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Archivi: Articoli d’archivio

  • La vera luce

    La vera luce

    Andava a cambiare i fiori ogni giorno. Era il suo appuntamento fisso da cinque anni, più o meno da quando l’amata moglie non c’era più.

    Frequentare la piccola chiesa nelle prime ore del mattino era diventato il suo benefico rituale, e se per qualche ragione non riusciva a recarvisi, la giornata non andava mai per il verso giusto, come se mancasse qualcosa di fondamentale.

    Così ogni mattina Felice Cremona si fermava nella fioreria all’incrocio col cimitero monumentale e sceglieva uno dei consueti mazzolini già pronti. Ormai la fiorista sapeva quali erano i suoi preferiti: margherite gialle, astri, girasoli, tutti fiori che in qualche modo evocavano la luce.

    Felice li metteva sempre in un vaso ai piedi della statua della Madonna perché, pensava, quei fiori erano i più degni di stare davanti alla madre della vera Luce del mondo.

    Poi si fermava per una breve preghiera, mentre la Madonna con il Bambino tra le braccia gli sorrideva benevola in mezzo al chiarore delle candele, così luminosa nel semplice vestito tutto bianco. Gli sembrava che Madre e Figlio gli impartissero una speciale ed esclusiva benedizione, come se gli scendesse in dono una sorta di scudo contro ogni pericolo. Era forse una magra consolazione, ma a un uomo anziano e solo come lui bastava poco per sentirsi più sereno.

    Felice era affezionato a quella statua. Proprio lì davanti, infatti, aveva suggellato il suo “sì” e la moglie aveva deposto ai piedi della Madonna il bouquet da sposa. Da quella statua si era sempre sentito teneramente accompagnare persino nei difficili momenti della malattia di lei. Lì davanti aveva pregato tante volte, trovando conforto almeno nell’idea che la vita sarebbe continuata in un aldilà dove un giorno avrebbero potuto ritrovarsi di nuovo insieme.

    Nella chiesa vuota e semibuia del primo mattino, Felice si sentiva ormai protagonista di un dialogo silenzioso che nessuno era mai venuto a disturbare.

    Quel mattino, però, non era il solo frequentatore della chiesa. Mentre era ancora vicino all’altare, la porta d’ingresso si aprì e una luce indiscreta irruppe nel buio placido della navata, smorzando con la sua vividezza il vago chiarore delle candele.

    Felice si voltò: sulla soglia stava la sua vicina di casa. Aggrottò le sopracciglia, squadrandola come se fosse stata un’intrusa. Cosa ci faceva lì a quell’ora? Non doveva essere già a fare le pulizie nella casa del dottor Guarnieri?

    Non si conoscevano molto bene, lui e Clarissa: oltre a qualche veloce “buongiorno” e “buonasera” scambiati davanti al portone, non c’era mai stata molta conversazione. Sapeva però che aveva due bambini: dalle finestre che si aprivano dirimpetto alle sue, a volte sentiva venire un vociare allegro e gli capitava di vederla mentre preparava la cena, con i figli che le saltellavano intorno. Qualche volta si era persino ritrovato a gettare sguardi furtivi all’interno di quella casa, mentre erano tutti riuniti attorno alla tavola, alzando gli occhi dal suo pasto frugale e solitario.

    La luce calda del lampadario li avvolgeva, illuminando volti sorridenti. Quell’atmosfera lo indispettiva e allo stesso tempo lo feriva, procurandogli una specie di fitta al centro del petto. Che cosa avevano tutti da essere così allegri? Non lo sapevano che tanto non sarebbe durata?

    Felice ricordava ancora bene i giorni in cui, anche nella sua famiglia, c’era la stessa atmosfera. Poi però i figli si erano stabiliti in città lontane, quasi dimenticando la strada di casa.

    Eppure Felice si era sempre occupato di loro, lavorando come un mulo da mattina a sera per non fargli mai mancare nulla, proprio come ora facevano Clarissa e il marito. Con la differenza che il suo lavoro di segretario del notaio Molteni all’epoca era ben remunerato e, con tutti gli straordinari e le ore piccole che spesso faceva, portava sempre a casa un bel gruzzolo. A quei tempi la loro era una famiglia agiata e, grazie ai suoi sacrifici, i figli avevano potuto studiare, diventare uno avvocato e l’altro ingegnere, trasferirsi in una grande città, farsi una posizione.

    Il prezzo da pagare era stato la lontananza. Mano a mano che passava il tempo, le occasioni per vedersi si erano fatte sempre più rare, e quando alla fine si erano riavvicinati a causa della malattia della moglie, Felice si era accorto che non sapeva più parlare con loro. Era stato come ritrovarsi davanti degli estranei.

    Clarissa quella mattina era venuta in chiesa accompagnata dalla bambina più piccola, che si teneva stretta alla sua mano. Insieme si erano avvicinate all’altare e Felice si era spostato un poco di lato per lasciare loro più spazio.

    – Buongiorno, signor Cremona, – il saluto di Clarissa era accompagnato some al solito da un ampio sorriso. – E’ venuto anche lei ad accendere una candela?

    Con aria contrariata, Felice aveva scosso la testa, indicando i fiori. La donna aveva annuito, come se le fosse tutto chiaro.

    – Non si smette mai di pensare alle persone a cui si vuole bene, anche se sono lontane. – Poi aveva sollevato la bambina per farle accendere una candela e se l’era tenuta stretta tra le braccia. – Diciamo una preghiera per papà, Gaia, perché sia prudente e torni presto a casa.

    La bambina aveva annuito, intrecciando le manine.

    Da qualche tempo il marito di Clarissa faceva l’autotrasportatore per una ditta. Era stato l’unico impiego che aveva trovato dopo un lungo periodo di disoccupazione e i suoi viaggi potevano durare giorni interi. La famiglia lo guardava partire dalle finestre di casa e sui visi si poteva leggere tutta la loro apprensione.

    Quando però finalmente rincasava era una festa, aperta dai lunghi abbracci della moglie e dai salti gioiosi dei bambini. Se la cena non era ancora in tavola, restava a giocare con i piccoli sul tappeto, si faceva raccontare cosa avevano fatto a scuola e, se avevano combinato qualche marachella, li sgridava, non troppo sul serio, tra un abbraccio e l’altro.

    Felice li osservava di sottecchi dalla finestra e a volte scuoteva la testa davanti a tutte quelle moine. Lui non aveva mai avuto il tempo per stare con i suoi figli. Troppe volte era ritornato a casa che loro già dormivano e le poche parole che riusciva a fare con loro erano quelle che si scambiavano al mattino, durante la veloce colazione. Sua moglie aveva sempre insistito perché almeno quel pasto lo consumassero tutti insieme. Ma con gli anni non era stato più sufficiente. I suoi figli cambiavano così in fretta, non erano più bambini che si accontentavano con un giocattolo nuovo. Quando alla fine aveva provato a uscire da quel complicato ingranaggio che era diventato il suo lavoro, non c’era stato più nulla su cui conversare: i figli erano partiti per l’università e alla sera si ritrovavano a tavola lui e la moglie da soli.

    – Le auguro buona giornata, signor Cremona.

    La bambina ancora in braccio, Clarissa lo salutò con un sorriso, scuotendolo dal peso del passato. Felice si voltò a guardarle mentre si avviavano verso la porta, la bimba che agitava la manina da sopra la spalla della madre. Si fermarono sulla soglia e Clarissa si voltò di nuovo.

    – Si ricordi che la aspetto ancora a cena da noi, una sera. Anche i bambini non vedono l’ora di conoscerla.

    Felice si irrigidì. Non ricordava nemmeno più quante volte gli aveva fatto quell’invito, ma lui aveva sempre evitato di accettare. Non aveva alcuna intenzione di farsi coinvolgere dai loro problemi, di sentire lagne e piagnistei. Già se lo immaginava: “Non arriviamo a fine mese, non ci sono i soldi per le scarpe dei bambini, per l’affitto, per la scuola…”. Fu sul punto di risponderle con l’ennesimo “Vedremo” e di liquidare la questione con un gesto della mano, così come si scaccia una mosca molesta. Ma non ne ebbe il tempo.

    Clarissa aprì la porta e la forte luce del giorno avvolse all’improvviso lei e la bambina come in una mandorla, rendendo luminosi persino i loro abiti di seconda mano. Sembravano entrambe vestite di bianco e oro. D’un tratto a Felice parve che la statua della Madonna con il Bambino si fosse raddoppiata, lì sulla porta della chiesa. Era una statua viva, che gli parlava e gli sorrideva dolcemente.

    Rimase immobile, quasi stordito, mentre la porta si richiudeva dietro di loro e lui si ritrovava in un antro buio e silenzioso.

    Felice si voltò un po’ frastornato verso l’altare, ma all’improvviso il chiarore delle candele che tante volte lo aveva confortato gli appariva una tal misera cosa! Per la prima volta, anche nella sua piccola chiesa si sentì molto solo.

    Guardò allora la sua Madonnina, quasi supplicandola di venirgli ancora in aiuto. Solo allora si accorse che aveva sul viso lo stesso sorriso di Clarissa.

    Felice prese in fretta il cappello e uscì in strada, correndo dietro alla Donna con la Bambina in braccio.

  • La bambola

    La bambola

    “Ehi, ehi! Fateci passare, spostatevi! Questo perde sangue come una fontana!”

    “Lasciate passare la barella! Presto, lei si tolga di lì, non c’è tempo da perdere. Dov’è il dottore?”

    “Eccomi, sono qui. Da dove viene quest’uomo? Mi pare che sia un po’ tardi! È già cianotico, anche le dita sono blu. Vedete? Comunque subito in sala operatoria! Speriamo che sia libera. Infermiera, lasci stare quel bambino, ci penseremo dopo. Prepari subito adrenalina e antiemorragico in vena… ma da dove venite? Che è successo?”

    “Quell’aereo, quello che è precipitato al decollo. Qui vicino, se non altro, all’aeroporto. Un macello: fuoco, fiamme, rottami, schiuma antincendio, corpi, sirene. Un casino! Ci hanno caricato in ambulanza questo qui. Ci sono dei sopravvissuti… pochi. Questo non si sa come sia ancora vivo: versa sangue come un maiale sgozzato!”.

    Maiale sarai tu, deficiente! Credi che non vi senta, che non veda tutto? Sì, è vero che non riesco a capire cosa stia succedendo… ma sento, vedo e penso, anche. Cogito, ergo sum! Chi l’ha detto? Un vago ricordo dei miei scarsi studi al Liceo? É anche vero che sento le vostre voci come se fossero un’eco. E vedo in modo strano, come se stessi in alto, come se volassi. Vedo tutti dall’alto: le infermiere – appetitosa quella biondina!-, i dottori, la sala operatoria, le bombole di ossigeno, i rilevatori del mio battito cardiaco… Il mio battito cardiaco? Ma che significa? Quello steso sul lettino, bianco come un lenzuolo appena lavato, sono io: vedo me stesso dall’alto!

    Sono tutti attorno a me, come nei film quando qualcuno sta per morire, ma non è un film. Sono io l’aspirante cadavere! Allora stanno cercando di salvarmi e io mi vedo, e vedo loro, perché sono uscito da me stesso. Quindi sto morendo: ecco perché vedo il mio corpo dall’alto, come nei film. Forse la mia anima se ne sta svolazzando via piano, piano, ma forse, se mi salvano, ritorna al suo posto, cioè dentro di me. Beh, questo non mi dispiace. Ho scoperto che l’anima c’è. Ma, se la mia anima non è un’anima bella, se è falsa e vigliacca, io non ho voglia di morire!

    Che mi aspetta dopo? Dall’altra parte, voglio dire: paradiso, inferno, il nulla? Non desidero andare a vedere, a sperimentare l’ignoto, sempre che ci sia qualcosa. Non me ne frega niente della religione, di Dio, dei santi, di Gesù, della fede che dà tanto conforto quando stai per tirare le cuoia… Ehi, laggiù! Datevi da fare, non ho nessuna intenzione di crepare! Voglio tenermi la mia vita da bugiardo, da ipocrita, da imbroglione, da ladro, da impostore!

