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Archivi: Articoli d’archivio

  • Quell’incontro con Cleopatra

    Quell’incontro con Cleopatra

    E’ sempre gradito, caro amico, il nostro periodico incontro, ghiotta occasione per apprendere, dalle tue labbra, antiche memorabili storie. L’ultima volta mi parlasti di Catullo, della sua discesa lungo la corrente del Po assieme allo storico Cornelio Nepote per raggiungere Adria e poi imboccare la via Popilia con destinazione Roma.

    So che Cornelio Nepote a Roma ebbe ad incontrare la splendida Cleopatra per scriverne la biografia…

    “Con piacere ti parlerò di questo incontro e lo farò, con le parole dello stesso Cornelio Nepote che così si espresse¹:

    “La Regina stava in fondo alla stanza, era illuminata dalla luce cinerea del cielo invernale ed era assorta a guardare di fuori. Io mi fermai, ma l’ancella proseguì e le disse qualcosa prostrandosi, allora lei si voltò e tese ambe le braccia, di certo perché non m’inchinassi, “Ed ecco chi scriverà anche di me – disse – se ne sarò degna. Chiesi a Cesare di vederti, ero sicura che non m’avresti negato l’incontro.”

    Vestiva di verde, l’abito era lucente e la copriva dalle spalle sino ai piedi, aveva una maglia d’oro sul collo sottile e molti gioielli piccoli e preziosi sulle candide mani. Se avessi visto la statua di una dea² scendere dal suo piedistallo e camminare verso di me, ad essa sarebbe rassomigliata e uguale sarebbe stata la mia commozione.

    Gli occhi, che mi parvero colore dell’ametista, brillavano dentro lunghi tratti di bistro e di ombreggiature violette che li dilatavano. I capelli erano lisci e neri, ma con riflessi bronzei per la luce dei bracieri e le chiudevano il volto come dentro le valve di una conchiglia. Mi è difficile ricordare quel viso così diverso e inatteso; la bocca mi è presente, piccola ma non minuta e il taglio delle labbra morbido e rotondo come un anello di corallo.

    Seguii la Regina verso un angolo della sala dove pochi divani erano disposti intorno a un tavolo e grappoli di lucerne spandevano una luce dorata. Non mi sentii di sederle di fronte e colsi l’occasione di muovermi chiedendo all’ancella le mie carte che avevo depositato sul tavolo: “Sono i carmi di Catullo” le dissi.

    Ella svolse diversi fogli soffermandosi a guardare, ne scelse uno e mi chiese di leggerlo. Poichè mi capitò di parlare greco, tanta era l’abitudine di usarlo in casa di Attico, lei mi fermò chiedendomi di non tradurle Catullo e io molto ne risi.

    Mi avvicinai alla luce e recitai lentamente, scandendo gli accenti e le cadenze.

    Era il carme della “Chioma di Berenice” che Catullo aveva tradotto meravigliosamente da Callimaco:

    Omnia qui magni dispexit lumina mundi qui stellarum ortus comperit atque obitus, flammeus ut rapidi solis nitor obscuretur ut cedant certis sidera temporibus, ut Triviam furtim sub Latmia saxa relegans dulcis amor gyro devocet aerio, idem me ille Conon caelesti lumine vidit e Beroniceo vertice caesariem fulgentem clare, quam multis illa dearum levia protende brachia pollicita est ….

    Colui che nel vasto universo conosce le luci, chi il sorgere sa delle stelle e il loro tramonto, e quando s’oscura la fiamma del rapido sole, e come tramontan nel tempo fissato le stelle e come un amore dolcissimo distolga la luna dal suo cammino celeste e furtivamente la porti a nascondersi fra le montagne di Letmo lui stesso, Conone, me vide splendente di luce, pur me, la chioma che Berenice recise per porgere un dono, un’offerta a tutte le Dee, tendendo le tenere braccia…

    La regina seguiva la mia lettura assorta e, dal moto del capo, capivo che ripeteva nella memoria l’originale greco.

    Leggendo mi veniva di guardarla e di compiacermi della sua attenzione, io stesso godevo recitare quel carme che mai mi sembrò tanto bello. Ma anche senzazioni e pensieri, rapidi come baleni, si inserivano nel mio respiro: erano gioia, curiosità, orgoglio, timore di sbagliare e infine anche paura che qualcosa annullasse il momento che stavo vivendo. Perché, se era vero che io leggevo la mitica storia della chioma di Berenice assunta in cielo fra le stelle, mi era altrettanto presente che Cleopatra, seduta dinnanzi a me, da quella discendeva.

    …

    Sed quamauam me nocte premunt vestigia divom lux autem canae Tethyi restituit, … non his tam laetor rebus, quam me afore semper, afore me a dominae vertice discrucior. …

    Sebbene di notte mi calchino passi di Dei e l’alba che viene mi renda al candido mare …

    non tanto m’allieto di questo, di quanto mi cruccio di stare lontana, lontana per sempre dal capo di te mia signora.

    Cleopatra, per chiudersi meglio nell’attenzione, si era raccolta sul divano congiungendo le mani sulle ginocchia adagiate ai cuscini; dalla sua veste spuntavano i piccoli piedi chiusi da verdi calzari orlati di perle. Le piacque il carme che disse di preferire all’originale di Callimaco, ma trovo strani quei versi che Catullo aggiunse a condanna delle mogli infedeli, e lesse:

    …

    nunc vos, optato quas iunxit lumine taeda, non prius unanimi corpora coniugibus tradite nudantes reiecta veste papillas, quam iocunda mihi munera libet onix vester onix, casto colitis quae iura cubili. Sed quae se impuro dedit adulterio, illius a mala dona levis bibat irrita pulvis; …

    Ma voi, che la face nuziale nel giorno segnato congiunse, i corpi non date ai mariti bramosi gettando la veste, il seno scoprendo, se prima su voi non vi versi i profumi e gli unguenti, su voi che la fede teneste d’un casto giaciglio. Ma quella, che a impuro adulerio si diede, si beva la polvere lieve gli amari suoi doni.

    “Forse l’ideale di Catullo era una donna casta di stampo antico.” dissi

    “Pare abbia avuto molte passioni amorose.” proseguì la Regina sfogliando le mie carte.

    Risposi che la sua vita fu breve ma sufficiente a concedergli il dolce amaro di molte donne e a donargli l’incontro con quella che gli riempì la vita e che lui chiamò Lesbia. Una donna che tutta Roma conobbe perché a Catullo piacque cantarla, adorarla, insultarla e implorarla pubblicamente”.

    Queste le parole di Cornelio Nepote, il cui racconto prosegue con l’arrivo dello stesso Cesare. Ma questo può essere ricordato nel nostro prossimo incontro.

  • Omani, bestie e… altri anemai

    Omani, bestie e… altri anemai

    Si tratta di due narrazioni squisitamente popolari che, nella civiltà contadina, tipica di un passato che più non ritorna, venivano diffuse oralmente nelle varie occasioni in cui le persone avevano modo di stare insieme ad ascoltare chi aveva maggior dimestichezza con l’arte del raccontare.

    La prima narrazione ha un fondo di verità ed è ambientata in tempi non lontani, la seconda invece si perde nella notte dei tempi.

    Tabacco senza tabacco

    Dalle nostre parti si è sempre coltivato, e ancor oggi avviene, il tabacco. Il Macedonia ed il Kentuky sono le qualità più diffuse. Durante il periodo bellico, il fumatore che non poteva rinunciare neppure per il razionamento, ad alimentare il proprio vizio, le escogitava tutte pur di racimolare dal campo qualche foglia appassita del prezioso vegetale. Ma non era facile!.

    Le coltivazioni erano sorvegliate a vista dalle guardie essendo il tabacco una coltivazione del monopolio di stato. Eppure ‘Ugenio stradin’ (lo stradino) nella generale penuria di tranciato, ne aveva sempre la borsa piena della migliore qualità e concia: biondo, morbido, sottile, un velluto al tatto, soprattutto di un profumo inebriante, tanto che, quando lo fumava nella pipa chioggiotta all’osteria della Bice, suscitava l’invidia e le voglie degli amici.

    Ugenio fu messo perfino sotto stretta sorveglianza; fu spiato, controllato dalle guardie e dagli invidiosi contemporaneamente per scoprire le vie del suo contrabbando. Niente! La sua borsa continuava, come il vaso di Pandora, a rigurgitare di tranciato sopraffino ed era tanto ricca che poteva regalarne generosamente in giro agli amici. E ne regalò tanto, ‘Ugenio stradin’, di tabacco, finché resistette il razionamento!

    “In onde lo catito, ti, el tabaco, an, che nisun no ghe n’a? Dinelo!”, lo sollecitavano gli amici (dove lo trovi tu, il tabacco, che non ne ha nessuno? Ce lo vuoi dire?).

