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Archivi: Articoli d’archivio

  • “El Barcaro del Fenile”

    “El Barcaro del Fenile”

    Negli anni trenta, e ancor prima, esisteva a Fenil del Turco – frazione del Comune di Rovigo – una passerella per attraversare il Canalbianco. La passerella era situata a circa 50 metri dall’odierno ponte, verso valle, in corrispondenza della via denominata in gergo “Contràmaiore”, oggi via San Gaetano.

    La passerella

    Si trattava di una passerella ciclopedonale rigida, divisa in due parti, appoggiata da un lato sulla riva e dall’altro su dei piloni piantati al centro del fiume, in dialetto detta “el peagno”. Era costruita con tavole in legno sia nella parte del calpestio che nelle parti laterali. Sorretta da una fune in acciaio, era spostabile lateralmente – una parte verso monte e una verso valle – togliendo dei cardini da un lato della stessa. Operazione che veniva eseguita in occasione dell’arrivo di piene dovute a situazioni di particolare apporto idrico da parte del Po e dell’Adige.

    Quando, in occasione di piene preannunciate dal responsabile del Genio Civile, la passerella veniva spostata verso riva, per attraversare il fiume, entrava in azione una piccola barca di servizio, del tipo da pesca con punta sia a poppa che a prua, mossa a forza di remi, ci si poteva salire massimo in tre persone.

    La passerella e la piccola imbarcazione erano di proprietà del Comune di Rovigo. Ne era responsabile il “barcaro-passadore” Francesco Padoan aiutato dalla moglie Elisa Biasin, stipendiato in parte dal Comune in parte dai proventi del passaggio delle persone non domiciliate nel comune di Rovigo, che pagavano circa 10 centesimi a passaggio.

    La passerella era utilizzata per il transito delle persone e il trasporto delle merci. Era molto utile per chi doveva recarsi a Ceregnano, Comune limitrofo a Rovigo, perché evitava di dover fare un lungo giro o per il ponte di Palà nel Comune di Ceregnano o di Sant’Apollinare Comune di Rovigo, e viceversa.

    La barca-traghetto

    Alla fine degli anni Trenta la passerella fu tolta per motivi di sicurezza, in quanto logorata dal tempo, dall’uso e dall’aumentare del numero dei residenti. Il transito da una parte all’altra del fiume venne allora garantito da una barca-traghetto completamente in legno, della lunghezza di circa cinque metri e due di larghezza, a fondo piatto con dei parapetti laterali, commissionata dal Comune di Rovigo e costruita nei cantieri navali Papa di Adria. Erano proprietari i signori Duo', che ancora oggi gestiscono il cantiere navale conosciuto come “cantiere Vittoria”.

    Essendo i cantieri Papa posti ad Adria lungo il Canalbianco, quindi sullo stesso fiume di utilizzo del natante, questo alla consegna, fu trainato contro corrente, con delle funi fino al luogo di fruizione. Operazione realizzata a forza di braccia dai componenti della famiglia Padoan aiutati da amici. Quindi l’imbarcazione fu affidata in gestione a Francesco Padoan (già responsabile della passerella e della piccola barca descritta precedentemente).

    Questa dunque la nascita del traghetto. E Francesco Padoan fu ben presto soprannominato “El barcaro del Fenile”.

    Per l’attraversamento del fiume, si usava la forza muscolare, agendo con le mani, facendo forza su una fune in acciaio imprigionata da quattro rulli in legno al telaio della barca tesa tra la due rive regolata da un argano.

    Dal 1 giugno del 1937 Francesco Padoan per ragioni di età fu esonerato dal servizio di traghettatore dopo un’attività lavorativa di “barcaro-passadore” durata venticinque anni.

    Gli subentrò il figlio Giovanni supportato anche dalla moglie Benà Maria e talvolta anche dai figli Natalina, Vittorino, Giancarlo.

    Il servizio di traghettamento si svolgeva dall’alba al tramonto. Di notte l’imbarcazione rimaneva libera, chi ne avesse avuto bisogno doveva arrangiarsi: tirando un apposito cordino, agganciato alla barca, si richiamava il natante se era dall’altra riva. A volte succedeva che alcuni ragazzi di Fenil del Turco o di Ceregnano slegassero la fune per motivi di rivalità fra “campanili”, così al mattino i gestori del traghetto dovevano in qualche modo recuperare la barca per continuare il lavoro.

    Capitava a volte che Giovanni dovesse rimanere in servizio anche durante la notte, perché avvisato anticipatamente dal Genio Civile di Rovigo del passaggio lungo il Canalbianco di imbarcazioni adibite al trasporto di merci. In questi casi doveva abbassare la fune metallica sul fondo del fiume tramite un argano posto sulla riva del Canalbianco per facilitare il passaggio del natante.

    Il corso d’acqua del Canalbianco allora era più stretto e meno profondo dell’odierno, con banchi di sabbia, (a volte si potevano perfino prendere i pesci con le mani). Tra l’acqua e la riva si estendeva “la golena”, chiamata in dialetto “marezana” ricca di piante e vegetazione, dove ci si poteva mettere a pescare, andare a nuotare, addirittura un anno, durante la sagra del paese, per la estrema carenza d’acqua fu possibile installare una giostra a catene la cosiddetta “calcinculo”.

    Un servizio essenziale

    Anche la barca traghetto come la passerella era un servizio essenziale per gli abitanti collocati sulla riva sinistra del Canalbianco per recarsi ad esempio alle funzioni religiose, trasportare merci, andare all’osteria, a scuola, o a “botega”, ovvero il negozio di generi alimentari.

    I bambini più piccoli accompagnati dai genitori la usavano per andare all’asilo, i più grandicelli a scuola. A proposito, una testimonianza dice che, quando in barca erano in gruppo numeroso – e si sa quando sono in tanti i bambini fanno confusione – allora Giovanni li richiamava ad un comportamento corretto, soprattutto per evitare incidenti.

    Le donne di alcune famiglie, al mattino (e a volte anche di pomeriggio) dopo aver munto le mucche nella propria stalla (tre o quattro mucche per stalla), riempivano la “zara”, (un contenitore in alluminio atto al trasporto del latte che ne conteneva circa 10 litri) che trasportavano appesa al manubrio della bicicletta. Attraversavano il fiume per andare a vendere il latte alle famiglie residenti nel centro del paese e nella periferia.

    Bisognava superare il fiume anche per portare, con la carriola, il grano a macinare al mulino di Caniato sopranominato “Paternostro” sito nel centro del paese. Se ne ricavava farina per uso famigliare, operazione faticosa soprattutto per una donna in quanto per raggiungere la barca c’era la discesa e poi, giunti sull’altra riva, la salita alquanto ripida della riva.

    Per incrementare lo stipendio, (la paga era di £ 516 al mese anno 1941), Giovanni estraeva la sabbia dal fiume, con regolare permesso del Genio Civile di Rovigo e, a forza di braccia, la toglieva dal fondo del fiume con l’utilizzo di una pala manuale costruita per tale lavoro. Caricava la sabbia su una piccola barca e la scaricava sulla riva; poi con la carriola affrontava la salita della riva per depositare la sabbia a mucchi vicino alla strada, comoda per essere venduta ai costruttori edili.

    Durante il secondo conflitto mondiale, verso la fine, i tedeschi in ritirata per attraversare il Canalbianco costruirono ponti in legno provvisori, che divennero bersagli per gli aerei alleati che bombardavano per ostacolare la ritirata. Anche la barca-traghetto fu oggetto di mitragliate, ma per fortuna non ci furono né vittime né danni.

    Nel corso degli anni, Giovanni faceva la manutenzione alla barca-traghetto, traendola in secca. Metteva la canapa tra le fessure delle tavole che componevano il fondo e le parti laterali, cospargendo il tutto con la pece liquida, sciolta precedentemente sul fuoco. Aveva anche costruito una piccola cabina attorno alla sedia che fungeva da posto di comando al centro della barca, grazie alla quale ci si poteva sommariamente riparare dal caldo in estate e dal freddo in inverno.

    Un piccolo rifugio, era costruito in legno sulla riva destra del fiume nelle vicinanze dell’approdo, dove erano collocati utensili necessari al buon funzionamento del traghetto, e dove ci si poteva riparare in caso di maltempo, rimanendo protetti, senza allontanarsi dal luogo di lavoro, in caso di chiamate per l’attraversamento del fiume.

    C’era molta familiarità con gli abitanti del luogo: si era instaurato un rapporto confidenziale con il “barcaro”, tanto che venivano fatte richieste di traghettamento anche al di fuori dell’orario di servizio, esaudite sempre con molta disponibilità.

    Il nuovo ponte

    Nel dicembre del 63, in seguito alla morte improvvisa di Giovanni, subentrò il figlio Vittorino che condusse l’attività per soli due anni, giacché nel frattempo erano stati avviati i lavori per rendere il Canalbianco navigabile e trovare soluzioni più pratiche per il passaggio da una riva all’altra.

    L’opera idraulica comportò la rettifica del corso d’acqua, lo scavo del fondale e l’allargamento dell’alveo. Un intervento di modernizzazione che però fece venir meno quell’atmosfera di familiarità e di poesia ambientale che, assieme al lento andirivieni della “barca”, conferivano una particolare identità al luogo.

