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Archivi: Articoli d’archivio

  • Origami

    Origami

    LIEVE ETERNITÀ

    Non piangere di tristezza, essa è lieve, come il sogno. Le pietre si prostrano, si consumano allo scorrere del tempo, e i ricordi sbiadiscono. Ma ciò che è soave eternamente rimane. Leggera è la brezza del vento, tenue è la carezza, lieve è l’anima. Siamo angeli, senza principio, né fine. La nostra voce, come una nenia, si perde nell’infinità del mare.

    LUCE SVELATA

    Nell’immensità sofferta di una lacrima, scopro indifeso un messaggio d’amore.

    SILENZI SENZA SOGNI

    La voce della marea perpetua parole che non colmano vuoti d’anima. Solitudini ferite, da silenzi senza sogni, fluttuano nostalgiche al crepuscolo di una speranza. Chimere si profumano tra le rose, rosse di tramonto. Il vento dilegua musiche del cuore, echi lontani di ricordi, con note ritmiche di ritorni. Sere senza favole, aromi di fiori riempiono l’aria, restano mani sole, silenzi senza sogni.

    ORIGAMI

    Diafana, dietro lenti ispessite la vita dilegua pallidi ricordi. Mesti sorrisi scavano solchi di pensieri a mezz’aria… parole non dette. Incerta paura si dilegua scarna, vuota, solinga. Origami di carta, belli come troppe parole, solo parole, accartocciate dalla realtà.

    Solitario rimane un vuoto di carta.

    SENZA PRIMAVERA

    Bambino sfiorito, fermo all’angolo della strada, negli occhi sogni fatti a pezzi. Lo sguardo dolce, di una tristezza infinita, trafigge il cuore. Un’anima senza sussurri di primavere, senza spiragli di sole.

    Speranze negate, feriscono come gelide lame. Con la tua piccola mano chiedi soldi e carità. Non domandi affetto o giochi! Ti hanno rubato l’infanzia, le prime verdi fantasie.

    La notte dove dormi? Chissà se la tua preghiera, scioglie un poco, questa oscura indifferenza.

    PROFUMO DI GRANO

    Come in un quadro, echeggiano i colori della mia terra, profumata di grano. Fiumi azzurri scavano la verde pianura tempestata dal rosso dei papaveri. Schegge di luna illuminano le pietre delle case, sino all’alba. Il vento raccoglie i racconti dei nonni e li porta lontano, fin dove brillano i sogni. Gli occhi del tempo scrivono ricordi sulle piazze, l’orologio scandisce lo scorrere degli anni. Le campane rintoccano l’ora della preghiera, si annusano fragranze di sapori antichi.

    SCROSCIO DI MALINCONIA

    Gocce di lacrime Scendono dal cielo. Pioggia triste che cade, in una giornata grigia ed uggiosa.

    Malinconia.

    Polvere bagnata di nuvola m’incarta l’anima infreddolita. Scintille di nebbia color ferro, come rugiada, mi bagnano gli occhi, d’improvviso piango.

    Nostalgia.

    Cumuli di fumo caliginoso, mi graffiano il cuore. Vapori di perle cineree Stridono pensieri lividi e smarriti.

    Perdersi.

    ANIME CON LE ALI

    La voce del cuore, sussurra incantesimi di vita. Lampi di sguardi, misteri svelati dagli occhi. La mente parla, rammenta l’essenza di anime con le ali.

    Rimangono solitari solo pensieri di mare, di monti e di verde, di giorni trascorsi, vissuti veloci, come un soffio di vento. Al di là del tempo, ai piedi della conoscenza, cadono le vesti umane, libere volteggiano anime con le ali.

    La deliziosa coppa del mondo, perderà il suo sapore, i beni terreni non hanno valore. Pensieri più alti dei monti, liberi da catene, volano per amore, cantano di gioia.

    Anime con le ali Raggiungono splendide vette, la vita pulserà ancora tra le mani.

    IL CUORE E L’ANIMA

    Il cuore e l’anima, stanchi ed ubriachi di dolore, abbracciati camminano per strada, alla ricerca dell’estasi della ragione.

    MAI AMATO TANTO

    Figlio mio, generato dall’amore di due anime, ti ho amato tanto, come non ho amato mai. Fragile come un fiore appena sbocciato, con passi incerti, ti sei incamminato verso il destino.

    Con la vita tra le mani, hai fatto scelte, hai affrontato amarezze. Con le tue suppliche ed i miei no, abbiamo reagito insieme, affinché il calice della tua vita, non rimanesse vuoto del tutto.

    Ma credimi, non ti ho mai amato tanto, come quando, per il tuo bene, ho dovuto farti soffrire!

  • Guerriero

    Guerriero

    Ho sognato infinite strade accanto a te per non perdere l’orizzonte ……………… Riaverti accanto è riaccendere i sogni dopo aver sbriciolato in mille pezzi l’antica mappa della vita. (“Riaverti”, da: “Non solo amore” di Roberta Fava)

    N. pulì le dita nello straccio e immerse il pennello nell’acquaragia. Era stanca, gli occhi pizzicavano a causa del lungo sforzo sostenuto e dei vapori acri dei solventi. Non era ancora soddisfatta, ma la tela presentava dei progressi rispetto all’abbozzo iniziale. N. si versò un bicchier d’acqua, usando le parti delle dita non macchiate di colore e rovesciando qualche goccia nel bere. Sfilò il grembiule, dove sbaffi di colori diversi coprivano quasi del tutto il disegno originario della stoffa; si lasciò andare sulla poltrona con un profondo sospiro e chiuse gli occhi.

    Erano passati minuti, pochi o tanti?

    Il buio era già sceso ma le cose intorno, le luci e le ombre erano sempre uguali. Lui non era tornato, e non ci contava quasi più. Ci sono storie che proseguono dritte, lungo strade piane e illuminate, altre trovano sbarre o abissi a troncarle, altre ancora si perdono in meandri e labirinti, sempre più buie. Così era la sua storia con M, che durava da alcuni anni, ma sembrava essersi impantanata.

    La tristezza era una compagna quieta e costante per lei da alcuni mesi, da quando M. aveva accettato quel lavoro in Messico. Era fotografo naturalista, ben quotato e ricercato dalle riviste del settore. Aveva viaggiato spesso da quando stavano insieme, ma mai così lontano e per tanto tempo.

    N. andò alla finestra. Da lì, terzo piano, le luci posate sui fianchi dei colli formavano alberi di Natale in ogni stagione, destando nostalgie di tempi migliori.

    Si riscosse: c’era il lavoro da finire, il progetto degli affreschi per la nuova chiesa di uno di quei paesi martoriati dalla guerra ma determinato a rinascere. Avrebbe lavorato quasi gratuitamente, e ne era felice.

    L’altra opera incompiuta, la tela molto ampia, ambizione forse esagerata ma da tempo inseguita, su cui avrebbe rappresentato una scena della vita di Gesù era sul cavalletto. Aveva scelto un episodio marginale, uno dei tanti miracoli: il risanamento dell’emorroissa. La scelta, sofferta, era scaturita dalle lunghe discussioni che N. tanto amava dentro i gruppi delle associazioni di cui aveva fatto parte, quando stava in città. Fede, pace, giustizia, solidarietà, iniziative che la coinvolgevano sul piano concreto e le impegnavano tempo, energie ed emotività. Finché non aveva retto più ed era fuggita.