    “Tasìghe e fumè! Fin ca ghe n’e par mi a ghe n’e par tuti!” (silenzio e fumate. Finché ne ho per me ce n’è per tutti), diceva con tono di complicità, “Lasè ch’i se ronpa la zuca, quili”, e così dicendo faceva cenno con la testa riferendosi alle guardie e alle spie. “La me canpagna la ga solo tabaco. Lasè ch’i zer­ca e valtri fumè” (lasciate pure che si rompano il cervello, quelli. La mia campagna produce solo tabacco. Lasciate che cerchino pure e voi fumate).

    Solo alla fine della guerra, quando fu tolto il razionamento dai generi di monopolio, si scopri qual era la campagna di ‘Ugenio stradin’: le foglie, belle, rigogliose dei tigli del viale che ogni sera portava a casa come foraggio, diceva, per i propri animali.

    Egli le faceva appassire accuratamente all’ombra del pergolato del porcile, come se le preparasse per gli animali; poi, quando erano pronte, di sera le lavava, le tranciava a fettine sottili con un marchingegno costruito con una vecchia lama di falce fienaia, le conciava con qualche goccia di vino o di grappa o, se c’era, con del cognac; alla fine le metteva a riposare (come diceva lui, ‘a pomarse’) per qualche giorno tra la biancheria pulita della Maria, sua moglie. Ne risultava una concia dalla qualità aromatica e dalle squisite misture che mai la fantasia popolare abbia potuto inventare per fare tabacco da pipa, senza tabacco.

    Il diavolo gabbato

    Un giorno il diavolo, girando come è solito per le contrade della terra in cerca di anime, s’imbatté in un bovaro che cantava a cuor contento. Il diavolo gli si avvicinò e gli chiese la ragione di tanta contentezza, ma soprattutto come facesse ad avere una voce così cristallina e sonora.

    Il bovaro, che già si era accorto del pennacchio della coda ed aveva intuita la vera identità di chi gli stava davanti, “Facilissimo”, disse. “Anche tu potresti avere una bella voce come la mia. Basta che ti sottoponga alla stessa operazione, una cosetta da nulla, a cui sono stati sottoposti questi miei buoi ed io stesso”.

    “A che cosa”, chiese il diavolo.

    “Basta che ti faccia levare i ‘Fratelli Bandiera’ o, come si dice, le ‘Onoranze’.

    Quale sorpresa per il viandante.

    “Non solo, incalzò il bovaro, si acquista in voce, ma si ottiene anche quel bel colorito bianco, pallido e delicato che piace tanto alle donne”, e a conferma gli indicò i buoi che in realtà erano di pellame bianco e lì vicino un toro ispido e di colore nerastro, spiacevole perfino alla vista.

    L’argomento convinse il viandante. Tanto più che a lui, abituato a bazzicare laggiù negli antri dell’inferno, la cotica nerastra gli era abituale. Meglio, se fosse riuscito a bazzicare di più e meglio con le donne, quante anime avrebbe accalappiato per la contentezza del principale di là sotto. Detto che non ti dico, si fece recidere d’un sol colpo il dovuto lì sul campo. Il bovaro con il tronchese, zacchete, lo ripulì di netto di tutti gli attributi maschili.

    L’operazione fu dolorosa ed insieme con il dolore, al povero diavolo venne il sospetto di essere tra i gabbati. Pretese, perciò, di controllare di persona, se anche il bovaro avesse subita la stessa sorte.

    Si, no; no, si; tira, molla; tin tun dai, tanpela, si mettono d’accordo che il giorno successivo il diavolo avrebbe potuto controllare di persona dentro i pantaloni del bovaro.

    Il bovaro ritornò a casa avvilito e terribilmente preoccupato e raccontò tutto alla moglie.

    “Non ti dare pensiero, ci penso io”, fece la donna.

    La mattina dopo, infatti, indossati i vestiti del marito, la moglie andò ad arare con i buoi e, quando il diavolo venne per vedere,.. non c’era più nulla da vedere!

  • Andrea Urbani a Salvaterra

    Andrea Urbani a Salvaterra

    Il recentissimo restauro degli affreschi della "Sala Cinese" di villa Valmarana a Noventa Padovana ha riproposto la figura e l'opera di Andrea Urbani, che ha lasciato diverse opere anche in Polesine, dove invece è stato dimenticato e negletto.

    Eppure, Andrea Urbani è stato sicuramente uno dei più interessanti fra i pittori che, nel corso del Settecento, avevano dedicato le loro cure e gran parte della loro attività all'affresco ed alla decorazione. Non certo un "minore", ma un artista dotato di straordinaria fantasia, capace di rinnovare la varietà di estri e umori di quel mondo che ritroviamo nel teatro goldoniano, ma anche nei resoconti dei viaggiatori settecenteschi.

    Nei suoi affreschi e nelle sue decorazioni, che si allontanano dalla lezione scenografica e prospettica dei Bibiena, per riconquistare la libertà della pittura, del colore e delle forme, Urbani non si limita a raccontare Venezia e il Veneto, ma inserisce scene ed elementi di sapore orientale e addirittura immagini dal "Nuovo Mondo".

    Andrea Urbani era nato a Venezia il 23 agosto 1711. Da tempo immemorabile, l'attività della famiglia era quella di tessitori della seta, e dalla pratica del padre, Francesco, gli erano venute le prime e più elementari nozioni sul colore e sugli impasti, che lo avevano indotto a dedicarsi alla pittura, senza seguire un apprendistato regolare, ma da autodidatta, ispirandosi agli esempi di alcuni artisti del tempo, come Mengozzi Colonna.

    Così, al momento di lasciare la bottega paterna di tessitore, aveva già acquisito una buona preparazione tecnica che lo portava specialmente verso la decorazione.

    Al 1742 risalgono le sue prime opere note: la decorazione della cappella della Madonna nella chiesa dei Servi di Portogruaro (dove in seguito, pare, eseguì anche quelle del soffitto del coro) e le pitture sulle volte delle cappelle prossime all’ingresso per il Duomo di Udine. E otto anni più tardi, sempre a Udine, l'artista realizzò un ciclo di decorazioni nel palazzo Mangilli-Dal Torso.

    Ritroviamo Andrea Urbani attivo come scenografo al Teatro S. Samuele di Venezia tra il 1754 al 1758; sono gli anni in cui stringe amicizia con altri artisti e conosce i maggiori ingegni del tempo come Carlo Goldoni, l'abate Chiari e i fratelli Gozzi. In quello stesso periodo sposa Cecilia Grassi e mette su famiglia. Nel 1758 è a Treviso, dove collabora con Jacopo Guarana alla decorazione del soffitto della chiesa di S. Teonisto.

    Nel giugno del 1760, forse per sostituire Mengozzi Colonna che si era ritirato all'ultimo momento e su sollecitazione di Giuseppe Valeriani il pittore prediletto della zarina Elisaveta Petrovna, intraprende un viaggio in Russia, insieme a Francesco Fontebasso, saltuario collaboratore del Tiepolo che aveva probabilmente conosciuto durante il soggiorno a Treviso.

    Poco o nulla sappiamo dell'attività di Urbani a San Pietroburgo e forse sono a lui attribuibili le quadrature e gli ornati dello scalone d'onore del Palazzo d'Inverno e la Prospettiva Nevski all'Ermitage.

    Nel 1763, quando il loro protettore a corte Giuseppe Valeriani è morto ormai da un paio d'anni, Urbani e Fontebasso faranno ritorno a Venezia.

    Nei dieci anni successivi, Urbani opererà specialmente a Venezia, dove affrescherà il soffitto di alcuni palazzi e continuerà con successo l'attività di scenografo al Teatro S. Samuele. In quegli stessi anni otterrà importanti commesse per lavori nell'entroterra veneto, finendo per spostare la sua attività soprattutto nel padovano, al punto che nel 1775 si stabilirà definitivamente nella città del Santo.

    Al 1768 è ascrivibile la decorazione del tinello di Villa Zoldan a Fossolovara e al 1770-72 le decorazioni delle ville Giustinian, Manzoni e della citata Valmarana a Noventa Padovana. In queste opere la conquista stilistica ed espressiva di Urbani è ormai al suo apice e si rivela nella grande libertà prospettica e nel gusto ricorrente per quei motivi orientali che erano di moda in quel tempo e che, nel suo caso, rimandavano talora al soggiorno in Russia.

