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Archivi: Articoli d’archivio

  • La F.I.D.A.P.A in festa

    La F.I.D.A.P.A in festa

    L’accensione di undici candele, a metà serata, nell’elegante ed accogliente ristorante Rizzi di Crespino, abbellito ancor di più da fiori e foglie, in un’atmosfera particolare e suggestiva, ha dato il via alla “Cerimonia delle Candele”, occasione anche per presentare ufficialmente le nuove socie, della FIDAPA (Federazione Italiana Donne Arti, Professioni e Affari).

    Undici candele di forme e colori diversi, per indicare le aspirazioni e gli sforzi delle donne nel mondo. E “ogni fiammella rischiara la via alle donne che lavorano per il progresso e per la pace”.

    Queste le parole della presidente della Sezione di Rovigo, Donatella Ferraresi Biancardi, con accanto la Presidente Nazionale Lucia Ajovalasit, mentre veniva accesa la candela bianca, la più alta, la candela della Federazione Internazionale. “L’accendiamo per prima perché la sua luce ci ricorda i nostri scopi comuni”, ha continuato la presidente. Successivamente la fiamma veniva accostata alle sei candele bianche più piccole, simboleggianti le federazioni degli Stati Uniti, Canada, Francia, Italia, Regno Unito, Austria. Poi la candela rosa, simbolo dei Membri Associati Individuali (Cuba ed Etiopia), la gialla delle trentasei federazioni, l’azzurra dei Quarantasei club associati e infine la verde, indicante l’avvenire, accesa dalla socia più giovane.

    Presenti a questa serata alcuni graditi ospiti: il presidente della provincia Federico Saccardin, l’assessore alle Pari Opportunità e alla Cultura e Istruzione Gioia Beltrame, il sindaco Paolo Avezzù, il questore Franco Misiano e successivamente l’assessore regionale alle Pari Opportunità Isi Coppola. Luce, per indicare e risvegliare nell’elemento femminile il compito di cambiare e migliorare la vita, l’attività della donna in un mondo, talvolta, ancora quasi del tutto maschile, per aiutarla a credere in se stessa e per ingentilire una cultura, attraverso occhi più sensibili e disponibili.

    Essere donna, infatti nell’Europa d’oggi e nell’America del Nord, anche se può essere in certi casi difficile, è tuttavia un’opportunità che può dare molte soddisfazioni nell’ambito del lavoro e dell’arte. Oggi le donne, nel mondo occidentale, sono padrone del loro tempo e del loro destino, a differenza delle loro nonne ed antenate. Sono libere ed autonome nelle scelte di vita e di attività.

    Per arrivare a questo, però, il cammino è stato lungo e difficile; sono stati necessari interventi e sacrifici da parte di donne che hanno operato nel campo politico, sociale e culturale. Alcune associazioni prettamente femminili si sono, nel tempo, costituite per la realizzazione di questo progetto.

    La FIDAPA è nata a Roma nel 1930 dal Circolo “Donne Professioniste ed Artiste” e dai Circoli di Milano, di Napoli. La prima Presidente Nazionale è stata la prof.ssa Maria Castellani che, avendo conosciuto la Dott.ssa Lena Madesin Phillips, presidente e fondatrice della FBPW (Stati Uniti d’America) ne condivideva le idee. La FIDAPA, assieme alle Federazioni Nazionali di Austria , Canada, Inghilterra e Stati Uniti fu promotrice a sua volta, nel 1930, della fondazione della FBPW (Federation of Business and Professional Women). Sciolta, per motivi bellici nel 1940, fu ricostituita nel 1945 a Roma, per opera di quindici valide professioniste. Presidente Nazionale di allora fu Ines Insabato Joli. In Italia attualmente le sezioni della Fidapa sono 247 e le socia iscritte 11.300.

    Quali sono gli scopi e le finalità di tale Associazione che è un movimento d’opinione, indipendente senza scopi di lucro e persegue i suoi obiettivi senza distinzione di etnia, lingua e religione?

    Quello di promuovere, coordinare e sostenere le iniziative delle donne che operano nel campo delle Arti, delle Professioni e degli Affari, autonomamente o in collaborazione con Enti, Associazioni ed altri soggetti. Propone, inoltre, alcuni obiettivi, che è bene ricordare: valorizzare le competenze e la preparazione delle socie indirizzandole verso attività sociali e culturali che favoriscano il miglioramento della vita, anche lavorativa delle donne; incoraggiare le donne per un continuo impegno e ad una consapevole partecipazione alla vita sociale, amministrativa e politica, adoperandosi per rimuovere gli ostacoli ancora esistenti; essere portavoce delle donne che operano nel campo delle Arti, delle Professioni e degli Affari, presso le Organizzazioni e le Istituzioni Nazionali, europee ed internazionali; adoperarsi per rimuovere ogni forma di discriminazione a sfavore delle donne, sia nell’ambito della famiglia che in quello del lavoro, nel pieno rispetto delle norme vigenti in materia di pari opportunità; favorire rapporti amichevoli,reciproca comprensione e proficua collaborazione fra le persone di tutto il mondo.

    Gli Organi Centrali, Distrettuali e Locali dirigono l’Associazione, mentre tutte le sezioni, che hanno una loro autonomia di programmazione, devono sviluppare il tema nazionale biennale “Donna cultura: risorse economiche per il nostro Paese”, mentre quello internazionale per il 2002/2005 è “Un mondo di pace” suddiviso nel triennio: 2003 Lavoro; 2004 Comunità; 2005 Politica.

    L’Associazione FIDAPA sezione di Rovigo è sorta, invece, nel 1998 ad opera di Paola Fiocchi Stocco e di Adriana Bianchini Mercusa che sono riuscite ad istituire a Rovigo la sezione, grazie ai contatti con la sezione Fidapa di Ferrara che ne è stata madrina.

    La Presidente Fondatrice è stata M. Grazia Avezzù, e poiché le Presidenti stanno in carica due anni, si sono susseguite: Anna Paola Contiero, M. Pia Reato e l’ultima nel tempo Donatella Ferraresi Biancardi che, con destrezza e capacità, porta avanti il programma stabilito, collegandosi con quello nazionale e proseguendo il cammino di movimento di opinione secondo le linee d’azione che qualificano l’associazione.