    Ultimati i lavori di scavo, per attraversare il nuovo Canalbianco venne installato un ponte “Bayly”, di tipologia militare, con assi in legno nel calpestio, transitabile, oltre che a piedi o in bicicletta anche da mezzi motorizzati di piccole dimensioni, detto “el ponte de tole del Fenile”.

    Il ponte fu inaugurato il 6 giugno del 1965 e dedicato a San Gaetano patrono del paese. E fu così che la “barca”, ormai accantonata, diventò una sorta di relitto lasciato marcire presso la riva destra del Canalbianco nel punto dove per anni era avvenuto l’attracco.

    Una storia da non dimenticare

    Della “barca” e del suo ambiente ci restano alcune foto in bianco e nero ed una rara e sbiadita sequenza nel cortometraggio “L’ussaro” di Luigi Ceruti. Una storia che non va dimenticata, perché intimamente legata alla tradizione e alle vicende connesse ai fiumi del nostro Polesine.

  • Lo zuccherificio di Loreo

    Lo zuccherificio di Loreo

    In una voce dell’Enciclopedia Italiana redatta nel 1934, il noto geografo rodigino Elio Migliorini (1902-1988) scrive a proposito di Loreo: “… Il paese, che è disposto in forma allungata dalle due parti del canale di Loreo, si è rapidamente sviluppato negli ultimi anni per il progredire della bonifica; esiste anche uno zuccherificio…”. Uno stabilimento per la verità tutt’altro che baciato dalla fortuna, tanto che, già all’epoca, della fabbrica di Loreo rimanevano soltanto malinconici resti e le dispute legali che si trascinavano ormai dal marzo del 1927, quando il Consiglio di Amministrazione della Società Z.A.L. (acronimo di Zuccherificio Agricolo Loredano) aveva proposto la messa in stato di liquidazione della società.

    La nascita e l’epilogo dell’esperienza saccarifera loredana si consumano infatti in soli tre anni, dal 1924 al 1926; le premesse economiche e scientifiche di questa parentesi industriale affondano le radici invece nei primi anni venti e si propagheranno nei successivi decenni.

    Sono gli anni in cui le coordinate di sviluppo dell’industria saccarifera italiana e l’azione della corrispondente associazione di cartello durante gli anni del regime (Consorzio Nazionale Produttori di Zucchero – C.N.P.Z.) continuano ad alimentarsi intorno al sistema tradizionale di produzione dello zucchero, permettendo al cartello saccarifero di assegnare anticipatamente alle fabbriche consorziate la superficie da dedicare alle coltivazioni e, di conseguenza, il contingente di prodotto da immettere sul mercato nonché di procedere alla definizione del prezzo di vendita del prodotto finale.

    Ed è proprio in questo contesto che, già dal 1922, un rivoluzionario procedimento di produzione dello zucchero sembra prendere piede nel nostro paese: un sistema brevettato dal Prof. Ineo De Vecchis (1878-1963), insigne scienziato che già da inizio secolo si era occupato di selezione di seme indigeno di barbabietola.

    La novità ora consiste nel fatto che la strada per il passaggio dalla fase progettuale a quella della realizzazione sembra spianata, grazie alle garanzie economiche messe in campo da noto finanziere proveniente dal siderurgico ma già presente nei salotti “buoni” dell’industria saccarifera, il Comm. Max Bondi (1881-1928).

    Gli entusiasmi verso il “Metodo De Vecchis”, nascono da un’iniziativa pionieristica – sperimentata presso lo zuccherificio di Viterbo – che per la verità si era conclusa negativamente nel giro di un solo anno di attività, dal 1922 al 1923, ma che si profilava come un utile trampolino di partenza per non commettere gli errori che avevano portato al fallimento dello zuccherificio viterbese.

    Al metodo De Vecchis si guarda dunque con rinnovata fiducia non solo a Loreo, nel 1924, ma anche due anni dopo a Sanguinetto (VR). E successivamente, nell’immediato dopoguerra (arrestatasi l’attività della fabbrica di Sanguinetto) la sperimentazione del metodo De Vecchis verrà ripresa dall’industriale tessile Gaetano Marzotto JR nello stabilimento di Villanova di S. Margherita nel comune di Fossalta di Portogruaro (VE), ultima esperienza saccarifera italiana consumata sulle coordinate del metodo De Vecchis.

    Tornando alle vicende dello zuccherificio loredano, i primi documenti che ne testimoniano la costruzione sono rappresentati da un carteggio datato 8 maggio 1923, tra Vittorio Braghin, proprietario della fabbrica di concimi chimici di Loreo, e il Sindaco di questo mandamento, Amilcare Zago, per la convocazione di un’assemblea tra i proprietari terrieri della zona.

    L’ordine del giorno è legato alla sottoscrizione dell’impegno di coltivazione necessario per alimentare il costruendo zuccherificio, da erigersi nell’ex stabilimento di Concimi Chimici di proprietà dello stesso Braghin che ne aveva acquisito la proprietà dalla Montecatini all’inizio degli anni ‘20.

    Dopo una breve presentazione del progetto per la costruzione dello zuccherificio nel comune di Loreo ad opera di un noto industriale romano, l’assemblea, composta dai maggiori proprietari terrieri della zona, delibera la nomina di un Comitato Promotore che si faccia carico di raccogliere gli impegni di coltivazione da parte degli agricoltori aderenti all’iniziativa.

    La comparsa di ulteriori personaggi che vanno ad implementare il quorum del Comitato Promotore come Paolo Mengolati (uno dei fratelli titolari dell’omonimo Laboratorio Farmaceutico di Loreo), e la presenza di un accordo di massima per la costruzione di uno zuccherificio a Loreo con la Società Anonima Brevetti De Vecchis per l’Industria dello Zucchero con sede in Roma, dimostrano comunque una certa determinazione verso la scelta di costruire uno zuccherificio agrario.

    Pertanto, il 9 febbraio 1924, a Bologna, alla presenza dell’ On. Comm. Ing. Max Bondi in veste di presidente della Società Anonima Brevetti De Vecchis per l’Industria dello Zucchero con sede in Roma, viene firmata la convenzione con i promotori della Società Anonima Z.A.L, Sig. Arata Cav. Domenico, Franceschetti Antonio, Guarnieri Salvatore, Mengolati Paolo, Nordio Cav. Luigi e Tiengo Carlo; l’accordo vedrà impegnate le controparti rispettivamente per tre anni, ovvero per le campagne del 1924, 1925 e 1926.

    L’iniziativa viene dunque avviata con non poche speranze di successo, utilizzando in buona parte ambienti già preesistenti, come risulta da una relazione stilata da un gruppo di osservatori inglesi che – giunti a Loreo per verificare la bontà del metodo De Vecchis – ebbero modo di far visita agli impianti nel corso del 1925. Ecco la parte saliente del testo:

    “… Most of the buildings used were formerly stables and granaries, some additions and modifications have been necessary, but the intention seems to have been to demonstrate that De Vecchis system can be worked in building not wholly constructed as a sugar factory…

    (Trad…. La maggior parte degli edifici utilizzati erano vecchie stalle e granai, alcune aggiunte e modifiche sono state necessarie, ma l’intenzione sembra essere quella di dimostrare che il sistema De Vecchis può essere utilizzato in edifici non interamente costruiti come fabbrica di zucchero…).

    L’ambizione del Metodo De Vecchis è infatti quella di rendere possibile la lavorazione delle bietole durante tutto l’anno, mediante un opportuno processo di conservazione delle fettucce di barbabietola tramite essiccazione, permettendo quindi anche ad un piccolo “manipolo” di proprietari terrieri di poter costruire il proprio zuccherificio e tenerlo in esercizio per quasi tutto l’anno.

    Questa possibilità non solo avrebbe modificato la geografia del settore saccarifero italiano ma ne avrebbe alterato anche le coordinate di produzione, pregiudicando l’efficacia della politica di pianificazione da parte del cartello.

    I pochi documenti presenti nell’archivio di Loreo, relativi all’attività caratteristica dello zuccherificio Loredano, non ci permettono di entrare nel merito del Metodo de Vecchis e verificarne la rimuneratività.

    Comunque, dal carteggio presente, si evince che la direzione tecnica della fabbrica, inizialmente affidata al Dott. Scaramoni, dal 1925 passa al Dott. Pio Mancinelli, allievo e successivamente collaboratore del De Vecchis. Il Mancinelli si occuperà poi dal 1926 della direzione tecnica dello stabilimento di Sanguinetto per fare successivamente altre esperienze all’estero, soprattutto in Francia, dove implementerà il Processo De Vecchis in alcuni zuccherifici locali, ricevendo importanti riconoscimenti.

    La fama di De Vecchis e dei suoi studi, infatti, già sul finire degli anni ‘20 rimbalza in diversi stati, dove risultano in attività fabbriche che lavorano con questa metodologia: a Derijugino in Russia, a Eynsham in Inghilterra, a Nassandres e ad Artres in Francia, mentre il processo risulta in fase di approfondimento in Bulgaria, Olanda, Cile, Argentina e in Giappone.