    In Polesine, come testimonia anche il nipote Domenico, Andrea Urbani aveva lavorato a Villa Pellegrini a Salvaterra, intorno al 1775 o poco più avanti. Gli interventi di Urbani sono probabilmente da mettere in relazione con il risanamento della parte più rappresentativa di questo splendido edificio di origine secentesca alle porte di Badia Polesine. Le decorazioni interessano, infatti, la grande sala a pianoterra e tutte le stanze del corpo centrale, con stucchi e delicati motivi di ornato. Pitture sovente volte verso una verdastra monocromia, ma anche scene di tenui colori e di carattere squisitamente scenografico, con architetture e prospettive, intrecci di fiori, personaggi e animali, battelli e immagini di raffinato e insolito esotismo. Queste decorazioni sono in più di un caso analoghe a quelle veneziane di Ca’ Sagredo a S. Sofia (oggi Pospil), risalenti ad un paio di anni prima.

    Il salone a pianoterra è sicuramente quello che ha più impegnato l'artista, purtroppo le pitture sono in parte cancellate e irrimediabilmente danneggiate fino ad una certa altezza. A trasformare il salone in una sorta di palcoscenico, ci sono certe architetture fantastiche che si aprono a traforo su fondali più chiari, dove affiorano putti, piante, uccelli e pappagallini, e poi colonne e vasi e ingannevoli nicchie di diversa grandezza in cui dormono busti e statue. C'è perfino un grande e illusorio vano scala dipinto simmetricamente a quello vero. La volta della scala è arricchita da una decorazione tenue con motivi ad arabesco tra l'azzurro e il verdastro. Non diversamente nel salone al primo piano, al centro del soffitto, tra ornamenti rococò, appaiono due amorini.

    Quasi certamente, Urbani, in quello stesso periodo, lavorò in una dimora patrizia di Lendinara, sulle cui pareti, ancora oggi, nonostante le cattive condizioni di conservazione, si può ritrovare quell'affollato mondo tardo settecentesco, in cui veneziani di terraferma, cineserie e perfino gli indiani d'America convivevano felicemente.

    Fino al 1782, quando concluse la decorazione del Castello di Montegalda, l'artista fu impegnato in chiese e palazzi, ma anche come scenografo al Teatro S. Samuele di Venezia.

    La morte lo colse nella sua casa di Padova il 24 giugno 1798, quando ormai del mondo che aveva amato e nel quale aveva trascorso gli anni più intensi della sua esistenza non c'era più. Il fatto che venisse sepolto nella Cattedrale ci induce a credere che la sua celebrità non fosse ancora appannata. Ma in capo a pochi anni, tranne i familiari e gli amici superstiti, nessuno più ricordava il suo nome. Come, del resto, ancora oggi in Polesine.

  • Alle Barbarighe

    Alle Barbarighe

    Sembra più silenzioso il mondo quando un velo di nebbia si stende sulla campagna. Ma forse nella grande corte di Ca’ Venezze, che raggiungiamo deviando a destra dalla strada principale, il silenzio è ormai da decenni un aspetto connaturato. Da quando lo stupefacente complesso agricolo ha perso completamente i connotati per cui era stato ideato a partire dal ‘500 e poi via via ampliato e definito in tutta la sua poliedrica struttura nel ‘700.

    Qui ci sembra di vivere in una situazione metafisica per certi aspetti sconcertante. Sembra di essere davvero fuori dal mondo, anche se si ha la consapevolezza di trovarsi in una realtà tutt’altro che lontana dal centro del comune di S. Martino di Venezze.

    Camminiamo leggeri sulla grande aia coperta di erba ormai ingiallita e dominata dalla grande casa padronale. Ci avviciniamo alle grandi barchesse, poi, dalla parte opposta, arretrata rispetto alla corte, scopriamo la chiesetta ed il forno per il pane.

    Un secolo fa qui era un brulicare di persone dedite alle tante attività connesse con la gestione di un’immensa tenuta… Oggi il silenzio… In lontananza il rombo di un trattore ci ricorda che è il tempo dell’aratura.

    Lasciamo la corte, imboccando via Barbarighe, regno assoluto della campagna. In un grande rettangolo sul quale l’occhio si perde, spezzoni di canna ci dicono che qui si è raccolto il granoturco. Attorno altri grandi rettangoli di terreno si presentano scuri e ordinati per la recente aratura.

    Proseguiamo fino ad una fattoria isolata. Un signore, che poi apprendiamo essere il titolare dell’azienda, ci scorge, ci fa un cenno di saluto e, intuita la nostra curiosità, ci invita ad entrare nella corte.

    Si presenta: è Leonardo Gagliardo e l’azienda porta il nome della via: “Le Barbarighe”. Con viva sorpresa apprendiamo che qui funziona un mulino, il fiore all’occhiello dell’impresa agricola.

    Non un mulino industriale. Tutt’altro, ci chiarisce il Sig. Gagliardo che, con il trasporto di chi crede profondamente in ciò che fa, ci parla della sua “conversione” all’agricoltura biologica.

    La sua è una famiglia da sempre impegnata nel settore primario: alcune foto, appena un po’ ingiallite, documentano i premi ricevuti dal nonno a partire dal 1927, al tempo della “battaglia del grano”. Consistenti poi le innovazioni avviate dal padre fin dal primo dopoguerra, quando, oltre che provvedere alla cura del proprio fondo, gestiva buona parte dei poderi di Corte Venezze, successivamente in parte acquistati.

    Ora tocca a Leonardo farsi interprete di un’agricoltura al passo con i tempi, coadiuvato in questo dalla moglie Silvia, che, per essere vicina al marito nella nuova impresa e per dedicare più attenzioni alle esigenze della famiglia ha rinunciato al posto di bancaria.

    Una parte dell’azienda – quella cui va tutto il cuore dei conduttori – è stata dunque destinata a colture ottenute col metodo biologico: si producono orzo, grano tenero, farro, miglio, soia ad ilo bianco e soprattutto mais, nelle varietà bianco perla e marano, una vera rarità quest’ultima, individuata dalla prestigiosa associazione “Slow Food” come uno dei sette “presidi” veneti, ovvero colture da difendere con attenzione primaria per scongiurarne l’estinzione.

    Per molti aspetti è un ritorno al passato quello che si persegue alle Bargarighe di S. Martino di Venezze. Si è partiti dalla constatazione che soprattutto le persone anziane non riconoscevano più nella polenta il gusto genuino, apprezzato nella loro gioventù: non solo una nostalgia del passato, ma una realtà effettiva. L’obiettivo delle colture “industriali” non punta infatti tanto sull’esaltazione del sapore del cibo, quanto sulla facilità di coltivazione e sulla quantità del prodotto.

    Occorreva invertire la rotta, partendo dalla ricerca, non facile, di sementi di vecchie varietà non ibride (ad impollinazione libera) che sono state introdotte in azienda con gli opportuni isolamenti, in modo da evitare il pericolo di contaminazione da OGM. Per garantire il rispetto delle norme ambientali si è pure proceduto a far tornare l’ambiente simile al passato, provvedendo all’impianto di siepi, bande tampone, erbai e colture a perdere ai fini faunistici, con il risultato di fare del podere una zona di ripopolamento della selvaggina.

    Tutto ciò aderendo al regolamento CEE 2078, con la consapevolezza di un sicuro sacrificio sul piano delle rese e quindi degli introiti, ma anche con la convinzione di aprire una via interessante che nel tempo dovrebbe premiare anche sotto il profilo economico.

    Ma a Leonardo Gagliardo non bastava fermarsi alla produzione biologica, ed ecco farsi strada, a poco a poco, l’idea che è divenuta realtà: quella del mulino. E’ stato così approntato un sistema di macinazione dei cereali “a pietra” rifacendosi alle vecche tradizioni polesane dei mulini natanti.

    Ubicazione ideale per il mulino delle Barbarighe, un vecchio granaio opportunamente ristrutturato. Nella parte superiore sono stati collocati i silos ove vengono stivati, a protezione ermetica, i cereali appena raccolti dopo essere passati attraverso un piccolo essiccatoio appositamente ideato con scambiatore di calore a basse temperature.

    Dai silos i grani vengono richiamati nel sottostante mulino “a pietra”, dove avviene la macinazione che è avviata solo su ordinazione. Ciò per assicurare la freschezza delle farine, consegnate ancora fragranti. Nell’azienda non c’è infatti alcun deposito di macinato in sacchi, solo piccoli quantitativi sotto vuoto per assecondare i clienti occasionali. Oppure predisposti per partecipare alle iniziative dei mercatini biologici seguiti con passione dai coniugi Gagliardo, i quali gradiscono incontrarsi direttamente con gli estimatori dei loro prodotti, o rapportarsi con altri produttori che seguono l’indirizzo biologico in altre filiere produttive.

    L’azienda, che ha aderito con convinzione all’associazione BIO-ROVIGO, avviata dall’assessorato all’Ambiente della Provincia di Rovigo, è inserita nel circuito delle “fattorie didattiche”, offrendo ai bambini la possibilità di seguire il percorso del pane; uno stimolo anche per avvicinarsi ai principi di una corretta alimentazione con cereali integrali. Nelle stagioni idonee le scolaresche possono recarsi sul campo, riconoscere le varie colture, raccogliere le spighe o le pannocchie, procedere alla macinazione ed infine impastare la farina per ricavarne polenta, pane o dolci.

