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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il “Maestrón” Giuseppe Bonafini (1884-1964)

    Il “Maestrón” Giuseppe Bonafini (1884-1964)

    Ceneselli può vantarsi di aver dato i natali ad alcuni personaggi illustri che si sono distinti nei vari campi del sapere e della cultura, scrivendo importanti capitoli della storia polesana. Tra questi va ricordato il maestro di musica Giuseppe Bonafini. Giuseppe Bonafini nacque a Ceneselli il 23 gennaio 1884 da Napoleone e Leonilde Cova allora residenti in via Per Massa n.143.

    Quella che lo accolse era una famiglia umile. Fu il padre Napoleone, che svolgeva l’attività di norcino ed era suonatore di timpani e grancassa nella banda del paese, a favorire il primo approccio dell’unico figlio al mondo della musica. Successivamente Giuseppe iniziò lo studio di tromba e trombone alla scuola della banda. Proseguì i suoi studi presso il Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano con il maestro Serse Peretti, suo compaesano e amico di famiglia.

    L’impegno profuso dal giovane Bonafini venne premiato con il conseguimento del diploma di licenza e magistero in trombone con il massimo dei voti. Successivamente giunse anche il diploma di licenza e magistero in strumentazione per banda. Il brillante esito della sua esperienza di studio preludeva ad una carriera prestigiosa che non tardò ad iniziare.

    Nel 1903 Bonafini, soprannominato dai suoi compaesani “Manuvlòn”, entrò a far parte dell’Orchestra del Teatro alla Scala di Milano diretta dal celebre Arturo Toscanini. Tale collaborazione durerà sino al 1925¹. Curiosi, al riguardo, alcuni episodi che vedono protagonista Bonafini, come quando, alla Scala, nel “Lohengrin”, lui ed altri due colleghi eseguivano il tema del preludio del terzo atto e gli spettatori si alzavano in piedi a guardare in “buca” per vedere chi suonava, oppure quella circostanza in cui, direttore Toscanini, gli capitò di “scroccare” negli squilli dell’alba romantica sempre del “Lohengrin”. Per una settimana Bonafini non si fece più vedere in orchestra dalla vergogna².

    Tra il 1914 e il 1915, su indicazione del maestro Ettore Panizza, Bonafini venne invitato in Egitto come maestro e direttore unico della Banda reale di Kedivè. Nel 1915 l’Italia entrò in guerra ed il maestro fu costretto a rientrare in patria per chiamata alle armi. Conseguì il grado di sottotenente di fanteria, specializzato mitragliere. Terminata la guerra riprese la propria attività professionale come direttore della Banda ad Asigliano (VC).

    Nel 1918 arrivò l’incarico di maestro della Banda di Ceneselli. Grazie a lui il complesso raggiunse i massimi livelli. A tale professione Bonafini affiancò quella di orchestrale come primo trombone suonando in varie orchestre sia italiane che straniere. Si distinse anche quale abile trascrittore di musica per banda. Intorno al 1920 alcune sue strumentazioni furono pubblicate dalla casa editrice Ricordi³. Nel 1920 partecipò ad un concorso presso il Teatro Verdi di Ferrara. In quell’occasione fu riconosciuto il prestigio del maestro, premiato con una medaglia d’oro⁴.

    Il 12 marzo del 1921 celebrò nel Comune di Ceneselli il matrimonio con Luigia Callegari, figlia del podestà Alfonso Callegari. Il rapporto del maestro con il suocero non fu dei migliori. Luigia e le altre sorelle erano infatti persone di cultura ed il padre, che avrebbe desiderato un genero all’altezza, non vedeva di buon occhio Bonafini, la cui professione di suonatore non godeva di molta stima e considerazione. Ad acuire i contrasti vi erano anche le idee politiche diverse: socialiste quelle di Bonafini, di destra quelle di Callegari. C’è ancora chi ricorda la reazione “Senti quel cialtrone bolscevico…” pronunciata dal Callegari quando, seduto davanti al caffè centrale del paese, udiva le note della banda mentre provava nella sala di musica della scuola posta al lato opposto della piazza⁵.

    Un altro curioso episodio vide coinvolti i due protagonisti. Una sera, mentre la banda suonava la celebre romanza “Parigi o cara”, dell’opera “La Traviata”, si inceppò il cilindro del primo trombone. Il maestro Bonafini si rivolse allora al pubblico con un nodo alla gola, sottolineando l’inadeguatezza dello strumento e attribuendo la colpa dell’incidente all’Amministrazione comunale, rea di non aiutare la banda sostituendo i vecchi strumenti con dei nuovi. Immediata l’eco, dal vicino bar centrale, del podestà Callegari che invitò il genero ad andare a Milano a fare il bolscevico. Poi, giratosi verso il maresciallo dei carabinieri, lo invitò ad arrestare il maestro. Questi, però, non si mosse e, con voce tonante, apostrofò il podestà: “Io sono stato un onorato ufficiale dell’esercito, mentre lei, in tempo di guerra, teneva in casa la bandiera tedesca”. Seguì una grande confusione. Alcuni musicisti tentarono di dileguarsi. Il maestro si dimise e, a dirigere la banda, che eseguì solo suonate militari, venne incaricato Benvenuto Canola. In quella serata la banda di Ceneselli ebbe praticamente la sua fine⁶.

    Negli Anni Venti Ceneselli si fece conoscere per le sue stagioni liriche estive. Venivano presentate opere di grande spettacolo: Rigoletto, Traviata, Madame Butterfly, Andrea Chénier, Manon Lescaut, Barbiere di Siviglia, Fedora e altre. Un grande palcoscenico, attrezzato con scenari e costumi della Casa Ricordi di Milano, venne allestito per quattro anni, dal 1926 al 1929, nel cortile delle scuole. Questo insolito teatro disponeva di 1500 posti a sedere. L’apporto decisivo a tale tipo di iniziativa venne dal maestro Serse Peretti che riuscì a formare un’orchestra composta da 45 professori della Scala. Nell’opera Rigoletto compariva anche il maestro Giuseppe Bonafini⁷.

    Il maestro Peretti, nativo di Ceneselli ma abitante a Milano, tornava spesso nel suo paese ed era solito trascorrere quasi tutta la sua giornata al caffè dove intavolava lunghe discussioni con Bonafini, il farmacista e il podestà⁸. Spesso si aggregava a loro anche Teseo Tambelli, pure lui suonatore (cornetta) come il padre Napoleone e uno dei suoi fratelli, Werther, che suonava alla Scala.

    Nel 1922, l’11 aprile, nacque Luciano, primogenito del maestro Bonafini e di Luigia Callegari. Per festeggiare il lieto evento il padre scrisse la marcia “Al piccolo Luciano”, conservata oggi negli archivi del Corpo Filarmonico di Guastalla (RE).

    Nel 1925 Bonafini vinse un concorso a Guastalla ove si trasferì unitamente alla famiglia con l’incarico di insegnante della scuola comunale per strumenti a fiato e del glorioso Corpo filarmonico cittadino le cui origini risalgono al 1812. Porterà avanti tali impegni ininterrottamente sino al 1963, un anno prima della sua morte. Continuerà, però, anche l’attività di orchestrale in allestimenti lirici di vari teatri, tra i quali Verona, Parma, Brescia, Reggio Emilia, Ferrara, Piacenza, Guastalla, Bergamo. Negli anni ‘30 ricoprì incarichi interinali come direttore di banda a Correggio (RE).

    Nel 1931 Bonafini, chiamato “Maestrón” per l’imponenza della sua figura, vinse un concorso per maestro della Scuola di Musica di Correggio. Lavorò in tale cittadina, mantenendo contemporaneamente il suo impegno in Guastalla, per soli quattro mesi e poi si dimise. Alla base di tale scelta la volontà di non dividere la propria famiglia, visto e considerato che la moglie, insegnante elementare, non era riuscita ad ottenere il trasferimento a Correggio⁹.

    Nel 1933 nacque Umberto, il secondogenito di casa Bonafini. Il 30 luglio 1934 Bonafini tornò a Ceneselli. In occasione della fiera annuale, infatti, il Corpo Filarmonico cittadino di Guastalla venne invitato nel centro altopolesano dove svolse un “attraente programma”¹⁰. Negli anni ‘40 vennero affidate al maestro, con incarico interinale in quanto titolare a Guastalla, le sorti della Banda di Dosolo (MN) fino allo scioglimento del complesso a seguito della seconda guerra mondiale¹¹.

    Il 27 maggio 1964 il maestro Bonafini concluse, all’età di 80 anni, la sua esistenza terrena vissuta in larga misura per la musica. In tale triste circostanza il Corpo Filarmonico di Guastalla, presente al completo, accompagnò, insieme agli abituali collaboratori di Dosolo, il feretro del compianto maestro testimoniando il proprio affetto e la propria gratitudine a chi aveva dedicato buona parte della sua vita alla Banda guastallese.

    Venne sepolto nel suo paese natio, a Ceneselli, vicino alla tomba del suo maestro Serse Peretti e poco distante da quella dei genitori.

    Pochi anni dopo arrivarono i meritati riconoscimenti. Il 22 novembre 1967 il complesso bandistico di Guastalla venne intitolato a Giuseppe Bonafini. Alla cerimonia erano presenti i familiari. Il figlio Umberto donò al maestro Bartoli, successore del padre, una bacchetta direttoriale che era stata del padre. Nel febbraio del 1968 i familiari donarono al Corpo Filarmonico 21 partiture per banda che furono del maestro e che oggi sono conservate nell’archivio della Banda. Nel 1986 anche l’Amministrazione comunale di Guastalla volle esprimere con un segno concreto la propria riconoscenza al maestro Bonafini intitolandogli una via cittadina.

    All’illustre musicista di Ceneselli sarà dedicato un intero capitolo di un libro sulla storia della Filarmonica di Guastalla in fase di redazione da parte del maestro Leonardo Tenca, attuale direttore della Banda.

  • “El careto de le scoasse”

    “El careto de le scoasse”

    Quando ero piccola andavo a scuola all’Istituto De Silvestri, accompagnata dalla mamma che prima mi portava sotto il portico degli Ebrei, da Ferrarese, a prendere una pastina: “la crema” e poi a scuola.

