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Archivi: Articoli d’archivio

  • Rovigo capitale della cultura

    Rovigo capitale della cultura

    Si è discusso molto in questi ultimi mesi circa la possibilità, nata da una proposta del prof. Gaffeo, che Rovigo avanzi la propria candidatura a divenire Capitale della Cultura nel 2020.

    La recente individuazione di Mantova come “capitale della cultura 2016” – seguita da un eccezionale scatto di popolarità della città lombarda, con conseguenti importanti iniziative non solo sul piano culturale, ma anche nell’ambito economico e più in generale dell’immagine – è stata vista da più parti come un esempio da imitare. E tra Adige e Po si sono accesi gli entusiasmi, facendo registrare varie positive prese di posizione a favore di azioni utili per concorrere all’assegnazione dell’ambito riconoscimento.

    Le molteplici iniziative sul piano culturale, che a Rovigo si stanno susseguendo in questo mese di maggio (mentre si sta per concludere l’impaginazione di questo numero del Ventaglio) sono viste da più parti come un buon trampolino di lancio per un avanzamento delle procedure volte a sostenere l’ambita designazione.

    E anche la presente rivista è stata raggiunta da sollecitazioni a farsi sostenitrice di tale candidatura, cosa che qui facciamo senza difficoltà alcuna, sottolineando le positività artistiche e culturali di Rovigo e provincia, necessarie basi per sostenere il progetto.

    A tal proposito va anche detto che, in vista del 2020, siamo stati fatti oggetto di apprezzamenti per il lavoro che svolgiamo, ma anche di solleciti a raddoppiare l’impegno e le uscite del periodico, portandolo da semestrale a trimestrale. Bella idea!, che più volte per la verità si è affacciata nel corso degli anni, ma che appare difficilmente realizzabile, anche perché – anche questo va detto – i limitati tradizionali sostegni pubblici al periodico negli ultimi tempi si sono del tutto volatilizzati. E le promesse di qualche supporto da parte delle pubbliche istituzioni non hanno più trovato seguito.

    Restiamo dunque con “i piedi per terra”, ringraziando frattanto gli sponsor privati che ci sostengono e quanti (giornalisti, studiosi e cultori del territorio) ci affidano i loro scritti.

    Ed ancora una volta, con questo 55.mo numero, continuiamo ad adempiere al nostro quasi trentennale impegno di far conoscere ed apprezzare Rovigo ed il Polesine, scoprendone interessanti peculiarità e sottolineandone le potenzialità sul piano culturale e turistico. E questo, in definitiva, è il nostro contributo a favore di Rovigo Capitale della Cultura, progetto che ci auguriamo davvero giunga in porto.

  • “Una spiaggia per il Fratino”

    “Una spiaggia per il Fratino”

    A Porto Caleri di Rosolina sorge la prima spiaggia nel Delta del Po Veneto dedicata alla riproduzione del Fratino. E’ un’iniziativa, curata per il terzo anno consecutivo dal WWF, che evidenzia come in Italia ed in Europa questa specie abbia subito negli ultimi anni un fortissimo calo.

    “Il Fratino (Charadrius alexandrinus) è un piccolo limicolo appartenente alla famiglia dei Caradridi. Dai dati disponibili – ci dice Eddi Boschetti presidente provinciale del WWF – si può affermare che la popolazione italiana sia diminuita di almeno il 50% negli ultimi 10 anni e sia addirittura scomparsa da alcuni paesi dell’Europa del Nord. Non a caso il Fratino figura nella Lista Rossa degli uccelli nidificanti, elenco che comprende appunto le specie in serio pericolo di estinzione nel nostro Paese”.

    “La sopravvivenza del Fratino – continua Boschetti – è naturalmente legata alla conservazione del suo habitat, che nella fattispecie è costituito prevalentemente da spiagge ben conservate, dove le infrastrutture e il turismo balneare sono scarsi o assenti, dove ancora sono presenti detriti naturali quali legni e conchiglie, dove le dune embrionali e le dune stabili non sono occupate da cemento o infrastrutture turistiche.”

    E come si presenta la condizione del nostro litorale?

    “Una situazione interessante è individuabile nel tratto litoraneo compreso tra Marina di Caleri e il Canale di Caleri che determina il confine con l’Isola di Albarella. Nonostante le condizioni favorevoli, l’impatto antropico, dovuto in prevalenza al turismo balneare è ancora troppo intenso per consentire un buon successo riproduttivo di questa specie estremamente fragile. La deposizione delle uova avviene in piccole depressioni che ricava sulla sabbia e che mimetizza con conchiglie e altri detriti. Le sue stesse uova sono color sabbia, macchiettate di nero, praticamente invisibili, pertanto è facilissimo calpestarle. Anche i cani dei turisti che frequentano questa spiaggia libera se lasciati vagare ovunque, possono recare gravi danni in particolare a uova e pulcini”.

    Qual è il periodo più delicato?

    “La riproduzione inizia a marzo con un picco a maggio per terminare ad agosto; in genere la femmina depone 3 uova, la cova dura dai 24 ai 27 giorni. I pulcini, appena nati, abbandonano il nido e seguono i genitori alla ricerca di cibo, pertanto imparano subito a muoversi sulle zampe e dopo un mese sono in grado di volare. Le minacce che mettono a rischio questa specie derivano da diversi fattori: dalla predazione da parte di animali selvatici, in particolare del Gabbiano reale e del Ratto, alla predazione da parte di cani lasciati liberi sulla spiaggia, al calpestio di turisti e bagnanti, all’uso improprio di mezzi meccanici sia nelle opere di movimentazione della sabbia che di pulizia delle spiagge”.

    Come intervenire?

    “Per arginare il trend negativo che sta registrando questa specie anche per l’area del Delta del Po, il WWF Provinciale di Rovigo, ha proposto al Comune di Rosolina, nell’ambito del riconoscimento della Bandiera Blu da parte delle sue spiagge, un progetto pilota di monitoraggio e tutela della specie. Un progetto che interessa il tratto di spiaggia antistante a una delle Oasi litoranee più importanti dell’Adriatico: il Giardino Botanico Litoraneo di Porto Caleri”.

    In pratica come si concretizza l’azione di protezione del WWF?

    “Ai primi riscontri di presenza della specie nell’area interessata, i volontari dell’Associazione, in collaborazione con l’Unità Organizzativa Forestale Veneto Ovest, il comune di Rosolina e l’Ente Parco Regionale Veneto del Delta del Po posizionano un’opportuna cartellonistica che invita i tanti turisti e bagnanti a non attraversare l’area recintata. La curiosità spesso vince sulla timidezza, pertanto molti visitatori si avvicinano agli operatori incuriositi da binocoli e cannocchiali, ottenendo così la possibilità di osservare “da vicino” i Fratini e le loro covate. I volontari più esperti in tecniche fotografiche, nel frattempo documentano le attività delle coppie con l’ausilio anche di trappole fotografiche mimetiche in grado di scattare foto e girare filmati in contemporanea. I dati vengono poi elaborati e discussi in una relazione a fine annata e messi a disposizione del Coordinamento nazionale di tutela del Fratino, dell’ISPRA, del WWF Italia, del Comune di Rosolina e dell’Ente Parco Regionale Veneto”.

    Non è dunque mancato il sostegno delle istituzioni né quello dei frequentatori del litorale.

    “In effetti questa iniziativa ha ottenuto nel tempo un crescente consenso da parte del pubblico in generale e dagli stessi frequentatori della spiaggia libera in particolare, al punto che sono diventati essi stessi parte attiva dell’azione di tutela. A prova di questo si trovano infatti riparazioni non attribuibili ai volontari o agli operatori del Giardino Botanico, effettuate con materiali di fortuna.

    E i risultati ottenuti in questi primi tre anni sembrano premiare lo sforzo di conservazione messo in atto finora”.

    Quali i riscontri più significativi?

    “Sono incrementati da circa una decina nel 2015 a una quindicina nell’anno in corso gli individui adulti che hanno sostato sulla spiaggia nel periodo riproduttivo e da tre a sette i nidi accertati dagli operatori del WWF. Tuttavia restano dubbi sul numero totale di giovani arrivati a involarsi, dal momento che la predazione da parte di gabbiani reali e altre insidie naturali a cui è soggetta la specie restano alte”.

    “C’è un caso positivo – continua Boschetti – che ci ha dato molta soddisfazione. Si tratta di una femmina, nata e inanellata quando aveva pochi giorni di vita proprio a Porto Caleri da un ornitologo 5 anni orsono, che torna ogni anno a nidificare nel medesimo sito. Una vera prova di fedeltà che dimostra sia la qualità della spiaggia di Caleri quale luogo ideale per la riproduzione del Fratino, sia la stoica determinazione che dimostra questo piccolo uccello poco più grande di un passero a sfidare i mille ostacoli che incontra ogni anno alla ricerca di un sito riproduttivo sicuro dove crescere i suoi piccoli e dove il successo riproduttivo non è comunque garantito se non a costo di numerosi tentativi”.

    Una bella soddisfazione, dunque…

    “Auspichiamo che questo commovente messaggio che ci arriva dalla natura – conclude Eddi Boschetti – possa suscitare una maggiore diffusione di esperienze di protezione di questa specie nel resto del Delta del Po e in molte altre spiagge italiane.

  • 50 anni dalla scoperta di Frattesina

    50 anni dalla scoperta di Frattesina

    “Giovedì (santo) 23 Marzo 1967 Il Geom. Casari Stefano mi ha portato alcuni cocci di ceramica e una punta di corno di cervo raccolti in superficie nella sua Campagna n. 1 di Fratta …”. (dal Giornale di rinvenimenti di Rodolfo Peretto).

    Era quello il primo atto della “scoperta di Frattesina”, della quale quest’anno si è celebrato il cinquantenario con vari eventi, organizzati dal professor Raffaele Peretto (figlio di Rodolfo), testimone e protagonista, ed attualmente presidente del CPSSAE. Da allora sarebbe seguita una serie di rinvenimenti archeologici, grazie ai quali oggi siamo in grado di ricostruire la storia più antica del Polesine con una maggiore contezza scientifica.