    Ed ecco che, mentre apprendiamo tutto ciò, arriva la signora Silvia con un vassoio di biscotti in cui la farina biologica è stata amalgamata con pezzettini di noci biologiche. Una prelibatezza che alcuni del gruppo gradiscono accompagnare con del buon prosecco portato in tavola dal signor Leonardo, mentre altri fanno festa con un succo di mele coltivate, è ovvio, biologicamente.

    Un pomeriggio d’Autunno davvero speciale, in cui c’è spazio anche per apprendere dalle labbra del Sig. Gagliardo un suo sogno: riattualizzare nel vicino Adige un mulino ad acqua, seguendo i sistemi costruttivi dei molti ancorati lungo le rive del fiume fino agli anni ‘50 del secolo scorso.

  • Le vie dei patrioti

    Le vie dei patrioti

    Per la maggior parte delle persone, il nome delle vie della propria città ha solamente il valore pratico di indicare un riferimento utile per muoversi agevolmente nel reticolato cittadino. Pochi si chiedono chi siano stati i personaggi a cui le strade sono state dedicate, conservando tutt’al più qualche nozione dei più noti, presenti nei testi scolastici di storia; di tanti altri, specie se legati al passato della propria città, non citati a livello nazionale, non si hanno che conoscenze nebulose se non addirittura nulle.

    Stimolati da una richiesta di chiarimenti in proposito – pervenuta dai ragazzi della III F della Scuola Media Parenzo di Rovigo, interessati a ricavare notizie su alcuni personaggi rodigini vissuti nel XIX secolo presenti nella toponomastica cittadina – abbiamo ideato una passeggiata per il centro storico. Abbiamo così individuato vari riferimenti (oltre al nome delle vie anche targhe o monumenti) dedicati ad alcuni importanti personaggi polesani dell’epoca risorgimentale.

    Il percorso ha inizio presso la chiesa delle Fosse, in via Domenico Piva (1826-1907), per ricordare uno dei personaggi polesani più emblematici del Risorgimento. Fu il Piva uomo d’azione e d’armi, convinto che la causa italiana doveva essere portata avanti con interventi di forza contro l’Austria. Pronto a raggiungere i campi di battaglia, fu sempre in prima linea in tutte le Guerre di Indipendenza.

    Giovanissimo, era entrato nelle austriache Guardie di Finanza, che aveva abbandonato ai primi sentori insurrezionali del 1848 quando, ventiduenne, avvertì prepotente il richiamo della patria. Attivo nei moti padovani dell’8 Marzo, ricercato dalla polizia asburgica, fu arrestato a Costa ed imprigionato a Rovigo. Ben presto fu però liberato a furor di popolo, nel frattempo insorto contro le guarnigioni austriache, le quali ritennero opportuno lasciare la città, dove si insediò un governo provvisorio guidato dal conte Domenico Angeli.

    Domenico Piva accorse con i volontari nei campi della I Guerra di Indipendenza, per raggiungere poi a Roma Garibaldi schierato con Giuseppe Mazzini nel tentativo di difendere la neocostituita repubblica romana. Nonostante una vistosa ferita alla testa, dopo il fallimento della resistenza patriottica a Roma, seguì Garibaldi nel tentativo di portare aiuto alla repubblica di Venezia con a capo Manin e Tommaseo. Ma l’imbarcazione su cui viaggiava fu catturata da vedette austriache e Piva, imprigionato, fu poi costretto ad un arruolamento coatto nelle truppe asburgiche per otto anni.

    Allo scoppio della II Guerra di Indipendenza non esitò a raggiungere Garibaldi nel Varesotto, dove fu inquadrato nel corpo dei Cacciatori della Alpi. E con il generale lo troviamo ancora nella Spedizione dei Mille, nominato capitano, con ruoli di responsabilità accanto a Nino Bixio con il quale si legherà con un’amicizia fraterna.

    Con l’unità d’Italia entrò nell’esercito del nuovo stato, combattendo nella III Guerra di Indipendenza col grado di tenente colonnello e partecipando poi ad azioni contro il brigantaggio nell’Italia meridionale.

    Pluridecorato per essersi valorosamente distinto in varie azioni militari, continuò il servizio nell’esercito prima a Milano poi a Padova, ottenendo il grado di tenente generale. Raggiunto il periodo della quiescenza, tornò infine a Rovigo dove morì nel 1907, subito acclamato personaggio illustre della città.

    Il percorso sulle tracce degli uomini del Risorgimento ci porta in via Domenico Angeli (1797-1876). Conte, discendente da una illustre famiglia che vantava radici nell’antica nobiltà romana di Costantinopoli, Domenico Angeli fu un personaggio molto amato dal popolo rodigino per la sua disponibilità ad impegnarsi a favore della cittadinanza anche con ripetute azioni di beneficienza a favore dei meno abbienti.

    Visse nel palazzo che domina la via, fatto costruire dal padre nella seconda parte del XVIII secondo un progetto dell’architetto veronese Francesco Schiavi ed affrescato internamente dal vedutista G. B. Canal.

    Personaggio moderato ed alieno da eccessi sia sul piano personale che politico, il conte Domenico Angeli si trovò coinvolto, forse suo malgrado, nell’insurrezione risorgimentale del 1848, che portò all’allontanamento da Rovigo delle milizie asburgiche.

    L’Angeli, che già ricopriva sotto l’Austria la carica di podestà, col nuovo corso assunse la carica di presidente del Comitato Provvisorio Dipartimentale del Polesine. E come tale ebbe, fra le altre incombenze, anche quella di far fronte ad un’improvvisata milizia popolare difficilmente governabile per la carica rivoluzionaria che pervadeva gli animi. Dopo un infuocato sermone che nominava “crociati” i volontari rodigini, l’armata fu dirottata verso Legnago, ancora in mani austriache, dove però i “crociati” mai giunsero, fermati a Badia, la cui amministrazione dovette far fronte all’indisciplinata brigata.

    Esauritasi la fiammata patriottica con l’infausto epilogo della I Guerra di Indipendenza e la ripresa del potere da parte degli austriaci, Domenico Angeli mediò la fase di transizione accogliendo l’arrivo delle truppe asburgiche, senza subire alcuna conseguenza per aver assunto la guida della città nel periodo dell’insurrezione.

    E una controprova dei buoni rapporti che l’illustre personaggio rodigino seppe mantenere con i dominatori si ebbe nel 1856, allorché giunse a Rovigo l’imperatore d’Austria Francesco Giuseppe, il quale, accolto festosamente a palazzo Angeli, ricambiò l’ospitalità riconfermando a Domenico il titolo di conte.

    Tutto ciò non impedì all’Angeli nel 1867, dopo la Terza Guerra di Indipendenza di essere nominato sindaco, il primo dopo la liberazione del Veneto dal dominio austriaco. E nello stesso anno ospitò nel suo palazzo Giuseppe Garibaldi che dal poggiolo tenne un applaudito discorso alla popolazione, come ricorda una targa infissa sulla facciata nella parte destra. Simmetricamente, alla sinistra è infissa un’altra lapide che tramanda memoria di un altro personaggio di grande rilievo che parlò da palazzo Angeli: qui, nel 1882, all’indomani della tragica alluvione del Polesine, provocata dalla rotta dell’Adige a Legnago, il re Umberto I promise ai rodigini un sollecito e consistente intervento da parte dello Stato.

    Ma in questa data Domenico Angeli era già morto da sei anni, riconosciuto da tutti come benefattore e distintosi per il ruolo moderato al di sopra delle parti che seppe interpretare a Rovigo, ove si trovò a rappresentare un punto di riferimento nei momenti più delicati di transizione della storia risorgimentale.

    Oltre che la carica di sindaco, Domenico Angeli assunse anche quella di presidente della Società di Mutuo Soccorso, verso la quale in più occasioni indirizzò interventi benefici. Privo di eredi, alla sua morte, nel 1876, lasciò per testamento varie sostanze alla società mutualistica, mentre al Comune di Rovigo destinò il suo palazzo, oggi indicato come prossima sede di rappresentanza del polo universitario rodigino. Altri beni furono lasciati alle due parrocchie rodigine a beneficio dei poveri.

    All’inizio di via Angeli un vicolo di collegamento con il Corso del Popolo è dedicato a Antonio Minelli (1798-1883). La vita di questo illustre polesano, che nell’ultima parte della sua vita risiedette in questa via nel goticheggiante palazzo rosato oggi sede di una banca, fu tutta dedicata all’arte tipografica, facendo della sua stamperia una delle più quotate d’Europa.