    Nonostante il metodo De Vecchis trovi dunque consensi anche all’estero, con l’avvio di iniziative produttive destinate a restare attive per diversi anni (in Russia fra l’altro De Vecchis, nel 1930, fu iscritto nel “Libro D’Oro” dei Soviets per meriti scientifici e industriali), in breve l’esperienza di Loreo volgerà alla fine con la chiusura degli impianti già nel 1927.

    Da segnalare che, mentre l’esperienza loredana si avviava velocemente al tracollo, a Sanguinetto (Vr) veniva avviata un’impresa, sempre basata sul metodo De Vecchis, che manifestava apprezzabili riscontri. Un’iniziativa industriale, questa, che nasceva con solide coperture finanziarie, che a Loreo si erano invece ben presto esaurite, principalmente per la scomparsa del socio di maggioranza, Max Bondi, il cui dissesto finanziario, già dal novembre del 1925, costringeva l’imprenditore romano alla fuga e al riparo all’estero (prima in Norvegia e poi a Berlino, dove morirà) mettendo una seria ipoteca sul proseguo dell’esperienza saccarifera di Loreo, ancora molto giovane e con le spalle troppo fragili per potersi emancipare da sola.

    Malgrado i successivi tentativi di riattivare la fabbrica, lo zuccherificio di Loreo non rientrerà più in esercizio. Veniva così penalizzato anche il Metodo De Vecchis che in Italia – dove non mancavano agguerriti detrattori – non troverà più nuove applicazioni.

    Diversa l’accoglienza riservata all’estero, cosicché Ineo De Vecchis da metà degli anni ‘30 soggiornerà in Francia, continuando la sua poliedrica attività scientifica in un ambiente probabilmente meno ostile, lasciando ai propri epigoni nel nostro paese l’arduo compito di sconfiggere i dogmatismi di un’industria che aprioristicamente ha relegato all’oblio il Metodo De Vecchis, rinunciando con questo atteggiamento a quello slancio verso l’innovazione che il successivo inquadramento comunitario renderà imprescindibile.

  • Palazzo Roverella

    Palazzo Roverella

    Da una dozzina d’anni Palazzo Roverella – grazie soprattutto alle importanti mostre d’arte annuali, ideate e sostenute dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – è divenuto un riferimento culturale di primo piano per il capoluogo polesano. E pensare che, all’inizio del ‘900, stante anche il degrado che al tempo lo caratterizzava, non era nemmeno stato inserito nella lista dei beni artistici-architettonici da salvaguardare.

    Un travaglio antico quello vissuto dal nobiliare edificio, per certi aspetti iniziato fin dai tempi della sua costruzione, poco dopo la metà del XV secolo, anche a causa della morte del suo proprietario, il cardinale Bartolomeo Roverella che lo aveva voluto, elegante ed imponente sulla pubblica piazza, a “significare” l’importanza del casato.

    Proprio a causa del decesso del potente cardinale (1476) il palazzo risulterà incompiuto – non compido – agli occhi del cronista Marin Sanudo; il quale, nel suo “Itinerario nella terraferma veneziana nell’anno 1483”, descrive il capoluogo del Polesine dopo che la Serenissima si era da poco impossessata del territorio, con la famosa Guerra del Sale (1482-84).

    L’attento cronista ebbe fra l’altro ad usare parole di vero apprezzamento per la città così descritta: “Roigo terra bellissima, casizada magnifice, et case pareano palazi, tuta murata de mure altissime et grosse, de novo reconzade…”. Rivolgendo poi la sua attenzione alla piazza maggiore notò: “… longa par quella de Brexa, con palazi de sopra: uno di la banda zancha antiquo, par castello… da l’altra banda è quello del Cardinal Roverella non compido, cossa magnificentissima; et è grande, ben fabbricato, e posto sopra l’Adexe, alto et bene composito…”. Rovigo era stata appena tolta al Ducato di Ferrara e il viaggiatore-reporter veneziano manifesta dunque la sua ammirata sorpresa per la città, caratterizzata da una piazza amena (simile a quella di Brescia), contornata da vari palazzi, tra cui quello del Cardinale Bartolomeo Roverella, davvero maestoso, ma non ancora ultimato, prospiciente, sul retro, all’Adige (ovvero Adigetto, ora Corso del Popolo).

    I Roverella

    Una famiglia, quella dei Roverella, originaria a quanto pare da una località tra Lendinara e Rovigo, che aveva iniziato ad uscire dall’anonimato dalla fine del ‘200, consolidandosi nel corso del secolo successivo, quando, passo passo, vari membri iniziarono l’ascesa sociale passando dai lavori campestri ad esercitare attività legate alla manualità delle arti, per dedicarsi poi sempre di più ai commerci, fino ad approdare all’importante casta dei notai.

    A partire dalla seconda metà del Trecento la famiglia stabilisce la propria residenza a Rovigo in borgo San Giovanni, mantenendo le vaste proprietà fondiarie acquisite nel circondario di Rovigo ed anche nella bassa padovana.

    I membri della sempre più importante famiglia non trascurano frattanto di intessere stretti rapporti con i dominatori del Polesine, ovvero gli Estensi, ricevendo nel 1393 anche la cittadinanza ferrarese, per interessamento dello stesso marchese Alberto II d’Este. E fu allora che Bartolomeo Roverella (nonno del futuro cardinale), fu incaricato del controllo e della revisione dei libri contabili della Camera Marchionale Estense.

    Spicca poi, nella prima metà del Quattrocento la figura di Giovanni Roverella (figlio di Bartolomeo) che porta la sua residenza in una zona centrale di Rovigo, sopra un portichu e si accredita come un personaggio influente alla corte estense: Camerlengo degli Este a Ferrara e Rovigo, amico e Consigliere di Borso d’Este, nonché Amministratore dell’arcidiocesi di Ravenna. Infine, nel 1444, egli è gratificato dalla nomina di Conte palatino da parte dell’imperatore Federico III d’Asburgo soggiornante a Ferrara durante un viaggio che doveva portarlo Roma per incontrare il papa. Proprio da questa investitura deriva lo stemma dei Roverella: all’interno di uno scudo, diviso verticalmente, appare l’aquila asburgica accanto ad una pianta di rovere.

    Qualche anno prima di questo riconoscimento nobiliare, nel 1440, Giovanni Roverella a Rovigo era stato chiamato a far parte della commissione di 8 membri che avevano redatto gli Statuti del Comune di Rovigo. Ed il 27 febbraio 1450 il Consiglio Comunale di Rovigo, a fronte dei meriti acquisiti dal nobiluomo, aveva esentato Giovanni e la sua discendenza da vari gravami fiscali.

    Giovanni, che nel 1406 aveva sposato la nobildonna lendinarese Beatrice de’ Leopardi, ebbe una nutrita discendenza costituita da sette figli maschi e due femmine.

    Tra i primi, ben quattro seguirono con successo la carriera ecclesiastica: Bartolomeo Roverella, dapprima nominato Vescovo di Adria, poi Arcivescovo di Ravenna, divenne infine Cardinale, influente non solo nell’ambito ferrarese, ma anche alla corte papale. Da ricordare, fra l’altro, che fu scelto da Ercole I d’Este per celebrare le sue nozze con Caterina d’Aragona. Florio, Cavaliere gerosolimitano (di Gerusalemme) e Commendatore di Benevento; Lorenzo, Vescovo di Ferrara, Datario del papa e Legato in Boemia; Nicolò, nominato Abate Generale della congregazione di monte Oliveto nel 1472.

    Per altri motivi va poi ricordato Pietro (Governatore di Castelli e Ville per la santa Chiesa Ravennate), perché il destino gli riservò il compito di gestire una importante parte rodigina dell’eredità del cardinale.

    Personaggi influenti, dunque, i Roverella, soprattutto nell’ambito delle gerarchie ecclesiastiche, con un occhio di riguardo a Rovigo. Infatti Nicolò, l’abate, con l’appoggio del fratello cardinale ottenne la guida di due monasteri olivetani: quello di San Giorgio di Ferrara e quello di San Bortolo, istituito nel capoluogo polesano, una volta sottratto alla ormai decadente comunità degli Umiliati, appositamente soppressa da papa Sisto IV.

    Ed è in particolare tra questi due fratelli – il Cardinale e l’Abate – che si sviluppa un parallelo e condiviso progetto costruttivo incentrato su Rovigo: il Palazzo nella piazza centrale, ad eternare il nome dell’importante famiglia, ed il grande Convento Olivetano poco fuori le mura, a destare altrettanta meraviglia. Indiscutibile la presenza dello stesso architetto a sovrintendere i lavori, stante le analogie costruttive, evidenti in particolare nei rimandi tra il colonnato del chiostro del convento e il porticato del palazzo.

