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Archivi: Articoli d’archivio

  • Back for good

    Back for good

    Era il 29 aprile. La pioggia sottile ed insistente accanitasi contro il buio della sera, pungeva l’aria umida. L’aeroporto era ormai quasi deserto.

    Spazientita, avevo fatto della valigia uno scomodo sgabello e, quasi irritata dal vociare italiano che mi circondava, attendevo il mio ragazzo constatando che, nemmeno dopo tre mesi di mia assenza, era riuscito ad arrivare puntuale.

    Ero sbarcata nel Regno Unito a fine gennaio, con destinazione Londra. Solo un mese prima mi era stato comunicato che avevo vinto una borsa di studio tramite l’Università: avevo appreso la notizia trepidante, con l’entusiasmo di chi sta per lanciarsi in un’avventura emozionante e la leggera apprensione di chi non sa esattamente cosa aspettarsi. Ma non avevo avuto il minimo dubbio: un’esperienza tutta nuova era proprio quello che mi ci voleva per sbloccare la situazione di stallo in cui si trovava la mia tesi, per perfezionare la lingua e per aprire ulteriormente i miei orizzonti.

    Il 29 gennaio ero arrivata alla meta con la pelle delle mani rossa ed avvizzita, martoriata dai taglienti manici di nylon del borsone e la schiena che, non avvezza al peso della possente valigia, esprimeva la sua infelicità attraverso fitte lancinanti. Le mie lombari non erano state in grado di perdonare tutte le gradinate delle stazioni e dell’aeroporto affrontate faticosamente sotto il fardello del guardaroba studiato per adattarsi a due mesi freddi ed uno tiepido; e nessun gentleman londinese si era lasciato impietosire dai bagagli ingombranti che mi strascicavo dietro a dispetto della mia corporatura minuta.

    Avevo finalmente raggiunto l’appartamento assegnatomi: si trovava nell’area circondariale del college. Era una casetta a tre piani, attorniata da un piccolo giardino, attrezzata per ospitare sei persone. Tre erano già presenti, le altre due sarebbero arrivate a giorni.

    Non appena varcata la soglia, mi ero imbattuta in una donna di colore che, ad occhio e croce, vantava fiera un peso triplo al mio. Avevo incontrato la mia prima coinquilina: Tebby. Mi aveva accolta con gentilezza ed entusiasmo, indicandomi dove era situata la mia camera ed accompagnandomi in una breve gita panoramica della casa. Fissando rassegnata ed incredula l’ennesima scala che mi attendeva beffarda, avevo trascinato svogliatamente il borsone senza sollevarlo dal pavimento. Alla valigia avrei pensato in un secondo momento.

    Mentre il sound solare degli UB 40 invadeva prepotente ogni metro cubo di abitazione, ero rimasta ad osservare quelle pareti che avrebbero racchiuso i miei sogni per novanta notti e sarebbero state mute testimoni della mia vita per novanta giorni; le guardavo cercando di familiarizzare con loro, di farle mie per non percepire il vuoto di un mondo che non mi apparteneva. Ero restata seduta sul letto nell’intento di racimolare le forze, prendendo consapevolezza dello spazio circostante.

    La sera avevo incontrato Angela, la seconda coinquilina, proveniente dalla Grecia, che mi aveva erudito sull’universo sconosciuto che si muoveva al di fuori del nostro “rifugio”. Con tono sapiente, munita di mappe e cartine, mi aveva indicato dove eravamo ubicate, snocciolando una sequela di informazioni sui mezzi di trasporto, le modalità di iscrizione al college, il pagamento dell’affitto, la collocazione dei negozi. Ancora un po’ stordita, avevo deciso che il giorno dopo avrei ripassato tutta la lezione impartitami.

    Da brava italiana che non si smentisce, avevo poi estratto dalla valigia una confezione di spaghetti ed una scatoletta di tonno e mi ero apprestata a cucinare una cena da sopravvivenza, elemosinando un pizzico di sale ed una noce di burro. Mentre mangiavo cibo italiano in terra straniera, era arrivata Catherine, la terza inquilina; anche lei di colore, era l’esatto opposto di Tebby: il suo fisico mingherlino e scattante contrastava apertamente con l’indolente abbondanza dell’amica. Catherine, garrula ed esuberante, mi si era presentata con gli occhi ridenti ed il viso cordiale. La formazione era quasi al completo: non ci restava che attendere fiduciose le due ragazze italiane che mancavano all’appello.

    Valeria ed Iris erano arrivate rispettivamente cinque e sei giorni più tardi. La convivenza aveva allegramente preso il via senza problemi di sorta: sei ragazze e tanti scoiattoli rumorosi che, rintanati sotto il tetto, con evoluzioni leggiadre, ogni mattina raggiungevano l’albero di fronte alla mia finestra per scendere in giardino a fare provviste.

    Insieme eravamo andate alla scoperta di Londra: di giorno e di sera. E subito si era radicata in me la singolare sensazione di vivere una vita parallela: in quel luogo lontano da casa, avevo subito stabilito una quotidianità. La mattina mi svegliavo verso le 9.00, mi vestivo e, dopo aver controllato con curiosità e speranza la posta, facevo colazione scambiando quattro chiacchiere con le compagne o con la signora delle pulizie. Prendevo lo zaino e trascorrevo alcune ore in biblioteca o nell’aula computer, dove scrivevo la tesi di laurea; verso le 13.00 riattraversavo il campo che mi divideva dall’appartamento, cucinavo il mio irrinunciabile piatto di pasta e, nel pomeriggio, ritornavo alle ricerche.

    Presto avevo conosciuto nuovi amici e si era formata una vivace compagnia: nel week-end organizzavamo gite ed escursioni. Sembrava che quello fosse il mio menage da sempre. L’Italia iniziava ad apparirmi lontana: la mia vecchia esistenza era là che mi attendeva ma, per il momento, sembrava mi fosse stata offerta una seconda possibilità e la stavo sfruttando fino in fondo. Il filo impalpabile della telematica ogni giorno teneva vivo il mio passato, ma il presente pareva srotolare i suoi minuti su di un binario del tutto divergente.

    Era incredibile come mi fossi adattata in fretta alla cultura anglosassone: come gli inglesi, abituati alla pioggia come dato di fatto quasi quotidiano, avevo rinunciato all’ombrello; con loro trascorrevo le serate al pub, davanti alla solita birra; cantavo le loro canzoni e parlavo la loro lingua, bramosa di nuove parole. I loro monumenti erano parte di me: camminavo oltre con la noncuranza di chi li conosce da sempre.

    Era già aprile. La mia tesi procedeva a gonfie vele, il college era la mia seconda casa ed il nostro gruppo diveniva sempre più affiatato. Dopo due mesi di freddo polare, Londra ci stava regalando una stagione aprica ed eccezionalmente mite: il periodo ideale per le gite ed i picnic. Le giornate trascorrevano serene prendendo il sole in giardino e sorseggiando tè notturni: gli Oasis erano l’immancabile sottofondo. Io e Steve, nati a pochi giorni di distanza, avevamo organizzato insieme una briosa festa di compleanno: tutti i nostri amici erano presenti.

    Avevo iniziato persino a collaborare con una rivista di salute e fitness: ogni mattina mi recavo in redazione e davo una mano nella raccolta del materiale e nella stesura degli articoli; la sera, il telefono mi ricatapultava violento nella mia vita di sempre. Ma gli eventi sembravano seguire il loro corso naturale anche oltre la Manica, dove tutto era nuovo eppure conosciuto; inimmaginato, eppure sorprendentemente mio.

    La tesi era quasi terminata, la borsa di studio, pure. Avevo vissuto gli ultimi giorni in un clima irreale: incapace di rendermi conto che quella finestra aperta nella mia vita stava per chiudersi irrevocabilmente. L’Italia esercitava un silenzioso richiamo provocandomi sensazioni conflittuali di nostalgia e disaffezione. Come sarebbe stato rimpossessarsi della vecchia routine?

    Come un soffio era arrivato il 28 aprile: avevo salutato tutti al giornale, senza realizzare fino in fondo che non avrei mai più rivisto quei volti e quelle scrivanie che erano diventati la mia quotidianità. Avevo imparato l’espressione: “Back for good”, “Tornare indietro per sempre”; per sempre…queste parole mi avevano provocato la pelle d’oca. Avevo infine preparato la valigia, che pareva guardarmi ironica nella sua ineluttabile mescolanza di oggetti vecchi e nuovi. Ne avevo fissato il contenuto, consapevole che ormai quella doppiezza conviveva anche dentro di me, era parte di me.