    Antonio Minelli era entrato in un’azienda tipografica da ragazzo, come apprendista, costretto a guadagnarsi da vivere in seguito alla precoce morte del padre. Giovane intelligente ed attivo, si appassionò al lavoro, tanto da assumenre ruoli sempre più importanti, finché nel 1835 divenne proprietario di una tipografia che ben presto fu dotata delle più moderne attrezzature. In una decina di anni l’attività si ampliò tanto che nella tipografia Minelli trovarono lavoro oltre trenta dipendenti.

    Perfezionista ed esigente, Minelli puntava molto sulla qualità, ottenendo ampi consensi e commissioni da mezza Europa: da Londra, Vienna, Parigi, dalla Germania, oltre che naturalmente dall’Italia: basti ricordare che a Milano fu fornitore di Pietro Vallardi e a Firenze del celebre Gabinetto Visseux.

    Il suo impegno fu premiato con prestigiosi riconoscimenti, tra cui la “medaglia d’oro” all’Esposizione Nazionale Austriaca dell’Industria, seguita nel 1845 dalla nomina a membro del Comitato Viennese incaricato di predisporre un’altra esposizione generale.

    Tutto dedito al lavoro e allo sviluppo della propria azienda, non si lasciò coinvolgere più di tanto dai fermenti patriottici: il 1848 non vide infatti Antonio Minelli impegnato politicamente, ma ancora sul piano imprenditoriale, con la realizzazione di un progetto quanto mai innovativo quale fu quello del primo bagno pubblico di Rovigo con annesso caffè. L’obiettivo di fornire alla città un servizio moderno, contribuendo al decoro cittadino, aveva visto l’anno precedente il Minelli attivarsi anche nell’apertura di una libreria in piazza maggiore.

    Nel 1851 Minelli trasferì la sua attività tipografica nello stabile (oggi occupato dall’Ufficio Erariale) che fa angolo tra l’attuale via Minelli e via Angeli, prospiciente alla palazzina neogotica dove stabilì la sua abitazione. E nel 1856 ebbe l’onore di avere in visita alla sua tipografia l’imperatore Francesco Giuseppe, durante una sosta a Rovigo che, come detto, lo portò ad un breve soggiorno presso palazzo Angeli.

    Nel 1858 fu nominato socio dell’Accademia dei Concordi, continuando nel frattempo ad ottenere ampi consensi per l’operato di stampatore, con commissioni importanti come quella di un manifesto per l’opera Guglielmo Tell, realizzato nel 1864 per la città di Pesaro in onore di Rossini, seguita l’anno successivo da un altro manifesto stampato per il comune di Firenze in occasione del sesto centenario della nascita di Dante.

    Dopo il 1866, con la conclusione della Terza Guerra di Indipendenza e l’inclusione del Veneto nello Stato Italiano, continuarono i riconoscimenti nei confronti della sua prestigiosa attività di stampatore, con il dono di una spilla di brillanti da parte di Vittorio Emanuele II che, un decennio dopo, gli assegnò la croce di Cavaliere della Corona.

    Sessantanovenne, nel 1867, dopo la morte della moglie, Antonio Minelli si ritira dall’attività, che viene portata avanti dal figlio Tullio, a differenza del padre molto interessato alla vita politica che negli anni successivi lo assorbirà in modo consistente.

    Nel 1882, ottantaquattrenne, viene sollecitato dalla tragedia che colpisce il Polesine con la rotta dell’Adige presso Legnago, a compiere un ultimo intervento a stampa: il quotidiano Bollettino dell’inondazione, i cui proventi delle vendite furono destinati a favore degli alluvionati.

    Morì l’anno successivo e la lapide, nell’emiciclo del cimitero rodigino, ricorda la sua vita “tutta sacra al lavoro, alla famiglia e alla patria”.

    Il nostro percorso prosegue raggiungendo Piazza Vittorio Emanuele II, nel cui angolo di sud-est, sotto la loggia della Gran Guardia sono posti i busti del generale Piva e del conte Angeli, accanto alle lapidi che immortalano i nomi dei rodigini impegnati nelle azioni militari del Risorgimento italiano. Qui facciamo una prima tappa, rimandando la conclusione dell’itinerario al prossimo numero del Ventaglio.

  • Villa Lardi a Panarella

    Villa Lardi a Panarella

    “Fiòlo, t’iè nato in t’el ponaro e te dventarà el parón del palasso!”. Eh sì, sua mamma glielo aveva sempre detto. Nello Zangirolami, che è nato il 15 aprile di ottant’anni fa a Panarella in una piccola stanza al pianterreno della leggendaria Villa Lardi, nel corso degli anni, piano, piano ne è diventato il proprietario come fin da piccolo la mamma aveva predetto. La famiglia di Nello l’abitava già da tempo poiché il padre era il fattore della famiglia Caporali, a cui allora l’elegante casa padronale apparteneva.

    L’antica villa è situata nell’estremità orientale del territorio comunale di Papozze, a Panarella, citata anche come Belliera. Le vicende di questo paese sono legate a Jeronima Arcibolda prima e ai Lardi poi.

    La famiglia ferrarese Lardi aveva avuto la cittadinanza adriese su raccomandazione del possente duca Ercole (1473): “Vincenzo de Lardi nostro cancelliere dilettissimo haria desiderio d’esser fatto cittadino di questa vostra Città d’Adria, e per tale cagione el se trasferisce là oltre, per il che vi confortemo, e volemo, che il facciate Cittadino con quelle sollenitadi se richiede et con le abilitazioni alle prerogative civili come s’el fosse originario di quello luoco, la qual cosa mi saria sommamente grata, et cara… del che alla giornata ne farete più contenti, et noi troppo meravigliosamente gratificheremo questa complacentia…” (Archivio Parrocchiale di Bellombra).

    Nel 1496, il medesimo Ercole acquista cinque proprietà che appartenevano al conte “Joannes Pictus della Mirandola”. Due di queste possessioni vengono date ai Machiavelli, delle rimanenti tre ottiene investitura feudale Francesco Lardi. E cioè “…quella delle Papozze [l’attuale Lardina] che lavora Martino Pozato, e due di quelle di Corbola, videlicet quella che lavora Antonio Cavecchia e l’altra che lavora il vecchio Pozato et tute quelle terre valli, pascoli, casamenti et ogni altra ragione che servino a dette possessione… jure pheudi secundum consuetudinem Camerae nostrae… per se ac suis filiis masculis legitimis et descendentibus… pagando oni anno nella festa di S. Zorzi uno Sparaviero mutado” (Ar. P. Bellombra).

    Gli eredi maschi durarono poi sino al 1861, anno in cui la casata si estinse a Venezia con la morte dell’erudito Francesco Antonio.

    La villa, nonostante gli anni, conserva ancora intatto il suo antico splendore. Pianta quadrata che si sviluppa su tre piani: al piano terra dove vi sono le cantine, al primo piano l’abitazione, al secondo e ultimo piano il sottotetto che un tempo era adibito a granaio.

    Si può accedere alla villa mediante una scalinata che collega direttamente la corte con il primo piano. L’entrata è costituita da un portale ad arco sopra il quale è visibile lo stemma dei Lardi.

    L’ingresso è sormontato da un pronao sostenuto da due colonne lisce, rastremate verso l’alto.

    La facciata è caratterizzata dalla scala di accesso, dai due camini, dalle aperture delle finestre che sono disposte in modo simmetrico e da quel colore rosso veneziano con cui sono state dipinte tutte le pareti esterne.

    L’ambiente interno è molto ampio; al centro un salone attraverso il quale si può accedere alle sei camere laterali a pianta quadrata, tre a destra e tre a sinistra adibite a stanze da letto e cucina.

    Secondo notizie non documentate, papa Pio VI avrebbe dormito nel palazzo nella notte tra il 22 e 23 marzo 1782 mentre si recava da Ferrara a Venezia e da qui a Vienna.

    Si racconta che tutta la popolazione dei paesi rivieraschi, facendosi luce con i sesandèi ad olio [dal tardo lat. cicindèla, piccolo lume e lucciola], sia partita sul far della sera verso Panarella per vegliare il sonno augusto di papa Braschi. Ma ciò non risponde al vero (purtroppo!) perché il papa, transitando per il Po, si fermò solo per il tempo necessario a ricevere il saluto del vescovo di Adria che poi lo accompagnò a Cavanella.