    Breve storia di Frattesina

    Come in tutte le storie importanti, c’è un antefatto. Già a partire dalla metà degli anni Sessanta del secolo scorso un gruppo di intrepidi volontari, appassionati di storia locale, su iniziativa di Gian Battista Siviero e Gianfranco Bellintani, avevano dato vita, il 17 dicembre 1964, al Centro Polesano di Studi Storici Archeologici ed Etnografici (CPSSAE), che ha festeggiato i cinquant’anni qualche anno fa. La storia di questa associazione culturale [v. il numero 50 di Ventaglio novanta, pp. 154-158] è strettamente legata a quella dei ritrovamenti archeologici in Polesine, la maggior parte dei quali fu condotta personalmente dai soci o in collaborazione con Istituti universitari e la Sovrintendenza.

    Un cinquantennio prolifico, tale non solo da permettere la ricostruzione di un quadro significativamente popolato ed attivo del nostro territorio fin dall’età protostorica, ma anche da indurre la nascita di ben due musei con il ricco materiale repertato: il Museo dei Grandi Fiumi a Rovigo e il Museo Archeologico Nazionale di Fratta Polesine.

    Ripercorrere la storia delle scoperte archeologiche in Polesine è una grande avventura che ebbe come protagonisti coraggiosi pionieri, i quali dovettero inventarsi un po’ tutto: dal mestiere di archeologo alle stesse attrezzature per operare.

    Il “gruppo di ricognizione” – come scelse di chiamarsi – coordinato dal maestro Rodolfo Peretto, era composto dai giovani figli, Raffaele e Carlo (che avrebbero poi coltivato per tutta la vita la passione paterna per la storia), da Renato Siviero e Renzo Padoan, Ilario Bellinazzi, Enrico Zerbinati e Maurizio Miante; per lo più giovani studenti volenterosi, anch’essi alle prime armi e talora collaboratori occasionali. Eppure, grazie al loro intuito e alla loro tenacia, capaci di risultati considerevoli, che in questa sede ci limiteremo a riepilogare rapidamente.

    I “soci” già si erano messi in evidenza, nel 1965-’66, per una serie di fortunati rinvenimenti, a Frassinelle, di ceramiche del ‘500-’600, affiorati durante un intervento idraulico sul Canalbianco, ma sarebbe stata la scoperta del villaggio protovillanoviano di Frattesina (1967, primavera) ad imprimere la svolta decisiva alla ricerca storica in Polesine, dandole nuovi impulsi ed informazioni per tutte le fasi successive fino ai nostri giorni.

    Il complesso insediativo, riconducibile all’epoca fra l’età del Bronzo finale e gli inizi del Ferro (XII-IX sec. a. C.), si estendeva per oltre venti ettari, lungo l’antico alveo del Po di Adria, ed era ad alta densità abitativa, testimoniata dalle grandi vicine necropoli del Fondo Zanotto e di Narde. Essa, inoltre, attorno al X secolo, si dev’essere estesa ad est verso il vicino villaggio di Villamarzana.

    Un sito abitativo quindi di tutto rilievo, sia per le considerevoli dimensioni ma anche e soprattutto per la sua strategica posizione al centro del crocevia commerciale tra il mondo greco e l’area mediterranea, la Mitteleuropa d’Oltralpe ed il Baltico, da cui giungeva la preziosa ambra. I ritrovamenti testimoniano un’intensa ed avanzata attività artigianale di lavorazione dell’ambra, dell’avorio (importato dall’Africa del nord o dalla Siria), del bronzo (il rame e lo stagno provenivano dai giacimenti metalliferi toscani) e del vetro (unico centro europeo attestato ad oggi nell’età protostorica). Una scoperta pertanto fondamentale per la nuova luce che si accendeva sul nostro territorio quale porto protostorico al centro dell’antica via dell’ambra, nonché come conferma e stimolo a proseguire le ricerche, avvalorate anche dai coevi rinvenimenti ceramici presso Mariconda di Melara.

    Frattesina portò il Polesine all’attenzione nazionale ed internazionale, attirando l’interesse di docenti e studiosi da tutta Italia e dall’Estero; ottenne l’appoggio della Soprintendenza e la collaborazione di diversi musei ed atenei. Le esplorazioni e gli scavi in Frattesina e dintorni sono durati per tutti gli anni Settanta ed ultimamente, da qualche anno, sono ripresi per approfondirne la conoscenza ai fini di divulgarla in un volume, nell’ambito di un progetto sostenuto dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto ed in collaborazione con il GAV (Gruppo Archeologico di Villadose).

    Innumerevole è l’elenco delle scoperte che sono state conseguite in Cinquant’anni di esplorazioni archeologiche del nostro territorio, tutte scaturite sulla scia di Frattesina o dall’entusiasmo da essa suscitato: oltre ai già citati fondo Zanotto (1977) e Narde (1985), dal Medio al Basso Polesine: Gognano, Arquà, Frassinelle, Campestrin di Grignano Polesine (2008), clamorosa conferma della lavorazione dell’ambra in Polesine, Michela, Balone, presso Rovigo nella zona del centro commerciale La Fattoria (1985), Zanforlina, Saline a S. Martino di Venezze (2006), San Cassiano a Crespino (1995), Larda e Colombina di Gavello (1998), Dossi, Cicese, Adria, S. Basilio, Contarina ed in Alto Polesine: dopo Mariconda, Canàr (1977), Chiunsano (1999), Canova, Marola, per citare solo i più importanti e considerando che “i lavori sempre in corso” lasciano presagire ancora nuove entusiasmanti scoperte, oltre l’età del ferro, quella etrusco-romana ed anche medievale, senza però dimenticare che:

    “Frattesina di Fratta Polesine (Rovigo) rappresenta il più importante riferimento archeologico per la fase che immediatamente precede la formazione della civiltà veneta”. (Vincenzo Tiné in Venetkens. Viaggio nella terra degli antichi Veneti. Catalogo della mostra, Padova 2013)

    Le celebrazioni per i 50 anni della scoperta di Frattesina

    Per celebrare il cinquantenario della scoperta del sito archeologico di Frattesina e del primo scavo archeologico, il CPSSAE ha programmato per l’anno 2017 una serie di iniziative culturali, in collaborazione con enti pubblici e privati e con istituti scolastici superiori di Rovigo.

    La prima, realizzata in collaborazione con il Comune di Rovigo ed il Liceo Celio – Roccati di Rovigo, ha proposto la mostra “Mythos. Percorsi dell’immaginario”, dal 18 marzo al 2 aprile 2017 presso Museo dei Grandi Fiumi e le sculture in ceramica policroma delle classi 5 E e 5 F del Liceo Artistico. Sono anche state attivate visite guidate a cura degli studenti della 3 A del Liceo Classico – in collaborazione con l’associazione Aqua -, i quali nella mattinata hanno presentato una performance sul mito di Fetonte.

    nel successivo agosto a Pieve di Cadore presso il Museo della Magnifica Comunità di Cadore. Un’esposizione di acqueforti e dipinti di Sergio De Bon, artista veronese di nascita ma cadorino di origine (1898-1957), che spesso si è ispirato a temi della mitologia classica e dei rituali veneti antichi, con riferimenti anche all’area deltizia padana.

    Presentati da Raffaele Peretto, presidente del Cpssae, hanno partecipato all’evento: l’assessore alla cultura del Comune di Rovigo Andrea Donzelli, il sindaco di Calalzo di Cadore (BL) Luca De Carlo, Renzo Bortolot presidente della Magnifica Comunità di Cadore, Renza Fiori, promotrice delle opere di De Bon, pioniere della moderna archeologia in rapporto con il territorio, tra i primi a fotografare i paleoalvei fluviali. Sono stati inoltre coinvolti nell’organizzazione gli indirizzi Classico ed Artistico del Liceo Celio-Roccati di Rovigo, che hanno proposto, accanto alle opere di De Bon, le loro elaborazioni grafiche, installazioni e fotografie realizzate in attività di Alternaza Scuola-Lavoro dagli studenti delle classi 3 E e 3 F.

    Il Liceo Scientifico “Paleocapa” ha invece organizzato per il 27 maggio 2017 l’incontro conferenza, nell’Auditorium dell’Istituto, “Archeologia e mito in Polesine a cinquant’anni dalla scoperta di Frattesina”, nel corso del quale gli studenti della classe 1 B s.a., coordinati dalla loro insegnante di Lettere Rosanna Beccari, hanno presentato una ricostruzione storica delle varie scoperte archeologiche susseguitesi a quella di Frattesina in Polesine, seguita dalla visione del filmato “Un Po di miti, tra fantasia e realtà”, realizzato dagli stessi per la regia e sceneggiatura della loro docente (Il filmato è stato poi riproposto il 14 ottobre ‘17 durante la Giornata della Centuriazione romana di Villadose). La seconda parte della mattinata di studio ha visto alternarsi gli interventi di Raffaele Peretto e del fratello Carlo, ordinario di Antropologia all’Università di Ferrara, di Paolo Bellintani della Soprintendenza di Trento e di Sandra Bedetti del CPSSAE, i quali hanno spiegato il contributo della ricerca storica per la conoscenza dell’identità territoriale, sottolineando il ruolo primario riconosciuto a Frattesina nella storia veneta ed europea.

    A mezzo secolo dal ritrovamento casuale di quel 23 marzo 1967, la ricerca archeologica – della quale disciplina Carlo Peretto ha tracciato la suggestiva storia -, tecnologicamente evoluta, è arrivata a coprire diverse parti del Polesine, dall’entroterra dell’Alto più antico al mare deltizio di più recente formazione, restituendone un’immagine alquanto interessante.

    Sfatati i tradizionali pregiudizi di una Bassa Padana paludosa e semideserta (mentre il vicino Medio Oriente con la Grecia erano già in uno stadio sviluppato) è emerso il sorprendente quadro di un Polesine costellato di insediamenti, nel cuore degli scambi commerciali tra il Nord Europa e il mondo greco-orientale, attraverso la sua fitta rete idrografica. Dimostrando che, “quando la nostra Europa era il sud del mondo, al centro di un forte movimento migratorio, intorno al II millennio a.C., Frattesina era già una polity, piccola Venezia”, ha concluso Bellintani. Al termine, la dottoressa Sandra Bedetti ha guidato i ragazzi alla visione della mostra “Trasparenze di paesaggi”, del CPSSAE, che è stata ospitata dal Liceo Paleocapa fino al 10 giugno scorso.