    Sia all’andata che al ritorno attraversavo il ponte dei Cappuccini. Al pomeriggio, in inverno, quel ponte era sempre ghiacciato e, poiché era fatto a dorso d’asino, più di una volta mi sono trovata per terra. Di fronte a questo ponte c’era un grande palazzo, tuttora esistente, che portava la scritta “Regia Gendarmeria”, di austriaca memoria. Si tratta di Palazzo Montalti, ora sede dell’Istituto per Geometri, che già ai miei tempi era adibito a scuola.

    Attigua a questo palazzo, un metro più interno, cominciava la fila delle belle e signorili case abitate dalle famiglie Gobbati, dai professori Caffarati, dai signori Ceruti e dalla famiglia Tarolo proprietaria di una delle vecchie gioiellerie della città, sotto il Portico dei Signori in Piazza Vittorio Emanuele II. Questo scanso di un metro, dava vita ad un angolo un po’ nascosto che era diventato un pisciatoio. L’installazione di una sbarra a semicerchio in ferro battuto non era servita a scoraggiare questo tipo di utenza, per cui l’angolo era sempre maleodorante, specie d’estate, stagione in cui lo stradino provvedeva ad un intervento igienico buttando un secchio di “cleorina”, che faceva diventare tutto l’angolo bianco.

    Al pomeriggio, quando ritornavo da scuola, incontravo quasi sempre “el Careto de le scoasse”, tirato da un somarello con passo lento e affaticato. Lo spazzino ogni tanto suonava una trombetta e si fermava alle porte delle case, prendeva il secchio delle spazzature e lo versava nel carretto. D’inverno faceva poche fermate, perché nelle stufe economiche e nelle “parigine” si bruciava proprio tutto, perfino le bucce delle arance che emettevano un gradevole profumo. Dirimpetto a queste case c’era l’Adigetto, con una bella fila di tigli, attraverso i cui rami si intravedevano le case di San Bortolo Alto.

    Oltre il vicolo Principe di Napoli (soprannominato Tenani per la falegnameria) la strada continuava come oggi in via Carducci, ove allora si trovava la palazzina della professoressa Tonelli attigua alla Chiesetta S. Michele, con quattro bei paracarri che la dividevano dalla strada, cara agli studenti delle Normali (poi Istituto Magistrale “C. Roccati”) i quali, alla ricerca di un sostegno celeste, la frequentavano specialmente quando c’era compito in classe.

    La strada continuava fiancheggiando l’Istituto che sorgeva sulla destra, mentre a sinistra c’era la bottega di Zilli, con pochi dolci e poca verdura, la camera più grande serviva per la custodia delle biciclette degli studenti.

    Oltre l’istituto c’era il vicolo, tuttora esistente, che porta al collegio “Angelo Custode”: nell’angolo sorgeva il palazzo dei signori Stefani, caratterizzato da una nicchia con l’immagine della Madonna, presso cui erano posti fiori freschi ed un lumino ad olio sempre acceso. La fila delle case dei signori Stefani continuava e comprendeva la famosa tintoria con armadi grandi ed un bancone tutto in noce stile ottocento.

    Seguiva la casa di bambola delle Bastianellie, la casa “del scarparo”, Fortunato Tenuta che, dalla finestra sotto la quale aveva il banchetto da lavoro, dava la baia a tutti quelli che passavano. Costui, con allegre battute (pubblicitarie si direbbe oggi) li invitava a portargli le loro scarpe per mettere, sulle punte e sui tacchi, le mezze lune di ferro per risparmiare le suole (tempi duri allora!).

    Dirimpetto più o meno a queste case c’era un vicolo che portava dritto al canale; nell’angolo di Via Carducci c’era – e c’è ancora – la casa dei signori Pizzinali che qui abitavano solo d’inverno per agevolare i tanti figli nella frequenza delle scuole, mentre d’estate si trasferivano in campagna. Vicino abitava la professoressa Ghirardello che era piccola e tondetta, brava insegnante di matematica, ma terrore degli studenti. Unita a questa abitazione c’era, e c’è, una bella casa, l’unica della via a tre piani con la facciata stile ottocento, abitata da una famiglia di Firenze, i Marini, proprietari allora dell’unica pellicceria in via Umberto I.

    Il carretto delle immondizie percorrendo via Carducci si fermava poco, perchè le case di sinistra dietro avevano il Canale, preceduto dall’argine, il cui terreno veniva coltivato, per cui le immondizie venivano utilizzate come concime.

    Alla fine di questa via sorgeva la casa dei signori Ferlin, cugini dei Ponzetto, seguita dall’abitazione della maestra “Piona”, famosa perchè nelle sere d’estate si sedeva davanti alla porta di casa a prendere il fresco, fumando beatamente il sigaro. L’ultima costruzione era la bottega di verdura della Maria di Checco, con la custodia di bici per quelli che, provenienti dalla periferia, posteggiavano il mezzo per raggiungere a piedi il centro.

    Siamo ad un punto cardine della città: Largo Porta Po, dove un tempo c’era la barriera con l’ufficio per il dazio, al cui posto era poi sorta una tabaccheria con osteria della signora Ida, punto d’incontro per gli abitanti del Bassanello, Belfiore e San Bortolo. A destra prende corpo la statale 16 che porta a Ferrara, dritto via Martiri di Belfiore, allora bianca, che porta a Sant’Apollinare e ad Adria. All’angolo tra Porta Po e via Belfiore c’era il palazzo dei signori Ponzetto che vendevano legna e carbone; attiguo sorgeva il grande magazzino Bisi, deposito di legname, utilizzato in tempo di guerra come ammasso di grano: nel 1943, dopo l’armistizio, fu assalito e svuotato in breve tempo.

    Ecco l’orto dei Baruffa, poi la corte Faccioli con la stalla, deposito di vitellini che al venerdì andavano al macello. I vitellini, sentendo l’odore del sangue, erano irrequieti e non infrequentemente riuscivano a scappare infilandosi fin dentro alle case e piangendo come bambini.

    L’itinerario proseguiva fiancheggiando la corte Giunta, poi la lunga ed alta mura del Lazzareto, abitato dagli sfollati e dalla piccolissima Katia Ricciarelli. In questo ultimo tratto lo spazzino non si fermava, perchè tutti avevano il letamaio dove conferivano i rifiuti e pure all’esterno si trovava il gabinetto. Ogni tanto di notte veniva una botte trainata da un mulo per svuotare le fogne e pulire il letamaio, il cui concime viniva portato nelle campagne dei dintorni.

    Del “careto de le scoasse” ricordo bene il fracasso che faceva perché era dotato di grandi ruote con cerchi in ferro, le quali stridevano lungo le strade del centro che erano acciottolate. Oggi ben altri rumori caratterizzano la città, i cui rifiuti domestici sono cresciuti a dismisura. Una volta bastava “el careto de le scoasse” per tutta la città, oggi ci sono grandi camion attrezzati per prelevare le immondizie dagli appositi cassonetti portandoli poi in discariche sempre più insufficienti. Una volta c’erano poche pretese ed anche i problemi erano limitati. Oggi tutto diviene sempre più complesso ed allora è lecito chiedersi se il progresso ha veramente cambiato il mondo in meglio.

  • Omani, bestie e… altri “anemali”

    Omani, bestie e… altri “anemali”

    No te ga paura de mi ca son el Magnaomani?

    Continuiamo la rassegna di maschere e personaggi della tradizione polesana con tre figure particolari

    EL MAGNAOMANI

    Un altro personaggio caratteristico delle ‘mascarade’ di una volta in Polesine, oggi pressoché sconosciuto, era il Magnaomani.

    La sua origine risale alla notte dei tempi, addirittura all’antesignano del Miles Gloriosus plautino. E’ una specie di orco smargiasso, che proviene dal mondo delle favole, tutto penne, pronto a ‘fare la roda’ come un pavone di fronte ad un suo inferiore.

    Di fronte ad uno come lui, ma un tantino più spaccone e smargiasso o, meglio ancora, a qualcuno che mostra veramente i denti, abbassa la cosa, si sgonfia e tutt’al più, quanto a ‘roda’, si fa tacchino.

    Insomma si tratta di una specie di capitano Spaventa o un Cyrano di fattura contadina che popolava con le sue spacconate, fin dai tempi dei tempi, queste contrade.

    Nel mondo delle favole, da dove proviene, impersona lo smargiasso spaccamonti finché non incontra uno come lui che per dirla alla contadinesca, ‘el ghe moca el pisare’. E si meraviglia l’infelice!

    – Come? – ringhia – no te ga paura de mi ca son el Magnaomani?-

    – E mi, – ringhia l’altro – ca son el magna-magnaomani! –

    Per questo oggi di quanti sono caduti in disgrazia, quando credevano di essere dei ‘magnaomani’, abituati cioè a fare i propri comodi, a cavarsela sempre, ad accampare privilegi inesistenti, a vincere sempre a scapito dei comuni mortali, si dice che anche loro, finalmente, ‘i ga catà el so magna-magnaomani’.

    EL MERDAROLO

    Figura leggendaria, il ‘merdarolo’! Una delle figure più umili e più utili di operatore ecologico dei tempi trascorsi (neppure di tanti anni fa, a conti fatti), ormai scomparsa perché non ci sono più animali e perciò neppure loro escrementi da ripulire lungo le strade. Era incaricato, infatti, di raccogliere gli escrementi che gli animali lasciavano a ricordo del loro passaggio sulle strade cittadine e, a tempo perso, per arrotondare il magro salario, si incaricava di ripulire i pozzi neri che in quell’epoca stavano diffondendosi con la diffusione della ricchezza e delle case signorili.

    Oggi la parte di umanità, per così dire, più evoluta e civile, non sa più restituire per via naturale alla terra il dovuto; lo deve raccogliere e poi costringere qualcuno all’umile incombenza di liberarla dai propri escrementi, per non venirne sepolta fino alla bocca e non dovere invitare gli altri, altrettanto immersi negli stessi, come si suole dire, a non muoversi eccessivamente per non provocare l’onda, come capita nell’Inferno dantesco.

