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Archivi: Articoli d’archivio

  • Il MAAD di Adria

    Il MAAD di Adria

    Sebbene la sua attività sia iniziata solo nel 2015, possiamo dire con soddisfazione che il MAAD di Adria si è affermato come una presenza nuova nel panorama dei luoghi espositivi in Polesine ed ha acquisito una fisionomia abbastanza definita. Le varie mostre che si sono susseguite hanno offerto ai visitatori l’opportunità di accostare realtà diverse che coniugano aspetti di assoluta novità per il nostro territorio, come alcuni grandi nomi della pittura mondiale, con artisti emergenti, creatori di fumetti, di performance, di fotografie, con recupero di originali conoscenze storiche.

    Accanto all’area espositiva, costituita dai locali della mansarda del Palazzo Bocchi, è da ricordare la sala che custodisce una preziosa raccolta di stampe antiche raccolte da Carlo Bocchi agli inizi del 1800.

    Perché un nuovo museo

    La necessità di un nuovo museo ad Adria era stata rilevata negli ultimi decenni da molti adriesi, sia esperti di storia e di arte, sia semplici cittadini affezionati alla propria città. I termini usati sono stati diversi: Museo civico, Pinacoteca, Museo d’Arte. La finalità comune era in ogni caso la valorizzazione dei beni culturali di cui la città è ricca e che testimoniano la sua storia dopo l’epoca antica ben documentata dal Museo Archeologico Nazionale.

    Adria, infatti, anche dopo i tempi greco-etruschi e romani, ha continuato ad avere un ruolo, seppure con fasi di fortuna alterne, ma comunque importanti prima con i vescovi conti, poi sotto la dominazione estense e della Serenissima.

    All’atto del restauro del Palazzo Bocchi, vent’anni fa era stata destinata a museo la mansarda dello stesso, ma la realizzazione del progetto era ostacolata da alcuni problemi strutturali, in primo luogo la difficoltà di accesso per la mancanza dell’ascensore. Ora si è riusciti ad installarlo, coinvolgendo l’Amministrazione Comunale che ha ottenuto dal Gal Delta Po il finanziamento necessario.

    Le nuove sensibilità

    I lavori sono terminati nel 2015, ma nel frattempo sono venute maturando altre sensibilità. In primo luogo si è capito che la raccolta di tutte le testimonianze culturali e della vita civile della città avrebbe richiesto spazi molto capienti; basti pensare a tutti i quadri ora disseminati nei locali del Comune, alla collezione di monete, alla Sala Risorgimentale, alle testimonianze sulla Resistenza, ai documenti sull’attività musicale, ai reperti archeologici di età medievale e rinascimentale… Inoltre è venuta modificandosi anche la concezione tradizionale del Museo. Non si punta più su una raccolta statica, sempre uguale, che il visitatore vede per una volta, due al massimo, e poi non frequenta più.

    Tutti i musei cercano, se hanno i locali adeguati, di effettuare scambi, allestire mostre temporanee e dar vita ad attività educative e laboratoriali. Inoltre il pubblico è diventato sempre più curioso, informato, esigente. Per cui spesso, accanto alla classica guida in carne e ossa, si affiancano audioguide di varia forma, soprattutto cuffie individuali.

    Tecnologie di avanguardia

    Il MAAD nasce proprio cercando di far tesoro di queste nuove sensibilità. Per cui, accanto a una parte stabile, come le stampe antiche e, prossimamente, la collezione di ceramica rinascimentale, attualmente al Museo Archeologico Nazionale, c’è una parte mobile dedicata a mostre temporanee.

    Le notevoli strutture tecnologiche di cui il Museo d’arte è dotato (computer, videoproiettori, tablet, touch screen) permettono quella che oggi viene detta la “realtà aumentata”, con la possibilità di offrire al visitatore l’accesso a dati inerenti le mostre in atto, le mostre già esposte, ma anche i beni culturali presenti in città e nel territorio. Sono state, infatti, già raccolte e inserite nelle strumentazioni informatiche le copie digitali di tutti i quadri, sia storico-artistici sia moderni di proprietà dell’Amministrazione Comunale, come pure dei beni artistici custoditi nelle chiese storiche, Chiesa Cattedrale e Chiesa della Tomba. E si sta procedendo alla catalogazione e all’inserimento di altri dati riguardanti i monumenti della città.

    Il Museo d’Arte di Adria e del Delta

    Il MAAD è gestito attualmente dalla Associazione “Adria Cultura”, costituita allo scopo nel 2013 e composta da tre rappresentanti della Fondazione Bocchi e da tre del Consiglio Comunale, con una presidenza alternata ogni due anni. Si è voluto denominare il nuovo spazio espositivo Museo d’Arte di Adria e del Delta, perché si intende ancorare Adria al Delta, proprio indicando l’apertura della città al territorio, a quel mare Adriatico, cui ha dato il nome e che la connette con vaste aree cui nel tempo antico è stata collegata con relazioni e scambi economici e culturali.

    Descrivere in modo completo tutte le mostre ospitate finora sarebbe troppo impegnativo, ci soffermiamo su quelle più significative, accennando soltanto alle altre.

    Le mostre

    Si è partiti con una Grande mostra di Arte Moderna e Contemporanea, nel maggio-giugno 2016, intitolata “Attraverso”, in cui sono stati messi a confronto artisti italiani e internazionali di diverse generazioni, come Joseph Beuys, Stefano Cagol, Gino De Dominicis, Gilbert and George, Sol LeWitt, Giovanni Mundula, Hermann Nitsch, Yoko Ono, Luigi Ontani, Vettor Pisani, Fabrizio Plessi, Luca Vanello, Jiri Kolar, Emilio Prini, accomunati da una tensione a guardare oltre la superficie delle cose. Le intenzioni e le metodologie espressive differenti lasciavano all’osservatore spunti di lettura vasti e intensi, innescando interrogativi più che risposte. L’approccio della mostra rispecchiava del resto il carattere dell’Archivio Cattelani di Modena, dal quale provenivano numerose opere esposte, fondato sull’idea che “alla base dell’attività creativa sta una domanda di carattere metafisico”, come Angela Vettese ha scritto della collezione. La mostra era concepita come evento collegato nell’ambito di “Una Visione Oltre”, progetto culturale patrocinato dal MiBact.

    La mostra ha avuto una grande eco, anche perché pubblicizzata su riviste di rilievo internazionale come Flash Art e Artribune, e sono giunti visitatori da ogni parte d’Italia e dall’estero.

    Altra mostra di grande impatto sul pubblico dei numerosissimi visitatori, nel gennaio 2017, è stata “Giovani Terre Contese, tre secoli di Fortificazioni nel Delta”, di cui il Ventaglio ha già scritto nel n. 55, e che sta avendo un successo superiore alle previsioni. Prodotta dal CE.RI.DO (Centro di Ricerca e Documentazione del Delta), grazie alle ricerche di Luciano Chiereghin e alla elaborazione dei testi di Luigi Contegiacomo e della grafica di Maurizio Tezzon, dopo essere stata esposta al MAAD, è stata ospitata all’Archivio di Stato di Rovigo e di Ferrara e al Museo storico della Terza Armata di Padova.

    Una mostra di grande originalità è quella organizzata in occasione del Centenario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Da anni si sapeva che il prof. Vittorio Tomasin possedeva una collezione di dipinti provenienti dalla Russia e dall’Ucraina. E quale occasione migliore di esporli che nell’anniversario dei “Dieci giorni che sconvolsero il mondo”, secondo la famosa espressione del giornalista americano John Reed, testimone diretto della presa del Palazzo d’Inverno da parte del Partito Socialdemocratico Russo – frazione bolscevica? Proprio il 29 ottobre del 2017 al MAAD è stata esposta, perciò, per oltre un mese, una mostra, che abbiamo intitolato “C’era una volta in Russia”, sottolineando che la mostra aveva un carattere oltre che artistico, anche storico, riferito a un’esperienza politica molto discussa e terminata nel 1989. I dipinti erano tutti ispirati al “Realismo Socialista”, il movimento artistico, teorizzato da Maksim Gor’kij, che dagli ‘30 in poi ha caratterizzato la pittura russa.