    Sabato 28 ottobre 2017 si è svolta al Museo dei Grandi Fiumi la Giornata conclusiva del progetto “Mythos – Percorsi dell’immaginario”, partito lo scorso maggio: dopo il consuntivo delle attività di Alternanza Scuola-Lavoro del Liceo Statale “Celio-Roccati” di Rovigo fatto dal dirigente scolastico Anna Maria Pastorelli, Renza Fiori e Raffaele Peretto hanno presentato la mostra e il catalogo “Acqueforti e dipinti di Sergio De Bon”. Quindi, i professori Mirella Boso, Roberto Pugiotto e Stefania Zerbinati hanno spiegato gli elaborati degli allievi del Liceo Artistico, già esposti a maggio; mentre gli insegnanti Chiara Bartolozzi e Guidalberto Gregori hanno riproposto la suggestiva performance dei loro alunni del Liceo classico “Il pianto delle Eliadi”.

    In conclusione, in anteprima, Raffaele Peretto e Alberto Gambato hanno proiettato il filmato inedito “I luoghi delle figlie del Sole”, ispirato al mito di Fetonte, al quale è indissolubilmente legato il passato della nostra terra polesana, nello stesso tempo, di buon auspicio per le future indagini archeologiche, in cui coinvolgere, ci si augura, le nuove generazioni.

  • In viaggio con Hannah

    In viaggio con Hannah

    Decine di mercantili e incrociatori militari alla fonda nella leggera foschia, quasi una scenografia costruita per la lentezza della nave nell’entrare in porto. Per lunghe ore notturne avevo osservato le coste a nord di Ashdod: miriadi di riflessi luminosi sulla marina oltre le spiagge continue. Infine Haifa, sul promontorio.

    Torpedoni allineati in attesa dello sbarco dei crocieristi per dirigere in colonna verso Nazareht, Tiberiade e le colline del Golan.

    “Hannah voleva annegare nel Giordano: sarebbe stato quello il giorno del suo ultimo respiro? Com’era possibile che avesse scelto di organizzare un viaggio per darsi la morte?”

    Mi angosciava di non potere nulla per farle cambiare idea. Ricordavo la prima sera della crociera quando, dopo la partenza da Savona, al tavolo da otto, con tre coppie di Stoccarda, da solo come sempre, cercavo di rinfrescare il mio tedesco scolastico.

    Al tavolo accanto sedeva una donna sola di media età, di sobria eleganza, alla quale i camerieri si rivolgevano in italiano. Mi alzai per proporle di sedersi accanto a me.

    – La ringrazio, signore, ma i suoi commensali parlano un idioma che non capisco.

    – Parlo la sua lingua e conosco il tedesco. Mi permetta di insistere.

    – Intendevo altro dicendo che non capisco quell’idioma.

    – Preferisce che mi trasferisca io al suo tavolo?

    – Avevo chiesto di rimanere sola, ma cambio idea di fronte alla sua gentilezza.

    Era iniziato così il nostro incontro che non avrei mai dimenticato: occhi verde-chiaro ed un filo di voce che confessavano l’inimmaginabile, fissando un orizzonte quasi a voler interpretare l’irreale.

    – Non le sono simpatici i tedeschi?

    – Sono ebrea.

    – La guerra è lontana, penso che lei sia troppo giovane per poter ricordare di persona.

    – Infatti mi riferisco a mia madre: poco più che bambina è stata internata ad Auschwitz con i genitori. Loro sono morti, lei si è salvata per miracolo marchiata da un ossessionante ricordo, la cui angoscia ha trasmesso anche a me. Poche ore prima che morisse le ho strappato un sorriso dimostrandole che mi ero fatta tatuare lo stesso numero che aveva al braccio.

    – Un passaggio di testimone non dovuto!

    – Un passaggio di memoria per dimostrare amore…

    Hannah aveva una cabina interna.

    Non riusciva a dormire più di qualche ora.

    Mi confessò che ogni notte alle 04.00 saliva su un ponte ad aspettare l’alba fissando in piedi l’oscurità.

    La mia cabina aveva un gran balcone, balaustra di cristallo, sedie e tavolo. Le proposi di usarlo a piacimento, per rimanere più comoda e al riparo dall’umidità.

    – Se sta tentando di trovare compagnia dovrebbe cercare altrove.

    – Alle 04.00 sono già vestito e aspetto l’alba esattamente come lei. Non deve temere nulla. Tutto quello che può accadere è un dialogo di sguardi fra due solitari con una tazza di caffè da un termo che mi faccio preparare ogni sera.

    Due notti aveva bussato alla mia porta. Due notti di luna piena, senza vento… Volute di correnti marine pennellate con raggi d’argento, mosaici di grigio scomposti lentamente da una mano invisibile, chiarore senza luce sul buio dell’infinito: ore di bonaccia notturna che inquietano il navigante perché mancano le stelle a farti riconoscere la galassia di sempre.

    Dal balcone Hannah fissava lontano. Il suo profilo appena stagliato nell’oscurità ripeteva sugli occhi lo stesso riflesso dell’onda e mi parve d’aver visto una lacrima.

    – La sua è una cabina molto confortevole; denota una certa disponibilità economica. Viaggia solo, non è sposato?

    – Lo sono stato, mi è spirata fra le braccia molti anni fa.

    – Mio marito viaggiava spesso per lavoro. Una sera, rientrando in albergo, è stato ucciso da un abitante del luogo che guidava ubriaco: è successo in Danimarca il 25 febbraio del 1999 appena sei mesi dopo mia madre. Da quel momento mi è più difficile vivere.

    Non capivo ancora quale vero significato Hannah volesse dare a quel viaggio.

    La seconda notte, spontaneamente, le porsi la mano mantenendola con il palmo all’insù.

    – Vede le mie dita aperte? Ci infili le sue e stringa forte, senza paura di farmi male, mentre risponde alla mia domanda… Perché ha scelto questa crociera?

    Non dimostrò eccessiva sorpresa. Infilò le dita ma non strinse affatto.

    – Mia madre, dopo la guerra, sognava di raggiungere Israele su una nave. Diceva che avrebbe voluto concludere i suoi giorni sulle rive del Giordano… Questa crociera è l’occasione per raggiungere via mare le coste più vicine alla Galilea. Farò l’escursione a Tiberiade e spero che l’Onnipotente mi aiuti a chiudere il mio discorso. Racconterò a mia madre che mi sono fermata sulle rive del suo fiume.

    – Ritiene che anche sua madre volesse suicidarsi?

    – No, lei non lo avrebbe mai fatto. Non era sola, aveva me a cui pensare. Io non ho più niente e nessuno che mi afferri la mano. Anche il lavoro è stato saltuario perché qualcuno aveva sempre bisogno di trovarmi vicina.

    Le sue dita cominciarono a stringere più forte le mie.

    – Una mano l’ha trovata, al centro del Mediterraneo, a centinaia di miglia da qualsiasi costa… Vorrei che rivedesse il suo proposito.

    – La prego, signore… Ho gradito le sue attenzioni, ma non mi costringa a ritornare ancora sola sul ponte. La mia è una scelta già decisa. Posso confessarle che mi sento serena, se questo la può consolare.

    Per tutti i giorni successivi di quella crociera non l’avevo mai vista lasciarsi andare ad un sorriso aperto, salvo a Betlemme quando, nella chiesa della Natività, l’intera comitiva era stata bloccata dai frati ortodossi per una funzione non cattolica in corso.

    Mi presentai con lei davanti ad un frate con barba folta dichiarando di essere una coppia di rito ortodosso.

    Ricevemmo l’autorizzazione ad entrare ovunque ci piacesse.

    – Dovrà confessarsi per la bugia che ha detto! – aveva commentato sorridendo.

    – Dovranno confessarsi prima i frati che ammassano centinaia di persone di ogni età solo per un rito religioso diverso dal loro!

    Durante l’escursione a Gerusalemme Hannah mi era stata sempre vicina; avevamo condiviso ogni momento, dividendoci obbligatoriamente solo davanti al Muro del Pianto.

    Anche in quell’occasione le avevo strappato un mezzo sorriso facendole vedere che mi avevano imposto la kippah e me l’ero tenuta per ricordo.

    – Ha depositato il suo foglietto?

    – No. Sono ateo…

    La sera prima, mentre gli altoparlanti continuavano a proporre ogni genere di svago per la vacanza dei crocieristi, salutandomi solo con gli occhi, mi aveva annunciato che durante il tour della Galilea preferiva rimanere sola.

    In ogni momento della giornata avevo pensato a lei e, durante la sosta al luogo del battesimo nelle acque del Giordano, l’ho cercata ovunque.

    Mi sentivo in colpa per non aver insistito nel convincerla a desistere dal suo gesto. Avrei dovuto gridarle che non era giusto ciò che aveva in mente di fare, che la vita non va mai gettata al vento, che nemmeno sua madre sarebbe stata d’accordo.

    Mi ero trattenuto per rispettare la sua volontà…

    Il viaggio di ritorno del mio gruppo ad Haifa, con sosta forzata in un negozio di souvenir, mi parve durare un’eternità. A bordo tra i primi seguivo dal balcone con il fiato sospeso i rientri degli altri attraverso le tre passerelle.

    Arrivò anche l’ultimo pullman.

    Con emozione vidi Hannah, che però non prese la via dell’imbarco, allontanandosi lentamente lungo la banchina.

    Mi precipitai verso la passerella di poppa, che sapevo l’ultima ad essere recuperata. Gridai di aspettare e, mentre degli uomini a terra afferravano le maniglie di sollevamento, transitai di corsa costringendoli a fermarsi.

    – Stiamo per partire! Non può scendere senza nemmeno avvisare! – mi gridarono.

    – La donna laggiù è una passeggera che si è persa! – lanciai di rimando.

    Duecento metri di corsa non mi dettero nemmeno il fiato per gridarle che si fermasse.

    Si voltò quando le afferrai un braccio. Aveva il viso bagnato di lacrime.

    – Cosa ti sta succedendo?

    – Non ho avuto la forza, ma la troverò!

    – Vieni a bordo, Iddio ti ha già fatto morire!

    – Cosa dici!?

    – Dammi il fazzoletto.

    Nell’aiuola vicina scavai una piccola buca con le mani, le asciugai il viso e deposi nella cavità il fazzoletto ricoprendolo di terra.

    – Le lacrime di Hannah sul punto di morire rimarranno qui per sempre, ora devi far rinascere il sorriso di tua madre quand’era bambina.

    Un grosso automezzo con gru proveniente dalla poppa della nave si fermò.

    – Mi hanno raccomandato di dirvi che stanno per chiudere ogni risalita a bordo!

    Ho fissato i suoi occhi chiari.

    – Te la senti di correre trascinandomi per mano? Da solo non ce la farei mai.