    E il nome, che da secoli ricorre, è quello dell’architetto ferrarese Biagio Rossetti, anche se non è mai stato trovato un documento attestante ciò. Ma la tipologia dei coevi lavori rossettiani in Ferrara depone per questa ipotesi; suffragata inoltre dalle frequentazioni dei Roverella con i massimi rappresentanti della corte estense, presso cui il Rossetti fu nominato architetto di fiducia. Fra l’altro egli ebbe a presiedere in Ferrara a grandi realizzazioni, tra cui il progetto di ampliamento della città (la famosa addizione Erculea, così detta da Ercole I che la commissionò) e l’erezione del magnifico Palazzo dei Diamanti.

    Il Palazzo e gli eredi

    La realizzazione del Palazzo Roverella – destinato fino a buona parte del XX secolo a rimanere il più grande della città – aveva preso il via nel 1474. Ma i lavori furono interrotti solo due anni dopo. Il 26 aprile 1476, il Cardinale, presagendo la propria fine imminente mentre si trovava lontano dal Polesine, dettò le sue ultime volontà nella sua casa romana. Fra l’altro chiese di essere sepolto nella chiesa di San Clemente a Roma, indirizzando i proventi delle sue rendite a specifici lavori di abbellimento dei due monasteri olivetani: quello di San Giorgio in Ferrara e quello di San Bartolomeo in Rovigo, purché questo – così si specificava nel lascito – restasse nelle mani della congregazione di Monte Oliveto.

    Stranamente nel testamento manca ogni riferimento all’incompiuto Palazzo di Rovigo. Ben presto il bene fu soggetto ad una parcellizzazione tra gli eredi, perdendo da subito quell’unità che avrebbe dovuto caratterizzarlo. Motivo questo che fa anche pensare ad una mancata realizzazione di cicli decorativi interni, che pure all’epoca venivano solitamente commissionati per abbellire gli ambienti degli edifici patrizi.

    In ogni caso, il palazzo – che rimase pur sempre legato al nome del suo ideatore, ovvero il cardinale Roverella – già nel corso del ‘500, dopo essere stato destinato a Beatrice e Lucrezia Roverella (figlie di Girolamo che ereditò il bene da Pietro, fratello del Cardinale) passò nelle mani di altre altolocate famiglie rodigine (vedi scheda). Purtroppo non ebbe mai le cure che un tale storico immobile avrebbe richiesto, andando incontro, nel corso dei secoli, a situazioni di grave degrado.

    I restauri e le mostre

    La complessità della situazione, divenuta particolarmente critica nei primi decenni dell’Ottocento soprattutto per la parte dell’immobile prospiciente la piazza, – anche a causa della pluralità di proprietari in qualche caso difficili da reperire -, indusse la Municipalità ad intervenire direttamente. Si ebbe però a registrare un balletto di rimandi tra le varie commissioni ed istituzioni, per cui solo nel 1836 poterono essere appaltati i lavori che risultarono davvero consistenti. Si provvide infatti alla completa ricostruzione della facciata ed al rifacimento del tetto.

    Probabilmente a questo periodo di interventi di risanamento risalgono anche gli affreschi, stile ‘700, che decorano alcune stanze interne. Successivamente vari ambienti di questa parte dell’edificio furono destinati ad aule scolastiche, con scarsa attenzione nei confronti dello storico immobile. Aspetto questo protrattosi anche nel corso del Novecento, fino alla dismissione del palazzo per la necessità di indilazionabili lavori di consolidamento e ristrutturazione, infine avviati nel 1985.

    La parte del palazzo verso l’Adigetto (oggi Corso del Popolo) divenuta proprietà del Monte di Pietà (vedi scheda), nel tempo ebbe a manifestare meno problemi, in virtù di più frequenti iniziative di adeguamento degli spazi, anche in relazione all’evolversi dell’istituzione. La quale da Monte di Pietà divenne Banca del Monte, passando poi a far parte di aggregazioni bancarie più ampie, approdando infine all’Unicredit.

    Tra il 1985 e il 1987 il Comune, divenuto nel frattempo proprietario della parte storica dell’immobile, provvedeva ad un restauro urgente partendo dal tetto e dalle facciate. Dieci anni dopo si dava il via al secondo lotto, portando a termine il consolidamento dell’immobile, finché tra il 2002 e il 2003 si procedeva a completare i lavori interni destinando gli ambienti risanati ad ospitare i quadri più importanti della Pinacoteca dell’Accademia dei Concordi e del Seminario Vescovile, nonché ad accogliere temporanee mostre d’arte.

    Si giunse così, nella primavera del 2006, all’allestimento del primo grande evento espositivo, Le meraviglie della Pittura tra Venezia e Ferrara, a rimarcare le caratteristiche culturali di Rovigo e del Polesine, terra storicamente legata da un lato alla storia degli Estensi e dall’altra a quella della Repubblica Veneta.

    Da allora, grazie al determinante interessamento della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, ogni anno vengono allestite grandi mostre, grazie alle quali Rovigo ha assunto un interessante ruolo nel panorama della cultura e dell’arte a livello nazionale.

  • Arte e Magia

    Arte e Magia

    All'inizio era il fulmine … quindi la Magia, con la quale gli uomini hanno cercato di spiegare i fenomeni naturali e la vita. Successivamente diverse spiritualità hanno garantito fonte di conoscenza nei vari contesti culturali. La storia però ci dimostra come la scienza si sia in genere posta come alternativa. Il passo per la sua indipendenza sarà storicamente lungo.

    La mostra “Arte e Magia” promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, a Palazzo Roverella sino al 27 gennaio 2019, porta la firma del curatore Francesco Parisi.

    Quest'anno non un movimento, ma un lungo periodo della storia dell'arte che va dagli ultimi decenni del XIX secolo agli anni '20 del Secolo breve, a dimostrare quanto le dottrine esoteriche, l'ermetismo e la tesofia abbiano trovato terreno fertile nell'humus culturale fin de siècle, accompagnando la gestazione dell'arte simbolista fino alle arti astratte, entrando tra le pieghe della cultura decadente europea, giungendo sino alle riconversioni estetiche moderniste e avanguardiste.

    Per comprendere i fermenti alla base della mostra, ci soffermiamo a sottolineare alcuni aspetti storici e sociali, individuando le sensibilità emergenti dell’epoca.

    1.La rivoluzione industriale aveva risucchiato dai contesti rurali un numero straordinario di uomini e donne creando nei grandi centri urbani quel proletariato atomizzato di cui i sociologi discuteranno nel descrivere l'uomo alienato di fine Ottocento. Nelle grandi migrazioni della seconda metà del XIX Secolo è da ricercare l'origine del grande disorientamento.

    2.Nella ritualità di un'esistenza rurale, l'Universo Cattolico si manifestava col suo carico di simboli, poi il progresso aveva creato nuove priorità cambiando definitivamente il concetto di identità. Il vuoto derivato e una Fede sempre più isolata nelle sue posizioni saranno la forma germinale di una nuova Sensibilità titolata a descrivere i disagi di un'epoca. I pittori francesi realisti, repubblicani e laici della III Repubblica prendevano le distanze dai nuovi sognatori. Dallo Spleen romantico al ripiegamento depressivo simbolista.

    3.Nell'asse franco-belga la cultura simbolista si manifesta compiutamente nelle arti e nelle lettere, accogliendo con maggiore entusismo le nuove tendenze esoteriche. Successivamente l'avanguardia artistica europea subirà un fascino immutato elaborando tuttavia un'estetica rinnovata e inconciliabile con la precedente.

    4.L'ascesa della borghesia capitalista, il progresso, i frequenti viaggi e l'esperienza coloniale favorirono studi dedicati di antropologia culturale, volti a disciplinare i confronti tra diverse civiltà. Gli iniziali approcci scientifici promossero richiami intellettuali, religiosi e fenomeni di costume. Nel ricchissimo contesto europeo la rinnovata spiritualità governa anche semplici viaggiatori e giornalisti guardando alle religioni orientali e all'estensione del messaggio Buddista che affascina ancora oggi il pensiero occidentale. L'influenza sugli artisti sarà determinante.

    5.L'universo Simbolista, già incline a profonde figurazioni, dilata il sense macabre attingendo a nuove sensibilità particolarmente ricche di suggestioni. Se uno dei testi più oscuri della decadenza Là-bas di Joris-Karl Huysmans aveva scosso le coscenze, il fenomeno dello spiritismo si era rivelato in una dimensione più domestico-borghese con la figura dei medium e delle loro capacità paranormali nelle sedute spiritiche come la famosa Eusepia Palladino. In questo complesso momento di deposito delle fonti Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), fondò la Società Teosofica (1875), con l'intento di unire tutte le filosofie e le religioni. Le sue dottrine teosofiche ebbero larga e veloce diffusione.

    Fatta questa premessa, ci accostiamo alle opere esposte a Palazzo Roverella ripercorrendo le varie sezioni della mostra:

    Il mistero esoterico si palesa all'entrata in un percorso espositivo che muove come un viaggio nel segno di Arpocrate e che invita al silenzio con un gesto della mano o del dito davanti alla bocca per non svelare il segreto iniziatico ricevuto. (La statua di Arpocrate veniva messa all'ingresso dei templi come invito a non rivelare i segreti appresi).