    L’arte non doveva seguire le avanguardie che proprio in quel periodo davano vita a forme artistiche fortemente innovative, concettuali, simboliche, astratte, ma doveva avere uno scopo educativo, politico. Essa doveva essere popolare, realistica e guidare le masse nella lotta contro il capitalismo e per una società basata sulla eguaglianza e sulla collettivizzazione della produzione e della vita sociale. Grandi artisti furono imprigionati o costretti all’esilio, come Chagall e Kandinsky, che avevano potuto operare solo nei primi anni dopo la Rivoluzione.

    La mostra è stata presentata in modo magistrale dal prof. Bruno Bandini, docente di Storia dell’arte moderna presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna.

    La mostra si articolava in cinque sezioni: Rivoluzione d’ottobre, Organizzazioni giovanili, Lenin, Seconda Guerra Mondiale, Lavoro.

    Per la prima volta è stata sperimentata una audio-guida, con dei tablet, che ha avuto un notevole successo, in particolare con i ragazzi delle classi superiori.

    Nel gennaio 2018, frattanto, è stata allestita una mostra sul fumetto, con l’esposizione delle tavole originali dell’ultimo libro di Eliana Albertini “Luigi Meneghello, apprendista italiano” edito da Becco Giallo. Luigi Meneghello (Malo, 16 febbraio 1922 – Thiene, 26 giugno 2007) è stato un partigiano, accademico in Inghilterra e scrittore italiano. In mostra anche un’eccezionale collezione di fumetti storici di Marvel.

    Il MAAD è venuto, perciò, qualificandosi come lo spazio espositivo più ampio esistente in città, ricco di proposte culturali, legate al territorio e alle diverse sensibilità artistiche. Esso si avvale di consulenti, come l’arch. Tobia Donà, e della collaborazione del segretario della Fondazione Bocchi, rag. Paolo Nardi. L’operatività del museo, però, è resa possibile anche dalla preziosa disponibilità di molti stagisti e volontari che sono stati coinvolti in questa immersione nell’arte nei suoi vari aspetti.

  • L’arrivo dei fenicotteri rosa

    L’arrivo dei fenicotteri rosa

    Il Delta del Po piace sempre di più ai fenicotteri, ravvivando l’interesse di fotografi, naturalisti e turisti che, al pari degli eleganti volatili, manifestano di apprezzare, in modo crescente, il particolare territorio scelto dal grande fiume per il suo abbraccio col mare.

    E’ stato dunque salutato come un buon auspicio, a marzo, l’arrivo di un nutrito volo degli uccelli dal piumaggio rosa, planati presso il lago di valle del “Centro Bonello” nel Comune di Porto Tolle. Parimenti le vacanze pasquali hanno visto l’intensificarsi di presenze di escursionisti che hanno manifestato il loro interesse soprattutto per soggiorni presso le aziende agrituristiche.

    Una notizia ha poi acceso grandi speranze di rilancio del territorio del Delta, in seguito alla presentazione di un progetto riconversione di una vasta area tra fiume e mare che sembrava destinata al degrado progressivo. Il riferimento è alla grande centrale termoelettrica di Porto Tolle, da anni inattiva, per la quale – fugati ormai definitivamente i progetti di riconversione a carbone agitati fino a qualche anno fa – si prospetta la totale bonifica e la creazione di un villaggio turistico di richiamo internazionale.

    Speriamo… Di buone notizie e soprattutto di buone realizzazioni si è in attesa. E gli entusiasmi non mancano, come quelli di cui ci parlano in questo numero del Ventaglio (pag. 146) i giovani che hanno dato vita all’associazione My Delta – Mab Youth Delta, nata in seguito all’importante iniziativa del 1° Forum mondiale dei Giovani delle Riserve della Biosfera MaB UNESCO, tenutosi lo scorso settembre col sostegno della Regione Veneto, della Fondazione CaRiPaRo, oltre che dell’ufficio Unesco di Venezia.

    Ma il Delta ha avuto in questi mesi una interessante visibilità anche grazie alla importante mostra CINEMA – di cui si parla nell’articolo in apertura di questo numero – allestita a Rovigo presso Palazzo Roverella, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.

    Si è riscoperto come il territorio del Delta sia stato di grande ispirazione per affermati registi. Ed interessanti a tal proposito risultano le annotazioni del curatore della mostra, il dott. Alberto Barbera, il quale non tralascia di esprimersi con stupore ammirato nei confronti del Delta dei nostri giorni che definisce “luogo di incanto”.

    Un fascino quello del Delta che ha ispirato e continua ad ispirare pittori (pag. 103), poeti, narratori e perfino fumettisti. E proprio un artista delle tavole a fumetto, qual è l’architetto Francesco Lucianetti, ci coinvolge in questo numero assieme al narratore Brunello Gentile con una fantastica avventura (da pag. 108 a pag. 116) ambientata 10.000 anni fa in un Delta misterioso, con incontro favolistico di esseri viventi dalle strane sembianze di cui un tempo si sussurrava facendo filò.

    Il Delta, ma non solo, ovviamente, in questo numero del Ventaglio che, come sempre, offre un panorama di interesse che abbraccia gran parte del Polesine fino a Melara (pag. 34).

    Buona lettura.

  • Riccardo Zanellato

    Riccardo Zanellato

    Nel pieno della maturità artistica, con un'autentica voce di basso, Riccardo è oggi fra gli interpreti di spicco del bel canto italiano ed onora la propria terra, la propria gente, nei palcoscenici di tutto il mondo.

    A Porto Tolle, dove è cresciuto, lo rivediamo ancora nella spensieratezza della gioventù quando, imbracciando la chitarra, cantava i successi di quegli anni assieme alla propria band. Fu poi quel suo particolare timbro di voce grave, che si accentuava sempre più, a condurlo verso il canto lirico, dove emerge tutto il suo talento artistico. La passione per il canto gli è stata trasmessa dalla nonna paterna, “Sento ancora le sue ninnananne che mi cantava quando ero bambino, adoravo ascoltarla”, ci ha confidato.

    Persona disponibile come sempre, l'abbiamo incontrato in una rara pausa dei suoi innumerevoli impegni. Dialogando così, semplicemente, come si conviene fra paesani, Riccardo ci ha regalato un bel momento della sua storia artistica ed umana.

    Musicista ancora prima di cantante, ricorda i suoi primi approcci con la musica: “Dei nostri parenti, vicini di casa, avevano regalato una tastiera della Bontempi alla loro figlia. Poiché questa era più o meno coetanea delle mie due sorelle, eravamo di frequente a casa sua; io attratto dalla bella tastiera, cercai inizialmente nelle istruzioni il modo per poterla suonare. Così, poco a poco, riuscii a far musica e ricavarne dei motivetti. Evidentemente era un messaggio, una predisposizione che fino a quel momento non conoscevo. Da lì, infatti, è partita l'idea che la musica potesse fare parte della mia vita.”

    Si illuminano gli occhi di Zanellato andando con la memoria ai tempi dell’infanzia e dell’adolescenza. E continua: “Una tastiera, sempre della Bontempi anche se più piccola, l'ho avuta poi in regalo anch'io e credo sia ancora conservata da qualche parte, poiché l'ho fatta suonare anche ai miei figli. Dopodichè, alla lotteria nell'ambito di una Festa dell'Amicizia a Polesine Camerini, c'è stata la vincita di una chitarra, lo strumento poi della mia passione”.

    Riccardo si avvicina infatti alla chitarra dapprima come autodidatta poi come allievo del conservatorio “A. Buzzolla” di Adria.