  • S. Caterina Vegri (1413-1463)

    S. Caterina Vegri (1413-1463)

    Pochi sanno che la frazione Vegri di Ficarolo prende il nome dalla nobile casata ferrarese che diede i natali a Santa Caterina Vegri.

    Il personaggio storico di Santa Caterina Vegri (1413 – 1463) rappresenta un unicum nel suo genere, in quanto insigne donna di cultura in un tempo medievale, nel quale il sapere era precluso al genere femminile. Fu monaca mistica, in un contesto religioso travolto dalle insidie eretiche della Riforma.

    La nobile famiglia Vegri era attiva nella corte estense di Ferrara fin dal 1316, risultando possidente di territori feudali nella transpadana ferrarese, soprattutto in Ficarolo, in Salara e Sariano, dalla seconda metà del XIV secolo. I terreni tra Ficarolo e Gaiba furono gestiti, come testimoniano i documenti notarili, dal 1366 al 1471 direttamente dalla nobile famiglia.

    Caterina venne alla luce a Bologna nel 1413, figlia del ferrarese Giovanni Vegri, notabile giurista al servizio dei duchi d’Este, e della nobile bolognese Benvenuta Mammellini. Subito dopo la nascita, Caterina si trasferì con la famiglia a Ferrara, dove crebbe alla corte estense, istruita alle lettere latine nella scuola di palazzo gestita da Guarino Veronese, insieme a tutti i giovani figli dei notabili della corte di Niccolò III. Si impegnò anche nelle arti grafiche di pittura e miniatura e nella musica, suonando uno strumento simile al violino.

    Appena adolescente, Caterina visse la tragedia e la condanna a morte di Ugo e Parisina, di cui era damigella di corte. Il fatto provocò in lei una forte depressione, accelerata dalla morte del padre e le seconde nozze della madre. Decise perciò di ritirarsi dalla vita di corte per aggregarsi a una comunità laica di stampo religioso, tipica esperienza fiorente nei primi anni del Quattrocento in Italia, in altre diverse città.

    Con l’arrivo a Ferrara delle sorelle Verde e Taddea della nobile famiglia Pio di Carpi, il gruppo di devote volontarie laiche, ben presto, venne trasformato in monastero di clausura secondo la regola di s. Chiara, nel 1432, anno in cui Caterina prese i voti. La scelta fu, tuttavia, foriera di forti turbamenti, che la porteranno a comporre segretamente il celebre trattato Le sette armi spirituali, terminato nel 1438. Il trattato si struttura sulla descrizione delle Sette Armi dello Spirito che servono alle novizie per vincere le molte ed angostioxe temptatione e fortissime battaglie, e cioè facendosi scudo con alcune arme da potere lezitimamente combatere contra l’astutia delli nostri nemici.

    La trattazione teologica è staordinaria in quanto non esistono altri testi religiosi, nella storia della Chiesa, che citino le Armi descritte da Caterina: la prima si è dilizentia, la seconda propria difidentia, la terza in Dio confidarse, la quarta memoria passionis, la quinta memoria mortis proprie, la sesta memoria glorie dei, la setima e ultima si è l’auctorità della sancta scriptura. Il testo teologico è scritto in un italiano volgare padano del Quattrocento, proprio per la sua specificità pedagogica rivolta alle novizie, nel quale sono evidenti ovunque i segni della profonda cultura classica della Vegri, appresa nella scuola di corte di Guarino Veronese.

    Dall’istituzione del monastero ferrarese, che fu intitolato al Corpus Domini, cominciò un periodo di relativa calma, di vita dedita alla preghiera, in cui Caterina assume il ruolo di maestra delle novizie.

    Nel 1456 fu nominata badessa e invitata a trasferirsi a Bologna per la fondazione di un nuovo monastero di clarisse del Corpus Domini. La sua fama di superiora mite e generosa si diffonde per tutta la città di Bologna e il monastero di Via Tagliapietre diventò meta di molte giovani, ampliato ed arricchito di opere d’arte.

    Durante la vita monastica, Caterina non smise mai il suo lavoro di copista e miniaturista, e continuò a coltivare la passione per la pittura su tavolette di legno e per il violino. Oltre a queste attività, si impegnò, soprattutto a Ferrara, presso il forno del monastero, come panificatrice, nonostante la sua autorità di badessa le avesse richiesto esclusivamente responsabilità amministrative.

    Caterina compie due importanti miracoli mentre è in vita: lascia una grossa forma di pane nel forno, raccomandandola a Dio, per ascoltare un predicatore giunto al monastero di Ferrara e la trova dopo quattro ore ancora perfetta e fragrante. Poi guarisce un malato apponendogli sul capo una coppa benedetta. A memoria del primo evento miracoloso dal 7 al 9 marzo di ogni anno, le suore del Corpus Domini di Ferrara offrono ai fedeli una pagnottina del pane miracoloso realizzato con la ricetta della Santa.

    A Bologna Caterina ricopiò il suo trattato segreto, eliminando l’originale, e prima di morire, nel 1463, all’età di cinquant’anni, dopo gravi sofferenze dovute ad una malattia che da molto tempo l’affliggeva e che la portò quasi alla cecità, lo diede in dono al padre confessore, che ne fece uno dei testi più importanti della letteratura religiosa del Quattrocento.

    Dopo alcuni anni dalla morte, le suore clarisse bolognesi si accorsero che il suo corpo dalla sepoltura emanava profumi e non procedeva nella normale consunzione, così lo tolsero dalla tomba, lo vestirono con un saio e lo esposero in una cappella costruita appositamente.

    Il corpo della Santa, a tutt’oggi incorrotto, si trova composto seduto su un trono ligneo nella Cappella accessibile al pubblico nel monastero bolognese in Via Tagliapietre. Ai piedi di esso sono esposti i suoi due manoscritti autografi, Le sette armi spirituali e il suo personale Breviarium, da lei redatto e arricchito di miniature e preghiere in poesia da lei stessa composte. Alle pareti della Cappella si ammirano un’icona dipinta dalla Santa e il violino che si dilettava a suonare.

    I due manoscritti, conservati come reliquie in teche di vetro, sono gli unici autografi riconosciuti ufficialmente, anche se il lavoro di copista della Vegri produsse certamente un elevato numero di codici, molti dei quali sono tuttora conservati nelle biblioteche ecclesiastiche di Ferrara e Bologna.

    Caterina Vegri, divenuta Santa nel 1712 – raccontano le suore dei monasteri da lei fondati – compie tutt’oggi importanti miracoli, e a Bologna è ancora molto venerata, tanto da essere appellata semplicemente “la Santa”.

    Divenuta scrittrice per dovere morale e per voto religioso, Caterina è stata una donna colta e operosa, vissuta in un’epoca in cui la formazione intellettuale era appannaggio esclusivo maschile; una figura ammirevole, che rappresenta ancora oggi un esempio attualissimo di donna forte, impegnata e tenace nel fronteggiare le traversie che accompagnarono la sua breve esistenza terrena.

  • Domenico Ronconi (1772-1839)

    Domenico Ronconi (1772-1839)

    Nella Gazzetta Privilegiata di Venezia del 22 settembre 1818, cronaca musicale, si legge: “Nella sera 18 corrente ebbe luogo il mensile concerto dell’Istituto Filarmonico. La Signora Giuditta Negri Pasta prima donna dell’attuale opera del Teatro di San Benedetto1, ed il Signor Socio onorario Domenico Ronconi pur primo tenore al Teatro stesso favorirono. Superiore ad ogni elogio è il merito di questi virtuosi, e l’affollata udienza non poteva cessare gli applausi, e le acclamazioni e all’una e all’altro ne’ loro pezzi a solo, e in duetto…”.

    Dopo aver descritto la mirabile interpretazione della Pasta Giuditta, il testo descrive così il Signor Domenico Ronconi: “…Inutile ogni elogio al Ronconi la di cui fama troppo parla d’esso, e basta il dire che durante il corso delle attuali Recite non havvi sera, che acclamato egli non sia, e che un generale silenzio non si faccia perfino a’ suoi recitativi parlanti; sempre pregi nuovi, sempre nuove finitezze dell’arte egli offre, e ne fa prova la bella Scena di Aria già eseguita da lui nella scorsa fiera di Padova nell’Opera Elisabetta Regina d’Inghilterra, scrittagli apositamente dal Signor Maestro Antonio Baglioni addetto a questo Istituto, e ripetuta in questa occasione con generali applausi all’egregio maestro e al celebre virtuoso…”.

    Importante presentazione quella qui sopra riportata, che mette in luce le qualità espressive ed interpretative di Domenico Ronconi, musicista e cantante apprezzatissimo, da annoverare tra i personaggi illustri del panorama artistico culturale del nostro Polesine e soprattutto vanto della Città di Lendinara, dove il Nostro ebbe i natali nel 1772.

    Il suo fu un percorso artistico di notevole importanza, che gli permise di calcare i più noti palcoscenici europei, ottenendo sempre un caloroso riconoscimento da parte della critica e del pubblico.

    L’educazione musicale, canto, forte-piano e contrappunto l’ottenne frequentando a Rovigo e a Trieste, l’ecclettico abate Giuseppe Cervellini che lo preparò per il debutto a Venezia nel Teatro di San Benedetto2. L’Opera buffa dei maestri Paisiello, Cimarosa e Mosca Luigi era inizialmente il suo repertorio musicale, dove dimostrò notevoli doti di stile e di vigore con cui scolpiva i personaggi patetici.

    Dal 1802 al 1805 cantò a Pietroburgo nel Teatro Mariinsky e nel 1808 si esibì alla Scala come Primo Tenore in La Dama Soldato di Ferdinando Orlandi. A Vienna fu Direttore dell’Opera Italiana dal 1809 al 1810, ed ebbe l’onore di esibirsi innanzi al S. M. Napoleone Bonaparte Re d’Italia, il quale lo volle a Parigi per cantare alla festa del suo matrimonio con l’Arciduchessa Maria Luisa d’Austria.

    Nel gennaio del 1817 lo troviamo a Milano al Teatro Re, nel ruolo di Primo Tenore nell’Opera Il Matrimonio per procura di Pacini Giovanni. In Marzo del 1817 si esibisce al Teatro Re di Milano ne l’Opera I Virtuosi di Mayr Johann Simon.