    Molti sono stati gli incontri, conferenze, mostre ed alte iniziative svolte in questi cinque anni, organizzati dalla sezione rodigina fin dal suo sorgere, nel 1998: dalla trattazione del problema delle Mutilazioni Genitali Femminili nel mondo arabo, al problema Burqa, l’abito prigione, simbolo di una drammatica realtà delle donne afgane; alle violenze fisiche e morali subite dalle donne e abusi sessuali nel nostro mondo così detto “civile ed evoluto”; alle attività svolte negli Istituti di credito dalle donne; alla discussione sulla “Carta dei Diritti della Bambina”; alla serata di gemmologia; al mondo della Politica, leva tenuta ancora ben stretta dal modo maschile; alla condizione della donna Palestinese con la Mostra fotografica sulle donne della Palestina; a Concerti musicali prettamente femminili, con il gruppo “Duo Duende” e altri gruppi; alla “Messa dell’Artista” celebrata nella Rotonda; alla Mostra delle “Icone” della pittrice Domenica Ghiotti; al problema dell’aborto e tanti altri argomenti sempre al femminile.

    Programmi ricchi e intensi che hanno toccato e toccano aspetti molto inquietanti e a volte drammatici delle donne nel modo e le creatività femminili fatte di dolcezza, intelligenza e spiritualità.

  • Un gemellaggio d’altri tempi

    Un gemellaggio d’altri tempi

    A Bottrighe, in occasione della 13.ma edizione di "Serata d'Onore", annuale manifestazione culturale, musicale e di solidarietà, si è svolto l'ufficiale gemellaggio tra il locale gruppo folkloristico "Bontemponi & Simpatica Compagnia" e la Pro Loco Correzzola "Vita d'altri tempi" di Civè (Pd) presieduta da Dorina Burattin Marcato. Presenti alla cerimonia il sindaco di Correzzola, Mauro Fecchio, il presidente della provincia di Rovigo Federico Saccardin ed il consigliere regionale Angelo Zanellato, che hanno sottolineato l'importanza dell'avvenimento culturale nato sulla base delle antiche tradizioni venete.

    Se da un lato il gruppo folkloristico di Bottrighe ricerca, studia e ripropone scene di vita contadina attraverso i canti e balli popolari polesani, dall'altro la Pro Loco Correzzola "Vita d'altri tempi", attiva nel consorzio delle Pro Loco Padova-est, presenta nelle piazze ben venticinque antichi mestieri e relativi attrezzi, strutture e costumi che fanno parte della nostra tradizione contadina ed artigianale e che ormai stanno scomparendo.

    E allora potremo ammirare il barbiere, in azione con attrezzi di oltre cento anni fa, "el moleta" (arrotino) con macchina di fine '800, "el zoccolaro" (ciabattino) che prepara gli zoccoli in legno e le "sgàlmare" (calzature dei contadini), la preparazione delle "grìsole" (arelle) con le canne palustri, gli "sbalsi", ovvero dei legacci fatti con la "càresina" così chiamata l'erba palustre delle nostre valli, "el caregheta" l'impagliatore di sedie con erbe palustri, "el scòataro" l'artigiano che realizza scope di saggina, il fabbro, lo stagnino, la filatrice con l'apposita "mulinela" in legno, le ricamatrici a fusello, fare e ricamare la rete, "la lavandara" che fa il bucato utilizzando il sapone preparato attraverso l'antico procedimento della bollitura di ossa di maiale combinate con soda caustica, "el sestaro" che prepara cesti e cestelli in vimini, i vecchi giocattoli e le bamboline con foglie di pannocchia e stracetti e le stuoie realizzate su telaio con "pavèra" un'altra erba palustre.

    Tra le attività di questo gruppo vengono inoltre proposti alcuni momenti e scene di vita quotidiana di allora come la vendemmia, dalla raccolta del grappolo sino alla pigiatura con i piedi, la torchiatura e la preparazione dal "vivo" dei sùgoli, il "rito della polenta", dalla pianta del mais alla raccolta, il mulino, il camino con il paiolo, la dimostrazione e la preparazione del pane cotto nel forno a legna, la mietitura a mano con i relativi attrezzi, la trebbiatura con caldaia a vapore e la battitura a mano del grano. Ed ancora il "matrimonio d'altri tempi" con il corteo in costume, la finta cerimonia religiosa, la visita alla ricostruita ed allestita cucina e camera degli sposi con il "pàion", la "mùnega", gli originali indumenti intimi, la dote della sposa ricamata a mano e la preparazione del pranzo nuziale rigorosamente con risotto "de fegadin", gallina, carne lessata ed erbe cotte. Infine "el filò" con i figuranti che raccontano le favole in stalla mentre eseguono vari lavori tipici come la calza a ferri, il ricamo, i rastrelli e gli scopini.

    L'amicizia tra i due gruppi è nata qualche anno fa nel corso della fiera campionaria di Padova e si è via via consolidata attraverso iniziative comuni atte alla valorizzazione del territorio, sino ad arrivare al gemellaggio ufficiale. Per le due associazioni è un preciso impegno culturale per far conoscere alle nuove generazioni le proprie radici, le realtà lavorative dalle quali proveniamo e con le quali i nostri nonni e genitori, con le loro capacità e competenze, hanno dato dignità, orgoglio e valori alle famiglie dell'intera società veneta.

  • Sulle tracce del taglio del Po

    Sulle tracce del taglio del Po

    E’ possibile trovare con precisione il luogo dove quattrocento anni fa la Serenissima realizzò il “taglio di Porto Viro”?

    In quest’anno caratterizzato dal ricordo di un’impresa che, dati i poveri mezzi del tempo, può davvero essere definita titanica, in molti si sono posti la domanda. La soluzione, positiva, l’ha offerta una scolaresca, la 5^ A turistica dell’Istituto Alberghiero di Adria. Alcuni ragazzi – coadiuvati dal loro insegnante di geografia Daniele Bergantin, oltretutto geologo e quindi particolarmente preparato per offrire un adeguato supporto – sono giunti alla soluzione del rebus.