    Un amico le aveva procurato quell’appartamento in prestito per tre mesi; aveva bisogno di solitudine e riposo. Non poteva più lavorare, non aveva più idee immagini o fantasie da regalare al mondo. Lì ad Asolo, paese incantato, aveva passato lunghe ore nell’antica chiesa di Santa Caterina, lasciandosi scivolare dentro la pace del luogo, la spiritualità che impregnava le mura e l’aria stessa, con il suo sentore di muffa e incenso. La figura di un Gesù dolce e pietoso, che usava misericordia verso gli infelici, che poneva le mani sul dolore di corpi e cuori devastati, toccava in lei corde profonde che avevano fatto nascere l’esigenza di palesarle e condividerle con altri.

    Ne aveva parlato con M., laico mangiapreti dalla sensibilità mistica ma volta innanzitutto all’uomo, in lunghe dispute sull’orlo del litigio e della rottura.

    Lui l’accusava di cieco bigottismo, lei gli rinfacciava un atteggiamento di comodo, valido a giustificare ogni comportamento al di fuori di regole e valori. Ricordava bene quella sera: M. se n’era andato sbattendo la porta e lei era rimasta a piangere per ore, sentendosi perduta e senza direzione. Non si erano rivisti per due giorni, durante i quali, si erano confessati poi avevano riconsiderato se stessi e il loro stare insieme, mettendo a nudo nervi e sangue.

    La luna si era levata, bassa sull’orizzonte, rossa come una ferita del cielo, coprendo con il suo dolore il brillare delle stelle.

    M. si era ripresentato due giorni più tardi, dritto sulla porta, con una scusa e un addio. Si erano chiesti perdono a vicenda, poi lui aveva detto che sarebbe partito. Messico. Dall’altra parte dell’Universo. Per un tempo infinito come l’eco del Big Bang.

    Lei gli aveva stretto le braccia al collo, si erano baciati come la prima volta, con ansia e paura, con desiderio e tenerezza, con la volontà di non chiudersi il cuore e trovare una strada nuova per incontrarsi. L’amore di quella notte era stato bufera e miracolo, e pioggia di arcobaleno, fino a che la luce bianca e nebbiosa dell’alba aveva rivelato occhiaie e tracce di lacrime mescolate ai sorrisi.

    “Ti porterò un sombrero.” M. cercava di farla ridere.

    “E ti farai crescere i baffi alla Zapata?”

    Erano usciti a camminare mano nella mano, quando ancora poche auto scivolavano silenziose accarezzando con i fari l’asfalto umido. Le statue della piazza si levavano con la testa avvolta in fiocchi di spuma d’aria e i colombi gorgogliavano rattrappiti e gonfi di freddo.

    “Tornerai?”

    “Sì. Ma non so quando. Se il mio lavoro sarà apprezzato, dovrò andare forse anche in Cile.”

    “Devo aspettarti?”

    “Lo vuoi fare?”

    “Sì.”

    “Allora aspettami. Io voglio tornare da te.”

    I giorni si erano sbriciolati uno dopo l’altro, lasciando scie polverose e inutili. Fino a che N. aveva deciso di cambiare aria. Di riprovare a vivere.

    Dipingere quella tela era indispensabile per lasciar rifiorire la sua anima e N. aveva trascurato tutto il resto. Schizzi e prospettive avevano riempito fogli e pezzi di carta, fino a trarre da tante parti distinte una composizione unitaria e armonica, una scena fitta di volti e tipi eterogenei, che avevano il fulcro nello sfiorare lieve della mano del Cristo sulle dita levate della donna. Gesù con le donne era stato buono, generoso, così diverso dagli uomini del suo tempo e di sempre. Anche quelle che il popolo considerava immonde peccatrici erano, ai suoi occhi, creature degne di onore e di salvezza. Erano esseri umani. Esseri. Anime e corpi. Spirito carne e cuore. Uguali.

    Il consueto martellare da stress la colse alla tempia e N. decise di uscire. Non faceva troppo freddo e la notte era serena.

    Si diresse alla piazza, dove i lampioni, le voci e le auto scintillanti di luci davano allegria. Pochi turisti in quella stagione, e facce ormai conosciute. N. camminava per sentire la spinta delle gambe pompare sangue al cuore, le vene riscaldarsi e dilatarsi, rilassando i nervi tesi; oltrepassò il palazzo della “Divina” e la “casa dei matti”, come la definiva, fino alla chiesetta. Era chiusa, ma lei rimase seduta sui gradini del pozzo a fissare la facciata in penombra; la sensazione di pace era palpabile e intima.

    Passi leggeri si avvicinavano e N. si ritirò un po’ di più all’ombra del pozzo. La figura alta e veloce che passava sulla via di fronte le fece battere il cuore. Impossibile… M. si stava dirigendo verso casa sua, poco lontana. Un grosso zaino non sembrava rallentarlo e il profilo levato in alto, con l’onda dei capelli lunghi sul collo, era inconfondibile, unico.

    N. si alzò in piedi, ma non riuscì a parlare. M. si fermò, come se una voce misteriosa lo trattenesse. Si voltò e la vide. Lentamente, fece scivolare lo zaino dalle spalle, mentre lei si avvicinava con gambe malferme. Si tesero la mano, ritti uno di fronte all’altro.

    “Come hai fatto a…?” gli chiese.

    “Ti ho cercata. Mi hanno detto dov’eri.”

    “Quando sei tornato?”

    “La notte scorsa.”

    “E sei già qui?” sorrise N.

    “Credevo che ti avrebbe fatto pia…” non finì la frase perché lei gli si gettò fra le braccia.

    “Ti amo” gli disse, affondando il viso nel suo collo, tra la pelle e la camicia.

    “Anch’io ti amo. Volevo tornare prima, ho avuto degli imprevisti…”

    “Adesso sei qui. Va tutto bene.”

    “Voglio ricominciare, N. Sono stato in posti incredibili e ho avuto esperienze che non so se riuscirò a raccontare. Ma avevi ragione tu, in molte cose. Ne parleremo, voglio che tu sappia che sono cambiato. Spero in meglio.”

    “A me andavi bene anche com’eri.”

    Il bacio che si scambiarono era nuovo e diverso, uno scambio d’amore e di pensieri, l’inizio di una ricerca.

    “Cosa facevi qui sola, a quest’ora?”

    “Una passeggiata. Non so, forse sapevo che ti avrei incontrato.”

    “Sei un’indovina?” sorrise e le accarezzò la guancia con una tenerezza che lei non gli conosceva ancora. “Una strega?”

    N. si voltò a guardare la facciata della Chiesa di Santa Caterina. Non si trattava di stregoneria.

    Prima di aprire la porta, lo trattenne.

    “C’è una cosa che non so se…” esitò.

    “Hai un amante nascosto lì dentro?”

    Lei scrollò le spalle e lo fece entrare. Al chiarore che veniva dalle finestre aperte lo guidò davanti al cavalletto, poi andò ad accendere la luce.

  • Autunno

    Autunno

    SETTEMBRE

    D’altro tempo mi tornano in mente giardini d’antiche case patrizie, di quando non passava per le vie della città il traffico dei mezzi di oggidì; solo poche vetture e qualche camion, motivo per cui, con la strada libera, biciclette e pedoni andavan via sicuri.

    Procedeva la giornata in ritmi piani e lievi, e pareva ci fosse davanti a noi sempre tanto tempo. Specie di settembre, che l’estate non è più la calda, afosa stagione dei mesi addietro, il cielo è più nitido, e nell’aria dolce, che ci avvolge, si sente un desiderio di quiete, di pace. Eppure oggi, per tutto l’andirivieni dei mezzi meccanici nel trionfo della macchina, anche questo mese risulta molto lontano dal passato, perché si va avanti sempre più all’insegna della fretta e non si gusta nulla, nemmeno di settembre, così caro ieri che eravamo ragazzi.