    La scoperta del canto maturò con la corale della chiesa del paese: suo compito era l'accompagnamento con la chitarra. “Lì, insomma, tutti cantavano ed è stato così, in modo naturale, che iniziai a cantare insieme a loro. Intonato, voce non male, parallelamente cresceva in me l'idea di poter esprimermi anche nel canto, tant'è che ad una certa età, intorno ai 17 – 18 anni, partecipai con un gruppo locale ad una sorta di cantagiro del Delta. Abbiamo trascorso poi insieme anche altri momenti del genere. Ci siamo divertiti insomma. Nel frattempo pensavo che da questa situazione potevo anche ricavare qualche soldino. Studiavo ancora chitarra. Quelli del conservatorio sono percorsi lunghi, e quindi costosi, e la mia è sempre stata una famiglia modesta come tante e volevo in qualche modo aiutare i miei genitori, che non finirò mai di ringraziare perché è solo grazie ai loro sacrifici se sono arrivato sin qui. Tuttora mi sono vicini ed il loro aiuto è straordinario e fondamentale”.

    Riccardo sapeva che all'epoca, così come oggi, per poter guadagnare qualcosa suonando bisognava buttarsi sul liscio. È per questo che si unisce ad un gruppo, “I giovani del liscio”, coi quali canta e suona in numerosi locali da ballo per un'intera stagione estiva e anche oltre. “Eravamo impegnatissimi il pubblico era contento della nostra musica, delle nostre canzoni. In seguito si unì a noi mia sorella nel ruolo di cantante. Davvero una bella esperienza, anche se limitata ad una sola annata, contento soprattutto di aver visto finalmente i miei primi guadagni”.

    Trascorrono così un paio d'anni, dopodiché arriva anche per Riccardo la chiamata al servizio militare, costringendolo di fatto ad interrompere gli studi di chitarra. E qui, arruolato nel corpo degli alpini, rientriamo nell'argomento “voce”, in quanto destinato inizialmente al reparto fucilieri assaltatori di Tarvisio, si apriva invece la possibilità di entrare a far parte del coro della “Julia”. Così, dopo un'audizione, passò con loro. “Qui mi dicevano che per la mia voce particolare dal tono basso, dovevo studiare lirica, figuriamoci, io ho sempre odiato la lirica non ho mai voluto ascoltarne nemmeno un frammento. Particolarmente convinto invece della mia predisposizione, era un sottotenente il quale insisteva perché io imboccassi questa strada. “Hai l'oro in gola” mi diceva, devi studiare.”

    “Insomma – continua Zanellato – mi hanno messo questa pulce nell’orecchio e anch'io, piano piano, concerto dopo concerto, sentivo che mi veniva naturale quel mio timbro di voce, non dico facile (per certi aspetti magari anche facile) però mi veniva naturale e, cosa strana, era sentire gli apprezzamenti del pubblico nei miei confronti, ancor più negli assoli che naturalmente certi brani richiedono”.

    “Terminato il servizio militare, mi ascolta praticamente su “obbligo” di questo sottotenente, un suo amico che cantava nel coro del teatro della Scala, il quale mi dice subito che avevo le potenzialità giuste per poter lavorare, studiare ed ambire a una bella carriera.”

    Arriva la svolta: “L’idea di questa nuova strada, il mettermi al lavoro, i suggerimenti, l’entusiasmo dell’estate, mi hanno, come dire, scosso, svegliato, mi sono improvvisamente reso conto che era una passione evidentemente sopita, folgorante, della quale non ho più potuto fare a meno”.

    Diplomato nel frattempo in chitarra classica, Riccardo inizia a studiare privatamente canto a Modena, dal maestro Arrigo Pola, che era stato anche il maestro di Pavarotti. Siamo intorno alla metà del 1990. Sotto la sua guida inizia ad esibire i primi vocalizzi nell'ottobre del 1992, un anno e mezzo dopo, molto prima del normale tempo richiesto per debuttare, ciò a confermare la sua naturale predisposizione.

    Nel febbraio 1994 il debutto in palcoscenico e la partecipazione a vari concorsi, fino ad arrivare al più importante, quello di Spoleto, nel 1996 dove si classifica primo assoluto. “Quando sentii echeggiare l’annuncio che il vincitore era Riccardo Zanellato, per un attimo, quasi incredulo, non pensavo nemmeno di essere io, non l'avrei mai immaginato. Da Spoleto, insomma da quella vittoria, iniziò la mia carriera, quella seria, diciamo così. Fino ad allora avevo alternato il canto con l'insegnamento della chitarra e qualche concerto da chitarrista classico. Da lì invece mi dedicai unicamente al canto”.

    Per Riccardo quindi altri concorsi di livello, quali l’Operalia in Giappone, premio creato da Placido Domingo, dove è finalista, così come nel Callas di Parma… Incontra nel frattempo persone importanti, fra cui il suo attuale maestro, Bonaldo Giaiotti, un grande basso colui, come tiene a precisare, che gli ha dato più di tutti, senza naturalmente togliere nulla all’insegnante precedente il basso Danilo Rigosa, che lo ha accompagnato dopo l’esperienza con il maestro Arrigo Pola.

    Si apriva quindi davanti a lui un meraviglioso percorso artistico che lo ha portato a esibirsi nei più importanti teatri italiani e stranieri, La Scala di Milano, Napoli, Torino, la Fenice di Venezia, Bologna, Palermo, Catania, Roma, Macerata, Parma, Verona, Lione, Berlino, Dresda, Stoccarda, Lipsia, Kiev, Tenerife, Valencia, Barcellona, Helsinki, Amsterdam, Montevideo, Tel Aviv, Vienna, e tantissimi altri nel mondo.

    Nel novembre del 2017 partecipa come solista alla prima rappresentazione da parte di una compagine italiana della Messa per Rossini, evento corale molto importante tenutosi al Teatro alla Scala di Milano e fortemente voluto dal Maestro Chailly.

    Abbiamo chiesto a Riccardo se magari c'è un palcoscenico al quale è particolarmente affezionato. “A parte l’affetto personale per Rovigo e Parma, un legame particolare nei confronti del teatro di Bologna, perché è stato il primo teatro importante, quello che ha determinato un mio ruolo, una mia dimensione nel panorama del canto lirico di rilievo. Ricordo tra l'altro la prima volta, quando mi chiamò l'ente lirico per dirmi del cachet. Io emozionatissimo credevo per le quattro, cinque recite in programma ed invece mi sentii rispondere che era il compenso di una sola; rimasi lì incredulo considerando anche il mio piccolo ruolo. Un compenso così superava ogni mia più ottimistica aspettativa, tant'è che successivamente pensai di sposarmi, poiché se andava avanti così potevo benissimo metter su famiglia. Ed è proprio quello che poi ho fatto. Con Bologna quindi ho un legame particolare. Poi ho un ricordo bellissimo in Giappone, legato soprattutto, più che al teatro, alla passione dei giapponesi. Spesso alla fine dello spettacolo ci conducevano all'uscita artisti facendoci sedere su un tavolino: all’esterno file chilometriche, che arrivavano fino all’entrata, aspettavano i cantanti per venire a salutarli, fotografarsi con loro, chiedere l'autografo. Hanno questa tradizione davvero straordinaria”.

    Nelle varie esperienze vissute, Riccardo ha avuto modo di lavorare con cantanti di prima grandezza quali Domingo, Carreras, Bruson…, così come importanti direttori d'orchestra particolarmente il maestro Riccardo Muti, per il quale nutre una grande ammirazione, anzi, venerazione, collaborando con lui ancora oggi. “Col maestro Muti ho fatto parecchie cose, tanti requiem, importante quello a Redipuglia trasmesso in Eurovisione, o al teatro di Vienna, quello conosciuto anche per il tradizionale concerto di Capodanno. Poi nel 2017 a Chicago, dove già ero stato, invitato sempre da lui, e altri ancora. Sono davvero contento del rapporto che ho col maestro Muti, il fatto che poi continui a chiamarmi vuol dire che probabilmente mi stima.” Ed è sicuramente così: infatti, nel 1918, Riccardo Muti lo vuole al teatro del Maggio musicale fiorentino per il Macbeth in forma di concerto, organizzato per festeggiare i 50 anni dal debutto fiorentino del maestro, chiamata che, come lo stesso Zanellato afferma, lo ha riempito di orgoglio.