    Si vive, oggi, in caseggiati e condomini o in agglomerati urbani di così vaste dimensioni ch’è impossibile ormai, alla bisogna, rifugiarsi in un fosso o dietro una siepe per soddisfare un bisogno corporale. Dove sono i fossi e dove sono le siepi!. Neppure nella lingua italiana esiste un termine sinonimo e ‘merdarolo’ è rimasta voce volgare per indicare solo una persona disprezzabile. Nessuno oserebbe definire ‘merdaroli’ gli addetti al servizio di espurgo dei pozzi neri, a meno che non voglia arrischiare una denuncia per calunnia o diffamazione. Questi operatori oggi sono dotati di pompe aspiranti, di cisterne sigillate, di tute, guanti, stivali, maschere. Sono sottoposti a periodiche visite di controllo e a disinfezioni sistematiche.

    Il ‘merdarolo’ dell’epoca passata, invece, si disinfettava da solo masticando tabacco e sciacquandosi ogni tanto la bocca, o meglio spesso, con la grappa. Per il resto, nulla. Nessun controllo, nessuna garanzia. Lavoro umile e silenzioso.

    I suoi attrezzi erano di una semplicità francescana: un grosso recipiente, di solito ricavato da una latta da oli minerali, un secchio di zinco, un cucchiaione formato da un capace barattolo legato in cima ad un manico, lungo a sufficienza per pescare il liquame dalla fogna che travasava nel recipiente di latta.

    Lo si veda il solitario ‘merdarolo’: apre bottega all’alba, addirittura a notte fonda; incomincia a lavorare quando gli altri sono ancora immersi nel sonno, per non disturbarli con i miasmi nauseabondi che si diffondono per il liquame che scodella.

    Lavora in solitudine…, e da solo si parla addosso, come uno stupido. L’eterno mezzo toscano all’angolo della bocca, il cappellaccio di feltro bisunto calcato in testa, continua ad affondare con il cucchiaione dentro la fogna, a riempire il secchio, a rovesciarlo in una buca a poca distanza. Continua a travasare…; ogni tanto fa sosta, e mentre si liscia i baffi ingialliti di nicotina, commenta senza acrimonia e senza ragione: “Fioli de can de sti siuri, ma quanto gali cagà?”(questi signori, accidenti a loro,, ma quanto hanno cacato?). Scodella e commenta, pesca nella fogna e brontola, così senza una ragione, per farsi compagnia, tanto lo sa che nessuno lo sta ad ascoltare. “A ste ore? E chi vuoto ca vaga in giro a ste ore quando che el merdarolo vuoda le buse de la merda?”(a queste ore? E chi vuoi che vada in giro a queste ore di notte quando il ‘merdarolo’ è intento a vuotare le fogne?).

    EL ZARATAN o ZARLATAN

    Il ciarlatano appare di solito nei giorni di mercato grande o nelle fiere o sagre, quando il momento è euforico per la festa, la folla e la ressa. Quello è il momento topico della sua apparizione. E’ il momento in cui riesce a spacciare medicamenti o pozioni portentose, che invero non lo sono, o oggetti miracolosi. La nostra esperienza di frequentatori di sagre e fiere, quando eravamo nella nostra verde età, usati ad infilarci tra i manipoli di gente raccolta attorno al ciarlatano, è epica.

    Il ciarlatano, di solito espone la sua mercanzia su un trespolo chiudibile o la tiene bene in vista dentro una valigia, poggiata su una sedia; lui stesso sta in sopra una sedia per dominare le sue vittime. Ogni tanto interrompe il suo dire per cacciare qualche cliente che a suo modo di vedere non crede a quanto dice o non sta attento alle sue parole. Egli, infatti, pretende la massima attenzione dall’uditorio, non sopporta che qualcuno lo guardi con sospetto o con sopportazione: è una persona di rispetto, lui, il ciarlatano, e non sopporta di essere minimamente disturbato o sopportato. “Ragazzini, fate largo che devo lavorare…”, ci diceva con fare solenne mentre con la mano ci spingeva via. Contemporaneamente “loro, venghino, venghino, siori e siore, venghino…” invitava la gente ad avvicinarsi.

    Qui da noi è ancora vivo il ricordo di quello che chiamavamo il Cavaliere Oliva, che vendeva orologi sul Corso del Popolo, davanti al Cinema Italia, (oggi Corso). E ci ricordiamo ancora di quell’altro che, spacciandosi per ex operaio della Fiat, con una parlata mezzo piemontese e mezzo lombarda, vendeva taglia vetri (sua invenzione) in Piazza Vittorio Emanuele. Ne ha venduto a migliaia di quei taglia vetri “punta di vidia, signori, dico vidia” con cui riusciva a dare il filo perfino ai coltelli da cucina e alle falci fienaie, non prima di averle passate sul collo dietro la nuca per dimostrare quanto il filo tagliente era ottuso.

    Correva sul vetro con mano agile e svelta, tracciandovi con il suo taglia vetri dalla punta di ‘vidia’ segni invisibili, mentre parlava e parlava e parlava. Poi quei segni invisibili come d’incanto, tra lo stupore della gente, di concretizzavano in losanghe, volute, fiori, ghirigori con una facilità strabiliante, che esponeva bene in vista su un gancio o distruggeva subito, con leggeri scrocchi, dentro una valigia aperta, tagliandoli a pezzettini tra pollice ed indice, come se stesse facendo cubetti di un gambo di sedano.

    E che dire di quell’altro che, là in fondo verso via Silvestri riusciva a spacciare centinaia di pacchi confezionati che nessuno sapeva cosa contenessero? Il Ciarlatano, vecchia figura della nostra verde età, figura di un’epoca in cui la gente desiderava farsi imbrogliare per la voglia di affrancarsi da ristrettezze e difficoltà, ed era disposta per questo a farsi incantare da questi personaggi spocchiosi, magari facendo finta che non lo fossero.

    Il ciarlatano, infatti, è in mezzo tra il venditore e il saltimbanco. Attraverso una parlantina suadente e fluente, con una mimica da grandissimo attore, con gesti e movimenti da consumato prestidigitatore, ubriaca gli ascoltatori e riesce alla fine sempre a spillare legalmente i loro soldi in cambio di acqua di fonte spacciata per chissà quale pozione dalle qualità terapeutiche portentose od oggetti di nessuna importanza fatti passare per preziosità. Gaglioffo non poco, imbroglione quanto basta, spaccone e borioso a dosi massicce così si presenta un ciarlatano di professione.

    La letteratura e l’arte sono piene di questi personaggi. L’umanità ignorante ha sempre avuto bisogno che qualcuno la imbrogliasse, salvo poi reclamare la testa del malcapitato imbroglione che si era lasciato scoprire.

    Tipica figura di ciarlatano è il dott. Dulcamara che nell’Elisir d’Amore, sulla scena imbonisce i villici:

    Udite, udite, o rustici. Attenti, non fiatate. Io già suppongo e immagino che al par di me sappiate che io sono quel gran medico, dottore enciclopedico, chiamato Dulcamara la cui virtù preclara e i portenti infiniti sono noti all’universo e…in altri siti’.

    Accidenti che grand’uomo!! Bisogna crederci, se ha così vasta fama!

    Volete riconquistare la salute, ringiovanire, drizzare le rughe, drizzare i torti, provocare l’amore in chi desiderate, riconquistare la felicità?’ E chi non vorrebbe tutto questo? Ascoltiamo, ascoltiamo. La gente ormai è nell’attesa di sapere il dopo, ormai ha abboccato.

    Si fa intorno al Ciarlatano, lo sollecita con gli occhi, lo osserva… aspetta… ‘Comprate, comprate gente il mio specifico, per poco ve lo do, per poco ve lo do’, grida Dulcamara.

    Ormai è fatta! Fosse solo acqua, come in effetti è, tutti vogliono il suo prodotto, tutti allungano le mani strappando al vicino la preziosa boccetta, tutti allungano soldi. Chi li ferma più? Per la gente è un uomo straordinario venuto da lontano al quale ancora oggi molti credono.

    Talvolta, quasi sempre, il ‘zaratan’ deve fare in fretta e furia i bagagli per sfuggire ai ‘rustici’ che si sono accorti di essere stati imbrogliati.

  • I Martelli di Canaro

    I Martelli di Canaro

    Famiglia di origini davvero antiche, con radici fiorentine (le prime documentazioni genealogiche rimandano ad un Martello vissuto a Firenze nel XIII secolo) i Martelli approdarono a Ferrara nel 1528 provenendo dalla Francia. In quell’anno infatti Lodovico Martelli seguì Renata di Francia giunta alla corte estense per sposare Ercole II d’Este.

    I Martelli nel ‘600

    Gli acquisti di terreno fatti in Polesine e le complesse vicende politiche di cui si è parlato nel precedente intervento (Ventaglio n. 26 p.46-49) portarono Andrea Martelli (1584-1659) a lasciare Ferrara per stabilirsi a Canaro, dove c’era il fratello Alfonso rettore, e dove, nel 1616, sposò Maurizia Perazzoli, di una vecchia famiglia canarese, che gli diede tre figli: Carlo (1617-1661), Lodovico (n. nel 1618) detto di Pontelagoscuro ed Ercole (n. nel 1619).

    I rami di Lodovico e di Ercole si sono estinti nel corso del 600-700, mentre quello di Carlo ha accompagnato tutta la storia di Canaro fino ai giorni nostri, con una serie ininterrotta di personaggi che hanno dato lustro al paese e al Polesine.

    Quando morì nel 1635 il fratello rettore, Andrea ne acquistò la casa adiacente alla chiesa parrocchiale e quando, nel 1646, il figlio Carlo sposò Francesca Richieri, della famiglia del famoso Celio Rodigino, si trasferì con tutta la famiglia a Paviole, dove c’erano le proprietà dotali della nuora.

    A Paviole Andrea acquistò nel 1651 altri terreni con casa che, di fatto, furono ereditati dal nipote Antonio (1647-1704), dato che Carlo morì due anni dopo il padre. Carlo ebbe da Francesca, che morì poco dopo la nascita di Antonio, anche due figlie e poi si risposò con Anna Bassi, che gli diede un figlio, Alfonso. Quest’ultimo visse in casa con il fratello e la sua discendenza si estinse con Sempliciano, morto soldato a Ferrara nel 1743.

    I Martelli nel ‘700

    Antonio a soli 15 anni si trovò sulle spalle la responsabilità di condurre l’azienda di famiglia, potendo però godere dell’affetto e della protezione di mons. Alfonso Martelli, legato apostolico di Ferrara dal 1662 al 1665, di cui si è già detto.