    Dalla Gazzetta Privilegiata di Venezia dell’1.4.1817, si riporta: “La bella farsa, intitolata Li Virtuosi, ha ottenuto il più gran favore nel Teatro Re…” e, dopo aver descritto la farsa, l’informatore scriveva: “…il dolce e soave Signor Ronconi può dirsi per eccellenza il cantante bicipite, poiché non si saprebbe determinare se egli sia più valente come cantante serio o cantante buffo. Il riescire nei due caratteri è dono di pochi…”.

    Sempre dalla Gazzetta Privilegiata di Venezia del 7.9.181, apprendiamo che a Milano presso il Teatro Re è andata in esecuzione l’Opera l’Adelaide e Comingio del maestro Pacini ed ebbe esito positivo, mentre la stessa opera rappresentata in settembre dello stesso anno, al Teatro Gallo di San Benedetto, ebbe limitati consensi. Ma non mancano elogi riservati al Ronconi e alla Pasta, per cui nella Gazzetta viene sottolineata “l’antica maestria del Signor Ronconi e la nuova abilità della Signora Pasta. Questi sono i due soli virtuosi, dei quali parlar posso…” “… il bravo Ronconi dunque è quello, che mi compiaccio di qui ricordare con lode, indicando quella vetustà si, ma sempre bella e sempre vera maniera di canto, con cui seppe in tante occasioni, ed anche in questa farsi generalmente applaudire; si soggiunga ad essa anche la sua, se non toscana chiara, però ed espressiva pronunzia, si aggiunga inoltre l’animatissima naturalezza e ragionevolezza della sua azione, e si conchiuda meco, che una fisionomia più teatrale, un fisico più robusto, una statura più elevata costituirlo tuttora potrebbero per il primo anzi per il padre di tutti i nostri tenori; che se riflettendo prudentemente ai reali non meno che ai desiderabili di lui pregi, determinarsi l’egregio Ronconi volesse all’esercizio delle parti comiche, di sostenere io m’impegno contro qualsiasi contraria opinione, ch’egli riuscirebbe il buffo per eccellenza, il nec plus ultra della sua professione…”.

    Dal 1819 al 1829 cantò alla Hofoper di Monaco di Baviera, di cui fu anche impresario e regista. In quella città insegnò il canto e cominciò a comporre le prime ariette, e i relativi manoscritti sono conservati in varie biblioteche europee.

    Nel 1829 si ritirò dal palcoscenico e fondò a Milano una scuola di musica e insegnò canto. Ebbe come allievi la arciduchessa Sofia di Baviera, Erminia Frezzolini, Karoline Ungher e Giuditta Pasta.

    Domenico Ronconi ebbe tre figli maschi, Giorgio (1810-1890), Felice (1811-1875) e Sebastiano (1814-1900), che avviati dal padre alla carriera del canto, ottennero grandi successi di critica e di pubblico. Da notare che Giuseppe Verdi compose per il primogenito Giorgio “basso-cantante”, l’Opera lirica il Nabucco. Dalla Gazzetta Privilegiata di Venezia del 3.8.1832 si riporta: “… La grata voce, la dignitosa e all’uopo vivacissima azione, ma soprattutto i soavi modi di canto di Ronconi (Giorgio), lo appalesarono degno figlio di quell’esimio, che formava per tanto tempo le delizie del vero canto italiano…”.

    Domenico Ronconi morì a Milano nel 1839 a sessantasette anni. La triste notizia fu diffusa dai giornali milanesi e parigini. Quest’ultimi lo indicarono come il tenore preferito dall’Imperatore Napoleone. Alcuni scrissero: “il nome di Ronconi era per l’arte e per gli artisti di allora quello di un Santo Padre”. 3

  • Silvestro Camerini (1777-1866)

    Silvestro Camerini (1777-1866)

    Il recente 150.mo anniversario della morte di Silvestro Camerini (1777-1866) ha riacceso l’attenzione sul singolare personaggio, che, nato da una modestissima famiglia a Castel Bolognese (RA) il 5 ottobre 1777, fu protagonista di una incredibile scalata sul piano economico e sociale, acquisendo un ingente patrimonio. Partito come scarriolante, giunse ad accumulare ampie proprietà, estese su un vasto territorio tra Emilia e Veneto, ottenendo, oltre alle ricchezze, anche importanti riconoscimenti ed onorificenze, fino al titolo di Duca, conferitogli dal papa alcuni mesi prima della morte, avvenuta a Padova il 4 dicembre 1866.

    Un personaggio controverso: per alcuni uno spregiudicato affarista senza scrupoli, per altri un illuminato filantropo, autore di sostanziose opere di beneficienza. Per tutti, impareggiabile amministratore delle sostanze accumulate, dotato di un eccezionale fiuto per gli affari, aiutato anche dalla fortuna, o dalla Provvidenza, a seconda dell’ottica di giudizio.

    Tanto stupefacente fu il suo passaggio da operaio dotato di carriola a dinamico imprenditore nel campo dei lavori pubblici (soprattutto nell’ambito dell’assetto idraulico del territorio e delle sistemazioni stradali) da dar credito alla leggenda che durante uno scavo avesse trovato una pentola piena di monete d’oro.

    La fortuna, che mai gli girò le spalle nel campo imprenditoriale, non lo sostenne però nell’ambito familiare, dato che Silvestro Camerini dovette assistere alla morte di tutti i figli. Motivo per cui, negli ultimi mesi della sua lunga vita, aveva deciso di lasciare il suo vasto patrimonio (già in parte devoluto in beneficienza) alla chiesa, soprattutto all’istituzione Propaganda Fide. Con un ripensamento prima di morire, seguendo il consiglio del parroco di Castel Bolognese, che lo portò ad indicare nel testamento, quale erede universale, il nipote Luigi, figlio del fratello Paolo, senza però dimenticare elargizioni verso Propaganda Fide, parrocchie ed istituti religiosi¹.

    Davvero innumerevoli le opere di beneficienza attuate dal Camerini nel corso della sua laboriosa esistenza, dovute sicuramente al suo attaccamento alla chiesa, ma anche all’occasione di acquisire positive benemerenze sociali, utili basi in vista di nuove attività imprenditoriali.

    Silvestro Camerini aveva iniziato la sua attività lavorativa prima come “paradore”, ovvero conducente di bestiame di possidenti al mercato, per poi trovare lavoro come “carriolante”: nel 1807, all’età di 30 anni, quando contrasse matrimonio con Eurosia Mantovani di Bondeno nei registri parrocchiali veniva indicato come “bracciante”.

    Stando a questa attestazione risulterebbe pertanto che il suo passaggio all’attività imprenditoriale non sia avvenuto in età particolarmente giovanile, ma in realtà già all’epoca il Camerini quasi sicuramente si muoveva come caposquadra di un gruppetto di scarriolanti, iniziando a concorrere per interventi sul territorio.

    In ogni caso la sua escalation fu folgorante, specialmente a partire dal 1815 quando, trentottenne, fissò la sua dimora a FERRARA. In breve il Camerini riuscì ad aggiudicarsi lavori sempre più consistenti nell’ambito dello Stato Pontificio, nel cui territorio si trovava al tempo l’Emilia Romagna, finché nel 1825 ottenne l’appalto generale delle strade nazionali di tutto lo Stato Pontificio.

    Parimenti iniziò a mostrare interesse anche per gli investimenti fondiari puntando inizialmente su terreni disagiati da rilevare a basso prezzo. Una prima rilevante acquisizione si registrò nel 1818 quando, all’età di 41 anni, divenne proprietario del fondo Nappi di Stienta². Ciò portò Silvestro, assieme al fratello Cristoforo (1784-1858), a guardare con interesse al Polesine, puntando su un’altra importante fonte di reddito, ovvero la riscossione dei tributi pubblici. Fu così che nel 1819 vinse l’appalto per l’incasso del dazio a Rovigo. A quel tempo acquisì anche un immobile in pieno centro della città, interessandosi in prima persona, o tramite il fratello Cristoforo, ad effettuare investimenti nel Veneto, ed instaurando buoni rapporti con i dominatori austriaci.

    Silvestro tornava poi ad investire nel ferrarese, acquisendo, all’età di cinquant’anni, 1827, nel comune di Vigarano Mainarda, il latifondo “Diamantina” dotato di una bella villa.

    La città di Ferrara rappresentò in questo periodo il suo riferimento primario, per cui nel 1830, all’età di 53 anni, decise di acquistare, per risiedervi, una dimora di rappresentanza: Palazzo Nappi (della stessa famiglia decaduta da cui aveva rilevato il fondo di Stienta), che fece completamente rimodernare e decorare.

    Il fratello Cristoforo frattanto non rimaneva inattivo e nel 1832 acquistava a Granze (PD) Ca’ Conti (oggi Conti-Rusconi-Camerini), complesso monumentale di origine rinascimentale, dotato di un esteso latifondo.

    Contemporaneamente si ampliavano, a nord del Po, anche i possedimenti di Silvestro Camerini, che nel 1836 incaricava il fratello Cristoforo di partecipare ad un’asta pubblica tenutasi a Rovigo, acquistando terreni demaniali del delta recentemente creati dagli apporti alluvionali del fiume nell’area della ramificata foce. Un’area disagiata, di scarso valore agricolo, ma sicuramente vasta, posta tra il ramo del Po delle Tolle e quello di Pila nel comune di Porto Tolle, che assunse nel tempo il toponimo di Isola di Polesine Camerini che tuttora la contraddistingue.

    Sempre in Polesine, nella zona di Stienta, Silvestro Camerini continuò, praticamente per tutta la vita, ad acquistare terreni limitrofi al fondo Nappi, creando poi un’apposita Agenzia di Amministrazione su cui esercitò un costante controllo³.

    A FERRARA, dove al tempo continuava a risiedere, iniziò anche a manifestare la sua propensione per iniziative di beneficenza a favore di istituzioni religiose, a cominciare dal restauro del Convento dei Domenicani e della Casa delle Orfanelle, per poi favorire il restauro della Chiesa di Santo Spirito, della Chiesa del Gesù, della Chiesa di Santa Lucia, di quella dei Cappuccini, e successivamente di quella di S. Antonio vecchio e quella del Corpus Domini, provvedendo anche ad effettuare elargizioni a favore della Casa di Ricovero.

    Tutto ciò suscitò l’interesse della Santa Sede, che volle gratificare il munifico benefattore con un importante riconoscimento pubblico, con la nomina di Cavaliere di San Gregorio Magno, effettuata nel 1843 da papa Gregorio XVI.