    Perché io sono davvero cattivo, sono così per natura, sono una persona malvagia. Sono sempre stato così. Anche da piccolo, quando fregavo i giocattoli alle mie sorelle oppure glieli rompevo. Da ragazzino non chiedevo la mancia a mio padre, gli rubavo i soldi direttamente dal portafoglio e andavo a spenderli ai videogiochi o per comperare riviste porno. Lui mi menava, io gli giuravo che non l’avrei più fatto, poi glieli rubavo ancora e gli portavo le prove che erano state le mie sorelle. Lui le menava e io godevo come un pazzo!

    Crescendo sono migliorato o, dovrei dire, peggiorato: peggiorare per me era una soddisfazione. Al Liceo e poi all’Università copiavo da chiunque, mi impossessavo con diabolica destrezza delle erudite ricerche dei miei compagni, spacciandole per mie, leccavo abilmente il culo ai professori più stronzi per conquistarne il favore. Non parliamo delle ragazze: merce da usare e gettare. Mi piacevano le loro forme procaci, gambe lisce e morbide, seni invitanti e prosperosi. Il sesso era il mio chiodo fisso! Cadevano nella mia rete quelle più oche e quelle fini e intelligenti: la mia speciale attitudine, il mio perverso divertimento era fingere di capirle, di adattarmi ai loro alti o infimi pensieri, le circuivo discorrendo, secondo il caso, di filosofia o di discoteche. E, quando le avevo bollite a dovere, ne facevo un unico boccone assaporandone tutto il piacere possibile.

    “Presto, infermiera! Venticinque milligrammi di adrenalina, da iniettare subito per via intracardiaca. Ok, va bene così. Ancora, ancora antiemorragico! Così non va bene, è troppo poco. Cercate di suturare quell’arteria: la femorale mi preoccupa. Se non si ferma l’emorragia, lo perdiamo. Presto, presto! Dobbiamo fare più in fretta. Infermiera, il polso si sente poco, è troppo debole”.

    Ragazzi, qui dall’alto sembrava che andasse tutto bene. E adesso, inetto d’un medico, osi dire che mi state perdendo? Datevi da fare, figli di puttana! Non ho nessuna voglia di interrompere la mia carriera di uomo corrotto e malvagio. A proposito di carriera: io ne ho fatta tanta e ho bruciato le tappe, passando senza scrupoli sulla dignità e sui pregi dei miei colleghi. Mi divertivo a mentire, a impossessarmi della loro fiducia, ad accollarmi tutti i meriti del loro lavoro. Sono un grande impostore!

    Spacciandomi per il genio che non sono mai stato, ho conquistato le attenzioni della nostra Super Amministratrice Delegata… e, già che c’ero, il suo letto bollente. Era pazza di me! Per quel Meeting Internazionale a Brasilia aveva prenotato una “suite” tutta per noi nel più spettacolare Hotel della città. Aspettava che la raggiungessi: per questa ragione mi trovavo su quel fottuto aereo. Una volta solo ho provato una sensazione nuova per me, quasi di disagio, una strana incertezza, qualcosa che non sapevo definire. È stato quando ho fregato la moglie a quello che credeva di essere il mio migliore amico: s’è ammazzato, impiccato a una trave della mansarda. Si può essere più rincoglioniti: uccidersi per una donna!… Però mi ha lasciato uno strano senso di vuoto, una specie di angoscia, anche se l’angoscia non la conosco bene.

    “Dottore, se ne sta andando! La pressione è crollata, l’emorragia non si ferma.”

    “Forza, massaggio cardiaco! Portate gli elettrodi per l’elettroshock…”

    “Non serve più, dottore. Non c’è più polso. È andato, purtroppo… Guardi l’elettroencefalogramma: piatto come un mare in bonaccia. È morto.”

    Morto, che significa morto? Vi vedo ancora, sono qui sopra, in alto, sto svolazzando sopra di voi e sopra di me, vedo voi e vedo me. Ma – merda!- non sono più bianco come un lenzuolo, sono di un bel colorino azzurro pallido: color carta da zucchero, direi.

    Ehi, che succede adesso? C’è buio, un buio fitto, ovunque, non vedo nulla! Se questa è la morte, non mi piace proprio, cazzo! Però… però c’è qualcosa di strano: sono tranquillo, rilassato, anche in questo buio profondo, non ho paura. Sento anche il mio corpo: una sensazione fisica di benessere, come essere sotto una bella doccia dopo una partita a tennis. Oh, ecco un’altra novità: vedo un sottile filo di luce, un corridoio che si apre nell’oscurità e, sul fondo, uno splendore intenso. Vuoi vedere che mi hanno portato in un cinema! A parte le battute di spirito, sono ancora calmo, quieto e curioso. Laggiù, in fondo al corridoio, qualcosa si sta muovendo, qualcuno mi sta venendo incontro, non capisco se cammina o vola: voglio vedere chi è.

    “Peccato, non ce l’ha fatta. L’avevamo quasi salvato, ma le lesioni erano troppo gravi… così è crollato, è morto”.

    “Avrebbe meritato di vivere. Gli infermieri che l’hanno portato qui mi hanno detto che lui è un eroe. Non si sa come, ma, dopo che l’aereo è precipitato, è riuscito a trascinarsi fuori dai rottami. È venuto fuori tra le fiamme, i corpi delle vittime, ustionato e ferito. Un paio di superstiti hanno raccontato, increduli, che, una volta uscito, si è alzato barcollando, ha guardato l’aereo in fiamme e, dopo un po’, è rientrato in quell’inferno. Bruciato e contuso, arrancando con sforzi incredibili ha trascinato fuori un uomo, poi una donna e infine due bambine. Quello che l’ha fregato è stata la bambola!”.

    È davanti a me, ha camminato, o volato, su questa strada di luce. Mi fissa con i suoi occhi chiari e miti, mi chiede, con voce affettuosa: “Mi conosci?”.

    La mia risposta è ovvia, semplice, anche se non immaginavo che avrei risposto così: “Sì, so chi sei”

    “Non hai paura?”, mi chiede ancora.

    No, non ho paura, anzi non sono mai stato più calmo. Sento addirittura di essere sereno. Credo che si tratti di serenità, perché io non l’ho mai provata.

    Ritorno di colpo in me stesso: che ci faccio qui? Se questo posto è quello che chiamano Paradiso, o la sua anticamera, non è per me. Io sono un uomo cattivo e perverso, ho danneggiato e disprezzato il mio prossimo, provandone anche piacere. Ma era veramente piacere? Comunque, ci deve essere un errore. Glielo dico: “Non credo che dovrei essere qui. Penso che ci sia stato un errore”.

    “Non credo” mi risponde sorridente, con un tono leggermente ironico. “È vero che anche qui non siamo perfetti. Qualsiasi cosa ti abbiano detto, qualche errore lo commettiamo anche noi. Ma nel tuo caso non ci sono errori”.

    Questo angoletto dell’aldilà non è certo l’Inferno o come diavolo si chiami, per l’appunto, quel maledetto posto. Ma allora cosa ci sto a fare qui?

    A bruciapelo mi chiede: “Perché li hai portati fuori dall’aereo? Ti eri già salvato. E la bambola… sei tornato indietro per salvare una bambola!”.

    Ora mi ricordo. Mi ricordo che, trascinandomi fuori da quell’intreccio fumante e ardente di lamiere, pensando solo a salvare la pelle, una mano mi aveva afferrato con forza la caviglia. Ho guardato indietro e ho visto un uomo bloccato da un sedile schiantato, il viso pieno di bruciature. Disperato, mi ha detto: “Mia moglie, le bambine! Sono qui, davanti a me. La prego, le salvi, provi a salvarle!”. Che me ne fregava! Volevo salvare la pelle, volevo uscire da quell’inferno! Gli ho tirato un calcio in faccia, l’ho lasciato lì e finalmente sono sgusciato fuori.

    Fuori c’era un casino dissennato: calore soffocante, fumo, fiamme, corpi straziati, qualcuno che si lamentava o piangeva, rottami bollenti. Mi sono alzato a stento, ho guardato, allibito, quello che prima era un aereo e ora era una bara incandescente. Ero immobilizzato davanti a quel disastro e, all’improvviso, mi è venuto in mente quel povero coglione a cui avevo fregato la mogliettina: lo vedevo ondeggiare, appeso alla trave della mansarda, con gli occhi che gli uscivano dalle orbite. Ho provato di nuovo quella sensazione di incertezza, di disagio, di vuoto, di angoscia e ho pensato all’uomo che mi aveva stretto la caviglia, a sua moglie, alle bambine che sarebbero bruciate nella pancia di fuoco dell’aereo.

    Così, sono tornato dentro all’aereo in pezzi. Dovevo salvarli, non pensavo a me stesso, pensavo a quel marito senza speranza, alla moglie, alle bambine, pensavo alle loro vite, la mia vita, ora, contava meno delle loro. Me ne rendo conto in questo momento: è stato il sentimento – incredibile, io avevo un sentimento!- più coinvolgente che abbia mai provato nella mia depravata esistenza. Un senso di soddisfazione, di pienezza, di partecipazione, di condivisione… di pietà, di amore? Non so dire. Sono tornato là dentro, tra le lamiere incandescenti.

    Mi sono ferito, tagliato, scorticato, ustionato. Ma li ho portati fuori tutti: le bambine che mi guardavano con i loro occhioni increduli, la mamma che pensava solo alle sue bambine e il padre, che aveva ancora il segno del mio calcio su una guancia.

    Ma non era ancora finita. Eravamo tutti esausti, confusi mentre aspettavamo i soccorsi, quando la bambina più piccola, di quattro o cinque anni, mi dice implorante, con grandi lacrime sul viso: “Lilly è rimasta dentro. Ti prego, vai a salvare anche lei!”.

    “Lilly? E chi è Lilly?” le chiedo. La piccola, piena di disperazione, mi dice che è la sua amata bambolina. Oh, puttana miseria! Ci mancava l’amata bambolina. Le bambine mi guardavano ad occhi spalancati, in attesa, come se fossi l’Uomo del Destino, il Supermaestro dei loro Supereroi. Mi ammiravano, avevano fiducia in me, mi amavano, forse, per ciò che avevo fatto: per quello che ero e non fingevo di essere. OK, non potevo deluderle! Così sono tornato all’inferno per salvare Lilly. Ora mi sembra impossibile di essermi comportato in quel modo, ma va bene così. Sono contento.

    “Anche se ci hai lasciato la pelle?”, mi chiede lui dolcemente. Già, ci ho lasciato la pelle. La bambola l’ho salvata, anche se aveva i capelli bruciati e sembrava appena uscita da un centro di abbronzatura, ma l’ultima esplosione dentro l’aereo, mentre ne stavo uscendo, ha scagliato in aria, come un missile, una piastra d’acciaio tagliente come la lingua di una suocera. Mi ha squarciato la gamba. Quindi, eccomi qui.

    “E perché sei così contento?”, insiste lui.

    La risposta è semplice, viene diretta dal cuore, ora so di avere un cuore: “Ho fatto la cosa giusta. Non ho pensato a me, come avevo sempre fatto, ma ho pensato agli altri: quella famiglia mi ricorderà, mi amerà, forse, per il resto della vita”.

    Lui sorride ancora, ma questa volta il suo sorriso sembra quello di una star di Hollywood. Mi dice: “Bene, adesso è meglio che andiamo”.

    Ho qualche dubbio: “Aspetta un attimo, dove andiamo? Io ho fatto molte porcherie in passato…”.

    “Non preoccuparti,” mi risponde “troveremo un modo per… purificarti. Forse ti manderemo in missione sulla Terra per cercare di salvare qualcuno come te. Non sarà facile. Prima di inviarti laggiù, dovrai fare un corso sul Libero Arbitrio”.

    Ci avviamo spalla a spalla lungo la via di luce, verso l’altra luce più calda.

    Gli chiedo ancora, un po’ titubante: “Ma io continuerò a essere io?”.

    “Certamente,” mi risponde “sarai sempre tu e molto, molto migliore di prima. Anche se, nel tuo caso, non ci vuole tanto. Con il tempo, e qui ce n’è un’eternità, ti accorgerai che non sei solo puro spirito, ti rimarrà anche una certa, gradevole fisicità”.