    Mattia Furlan e Genny Cattin hanno poi redatto un’agile pubblicazione intitolata “Alla ricerca del luogo e delle tracce del Taglio di Porto Viro effettuato il 16.09.1604”, che è stata oggetto di un gradito quanto significativo riconoscimento, rappresentato dal 1° premio del Concorso “Il volo del Gabbiano” promosso dalla città di Porto Viro.

    “L’idea di poter individuare tracce sul territorio anche dopo quattrocento anni – ci dicono i ragazzi – ci è venuta dopo la lettura di un articolo su un antico percorso del Po dal titolo “Quando c’era un solo Mazzorno”, riportato nella rivista Ventaglio novanta n. 24/2002 a firma del nostro insegnante. Vista la sua competenza, abbiamo pensato di chiedere il suo aiuto per cogliere nel territorio di Porto Viro tracce e segni di “soli 400 anni fa”, fiduciosi di un buon esito. E i nostri sforzi hanno ottenuto piena soddisfazione”.

    Come avete affrontato il problema?

    “Per poter avere degli elementi di base siamo ricorsi alla consultazione di antiche carte storiche che riportavano il progetto del taglio, poi carte che mostravano la contemporanea presenza di due rami del Po ed infine mappe dell’800 e del ‘900. Le carte su cui abbiamo lavorato per formulare le nostre ipotesi sono state le seguenti: Carta Napoleonica del 1814, Carta topografica del 1892, Carta topografica dell’Istituto Geografico militare (I.G.M.) del 1967, Carta topografica del Magistrato Acque del 1990, Carta tecnica regionale (C.T.R.) del 1990”.

    Quali i risultati di queste consultazioni?

    “L’analisi della Carta Napoleonica del 1814 ha dato l’impulso fondamentale alla nostra ricerca, su questa bellissima e coloratissima carta sono riportati due segni paralleli che abbiamo attribuito all’antico percorso del Po delle Fornaci. Partendo da questo presupposto abbiamo poi visionato le carte intermedie fino a giungere a quelle dei nostri giorni: rappresentazioni che presentano un paesaggio in continua fase di cambiamento. In particolare è risultato chiaro che una ricerca sul territorio poteva essere avviata soltanto per individuare l’argine destro del Po delle Fornaci, dato che lungo il sinistro erano intervenute troppe modifiche ambientali attuate dall’uomo, in particolare con la costruzione della biconca di Volta Grimana”.

    E come à andata la vostra ricerca sul territorio?

    “Ottimamente. Le ipotesi formulate hanno trovato un perfetto riscontro. Con facilità, e con sorpresa, siamo riusciti ad individuare la parte più meridionale dell’argine destro del Po delle Fornaci: risulta infatti che la strada (stretta ed asfaltata), porta la denominazione “Via Argine Po”. Dunque non abbiamo scoperto proprio niente. Nell’antico toponimo c’era la memoria del vecchio ramo scomparso dopo il taglio di Porto Viro”.

    I ragazzi autori della ricerca hanno affermato, un po’ per modestia e un po’ per scherzo di non avere scoperto niente. Ma è invece ben evidente che il toponimo, preesistente alla loro indagine, acquista valore proprio dallo studio attuato.

    La loro ricerca ha dunque dimostrato che nei pressi di Volta Grimana è avvenuta la chiusura del Po delle Fornaci, in seguito all’avvio del nuovo corso nato con il “taglio del Po” voluto dalla Serenissima.

    E proprio in questo punto, a coronamento della riuscita ricerca dei ragazzi dell’Istituto Alberghiero di Adria, il Comune di Porto Viro ha voluto collocare una targa esplicativa, inaugurata il 16 settembre 2004, nel giorno del quattrocentesimo anniversario dell’epica impresa, in seguito alla quale è nato il delta moderno.

  • La Rotonda al meeting di Rimini

    La Rotonda al meeting di Rimini

    Con una scelta di encomiabile respiro culturale l’Amministrazione Comunale di Rovigo, la scorsa estate, ha proposto all’attenzione internazionale il complesso monumentale più importante della città: il Tempio della B.V. del Soccorso.

    L’opportunità è stata offerta dal xxv Meeting di Rimini, sul cui palcoscenico la Rotonda è salita per farsi ammirare nel suo splendore, inteso come compenetrazione tra spirito religioso, espressione artistica e simbolo della nostra città.

    Già il titolo della mostra “LA ROTONDA DI ROVIGO, TEMPIO DELL’OTTAVO GIORNO” dichiarava l’intenzione di incontrare il monumento nella sua globalità, superando finalmente l’approccio limitato alle considerazioni del solo linguaggio artistico. Si è voluto così conoscere la Chiesa non solo nella sua natura di destinazione mariana (quale ex-voto di una Rovigo devota) ma anche come sacrario di memorie cittadine nelle 80 lapidi che decorano il largo porticato, e soprattutto come stupendo scenario della Rovigo del ‘600, dipinta lungo le pareti in un suggestivo intreccio di vicende, fantasia e sogno.

    Una storia del passato, quest’ultima, dipanata su ben 1500 metri quadrati di superficie, dove si avvicendano, di telero in telero, i Rettori veneziani mandati dalla Serenissima a governare la città e il territorio polesano.

    Con imponente posa scenica, pur nella compunta devozione mariana, questi podestà straordinari, che in sé sommavano la funzione “pretoria” e quella della prefettura – in un territorio costantemente alluvionato dalle piene primaverili ed autunnali dell’Adige e del Po e minacciato ai confini con lo Stato Pontificio da scorrerie di contrabbando – ai nostri occhi si presentano alla ribalta con fierezza. Ed è proprio in questo loro porsi in primo piano nell’ambiente di culto, in questo pretendere ossequio con sguardo imperante e con addobbo fortemente connotato d’autorità, che si evidenzia la posizione di “satellite” al potere politico assunta dal Tempio della B.V. del Soccorso in epoca veneziana.

