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  • Il Risorgimento negli anni duemila

    Il Risorgimento negli anni duemila

    E’ rinato, con entusiasmo, il Comitato provinciale polesano per la Storia del Risorgimento, dopo un periodo di inerzia e di scioglimento registrato alla fine degli anni novanta del novecento. L’azione riformatrice ed energica del commissario straordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Francesco Paolo Tronca, nominato dalla sede centrale di Roma in tale ruolo sul finire del 2017, ha posto le basi per una rivitalizzazione dei comitati provinciali.

    Di qui la ricostituzione anche di quello polesano, forte di una quarantina di adesioni – il maggior numero in Italia – con sede presso il piccolo ma ambizioso Museo Risorgimento Polesano di Lendinara, e costituito da storici, ricercatori, cultori di storia patria, che certo non mancano perfino nelle più remote lande del nostro Polesine.

    Molto fitta si presenta la programmazione di eventi e di progetti che spaziano dall’organizzazione di convegni e tavole rotonde, mostre e quant’altro utile alla valorizzazione e alla conoscenza della nostra storia, con un occhio di riguardo al mondo della Scuola. Si stanno mettendo a punto momenti di approfondimento e di dibattito intorno a personaggi, fatti, luoghi del Risorgimento in Polesine o con protagonisti polesani, e tra questi un momento importante sarà in autunno il convegno a Fratta Polesine, promosso da quel Comune, per il bicentenario della scoperta della prima cospirazione carbonica nell’alta Italia, in quella villa Molin, oggi Avezzù, dove ebbe luogo il celebre e “dannato” banchetto dell’11 novembre 1818, che portò poco dopo all’arresto di tanti carbonari non solo polesani.

    Ma già in aprile si è tenuto il primo importante evento del 2018, legato in qualche modo ad un altro degli aspetti a lungo trascurati nella terra tra i due grandi fiumi, il turismo, che purtroppo ha metodicamente trascurato luoghi, monumenti e aspetti storici che pur costellano il nostro territorio, grazie alla presenza tra il 1848 e il 1866 di migliaia di volontari, garibaldini, cacciatori della Alpi, ma anche di un forte dibattito politico.

    Venerdì 23 marzo presso il Museo del Risorgimento di Lendinara, alla presenza dell’ambasciatore Gabriele Checchia, delegato del Commissario Tronca, si è tenuta la prima presentazione al pubblico di Itinerari 1866 – Luoghi eventi e protagonisti del Risorgimento nelle province di Belluno, Padova, Rovigo, Venezia, Vicenza e Treviso, una collana di quattro inedite e preziose guide storico-turistiche ideate dall’Istituto Veneziano per la Storia della Resistenza e della Società contemporanea in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’unione del Veneto al Regno d’Italia, quel momento che prese avvio proprio in Polesine il 10 luglio 1866 con la liberazione di Rovigo, il primo capoluogo di provincia abbandonato dagli austriaci in ritirata.

    Si è trattato di un vero e proprio evento editoriale per una regione, la nostra, che pareva aver rimosso tanta parte della propria identità e della propria storia in nome di una propaganda tutta tesa a esaltare l’antica Repubblica veneta, presa antistoricamente a emblema dell’autonomia nazionale contro la soggezione “straniera”, ma dimentica del ruolo dei tanti – spesso giovanissimi – protagonisti VENETI delle battaglie risorgimentali, e dimentica che quei volontari tali erano e non coscritti, uomini – e con loro tante donne – pronti a morire per una patria di cui spesso non sapevano neppure scrivere il nome sulla carta, ma che portarono in punta di baionetta dai campi di battaglia di Vicenza a quelli di Treviso, da Venezia a Roma, da Mentana all’Aspromonte.

    Scorrendo le pagine degli Itinerari, dense di nomi, di immagini, di eventi, si riscopre un mondo dimenticato, si riscoprono piccoli e grandi eventi, un puzzle fatto di tessere minute quanto preziose che è sotto gli occhi di tutti spesso, sui muri delle case, nei ruderi delle campagne, nelle memorie familiari. E si riscoprono figure femminili, quelle che la storiografia spesso e volentieri dimentica in nome di una storia declinata esclusivamente al maschile, ma che ebbero un ruolo spesso fondamentale per la formazione della Nazione. Come quelle centinaia di donne lendinaresi che il giorno del plebiscito, il 22 ottobre 1866, scrissero a Sua Maestà il Re d’Italia, chiedendogli giustizia, rivendicando il diritto di voto che avevano perduto con l’annessione e dichiarando con inaudito coraggio che tutte avevano votato ugualmente, pur conscie che il loro voto sarebbe stato gettato alle ortiche.

    Ma non solo gli Itinerari figuravano sui tavoli ai bordi del salone d’onore del Palazzo Boldrin, poiché vi erano decine di volumi dedicati negli ultimi 20 anni in Polesine al nostro Risorgimento, segno di una vitalità e di una continuità di ricerca che non si è mai interrotta da una parte all’altra della nostra provincia. Tra questi spiccava un altro lavoro edito nel 2017, il bel volume pubblicato dall’Associazione polesana della Stampa dal titolo X luglio 1866 l’Italia chiamò – Rovigo e il Veneto nel Regno d’Italia, curato da Maurizio Romanato e con saggi e immagini di notevole interesse storico e documentario.

    L’11 maggio, con il patrocinio del Comitato polesano, la Fondazione Scolastica Carlo Bocchi ha presentato, per i tipi dell’Apogeo, 1866 Adria e il Polesine nel 150° anniversario del Veneto italiano, atti di un importante convegno tenutosi ad Adria il 7 dicembre 2016, denso di saggi, una dozzina, che spaziano dal Risorgimento adriese (e da uno dei suoi grandi protagonisti, don Costante Businaro, straordinaria figura di parroco e patriota, cui Paolo Bononi nel 2015 ha dedicato un’importante monografia) al contesto storico in cui si dipana la lotta risorgimentale e subito dopo la lotta politica postunitaria ad Adria e in Polesine.

    E ancora un’altra iniziativa di grande interesse del Comitato di Rovigo martedì 22 maggio a Lendinara con una tavola rotonda dal titolo “ I Musei del Risorgimento nel secolo XXI”, presieduta dallo stesso Commissario straordinario dell’Istituto per la Storia del Risorgimento Italiano, Tronca, il primo di una serie di occasioni in cui confrontarsi sulle prospettive dei nostri Musei oggi, sul loro rapporto con il mondo scolastico, con quello del collezionismo, con il turismo e i media.

    Al tavolo delegati di Comitati e Musei del Risorgimento veneti ed emiliano-romagnoli rappresentativi delle rispettive realtà, alcune talora statiche, altre attivissime, un’occasione unica per scambiare anche col pubblico idee e progetti per un rilancio su scala nazionale e locale. Al tavolo si sono avvicendati oltre allo scrivente delegati e rappresentanti dei Comitati di Ferrara, Venezia e Padova, responsabili di Musei, da quello di Ravenna, a quello padovano, dalla straordinaria realtà del Museo del Risorgimento e della Resistenza di Vicenza alla piccola ma prestigiosa e in crescita realtà di Lendinara.

  • Oltre il racconto

    Oltre il racconto

    Una porta socchiusa, dalla quale poter osservare gli adolescenti nel loro mondo. Così mi si è presentata davanti agli occhi la massa degli elaborati presentati dagli studenti di alcune scuole polesane al concorso letterario ideato dalla Fondazione Banca del Monte di Rovigo che mi aveva fatto l’onore di invitarmi in giuria. Ho quindi chiesto di poter studiare quegli elaborati non dal punto di vista del bello o del brutto, ma dello stile e dei contenuti. Ne è venuta fuori una ricerca sui giovani nati nel XXI secolo, a base statistica, di cui rendo conto in queste pagine¹. Il campione è limitato, l’area in cui si è svolta l’iniziativa pure, la mia visuale personale, la mia esperienza in campo letterario relativa, ma ritengo che qualcosa d’interessante, su cui riflettere, ci sia.

    Innanzitutto il soggetto. Quale tecnica narrativa viene adottata dalle ragazze e dai ragazzi che hanno partecipato al concorso²? Due terzi, il 66%, preferisce la prima persona “io”. Ciò avviene sia se il racconto è chiaramente di fantasia sia nel caso di un racconto che ha qualche possibile legame con l’esperienza del narratore. Il 32% ha scelto invece la terza persona (lui, lei). In ogni caso nel 98% dei racconti c’è un solo protagonista (le cui vicende solo talvolta s’intrecciano con sub-protagonisti, un amico, un parente), e solo il 2% utilizza più soggetti in una narrazione composita, sicuramente la più complessa.

    La scelta di genere. Nella maggioranza dei casi (63%) il protagonista prescelto dai partecipanti al concorso è uomo, nel 32% dei casi è invece una donna. Visto che la nostra popolazione è al 57,37% femminile e anche tenendo conto di eventuali deviazioni statistiche dovute al campione, sembra quindi probabile che anche alcune ragazze abbiano voluto un uomo come fulcro della loro storia. Infine, solo l’1% ha scelto un animale come io parlante, il 2% un oggetto (nei casi riscontrati una macchina), l’ultimo 2% non ha un protagonista identificabile con un genere (si tratta di persone o esseri senza un sesso dichiarato).

    Viaggio nel tempo. L’uso del miglior tempo verbale nella narrativa è un argomento che può far discutere anni. Senza quindi schierarsi né di qua né di là, il fatto è che il tempo preferito dai nostri narratori è il presente (43%), di solito associato alla prima persona. Io faccio, io vedo, io mi sveglio… Il passato remoto è preferito dal 37% dei partecipanti, anche se non sempre risulta semplice da gestire, talvolta intrecciato con il presente o più spesso con l’imperfetto, tempo scelto invece come base del racconto dal 20% dei ragazzi. Un quinto di questi (pari al 4% del totale, il che rappresenta comunque un pacchetto relativamente significativo), a nostro parere ha scelto l’imperfetto non come sostituto del passato remoto, ma come “tempo della favola”, un racconto in stile “C’era una volta”.

    Problemi di forma. Può darsi che ci voglia un po’ di coraggio, o almeno di studio, per cimentarsi con un virgolettato. Comunque è il 45% dei narratori ad utilizzare un discorso diretto all’interno del racconto. La stessa percentuale (45%) evita invece ogni rischio utilizzando il discorso indiretto. Il restante 10% usa la forma tipica della lettera, quasi sempre con un interlocutore ben preciso, collocandosi a metà fra i due stili.

    Come va a finire? Può essere interessante, per addentrarsi nella psicologia dei narratori, vedere come vanno a finire le storie che hanno scelto di raccontare³. Il cosiddetto “lieto fine” (secondo Il Nuovo De Mauro: “Finale allegro, positivo e risolutivo delle vicende narrate”) conclude il 27% dei racconti. Nel 21% dei casi invece la storia finisce davvero male, in tragedia, e nel 10% la conclusione è comunque triste, malinconica. Nel 13% dei casi il finale è neutro, né positivo né negativo, mentre nel 16% resta sospeso, fa intuire un possibile futuro che non conosciamo. Il restante 13% delle storie ha infine una conclusione che ho voluto definire “educativa”, ovvero né buono né cattivo, ma piuttosto una sorta di “come volevasi dimostrare”.

    C’è una morale? Proprio dalla constatazione che diversi racconti si concludono educativamente nasce la suddivisione degli elaborati in due grandi gruppi: quelli che contengono una morale, intendendo per questo l’esplicitazione di un principio etico, di un ideale, e quelli che non la contengono.

    Ebbene, a mio parere ben il 35% delle storie contiene una qualche “morale”, mentre il restante 65% non ha morale, non dà e apparentemente non vuole fornire insegnamenti al lettore.

    Qual è il contenuto degli elaborati⁴? E’ il punto cruciale di questa ricerca. Il panorama è molto frastagliato, con generi di racconto molto diversi fra loro. Il 18% racconta una storia personale o fa proprie riflessioni su un qualche argomento. A racconti familiari (non personali) si dedica il 6% degli autori, a storie sportive il 3%, a viaggi avventurosi il 2%.

    Molto presente è il tema dell’immigrazione che può essere correlato ai racconti di volontariato all’estero e di impegno sociale portando quest’area al 12%.

    E’ interessante notare che il 14% del campione tratta di incidenti o tragedie che si concludono in genere con la morte del protagonista. Il classico giallo o il noir è il genere letterario scelto dal 5% degli autori, così come un altro 5% tratta di personaggi storici realmente vissuti. Il terrorismo o la mafia coprono il 3% del campione, così come la violenza in famiglia o a scuola (3%), e come la Seconda guerra mondiale e la Liberazione (un altro 3%).

    Un altro genere molto apprezzato riguarda mondi immaginari, fantasy o fantascientifici (12%), talvolta collegati a giochi elettronici dello stesso tipo. L’11% del totale ha scritto invece quelli che potremmo definire “racconti di fantasia”, brevi narrazioni di vicende non reali ma plausibili, collocate in genere nel presente, ma con qualche elemento fantastico. L’antico genere della favola invece è in netta decadenza: solo l’1% dei ragazzi lo preferisce.

    Colpirà forse il fatto che solo l’1% scriva una storia d’amore propriamente detta, sempre l’1% si sia ispirato a un fatto di cronaca e un nuovo 1% al rapporto fra uomo e ambiente.

    Temi dolorosi. Vari autori sembrano attratti da un tema doloroso come il suicidio, tema che entra dal 10% dei racconti (di cui 9 suicidi compiuti, 1 sventato), mentre il 2% si occupa di stati di coma, il 2% di incidenti d’auto, l’1% di incidenti aerei, di nuovo l’1% di violenza sessuale. C’entra anche la droga, ma solo in un 2% dei casi sovrapposto a vicende infauste: la droga, in questi racconti, provoca incidenti o suicidi.

    Il rapporto con il territorio e i nomi inglesi. Ipotizzando che il 100% dei partecipanti al concorso viva in Veneto, è curioso che solo il 9% abbia ambientato la sua storia sul territorio (5% in Veneto, 4% a Rovigo).

    Infine, il 24%, quasi un quarto del totale, ha utilizzato per i suoi protagonisti un nome straniero, con una spiccata predilezione (18%) per i nomi anglosassoni (il resto sono nomi tedeschi, francesi o di Paesi da cui proviene l’immigrazione). Dei racconti personali, sei su dieci sono ambientati a scuola. Ultima curiosità: nel 4% dei casi ciò che viene raccontato è un sogno, in genere preoccupante, dal quale il protagonista si risveglia nel finale.

