Chi entra nella elegante abitazione di Carla Porrello Rossi a Badia Polesine non può fare a meno di sostare ammirato di fronte alle raffinate opere pittoriche da lei realizzate nel corso degli ultimi anni.
“Ho iniziato ad amare il disegno fin da piccola – ci dice l’artista -. Ricordo che il regalo più bello che mi fece mio padre, quando avevo solo sei anni, fu una grande scatola contenente matite colorate Caran d’Ache; ne ero gelosissima e a tutti era vietato toccarle. Facevo disegni molto belli che venivano premiati. Non ho mai smesso di dipingere, se non per qualche periodo. La pittura è una parte di me: è, a mio avviso, l’unica attività umana che si può definire totalizzante, può esprimere tutto, può rappresentare tutto.”
“Fino a qualche anno fa – prosegue Carla – mi sono dedicata anche alla tecnica dell’incisione. Incidevo su oro, argento e rame, creavo gioielli originali che piacevano molto. Poi ho iniziato ad avvertire dolori alle mani e sono stata costretta a sospendere questa attività. Nel corso degli anni ho sperimentato generi e tecniche diversi: dècoupage, ceramica artistica, pittura su vetro, creazioni con tecniche miste.”
Bresciana di origine e polesana d’adozione, una vita dedicata all’insegnamento e alla famiglia, Carla Porrello trova proprio nella pittura il rifugio per il suo essere, così sensibile, così trasparente, ed anche così vulnerabile. Ma la sua non è una fuga dalla realtà, non è una rinuncia a lottare; tutt’altro, la voglia di vivere e la forza di cimentarsi in nuove sfide hanno contraddistinto tutta la vita di Carla. In passato ha dovuto affrontare la difficile prova di un divorzio doloroso, di recente la perdita di Eugenio, amatissimo compagno di vita. Carla Porrello ha sempre lottato per affermare i suoi diritti di donna, per contrastare i soprusi.
Si è rimboccata le maniche e ha affrontato ogni prova con risolutezza e coraggio, con forza e dignità. Anni fa ha aperto la palestra Ellegi Fitness che le sta dando grandi soddisfazioni e rappresenta uno stimolo importante. Ma in tutti gli impegni del quotidiano, nelle prove e nei problemi di ogni giorno, l’arte non è mai mancata, l’ha sempre sorretta. La pittura ha seguito passo dopo passo la vita di Carla riscaldando e illuminando i momenti più bui. E’ stata la compagna più fedele, il faro cui rivolgersi per trovare conforto alla nostalgia, al rimpianto.
Osservando le sue composizioni pittoriche possiamo intuire le trame nascoste, i sogni, le memorie, le passioni, le emozioni, i sentimenti dell’artista.
Dalle opere di genere figurativo Carla è passata all’astratto e, da oltre vent’anni, porta avanti una sua personale ricerca tecnica ed espressiva. E’ approdata ora alla creazione di fondali marini di rara suggestione che lasciano trasparire un’archeologia dell’anima, pulsante, viva. Forme quasi surreali nascono dagli insondabili abissi, sibilline sinuosità lasciano affiorare la malinconica bellezza che alberga in ognuno di noi, anche se ha perso contorni definiti.
Fondali misteriosi e ancestrali che rappresentano la vita nel suo divenire, la vita che ci guarda dal suo occhio di silenzio.
I quadri di Carla, accatastati sul pavimento dello studio e appesi alle pareti, mandano i loro messaggi da ogni angolo. Da essi sembrano giungere voci di libertà, pensieri di vita, canti di rinascita, riflessi interiori…
I colori intensi, brillanti, catturano lo sguardo; le geometrie astratte e i meravigliosi cromatismi dei fondali marini rivisitati in modo originale e raffinato dall’artista, coinvolgono la mente liberando riflessioni e facendo emergere stati d’animo particolari.
Avere di fronte un’opera di Carla Porrello significa garantirsi un viaggio, un meraviglioso viaggio in cui la sua arte ci trasporta.
Tra le nuclei familiari che hanno lasciato un segno importante nella storia di Lendinara, va sicuramente individuata la famiglia Cappellini, alla quale, fra l’altro, Antonio Cappellini (1868-1963) autore di vari scritti di carattere storico, ha dedicato uno studio pubblicato con il titolo I Cappellini cenni storici biografici sulla famiglia.
Si scopre così che, da antichi documenti conservati nella Biblioteca Civica di Padova, risulta che un’antica e nobile famiglia denominata Cappellini, visse in quella città sino al 1321. Non si hanno notizie del successivo trasferimento in Legnago, ma, da dati certi, si evince che un tal Giovanni Battista Cappellini (1680) è vissuto e morto a Legnago.
Trascorsi svariati decenni dall’individuazione del capostipite legnaghese¹, arriviamo all’anno 1783, nel corso del quale i suoi discendenti, Pietro Cappellini di Natale e Gaetano Cappellini di Giovanni Battista, decisero di trasferirsi a Lendinara, avviando un proficuo commercio di prodotti dolciari, in tutta la provincia polesana.
Davvero interessanti le biografie dei vari discendenti, che ebbero modo di mettersi in luce in molteplici ambiti. Di costoro riportiamo cenni in una scheda a parte, mentre destiniamo qui la nostra attenzione a don Ferdinando Cappellini, del quale ricorre quest’anno il 140mo della morte. Egli espletò la sua attività sacerdotale nel duomo di Santa Sofia, ma va ricordato anche e soprattutto per la sua importante attività di mecenate.
Il mio interesse verso questo personaggio risale alla mia gioventù quando, ancora ragazzo, frequentavo il Duomo di S. Sofia in Lendinara. Ricordo, che durante le celebrazioni religiose distoglievo lo sguardo dal celebrante, per dirigere la mia attenzione sia verso gli interni architettonici che agli affreschi, ai quadri, alle statue ed arredi del tempio. Mi beavo della visione delle figure religiose affrescate nelle navate, o dei dipinti collocati negli altari, riconoscendo, in parte, alcuni personaggi e collocazioni storiche, e in parte ne immaginavo i nomi, mentre, dei due busti – uno collocato sopra la porta della Sagrestia e l’altro sopra quella dell’oratorio di S. Lorenzo – mi rimaneva totalmente sconosciuta la dedica.