    Pale devozionali dunque, ma di fatto dipinti autocelebrativi, sono le 26 tele distribuite lungo le pareti del tempio, seppur commissionate per “concessi celesti soccorsi” al termine di ciascun rettorato rodigino, secondo tradizione. La dovuta referenza alla Vergine è comunque sempre presente, ma è evidente che la Madonna, in gloria fra angeli e santi, resta in secondo piano nella composizione. Ben 22 sono i Podestà effigiati e 4 i Provveditori, presenti in città dal 1621 al 1683.

    Al loro arrivo a Rovigo, essi erano accolti con fastoso cerimoniale in Rotonda e da qui si congedavano a fine mandato. Un tempio di alto valore simbolico dunque che, oltre a prestarsi alle tante funzioni che religiosamente celebravano anche il rituale civico, accoglieva incontri di pubblica rilevanza laica e manifestazioni culturali.

    I grandi teleri dunque raccontano la storia della nostra città lungo il Seicento, impostata sul doppio binario del governo del territorio, da parte della Serenissima, e della devozione mariana. E in questa importante documentazione, oltre i protagonisti, si muovono tante “comparse”: figure allegoriche, che contrassegnano le virtù del buon governo, e inserti biografici e quotidiani di una realtà minore sullo sfondo di vedute cittadine ancor oggi riconoscibili.

    Particolari questi ben evidenziati da una campagna fotografica, voluta dall’attuale Sindacato che amministra la Rotonda per dotare il tempio di un ricco patrimonio documentabile, che è stato sapientemente utilizzato nella mostra riminese. L’eccellenza delle immagini ha soprattutto approfondito la lettura di questa grandiosa scenografia plurifigurale, rivelando in essa una preziosità, che di solito sfugge alla nostra attenzione, perché “dal vivo” si rimane coinvolti dalla spettacolare visione d’insieme.

    Spesso si vede senza vedere, si arriva accanto a qualcosa che, pur seducente, non guardiamo per anni e della quale dunque nulla sappiamo: succede spesso purtroppo anche a noi rodigini quando entriamo in Rotonda.

    All’eccezionale riproduzione dei teleri, altrimenti difficilmente trasportabili, è stata dunque affidata la riuscita della mostra dedicata dal Meeting alla Rotonda; ma la spettacolarità era dovuta ai tagli inediti di alcune vedute, ai molti dettagli scoperti con lettura attenta nelle varie scene e quindi fatti risaltare con opportune angolazioni.

    Al visitatore, i nostri fiumi magistralmente personificati, la fecondità della nostra terra polesana generosamente offerta da capienti cornucopie, i tanti aneddoti accaduti nella Rovigo veneziana del '600 e vissuti o in modo eclatante nelle gesta dei Podestà o in tono dimesso negli ex-voto dalla povera gente miracolata, hanno parlato di una piccola città che si avviava a diventare “capitale”. Hanno parlato di un lungo cammino iniziato da quei 3000 abitanti del Castello Rodigio, che nel 1594, grazie alla prodigiosa raccolta di 12000 ducati d’oro, vollero erigere un Tempio che “durasse in eterno”.

    E lo pretesero a pianta ottagonale, perché nel numero 8 la simbologia identificava i tempi di Dio: i primi Sette dedicati alla Creazione e l’OTTAVO alla Redenzione, cioè alla Salvezza che dura in eterno. Ed innalzando con orgoglio civico questo simbolo di sapienza ed eternità, Rovigo ha presentato sullo scenario internazionale del Meeting riminese il suo “TEMPIO DELL’OTTAVO GIORNO”.

    La mostra, fortemente voluta dal sindaco di Rovigo, dott. Paolo Avezzù, che nella sua programmazione ha dedicato all’arte un efficace richiamo, operativo e agile, sulla città, è stata curata da Paola Milan e Giuseppino Padoan del Sindacato della Rotonda.

  • Sentieri

    Sentieri

    DIMENSIONI PARALLELE

    (in memoria del pittore e amico Eros Buttaglieri)

    Un letto di foglie morte mi nutre di inquietudine mentre l’orizzonte, ingrato, si tinge di nebbia grigia.

    Separate le nostre strade.

    Fino a ieri la distanza, l’assurda fuggevolezza nelle mie giornate traboccanti e sazie di fumosi, futili alibi. Da oggi non basta distogliere lo sguardo e non pensare alle dimensioni parallele in cui la nostra esistenza prosegue il cammino verso l’ignoto. Hai preparato in silenzio le tue valige. Questa volta, il viaggio è per sempre.

    A ME STESSA

    Poeta incompreso che scrivi nel vento ti nutri di sogni, speranze, illusioni. L’Amore ti spinge a guardare lontano oltre il limite di un assurdo destino. Svanisce la voglia di vivere la quiete di ingannevoli apparenze in giorni di cartone. Una fiamma sempre accesa è il tuo cuore Anche se l’incantesimo non sarà per sempre.

    BACIO

    Solitario tra mente e cuore come un lampo che rischiara il cielo e l’onda che tutto copre, accarezza e cancella. Disegno invisibile delle tue labbra sulle mie al confine tra realtà e immaginazione finché, un giorno, quel sogno, per un attimo è un momento vero.

    IL VOLO (11 settembre 2001)

    Radici di un mondo perfetto strappate alla vita da un sogno bruciato. Un volo dal cielo all’inferno. Uno schianto e l’incubo inizia.

    Un futuro di amari nonsensi cicatrici indelebili su cuori segnati dal pianto. Menti annientate da ricordi feroci pellicole consumate che conservano impresse nell’impietosa memoria le immagini incandescenti di vite perdute rapite e accartocciate nel foglio del niente dall’ingrato destino e gettate lontano per sempre nel vento dell’inquietudine.

    AUTUNNO

    Un fumo denso di nebbia leggera abbraccia l’orizzonte. E’ raggiunto dal mare azzurro senza onde piatto e sonnecchiante di un’insolita freddezza. La riva semideserta regala sguardi verso quel punto all’infinito che non esiste ma appare agli occhi come inizio e fine di ogni cosa.