    Successivamente Pio IX, già vescovo di Imola, e pertanto ben informato sulle possibilità economiche del Camerini, in occasione della nomina a Commendatore, fece sollecitare l’intraprendente personaggio a non dimenticarsi del paese natio, ovvero Castel Bolognese. Messaggio recepito, per cui il Camerini diede vita a due importanti istituzioni di beneficienza: quella degli “Artigianelli” a favore di fanciulli e fanciulle indigenti per sostenerli ed avviarli ad un lavoro, seguita nel 1856 da quella dei “Cronici”, ossia un ricovero per poveri invalidi. Destinò inoltre una cospicua somma per il restauro della chiesa parrocchiale.

    Frattanto il fratello Cristoforo decide di costruire a ROVIGO un grande edificio, Palazzo Camerini Rusconi, nelle strette vicinanze della piazza maggiore, in via Celio, dove era entrato in possesso di due case vicine. Nel 1841, ottiene l’assenso del Comune, in base ad un progetto redatto da Lorenzo Rossini, mentre la costruzione viene portata a termine nel 1844 dal capomastro Antonio Silvestrini. Interessanti le sculture con putti presenti nelle lunette sopra le finestre del pian terreno e i riquadri pittorici interni realizzati da Sebastiano Santi, ispirati ad episodi dell’Eneide.

    In Veneto, nonostante l’incedere degli anni, Silvestro Camerini continuò ad allargare il suo patrimonio: nel 1847, all’età di 70 anni, in centro a PADOVA acquistò dai nobili Gradenigo il prestigioso palazzo Bembo-Gradenigo che era stato dell’umanista Pietro Bembo.

    Proprio in questo periodo Silvestro Camerini si interessò alle sorti di un interessante progetto nato a LENDINARA dal testamento di Paolo Fasiol che stabiliva un importante lascito a favore di una istituenda struttura di assistenza. Mancava la sede, per reperire la quale il Camerini si attivò nel 1850, acquistando dal Demanio gli ambienti dell’ex convento degli Olivetani presso il Santuario del Pilastrello. Ebbe così origine la Pia Opera Casa di Riposo ed Industria, attiva dal 1852 e tuttora fiore all’occhiello delle istituzioni lendinaresi, contrassegnata col nome di Casa Albergo per Anziani.

    Analogamente il fratello Cristoforo, in accordo con altri due ricchi rodigini, ovvero il conte Domenico Angeli e il possidente Giacomo Giro, procedeva a Rovigo all’acquisto dal demanio di ambienti dell’ex convento dei Domenicani, dando vita allo spazio del Mercato Annonario, donato poi al comune di Rovigo nel 1859.

    Frattanto Silvestro Camerini, nel 1852, ormai settantacinquenne ma ancora propenso a fare sostanziosi investimenti, rilevò dai Correr l’importante fondo di Piazzola sul Brenta dotato della sontuosa villa Contarini, al tempo necessitante di consistenti lavori di restauro. L’ottica con cui agiva il Camerini era però esclusivamente utilitaristica, per cui destinò i locali del nobiliare palazzo a divenire magazzini per stoccarne i prodotti dell’agricoltura⁴.

    Va detto che i beni acquisiti, oltre a testimoniare il raggiungimento di uno status di grande prestigio, permettevano al Camerini di fornire ampie garanzie per ottenere appalti di gestione di varie Ricevitorie ed Esattorie per la riscossione dei tributi provinciali e comunali in Veneto; altra attività questa che contribuì non poco ad aumentare la sua ricchezza⁵.

    Frattanto nel 1855 (all’età di 78 anni) viene insignito dal papa Pio IX del titolo di Conte, dopo essere stato dallo stesso pontefice nel 1847 nominato Commendatore dell’Ordine di San Gregorio Magno.

    Il moltiplicarsi degli interessi in Veneto lo portò dal 1860, ormai ottantatreenne ma ancora combattivo, a risiedere stabilmente a PADOVA nel Palazzo Bembo-Gradenigo-Camerini⁶, ubicato in via S. Gaetano, oggi Altinate, dove sorge l’antica chiesa di Santa Sofia che il Conte provvide a far restaurare, come tuttora ricorda una targa marmorea.

    Sempre a Padova, nel 1866, l’ultimo anno della sua vita, fece costruire la chiesa di San Giuseppe per Suore Terziare Francescane Elisabettine e, nella primavera dello stesso anno, ricevette da Pio IX il titolo di Duca, mentre si concludeva la vita della moglie Eurosia che, silenziosa e devota, aveva condiviso le tappe della singolare esistenza dell’intraprendente personaggio.

    Appressandosi il momento dell’ultimo commiato, il Duca provvide ad indicare i futuri fruitori suoi beni. Iniziò destinando quelli ferraresi – il palazzo di Ferrara e la possessione della Diamantina al nipote Giovanni, figlio del fratello Cristoforo. Su indicazione del sacerdote Tommaso Gamberini, il 7 settembre 1866 provvide, come detto (nota 1), a stilare il testamento definitivo, indicando quale erede universale il nipote Luigi (1819-1885), figlio del defunto fratello Paolo, senza dimenticare di assicurare fruttuose elargizioni a favore di istituzioni religiose e di assistenza umanitaria.

    Morì ottantanovenne il 4 dicembre 1866 nel suo palazzo padovano, quando da poco il Veneto, in seguito alla terza guerra di indipendenza, era divenuto parte integrante dello Stato italiano.

    Volle essere sepolto nella cappella fatta costruire nel cimitero del quartiere Altinate, presso la locale chiesa di S. Antonio, per la costruzione della quale, ancora una volta, non aveva lesinato il proprio contributo.

  • Le angoane

    Le angoane

    Altre storie ed altre vicende si raccontano in Polesine (vedi Gli uomini rettile in Ventaglio 90 pag. 82 e successive) legate alle acque dei fiumi e dei maceri, dispersi numerosissimi nella campagna un tempo realizzati per la macerazione della canapa. Uno dei miti primitivi – che rievoca il sentimento della natura primigenia – riguarda la frequenza dell’apparizione, tra i canneti dei gorghi e dei maceri e perfino negli scoli che bagnano la nostra campagna, delle angoane: specie di nereidi locali, sirene del male, magiche figure di esseri agresti che hanno assunto, nel sentimento popolare, aspetti negativi paurosi.

    Sono immaginate come creature metà serpente e metà donna, che vivono nei boschi e, più spesso, nelle grotte. Più frequentemente prendono la forma di serpi. Alcune storie affermano che, al pari di altre creature mitiche, anche le donne morte di parto o le fanciulle morte giovani, oppure le anime delle bambine nate morte, oppure ancora le donne nate avvolte nel sacco amniotico fossero destinate a diventare angoane.

    Nella tradizione popolare le angoane si presentano come streghe bellissime che di notte escono avvolte in lunghi mantelli con i capelli sciolti. Appaiono dopo il tramonto per ammaliare i viandanti. Chi le ascolta intonare il loro canto fascinoso e maliardo si sente come smarrito, diventa straordinariamente calmo e pensoso, s’immalinconisce e si lascia morire.

    Le angoane possono apparire anche di giorno, di quando in quando, facendo malefìci o sortilegi. Si racconta che una volta dei contadini si imbatterono in alcune serpi che si ravvoltolavano nella polvere del sentiero. All’improvviso le serpi si trasformarono in donne bellissime, tanto da vincere la ritrosia dei contadini, che anzi le invitarono nelle loro case. Le bellissime donne rifiutarono e ben presto scomparvero, ma i poveri contadini non ritornarono più in paese e furono trovati morti ai margini del bosco.

    Talvolta assumono la consistenza umana e vivono tra gli umani la vita ordinaria della donna. Possono essere perfino buone massaie e madri, ma quando viene la notte devono ritornare ad essere dominate dalla natura di spiriti soggetti alle regole del loro mondo misterioso e parallelo.

    A tal proposito si racconta che una volta un signore sposò la sua serva, la quale impose, al momento delle nozze, una condizione: di non essere toccata mai sul dorso della mano. Un giorno però il marito, per caso fortuito, le toccò il dorso e la donna sparì per sempre. Il pover’uomo, rimasto vedovo, sentiva il peso di dover curare la casa e i figlioletti da solo, ma ogni volta che ritornava dal lavoro trovava sempre la casa in ordine ed i figlioletti sempre ben tenuti. Si meravigliò non poco e chiese ai figli chi venisse dei vicini a curarli e a governarli. I figlioletti risposero che era la mamma che ogni giorno li puliva, li nutriva e li curava. Alla sua richiesta di spiegazioni, risposero che la mamma, quando se ne andava, si infilava sotto una pietra del pavimento. Fu così che il pover’uomo preoccupato rovistò sotto il pavimento e trovò la tana di un serpente che subito uccise con un bastone.

    La madre dei bambini non fu più trovata, e da quel momento in poi la casa fu sempre più in disordine e i bambini sempre più malnutriti e sporchi. Fu allora che si rese conto che aveva sposata un’angoana e che la serpe che aveva ammazzata era la moglie che ritornava ogni giorno a rassettare la casa ed i figli.

    Il mito delle angoane è presente in tutto l’immaginario collettivo del Veneto di nord-est, ma in Polesine spesso si confonde con quello della Pagana.

    La Pagana è un figura mitologica di donna selvaggia. Era immaginata come una donna bellissima sempre vestita di bianco, con il velo sopra la lunghissima e meravigliosa chioma che le copriva tutte le spalle fino al bacino.

    Era capace di sortilegi inenarrabili contro chiunque, incontrandola, non le pettinasse subito la chioma fluente, specialmente se si trattava di ragazze e di adolescenti.

    Secondo la credenza popolare le chiome scompigliate la rendevano inaccettabile, perciò voleva essere rimessa in ordine per recuperare la possibilità di essere accettata nella nuova società razionale e mercantile che ha scacciato le antiche divinità dalle campagne. Per questo le escursioni notturne delle donne e delle adolescenti irrequiete, o dei ragazzi, che alla sera vorrebbero uscire, erano scoraggiate.

    Quando le ragazze uscivano di casa si raccomandava loro di tornare al più presto altrimenti la Pagana le avrebbe intercettate.

    La Pagana appariva all’improvviso in silenzio, e questo metteva molta paura. Era ritenuta un essere crudele e famelico di neonati.

    Una donna, subito dopo il parto, doveva fare lo sforzo di restare sveglia, di non assopirsi, altrimenti, si credeva, la Pagana sarebbe arrivata ad inaridirle il latte e a lasciarle addosso ogni sorta di malasorte.