    Infatti, andando per via, come ci piacevano le piante dei giardini privati, che sporgevano dietro il muro di cinta!

    Proprio per questo si preferivano le strade dove c’erano; piaceva contemplarle nella quiete dell’ora pomeridiana; quel momento in cui tutti noi, giovani d’ambo i sessi, che ancora studiavamo, all’Università ormai, andavamo in passeggiata. Non misti, ché allora non usava, ma loro per conto proprio noi per il nostro, però ci si pensava, mentre si parlava d’altro, portando l’occhio alle foglie degli alberi, che col tempo non erano più di color verde intenso, ma incominciavano a sbiadire, alcune anche, già morivano agli orli; comunque ce n’eran tante ancora fresche e l’albero pareva intatto nel suo vigore, per quanto s’avvertisse, di giorno in giorno, una certa malinconia che s’affacciava, ed era l’autunno alle porte.

    La stagione era sul finire, eppure, proprio nel suo tramonto attirava maggiormente, perché una lieve malinconia penetrava dovunque, senza recar tristezza, anzi, nell’ora che calava, ancora tuttavia metà in luce, aveva il fascino delle cose in penombra, simili alle parole che si dicono sommessamente e scendono nell’animo con la delicatezza dell’intimità.

    Anche le canzoni che si sentivano alle spalle, e venivano avanti sommesse, s’intonavano al momento, perché ricordavano un amore finito, chiusa ormai la stagione. Infatti le parole sapevano d’addio, perché i tempi delle passeggiate, degli appuntamenti erano terminati.

    Il nostro passeggio lungo i giardini presto si rarefaceva. Non se ne parlava, ma il senso del termine era nelle parole dette lentamente, quasi anche con una certa carezza, che c’è pure nei commiati. E magari passavano per di lì i nostri compagni di studi; passavano sorridendo e ci salutavano.

    UNA GIORNATA VENTOSA

    Quel giorno il vento s’era levato minaccioso, e i rami degli alberi, sbattuti selvaggiamente, mandavano un rumore impressionante.

    Durò tutto un pomeriggio e si sperò che nella notte s’acquietasse. Invece, l’indomani soffiava ancora di prepotenza. Ma incominciò a far capolino, più tardi, il sole, prima assente, e ogni tanto si guardava nella speranza che si allargasse e il vento si restringesse.

    E così incominciò ad accadere, per il respiro dell’anima, verso il mezzogiorno.

    Si vide infatti, a poco a poco, il grigio dell’aria penetrato di chiaro, e il suolo, le case, risultarono come metà in ombra e metà in luce. Il vento aveva perduto della sua aggressività; ancora energico, robusto, sparpagliava a terra i rami rotti, ma gli alberi non mulinavano più, e l’oleandro, in specie, bello nel rosa lieve e delicato, mi diminuì di pena.

    Io uscii di casa, per una semplice sortita, qualche ora dopo aver pranzato, e imboccai il cortile interno, in ombra, fra muri, tranne all’apertura, da cui immetteva nell’altro, in faccia alla strada divisa dal cancello; e lì mi fermai, nello spazio illuminato, ben al di qua dello spigolo di sinistra; tanta parte quindi, oltre l’angolo, mi rimaneva ignota: era scura, era chiara, mah! Non sapevo; e non me ne importava, preso come mi trovai di colpo, nella luce, da una sensazione di tempi passati, che m’arrestò per ascoltarli.

    I giorni lontani vennero col vento che schioccava in là, dietro il muro, e mandava verso la fascia scoperta, lingue d’ombra, in rami smossi rudemente; era tutto un guizzare, nell’aria, di disegni scuri, impalpabili, e giù, sul cemento, uno scorrer di legni.

    C’era una limpidezza all’intorno, si avvertiva un senso di fresco, e io mi trovai, con la memoria, davanti a un giardino, dove il vento adunava le foglie cadute e poi le riscompigliava; l’aria era illuminata, l’ora era quella.

    Risentivo l’energia della giovinezza, in quella giornata nervosa e tersa, mentre mi veniva la convinzione di poter ripartire, con forze rinnovate, per una vita diversa, desiderata; ma subito dopo, ecco quel giardino, le foglie cadute; altre, gialle, sui rami, e io a dodici anni, solo, davanti ad esso; non passa nessuno per la strada, i compagni, strano!

    Se ne sono andati tutti, e io ho dentro un senso di disagio, nella giornata d’autunno.

  • La vigilia

    La vigilia

    I lampioni, di fuori, illuminavano le strade del centro. Faceva freddo, e la gente, avvolta da sciarpe ed eleganti cappotti, camminava in fretta sorridendo tra sé e sé. Tutti, nel loro singolo, avevano qualcosa d’importante da fare, qualcosa di bello a cui pensare. I negozi nelle piazze, sarebbero rimasti aperti fino a tardi.

    Era la vigilia. La vigilia di Natale.

    Io, in compagnia di un gruppo d’amici, ero seduto all’interno di un piccolo locale. Era un posto piccino, ma confortevole e pulito. La luce, che si posava sui tavoli di legno chiaro, era proprio bella. Era luce dai riflessi arancio mandarino. Luce natalizia.

    Anche l’aroma tutt’intorno, nell’aria, era quello del Natale. Odore d’agrumi, di noci, arachidi e castagne, si spandeva come dolce musica nell’atmosfera. Al centro della tavola tonda, alla quale eravamo seduti, v’era una caraffa colma di vino caldo ed aromatizzato. Io, bevevo a piccoli sorsi dal mio bicchiere, guardandomi intorno.

    Saranno state le sette di sera; e non mi sentivo pienamente felice.

    Sì, tutt’intorno era perfetto; era caldo, profumato, colorato e sorridente, ma ugualmente qualcosa mi mancava. Un inafferrabile, essenziale particolare, non era presente.

    Seduto comodamente al mio tavolo, lasciandomi cullare dai tranquilli e rilassati discorsi degli amici, ho iniziato così a riflettere sui miei Natali già trascorsi. Anche se in maniera un tantino confusa, riuscivo a ricordarne molti, forse addirittura tutti, perché tutti erano legati tra loro dalla medesima, magica emozione. E più il ricordo era lontano, più la reminescenza di tale emozione mi pareva crescere. Rivedevo nella memoria la stessa, bella luce di quella sera, gli stessi felici aromi natalizi. Gli stessi volti sorridenti e rilassati. I fiochi lumi nostalgici lungo i vicoli della città. Lo sfolgorio dei mille pacchetti colorati. L’enorme pino, trasportato al centro della piazza per essere vestito di luce. Il tutto, anni fa, potevo osservarlo, guidato dalle grandi mani di mamma e papà.

    Ora c’erano gli amici; ma non era la stessa cosa. La stanza del locale era calda, le luci ed i colori erano caldi. Persino il vino, al sapore e al tatto, era caldo. Eppure, io non mi sentivo caldo. Non completamente.

    Oltre ai miei amici, all’interno del locale, c’erano altre persone. Ristretti gruppi d’individui, tra loro amici, forse parenti. A me sconosciuti. I gruppi, erano avvolti da ristretti cerchi di felicità.

    Ogni tavolo, attorno a sé, possedeva una sorta di muraglia, inaccessibile agli esterni. Una muraglia d’allegria. Ma nei piccoli spazi, tra un tavolo e l’altro, non v’era nulla.

    Sentivo che se mi fossi alzato per andare al bagno, valicando dunque la cinta intorno al mio tavolo, mi sarei sentito totalmente solo. Me ne stavo perciò lì; assaporavo il vino e ricordavo con nostalgia le grandi cene della vigilia in famiglia. Là, dove ogni volto era un volto amico e non v’era alcuna muraglia intorno, e se in casa, a mezzanotte, si fosse presentato un estraneo, al fine di formulare i suoi auguri, sarebbe stato accolto con calore ed invitato ad entrare. Tutti insieme avremmo fatto cerchio intorno a quest’ultimo arrivato, per poter porgere i nostri auguri, ed ogni minimo spazietto vuoto si sarebbe all’istante riempito di Natale.