    Antonio accrebbe le proprietà di famiglia, acquistando terreni a Paviole, Canaro e Vallice e diverse case a Ferrara, tra cui quella di Piazza Nuova (Piazza Ariostea) di fronte alla chiesa del convento di Santa Maria Maddalena detto delle Converse. Ebbe anche diverse investiture di beni ecclesiastici, tra cui la terra a Vallice, chiamata per molto tempo “valle Martelli”.

    Se non proprio come ai tempi di Firenze, i Martelli di Canaro erano tornati ad essere ricchi e potenti in una Transpadana e in un Polesine in cui le famiglie che contavano erano poche.

    Antonio contribuì largamente allo sviluppo del paese e al recupero della chiesa di Santa Sofia, il cui parroco don Giuseppe Stevani era imparentato con lui, dato che la sorella Giulia aveva sposato Carlo Antonio, uno dei tredici figli che Antonio ebbe da Pasqua Annadei.

    Antonio e don Giuseppe fecero erigere in Santa Sofia l’altare del Crocefisso, provvidero ad adornare di marmi l’altare della Madonna e fecero preparare dai “marmorini” di Venezia la balaustra che venne poi installata a cura di Giulia Stevani, dopo la morte del fratello don Giuseppe.

    Antonio fece costruire al centro della navata, sotto il pavimento, la sua tomba di famiglia e don Giuseppe, nel 1710, quella posta davanti all’altare maggiore per i sacerdoti. Non è escluso che ai due si debbano altre opere ed arredi della chiesa, quali la statua di Sant’Antonio scolpita dal ferrarese Andrea Ferreri (1673-1735), ma è certo, comunque, che la chiesa, che verso la fine del ‘600 era ridotta in condizioni precarie, nella visita pastorale del 1713 appare in perfetto stato, nonostante le difficoltà di quel tempo, con l’alluvione del 1705 e con gli eserciti che imperversavano nel territorio durante la guerra di successione spagnola.

    Dei figli di Antonio, due dei quali morirono giovani durante l’assedio di Ferrara del 1709, sono da ricordare Andrea, architetto e perito agrimensore a Ferrara, don Michele, rettore di Fossa d’Albero e Carlo Antonio, ufficiale militare, marito di Giulia Stevani.

    La continuità della famiglia fu assicurata da Girolamo (1677-1738), medico del duca di Guastalla, dal predetto Carlo Antonio (1673-1743), da Giuseppe (1682-1758) e da Romualdo (1686-1748). La discendenza dei primi tre, formata da numerose femmine, si è estinta nel corso dell’800.

    Romualdo ebbe cinque figli: Elena (1712), Giovan Alberto (1718), Giuseppe (1719-1799), sacerdote a S.Anna di Ferrara, Francesco (1730), consigliere ducale, e Faustino (1732-1796).

    La discendenza di Giovan Alberto si estinse nel corso del ‘700; Faustino ebbe da Veronica Davì tre figlie ed un figlio, Antonio Luigi (1765-1813).

    Anche se non erano ai vertici del potere pubblico, come a Firenze, diversi Martelli furono nominati nel Gran Consiglio Centunvirale (l’ex Gran Consiglio Ducale) di Ferrara. L’ultimo fu Giuseppe nel 1787 e 1793, cioè poco prima che il Consiglio venisse sciolto da Napoleone.

    Nel 1796, per fermare le armate francesi, l’esercito austriaco occupò tutta la Transpadana, tagliando argini di fiumi e canali e devastando le campagne.

    I Martelli nell’ ‘800

    Antonio Luigi si schierò apertamente con Napoleone e a Bologna, il 22 giugno 1805, ricevette dall’imperatore dei Francesi e Re d’Italia la Croce della Legion d’onore col titolo di nobile. L’anno dopo fu nominato sindaco di Canaro, conservando anche la carica di deputato alla sanità conferitagli dagli Austriaci nel 1800. Da Maria Anna Raminelli, di Arquà, ebbe una figlia, Giunipera-Veronica (1800-1873) e quattro figli: Carlo Antonio (1802-1849), Antonio Matteo (1804-1875), Faustino Napoleone (1806-1857) e Romualdo Lodovico (1811-1891).

    Antonio Luigi morì qualche anno prima che la Transpadana ferrarese scomparisse dalle carte geografiche, inglobata nella Provincia di Rovigo creata dagli Austriaci che portarono sul Po il confine del nuovo Regno Lombardo Veneto.

    La guerra, i rivolgimenti politici di quegli anni e il passaggio continuo di truppe distrussero l’economia della zona e pregiudicarono seriamente le condizioni finanziarie della famiglia che, tra l’altro, vide rovinati e rubati mobili antichi e pezzi preziosi della quadreria raccolta da Carlo Antonio. Le terre erano però rimaste e, sotto la direzione della madre, la famiglia si riprese, i figli furono mandati a studiare a Padova, pronti ad inserirsi a pieno titolo nella nuova classe dirigente, la borghesia colta ed industriosa che sarebbe diventata la spina dorsale dell’Italia unita.

    Già negli anni ‘35-40 per la famiglia Martelli le cose erano tornate come prima. Faustino Napoleone era diventato il medico di Canaro; Carlo Antonio e Romualdo Lodovico laureati in ingegneria.

    A Napoleone e Romualdo il paese deve una notorietà non comune per le piccole realtà. Il primo, medico assai stimato per il suo impegno nella lotta alle malattie endemiche della popolazione di Canaro e dei paesi limitrofi, soprattutto quando infierì il “cholera morbus”, insieme con un possidente ebreo ferrarese Salvatore Anau, che aveva terre a Canaro e ad Occhiobello, avviò nella casa di Paviole fin dal 1842 un asilo infantile, il primo del Veneto, ispirato a quelli fondati in Lombardia da Ferrante Aporti. L’istituzione funzionò regolarmente dal 1846 al 1848, nonostante i contrasti insorti tra Martelli e il parroco don Giuseppe Leporati, che portarono alle dimissioni di Martelli dalla Commissione che gestiva l’asilo. Il medico accusava il parroco di non aver mai accettato quell’istituzione voluta da un ebreo, il quale, rimasto solo a sostenere la spesa dell’asilo, decise di chiuderlo nel 1849. Del resto, Anau era direttamente coinvolto nei moti del 1848 per la sua attività nel Circolo Nazionale Ferrarese, che lo elesse alla Costituente Romana, e per i suoi rapporti con Cesare Correnti e Daniele Manin. Nel 1849 venne espulso dallo Stato e si rifugiò a Genova.

    Anche i Martelli furono sospettati di attività rivoluzionaria, furono arrestati, condotti in carcere a Rovigo e poi rilasciati su cauzione. Probabilmente a destare sospetti fu la loro frequentazione con Anau, il quale, peraltro, in linea con il Comitato Distrettuale di Polesella, riteneva Carlo ed Antonio filo-austriaci.

    Romualdo, con la sua attività professionale, che lo portò a progettare e dirigere numerose opere pubbliche, arrecò lustro e ricchezza alla famiglia, per la quale realizzò la villa residenziale di Paviole. In particolare il suo nome è legato al progetto della Bonifica Padana, cioè dei territori tra il Po e il Canalbianco che, per l’impossibilità di scaricare le loro acque nel Po, erano perennemente allagati e quindi in gran parte improduttivi.

    Egli elaborò nel 1852, mentre era ingegnere consorziale di Gurzone, un progetto di bonifica che ottenne il parere favorevole del celebre Pietro Paleocapa e quindi di Luigi Monterumici e Gustavo Bucchia, cioè dei più valenti ingegneri idraulici del tempo. Il progetto fu approvato dal Ministero viennese e poi, con il parere favorevole di Domenico Turazza, ingegnere e senatore, anche dal Ministero dei lavori Pubblici italiano, ma si scontrò con l’opposizione inflessibile dei Consorzi Polesani, preoccupati che il Canalbianco, già appesantito da quella derivante dalla bonifica delle Valli Ostigliesi e Veronesi, non reggesse all’introduzione di ulteriore acqua.

    Romualdo, arruolato con l’esercito italiano nella terza guerra d’indipendenza, lavorò alla costruzione della linea ferroviaria Padova-Bologna, ottenendo a Canaro una fermata, denominata “fermata Martelli”, che divenne poi stazione di Paviole e quindi, nel 1942, stazione di Canaro.

    Morto nel 1849 Carlo Antonio, celibi Romualdo ed Antonio Matteo, Napoleone, sposatosi nel 1843 con Chiara Zoppellari, di Fiesso Umbertiano, ebbe una figlia ed otto figli maschi, di cui solo quattro sopravvissero: Armando (1845-1909), i gemelli Pompilio ed Imelde (nati nel 1847), Folco (1849-1939) ed Ugo Demetrio (1850-1930). Con essi arriva a concludersi la secolare vicenda dei Martelli a Canaro.

    Dopo la terza guerra d’indipendenza, alla quale Armando e Pompilio parteciparono arruolandosi nel Corpo dei Volontari che operò in Trentino e in Friuli – erano a Bezzecca con Garibaldi -, e mentre nel 1867 Imelde sposava Decimo Gaetano Cattaneo, di una nobile famiglia padovana di ingegneri e scienziati, i quattro fratelli ripresero gli studi: Armando si laureò in ingegneria, Pompilio in medicina, Ugo in architettura e Folco divenne Ispettore alle Strade.

    Solo Armando rimase nella villa di Paviole. Progettò numerose opere pubbliche a Canaro e nel Polesine, divenne consigliere provinciale negli anni ‘80 e diresse i lavori della bonifica padana, in particolare nella costruzione della botte sotto la Fossa Polesella. Nel 1878 fu nominato ingegnere direttore del Consorzio costituito fra i mugnai del Po a Polesella.

    Armando sposò Fredesvinda Tieghi, appartenente ad una famiglia presente a Canaro fin dal 1500 – da questa famiglia uscirono nella seconda metà dell’800 sindaci (Giacomo, Girolamo e Giulio), assessori e consiglieri comunali di Canaro – ed ebbe due figli: Carlo Alberto (1874-1930) e Jole (1878-1968). Dopo il fratello, Jole ereditò la villa di Paviole. Sposata con Raimondo Piccioli, ebbe un figlio, Armando, ingegnere, che morì scapolo nel 1972. Per espressa volontà della madre, egli lasciò in eredità alla Parrocchia di Santa Sofia di Canaro la villa e tutte le proprietà immobiliari dell’ultimo Martelli di Canaro.

