesco Europeo di Teatro Plurilingue, organizzato dal Goethe Institut”.
Ma l’esperimento continua. Quest’anno, la classe IV B linguistico ha sceneggiato ed allestito “L’opera da tre soldi” di Bertolt Brect. Superata brillantemente la fase eliminatoria, la compagnia ha già staccato in bellezza il biglietto per la finale di Torino. Se son rose…
Il Mateatro
Il Mateatro è nato nel dicembre del ‘96, dall’unione di Matematica e Teatro, con un progetto che si prefigge di approfondirne la vita, gli scritti e l’ambiente culturale di un matematico, scelto a scadenza biennale, in modo da offrire spunti all’insegnamento della Matematica e di avvicinarla ad altre discipline. Il tutto ha come obiettivo finale quello di scrivere e rappresentare un testo teatrale.
Dal 1997 al 2004 sono stati prodotti e messi in scena due testi dedicati al matematico del XIII secolo Fibonacci detto “bigollo”, cioè vagabondo, a causa dei molti viaggi per il Mediterraneo da prima al seguito del padre per imparare la matematica (e la cultura) degli arabi, poi come commerciante e infine come studioso, approdato alla corte dello “stupor mundi” Federico II, con il quale instaurò un insolito rapporto di amicizia.
Nel 2001, il Mateatro si è classificato al terzo posto del concorso Studenti in Palcoscenico, tra una ventina di scuole medie superiori del Veneto.
Nel 2002, è iniziata la ricerca su di un altro Matematico, Evariste Galois, nato a Bourg-la-Reine, nei sobborghi di Parigi, nel 1811, da Nicolas Gabriel e Marie Adelaide. Il padre di Evariste fautore di Napoleone è eletto, anzi acclamato, sindaco di Bourg-la-Reine. In questo periodo Evariste con i due fratelli Nathalie e Alfred vive serenamente, poi con la caduta di Napoleone per i Galois inizia un periodo infelice. Nel frattempo è entrato nel collegio Louis-le-Grand di Parigi, dove per qualche tempo è tra i migliori allievi, poi influenzato dalle vicende negative della sua famiglia è attratto dalla politica. Ma la cosa che più lo appassiona e contemporaneamente lo allontana dagli insegnanti e dalla scuola è una disciplina scolastica: la Matematica.
Su queste vicende, è nato un nuovo testo teatrale, “Essere Evariste Galois”, che è stato presentato la prima volta al comunale di Adria, il 30 aprile scorso.
Il coro femminile “Eco del Fiume” ha compiuto 25 anni di attività. E’ sorto infatti a Bottrighe nel 1978 da quello che dieci anni prima, fondato dall’allora parroco del luogo, monsignor Vincenzo Polo, nel 1968, era il piccolo coro di voci bianche.
Proprio nel 1978 il coro assume il nome attuale suggerito da Romano Beltramini, esperto corale, amico da sempre del gruppo canoro. Un quarto di secolo costellato da concerti, rassegne e partecipazioni ad innumerevoli manifestazioni svoltesi in tutta Italia, spesso con il compito di rappresentare la nostra regione.
Tra le presenze di maggiore prestigio, vanno annoverate le partecipazioni ai concorsi nazionali nelle città di Adria, Savignone (Ge) e Vittorio Veneto (Tv) dove il coro si è sempre classificato entro i primi tre posti, il concerto per l’Accademia Internazionale della Musica, la presenza, quale ospite d’onore, al 4. Concorso Nazionale Cori al teatro dell’Opera di Genova, la rappresentanza dell’Italia Settentrionale alla 10.ma Rassegna Internazionale di Ripatransone nelle Marche, la tournée estera a Salisburgo in Austria, l’esibizione in diretta dagli studio di Saxa Rubra di Rai Uno in Roma, ospite della trasmissione televisiva “Uno Mattina”, la registrazione di un programma radiofonico per Rai Radio Due e la recente partecipazione al Concorso Nazionale di Biella, ammesso quale unico coro femminile proveniente dal Veneto.