    Allora eravamo in tanti, e tutti ci volevamo bene, e il vino era più rosso, ed i nostri sorrisi più robusti. Ognuno di noi poteva voltarsi e sorridere a chiunque, senza che l’altro lo guardasse con punto interrogativo, come a dire: “ Ma che vuoi da me?”.

    In quel locale, io non potevo girarmi e sorridere ad un estraneo. Non avrebbe capito.

    Alle antiche cene, poi, finito di mangiare si giocava tutti quanti a tombola puntando qualche moneta, e si rideva di gusto, e si scherzava, e si cantava. Tutti insieme. Tutti contenti. A mezzanotte si brindava per la nascita di Gesù e sempre tutti insieme, poi, si andava alla messa. Infine, ci si coricava a dormire con il cuore gonfio d’attesa per il giorno seguente, quando sotto l’albero si sarebbero trovati i regali. E ancora poi, insieme avremmo preparato e consumato il pranzo natalizio e avremmo riso, mangiato, bevuto, scherzato, di nuovo fino alla sera.

    Quello era il Natale.

    Ma dov’era finita oggi, quella grande, allegra compagnia di volti?

    Alcune delle persone che per anni avevano condiviso con me la gioia del Natale erano morte, altre, come capita spesso lungo i corridoi del tempo, erano svaniti nel nulla.

    E dov’era finita l’innocente gioia che allora riempiva il mio cuore?

    E la magica attesa?…

    E… io?

    Dov’ero finito io?

    Forse soffocato dal fumo di troppe sigarette… forse perduto tra i labirinti del dubbio, tra l’età che avanza e la realtà che assume peso e perde colore. Ecco cosa mancava; mancavo io.

    Ad un tratto, all’interno del locale accadde qualcosa. Entrò qualcuno. Si trattava di un gruppo di persone, all’incirca una trentina. Fecero capolino nella stanza senza preavviso, pigiandosi tra loro e facendosi spazio tra i tavolini.

    Tutti noi seduti; amici ed estranei ci voltammo a guardare stupiti. Quella gente, balzava immediatamente all’occhio; era vestita di una felicità diversa dalla nostra, e di un Natale più grande del nostro. Erano tutti amici.

    La loro genuina allegria, lo percepii subito, non era una cerchia, bensì un raggio che si stendeva tutt’intorno. Tutti loro sorridevano, luminosi e splendenti. Denti bianchi come avorio, occhi neri e lucenti. Erano tutti fratelli. Fratelli e sorelle. Neri.

    Portavano addosso pesanti pellicce, per proteggersi dal freddo di fuori. Benché fosse solo la vigilia, iniziarono a distribuire con enorme vivacità i propri auguri a tutti noi, sorridendo ad ognuno.

    All’inizio, noi bianchi, rimanemmo straniti. Il classico “punto di domanda” spuntò, mio malgrado, anche nel mio viso. Poi, all’improvviso, uno di loro intonò un canto e gli altri, quasi all’unisono, si unirono a lui.

    Un altro, nel frattempo, si era seduto di fronte al piccolo pianoforte a muro posto in un angolo della stanza, ed aveva cominciato a suonare allegramente. La canzone era: “Oh happy day’s.”

    Lo scenario che in pochi attimi era andato a delinearsi, aveva senza dubbio del surreale. Un pigiato gruppo di neri in pelliccia, fa capolino all’interno di un minuscolo locale italiano, ed inizia a cantare in maniera intonata e piena di ispirazione “Oh happy day’s”. In perfetta armonia, battendo le mani, ed incitando tutti a battere le mani, tra lo sguardo inebetito e meravigliato dei bianchi presenti.

    Una grossa e bella sorellona, ogni tanto si staccava dal coro, e con voce alta e magnifica faceva eco ai ritornelli della canzone.

    All’inizio, come fossimo al teatro, tutti restammo seduti, a bocca aperta a guardare, senza comprendere a pieno.

    Poi qualcuno di noi bianchi, (devo ammettere che fui io) si alzò in piedi unendosi al coro di voci, e subito fu preso sottobraccio dai fratelli, che annuendo con la testa, annuendo e sorridendo bonariamente, gli fecero intendere quanto fossero lieti della cosa.

    OH HAPPY DAYS…

    OHH HAPPY DAYYYYSSS

    Con le mani invitavano noi ad alzarci. Un altro dei nostri si alzò, ed immediatamente venne accolto da mille braccia allegre…

    OH HAPPY DAYS…

    OH HAPPY DAYYYYSSS

    … un altro allora si unì a loro… ed uno ancora.

    Di punto in bianco il cuore mio venne contagiato da quell’antica allegria, e mi alzai in piedi vibrante d’emozione. Una donna nera cinse il suo braccio attorno alla mia vita, mi urlò: “AUGURI!” e subito riprese a cantare, ed io con lei.

    Se mai nella vita posso dire di aver assistito ad un miracolo, quello lo era. Poco dopo tutta la gente del locale era in piedi e cantava. Le nostre teste, ubriache ed incredule, ruotavano di continuo alla ricerca di sguardi, perché magicamente non ci sentivamo più estranei, posso giurarlo, in quei momenti incredibili si aveva l’impressione d’essere veramente fratelli, e tutti rapiti dalla stessa, smisurata felicità. Eravamo tutti fratelli, tutti vecchi amici, tutti bambini.

    Erano bastati pochi istanti, ed ogni angolo di quel locale, persino il bagno, straripava già di Natale.

  • La creatività di Elena Tescaro

    La creatività di Elena Tescaro

    In una casa a Rivà, frazione di Ariano Polesine, abitazione molto particolare, sulle cui pareti sono poste maschere africane (alcune create dalla proprietaria) e vari quadri, abitano i coniugi Flores Roncon ed Elena Tescaro, da un anno tornati dalla Bolivia, dove si trovavano per il lavoro di lui che è perito meccanico.

    La loro è “un’avventura” tra l’Africa e l’America latina, iniziata dal 1997 e che dura tuttora, presso i villaggi africani e boliviani.

    E lei, Elena Tescaro, a contatto con queste civiltà, usanze e tradizioni, ha visto fiorire la sua creatività, imparando a dipingere, creando con la cartapesta cesti, ventagli, cappelli, bassorilievi per vasi, sottopiatti, maschere, anelli ed altro, colorando la seta con prodotti vegetali e dipingendola, apprendendo la tecnica di preparare i batik, di usare le pietre dure per fare collane, bracciali, dipingendo sassi, dipingendo vetri e vetrate e creando mosaici. Restaura mobili, costruisce scatole, abbellite con lamine sbalzate d’argento, cornici ed altro ancora.

    Il suo primo incontro con l’Africa, Elena, l’ha avuto nel 1977, con il matrimonio con Flores, seguìto dal trasferimento da Padova dove lavorava, in un villaggio in Africa, nel Ruanda, dove è rimasta fino al 1979. L’impatto è stato un po’ duro all’inizio, ma il suo spirito di adattamento l’ha aiutata ad affrontare le varie problematiche e i disagi della situazione; l’ha però rafforzata nello spirito, rendendola più forte e insegnandole a non aver più paura di niente.