    Avevo dormito l’ultima notte in quel letto fraterno ed il sole mi aveva svegliata, come tutti gli altri giorni, insinuando i suoi raggi proteiformi tra la fitta tessitura delle tende pesanti. Anche quel pomeriggio ci eravamo crogiolati in giardino mangiando panini e ascoltando musica distesi sull’erba.

    Solo poche ore dopo, ero in una piovosa Venezia di notte, nell’attesa che il mio ragazzo mi restituisse a me stessa.

  • Lo sposo

    Lo sposo

    23 ottobre 18..

    Annoto in data odierna quello che è accaduto ormai più di quattordici mesi fa, anche se non posso dire con certezza assoluta che qualcosa sia accaduto realmente, sebbene ogni sera ne abbia la prova nel ripetersi e proseguire di quegli avvenimenti. Ma comincio a convincermi di essere completamente pazzo, e forse un giorno, se Dio vorrà, guarirò e tornerò a leggere sorridendo queste mie parole che mi appariranno allora come il delirio di una mente malata.

    Era la notte di San Lorenzo, il dieci di agosto, una notte calma e tranquilla, calda, tersa ed arsa da stelle cadenti. Passai quella splendida stellata disteso in un campo sull’erba rigogliosa e soffice aulente di soavi fragranze miscelate abilmente fra loro dall’esperienza di millenni che contornavano esaltandola la figura di lei, la mia amata: bella e misteriosa come la notte che accarezzai voluttuoso mentr’ella mi guardava timida e vogliosa, ora schizzinosa voltando il capo al cielo. Esultò scioccamente ad una stella cadente, chiudendo lenta le palpebre ed esprimendo un desiderio a labbra appena serrate. Io divertito la contemplavo, ben sapendo il desiderio di quella boccuccia carnosa.

    Restammo fin quando lontana l’alba si annunciava con un vago pallore appena percettibile da dubitarne, ma chiaramente crescente. Quasi spaventata si rizzò a sedere su l’erba, mi diede un ultimo bacio di passione e corse via vagamente arrossata come sorpresa dal sole. Risi. Di gioia pura.

    Poi mi alzai con le membra doloranti e mi diressi verso casa per riposarmi.

    Come aprii la porta, dopo aver estratto la chiave dalla toppa, accadde: sentii come una presenza alle mie spalle e, dall’altro lato della strada, notai un’ombra che mi osservava. Ricordo che la prima impressione che ne ebbi fu di grazia, una grazia ed una compostezza superiori che subito mi conquistarono.

    A mia volta l’osservai, finché si mosse e mi venne incontro. Quando fu più vicina potei finalmente distinguerla: una sensazione strana, ineffabile ma piacevole mi pervase. Rimasi incantato di fronte a quel volto di donna; aveva lunghi capelli biondi che le ricadevano luccicanti sulle spalle simili a fiumi di luce, due occhi azzurri come zaffiri incastonati in un volto d’oro dai lineamenti decisi e indefiniti ad un tempo, labbra sottili mostravano una doppia fila di denti bianchissimi, perfetti, che mi sorridevano amorevolmente: era la dea bellezza!

    Un suntuoso vestito bianco dai riflessi azzurrini ornato di preziosi pizzi cingeva un corpo dalle forme aggraziate, vezzoso, con movenze composte e leggiadre. Timidamente, quando fu a pochi passi da me, chinò il capo per poi, improvvisamente, risorgere gettandomi le braccia al collo e baciandomi.

    Un’onda di forza mi giunse con quel bacio!, eppure era soffice e leggero più d’una carezza.

    Senza parole strisciammo furtivi nella mia abitazione, scivolando nelle stanze buie appena illuminate da un vago albore che penetrava obliquo dalle imposte serrate. Giungemmo quindi, sempre in amorosa presa e colmi entrambi di gioia, leggeri come ombre, di stanza in stanza nella mia camera da letto. Qui mi spinse decisa ma delicatamente, con una forza in lei insospettabile, facendomi voltare sul soffice materasso. Indi si chinò su di me sbottonandomi lenta la camicia e passando le mani sul mio petto lo baciò più e più volte.

    Si eresse, lenta sciolse maliziosa il vestito facendo scivolare prima una spallina, la sinistra, poi l’altra, piano, trattenendo le vesti con le braccia sul ventre che coprivano ancora il seno. Lasciò timidamente cadere il vestito mettendo così alla luce, peraltro fioca, un corpo stupendo che pareva rilucere di una energia propria, interna.

    Verso l’una del pomeriggio mi destai confuso, ancora inebriato dal calice dell’amore da cui bevvi quella fatal notte; mi rivoltai incerto nelle lenzuola alla ricerca di quell’essere fatato: sparita! Se ne era andata. Nulla rimase di lei, solo il ricordo e le lenzuola un poco gualcite, nemmeno un’esile capello su cui sospirare.

    Superato il turbamento iniziale, mi levai di scatto infilandomi una giacca da camera sempre pronta sul comò e mi precipitai giù lungo le scale a tre scalini per volta. Senza rendermene conto giunsi alla porta d’ingresso e l’aprii: facce sorprese e divertite mi fissarono; chiusi facendo scattare la serratura infilandomi la chiave nella tasca della giacca.

    Esaminai ogni stanza del pianterreno, risalii e feci altrettanto al piano superiore e all’ultimo, compresa la mansarda. Frugai dappertutto, creando anche una certa confusione dato che svuotai persino i cassetti: nulla! Di lei non v’era traccia.

    Stavo già abbandonandomi al dolore quando un’idea mi balenò nella mente: poteva essere dai miei servitori, a pranzare, dato che a loro avevo posto il veto di venire a disturbarmi nelle mie stanze per potermi sentire più libero.

    Raggiunsi l’altra ala del palazzo e mi diressi subito verso la cucina dove sapevo di poter trovare qualcuno, chiesi al capocuoco se la signora fosse stata lì, ma mi rispose che nessuno era venuto quella mattina, a parte me, e, del resto, come poteva se la chiave della porta l’avevo io?

    Senza aggiungere altro tornai nelle mie stanze sbattendo violentemente la porta alle mie spalle e mi abbandonai distrutto sul sofà dello studio.

    Mi sentivo finito, sconfitto… ma no!, non potevo arrendermi così senza tentare nulla. In fondo solo poche ore erano trascorse, ed ella doveva abitare nei paraggi e avere modo di osservarmi, perché quale donna si aggira sola nella notte in un quartiere sì rispettabile ma al tempo poco frequentato senza avere uno scopo preciso e una certa garanzia di sicurezza? E poi, come fidarsi ciecamente di uno sconosciuto? Anche fosse stato amore, come lo è per me, prima avrebbe almeno dovuto vedermi, e nel buio di quella sera dove l’alba non era ancora giunta nelle strette vie di certo non poteva distinguere i miei lineamenti, ed io per lei ero solo un’ombra, un’ombra com’ella fu e di cui mi accorsi solo perché mi fissava.

    Ma allora perché scappare a quel modo?, senza nemmeno una parola. Un dubbio mi attraversò: era in pericolo! O quantomeno custodiva un triste destino.

    Mi risolsi di setacciare l’intera città compresa la periferia e ogni sobborgo. Se era in pericolo, foss’anche in balia di un padre dispotico, io l’avrei salvata!

    Nuovamente mi recai nell’altra ala del palazzo, chiamai a raccolta tutti i miei servitori, cuochi compresi. Ordinai che filtrassero l’intera città, chiedendo a chiunque se avessero visto una signora di cui fornii la descrizione più dettagliata che il ricordo mi permetteva. Si trattava di recarsi in primo luogo nelle stazioni o alle fermate delle carrozze per informarsi che non avesse lasciato la città. Io stesso partecipai alla ricerca, spiegando minutamente l’itinerario che avrei percorso e portando con me il più sveglio tra i domestici per ogni evenienza, dimodochè se qualcuno fosse venuto a capo di qualcosa sapeva sempre pressa poco dove potermi trovare senza spendere troppo tempo in stupidi girotondi.

    Era pomeriggio inoltrato, il sole d’agosto risplendeva forte in cielo e quella che per gli altri era arsura rappresentava la mia forza, il mio desiderio, spingendomi digiuno e quasi insonne a correre nelle vie stanche ed infuocate di sonnacchiosi formicolii iridescenti nei cappellini vezzosi, negli ombrellini pallidamente rosei che proiettavano fresche ombre sulle damigelle in amore appese al braccio virile di giovani distinti con tuba e bastone, nelle chiacchiere pigre di caffè e romantiche carrozze dagli sguardi innamorati.