    “Beh, questo non mi dispiace”.

    Camminiamo, o voliamo, ancora un po’. Poi non riesco a trattenermi e gli dico: “Ti devo dire una cosa: dipinto sui quadri riesci meglio!”.

    È un bel tipo, ha una risata contagiosa, cosmica. Ride come un dio.

  • Un dipinto di G. Marchiori

    Un dipinto di G. Marchiori

    Per gli amanti di cose antiche o vecchie, un giro per i mercatini d’antiquariato è sempre piacevole. Spesso si tratta soltanto di tuffo nei ricordi, ma, se si ha buon occhio – e quindi capacità di individuare qualche rarità mescolata alle molte cianfrusaglie di poco conto – può essere l’occasione di fare qualche acquisto interessante.

    Una vera e propria chicca l’ha scovata un amico collezionista di Ferrara, quando, quasi per caso, ha notato un vecchio quadro recante una firma a stampatello: G. MARCHIORI 1930.

    Essendo egli di origini polesane – e quindi sensibile a tutto ciò che può essere in qualche modo legato al nostro passato – ha collegato il quadro alla famiglia Marchiori di Lendinara, senza però riuscire a individuare elementi di certezza. Si rendeva necessario un approfondimento.

    Sapendo dei miei contatti a partire dalla metà degli anni Settanta del Novecento con il critico d’arte (ho avuto modo di parlarne in Ventaglio Novanta n. 45, pag. 154 e successive), mi ha telefonato chiedendomi un parere e mandandomi anche una fotografia del quadro. L’immagine era completamente diversa dalle opere che io conoscevo, e la firma a stampatello non era d’aiuto. Oltretutto, ammesso che il dipinto provenisse da casa Marchiori, bisognava tener conto che Giuseppe non era stato l’unico in quella famiglia a dedicarsi alla pittura per hobby.

    Un’ulteriore indagine mi portò però sulla strada utile a dissipare la mia iniziale diffidenza: la scoperta di una etichetta incollata sul retro che identificava il quadro come uno dei lavori che Giuseppe Marchiori aveva presentato alla mostra collettiva del 1930 a Ca’ Pesaro (dove fra l’altro aveva già esposto a partire dal 1925). La calligrafia non lasciava spazio a dubbi, come ho potuto verificare per la perfetta corrispondenza con gli scritti di suo pugno in mio possesso. Inoltre l’indirizzo fornito dall’autore agli organizzatori della rassegna corrispondeva a quello della sua casa a Venezia.

    Si è trattato di un ritrovamento di rilievo, una scoperta emozionante, avvenuta in circostanze del tutto fortuite, dopo che per più di 80 anni il quadro era rimasto sconosciuto, racchiuso nell’orizzonte privato di chi forse non ne aveva capito il valore. Un dipinto non necessariamente di grande pregio artistico, ma certamente di sicuro interesse documentario e storico, perché i rari dipinti come questo ci aiutano a far luce su un periodo poco noto della vita giovanile di Giuseppe Marchiori. Un periodo legato alla pittura di paesaggio, che rimane tuttora avvolto in un’ombra di mistero e del quale ci sono arrivate pochissime tracce, anche perché lo stesso Marchiori non amava parlarne. Motivo per cui nessun quadro con soggetti di paesaggio (fossero essi scorci dell’Adige e dell’Adigetto a Lendinara o del giardino di Ca’ Dolfin, o i luoghi della villeggiatura, o ancora le vedute della terra d’Africa dove aveva trascorso alcuni periodi) è stato esposto nella mostra organizzata a Rovigo nel 1993.

    Del tutto casuale il modo in cui io venni a conoscenza del giovanile interesse di Marchiori verso la pittura paesaggistica. La nostra reciproca conoscenza era avvenuta verso la metà degli anni Settanta, in occasione di una iniziativa che ci vedeva entrambi coinvolti. Ci accomunava l’interesse per l’arte e per la natura che egli ha amato fin da bambino, quando viveva a Lendinara, nella cinquecentesca Villa Dolfin. Di questo ambiente familiare, estremamente stimolante dal punto di vista culturale, egli parlava volentieri rievocando momenti felici trascorsi nel suo grande giardino che egli definiva “un paradiso”.

    Col tempo la nostra frequentazione si è consolidata, diventando il rapporto via via più amichevole.

    E fu durante uno dei tanti incontri a Porto Tolle, che Marchiori, in forma del tutto confidenziale, mi mise al corrente delle sue iniziali esperienze come pittore di paesaggio. Una parentesi limitata nel tempo e quasi rimossa dalla memoria, per cui egli era solito ricordare solo i quadri astratti degli anni Trenta. Opere queste che, nel novembre del 1975, sono state oggetto di una mostra alla galleria Due Torri di Bologna e presentate come realizzazioni di ANONIMO DEL NOVECENTO, pseudonimo che aveva talvolta utilizzato per firmare alcuni scritti giovanili.

    Torniamo ora al quadro “ritrovato”, per informare che il dipinto, adeguatamente ricollocato in una cornice dell’epoca, fa oggi bella mostra di sé nella casa dell’amico collezionista (del quale, per suo stesso desiderio, viene taciuto il nome).

    Raffigura il sentiero della Ponale, la spettacolare strada che si sviluppa a picco sul lago di Garda lungo il versante della montagna, partendo dal centro abitato di Riva per arrivare alla frazione di Pregasina. Allora, come oggi, il percorso rappresentava per turisti e villeggianti una delle principali attrazioni dell’area.

    Marchiori lo dipinge in un momento nel quale una frana l’ostruisce parzialmente; situazione non rara perché gli eventi franosi sono ancora frequenti ai nostri giorni, come mostrano alcune immagini piuttosto recenti.

    Il quadro, oltre a essere un’importante testimonianza dei primi contatti di Marchiori con l’ambiente artistico veneziano – dall’arrivo nella città lagunare fino al suo affermarsi quale critico d’arte – ci porta ad apprezzare l’illustre polesano come artista, aspetto questo che merita certamente di essere riscoperto e maggiormente valorizzato.

  • Le visioni di Silla Guerrini

    Le visioni di Silla Guerrini

    Artista eclettica e innovativa, Silla si è laureata all’Accademia delle Belle Arti di Bologna negli anni Novanta. Originaria di Stienta, porta nelle sue creazioni il profumo e i colori dei campi del Polesine, con il rosso dei papaveri, l’oro del grano, l’azzurro del cielo… ma anche la materia della terra e della femminilità delle donne del Po.

    Graphic designer di formazione, da sempre si occupa di arte visiva, soprattutto attraverso la pittura, ma anche la scultura, installazioni, video e fotografia.

    Segue un pensiero che ormai fa parte della sua anima: l’idea conduce, la tecnica produce. Quando vive determinate sollecitazioni visive o emotive, Silla innanzitutto immagina la forma dell’opera che intende creare e subito si interroga su quali materiali e supporti possa contare per realizzare ciò che ha visualizzato nella mente

    La sua formazione artistica e lo studio dei materiali e della loro potenzialità le permettono di esprimere concetti profondi e complessi, che all’occhio del visitatore risultano immediatamente comprensibili. Silla possiede infatti il dono di comunicare empaticamente il messaggio, interpretato dalla sua visione della realtà, riuscendo sempre a restituire emozione e riflessione profonda.

    Silla Guerrini lavora come graphic designer per aziende, industrie e privati. È nata prevalentemente ritrattista, di persone e anche di animali. Dipinge atteggiamenti e momenti particolari, che devono restare immortali sulla tela.

    Quando dipinge gli occhi, di un uomo o donna, di un gatto, cane o cavallo, riesce a infondere loro una speciale luce di vita: solo dopo aver creato gli occhi, solo in quel momento i suoi ritratti diventano realmente il soggetto palpitante e reale. Adora rappresentare l’anima dei soggetti, e negli occhi la si vede lì, limpida, pulita, chiara.

    Il soggetto prediletto di Silla Guerrini è la Donna. Nella Donna esiste l’energia della vita e la forza del Cosmo. La Donna di Silla è la Dea Madre, attorno alla quale tutto ruota e si riproduce. È accogliente, curatrice, educatrice. La Donna è come il pane: da ingredienti semplici come il grano e l’acqua nasce una forma di nutrimento che permette la vita di ognuno, dall’eternità.

    La fortunata mostra di Silla sulla Dea Madre, esposta a Bologna nel 2015, ha avuto uno straordinario successo di critica: l’opera più apprezzata è stata la serie di fotografie ravvicinate che ritraggono forme diverse di pane posto sopra l’inguine di molte donne differenti, per rappresentare il ventre femminile quale fonte di nutrimento per la vita.

    Da questa idea è nata poi la celebre scultura della Magna Mater Magnetica, un busto femminile al quale ogni visitatore poteva avvicinare una vite metallica, che restava attratta dal magnete posto nel ventre, a simboleggiare la fecondazione e il ciclo della vita.

    Silla è inserita da molti anni nella realtà culturale ed artistica di Bologna, città nella quale vive ed opera, e fa parte anche di interessanti gruppi di artisti. Insieme ad altri importanti autori ha fondato gli “inUtili”, nel 2009. Gli inUtili realizzano rassegne, eventi e installazioni d’arte contemporanea, con lo scopo di far riflettere, emozionare, ma anche ironizzare su molti aspetti dell’esistenza dell’uomo odierno, con le sue debolezze, contraddizioni e genio. Con questi artisti Silla ha condiviso momenti formativi di grande rilievo, proponendo esposizioni complesse e comunque fruibili da chiunque, perché la loro forza si trova nel messaggio e non solo nella forma.

    Silla Guerrini collabora anche con Zona-Zago7 la Bottega d’Arte, della quale è Art Director, una fucina di idee e di attività, per parlare d’arte, farla e impararla. In questo straordinario ambiente bolognese si può interagire con gli artisti mentre creano e si può discutere di letteratura, poesia e di tutto ciò che è cibo per l’anima.

    La fortuna artistica di Silla Guerrini ed il suo successo internazionale non l’hanno, però, allontanata troppo dal suo paese, la piccola ma tenace Stienta, dove spesso torna per rivedere il fratello Davide e la mamma Osanna, ai quali è legatissima, e anche per incontrare gli amici dell’adolescenza, che hanno sempre amato la sua contagiosa simpatia, intelligenza, allegria, che Silla esprime grazie ad un perpetuo guizzo di luce dai suoi occhi, che sempre sorridono.

  • Bano e l’Adige

    Bano e l’Adige

    A chi scendesse sotto quel ponte sull’Adige, che unisce Masi a Badia, cioè la provincia di Padova con quella di Rovigo, e vi si inoltrasse, si presenterebbe, appoggiato sulla ombrosa sponda, e capovolto, quel che rimane di uno dei tre sandoni (sorta di scafi) di un molino ad acqua.

    Di dimensioni non eccezionali ma certamente di un certo peso, oltre ad una innegabile malinconia, ispirerebbe anche stimoli per la fantasia soprattutto a chi fosse noto il fatto che trattasi di un “povero resto” del molino del “Bano”.

    Già “Bano”! Personaggio arcinoto, anzi mitico, per chi a Badia Polesine sia stato in confidenza con l’Adige, con le sue acque e con Masi, nel periodo che, partendo dalla fine degli anni ’30, si protrae fino allo scadere del secolo, nel 1999. Di lui don Abbondio non potrebbe dire: “Bano”, chi era costui?

    In breve: mugnaio d’acqua, pescatore di fiume, e ancora oste e poi ristoratore, ovviamente di pesce d’acqua dolce. Di anguille, quelle piccole s’intende, le “bisatine”, insomma quelle dalla pancia bianca, di cavedani e di lucci e di orate d’acqua dolce e ancora, in via eccezionale, ma non rarissima, di storioni! Sì storioni, come quelli dei grandi fiumi russi! I non più giovani ricordano senz’altro le foto nei giornali locali che, quando si verificava, immortalavano l’evento.

    Bettagno Giovanni Albano, detto “Bano”, era nato a Masi il 17 settembre 1918 e vi era deceduto a 81 anni. Decisamente uomo dell’Adige, anzi della “rive gauche” di quel fiume che dalla ninfa Athesis ha preso il nome e che Lui, forse inconsapevolmente, aveva conquistato.