    Onde limpide accarezzano la sabbia bagnata e un raggio di sole si lascia cullare da un filo di vento. Le navi in lontananza chiamano il porto: sirene come echi dal profumo ovattato di avventure, viaggi, terre sconosciute. Finché, all’imbrunire, tutto è inghiottito dalla profonda oscurità che giunge veloce, quasi all’improvviso.

    La notte, frettolosa e irruente tinge di nero ogni sospiro e annienta impietosa quelle sfumature traboccanti di vita.

    RACCORDI

    Parole silenziose racchiuse in uno sguardo: carezze invisibili indelebili che solo gli occhi tuoi sanno donare.

    PIOGGIA D’APRILE

    Rintocchi leggeri scendono ritmati come mille carezze regalate all’attesa. E’ tempo di ascoltare questa musica costante nella notte silenziosa e segreta dell’anima. Cadi e ti dissolvi non lasci traccia del tuo nome finché all’alba il ricordo di te sarà una nuova vita.

    PRIMAVERA

    Fuggevoli e intensi i desideri del cuore. Si insinuano nella mente stregandone il respiro urlando silenzi e sguardi d’intenso amore. Soffia un vento nuovo sul terreno scosceso delle mille stagioni dell’anima. Il dolce sapore di un inatteso risveglio regala spiragli di segrete emozioni.

    SENTIERI

    Strade silenziose portano intermittenti a quest’angolo di vita così nostalgico e indolente. Forze invisibili raggiungono altri universi distanti e sconosciuti a quei mondi soffocati da amare indifferenze. Mi dondolo sull’altalena del tempo sospesa nella notte scura delle mie incertezze che saluto da lontano fiera di queste ali di verità capaci di farmi volare lontano. Chiudo gli occhi ma non si spegne il mio sguardo nel buio. Ogni respiro è un passo verso il futuro.

  • Nanni

    Nanni

    Me lo regalò mia cugina Clari dicendomi: "È il figlio di Pepe e di Cannella; si chiama Nanni." Lo portai a casa sistemandolo in macchina sul sedile accanto a me. Gli tenevo una mano sopra per timore che si spaventasse, invece se ne stette tranquillo a guardarmi mentre guidavo, come se vi fosse stato abituato da sempre.

    Era un gattino di poco più di un mese, un batuffolo di pelo morbido che divenne presto un grosso soriano dagli occhi gialli e dal manto striato di grigio, nero e marrone fulvo. Non avevo mai avuto, prima d'allora, un gatto che, al sentirsi chiamare con il proprio nome, corresse verso di me miagolando come se rispondesse, e la cosa non finiva mai di stupirmi.

    Mia madre lo chiamava "Nani", alla veneta, senza doppie; io invece "Nannì" con l'accento, per rendere la pronuncia più musicale e rafforzata, ma esso rispondeva ad entrambe indistintamente.

    La notte lo mettevamo a dormire nella vecchia rimessa che fungeva da cantina, infestata dai topi di cui era abile cacciatore e nella quale rimaneva a sonnecchiare anche gran parte del giorno.

    D'inverno, quando andavo a riempire il cesto della legna per ravvivare il fuoco nella stufa economica, lo trovavo che dormiva nella legnaia. Sentendomi arrivare, mi seguiva in cucina e, sistematosi su una sedia, dava inizio ad una accurata toilette lisciandosi tutto il pelo con la lingua ruvida.

    "Toh! Si passa la zampa dietro l'orecchio – notava talvolta mia madre mentre sferruzzava osservandolo da sopra gli occhiali posti in bilico sul naso – segno che pioverà!"

    Spesso, mentre guardavo la televisione, mi scaldavo la schiena stando appoggiata con il bacino alla barra di protezione della stufa, le braccia conserte. Nanni non aspettava che questo: dal bracciolo del divano, con un balzo di più di un metro, mi saltava in braccio; appoggiava le zampe posteriori sui miei avambracci incrociati, quelle anteriori sulla mia spalla e faceva le fusa strofinando la testa contro la mia guancia, ad occhi chiusi, beato.

    D'estate amava stare ore e ore disteso sulla calda terra dell'orto, tra le alte infiorescenze degli asparagi, a dormire tranquillo. Doveva essere un po’ sordo poiché, sorprendendolo addormentato, io mi avvicinavo quatta quatta, e all'improvviso, gli mettevo una mano sulla pancia. Lui si svegliava di soprassalto, pronto alla difesa: mi agguantava il polso con gli artigli, mi mordeva la mano senza farmi male e, con le zampe posteriori, scalpitava contro il mio avambraccio mentre io ridevo cercando di liberarmi.

    Un giorno stavo leggendo in giardino e ad un tratto la mia attenzione fu distolta da un cinguettare frenetico; alzai gli occhi: un passero saltellava pigolando disperatamente intorno ad un minuscolo pulcino evidentemente caduto mentre compiva il primo volo. Mi avvicinai per mettere il passerotto sul muretto di cinta in modo che potesse nuovamente "decollare" e pensai: "Meno male che Nanni non è nei paraggi!"

    Non feci nemmeno a tempo a formulare il pensiero completo: il gatto arrivò come un lampo da non so dove e lo ingoiò.

    "Sputalo, brutto cattivo! Sputalo!" Gli gridavo dandogli dei colpetti sulla schiena, ma esso lo aveva già divorato e si leccava i baffi incurante della madre che, con il coraggio della disperazione, gli si avventava contro con il becco nell'intento di ferirlo, di vendicarsi e con il pericolo di essere essa stessa ghermita da una zampata del mostro. Terminato lo spuntino, il gatto si allontanò tacito per dare inizio alla consueta toilette, e a me non rimase che meditare sulla dura legge della selezione naturale.

    Allorché mi trasferii in Friuli per lavoro, tornando a casa solamente per due weekend ogni mese, Nanni non si faceva vedere per intere settimane poi, guidato da un misterioso istinto, ricompariva lo stesso sabato in cui tornavo io; saltava sul davanzale della finestra e, per annunciarsi, mordeva con i denti aguzzi il legno dell'infisso.