    Ah!, quale dolore e gioia, gioia e dolore provai nel correre forsennato alla vista del pensiero d’essere lì con lei.

    Solo a tarda sera tornai alla mia dimora, convinto dalle incessanti suppliche del mio buon servo che vanamente cercava d’illudermi che la notte avrebbe portato consiglio: poteva portare solo disperazione, ed egli lo sapeva mentre mi fissava mesto.

    Rabbia mi crebbe entro. Non toccai cibo, bensì mi racchiusi nelle vacue stanze storpiate dall’alcool, inefficace nel porre oblio. Non ricordo il numero di bottiglie di Brandy che bevvi, né fu possibile annoverarle una volta ridotte a pezzi: non bastò a fermare i sentimenti.

    Credo che nell’uomo esistano due forze, due entità che convivono una in simbiosi all’altra: una corporale, legata e regolata dalla mente, pienamente in nostro possesso almeno finché l’altra, comunemente denominata anima e dipendente dal cuore, essendo più potente non lede la prima facendocene perdere il controllo e portandoci così alla pazzia.

    Io, nella prima ho sicuramente tanto potere quanto nella seconda, perché in caso contrario sarei già pazzo e tuttora non potrei convivere con l’assurdo.

    Tutto veniva trasformato, non so dire se dal liquore o dal dolore; vedevo, per così dire, fantasmi e mostri in ogni dove, dando loro la colpa di tutto, fracassando mobilio e mani.

    Arrivai persino ad odiarla insultandola e promettendomi di picchiarla qualora l’avessi rivista… forse l’avrei uccisa se l’avessi avuta tra le mani.

    Fisiologicamente sfinito caddi in un angolo, un angolo in cui spesso ancora mi siedo muto e solo a far niente, nemmeno pensare, confuso tra gioia e tormento. Allora rimasi in tale stato, ansimante, distrutto, finché mi addormentai.

    Al sole seguente, (quello che vidi quando mi alzai), la speranza tornò a rafforzarsi, peraltro mai era sparita anche se in brevi terribili istanti vi fu vicina… del resto, non avevamo ancora ispezionato tutti i luoghi. Mangiai, ne avevo bisogno, non molto però, bevvi tantissima acqua e più era fresca più mi sentivo rinascere più il ricordo di lei si faceva forte al punto da vederla come un miraggio accanto a me.

    La notte che venne fu la peggiore, perché dopo aver passato in rassegna tutte le carrozze e i treni, gli atri ed i portoni, strade, vie case e palazzi ed ogni angolo buio della città, per un attimo, una frazione di secondo, la speranza scomparve ed una lama solcò irrimediabilmente il mio cuore.

    Quasi non mangiavo da giorni, praticamente non dormivo da altrettanto, consumato dalle crisi di nervi svenni e per tre giorni detti l’impressione di aver raggiunto il punto di non ritorno. La convalescenza durò non so quanti mesi, e questo fu un bene a detta di tutti, perché in quello stato confusionale non riuscivo a congetturare rimanendo incapace di provare emozioni, permettendo al fisico di riprendersi. Rassegnato, non lo ero ma non trovo altro termine, cercai di tornare alla mia vita: impossibile!

    Non potevo più vedere Laura, guardare le nere chiome e quell’aria misteriosa in netto contrasto con la purezza cristallina di lei. Non potevo sopportarne gli sguardi maliziosi, le chiacchiere inutili o interessanti discorsi che fossero non mi toccavano. Le carezze di lei mi giungevano come macigni al soffice tocco di quell’essere immateriale che presi a ritenere creatura della mia immaginazione nei suoi più reconditi e celati desideri.

    Mi dispiaceva per Laura. Ne ero e sono pienamente dispiaciuto, soprattutto perché crede io l’abbia derisa e offesa; del resto, come biasimarla? Quello che le ho raccontato è assurdo, come lo è mentre lo sto vivendo, ma cos’altro potrei fare? Chi ha il potere di controllare l’Amore, così forte da sconfiggere le barriere di spazio e tempo?

    Triste per lei ma per me non colpevole. Non voglio il male di nessuno, ma quando uno grande ti colpisce è quasi inevitabile non ferire di striscio chi ti sta accanto, e Laura era la persona a me più vicina.

    Nove mesi passai in quello stato confusionale prima di ottenere una risposta che mi lasciò più sconcertato che mai; altri cinque ne sono passati da allora, ma credo che cinquemila non basteranno a convincermi pienamente.

    Verso la metà di giugno dell’anno successivo a quello del primo incontro stavo apprestandomi al riposo nella mia stanza. Come al solito presi a sbottonarmi la camicia partendo dall’alto, alzando così il capo e furtivo fissarmi nello specchio del comò posto di fronte alla porta…, ed ecco: qualcosa di vago si mosse nella porta!, dei piccoli rigonfiamenti, come delle bolle bianche che lentamente emergevano, partendo dal basso per poi salire verso l’alto.

    Rimasi impietrito con il capo all’insù e gli occhi abbassati fissi sullo specchio.

    Man mano che avanzavano quelle bolle prendevano forme diverse, di triangoli, cerchi, quadrati dagli angoli smussati… come nastri attorcigliati in spirali; dall’alto, sopra le bolle, apparvero delle altre chiazze, questa volta rosee; poi qualcosa misto di bianco e rosa si agitava lieve.

    Dei sottili fili d’oro cadevano dall’alto. Quando infine l’intera figura ebbe attraversato la porta la riconobbi: era lei, e cingeva fra le braccia un bambino; allora finalmente capii: ero il padre di un fantasma!

  • River Swing Orchestra

    River Swing Orchestra

    Negli ultimi tempi stiamo assistendo ad una riscoperta da parte del pubblico delle suggestive atmosfere swing e jazz, caratteristiche delle grandi orchestre americane degli anni 1930 e 1940. Tanti nuovi appassionati si vanno ad aggiungere ai numerosi cultori che non hanno mai abbandonato la passione per questo tipo di musica.

    Tra questi ultimi possiamo senz’altro annoverare il gruppo di giovani musicisti, il cui nucleo originario si è formato a Taglio di Po in provincia di Rovigo, che, nel maggio 2000, ha dato vita ad una nuova formazione orchestrale, la River Swing Orchestra.

    I componenti della River Swing Orchestra si ispirano alle formazioni orchestrali che hanno scritto le più belle pagine della storia del jazz, le famose All Star Bands di Count Basie, Duke Ellington, Stan Kenton, Benny Goodman e Woody Herman, che rimangono tra le più genuine espressioni della musica afro-americana. Lo stile dell’orchestra è lo swing, le cui caratteristiche fondamentali sono l’uniformità del ritmo ed il rilevante protagonismo dei musicisti, elementi essenziali del jazz, che coinvolgono ed entusiasmano chi suona e chi ascolta.

    Nel corso del concerto la River Swing Orchestra si propone di presentare un excursus della letteratura sviluppata per le formazioni di questo tipo, dagli anni 30 fino ad oggi, toccando vari generi musicali, dallo swing, al jazz, ai ritmi sudamericani, al funky, alle colonne sonore da film, alla rielaborazione di temi noti alla maggior parte del pubblico, proponendo così sia il repertorio originale che arrangiamenti e composizioni create appositamente per la Big Band.

    Il programma musicale della River Swing Orchestra, inoltre, viene di volta in volta modificato in base alle caratteristiche del luogo, del pubblico e della circostanza in cui la Big Band si trova a suonare.

    Ogni esecuzione viene debitamente presentata e commentata con brevi cenni storici da Sante Casini che, con proprietà di linguaggio, fornisce il supporto informativo e culturale mentre l’impareggiabile voce della bellissima Giulia Boscolo crea alla serata un fascino particolare. I brani del repertorio sono composizioni ed arrangiamenti storici di grandi arrangiatori come Jerry Nowak, Bill Finnegan, Bob Lowden, Dave Wolpe, John La Barbera; tra i più famosi: A string of pearls, Begin the Beguine, In the Mood, Moonlight Serenade, Sing Sing Sing, New York New York, Tico Tico.

    Il repertorio iniziale si sta ampliando costantemente, secondo una precisa volontà di allargare gli orizzonti d’interesse, cimentandosi in generi eterogenei e in esperienze diversificate, cercando così di rivolgersi ad una sempre più vasta fascia di pubblico.