    Il mal d’Africa l’ha “colpita” presto e, non potendo dimenticare i paesaggi africani, gli animali – zebre, gazzelle, rinoceronti, bufali, ippopotami, giraffe, elefanti e scimmie – con cui era spesso a contatto, dopo una pausa nel paese nativo di Rivà, ripartiva con gioia, seguendo il marito che faceva parte di un programma agricolo-pastorale ora sostenuto dagli Stati Uniti, ora dalla Comunità Europea, ora dal Ministero degli Esteri italiano, i cui compiti, per lui, erano riservati alla parte meccanica. Elena, invece, seguiva un po’ la parte amministrativa e soprattutto creativa, insegnando alle ragazze e alle donne a ricamare, a cucire ed altro, imparando a sua volta le attività “artistiche” locali.

    Dal 1980 al 1982 con il marito si è recata in un villaggio dell’Angola, dal 1983 al 1985 in un villaggio del Benin che ancora ricorda con affetto. Nel 1986 in Mauritania e in Senegal; nel 1987-89 in Mali e Niger. Era bella l’avventura africana, dove ogni giorno si presentava un nuovo modo di affrontare la vita e dove il contatto con un altro popolo che viveva la vita in modo più essenziale, le è rimasto nel cuore. L’incontro con le tribù del Masai, dei Tutsi, degli Hutsi hanno dato a lei e al marito Flores una maturazione umana; ed Elena è divenuta una donna sensibile, aperta ai problemi degli altri.

    Il 1990 la vede dall’altra parte dell’oceano Atlantico, in America latina, in Bolivia, fino al 1993 in un villaggio ai confini con l’Argentina. Dopo un breve periodo italiano 1994-95, durante il quale gestiva un negozio di grafica a Taglio di Po e dove già esponeva anche le sue realizzazioni (batik, tele, statuette ed altro), ripartiva per la Bolivia a Santa Cruz, fino a settembre 2002.

    Una nuova terra, l’America, a detta di Elena Tescaro più vicina a noi popoli latini, anche se la sua economia è indietro di circa 50 anni, con i suoi mercati, dove si trova la pasta sciolta, lo strutto, ecc., come una volta da noi.

    Grazie a questi suoi spostamenti, ha potuto usare e approfondire le lingue: il francese, l’inglese, lo spagnolo e il portoghese.

    Le manca l’Africa per la vita solare di quei posti, per la tranquillità, lontana dalla frenesia della vita moderna. Queste esperienze l’hanno fatta riflettere sui veri valori umani e sui legami sociali di gruppo e di famiglia che da noi stanno, ormai, frantumandosi.

    In Bolivia, inoltre, ha avuto anche per due anni e mezzo, la direzione di un club sportivo, fornito di sauna, piscina, palestra con il ristorante. La Tescaro organizzava gustosi pranzi all’italiana per matrimoni, compleanni, debutti in società (il loro debutto è a 15 anni e non a 18, come in Europa e italia) cerimonie ecc.

    Inoltre, sempre in Bolivia, ha partecipato come pilota ai rally nel 1997, come unica donna in quello Stato, assieme a suo marito e con lui è stata copilota e assistente.

    Ha portato, in Bolivia, la conoscenza della pittura sul vetro che non conoscevano e la pittura sui sassi.

    Ora in Italia continua la sua attività artistica, usando anche lo stencil per le pareti nella casa e pure il tromp-l’oeil.

    Un’esistenza al di fuori degli schemi comuni, la sua; una vita che l’ha messa in contatto con esperienze mondiali; è stato uno scambio culturale e sociale reciproco: il suo donare le sue conoscenze le sue esperienze umane e creative e il riceverne altre ugualmente importanti e valide.

    Una donna dalle mani preziose, Elena Tescaro, che crea degli oggetti bellissimi con tutte le tecniche apprese in questi anni.

    Trova l’Italia molto cambiata, non sempre in meglio, un’Italia che porta nel cuore, però, quando è in Africa o in America latina, ma la nostalgia è superata dalla visione degli stupendi paesaggi africani o dalla serenità della vita familiare.

    Altri progetti attendono lei e il marito, in futuro, in Africa o in America; loro sono pronti ad affrontare altre avventure.

  • Il lirismo di Delfina Sgobbi

    Il lirismo di Delfina Sgobbi

    Si riscontra nella pittura di Delfina Sgobbi Casaro una vena creativa che emerge, per incanto, dalla magia del colore, dando vita a scenografie di cui è unica artefice.

    Nativa di Chioggia, Delfina ha frequentato corsi di pittura su vetro, su ceramica e su rame a Siena sotto la guida di un insigne artista toscano. Si è poi dedicata all’insegnamento per trentacinque anni e, per oltre vent’anni, è stata docente presso le scuole di Lusia, suo paese d’adozione.

    A Lusia, oltre che dedicarsi all’attività pittorica, ha fondato l’associazione culturale “Araba Fenice” di cui è attuale presidente, nonché la compagnia teatrale “I Lusiani”.

    E’ inoltre vice presidente del comitato di gestione della locale biblioteca comunale.

    Dotata di una personalità vibrante ed eclettica, Delfina Sgobbi ama ritrarre nei suoi quadri volti di bambini dagli sguardi intensi, oppure delicate e variopinte composizioni floreali, o ancora dalle calde sfumature.

    La pittura di questa artistica offre una vasta tematica, testimonianze di un impegno serio e qualificato, sulla base di una figurazione tradizionale che trae origine dall’impressionismo, ma si sviluppa con autonomia, dando prova di una forte personalità dotata di una sensibilità spontanea e vivace.

    La luce, che penetra i suoi dipinti, è rugiadosa e palpitante e si esprime in un amplesso armonioso di forme che sono il frutto di una naturale esperienza, cosicché nel quadro si attua una fusione emozionale, sostenuta da notevole equilibrio.

    Nel disegno, Delfina predilige la figura intesa come ritratto e quindi come trasposizione della personalità nel soggetto e non come semplice traduzione estetica e stilistica.

    La pittrice sulla tela si esprime con garbo e mano felice, dando di sé l’immagine di un’artista sensibile nel cogliere atteggiamenti e mutamenti dei soggetti e soprattutto in grado di eseguire il proprio lavoro secondo una impostazione stilistica matura.

    Pittrice di raggiante freschezza, sprigiona nelle sue opere sia su tela che su rame e su vetro, una forza vitale particolarmente apprezzata nelle composizioni floreali. Nell’intrico degli steli e delle foglie minute, dei pistilli e delle corolle, dei petali e dei boccioli, i colori trovano un’esaltazione timbrica modulata, variegata e intensamente lirica.

    Non c’è spazio sprecato nei quadri di Delfina, ma c’è semplicità, schiettezza, emozione; c’è passione per la bellezza, per la natura in tutte le sue forme, per l’innocenza, per la purezza di sguardi bambini.

    I suoi paesaggi sono ricchi di particolari, nulla sfugge all’occhio della pittrice, e quindi al suo pennello.

    L’artista sa cogliere gli attimi fuggenti più poetici, l’armonioso ritmo dei rami, la musicalità del fruscio delle foglie, creando un suo mondo denso di intensa carica emotiva.

    • “Lusia, oltre il fiume” e “Lusia, torre Morosini”. Quest’ultimo quadro è stato collocato nella Sala Consiliare del comune polacco di Igolomia-Wawrenczjce, dono dell’Amministrazione Comunale di Lusia, in occasione di una recente visita ufficiale.

  • Le “storie” di Ermes Simili

    Le “storie” di Ermes Simili

    Per la riapertura della Sala Celio, qualificato spazio espositivo nel cuore di Rovigo, la scelta dell’Amministrazione Provinciale si è indirizzata su Ermes Simili, artista “polesano” profondamente legato alla sua terra, anzi alla sua Castelmassa, dove è nato, ha studiato all’Istituto d’Arte e dove ha insegnato per 40 anni senza mai interrompere l’attività creativa, premiata da lusinghieri riconoscimenti ben al di là dei confini della provincia, Verona, Ferrara, Venezia, Padova, tanto per citare alcune delle città che hanno ospitato la sua produzione artistica.