    Mia madre lo faceva entrare sgridandolo: "Adesso torni, mascalzone che non sei altro! Vieni dentro che mi rovini tutto il telaio!"

    Esso, con un miagolio da stagione degli amori, veniva ad accomodarsi in braccio a me che leggevo o conversavo; guardava mia madre chiudendo prima un occhio poi l'altro come a dirle: "Ora non puoi farmi niente; qui sono al sicuro!" Poi si acciambellava e, mentre lo accarezzavo, dava inizio al suo concerto di fusa.

    Ricordo in particolare una fredda giornata d’inverno quando mi predisposi per una passeggiata in un paesaggio reso fantastico dalla galaverna. Ben avvolta in un giaccone di piuma d'oca, pantaloni di grossa felpa, berrettone calcato sulla testa, piedi ben protetti all'interno di vecchi stivali, chiamai Nanni, il mio amato soriano, perché mi facesse compagnia L'atmosfera aveva dell'irreale. Camminavo in mezzo al silenzio che la nebbia rendeva misterioso, rotto a tratti dal frullo d'ali di un passerotto intirizzito che volava da un ramo all'altro. Alzai gli occhi per tentare di scorgerlo e mi apparve, stupenda magia di trini e di ricami, la galaverna. Si era posata con preziosi cristalli di ghiaccio sui rami dell'acacia trasformandola in elegante architettura di bifore e trifore, archi e rosoni dai disegni leggiadri.

    Mi guardai intorno. La nebbia precludeva la vista di cose lontane, ma un timido sole si affacciava a tratti scostandola, dapprima con gentilezza, poi sempre più deciso. Nessun rumore, tranne quello dei miei tacchi risonanti sul terreno ghiacciato.

    Nanni mi precedeva e ogni tanto scompariva nell'umido grigiore per riapparire da tutt'altra direzione correndo brevi corse forsennate; si arrampicava sul tronco rugoso di un salice abbattendo la galaverna posata sui rami poi scendeva d'un balzo starnutendo perline d'acqua dai baffi; si acquattava tra le alte infiorescenze della riva del fosso, per lanciarsi in improbabili agguati ai miei stivali.

    Abbandonato il viottolo, mi inoltrai nel pioppeto, stupenda cattedrale dove i tronchi erano alte colonne a sostegno di una grandiosa cupola in cui l'intrico dei rami disegnava eleganti geometrie che sembrano perforare la coltre nebbiosa.

    D'un tratto il sole, osando sempre più, squarciò l'umido velo e mostrò un intenso azzurro contro cui si stagliavano complicati arabeschi e ghirigori lucenti.

    Uscita dal pioppeto, mi apparve un panorama di fiaba. Azzurro, bianco e luce; questi i colori del magico affresco nel quale mi muovevo mentre prendevo la via di casa.

    Improvvisai un passo di danza, una strana tarantella che fece impazzire Nanni: mi correva tra i piedi, "galoppava" davanti a me, poi si fermava, aspettava che mi avvicinassi e, con gli artigli, mi agguantava la caviglia. Continuai a saltellare senza badargli e lui si allontanava aggredendo bassi cespugli imbiancati sul ciglio della stradina.

    Il sole risplendeva, creando riflessi di luce sulla bianca barba dell'erba, sui rami, sulle losanghe allineate della rete di recinzione… guizzi fugaci, la galaverna si staccava qua e là e precipitava al suolo togliendo, ahimè, ad ogni cosa intorno lo splendido fascino che con tanta maestria Mago Inverno aveva creato.

    Un sabato Nanni non tornò, ma il giorno dopo lo vidi scendere la scarpata dell'argine lentamente tenendo una delle zampe anteriori sollevata. Non mi preoccupai: non era la prima volta che zoppicava o per l'artrite di cui soffriva o per le ferite che riportava in furiose zuffe contro altri maschi per contendersi l'attenzione di qualche gattina. Lo chiamai:

    "Nannì, vieni!"

    Si fermò invece in mezzo al viottolo della scarpata miagolando.

    "Dai, micione, vieni da me!"

    Lo incitai, ma lui non si muoveva e continuava a miagolare in un modo che mi parve triste, accorato, quindi si voltò su se stesso e si allontanò lungo la strada dell'argine mentre io continuavo a chiamarlo.

    Non lo rividi mai più.

    Mia madre disse che forse era ammalato e che era andato a morire in un luogo che solo lui sapeva.

    Povero Nanni: era venuto a darmi l'estremo saluto! Chissà se si era accorto che io non l'avevo capito… chissà se aveva sofferto della mia indifferenza! Se esiste un "Al-di-là" per i gatti, un sito dove vanno dopo che sono morti e dove non soffrono più, esso avrà osservato il mio agire ed avrà considerato con benevolenza: “Poveri umani, così indifferenti e così presuntuosi! Non riuscite a capirvi tra voi simili pur parlando lo stesso linguaggio; figuriamoci se comprendete le creature diverse da voi! Bisogna proprio accettarvi così come siete…"

    Avrà scrollato la testolina, si sarà acciambellato su se stesso ed avrà ripreso un lungo, beato, sonno eterno.

  • Lendenariae Consort

    Lendenariae Consort

    Da otto anni opera a Lendinara, all’interno dell’Istituto Musicale “A. Ponzilacqua” della città, un gruppo vocale, denominato “Lendenariae Consort” costituito da undici “ragazze”. Un gruppo tutto al femminile, dunque, diretto dal maestro Vincenzo Ferrari, di Castelguglielmo, costituito da giovani dotate di una buona preparazione musicale, fondamentale per l’apprendimento dei brani scelti, a volte molto difficili. Il gusto, infatti, è indirizzato verso la cultura della musica antica italiana, per cui vengono eseguite composizioni del Rinascimento e del Barocco: musica sacra (mottetti) e profana (madrigali, canzonette, ecc.), brani tratti per lo più da opere di Monteverdi, Caccini, Marenzio.

    La cura della vocalità è effettuata da Liliana Tamy, una signora proveniente da Buenos Aires ma di origine friulana, che attualmente abita a Rovigo e tiene i corsi di canto presso la scuola del suddetto Istituto lendinarese, con sede nell’antico palazzo Perolari.