    La sezione che racconta l'architettura esoterica descrive costruzioni e altari che riservano ad un occhio attento sottili richiami iniziatici, ma certi rituali possono essere svolti anche all'interno di boschi e foreste non necessariamente all'interno di edifici di culto. Nella prima quartina della poesia “Correspondences”, tratta dalla fortunata raccolta “I Fiori del Male”, Beaudelaire utilizza la figura retorica dell'analogia per descrivere la Natura che con i suoi alberi è intesa come un tempio con le sue colonne.

    La sezione Psyche, Cosmo, Aura descrive quei fenomeni lontani dalla naturale percezione dell'uomo, come le visioni spiritiche, raccontando tutto il carico di misticismo della cultura decadente. La Sorcière di Luis Ricardo Falero del 1882 che dà il volto alla mostra è provocante e raffinata e ambiguamente guida al contrario una scopa dai mille riferimenti.

    Tutti gli animali notturni più indispensabili alla grottesca immaginazione dell'inconscio trovano spazio nelle opere della notte assieme a demoni e streghe allucinate. Storicamente proiettati a Est nella Fede e nelle architetture riscopriamo che il principio del Dio nuova Luce ha un'estensione molto più vasta in Ex Oriente Lux dove si racconta la ritrovata seduzione per l'Oriente e per l'India.

    La stretta e convulsa ordinarietà occidentale era stata smossa da venti di nuova passione interiore e la necessità di illuminazione portava a forme di volontaria privazione del superfluo. Nella Svizzera del Canton Ticino in una collina sopra ad Ascona si era insediata una comunità di naturalisti, vegetariani, dediti al nudismo che professavano un tipo di vita e spiritualità alternativa lontana dal mondo, polo di attrazione anche per molti intellettuali … e non sarà un'esperienza isolata.

    La testimonianza del rinnovamento intellettuale francese nella religione cattolica di fine secolo sposa una ritualità poco ortodossa e più simile alle sette cattoliche, contrariamente a frequenti fenomeni anti-religiosi del tempo. Tra il 1892 e il 1897 nel wagneriano principio di Gesamtkunstwerk (opera d'arte totale) Josephin Péladan creò il Salone della Rose + Croix un movimento religioso e culturale aperto alla promozione di diverse esperienze artistiche, letterarie e musicali dal carattere esoterico.

    E a chiudere la rassegna non poteva mancare in questa brillante retrospettiva la sezione dedicata alle fascinazioni esoteriche nella grafica nell'ambito del libro illustrato.

    La magia è stata onnipresente nella storia, ma in questo periodo la nuova applicazione dei criteri di conoscenza impatta una sorta di Necessità prima di diventare un fenomeno di costume.

    Quel presunto piano di miglioramento sociale teorizzato dal positivismo intellettuale, così disadorno di sentimenti con la sua logica dei mercati e la classificazione delle scienze, aveva ingannevolmente tentato di rispondere a tutti i bisogni dell'uomo … la frequente consuetudine all'uso di oppiacei evidentemente è la rappresentazione di una realtà edulcorata di uno Spiritualismo svuotato e della nuova sensibilità Simbolista partorita in un'Europa Cattolica e Industriale, su cui da lì a poco si sarebbero addensate pesanti nubi di guerra.

  • Racconto Rovigo

    Racconto Rovigo

    “Rovigo racconta” o “Racconta Rovigo”? Due slogan, non privi di effetto, apparentemente antitetici, ma dedicati entrambi a stimolare azioni di promozione del nostro territorio. Il primo ideato per lanciare il festival della narrativa di Maggio, fortunata iniziativa di incontri con importanti esponenti della letteratura nazionale; il secondo coniato dalla neocostituita associazione Cantieri Culturali Creativi per raccontare e far apprezzare luoghi poco conosciuti della città dove ambientare momenti teatrali. Uno slogan quest’ultimo nato forse con una punta di polemica nei confronti del primo, visto che, nei giorni degli incontri letterari, Rovigo più che raccontare, svolge (in modo sicuramente appropriato, e questo va sottolineato!) il ruolo di accogliere gli scrittori che giungono nel capoluogo per promuovere le loro opere. Una kermesse importante che si è consolidata, e che i rodigini (e non solo) mostrano di apprezzare, per cui nessuno potrebbe pensare ad una sostituzione del titolo della manifestazione.

    Ma in effetti c’è bisogno di raccontare Rovigo, di far crescere la città, iniziando a coagulare le esperienze di quanti – singoli, associazioni ed istituzioni – svolgono (spesso in modo purtroppo scollegato) l’importante attività di raccontare e far conoscere il bello e il buono del nostro territorio.

    In realtà però le iniziative atte a promuovere occasioni di conoscenza di Rovigo e del Polesine negli ultimi anni davvero non mancano. Una pluralità di proposte, di alcune delle quali diamo testimonianza anche nelle pagine di questa rivista; pubblicazione ideata proprio con l’obiettivo di svolgere un ruolo di incentivo alla conoscenza e alla promozione del territorio.

    Raccontare Rovigo e il Polesine. Un impegno da perseguire, senza dimenticare chi, pur senza clamore, pratica questa attività da decenni. In prima fila il C.T.G., che fin dagli anni ’70 ha attivato iniziative di conoscenza del territorio e che, mentre stendiamo queste note, sta svolgendo, presso le Segrete del Castello medioevale delle due torri, un corso intitolato proprio “Conosci Rovigo”.

    Nell’inaugurare detto corso, il sindaco Massimo Bergamin ha sottolineato il ruolo di “pionieri” svolto dai soci C.T.G.; annotazione questa che ben fotografa una realtà, e che è risultata sicuramente gradita agli attivisti dell’associazione. Qualche gratificazione, anche verbale, non può che far piacere e dare impulso all’impegno.

    E perché – ecco la proposta che ci sentiamo di avanzare – non istituire un premio (magari biennale) a favore delle associazioni che si attivano per promuovere il territorio?…

    Lo slogan? Ecco fatto: “Racconto Rovigo”.

  • AUSER, persone in LiberEtà

    AUSER, persone in LiberEtà

    ‘Che ci fai, tu, qui?’, esclamò Mario. ‘E tu che ci fai qui?’, gli fece eco Antonio. Mario ed Antonio, infatti, si ritrovarono un giorno a bere il caffè al Circolo Auser del loro quartiere, dopo un lungo periodo in cui avevano perso i contatti.

    Mario, prima della pensione, lavorava in banca; era un funzionario di medio livello e si occupava di mutui e della gestione di fondi; Antonio, anche lui in pensione, nella così detta vita attiva, era infermiere all’ospedale della città. Entrambi ora che non hanno più obblighi di lavoro, sono volontari dell’Auser.

    “Che vuoi? – dice Mario – dopo che sono uscito dal mondo del lavoro non potevo pensarmi in pantofole ed in poltrona dalla mattina alla sera a leggere il giornale, a rompere le scatole a mia moglie, oppure a logorare il fondo dei pantaloni sulle sedie di un bar. Io, sono stato sempre molto attivo; ed ero a contatto con un sacco di gente e trattavo affari per la banca… Allora ho pensato che sarei stato più utile a me ed agli altri se mi fossi messo a fare qualcosa, così tanto per sentirmi ancora vivo. Il circolo Auser era sotto casa mia, già conoscevo alcuni di loro per averli incontrati lì nei pressi e così mi sono messo a disposizione del presidente, così per amicizia, tanto per poter avere il pretesto di fare ogni tanto quattro chiacchiere e stare insieme con qualcuno”.

    “Così adesso – proseguì – nel Circolo mi occupo dell’amministrazione, gestisco proprio come facevo prima, il piccolo patrimonio dell’associazione ch’è dato dalle quote sociali, dai proventi del bar, dalle gite sociali, dalle tombole che ogni settimana facciamo e da qualche entrata straordinaria, dovuta alle sovvenzioni di qualche persona buona e degli enti pubblici. Qualche volta arrivano anche quelli. Mi occupo perfino di Università Popolare e di cultura con il professore di mia figlia che, anche lui dopo la pensione, ha voluto continuare la sua attività educativa per le persone in LiberEtà.

    Ma dimmi di te; ostrega, quant’è che non ci vediamo? Tu lavoravi come infermiere all’ospedale, mi pare”.

    “Eh sì. L’ultima volta che ci siamo visti – colse l’occasione per parlare Antonio – fu all’ospedale, appunto. ‘Anch’io dopo la pensione non pensavo di passare i miei ultimi anni a contare le macchine che passano sulla strada davanti a casa mia o le stelle di notte, quando non riesco a dormire. Ho pensato anch’io di venire qui al Circolo Auser, dove conoscevo già diverse persone della mia età, anch’io per poter fare quattro chiacchiere, una partita a briscola o a bocce, trovare nel mio tempo, ormai completamente libero, la possibilità di coltivare rapporti ed amicizie”.

    Mario l’ascoltava attento.

    “Adesso, nell’Auser, continuo a fare l’infermiere, come prima; giro ogni giorno con il pulmino dell’associazione; accompagno chi ha bisogno all’ospedale per un esame, somministro le medicine, faccio iniezioni, vado addirittura a fare la spesa o a sbrigare qualche pratica burocratica per questo o per quello, se è ammalato e non lo può fare da solo”.