    Simili incomincia a dipingere negli anni della guerra quando sul mercato i colori non erano reperibili. E lui cerca in campagna fiori ed erbe e dai loro impasti crea i colori che stende poi sulla tela. Negli anni ‘50, Ermes Simili “esplode”. Vince numerosi premi. E continua a vincerne. Il suo nome appare sulla Enciclopedia universale Seda della pittura moderna, che dedica spazi significativi alla pubblicazione di alcuni suoi quadri. Molte riviste specializzate si occupano di lui.

    Il maestro si apre all’arte religiosa: numerose chiese ed istituti aprono le loro porte per ospitare pale d’altare, alcune di incredibili dimensioni, e bassorilievi. Citiamo solo l’ultima: le stazioni della Via Matrix nel parco dell’Istituto delle Suore Serve di Maria di Rovigo, dove, con i suoi consueti guizzi di passionalità, il Maestro è riuscito a condensare il percorso dei punti salienti della vita di Maria accanto al Suo Figlio, facendo intuire tutta la dignitosa serena presenza di una Donna eccezionale.

    Le opere scelte per la mostra della sala Celio, che si è conclusa lo scorso 22 ottobre, hanno sviluppato il tema Storie Minori. Sono tra le più significative della produzione di Simili, ancorate al mondo rurale, con i contadini sottoposti ad un lavoro che spezza le ossa; ma non mancano i momenti di svago e di divertimento, riferiti a quella che era la vita di quanti vivevano in campagna. La mostra sviluppa, insomma, Il tema del lavoro negli anni 50.

    Allora di industrializzazione non si parlava. Era difficile avere orizzonti oltre la campagna. E Simili, fedele alle sue radici, trova le fonti di ispirazione in questa realtà, alla quale è totalmente legato. Per questo nei suoi quadri, che ripercorrono l’itinerario artistico degli ultimi vent’anni del Maestro, si trovano i contadini di allora, distrutti dalla fatica, le stalle con i buoi che garantivano un po’ di riscaldamento, nelle sere a far filò. Il lavoro in campagna è sviluppato nei tanti suoi aspetti: l’aratura, la mietitura, l’acqua alle viti, la potatura, la pigiatura, il macero della canapa. Nelle sue tele troviamo ancora i cavalli, i buoi, animali calmi e pazienti, che sono lì, negli spazi infiniti della campagna, per fare anche loro il loro lavoro, con fatica, magari aiutati.

    C’è poi il tema della colazione al lavoro, la siesta, riti legati al lavoro nei campi, perché le immagini dei suoi lavoratori, uomini, donne, giovani, ragazze, che si siedono vicini, all’ombra di un filare di alberi, fanno proprio riaffiorare quei ricordi. Il ritorno dai campi era un rituale che aveva il suo significato: la biciclettata del rientro con tutta la stanchezza che frenava la pedalata ma anche con tutta la carica dell’aspettativa di una serata riposante. E poi scene di caccia e pesca, che a volte assicuravano un pasto diverso. Troviamo ancora altre scene di vita collegate alla vita agricola: il ciabattino, l’anguriaro, lo stradino, il muratore. E alla fine del lungo e duro lavoro ecco i momenti di rilassatezza: la partita a carte, in una buia, fumosa osteria di campagna, i gruppi di uomini e donne che suonano e cantano in coro. E troviamo ancora la spensieratezza e la gioia di una corsa in bicicletta, il gioco delle bocce, la pesca, sempre in numerosa compagnia. Si perché era proprio questa la caratteristica della vita della campagna.

    Sono, quelli del Maestro di Castelmassa, momenti di Vita polesana affidati alla tela per rendere reale una partecipazione sentita, ideale ad una realtà che con il trascorrere del tempo si fa Storia, descritta anche con altre forme artistiche, come la letteratura. Ricordiamo Gian Antonio Cibotto con Cronache dell’alluvione e Scano Boa o Bruno Pirani con i suoi scritti sul sindacalismo e le lotte dei contadini per il riscatto di una classe operaia che sicuramente merita di andare in Paradiso e Gianni Sparapan, uomo che, talvolta facendo ridere, sa scrivere cose di una serietà unica.

    I colori dei quadri di Simili sono il risultato di una fantasia che non conosce limite, come quando il maestro propone scene azzurre e verdi, facendo uscire da questi contrasti armonie poetiche. Sono sempre esplosivi anche quando si identificano con la natura polesana che Simili rappresenta con i classici colori delle stagioni: i rossi e i gialli intensissimi dell’estate; i marron e i grigi spenti dell’autunno, i bianchi della neve e i verdi della primavera; e sconfina poi nell’azzurro del cielo al quale dà il senso dell’infinito. I colori del paesaggio di Simili, di una intensità unica, sono sempre trasferiti nelle figure umane quasi per identificarle con il mondo che le circonda.

    Il segno è lineare, preciso, senza tentennamenti o sbavature, rappresenta sempre una carica di luminosità, avvicinando l’osservatore all’artista, ma soprattutto permettendo una lettura che più facile non potrebbe essere, facendo nascere veri e propri colloqui dell’anima.

    Non è azzardato dire che Simili, uomo dagli entusiasmi giovanili nonostante abbia superato gli 80 anni, con il suo ininterrotto impegno sta lasciando orme significative non solo nella cultura polesana ma soprattutto nel mondo della pittura moderna.

    Ricordiamo infine che alla Signora Franca Ciampi, in visita con il Presidente della Repubblica nella nostra città nei giorni 9 e 10 ottobre, è stata offerta, tra le altre cose, anche una sua opera in terracotta.

  • In memoria di Danilo Venturi

    In memoria di Danilo Venturi

    Bottrighe ha voluto dedicare una via al maestro cavalier Danilo Venturi, onorando in questo modo la figura dell'illustre musicista concittadino. Alla presenza della figlia, signora Rossana Venturi Rizzi, delle autorità locali, dei parenti, degli amici e di tanti concittadini, si è svolta una cerimonia in memoria dell'artista scomparso ad Adria il 13 giugno 1985. Presente, tra gli altri, la signora Ida Zanirato, nel 1935 giovanissima interprete nella Prima dell’operetta “Butriganeide”, musicata dal maestro Venturi.

    Dopo gli interventi delle autorità, il baritono Clorindo Manzato, accompagnato al pianoforte dal maestro Leopoldo Mosca, ha eseguito le “Danza delle Rose” tratta dalla stessa famosa operetta, un tempo eseguita anche dalla Rai.

    Adriese di adozione, ma bottrighese di nascita, Danilo Venturi era venuto alla luce a Bottrighe il 2 Luglio 1902. Sempre aveva conservato per il suo paese un affetto profondo. Ogni occasione era buona per tornare nella "Sua Bottrighe" per incontrare vecchi amici, rifugiandosi in casa Rossati, quasi per lui una seconda dimora, tanto era l'affetto che lo legava a questa famiglia.

    A Bottrighe il maestro Venturi si divertiva a ricordare aneddoti e figure caratteristiche del paese, descritte così bene nella sua famosa poesia in “Butrigan”: quel “Soliloquio dell’Angelo al campanile” dove la sua innata arguzia lasciava però trasparire tanta nostalgia per il paese natio.

    Insegnante elementare per oltre 40 anni nelle scuole adriesi, si era dedicato contemporaneamente all’insegnamento della musica. Giornalista ed iscritto alla Siae, ottenne dal Ministero della Pubblica Istruzione, due medaglie d'oro al merito educativo.