Il coro predilige i canti popolari e di montagna di numerosi autori italiani e stranieri, in particolare del noto compositore vicentino Bepi De Marzi, il famoso autore di “Signore delle Cime”, il quale ha dedicato proprio al coro di Bottrighe il brano dal titolo “L’eco del fiume”.
Il repertorio, inoltre, su canzoni di musica leggera, in particolare dei Beatles, di Paul Simon e di John Lennon. Dal 1991 il coro è sostenuto in numerose iniziative dalla Società Italiana Costruzioni Edili e Stradali di Bottrighe, che in qualità di sponsor ha realizzato, tra le altre, una incisione discografica su musicassetta.
Da quattordici anni la direzione artistica è affidata alla maestra Chiara Casazza, laureata in lingua e letteratura straniere. Appassionata di musica sin da giovanissima, ha frequentato per diversi anni il conservatorio statale “Buzzolla” di Adria ed è corista e collaboratrice del coro polifonico “S. Francesco” della parrocchia del paese.
Da sempre il coro “Eco del Fiume” aderisce all’Associazione Sviluppo Attività Corali della Regione Veneto e si propone quale elemento veicolare per la promozione turistica del Polesine ed in particolare del Parco Regionale Veneto del Delta del Po, territorio di primario riferimento per l’attività dell’affiatato gruppo canoro.
Il progetto sperimentale de La bottega della Musica nasce cinque anni fa come proposta di CeDi – Turismo & Cultura, rispondendo ad una richiesta dell’Amministrazione Comunale di Crespino.
La Bottega si caratterizza come laboratorio più che come scuola di musica, dove la creatività dei partecipanti è il motore scoppiettante che conduce a suonarla, ascoltarla e infine leggerla. Il laboratorio è attualmente frequentato da ragazzi delle scuole elementari e medie del comune e gli incontri si svolgono da ottobre, una volta alla settimana. Ce ne parla più dettagliatamente Laura Marangoni, ideatrice e coordinatrice della Bottega:
– Come si svolge l’attività formativa?
Ogni settimana si alternano le lezioni d’insieme, con lettura della musica e uso di flauto e percussioni, e lezioni, dedicate allo studio dello strumento prescelto, nelle quali i ragazzi familiarizzano con tastiera e chitarra. Ho proposto nuovi strumenti (l’armonica a bocca e il flauto contralto), per far conoscere i diversi tipi di generi musicali dal rock al classico, dal blues al jazz. L’intervento di gruppi musicali professionisti completa lo studio, la ricerca, l’ascolto. L’insegnamento della chitarra è affidato al professor Maurizio De Agostini. Oltre ai laboratori musicali, per completare la formazione impariamo alcune tecniche teatrali (gestualità, respirazione, scenografia).
– Il laboratorio prevede dei concerti?
Certo. Proponiamo un concerto natalizio, un concerto di fine anno e esibizioni fuori Crespino: all’inaugurazione del Meeting della Didattica, presso il Museo dei Grandi Fiumi, i ragazzi della bottega hanno proposto “Tera e acqua” di Sergio Liberovich con suoni e rumori acquei (il 2003 era dedicato in tutto il mondo all’elemento primario,n.d.r.); un’altra esibizione ci ha visto protagonisti all’approdo Fetonte (golena attrezzata di Crespino) in occasione dell’attracco della motonave Michelangelo.
Visto il grande entusiasmo, la Bottega è proseguita festosamente nel periodo estivo con attività ludiche immerse nella musica. Tra le iniziative del progetto c’è stato l’incontro con musicisti professionisti, abbiamo incontrato il violoncellista Vittorio Piombo e la rap-band ContinuoRilasso. Gli esperti hanno galvanizzato i bambini nella loro storia professionale, coinvolgendoli in attività creative. Non è escluso che si ripeta anche quest’esperienza, per toccare tutti i generi dell’arte per eccellenza.
Altra voce della Bottega è Luigi Ziviani, medico e Consigliere comunale di Crespino, sostenitore dalla nascita del progetto. A lui abbiamo chiesto qual è il ruolo del laboratorio nella formazione musicale dei ragazzi e qualche nuova sulla vita culturale intorno a piazza Fetonte.