    I due amici ritrovatisi continuarono a parlare tra loro a lungo seduti al bar del circolo. Lasciamoli pure a parlare i due amici…

    Senza volerlo essi avevano delineato esattamente, in sintesi, lo spirito dell’AUSER che è un’Associazione di Volontariato per l’Autogestione dei Servizi e la Solidarietà.

    L’Auser infatti si articola nell’attività di promozione sociale (cultura, università popolare, turismo sociale, giochi, sport e tempo libero) e in quella di volontariato puro che si dedica alla promozione della solidarietà nel senso più ampio possibile, specialmente attraverso il telefono amico del Filo d’Argento, un servizio di assistenza dell’Auser per il soccorso e l’intervento immediato..

    Ormai, dopo quasi quindici anni di vita, l’Auser è una realtà presente in tutto il territorio nazionale nel mondo variegato del volontariato. La sua organizzazione diviene sempre più capillare; i suoi circoli, pur riferendosi ad un gruppo dirigente nazionale, regionale e provinciale, secondo gradini territoriali, si articolano in maniera autonoma, adattandosi, di volta in volta, alle condizioni reali del bisogno, dando il proprio contributo disinteressatamente. Gli iscritti ormai si contano nell’ordine delle centinaia di migliaia.

    Perché c’è da chiedersi, tanta gente, come i nostri Mario e Antonio, dopo una lunga stagione di lavoro, al momento della pensione, è disponibile a impegnarsi nel volontariato, in un’attività che li coinvolge a volte più di prima, ma che non prevede, per sua natura, alcune ricompensa?

    Oggigiorno la persona adulta, di una certa età, uscita dall’ingranaggio, finalmente conquistata la propria autonomia nell’età libera, si trova di fronte, a volte, ad una drammatica scelta di vita: come spendere l’enorme quantità di tempo libero di cui si è riappropriata e come operare da lì in poi per trovare una nuova dimensione psico-fisica e non sentirsi di colpo diventato un paria, un emarginato, tout court uno che è divenuto un peso e un disagio. Ed ecco la funzione dell’Auser che opera perché la persona in LiberEtà, dopo il ciclo produttivo, rimanga ancora una risorsa: quando ne ha le facoltà fisiche ed intellettuali, per una cittadinanza attiva al servizio disinteressato degli altri, tutti gli altri; quando non è in condizione di essere un volontario attivo, per l’età o la salute precaria, affinché rimanga ancora una risorsa attorno alla quale operi la solidarietà degli altri, in spirito di amicizia e di condivisione, proprio per il rispetto che chiunque, efficiente o meno, merita in quanto persona.

    “Vorrei che qualcuno andasse in ognuno dei ventisette circoli dispersi nella nostra provincia, o potesse assistere ai corsi tenuti annualmente dalle sette università popolari e parlasse con qualcuno degli oltre cinquemila tesserati, dice il presidente provinciale dell’Auser, sig. Vani Franceschi. “Si renderebbe conto che i Circoli Auser non sono club di disperati o di delusi”.

    “Essi sono, al contrario, fucine di iniziative, di idee, di progettazioni rivolte al mondo esterno. Sono tutte improntate all’assistenza, al servizio, alla solidarietà, in cui ognuno può contribuire; sono ambienti in cui ognuno si sente a casa sua perché non si chiede conto a nessuno da quale tribù provenga. Questo non ci interessa. E gli si dà il dovuto ascolto e gli si dà retta, perché il suo pensiero è altrettanto importante di quello di tutti gli altri. Sono posti dove si vive il vero spirito di amicizia e di solidarietà, dove ognuno dà, se vuole dare, il contributo che si sente di dare, oppure non dà, senza che qualcuno gliene chieda conto”.

    Per questo i volontari attivi dell’Auser sono in grado di affiancare i servizi pubblici nell’opera di assistenza agli anziani ed ai bisognosi, talvolta con risultati migliori e di maggiore efficienza al di là di quanto può fare il servizio istituzionale. Ciò per tantissime ragioni, prima fra tutte perché i volontari dell’Auser hanno per principio l’abitudine di personalizzare il loro intervento, di essere più vicino all’assistito, alle sue necessità e a volte alle sue paranoie, così che li sente più compartecipi ed amici, oltre che confidenti, saltando di pié pari l’aspetto burocratico che spesso spersonalizza il servizio istituzionale.

    E questo spirito di collaborazione, di amicizia e di promozione sociale, questa voglia di esserci, sempre ed a tutti i livelli, sono così coinvolgenti che a volte bisogna pigiare il pedale del freno e rinforzare la frenata tirando anche quello a mano del meccanismo, perché a volte il primo da solo non è sufficiente.

    “Parché mi a son birbo”, ha esclamato Gino da Rosolina. “Io ho capito che se ci tengo a restare quello che sono, nonostante l’età, bisogna che rimanga attivo e che costringa il mio cervello a continuare a pensare, a progettare e a non tentare di comandarmi. Io l’ho capito. Così voglio essere io a continuare a costringere lui”.

  • Recuperare le meridiane

    Recuperare le meridiane

    Non è poi così difficile sentirsi precipitare nel passato durante una passeggiata in città, purché i nostri occhi e la nostra memoria riescano a percepire, a partire da qualche dettaglio (un cornicione, una finestra, una vecchia dipintura scolorita, uno scorcio inusitato, …), frammenti di quei modi di vita che non esistono più e che, attraverso quei segni, possono ancora essere immaginati e ricostruiti. E la sensazione che si prova di fronte a una meridiana, anche se in stato di degrado per l’età e l’incuria, è proprio di curiosità, e magari di un po’ di nostalgia, per un ritmo di vita che, scandito dal lento e familiare movimento del sole dall’alba al tramonto, doveva avere ben diverse risonanze interiori rispetto alle attuali ansie tecnologiche e organizzative.

    La nostra terra polesana non è particolarmente ricca di questi strumenti, anche se una recente moda, ma anche il raffinarsi di un gusto, sta producendo nuovi esemplari sui muri di case nuove o ristrutturate, e anche in piazze e altri luoghi pubblici.

    Non è sempre facile interpretare i segnali che una meridiana è in grado di dare. Soprattutto bisogna ricordare che essa fornisce un orario che è solo un lontano antenato di quello che usiamo tutti i giorni. Le nostre ore sono altamente tecnologiche. Sono scandite da segnali prodotti da orologi atomici e diffusi con la velocità della luce dai sistemi radiotelevisivi, e a quei segnali usiamo accordare i nostri orologi domestici.

    L’ora, il minuto e il secondo sono i medesimi a Trieste come a Parigi, a Vienna come a Palermo. Inoltre tra un mezzogiorno e quello successivo i nostri orologi misurano esattamente 24 ore, cioè 1.440 minuti, cioè 86.400 secondi, tutti rigorosamente uguali a quelli di tutti gli altri giorni dell’anno.

    Non così per le meridiane.

    Esse scandiscono le ore in base al movimento giornaliero del sole che si basa sulla rotazione della Terra. Ciò significa intanto che a Trieste il sole giunge quasi 8 minuti prima che a Rovigo, ed è su Rovigo un minuto e un quarto prima che su Badia. Per attraversare tutto il Polesine, da Porto Tolle a Melara, il sole impiega circa sei minuti. e altrettanti ce ne vorranno per arrivare a Verona. Da lì a Torino ci vorranno ancora più di 13 minuti, tanto che da Trieste a Torino il viaggio del sole dura in tutto 24 minuti e 17 secondi: quasi mezz’ora di differenza che i nostri orologi, se funzionano bene, ignorano completamente, ma che alle meridiane non sfugge, perché esse sono fedeli testimoni della quotidiana vicenda solare.

    Tanto fedeli da rivelare anche certe irregolarità del moto della Terra attorno al Sole: irregolarità ben note agli astronomi, tanto da essere ben descritte dalla Seconda Legge di Keplero e dalla geometria della sfera celeste conseguente all’inclinazione dell’asse terrestre. Il risultato di tali piccole irregolarità è un lento rallentamento o una lenta accelerazione del viaggio giornaliero del sole, che generano piccoli ritardi e piccoli anticipi (alcuni secondi al giorno) che si accumulano e si recuperano regolarmente con un doppio ciclo annuale e con un andamento a fisarmonica. Questi sbalzi di velocità del sole portano alla singolare conseguenza che a durare 24 ore non sono tutti i giorni dell’anno, ma solo quelli intorno alle date del 12 febbraio, 15 maggio, 27 luglio e 4 novembre. Negli altri periodi le variazioni di velocità del sole sulle lancette generano giorni più lunghi – come alla fine di dicembre quando i giorni durano 24 ore e 30 secondi ciascuno – oppure più brevi – alla fine di marzo e nella seconda metà di settembre la durata è di circa 23 ore, 59 minuti e 40 secondi -.

    Ma ci sono anche discrepanze più serie.