    Numerosa, questo sì, fu la gente che, saputo dell’arrivo di Pio VI, accorse e attese il suo passaggio lungo le rive del fiume, come sappiamo da una cronaca di Francesco Girolamo Bocchi negli Annali presso l’Ar. Antico di Adria e da una nota del parroco di Bellombra, don Giacomo Ravarra: “La quarta Domenica di Quaresima… passò la Santità sua qui per il nostro Po’ ed il Vescovo nostro Monsignor Speroni Lo avvicinò qui alla Muoja [l’attuale Mòia] della Panarella e lo accompagnò sino alla Cavanella essendovi quantità di barche ed un innumerabile numero di persone d’ogni genere e sesso su la riviera del Po’ e della Cavanella. Spettacolo più imponente di quello del dì 22 marzo non si è più veduto sicuramente a nostra memoria” (Ar.P. Bellombra, Liber Matrimonium 1734-1807).

    Ormai villa Lardi non è più abitata da 27 anni. Il signor Nello racconta che non è cambiata rispetto a come si presentava quando lui era bambino. Ricorda le feste che si tenevano un tempo al palazzo, quando ancora era abitato, ricorda le numerose serate trascorse davanti all’enorme camino della cucina al primo piano.

    Se l’esterno dell’edificio si conserva ancora bene, altrettanto purtroppo non si può dire dell’interno e ciò non è dovuto solo al tempo ma anche ai numerosi lavori di ristrutturazione della chiesa di Panarella, il cui campanile sorge sulla base di quello antico, che apparteneva all’oratorio della villa stessa. Infatti, all’interno della casa, una stanza veniva utilizzata come cappella finché non è stata costruita una nuova chiesa che è l’attuale di S. Luigi.

    Le mura di questo palazzo hanno accolto tante persone per circa cinquecento anni. Ora è disabitato perché i costi di manutenzione e di ristrutturazione per gli attuali proprietari risultano eccessivi. E’ pertanto necessario individuare un intervento che preveda l’interessamento di qualche ente pubblico (la Provincia, il Parco del Delta?) per salvare dal degrado la storica villa di Panarella.

  • Risalendo il grande fiume

    Risalendo il grande fiume

    Settembre, tempo di semine! Non è lapsus, né si tratta di una iniziativa all’insegna di un’agricoltura tecnologicamente spinta.

    Stiamo parlando di turismo. E per lanciare qualificanti iniziative programmate per il prossimo anno, occorre avviare gli idonei contatti fin dalla stagione autunnale, in modo da poter poi provvedere al “raccolto” a partire dalla primavera. E’ questo il concetto che sta alla base del tour-evento di quattro giorni che, partendo da Rovigo, ha per destinazione importanti città della Lombardia e del Piemonte legate alla civiltà delle acque, in varie zone della pianura dominata dal Po, ovvero Mantova, Cremona, Vercelli e Torino.

    In quest’ottica si è fatta strada l’opportunità che quanto meno il primo tratto di questo itinerario di promozione del Polesine venga percorso utilizzando la via d’acqua naturale più grande d’Italia.

    A Rovigo, l’appuntamento di operatori e giornalisti con il pullman in partenza per l’imbarco di Occhiobello è stabilito presso l’Hotel Europa Palace; ma prima ha luogo un breve incontro nella sala consiliare della Provincia, programmato per fornire alcune informazioni basilari dell’iniziativa, a cura dei rappresentanti delle istituzioni che hanno concertato l’evento promozionale. Al microfono si alternano, in breve successione, Pierluigi Valentini, assessore provinciale al turismo, Giuseppe Fini, presidente della Camera di Commercio, Napoleone Sartori, presidente regionale della Coldiretti e Stefano Pregnolato, presidente del C.A.R.D., consorzio che riunisce molti degli albergatori e ristoratori del Polesine. Viene ribadito il concetto che il Polesine è una terra da scoprire, in grado di offrire un ambiente naturale di prima qualità, aspetti culturali di rilievo e buona ospitalità; e viene sottolineato come l’iniziativa di promozione abbia ottenuto il sostegno economico della Regione in primis, e di varie istituzioni polesane: Provincia, Camera di Commercio, Confartigianato, Consorzio per lo Sviluppo, Ascom, Confesercenti, C.N.A., Codiretti e CARD del Po.

    Si parte: il compito di illustrare l’itinerario è affidato a Debora, giovane guida turistica, che evidenzia lo stretto rapporto della terra polesana con le acque, un tempo occasione di comunicazione, poi progressivamente accantonata, ma che oggi si intende rivalutare. Si supera il Canalbianco, si sfiora il tracciato per secoli caratterizzante la fossa di Polesella, interrata negli anni ‘50, quindi si costeggia il Po fino ad Occhiobello per l’imbarco.

    Oltre l’argine la golena.

    A sinistra, su una sommità che si innalza da una radura, si profila un bianco blocco di marmo a forma piramidale: è il monumento in ricordo della grande alluvione, innalzato nel 2001, nel 50° anniversario della disastrosa rotta, per non dimenticare il drammatico evento che nel secolo scorso ha colpito la terra polesana; una ferita sollecitamente rimarginata sul piano idraulico, ma a lungo rimasta aperta sotto il profilo economico e sociale con la conseguenza di un ventennio di ininterrotta emigrazione.

    A destra l’indicazione dell’attracco, il punto di partenza dell’escursione nautica alla volta dell’alto Polesine. La motonave è qui giunta dall’estremo delta, governata da Marino Cacciatori, uno dei nocchieri più esperti del grande fiume.

    Esaurite rapidamente le operazioni preliminari, l’imbarcazione si porta al centro del Po ed inizia l’itinerario contro corrente con destinazione Melara, il paese più occidentale del Polesine, il primo toccato dal Po nella provincia di Rovigo.

    L’ampiezza del fiume si può apprezzare solo dall’interno, valutando la distanza dalle due rive; una misura che, durante il tragitto, varia continuamente sia per l’alternarsi di ampie zone golenali ad altre in cui la corrente lambisce direttamente la riva, sia perché l’imbarcazione, seguendo l’idonea segnaletica, percorre un itinerario zigzagante, a seconda dei fondali, avvicinandosi ora all’una ora all’altra sponda.

    Sono i campanili a segnalarci la presenza dei paesi oltre la riva: questi, in seguito alla consistente sopraelevazione degli argini, alti e massicci per fornire sicurezza alla pianura, risultano staccati dal fiume, con il quale si è in parte ridotto il rapporto di consuetudine. A Stienta si nota come la torre campanaria risulti di recente fattura, dato che quella precedente era stata abbattuta durante un bombardamento angloamericano nel corso della seconda guerra mondiale. Stessa sorte fra l’altro toccata al campanile di Occhiobello, mentre danni più limitati hanno subito le due chiese. In particolare viene ricordata quella di Occhiobello, settecentesca costruzione, opera del famoso architetto ferrarese Vincenzo Santini.

    E a questo proposito va sottolineato come il territorio polesano addossato alla riva sinistra del Po conservi moltissime riminiscenze emiliane, dato che per secoli – fino al Congresso di Vienna – fu soggetto a Ferrara. Aspetti architettonici, usanze e inflessioni del linguaggio di questa zona rivierasca, denominata “Transpadana Ferrarese”, divergono pertanto profondamente dalla parte settentrionale della provincia di Rovigo, più a lungo legata a Venezia.

    E proprio a Stienta sorge una delle più pregevoli costruzioni settecentesche realizzate lungo il Po in stile ferrarese: villa Camerini Bertelè, dominata da due torrette laterali, elementi tipici dell’architettura militare emiliana. L’ampia golena che segue – utile cassa di espansione nelle grandi piene – appare in parte piantumata con pioppi e salici, in parte destinata a coltivazioni estensive.

    Un velo di umidità si stende sul paesaggio, rendendo quasi magico il contatto con l’ambiente: bianche spiaggette insulari vengono driblate dall’imbarcazione che procede sicura solcando il fluido nastro azzurrino, sul quale corre lo sguardo dei componenti la comitiva. Troppo staccato l’abitato di Gaiba per poter essere individuato, può essere fatto soltanto un accenno alla bella villa Manfredini Stampanoni affiancata da un pregevole oratorio in stile barocco.

    Ecco l’isola Boschina, che si presenta lussureggiante, mentre un airone si stacca dalla riva e giunge quasi a sfiorare la motonave per poi allontanarsi sicuro nella direzione della sponda opposta, dove scorgiamo l’incile del Panaro, l’ultimo degli affluenti del Po proveniente dagli Appennini.

    Sottopassato il ponte che collega il Polesine con la cittadina ferrarese di Bondeno, si profila davanti a noi un alto campanile pendente, segnale inequivocabile che siamo giunti a Ficarolo, paese un tempo dominato da una massiccia rocca, gemella a quella della opposta sponda di Stellata tuttora esistente nella golena della riva destra. Al tempo dei duchi estensi tra i due presidi militari veniva stesa una catena, in modo da permettere il transito solo alle imbarcazioni in grado di pagare una tassa di navigazione.