    Per concludere. “Adesso nessuno sa più scrivere una storia inventata, tutti si rifugiano nei ricordi d’infanzia e non c’è chi li smuova” diceva Dino Buzzati. In realtà, i nostri giovani autori smentiscono questo assunto, nonostante molti racconti siano in prima persona e al presente, forme che possono svelare una maggior tendenza all’introspezione, mentre terza persona e tempo passato possono fare pensare all’osservazione dall’esterno di fatti accaduti e/o inventati.

    L’età degli autori, ormai adolescenti, potrebbe spiegare la scarsità di protagonisti animali, che potevamo aspettarci da una popolazione più giovane, mentre l’alto numero di uomini protagonisti può essere dovuto al fatto che in alcuni generi (esempio: fantasy o noir) me lo spiego di meno, può essere dovuto ad una supposta maggior difficoltà di tratteggiare protagoniste donne.

    Se il virgolettato può preoccupare l’aspirante scrittore e spingerlo a scrivere in forma indiretta, l’uso della forma epistolare, scelta da uno su dieci, è un artificio noto agli studenti che possono essersi già esercitati a scrivere lettere immaginarie durante i loro compiti in classe. Mi ha colpito invece l’assenza di racconti in forma di diario: può darsi che in epoca digitale l’abitudine di scrivere le proprie memorie in quella forma sia diventata merce rara.

    Sfidati a scrivere un racconto, il 40% delle ragazze e dei ragazzi ha ideato un finale positivo, lieto (27%) o perlomeno educativo (13%). Era prevedibile, confermando almeno in parte l’idea di adolescenza come ‘età drammatica’ attirata da eventi estremi, che molti racconti si concludano in tragedia in genere con la morte del protagonista.

    La scelta di dare una morale al racconto da parte di oltre un terzo degli autori, spesso con una frase conclusiva dal contenuto etico, potrebbe riflettere un’abitudine scolastica alla scrittura di brevi saggi, nei quali la conclusione è considerata componente necessaria dell’elaborato.

    Abbiamo già visto quali siano i temi scelti dai narratori. Relativamente scarsi proprio i racconti autobiografici, anche se niente può escludere che negli altri racconti siano presenti elementi personali, ma in fondo è così per ogni scrittore. Pochi anche i racconti ambientati a scuola (quasi pari a quelli che hanno a che fare con lo sport), mentre sono numerose le descrizioni di eventi più o meno drammatici, con tanti suicidi – sappiamo come l’adolescenza sia per questo un momento cruciale – e la presenza occasionale di altri temi caldi come la droga, il terrorismo, la violenza in famiglia, il bullismo, la violenza sessuale.

    Un forte impatto sul campione esaminato hanno argomenti come l’immigrazione, il volontariato e l’impegno sociale, quasi sempre con chi scrive schierato dalla parte degli immigrati e dei più poveri. Credo sia nelle previsioni la presenza di molti elaborati in stile fantasy o fantascientifico, generi che i giovani nati al tempo di “Guerre Stellari” e della “Storia Infinita”, oltre che al tempo dei videogame, sono abituati a praticare.

    Infine, la scelta dei nomi anglosassoni di molti protagonisti mi pare un automatismo dovuto al cinema, alla tv, a molta letteratura: dare un nome ’straniero’ a un investigatore, a un pilota, ma anche a uno studente proietta subito il lettore nel mondo della fantasia, mentre un nome italiano può essere più difficile da gestire perché molto più legato al territorio, alle nostre abitudini, alle diverse culture che compongono il nostro Paese. E proprio su questo concludo sottolineando come solo un autore su dieci abbia scelto di collocare il proprio racconto in Veneto o a Rovigo, cioè nei luoghi che più conosce: meglio proiettarsi all’esterno, al di là delle mura.

    Ai più bravi consiglierei proprio questo, per la prossima volta: pensate a scrittori di successo come Camilleri e il suo Salvo Montalbano, il nostro Toni Cibotto appena scomparso e il suo “Scano Boa”, o la molto più giovane Silvia Avallone (“Acciaio”, ambientato nella mia Toscana, a Piombino), usate tutta la vostra fantasia, seguite l’imperativo di Buzzati, ma nel contempo descrivete ciò che conoscete. Potrebbe essere una ricetta vincente.

    *Componente la Giuria del Concorso letterario “Fondazione Banca del Monte di Rovigo per la Scuola” ed. 2017. Tratto da Venti inediti racconti brevi – Terza Edizione/ Anno 2017 pubblicato da Fondazione Banca del Monte di Rovigo.

    NOTE

    1. Per semplicità statistica e per ragioni di tempo – questa ricerca è stata svolta in modo del tutto volontario – sono stati esaminati 100 elaborati su 251.

    2. D’ora in poi utilizzeremo il maschile (partecipanti, narratori, giovani), anche se la popolazione oggetto di questa ricerca è ovviamente di entrambi i generi.

    3. Le categorie che utilizzo in questo passaggio della ricerca sono arbitrarie: potrebbero essere possibili, come in quasi tutti gli aspetti della ricerca, analisi molto più approfondite.

    4. In questa fase della ricerca i vari costrutti utilizzati per suddividere gli elaborati in categorie, non sono stati predisposti in anticipo ma dedotti dalla lettura degli elaborati stessi. Anche in questo caso è evidente il possibile impatto sulla ricerca delle idee e dei sentimenti di chi scrive e ogni ulteriore studio è possibile.

  • “Cantando in talian”

    “Cantando in talian”

    Lo scorso 3 marzo, per iniziativa del Lions Club Badia Polesine Adige Po e il patrocinio di vari comuni polesani, si è svolta presso la sala della Vangadizza la conferenza dal titolo “Viaggio di sola andata per la Mèrica del Sud”, relatrice la dott.ssa Giorgia Miazzo, autrice del progetto “Cantando in talian”, presenti l’assessore regionale al Territorio e Sicurezza Cristiano Corazzari, l’Assessore alla Cultura del comune di Badia Polesine Valeria Targa, il delegato allo sportello GALM Remo Zanellato e il ricercatore di storia contemporanea Livio Zerbinati.

    Il progetto “Cantando in talian” è una ricerca storica e accademica curata da Giorgia Miazzo relativa al fenomeno dell’emigrazione veneta in Brasile e dell’eredità culturale e sociale del popolo oriundo nelle nuove terre oltre oceano. La tradizione, gli usi e i costumi, le musiche e soprattutto la lingua rappresentano ancora oggi il filo conduttore ideale tra coloro che vissero le fasi di migrazione dei decenni 1880-1950 (gli antenati), e le nuove generazioni di discendenti.

    Pensando all’emigrazione dal Polesine, va in particolare ricordata la realtà brasiliana di São João do Polêsine, che nel 2015 ha costituito un patto d’amicizia con la città di Loreo.

    Il piccolo comune di 2600 abitanti localizzato nell'entroterra dello stato del Rio Grande do Sul, l’ultimo stato a sud del Brasile, si è contraddistinto come una terra di grande immigrazione non solo polesana, ma anche bellunese, trevisana e vicentina; è tuttora caratterizzato da un’economia agricola basata sulla produzione di riso, grano, mais e soia.

    Fondata a metà dell'Ottocento proprio da oriundi polesani, oggigiorno rappresenta la quarta colonia di emigrati veneti nello Stato del Rio Grande do Sul. Se facciamo una fotografia della situazione dell’emigrazione veneta agli esordi della sua prima fase, ovvero tra il 1876 e il 1900, scopriamo che sui 400mila veneti partiti, il 30% è rappresentato dai Polesani, con un totale di 63 mila persone.

    Il periodo storico era disastroso, legato alla recente unificazione dell’Italia, alla pesante depressione agraria e all’alto livello di tassazione che colpiva i contadini, oltre al fatto che nel 1882 avviene la rotta dell’Adige che allaga buona parte del Polesine e del Basso Veronese.

    Se guardiamo la situazione nazionale, in 100 anni partono più di 20 milioni di persone per tutto il mondo, metà verso stati europei e l’altra metà negli altri continenti. Una diaspora, un esodo, ma soprattutto fu un’emigrazione eroica quella italo-veneto-brasiliana, che vide intere famiglie costrette ad affrontare viaggi disperati per inseguire una speranza di vita migliore che spesso si rivelò illusoria.

    Emigrati dalle regioni più povere d’Italia costretti nelle nuove terre ad una durissima esistenza, a volte in situazioni di isolamento in zone ricoperte da foreste con animali feroci e senza riparo; altre volte trattati come schiavi, dai proprietari terrieri bianchi, come contadini “coloni”; considerati stupidi e “gnoranti”, costretti ad aprire montagne e costruire una nuova civilizzazione partendo da zero; sottomessi ad una dittatura che per un certo periodo toglierà loro perfino la possibilità di parlare la lingua madre; mandati dal governo a fare la guerra in Italia dove l’unica scelta era morire o uccidere i connazionali. Una storia durissima, poco conosciuta che va ricordata.

    Il progetto “Cantando in talian” si sviluppa attraverso un percorso professionale tra Italia e Brasile con interventi e attività di docenza presso università, pubbliche amministrazioni, associazioni culturali, in particolare negli stati del Rio Grande do Sul, Santa Catarina, Paranà, Minas Gerais, Espírito Santo e San Paolo.

    Lo studio ha già al suo attivo dieci anni di ricerca attraverso un percorso formativo e professionale svoltosi in Italia e in Brasile – a contatto con le Università Ca’ Foscari di Venezia, UFSC di Santa Catarina, UEL nel Paranà e UERJ a Rio de Janeiro, i circoli e associazioni COMVERS, COMVESC, FAVEP, le Associazioni di Veneti, Trevisani, Bellunesi, Vicentini, Veronesi, Polesani, Veneziani e Padovani nel Mondo e la Regione Veneto. Il progetto ha inoltre ricevuto importanti premi, oltre che segnalazioni di articoli e saggi in diverse televisioni, tra le quali la RAI e TV locali, radio, giornali, testate e riviste italiane e brasiliane.

    Questo approccio ha permesso di creare una collaborazione attiva e un sentito interesse visto che ancor oggi il veneto – riconosciuto dal governo brasiliano come patrimonio immateriale unico e chiamato “talian” o italo-veneto-brasiliano – è parlato da quasi due milioni di italo-brasiliani.

    Il risultato di tale studio è rappresentato dalla pubblicazione di vari libri, tra cui “Cantando in Talian – Imparar el Talian cola mùsica” e “Scoprendo il Talian – Viaggio di sola andata per le Mèriche”, e soprattutto con la volontà di creare un ponte tra i due mondi e di valorizzare la loro identità.

    Tale percorso diviene uno strumento didattico e di studio della lingua e cultura veneta, raccontato per mezzo di musiche tradizionali e contemporanee, una preziosa raccolta fotografica che rappresenta fedelmente l’evoluzione delle comunità venete in Brasile e attraverso alcuni focus culturali che promuovono e descrivono la ricchezza del territorio veneto.

    L’autrice

    Giorgia Miazzo è nata a Padova. È docente, interprete e traduttrice, scrittrice, giornalista e group leader. Interessata alla cultura dell’America Latina, ha vissuto nella Repubblica Dominicana e in Brasile. Ha interagito con varie realtà dei paesi in via di sviluppo nelle Americhe, quali Messico, Cuba, Honduras, Venezuela, Perù, Cile, Paraguay, Uruguay e Argentina, e in Africa, come l’Angola e il Senegal.

    La sua passione e sensibilità, unite alla padronanza di alcune lingue, l’hanno portata a confrontarsi con le comunità italiane all’estero e a plasmare l’enorme bagaglio culturale, umano e professionale raccolto nelle sue ricerche antropologiche e linguistiche.

    Oltre a molti articoli su giornali e riviste specializzate in Italia e all’estero, ha scritto i seguenti libri: Cantando in talian. Imparar el talian co la mùsica e Scoprendo in talian. Viaggio di sola andata per la Merica, ed. 1° (2014) e ed. 2° (2015); Descobrindo o talian, 2015, I miei occhi hanno visto. Storie di sguardi ed emozioni di viaggiatori e migranti, 2015; Le grandi migrazioni. Dal nord Italia al Brasile, 2016. Per contatti: giorgiamiazzo@gmail.com +39 3936511212 www.giorgiamiazzo.com

  • Un circolo per l’arte

    Un circolo per l’arte

    Tra le associazioni che operano a Rovigo nell’ambito della cultura, dedicando particolare attenzione ad approfondimenti nel campo dell’arte, un ruolo sicuramente interessante viene svolto dal “Circolo Polesano degli Amici dell’Arte”. Un sodalizio attivo da vari decenni, che con il nuovo anno sociale ha visto l’elezione alla carica di Presidente di Giorgio Lazzarini. L’evento è stato suggellato con il passaggio delle consegne dalla Presidente uscente Cristina Destro al nuovo Presidente, con la consegna della campanella, come è nella tradizione del Circolo.

    Chi scrive queste note partecipa attivamente all’attività del Circolo ed è impegnata a tenere i rapporti con la stampa, promuovendo gli eventi d’arte e curando il sito on line. Mi sono dunque fatta interprete dell’idea, ampiamente condivisa, di conoscere, tramite un’intervista, gli orientamenti del nuovo presidente circa la gestione dell’associazione. Nel rivolgere le mie domande al neo-presidente Lazzarini ho ritenuto opportuno partire da un dato cronologico, per ricostruire la storia del Circolo, per meglio comprenderne la longevità e l’interesse dei soci, che puntualmente intervengono agli eventi promossi sul territorio e che partecipano numerosi alle uscite culturali.

    Presidente, quando ha avuto origine il Circolo Polesano degli Amici dell’Arte?

    “Dalle ricerche fatte, siamo in grado di stabilire il 1960 come anno della sua fondazione, allorché un gruppo di professionisti diede vita ad un’associazione con l’intento di riunirsi una volta al mese in una conviviale, per trattare un tema d’arte”.

    Quali sono stati i momenti più esaltanti che hanno caratterizzato l’attività del Circolo in questi quasi sessanta anni?

    “Andando a ritroso nel tempo, ricordo che tutti i Presidenti che si sono succeduti, si sono interessati per valorizzare gli eventi d’arte, sia nelle conviviali che hanno da sempre caratterizzato l’attività del Circolo, sia con uscite culturali. Non è possibile ricordare tutti coloro che sono intervenuti, in quanto specificare i nomi risulterebbe assai lungo e correrei il rischio di trascurare immeritatamente qualche esperto che tanto ha contribuito a diffondere l’arte tra i soci. Posso sottolineare che, nel corso degli anni, la partecipazione agli eventi si è allargata, inserendo non solo “addetti ai lavori”, ma soci che, pur esercitando le più diverse professioni, sentono il desiderio di capire meglio l’arte e acquisire una significativa educazione culturale in proposito. Noto spesso che chi si avvicina occasionalmente al Circolo, poi si iscrive, perché le proposte interessano”.