Ora, seguendo la lettura delle fonti riportate nel volume Lendinara notizie ed immagini per un storia dei beni artistici e librari, sono venuto a conoscenza, che il busto situato sopra la Sagrestia, è a ricordo dell’arciprete Domenico Scipioni, noto per aver contribuito al rinnovo del Duomo, mentre l’altro busto raffigura l’arciprete Ferdinando Cappellini², il quale fu canonico del suddetto Duomo dal 1871 al 1877. E di questo personaggio si intende qui parlare.
Figlio unico di Giacomo Cappellini e Teresa Mischiatti³, don Ferdinando nacque a Lendinara il 1827. Nulla si sa della sua vita giovanile, nè di quel percorso formativo religioso che lo condusse ad assumere il sacramento del sacerdozio. Pertanto ci rimane da esplorare il periodo che fu presente in Santa Sofia come sacerdote.
Scrive Antonio Cappellini “…Dotato di bell’ingegno, di memoria pronta e tenace, aveva anche speciali attitudini didattiche sì che le famiglie più cospicue di Lendinara preferivano affidare a lui l’educazione dei fanciulli, anzichè mandarli alle Scuole Elementari del Comune. Noi ricordiamo, per avervi assistito nella grande sala della casa canonica, alle rappresentazioni drammatiche, promosse a scopo ricreativo, da Mons. Cappellini, amante com’egli era d’ogni manifestazione culturale ed artistica…”
A quell’epoca e precisamente nel 1857, la torre campanaria del Duomo venne completata con la fornitura di n. 8 campane, fuse nell’antica fonderia dei fratelli De Poli di Ceneda. Purtroppo il generoso contributo dei cittadini di Lendinara non fu sufficiente a coprire la spesa della loro fornitura e fu solo per volere e tenacia dell’arciprete Ferdinando che, a sue spese, mise fine a tale debito. Ma questo intervento pecuniario a favore del Duomo e del suo campanile non fu l’unico compiuto da Don Ferdinando, del quale scopriamo la ripetuta attività di mecenate.
Egli infatti, sempre sobbarcandosi l’onere delle spese, ordinò di far eseguire nel 1875 le pitture della chiesa di Santa Sofia, dal pittore, arredatore ed ornatista, il veneziano Carlo Matschehg, il quale realizzò le opere richieste, su disegni dell’arch. Ludovico Cadorin, il maggiore interprete del neo rococò in Venezia (1824-1892). Sfortunatamente tali opere vennero sostituite nel 1938 con Vicende terrene del Verbo Incarnato, Le gesta di Maria e dei Santi e I fasti della Chiesa, eseguite dall’artista Giovanni Battista Poloni detto “Tito” da Martinengo, su disegni di Achille Casanova.
Successivamente, viste le condizioni precarie degli altari, Don Ferdinando li fece restaurare, sostituendo gli arredi sacri e acquistando pure gli indumenti necessari alla celebrazione della liturgia. Poi, come scrisse Antonio Cappellini, “…a proprie spese la fece tutta d’ornati e figure maestosamente vestite, ripulì altari, dipinse bussole, inverniciò coro, pulpito, banchi, provvide indumenti sacri, sacre immagini, comperò candelieri di squisitissimo gusto e di inargentato metallo e, se la morte non l’avesse si presto rapito nel 1877, di bianco e nero, avrebbe coperto il suolo della chiesa e la facciata sarebbe stata per opera sua, compiuta e stabilita…”. Da notare pure, che a seguito della legge 7 luglio 1866 (soppressione degli Ordini religiosi e delle Corporazioni religiose), ospitò gli insegnanti della Congregazione dei Padri Cavanis⁴ nella propria casa di Via San Giuseppe, situata a fronte della chiesa omonima in Lendinara.
Davvero molteplici dunque gli interventi di mecenatismo espletati da Don Ferdinando Cappellini, alla cui morte, avvenuta il 17 settembre 1877 a soli cinquant’anni, venne compianto da tutta la comunità cittadina.
Ricordare oggi Don Ferdinando Cappellini, a 140 anni dalla morte, appare come un doveroso atto di riconoscenza verso un sacerdote che, nella sua breve vita, oltre al dovuto insegnamento cristiano, ha destinato una parte sicuramente cospicua delle sue sostanze per impreziosire con opere d’arte il Domo della sua città; un bene sacro-culturale, che – è giusto ricordarlo – oggi è usufruibile gratuitamente da tutti i cittadini.
Ringrazio sentitamente i Signori Gianni Cappellini e Ramis Tenan per la documentazione fornitami.
Ricorre quest’anno il 150° anniversario dalla fondazione della Società di Mutuo Soccorso, una istituzione che è tuttora espressione di quella solidarietà che ha sempre animato la nostra comunità cittadina. Fondatore di questa benemerita istituzione fu il conte Domenico Angeli, figura ben nota non solo per la sua opera filantropica indirizzata alle classi più disagiate, ma anche per le numerose iniziative edilizie che hanno contribuito a delineare l’aspetto urbanistico della città.
La famiglia
La famiglia Angeli, secondo la tradizione, discende dalla dinastia dei Comneni, i sovrani che ressero l’Impero di Costantinopoli e di Trebisonda.
Con la caduta dell’Impero Romano d’Oriente nel 1453, un discendente della famiglia di nome Angelo Flavio si trasferì in Italia dando origine alla stirpe degli Angeli.
Un ramo di questa famiglia si trovava a Rovigo fin dall’inizio del XVI secolo e dal 1603 (e per oltre due secoli) fece parte del nobile Consiglio della città. Il titolo nobiliare fu poi confermato con I.R. decreto il 24 luglio 1820. La famiglia diede i natali a Marino Angeli (compilatore delle Leggi Venete) e a due Regolatori della città.
La giovinezza
Figlio di Giovanni Battista e di Teresa Maria Memmo da Venezia, Domenico Nicolò Angeli nacque il 27 giugno 1797, secondogenito di una numerosa prole formata dal fratello Francesco (il primogenito) e da quattro sorelle: Annunziata, Anna, Maria Elena Catterina (vedova Durazzo e sposata in seconde nozze con Francesco Venezze) ed Isabella (sposata con Francesco Manfredini).