    E la Repubblica di S. Marco, che mai riuscì ad impossessarsi dell’ambita via fluviale, scatenò qui la più memorabile battaglia della famosa Guerra del Sale (1482-84) riuscendo ad espugnare la fortezza di Ficarolo, senza però ottenerla stabilmente perché, con la pace successiva, dovette riconsegnarla agli Estensi, accontentandosi di estendere il suo dominio nella parte settentrionale del Polesine. Ma Ficarolo va anche ricordato per un evento più antico: in questa zona, a metà del XII secolo, si verificò la famosa “rotta di Ficarolo”, in seguito alla quale il Po abbandonò l’alveo principale che lo portava verso Ravenna per scavarsi il nuovo letto che tuttora lo caratterizza.

    Fila veloce l’imbarcazione a costeggiare il territorio di Salara, paese che oggi risulta discosto dal fiume, ma che deve il suo nome ad un deposito di sale che qui giungeva con natanti dalle saline romagnole. Ancora presente, a nord del paese, verso la campagna, il composito edificio del monastero benedettino di Santa Croce: al centro di una lineare teoria di abitazioni si individua tuttora la fisionomia di quella che fu la chiesa del complesso monastico.

    Neppure il paese di Calto può essere apprezzato, dal fiume: sarebbe opportuno accostare alla riva per salire sulla strada arginale. Da qui potrebbero essere individuati i punti salienti del luogo: la settecentesca chiesa di S. Rocco, il palazzo municipale, noto per la lapide dedicata al carbonaro Costantino Munari, Villa Fioravanti-Roveri e ciò che resta di una antica borgata, presso il Po, denominata Co’ dei Mulini, una sorta di corte attorno a cui si assiepavano gli edifici utilizzati come deposito e abitazione dai mugnai, che un tempo avevano il loro mulino ad acqua appiardato oltre la riva.

    Superato l’impianto idrovoro, che serve a scaricare nel fiume l’acqua piovana raccolta in eccesso nella campagna, o a prelevarla per l’irrigazione durante la stagione secca, ecco profilarsi Castelmassa: la torre dell’acquedotto in primo piano, mentre, in lontananza, si scorge la parte più elevata del grosso impianto industriale della Cerestar. Poi l’attracco per natanti in corrispondenza della bella piazza della Libertà, dominata dalla barocca chiesa di Santo Stefano; una veduta che galvanizzò lo scrittore Giovannino Guareschi, tanto da sceglierla come immagine di copertina per il suo Don Camillo.

    Ci avviciniamo frattanto a Castelnovo Bariano. Presso un porticciolo staziona una galleggiante, alle spalle della quale si alza, inerte, la ciminiera di quella che un tempo fu un’attiva fornace, oggi ancora punto di commercializzazione di laterizi. Sottopassiamo frattanto il ponte di collegamento con Sermide, realizzato nel 1971 in sostituzione di quello di barche del 1902. La successiva golena ospita un impianto di fitodepurazione in grado cioè di depurare, con la sola presenza delle canne palustri, l’acqua del Po che raggiunge la zona golenale.

    Dopo un breve tratto in cui scorgiamo in azione una draga, intenta a liberare il corso del fiume da materiale sabbioso in eccesso ostacolante la navigazione, si para davanti a noi la grande centrale termoelettrica di Sermide con l’alta ciminiera. Il fiume frattanto descrive una grande ansa, al sommo della quale sorge il paese di Bergantino preceduto da un’ampia golena davvero lussureggiante dove si è acclimatata anche una pianta rampicante d’oltre oceano denominata zucchino americano, che ricopre completamente vari pioppi, richiamando scorci tipici della foresta tropicale. Oltre l’argine si scorge l’elegante campanile presso il quale si erge la bella chiesa consacrata a S.Giorgio ricca di tele settecentesche. Ed è oppurtuno ricordare che a Bergantino si trova il museo più divertente del mondo dedicato alla giostra. Un’attività tradizionale in loco quella dei giostrai, che negli ultimi decenni si è sempre più radicata e specializzata, divenendo industria ad alto contenuto tecnologico, con realizzazioni apprezzate in ogni continente.

    Attività questa che si è dilatata al successivo paese di Melara, il quale si presenta stretto a ridosso dell’argine, dominato dall’imponente chiesa di S. Materno. Una delle più significative realizzazioni dell’architetto Vincenzo Santini, ricca di pregevoli opere d’arte, tra cui si ipotizza una tela del Botticelli. La vicina torre, che funge da campanile, più antica di tre secoli, risale al 1404 e fu testimone di molte battaglie al tempo delle signorie, quando Melara fu più volte contesa da Estensi, Mantovani, Scaligeri e Veneziani, per restare poi ancorata alla storia ferrarese, con Casa d’Este prima e lo Stato Pontificio poi.

    Successivamente, dopo la parentesi napoleonica, con il passaggio del Lombardo-Veneto all’Austria, scaturiva la decisione di portare i confini della Regione Veneto fino al Po, assegnando la Transpadana ferrarese alla provincia di Rovigo. I nuovi confini furono poi riconfermati dallo Stato italiano dopo la terza guerra di indipendenza; e, a ricordo dell’ingresso in Melara delle truppe italiane guidate dal generale Cialdini, è tuttora visibile una targa marmorea murata sul seicentesco Arco Chigi che sorge di fronte alla chiesa.

    Siamo giunti al nostro traguardo: al momento dello sbarco veniamo festosamente accolti da alcuni operatori del settore della ristorazione, che ci accompagnano a Ca’ del Nonno, ridente agriturismo nella campagna melarese.

    Qui siamo attesi per il pranzo all’insegna della tradizione di una cucina che, in una terra di confine tra Mantovano, Polesine e Ferrarese, ha saputo trarre il meglio dalle varietà delle tre province con un pranzo davvero apprezzato, il cui menù si è presentato come il più idoneo coronamento ad una riuscita escursione da riproporre.

  • Il Presidente e il Polesine

    Il Presidente e il Polesine

    Le due giornate del Presidente della Repubblica in Polesine hanno costituito un evento di grande richiamo, che ha attivato tutte le istituzioni e polarizzato l’attenzione dell’opinione pubblica. Una venuta di tutt’altro tenore, rispetto a quella, sconfortante, vissuta dal primo capo dello Stato dell’era repubblicana, Luigi Einaudi, giunto nella nostra terra nel 1951 nei tragici giorni dell’alluvione.

    Una visita quella dello scorso 9 e 10 Ottobre, in occasione della quale il capoluogo e la provincia hanno saputo dare un’immagine di efficienza, offrendo al presidente Carlo Azeglio Ciampi e alla signora Franca la possibilità di apprezzare alcune importanti caratteristiche storiche ed ambientali della terra dei grandi fiumi. Se molto sentita è stata dal Presidente la sosta sulla tomba di Matteotti, martire del fascismo, veramente graditi sono risultati tutti i passaggi programmati: dal Teatro Sociale di Rovigo, alla Badoera di Fratta, al volo in elicottero sul Delta, seguito dalla visita del Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, e concluso con il tragitto in motonave fino a S. Basilio, ove, su una duna fossile, sorge la chiesetta romanica del X secolo.

    Le istituzioni polesane hanno fatto con impegno la loro parte, contando anche in un ritorno di immagini televisive che, invece, sono state centellinate dai grandi mezzi di comunicazione via etere, limitando a qualche secondo le inquadrature ai beni ambientali ed architettonici della terra dei grandi fiumi. Non sono pertanto mancate lamentele per la scarsa visibilità assegnata anche in questo caso al Polesine, la cui strada per affermarsi sullo scenario nazionale risulta sempre in salita.

    Il Presidente ha comunque notato i passi significativi fatti negli ultimi anni dalla provincia di Rovigo, fino a non molto tempo fa considerata la cenerentola del Veneto, ha avuto modo di essere messo al corrente dei problemi sul tappeto e delle speranze per il futuro, ha accolto gli applausi della gente comune che apprezza il suo ruolo di garanzia ed ha visto i rappresentanti delle varie istituzioni condividere importanti obiettivi.

    Un clima disteso ed operoso dunque, che non pochi desidererebbero potesse caratterizzare il Polesine con maggior continuità, anche senza la presenza del Presidente. Il quale, ovviamente, è stato da tutti invitato a ritornare quanto prima nella mesopotamia d’Italia.

  • I Romani in Polesine

    I Romani in Polesine

    Un’apprezzata iniziativa dell’Istituto Geometri “A. Bernini”

    L’Istituto Geometri “A. Bernini” di Rovigo, dopo la mostra sulla Rovigo medioevale, ha presentato, a dicembre dello scorso anno, nella Tavernetta di Palazzo Roncale, gentilmente offerta dalla CARIPARO, una ricerca sui Romani nel Polesine.