    Ricorda qualche artista che si è caratterizzato per ciò che ha saputo trasmettere agli Amici dell’Arte?

    “Il mio pensiero va ad illustri polesani scomparsi di recente e che ho conosciuto, quali Ilario Bellinazzi, che ricordo per la simpatia, la generosità, la comunicatività, poi Gabbris Ferrari, poliedrico nelle sue capacità di pittore, scenografo, regista, a cui di recente abbiamo dedicato un’interessante conviviale. Poi Sergio Garbato, socio onorario, dotato di una cultura versatile e multiforme, che dal territorio locale spaziava a quello nazionale e oltre. Possedeva una capacità dialettica, oratoria capace di incantare chi lo ascoltava e di farlo sognare ad occhi aperti”.

    Negli anni, come si è modificata l’attività del Circolo?

    “Come ho già detto, la conviviale permane l’evento caratterizzante dell’attività del Circolo, seppure le visite guidate condotte da esperti e studiosi a mostre temporanee, gallerie d’arte, musei, monumenti e città d’arte, siano diventate sempre più frequenti, considerato il favore riscontrato dalla partecipazione dei soci che desiderano godere dal vivo delle bellezze dell’arte. Di recente abbiamo compiuto un viaggio a Vienna, Praga e Monaco per visitare i luoghi dove ebbe origine il Movimento Secessionista di fine ottocento e primo novecento, seguito alla mostra di Palazzo Roverella sul tema delle Secessioni europee. Dobbiamo ricordare che il Circolo, sorto in origine con lo scopo di diffondere il collezionismo e l’arte figurativa moderna e contemporanea, attualmente abbraccia tutte le forme d’arte”.

    Ci potrebbe elencare alcune iniziative che hanno avuto particolare gradimento da parte dei soci?

    “Sono molte le iniziative che hanno avuto successo, legate all’approfondimento di eventi significativi di storia e cultura locale, per passare poi a quelli nazionali e stranieri. Di recente lo studioso polesano Nicola Gasparetto ha presentato un saggio sul critico d’arte Giuseppe Marchiori e il Fronte Nuovo delle Arti, poi ricordo la conferenza tenuta da Nicola Garbellini, sindaco di Canaro, su Benvenuto Tisi da Garofalo, cui è seguita la visita al Mu.Vi.G, la casa museo del pittore a Garofolo. E ancora la conviviale in cui Pier Luigi Bagatin, storico e scrittore locale, ha illustrato le tarsie lignee del Rinascimento e l’opera dei fratelli Canozi intagliatori “da Lendinara”. Con Luciano Zerbinati, già presidente dell’Ente Ville Venete e dell’Associazione Ville d’Italia, ci siamo interessati delle ville venete e del loro patrimonio artistico. Altri ospiti illustri si sono avvicendati nel nostro circolo, quali Giandomenico Romanelli, curatore della mostra di Palazzo Roverella, intitolata “I Nabis, Gaugain e la pittura italiana d’Avanguardia”, poi Giovanni Carlo Federico Villa, curatore della recente mostra di Padova “Rivoluzione Galileo. L’arte incontra la scienza”. Con l’esperta Laura Graziani Secchieri abbiamo appreso importanti conoscenze sull’Ebraismo nell’arte, poi l’orafo Stefano Rossi ci ha parlato dell’evoluzione e delle tecniche di lavorazione del prezioso metallo. Abbiamo effettuato numerose visite guidate a mostre e città d’arte in Italia e all’estero, da Treviso per la mostra di El Greco, a Forlì per quella di Piero Della Francesca, poi in Normandia per visitare i luoghi ove ebbero origine l’arte gotica e i più importanti Movimenti d’arte del Novecento, sino al recente viaggio a Vienna, Praga, Monaco, nei luoghi delle Secessioni europee di fine Ottocento e primo Novecento”.

    Quali saranno le prossime attività del Circolo?

    “Ringrazio per la domanda che mi permette di illustrare alcuni eventi a cui, unitamente al Direttivo, con cui collaboro in sinergia, tengo in modo particolare. Si tratta della valorizzazione del territorio polesano attraverso la riscoperta dei suoi figli più talentuosi del secolo scorso e non adeguatamente celebrati. Poi ci sono le uscite programmate. E, proprio in questi giorni, con la Vice Presidente Anna Andreotti, mio “alter ego” in questo mandato biennale e con Carla Osti, attenta segretaria, stiamo preparando un viaggio culturale, previsto per maggio, nella magica Torino, per svelarne i tesori d’arte e gli storici palazzi e monumenti. Poi tanto altro ancora. Stiamo attentamente valutando, per continuare ad offrire a chi ci segue momenti di grande cultura e di aggregazione sociale, che una passione comune inevitabilmente comporta”.

    Come intende concludere questo colloquio?

    “Voglio sottolineare che l’attività del Circolo procede al passo con i tempi. Per questo abbiamo incaricato Federica Panziera (ovvero chi stende questo testo gentilmente ospitato dalla rivista Ventaglio 90) di divulgare sulla stampa gli eventi più significativi, riportando un buon ritorno di immagine. Poi, in linea con i nuovi linguaggi multimediali, utilizziamo il sito on line e faceebok per farci conoscere meglio e raccontare le numerose attività svolte (www.amiciarterovigo.it). L’impegno è costante, ma con il sostegno di tutti i componenti del Direttivo, quali Giancarlo Milan tesoriere, Cristina Destro Past president e i neo eletti Carla Tintore e Maurizio Noce, oltre quelli sopra citati, poi con i Probiviri e i Revisori dei conti, siamo uniti nel formare una squadra vincente che sa guardare avanti con passione, spirito di collaborazione e di amicizia”.

  • Luigi Groto (1541-1585)

    Luigi Groto (1541-1585)

    Aveva solo 15 anni Luigi Groto (o Grotto) – conosciuto storicamente con il soprannome de Il Cieco di Adria – quando il 1° maggio 1556, a Venezia, al cospetto della regina Bona, moglie di Sigismondo re di Polonia, pronunciò la sua prima orazione suscitando la stupita ammirazione di importanti personaggi del tempo. Fu questa una delle prime occasioni in cui l’enfant prodige di Adria ebbe modo di mettersi in luce, individuando così un ruolo, quello di oratore, che doveva divenire caratterizzante della sua vita.

    Lo stupore dei contemporanei dovette essere veramente notevole, constatando non solo la vastità della cultura sfoggiata dal giovanetto, ma anche la particolarità che questa era stata raggiunta nonostante la menomazione visiva di cui soffriva.

    Luigi Groto (1541 – 1585) a pochi giorni dalla nascita era infatti stato colpito da una cecità irreversibile. Ma, grazie alla sua vivace intelligenza, fu in grado di sopperire a questa grave deficienza, sfruttando al massimo l’udito ed esercitando la memoria, riuscendo così ad acquisire un’ampia erudizione nei vari ambiti del sapere, stupendo chi gli stava accanto.

    Pur privato della possibilità di accostarsi direttamente alla lettura, Groto divenne un grande amante e collezionista di libri, trovando fortunatamente il sostegno di persone (estimatori o discepoli) disponibili alla lettura ad alta voce dei testi, che egli memorizzava con notevole facilità. Il suo non fu ovviamente un percorso di studi regolare, ma alquanto eclettico, interessato soprattutto alle lettere, alla filosofia e alle nozioni di legge.

    Quest’ultimo aspetto, in particolare, era legato alla tradizione della famiglia, i cui membri nel corso dei secoli si erano messi in evidenza svolgendo professioni legate al diritto, come avvocati, giudici o notai. Una famiglia che aveva messo le radici ad Adria dalla fine del ‘300 e che – come ricordato dallo stesso Groto in un’altra sua celebre orazione, quella pronunciata nel 1574 in occasione della sosta di Enrico III re di Francia prima a Venezia e poi a Rovigo – aveva dato segretari ai duchi di Milano, cancellieri alla Serenissima, mentre altri membri si erano distinti nelle lettere o nell’ambito militare.

    Benestanti dunque i Groto di Adria, ma in realtà le condizioni economiche di cui Luigi poté fruire furono alquanto limitate, dato che dal padre (notaio, morto quando egli aveva solo tre anni) ereditò un numero modesto di terreni agricoli, oltretutto ben presto penalizzati dalle acque alluvionali di una rotta del Po.

    Nemmeno la scarsità di mezzi economici familiari gli impedì però di individuare le basi per vivere. La sua non fu sicuramente una vita agiata, ma egli trovò il modo di mettersi in luce svolgendo l’attività di insegnante e frequentando salotti ed accademie in cui era apprezzato per i suoi acuti interventi.

    Groto visse in pieno Rinascimento, in un’epoca caratterizzata dall’amore per la letteratura e le belle arti, nonché dai vivaci interessi nell’ambito della conoscenza filosofica e scientifica. Ed egli fu certamente uno degli interpreti esemplari della Rinascita, ricercato per la sua cultura. A Fratta fu assiduo agli incontri dell’Accademia dei Pastori Fratteggiani presso la piccola corte rinascimentale creata dalla nobildonna Lucrezia Gonzaga; a Rovigo fu più volte presso l’Accademia degli Addormentati; a Vicenza presso l’Accademia degli Olimpici, mentre ad Adria diede vita nel 1564 all’Accademia degli Illustrati.

    Frequentò inoltre con una certa assiduità gli ambienti culturali e i salotti di Venezia, città raggiunta anche per acquisire pubblicazioni o progettare la stampa di opere sue o di personaggi a lui legati.

    Tanti gli interventi e le pubblicazioni che portano la sua firma. A proposito: Groto, come non sapeva leggere, in quanto cieco, non sapeva nemmeno scrivere, ma, a quanto pare, per le necessità del suo vivere, aveva imparato a tracciare la firma.

    Le orazioni

    Tra le sue orazioni, oltre alle due giovanili citate, va ricordata in particolare quella pronunciata nel 1569 a nome della comunità di Adria davanti al Senato della Serenissima per sollecitare l’intervento di deviazione del corso del Po (realizzato poi soltanto nei primi anni del secolo successivo, 1600-1604, e conosciuto come il taglio di Porto Viro).

    Altre orazioni encomiastiche furono composte per personaggi di rilievo come per il doge Gerolamo Priuli (1559), il doge Nicolò da Ponte (1578), il doge Pietro Loredan (1567), il podestà Antonio Marcello (1581), il vescovo Canano (1584) ed altre. I testi di questi suoi interventi furono poi pubblicati (alcuni posteriori alla sua morte) in quanto considerati veri e propri saggi di eloquenza e additati come modelli.

    Le composizioni letterarie

    Anche nel campo letterario esordì giovanissimo, nel 1556, (pure in questo caso a 15 anni) con l’Isac, un componimento di argomento biblico in versi sciolti, rappresentato due anni dopo nella chiesa della Tomba, in cui Groto si mise in luce anche come attore. Attività quest’ultima che lo caratterizzò in altre occasioni fino ad interpretare il cieco Tiresia nell’Edipo di Sofocle messo in scena presso il teatro Olimpico di Vicenza nel 1584 l’anno prima della sua precoce scomparsa.

    Per tutta la vita compose poesie, delle quali un volume fu pubblicato nel 1577 col titolo Prima Parte.

    Per il teatro compose tragedie, tra cui Ginevra, Isabella, Dalida, pubblicata nel 1572, Hadriana nel 1578, e commedie Emilia 1579, Il Thesoro 1583, Callisto 1583, La Alteria 1584, tutte opere più volte stampate con alcune variazioni e rappresentate ad Adria e in varie città del Veneto.

    Rivolse la sua attenzione ai classici della letteratura, proponendo fra le altre pubblicazioni Il Decamerone Riformato e una revisione dell’Orlando Furioso (cinque canti 1565).

    Nel 1572 celebrò la vittoria di Lepanto della lega cristiana sull’armata turca dando alle stampe il Trofeo della vittoria sacra, coordinando testi poetici di vari autori.

    Il processo per eresia

    Tante dunque le opere composte dal Groto; fitta la rete dei suoi contatti con personaggi pubblici e della cultura del tempo e molteplici i riconoscimenti ottenuti anche nella sua città che, in varie occasioni, lo scelse come suo ambasciatore. Ma proprio i suoi ampi interessi culturali, anche nel campo della filosofia, della religione e della negromanzia, furono cagione di un nefasto intervento censorio che ebbe ripercussioni problematiche nella sua vita.

    Alcuni suoi scritti furono infatti ritenuti troppo vicini alle posizioni dei movimenti protestanti e pertanto nel 1567 Groto, allora ventiseienne, fu processato per eresia dal Tribunale di Inquisizione, rischiando il carcere perpetuo. Se la cavò come fece qualche decennio dopo Galileo, ovvero abiurando; ma da allora la sua vita fu caratterizzata non solo da limiti nella libertà espressiva, ma anche da crescenti problemi finanziari, essendogli stato vietato di tenere ai giovani lezioni sia di natura pubblica che privata. Cercò di ovviare alla mancanza di queste entrate intensificando l’attività di legale, ma in più occasioni non nascose la situazione di indigenza in cui era costretto a vivere.

    A Venezia e Fratta

    Nonostante la sua cecità e la difficoltà di movimento, Groto si spostò spesso da Adria raggiungendo più volte Venezia per tenere contatti con personaggi della cultura e dell’alta società, anche al fine di individuare utili ritorni per le iniziative caratterizzanti la sua vita. Si spiegano in quest’ottica anche molte delle sue orazioni encomiastiche indirizzate a personaggi influenti dell’epoca. Perfino nel 1584 – e questo lo dovette fare con uno notevole sforzo – un’orazione gratulatoria al vescovo Giulio Canano, nominato cardinale; proprio quel vescovo che 17 anni prima lo aveva sottoposto al processo dell’Inquisizione e che poi più volte era intervenuto d’autorità per inibire la sua attività di insegnante.

    Tra i suoi spostamenti vanno segnalati in particolare i prolungati soggiorni a Fratta dove fu ospite di Lucrezia Gonzaga ed in particolare del suo fido segretario Giovanni Maria Bonardo, studioso ed amico, che Groto gratificò rivedendone gli scritti (interessati al mondo dell’agricoltura e dell’astronimia) e curandone poi la pubblicazione a Venezia.