    I giorni in cui il sole e le lancette degli orologi indicano la stessa ora sono, nel corso dell’anno, solo quattro: 15 aprile, 14 giugno, 1 settembre e 25 dicembre. In tutti gli altri giorni il sole è un po’ in anticipo o un po’ in ritardo. Esso ha il massimo vantaggio il 4 novembre, quando precede le lancette di 16 minuti e 24 secondi, mentre il 12 febbraio il sole si fa battere dalle lancette per 14 minuti e 18 secondi. In tutto si totalizza dunque una differenza di oltre mezz’ora. E mentre i nostri moderni orologi ci illudono sulla costanza delle loro artificiali (ma funzionalissime) 24 ore al giorno, le meridiane ci informano puntualmente di queste astronomiche variazioni quotidiane, tanto che i moderni meridianisti, alla ricerca di strumenti sempre più adeguati alla vita d’oggi, apportano talvolta astute correzioni per adattare l’andamento delle meridiane al regolare ticchettio dei cronometri. Vediamo il risultato di questo sforzo nella tracciatura di una o più linee con forma di “8” allungata (lemniscata) che si trova in alcune meridiane e che permette, a chi ne sa interpretare i segni, di avere l’ora esatta con una precisione anche inferiore al minuto.

    Quante volte ci sarà capitato di snobbare una vecchia meridiana confrontandone le indicazioni con quelle del nostro orologio!

    Non dobbiamo dunque pensare che le discrepanze siano dovute a malfunzionamento della meridiana. I due strumenti stanno invece misurando due cose diverse.

    I segreti per la corretta interpretazione delle informazioni dateci dalle meridiane possono essere facilmente svelati da ogni buon manuale di astronomia o da testi specializzati che trattano di gnomonica. Ma è veramente un’esperienza emozionante recuperare nei testi dei secoli passati le parole, i procedimenti, le rappresentazioni grafiche dei vecchi ricercatori e costruttori.

    L’Accademia dei Concordi conserva nei suoi scaffali molti di quei testi, e ci piace pensare che alcuni di essi siano serviti come guida a chi realizzò i non pochi strumenti storici superstiti nella nostra provincia: ricordiamo i due interessanti strumenti della Rotonda di Rovigo e del Santuario del Pilastrello di Lendinara, due meridiane a tangente ancora ben funzionanti; e poi l’orologio solare dell’Abbazia della Vangadizza di Badia, con ore italiche e francesi usate in epoche diverse; i quattro strumenti della chiesa parrocchiale di Crespino; e poi nella chiesa di Baruchella, nel chiostro dell’Istituto Magistrale e alla parete meridionale del Duomo di Rovigo, e molte altre, anche di recente costruzione, presenti in edifici pubblici e case private in tutta la provincia. Molte di esse soffrono per l’età e la miope trascuratezza dell’attuale civiltà che si ritiene forse superiore a quella dalla quale è stata generata. Recuperare tali prestigiosi strumenti (con un costo anche molto sopportabile) sarebbe un atto di intelligente curiosità e di doverosa riconoscenza nei confronti dell’antico sapere di cui tutti siamo figli.

  • Polesine & Ristorazione

    Polesine & Ristorazione

    La gastronomia polesana come asso nella manica per promuovere il Polesine? E’ l’idea portata avanti dal C.A.R.D. del Po (Consorzio Albergatori e Ristoratori Delta) sia in chiave turistica per quanti giungono a visitare la “Mesopotamia d’Italia”, sia per i residenti, da qualche anno sempre più interessati a conoscere le caratteristiche del variegato territorio della propria provincia delimitata dai due grandi fiumi italiani. Un intervento di ampia portata, esteso a 23 ristoranti dislocati nel medio e nel basso Polesine, unificati dal marchio CARD del Po e coinvolti nel progetto “Gastronomia Polesana”.

    L’iniziativa, “made” in Polesine, ha preso l’avvio con una apprezzata “Serata di Gala” predisposta presso l’Istituto Alberghiero di Adria, individuato come primario riferimento per l’approfondimento delle tematiche relative alla cucina polesana, pronta a recepire nuove sollecitazioni senza però abbandonare gli aspetti più qualificanti della propria tradizione. Un itinerario dei sapori dunque, sviluppato in 23 settimane (dal 20 febbraio al 31 luglio) alla ricerca delle prelibatezze della gastronomia locale.

    Notevole lo sforzo progettuale ed organizzativo che ha visto il CARD affiancato da un’importante agenzia, quale la VIP di Asolo, con lo scopo dichiarato di favorire un circuito di conoscenza di aspetti peculiari del Polesine a cominciare, appunto, da quelli gastronomici.

    “E’ un’iniziativa – chiarisce Stefano Pregnolato presidente del CARD – che non è stata pensata solo per il semestre delle cene programmate presso i 23 locali aderenti, ma destinata a rimanere come ‘carta d’identità’ della nostra provincia”.

    Va detto infatti che le 23 cene, tipicizzanti il progetto, sono state accuratamente studiate. Le ricette, più volte sperimentate, sono state alfine raccolte in un’apposita pubblicazione destinata a rimanere nel tempo. Dunque un ghiotto richiamo per gli amanti della buona cucina ed un suggerimento a spostarsi all’interno del Polesine anche in un’ottica di affiancare iniziative di visitazione turistica.

    “Il progetto Gastronomia Polesana – sottolinea Pregnolato – si propone inoltre l’obiettivo di favorire più in generale la conoscenza di menù tipici della nostra terra. E proprio per questo nell’apposita pubblicazione, distribuita oltre che in italiano anche nelle principali lingue straniere, appaiono le ricette precise che portano alla preparazione dei piatti presentati. Un invito dunque a riproporli nell’ambito delle pareti domestiche e una possibilità, per i turisti più attenti, di portare nei propri paesi il sapore del Polesine”.

    Sono bastate le prime serate della Gastronomia Polesana per sfatare l’idea che la tradizione culinaria della provincia di Rovigo sia necessariamente da assimilare al concetto di cucina povera: la ricchezza e la varietà dei menù messi a punto hanno fatto comprendere la portata delle proposte definite. Ne è scaturita un’immagine per certi aspetti innovativa della ristorazione polesana, in sintonia con la presa di coscienza collettiva di appartenere ad un’area vitale che, rivisitando il passato, può trovare ottimi spunti per iniziative presenti e future.

    Si è insomma compreso tutta l’originalità dell’area geografica interfluviale denominata Polesine. Territorio nei secoli scorsi caratterizzato molto più che oggi da lembi boscosi ed acquitrini, cui attingere per preparare gustosi manicaretti. Il bosco un tempo favoriva moltissimo la caccia di uccelli, cinghiali e lepri; i fiumi da sempre hanno poi consentito la pesca di cefali, anguille, branzini, cheppie, lucci ed altri pesci su cui esercitare l’estro culinario; i pascoli umidi hanno garantito per secoli ottimo bestiame, ricercato per il sapore delle carni. Per non parlare della ricca tradizione di raccolta delle erbe spontanee e dell’affinarsi dell’orticoltura con prodotti apprezzati ben oltre i confini della provincia. Altrettanto ricercato il pollame, o il riso del delta, o ancora l’ottimo mais per polente servite fumanti con gli intingoli più gustosi.

    E che dire ancora del pesce, decisamente apprezzato anche nel passato, al punto che, nel 1502, il marchese Ercole I d’Este fece requisire tutti gli storioni della zona di Adria? La decisione scaturì da un evento del tutto particolare, quale si configurò il banchetto nuziale per solennizzare il matrimonio del figlio Alfonso con la bella Lucrezia Borgia. (Se ne parla anche in un articolo dal titolo “Lucrezia, gli Estensi e il Polesine”, pubblicato in questo numero del Ventaglio nella sezione dedicata alla storia, a cui si rimandano i lettori).

    Queste dunque le premesse di una tradizione che, dalle variegate radici del passato, può ricavare motivi per aggiornate proposte culinarie, in grado di dare vita a menù originali e di sicura presa sugli amanti della buona tavola.

    Non resta che augurare successo all’iniziativa del CARD, che si muove nel solco di varie altre proposte studiate per offrire una prospettiva di sviluppo armonico del Polesine, in sintonia con le tradizioni più genuine, facendo leva sulla vocazione turistica che si sta sempre più chiaramente delineando.

  • Senza veli

    Senza veli

    SENZA VELI

    via dall’assedio delle parole scontate dall’affetto subìto e a buon mercato dalle guarigioni precoci e le ferite troppo gridate. Qui non c’è rumore o pericolo di confondermi, ma uno spazio alleato e sincero per deciderci, senza veli, sulle preziose ragioni del nostro cuore.

    IL SOGNO

    “Durante il viaggio forse che il sogno è meno importante delle scarpe?” Ne parlo da sempre, perché, soprattutto quando strascica o sembra stia soffocando, il nostro sogno… è più vivo che mai. la nostalgia parla chiaro

    TERRA PROMESSA

    I cortili e gli alberi ancora spogli luccicano di una primissima luce che stenta nell’abbraccio ma palpita di desiderio mentre non c’è impazienza ma si respira, certamente, un forte anelito di vita nuova…

    SOLAMENTE SE…

    “A maggio inoltrato il papavero rosso è di una bellezza infallibile”

    Pensando ripetutamente a paesaggi, immersi nel sogno, e nella speranza, ho concluso che si possono abitare solamente se…

    IL CENTRO

    Siccome esiste lo smarrimento, l’ombra lunga e il pericolo di “perdersi”… senza tagli, mi racconto le cose come sono e, ogni tanto, mormoro una timida preghiera di sostegno, o mi asciugo amorevolmente le lacrime se c’è una pena in corso e mi abbraccio idealmente, suscitando un sorriso. E’ un po’ come tornare a casa e trovare il mio centro.