    Attualmente, la River Swing Orchestra, svolge la propria attività concertistica, ottenendo unanimi consensi nei grandi spettacoli, sia di piazza che nelle strutture teatrali, proprio in virtù della gradevole sonorità degli arrangiamenti musicali di grande effetto. Nel mese di febbraio 2003 l’orchestra ha realizzato la sua prima incisione “live”.

    I componenti della River Swing Orchestra provengono da varie esperienze musicali: alcuni hanno compiuto studi musicali di scuola tradizionale classica, altri provengono dalla musica leggera e popolare, molti hanno approfondito la loro formazione con corsi ed esperienze di tipo jazzistico, altri hanno maturato anni di esperienza didattica sia nel settore dell’insegnamento di Tecnica Strumentale che nel settore dell’Educazione Musicale.

    L’organico strumentale della River Swing Orchestra è così composto:

    DIRETTORE: Mario Parafante PRESENTAZIONE E CANTO: Sante Casini, Giulia Boscolo SAX CONTRALTI: Alessandro Moretto, Uber Bressan, Germano Andreolli, Sandro Girotto SAX TENORI: Paolo Andreolli, Nicola Chiereghin, Donato Saccapani TROMBE: Andrea Smiderle, Michele Zanellati, Nicola Marinelli, Fabio Bettelle TROMBONI: Cristiano Fontolan, Francesco Bullo, Giampaolo Fecchio Yuri Spadaro BATTERIA: Andrea Casini Gennai Stefano (percussioni ) CHITARRA: Alberto Ferro BASSO ELETTRICO: Fausto Fusetti PIANO E TASTIERE: Giorgio Maccapani

    Va infine detto che lo spettacolo che la River Swing Orchestra propone è di sicuro successo: oltre al repertorio particolarmente vario si nota subito una particolare attenzione alla cura nell’arrangiamento e nella presentazione dei pezzi. I valori più importanti per questi musicisti sono quelli della qualità dei loro spettacoli e della professionalità, raggiunti attraverso l’impegno e la costanza di tutti gli elementi.

    Per informazioni. River Swing Orchestra via Vallina 10, Taglio di Po (RO) tel.0426662171 – 347 0956079.

  • Sulle ali della musica

    Sulle ali della musica

    Quando Massimiliano si siede al pianoforte, ed ancor prima che le sue mani si appoggino sulla tastiera, scompare tutto quanto gli sta intorno. Non c’è più il pubblico, che conviene sempre numeroso al suo concerto, non c’è la commissione che valuterà il suo impegno all’eventuale concorso né ci sono le telecamere od i microfoni spesso presenti a riprendere la melodia che inonderà la sala. Non ci sono neppure i genitori ed i familiari trepidanti che accompagneranno, con straordinaria palpitazione, lo scorrere delle sue mani preziose sulla tastiera.

    Ci sono solo lui, il musicista che ha composto, ed il grande pianoforte che attende lo scorrere fluido e creatore della sua sonata. Ma, in fondo, c’è un sapore d’incanto che avvolge il tutto e che, fin dalla prima nota, si sviluppa in una indescrivibile simbiosi che fonde e confonde ogni componente della creatività in un unico palpito, in una estensione di senzazioni che isolano il pianista e coinvolgono chi ascolta in momenti di magia.

    Quelle mani che accarezzano la tastiera, che la aggrediscono con impeto impositivo, che la accompagnano con dolcezza nel fluire delle emozioni, che si impossessano delle sue palpitazioni e dei suoi tormenti fino a farne battito del cuore, quelle mani corrono interpretando le gioie ed i dolori di un musicista che ha composto sonate prive di spazi e di tempo e lo fanno con una capacità interpretativa che rivela un pianista di eccezione.

    E Massimiliano segue ed insegue le melodie accompagnandole con una ricchezza di emozioni che non possono non coinvolgere i presenti rapiti da una personalità d’artista tanto straordinaria. Non ci sono distrazioni ed il messaggio scorre veloce in sala, si distende e penetra in un turbine di note che scrivono, tutte e ciascuna, un libro dalle pagine d’oro ed eterne.

    Ogni concerto gode elevata potenzialità di penetrazione. Ogni sonata, interpretata da Massimiliano, diviene gioiello splendido di una collana che rimarrà unica ed irripetibile nel suo mistico colloquio e nella eccezionale espressione. E si segue, rapiti, il suono che quella tastiera ci porge e ci si emoziona con il pianista che, isolatosi da tutti, vive la sua musica, le affida i suoi pensieri sorridendole nelle celestiali distensioni o facendosi cupo e tiste nelle vicende del grave per tornare a gioire nei momenti del sollievo o nei giochi deliziosi che il compositore ha creato.

    Ci sono i ricami del vento, lo stormire irrequieto delle cime nei boschi, le armonie distensive delle acque nelle sue sonate; così come si ritrovano le bucoliche pastorali della campagna, la scoppiettante irruenza del deserto. Ad ogni nota l’appropriata ambientazione, che il pianista vive in una emozionante genuinità ed in una vocazione di elevazione che gli è unica. Quasi Massimiliano non volesse terminare quel suo sogno pianistico che interpreta tutto a memoria, senza condizionanti spartiti ma con la possibilità di immettere, nella sonata, tutti i palpiti ed adatti virtuosismi che il cuore gli detta, creando il coinvolgimento della sua anima con le note e trascinando i presenti nel suo mondo incantato di fiabe musicali, perché tali, divengono, le sonate da lui interpretate.

    Poi, con dolcezza infinita si spengono le note. Il pianoforte tace così come il pubblico che, emozionato e rapito dall’incanto, non vorrebbe rompere la magia del momento fino a farlo, poi, con una esplosione di consenso che dice sì dell’incondizionato apprezzamento ad un pianista tanto prezioso, ma che, anche, lo ringrazia per quel concerto stupendo che ha scosso, nell’intimo, ciascuno ed a ciascuno ha fatto vivere le sue fiabe musicali.

    Che Adria sia orgogliosa di Massimiliano Ferrati è dir poco perché talenti come il suo non emergono a comando in ogni tempo ma sono prestigioso risultato di una tenace componente di studio e sacrificio sostenuta da una naturale dotazione che non si ritrova se non nei riflessi di poche gemme e, questo, la vecchia aristocratica Signora della musica lo ha capito.

    Ho la fortuna di ricordarmelo bambino, a sei anni, quando Rita Zenato, con pazienza ed affetto gli faceva muovere le dita sul pianoforte e gli insegnava le prime scale musicali. Poi, al Conservatorio di Stato a continuare la sua strada e nelle frequenti visite al Coro “Soldanella” che amava ed ama particolarmente per avere trovato una amicizia generosa e grata di quei sia pur fugaci apporti alle prove settimanali. E, più avanti nel tempo, lo risento accompagnare all’organo il matrimonio di mia figlia e, nel seguito, l’ammirato ascolto dei suoi primi concerti con la inevitabile consapevolezza che stava nascendo un “signore della musica”.

    La sua arte, la sua indiscutibile autorevolezza lo hanno portato in tutto il mondo riscuotendo consensi dei quali mi è difficile dire. Poi, il matrimonio che lo porterà a lasciare la sua città natale ed a trasferirsi fuori regione. Ma qui ad Adria, ci sono i genitori, quei sapienti genitori che in lui, per primi, hanno creduto sostenendolo nel non facile percorso ma agevolandone, con convinzione, il superamento delle difficoltà.

    E Massimiliano torna nella sua Adria, di tanto in tanto, magari per regalarle un momento di inebriante musicalità come quell’affollatissimo concerto del 5 gennaio scorso nel teatro “Ferrini” dove Robert Schumann con le “Scènes mignonnes sur quatre note op.9 dal carnaval” e dove i “Quadri da una esposizione” di Modest Musorgskij hanno deliziato trasformando l’auditorium in una cattedrale di elevazione stupenda e di alta cultura artistica ma, soprattutto, si sono estesi in un sogno di luminosità che le note di Massimiliano hanno fatto risplendere e donato alla storia della buona musica.

  • Il Trio Banshee

    Il Trio Banshee

    Capita, talvolta, che le strade delle persone s’incrociano nel momento e nel posto giusti; se poi queste persone sono accomunate dall’amore per la musica, l’incontro delle loro vite non può che essere l’inizio di un’amicizia avvolta dalla voglia di suonare, di creare, di ricercare nuove vie nel mondo delle note.