    La famiglia faceva parte di una dinastia di mugnai di fiume da almeno tre generazioni.

    Risalendo con la memoria, il figlio Romano indica tra gli avi oltre al padre, il nonno Luigi ed il bisnonno “Gusto”, poi il ricordo si perde tra le varie ramificazioni familiari senza nomi precisi.

    Romano ricorda che anche la mamma Flora portava lo stesso cognome, molto frequente a Masi, ed era anche Lei proveniente da una famiglia di mugnai e cugina di “Bano”, così che per sposarsi i genitori, avevano avuto la “dispensa” dalla Chiesa, da Lui citata come “papale”.

    Romano, nato nel ’42 in pieno conflitto mondiale, racconta la sua vita avventurosa che, con malcelato orgoglio, definisce da “selvadego”. Cresciuto tra casa e molino dove, fino all’età di 12 – 13 anni, vi viveva quotidianamente (ovviamente compreso il dormirci), Romano a 17 anni, spinto dalla sua innata vivacità e curiosità, parte all’avventura per quelle terre straniere allora invitanti, come la Svizzera e poi la Germania. Vi lavorava tra l’altro come stimato muratore. Attività che poi proseguirà in patria, tornando a Masi dove tuttora vive in una grande casa, di recente costruzione, in via Eugenio Curiel n° 1. Con lui le due figlie con le famiglie.

    È Romano che ripercorre con il ricordo della propria vita anche quella del padre, del molino, della storia di questo e degli altri molini che in passato erano ancorati in questa riva. Una nota tra tutte: all’epoca vi era ancorato anche un molino dello zio del badiese commendator Rolando Zorzan, più noto in quella contrada come il “re del metano”.

    Storia ricca di aneddoti ed anche di accidenti non sempre favorevoli, come quello della perdita di un sandone sfilatosi dal molino e finito a valle, davanti a Piacenza d’Adige.

    Il lavoro non era solo relativo alla macinazione delle granaglie di grano e granoturco, meglio “della polenta”, era anche quello di spostare il mulino nel fiume alla ricerca della corrente più favorevole, non troppo lenta e non troppo forte. Chi conosce il fiume sa da sempre che le piene improvvise e le correnti conseguenti potevano mettere in pericolo il molino.

    Ma spesso c’era anche il lavoro di ordinaria manutenzione da fare, il molino aveva ben tre gruppi di macinazione, comandati da un unico albero con sei mole. Le mole andavano tenute scabre con periodiche scalpellature con mazzetta e scalpello e non era certo facile muovere quei massi di una decina di quintali cadauno per svolgere l’opera. E poi anche la manutenzione dell’albero e dei giunti di trasmissione nonché dei denti, con la verifica e ingrassatura uno per uno, e di tutte le parti in movimento.

    Tutto era costituito rigorosamente in legno di robinia, duro come “l’azzale” o meglio da “rubin messo per anni in tel pisson del luamaro”, così da rinforzarne ancor più la sua durezza ed impedire marcescenze o attacchi di tarli o altri parassiti.

    A volte accadeva che nel movimento delle mole per le manutenzioni si procurassero danni anche gravi ai vari componenti o addirittura ai sandoni. Ciò procurava angoscia per paura di perdere la fabbrica e la fonte di guadagno. In quel tempo “Bano”, come per tutta la vita, era anche un pescatore di innegabili capacità e fama. Insomma procurava alla tavola pane e companatico. Non era poco!

    Il servizio di molitura era evidentemente la fonte per ricavare qualche soldo, sebbene il rapporto con i suoi clienti fosse spesso anche regolato da scambi con altro cibo o con servizi. Era una economia in sedicesimo, ma che con lo strumento del primitivo baratto gestiva lo scambio di beni e servizi. E nessuno aveva frequentato la “Bocconi”!

    Questa era però anche l’occasione in cui affiorava, senza mai alcuna ostentazione, la generosità d’animo di “Bano”. I tempi erano grami, per cui del cosiddetto numerario non se ne vedeva l’ombra, ma bisognava comunque mangiare! Allora il nostro praticava un credito diffuso, credito che non sempre veniva onorato dal debitore in grave difficoltà. Nessun problema, perché la solidarietà era la sua caratteristica più preziosa e segreta.

    Quando i tempi si fecero troppo duri per vivere con la gestione del molino, “Bano” si trasferì di qualche decina di metri, sulla sommità dell’argine, proprio alla fine della salita che da Masi porta all’imboccatura del ponte per Badia. Vi costruì un chiosco, in area demaniale, rigorosamente “abusivo”, come oggi si direbbe. Fu però tollerato per anni, non certo per illeciti rapporti con le autorità preposte al controllo, ma semplicemente perché era del “Bano”, dell’uomo del fiume!

    Il chiosco era il punto di ristoro universalmente riconosciuto da tutti quelli che, in bicicletta o a piedi, avevano fatto o la salita “dei Masi” o quella “de Badia”.

    Nobilmente chiamato “fiaschetteria”, vi si trovava però, oltre all’ “ombra de vin”, magari di Clinton, anche la spuma per i ragazzini ed anche qualcosa da sgranocchiare sotto i denti, magari di frittura appena pescata. Insomma il chiosco abusivo svolgeva una funzione ed un servizio sociale che prevalevano sulle aride norme urbanistiche.

    Con il passar degli anni, gli italiani si erano un po’ arricchiti, così, quale simbolo di crescita economica ma anche sociale, il chiosco diventò un ristorante a tutti gli effetti. Gestito assieme alla moglie, fu meta di molti per gustare il pesce d’acqua dolce, quello del “Bano”, che era un nome ed una garanzia di freschezza.

    Il ristorante non si trovava più dove sorgeva il chiosco; no, questa volta era un edificio a tutti gli effetti, compreso il rispetto delle regole, quelle regole che spesso avevano fatto sentire “Bano” prigioniero e soffocato da una civiltà che cresceva non a misura di quello che lui riteneva essere d’uomo.

    E poi la vita che, come spesso accade, assume il ruolo di scorpione, lo colpì. Un colpo di coda con il pungiglione che instilla il suo veleno nella carne tenera: l’ICTUS!

    Alla metà degli anni ’80 la malattia lo fermò, fermò anche Flora e l’attività, non più gestibile da una donna sola.

    Allo scadere del secolo, nel 1999 “Bano”, salutò il mondo.

    Non voleva entrare nel terzo millennio! Non sarebbe stato adatto a Lui! Non si sarebbe trovato bene!

  • E. Ferdinando Palmieri (1904-1968)

    E. Ferdinando Palmieri (1904-1968)

    Cinquant’anni fa, il 26 novembre 1968, cessava di vivere – a Bologna dove aveva trascorso parte della sua vita ed in particolare gli ultimi anni – Eugenio Ferdinando Palmieri, personaggio di rilevo nell’ambito della cultura del Novecento. Stimato a livello nazionale soprattutto come critico teatrale e cinematografico, Nando (come familiarmente veniva chiamato) ha lasciato una importante traccia del suo operato proprio in Polesine dove ha vissuto gli anni fecondi della sua gioventù e verso cui non ha mai smesso di guardare. Tanto da essere annoverato – assieme a Gino Piva e Livio Rizzi – nell’ambito del “terzetto” di poeti che hanno caratterizzato la poesia del Polesine della prima metà del secolo scorso.

    Sulla breve stagione poetica di Eugenio Ferdinando Palmieri, hanno scritto acutamente studiosi e critici illustri, cogliendone gli aspetti innovativi, nonché le connessioni e gli echi profondi, fino a individuare le relazioni con certa poesia francese fine ottocento e primo novecento (Jules Laforgue, Max Jacob etc.).

    Per queste ragioni, ho privilegiato la lettura diretta di passi scelti della sua lirica, convinto di poter ricavare da tale esperienza elementi utili a conoscere la poetica e la formazione.

    Si potrà cogliere la natura colta dell’avventura poetica di Palmieri, impegnato ad affermare un intento di rottura col gusto idilliaco allora in voga nel Veneto. Lo registra esplicitamente l’Avvertenza dell’autore”, premessa alla pubblicazione dell’opera poetica, riprodotta nella versione postuma del 1989, Marsilio Editore: “…credo di poter affermare d’aver dato alla poesia in dialetto veneto le prime opere di rottura col gusto allora dominante in quel 1931-1934… già rifiutato da Piva… e svincolato pertanto sia dalla maniera veneziana dei successori di Attilio Sarfatti e di Riccardo Selvatico, sia dalla maniera degli imitatori idilliaci, e non soltanto veronesi, di Berto Barbarani…”.

    Una dichiarazione che rifiuta dunque tanto il formalismo aggraziato di origine settecentesca quanto il gusto crepuscolare venato di sensualità di certa lirica di maniera. Non a caso, sempre nell’“Avvertenza”, Palmieri rivendica un’ispirazione di forte impatto realistico: “…apparvi con dei testi dall’ispirazione acerbamente realistica, o liberamente immaginosa, o d’origine, perché no?, scopertamente letteraria, e dalla scrittura non insensibile alle avventurose esperienze stilistiche fuori dell’area vernacola… mi inserii con un realismo insolitamente crudele…”.

    Fatta questa premessa, collegata con il chiaro messaggio introduttivo dell’autore, credo che si possa dire, semplificando le citazioni d’apertura, che Eugenio Ferdinando Palmieri ha inteso conferire ai suoi testi un carattere di forte concretezza, non solo paesaggistica e topografica, ma anche umana e figurativa.

    Bando, insomma, alle rime dolci e carine sulle scene oleografiche della natura polesana o gli amori gentili sullo sfondo di un boschetto traversato da un rivo di acque trasparenti. Il paesaggio della poesia di Palmieri è ben altro: terra di alluvioni e di povertà, case di canna, ponti di chiatte, nebbia fitta su campagne e perfino piazze cittadine.

    L’impegno di lettura sarà pertanto diretto a mettere in luce tutto ciò che forma l’anima lirica dell’autore, ricomponendo in una’ampia e documentata analisi i richiami all’antica e mai dimenticata Rovigo, ai poeti che hanno animato il vero Polesine, ai tipi davvero originali che lo popolavano.

    La forza del messaggio potrà essere ancor più apprezzata leggendo e rileggendo i testi a voce alta, mettendosi in ideale sintonia con l’autore che, grazie al fraseggio confidenziale e all’innata capacità comunicativa, sa parlare al lettore, ma anche a chi ascolta.

    Quanto alla lingua, che Palmieri ha imparato abitando a Rovigo fin dagli anni dell’adolescenza e della giovinezza, l’analisi sarà ancora più attenta, perché lo strumento espressivo, da sempre, com’è stato rilevato, l’autore se lo forgia da sé, senza farsi schiavo di mode e tradizioni.

    Testi e commenti

    MI VEDO NA ROVIGO PICOLETA

    Mi vedo ‘na Rovigo picoleta, distante, ‘na Rovigo fata in casa come’l pan ne la mèsa benedeta. El sole stamatina l’è ‘na brasa che sguissa, che se smorza. Gh’è fumara, i vende le patate americane, i cògoli xe bianchi de sisara, la bugà no sbandiera da le altane. “Le roste calde!”-ciga i frutaroi soto i pòrteghi bassi del Cogheto; do schei de roste se màstega i fioi, o i crompa co’ do schei un scartosseto de mentine. Mi vedo Rovigheto ne l’Undese, nel Dòdese. De sfroso me ciucio le mentine del Cogheto, e spanisse le rose sul me troso. Paesagio serà ne la soasa del me povaro cuore. Torna i noni, i se inchina i se còcola i se snasa, i leze i versi de Argia Castiglioni, onore del Polesine. Xe scuro e i ferali se impissa a pena a pena. Sul Liston no gh’è un’anema. La gente in tinelo se spàpola la cena, se gode la so chiete. No se sente tampelare. Tinelo rovigoto del mezzogiorno e de la cena… In pase ne la cità del sindaco Bernini se fadiga e se magna. O vecie case, o fogolari lustri… Pan biscoto, bìgoli in salsa, risi co’ le tripe, polenta infasolà, le pinse, un goto de quel negro nostran; e da le pipe vien su falive. Quadro de maniera: i sùgoli i bagigi la nevara, i morti che ga fredo sototera, i vivi che respira la fumara e buta fora scàpari de sangue, la fiera a la Madona del Stradon, giostre casoti romanele polche, pronto Tacheti, pronto col liron. Gero alora toseto: mi zogavo a balete a ciocheta a scondarola, “Anda betanda” alora mi cantavo e rumegavo i compiti de scuola. Me ricordo sta gente come in sogno, come in sogno ricordo ste contrà, le grame case me ricordo in sogno, Marcioro col tamburo taconà, i fossi, i broli, i comarò sui ponti, le comedie e le òpare al Sociale -Fernanda, I Puritani…-, gh’è ‘na Crose ne le ostarie davanti a l’Ospedale. L’è ‘na Rovigo picoleta… Strasse de la memoria! E te volevo ben, Amelia Cavazzana-terza classe, mestra Garbato-, e te volevo ben.