    In “Lendenariae Consort” cantano sei soprani e cinque contralti. Del primo gruppo fanno parte Kristen Mastromarchi, Monica Valentini e Michela Ferlin (soprani primi) e Jenny Carità, Patrizia Arduini e Laura Pavan (soprani secondi); nei contralti ci sono Liliana Tamy, Giulia Zuolo, Monja Berto, Simonetta Berto ed Elena Paiola. Alcune delle componenti del coro cantano anche come voci soliste; sono Monica Valentini, Jenny Carità e Kristen Mastromarchi. Quest’ultima proviene da New York e attualmente insegna lingue a Rovigo.

    Lusinghieri i riconoscimenti ottenuti dal gruppo vocale lendinarese in varie occasioni: significativo in particolare il primo posto conseguito nel 1996 al concorso di polifonia religiosa di Quartiano, in provincia di Lodi, con l’interpretazione del brano d’obbligo e pure il primo posto nella fascia d’argento per l’interpretazione di mottetti, di sua scelta tra le opere di Thomas Louis De Victoria; nel 1999 è stato invitato ad un incontro corale, tenuto presso il teatro comunale di Vasto (Pescara), dove si sono esibiti quattro gruppi, scelti in ambito nazionale, in base alle registrazioni presentate di brani di musica profana.

    Continua si presenta, durante il corso dell’anno, l’attività concertistica, divenendo particolarmente intensa nel periodo delle festività natalizie, dato che il repertorio è in parte costituito da musiche sacre dedicate al Natale. Il gruppo è stato ospite di molte chiese non solo del Polesine ma anche del Padovano, del Ferrarese, del Veneziano e del Mantovano.

    Recentemente si è esibito anche nella chiesa di Malcesine, sul Garda, dove ha presentato un piccolo oratorio di Gian Francesco Anerio, autore romano dei primi del ‘600: “I pastori nel presepio” con brani a tre voci, solisti e per tutto il coro.

    Un lavoro impegnativo è stato poi “Didone ed Enea”, presentato lo scorso anno nella villa Nani Mocenigo di Canda, successivamente nei giardini di Cà Venier (ora Boraso) di Castelguglielmo, nel palazzo Pepoli di Trecenta e riproposto il 12 settembre scorso nel palazzo Boniotti Dolfin, sede, oltre che museo, del Gruppo Manegium di Fratta Polesine. Si tratta di un melodramma in tre atti di Henry Purcell, rappresentato per la prima volta in un collegio femminile dell’Inghilterra nel 1686, un’opera particolare, cantata nella versione originale inglese, che riporta a quel tempo in cui la stregoneria era di casa. Pertanto tra i personaggi, oltre a Didone ed Enea, figurano maghe, streghe e spiriti. Un dramma musicale non facile, reso però accessibile al pubblico per la vivacità, la scioltezza, la dinamica alternanza dei personaggi e per l’ottima esecuzione dei cantanti, diretti dal maestro Vincenzo Ferrari, che ha accompagnato i brani con una spinetta. In questo lavoro il gruppo vocale “Lendenariae Consort” è stato integrato da Maria Grazia Seren al flauto, Francesca Maffione al violoncello, Jeremy Palumbo (Enea), Nicola Boldrin e Rodolfo Ghirardello.

    Un gruppo vocale particolarmente impegnato dunque, che attinge ad un patrimonio culturale non solo italiano, tenendo alto, con le proprie apprezzate esecuzioni, il nome dell’Istituto Musicale di Lendinara.

  • I luminosi soggetti di Stefania Finezzi

    I luminosi soggetti di Stefania Finezzi

    Una pittura decisa, ferma, piena di colori vivi, è quella di M. Stefania Finezzi. È pittrice autodidatta che ha sentito il richiamo dell’arte dal 1994, quando, seguito l’invito di una sua amica a Thiene (VI) dove allora viveva con il marito e i figli, ha cominciato a trovarsi in gruppo per dipingere. Il suo desiderio di prendere in mano i pennelli, che già esaudiva per gioco con i suoi figli, ha trovato la possibilità di diventare realtà.

    Nata ad Adria, ma vissuta anche in Toscana, per motivi di studio e poi per il lavoro del marito in Piemonte, a Torino, nelle Marche a Jesi, in Abruzzo a Sulmona e a Modena, Stefania Finezzi ha potuto assorbire i colori, i profumi, gli aspetti delle varie culture, riportandoli poi sulle sue tele. L’incontro nel 1996, sempre a Thiene con il maestro De Maria è stato per lei, dal punto di vista artistico, molto importante; il trasferimento successivamente, nel 1998, in terra polesana, l’ha inserita nel paesaggio delle atmosfere più sfumate. La tecnica dei suoi dipinti è varia e spazia dall’acquerello, olio, acrilico fino alla spatola per tematiche legate alla natura: fiori, paesaggi, natura morta, figure umane.

    Fiori in bouquet, sui davanzali per abbellire ogni momento della vita e le sue esigenze. Fiori dipinti con meticolosità e con l’esigenza di fermare per un attimo il tempo, ma anche la bellezza, la serenità, la dolcezza che la natura offre all’umanità affannata e talvolta travagliata nel ritmo frenetico dell’avventura quotidiana. Perciò i fiori sono accoccolati l’uno accanto all’altro o in vaso o sulle terrazze con colori sfumati o intensi perché anche il colore entra nel gioco delle emozioni. Colori chiari, come il bianco, ma anche l’azzurro, il giallo, il rosso, l’arancione si alternano, creando armoniosità e tenerezza. Nasturzi, papaveri, iris, margherite, tulipani invitano a soffermarci per un attimo ad ascoltare e a vedere la sinfonia della natura che si risveglia in primavera, dopo il lungo sonno dell’inverno. I paesi solari del sud, un po’ più sfumati del nostro Delta o della Grecia, ci sollecitano a calmarci, a prender fiato, a perderci tra il blu del mare intenso, calmo e tranquillo o tra le bianche case della Grecia o tra le scalinate delle abitazioni tipiche del meridione.