Il luogo della sua nascita è stato identificato nel palazzo omonimo, fatto costruire dal padre, nella vecchia contrada S. Rocco (ora via Angeli) intorno al 1780 in forme classicheggianti su disegno dell’architetto veronese Francesco Schiavi. Il palazzo dall’aspetto principesco è tuttavia sacrificato dall’angustia di una via che non consente una visuale completa della sua facciata principale.
Come testimoniano le numerose lapidi, la storia del palazzo è intimamente legata alla storia della città, in quanto esso diede spesso ospitalità a visitatori illustri come l’Imperatore d’Austria Francesco I con la moglie Carolina, Giuseppe Garibaldi, Umberto I, ed altri personaggi di rilievo.
Durante la sua adolescenza Domenico Angeli ebbe modo di essere testimone del tramonto della dominazione francese, caratterizzata da sopraffazioni di ogni tipo, spoliazioni del patrimonio artistico, soppressione degli ordini religiosi, esecuzioni pubbliche dei rivoltosi insorti contro un regime iniquo. E’ probabile che, proprio a causa di questo contesto storico, abbia maturato il suo sentimento caritatevole che lo contraddistinguerà per il resto della vita.
La sua istruzione fu sicuramente adeguata al suo stato sociale ed alla sua intelligenza viva e curiosa. Per un breve periodo fu allievo (insieme al fratello) del Collegio dei Nobili a Padova, ma nel 1807 ritornò a Rovigo per frequentare il locale Seminario e seguire le lezioni di precettori privati che lo avviarono allo studio delle lingue vive.
Dopo l’età adolescenziale, dedicata all’istruzione come era abitudine nelle famiglie agiate dell’epoca, si dedicò ai viaggi nei principali paesi europei per completare la sua formazione culturale: fu a Vienna, in Spagna ed a Parigi dove ebbe la fortuita occasione di conoscere Leone Gambetta, futuro capo del governo francese.
Nel 1844 offrì una prima grande dimostrazione della sua vocazione filantropica. Sul lato opposto della via nella quale era ubicato il suo palazzo, vi era una serie di case insalubri in precario stato di conservazione, abitata da concittadini bisognosi. Tra il 1844 ed il 1845 il conte Angeli fece ricostruire a proprie spese quelle case trasformandole in un dignitoso palazzo porticato, che possiamo ancor oggi ammirare, in continuità con Palazzo Roncale.
Nel 1845 venne nominato podestà di Rovigo, ed anche in questo ruolo pubblico non mancò di praticare opere benefiche a favore dei suoi conterranei: destinò 12000 lire austriache ai poveri della città affinchè recuperassero i pegni al Monte di Pietà ed elargì 1000 sovrane per il restauro della Rotonda, un’opera che era stata deliberata dal Consiglio comunale.
Il ‘48
All’inizio del 1848 in tutta Europa serpeggiava uno spirito rivoluzionario che metteva in difficoltà l’autorità costituita. Gli austriaci furono cacciati da Milano mentre a Venezia, dove la rivolta popolare mirava alla creazione di una repubblica costituzionale, fu creato un governo provvisorio sotto la guida di Daniele Manin.
Gli echi delle insurrezioni italiane giunsero a Parigi, dove si trovava Domenico Angeli, nel pieno di una situazione altrettanto confusa, in una città in preda ai rivoltosi che ne avevano assunto il controllo, costringendo alla fuga il re Luigi Filippo.
Domenico Angeli, sempre sensibile alle sorti del suo luogo natale, decise di tornare precipitosamente a Rovigo, consapevole che il momento politico era di cruciale importanza. Il 22 e 23 marzo la rivolta divampò anche nel capoluogo polesano, costringendo gli Austriaci ad abbandonare il Polesine.
In un clima di grande speranza per la cittadinanza, Domenico Angeli venne nominato Capo della Provincia e del Comitato Rodigino. In questo periodo egli assunse una posizione politica alquanto autonoma, in quanto propugnò un distacco dalla Repubblica Veneta di Daniele Manin per attuare una fusione con la Monarchia Sabauda in coerenza con il suo temperamento conservatore e monarchico. Diresse con mano ferma e leale la provincia in un periodo così difficile, nonostante il mormorio di calunniatori che gli rimproveravano una presunta deferenza verso il potere austriaco durante gli anni passati come amministratore della città.
Le mire patriottiche, tuttavia, si dimostrarono ben presto effimere in quanto Venezia fu costretta ad arrendersi e Rovigo vide ben presto il ritorno degli austriaci che imposero l’ordine con rinnovata fermezza. Domenico Angeli si ritirò a Padova in una sua dimora situata in Prato della Valle, un palazzo patrizio che era appartenuto alla famiglia materna e che in passato aveva ospitato Giacomo Casanova e Giovanni Antonio Canal detto il Canaletto.
Verso l’unità d’Italia
Nondimeno il richiamo del luogo natio non tardò a farsi sentire: nel 1858, dopo la conclusione della guerra di Crimea, che aveva visto un contingente piemontese affiancare gli eserciti francesi, Domenico Angeli capì che erano state gettate le basi di un’alleanza con la Francia, la grande potenza che avrebbe potuto concretizzare le aspirazioni patriottiche in vista di una cacciata degli austriaci.
Non volendo rimanere estraneo ai possibili mutamenti politici, ritornò nella sua città natale dove, in società con altri nobili rodigini (Camerini, Giro e Venezze), acquistò alcuni immobili, ormai in rovina, appartenenti al vecchio convento dei Domenicani per edificare la Piazzetta annonaria che, dopo due anni, fu donata al Comune, e che ancora oggi è usata come mercato coperto della città: un’idea che forse ha anticipato i moderni centri commerciali.
Ma il suo anelito filantropico non si arrestò qui. Nel 1864 decise di attuare un preesistente piano urbanistico che prevedeva l’allargamento del vecchio Stradon de la Madona (l’attuale Piazza XX settembre), per trasformarlo in una piazza che potesse valorizzare la chiesa della Beata Vergine del Soccorso (detta La Rotonda). Domenico Angeli, insieme ad altri due benefattori (Cristoforo Camerini e Francesco Venezze), fece costruire 24 case destinate a famiglie indigenti della città nel rispetto dei limiti previsti per l’allargamento della pubblica via.