“Con la Bottega – osserva Ziviani – si fa musica per la mente, dunque è un progetto che potrebbe trovare collocazione all’interno dei programmi didattici. A Crespino c’è una forte tradizione musicale infatti al Museo delle Acque, in avanzata fase di allestimento, oltre a documenti e foto storiche ci saranno gli strumenti della banda comunale recuperati recentemente. Poi ci sono gruppi musicali che stanno crescendo, come i Quarta Fila, i maestri Rossi e Finotti e iniziative come queste, che hanno lo scopo di rivitalizzare una tradizione musicale solo assopita”.
Dopo l’assessore abbiamo ascoltato anche due assidue partecipanti alla Bottega, Anna Calabrese, 13 anni e tre anni di frequenza, e Federica Ferigo, 12 anni e cinque di frequenza. La prima suona la tastiera e il flauto e al “saggio” finale dello scorso anno ha cantato “Let it be” dei Beatles, la seconda predilige la pianola per le ampie possibilità che offre, visto che ha un’anima rock ma non disdegna il lirismo di Laura Pausini e Giorgia.
– A scuola proseguite il lavoro del laboratorio?
Con il professore usiamo pianola e flauto cercando di arricchire il nostro bagaglio musicale. Con Laura abbiamo imparato a leggere lo spartito e molte canzoni che canteremo al “saggio” estivo e a Natale.
– Federica, quali canzoni avete cantato e quali sentiremo nell’esibizione estiva?
L’anno scorso ho suonato l’hit di Titanic, quest’anno con Anna suoneremo “Acqua azzurra, acqua chiara” di Battisti. Ma il nostro repertorio comprende la musica leggera e alcuni pezzi medievali e rinascimentali, con riferimenti ai cantautori italiani innamorati di tali generi (ad esempio Branduardi e Vecchioni).
La Bottega della Musica contribuisce dunque anche ad armonizzare i grandi con i piccoli, vista la partecipazione dei genitori, tra i quali la pianista Anna Tamiello, e concludendo non resta che elencare la formazione immaginandola già in turnè: Anna Calabrese, Valeria Strenghetto (flauto, voce), Elena Cavaliere, Elisabetta Gazziero, Alberto Bolognesi, Giulia Ziviani, Federica Ferigo, Alessandra Gazziero, Tommaso Boccato, Marco Ziviani, Alessandro Ferrari, Fabio Zangirolami (tastiere), Federico Andreotti (basso elettrico), Luca Bertaglia, Andrea Fantinato e Davide Pelà (chitarra).
Percorro via Marchefave e mi fermo davanti al n.41. Il portone semiaperto mi invita ad entrare nel cortile ombreggiato da giovani noci e da spontanei arbusti. Accatastati ai muri della casa o sparsi per terra, oggetti vari, vecchie cose ed attrezzi d’altri tempi.
Ad aprirmi l’uscio è Mario Marabese, persona dall’animo semplice, arricchita di grande esperienza, che dall’arte della lavorazione del legno ha saputo trarre il bene per la sua anima. Qui vive e vi lavora, costruendo meravigliosi oggetti d’arredamento nel rispetto della vecchia e gloriosa tradizione lendinarese che ha le sue radici nel XV secolo, allorché operarono i fratelli Canozi, maestri rinascimentali nell’arte dell’intarsio.
Al piano terra, la bottega di Mario Marabese si articola in tre stanze comunicanti tra loro, dove, assieme a vari utensili, è accumulata una incredibile varietà di legnami che costituiscono la materia prima per il suo lavoro. In un voluto disordine, poi, collocate sulle pareti, antiche serrature, fregi, orologi, cornici, quadri, strumenti musicali, disegni preparatori e tante anticaglie mi confermano che il mondo che sto per esplorare sarà certamente interessante. Qui tutto è visibile e nel contempo invisibile a prima vista. Bureaux-trumeaux o cassettoni sparsi per la bottega, compaiono dietro innumerevoli cose appese sopra essi. Così cocci di scodelle, piatti del XVIII sec., quadretti, disegni e oggetti d’altri tempi nascondono parzialmente le sue opere, caricandole di quell’atmosfera che le cose antiche rilasciano nell’intimo di chi le osserva.