    Da una testimonianza raccolta da Paolo Rigoni, si ricava che proprio per questo motivo subito dopo il parto le comari si ponevano attorno alla puerpera e si mettevano a parlare a lungo per tenere lontana la Pagana e non permetterle di arrivare vicino al letto se la puerpera si assopiva. Il marito intanto doveva provvedere subito a seppellire la placenta ed ogni altro residuo del parto affinché la Pagana, famelica di neonati, non se ne impadronisse per fare i suoi sortilegi.

    Presenze misteriose, a volte terribili, si agitavano dunque nel passato della terra dei fiumi; narrazioni ben presenti nella memoria collettiva, alimentate nei filò e tramandate da una generazione all’altra. A questo patrimonio, tuttora radicato nella cultura popolare, si rifà con la sua fantasia e la apprezzata perizia di disegnatore Francesco Lucianetti nelle originali tavole a fumetto che pubblichiamo in questo numero, alle quali rinviamo i lettori.

  • L’atroce delitto del 1925

    L’atroce delitto del 1925

    È passato quasi un secolo, ma ad Adria si tramanda ancora la truce storia dell’efferato delitto alla “maniera di Landru”¹, avvenuto in un lussuoso appartamento al terzo piano della centralissima via Carducci.

    Adria 1925: un delitto alla maniera di Landru

    Fino ad alcuni anni fa, nel Cimitero di Adria, una tomba particolare ricordava il tragico evento della Signora uccisa e tagliata a pezzi dal marito. La foto di una giovane donna con un grande cappello (com’era in uso nei primi decenni del 1900), riempiva per buona parte il marmo che riportava le toccanti espressioni del cordoglio cittadino per la vittima. Non erano semplici voci di circostanza, ma parole saggiamente pesate, in grado di far intuire a chiunque il dramma di una famiglia e di una intera città.

    L’iscrizione, apposta dall’Amministrazione Comunale presieduta all’epoca dal dott. Carlo Salvagnini, fu dettata dal nob. Avv. Aldo Guarnieri, futuro podestà di Adria. Ecco il testo:

    Oggi i mass media e soprattutto la televisione, rischiano di assuefare l’opinione pubblica trasmettendo ogni giorno notizie di tragici eventi rivolti particolarmente contro le donne. Tanto che, per esprimere questo tipo di delitto, è stato persino coniato il termine “femminicidio”.

    La tragica storia di Adria però, avvenuta mentre si stava concludendo il primo quarto del secolo scorso, colpì profondamente la vita tranquilla di tante persone e per questo fu tramandata per generazioni quale esempio di estrema efferatezza, risultato ineluttabile di una lucida pazzia.

    L’evento impressionò il Polesine e l’intera Penisola tanto che, come succedeva per gli episodi di grande risonanza, la grande Stampa nazionale mandò inviati speciali ad Adria per raccontare dal vivo l’accaduto.

    Il fatto ebbe così larga diffusione presso l’opinione pubblica che persino i cantastorie ne portarono l’eco nelle contrade più remote d’Italia.

    Particolarmente interessante risulta il racconto a “tre dimensioni”, di cui riportiamo il testo, eseguito da un ignoto cantastorie umbro.

    In un grande foglio a stampa, distribuito nelle piazze, trovano spazio una succinta esposizione, alcune vignette molto significative e dodici strofe in rima baciata (vedi scheda) che costituivano la “base” per la illustrazione musicale dell’evento.

    Descrizione dei fatti.

    Un orribile delitto è stato consumato ad Adria

    Un uomo (n.d.r. Pasquali Ugo di Giacomo, di anni 43, di professione ispettore agricolo presso lo Zuccherificio di Pontelongo) di condizione sociale abbastanza elevata, ha ucciso la moglie (n.d.r. Anna Vecchi di anni 42, nata a Bologna, insegnante elementare), poi ne ha fatto a pezzi il cadavere gettandolo nel Po. L’assassino fu arrestato poche ore dopo in un albergo di Padova.

    La famiglia della vittima

    I coniugi Pasquali, nella casa di via Carducci, occupavano l’ultimo piano soprastante l’abitazione della famiglia del dott. Moro. Sabato mattina verso le sei, la fantesca (domestica) del Moro udì provenire dal locale superiore dei lamenti che rapidamente si affievolirono. Ne rimase sul momento impressionata, poi non vi fece più caso. Dopo qualche tempo, verso le sette e quaranta il Pasquali uscì sulla strada fumando tranquillamente una sigaretta e attese la propria domestica che poco dopo infatti arrivava, come ogni giorno, per compiere il servizio mattutino. Il Pasquali disse a costei che la signora era partita e che quindi poteva tornarsene a casa e restarvi cinque o sei giorni.

    La prima traccia del delitto

    Intanto il Pasquali ritornò nell’appartamento e vi rimase oltre un’ora, poi uscì e alle sedici e trenta tornò in tenuta da motociclista, guidando un moto-carrozzino ricevuto in consegna dallo zuccherificio. I coinquilini lo videro salire e scendere più volte, caricare una valigia ed altri involti, quindi partire. Alla domestica del dott. Moro, che vide tutti questi preparativi, tornarono in mente i lamenti uditi al mattino e ne fece parola con una terza famiglia che abitava in un appartamento attiguo. Fu così che, collegando questo racconto alla frettolosa partenza del Pasquali, sorsero i primi sospetti. Qualcuno suonò il campanello, ma nessuno rispose. Allora furono avvertiti i carabinieri, i quali si recarono sul posto e, sfondata la porta, entrarono in casa. L’interno risultava in ordine ma in un ripostiglio si trovò della biancheria macchiata di sangue ed altre chiazze di sangue furono rilevate nel gabinetto di decenza e più pallide nella vasca da bagno, che sembrava essere stata da poco usata. Nel ripostiglio si trovarono anche, rinchiusi in un cassetto, asciugatoi sporchi usati per pulire il pavimento. Nelle pieghe di uno di essi si rinvennero, con raccapriccio degli astanti, brandelli di carne. Non poteva ormai sussistere più alcun dubbio sulla ipotesi del delitto che veniva così ricostruito: il Pasquali avrebbe strangolato la moglie verso le sei del mattino, nel sonno. Poi mettendosi nudo per non imbrattarsi le vesti, l’avrebbe trasportata nella vasca da bagno e quivi fatto a pezzi il corpo, servendosi di una tela cerata di cui si era provveduto. Aveva infine impacchettato le varie parti del cadavere e le aveva trasportate con la motocarrozzella per disfarsene lungo la via, gettandole nel Po. Infatti fu visto a Crespino e più tardi a Boara Pisani, dove fu costretto a fermarsi per un guasto meccanico.

    Alla caccia dell’assassino

    I carabinieri avviarono immediatamente le indagini e vennero a sapere che il Pasquali, nell’uscire da Adria, passando dinnanzi al garage Mantovani, aveva pregato un meccanico a recarsi l’indomani a Padova per ritirare il carrozzino da un garage prossimo alla piazza degli Eremitani. Questa fu certamente una notizia preziosa per la ricerca dell’assassino. Senza perdere tempo il capitano dei Carabinieri di Rovigo si portò a Padova in automobile col capitano Comandante la Compagnia dei Carabinieri di Adria, coordinando sul posto le indagini. Alle una e trenta di notte venne trovata la moto parcheggiata in uno stallo di via Eremitani. Tra le varie cose venne ritrovato un plaid in cui erano avvolte un paio di scarpe ed un paio di calzoni sporchi di sangue. La motocicletta era pure chiazzata di sangue sul davanti. Il Pasquali era alloggiato nell’albergo dove venne arrestato dai Militari dell’Arma. Il giorno seguente poi i resti della povera donna furono ritrovati nel Po da un mugnaio, stretti in due grossi involti”. (Stab. Tip. Giuseppe Campi-Foligno. Presentato alla R. Pretura di Foligno il 10 agosto 1925 a sensi della legge sulla Stampa).

    Altre note sul fatto

    Il Gazzettino di mercoledì 22 Luglio 1925 dedicò ampio spazio al grave fatto di sangue aprendo con un titolo a tutta pagina: “L’efferato delitto di Adria”, spiegando nel sottotitolo l’accaduto

    “Strangola la moglie e la squarta nella vasca da bagno, poi colla moto carrozzella ne porta i pezzi alla riva del Po e li getta nelle acque. Lo squartatore nega – Fatale relazione – L’assassinio premeditato?”.

    Da questi annunci si capisce che, per i cronisti, c’era molto da scrivere. L’inviato speciale del “Gazzettino” di cui è solo riportata la sigla (g. d.), apriva il resoconto con queste parole: “Il fatto che ci accingiamo a descrivere è ricolmo di tanta orribile scelleratezza che la mano ci trema, quasi ribelle, nel vergare le macabre note”. Le descrizioni sono lunghe e dettagliate, ma non ci addentreremo più di tanto nei minuziosi particolari che riguardano la vita privata dell’assassino, quella della povera moglie assassinata, dell’amante di lui, i pasti frequenti consumati dalla famiglia Pasquali presso l’Albergo Olivani in Galleria Braghin.

    Particolarmente interessante appare, tuttavia, la breve intervista concessa dalla signora Aspasia, domestica della famiglia Pasquali, che ha risposto al cronista nel colorito dialetto locale. “Abbiamo potuto avvicinare – scriveva l’inviato del Gazzettino – la signora Aspasia, la buona popolana del Cannaregio adriese che tutte le mattine, dalle otto alle undici, soleva recarsi quale domestica nella casa del Pasquali. La buona donna non si schermisce e ci dice che sabato mattina (18 luglio 1925, giorno del delitto n.d.r.), quando si recò a casa del Pasquali, questi si trovava all’angolo della via Carducci, sulla Riviera.

    (Cronista): E che cosa vi disse?

    (Aspasia): Spasia, el m’à dito, l’è un tòco che te speto. Quindi el m’à verto la porta da basso e senza andar su per le scale l’à zuntà ‘La Signora l’è partì… l’è ‘ndà a trovare la Maria a Padova (probabilmente una parente, n.d.r.). Vago via anca mi… ma vien qua e tò sta polastrela che non essendoghe nessun, la podària morire.

    (Cronista): Andavano d’accordo tra marito e moglie?

    (Aspasia): Ghe gera qualche piccolo contrasto, perché la parona diseva ch’el gaveva la morosa. Lù rispondeva che la gera un’amica… e basta.