    Affermato interprete del canto lirico italiano, pur avendo raggiunto certi traguardi (ricordiamo che è candidato come miglior basso al mondo in una rosa di tre) Riccardo non si sente per niente “arrivato” come si potrebbe anche pensare, anzi. “Non è che giunto ad un certo livello, soprattutto in questo lavoro, puoi dirti “arrivato”. E’ da lì invece che comincia la fatica: riuscire a mantenerlo. A quel punto la gente si aspetta sempre il massimo da te, se non di più. Soddisfazione chiaramente, ma anche tanto stress, sono lavori importanti non puoi avere la benché minima distrazione”.

    Concludendo questa nostra “casereccia” conversazione chiediamo se magari si sente di dare qualche consiglio ai giovani che si stanno affacciando al suo stesso impegno. “Sono ben lieto di rispondere a chiunque mi richieda un consiglio, comunque affidarsi principalmente ad un buon maestro è fondamentale, poi volontà, costanza e tanta umiltà”.

    Le stesse qualità che del resto appartengono al nostro Riccardo che, con la passione e soprattutto l'umiltà di sempre, continua ad onorare la propria terra, la nostra terra, nei teatri di tutto il mondo.

  • Insigni musicisti lendinaresi

    Insigni musicisti lendinaresi

    E’ stata accolta con grande interesse la pubblicazione del Dizionario biografico dei musicisti e dei costruttori di strumenti musicali lendinaresi. L’opera postuma, a firma del Maestro Vincenzo Ferrari, venuto a mancare il 21 maggio 2017, abbraccia un periodo storico che va da XV al XIX secolo; è stata presentata lo scorso 17 giugno 2018, presso il salone nobile del Palazzo Boldrin, che ospita la Biblioteca Comunale di Lendinara, in occasione della Festa europea della musica.

    Al pomeriggio culturale è intervenuto il vice sindaco Federico Amal, portando i saluti dell’Amministrazione Comunale Lendinarese ed esprimendo un sentito plauso per l’importante iniziativa. Di seguito ha preso la parola la signora Roberta Borin, presidente dell’Istituto Musicale Aureliano Ponzilacqua di Lendinara, portando a conoscenza del folto pubblico come si è concretizzato il progetto. Ha ricordato come Vincenzo Ferrari avesse fatto un tentativo di pubblicare la raccolta un paio di mesi prima della sua morte, coadiuvato dall’amico Prof. Romeo Milani, ma il lavoro nella sua stesura non era stato completato. E’ nato quindi il desiderio di portarlo a termine almeno per quanto riguarda le notizie fino ad allora raccolte.

    La signora Borin ha quindi evidenziato il ruolo svolto dal M° Nicola Ferroni, con le seguenti parole: “La parte editoriale, infatti, è stata sviluppata fin dal suo inizio, dal M° Nicola Ferroni, il quale ha messo insieme, con competenza e generosità, le notizie. Si deve allo stesso M°. Nicola Ferroni l’aver trovato presso il civico Museo Bibliografico Musicale di Bologna il “Pater Noster” a cinque voci di Antonius da Lendenara riprodotto in questa pubblicazione, in notazione moderna”. A conclusione del suo intervento, invitava la signora Rosanna Giacomella moglie del Maestro Ferrari, a esprimere un suo pensiero. La signora Gicomella commossa per la forte partecipazione di pubblico, si limitava a ringraziare tutti e aggiungeva: “Mi piace pensare che questa raccolta di notizie possa soddisfare la curiosità di chi legge così da gratificare la grande ricerca di Vincenzo”.

    Il Dizionario si apre al lettore con un’ampia citazione dei personaggi, musicisti o costruttori di strumenti musicali lendinaresi, appartenenti al periodo storico che inizia nel XV secolo e termina al XIX secolo. A fianco dei nomi, alcune riproduzioni di ritratti fotografici, con scritti informativi a piè di pagina a completamento del paragrafo. Nelle pagine che seguono viene proposto un interessante studio di Pietro Cappellini, riguardante La Musica ed il Genio dei Lendinaresi per quest’arte. Edito Buffetti – Lendinara 1872. Segue la partitura del “Pater Noster” a cinque voci di Antonius da Lendenara, riprodotta in notazione moderna.

    Dopo una breve citazione della concittadina Caterina Bonafini (Lendinara 1751-Modena 1826) importante soprano polesana, viene riportato il testo, da Il Polesine nella vita e nell’arte: L’Istituto Musicale di Lendinara, che, ricavando notizie dalle Memorie Paesane di Antonio Cappellini, traccia la storia musicale dell’Istituto stesso.

    Fanno seguito alcune pagine dedicate ai musicisti-compositori e direttori di banda, quali: Vasco Corradini, Alfredo Ceccherini, Giuseppe Masetto e Cesare Piron.

    A completamento dell’opera, sono stati trascritti Sei Canti Educativi di Aureliano Ponzilacqua, più una annotazione della famiglia Ronconi, cantanti italiani e, alcune didascalie riproducenti il loro nome.

    Durante il pomeriggio culturale è stata ricordata con stima ed affetto la figura del Maestro Vincenzo Ferrari, persona conosciuta e apprezzata a Lendinara, intrattenendo il folto pubblico con esibizioni musicali eseguite magistralmente dal Coro Vincenzo Ferrari Consort, diretto e accompagnato al piano dalla Maestra Patrizia Arduini.

    Tra calorosi applausi si concludeva la presentazione del Dizionario, che gratuitamente veniva distribuito a tutte le persone presenti nel salone nobile della Biblioteca Lendinarese.

  • Sugarpulp e il Polesine

    Sugarpulp e il Polesine

    Reduci dalla fortunata tre-giorni in Polesine, Sugarpulp è riuscita a riunire in incontri e dibattiti aperti al pubblico nomi eccellenti dell’editoria italiana e internazionale per la narrativa ed il fumetto, ottenendo in ogni occasione un eccezionale successo di pubblico.

    Agli incontri settembrini organizzati all’Emporio Borsari di Badia Polesine, alle Antiche Distillerie Mantovani di Pincara, al Teatro di Arquà Polesine, poi a Palazzo Casalini nella stessa Rovigo, il Festival Sugarcon18 (Sugarpulp Convention) è stato seguitissimo da appassionati di ogni genere letterario, che si sono confrontati con celebri autori, come Mauro Corona, Matteo Strukul, Ilaria Tuti, Tito Faraci, Marilù Oliva, Mirko Zilahy, Barbara Baraldi, Francesca Bertuzzi, ma anche con editor di famose case editrici, come Alessandra Penna di Newton Compton e Francesca Laeng di Piemme.

    La Sugarcon18 ha promosso anche il SugarContest per autori emergenti: i vincitori della selezione hanno partecipato allo speed-date con le editor Penna e Laeng, per proporre le loro ultime fatiche ad un’eventuale pubblicazione.

    Per saperne di più ci incontriamo con Giacomo Brunoro, Presidente della fortunata associazione culturale padovana, tra le più felici e prospere nel panorama culturale italiano ed internazionale.

    – Quando nasce Sugarpulp?

    “Sugarpulp nasce nel 2009 per idea di Matteo Strukul e Matteo Righetto, i quali ne scrivono il Manifesto; poco dopo arrivo anch’io e nel 2010 fondiamo l’omonima associazione culturale di cui da allora sono Presidente. L’idea di base è quella di raccontare i territori e le realtà locali attraverso la letteratura di genere di matrice anglo-americana. Da movimento letterario, Sugarpulp si evolve in magazine online e poi in promotore di eventi culturali.”

    – Perché questo nome?

    “Il nome è un omaggio al Veneto e al nostro territorio: “Sugarpulp” infatti non è altro che la polpa della barbabietola da zucchero, uno dei prodotti tipici del Veneto.”

    – A quali obiettivi mirate?

    “La volontà di fondo è quella di dare spazio alle storie e alla letteratura e alla narrativa popolare: libri, fumetti, serie tv, film… Sugarpulp oggi è un calderone in cui ribollono diverse anime ed espressioni artistiche. Il filo rosso che le unisce è senza dubbio la passione e la voglia di condividere storie ed emozioni. L’obiettivo è quello di parlare di libri e più in generale di cultura in maniera divertente e pop, spaziando tra generi e media in un contesto transmediale che possa essere popolare nel senso più nobile del termine. “Read Hard Party Harder” è uno dei nostri motti: chi l’ha detto che la cultura e la lettura debbano essere per forza attività scolastiche o noiose?”