    Il Trio Banshee (nome derivante da apparizioni immaginarie con sembianze di giovani fanciulle vestite di stracci o di donne anziane piangenti della tradizione celtica) nasce nel 1998 proprio come l’unione di due realtà parallele, chitarra-voce, chitarra-violoncello, creando le basi per un repertorio molto vario che spazia dall’impronta acid-jazz fino all’esperienza celtica-new age.

    Il Trio Banshee è composto da Irene Frezzato (cantante), Chiara Converso (violoncellista) e Valter Tessaris (chitarrista).

    Irene, cantante, concilia la sua passione per la musica con gli studi di Odontoiatria e Protesi Dentaria presso l’Università degli studi di Padova. Ha studiato pianoforte, musica sacra e profana e svolge attività concertistica corale. I suoi esordi sul palcoscenico risalgono a qualche anno fa come cantante nei piano-bar. Uno dei ricordi più belli che la musica le ha regalato è stata l’occasione di cantare a fianco di Biagio Antonacci e Luca Barbarossa: duetti nati quasi per gioco lo scorso inverno durante un breve soggiorno invernale a Madonna di Campiglio. Irene, oltre ad essere la vocalist del Trio Banshee, canta anche in altri gruppi di città e provincia, spaziando dal genere gospel al jazz.

    Chiara, violoncellista, ha intrapreso gli studi di musica classica all’età di undici anni presso il Conservatorio Statale di Rovigo. Quando ha conosciuto il chitarrista Valter, ha scoperto altri modi di comunicare la musica: talvolta basta uno sgabello per fermarsi lungo la strada ed improvvisare qualche pezzo per un pubblico di passaggio. Chiara è insegnante elementare, scrive poesie (risale allo scorso anno la sua prima pubblicazione “Pensieri di Carta”) e ama i balli latino-americani, grazie ai quali riesce ad interpretare la musica anche attraverso il corpo, oltre che a suonarla, ascoltarla, crearla.

    Valter suona la chitarra, sua compagna “musicale” da sempre. Completamente autodidatta, egli si pone senza schemi nei confronti della musica con impegno costante e grande passione. Suona, oltre che con il trio, anche con altri artisti e ha partecipato a qualche edizione dei Buskers a Ferrara. Nel campo del lavoro è difficile etichettare la sua attività perché non è unica: tra le tante, Valter è tecnico del suono. Collabora inoltre con gruppi teatrali come musicista per le colonne sonore degli spettacoli.

    Il Trio Banshee propone pezzi famosi arrangiati per la loro formazione particolare: “Fragile”(Sting), “Deep waters” (Incognito), “La Flaca”(Jarabe De Palo), “Dubbi non ho”(Pino Daniele), spaziando poi a pezzi celtici e new-age.

    Durante i loro incontri nascono anche brani nuovi, quasi per caso , che prendono vita da un’idea; “Fuego” è uno di questi, ideato in una sera d’inverno guardando una stufa. Il violoncello, accompagnato dalla chitarra, dà voce all’introduzione trasformando le lingue di fuoco in note musicali e il testo è una metafora sull’importanza di vivere ogni momento della vita con la libertà e il calore di una fiamma. Proprio con questo brano il trio si è classificato terzo nel concorso “Una nota di mezza estate” organizzato dal Umbi Studio’s nel 2001, dopo aver vinto la precedente edizione con il pezzo inedito “La via dell’acqua”(il viaggio di una goccia d’acqua che ricorda l’incertezza di una storia d’amore).

    Il Trio Banshee suona per un pubblico vasto e vario: i concerti nei locali (dalle birrerie più fumose ai luoghi più “in” di Rovigo, Padova e provincia) si alternano ai dopocena nelle cerimonie di matrimonio e a feste private.In un paio di occasioni il trio è stato un valido supporto alla presentazione del libro di poesie “Pensieri di Carta” della violoncellista Chiara Converso.

    Per concludere, una lettera che Irene Frezzato, uno dei componenti del trio, ha scritto agli altri e che meglio di tanti commenti esplica l’anima del gruppo intrecciata dal destino e da quel suo magico incrocio di strade:

    “Musica di tutta una vita. Musica dell’anima che si vuole far sentire. Musica per spiegare tutto quello che c’è in fondo ad ognuno di noi. Sintonia senza eguali dall’inconfondibile colonna sonora. Eleganza di insieme di note e strumenti diversi che si fondono e si confondono in un tutt’uno. Sensazioni che vengono a galla dal suono ammaliatore che incolla gli sguardi, ammutolisce e commuove quasi. Chi ascolta. E chi è al lavoro. C’è un mio grande sogno in loro. Nel brio e nella forza di due occhi sempre brillanti e di un viso scattante e colmo di giovane saggezza e nelle mani agili e leggiadre di un’amica che gioca dolcemente con le corde di una parte fondamentale della sua vita. Nel desiderio di parlare senza parole di un amico senza tempo, per dare tutto sé stesso nel seguire il continuo e impaziente richiamo del suo strumento dal suono inconfondibile che tanto mi rimanda a lui e a lui soltanto. Nelle serate passate a danzare attorno a cene improvvisate, sorrisi e lunghi discorsi complicati alla luce di una candela che sembra non doversi spegnere proprio mai. Con loro. Forse tra le persone più importanti con cui avrò l’onore di trascorrere un po’ del mio tempo. C’è un mio grande sogno in loro. E con loro è la mia voce. Sotto la luce abbagliante dei riflettori, nei locali dipinti di fumo e luce notturna, nell’accogliente e tenue atmosfera del nostro rituale d’incontro. Con loro è la mia voce. Anche ora. Sola nella stanza. Mentre le luci si spengono e lasciano posto ad un nuovo giorno che nasce. La musica c’è sempre”.

  • I gioielli di Cecchinato

    I gioielli di Cecchinato

    Preziosissima la rosa con petali d’argento, dedicata a Rovigo, città delle rose, adagiata su un morbido candido cuscino; perfetti e bellissimi i collier in oro e corallo inondati da un fascio di luce incandescente; stupefacente la collana in oro lavorato ispirata a gioielli dell’antico Egitto. Lavori raffinati, frutto di grande maestria e gusto squisito che, assieme ad altre decine di pezzi unici dell’arte orafa, hanno letteralmente ammaliato i visitatori della mostra allestita lo scorso dicembre presso la Camera di Commercio di Rovigo.

    L’occasione, per un’esposizione tanto inconsueta quanto affascinante, è stata la festa per il sessantesimo anniversario dell’impegno lavorativo di Ivano Cecchinato, unico autore dei pezzi esposti, portati a termine in anni di lavoro e confezionati contemporaneamente a tanti altri gioielli prodotti su commissione di clienti affezionati che periodicamente fanno visita al suo laboratorio in via Cavour a Rovigo. Qui ogni giorno Ivano – da alcuni anni coadiuvato dal figlio Andrea – esegue interventi di restauro di gioielli antichi, compie lavori di assemblaggio di pietre preziose ed oro e, di tanto in tanto, dà vita a veri piccoli capolavori.

    La mostra rodigina, aperta dal presidente della Camera di Commercio alla presenza delle autorità cittadine, oltre a presentare una eccellente esposizione di realizzazioni uniche, è stata l’occasione per conoscere nei dettagli il certosino lavoro compositivo quotidianamente seguito da Cecchinato. Un’opera la sua che per alcuni gioielli richiede conoscenze ed abilità davvero particolari, le cui radici affondano nella millenaria storia dell’uomo. E se è vero che dal passato ci giungono stupefacenti monili, quasi una sorta di prezioso ponte di congiunzione di epoche tanto diverse, è però altrettanto vero che oggigiorno la produzione orafa è stata soggiogata ai ritmi dell’industria, accantonando un bagaglio di cultura e di tecniche di lavoro affinatosi nel corso dei secoli.

    Sono pochissimi pertanto attualmente gli artisti-artigiani in grado di portare a termine lavori unici o di intervenire su gioielli del passato senza correre il rischio di alterarli o contaminarli con soluzioni tecnologicamente inadatte. Ma a Rovigo opera Ivano Cecchinato, maestro riconosciuto nel settore, in grado di mettere a punto gli interventi più congeniali per ripristinare antiche gioie. Alle sue valenti mani fra l’altro, giusto dieci anni fa è stato affidato il restauro della preziosa lampada votiva della Rotonda, deterioratasi in decenni di incuria e trascuratezza, tornata all’antico splendore in occasione del quarto centenario dell’avvio di lavori del tempio rodigino dedicato alla Madonna del Soccorso.