    Studiò pianoforte e composizione presso l’Istituto “A. Buzzolla” di Adria sotto la guida del maestro Alfredo Binelli. In seguito si distinse come direttore di coro nelle rappresentazioni di “Barbiere di Siviglia” e di “Lucia di Lammermoor” al Teatro “Rossati” di Bottrighe nel 1924 e direttore d’orchestra specie nel settore operistico. E in quest’ultimo, fra le innumerevoli produzioni, da ricordare le quattro rappresentazioni di “Primarosa” di Giuseppe Pietri al Teatro del Dopolavoro di Bottrighe nel 1942, dove curò anche la regia.

    La sua fama maggiore è legata all'attività compositiva nel campo delle operine, per i testi in binomio artistico con il professor Primo Guarnieri di Adria. Tra le più famose “La leggenda dei fiori”, entrata in breve nel repertorio nazionale, rappresentata per la prima volta al Teatro Comunale di Adria nel 1956; “Stellina” rappresentata sempre al Comunale di Adria nel 1953 e “Chioccolino” nel 1957. Questo notevole impegno fu premiato da vivi consensi, ottenuti in varie città italiane e fu anche al centro dell'interesse dell'Università di Mainz in Germania per alcune tesi di laurea.

    Nella sua Bottrighe coltivò un altro grande legame artistico con il professor Vito Rossati, insigne uomo di cultura (paroliere delle musiche del Venturi) preside della locale scuola media, nonchè storico e ricercatore delle tradizioni locali.

    Vastissima la produzione di opere, operette, canzoni e musica sacra; famosa in particolare l’“Ave Maria” e molto noti i due canti in esclusiva per il locale coro femminile “Eco del Fiume” che raccontano la vita lungo le rive del Po. Ma l’opera maggiore è senza dubbio la “Butriganeide”, una commedia musicale satirica sulla vita paesana degli anni 30’, eseguita in due edizioni di grande successo, nel 1935 e nel 1960, con la partecipazione di ben 250 personaggi più l’orchestra. L’operetta terminava con l'inno al paese “Oh Bottrighe!” canto che conclude ancor oggi tutti gli spettacoli del locale gruppo folkloristico “Bontemponi & Simpatica Compagnia” il quale, sin dalla fondazione (1965), si è sempre ispirato alle produzioni del duo Venturi-Rossati.

    Arguto e gioviale, il maestro Danilo Venturi era di una disponibilità illimitata nell'offrire la sua disinteressata opera di musicista quale accompagnatore, direttore, compositore, in qualsiasi circostanza fosse chiamato, e questo innato amore lo sapeva trasmettere entusiasticamente a tutti. Se è vero che si muore veramente solo quando gli altri dimenticano di ricordarci, attraverso le sue musiche il maestro Danilo Venturi continuerà ad essere vivo e presente tra la sua gente.

  • Elio Papuzzi

    Elio Papuzzi

    Ci frequentavamo solo da pochi anni, ma nonostante Elio raccontasse poco di se stesso (e pertanto conosco solo brandelli del suo passato), devo dire che il tempo trascorso assieme a lui è stato sufficiente per capire l’importanza di avere un amico sempre disponibile, in grado con la sua vasta esperienza culturale di sopperire alle mie richieste di aiuto.

    Ho avuto modo di conoscerlo, quando, diverso tempo fa, lavorava presso un istituto di credito di Lendinara.

    Un’aria all’inglese anni 50, di media statura, con un sorriso sempre pronto, vestiva abiti sportivi, con gilet, giacca e camicia, quasi sempre a scacchi e un’esuberante energia vitale, incorniciava la sua personalità esteriore.

    A quel tempo i nostri dialoghi erano piuttosto brevi e già da allora intravedevo in Lui una persona attenta ai problemi sociali, nonché animata da una grande passione per il cavallo, di cui mi sentivo complice ma con minore conoscenza.

    Aveva la capacità di intrattenermi con argomenti sempre interessanti e di proporre idee singolari che contribuivano a sollecitare la mia fantasia e voglia di agire. A poco a poco mi coinvolse sempre più nei suoi interessi. Fu così che iniziò la ricerca di vecchie vie di comunicazione ormai dimenticate o non più usufruite sul territorio Lendinarese e dei comuni vicini. Un altro tema che ci coinvolse fu quello del ripristino di tradizioni popolari quali, tra l’altro, il mercato zootecnico che da decenni non veniva proposto alla fiera di S. Marco a Lendinara, e molti altri erano gli argomenti di interesse quotidiano.

    La gentilezza dei suoi gesti, l’aspetto positivo che dava a tutte le cose, l’essere ideatore di nuove iniziative, senza mai chiederne il riconoscimento, facevano di Lui una persona a cui dare fiducia e con cui intrattenere un rapporto di buona e proficua amicizia.

    Elio aveva scelto di dare pienezza alla sua vita, non solo rivisitando il passato culturale veneto ed in particolare quello polesano, attraverso ricerche e studi sull’argomento, ma facendosi pure promotore di inizitive di divulgazione.

    Le nostre radici, da varie generazioni sono mutate: vedi l’aspetto paesaggistico dove nuove abitazioni di varie tipologie costruttive affiancano vecchie dimore lasciate in molti casi in abbandono. Lo spoglio delle campagne da siepi ed alberi, l’interramento di fossati irrigui, così pure il palese disinteressamento delle vecchie generazioni, che del passato ricordano solo fatica, povertà e servilismo, davano modo ai nostri dialoghi di costruire una base di partenza per ripristinare, ove possibile, un collegamento con vecchie tradizioni.

    Nacque così l’idea di costituire un gruppo folcloristico, che avrebbe rispettato fedelmente lo stile dei costumi della tradizionale locale. Serviva una attenta ricerca di catalogazione dei vari costumi tradizionali, sia per ambienti rurali che borghesi medio alti. Così pure necessitava la raccolta di vecchie stoffe, ove possibile, o buone imitazioni delle stesse, per il confezionamento del tipico abbigliamento.

    Notizie storiche le raccoglieva ovunque, attingendo anche dalle associazioni culturali di cui era collaboratore. Ricordo in particolare l’associazione Culturale Minelliana e gli amici della rivista Ventaglio Novanta .

    Come ho accennato più sopra, l’aspetto più caratterizzante di Elio era la conoscenza del mondo legato all’equitazione, un fantastico mondo dove ritrovava se stesso in fanciullesche avventure da assaporare quotidianamente per il bene dell’anima.

    Da Lui ho appreso nozioni di storia del cavallo, di carrozze e attacchi agricoli, come pure fatti di cronaca di una civiltà oramai relegata all’oblio: in definitiva le nostre radici culturali.

    Un forte impegno per la valorizzazione della nostra provincia – attraverso il turismo equestre da estendere a quei percorsi in parte da ripristinare, vedi le strade arginali dell’Adige o alcune strade sterrate, stese nella verde pianura polesana – era nato in Lui, che già intravedeva la buona riuscita della proposta, confidando nella crescente sensibilità della gente e nei contributi che la Comunità Europea mette a disposizione. Un Polesine da scoprire in sella o in carrozza dove, antiche vestigia veneziane ed estensi, immerse in un ambiente suggestivo, rievocano il passato. Una nuova prospettiva economica per il Polesine che, salvaguardando il patrimonio culturale, può raggiungere un duplice obbiettivo.