    – Molti eventi importanti targati Sugarpulp animano il panorama culturale veneto, e in modo particolare anche della Provincia di Rovigo…

    “Dal 2009 ad oggi abbiamo organizzato decine e decine di eventi. Tantissime presentazioni, tavole rotonde, incontri letterari e non, mostre… Oggi siamo concentrati soprattutto su due eventi annuali: la Sugarcon, a Padova e in Polesine, prima edizione 2011, e Chronicae, Festival Internazionale del Romanzo Storico a Piove di Sacco, prima edizione 2015.

    Abbiamo creato poi il format “Sugarpulp’s Apartment”, ovvero l’appartamento Sugarpulp, con cui raccontiamo i principali eventi culturali del nostro Paese (Salone Internazionale del Libro di Torino, Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Lucca Comics & Games, Tempo di Libri).

    L’ultima sfida si chiama “800 Padova Festival”, un festival annuale che si è tenuto a dicembre nella città di Padova, interamente dedicato al Secolo ‘800 e alle sue suggestioni. Si tratta di un progetto ambizioso che rappresenta una novità per il nostro paese perché, da un punto di vista tematico, abbiamo scelto di trattare in maniera trasversale e multimediale un secolo intero e non un tema specifico. L’epicentro di tutto è stato il Caffè Pedrocchi, uno dei simboli internazionali dell’800.”

    – Contate su reti e partners particolari?

    “Da sempre siamo aperti a collaborazioni di ogni tipo con le tante realtà culturali del nostro territorio, e non solo: siamo partner di realtà importanti come Lucca Comics & Games o la Vigamus Academy (la prima università italiana dedicata al mondo del videogames), così come collaboriamo e abbiamo collaborato con l’Istituto Italiano di Cultura di Nairobi, la Scuola Internazionale di Comics di Padova, l’Associazione Zhistorica, Teatro Boxer, l’associazione Babelica e tantissime altre realtà in tutto il paese e non solo. Collaboriamo anche attivamente con diversi editori come Multiplayer Edizioni, Newton Compton e molti altri. A livello istituzionale abbiamo stretto un legame importante con la città di Piove di Sacco (Padova) che è la sede del festival Chronicae, così come con la città di Padova.”

    – Siete pronti per nuove sfide?

    “Di sfide ce ne sono tante, ogni giorno saltano fuori nuove idee e nuove opportunità. Sicuramente il primo obiettivo è quello di consolidare la nostra presenza sul web, dove attualmente siamo presenti con un magazine in italiano e inglese e in tutti i principali Social Network. Altro obiettivo importante è quello di rendere completamente sostenibili e indipendenti tutti i nostri eventi che, lo ricordo, sono sempre gratuiti e aperti al pubblico. La vera sfida resta quella di diffondere un modo diverso di approcciarsi alla lettura e alla cultura, puntando cioè sul divertimento, sul coinvolgimento e sulla passione.”

  • Momenti di vita e di storia

    Momenti di vita e di storia

    Rendere omaggio al Polesine, terra ricca di bellezze naturali, arte, cultura e tradizioni, ha costituito il leit-motiv delle recenti conviviali culturali del Circolo Polesano degli Amici dell’Arte. Il tema è stato ulteriormente approfondito nell’ambito dell’ottobre rodigino, con una mostra di fotografia e di arte figurativa, intitolata “Il Polesine: paesaggio, monumenti, tradizioni e persone” inaugurata, alla presenza delle autorità cittadine il 22 ottobre, nei locali della Nuova Pescheria.

    L’esposizione, cui hanno aderito soci e amici del Circolo, è stata suddivisa in sezioni, ad iniziare dalla “Fotografia”, in cui si sono potute sfogliare sequenze di immagini, attraverso istantanee che hanno immortalato un susseguirsi di paesaggi, di percorsi, di itinerari, in cui spesso l’acqua ha costituito l’elemento dominante, in un succedersi di canali, fiumi, lagune, valli da pesca.

    Alla fotografia è seguita la sezione dedicata all’“Arte figurativa”. Qui gli artisti si sono ispirati, prima con il sentimento che con il pennello, a cogliere e svelare le emozioni che il territorio offre, trasmettendo al visitatore tutta la devozione e il rispetto che suggellano il senso di appartenenza.

    Non poteva mancare nell’esposizione, la sezione di scatti ispirati a “Ieri e oggi”. Una selezione di istantanee che hanno fermato momenti di vita e di storia di tanti onesti polesani che, pur costretti a vivere in ristrettezze economiche, hanno mantenuta intatta la speranza, riuscendo ad affrancarsi da un destino spesso avverso, trasformandolo in un momento di crescita e di opportunità. Si sono potute vedere immagini del secolo passato, con i grandi eventi che l’hanno contraddistinto, dal periodo della dittatura, alle guerre, alla ricostruzione, sino alla tragedia della rotta del Po che ha segnato inesorabilmente il destino di molti polesani. Poi altri eventi legati alle tradizioni popolari, alle feste, al folclore, alle usanze di un tempo che si sono perse per inseguire l’illusione di un facile progresso.

    A conclusione del percorso, sono stati esposti alcuni scatti fotografici, in cui i protagonisti continuano pure oggi a confrontarsi con le tradizioni, in un curioso “amarcord” in chiave nostalgica. All’interno della mostra si è colta l’opportunità per commemorare alcuni soci artisti, di recente scomparsi, che hanno dimostrato attenzione e disponibilità al Circolo, contribuendo ad aumentarne la visibilità sul territorio. Il ricordo va a Gabbris Ferrari, eclettico artista rodigino, che amava spesso ripetere che come nella natura la luce crea il colore, così nella pittura il colore crea la luce. E’ presente con opere in cui esprime tutta la sua arte con schizzi di pura autenticità e di espressione creativa.

    Artista poliedrico e collaboratore di Gabbris, è stato poi celebrato Giorgio Mazzon, con una esposizione di fotografie realizzate in diversi anni e in diversi luoghi del Delta, raccolte nel volume “In calmissima luce” edito da “Il ponte del Sale”. Nei sapienti scatti ha colto tutto il fascino di “un paesaggio nudo, invernale, altamente lirico, senza quasi la presenza dell’uomo, come Giorgio lo aveva conosciuto e ora gli appariva, qualcosa di intimo e universale, insieme remoto e familiare, recente eppure rivolto all’aperto al futuro” (Marco Munaro curatore dell’opera).

    Non poteva mancare un ricordo di Sergio Garbato, socio onorario, fine intellettuale che trasmetteva la sua poliedrica cultura in modo accattivante, a guisa di “sapiente affabulatore” sapeva incantare e donare piacevoli suggestioni in chi lo ascoltava. Dello scrittore e giornalista è stata riproposta l’opera “Di passaggio. Tracce di viaggiatori in Polesine da Dante a Herbart” con illustrazioni dell’amico Gabbris Ferrari, edito da” Il Ponte del Sale”. Nell’opera Garbato ha analizzato momenti ed aspetti del territorio, lasciando pure lui, come i personaggi illustri passati in Polesine e raccontati nel volume, una traccia indelebile del suo passaggio.

    Alcuni pomeriggi, nel corso dell’esposizione nella Pescheria nuova, sono stati intercalati da incontri letterari, con la scrittrice Stefania Paron che ha presentato “Impronte dell’anima” antologia laboratorio scrittura creativa di Ceregnano 2017/18. E’ intervenuto anche il professore Lino Segantin, che ha illustrato storie polesane tratte dalla rivista semestrale “Ventaglio novanta” di cui è direttore.

    Il presidente del Circolo degli Amici dell’Arte Giorgio Lazzarini ha creduto fortemente nella validità dell’iniziativa, poiché ha visto nel materiale esposto l’opportunità di diffondere un patrimonio fondamentale per ricordare il passato, comprendere il presente e costruire il futuro, trasmettendo valori che potranno restare impressi alle generazioni più giovani.