    Le donne

    Per restare nel campo delle donne legate al mondo della cultura, con cui il Groto ebbe rapporti di natura culturale ed editoriale, oltre a Lucrezia Gonzaga, va citata la bolognese Alessandra Volta e la veneziana Gasparina Pittoni (la Pittonia) alla quale affidò il compito di seguire la stampa di alcune sue opere.

    Pur amante di una vita libera, nel 1580, a 39 anni, Luigi Groto decise di regolarizzare, con il matrimonio, il rapporto con Caterina, inserviente di casa da cui aveva avuto due figli.

    Gli ultimi anni

    Il 1582 è segnato da importanti riconoscimenti e gratificazioni: gli viene dedicato dal Tintoretto il ritratto tuttora conservato presso il municipio adriese; ottiene la sospensione del divieto di esercitare l’attività di insegnante per cui riprende ad Adria l’attività di docente, ma nel contempo mira ad un incarico più prestigioso a Venezia, come risulta da una lettera inoltrata a tal Giovanni Delfino affinché agevoli la sua richiesta; sue opere teatrali vengono rappresentate con successo: Calisto ad Adria, Dalida a Verona.

    Anche nei due anni successivi prosegue intensa l’attività editoriale e letteraria, provvedendo fra le altre cose ad approntare per la stampa le “Lettere famigliari”, importante epistolario che però sarà pubblicato postumo nel 1601, per la morte precoce dell’autore. Stessa conclusione anche per la sua ultima commedia La Alteria, dedicata all’amico Bonardo e pubblicata postuma nel 1587.

    Il 1585 si apre con il suo viaggio a Venezia, per trattare affari a nome della Comunità Adriese della quale era stato nominato avvocato ed ambasciatore. Poi lo troviamo a Vicenza dove recita nello spettacolo inaugurale del Teatro Olimpico, interpretando la parte di Tiresia nell’Edipo di Sofocle.

    Frattanto si moltiplicano gli acciacchi respiratori di cui soffriva da qualche tempo, per cui, a malincuore, deve rinunciare a pronunciare la sua orazione gratulatoria per il doge Pasquale Cicogna da poco nominato. Il doge comunque ha modo di apprezzare il testo del Groto nell’edizione a stampa e, consapevole del suo valore, lo gratifica affidandogli la cattedra di filosofia, da tempo agognata. Ma, per l’intensificarsi della malattia, il Cieco non avrà modo di svolgere l’ambita attività didattica, morendo proprio a Venezia il 13 dicembre 1585 (giorno di S. Lucia), all’età di 44 anni. Dopo alcuni giorni il suo corpo sarà trasportato ad Adria per essere tumulato nella cattedrale.

    Una fortuna postuma

    Con la morte del Cieco d’Adria non si spense la sua voce, dato che varie sue opere furono stampate o ristampate nei decenni successivi, indicate spesso come importanti modelli di riferimento: in particolare Le Rime e le Lettere famigliari.

    Non poche furono anche le traduzioni delle sue opere in castigliano, francese ed inglese. A tal proposito è stato sottolineato come Shakespeare si sia ispirato a Dalida per il Machbet e all’ Adriana per Giulietta e Romeo.

    Ombreggiata dalla critica dei secoli successivi – ma mai trascurata ad Adria, anche grazie agli studi svolti nel XIX secolo da Francesco Antonio Bocchi e negli anni ’80 del secolo scorso da Antonio Lodo – l’importanza storica e letteraria di Luigi Groto è emersa recentemente soprattutto a seguito di due importanti pubblicazioni (fondamentali anche per tracciare questo profilo) a cui si rimanda per ulteriori approfondimenti:

    LE FAMIGLIARI DEL CIECO D’ADRIA, a cura di Marco De Poli, Luisa Servadei e Antonella Turri, con saggio introduttivo di Mario Nanni, ed. Antilia, 2007

    LE RIME DI LUIGI GROTO, CIECO D’ADRIA, (due volumi) edizione critica a cura di Barbara Spaggiani, Apogeo Editore, 2014.

  • Collezioniste badiesi

    Collezioniste badiesi

    Il collezionismo di cartoline postali è stato un fenomeno originale iniziato a fine Ottocento non appena si diffusero cartoncini postali recanti un’illustrazione su una delle due facciate. (Vedasi scheda).

    A questo particolare hobby si appassionarono alcune giovani badiesi che, per incrementare la loro collezione, allacciarono rapporti epistolari con personalità italiane e straniere, dimostrando con i loro scritti solide basi culturali ed una intraprendenza davvero inaspettata se si pensa a quel periodo storico, un’epoca in cui alle donne erano in genere ancora riservati ruoli decisamente subordinati.

    Tra le intraprendenti giovani spicca il caso di Maria Miotto (classe 1881), venuto alla luce esaminando la Collezione Turri¹. Si tratta della raccolta personale del dott. Gustavo Turri, un mio compaesano (siamo entrambi di Masi), nata con l’intento di recuperare ricordi per immagini di Badia e dintorni. Solo in un secondo tempo il dott. Turri si è accorto leggendole, di poter mettere le cartoline in collegamento fra di loro, di essere cioè in possesso di “storie”, che correvano lungo il filo di questo particolare tipo di corrispondenza, a noi oggi quasi del tutto sconosciuta.

    Sono ventotto le cartoline recanti la firma della Miotto, comprese fra il 1899 e il 1905, con impresse immagini di Badia e di altri centri del Polesine. Non possediamo molte notizie della giovane e intraprendente collezionista che intrattenne rapporti epistolari con personalità italiane ed estere, manifestando buona cultura e conoscenza delle lingue straniere. Sicuramente la sua era una famiglia benestante, proprietaria del palazzo che sorge in angolo tra le vie Carducci e degli Estensi, effigiato anche in una delle cartoline spedite dalla stessa Miotto. Il padre Luigi, svolgeva la professione notarile, la madre, Angelina Balzan era la vera proprietaria del palazzo, da quando entrò a far parte del patrimonio di famiglia nel 1851 a seguito della cessione fatta dalla famiglia Rossi². Solo a fine secolo divenne proprietà Miotto.

    I messaggi contenuti nelle cartoline tratteggiano un carattere giovane e impulsivo, nonché un forte coinvolgimento in questo hobby, il quale tra l’altro non risulta essere un semplice gioco, ma doveva seguire regole ben precise. La firma sulla cartolina ovviamente non doveva mancare, ma anche la scelta del tipo di immagini da inviare era importante, o la rarità del soggetto, e anche il timbro, come testimoniano i messaggi scritti su alcune di esse.

    In una del 15/6/1899 indirizzata al Prof. Edoardo Grieg presso Bergen in Norvegia³, si legge: “Vorrebbe ella esser tanto gentile da inviarmi alcune cartoline postali illustrate della bella Norvegia? E’ necessario che ogni cartolina sia affrancata; dall’altro lato mi sarà cara avere la di lei graditissima firma(…). Nella mia raccolta quanto mi godrei avere la di lei firma con vedute di quei siti”.

    Possiamo immaginare che possedere cartoline provenienti dall’estero aumentasse il valore della raccolta, ma soprattutto doveva essere fonte di orgoglio se chi le inviava altri non era che il più famoso compositore e pianista norvegese conosciuto, di cui Maria Miotto possedeva delle musiche: “Egregio Signore, mi sono appena tolta dal pianoforte dopo essermi goduta parecchie suonate dei suoi volumi”, gli scrive la ragazza.

    Non sappiamo se le musiche le avesse acquistate in Italia o se fossero state inviate dal maestro, non possiamo escludere però che molti contatti avvenuti inizialmente per condivisione di un hobby, abbiano portato col tempo alla conoscenza personale ed allo scambio di corrispondenza più varia, come sembra apparire da un messaggio inviato alla professoressa di musica M.lle Luce Bailly: “22/8/1901. Merci pour vos cartes, votre lettre, votre programme…tout ce que me vient de vous, c’est toujours accepte avec le meilleur plaisir!” (Grazie per le vostre cartoline, le vostre lettere, i vostri programmi…tutto ciò che mi inviate è sempre accetto con molto piacere!)

    In Italia, uno degli interlocutori privilegiati della Miotto, è Michele Vargas de Machuca, Principe di Migliano ed Ischitella, duca di Roccamandolfi. Discendente di una delle più antiche famiglie nobili campane, classe 1860, laureato in giurisprudenza, grosso proprietario terriero, deputato nella XXIV legislatura del regno d’Italia (27/11/1913-29/09/1919) e forte attivista politico. Era anche un valente collezionista⁴.

    Il 30/06/1900 Maria gli scrive: “Mille grazie delle sue cartoline tutte belle. La pregherei però a volermi mandare (…) vedute di Salerno, perché di quella città non ne ho nemmeno una. La prego poi che ogni cartolina abbia il timbro relativo alla veduta, non cioè come l’ultima sua che rappresentava Napoli ed era imbucata a Salerno”.

    Il 10 Luglio a conferma di un nuovo scambio scrive: “Mille grazie per le sue cartoline, cioè del Corso Garibaldi e quella portante il numero 1101. Scusi il ritardo ma per alcuni giorni mi fu impossibile occuparmi di corrispondenza di Badia. Ha ricevuto il foro e palazzo Rosini? Credo d’averglielo spedito per la prima volta ma ben non ricordo.”

    A fine anno Maria (8/11/1900) si trova a redarguire di nuovo il Principe scrivendogli: “Grazie per le sue cartoline. Mi rincresce doverle dire però che le vedute di Napoli le desidero timbrate a Napoli e non a Salerno. La prego quindi in seguito di inviarmi ogni cartolina col timbro relativo alla veduta stessa”. La frase ritorna spesso anche in altri invii: “Maria Miotto. Con preghiera d’impostare ogni cart ad ogni rispettivo luogo rappresentato”.

    Uno sguardo sull’ampiezza della sua collezione invece, in una cartolina del 17/5/1901: ”La ringrazio per la sua cartolina. Mi rincresce dirle che di Padova ho più di un centinaio di cart-vedute. Le ultime che ricevetti datano da due mesi or sono. Se ne saranno uscite di recenti, ella potrà mandarmele ed io prontamente gliele ricambierò e ben volentieri. Con la presente Le invio la riproduzione della mia casa e distinti doveri”. La casa riprodotta nella cartolina è l’attuale sede della Cassa di Risparmio del Veneto di Badia Polesine.

    Anche gli scambi dovevano essere cospicui. Molto spesso infatti, si ringrazia “delle cartoline ricevute”, non certo di una singola. Nella medesima cart inviata a M.lle Bailly si legge: “Je vous ai envoyè une enveloppe avec 12 cartes doubles”(le ho inviato un pacchetto con 12 cartoline doppie).

    Contemporaneamente, altre due giovani badiesi si cimentavano nello scambio di cartoline. Si tratta di Olga e Rita Finzi (classe 1882 e 1884), sorelle del più famoso Aldo, impegnato politicamente durante il regime e ucciso nel 1944 alle Fosse Ardeatine. Agli albori del Novecento la famiglia risiedeva a Badia Polesine, dove il padre aveva impiantato un grosso mulino⁵.

    Delle due sorelle la collezione Turri comprende quindici esemplari, compresi fra il 1901 e 1902. Anche in questo caso le immagini sono di Badia e degli altri maggiori centri del Polesine. I referenti italiani ed esteri.

    In assenza di dichiarazioni esplicite, come quelle della signorina Miotto, è difficile capire quanto profondo fosse l’interesse delle due giovani e quanto ampia fosse la loro collezione, purtroppo la maggior parte delle cartoline porta solamente la firma, qualche volta accennano ad un saluto. Non sono prove certe di scambi in atto, tuttavia la tipologia e varietà dei destinatari e l’assenza di messaggi particolari (su cartoline indirizzate a famigliari, amici o parenti si sarebbe aggiunta almeno qualche frase confidenziale), fa propendere per questa ipotesi.

    Due brevi frasi ci vengono in aiuto. In una cartolina indirizzata a Montpellier, Rita scrive: “Je vous prie de m’envoyer toujours de carte postale avec le timbre de lieu rapresentè”(la prego di inviarmi sempre la cartolina postale col timbro del luogo rappresentato) frase con la quale ribadisce il concetto più volte espresso dalla Miotto di ricevere la cartolina col timbro del luogo rappresentato). In un’altra Olga ringrazia della cartolina-ritratto ricevuta e fa una promessa di scambio: “se desidera proprio il ricambio, cercherò di farglielo avere quanto prima”. Si tratterebbe in questo caso di una vera rarità, poiché le cartoline-ritratto dette anche “animate” all’epoca erano molto poche e per questo sono molto apprezzate dai collezionisti di oggi.

    Come per la Miotto, anche fra i contatti delle sorelle Finzi spiccano nomi di un certo rilievo. Uno su tutti, Luigi Conforti. Purtroppo non sappiamo se l’inquilino di Via Flavio Gioia, 30 a Salerno sia il famoso poeta o l’omonimo cugino giornalista e scrittore, di certo era un appassionato collezionista⁶.

    Nel 2008 venne esposta, in una mostra organizzata a Salerno, molta parte della sua collezione, comprendente nel suo nucleo centrale, raccolto agli inizi del ‘900, ben 700 cartoline⁷. Una prova in più questa, per collocare anche le sorelle Finzi nel circuito degli scambi in atto a cavallo fra i due secoli, come dimostra anche il fatto che fra i contatti della Miotto e delle sorelle Finzi compare la medesima persona, il barone Nicola Bianchi di Trani, collezionista nonché editore stesso di cartoline aventi per soggetto paesaggi pugliesi, anche queste – insieme ad altre- oggetto di una mostra realizzata nei medesimi luoghi rappresentati qualche anno fa⁸.

    Sarebbe bello poter ricostruire la consistenza delle raccolte delle ragazze badiesi. Chissà che aprendo i cassetti dei nostri nonni e guardando vecchie immagini di Badia e del Polesine, non ci accorgiamo che le giovani collezioniste ci stiano chiedendo l’invio di qualche cartolina!

  • “O vent’anni o la morte”

    “O vent’anni o la morte”

    La brutale repressione del brigantaggio di metà Ottocento attuata dagli Austriaci nel Basso Veneto, è stata a lungo rimossa dalle pagine della storia patria, forse per non dover ammettere che lo stesso metodo era stato adottato anche dal nostro Governo per reprimere il banditismo post-unitario nell’Italia Meridionale. Sopite le remore patriottiche, da qualche anno il fenomeno del brigantaggio nella Bassa Padana è ritornato all’attenzione degli studiosi, prova ne sia che si moltiplicano le iniziative editoriali, l’ultima presentata a Rovigo lo scorso anno¹ e pure il Ventaglio pubblica spesso apprezzabili contributi di approfondimento su questo fenomeno che ha colpito anche il Polesine in modo drammatico.