    Quella di Ivano Cecchinato è una storia alquanto particolare, in totale controtendenza con i flussi che hanno caratterizzato il passato della nostra provincia, divenuta, dopo la seconda guerra mondiale, terra di massiccia emigrazione. Viceversa Cecchinato, proprio in quegli anni, appena ventenne, decide di lasciare Padova per avviare la sua attività a Rovigo.

    A Padova, dove era nato in una famiglia di valenti artigiani del ferro, aveva sentito precocissimo il richiamo verso l’arte orafa, tanto da affrontare, a soli 11 anni, il disagio quotidiano di raggiungere il centro cittadino per frequentare una “bottega” qualificata: dapprima il laboratorio di Luigi Callegaro, poi quello di Gino Panizzolo.

    Appreso velocemente il mestiere, ben presto si sente in grado di camminare con le proprie gambe, ma a Padova, dove le imprese impegnate nel settore si presentano ben radicate, c’è poco spazio per nuove iniziative.

    Di qui l’idea di aprire un’attività a Rovigo, vivendo da pendolare anche per non lasciare del tutto la piazza padovana. Una vita dura, fatta di treni e di tante ore di lavoro per un’attività che, in un periodo magrissimo come il dopoguerra, si prospettava con possibilità di sviluppo davvero risicate.

    Ma una grande passione non si estingue neppure di fronte alle notevoli difficoltà incontrate; che anzi stimolano Cecchinato a far sempre meglio, superando ogni volta se stesso con realizzazioni che conquistano l’attenzione di vari estimatori. Finché, nel 1954, dopo varie esperienze, la decisione fondamentale: aprire il proprio laboratorio in pieno centro a Rovigo, nella centralissima piazza Garibaldi.

    Qui l’attività metterà davvero radici, cosicché Cecchinato opererà in piazza Garibaldi fino al 1968. Quattordici anni importantissimi sia sul piano professionale che personale, perché in questo arco di tempo, accanto ai crescenti consensi per l’attività lavorativa, ci sarà il matrimonio e, con la famiglia, la trasmissione dell’interesse per l’arte orafa ai figli.

    Nuovi traguardi caratterizzano gli anni successivi: nel ‘68 Cecchinato trasferisce la sua attività in via Cavour, ove ha sede l’oreficeria tuttora gestita dalle due figlie; poi nel 1989, quando ha ormai alle spalle 48 anni di attività e pieno diritto alla pensione, ecco una nuova idea: aprire, sempre in via Cavour, un nuovo punto orafo. Il primo passa pertanto alle figlie, caratterizzandosi come oreficeria finalizzata alla commercializzazione, mentre il secondo, attrezzato per la lavorazione, vede l’entrata dell’ultimo nato, Andrea, che con altrettanta competenza e passione affianca il padre nell’attività orafa, coinvolgendo anche la giovane moglie Letizia.

    Ma, nonostante questi nuovi ingressi, Ivano non è uomo da pensare alle pantofole. Per lui non sono concepibili giornate senza il cesello, o la cannula della fiamma per sciogliere l’oro. Vigile patriarca, arriva puntuale ogni giorno in via Cavour, dove, siamo certi, realizzerà ancora qualche gioiello originale, come una delle ultime creazioni che ci mostra soddisfatto: un anello apribile che offre la possibilità di cambiare la gemma a seconda dello stato d’animo o dell’abbigliamento della signora che potrà annoverarlo tra le sue gioie.

    I gioielli di Cecchinato sono dunque lavorazioni eleganti e raffinate, testimoni di studio, di squisita fantasia e di non comuni capacità di realizzazione, che fanno onore al valente artista-artigiano che da tanti anni opera, apprezzato, nella città di Rovigo.

  • I girasoli di Tavolini

    I girasoli di Tavolini

    I colori prendono forma e iniziano a giocare, confondendosi con immagini ideali, nate nella mente, desiderose di trasformarsi da semplice pensiero in armoniose linee, forme curiose.

    Non sono macchie casuali, ma emozioni intense che riempiono le tele di Mario Tavolini, pittore ferrarese (abita a Malborghetto di Boara) ben noto in Polesine, terra che ha ospitato diverse sue esposizioni immortalata in ogni espressione, ansa, scorcio paesaggistico, nei dipinti che abbracciano il visitatore con pennellate armoniche di colori e sfumature, ritraendo l’anima poliedrica dell’ambiente deltizio, dove il tempo è scandito soltanto dallo scorrere incessante delle stagioni. Tele che non contengono banali segni accostati in tinte sgargianti senza un preciso significato, ma la ricerca, dietro ogni immagine surreale, di una risposta agli interrogativi dell’uomo moderno, sempre più impegnato e sempre più solo.

    Tavolini si presenta per la prima volta al pubblico nel 1980. Negli anni che seguono, ottiene prestigiosi riconoscimenti da parte della critica. Nel 1985 viene premiato da Remo Brindisi, nel ’90 dall’Ambasciatore di Francia Gilbert Perol per la sua opera in occasione del bicentenario della rivoluzione francese. Le sue tele sono conservate da numerosi collezionisti in Italia, Germania, Francia, New Jersey, Philadelphia, San José – California, Israele. Numerose le mostre personali in tutta Italia.

    Ma, più del curriculum, parlano i dipinti. Tavolini ama i paesaggi del Polesine e li raffigura con la voce del cuore, intense macchie composte di colore. Una natura, per lui, immancabile come sfondo dell’esistenza, talvolta palcoscenico di un vivere sicuramente non soltanto razionale. Trasforma le cose semplici, quotidiane in preziose gemme da ammirare, da non trascurare nella instancabile corsa verso l’effimero. Le sue opere più originali hanno come protagonista uno dei fiori estivi per eccellenza, umanizzato grazie a un’anima e a una gestualità creata in morbidi contorni.

    D’un tratto, la sensazione si fa immagine. E l’immagine sprigiona la sensazione. Nasce e prende forma così “Il sogno dei girasoli”, raccolta pittorica di Mario Tavolini. Vede rappresentati i fiori che esprimono intrecci di pensieri ed emozioni capaci, immancabilmente, di catturare le riflessioni dell’uomo, trasformandolo in un essere quasi ultraterreno, non di questo mondo, fatto esclusivamente di stati d’animo attraverso cui racconta se stesso.

    In “Afro” si ammira una danza serale, tutti in fila come artisti di strada senza volto, ma riconoscibili per gli strumenti scelti mentre la luna, chiarissima, illumina a giorno il percorso dei musici. Girasoli “Amanti” con il gambo aggrovigliato, rivisitazione del famoso “Il bacio” di Klimt. Girasoli dalle spoglie di bambino, che attende la mamma, mentre torna a casa in bicicletta nella strada alberata e sterrata. Girasoli in cerchio nella “Danza di ringraziamento”, attorno a uno spaventapasseri al centro della scena. Girasoli anche tristi, riflessivi, consapevoli dell’effimero, della temporaneità della condizione umana, che in “Nessuna notte sarà infinita” chinano il capo a terra, sospendono il suono della chitarra, lasciando parlare la neve che ricopre e nasconde un’agghiacciante, crudele verità. Oppure i girasoli che sfrecciano sul Po, attraverso una scatenata gara di sci d’acqua. “Sono 21 attualmente i dipinti della collezione – precisa – ma presto aumenteranno. Ho già altre idee da sviluppare”.

    La “soffitta” impolverata e ricca di risorse chiamata “immaginazione” si confonde con sentimenti e stati d’animo dettati da un curioso spirito di osservazione, occhi attenti sul mondo fatto di piccole cose, per Tavolini linfa vivace di creatività.

    Protagonisti non sono soltanto gli amati “girasoli”, ma anche i meravigliosi paesaggi del Delta del Po e alcune zone rodigine che i visitatori riconoscono non appena gli occhi raggiungono il quadro. La “storia” inizia raccontando con pennelli e colori, il paesaggio de “Il faro di Pila”, proteso verso il cielo estivo, al tramonto, accompagnato da un sole rosso, a salutare le prime violacee sfumature della sera. “Paesaggio del Delta”, “Ultimi giorni”, “La casa gialla”, “Conchiglie”, solo per citarne alcuni, imprimono nell’animo del visitatore la sensazione calda della spiaggia estiva, assolata, mentre il mare regala preziosi gioielli dalle forme perfette per farsi ricordare, o strappano dalla pellicola mentale il ricordo ormai sbiadito dell’arrivo di settembre, quando soltanto l’ultimo ombrellone aperto resiste a sfidare l‘autunno.