Nel giugno del 1866, con lo scoppio della terza guerra di indipendenza, l’esercito piemontese decise di muovere verso il Veneto diffondendo anche nella nostra città le speranze di realizzare l’unificazione dell’Italia. Il 10 luglio alle tre e mezza pomeridiane le truppe piemontesi, guidate dal generale Cialdini, entrarono in una Rovigo festante mentre gli austriaci si erano frettolosamente dileguati dopo aver fatto deflagrare i forti che si trovavano nell’area periferica della città.
Il giorno seguente venne formata una giunta provvisoria della quale faceva parte anche il conte Domenico Angeli che, poco dopo, venne eletto alla massima carica cittadina, diventando così il primo sindaco di Rovigo nell’Italia unificata, carica che manterrà fino all’anno seguente, quando sarà sostituito da Franco Rossi, un suo fedele collaboratore.
La Società di Mutuo Soccorso
Nel frattempo si andava concretizzando l’idea di creare anche a Rovigo (analogamente a quanto avveniva altrove) una Società di mutuo soccorso allo scopo di rendere meno precario il disagio delle classi meno abbienti. Venne pertanto costituita una commissione incaricata di redigere lo statuto del nuovo sodalizio, cui venne dato il nome di “Società di Mutuo Soccorso fra gli operai di Rovigo”, e di conferire a Giuseppe Garibaldi la presidenza onoraria.
L’eroe dei due mondi accettò, rispondendo da Caprera con lettera autografa che viene tuttora conservata nell’archivio della Società. La commissione inoltre stabilì che il nuovo sodalizio avrebbe cominciato la sua opera a partire dal 1867 sotto la guida del conte Domenico Angeli che avrebbe ricoperto la carica di presidente per i suoi riconosciuti meriti filantropici.
Durante la presidenza Angeli la Società si trovò subito ad affrontare un contesto socio-economico estremamente misero, con una popolazione in larga misura dedita all’agricoltura e non ancora sfiorata dalla trasformazione industriale. Ad ogni modo, sotto la sua guida la società si sviluppò rapidamente passando da 66 a 372 soci, sempre attenta ad alleviare il diffuso stato di indigenza.
Domenico Angeli rimase alla presidenza della Società per il resto dei suoi giorni, quando si spense tra l’unanime cordoglio il 12 luglio del 1876. Si concludeva così una vita contrassegnata da una costante volontà di alleviare le sofferenze dei più bisognosi.
Oltre alle numerose opere elencate, sono da ricordare il contributo per la creazione della Casa di Riposo (attuale IRAS) ed una generosa donazione al Comune affinchè fossero assistite le partorienti povere della città.
Il “legato Angeli”
La scomparsa di questo illustre nostro concittadino non pose fine alle opere benefiche destinate alla città. Infatti, con testamento redatto il 28 ottobre del 1872, Domenico Angeli aveva disposto che, alla sua morte, il Comune di Rovigo sarebbe entrato in possesso della sua dimora nobiliare e della casa attigua denominata Casa Malipiero.
Stabilì inoltre che le rendite derivate da due sue proprietà terriere, situate nel comune di Fratta Polesine e San Bellino, sarebbero state destinate ai poveri delle parrocchie di Santo Stefano e San Francesco. In tempi più recenti queste rendite sono state destinate all’IRAS (Istituto Rodigino di Assistenza Sociale).
Anche se non esente da qualche critica, per la disponibilità dimostrata a collaborare con le autorità austriache quando il Veneto era controllato dal governo di Vienna, il conte Angeli fu senz’altro molto amato dalla cittadinanza sempre favorevolmente colpita dalla sua magnanimità. E non a caso gli è stato eretto un busto alla memoria, collocato nel porticato della Gran Guardia, tra le lapidi dei patrioti delle guerre del Risorgimento, con la seguente dedica: “AL CONTE DOMENICO ANGELI INSUPERATO BENEFATTORE – ROVIGO MEMORE GRATA”.
BIBLIOGRAFIA
G. Mattioli. Biografia del conte Domenico Angeli da Rovigo. Padova, Randi, 1882.
S. Garbato. La Società di Muto Soccorso e Previdenza di Rovigo. Rovigo, IPAG, 1967.
L. Stocco. Rovigo e la sua storia. Rovigo, Minelliana, 1979.
L. Traniello et alii. Rovigo, ritratto di una città. Rovigo, Minelliana, 1988.
F. Schroeder. Repertorio genealogico. Venezia, Tip. Alvisopoli, 1880.
“Sono stato sempre di questo parere: che uno dei principali obblighi ai quali sono costretti gli uomini dalle leggi della Natura e di tutte le genti sia il prendersi cura della reputazione e dell’onore delle loro patrie”.
Andrea Nicolio, Historia dell’origine et antichità di Rovigo.
Ogni storia ha una sua origine, un punto di inizio che diventa fondamentale per comprendere i personaggi che ne fanno parte, le sfumature di ogni evento, le ragioni di tutti i momenti che la vanno a comporre. Andare a ricostruire il passato equivale, in sintesi, a tessere un arazzo, un tappeto, un drappo damascato: ogni filo ed ogni movimento hanno una loro ragione d’essere necessaria e imprescindibile, ma è la cucitura finale quella che restituisce ad ogni colore il suo perchè, così come quella iniziale ha messo in moto il disegno. Questa storia, dunque, inizierà dall’ultimo rammendo che, ironicamente, coincide con l’inizio del nostro racconto.
Nel 1582 Monsignor Giulio Canano, vescovo di Adria e Rovigo, amato sacerdote e raffinato musicista, ebbe in dono un’opera a lui dedicata dal contenuto tutt’altro che banale: l’Historia dell’origine et antichità di Rovigo, una summa di tutti i principali momenti nella storia del Polesine, dagli albori sino all’Anno Domini 1578. A raccogliere con cura ogni avvenimento era uno studioso rodigino, un umanista polesano in terra bresciana: Andrea Nicolio.