La mia curiosità si fissa sui particolari fatti di piccolissimi tasselli, lavorati con sottili sfumature di toni, che con dovizia di idee l’artista assembla in lastre di legno poste sull’oggetto in costruzione. Eleganti cimase, sovrapposte ad altrettanta mobilia in stile barocco o rococò, catturano la mia attenzione per la precisione del lavoro svolto e per l’armoniosa visione dell’intera opera.
Ma Mario si avvale pure dell’arte del restauro, conducendola con rara attenzione. Nel sostituire le parti mancanti o danneggiate usa scrupolosamente materiali d’epoca, ed è qui che la tecnica antica viene espressa con sapienza. Segreti trasmessi via orale da molte generazioni e arrivati sino a lui, che oggi rappresenta l’eredità di un illustre passato.
Lo guardo con interesse all’opera, mentre davanti a me scaldini, colle, pece, mastici e altre sostanze coesive sfilano coperte di polvere di legno, tra stipi e scansie.
Mario, non in sintonia con il proprio tempo, dominato da un dinamismo esasperato, appartiene a quella generazione di artigiani del secolo scorso, che guardano più volentieri all’Ottocento che al nuovo millennio che prepotentemente si è aperto. Meglio la saggezza del passato che le modernissime tecniche costruttive, che annullano la poesia dell’antica arte legnaria, quella per secoli usata dai vecchi maestri in grado di creare oggetti diversi li uni dagli altri, adoperando nobili legni, seguendo processi esecutivi consacrati dalla storia.
Adesso, precisa Mario non nascondendo un certo imbarazzo, molta produzione del mobile d’arredamento è svolta in serie con l’ausilio di pannelli di truciolare nobilitato che ne limita la durata nel tempo e la bellezza estetica. Così questo tipo di attività artigianale va scomparendo e con essa anche i segreti custoditi dai grandi “marangoni” veneti che nel passato elevarono il prestigio del semplice falegname ad “intajadore e depentore”.
Mentre l’artista lavora, mi racconta che la tecnica d’intarsio è un antico procedimento orientale, e che solo nel XIV secolo è stato ripreso in occidente. Continuando il suo lavoro, con calma e sicurezza, accosta sopra una tavola, legni diversi di varie forme. Ne risulta così un disegno di notevole effetto, che emerge nitido per il contrasto dei colori usati.
Per la realizzazione, continua Mario, si adoperano sottili lamine di essenze di diversa tonalità di noce, bosso, acero, quercia, salice, ulivo, ciliegio, gelso; e per creare il fondo si preferisce larice, noce o abete e cipresso. Per l’ombreggiatura si brunisce il legno con ferro rovente e per le zone luminose si usa l’acero che è legno chiaro.
Noi Lendinaresi, afferma con compiacimento, siamo orgogliosi di citare i Canozi maestri dell’intarsio che, nella metà del 400, scoprirono il modo di ottenere varie specie di effetti di chiaroscuro, tingendo il legno col procedimento della bollitura.
Nella sua babelica bottega, Mario Marabese è completamente a suo agio tra il profumo del legno e l’acre odore di vernici e colle, in compagnia di alcuni gatti, una volta randagi ma ora padroni di questo prezioso rifugio.
Nel prendere commiato dal singolare artista del legno, lo ringrazio per il tempo concessomi, esprimendo l’auspico di vedere ancora per molto tempo altri pregevoli lavori usciti dalle mani di uno degli ultimi “marangoni” veneti di classe, che Lendinara ed il Polesine può vantare.
Solo una personalità sensibile, fantastica, creativa e nello stesso tempo pratica può arrivare a comporre con materiale povero e quasi dimesso, opere molto apprezzate e valide.