  • “El canfin de vero”

    “El canfin de vero”

    Oltre settecento spettatori alla prima visione del film “El canfin de vero” svoltasi in piazza Libertà a Bottrighe nella serata inaugurale della manifestazione “E…state in Piazza” promossa dall’associazione ricreativa Bottrighese. Un vero successo e tanti complimenti alla regista Anita Gallimberti, nota per la realizzazione di vari cortometraggi a sfondo sociale. Ovazioni anche per il cast e a quanti si sono prodigati nella produzione della pellicola: un importante progetto, definito un vero e proprio documento che rimane per le future generazioni.

    Prima della proiezione si sono svolti i ringraziamenti di rito e le premiazioni. Sono stati premiati, con statuetta copia del famoso Oscar: Gabriele Pastorello, sette anni, Roberto Marangoni e Giuliana Duò, attori protagonisti del film; Giovanni Pezzolato per la colonna sonora ed il gruppo folkloristico di Bottrighe “Bontemponi & Simpatica Compagnia” che ha avuto una fondamentale presenza nella realizzazione dell’opera. Lo stesso gruppo, a sorpresa, ha premiato la regista con statuetta quale “Migliore regista” e omaggio floreale.

    Tutti gli attori e le comparse sono poi saliti sul palco per raccogliere il grande applauso del pubblico. Tra le comparse anche i neo assessori di Adria, Andrea Micheletti e Sandra Moda, accompagnati dal vice sindaco Wilma Moda, alla quale è stato affidato il compito di tagliare il nastro per l’avvio delle manifestazioni e di consegnare i premi da parte della regista. La stessa Gallimberti è apparsa visibilmente emozionata e commossa per le tante attestazioni di stima ricevute per la realizzazione dell’opera.

    Il film, nove mesi di lavorazione, tra stalle, risaie e campi di grano, rievoca le tradizioni contadine nel territorio polesano negli anni ‘40 e ’50, ma anche le tragedie che hanno sconvolto la vita del Delta, in primis la guerra e l’alluvione. Importante è stato il lavoro di documentazione storica a supporto dell’idea e la ricerca dell’abbigliamento di quell’epoca. Notevole poi l’attenzione, al momento di girare le varie scene, al fine di evitare che elementi anacronistici potessero entrare nelle inquadrature.

    La storia è incentrata sulla ricerca del proprietario di un “Canfin de vero” (lume a olio, chiamato pure lucerna ndr) a suo tempo regalato al protagonista Berto (Roberto Marangoni), agricoltore di Panarella, da un cugino di Cà Tiepolo. La trama si svolge attraverso il racconto del figlio di Berto, Gabriele (Gabriele Pastorello), conducendo lo spettatore negli ambienti e tra le persone che caratterizzarono quella che oggi con nostalgia definiamo “civiltà contadina”. Realistici i personaggi, che sulla scena manifestano sorprendenti capacità interpretative, tipiche degli attori di consumata esperienza.

    Consistenti pertanto gli apprezzamenti ottenuti dal filmato: un docu-film, frutto di tanto impegno e volontariato, una preziosa pellicola della durata di quaranta minuti, che ha ottenuto il patrocinio della Regione Veneto.

    La produzione è della Delta Production dell’associazione culturale “Batticuore”. Sceneggiatura, regia e riprese sono della regista Anita Gallimberti. Le riprese con drone sono di Enrico Dessì. Montaggio Francesco Pedrocco e Anita Gallimberti. La voce narrante fuori campo è di Nerino Albieri.

    All’opera ben novantasei persone, tra attori e comparse, con locazioni a Panarella, Bottrighe, Ariano Polesine, Adria, Loreo, Cà Cappello, Civè di Correzzola, Scardovari, Venezia e Chioggia.

    Le riprese sono state effettuate anche nei musei di Cà Scirocco ad Adria, dell’Ocarina a Grillara e in quello de “La Corte” a Cà Capello. In coda al docu-film sono pure contenute le testimonianze di Arduino Nali, Ruggero Casellato, Emiliano Vendemmiati, Luigi Passadore, Pierina Cacciatori, Gabriella Moratto, Giuseppina Tiengo e Dario Gallimberti.

    L’opera, infine, ha ottenuto la pregevole possibilità di proiezione all’interno dello spazio espositivo della Regione Veneto (vedasi scheda) all’hotel Excelsior del Lido di Venezia svoltasi a settembre nel corso della 75^ Mostra Internazionale del Cinema.

  • Città delle rose e del violoncello

    Città delle rose e del violoncello

    La Fondazione Banca del Monte di Rovigo, nell’ambito della propria attività istituzionale, ha sostenuto la realizzazione di due diversi progetti – ascrivibili alle aree di intervento che riguardano le attività culturali e la formazione- , e che hanno il violoncello e i giovani come comune denominatore.

    Entrambi i progetti si sono conclusi nel 2018. La Fondazione, mantenendo lo storico radicamento al territorio di appartenenza, esplica la propria mission oltre che con progetti propri anche ponendosi a fianco di enti, istituzioni e realtà associative selezionati per attività e scopi statutari perseguiti. Con questi condivide, tra le altre, alcune finalità, previlegiando quelle che riguardano i giovani e la formazione.

    In particolare, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo ha valutato di dare il proprio contributo ai progetti Rovigo Cello City e I suoni del Po in quanto, afferenti al mondo della musica, consentono ai giovani di fare esperienze formative e professionalizzanti accanto a rinomati maestri mentre, contemporaneamente, offrono concerti di qualità di cui può godere tutta la cittadinanza. Il tutto nel campo della musica, abbiamo detto, e, nello specifico, riferito allo strumento del violoncello, coniugando l’attività con la valorizzazione dei luoghi più belli della città e del Polesine.

    Rovigo Cello City e I suoni del Po sono promossi, rispettivamente, dall’Associazione musicale Venezze, presieduta da Luigi Puxeddu, direttore artistico del progetto e docente del Conservatorio Venezze, e dall’Associazione Eroica Giovane Orchestra, diretta da Luca Paccagnella, già direttore del Conservatorio rodigino per diversi anni e fondatore di diverse orchestre giovanili.

    Rovigo Cello City – presentato per la prima volta nel 2013, e trovando fin dagli esordi il sostegno della Fondazione Banca del Monte di Rovigo – propone una straordinaria settimana, tutta rodigina, per “appassionare ed emozionare il pubblico con i nostri giovani violoncellisti”, – dove, per ‘nostri’ si intende gli studenti del Conservatorio – “affiancandoli a chi suona tutti i giorni nei teatri più importanti del mondo”, a dirla con le parole del prof. Puxeddu.

    Protagonisti, quindi, gli allievi che hanno una possibilità unica di avere a fianco a sé maestri di fama internazionale. Alcuni nomi dell’edizione 2018: Cristopher Coin, grande violoncellista barocco, Giovanni Sollima, artista di fama internazionale, Alfredo Persichilli, primo violoncello del Teatro alla Scala, insieme ad altri valenti violoncellisti come Luca Simoncini, lo stesso Puxeddu, e musicisti non violoncellisti come il fagottista Sergio Azzolini, la soprano rodigina Marina Di Liso, Federico Guglielmo docente di violino del Venezze, tutti rodigini, e ancora Maurizio Leoni, Francesco Manara, Vladimir Mendelsshon.

    La possibilità di confrontarsi con grandi professionisti e artisti, apprendere tecniche di esecuzione e “segreti” dell’interpretazione, affrontare il timore dell’esibizione, sentirsi alla pari di giganti dei teatri internazionali rappresentano eccezionali opportunità formative che fanno acquisire sicurezza e dimestichezza ma anche prove che fanno emergere e rafforzano talento e personalità, momenti di percorsi di studio che qualificano e che avviano più fiduciosi verso una futura carriera musicale.