    Quando scrive le sue liriche, (anni 1930-35), Palmieri da qualche anno vive e lavora a Bologna, presso la Redazione del Resto del Carlino. Una distanza, rimarcata più volte, non solo spaziale, ma anche temporale, perché la poesia ritrae una realtà fissata e radicata nella memoria di fanciullo e giovanottino trapiantato in Polesine da Vicenza, risalente in questo caso agli anni 1911-12.

    Di questa realtà polesana, che ha come centro “Rovigheto”, una comunità familiare prima che una città di provincia, il poeta riporta ambienti e personaggi, disegnando un quadro animato e realistico, con le piazze e le strade, gli usi e i costumi di vita, le case e le osterie.

    L’immagine cittadina si staglia in apertura con la sua propria identità, quella di una “Rovigo fata in casa”, immersa nella nebbia della stagione a lei più consona: l’autunno. Il sole è una brace ormai senza calore, e più che le immagini, si sentono i suoni, le voci, in un’animazione da piccolo mercato, scandito dalle grida dei venditori di caldarroste.

    Nugoli di bimbi e giovanotti popolano le strade e, come d’incanto, riaffiorano dalla memoria i “porteghi bassi del Cogheto”. Via via che, trascorse le poche ore di luce, scendono le ombre della sera, appena illuminata dalle fioche luci dei “ferali” (i fanali ad olio), cala il silenzio sul Liston ormai deserto, mentre nel “tinelo” delle vecie case, la gente “se spapola la cena”.

    Dentro la “soasa del me povaro cuore”, il quadro riporta anche i dettagli più minuti dei cibi polesani: il pan biscoto, la polenta infasolà, le pinze, un goto de quel negro nostran. E’ la realtà viva delle ostarìe, dove si ritrovano gli amanti del vino e della buona cucina. “Un quadro de maniera”, commenta l’autore, appena turbato dal pensiero dei “morti che ga fredo sototera”, mentre i vivi “respira la fumara” e “buta fora scàpari de sangue”.

    L’intermezzo di termini forti e realistici pare un pugno nello stomaco: la morte incombe sulla nostra vita, anche nell’età della fanciullezza, quando la scoperta ci lascia un fondo di amarezza che non verrà mai meno. Ma basta un attimo, in questi versi in rima, perché torni l’allegria, con un trapasso rapido alla fiera che riempie di gente lo “Stradòn de la Madona”, vicino alla Rotonda, con il ricordo vivo delle polche e del liròn che fa da sottofondo alla festa.

    Palmieri si rivede “toseto”, felice del sogno delle antiche “contrà”, in mezzo “ai fossi, i broli, i comarò dei ponti”, che sono i crocevia della città rurale, con la sua stagione teatrale e le ostarìe davanti a l’Ospedale.

    OSTARIE

    O Gino Piva ‘ndemo a l’ostaria. Andemo a la Campana: risi e tripe, bìgoli in salsa. Andemo in compagnia de Ciarastela. Brusa ne le pipe, pipe ciozote che ne scalda e infùmega, un tabaco che spussa, e a Ciarastela el ghe fa spira. Pignate che rùmega, in ostaria, polenta e coradela.

    Vecie taverne de la me cità per strade sconte o in riva a l’Adeseto, col zogo de le boce impergolà de suche, ve bateza un feraleto ne l’insegna. Tovaie de bugada, ma’l candore stasera l’è ‘na macia, un gato che se spùlega e me sbacia, sui piati gh’è ‘na storia impiturada.

    Taverne alegre de la me Rovigo -slùsega rami dondola caene s-cioca fassine-adesso che ‘l caligo me se destira, e ‘l sponze, ne le vene, mi ve ricordo, adesso che l’autuno sponze i ricordi. Nel negro canton de le fole fruade a uno a uno gh’è i nomi che se impissa… El Canevon, pasta e fasoi da sbrodolarme ‘l muso ‘na serva da palparghe le culate e butar via contento le giornate, la Batistona per serarme suso e negare ‘l mustasso in una secia e bevi che te bevi son spionzà, l’Amabile, salata e vovi in tecia, da Nane, scopetoni e bacalà, da Puci, un batalion de taiadele coi rovinassi, al Sole, pei vilani co xe marcà, plotoni de scodele piene de supa (vardali sti cani: aqua sporca e pan moro che i strangossa), i tordi me li sludro al Maressialo, le rane pescà su co’ la negossa i le spadela da Guerino al Galo.

    O Gino Piva ‘ndemo da Caucio sul stradon che ne mena al camposanto. In cusina sentèmose. Me ciucio pinze de boio e un litro de quel bianco.

    Andemo da Caucio in mezo ai orti E spetemo che l’ombra ne intabara. Avemaria. I morti, i nostri morti, pan tesando i des-cioda la so bara, i vien fora, i camina, no i se lagna, scarsi de polpe devastà nel viso (in Cielo se capisse che no i magna, gh’è miseria, se vede, in Paradiso), no i ga nastri d’arzento, no i ga ori che svampa su le màneghe, i è grami. A l’ostaria gh’è un goto anca par lori za pronto. I riva chieti, senza drami.

    Libera uscita da la busa. Dopo I se sprofonda ancora drentotera sognando ‘na putela, un canevaro, ‘na domenega in piazza, ‘na bandiera. Libera uscita per un’ora, intanto. Slongo le recie e slongo i oci, snaso quel so profumo, l’è de calicanto, ghe buto el cuore al colo e me li baso, povari morti zali e scalcagnà. Mi digo che i ga fame. Co’ la crisi, in Cielo no i parecia el bacalà, no i rostisse i polastri, gnente bisi.

    Povari morti, mi ve invito tuti. Andemo a la Campana e dal Sison -tarine sgionfe de bìgoli suti- andemo a la Fontana e al Canevon. Andemo con i noni e con i fioi, eco el tabaco da impenir le pipe, ronfa paroli sgionfi de fasoi, o morti rovigoti; ogi tripe.

    Il mondo delle “ostarìe” costituisce l’anima palpitante della vecchia città, che si ritrova, dentro e fuori le mura, lungo l’Adesèto e nella campagna circostante, a tavola o vicino a un campo di bocce, appendice di una delle tante trattorie. I nomi durano il tempo della memoria dei più vecchi e, con i mutamenti edilizi e la scomparsa delle famiglie titolari, sono destinati a loro volta all’oblio.

    La lirica si apre proprio in un interno d’osteria, alla “Campana”, dove il poeta immagina di stare assieme a Gino Piva e Ciarastela, “la donna dell’arte di Piva”. Il menu è una lista di piatti tipici: “risi e tripe”, “bìgoli in salsa”; in sottofondo, i rumori della cucina e, nell’aria, un fumo asfissiante e puzzolente di pipa ciozota. La modestia dell’arredo e dell’apparecchiatura non inganni: c’è l’ospitalità, l’allegria, e non importa che, a sera, tovaglie e piatti disegnino macchie colorate e “na storia impiturada”. E’ proprio questo che ama Palmieri, che mette in rima quartine di endecasillabi di straordinaria incisività: “…taverne alegre de la me Rovigo/ slùsega rami dondola caene/ s-cioca fassine-adesso che’ caligo/ me se destira, e ‘l sponze, ne le vene,/ mi ve ricordo…/ …nel negro canton/ de le fole fruade a uno a uno/ gh’è i nomi che se impissa… El Canevon…”.

    Nella versione del ’50, al posto dell’espressione verbale “mi ve ricordo”, figura il verso “mi ve penso”. Il verbo “pensare” ha una connotazione sicuramente più intensa, accresciuta dall’inciso in parentesi (“xe la fumara el sangue de l’autuno”). Il pensiero rivolto agli interni d’osteria si lega qui intimamente a un’atmosfera, quella dell’autunno e delle sue nebbie, un paesaggio tipico, quasi interno all’anima.

    Nel rimpianto, per nulla melanconico, di una stagione di vita destinata al granaio dei ricordi, si coglie l’anima di Gino Piva, il modello dell’autentica poesia polesana (“Vecia cità de la me vecia zente/con l’Adeseto che te taja in parte…”). Palmieri cerca il pretesto di ripercorrere le antiche strade, lungo la traccia delle ostarìe, che erano tante un tempo e portavano sull’insegna i nomi dei vecchi titolari (Caucio, Puci, Merlo, Guerino, Nane) o immagini di vita e di tradizione (“Il sole”, “Dal maressialo”). Una nota, presente nell’edizione del ’66, precisa che delle tante osterie citate, ne erano rimaste soltanto tre. Erano anche scomparsi i curiosi cartelli con i “piatti del giorno”, annunciati in dialetto, con i tratti a gesso o penna, e “l’Adigetto, ramo millenario dell’Adige” era sparito insieme con i suoi ponti.

    Una delle ultime osterie sopravvissute, racconta l’autore, si trovava “in mezo ai orti sul stradòn che mena al Camposanto”. Il poeta la ricorda con un filo di nostalgia, mescolando da par suo l’amore per i tanti che non ci sono più con il gusto della beffa proprio del “Remengo”, il personaggio nel quale spesso si cala, alternando visioni surreali a sentimenti di sincera umanità. I morti, s’immagina il Nostro, “i nostri morti”, “pantesando” (ansando), si schiodano dalla bara e riprendono a camminare, lievi, spettrali nella loro magrezza, poveri e spogli. “in cielo se capisse che no ‘i magna, gh’è miseria… in Paradiso” – ride beffardamente il poeta. Ma c’è un po’ di vino anche per loro, da Caucio. C’è tempo per tornare sottoterra (libera uscita da la busa).

    Questo affresco di umanità, con l’invito a bere ai “pòvari morti zali e scalcagnà” ricorda tanto il “Sogno su l’ara” di Livio Rizzi, dedicato alla “poara gente”, ai tanti “pòari grami” che il poeta dei fiori vuole alla sua mensa in campagna. Un “fil rouge” percorre la lirica dei tre grandi poeti polesani: la gioia di vivere, l’amore per la propria città e la propria gente, anche dopo la scomparsa. Il finale toglie il fiato: per i “morti rovigoti”, “ogi tripe”.

    Questa vena lirica, in parte ispirata dalla nostalgia e dall’attaccamento all’ambiente dell’adolescenza e della giovinezza, in parte animata da uno spirito beffardo e allegro che infonde vitalità e sangue ai versi, connota tante altre poesie dedicate alla natura polesana e agli amici.

    POLESINE

    El sèlese l’è un stagno de fumara. Tisi e pelagra. Avanti. Nu spuemo i polmoni. L’autuno ne intabara e ne incaena. Ostiando respiremo aria de fango. Soto la grondara se desfa i nidi. Nu se scavessemo. Le piere pianze un pianto de sisara, drento un sono de morte sprofondemo.

    O vilanassi, ma co brusa giugno e un’esplosion de spighe xe le biolche e i fiumi no scavala ne le rote, semo ancora nualtri e ghemo in pugno el mondo. Semo nu co’ pale e forche, imbriaghi de sole giorno e note.

    Il Polesine non è soltanto il mondo dei ricordi, del vissuto ardente e giocoso. E’ anche un ambiente di vita poco ospitale, sprofondato nella nebbia e nella palude.