    Dalle ricerche pubblicate è emerso che i maggiori focolai del banditismo nostrano erano concentrati nei distretti rivieraschi del Po (“le genti lungo il Po sono proclivi alla rapina….”), probabilmente per la facilità con cui i ricercati potevano espatriare nel vicino Stato Pontificio e soprattutto per il fatto che vi era una certa correlazione tra l’intensità del banditismo e condizioni di povertà e sfruttamento legate alla presenza del latifondo nobiliare/borghese.

    Tuttavia, non essendosi mai fatta una ripartizione dei condannati per comune di appartenenza, non erano emersi centri di particolare criticità del brigantaggio, ritenuto un fenomeno di natura spontanea, piuttosto diffuso nelle campagne fra la classe bracciantile esasperata dalla miseria. In tale generico contesto era stato compreso anche il caso di Stienta, per cui la gravità dei fatti era passata inosservata, nonostante abbia lasciato tradizioni popolari ancora vive (le imprese della cosiddetta banda dal trav) e una cattiva fama che ha a lungo caratterizzato questa comunità².

    L’occasione per fare luce sul brigantaggio stientese si è presentata con la ricerca per il libro “Stienta paese di confine” voluto dall’Amministrazione Comunale³, in seguito alla quale si sono rinvenuti presso l’archivio parrocchiale gli atti di morte di una parte dei giustiziati con l’accusa di banditismo. Ricordo che nel periodo austriaco la parrocchia aveva funzioni di pubblica anagrafe, perciò le notifiche di morte venivano trasmesse al parroco, che ne compilava una scheda dettagliata, conservata nella sezione “atti di morte” del proprio archivio. L’indagine ha portato a scoprire, non senza una personale emozione (essendo stientese di nascita), la dimensione sconcertante della repressione austriaca: un vero e proprio massacro di uomini, numericamente paragonabile solo ai caduti della Prima Guerra mondiale, una ferita dolorosa mai rimarginata, che spiega i sentimenti di rabbia e ribellione covati nella comunità stientese per molti decenni a venire.

    Ma veniamo ai dati.

    Il Tribunale Statario di Este, in pratica una corte marziale istituita dagli Austriaci per reprimere il brigantaggio nella Bassa Padovana e in provincia di Rovigo (le due zone più turbolente del Lombardo Veneto) nei suoi quattro anni di attività (si era insediato a Este il 16 aprile 1850), aveva emesso circa 2500 sentenze, delle quali 1014 condanne a morte, pochissime assoluzioni, le rimanenti al carcere. Per atteggiamento collaborativo del condannato a morte (in pratica, la confessione del reato e i nomi dei complici), molte condanne capitali vennero tramutate in 20 anni di carcere duro, per cui le esecuzioni furono “solo” 414 (o 409 secondo altri conteggi), la maggior parte per fucilazione.

    Ebbene, fra questi 414 sventurati, ben 43 erano di Stienta (oltre il 10% del totale), fucilati nel periodo 20 marzo – 18 giugno 1851, quando la commissione giudicante si era trasferita nel Polesine (vedi oltre). Di ciò ne abbiamo certezza, essendosi reperito l’atto di morte. Il numero potrebbe però essere parziale perché, secondo i memoriali del parroco di allora (e sui quali torneremo più avanti) vi sarebbero state nel corso dell’anno precedente (1850), almeno una trentina di esecuzioni di briganti stientesi nel cortile del carcere di Este, dei quali non fu inviata alla parrocchia la notificazione di morte, forse a causa dell’emergenza in cui operava inizialmente il Tribunale Statario.

    Ma il conto non è ancora concluso perché si devono aggiungere altri 36 decessi nelle carceri di Rovigo, Padova e Capodistria per malattia (tubercolosi, tifo e terzana, le tre T dei carcerati), avvenuti negli anni tra il 1850 e il 1857. Ammonterebbe pertanto a circa 110 il totale delle vittime della repressione.

    Si tratta di uomini, di età compresa tra i 20 e i 45 anni, 31 dei quali risultano sposati con figli, il che significa altrettante famiglie rimaste senza sostegno e senza affetti, un dramma nel dramma, che ha reso queste vicende ancor più dolorose per la comunità.

    Nelle memorie autografe dell’arciprete di Stienta, don Francesco Cicogna, abbiamo un’altra fonte abbastanza attendibile sull’entità del brigantaggio locale e la durezza della repressione. Ricorda infatti l’arciprete nel suo resoconto a conclusione dell’anno 1850:

    “Fu l’anno decorso [1850] infelice per questa parrocchia, perché vessata in principio dai ladri, i quali pressoché cotidianamente nelle case e sulle strade rapinavano le sostanze e rendevano mal sicura la persona. Senonché scossasi l’Autorità, furono arrestati circa cento individui che sospetti di furto giacciono ora nelle prigioni di Este a libito del Giudizio Statario ivi eletto…”.

    In una successiva nota del marzo 1851, lo stesso arciprete ci dà un conteggio più preciso sul numero dei condannati e dei catturati in attesa di giudizio, tanto elevato al punto che egli stesso, seppure filo austriaco, ne prova meraviglia, ma non pietà: “La spada della Giustizia colpendo di severa pena i malfattori ha liberato dai ladri come le altre, così anche questa parrocchia. Senonché un gran numero di parrocchiani andò condannato, ché 34 furono fucilati e 43 condannati al carcere. Ma ancora sono 78 da giudicarsi…”.

    Le 34 fucilazioni cui accenna il parroco sarebbero quelle avvenute prima del marzo 1851. A queste si devono aggiungere le 43 avvenute dopo tale data, il che porterebbe il totale dei fucilati a 77, vale a dire che nelle due provincie del Basso Veneto soggette al tribunale di Este un fucilato su cinque era di Stienta!

    Riassumendo, secondo quanto riferito dall’arciprete, ben 155 cittadini di Stienta erano stati arrestati, circa la metà fucilati, l’altra metà condannata al carcere duro (dove ne morirà buona parte) e uno solo – c’informa ancora il parroco – venne assolto per insufficienza di prove: “Dé catturati per ordine dell’Imperial Regio Giudizio Statario infin ora uno solo venne licenziato da quella procedura per difetto di prove legali e questi fu Antonio Rovigatti detto Bua…”.

    Con questi numeri Stienta e in particolare la frazione Zampine – secondo il Mazzucchi celebre per fama infame⁴- dimostra di essere il comune polesano a più alta concentrazione di briganti.

    Per una macabra teatralità volta a terrorizzare le popolazioni, la commissione giudicante di Este dopo pochi mesi dal suo insediamento era divenuta itinerante e il 20 marzo 1851, proveniente da Piacenza d’Adige, si era insediata a Badia Polesine, quindi, una volta emesse le sentenze, si era trasferita a Castelmassa e via via, in altri comuni polesani, con lo scopo di eseguire i processi e le esecuzioni il più vicino possibile al luogo ove erano stati commessi i crimini. Per questo si trovano briganti di Stienta fucilati (la fucilazione veniva eseguita subito dopo la lettura della sentenza), a Badia Polesine (4), a Castelmassa (8), Ficarolo (1), Occhiobello (3), Fiesso (4), Gaiba (2), Bagnolo (1) e persino a Rovigo (4) e Crespino (5), oltre che a Stienta (11).

    Questo è un indizio che le bande composte o capeggiate da stientesi operassero in buona parte dell’Alto e Medio Polesine e che Stienta fosse uno dei centri d’irradiazione del brigantaggio polesano. Un brigantaggio diffuso, narrano le cronache, soprattutto con la propaganda presso le osterie, divenute luogo di ritrovo e reclutamento per le azioni criminose. Del resto, le risposte del famoso bandito Pipon (Francesco Tenan da Guarda Veneta), all’interrogatorio del giudice Chimelli (magistrato inquirente del Tribunale Statario), dimostrano che i capibanda spesso non erano affatto rozzi criminali, ma personaggi con ideali egalitari e un progetto di giustizia sociale, che aveva facile presa sulla massa di contadini affamati e delusi dai provvedimenti dei governi.

    Di fronte a questa realtà, perde credito l’ipotesi che il brigantaggio fosse esclusivamente un fenomeno delinquenziale, privo di coordinamento e di coscienza sociale; piuttosto, si è trattato di un tentativo maldestro di redistribuzione della ricchezza, da parte di un ceto bracciantile che inizia a muoversi autonomamente e sperimenta per la prima volta l’efficacia dell’azione collettiva.

    Secondo le indagini di un altro parroco di Stienta, don Tarcisio Cappato, risalenti agli Anni Trenta del secolo scorso, l’organizzazione di questa ragnatela brigantesca sarebbe stata gestita da una società segreta, denominata la Mano Nera con sede nella frazione di Zampine, i cui affiliati “scrivono sopra una pagina il loro nome con sangue che devono far zampillare dalla mano destra…”. Che ciò sia vero o falso non lo sapremo mai, perché Stienta è un paese dove i segreti non vengono svelati. Risalta comunque la crudezza del rituale, pari al carattere di questa gente.

    Crudezza che aveva meravigliato anche il presidente del Tribunale Statario, capitano Alexander Plaffemberg, quando si trovò di fronte all’atteggiamento sprezzante, “imperterrito” dei briganti di Stienta e dei loro famigliari, per nulla intimoriti dalla prospettiva della fucilazione⁵. Qui la giuria militare si era stabilita agli inizi d’aprile 1851, presso il palazzo di corte Martinella, messo a disposizione dal ricco Silvestro Camerini, le cui proprietà (assieme a quelle del fratello Cristoforo), erano state uno dei bersagli preferiti dai briganti.

    Si narra che sulla porta d’ingresso della sala ove si teneva il giudizio, vi fosse appesa la minacciosa scritta: “Qui si entra e c’è la sorte, o vent’anni o la morte” in riferimento ai due tipi di pena comminati dal tribunale. Le esecuzioni venivano effettuate nel “luogo del supplizio”, forse davanti a un tratto di muro di cinta della corte, spesso alla presenza dei famigliari, che dovevano sostenere, oltre alle spese di sepoltura, anche il costo del piombo e della polvere utilizzati per la fucilazione.

    Com’è noto, la spietata repressione porterà alla tragica fine del brigantaggio contadino, ma il sacrificio di tante vite non sarà inutile. L’esperienza acquisita in questo primo tentativo di riscatto dalla miseria, farà comprendere alla classe bracciantile che le rivendicazioni per quanto giuste, se fatte in modo violento, portano a reazioni altrettanto violente da parte dell’autorità pubblica. Per questo, la strategia di lotta nei decenni successivi sarà ricondotta, per quanto possibile, entro i limiti della legalità: non più assalti e rapine, ma grandi scioperi, manifestazioni e comizi di piazza, leghe contadine, società operaie di mutuo soccorso, ecc.

    Come ricorda nella sua Cronaca il Mazzucchi, anche in queste iniziative gli elementi di Stienta erano i più numerosi e i più attivi e sempre pronti, quando il caso lo richiedesse, a randellare i crumiri, a dar fuoco ai pagliai o tagliare le viti dell’odiato padrone. La strategia di lotta era cambiata, ma non per gli stientesi, nei quali il doloroso ricordo della violenza subita, manterrà gli animi infuocati ancora a lungo.

  • Le soppressioni dei Monasteri

    Le soppressioni dei Monasteri

    Spesso una storiografia poco informata, divenuta luogo comune, attribuisce erroneamente a Napoleone e alla sua politica laica la soppressione di tutti i conventi, monasteri e confraternite religiose, oltre a corporazioni di arti e mestieri del territorio da lui conquistato. Ma in realtà la pratica di sopprimere beni ecclesiastici – per ottenere risorse a favore delle casse statali – fu avviata alcuni decenni prima dalla Repubblica di San Marco.

    Prima di Napoleone

    Infatti già il 20 settembre 1768 una Legge del Senato Veneto approvava una lunga serie di provvedimenti di soppressione di ben 127 conventi (19 solo nel Padovano). Era il segno di una società che mutava rapidamente pelle; si disgregava un tessuto sociale radicato da secoli, che vedeva nelle strutture ecclesiastiche punti di riferimento importanti, se non gli unici, nelle comunità locali sia per i residenti che per i viandanti e i poveri.

    Con la soppressione di monasteri, conventi, ospizi e con l’incameramento delle loro rendite venivano meno preziose valvole di sfogo sociale, ma anche interi sistemi economici che, pur statici ed arretrati, avevano assicurato per secoli lavoro e sopravvivenza agli strati più miseri della popolazione.

    Negli anni settanta del ‘700 sparivano così dall’ampia costellazione di conventi e monasteri del Polesine:

    • il Monastero olivetano della B.V. del Pilastrello di Lendinara (nel 1779);

    • il Convento di S. Francesco di Lendinara (acquistato all’asta nel 1668, dopo la soppressione degli Eremiti di Fra Girolamo da Fiesole, dai francescani minori detti “zoccolanti”), soppresso con bolla papale 16 settembre 1769 e venduto dalla Repubblica al nobile Paolo Minio nel 1775 che deve in cambio eleggere e mantenere il parroco della chiesa di S. Biagio e provvedere alla manutenzione degli edifici piuttosto malridotti);

    • il Monastero domenicano maschile di S. Antonio Abate di Rovigo (soppresso nel 1768 e rivenduto tre anni dopo alle terziarie domenicane);

    • il Monastero agostiniano maschile rodigino di S. Agostino (soppresso nel 1772), al cui posto sarebbe di lì a poco sorto il nuovo Seminario vescovile voluto dal vescovo Sperone degli Alvarotti;

    • il piccolo Convento della Fraglia dei Battuti di Rovigo (retto dai gerolimini, fu soppresso nel 1772 e al suo posto nel 1818 fu eretto il Teatro Sociale);

    • il grande complesso camaldolese di S. Maria della Vangadizza, soppresso l’11 aprile 1789, le cui rendite andarono a rimpinguare le esangui casse della Repubblica l’anno successivo con decreto del 27 marzo 1790 (La giurisdizione abbaziale plurisecolare fu soppressa il 7 settembre 1792);

    • già intorno al 1760 era stato soppresso, dopo lunghe diatribe con la locale parrocchia, il Monastero agostiniano degli Eremitani di S. Pietro di Polesella: la chiesa passava alla Parrocchia sino all’arrivo di Napoleone quando fu chiusa nuovamente per essere riaperta con il secondo governo austriaco e trasformata in caserma nel 1848.