    Era consigliere dell’Associazione Arma di Cavalleria di cui mi faceva un gran parlare. Nella sua singolare abitazione aveva una infinita raccolta di attrezzatura equestre, tanto da sembrare un piccolo museo, dove vi accoglieva selle civili e militari, morsi, staffe, finimenti ecc, di varie epoche, nonché attrezzi della civiltà contadina che facevano bella mostra in ogni spazio della sua dimora.

    Sempre alla ricerca di notizie , frequentava persone competenti del settore, fiere del cavallo nazionali o estere, mostre e mercatini dell’antiquariato, associazioni equestri. Ricordo alcuni nomi: “El Mai “grande esperto di mascalcia, Marino bravissimo conduttore di carrozze, Nachtigal Vecchio ufficiale boemo già istruttore di cavalleria persona carica di entusiasmo e rigido rigore per l’Arma.

    Domenica 23 marzo 2003, in Villa Nani Mocenigo a Canda si dava vita alla XXI giornata FAI di primavera. Essendo membro di codesta associazione, Elio propose di allietare l’evento, partecipandovi con il nuovo gruppo folcloristico a cavallo. Partenza dalla Corte Bentivoglio di Giacciano con Baruchella con carrozza e cavalli.

    Quel pomeriggio soleggiato aveva tutte le premesse per una felice riuscita della manifestazione e gli occhi del mio amico brillavano di gioia. Stava realizzando un piccolo sogno.

    La prima uscita del nuovo gruppo doveva essere perfetta, e a tal proposito aveva vestito il suo cavallo con sella e finimenti d’epoca, quando un tragico destino spezzò la cara esistenza.

    Ora caro Elio, anche se mi manchi tantissimo, sei presente nelle mie giornate con il tuo insegnamento di positività e di arricchimento del mio spirito.

    Hai saputo dare un tangibile segno di nobiltà alla tua cittadina e a quanti ti hanno conosciuto, donandoti in totalità con capacità e con umile altruismo. E tanti ti ricordano con rimpianto ed immutato affetto e stima.

    Questa rivista, che ha ospitato con piacere alcuni tuoi articoli e suggerimenti, resta orfana della tua firma, ma in tutti i collaboratori torna sovente il ricordo delle tue proposte che cercheremo di mantenere vive anche nei prossimi numeri di “Ventaglio Novanta”.

  • L’indimenticabile Gino Carlin

    L’indimenticabile Gino Carlin

    Nel mese di marzo scorso per le conseguenze di un terribile incidente stradale veniva a mancare, all’età di 82 anni, Gino Carlin, persona conosciutissima in città soprattutto per la sua appartenenza al Teatro Sociale del quale era stato per tanto tempo protagonista.

    In effetti Gino Carlin ha operato per tanti anni a favore della rinascita del Teatro Sociale con spirito di servizio, silenziosamente, com’era nel suo temperamento, senza toni sfarzosi ma con molta decisione, coadiuvando il Comune nell’azione di consolidamento del carattere di “tradizione” dell’opera lirica, ricollegandolo al luminoso passato che ha visto al Sociale il debutto di artisti del calibro di Beniamino Gigli, di Renata Tebaldi, di Giulietta Simionato e le apparizioni di una giovane Maria Callas e di un giovanissino Luciano Pavarotti.

    L’attività del Teatro, dopo la gestione dei privati condotta brillantemente, seppure con tante difficoltà economiche, dal compianto Dino Stefani dal quale imparò il mestiere, subì una pausa che rischiava di compromettere il futuro della lirica a Rovigo. Cosicché nella seconda metà degli anni ’60 il Sindaco Zorzato affidò a Gino Carlin il gravoso compito di ridar vita al Teatro, usufruendo dei benefici della Legge 800/1967 sul “Nuovo ordinamento degli Enti Lirici e delle attività musicali”.

    Furono anni difficili sia per la cronica difficoltà di poter contare su risorse sufficienti per l’opera lirica sia per le carenze strutturali del Teatro, privo com’era di personale, di attrezzature e di mezzi.

    L’Amministrazione comunale credeva, tuttavia, possibile un rilancio del Teatro e trovò in Carlin un convinto sostenitore della necessità di mantenere la tradizione lirica a Rovigo attraverso una propria autonoma stagione autunnale da programmare in concomitanza con la Fiera d’Ottobre.

    Gino Carlin ebbe anche il merito di favorire la presenza in Teatro di giovani cantanti, di valorizzare gli autori contemporanei, di ricercare forme di collaborazione con gli altri Teatri di tradizione, primo fra tutti quello di Treviso (l’altro Teatro di tradizione del Veneto), di semplificare la fase di preparazione della programmazione con la creazione di un’apposita ristretta Commissione, di regolare i rapporti con la storica Società del Teatro, di tenere stretti contatti con il Ministero dello Spettacolo, con l’Ufficio distrettuale del lavoro che aveva sede a Milano, di inserire Rovigo fra i Teatri di produzione.

    Un gran lavoro svolto fra Rovigo, Milano e Roma e fra le sedi dei Teatri di tradizione del Nord Italia, con particolare riferimento a Mantova, Bergamo, Cremona, accompagnato dal mitico Paolo Balaustra, l’autista che il Sindaco gli metteva sempre a disposizione con l’auto più bella del Comune, consapevole del ruolo di rappresentanza che il Teatro doveva svolgere quale messaggero di Rovigo verso l’esterno, e cioè non soltanto verso chi contava nel mondo musicale italiano.

    Ed il Teatro di Rovigo, partito quasi in sordina nel 1967, fu riconsegnato da Gino Carlin al Comune nel 1978 con caratteristiche di maggiore solidità grazie ad un organico specifico, composto da persone che ancor oggi ne sono le colonne portanti, e con un accreditamento a livello regionale e nazionale di tutto rispetto.

    Certo non è possibile dimenticare per gli amanti del Teatro con Gino Carlin i tempi epici dell’inizio della gestione diretta del Comune, con la Gina ed il fratello Pasquale, i factotum del Teatro, che si occupavano dei servizi più umili con vera passione, seguendo il loro capo con affetto e stima, coi fratelli Benazzo, abili macchinisti, con gli elettricisti Baratella e Borella, coi musicisti locali, dal M° Amelio Rigolin, mitico Direttore del Coro del “Sociale”, al M° Piero Piombo, chiamato a mettere in piedi le Orchestre per le stagioni liriche e con Umberto Romani, prezioso consigliere per la formazione dei programmi.

    Il legame di Gino Carlin con il Teatro Sociale non è mai cessato, nemmeno dopo il suo pensionamento e dopo l’esperienza della direzione artistica del Teatro Comunale di Pisa, tant’è che spesso passava a salutare le “sue ragazze” che egli aveva formato per dare un futuro certo al Teatro, pronto a dispensare consigli e suggerimenti.

    Così com’era legato all’Orchestra Filarmonia Veneta “G.F. Malipiero” che stimava molto e che considerava uno dei suoi sogni fortunatamente avveratosi, convinto com’era che un Teatro serio dovesse disporre di una sua Orchestra, di un suo Coro, di proprie masse, di persone cioè in grado di dare colore e calore alla programmazione rendendo più agevole il lavoro e migliori le produzioni.

    Gino Carlin, dopo la pensione, ha messo a disposizione la sua esperienza a favore del Teatro Comunale di Pisa, del quale è stato Direttore Artistico per molti anni per poi occuparsi della Direzione musicale degli spettacoli di Albarella.

    Infine è stato chiamato ad occuparsi della segreteria dell’Associazione Amici del Cuore, compito che ha saputo espletare con sensibilità, discrezione e generosità convinto dell’utilità dell’azione rivolta alla lotta alle malattie cardiache.

    Gino Carlin è stato un vero personaggio, un polesano doc, un impareggiabile appassionato di Teatro e di musica, e per questo mancherà molto a Rovigo.

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