    Non è diverso il principio ispiratore, contemporaneamente anche obiettivo, dell’articolata rassegna I suoni del Po: far vivere a ragazzi l’esperienza musicale come un’esperienza costruttiva completa. Ritenuta un viaggio culturale, l’iniziativa, diretta dal m° Paccagnella, considera la Giovane Orchestra un “efficace strumento di integrazione culturale e sociale e come modalità per lo sviluppo delle intelligenze dell’essere umano, nata dalla forte convinzione che intraprendere un percorso di musica d’insieme, oltre ad essere gratificante, è nel frattempo altamente formativo”.

    La rassegna porta in tutto il Polesine l’Eroica Cello Ensemble, composta da 25 ragazzi di età compresa tra i 5 e i 19 anni, molti dei quali vincitori di concorsi internazionali. Qui i giovani musicisti sono considerati eroi del futuro in quanto protagonisti della promozione dell’arte mentre la vivono e si preparano al futuro come “persone vere, cultori della musica e del bello, aperti al confronto” perché, attraverso l’esperienza dell’orchestra, come modello di vita e di condivisione, i giovani saranno più formati ad essere parte di un organismo sociale, così come nella compagine musicale.

    Il progetto musicale è anche un progetto di promozione del territorio, non solo dal punto di vista turistico; viene infatti rappresentato in svariati luoghi della nostra provincia (sono 27) tra chiese e palazzi, piazze e ville, musei e monumenti, dall’Alto al Basso Polesine, mettendo in risalto il notevole patrimonio storico architettonico artistico dei siti più significativi, apprezzati per la loro “geometria sonora” cioè per quelle particolari caratteristiche che generano una migliore distribuzione del suono.

    I Suoni del Po, inoltre, in una particolare sezione della manifestazione, rappresenta opportunità di lettura storica attraverso le vicende che hanno inserito il nostro territorio nella Grande Guerra di cui, nel 2018, si ricorda il centenario, eseguendo musiche composte nel periodo bellico. Un’occasione in più per tutti per riflettere su tematiche importanti e valori imprescindibili come la pace e la pacifica convivenza tra popoli.

    Entrambe le iniziative culturali presentano un repertorio vario e coinvolgente, spaziando dalla musica classica ai compositori moderni fino ai nostri giorni, toccando diversi generi con cui tutti i musicisti si sono messi alla prova. Per entrambi i progetti la Fondazione ha espresso il proprio sostegno valutandoli attività culturali di pregio, affidate a mani esperte e di valore che ne assicurano la guida e il successo di realizzazione. Nell’uno, per interi giorni, la città Rovigo è divenuta il centro di attrazione culturale, dove, per l’occasione, sono state aperte porte di molti siti altrimenti poco conosciuti agli stessi rodigini, come il castello librario dell’Accademia dei Concordi, il Palazzo Torelli-Minadois o la chiesetta del Cristo. Nell’altra iniziativa la divulgazione della musica e il modello di orchestra giovanile hanno costituito il motivo unitario delle molteplici sfaccettature di luoghi e di storie di tutto il territorio provinciale.

    Le attività di tutti e due i progetti sono raccordate dal suono del violoncello, e, usando le parole del m° Paccagnella, si propongono di far suscitare il desiderio di far conoscere Rovigo come “città delle rose e del violoncello”. Va inoltre riconosciuta la capacità di elaborare idee nuove per attirare crescente interesse verso il mondo della musica anche con attività come quella, collaterale, proposta dal m° Puxeddu oramai da diverse edizioni, della simpatica mostra di fumetti del noto disegnatore Fabio Vettori.

    Insomma, iniziative di qualità non mancano nella nostra terra, come non mancano realtà e figure che sanno coltivarle e farle crescere. Al loro fianco si pone, riconoscendole, la Fondazione Banca del Monte di Rovigo che dello sviluppo del territorio ne fa lo scopo istituzionale. La musica è una delle arti che rende sicuramente l’uomo migliore e arricchisce l’intera comunità. Investire in progetti culturali di cui tutto il territorio beneficia è il convincimento della Fondazione Banca del Monte di Rovigo che, in particolare, riserva attenzione ai giovani e alle opportunità per il loro futuro.

  • A Frattesina

    A Frattesina

    Nell’aprile scorso il convegno internazionale Frattesina 50 anni dopo, articolato in tre giornate di studio presso il Museo dei Grandi Fiumi, ha aggiornato le conoscenze sull’età del Bronzo nell’area padana veneto-emiliana, concentrando l’attenzione sul particolare ruolo assunto dal basso corso del Po nell’ambito dei traffici commerciali tra Nord Europa e Mediterraneo.

    La riuscita manifestazione è stata organizzata in occasione dei cinquant’anni dall’avvio delle prime ricerche archeologiche condotte nei pressi di Fratta Polesine a cura del CPSSAE, il Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici, che nel 1967 aveva individuato tracce insediative, riferibili all’età del Bronzo finale tra il XII e il IX secolo a.C., nella Campagna n°1 dell’estesa Tenuta Frattesina, in passato appartenuta alla nobile famiglia Labia, e che dette il nome anche al villaggio protostorico sepolto.

    La particolare valenza in ambito nazionale ed europeo assunta oggi dal complesso insediativo di Frattesina è avvallata anche dalle fruttuose campagne di scavo svolte in due necropoli. La prima fu individuata nel 1977 nella Campagna n°5 (Fondo Zanotto) a sud dell’abitato, la seconda nel 1985 in località Narde, a nord, oltre l’antico ramo padano che lambiva il villaggio.

    La segnalazione archiviata

    In questo significativo contesto archeologico si inserisce un dato curioso, emerso da un altro tipo di ricerca, sempre comunque meticolosa e paziente. Ed è una coincidenza che sia ancora Fratta Polesine ad esserne protagonista.

    Dall’archivio comunale di questo ridente centro urbano, tra faldoni di pratiche, atti, delibere, corrispondenze, si individuò anni fa una lettera che in copia ebbi da Adriano Azzi, attivo sostenitore del Gruppo Manegium.

    Il documento, datato 1 maggio 1829, è la brutta copia manoscritta della comunicazione da parte di un agente comunale di Fratta Polesine alla Pretura di Lendinara. Si riporta di seguito la trascrizione del testo.

    “Prevengo codesta Reale Carica Distrettuale che nella possessione denominata il n° 5 nella località di Frattesina il giorno 29 del mese di aprile mentre li villici Luigi Chinaglia di Giovanni e Angelo Fonso detto Pigozzo ambi di questo comune eseguivano un escavo di terra, rinvenivano una pentola con entro uno scheletro che dalla descrizione da essi fatta sembra fosse di figura umana di un infante neonato. Li villici però continuando il loro lavoro dispersero per il campo le ossa e la pentola rinvenuta e poche frazioni dell’ossa e della pentola rotta furono rinvenute nel terreno da quest’agente comunale che si recò tosto avuta la notizia a verificare sul luogo il fatto esposto. Allegato. Dette frazioni di ossa mi faccio dovere di rimetterle nell’unito involto suggellato a codesta R. Pretura D. per tutto ciò che crederà di disporre in tale particolare caso non avendo alcuno indizio sopra chi sia stato l’autore della tumulazione del bambino nel luogo rinvenuto.” A piè pagina una sigla sta per la firma.

    Quanto rinvenuto dai villici è riconducibile ad un’urna cineraria della prima necropoli di Frattesina, indagata con gli scavi archeologici, precisamente nella Campagna n°5. Risulta infatti comprensibile che le frazioni di ossa, non completamente combuste, conservate nell’urna tra le ceneri del cremato siano state interpretate come appartenenti ad un infante. Inoltre risultava impossibile per l’agente immaginare che i resti di un individuo adulto potessero essere contenuti in un vaso di medie dimensioni, essendo stata completamente trascurata l’idea che il defunto fosse stato cremato.

    Se 190 anni fa la notizia fosse stata recepita da qualche eminente studioso od erudito, non è detto che il ritrovamento di quella pentola di terracotta con quei frammenti scheletrici sarebbe stato interpretato diversamente. Erano infatti ben ridotte allora le conoscenze per l’età del Bronzo, anche per i nobili Silvestri di Rovigo e i Bocchi di Adria, attivi conservatori di testimonianze archeologiche rinvenute in Polesine tra Settecento e Ottocento.