    È contemplazione, staticità che dà la pace, ricercata e agognata. Non manca il movimento in alcuni quadri, quelli del Delta ad esempio, dove la natura sembra fremere tra i leggeri movimenti dell’acqua.

    Le sue case sono determinate, sicure, con mura solide che donano fermezza e, in alcune tele, rifugio e fortezza. Colpisce la familiarità con il bianco e l’azzurro; ne sono d’esempio il paesaggio greco, dove la cupola in primo piano, rotonda, azzurra, richiama agli occhi la perfezione del cerchio che chiude un ciclo ed eleva la mente al cielo.

    L’attenzione si sofferma anche su Venezia, sulle sue gondole, sulle barche del Delta e sulle figure umane che non mancano nella ricerca creativa della pittrice.

    La luce domina nei suoi soggetti, come se un faro mettesse in evidenza i particolari della natura o della quotidianità. Nella sua pittura, infatti, si serve dei particolari, per riprodurre la realtà con pazienza quasi certosina. In certi aspetti, coglie la luce piena del giorno, trasmettendo emozione, sicurezza e bellezza.

    La sua manualità conosce, tuttavia, anche oggetti creati dalle sue mani: bambole con i capelli di paglia elaborata e con i vestiti di stoffe particolari e cucite da lei stessa; angioletti; alberelli di Natale; sassi dipinti ed altre cose. Nel cammino dell’arte, altri passaggi si verificheranno, la Finezzi tratterà altre tematiche, conoscerà altri modi di coniugare l’arte, la pittura. Per ora ci racconta la sua visione della vita con i suoi pennelli, introducendoci nel suo mondo creativo e fantastico, regalandoci momenti d’emozione e di stupore.

  • La poesia di Anna Facchinato

    La poesia di Anna Facchinato

    Nativa di Padova, Anna Facchinato Bernecoli, risiede a Rovigo da molti anni, dedicandosi con passione ed impegno alla pittura, che le ha dato soddisfazioni e lusinghieri riconoscimenti. “Ho sempre amato l’arte – afferma – ma soltanto negli anni ottanta mi sono avvicinata alla pittura, incoraggiata dai maestri Breseghello e Corniani che hanno valutato positivamente le mie potenzialità. Ho poi frequentato la “Scuola d’Arte” della pittrice Frida Osti e successivamente ho seguito i corsi di pittura tenuti dal prof. Corazzina di Padova e dal prof. Gianpaolo Milani del Liceo Artistico di Padova”.

    Attraverso le sue opere Anna Facchinato è interessata ad aprire un colloquio con il pubblico e soprattutto intende suscitare una risposta personale, intima e propositiva, da parte di quanti sono attratti dal mezzo espressivo della pittura. Ciò che incanta nelle sue realizzazioni sono le tonalità, le coloriture sfumate, le atmosfere magiche e misteriose.

    La sua è un’arte non legata a correnti o a mode temporanee (destinate poi immancabilmente a tramontare con l’incedere di nuove stagioni) ma ancorata alle tradizioni e ai canoni della realtà, vissuta con il trasporto poetico. Evidente è la freschezza della sua ispirazione e la sensibilità nell’impostazione plastica delle immagini, colte in un’atmosfera di sognante armonia.

    Negli anni novanta, essendo ormai maturata la sua vena artistica, ha iniziato a prendere parte ad estemporanee e collettive, in diverse città, raccogliendo ovunque premi e riconoscimenti che la hanno stimolata a continuare nella via intrapresa.

    Nei suoi quadri predilige la suggestione della natura incontaminata, gli angoli incantati, pieni di luce e di freschezza, raffigurati con spontaneità ed equilibrio.

    Inesauribili sollecitazioni vengono offerte al suo estro pittorico dalla terra polesana che le è infinitamente cara. Una terra che Anna racconta nelle sue opere, utilizzando i colori suggestivi e vibranti della natura, che si offre al suo sguardo con accenti ricchi di significati.

    Anna Facchinato conosce atmosfere di attesa, sogni rarefatti, orizzonti perduti nella nebbia dell’aurora. Nelle sue raffigurazioni sembra inseguire il fiato impalpabile dell’aria e della luce.

    L’artista, che ha raggiunto una encomiabile sicurezza espressiva, nelle sue opere dà dunque prova di un linguaggio raffinato e moderno, offrendoci immagini soffuse da un’estrema delicatezza.

  • Anillo Bellonzi

    Anillo Bellonzi

    L’improvvisa e prematura scomparsa di Anillo Bellonzi, socio fondatore e sostenitore del Gruppo Autori Polesani, ha accomunato gli amici nel cordoglio e nel ricordo. Un sodalizio, quello degli Autori Polesani, del quale Anillo era stato prezioso organizzatore, e nel quale profuse tanto generoso impegno ricoprendo anche la carica di vicepresidente. Gli Autori Polesani lo ricorderanno sempre con affetto e riconoscenza.

    Era nato a Fiesso Umbertiano e, giovanissimo, aveva dovuto patire il dramma dell’ultima grande guerra con lunghi e logoranti anni di prigionia in Germania. Perito agrario, interessato alla divulgazione di varie tematiche, ha collaborato a quotidiani e periodici con scritti di argomento soprattutto tecnico, ma anche di costume e folklore. Inoltre, amante del dialetto veneto, ha scritto racconti e poesie in vernacolo.

    Anillo Bellonzi univa alle doti di umanità, amore, rispetto per i familiari e i tanti amici, la determinazione, precisione e acutezza di osservazione. Con ottimismo e ironia riusciva a sdrammatizzare qualsiasi situazione e problema. Malgrado i momenti di grande sofferenza che la malattia gli procurava, riusciva a sorridere, aveva sempre la battuta pronta e tralasciava di parlare del suo patire.

    Schivo, non amava apparire, ma sapeva trovare il modo, con la poesia, a volte satirica, altre volte più intima, di esprimere le sue osservazioni e convinzioni. E qui vogliamo ricordarlo con alcuni suoi quadretti poetici tratti dalle antologie “Tra l’Adige e il Po” e “La nostra Mesopotamia”:

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