Innamorato della sua (e nostra) terra, Andrea Nicolio (1536 – 1587) decise di riempire ben 240 pagine di aneddoti, battaglie, nomi e racconti, col fine di «spiegare tutto quello che nelle mie vigilie¹ ho ritrovato, per la felicità di coloro che, poco versati nell’antichità di Rovigo, non hanno finora compreso la vera intelligenza di quel luogo e delle sue contrade».
Non fu solo, il Nicolio, nella sua impresa: ad aiutarlo nella raccolta di fatti e documenti accorsero altre brillanti menti rodigine, fra cui l’avvocato e umanista Giovanni Mario Avanzi, lo storico Antonio Riccoboni e il nobile Paolo Emilio Casalini, mentre Luigi Groto² e Giovanni Fratta³ intervennero nel testo con due poesie dedicate all’autore e volte ad elogiarne l’opera e l’intento.
I tre Libri che vanno a costruire l’Historia non sono una celebrazione della nostra città della sua provincia, bensì uniscono alla narrazione elementi di tradizione, mitologia e folclore della corte di Buon Vico come è facile comprendere fin dalle pagine iniziali, che descrivono i primi insediamenti nelle paludi adriesi delle popolazioni antiche. Ecco una breve sintesi dell’opera.
Ad abitare per primi i territori fra i fiumi Adige e Po furono i Toscani, discendenti da quel Giano, che coincide col Noè della cultura ebraica: a lui si dovrebbe la cacciata del terribile Zoroastro e del mago Cameses dal Polesine e l’insediamento della popolazione tosca «da tuso, parola greca che vuol dire latinamente sacrificio, da che tioscos il sacrificio e tosca i luoghi deputati a sacrificare».
Il significato del lemma, tuttavia, ha una doppia sfumatura, come lo stesso Nicolio afferma: da un lato il riferimento potrebbe essere quello al culto vero e proprio, dall’altro, invece, alla grande forza di queste popolazioni, fatte di «uomini vessati nelle difficoltà e primi ad abitare luoghi difficoltosi e disabitati».
A loro, per Nicolio, si dovrebbero i toponimi Atriatico e Atriano, che definirono il mare che bagnava le nostre contrade ed il fiume che da Verona giungeva sino a noi «da Ater, che in lingua Scitica indica il vestibolo davanti alla porta della casa, da cui ebbe anche nome Atria, colonia dei Toscani».
Un interesse linguistico il suo, oltre che storico, che si concentra anche sull’origine del nome Polesine, che Nicolio fa derivare dal greco polynesus⁴, “terra dalle molte isole”, ed erroneamente associa alla forma del territorio che «dall’uno e dall’altro lato del fiume così serrato fu chiamato Penisola».
Più decisa, invece, è l’etimologia del nome Rovigo che occupa ben 7 pagine del Libro Primo.
Dopo aver specificato l’importanza simbolica della rosa, infatti, aiutato da riferimenti letterari importanti come quello ai greci Saffo, Teocrito, Omero, Plutarco e anche Dante, Nicolio sottolinea come dall’antico nome di Buon Vico si sia scelto di chiamare quel territorio Fondo Roda e, in seguito, Rovigo; decisione che si interseca strettamente con la storia del popolo tosco e del territorio lagunare, allora preda di continui saccheggi e incursioni ad opera delle popolazioni barbariche. Rifugio degli antichi, infatti, fu il luogo su cui attualmente sorge la nostra città, territorio per sua natura ricco di rose e rosai, simbolo di un futuro ricco e felice sin dalla tradizione classica.
La città delle rose, come ricorda anche l’Ariosto, è quindi descritta dal Nicolio non solo nelle lunghe battaglie che l’hanno vista protagonista, soprattutto contro la famiglia padovana dei Carraresi e contro gli Estensi, ma innanzitutto nelle sue particolarità, che lasciano noi lettori d’oggi straniti e incuriositi e che, proprio per questo, rendono più interessante la scoperta del nostro passato.
Non tralascia, l’autore, di ricordare la creazione di alcuni dei luoghi più importanti della città, come il Castello, con le sue mura e le sue Torri «l’una distante dall’altra con proporzionata misura», la costruzione della Chiesa di Santo Stefano, dei Castelli di Fratta e Arquà, di Palazzo Roverella e della Chiesa di San Francesco, mentre non manca, dal punto di vista della tradizione religiosa, di ricordare la vita di San Bellino, i suoi miracoli e lo straordinario ritrovamento della sua salma da parte di Giovanni dalla Fratta «poscia soprannominato Cavasanti»; segue minuziosamente l’alternarsi dei vescovi, si sofferma su quei personaggi che hanno segnato il passato della città, come Bartolomeo e Lorenzo Roverella, o ancora i membri della sua famiglia eppure, pur entrando nella politica cittadina, non si erge mai a giudice delle scelte, passate o presenti che siano.
La storia di Rovigo si snoda anche per la sua provincia, passando per i vari paesi che nel corso del tempo hanno esteso i confini polesani: Arquato, Angulare, Bovara hora, Cavello, Cere giano, Massa Campiglia, Oracano, Garignano, Sargiano, Pelosella⁵, sono solo alcuni antichi nomi dei paesi che circondano il Castello e che sono al centro di episodi di guerra, o ancora di strani aneddoti, come il passaggio di comete o la nascita di animali deformi, da Nicolio registrata e riferita come simbolo di sfortuna per il Polesine, che già dal suo racconto si mostra come una terra forte e sfortunata, dove si alternano terremoti, alluvioni e pestilenze, dove la fatica della popolazione è la protagonista assoluta di oltre mille anni di storia.
Monsignor Giulio Canano, alla lettura del testo, avrà senza dubbio provato interesse nello scoprire come la storia poteva intrecciarsi con la fantasia per disegnare la nascita di una terra e del suo popolo. Se valutiamo il valore di un’opera, soprattutto storica, in rapporto a ciò che la stessa può regalarci, di sicuro l’Historia dell’origine et antichità di Rovigo ha raggiunto l’obiettivo del suo autore: onorare la sua patria raccogliendone i ricordi e regalando ad essi una vita nuova; ma la nobiltà dello scopo, nella sua altezza, non ha reso il lavoro dello studioso fondamentale per la creazione di una memoria comunitaria condivisa: l’opera di Nicolio, infatti, resta ad oggi una lettura conosciuta da una piccola parte della popolazione rodigina, confinata com’è nella sua edizione anastatica che la mantiene in una forma ostica alla lettura e alla comprensione.