    Il manoscritto di Fratta Polesine comunque anticipa di ben 150 anni la segnalazione di un ritrovamento, legato al complesso archeologico tra i più significativi della protostoria europea, ad opera di un anonimo agente comunale, tanto diligente quanto ignaro, che subito si portò sul luogo del rinvenimento, probabilmente interessato a raccogliere indizi per far luce su un possibile misfatto.

    Il Polesine nell’età del Bronzo

    Dopo il primo scavo eseguito nel sito archeologico di Frattesina nel 1968, seguirono, a cura del CPSSAE, periodiche ricognizioni di superficie che portarono alla raccolta di una notevole quantità di testimonianze, anche di particolare importanza, soprattutto a seguito di interventi di miglioria fondiaria effettuati nel podere. Ben presto si andò delineando la sorprendente importanza dell’insediamento, confermata da regolari campagne di scavo condotte dal 1974 al 1989.

    A partire dagli stessi anni attive furono anche le raccolte di superficie condotte dal locale Gruppo Manegium, giungendo a dar vita ad un piccolo museo presso l’Oratorio di Villa Labia, anticipando l’allestimento, presso le barchesse della palladiana villa Badoer, dell’attuale Museo Nazionale Archeologico, interamente dedicato al villaggio protostorico. Anche Il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo dedica a Frattesina un articolato settore espositivo nella sezione dedicata all’età del Bronzo.

    Grazie ad un nuovo progetto, avviato nel 2014 e tutt’ora in corso, rivolto a definire le caratteristiche del villaggio, si è giunti a delineare la distribuzione di un nucleo centrale abitativo, interessato da organizzate attività artigianali.

    L’estensione del villaggio si aggirava intorno ai dieci ettari; era distribuito su un dosso lungo un antico ramo padano, suddiviso in isolati da una serie di fossati. Una estesa fascia periferica più bassa era utilizzata per attività produttive quali l’agricoltura, l’orticoltura, ricovero del bestiame.

    Le ricerche iniziate cinquant’anni fa a Frattesina si sono indirizzate anche in altre località del Polesine, sostenute da una costruttiva collaborazione tra la competente Soprintendenza, Istituzioni locali e Gruppi archeologici.

    Il quadro che ci è offerto oggi dalle conoscenze del territorio in epoca protostorica è piuttosto significativo con siti che documentano presenze insediative anche per altre fasi più antiche della stessa età del Bronzo.

    Si inquadrano in periodi del Bronzo antico-medio-recente alcuni villaggi nel territorio di Castelnovo Bariano (Canàr, Marola, Canova, Bosco di San Pietro). Sono del Bronzo medio-recente i villaggi arginati di Precona di Castelguglielmo, Bagnacavallo di Fiesso Umbertiano, Zanforlina di Pontecchio Polesine, Larda di Gavello, Amolara di Adria.

    Si legano cronologicamente al villaggio di Frattesina, tra le fasi finali del Bronzo e la prima età del Ferro, Gognano e Villamarzana, Trecenta, Frassinelle, Arquà Polesine, Campestrin di Grignano Polesine, Saline di San Martino di Venezze.

  • Note siderali

    Note siderali

    CONCERTO SERALE

    (ispirata dalla musica di Franco Guidetti)

    Nel silenzio che rimanda a una stella appena apparsa, fra due nuvole disfatte, macchie gialle di lampione mi riflettono il bagnato.

    C’è un respiro di deserto, ma anche luce colorata, che mi indica il teatro; sopra il palco, il musicista sta attendendo spettatori.

    Finalmente giunge l’eco di una danza sulle note, trasformata, lentamente, in un gioco di armonie, che, con fremito deciso, toglie i travi della volta.

    Mi pervade l’emozione di volare nello spazio, ricercando libertà e avvertendo all’improvviso che era anche un’esigenza.

    Lancio applausi e mi defilo, torno a vivere la notte sotto stelle ormai infinite, che accompagnano un sorriso sul mio viaggio senza tempo.

    NOTE SIDERALI

    (dedicata al Chitarrista Franco Guidetti)

    Ascolto le sue note confuso fra la gente nel silenzio della sala; come invidio quelle dita che s’appostano precise ricreando vibrazioni.

    Sono sempre nell’attesa che quel ritmo s’innalzi per accrescere emozione, ma quel gioco trasognato è lì fermo fino a quando resta ancora una realtà.

    Alla fine sono fuori da ogni limite vitale e mi trovo trasportato dalle forze universali, divagando ad occhi chiusi fra sentieri di galassie.

    OSSERVANDOTI NEL TEMPIO

    T’ho vista correre fino ai gradini del tempio, ritrovando straordinarie armonie fra il tuo corpo e il colonnato.

    Prospettiva architettonica modulata sulle forme del tuo seno, sul rapporto dei tuoi fianchi, in dolce equilibrio d’insieme.

    Scopro molte analogie fra due splendide attrazioni, nell’offerta di bellezza che mi ha fatto innamorare.

    Relazione che mi incanta la visione del tuo viso, fra contorni rivelati da un contrasto con lo spazio.

    Fra quei vuoti senza pietre, ideati dall’artista, vi è richiamo al mio timore che ogni sogno abbia una fine.

    Fra strutture misurate che mi donano emozioni, vi è riscontro d’infinito che si perde fra i pensieri.

    SACRALITA’ ARMONICHE

    (ispirata da brano del Maestro Franco Guidetti)

    Mi afferra lo sguardo l’intreccio di archi, colonne e navate, che scorgo lassù, sopra folla in ginocchio.

    Giocate a sorpresa prospettive e visioni, per ritrovare gli incanti, nello spazio che fugge a confini usuali.

    Figure d’affresco in sognante emozione sembrano vivere lento il sacrale silenzio di un cielo dorato.

    Brusio di preghiera corale e un profumo d’incenso creano germi di culto, ma quanta più forza nelle note di un organo.

    Ondate di ritmi si infrangono ovunque con l’eco trasmesso da volte e vetrate, che fanno tremare.

    E’ un coro di voci lontane a svelarmi armonie che si fingono eterne per lasciarmi illusione che la vita s’allunghi.

    INCONTRANDO LORD BYRON

    Portovenere era un sogno, in banchina la mia barca, passeggiando tra le rocce di quell’ansa fronte mare, dove lapide richiama la presenza tua nel tempo.

    Ha ispirato questi versi quella Grotta cui affidasti il tuo intimo pensiero.

    Fra tue gesta che si narra al di là della decenza, mi ha descritto i tuoi ricordi anche il porto di Preveza, sulle coste dell’Epiro, che ho raggiunto navigando.

    Così come mi è accaduto di ascoltare tue prodezze lungo rive in Corno d’Oro.

    La tua fuga fra le accuse di una vita contestata dalla gente che accettava solo aspetti rituali, l’ho scoperta anche in campagna fra le mura di Cà Zen, dove narri di Teresa con i versi più immortali per l’amore che hai rubato.

    SUL PRATO A PRIMAVERA

    Ho visto il prato colorarsi di gaia primavera, nel solito ciclo di stagioni, ma quest’anno avevo te e i colori sembravano più vivi.

    D’un tratto ho capito che tenere apparenze altro non erano che note musicali accordate dal vento.

    Ho ascoltato un canto d’amore alla vita, fra onde variopinte che danzavano leggere ed è stata un’emozione.

    Ho vissuto melodia che natura diffondeva, e ispirava la mia voglia di raccogliere poesia nell’incanto del tuo sguardo.

    NEL PARCO

    Rivedo il tuo correre nel parco, con i capelli sciolti ad affrontare il vento; immagine di vita esaltata da attesa d’abbraccio, che mi avresti donato, per calmare il tuo respiro.

    Stava vivendo primavera la tua gioventù, prima che il tempo togliesse la voglia di una corsa sfrenata, anticipando l’incontro per calmare i tuoi pensieri.

    Vorrei ricostruire gli anni danzando assieme nel prato sulle note di un valzer, suonato lentamente, in un unico abbandono che ci doni armonie, per giocare tra i ricordi.

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