    L’occupazione napoleonica

    Tra aprile e maggio 1797, dopo i preliminari di pace di Leoben del 18 aprile, il Veneto fu rapidamente occupato – senza versamento di sangue – dalle truppe napoleoniche, venendo meno così, dopo oltre 3 secoli, la dominazione veneziana. Il 28 aprile 1797 l’armata francese occupa Padova e viene emanata dal generale Francesco Guglielmo Brune e da altri comandanti di divisione italiani (tra i quali il Massena, Girolamo Polcastro, Girolamo Dottori, Girolamo Lazara, Antonio Vigodarzere) una vasta riforma amministrativo-economica che riorganizza totalmente il territorio padovano, organizzando ben 9 comitati settoriali (Sicurezza, Istruzione, Sanità, Economia pubblica, Finanza, Agricoltura, Commercio, Arti e Mestieri, Acque, Militare e sussistenza, Pesi e misure).

    Viene istituita anche una Commissione straordinaria per i giudizi in materia penale col compito di sostituire i giudizi in tale materia dei Podestà e dei Vicari veneziani, in funzione da secoli e oramai inadeguati ai tempi, al pari dei giudizi in materia civile che vengono ampiamente riformati (processo che si concluderà anni dopo con l’emanazione del Codice Napoleone). Nasce la nuova Municipalità di Padova (composta da 23 membri) che insieme alle altre della provincia collabora coi suddetti Comitati.

    Il 12 maggio 1797 l’esercito francese, guidato dal generale Giovanni Battista Rusca, entra in Rovigo e viene istituito un governo municipale provvisorio che resterà in carica sino al 23 gennaio 1798, data in cui il Polesine passa, in seguito al trattato di Campoformio del 17 ottobre 1797 all’Austria.

    Nasce il 29 giugno la Repubblica Cisalpina, che fonde Repubblica Cispadana e Repubblica Transpadana, e intanto il Brune il 22 luglio 1797 istituiva a Padova presso la Municipalità locale, epicentro della nuova amministrazione francese nell’area euganea e polesana, il Governo Centrale del Padovano, Polesine di Rovigo ed Adria.

    La situazione economica, già compromessa nelle due province dalle carestie, dalle epidemie portate dalle armate e dalla necessità di approvvigionarle di mezzi di sussistenza (le rapine, le requisizioni e le violenze da parte dei militari erano all’ordine del giorno), era al tracollo e nuove tasse si sommavano a quelle già imposte dalla Repubblica Veneta: Taglione, Testatico etc.

    Si rende così necessario provvedere quanto prima alla soppressione massiccia di conventi e scuole religiose per incamerarne i beni e rimpinguare in questo modo le casse statali svuotate da guerre e arretratezza economica spinta.

    Da una statistica avviata nel 1790 e 1792 dal vescovo Sperone degli Alvarotti risulta che gli istituti religiosi della diocesi godevano di ben 60 benefici che rendevano ai beneficiari ben 16.500 ducati veneti. E a tutto ciò si aggiungeva il patrimonio mobiliare costituito da argenterie, mobili, quadri, oggetti d’arte e suppellettili spesso di enorme valore.

    Le soppressioni napoleoniche

    A Rovigo, con Decreto del Governo Centrale 10 ottobre 1797, furono così soppressi il Monastero olivetano di San Bartolomeo e il Convento francescano di San Francesco. (Atti notarili conservati in ASPD).

    I beni furono messi all’asta a pubblico incanto da Michele Salon, Direttore generale al “Burò” di amministrazione e vendita dei beni nazionali. Presidenti della Commissione straordinaria appositamente costituita erano 2 padovani, Francesco Bia e Giambattista Valvassori.

    I beni che ne costituivano il patrimonio e che assicuravano agli antichi istituti religiosi la sopravvivenza da secoli, una volta demanializzati, erano destinati ad essere venduti successivamente: i religiosi divenivano in sostanza salariati dello Stato: del patrimonio demanializzato facevano parte immobili, terreni, decime, livelli e legati.

    Il 17 novembre 1797 venne tenuta la prima asta pubblica sulla base del “Cartellone” che descriveva nel dettaglio detti beni fissando per ognuno una “polizza d’incanto”, cioè un valore d base su cui l’offerente faceva la migliore offerta. Il Direttore generale del “Burò” provvedeva in seguito all’alienazione vera e propria (addossandosi eventuali debiti tributari e campatici) tramite rogito notarile. L’acquirente di norma doveva addossarsi anche i vitalizi per i religiosi sfrattati, se privi di aiuti familiari e di alloggio. L’importo del sussidio veniva detratto del prezzo dell’acquisto e fissato con atto notarile distinto da quello dell’alienazione del bene.

    San Bartolomeo di Rovigo

    I beni immobiliari del Monastero olivetano al momento della vendita all’incanto il 17 novembre 1797 erano costituiti da terre in località Bresega, contrada “La Restara”, in S. Apollinare, contrada “La Selva”. Vi erano poi vaste possessioni: “Ca’ Bianca”, “Ca’ Rossa”, “Ca’ Verde”. Un’altra era in località “Baltun”. Vi erano poi beni sotto Agna (possessioni “Valmezzana”, “Carantin”, “Carrare” e Fosso Novo), di valore di gran lunga inferiore alle fertili terre polesane.

    Nelle possessioni vi erano numerose case coloniche, oratori, ospizi, cortili e broli, case di muro e di paglia, orti, “chiesure” (terreni coltivati a viti, pomi e prato vicini alla casa padronale). Le rendite erano di tutto rispetto! La tassa dovuta era in genere dell’8%. Sui beni l’acquirente era tenuto a corrispondere alcuni obblighi vincolati dai legati da cui provenivano le rendite stesse, tra cui messe.

    In tutto S. Bartolomeo presenta all’incanto 1321 campi, quasi 591 ettari e vari immobili per un totale di lire venete 1885.327 (poco più del prezzo base di vendita all’incanto pari a lire 1.743.476), la maggior parte dei quali aggiudicati da nobili padovani e da rampanti membri della borghesia della Città del Santo: si trattava in valore attuale di circa 10-12 milioni di euro, corrisposti dagli acquirenti in parte in contanti, in cambiali, ma molto più spesso in “partite d’imprestito patriottico”, ossia coi crediti acquisiti dagli aggiudicatari per approvvigionamenti e forniture date all’esercito tramite il Governo centrale. Fu così che nelle esangui casse dell’Erario entrò solo una minima parte degli introiti: 66.498 lire: il 3,53% del totale del frutto delle vendite!!!

    L’incanto permise l’alienazione di tutti i beni, al contrario di quanto avvenuto per i beni del monasteri padovani.

    La demanializzazione e il passaggio da mani religiose a mani laiche si risolse alla lunga in un ricambio notevole nella gestione della proprietà che negli ultimi anni della Repubblica erano oramai quasi improduttive, legate a sistemi colturali antiquati.

    Nel 1799, con il ritiro delle truppe francesi, i monaci torneranno nel Monastero, restandovi sino al 1810

    San Francesco di Rovigo

    I beni messi all’asta dal 21 novembre al 3 dicembre 1797, di gran lunga inferiori quantitativamente rispetto a quelli del ben più ricco monastero olivetano, si trovavano concentrati in tre località per lo più limitrofe tra loro: a Rovigo nei pressi del Convento francescano, nelle “ville” di Bresega (contrade “Ruschio” e “L’Albera”), Sarzano (contrade “La Vignazza”, “Il Campiello”, “La Croce”, “Le Capuzzare”, “Le Corone”, “La Forcà”, “San Francesco”, “Il Gorgo”, “La Cezza” e “Il Canton”), Arquà Polesine alle Granze (contrade “La Rovere”, “Le Mattiole”, “Le Frattine”, “Le Pettenelle”, “Le Montane”, “Le Murette”, “La Pantana”) e di Roverdicrè (contrada “La Schioppa”): 332 campi (151 ettari) in tutto per una stima complessiva di vendita all’incanto di lire venete 330.488: meno di 2 milioni di euro attuali.

    Solo il 4,11 % entrò nelle casse dell’Erario, essendo il resto costituito da crediti che gli acquirenti avevano con lo Stato e da cambiali. Anche in questo caso il notaio padovano che stipulò le alienazioni di tutti i beni per 378.810 lire venete era Antonio Maria Zabeo.

    Coll’arrivo dell’armata austriaca i frati restavano comunque nel convento.

    Nasce una nuova borghesia

    Grazie alle soppressioni e agli investimenti di nuovi ricchi, nasce una nuova aristocrazia per così dire borghese: ebrei, emancipati con Editto 2 settembre 1796, e appaltatori di dazi si sostituiscono ad una aristocrazia terriera insensibile e ad un clero oramai da tempo attento molto più ai beni venali che alla missione spirituale.

    Lo Stato laico, ispirato a principi illuministici e rivoluzionari, subentra in toto ad uno Stato o meglio a vari Stati collusi col potere della Chiesa, indebolita da scandali devastanti, come quello che coinvolge i Gesuiti, accusati di commerci illegittimi e di essere governo ombra della Chiesa.

    Le possessioni religiose demanializzate passano spesso nelle mani di ricchi banchieri e commercianti israeliti che finalmente possono investire in beni immobili i capitali accumulati in secoli di attività.

    Nuove collocazioni e plurime dispersioni dei beni mobili

    Se dei beni immobili è abbastanza agevole seguire le tracce, grazie agli atti notarili, alle polizze d’estimo e agli accatastamenti successivi, resta da affrontare la questione, molto più complessa, dei beni mobili e in particolare dei quadri che finirono in diversi Istituti culturali (chiese, pinacoteche, musei, uffici pubblici), o di cui si sono perdute le tracce.

    Già il 23 maggio 1797 il Governo provvisorio decretava la consegna di tutte le argenterie delle chiese rodigine ad esclusione di quelle strettamente necessarie agli uffici sacri. Si trattava di preziosi ingenti che avrebbero alimentato le esangui casse dell’Erario e di cui si sono perse in parte le tracce se non il ricordo affidato agli inventari delle singole parrocchie, spesso molto dettagliati.

    Ben 35 dei quadri sottratti al convento rodigino dei frati Cappuccini finirono all’Accademia dei Concordi trovando una sede di conservazione sicura e una sistemazione degna.

    Altre notizie di beni sequestrati provengono dal ferrarese dove un Editto della Municipalità ferrarese del 1796 aveva disposto la consegna di tutti gli argenti. Il 29 giugno, data di fondazione della Repubblica Cisalpina, il parroco di Sariano scriveva ad un amico parroco: “Non so come regolarmi rispetto all’editto pubblicato in questi giorni, che riguarda la somministrazione di ori ed argenti… dare tali e tante argenterie o non darle…”. Il collega gli rispondeva: “io e Calto e Massa abbiamo dato tutto, corona di Madonna, turibolo, aspersorio, portella di tabernacolo… Dio liberi da questa disgrazia. Siamo in mezzo ai nemici…”. Intere biblioteche ecclesiastiche, spesso antichissime, alimentano le raccolte civiche, le Accademie, i Musei, specie di Ferrara.

    L’arrivo degli austriaci nel marzo 1799 – appoggiati dall’insurrezione popolare a Ferrara nello stesso mese e in Transpadana nell’aprile seguente contro i francesi – provocherà la sospensione delle pratiche per le soppressioni.

    Ma il Polesine dopo solo 2 anni tornerà saldamente in mano a Napoleone, in base alla pace di Luneville del 9 febbraio 1801 che consegna Ferrara e il Polesine a Napoleone.

    Le nuove soppressioni del 1805

    Sarà solo con il 1805 e con la stabilizzazione del governo napoleonico nel Regno d’Italia che riprenderà la pratica delle soppressioni e di una ulteriore limatura alle rendite del clero: max 700 lire a ogni conventuale e sparizione della maggior parte degli Ordini religiosi per concentrare frati e monaci in pochi Istituti più facilmente controllabili. I poveri ne venivano allontanati e mantenuti nella società a spese dello Stato.

    Riprendeva la vendita all’incanto di beni immobili mentre ulteriori beni mobili (quadri, suppellettili, calici, candelabri, paramenti sacri, altari, mobilio) venivano incamerati dall’Erario per sostenere le spese militari.

    Alcuni beni rimasero affidati dal Demanio alle rispettive chiese e ad Istituti del territorio, molti altri, probabilmente i più preziosi seguirono altre strade non sempre trasparenti e chiare, tanto che le rivendicazioni successive, pur reiteratamente tentate dal Governo lombardo-veneto e dallo Stato italiano per oltre un secolo, non sortirono nella maggior parte dei casi, esito alcuno. Nonostante infatti l’Amministrazione francese avesse disposto la stesura di frettolosi inventari dei beni mobili (con le sole stime venali ma privi di elementi descrittivi che ne permettessero in seguito l’identificazione), incuria e più probabilmente malafede e dolo fecero sì che buona parte degli inventari sparissero e con essi persino i nomi degli assegnatari e dei custodi dei beni stessi.

    Difficile non pensare che molti arredi preziosi, libri e quadri siano finiti, come capita in tutte le guerre, in mano di ufficiali francesi e di poco zelanti funzionari che videro in essi una possibilità di facile arricchimento.

    Per i governi successivi fu più semplice seguire le tracce dei preziosi affidati a chiese e Istituti non ecclesiastici se non alla Curia stessa e al Seminario vescovile e di essi restano agli atti nell’Archivio dell’Intendenza di Finanza (in Archivio di Stato) elenchi preziosi con tentativi di attribuzioni spesso interessanti. Si tratta di beni provenienti dalle chiese di S. Francesco, S. Stefano (mai soppresse), S. Rocco, dal convento della SS. Trinità, dal Monastero di S. Bartolomeo, dal Convento di S. Francesco e da quello dei Cappuccini di Rovigo (di questi ultimi si sa da un rapporto del 23 luglio 1805 che i quadri più preziosi confiscati furono consegnati dal Demanio al Liceo di Ferrara, mentre quelli di valore minore saranno trattenuti presso la Direzione demaniale), dalle varie Scuole soppresse.