Con l’augurio di una nuova veste per questa grande opera, l’invito è quello di riscoprire una piccola parte della cultura polesana e rodigina recuperando le parole di Nicolio: se uno dei principali obblighi degli uomini è prendersi cura della reputazione della propria patria, preservarne la memoria diventa un momento essenziale nella nostra formazione come cittadini e come parte attiva nella vita di Rovigo.
Tornare a raccontare il Polesine è l’ultimo rammendo da fare per cucire un disegno perfetto.
Sono passati cinquecento anni da quando Ludovico Ariosto nel 1516 pubblicò la prima edizione – la cosiddetta editio princeps – dell’Orlando Furioso, per i tipi (caratteri tipografici), della stamperia Mazzocchi di Bondeno.
Il poeta vi aveva lavorato per 10 anni e ne aveva pure finanziato e curato la stampa, fatica ripagata dallo strepitoso successo che ebbe l’opera: in poco tempo andarono esaurite le circa 1500 copie stampate, per cui l’Ariosto sarà costretto ad uscire con altre due successive edizioni (1521 e 1532), perfezionate sotto l’aspetto linguistico e ampliata l’ultima nel numero dei canti (ma la richiesta del pubblico fu tale che vi furono anche diverse edizioni contemporanee non autorizzate dal poeta).
Grazie alla stampa, fu la prima volta che un’opera, scritta in lingua fiorentina, ebbe una diffusione così vasta, apprezzata dalle corti e dagli eruditi, ma anche, per la piacevole trama, da quel ceto borghese e popolare poco incline alla lettura e che di norma si esprimeva nei dialetti locali. Al di là dei meriti poetici, l’Orlando Furioso divenne così strumento per la diffusione di una lingua nazionale e quindi di un’identità italiana, nel bel paese ausonio ancora frammentato in una dozzina di principati.
Le iniziative per il V centenario
Ferrara, la città dell’Ariosto, non poteva lasciar passare un anniversario tanto importante senza adeguate iniziative culturali sviluppate in più direzioni. Agli inizi di ottobre, l’Istituto di Studi Rinascimentali ha promosso un convegno di “alti studi” sull’ “incantato mondo dell’Ariosto e la cultura del suo tempo” materia specialistica per pochi eletti; nello stesso tempo a Palazzo dei Diamanti apriva la mostra “Cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi”, dov’erano esposti oggetti, stampe e arazzi d’epoca e specialmente dipinti dei migliori maestri del primo Cinquecento (Mantegna, Tiziano, Raffaello, Dosso Dossi, Giorgione ed altri).
La mostra ha avuto un successo di pubblico enorme, tanto che, per soddisfare tutte le prenotazioni, l’ente Ferrara Arte ha dovuto prorogarne l’apertura di un mese, oltre ai tre previsti inizialmente. E per gli amanti delle passeggiate culturali, il Comune di Ferrara ha organizzato più visite guidate per le strade cittadine alla scoperta dei luoghi in cui il poeta ha coltivato il suo estro letterario ma che, parafrasando una sua celebre rima, si sarebbe potuto chiamare: “chi vuole andare a torno, a torno vada, a me piace conoscer la mia contrada”.
Gli Ariosto e il Polesine
Se Ferrara è la città dell’Ariosto per eccellenza, va sottolineato come anche Rovigo e il Polesine siano entrati a pieno titolo a far parte della vita e degli interessi del poeta. Il padre Niccolò era stato nominato dal duca Ercole I capitano della fortezza di Rovigo, che per la verità tenne senza onore, perchè nel corso della guerra con Venezia (1482), consegnerà la città al nemico senza combattere.
Pare che l’artefice della segreta trattativa col Sanseverino, generale dell’esercito veneziano, fosse stato il canonico Brunoro Ariosto, arciprete del Duomo di Rovigo, fratello di Niccolò, che al termine della guerra (1484), avrebbe impegnato il prezzo del tradimento nell’acquisto di una grande casa in via Giuoco del Pallone a Ferrara¹.
Proprio in questa casa era venuto ad abitare il giovane Ludovico (era nato nel 1474 a Reggio Emilia); qui ricevette dai precettori l’erudizione classica e qui compose le opere giovanili e la prima versione dell’Orlando Furioso. Quando passarono a miglior vita lo zio e il padre, il poeta ne divenne proprietario e la abiterà fino alla costruzione di una nuova casa (1527), più piccola ma a sua misura, parva sed apta mihi, in contrada del Mirasole.
Alla morte del poeta (1533), gli eredi cederanno l’immobile alla famiglia Canani di antica nobiltà ferrarese e qui visse Giulio Canani, che in seguito diventerà vescovo di Adria, uno dei più longevi (dal 1554 al 1591), fondatore del seminario diocesano e unico vescovo adriense ad assurgere a dignità cardinalizia.
Dai Canani, passaggio dopo passaggio, il palazzo nel 1943 divenne proprietà della signora Rina Cavallini, che pochi anni dopo sposerà il farmacista Giuseppe Sgarbi di Stienta. Dalla loro unione nasceranno Elisabetta e Vittorio Sgarbi, regista e scrittrice la prima, noto critico d’arte il secondo, che in occasione del cinquecentesimo dell’Orlando Furioso, hanno aperto al pubblico la loro casa di Ferrara, già dell’Ariosto e dei Canani e che ora si chiama casa Cavallini – Sgarbi (trasformata in hotel de charme).
E se Stienta entra solo per merito della proprietà Sgarbi nella storia dell’Ariosto, è invece risaputo che nel vicino comune di Bagnolo Po la famiglia del poeta possedeva una grande tenuta, per cui si può dire che qui gli Ariosto fossero di casa. Ovviamente, la biblioteca di Bagnolo non poteva che essere dedicata a Ludovico Ariosto, ma anche la strada principale del paese conserva il nome di Via Arioste, da quando serviva per l’accesso alla tenuta.