    Il fiume Po non poteva mancare nei quadri di Tavolini, protagonista del vivere quotidiano con risorse ambientali spesso poco conosciute. Pioppi verdeggianti che regalano ombra nelle giornate afose, o spogli con rami gracili e spruzzati di neve, tetto naturale per chi, nonostante il gelo, percorre a piedi i sentieri innevati, candidi, smunti, mentre tutto, attorno, è intatto, fermo, sospeso, in attesa di un raggio di sole.

    Il silenzio ovattato avvolge un uomo, la strada deserta, imbiancata, mentre la neve non accenna a fermare la sua lenta passeggiata, dal cielo alla terra. Sembra proprio di viverli in un sospiro profondo quei paesaggi, di sentirli parlare: il fluire calmo delle acque sotto la coltre densa della nebbia autunnale, i rami spogli degli alberi golenali, il frusciare del fogliame mosso dal vento in prossimità dei casoni di Albarella, le tranquille, lente, pigre giornate d’estate, afose compagne di dialoghi tra cicale e pedalate in bicicletta.

    L’uomo è talvolta ritratto, ma solo di spalle, o sulle rive del Po, o su una spiaggia mentre guarda il tramonto, che passeggia e se ne va, lontano, o mentre osserva, dal suo piccolo “regno d’impotenza”, il disastro umano dell’11 settembre 2001, su una terrazza, platea dell’esplosione tremenda da cui schizzano e svaporano nell’aria migliaia di occhi. Un uomo, dunque, che non scruta l’interlocutore dritto negli occhi, ma intento a una ricerca profonda, lontana dai valori terreni. ”Rappresenta la saggezza – spiega Tavolini – il tempo in cui non si ha più paura nel guardare il domani, a sfidare il futuro”.

  • I cieli di Daniela Turetta

    I cieli di Daniela Turetta

    La bellezza, magica e suggestiva dei Colli Euganei traspare con vivezza dagli olii raffinati e luminosi di Daniela Turetta, artista che sui Colli è nata. Ma anche il Polesine, con le sue campagne mutevoli, con i respiri del Delta e del grande fiume, ricco di angoli suggestivi, è motivo di ispirazione per l’artista in perenne dialogo con la natura; nella quale riesce a cogliere quanto di più vivo e di più bello essa può comunicarci quando si ammanta di verde, si veste di luce e di colore, e si lascia contemplare nella sua infinita dolcezza.

    La contemplazione della natura, forse accorata, malinconica, incredula, intrisa di meraviglia e di stupore come l’animo di un fanciullo, riesce a tradursi in un messaggio d’amore appassionato e struggente. Una testimonianza della sensibilità e della genuina ispirazione di un’artista alla quale sono stati maestri, in una cornice di solenne e mistica bellezza, i Colli Euganei.

    Osservando le opere di Daniela vengono alla mente le parole di Zola rivolte alla pittura di Pissarro. “L’artista – egli affermava – non ha cura che della verità della coscienza: egli si colloca in faccia alla natura, ponendosi come compito quello di interpretare gli orizzonti nella loro ampiezza, senza cercare di aggiungervi nulla di propria invenzione… Nessun quadro mi è sembrato di una grandezza più magistrale… vi si sentono le voci profonde della terra, vi si indovina la vita possente degli alberi… Una simile realtà va oltre al sogno.”

    Il colore, per Daniela Turetta, è palpitante epidermide ed insieme forma del dipinto. Le “touches” di colore sono leggere e vibranti, sottolineano l’immersione dei volumi nell’atmosfera e creano un’impressione di diffusa luminosità. Certe opere mi fanno pensare ai quadri di Segantini per la loro altissima purezza ed intensità.

    Quella della Turetta è una pittura limpida, ben calibrata, che gioca sui rapporti di forma e colore con una sapienza che è la vera origine del piacere estetico. Ecco il segreto di quella accattivante attrazione che possiedono i suoi paesaggi, indenni da sofisticazioni e forzature stilistiche.

    La struttura mentale, che sorregge l’immagine, la depura, la filtra, la fa partecipe di un concetto ideale di bellezza: la luce dei tramonti indora i colli, il cielo screziato di nubi si apre infinito su campi e distese di papaveri.

    Nei quadri di Daniela si respira questo ordine naturale che nasce da un ordine mentale. E nelle sue immagini si appoggia, appagata, la nostra anima ansiosa di serenità e pace.

    In questo periodo convulso, in cui la vita sta facendosi sempre più materialista ed arida, la vista di un quadro di Daniela Turetta, così aperto alle bellezze mutevoli della natura, diventa un antidoto, un ritorno alle nostre origini. Il segreto di Daniela viene proprio da qui: dal desiderio di accostarsi alle cose con purezza di intenti, cioè con amore.

  • Le fluttuazioni di Emidio Bernecoli

    Le fluttuazioni di Emidio Bernecoli

    E’ una terra meravigliosa quella del Polesine, fatta di silenzi ovattati immersi nella nebbia, rotti solo, in istanze assai brevi, da voci e sussurri che la natura trasmette, con pensierosa malinconia, direttamente all’anima di chi l’ascolta e sa comprenderla.

    Il Delta del Po ha vissuto millenni di una magica storia intrisa da avvenimenti che il grande fiume ha raccolto, discreto uditore, per trasferirli alle grandi acque serrate nei palpiti dei canneti e nella magia di giornate assolate e di pensierose notti che invitano ad ascoltare la propria interiorità.

    In uno le pulsazioni emozionanti della musica, le agitate palpitazioni del poeta o le vibrazioni fantasiose dello scrittore. E tutto questo, nelle immagini del sapiente pittore, si raccoglie per ripetersi nella trascrizione di una splendida realtà non schiva dall’esprimersi in una metamorfosi che, nella scelta dei colori e nella evanescenza di immagini rubate al sogno ed alla fantasia, parlano della millenaria ballata delle nostre acque, dei corridoi lunghi e stretti fra le acque, dei canneti che giocano ai richiami del vento, della barene e dei bonelli, asilo prediletto dei trampolieri e dei migratori. Parlano dei nostri borghi e delle vicende di vita, che hanno scritto pagine millenarie di una infinita dolcezza e di una sofferenza generosa, ricorse a plasmare gente laboriosa e leale, spontanea nella parlata e ricca di generosi valori umani.

    Questa genesi della vita, in costante fibrillazione, Emidio Bernecoli la conosce perché assunta nel tempo dai genitori, dalla famiglia e dalle peregrinazioni, sia pur provvisorie, che hanno preceduto, come in una ballata di gnomi, fate e folletti nel bosco della vita, la sua sosta ad Adria culla, anche se non di nascita, del suo impegno artistico.

    E con gradualità si è maturata la capacità del pittore nelle molteplici interpretazioni di senzazioni, di stile, di gente e di figure che la sua natura, silenziosa e schiva dal frastuono, ha sapientemente assunto per trasferirle in tele che raccontano della saggia ricerca in un percorso di sogno quasi perenne.

    Negli ultimi tempi Emidio Bernecoli sigla le sue espressioni pittoriche con una luna che esprime il romanticismo della sua interiorità e con un vaso di fiori che, trasparendo in primo piano sulle immagini della sua città e della sua terra, vengono a significare un omaggio ed un rispetto intesi a definire l’affetto per questa millenaria aristocratica Signora, madre di anime palpitanti che hanno di molto segnato, nell’arte, la sua nobiltà.

    Ma Emidio è il pittore dei cromatismi armonici che sono, da tempo, usciti dalla esperimentazione per imporsi nelle sue tele con una autorevolezza da vero maestro. Il percorso di un cercatore mai sazio di provare e di scoprire i vicoli segreti del cuore e del colore. Mai stanco di raccontare dei suoi affetti, delle sue gioie o delle sue mestizie, così come quando rende omaggio all’inquieto Caravaggio, che chiama a nume tutelare della sua irrequietezza non esitando a porsi, in autoritratto fra le immagini di quei quadri che scavano nel cuore della fede, della vita e della morte. Né esita a chiamare in campo la dolcezza di grazie del Regnault o del Blomaert ed i pensieri sulla fatuità delle cose del Reymerswale. Le sue atmosfere sanno creare, con attenzione, i risalti della notte e le melanconiche apparizioni del Goya o del Rembrandt che sembrano uscire dalle imperscrutabili atmosfere d’infinito per donare immagini di una realtà della vita che penetrano profondamente nell’anima. Sono momenti di una maturazione artistica, alternanze di passaggio che non ancorano Bernecoli ai tempi ma che lo esaltano nell’omaggio alla grande pittura del passato per farlo, poi, continuare in espressioni di una sempre più completa proprietà e saggezza pittorica.