    LA CONFIDENZA

    Confortato dalla pazienza, voglio sperare lo sciogliersi di un po’ di luce e il rapido ritorno del delicato girotondo dei colori per dispensare ancora qualche sogno e soffocare l’indugio. Anche di forza.

    PECCATO

    Strenne di casolari abbandonati, sospesi, quasi arrampicati sull’argine, investiti dall’ingordigia prepotente di erbacce disordinate senza pietà e offesi dall’indifferenza del passante sempre di fretta, col fiato corto immancabile e nessuna poesia per la memoria… Peccato!

    FIATO CORTO

    Le svolte ed i miracoli non succedono, forse perché giudichiamo troppo o troppo in fretta… O siamo convinti, a dismisura, che il nostro viaggiare non ha nulla di straordinario… di segreto o di magico. Col fiato corto, dove andremo?!

    SENZA PAROLE

    Dolce restare ancora per qualche tempo e senza parole lungo l’argine… così con lo sguardo rilassato sopra il dosso del fiume che si allarga a ridosso di un rigoglioso pioppeto appena indispettito dal vento caldo. Tutto il resto è niente.

    A VOLTE…

    Una stupenda manciata di colori cosparsi piuttosto casualmente mi ha suggerito il sorriso e qualche solido appiglio, mentre sostavo fin troppo distratto dal niente. A volte basta così poco…..

    VIBRAZIONI POSITIVE

    c’è un vento caldo e consenziente sul paesaggio quieto e rassicurante. Soffiate, frullano ballerine le piccole foglie più alte come tante vibrazioni positive…

  • Il Capitano Serra

    Il Capitano Serra

    Giuseppe Serra era un vecchio ufficiale di marina mercantile che abitava a cento metri da casa mia in via Stiningarda, un viottolo che per tutti era semplicemente la “Stradela”. Era di Genova, aveva solcato i mari di mezzo mondo ritirandosi, una volta in pensione, nella piccola proprietà della moglie che invece era di Castelguglielmo. Magro, ossuto, con una barbetta bianca che gli scendeva dalle basette e finiva a punta sul mento, il naso percorso da venuzze rosse, il berretto da graduato sulla testa, perennemente, anche se si era in agosto, fumava in continuazione alternando il sigaro toscano alla pipa.

    Era molto amico di mio nonno con il quale intratteneva interminabili dissertazioni sulle qualità di tabacco più appropriate per i vari tipi di pipe. Mio fratello, che andava regolarmente a Ferrara per lavoro, procurava ad entrambi quelle di terracotta prive di canna e bocchino che essi costruivano utilizzando pezzi di steli di canapa pazientemente privati del midollo per mezzo del trivelin, una minuscola trivella che si usava per fare piccoli buchi nel legno.

    Viveva con la moglie Pasquina, una vecchia sdentata e scarmigliata dalla voce acuta e stridula che, si diceva, avesse conosciuto in Brasile dove era emigrata con la famiglia anni prima e che aveva poi riportato in Italia, a Genova, insieme con la figlia di lei, avuta non si sapeva dove, né con chi.

    E infatti, del Brasile essa parlava spesso, raccontando incredibili storie di donne dalla pelle scura e lucida che vestivano abiti dai colori sgargianti, danzavano a piedi nudi e si ungevano i capelli neri per renderli ancora più neri e lucidi. Io ascoltavo curiosa, ma senza riuscire ad evocare alcuna immagine da ciò che mi andava raccontando anzi provando un po' di disgusto per quel fatto di ungere i capelli.

    “Signor Luigi, sono ancora in tempo per la messa ultima?” Chiedeva la donna a mio nonno incontrandolo per la via, mentre, tutta trafelata, si affrettava verso il paese quando l'ultimo tocco della messa era suonato ormai da un bel po'.

    “Certo signora!” Rispondeva lui nascondendo un sorrisetto sornione e continuava ironico: “Caso mai arriverà in tempo per quella del campanaro!”

    “Ih…! Ih..! Signor Luigi, lei ha sempre voglia di scherzare!” Rideva allora querula, scappando via veloce.

    Quel modo di ridere che a volte, in verità, poteva diventare irritante, era l'unico motivo di lite fra lei e il marito.

    “Pasqua!” Ammoniva il Capitano con il suo forte accento genovese allorché l'udiva sghignazzare in mezzo al crocchio delle donne, “Ricorda che il riso abbonda sulla bocca degli stolti!”

    “Vecchio rimbambito!” Gli dava lei, rabbiosa, sulla voce. “Taci tu, che sei stato battezzato con l'acqua di bartagnino!”

    Ma quelle erano le uniche occasioni nelle quali si sentivano litigare; per il resto andavano d'accordo trascorrendo le giornate in piccole, tranquille occupazioni da pensionati.

    Il Capitano, per quanto potevano consentirglielo le forze, si occupava del terreno e della vigna di proprietà masticando o fumando un puzzolente mozzicone di sigaro. Quando invece leggeva od oziava, pascolando la capra Cesira, preferiva il trinciato-forte della pipa il cui odore non era meno pestilenziale di quello del toscano.

    “El sa da bago!” Diceva mia madre alludendo all'effluvio misto di vecchio e di stantio che l'accompagnava dappertutto e che impregnava anche la sua casa.

    Quella casa rappresentava per me, bambina, il fascino e il mistero di un vissuto lontano dalla mia realtà e pieno di segreti. Non che avesse nulla di speciale: erano quattro stanze (cucina, tinello e due stanze da letto al piano superiore) di costruzione relativamente recente a cui era addossato un fabbricato più vetusto che fungeva da cantina e da stalla per la capra… Ma cosa non avrei dato per aprire le belle credenze del tinello e spiarne il contenuto di piatti e zuppiere in stile inglese con scene di caccia e paesaggi tinta ocra e coppe e tazze dalle decorazioni liberty in varie tonalità di blu!

    Quanto avrei desiderato rovistare nei mobiletti della cucina laccati di un futuristico bluette che ora sarebbero cercatissimi e di gran moda nella catena di magazzini IKEA! Come avrei anelato, innamorata della lettura quale ero e con pochissime possibilità di comprarmi libri che non fossero prettamente scolastici, seppellirmi letteralmente fra le pile di testi e i mucchi di riviste e giornali accatastati disordinatamente un po’ ovunque!

    Entravo in casa timorosa e, ancor più timida, me ne stavo lì a guardarmi intorno, ferma, immobile, senza il coraggio di chiedere, di domandare ciò che tanto agognavo.

    Il Capitano leggeva spesso e di tutto poi soleva raccontarci ciò che aveva imparato.

    Nei caldi pomeriggi estivi le donne, quando avevano terminato il lavoro nei campi, ma non ancora si dedicavano a preparare la cena poiché il sole non si decideva a tramontare e le cicale non avevano smesso di frinire, sedute con noi bambini all’ombra dei pioppi, lungo la riva del fosso, facevano crocchio intorno a lui che novellava declamando fatti di cronaca, storie di re e condottieri, più spesso ragguagli sulle ultime novità scientifiche.

    “Verrà il momento,” vaticinava a volte grave e solenne “in cui potremo ascoltare la radio e contemporaneamente vedere i personaggi che stanno parlando e, davanti alle nostre case, saranno parcheggiate una o anche due automobili!”

    Le donne si scambiavano allora furtive occhiate d’intesa poi si alzavano e, scuotendo la testa con aria di compatimento, si allontanavano sussurrando:

    “Il Capitano! Sempre a strolicare con le sue fandonie!”

    Non ricordo quando morì. Improvvisamente nella casa lungo la “Stradela” non c’erano più né Pasquina, né lui.

    Tutto l’arredamento, le belle ceramiche inglesi, la posateria, i libri, gli oggetti di valore scomparvero in mani sconosciute o furono venduti per poche lire ad esperti di antiquariato.

    Anch’io ebbi il mio tesoro: una cornice in legno stampato, un vecchio specchio rettangolare che riflette la mia immagine offuscata e un tantino deformata, una pila di vecchi numeri de L’Europeo e una ricca collezione di Selezione dal Reader’s Digest.

    Ho letto e riletto quelle riviste quasi a mandarle a memoria e procurandomi ottimi voti dalla professoressa di lettere per la mia preparazione in storia, geografia e attualità; mi sono servite per anni, ma non hanno resistito alla furia demolitrice di mia madre che, durante la ristrutturazione della nostra casa, ha voluto eliminare tutto ciò che trovava in giro di vecchio (e ahimè, di pregiato).

    Caro Capitano. Di te non è rimasto più nulla; nemmeno la casa, per metà crollata, per metà adibita a pollaio da pseudo eredi disordinati e indifferenti. Resta solamente questo ricordo, la memoria di una bimba solitaria e timida che ti ascoltava fantasticando sulle ali delle tue leggende.

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