Quest’ultima, detta delle Arioste, consisteva in un vasto compendio di terre compreso tra detta strada e il fiume Tartaro: si estendeva dai confini con Trecenta fino a quelli di Castelguglielmo, di diretto dominio della Camera Ducale Estense, ma concessa in enfiteusi a Francesco Ariosto, zio del poeta. Alla sua morte la tenuta passò al figlio Rinaldo che, essendo prematuramente deceduto nel 1519 di mal francese (sifilide), la lasciò in eredità al cugino Ludovico (e ai fratelli), con cui aveva un legame più che fraterno.
La scrittrice bagnolese Adalgisa Calzavarini, che in quanto a fantasia gareggiava con l’Ariosto, si diceva certa che i due cugini nella loro spensierata giovinezza venissero qui a cavalcare sfrenatamente fra le braglie alberate della tenuta, a sedurre donzelle, a guadare il Tartaro per raggiungere la misteriosa Vallalta. In effetti, le figure ariostesche dei paladini – cugini Orlando e Rinaldo, coi loro cavalli Brigliadoro e Baiardo, innamorati dell’inafferrabile Angelica, di Alcina e Logistilla (la seduzione e la ragione), sembrano rifarsi a queste follie giovanili dei due cugini Ariosto; così pure certi paesaggi boscosi e selvaggi descritti nel poema, sembrano ispirati alla vegetazione rigogliosa che ricopriva questa terra cinque secoli addietro.
La tenuta di Bagnolo sarà anche causa di una lunga lite giudiziaria tra il poeta e la Camera Ducale, per via di certi debiti lasciati da Rinaldo che avevano provocato il pignoramento del bene e la sua devoluzione al patrimonio estense. Affezionato a questo luogo, Ludovico aveva chiesto che l’ipoteca fosse trasferita ad altro bene del defunto cugino, ma ogni tentativo fu inutile, per cui egli ebbe a dire sconsolato: “tale heredità mi ha procurato più noia e danno che piacere et utile”.
La tenuta delle Arioste finirà per essere assegnata in dote ad una delle figlie del marchese Francesco d’Este che, per ironia della sorte, si chiamava Bradamante e Marfisa la sorella, come le donne guerriere dell’Orlando Furioso, prova tangibile di quanto avesse influito il poema dell’Ariosto sui costumi del tempo.
Il Poema e il Polesine
In relazione all’Orlando Furioso, va poi sottolineato come il Polesine sia più volte ricordato nel poema. In particolare al canto terzo (Stanza 34) così si esprime il poeta con raffinata eleganza:
la bella terra che siede sul fiume dove chiamò con lacrimoso plettro Febo il figliuol ch’avea mal retto il lume quando fu pianto il fabuloso elettro e Cigno si vestì di bianche piume
Un Polesine legato al mito di Fetonte, ancor oggi ricordato nel nome della piazza centrale di Crespino (che ha fatto parte del ducato di Ferrara fino al 1815), dove Fetonte, il figlio del Sole (Febo), sarebbe precipitato nel fiume Po, per aver male guidato il carro del padre (lume). Piansero la sua morte le sorelle Eliadi (trasformate in pioppi), la cui lacrime divennero ambra (elettro) e pianse l’amico Cicno, re dei Liguri transpadani, trasformato in cigno.
E poco più avanti (Stanza 40), in rima baciata viene ricordata la gloriosa città di Adria che diede il nome al mare Adriatico:
E con maggior fermezza Adria, che valse da sè nomar l’indomite acque salse
Infine, alla stanza 41, ecco la bellissima definizione di Rovigo:
Come la terra il cui produr di rose le diè piacevol nome in greche voci
Con la licenza che solo ai poeti si concede, egli collega l’etimologia di Rovigo al nome greco rhódon, rosa, da cui Rhodigium, città delle rose, stupendo!
Già tre secoli or sono il Silvestri osservava: “io non saprei con qual fondamento si potesse sustenere una si fatta etimologia…”.
E siamo d’accordo con lui, i greci col toponimo Rovigo pare c’entrino poco. La forza del poema ariostesco non sta però nel razionale, ma piuttosto nel descrivere un mondo immaginario, una realtà fantastica, e poco importa se Rovigo fosse anche un ambiente poco adatto al produr di rose; è bello, invece, pensarlo, sognarlo.
Così, la suggestione della rosa, grazie all’Ariosto, è entrata a far parte della storia di Rovigo, che con tale paternità ha tutto il diritto di fregiarsi come città delle rose, e andarne fiera.
Genuine testimonianze di fede popolare, non sono pochi gli oratori che punteggiano il nostro territorio. Piccoli edifici, a volte minimi, che spesso si riscontrano lontani dai centri maggiori.
Molto frequenti nelle aree rurali e, specie un tempo, avvertiti come presenza del sacro particolarmente vicina al sentire comune, non raramente sono stati più amati delle grandi cattedrali.
Fatti oggetto nel passato di particolari cure, oggigiorno, causa il propagarsi di un diffuso laicismo, risultano spesso trascurati. Vengono però guardati con attenzione non solo da quanti sono animati dalla fede, ma anche da chi ha a cuore il territorio, le sue tradizioni e la sua storia.
Più volte sulle pagine di questa rivista ci siamo soffermati a descrivere alcuni oratori che caratterizzano il Polesine, e fa sicuramente piacere riscontrare la rinascita di alcuni sacri edifici da tempo in stato di abbandono.
Una di queste apprezzate iniziative di recupero è riscontrabile a Fenil del Turco, in via Antonio Fedeli, dove lo scorso 15 settembre, nel giorno in cui il calendario liturgico celebra la Beata Vergine Addolorata, è stato benedetto un piccolo oratorio privato, a Lei consacrato e da poco riportato alla completa agibilità.
Dopo un lungo periodo di abbandono, da qualche anno l’oratorio è passato in eredità a Raffaele Peretto, che, assieme alla moglie Lina Andreotti, ha provveduto alla sua ristrutturazione. La cerimonia religiosa, presieduta dal parroco Don Bernardo Conforto, si è svolta nell’aia di una tipica casa padronale, immediatamente attigua alla chiesetta.