    Imparare a leggere il territorio, cogliere nel presente il segno delle presenze antiche, utilizzando gli strumenti con cui oggi lavorano i geometri (render dinamico, disegno computerizzato tridimensionale…..) è stato l’obiettivo dei docenti che, insieme ad alcuni giovani del “Bernini”, hanno lavorato al progetto.

    In particolare è stata gradita la disponibilità del dott. Raffaele Peretto, Direttore del Museo dei Grandi Fiumi, e molto proficua la collaborazione con la dott.ssa Simonetta Bonomi nella duplice veste di responsabile del Museo di Adria e funzionario della Soprintendenza ai Beni Archeologici e Culturali. I giovani futuri geometri hanno prima condotto una fase di ricerca e rielaborazione del materiale che poi è stato presentato in una mostra, alla quale hanno collaborato sia nell’allestimento, sia nella gestione, illustrando il lavoro svolto e le tecniche utilizzate.

    La mostra è stata preceduta da una mattinata di lavori svoltasi nel convegno del 29 novembre tenutosi nel Salone di Palazzo Roncale, presenti relatori esperti della storia antica locale quali: la dott. Simonetta Bonomi, il prof. Enrico Zerbinati, il prof. Ilario Bellinazzi, il dott. Sandro Grigato, che hanno approfondito le tematiche riguardanti gli aspetti storici del nostro territorio contribuendo in modo determinante al successo della iniziativa.

    Il prof. Gandolfi responsabile del progetto così illustra l’esperienza attuata: “Il lavoro è composto da 47 tavole divise in varie sezioni: dalla storia alla geomorfologia, dalle tecnologie alle vie di comunicazione. Molto graditi dagli allievi sono stati gli interventi sulle tecniche militari romane e le spiegazioni sul territorio antico. E’ stato elaborato un CD di presentazione ed un render dinamico della Domus. Tutto questo è stato possibile grazie al lavoro dei ragazzi, Santo Bruno, Graziano Andrea, Alessandro Carraro, Gasparella Matteo ed in virtù delle attrezzature di primo ordine che la nostra scuola ci ha messo a disposizione e che ci hanno consentito di lavorare ad un buon livello di resa grafica. Se è stato stimolante il lavoro di ricerca e produzione, non meno importante è stato l’aspetto organizzativo e gestionale; non è sempre stato facile inserire e soddisfare le richieste che certamente sono andate oltre alle più rosee aspettative: 52 le classi che hanno visitato al mostra. Da sottolineare con piacere, la presenza di allievi della Città, ma anche provenienti da Porto Tolle, Adria, Ceregnano, Polesella, Fratta, Lusia, Costa, Lendinara. L’equipe di lavoro coglie l’occasione di questo incontro con i lettori per ringraziare sia della partecipazione che degli apprezzamenti avuti dai visitatori.”

    Durante il periodo della mostra è stata garantita alle classi una visita guidata, a volte i relatori sono stati gli allievi stessi, ed è stato distribuito agli insegnanti interessati una copia del CD di presentazione appositamente studiato per un uso didattico.

    “Millequattrocento le presenze stimate e fra queste abbiamo avuto il piacere di ospitare il Sindaco di Rovigo dott. Paolo Avezzù, che ha accompagnato personalmente la delegazione di Tulcea (Romania) in visita alla Città. Certamente con iniziative come questa, la nostra Scuola – sottolinea compiaciuto il prof. Gandolfi, si pone all’attenzione della cittadinanza dando anche occasione di approfondimento sulle nostre radici culturali”.

    Soddisfatto anche il Dirigente Scolastico prof. Enzo Ortolan “ Quello che proponiamo ai nostri giovani è di essere protagonisti della loro formazione tecnica ed umana; spesso attraverso queste iniziative riusciamo a recuperare nuove motivazioni oltre che potenziare il senso di appartenenza dei nostri allievi al loro Istituto. Certamente la proposta era complessa ed ambiziosa ma, lavorando con determinazione e con la solita umiltà, alla fine i risultati hanno gratificato tutto il corpo docente e non docente del nostro Istituto. Particolarmente gradito l’apprezzamento molto qualificato della dott.ssa Bonomi che ha proposto ulteriori forme di collaborazione che vanno dal rilievo di siti archeologici ad una forma di Convenzione per acquisire il lavoro ai fini didattici”.

    Non resta che concludere che, se la scuola sta cambiando, questa sembra essere la direzione giusta e invitare i futuri geometri a cimentarsi con nuovi argomenti, con nuove sfide: li aspettiamo con curiosità e fiducia nella qualità del lavoro che hanno dimostrato di saper produrre.

  • Un’opera d’arte per S. Antonio

    Un’opera d’arte per S. Antonio

    Impegno, fantasia ed originalità sono all’origine di una straordinaria iniziativa adottata dall’ Amministrazione Comunale di Salara per potere dare corso al recupero e restauro di un pregevole oratorio del XVII secolo. L’ideazione e realizzazione di una “Mostra-Mercato” di quadri e fotografie d’ autore che è divenuta il tramite per la raccolta di una parte dei fondi occorrenti, circa 20.000,00 Euro, secondo il progetto approvato dalla Soprintendenza ai Beni architettonici del Veneto.

    L’ Oratorio di S. Antonio, posto all’ incrocio di un trivio vicino al centro del paese, risale alla metà del 1600, in pregevoli forme, con frontone sporgente, rimarcato e dentellato, alquanto rialzato sul tetto con robusti pinnacoli ed un elegante campanino a cavaliere con campana. L’opera con all’ interno un bell’altare del Santo accoglie lapidi, iscrizioni e tombe che sono parte della memoria storica del paese.

    Ed appunto la salvaguardia della memoria storica di una comunità, scrive il Sindaco Francesco Sprocatti nel catalogo di presentazione delle opere in mostra, passa necessariamente attraverso il recupero delle testimonianze architettoniche civili e religiose presenti sul territorio.

    Ecco allora l’idea geniale, di quelle destinate a restare nella memoria e guadagnarsi il consenso, l’ interesse e la stima assieme al coinvolgimento di tante persone. Interpellare fra la cerchia di amici pittori e di tanti amici e colleghi fotografi di fama anche internazionale, per verificare la possibilità di offrire una loro opera, con il cui ricavato finanziare i lavori di restauro della chiesetta. Il risultato è stato a dir poco sorprendente. Hanno risposto con entusiasmo ben ventitre artisti che hanno dato vita a una raccolta di oltre quaranta opere.

    Questi gli artisti nell’ordine: Vittorio Ardizzoni, fotografo di S. Agostino; Maurizio Barozzi, pittore di Ceneselli; Ilario Bellinazzi, incisore di Rovigo; Gianni Berengo Gardin, fotografo di Milano; Roberto Bianchi, fotografo di Verona; Fausto Bolognini, pittore di Calto; Dario Borsatti, fotografo di Ostiglia; Pier Giorgio Branzi, fotografo-incisore di Roma; Valter Breveglieri, fotografo di Bologna; Vanni Calanca, fotografo di Mirandola; Gianni Cappello, fotografo di Lendinara; Gianni Cestari, pittore di Bondeno; Lino Guidoni, fotografo di Vigarano Mainarda; Antonio Ghirotto, pittore di Salara; Mario Lasalandra, fotografo di Este; Giuseppe Lavezzo, pittore di Trecenta; Vittorino Morari, pittore di Treviso; Cesare Polico, pittore di Albignasego; Ermes Simili, pittore di Castelmassa; Francesco Sprocatti, fotografo di Salara; Germano Sprocatti, fotografo-incisore di Castelmassa; Paolo Zambonin, pittore di Casatelguglielmo; Mario Zaramella, fotografo di Castelmassa.

    La “mostra-mercato”, con esposizione delle opere presso la sala civica comunale, è stata inaugurata il 21 dicembre 2003 con presentazione a cura del prof. Sergio Garbato. Il 04 gennaio si è tenuta la pubblica aggiudicazione delle opere mediante apertura delle offerte segrete che ha permesso l’assegnazione di ben ventitré opere ed un primo ricavo di 4.006,60 Euro.

    Per le opere non assegnate l’Amministrazione ha organizzato per il 18 gennaio un’asta pubblica partendo dal prezzo base fissato in catalogo con eventuali aumenti di cinque Euro. Anche questa seconda iniziativa ha dato risultati favorevoli, permettendo di assegnare quasi tutte le opere offerte raggiungendo il ragguardevole ed insperato incasso di 6.091,60 Euro in totale.

    Nel frattempo la Biblioteca Comunale tramite il giornalino “Il Mio Paese”, ha varato una libera sottoscrizione di offerte finalizzate sempre al restauro del “S. Antonio”.

    A conclusione della riuscita iniziativa diremo che la volontà e la creatività di una paese ha centrato lo scopo per far sì che la comunità di Salara possa riappropriarsi di un bene che rappresenta la propria identità culturale da trasmettere nelle migliori condizioni alle future generazioni.

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