    Il ‘900: da Canaro a New York

    Pompilio sposò Itala Maddalozzo ed esercitò la professione vicino a Firenze: ebbe cinque figli e la sua ultima erede è Laura, che vive a Roma ed è figlia del nipote Giorgio Valerio.

    Folco si trasferì a Ficarolo, sposò Adele Piccioli, cugina del Raimondo sposato con la figlia di Armando, e vi rimase fino alla pensione. Nel 1917 seguì il figlio Faustino nei suoi spostamenti dovuti alla professione di ingegnere e morì a Cagliari nel 1919. La discendenza di Folco continua con i pronipoti Faustino, Fabio ed Antonello.

    Tecnico capo del Comune di Padova, Ugo Demetrio conobbe in città Giovanna Cattaneo, nipote del marito della sorella Imelde, la sposò ed ebbe da lei tre figli: Ivo Faustino (1884-1957), Aser (1887-1965) e Luigi (1889-1984).

    Ivo Faustino, laureato in fisica e matematica, si trasferì e rimase a Parma; Aser divenne direttore amministrativo di una ditta milanese ed ebbe due figlie; Luigi, ingegnere capo della “Breda Ferroviaria” di Milano ebbe da Clorina Comelli una figlia, Giovanna Ersilia, ed un figlio, Adolfo, laureato in economia e commercio, che non ha avuto discendenti.

    Ivo Faustino, insegnante, studioso molto noto nell’ambiente scientifico, depositò una dozzina di brevetti industriali, tra cui un “accenditore elettrico per lampade stradali a gas” usato in piazza San Marco a Venezia e “un motore a 4 tempi con autocompressore”. Sposò Adele Samaritani dei conti de’ Cervi di Romagna che gli diede due figli: Giorgio Ugo (1917-1945), ufficiale dell’esercito a Rodi e quindi partigiano nella Brigata “Giustizia e Libertà”, croce di guerra al valor militare e medaglia d’oro alla memoria della Brigata Jiulia; Fabrizio Giovanni (1923-1984), ufficiale durante la guerra, ingegnere, specializzato in materie plastiche, rettore dell’Istituto per la Scienza e Tecnologia dei polimeri in Algeria.

    Sposò nel 1952 la torinese Maria Luisa Vinchi, da cui ebbe Antonella (1953), Simona (1956) e Giorgio Ivo (1962); risposatosi nel 1969 con Margherita Francesca Bartalis, di famiglia transilvana, ebbe un altro figlio, Peter Fabrizio, nato nel 1978 a Wellington in Nuova Zelanda e battezzato nella chiesa parrocchiale di Canaro nel 1981.

    Peter Fabrizio è il più recente discendente dei Martelli di Canaro. Risiede a New York, dove è morto il padre, autore del libro sulla storia della famiglia, pubblicato postumo a cura dei figli e del cugino Adolfo.

    Recentemente Giorgio Ivo ed Adolfo sono stati a Canaro, dove hanno incontrato le autorità locali, rivisto la villa di famiglia in corso di ristrutturazione a cura del nuovo proprietario e visitato la tomba dei Martelli nel cimitero del paese.

  • Il mercatino della nostalgia

    Il mercatino della nostalgia

    Piazza Matteotti è una grande soffitta che accoglie un ‘mare’ di cose vecchie, un microcosmo tutto da scoprire. E’ l’appuntamento di ogni terza domenica del mese, a Polesella, con il mercatino dell’usato.

    Cosa si nasconde in un’anonima sportina di nylon? Gli acquirenti sono tanti, indecisi, tentennanti, attratti da pezzi antichi o da qualche gingillo particolare. Spesso cose ritenute superflue dal proprietario, disposte ordinatamente su una bancarella, assumono un valore particolare per il pubblico.

    Qualcuno è soddisfatto dell’affare portato a termine, magari dopo un’estenuante trattativa sul prezzo che il venditore non voleva abbassare, e ne parla in maniera decisamente entusiasta, quasi fosse l’affare della vita. C’è chi chiede il prezzo di qualche oggetto, sembra interessato ma sul più bello se ne va. Il banchetto successivo già attira lo sguardo lontano.

    Sono in molti a puntare il dito verso antichi obbiettivi di macchina fotografica o su bilance scurite dal tempo, santini e cartoline, ferri da stiro e gioghi per trainare buoi. Alcuni mescolano con l’indice della mano destra decine di monete straniere facendole tintinnare, prima di sceglierne una dal contenitore, quella da aggiungere alla propria collezione. Altri sfogliano copertine sdrucite e ingiallite di vecchi dischi 33 giri in vinile, provano orecchini, anelli, bracciali in stile Ottocento, dalla pietra preziosa del colore che più si addice all’umore del momento. Radio d’epoca, telefoni lucidi, neri e placcati oro, radioline, obiettivi di macchine fotografiche. E’ questo il “tesoro” esposto da Millo Chiarion di Rovigo, da anni a zonzo per mercati di Este, Noventa Vicentiva, Piazzola sul Brenta e sbarcato infine a Polesella. “Nutro la passione per questi apparecchi fin da quando sono nato – spiega euforico, un po’ timido poi entusiasta di condividere con il pubblico il suo hobby – è un “virus” che mi hanno trasmesso i tedeschi. Durante la guerra, infatti, a casa mia era stato allestito un vero e proprio laboratorio dove venivano riparate ricetrasmittenti. Da quel momento non sono più riuscito a farne almeno. Le colleziono, le riparo, le conservo. Fare i mercatini – aggiunge – è la giusta dimensione per far cultura. Si avvicinano bambini curiosi che chiedono spiegazioni. Sono sempre felice di poter far loro conoscere qualcosa che non hanno mai visto”.

    A pochi metri c’è Ivano Stefani, rodigino. “Amo da sempre le cose antiche, i vecchi attrezzi contadini – racconta – cerco in vari mercatini sparsi in tutta Italia alcuni oggetti semiscomparsi o comunque appartenenti a un tempo lontano, inservibili ma con un particolare fascino retrò. Queste forbici, ad esempio, le ho portate in mostra ma non sono in vendita. Servivano per tosare le pecore, rigorosamente a mano. Ci sono molto affezionato e non le scambierei per tutto l’oro del mondo”.

    E le trattative continuano. Facciamo spazio tra la folla. Oltre il muro di persone dagli occhi illuminati per l’emozione e le orecchie tese a non perdere una nota, si scorge un grammofono a manovella tirato a nuovo, vestito di un lucido manto come se il tempo, per la sua voce, si fosse fermato e la musica da suonare restasse espressione immortale di un epoca. “Sono nato insieme a questi apparecchi – ci confessa Enzo Pardon – i miei nonni erano fabbri, costruivano grammofoni”.

    La storia si ripete così, ogni terza domenica del mese a Polesella, quando il paese assume i contorni di una vecchia pellicola sulla quale sono impresse le scene di un film in bianco e nero che ritrae un modo di vivere privo di comodità ma comunque esistito in un passato nemmeno troppo lontano. Innumerevoli i souvenir che riporta a galla la manifestazione. Difficile elencarli tutti. E nemmeno è semplice, per contro, riflettere su quello che non c’è. Di certo, protagonista è un secolo impolverato dai ricordi capace, attraverso le testimonianze arrugginite di pezzi da museo, di fare ancora parlare di sé, nel modo più curioso e interessante possibile. Come un amore vissuto intensamente, credendolo eterno, che ora non c’è più, ma torna a galla non appena lo si chiama con il nome, ‘nostalgia’…

  • Villa Nani Mocenigo. In visita col F.A.I.

    Villa Nani Mocenigo. In visita col F.A.I.

    L’apertura straordinaria della cinquecentesca villa Nani Mocenigo di Canda, in occasione della XI Giornata FAI di Primavera, ha sortito un successo che ha superato le più rosee aspettative, premiando gli sforzi dell’associazione ambientalista che, con l’arrivo della nuova stagione, si è fatta promotrice dell’importante iniziativa. Sono state infatti oltre 2000 le persone che, nei giorni 22 e 23 Marzo, hanno accolto l’invito della delegazione polesana del FAI (Fondo Ambiente Italiano) raggiungendo la nobiliare costruzione che sorge a Canda sulla riva sinistra del Canalbianco.

    Eretta negli ultimi decenni del XVI secolo, secondo un progetto attribuito allo Scamozzi, stretto collaboratore del Palladio, la villa nel corso del XVIII secolo subì un ampio intervento sotto il profilo architettonico, per volontà dalla nobiliare famiglia veneziana che intese accrescere l’impatto scenografico dell’immobile.

    Resta sconosciuto il nome dell’architetto autore del progetto di ampliamento, concretizzatosi nell’aggiunta, sulla parte anteriore della villa, di un corpo allungato in modo da far risaltare la facciata, al tempo specchiantesi nelle placide acque del fiume. Aspetto quest’ultimo che purtroppo oggi è venuto meno, poiché gli argini, più volte innalzati, limitano la visione del nobiliare palazzo a chi si trova a transitare con imbarcazioni sul corso d’acqua; un fiume canalizzato, da poco divenuto nuovamente navigabile grazie alla conclusione di grandi lavori che garantiscono la possibilità di percorrere la “strada azzurra” da Mantova al mare e che hanno fatto di Canda un punto nodale, dotandola di una conca e di una idonea darsena.

    Il risultato scenografico dell’ampliamento settecentesco si può comunque cogliere appieno dalla strada posta sulla sommità arginale, da dove si può ammirare la ricercata architettura della singolare villa veneta: una doppia scalinata simmetrica permette di raggiungere un ampio pronao, su cui si innalzano maestose colonne culminati con capitelli corinzi, sopra cui, al posto del tradizionale timpano, è stato ricavato un attico con tre aperture quadrate, seperate da brevi lesene sormontate da originali pinnacoli a forma di vaso.

    Altrettanto prestigiosi gli interni, decorati con affreschi realizzati da quadraturisti di sicura valentìa, in gran parte purtroppo deturpati da un incendio che sconvolse gli interni della villa nel 1946, risparmando però fortunatamante le due stanze più rappresentative del piano nobile, collegato internamente agli altri piani con una originale scala elicoidale.