    Di molti beni si è persa traccia sin dal 1819 (quando l’amministratore delegato fiduciario del Demanio di Rovigo si disse impossibilitato a redigere qualsivoglia inventario). Decenni di indagini continuate con straordinaria tenacia dai funzionari del Demanio sino al 1909 (un secolo) finirono in un nulla di fatto: né Intendenza, né Ministero di Grazia e Giustizia in Roma, né Direzione generale del fondo di Culto conservavano documentazione ed inventari, per cui si concluse che forse gli arredi e i preziosi erano stati “lasciati in uso ai religiosi del Duomo”: era la classica chiosa di una ricerca infruttuosa in cui troppi interessi economici privati avevano ostacolato il recupero.

    La nuova ondata di soppressioni riguarderà anche le terziarie domenicane di S. Antonio Abate di Rovigo, subentrate al Demanio nel 1771. Le monache vengono definitivamente spogliate del loro bene con processo verbale del 19 luglio 1805 per essere poi del tutto allontanate con processo verbale 13 maggio 1810.

    Tra i quadri preziosi conservati nella Chiesa doveva esserci un Battesimo di Gesù della Scuola di Tiziano donato ad una suora del Convento, suor Felice Ferrarese (da identificare con suor Maria Felicita Baseggio, nata a Ferrara). La tela fu poi acquistata dal Silvestri, da cui pervenne, pare, alla Pinacoteca col legato Silvestri (Romagnolo, pp.324s., n.345 di inventario. Non reperito).

    Tre giorni dopo la prima avocazione al Demanio di S. Antonio Abate, con processo verbale 22 luglio 1805, il Demanio incamerò i beni restanti del Monastero di S. Bartolomeo di Rovigo, soppresso definitivamente poi con processo verbale 17 maggio 1810 e messo immediatamente all’asta.

    Con i beni di S. Bartolomeo viene soppresso anche l’annesso oratorio della Madonna dei Sabbioni.

    Sempre nel 1805, in data 15 luglio, il Demanio incamera i beni residui del Convento rodigino di S. Francesco, soppresso definitivamente l’8 giugno e trasformato in parte in caserma (al parroco resta l’uso della sagrestia e si sceglie arredi e suppellettili necessari ai sacri uffici tra cui figurano secondo il verbale del 6 maggio 1806 moltissime pianete, piviali, 4 messali, camici, candelieri, armadi, banchi, leggii, reliquiarii, la statua di S. Antonio teca di cristallo legno dorato che è in S. Francesco dove è anche un “espositorio d’intaglio costituito da un baldacchino, tabernacolo scalino per l’altare maggiore”, campane, orologio da campanile) e la cui comunità di frati verrà allontanata il 17 maggio 1810. Frattanto avverrà la trasformazione nel 1806 della relativa chiesa in parrocchiale al posto di quella antichissima di S. Giustina, soppressa anch’essa con Decreto della Direzione generale del Demanio 3 settembre 1805 e demolita in tutta fretta nel 1808 per far posto al mercato. Provvedimento questo criticatissimo e oltremodo ostacolato dalla popolazione e dal Clero, provocando proteste veementissime e la rivendicazione di suppellettili che “appartengono quasi tutte a confraternite e privati”: al parroco resteranno in realtà solo mobilio e suppellettili essenziali.

    Lo stesso anno sono soppressi il piccolo Convento francescano delle Muneghette, vicinissimo alla Rotonda e abbattuto nel 1860, l’attigua chiesetta della Concezione, il grande complesso delle Agostiniane della SS. Trinità, soppresso con atto del 19 agosto 1805 e chiuso definitivamente il 12 maggio 1810, mentre la chiesa resta succursale di S. Francesco dal 1810 al 1871 quando viene demolita per far posto all’aula delle udienze del nuovo Tribunale. Le pale che adornavano i suoi altari finiscono all’Accademia dei Concordi.

    Chiude anche la Scuola di S. Rocco di Rovigo con atti del 25 aprile e del 23 maggio 1806 (la chiesa resta succursale di S. Francesco, tra i beni superstiti ancora esistenti in chiesa nel 1819 è una pala d’altare della confraternita della B. V. di Loreto, 1 organo di cantoria e vari quadri della Confraternita di S. Rocco, un quadro di S. Francesco di Paola della Scuola di S. Francesco di Paola), e chiudono tutte le Scuole (e relative cappelle) religiose della provincia.

    Ma la spogliazione degli Istituti religiosi non era ancora terminata. Sarà il 1810 l’anno che ne segnerà la chiusura definitiva.

    Esamineremo nel prossimo numero di Ventaglio 90 questo ulteriore passaggio, caratterizzato da un taglio netto col passato e la trasformazione di decine di beni per secoli gestiti da religiosi (complessi monastici, chiese, oratori, ospizi) in semplici “case d’affitto” o in caserme militari e di polizia.

  • Carlo Bononi (1569?-1632)

    Carlo Bononi (1569?-1632)

    Nel corso del 2017 due importanti artisti di ascendenza polesana, interpreti di altrettante significative stagioni della pittura tra XVII e XVIII secolo, sono tornati prepotentemente alla ribalta per due eventi di rilevanza nazionale.

    Si tratta di Carlo Bononi (1569?-1632) e Mattia Bortoloni (1696-1750), dei quali intendiamo occuparci con due interventi – il primo pubblicato in questo numero del Ventaglio, il secondo nel prossimo in uscita a dicembre – cercando di indagare nei risvolti della loro attività artistica e dei legami con il nostro territorio.

    E’ con l’originale e pregnante epiteto di «ultimo sognatore dell’Officina Ferrarese» che Giovanni Sassu e Francesca Cappelletti, con il sostegno della Fondazione Ferrara Arte e delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara, hanno dedicato, dal 14 ottobre 2017 al 7 gennaio scorso, una ricca personale, la prima nel suo genere, al talento di Carlo Bononi (1569?-1632), ospitata nella prestigiosa cornice di Palazzo dei Diamanti.

    Una sfida, quella di dedicare un’esposizione ad uno dei più importanti interpreti dell’arte emiliana del suo tempo, diviso tra soggetti mitologici, rappresentazioni del quotidiano tendenti ad un marcato naturalismo, visibile in particolare nella resa anatomica del nudo maschile, e l’arte sacra condizionata dai rigorosi dettami del Tridentino. Una rassegna ampiamente premiata dal pubblico e dalla critica in un settore, quello delle mostre d’arte, spesso esclusiva di periodi e correnti molto più vicine nel tempo, e nell’anima, alla nostra inquieta contemporaneità.

    Carlo Bononi, artista raffinato ed elegante, ispirato dall’arte caravaggesca ed emulo dei Carracci bolognesi – ma con una spiccata propensione al gusto barocco, alla scenografica teatralità e ai giochi di luce, che richiamano la lezione della scuola veneta e il suo caratteristico luminismo – conserva, al pari di altri suoi conterranei (a cominciare da quel Benvenuto Tisi da Garofolo recentemente celebrato, nel suo borgo natio, con l’apertura del MUVIG, primo esperimento italiano di museo virtuale), uno stretto rapporto con l’area transpadana, nella quale possiamo rinvenire numerose tracce della sua copiosa produzione.

    Bononi, un itinerario altopolesano

    I legami di Bononi con il Polesine partono dalla questione biografica, indagata da Andrea Marchesi nel catalogo della mostra estense, senza tuttavia giungere ad una risposta definitiva.

    La data di nascita di Carlo Bononi, «Ferrariensi pictori egregio» secondo l’epigrafe tombale di Santa Maria in Vado, dove venne sepolto, in seguito alla morte avvenuta a Ferrara il 3 settembre 1632, viene tradizionalmente indicata nel 1569, in base alla tradizione iniziata dal secondo volume delle Vite di Girolamo Baruffaldi, che elaborò questo testo basandosi sul manoscritto di Carlo Brisighella, nipote del nostro autore, morto nel 1710. Una data che, tra gli studiosi, ha suscitato sempre controversie, sia sul piano artistico, non potendo attribuire con certezza alla mano del pittore opere anteriori all’inizio del XVII secolo, sia su quello geografico, che vedrebbe il Bononi nativo di qualche centro della Transpadana, dove la frequenza del cognome (e di numerose opere attribuibili alla sua mano o a quella dei suoi allievi) ha indotto, in passato, a qualche dubbio in tal senso.

    La verifica compiuta dai curatori della mostra sui registri battesimali delle odierne Parrocchie di Fiesso Umbertiano, Trecenta, Pincara, Canaro, Garofolo e Ficarolo non ha fornito, da questo punto di vista, risultati nuovi e significativi.

    A Fiesso, in particolare, dove sin dal XVII secolo il cognome Bononi risulta il più diffuso all’anagrafe comunale, con una media di 150 abitanti, prevalentemente originari della frazione di Capitello (a parte i ristretti nuclei parentali di un «Bonon» e di un «Zan Battista Bononi» segnalati dopo il 1579) le tracce della famiglia cominciano a comparire solamente dal 1590, in corrispondenza con i grandi spostamenti di manodopera seguiti alle bonifiche promosse da Enzo Bentivoglio nel comprensorio tra Stienta e Trecenta.

    Aldilà della questione documentaria, resta innegabile il legame del nostro artista con la Transpadana, anche alla luce degli incarichi amministrativi e delle amicizie del padre di Carlo, Girolamo Bononi, podestà di Garofalo nel triennio 1573/76 ed in stretti rapporti con il notaio Girolamo Tisi, figlio di Benvenuto, al quale affidò, quale «letterato e Cancellerie dell’Almo Studio» ferrarese, l’educazione dei figli Ippolito, Carlo e Smeraldo.

    Un legame col territorio polesano concretamente osservabile nelle opere dirette o ascrivibili alla bottega di Carlo Bononi che incontriamo a partire da TRECENTA, cuore della possidenza fondiaria bentivoliolesca nell’Alto Polesine, centro dove non casualmente sono visibili ben sei tele riconducibili alla mano dell’artista ferrarese¹.

    Nella seconda edificazione della chiesa parrocchiale del paese – dedicata a San Giorgio, consacrata dal vescovo di Ferrara mons. Giovanni Fontana il 23 giugno 1596 assieme al nuovo cimitero – l’intervento del Bononi è collegabile alla presenza di uno dei suoi maestri, Giuseppe Mazzuoli detto Bastarolo (1536 ca.-1589), che firma la tavola raffigurante Sant’Eligio vescovo in adorazione del crocifisso, collocata nel presbiterio.

    Nelle pareti del transetto, rispettivamente a destra e sinistra, due tele dal formato sagomato (cm 213 x 75,5), anticamente conservate nel coro, raffiguranti i Santi Pietro e Paolo, sono tradizionalmente attribuite a Carlo, di cui invece è certa la mano nella realizzazione, risalente agli anni ‘20 del XVII secolo, dell’Adorazione dei Magi (cm 245 x 138) sull’altare dedicato alla S. Epifania, adornato da marmi tardo barocchi collocati nel 1770 dall’arciprete don Francesco Azzi.

    Poco fuori dalla piazza principale, a pochi metri dalla casa di Nicola Badaloni, lungo la strada che conduce al Gorgo della Sposa e all’antica frazione di Sariano, feudo della famiglia dei Contrari, si incontra quindi l’Oratorio della B.V. Della Consolazione e dei SS. Rocco e Sebastiano. Sorto attorno alla metà del XVII secolo a sud dell’abitato, quindi ricostruito nel 1711, l’edificio, restaurato nel 2002, è noto come «Capitello di S. Chiara», ed è caratterizzato da una forte devozione popolare, anche legata al ricordo dei caduti nelle guerre mondiali, al quale il sacello è stato consacrato nel corso del Novecento.

    All’interno dell’oratorio, probabilmente provenienti dalla chiesa matrice, si trovano ben tre tele bononiane: S. Agata, una S. Lucia e una Vergine tra i Santi Sebastiano e Rocco, quadri recentemente rimessi in luce anche grazie all’opera di promozione e valorizzazione messa in campo dalla sezione giovanile della delegazione rodigina del FAI.

    Sempre all’azione di bonifica dei Bentivoglio, oltre che ad un’intensa attività edilizia in campo ecclesiastico seguita al terremoto ferrarese del 1570 e alla contemporanea attuazione dei decreti conciliari, va collegata la committenza della pala della Natività della Vergine (olio su tela, cm 240 x 160), protettrice della gravidanza e del parto, che incontriamo nella chiesa parrocchiale di BAGNOLO DI PO, consacrata, al pari del tempio trecentano, il 24 giugno 1596 dal vescovo Fontana.

    La pala, coeva all’altar maggiore della chiesa parrocchiale, si presentava «perfecta», anche se in posizione troppo nascosta («non dum ad locum proprium collacata fuit»), come sottolinea il presule nella sua visita pastorale e fu realizzata, «propriis expensiis pingi curavit» (cioè, di tasca propria) su commissione di Don Andrea De Auro, titolare della cappella della Vergine nella chiesa bagnolese negli ultimi anni del secolo. Già segnalata dal Baruffaldi e, più tardi, dal Gruyer come opera bononiana, la pala va riferita all’attività giovanile dell’artista ferrarese, ed è direttamente legata agli stilemi dello Scarsellino, in particolare la Natività della Vergine conservata nella chiesa di S. Maria Maggiore di Pieve di Cento. Siamo qui davanti ad un Bononi giovane, dalla composizione semplice, dai caratteri fisionomici tondeggianti e gonfi, dai panneggi solidi e dalla vivace ed armonica, anche se sommessa, cromia rosso-bruna, elementi che ne contraddistinguono il periodo anteriore al viaggio di «due anni e quattro mesi» nella Roma pontificia, nella prima decade del secolo, dove ebbe modo di apprendere e rielaborare con uno stile personale la lezione caravaggesca che “soppiantò” in lui l’iniziale interesse per i Carracci.

    Sempre nella chiesa bagnolese, nella controfacciata, al centro del fornice sopra il portale, il dipinto ad olio raffigurante la Madonna Immacolata con i Santi Pietro Biagio e Gottardo, originariamente collocato sulla parete destra del presbiterio, appare, a detta degli esperti, come opera della scuola dell’artista.

    Il nostro breve itinerario altopolesano sulle tracce del Bononi non può che concludersi nella Chiesa Arcipretale della Natività della Beata Vergine Maria a FIESSO UMBERTIANO, «ricca villa» nei primi anni del Seicento, il cui tempio venne ampliato nelle sue forme attuali nell’ultima decade del XVII secolo.