    Qui Palmieri si cala nell’animo di uno dei tanti “vilanassi”, condannato a vivere in uno “stagno de fumara”. L’aria di palude aggrava il respiro e, intorno, il paesaggio autunnale è “un pianto de sisara”, (lacrime di brina), un’anticamera di morte. Ai suoi abitanti, non resta che aspettare giugno con la sua esplosione di spighe e l’illusione di sopravvivere felici alle periodiche inondazioni e alle carestie e miserie, contro le quali si lavora “imbriaghi de sole giorno e note”. Annota, l’autore, che “in questa mia terra…le nebbie son dense, le donne pallide e gli uomini magri”.

    SERA DE ROVIGO

    Una sera lontana de dicembre.

    El cinema scominzia a le dicioto (gh’è Tempeste d’amore con Soava Galone. Varda un monsignor del domo le figure a colori de l’afisc. Su le tori se giazza le cornacie. Quel che vende i maroni soto ‘l pòrtego del Municipio. I soldà che vien fora da la Caserma Apioti-scarpe lustre e mantelina (i xe in libera uscita). A do a do sul Ponte de la Roda torna i seminaristi in seminario (xe terminà la breve passeggiata de tut’i giorni). L’omnibus de piazza el porta a la stazion qualcun che deve ciapar la corsa-l’ultima-per Cioza. La Tomasina scherza co’ la trupa al Volton de San Bortolo. Campane. Pochi i ferali. Cielo nuvolà. Zuliato el ga in vetrina de le pue (xe in viagio la Befana) e de le giostre. L’omo dei pomi coti. Biciclete. Semo toseti, e che a sto mondo mora anca i toseti no credemo afato.

    Una sera lontana, qua in cità.

    La realtà di piccola e modesta città di provincia, quasi più un paesotto che un capoluogo, ha il fascino del mondo che non cambia, delle conversazioni confidenziali, delle facce note che traversano strade e piazze: il monsignore del Duomo, il venditore di maroni “soto el portego del Municipio”, i gruppi di soldati in libera uscita dalla Caserma “Appiotti”, i seminaristi in passeggiata sul Ponte della Roda, l’omnibus che porta alla stazione, le chiacchiere della Tomasina con la truppa al “Volton de San Bortolo, il suono delle campane, le vetrine con “le pue” (le bambole), il cielo con le nuvole, il venditore di pomi coti, le biciclette: un mondo che non muore.

    DISTANTE

    Mi che son un fiolo lontan, un porocan desperso, mi me ricordo de ti, Rovigheto, co la sera scominzia a infumegare la piera. No so dirte ‘l perché, ma la vose del to campanon mi no la sento che co riva le ombre. Eco: me trovo drento, co se fa scuro, l’odore dei to pòrteghi e ‘l sciale verdemacià de l’Adeseto. Devento ti, Rovigheto, devento la me cità.

    No i capisse che son un toco de cielo. No i vede che su le me spale ghe xe ‘l Castelo. Duri de suca, orbi de cuore. Gente, son un castelo che camina, ‘na vecia tore che se strassina.

    Putele, son ‘na piazza netà da l’aria de marzo. Marzo, spassin de la primavera. Son un balcon che se vèrze, un balcon che se sera.

    L’è proprio un bel fato. Me trovo drento, co’l giorno se stua, la Rovigheto del me tempo tosato. Me trovo drento, fola folò, un sentimento caldo de boio come le pinze de San Martin, le pinze sgionfe che no comprarò siben la voia la voia sia tanta-son sempre in boleta, son senza tacuin (ma l’anema dise: “No starghe a badare”; ma l’anema canta).

    No i capisse che son el silenzio d’un viale. Duri de suca, orbi de cuore. Gente, son la fumara. Morose, son la domenega sul ponte de la Boara.

    Co la sera scominzia a infumegare la piera, mi me ricordo de ti, Rovigheto, e dei orti de San Bortolo.

    Son l’Autuno che parecìa le roste per i povari morti.

    Lontano dalla città nella quale è cresciuto, il poeta ne avverte ancor più l’attaccamento affettuoso, la voce familiare, il colore grigio e fumoso, perfino gli odori e i suoni. “El porocan desperso” si sente tutt’uno con il mondo di allora, il “Castelo”, la gente, le torri, l’aria che dopo l’interminabile inverno riacquista la freschezza della primavera.

    Il ricordo, venato di nostalgia e, insieme, di immagini forti (“el silenzio d’un viale”, “i duri de suca e orbi de cuore” che non capiscono l’amore delle origini) fiorisce proprio quando la stagione declina nell’autunno che spoglia la natura. “Co la sera scominzia a infumegare la piera, mi me ricordo de ti, Rovigheto, e dei orti de San Bortolo.”

    VERSI A LIVIO

    Livio, le nostre cene con Giacomo con Aldo con tuta la tribù, magnade rovigote ne le gargate lustre de tecie e de ricordi, che fame la tribù, e po’ le cante alegre, le cante e le speranze, Guido che recitava “Je fait souvent ce reve”, o Livio che belezza la nostra gioventù.

    Al Ponte de la Roda s-ciumava l’Adeseto.

    Credèvimo credèvimo ancora ne la gente, ne impressionava ancora i citadini austeri, che smanegà de semplici, o Livio, la tribù, i cuori se fidava de Irma de l’Antonia de la Nori de l’Orsola, busiare maledete ma ostrega che tete, nessun se imaginava ‘na vita cussì aspra un mondo cussì torbio, o nostra gioventù. E Guido declamava co’ l’ere che raspava: “Je sais que tu es pauvre, tes robes sont modestes, mais tu es plus jolie que les autres…”.

    Livio, le nostre pagine de artisti principianti, le nostre fantasie burlà da le congiure de Marco de Venanzio de tuta la tribù, le to liriche in lengua, rèfoli de colore, le me comedie strambe per l’Albertina in fiore, a Boara su l’àrzare spetàvimo l’aurora, ne la chiete del “Lodi” parlàvimo parlàvimo le sere de fumara, cognac per la tribù, l’aprile de Rovigo soto ‘l cielo d’alora, le strade de Rovigo l’autuno de Rovigo e le tose le tose soto i cieli d’alora, o Livio che belezza la nostra gioventù.

    Questa rapida rassegna non può trascurare una lirica dedicata a Livio Rizzi, grande protagonista della stagione poetica polesana. Palmieri rievoca le cene in compagnia de “tuta la tribù” con “le cante alegre”, le recite, Guido (Consigli) che declamava versi di Verlaine e Jammes in lingua francese, le burla, le speranze, le poesie in Italiano dell’amico, il paesaggio animato rodigino (“le tose le tose/ soto i cieli d’alora”).

    Nel commentare il componimento scritto in memoria di Livio, scomparso a cinquantaquattro anni nel 1960, l’autore cita i due libri di versi in Lingua pubblicati prima di esordire come poeta dialettale: “Cantate” (Bologna 1924) e “L’arca delle malinconie” (Bologna 1927), coeve delle prime commedie scritte dal Nostro e rappresentate dalla compagnia di Albertina Bianchini, nel clima febbrile delle conversazioni letterarie al Caffè Lodi.

    EL MATO PALMIERI

    Eco el tipo. Mi son un ignorante un porocan che scrive cuore col q. Me piase i lumi co’ l’acetilene, i tosati che ciapa cinque più, la note racolante drento ‘l fosso, l’albeso dei boari sui fenili, el sol de giugno incamisà de rosso, le stele dei bengala che se perde, come pulsini, tra l’erba dei grili.

    Braghesse taconà, scarsele vode, ‘na scaveiara in lota col barbiere, me piase i nidi rampegà a le tori, marzo dal vento su le vecie piere, le femene spavalde sora i ponti. Le armoniche me piase e le furlane, le romanele de l’april fiorito, i comarò che lava ne le altane, le panocie che insieme scartossemo, omeni e done, sul sèlese grando, el vin novo novente che bevemo in-te-le suche. Me vado sognando a oci verti la felicità. La gente dise: “Mato da ligare, pericoloso per la società”. Mi me ne impipo. Son un ignorante, un porocan che scrive cuor col q, e i me sogni me comoda, sti sogni impastissà da la me gioventù, queste fole folò nate de marzo, marzo dal vento, queste fantasie de àlbori e de fiumi. L’è descalzo el me verso vilan. Le strambarie le salta in cima ai piopi, le se ròdola su le golene, le fa da corteo a l’aprile fiorito… Gh’è ‘na lodola, nel me destin leziero, gh’è ‘na lodola imbriaga de cielo sfogonà. Dise la gente: “Mato d’un Palmieri, pericoloso a la comunità”.

    Che i se rangia, mi bado a la putela. O nuvola remenga sul Stradon, penso ai làvari de la me morosa, quei làvari che mòrsego ogni sera co’ la me fame, o nuvola de rosa. Al scuro mi e la Nina se godemo. Rente un muro pitoco e in mezo al verde lucido d’un campeto se brinchemo, e lassa pure che i me ciama mato brigante vagabondo desparà, i xe rabiosi perché son beato e la vita me canto a cuor sbrego.

    Quando Palmieri, nell’“Avvertenza dell’autore”, accenna a certo “ardore plebeo” e “western di sobborgo in brendoli” dei suoi testi, ci viene spontaneo ricollegare l’espressione ai tipi che mette in scena, con un gusto teatrale che già prefigura la sua straordinaria passione per le scene, i personaggi che si muovono sul palco, le quinte paesane e certa vitalità insieme popolare e canagliesca.

    “El mato Palmieri” rende esplicita l’identificazione dell’autore con il tipo, una sorta di mattoide ignorante, sbrindellato, sempre a caccia di avventure, simile per certi versi a un “ruzante” pavano smargiasso e vigliacco, o anche al “Iazinto” del canto popolare in dialetto pavano, che fa la sua dichiarazione d’amore all’Anzoèta, col garofano rosso all’occhiello della giacca stracciona. (Xe qua Iazinto co’ el gaiofo in tèa tàcola del paetò…”). Diversamente da loro, “el mato Palmieri” rivendica la sua libertà e la sua scelta di vita, il proprio aspetto scapigliato e strambo, la passione per le “femene spavalde sora i ponti”, la gioia di sognare senza darsi pena dei commenti della gente. “…mi son un ignorante/un porocan che scrive cuor col q./…braghèsse taconà, scarsele vode,/ ’na scaveiara in lota col barbiere…” (fra i vari epiteti, figurava anche quello di “schincapène” nella versione originale: una sorta di autoirisione che rimarca la distanza dalle regole).

    El mato si guarda fiero allo specchio, ama le donne, la musica, il ballo, corre a perdifiato per la campagna, non si cura delle dicerie altrui (“La gente dise: mato da ligare,/ pericoloso per la società./ Mi me ne impipo…”/): un “brigante vagabondo desparà”, dicono gli altri. “i xe rabiosi perché son beato” -risponde lui- “e la vita me canto a cuor sbrego”.

    L’ultima cosa che conta è riferire questi versi alla vita reale dell’autore, che ha sì interrotto gli studi di scuola superiore, ma solo perché annoiato della loro astrattezza, lontani com’erano dalla vita vissuta. La sua attenzione e il suo interesse erano invece rivolti al Teatro, alla scrittura giornalistica e, lungo una intensa parentesi lirica, alla poesia in dialetto.

    Proprio questa vena teatrale si esprime nella figura del “mato Palmieri” e in quella, più canagliesca e sregolata, del “Remengo”.

    “Cavabrage e spacamusi/ copaoche e magnarane/ sgnacabasi e stropabusi,/ son Remengo, e che i se ciava…”

    In un’altra lirica affine, “La banda”, l’autore annota che nella Rovigo della sua adolescenza vi erano strade, diremmo oggi, degradate e malfamate – Via delle Fosse per es. – nelle quali crescevano, prepotenti e irriverenti, ragazzi poco raccomandabili, dei “remenghi”.

    Nonostante lo spunto realistico, la sostanza è la beffa, perché anche questi fanno parte del cast teatrale di “Rovigheto”, la piccola comunità nella quale recitano la parte di lazzaroni nemici della pulizia (“L’aqua ciara ne fa senso”), e temerari (“El demonio ne fa spira”). I soprannomi stessi hanno un’ispirazione teatrale, sono inventati da Palmieri. Nella già citata “Avvertenza” l’autore dice testualmente: “…Apparvi con la “mala”, una giovane “mala” di paese tra vera e inventata”.