    I quadri di Emidio vanno attentamente visitati, lasciando che parlino all’intimo con le loro fusioni di immagini e colori generanti, in continuità, paesaggi ed immagini di emozioni comunicative e penetranti.

    Ma il pittore va analizzato nel suo intero percorso e la carrellata di figure parlerà di quella sua insaziabile intelligente ricerca, di quel suo spiritualismo schivo di inutili ed assordanti ballate, ma palpitanti di quella eterna poesia che diviene meditazione e storia in ogni quadro.

    I racconti continui di un artista che sa creare, con appropriata conoscenza del colore, i suoni ed i segreti del tempo e, con le emozioni che il silenzio gli detta, la nascita di opere di arte vera alle quali il tempo darà sempre maggiore e migliore ragione di vita.

  • Gli artisti del Gorgo della Sposa

    Gli artisti del Gorgo della Sposa

    Narra la leggenda che una dolce fanciulla, promessa ad un uomo che non amava, cercò e trovò tragica fine nelle acque di un limpido laghetto, che la pietà dei vivi, in sua memoria, battezzò Gorgo della Sposa.

    Si sussurra che nelle notti senza luna il vento, che sibila tra i canneti, tragga dalle profondità i lamenti d’un anima che invoca giustizia.

    Il Gorgo della Sposa, più volte citato in questo periodico, si trova sulla strada che da Trecenta porta a Salara, contornato di alti pioppi, popolato di canneti e ninfee: un paradiso per la selvaggina autoctona stanziale e di passo. I suoi custodi, da tempo immemorabile, sono i fratelli Lavezzo, che, ispirati dall’aura romantica dell’ameno sito, hanno prodotto opere pittoriche di intensità emotiva e purezza di linguaggio.

    Il primo dei fratelli Alfio, che conosco per contatti professionali, mi fa ammirare uno dei suoi murales ricavato sulla parete della casa prospiciente il laghetto. E’ un paesaggio lacustre con una barca immobile a riva. Dominano nitidi ed intensi il verde e l’azzurro, l’acqua riluce mentre sullo sfondo si stagliano colline e più lontano cime innevate; betulle e olmi fanno da portale all’opera, mentre un ruscello scende tortuoso. Traspare la serenità dell’artista, il quale dopo avermi fatto vedere alcuni lavori, mi accompagna, a poche centinaia di metri da quel luogo, dove dimora il fratello Giuseppe.

    Giuseppe Lavezzo deve essere un vulcano in piena attività: murales a tutta parete, rappresentano un cavallo bianco imbizzarrito dalla presenza di un fantasma, mentre un drago cinese si contorce e fanno la loro comparsa maschere carnevalesche, arlecchini, galli e colombe: il tutto però armoniosamente fuso in un insieme che appaga. Altri murales adornano l’ingresso principale della casa tra il verde di piante altissime, una maschera sulla sommità, ti segue con gli occhi da qualunque posizione la fissi, un artificio che non passa insservato. Un paesaggio lacustre si intravede da colonne tortili; colpisce la nitidezza del segno ed il sapiente dosaggio dei chiaroscuri che danno spessore volumetrico.

    Sto per girare i tacchi, ormai pago, quando si sente un rumore nel seminterrato: “El ghe xe” dice Alfio “mio fratello è giù che lavora”.

    Lo chiama, l’altro risponde, ed eccolo Giuseppe Lavezzo un uomo non alto ma proporzionato, la cui età non oso definire, con in testa un’incredibile “Kaciola” stile marocco decorata con disegni. Ci presentiamo, gli chiedo il significato di quegli schizzi sul copricapo di carta, ed intanto colgo alcuni soggetti già visionati sui murales. Ridacchiando mi dice che sul cappellino porta tutto quello che in testa gli frulla, cioè le idee, le ispirazioni che dall’animo salgono al cervello e si fissano sulla carta del suo copricapo.

    Mi lascio guidare, mi porta in casa accompagnato dal fratello la cui presenza discreta vale un riconoscimento al vero artista che è Giuseppe.

    Opere in ogni dove, tele ad olio, acquerelli, dipinti su papiro portato da un viaggio in Sicilia, il cui soggetto non poteva essere che la regina Nefertari con gli attributi divini, un altro con un vaso attico mostra il mito di Europa che cavalca il Toro-Zeus.

    Mi gira la testa, la poliedricità del Lavezzo è tale che egli si cimenta con ogni materiale che gli capita a tiro; soggetti zoomorfi in terracotta dipinta, farfalle dalle ali spiegate coloratissime dello stesso materiale, quadretti minuscoli che controbilanciano i giganteschi murales, quello più grande di 22 mq fa da sfondo al negozio di alimentari gestito dalla moglie.

    Alcune sensuali fanciulle del mastodontico murales ricordano Eva, tante Eva in un Eden “sui generis” in cui il serpente sembra sedurle, una tigre minacciosa fa da guardiano mentre il sole sorge con raggi di gusto nipponico.

    Proseguiamo: alle terracotte dipinte seguono animali stilizzati ricavati da radici secche di piante, un’infinità di zucche vuote abbellite da motivi geometrici, ma pure glutei femminili, maschere animali, paesaggi.

    Mi attira un enorme salame penzolante dal soffitto, spagato con maestria, ammuffito al punto giusto, ricurvo. Lo guardo e lo tocco leggermente, si mette a dondolare… diavolo d’un Lavezzo me l’ha fatta!.. Si tratta di uno zucchino vuoto abilissimamente camuffato. Era già successo 2350 anni prima ai giudici chiamati in causa per assegnare il premio ad una gara di pittura; Apelle il più grande pittore classico greco stracciò tutti dipingendo un velo che sembrava vero, tanto che i giudici si apprestarono a sollevarlo per scoprire l’opera, facendo la figura dei… salami.

    Proseguiamo tra piccoli quadri con facce contorte che vorrebbero esprimere dolore e stupore, ma Giuseppe non sa cosa vogliano dire, gli sono venute così. Avanti si cambia, l’arte da pittorica passa a plastica; le mani del Lavezzo danno forma a piccoli busti grotteschi, vagamente somiglianti ai Trolls nordici, vecchi sdentati dalle perfette proporzioni. E poi ancora galli, tori, rinoceronti ed elefanti, una parossistica produzione che sbalordisce. Di quando in quando ricompare un quadro del Gorgo delle Sposa, le canne, la paviera, una famigliola d’anitre selvatiche, ninfee in fiore.

    Sono i ricordi di un fanciullo, e l’animo è senz’altro di un fanciullo; Giuseppe si illumina all’istante non appena scopre qualcosa che lo accomuna all’interlocutore, una persona un fatto accaduto, un luogo,… trabocca sì, perché ne è pieno, tutto l’estro e la creatività dell’artista, ma ogni cosa resta soggiogata da un alone di pulizia interiore che ti affascina e ti disarma.

    Ancora album carichi di disegni, soggetti fantasiosi, fanciulle di sogno che sorgono da fiori e, viceversa, un paradiso terrestre in cui la sensualità di Eva contrasta con la rapacità del demonio, mentre Adamo appare impaurito, inadeguato al grande compito che l’attende, potesse… fuggirebbe.

    S’è fatto tardi senza accorgersene, sto per accomiatarmi quando Giuseppe mi mostra i suoi disegni giovanili, cronache dell’attività attorno al Gorgo. Ecco la lavorazione della canna raccolta a mazzi, ecco la paviera (pianta palustre) ad essiccare per farne stuoie, sporte, oggetti d’abbellimento. Ecco due mazzi di “zonkoli”, altra pianta palustre, che legati due a due fungevano da salvagente per i ragazzi che nuotavano le prime volte.

    Alfio si è già sfilato, mi duole andarmene, ho scoperto un individuo eccezionale e insieme lo scandalo che la sua fatica non sia affiorata alla grande notorietà. Mi sento leggero mentre avvio il motore, più che avessi ereditato una fortuna, e mentre me ne sto mezzo inebetito, un fulmine mi attraversa il cervello.

    Per la miseria, ora credo di capire il significato di quelle bocche torte, di quei volti profondissimamente doloranti… non esprimono supplica o compassione, esprimono urla, tragiche urla, che dal Gorgo salgono e vengono inchiodate nella tela dalla sovrumana sensibilità del Lavezzo: è la sofferenza sconfinata che si fa colore e figura per perpetuare nel tempo la lacrimevole vicenda di un’infelice Sposa.

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