    Di particolare impatto visivo si presenta specialmente la stanza con le allegorie, caratterizzata da quattro grandi quadri affrescati, delimitati da finte cornici dorate, che risaltano su pareti completamente decorate con festoni, mascheroni e tondi monocromi di gusto barocco. Squisite opere di pittura attribuite al pennello di Gerolamo Mengozzi Colonna, collaboratore del Tiepolo ed insigne maestro del Settecento veneziano.

    Villa Nani Mocenigo, nonostante innegabili aspetti di degrado che inducono a richiedere idonei interventi non più dilazionabili, si presenta tuttora ammantata dal fascino di una grande realizzazione achitettonica, ricercata dalla nobile famiglia veneziana quale prestigiosa testimonianza dell’alto grado sociale raggiunto. E all’altezza dell’immobile si presenta anche il parco, che si estende sul retro, ricco di piante secolari, abbellito da statue ed in particolare da una cappella gentilizia a pianta ottagonale, la cui facciata testimonia l’attenzione posta dal progettista interessato a far risaltare gli aspetti architettonici caratterizzanti il Rinascimento italiano.

    Le due giornate di apertura straordinaria della villa, oltre a permettere alle tante persone convenute a Canda la visita accurata di un bene così importante nell’ambito della provincia, è servita anche a richiamare l’attenzione sullo storico immobile che da anni giace in uno stato di semiabbandono in attesa di un intervento risolutore. E a questo proposito va detto che il Comune di Canda e la Provincia di Rovigo stanno cercando di promuovere un piano che veda l’intervento dello Stato al fine di dar vita ad un progetto attuativo in grado di assicurare un futuro alla mirabile villa che sorge maestosa lungo il Canalbianco.

  • I luoghi dell’Altrove

    I luoghi dell’Altrove

    Alla presenza di un folto gruppo di autorità del mondo politico e della cultura è stata inaugurata il 7 settembre scorso, a Bergantino, presso la sede del “Museo Nazionale della Giostra e dello Spettacolo Popolare”, la mostra documentaria permanente “I luoghi dell’Altrove”. L’inaugurazione è stata preceduta dalla presentazione del pregevolissimo libro guida della mostra, curato da Tommaso Zaghini, direttore del Museo.

    Il Museo Nazionale, nato nel 1999, è un’istituzione unica nel suo genere in Italia: un ambiente in cui si conservano le memorie dello spettacolo itinerante ed un centro culturale di ricerca e di documentazione vitale, proiettato a divenire un punto di riferimento nazionale per quanto riguarda la cultura popolare di piazza. Oggi esso presenta, in modo organico e scientifico, la documentazione relativa alla storia e all’antropologia della Fiera medioevale, che si è evoluta attraverso i secoli in Parco dei divertimenti, fra ‘800 e ‘900, e poi infine nel Luna Park contemporaneo: un mondo ricco di fascino e di valori umani, che merita di acquisire, anche agli occhi della cultura ufficiale, nuova dignità.

    Cosa può vedere oggi un visitatore che entra nel rinnovato Museo Nazionale della Giostra e dello Spettacolo Popolare? Un percorso culturale, storico ed antropologico, affascinante, che si snoda in quattro sezioni.

    Le origini

    La fiera e il luna park contengono in sé molte storie: la storia recente dei singoli spettacoli e delle singole attrazioni, cui è legata anche la storia delle famiglie di spettacolisti itineranti, e la storia delle remote origini – prevalentemente rituali – di ciascun gioco o spettacolo di piazza. In questa prima sezione vengono analizzati gli aspetti etnologici del “mostro inghiottitore” e gli aspetti rituali di alcuni giochi del mondo antico, come il labirinto.

    Fanno parte di questa sezione anche l’analisi della funzione dei “percorsi sotterranei”, che sfociano nei viaggi all’interno di “tunnel delle streghe” o di “castelli incantati”. La sezione, infine, risale alle origini del circo, ripercorrendo le feste religiose nell’Egitto dei Faraoni, nella Grecia classica ed i giochi e gli spettacoli nella Roma antica.

    La Fiera

    E’ una sezione che affonda le sue radici a partire dall’XI secolo, un periodo di risveglio economico, in cui assunsero importanza crescente le piazze, come luogo di mercato, e le strade, vie di pellegrinaggio.

    Si scopre, percorrendo le tavole che illustrano la mostra, che la Fiera nacque intorno al Mille, con una funzione commerciale: spettacolo di colori, di suoni, di richiami, di folla vociante, in cui presto emerse la figura magnetica dell’imbonitore, un venditore dotato di fascino, fantasia, mimica e fluidità di parola. Ma le fiere divennero ben presto uno straordinario palcoscenico naturale sul quale si inserirono anche gli artisti ambulanti e i girovaghi: ciarlatani, cantastorie, saltimbanchi, burattinai, acrobati: povera gente costretta ad inventarsi un modo per sopravvivere. In questo spazio aperto allo spettacolo e al divertimento, intorno al ‘700, si presentarono anche spettacoli di fenomeni umani, serragli di animali ed i primi rudimentali giochi: altalene, giostre ad anello, semplici strutture di legno mosse dalla mano dell’uomo.

    In una sezione ricchissima di documenti iconografici, viene analizzata e presentata la cultura dei fieranti, i personaggi (ciarlatani, attori, musici ambulanti, acrobati e giocolieri) e le attrazioni (i giochi d’azzardo, le prove di forza e di abilità, il tiro a segno, le lotterie, gli animali ammaestrati, i fenomeni umani, il teatro dei burattini e quello delle marionette, fino all’origine del circo moderno e del cinema). La sezione si conclude presentando la fiera come centro di diffusione culturale.

    Il Luna Park

    Le origini più lontane di questo straordinario luogo sono individuate nella cultura settecentesca dei giardini eccentrici e nella diffusione europea di giochi di piazza quali altalene e giostre. Un antecedente significativo, per individuare le origini dei giochi del luna park, è costituito dalle feste che i sultani ottomani celebravano in occasione di particolari festività religiose o dinastiche.

    Ma le origini più recenti sono da riconoscere negli anni in cui le esposizioni industriali (fine ‘800 – primi ‘900) segnarono un momento di scatto tecnologico: le fiere persero via via la loro finalità commerciale ed assunsero sempre più l’aspetto di parco di divertimento, mentre gli artisti ambulanti vennero progressivamente sostituiti dai nuovi giochi meccanici e poi dalle giostre di vertigine.

    Interessantissimo, all’interno di questa sezione, ripercorrere la storia di alcune tipologie di giostre. In Russia, dall’altalena tradizionale si passò all’altalena verticale (una grande ruota a navicelle oscillanti, antesignana della ruota panoramica) e all’altalena orizzontale (antesignana delle moderne giostre a movimento rotatorio orizzontale). Sempre in Russia venivano costruiti enormi scivoli, ricoperti di ghiaccio, che diedero vita poi, in altre parti d’Europa, alle cosiddette “Montagne russe”. E non poteva mancare certo, all’interno del Museo, una storia della più classica delle attrazioni: la giostra a cavalli.

    La gente del viaggio e l’industria dei sogni

    E’ un’ampia sezione dedicata alla cultura locale. Racconta, attraverso immagini, la storia di un gruppo di famiglie bergantinesi che, a partire dagli anni ‘20 del Novecento, si inventarono un nuovo mestiere, in alternativa all’emigrazione dilagante: costruirono da soli le giostre e, cambiando radicalmente modo di vivere, partirono per le varie fiere e piazze d’Italia, inseguendo il sogno di riscatto da una condizione di vita inaccettabile. Sono storie di gente comune e straordinaria nello stesso tempo; un racconto per immagini che coinvolge il visitatore e lo emoziona.

    Per la gioia di tutti i bambini, poi, il Museo si completa con un’intera sala trasformata in Luna Park in miniatura, con numerosi modellini di giostre perfettamente funzionanti.

    E’ veramente un’esposizione viva, interessantissima, quella realizzata a Bergantino; una mostra ed un Museo che indubbiamente meritano una visita, anche perché arricchiscono il nostro Polesine e danno voce e dignità alle storie di figli di questa terra, alla loro tenacia e alle loro capacità.

    Decisamente fuori dal comune, poi, anche la guida del Museo: un vero e proprio volume, “I luoghi dell’Altrove”, elegante e ben curato, una sintesi chiara, quasi un piccolo trattato storico-antropologico sulla storia della giostra e dei luna park. Anche per questo, l’istituzione museale bergantinese merita pienamente la considerazione di cui già gode in Italia e l’interesse e la stima che sta conquistando anche a livello europeo.

  • Sulle tracce di A. F. Farsetti

    Sulle tracce di A. F. Farsetti

    Non lontano dal centro di Ca’ Tiepolo, sulla sponda sinistra del Po di Gnocca, incontriamo Donzella, tra le prime frazioni a svilupparsi e una delle più popolate del territorio di Porto Tolle.

    Durante la dominazione austriaca proprio in questi luoghi fu arrestato Angelo Brunetti detto Ciceruacchio che con i suoi compagni, si dirigeva a portare aiuto a Venezia che ancora resisteva contro gli austriaci¹.

    Nel ‘600 il primo proprietario della zona fu Antonio Francesco Farsetti, un nobile nativo di Massa, ma che risiedeva abitualmente a Venezia, nel palazzo che ora è sede del Comune. Si era arricchito a Roma dove per alcuni anni aveva gestito la zecca pontificia. Nel Delta comandava la palude che dal Molo andava fino al mare; tale zona, conosciuta col nome di Ca’ Farsetti, era allora un unico canneto ed era abitata da poche famiglie di pescatori.

    Sul nome attuale della località di Donzella esistono alcune leggende, una delle quali (priva di fondamento storico) racconta che, alla morte di Antonio Francesco Farsetti, i terreni passarono in eredità alla figlia non sposata, ossia ad una “donzella”. Più romantica l’interpretazione tradizionale tramandata oralmente, secondo la quale il nome del paese ricorderebbe una giovane Farsetti, annegata nel Po per un amore contrastato dalla famiglia. In realtà, più semplicemente, il nome sarebbe mutuato da quello di un antico ramo secondario del Po.

    Oltre alla casa padronale in località Alba (ora nel territorio di Ca’ Tiepolo), i Farsetti fecero costruire, nel 1696, la chiesa di Donzella, distrutta in epoca recente in seguito ai lavori di consolidamento degli argini e di sistemazione del corso del Po.