    Note conclusive

    La diversità di accenti dei versi riportati – che da un lato seguono la via maestra della rievocazione di un mondo insieme lontano e vicino, dall’altro si incarnano nei tipi del “mato Palmieri” e del “Remengo” – non inganni: protagonista è sempre la “verve” di un autore che usa sapientemente registri diversi, l’abbandono alle memorie e il repertorio della commedia dell’arte, come suggerisce G. A. Cibotto nell’introduzione all’ultima edizione delle poesie. Di qui vengono i tipi e i personaggi spacconi, cui Palmieri presta battute e immagini accomodate alla piccola realtà provinciale.

    Quanto al debito contratto dal Nostro con Gino Piva, riconosciuto maestro di poesia polesana, l’ammissione è sincera: “…senza fingere d’ignorare il debito che mi lega alle Cante d’Adese e Po di Gino Piva, credo di poter asserire d’aver dato alla poesia dialettale un mio sentimento in un mio paesaggio”. Parole confermate da un passo successivo dell’Avvertenza che così recita: “…al dialetto rodigino o rovigotto di Gino Piva e al dialetto con aperture rustiche del Dizionario italo-polesano di Pio Mazzucchi, devo arcaismi sapidi… un puntuale contributo al glossario (l’ho accresciuto) …Mazzucchi e Piva, cari, e indimenticabili maestri…”.

  • In ricordo di Umberto Maddalena

    In ricordo di Umberto Maddalena

    “Oggi ricordiamo i fatti perché tutti possano capire il valore che uomini come Umberto Maddalena hanno saputo aggiungere al prestigio civile e soprattutto economico dell’Italia. La loro tenacia, la indiscussa preparazione tecnica, il senso del dovere, seppero indirizzare l’industria aereonautica nazionale verso traguardi ritenuti allora inimmaginabili.”

    La tragedia dell’aereo pilotato dal comandante Maddalena, il 19 marzo 1931, è rimasta più d’ogni altra nel cuore dei cittadini di Bottrighe e del Polesine. Lo scoppio fatale infatti, non consentì nemmeno di raccogliere un lembo del suo corpo (venne appena salvata la divisa sgualcita ndr). Del resto quelli erano tempi in cui gli attentati facevano spesso da sfondo alla politica”. E’ questo uno dei passi più significati della relazione pronunciata dallo storico Aldo Rondina durante la commemorazione dell’epica impresa compiuta dal pilota Umberto Maddalena. Bottrighe ha reso così omaggio al suo indimenticabile eroe.

    Grande la partecipazione di pubblico per la cerimonia di commemorazione in occasione del 90° anniversario della scoperta sulla banchisa polare della “Tenda Rossa” dei superstiti del dirigibile “Italia”. Un’impresa eccezionale portata a compimento da Umberto Maddalena, che il 20 giugno 1928, sganciò per primo viveri e medicinali dal suo veivolo, assicurando la sopravvivenza dei sopravissuti all’impatto col ghiaccio polare. Celebrata altresì la ricorrenza per l’87° anniversario dalla scomparsa dell’illustre concittadino, medaglia d’oro al valore aeronautico.

    Nato a Bottrighe il 14 dicembre 1894, Umberto Maddalena fu uno dei più grandi trasvolatori del secolo e l'ufficiale più decorato d'Italia con una serie di riconoscimenti tanto consistenti che lo portarono ad essere definito uno dei più grandi aviatori del mondo.

    La manifestazione è stata organizzata dall’associazione memoriale “Tenente Colonnello Umberto Maddalena” – che si occupa di costituire un museo a Bottrighe dedicato all’eroe – presideduta da Gilberto Maddalena, cugino dell’aviatore.

    Presenti il vice Prefetto Carmine Fruncillo, commissario altresì del comune di Adria con il dottor Antonio Moretto comandante della Polizia Locale e numerose rappresentanze, tra sindaci e assessori, dei comuni di Pettorazza Grimani, Corbola, Villanova Marchesana, Gavello, Ariano Polesine, Taglio di Po, Porto Viro e Rosolina. Altresì numerose le personalità militari con il capitano Rolando Giusti comandante della Compagnia Carabinieri di Adria, così anche le associazioni militari, combattentistiche e d’Arma. Onorata presenza anche di ufficiali e sottufficiali originari di Bottrighe, tra cui la dottoressa Rossella Canato questore vicario a Ferrara, il Tenente Colonnello Luigi Spenga del comando provinciale dell’Arma dei Carabinieri di Genova, il Maggiore Michele Ferri dell’Esercito Italiano, l’ingegnere Marco Secchieri Sotto Tenente di Vascello a La Spezia ed il Brigadiere Capo Matteo Domeneghetti della Stazione Carabinieri di Lendinara. Il cerimoniere Matteo Sacchetto dell’Associazione Nazionale Alpini ha coordinato lo svolgersi della manifestazione iniziata con gli onori al monumento dei caduti.

    Di seguito la santa messa nella chiesa di San Francesco d’Assisi e di Paola, concelebrata dal parroco don Massimo Barison e dal precedente parroco monsignor Antonio Cappato. La liturgia è stata sottolineata dai canti del locale coro femminile “Plinius” diretto da Antonella Pavan con la pregevole presenza e accompagnamento all’organo di Bepi De Marzi, compositore internazionale, che ha dedicato a Maddalena un’aria di Vivaldi eseguita all’organo ed ha composto il brano “Cercando la luce” dedicato a Bottrighe per “Maddalena aviatore”, che il Plinius ha magistralmente eseguito in anteprima nazionale al termine della cerimonia. Ma anche il “Signore delle cime” brano che ha reso celebre il compositore in tutto il mondo e che gli è valso recentemente il riconoscimento di commendatore della Repubblica.

    L’omaggio floreale al monumento marmoreo dedicato a Maddalena si poi svolto con l’arrivo a sorpresa sul cielo di tre velivoli dell’Avioclub di Sant’Apollinare che hanno sorvolato più volte la piazza tra gli scroscianti applausi dei presenti. In sala polivalente “Loris Cominato”, sono seguiti i saluti delle autorità e la commemorazione ufficiale con momenti assai commoventi sulla vita e le imprese del grandioso aviatore.

    Il presidente dell’associazione, Gilberto Maddalena, ha omaggiato con targhe ricordo tutte le autorità presenti. A conclusione della mattinata, l’interessante visita alla scuola materna paritaria “Umberto Maddalena” di via Dante Alighieri di cui ricorre il 90° anniversario di inaugurazione avvenuto il 26 agosto 1928.

  • Issicratea Monti (1563-1584)

    Issicratea Monti (1563-1584)

    Come ricorderanno i nostri affezionati lettori, nel precedente numero ci siamo occupati di Lucrezia Gonzaga, grande appassionata di letteratura, tanto da divenire ideatrice e animatrice di uno dei circoli culturali più importanti del nostro Rinascimento: l’Accademia dei Pastori frattegiani a Fratta Polesine.

    Ma il quadro dell’importante ruolo che rivestirono le donne nel mondo culturale polesano durante il XVI secolo non sarebbe completo se non rievocassimo anche la figura di Issicratea Monti, dotata di precoci abilità letterarie e profonda erudizione, che fu particolarmente apprezzata al suo tempo, tanto da essere contesa dalle maggiori accademie venete, autrice di epistole a dogi e all’imperatrice d’Austria.

    Due donne molto diverse – una, mecenate ed ambasciatrice delle lettere; l’altra, valente letterata accademica – che, attraverso le loro opere, oltre a documentarci sul vivace ed attivo clima culturale del nostro Polesine nel 1500, ci restituiscono due spaccati umani di vita muliebre del tempo. Una conferma, inoltre, del forte protagonismo letterario femminile, che iniziò ad affermarsi proprio in epoca umanistico-rinascimentale, nonostante i forti pregiudizi delle ideologie maschili dominanti, cui, a partire dalla seconda metà del XVI secolo, si aggiunse anche la reazione controriformista della Chiesa di Roma.

    Solo in tempi recenti è stata avviata una rivalutazione di figure come Vittoria Colonna, Olimpia Morata, Giulia Gonzaga e tante altre, tra le quali entrano a far parte di diritto le nostre Issicratea Monti e Lucrezia Gonzaga.

    Issicratea Monti, sfortunata ragazza prodigio, visse solo vent’anni (come la Silvia leopardiana) venendo alla luce a Rovigo nel 1563 da Giovanni, appartenente a un ramo di una famiglia vicentina insediatasi in Polesine agli inizi del XVI secolo, la cui dicitura non è chiara (Monti o Monte o da/de Monte), e da una Ricchieri, della quale non si hanno notizie più precise, se non che si era trasferita in Polesine dall’originaria Vicenza.

    Il padre Giovanni era un uomo dotto, grammatico e appassionato di poesia, in contatto con i circoli culturali veneti; la madre era della nobile famiglia Richiero, discendente dal celebre Ludovico Ricchieri, detto Celio Rodigino, di cui si è ipotizzato Issicratea fosse nipote.

    Pur non avendo notizie della sua prima formazione, appare credibile che la nobile fanciulla sia stata avviata agli studi, forse presso un convento della città natia, come costumava per i rampolli delle famiglie altolocate. Poi, in considerazione delle doti dimostrate, la sua istruzione sarebbe stata perfezionata dal padre, potendo inoltre forse fruire della guida di Antonio Riccoboni, attivo a Rovigo come insegnante di retorica almeno fino al 1574 (quando gli fu conferito l’incarico all’Università di Padova).

    Diverse testimonianze dell’epoca, tra cui il Groto, noto come “il cieco di Adria”, che poi diventerà il suo maestro e consigliere, ne attestano la vivace intelligenza ed il talento precoce. Al punto che Issicratea iniziò, ancora adolescente, a comporre i suoi primi scritti di poesia e di oratoria, che, diffusi dalla stampa, erano già molto apprezzati.

    A soli 14 anni, nel 1577, la Monti scrisse in volgare un’orazione per il doge Sebastiano Venier, per complimentarsi a seguito della sua elezione nella massima carica della Serenissima e quindi anche di Rovigo. Il breve sermone, che dimostra già un diligente e disciplinato rispetto delle regole oratorie, fu dato alle stampe da Domenico e Giovan Battista Guerra e dovette attirare l’attenzione sulla giovane letterata. Pertanto l’anno successivo fu prescelta per recitare al doge una seconda orazione al doge Sebastiano Venier, andata a stampa nei primi mesi del 1578, sempre nella tipografia veneziana dei fratelli Guerra.

    Nel componimento sono celebrate la famiglia del doge e le gesta gloriose della battaglia di Lepanto, nel corso della quale Venier aveva svolto un ruolo decisivo e costruito la sua fama. Il dettato, lineare e semplice, è impreziosito da citazioni poetiche tratte dai Trionfi di Petrarca e dall’Orlando furioso.

    Nello stesso anno Issicratea Monti compose una terza orazione, questa volta per il doge Niccolò da Ponte, succeduto al Venier l’11 marzo 1578, dedicata a Marina Gussoni, moglie del suo omonimo nipote, “studiosa, amica e protettrice delle persone virtuose”.

    Negli anni successivi, a partire dal 1580, la famiglia Monti si trasferì a Padova, nel quartiere di S. Prosdocimo. Qui Issicratea fu accolta ben presto nei cenacoli cittadini e nei diversi consorzi accademici, allacciando anche rapporti con il vivace mondo culturale della vicina Vicenza. Interessante la sua attività di intermediaria con gli intellettuali vicentini e padovani e i circoli letterari rodigini, soprattutto con il Groto, col quale mantenne una fitta e costante corrispondenza. Il tutto senza trascurare i suoi studi classici, grazie anche alla guida del ritrovato Antonio Riccoboni, che le fecero conseguire anche l’alloro all’università di Padova, fino ad essere fregiata del titolo di dottoressa, tra le prime in Italia.