    Nell’edificio, in cui elementi veneziani, ben rappresentati dalla Via Crucis di impronta tiepolesca, ed emiliani (la porticina del tabernacolo del caratteristico «altar zalo», ossia giallo dorato, conserva una tavola con l’Adorazione del Bambino attribuita da Vittorio Sgarbi alla mano dello Scarsellino) si fondono mirabilmente, in un rapporto continuo tra età moderna e contemporanea (le vetrate, ancorché parzialmente rifatte, sono della mano del ferrarese Giacomo Diegoli, ed il catino absidale è opera di quell’Augusto Pagliarini che lavorò negli anni ‘20 del secolo scorso anche nel Castello Estense), il Bononi e la sua scuola raggiungono una delle vette più elevate della propria produzione realizzando parte del ciclo di 26 teleri che adorna la controfacciata, i registri superiori della navata centrale e l’area presbiteriale della chiesa.

    Il complesso, restaurato tra il 2002 ed il 2004 dalla ditta Sorpilli di Ferrara sotto la direzione della dott.ssa Samadelli della Sovrintendenza ai Beni Artistici di Verona, con un imponente sforzo economico sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, risulta in dialogo ideale con lo scenografico soffitto a 96 cassettoni lignei dipinti, unico nel suo genere in Polesine, e si compone di due gruppi distinti di tele.

    Mentre il secondo ciclo, con grandi quadri raffiguranti Storie dell’Antico Testamento, oltre che una Natività di Maria e un’Assunzione collocati nell’area presbiteriale, è riferibile agli ampliamenti di fine secolo della chiesa, il primo, illustrante Storie di Maria, con alcune scritte visibili che indicano la committenza di cinque personaggi documentati nel paese nella prima metà del XVII secolo, è connesso alla fase decorativa del tempio che segue la consacrazione dell’edificio, avvenuta l’8 settembre 1622 da parte del card. Camillo Mauro.

    Tale ciclo, di marcata impronta bononiana, ed è da collegarsi, da un lato, all’attivismo del rettore del tempio, il milanese don Bernardino Micario, a Fiesso dal 1609 al 1643, seguace del vescovo di Ferrara Giovanni Fontana, già collaboratore di Carlo Borromeo a Milano, dall’altro all’intensa attività della Confraternita del S. Rosario, sviluppata anche in paese, al pari di quella del SS. Sacramento, in seguito al Concilio.

    Nel ciclo bononiano, che si compone di dieci tele (due, la Nascita di Maria Vergine e la Presentazione di Maria Vergine al tempio, di cm 150 x 170, le altre otto, Incontro di Sant’Anna e San Gioacchino alla porta aurea, Annunciazione, Sposalizio di Maria Vergine, Visitazione della Vergine a S. Elisabetta, Presentazione di Gesù al tempio, Assunzione di Maria Vergine, Madonna che intercede per le anime del purgatorio e Morte della Madonna di cm 180 x 110) è ben visibile la mano, oltre che di Carlo, del nipote Lionello Bononi, attivo verso il 1630, di Alfonso Rivarola detto Chenda (1590 – 1640), di Giuseppe Caletti detto il Cremonese (ca. 1595-1660), di Camillo Berlinghieri, Giovanbattista della Torre e, forse, del senese Rutilio Manetti (1571-1639), pittore naif di ascendenza caravaggesca rintracciabile nella Madonna che intercede per le anime del purgatorio e nella Morte della Madonna.

    Il nostro percorso finisce qui, con gli occhi rivolti verso un ciclo pittorico che affascina e meraviglia, inserito nel clima controriformistico seguito alla Devoluzione e segnato dall’accento fortemente teatrale e dall’intonazione squisitamente sentimentale, in cui, dopo il soggiorno romano e il grande cantiere di Santa Maria in Vado, il Bononi filtra la lezione del Caravaggio, reinterpretata in squisita chiave barocca.

    Un percorso che testimonia, ancora una volta, attraverso l’opera di un grande artista, i secolari legami dell’area Transpadana con Ferrara, nell’anno in cui, peraltro, ricorre il bicentenario della Bolla di Pio VII De salute dominici gregis (1 maggio 1818), che segnò il passaggio delle 20 Parrocchie rivierasche dalla giurisdizione estense a quella della Diocesi adriese.

  • Il Mulino Bacchiega

    Il Mulino Bacchiega

    Sto percorrendo la strada regionale rodigina 88 quando, incuriosita, entro nel piccolo centro di Melara, situato nella punta più estrema dell’Alto Polesine che si incunea tra le provincie di Verona e Mantova. Raggiungo il centro storico e, affascinata da alcuni antichi palazzi, procedo alla ricerca di edifici catalogabili nell’ambito dell’archeologia industriale.

    Imbocco via Marconi e, all’incrocio con via Capitello – il cui nome è preso dal vicino Capitello dedicato alla Madonna Nera di Loreto – noto la presenza di un complesso con le caratteristiche ricercate. Attratta, supero un vecchio cancello in ferro arrugginito, entro e scatto alcune foto.

    Coinvolgo un passante che mi accenna all’esistenza di un vecchio mulino risalente agli anni ‘30 e chiuso presumibilmente negli anni ‘70. L’edificio si trova in evidente stato di degrado, seppur non del tutto abbandonato. Sono evidenti qua e là, infatti, tentativi anche recenti di riutilizzo.

    Passa qualche giorno e il mio interesse non viene meno, per cui decido di chieder un incontro con la sindaca di Melara, Paola Davì che, ricevendomi nella sede municipale, mi illustra la situazione.

    – Recupero? Restauro? Nuova destinazione?

    A queste domande Paola risponde:

    “Ho avuto modo d’incontrare, in tempi recenti, la prof. Anna Maria Bacchiega, unica proprietaria del mulino terragno di cui stiamo parlando, che mi ha esposto le sue intenzioni di recupero e restauro conservativo. La sua volontà andrebbe nella direzione di una destinazione d’uso pubblico o pubblico/privato, ma, in considerazione del grosso impegno finanziario necessario, attualmente vedo molte difficoltà. Penso, tuttavia, visto lo stato attuale di ammaloramento, che un intervento sia necessario e debba svolgersi a carico del privato. Insieme, invece, si può pensare alla realizzazione di un piccolo museo, magari civico, sulla storia dei mulini terragni e natanti del territorio, magari attingendo ai finanziamenti regionali o all’aiuto delle fondazioni “.

    Ulteriormente incuriosita, incontro Anna Maria Bacchiega, ben disponibile a rispondere alle mie domande. Mi racconta con evidente passione la vicenda dei suoi avi, sottolineando come la storia dei Bacchiega mugnai nasca sull’acqua, quella del Po. I Bacchiega, mugnai da secoli dunque, e la prof. Anna Maria, ultima discendente e testimone di questa storica famiglia. Ben determinata a salvaguardare il ricordo e, se possibile, gli elementi di quest’antichissima arte, dando così vita, con passione ed amore, al rinfresco di tanti ricordi familiari.

    “Inizialmente – racconta – i Bacchiega tenevano un mulino natante sulla riva sinistra del Po a Melara, attraccato in località Mariconda. Siamo nel 1800, la proprietà era allora di Domenico, al quale poi subentrerà il figlio Pasquino e poi ancora il figlio di quest’ultimo Ido, mio padre. I Bacchiega possedevano alcuni mulini natanti, tre sicuramente, forse quattro. Il più grande, denominato Sant’Antonio, probabilmente dismesso, come molti altri mulini, in epoca prossima al 1937 per adempiere alla normativa tesa a facilitare la navigazione fluviale”.

    “Al tempo – continua – mio nonno e mio padre, smontati gli elementi recuperabili, iniziarono la costruzione di un mulino in muratura, detto terragno, destinato alla macinazione del mais e del grano. All’epoca dava lavoro a una decina di operai. Durante le due guerre il molino era il riferimento per la sopravvivenza. Funzionava a pieno ritmo con turni continui, anche di notte, e proseguì così fino alla seconda metà degli anni sessanta. Dopo di che è iniziata una lunga e perniciosa crisi che vedrà la chiusura di molte di queste attività, compresa la nostra nel 1971”.

    Anna Maria, visibilmente commossa, continua nel racconto, manifestando il suo impegno nell’opera di famiglia:

    “Era un’attività ricca di sapere, di tecniche molitorie, di strumenti e delle loro parti con una nomenclatura specifica. Il vocabolario tecnico corrispondente è sorprendentemente ricco! E lo stile di vita del mugnaio e del cliente era cadenzato dai ritmi della natura. Il grano tenero coltivato veniva ammassato nei mesi di giugno e luglio, a seguito della mietitura. Le vie adiacenti erano, in quel periodo, caratterizzate da lunghe file di carretti, trattori e più tardi autocarri carichi di cereali che portavano il raccolto depositandolo sotto le tettoie annesse al molino. Vale la pena ricordare che la lavorazione della materia prima veniva sottoposta a diverse fasi. Dapprima il grano veniva lavato al piano terra e poi trasportato all’ultimo piano dove avveniva la macinazione, la separazione della crusca dalla parte nobile, detta il fior di farina, attraverso grandi setacci. Questi causavano la continua e fastidiosa vibrazione del pavimento in assito di legno”.

    Nel volto sereno di Anna Maria affiora un sorriso tenero e pervaso da dolce tristezza, con lo sguardo rivolto a ricordi infantili, ma subito riprende:

    “Gran parte dei macchinari, come la tramaglia, le tramogge e le moggia erano in ferro e legno. Mio padre controllava, regolarmente, che il fiore uscisse separato dalla crusca, attraverso una serie di setacci. Da questo processo usciva il fiore e il semolino. Ricordo lucidamente le macine, fissa e rotante a palmento, che erano sovrapposte: l’una ruotava sull’altra per macinare il mais. Il rabbligliatore che si occupava della pulizia e del ripristino della macina utilizzava le martelline e gli scalpelli, così che la pietra liscia, per la funzione esercitata, ritornava ad essere scabra, migliorando la macinatura. Tra le attrezzature utilizzate c’erano le bilance, le stadere, le bascule, le sessole, i sacchi di iuta, i paranchi, le stanghe, i cunei, i vagli, i setacci e molto altro ancora”.

    “Gli ambienti che strutturavano il mulino – continua nella dettagliata narrazione – erano i magazzini di stoccaggio, l’area di produzione, gli spazi per l’ingresso della materia prima e quelli adibiti alla vendita e alla distribuzione del prodotto finito. L’opificio si presentava a più piani, a sviluppo verticale con ampi spazi, soffitti a capriate e pavimentazione in assito di legno. L’area occupata dal mulino, sia quella interna che quella esterna, era notevole. Basti pensare che nello stesso sito erano situate pure le stalle per i cavalli, quando questi rappresentavano l’unico mezzo di locomozione. E ciò fino alla fine degli anni ‘50, poi progressivamente sostituiti dai mezzi a motore. Altri elementi annessi al corpo centrale erano le barchesse per il ricovero dei carri, degli attrezzi ingombranti e poi dei camion”.

    Anna Maria si prende ancora una pausa per lasciar fluire le emozioni affiorate, ma ben presto riprende la narrazione con una serie di note ed aneddoti, tutti legati dal fil rouge che unisce acqua, ruote, energia, sudore, facce bianche di farina, animali, veicoli, qualche bestemmia che inevitabilmente scappava tra una battuta e l’altra e così via.

    “Per la gente, il mulino era un punto di riferimento: esprimeva vitalità, grande attività, fonte di lavoro e di nutrimento. Originava un notevole indotto fornendo lavoro, rifornendo all’ingrosso i fornai e vendendo direttamente alla clientela tradizionale. I contadini, oltre a portare grano e mais, andavano periodicamente a ritirare per le massaie le farine di risulta, bianca oppure gialla per la polenta, le spezzanelle per il pollame e la crusca per i maiali. In cambio della prestazione del mugnaio il contadino gli cedeva parte del frutto della sua terra e del suo lavoro, per cui era attentissimo affinché le sue fatiche venissero adeguatamente valorizzate. Proprio per questo, durante la contrattazione, il contadino portava il campione del suo grano in un cartoccio di carta da zucchero blu per valorizzarne colore e qualità. Contrattavano e utilizzavano un libretto, anzi il libretto perché il pagamento a saldo avveniva annualmente, con questa specie di mastro di partita doppia tra mugnaio e contadino”.

    Tra gli aneddoti, quello che riguarda il padre del grande tenore Luciano Pavarotti.

    “Pavarotti era proprietario, assieme ad un socio, del forno Lugli e Pavarotti di Modena che si serviva delle farine del nostro mulino e, negli incontri, parlava con mio padre del figlio Luciano e dei suoi desideri di realizzazione, in ambito lirico”.

    Alla fine degli anni ‘60 la crisi economica e la comparsa di nuove tecnologie provocano la chiusura di moltissimi mulini. Tra le cause, anche il cambio delle abitudini alimentari indotte dalla pubblicità e la contestuale difficoltà da parte dei mugnai di adattarsi alla nuova situazione.

    “Purtroppo, – continua Anna Maria – chi non ha saputo adeguarsi ai cambiamenti e alle nuove esigenze ne è rimasto travolto”.

    Il finale è ammantato di una consapevole tristezza, solo ripianata da una storia piena di fascino, di amore e vita, come quella che i mugnai con la loro farina da millenni hanno saputo darci.

    Anna Maria Bacchiega, laureata in filosofia medioevale, e più recentemente in scienze giuridiche, docente di lettere a Sermide ai Geometri, e a Mantova allo sperimentale “Virgilio” e poi al “Mantegna”, approda, nel 1993, al liceo “Curie” ora “Gonzaga” di Castiglione delle Stiviere, nelle vesti di preside. In tale ruolo è emersa la sua precisa e puntuale conoscenza delle norme e la capacità di gestione. Attenta all’innovazione e alla relazione con il suo territorio, ne ha sempre cercato la promozione. Sensibile alle esigenze dell’evoluzione ambientale, della innovazione multimediale, dello sviluppo urbanistico ed edilizio, ha dotato l’istituto il Galileo Galilei di Ostiglia, nel quale ha concluso il la sua attività professionale di dirigente scolastico, di ogni mezzo di innovazione tecnologica possibile. Ora vive a Porto Mantovano, ma spesso raggiunge Melara per rapportarsi con il suo mulino, con quella costruzione malinconica che vorrebbe vedere rianimarsi; desidererebbe condividere i grandi ambienti, dopo l’auspicato risanamento, con la collettività di Melara e del circondario. Lei è determinata a seguire il suo sogno: intende valorizzare la vecchia struttura, salvaguardandola dal degrado come testimonianza storica di civiltà e cultura del mondo agricolo al quale manifestare riconoscenza e di cui dobbiamo conservare un adeguato ricordo.

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