    In essa erano custodite alcune pregevoli opere d’arte che sono andate per lo più disperse o abbandonate tra le macerie; tra queste la statua di Farsetti, recuperata qualche anno fa e ora in attesa di degna collocazione. Autore del ritrovamento il dott. Claudio Modena, che attualmente vive a Roma, ma che mantiene un legame fortissimo con la sua terra di origine e non perde occasione per ritornare nella sua casa di Donzella.

    Circolano voci diverse riguardanti questo recupero, su cui si sono innestati malintesi e anche una vicenda legale; abbiamo perciò chiesto informazioni al diretto interessato il quale ci racconta che, nel 1981, tornato da Roma, è stato contattato da un gruppo di cittadini di Donzella (in testa Gino Veronese e Lino "Ciccio" Marchesin). Lamentavano il fatto che, demolita la chiesa nei lavori di consolidamento degli argini, non restava in paese nessuna testimonianza del passato. Per questo proponevano di riportare alla luce quanto era rimasto sotto le rovine dell’edificio.

    Modena interessò della cosa alcuni amministratori locali, senza però trovare alcun incoraggiamento e non se ne fece niente. Ma nell’estate del 1983, durante un’eccezionale secca del Po, mentre nella golena erano in corso alcuni lavori di scavo e di rinforzo arginale, proprio nel luogo dove sorgeva un tempo la chiesa, emersero un pezzo di parete e il piedistallo che in origine sosteneva la statua del Farsetti.

    La statua era lì, sotto pochi metri di fango. Da qui il rinnovato entusiasmo della gente per tentare il recupero di quanto era andato perduto a causa dell’incuria (o forse, più semplicemente per ignoranza) e nuovo coinvolgimento del dott. Modena, il quale ci racconta: “Mi buttarono giù dal letto e mi convinsero che bisognava fare qualcosa per salvare la statua. Spiegai agli amici che non era il caso di intraprendere da soli la ricerca, ma non ci fu verso di convincerli: a loro parere non c’era tempo da perdere, perché i pesanti mezzi meccanici usati per la sistemazione degli argini avrebbero sicuramente rovinato i reperti, e avevano anche paura che la statua potesse, a questo punto, essere trafugata”.

    Per questo, dopo aver informato l’Amministrazione comunale e il Commissariato di Pubblica Sicurezza, Modena si mise alla testa del gruppo che eseguì lo scavo e recuperò la statua. D’altra parte – come ci dice lo stesso Modena – non è che volevamo portarcela via, sistemarla a casa nostra: volevamo solo restituire alla collettività un bene perduto”.

    C’era tutta Donzella sull’argine del Po quel 17 agosto, e fu grande l’emozione della gente nel vedere riemergere un reperto che riportava alla loro memoria tanti ricordi e li ripagava in parte del dispiacere provato quando l’antica chiesa fu distrutta.

    Venne recuperato anche un cartiglio marmoreo che era alla base del monumento funerario, sul quale era stato inciso: “D.O.M. ANTONIO FRANCISCO FARSETTI PAT.° VEN.° BENEFACTORI ET PATRONO. ORATE PRO EO”, alcuni elementi architettonici in marmo e anche il fonte battesimale.

    Sulla denuncia per la mancata comunicazione alla Guardia di Finanza, l’interessato giustamente minimizza: è stata solo un’ingenuità; d’altra parte, come lui stesso dice, erano altri tempi. “Un giornale locale – è sempre Modena che parla – riferendo sul ritrovamento, riportò erroneamente la notizia del recupero di un reperto archeologico. Da qui la denuncia per scavo non autorizzato e il sequestro cautelativo della statua, che già qualcuno voleva portare via da Porto Tolle”.

    Il Pretore di Adria sentenziò di “non doversi promuovere l’azione penale” e il Modena pagò 400 mila lire di multa. Fortunatamente il difensore, avvocato Luigi Migliorini, con gesto nobile e raro, non pretese alcun compenso per le spese legali.

    Ma l’importante per Modena era far sì che la statua non fosse portata altrove. Per questo, fin dal momento in cui, ancora sporco di fango, si trovava nella caserma Guardia di Finanza di Gnocchetta, senza perdersi mai d’animo, avviò un’azione capillare di sensibilizzazione affinché la statua potesse essere restaurata e ricollocata a Donzella.

    Nel 1998, ultimati i lavori di restauro, eseguiti dalla Soprintendenza per i beni culturali del Veneto, l’allora assessore alla cultura del Comune di Porto Tolle, Silvano Vanzelli, promosse un dibattito pubblico al quale parteciparono, oltre a Claudio Modena, Loris Vedovato, autore della storia della famiglia Farsetti, Claudio Mancin, cultore di storia locale, il senatore Elios Andreini, l’avvocato Luigi Migliorini, il noto divulgatore scientifico Giorgio Celli e lo scrivente.

    Come ebbi a dire in quell’occasione, al di là del valore artistico della statua, è ammirevole la volontà della gente di recuperare i propri simboli e la propria tradizione. I portotollesi si stanno riappropriando del passato: sono uscite numerose pubblicazioni che ricostruiscono la storia locale (tra le quali molto importanti per la completezza della documentazione quelle di Claudio Mancin), c’è una rinnovata attenzione verso le antiche corti rurali e le case padronali, che erano un tempo luoghi di aggregazione e riferimento sociale. Si sta in definitiva diffondendo sempre di più la passione per la ricerca delle proprie radici, sia attraverso lo studio e la rivalutazione delle figure legate all’evoluzione del territorio e allo sviluppo sociale e culturale di Porto Tolle, sia attraverso la salvaguardia e il recupero delle rare testimonianze che ancora sopravvivono dopo un periodo nel quale, per incuria, alluvioni ricorrenti e scelte politiche, tutto veniva distrutto, con perdita della maggior parte del patrimonio.

    L’Amministrazione comunale ha ritenuto giusto trovare finalmente alla statua di Antonio Francesco Farsetti una collocazione, non con lo scopo unico di conservare le pochissime opere d’arte che ci sono rimaste (forse modeste per altre realtà, ma altamente significative per noi), ma in una prospettiva di attualità e di sviluppo sociale e culturale. Sempre più forte è infatti l’esigenza di conservare e di trasmettere ai nostri figli i valori del passato, facendo conoscere la nostra pur recente storia, che dovrà diventare polo di riferimento attuale e strumento di promozione di un territorio, nel quale i beni culturali e i beni ambientali tendono inevitabilmente a fondersi e si dimostrano elementi indispensabili per garantirne il futuro.

  • Approdo a Porto Levante

    Approdo a Porto Levante

    Per gli amanti della nautica da diporto Porto Levante costituisce un punto di riferimento fondamentale nel Delta del Po. E l’Amministrazione di Porto Viro gioca gran parte delle sue carte più importanti sullo sviluppo e la riqualificazione dell'antico borgo marinaro di Porto Levante, per il quale è stato studiato un complessivo Piano di riqualificazione.

    Sono ben tre gli approdi turistici, più o meno capienti, ma tutti ugualmente importanti, che gravitano attorno alla frazione marinara portovirese, con un totale di circa 1.000 posti barca a disposizione.

    In ordine, venendo dalla Romea, si incontra per prima la darsena di “Marina Nuova di Porto Levante”, lungo la sponda destra del Po di Levante, con numerose barche da diporto ed una vivace flottiglia di house boat, noleggiate ad un turismo, in gran parte di matrice straniera, per una notevolissima parte dell'anno. Alle porte di Porto Levante, poi, la darsena dell’Apt, popolata di natanti, però di piccole dimensioni. Quindi, al limite est della frazione, il nuovissimo porto turistico di “Marina di Porto Levante”, che guarda Scanno Cavallari, una struttura portuale gestita dalla famiglia dell'imprenditore padovano Angelo Comunian, ed inaugurata dall’attuale sindaco di Porto Viro, Doriano Mancin.

    Quest’ultima è senz’altro la struttura più rappresentativa, ultimata in ogni suo dettaglio, con una ricettività di 520 posti, per barche da diporto anche “importanti”, poichè la loro lunghezza può variare dai 6 ai 20 metri, che manovrano in fondali di metri 3,5 sul medio mare. Attualmente, “Marina di Porto Levante” detiene il record di essere il porto turistico più grande del Delta, più capiente anche di quello di Albarella, che, pur vantando il riconoscimento di “Bandiera Blu d’Europa”, ha una capacità ufficiale di 455 posti barca, per natanti dai 6 ai 25 metri.

    Molti sono i servizi offerti dalla struttura portuale gestista dalla famiglia Comunian, sempre presente in direzione con il direttore del porto, Paolo Comunian, coadiuvato dalla sorella, l’efficiente signora Irene: da quello del rimessaggio invernale, a quelli di acqua potabile ed elettricità in banchina, con banchine e pontili illuminati, ormeggi sia a banchine fisse che galleggianti, sia su finger che su briccole. Inoltre, all’imboccatura del “Marina”, c’è un punto per rifornimento di carburanti, anche per le imbarcazioni che praticano la pesca professionale. Sono pure disponibili, tra le altre cose, servizi indispensabili per la navigazione di natanti a motore, quali un'attrezzata officina meccanica, un servizio di elettrauto ed un’Agenzia nautica. Per gli alaggi, inoltre, ci si serve di una gru con portata di 30 tonnellate e carrello telecomandato.

    All’interno del complesso portuale, funziona già un accogliente bar, mentre per l'autunno è previsto il compimento di un capiente ristorante-pizzeria.

    La zona – porto, che fruisce di un servizio di vigilanza notturna e diurna e di un servizio antincendio, ha come pertinenze anche ampi piazzali, che vengono usati in periodo invernale per il rimessaggio delle barche, presenti al “Marina di Porto Levante”, che per l’invernata 2002-2003, che hanno raggiunto il numero di circa 250, di cui parte in acqua e parte a terra.