    Intanto, mentre Padova e Vicenza se la contendevano, Issicratea entrava a soli 17 anni, prima donna, a far parte della neonata Accademia dei Concordi (1580). Quando poi, nel 1581, l’imperatrice Maria d’Austria, figlia di Carlo X e vedova dell’imperatore Massimiliano II, passò per i domini di Venezia, fu affidato proprio alla giovane erudita rodigina l’incarico di pronunciare un’orazione all’imperatrice (la sua quarta) ad appena diciotto anni.

    Un percorso nell’ambito culturale che sembrava dischiudere le porte a nuovi interessanti orizzonti, ma la vita doveva riservare ad Issicratea un tragico destino: fallito il progetto di matrimonio con il rodigino Luigi Mainente, tra il 1582 e il 1583 – pare per una questione di dote che la famiglia di Issicratea non era in grado di assicurare – la giovane, forse fu colta dalla depressione. Sfiorì celermente, spegnendosi dopo una breve malattia a soli 21 anni nella città natia, nel 1584. Fu sepolta nella chiesa di S. Francesco, ma della sua tomba nel tempo si sono perse le tracce ed anche il ricordo è illanguidito.

    Doveroso allora rinverdire la memoria di una letterata illustre, che ai suoi tempi fu apprezzata per la sua vasta erudizione, particolarmente ammirevole in considerazione della giovanissima età in cui espresse il suo talento di donna colta ed intelligente nel corso dell’eccezionale secolo in cui in Italia fiorì il Rinascimento.

  • Il castagnaccio ovvero la “mistoca”

    Il castagnaccio ovvero la “mistoca”

    E’ una tradizione che si perde nella notte dei tempi, quella del castagnaccio che, grazie ad Andrea Doria e alla moglie Ketty di Corbola, ogni anno rivive per un mese o poco più, consentendo a giovani e meno giovani di assaporare un gusto che sa di tempi lontani.

    In effetti ogni anno, con l’arrivo dell’autunno e fino a metà Novembre, Andrea e Ketty si posizionano nel parcheggio davanti all’ingresso principale del Centro Commerciale “Il Porto” di Adria dove da 25 anni cucinano al momento la “mistoca”. Per gli adriesi si chiama “bistoca”, per i clienti che arrivano da Rovigo “papazon” o “patona” e per i chioggiotti “fistoca”.

    E’ un ‘arte che Andrea ha appreso dalla mamma Gabriella: un dolce che lei preparava fin dal 1936 in occasione della festa di San Martino, l’11 novembre. Al tempo non c’erano tutti i dolciumi di adesso e quindi si aspettava con ansia S. Martino per gustare caldarroste e mistoca.

    Ma come si prepara la mistoca? Con farina di castagne e acqua. Quindi sembra una cosa semplice; in realtà bisogna conoscere bene come dosare e miscelare gli ingredienti. La nostra del Polesine ha forma rotonda, come una piadina, ed è abbastanza sottile; quella che si fa sul ferrarese invece è più spessa ed ha la forma di rombo (aquilone).

    Andrea ricorda che quando era un bambino accompagnava i genitori tutte le domeniche di Ottobre e Novembre, a Bellombra che era allora un paese molto popoloso: all’uscita dalla S. Messa tutti si fermavano, chi per un cartoccio di caldarroste chi per una mistoca!

    Un tempo era molto apprezzata anche “la mariana” un dolce ormai scomparso, anche per i tempi lunghi di preparazione e cottura. Servivano farina di castagne, fichi secchi, uvetta, pinoli: si impastava questa ciambella molto soda e poi appoggiata su due legni piatti uniti in croce dai quali partiva un filo (spago) attraverso il foro centrale che serviva per cuocere la torta in sospensione in una pentola d’acqua.

    Con la farina di castagne si facevano, soprattutto in Carnevale, i “tamplun”: frittelle con uvetta, aroma al gusto di rum, latte, poco zucchero e una puntina di lievito che li faceva crescere, mentre friggevano, belli, gonfi e rotondi!

    Un’altra specialità è una torta fatta con uvetta, pinoli, latte, acqua zucchero e pochissimo olio. Deve essere alta non più di due centimetri e infornata a 180° per mezz’ora. Non deve lievitare e quando è pronta “deve crepare” cioè rompersi.

    Per cuocere la mistoca ora ci si serve di una piastra riscaldata con bombola a gas, ma non sono poi così lontani i tempi in cui si preparava il fuoco con legna, cassette, carbon dolce e, quando il fuoco era pronto, si cuocevano le caldarroste o la mistoca, spandendo nell’aria quel profumo inconfondibile di… Autunno!

    I gusti delle persone sono andati via via modificandosi e molti ragazzi non sanno nemmeno dell’esistenza di questi prodotti. Per comprendere il cambiamento basti dire che qualche anno fa ai Doria servivano 10 quintali di farina di castagne in una stagione; quest’anno sono stati sufficienti 2 quintali, ma Andrea e Ketty non demordono e anche il prossimo autunno li troveremo davanti al “Porto”con le loro specialità.

  • Le “Case del soldato” 1915-1919

    Le “Case del soldato” 1915-1919

    Nei tre anni di commemorazioni per il Centenario della Prima Guerra Mondiale, anche nella nostra provincia molte sono state le iniziative per ricordare quel periodo e quella vittoria. Ma un aspetto è stato poco evidenziato: quanto venne fatto ed organizzato dalle Case del Soldato Polesane per assistere ed aiutare le famiglie dei militari al fronte, gli orfani, i prigionieri internati tra Austria, Germania e Ungheria. Una storia anche questa da non dimenticare, che vide l’impegno ed il coinvolgimento di non pochi volontari.

    Nella Provincia di Rovigo vennero dunque aperti due Segretariati del Soldato (Rovigo e la Sezione di Badia Polesine) con le Case del Soldato, gli Uffici per le Notizie alle Famiglie, le Leghe delle famiglie, l’accoglienza per gli orfani. Una organizzazione realizzata da persone di buona volontà, tra le quali Battista Soffiantini che operò in prima linea in tutte e due le organizzazioni.

    Il Segretariato del Soldato di Rovigo

    Allo scoppio della prima guerra mondiale furono i cattolici per primi ad attivarsi per aiutare le famiglie, i soldati, gli orfani. L’istituzione del Segretariato del Soldato a Rovigo avvenne il 5 giugno 1915, solo dodici giorni dopo la dichiarazione di guerra all’Austria. Lo scopo era di “agevolare la trasmissione delle lettere, dei vaglia, dei pacchi postali ecc. fra i soldati e i loro cari”.

    Sin dall’inizio delle ostilità iniziarono ad arrivare a Rovigo, da tutta la provincia, persone che chiedevano informazioni e delucidazioni sui provvedimenti diffusi dalle istituzioni per la corrispondenza con i militari al fronte. Tutti i giorni venivano affidate alla sede del Segretariato cittadino centinaia di lettere, pacchi, cartoline, vaglia, raccomandate perché venissero inoltrati nelle varie aree di guerra. Dobbiamo pensare che allora partivano per la guerra mariti e figli, e nulla o quasi si sapeva di loro per tempi che apparivano interminabili.

    Venne pertanto organizzato un intenso sistema informativo con corrispondenti al fronte, Cappellani militari, depositi dei Reggimenti e col Segretariato di Udine. Si usavano diverse tipologie di cartoline-risposta appositamente predisposte.

    Nei primi undici mesi di attività del Segretariato di Rovigo vennero gestite migliaia, tra cartoline, lettere, espressi, raccomandate, telegrammi; più di cinquecento vaglia e assicurate per un valore di oltre 9.000 Lire; circa 1.600 pacchi per i soldati al fronte e quasi trecento per i prigionieri di guerra.

    Il Segretariato si occupava anche delle istanze per l’anticipo della pensione di guerra o il sussidio governativo; si attivava inoltre per far accogliere in istituti pii i bambini dei richiamati alle armi, o per iscriverli alla scuola ricreatorio istituita dal Vescovo Anselmo Rizzi.

    Pacchi per i prigionieri

    L’attività principale del Segretariato era di seguire i combattenti e le loro famiglie ma al tempo stesso di impegnarsi per i prigionieri. Per quest’ultimi venne data priorità ai pacchi indirizzati loro dalle famiglie. Anche gli abbonamenti del pane biscotto venivano seguiti con la massima sollecitudine. La preparazione era complessa perché arrivavano i familiari con cesti contenenti di tutto, ma i generi consentiti dalla circolare della Croce Rossa erano solamente: pane, farina, riso, lardo, pasta, formaggio, cioccolata, tabacco, sigari.

    Con l’avvicinarsi del primo inverno di guerra vennero attivate una serie di iniziative per aiutare i combattenti con indumenti di lana, ma anche con un’idea geniale, molto utile ed apprezzata viste le condizioni al fronte: gli scaldarancio. Si trattava di dischetti di carta imbevuta di paraffina, cera o sego utilizzati dai soldati per scaldare in pochi minuti il gavettino col rancio. In trincea non si potevano accendere fuochi o fare fumo e questi dischetti di carta, per l’alta infiammabilità della paraffina, bruciavano anche se umidi e producevano calore con una fiamma superficiale pressoché invisibile. Ne vennero fabbricati milioni di pezzi, artigianalmente, dai vari Comitati Italiani, ma anche da aziende che ne facevano commercio. I soldati infatti ne chiedevano in continuazione.

    Il Segretariato del Soldato di Badia Polesine

    Quanto finora descritto era stato organizzato a Rovigo e in molte altre città d’Italia, ma si attuò anche a Badia Polesine.

    Verso la fine del 1915 era giunto nella città della Vangadizza Battista Soffiantini, inviatovi dal Vescovo Rizzi per realizzare l’opera pia voluta da Giusto Caenazzo, un istituto per orfani. Soffiantini, impossibilitato proprio dagli eventi bellici a far decollare l’istituto, si attivò immediatamente e, forte dell’esperienza maturata nel Segretariato di Rovigo, attuò un’analoga organizzazione a Badia.

    Questa fu l’unica Sezione del Segretariato del Soldato di Rovigo in tutta la provincia. Negli altri 52 comuni vi erano solo dei corrispondenti.

    Il 1 gennaio 1916 riuscì a costituire Il Segretariato del Soldato, con annessa Sottosezione dell’Ufficio Notizie alle famiglie dei militari di terra e di mare, e Ufficio d’assistenza legale per le famiglie povere dei richiamati alle armi.

    Istituì anche la “Casa del Soldato” di Badia, che divenne un punto di riferimento per i militari in ritirata. I locali del Segretariato e delle altre opere divennero frequentatissimi, non solo da soldati ma anche da profughi.

    I cittadini, rispondendo all’appello patriottico offrivano giornalmente pane, latte, frutta, vino, cioccolata.

    Il Segretariato di Badia gestì migliaia di lettere, cartoline pacchi, abbonamenti del pane, diede assistenza a 215 prigionieri, gestì gli orfani e le famiglie dei militari. Una mole di lavoro che valse al Soffiantini nel 1919 la nomina a Cavaliere della Corona, per decreto del Re.

    Il 3 novembre 1918 termina la prima guerra mondiale. L’Austria si arrende e il 4 novembre viene proclamata la vittoria, ma per i nostri soldati non è ancora tutto finito.

    La nazione esulta, l’Italia ristabilisce i suoi confini naturali, Istria inclusa, ma molti nostri prigionieri non vennero rilasciati immediatamente e le attività dei Segretariati continuarono per buona parte del 1919. La priorità assoluta rimaneva però ancora l’assistenza agli orfani, che in provincia di Rovigo risultavano essere circa quattromila.

    Soffiantini operò incessantemente per affrontare e gestire questa delicatissima situazione sia come cittadino sia come responsabile dell’Istituto Caenazzo, che proprio nel 1919 iniziò ad accogliere i primi orfani che avrebbero frequentato le scuole interne fino ai 18 anni. Il programma prevedeva che lasciassero la scuola dopo aver imparato un mestiere (Sarti, Fabbri o Falegnami). La storia completa di tutte queste attività è stata pubblicata recentemente in un libro ricco di documentazione dal titolo “La Prima Guerra Mondiale… a Casa, le Case del Soldato Polesane, Giusto Caenazzo e Battista Soffiantini”.

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