    (Cronista): Ma in questi ultimi mesi era mutato il carattere di lui?

    (Aspasia): Un poco, ma i se voleva ben… me pareva.

    (Cronista): Avete sentito che il Pasquali, il giorno innanzi o qualche giorno prima, dicesse di dover andare via?

    (Aspasia): No. Ma la Signora m’aveva dito: ‘Spasia, chissà che vaga via col mi sposo’. Ma subito l’à zuntà ‘ch’el sia gnanca un tranello?’.

    Queste ultime parole riferite dall’Aspasia lasciano intendere chiaramente il clima di paura nel quale viveva la povera Signora Anna Vecchi².

  • La “devoluzione” di Saguedo

    La “devoluzione” di Saguedo

    Due anni dopo l’aggregazione del Veneto all’Italia – avvenuta nel 1866 a seguito della terza Guerra di Indipendenza – nel 1868 la borgata di Saguedo, già comune autonomo così riconosciuto anche in epoca napoleonica, decide di unirsi a Lendinara.

    Sono dunque passati 150 anni dalla devoluzione a favore di Lendinara di quella che ancora oggi si presenta tra le più caratteristiche frazioni del comune altopolesano.

    Per vari aspetti la storia civile di Saguedo è intimamente legata a quella religiosa. E, da questo punto di vista, c’è da far presente una dualità di riferimenti “speriori”, dato che la parrocchia risultò dipendere sia dal Vescovo di Adria che dall’Abate della Vangadizza. Fatto sta che – come apprendiamo dall’importante studio di Alberino Gabrielli “Comunità e Chiese nella Diocesi di Adria-Rovigo”, Ciscra, 1993 – le visite pastorali alla parrocchia (la cui nascita non è documentata, ma sicuramente anteriore al 1400) furono nel tempo effettuate dapprima dal Vescovo di Adria o suo delegato, poi, dal 1600 fino alla soppressione della dell’Abbazia decretata nel 1792, dall’Abate o suo vicario.

    Cosicchè, nell’anno successivo, ovvero il 1793, la parrocchia, tornata sotto la giurisdizione della diocesi di Adria, festeggiò l’arrivo del Vescovo Arnaldo Speroni degli Alvarotti, giunto a Saguedo per solennizzare l’evento e celebrare una messa solenne.

    La storia di questo territorio – le cui caratteristiche sono a tutt’oggi ben conservate nello spirito e nella tempra dei suoi abitanti – è efficacemente tratteggiata nella monografia dello scrittore e poeta Bepi Bonafin, al quale Saguedo ha dato i natali (in località Campomarzo) nell’agosto del 1909. Con la perizia dell’attento cronista, nella pubblicazione “Saguedo e la sua Parrocchia – Memorie e ricordi paesani” (stampato nel 1960 per i tipi dell’industra grafica artigiana Bruno Perini, impreziosita dalla prefazione di Antonio Cappellini). L’Autore riassume sapientemente il passato dell’odierna agreste frazione lendinarese che con il 2018 celebra il 150° anniversario della sua definitiva cessazione a Comune.

    L’autonomia amministrativa di Saguedo ha fine con Regio Decreto n. 4364 del 19 aprile 1868 che ne sancisce l’unione al Comune di Lendinara sulla base delle deliberazioni Consiliari dei rispettivi Comuni dell’aprile e novembre 1866 e del Consiglio Provinciale di Rovigo del marzo 1868.

    Ma come mai Saguedo decise di rinunciare alla propria autonomia?

    I motivi appaiono soprattutto legati alla carenza di servizi essenziali, che al tempo si ritenne di poter ottenere legando le sorti del territorio di Saguedo al più ricco comune lendinarese. Gli abitanti del “povero villaggio di pianura…nell’ambito del suo modesto arredo” (così descritto dall’Autore nei versi introduttivi della citata monografia), avviano già dal 1863 il percorso di appartenenza lendinarese nel tentativo di far fronte alle condizioni legate alla carenza di acqua potabile, illuminazione e istruzione primaria. Nella seduta Consigliare del 10 settembre 1868 viene eletta la nuova Giunta Comunale anche se la fase finale dell’aggregazione sarà completata nell’anno successivo.

    Per comprendere l’evoluzione sociale ed amministrativa del territorio facciamo ora un passo a ritroso, portandoci all’alba del 19° secolo, durante il periodo napoleonico: in base al Reale Decreto 8 giugno 1805 – che dispone la dislocazione dell’area corrispondente all’attuale Provincia di Rovigo partendo da una primaria suddivisione orografica – Saguedo è Comune di classe III appartenente, con Cavazzana di Sopra e di Sotto e Barbuglio, al Cantone II di Lendinara, nel distretto III di Rovigo del Dipartimento del Basso Po.

    Dall’analisi delle risposte ai quesiti di varia natura, riguardanti demografia, economia, istruzione e morale, ricavate dal questionario predisposto ai fini della statististica ordinata dal Ministero dell’Interno in data 15 luglio 1807, riguardante gli anni dal 1804 al 1806, la popolazione di Saguedo ammonta a 2458 unità. In base agli altri dati si evince che i principali prodotti delle coltivazioni sono rappresentati da frumento, mais, segala, avena e fava, che “il prodotto de’ grani” basta ai bisogni del comune, che tale prodotto eccede per moggia milanesi 1655 in totale. Inoltre: la coltivazione del lino rappresenta l’altro ramo dell’agricoltura, che tutto il terreno di “cotesto comune è egli coltivato”, che il numero di capre, pecore, vacche, buoi e cavalli basta “sì e no” ai bisogni del comune. E, ancora, che le parrocchie sono tre, che il reddito fisso ed eventuale di “ciaschedun parroco” è conteggiato su prima, seconda e terza lira di Milano e che il numero “degl’individui arrestati e giudicati criminalmente” da 13 nel 1804 scende a 5 nell’anno successivo.

    Andando molto più indietro nel tempo, apprendiamo che il fondo “Saguedum” compare in origine nell’atto notarile con il quale nell’aprile 1170 l’abate vangadiciense Isacco investe Alberto e Obizzo d’Este feudatari di alcuni territori ai confini di Lendinara. L’etimologia del nome Saguedo (pronuncia locale Sagué o Segué), è verosimilmente attribuibile alla voce polesana “cicuta”, (“segùa” e “zeregua” nel dialetto polesano e “cegua” nel padovano antico) data dal Lorenzi in RGIt XV pag. 90 e senz’altro preferibile all’interpretazione dell’Olivieri Studi che ipotizza “sabucetum”, da cui, eventualmente, “saufè”.

    Come detto, la storia di Saguedo è intimamente connessa a quella della sua Parrocchia costituita, a quanto pare, intorno al 1200. Per avere dati certi dobbiamo però avanzare di qualche secolo. Infatti il primo sacerdote di cui si fa menzione nella “Cronologia dei M. Rev. Parroci della Chiesa Arcipretale e Matrice di S. Barnaba Apostolo in Saguedo” è Don Facino Ricci, fondatore della cappella del Battistero, come testimonia la pietra posata all’ingresso di quest’ultima nel 1588.

    Una chiesa di tutto rispetto quella di Saguedo, innalzata dalle fondamenta e terminata nell’anno 1794 sotto la direzione di don Giacomo Baccari. Se l’esterno colpisce per l’eleganza delle linee architettoniche, di sicuro interesse si presentano alcune opere d’arte conservate al suo interno. A cominciare dalla bella pala d’altare La resurrezione di Cristo con i Santi Barnaba e Paolo, importante opera di Palma il Giovane (1624 circa), probabile autore anche della Natività di Maria Vergine, conservata in sagrestia.

    Motivo di interesse – perché fa riferimento alla secolare arte dell’intaglio presente a Lendinara fin dal tempo dei Canozi (XV sec.) – è poi la formella de La Samaritana al pozzo, opera dello scultore lendinarese Giuseppe Fava detto il Saccadei.

    La chiesa di Saguedo è Matrice della Chiesa di S. Nicola di Barbuglio. Quest’ultimo tempio, parrocchia figliale – del cui antico splendore nell’attuale ricostruzione del 1919 rimangono ben poche tracce – venne eretto su un primo oratorio del 1500 e successivamente ampliato nel 1762.

    Le vicissitudini legate alle controversie tra le due popolazioni limitrofe di Saguedo e Barbuglio, relative a presunte inadempienze dell’allora reggente la Parrocchia di S. Barnaba Apostolo, interesseranno anche “il Liberatore Francese, (Napoleone) eletto ad “arbitro e militare interprete dei diritti canonici e titoli vertenti tra la loro Chiesa e quella Matrice”.

    Sarà una sentenza del Regio Tribunale d’Appello di Venezia del maggio 1800 a porre fine ai dissidi cittadini sui quali era in corso un’interessante trattazione da parte di Pietro Cappellini, autore delle più note memorie paesane, nel momento della sua scomparsa.

    Nell’immediata periferia di Lendinara, stante l’esigua distanza (2 km circa) dal capolugo, la frazione di Saguedo con le sue località si configura oggi come un’oasi tranquilla e rilassante grazie alla sua ridotta densità abitativa e all’assetto ambientale che – pur non presentando edifici di particolare interesse architettonico, eccezion fatta per la Chiesa di S. Barnaba Apostolo – offre varie tipologie di moderni servizi nel contesto di una comunità amalgamata dall’amore per i propri luoghi. E, in tema di salottiere divagazioni, tralasciando di nominare personalità del posto che si adoperano per il benessere degli abitanti, non appare fuori luogo accennare in questo contesto alle suggestive immagini relative a una delle località della frazione. Grazie infatti al rimbalzo mediatico favorito dal più famoso dei social nel gruppo “Sei di Lendinara se…” è ormai famosa la via Crosara, fotograficamente documentata quale sorta di “giardino delle delizie” attraverso le istantanee avvolte dal poetico e motivato campanilismo del suo autore, Ennio Zeggio.

    Va infine ricordato che alcuni versi del poeta, scrittore e giornalista Giuseppe Bonafin, (Bepi) sono stati recentemente inseriti nel Libro d’Artista “Ultima luce” ideato e progettato nel 2017 dallo Studio d’Arte GS (Galleria Signorini). Stampato in edizione limitata (e contenente una tecnica mista su carta del pittore veneziano Gelindo Baron), include l’esaustiva biografia dello scrittore, deceduto novantenne a Rovigo e sepolto nel cimitero dell’amato luogo natìo.

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