    Una peculiarità di questo porto turistico, inoltre, è il fatto che, come reso noto da Irene Comunian, c'è una buona richiesta di ormeggio per i catamarani; e non è un caso che uno di questi, il “Marco Polo”, che è un’imbarcazione dalle caratteristiche e dalla stazza che lo rendono adatto a sfidare la navigazione oceanica, in ogni condizione climatica, abbia avuto proprio qui la sua base logistica e di addestramento, prima di tentare un’avventura che ha il sapore di altri tempi. Infatti il 29 giugno dello scorso anno, l’imbarcazione, con a bordo un equipaggio di tre persone, di cui non renderemo noti i nomi in ossequio alla privacy richiesta, è salpato per un “giro del mondo” che durerà ben quattro anni, e che ricorda un po’ da vicino, per lo spirito di avventura che lo sottende, i mitici peregrinari di Ulisse, per giungere a rivedere la sua Itaca. Attualmente il “Marco Polo”, che si tiene costantemente in contatto con la direzione del porto deltino da cui è partito, si trova ormeggiato a Los Testigos, una catena di isolotti esterni al Venezuela.

    Infine ai citati servizi offerti dalla struttura portuale di Porto Levante, la Città di Porto Viro – mediante una speciale convenzione stipulata con il Cobat, il Consorzio Obbligatorio Batterie al Piombo Esauste e Rifiuti Piombosi, ed il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati – ha aggiunto una particolare “isola ecologica”, inaugurata il 27 giugno dello scorso anno, e destinata alla raccolta di tali materiali, altamente inquinanti. In questo modo “Marina di Porto Levante”, è entrata a pieno diritto nell’iniziativa “L’isola nel porto”, il cui progetto è stato adottato già da una quarantina di porti, molto blasonati, fra i quali: Viareggio, Pescara, La Spezia, Olbia, Savona, Cagliari, Castellammare di Stabia, Golfo Aranci, Isola della Maddalena, Porto Empedocle,ecc.

    A “Marina di Porto Levante” la stagione turistica è iniziata con giovedì 1° maggio, giorno di San Giuseppe.

    – Esiste, chiediamo, qualche forma di sport o qualche manifestazione legata al vostro porto turistico?

    “Presso il nostro porto – risponde Irene Comunian – è sorto e si è ben radicato il Club nautico “Fishing Club No Limits”, i cui soci si dedicano al drifting, cioè alla pesca al tonno gigante, particolarmente abbondante al largo del Delta. Detto sport viene praticato dalla barca in “deriva”. All’interno del Club, però – continua Comunian – vi è anche uno spazio per coloro che affrontano il mare praticando l’antico sport della vela”.

    – Da dove provengono, in generale, i clienti che ormeggiano le loro imbarcazioni al “Marina di Porto Levante”? “Molto numerosi, secondo una nostra inchiesta fatta in agosto dello scorso anno, sono i clienti che provengono dal rodigino, ma esistono buone presenze anche dalle province di Padova, Verona e Milano, e qualche presenza viene pure dal ferrarese. Quanto alle imbarcazioni ormeggiate nel porto levantino, esse erano per lo più barche medie, generalmente lunghe 7 metri, 7,50. Sempre nel mese di Agosto 2002, inoltre, dal porto sono partite molte imbarcazioni di clienti, con barche da 8 – 10 metri, con meta le alte e sassose coste della Croazia. Inoltre sono stati preferiti anche gli altri porti dell’ex Jugoslavia in generale”.

    – Come ci si ormeggia in porto a “Marina di Porto Levante”?

    “Innanzitutto – ci informa Irene Comunian – si deve rilevare che tutte le briccole sono state sostituite, ormai da tempo, con pali in ferro, al fine di garantire una miglior sicurezza di attracco alle barche. L’ormeggio inoltre è possibile anche su finger, cioè pontiletti galleggianti, cui si appoggia la barca”.

    – Quali le prospettive di sviluppo futuro per questo, che attualmente è il più grande porto turistico del Delta, oltre che il più moderno?

    “Entro il prossimo anno – ci dice ancora la signora Irene – si dovrebbe raggiungere la piena capienza della nostra struttura portuale, concepita indubbiamente con criteri di efficienza e con tecnologie che hanno adottato soluzioni d’avanguardia”.

  • Casa Divina Provvidenza a Badia Polesine

    Casa Divina Provvidenza a Badia Polesine

    Chi si trova a passare lungo via S. Rocco a Badia Polesine non può non notare, fra i vari imponenti edifici che costeggiano entrambi i lati della strada, il palazzo che, a fianco della maestosa porta con battenti, reca la targa con la sua denominazione:

    CASA DIVINA PROVVIDENZA ARDICCIO TAMASSIA Istituto Fanciulli Sinti.

    Se poi qualcuno ha già avuto modo di suonare il campanello, saprà certamente quale vivace realtà regna all’interno…

    Nella Badia del dopoguerra, poco distante da questo edificio, esisteva la Casa Divina Provvidenza, che allora era l’abitazione dell’artigiano Vittorio Benato. Costui aveva spontaneamente messo a disposizione la sua casa per accogliere i più bisognosi, famiglie sfollate e persone sole in difficoltà. Dopo un notevole servizio, col tempo l’emergenza iniziò a diminuire ed allora, per non lasciar perdere un’occasione di carità, si fece avanti Don Dino Torreggiani, Servo della Chiesa.

    Questo sacerdote di Reggio Emilia, che aveva votato totalmente la sua vita a favore dei deboli e degli emarginati, aveva una predilezione per il popolo nomade che iniziava ad ampliarsi sempre più nell’ambito del Veneto. Don Torreggiani pensò proprio a questa minoranza quando stabilì un contatto con Benato e gli propose di creare una struttura per accogliere i figli dei Sinti e dei Rom.

    Fu così che a Badia iniziarono ad affluire bambini e ragazzi nomadi provenienti soprattutto dalle varie parti del Triveneto.

    In breve si rese necessario trovare un ambiente più capace per ospitarli al meglio e si ottenne la disponibilità dell’immobile in via S. Rocco di proprietà della Fondazione S. Giovanni Bosco della Diocesi di Adria e Rovigo che lo concesse in uso gratuito.

    All’interno dei numerosi e spaziosi ambienti di questo stabile, i piccoli ospiti trascorrevano le loro giornate dedicandosi alle varie occupazioni, dallo studio – allora l’istituto era dotato di una scuola interna – al gioco, dalla festa alla preghiera, dalla cura personale allo svago, il tutto in un clima che trasudava affetto ed accoglienza, serenità ed accettazione.

    Al gruppo dei piccoli nomadi veniva talvolta ad aggiungersi qualche bambino extracomunitario, il quale, grazie alla costanza ed alla dedizione dei responsabili, trovava una via facilitata per l’apprendimento della lingua italiana.

    Oltre ai Sacerdoti e laici Servi della Chiesa, a sostenere i fanciulli c’erano maestre, educatori e, per un breve periodo, anche alcune suore.

    Utilizzando lo stabile oggi occupato dal Centro di Documentazione Polesano, per alcuni anni la gestione dell’istituto suddivise il gruppo maschile, rimasto con i Servi della Chiesa nell’attuale palazzo, da quello femminile, trasferito nell’attiguo edificio e guidato dalle suore e dalle maestre. Successivamente, il gruppo fu riunificato nell’attuale sede.

    E’ stato calcolato che più di cinquecento ragazzi sinti e rom abbiano incontrato affetto, disponibilità ed accoglienza tra le mura della Casa Divina Provvidenza.

    Dal 1974 alla direzione dell’istituto è giunto il dottor Renato Galleno. Divenuto Servo della Chiesa, dopo una laurea in lettere, anche lui, come il suo conterraneo Don Torreggiani, ha scelto di fare della sua vita un dono per gli altri, specie per i più bisognosi. Dopo un periodo trascorso a dirigere a Treviso un istituto per i figli dei giostrai, Galleno ha accolto l’incarico di guidare la realtà badiese. Con decisione e molta serenità, da allora (e ancor oggi!) egli è stato una importantissima figura paterna per i fanciulli che hanno frequentato l’ambiente. Non solo i bambini, però, hanno potuto apprezzare la sua disponibilità: con la sua pazienza ed attenzione nei confronti altrui, egli ha saputo stabilire un ottimo rapporto con le famiglie nomadi, vincendo la loro diffidenza e sostenendole spesso nelle difficoltà.

    Al suo arrivo, Galleno ha trovato un validissimo sostegno nella figura dell’insegnante Maria Grazia Cattaneo. Dal 1969, data del suo incontro con la realtà dell’istituto, M. Grazia ha costituito per i fanciulli sinti ospiti una fondamentale figura materna. L’approccio con questo mondo fu per lei talmente forte ed importante da decidere di trasformare il suo ruolo di maestra-educatrice in quello di volontaria a tempo pieno. Dopo la cessazione della scuola interna e l’inserimento dei fanciulli nella scuola pubblica, ella ha saputo conciliare egregiamente il suo lavoro di insegnante elementare con le esigenze affettive di quel numeroso gruppo di fanciulli, nella disponibilità più totale.

    Ancor oggi, pur essendo diminuito notevolmente il numero dei bambini che trascorrono le loro giornate alla casa Divina Provvidenza, Grazia e Galleno continuano ad essere figure essenziali, molto amate dai nomadi e dalla comunità. Tra le persone che spesso suonano il campanello per chiedere un po’ d’aiuto, per portare qualche sostegno o un sorriso ed un po’ di festa ai fanciulli, non mancano giovani ed adulti sinti e rom, animati da sereni ed importanti ricordi d’infanzia, che desiderano salutare queste due persone che hanno loro dedicato tempo ed amore, affinché crescessero sereni e socialmente integrati. E’ proprio guardando fisso a questo obiettivo che Grazia e Galleno hanno lottato per rendere più agevole l’integrazione dei nomadi nella società, riuscendovi – è questo un fatto riconosciuto – egregiamente.

    Attualmente l’istituto accoglie poco più di una decina di bambini, affettuosi e vivaci, molto amati e curati. Essi sono ben inseriti nelle loro classi e partecipano alle iniziative della vita comunitaria. La Casa Divina Provvidenza, infatti, accoglie con estrema disponibilità ogni proposta da parte della comunità badiese a favore dell’integrazione, dell’accettazione, del coinvolgimento.

    Oggi l’istituto, unico in Italia nel suo genere, sta probabilmente per esaurire la sua funzione, in quanto negli ultimi anni sempre più i nomadi sono riusciti a trovare una sistemazione nei campi-sosta o in abitazioni.

    Sul futuro, ovviamente, non ci si può pronunciare; sul presente e sul passato, invece, c’è un’enorme riserva di storie diverse e particolari, ognuna legata a una vita, ma tutte accomunate da un unico, importante valore: un’accoglienza amorevole.

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