È Roberto Antico l’artista che durante il suo tempo libero raccoglie da diversi anni, lungo l’argine del Po, pezzi di legno che il grande fiume porta lungo il suo tragitto. Sono legni di barche sfatte e abbandonate, di vecchi alberi di velieri che rivivono nuovamente la grande avventura di essere raccolti così come sono: grandi, piccoli e già colorati.
Successivamente vengono accostati secondo la grandezza, l’immagine o la sensazione che suggeriscono e ricomposti in quadri non certo sofisticati, ma molto realistici ed emozionanti.
L’artista Roberto Antico, anche se lui si definisce solo “una specie di recuperante”, ripercorre con la sua fantasia la “vita di questi legni che una volta erano – così sostiene – grandi abeti, faggi, roveri, pioppi” e che per opera degli uomini erano diventati “attracchi, pontili, alberi maestri di velieri” ed ora sono lasciati in balia delle acque e dell’abbandono. Quasi un “lavoro” da certosino quello di Antico che silenziosamente e in mezzo alla Natura, al verde dei salici selvatici, di altri arbusti e all’azzurro delle acque del Po, cerca, toglie, raccoglie, recupera questi “detriti” che si accumulano soprattutto durante le piene del fiume.
Gli danno un senso di inquietudine questi legni che raccoglie per “dar loro un porto o forse un altro piccolo pezzo di vita sotto forma di piccoli oggetti della memoria”. Così nascono dei quadri con legni già colorati da precedenti tinteggiature, formando immagini di animali, paesaggi, tramonti, fiori e altre scene articolate. Sono opere molto particolari e suggestive che regalano a coloro che le osservano serenità, meraviglia, stupore ed emozione.
Antico, quale certosino, non raccoglie pepite d’oro, ma, come gli antichi pionieri, perlustra pazientemente il fiume, gli argini del Delta, alla ricerca di ciò che è materiale povero, scartato per una nuova composizione, dignitosa e splendente. Con la sua sensibilità e creatività, da quel poco che è rimasto, ricompone piccoli pezzi per agglomerare e far nascere opere fantastiche e reali.
“Ogni legno ha la sua storia – afferma – mi piacerebbe che potesse raccontare anche solo un tratto di quel cammino nel tempo”. Come gli uomini dell’Altopiano che dopo la prima guerra mondiale raccoglievano – sostiene ancora Antico – “schegge e ordigni di metallo per farne orecchini, paioli, io cerco di ridare un po’ di vita a dei legni dispersi dalla corrente del fiume”.
Roberto Antico nato ed abitante a Piove di Sacco, impiegato presso una Multinazionale che opera nel campo della refrigerazione, da più di vent’anni frequenta il Delta con sua moglie Caterina, alla ricerca di ampi spazi, lunghi silenzi e bellezze naturali e da allora ha cominciato a raccogliere legni abbandonati, che inizialmente pensava di usare come sfondi teatrali o per mostre fotografiche; successivamente ha compreso che doveva creare dell’altro.
Appassionato anche di fotografia, oltre che di pittura, è socio del Foto-club di Piove di Sacco ed ha organizzato varie mostre fotografiche anche all’estero (Germania). Come pittore amava dipingere il litorale marino adriatico, soprattutto quello legato al Delta di Rosolina Mare. In seguito, stancatosi un po’ della pittura, ha dato inizio ad un filone nuovo: la composizione artistica dei residui raccolti.
L’incontro con Paolo Gasparetto a Ca’ Cornera, gli scambi di idee e di opinioni l’hanno portato a seguire e a sviluppare questa nuova possibilità artistica. Una apprezzata Mostra di quadri con questi legni, Roberto Antico l’ha presentata a Rovigo il 26 marzo, presso il palazzo Roncale, in piazza Vittorio Emanuele, con il patrocinio dell’Accademia dei Concordi. Le sue opere si possono trovare anche nella “bottega” di Ca’ Cornera di Porto Viro.
I suoi legni recuperati costituiscono un mosaico ricco di storie umane e ancora valido per dare vita a creatività semplici, ma ricche di inedite sensazioni.