Ed è proprio con Raffaele Peretto, personaggio ben noto nel mondo della cultura del Polesine, in questo caso anche in veste di proprietario, che ci incontriamo per ottenere alcune fondamentali notizie relative al sacro edificio restaurato.
D. A quando risale l’oratorio e quali vicende e ricordi ti riserva?
“L’oratorio fu edificato nel 1930 da Natale Rosin, fratello di mio nonno materno. Entrambi nel 1920 si erano trasferiti nella casa, che ha le sue origini nel Seicento. Sono certo che nella decisione di costruire la chiesetta influì molto il desiderio della moglie Rosa Bedendo, persona di profonda fede”.
– Non manca una certa attenzione all’aspetto architettonico
“La facciata richiama lo stile classico dell’architettura del tempo. Dopo l’impegnativo restauro della casa padronale, che attualmente, nel rispetto della sua originaria impostazione, è divisa in tre nuclei (uno per mio fratello Carlo, un altro per me, il terzo per mia figlia Chiara dove abita con la famiglia) era assolutamente doveroso recuperare questo oratorio, generalmente denominato la ceseta”.
– Un punto di riferimento anche per i fedeli del circondario…
“Mi ricordo quando molti della borgata si riunivano a maggio per recitare il rosario, quando il giorno dell’Addolorata veniva celebrata la Messa. In alcuni casi qui si sistemò la camera ardente per defunti di famiglie del vicinato. Un mese dopo la fine della guerra, il 30 maggio 1945, nella chiesetta si sposarono i miei genitori, Maria e Rodolfo, ed anche nel 1953 mia zia Pierina con Ferdinando. Da circa sessant’anni è iniziato il declino non venendo più frequentata.”
Come si è intervenuti nel recupero?
“Si è trattato di un intervento conservativo con particolare attenzione alla sistemazione del tetto e al consolidamento della struttura, al rifacimento dell’intonaco. E’ stata anche ripristinata la recinzione lungo via Fedeli, chiamata localmente strada bassa o stradela, alla quale l’oratorio è direttamente prospiciente. Ho avuto un prezioso aiuto da Luigi Fantinato di Crespino e da alcuni familiari, in particolare da mio genero Fabio Aguiari, e da altri cari amici. Ringrazio tutti di cuore.”
Nella chiesetta sono conservate tre sculture. Le puoi descrivere?
“Sopra l’altare nella sua nicchia c’è l’originaria statua lignea di Maria Addolorata, che proviene da una bottega di Ortisei. Nel braccio sinistro porta il segno di una scheggiatura causata da un bombardamento aereo del 1945. Tra novembre 1950 e luglio 1951 l’immagine fu solennemente portata in processione in tutte le famiglie di Sant’Apollinare e Fenil del Turco. Il parroco di allora, don Manfrinato la definì “pellegrina d’amore”. Una lapide attesta questo sentito episodio di fede.
Ai lati di Maria figurano altre due sculture in terracotta opere da me commissionate a Dimitri Arallambi, un valido artista di origine albanese, residente da anni a Rovigo. Una raffigura San Giovanni Nepomuceno, che, oltre ad essere patrono di Fenil del Turco, protegge dalle acque: ne abbiamo bisogno in Polesine e per me le acque sono state oggetto di studio nella loro complessa evoluzione territoriale; l’altra rappresenta l’arcangelo Raffaele che accompagna due bambine in cammino verso la vita: un segno di protezione divina per le mie care nipotine, Bianca e Adelaide.”
Completati i lavori, ora la chiesetta, riportata alla piena fruibilità, è visitabile previo accordo con la proprietà.
Il dott. Raffaele Peretto è ben disponibile ad aprire le sue porte, in particolare in occasione delle festività dedicate alla Madonna. Egli ha vissuto con entusiasmo ed un sentimento di rinnovata speranza i vari momenti dell’intervento di restauro, alla cui conclusione ha sentito il desiderio di comporre una breve poesia che qui di seguito pubblichiamo.
NUOVE VOCI INTORNO
A due passi dall’aia quella chiesetta si risveglia a mostrarsi sul sentiero. Lungo il tempo dell’abbandono. Lontani i sapori di vendemmie ad accompagnare la festa e più oltre i richiami gioiosi nei fioretti di maggio i sigilli di vite d’amore i silenzi ad accogliere riposi eterni.
Incontro la giovanissima contessa Camilla Scroffa De’ Cumani in una limpida mattina di marzo sul portone della Villa di Sant’Elena (PD) nella quale abita, custodendo i segni di una nobiltà antica e costellata di antenati illustri. E’ una ragazza moderna, semplice ma fermamente decisa ad onorare il trascorso della sua famiglia che vanta un albero genealogico veramente interessante.
Proprio per questa ricchezza di passato decidiamo di presentare la storia e gli aspetti dello stupendo complesso in due parti: la prima esclusivamente dedicata al Parco e la seconda, che comparirà nel prossimo numero della rivista, alla dimora.
Siamo di fronte alla Villa che si erge con la sua mole imponente ma nel contempo leggera, per quel gioco di mattoni chiari e più scuri che le conferiscono un’eleganza del tutto originale ed unica.
Per parlarmi del Parco, Camilla mi fa entrare nella sala delle mappe, nella quale sono esposti i progetti e le raffigurazioni delle diverse zone del giardino scaturite dalla genialità creativa dell’ing. Osvaldo Paoletti alla metà del XIX secolo. L’atmosfera silenziosa e solenne, che aleggia in questi interni, mi emoziona quando lo sguardo cade sui diversi ritratti degli avi di questa ragazza che porta in sé i geni di tante differenti personalità.
Anche la storia del parco si perde in un passato molto remoto, perché inizia già nel X secolo quando i monaci benedettini, impegnati nelle bonifiche del territorio, creano qui un brolo, un frutteto che si può considerare una sorta di nucleo “in fieri” del parco stesso. Si può osservare che le presenze arboree, annesse alle costruzioni, che nel tempo si sono succedute, rappresentano simbolicamente il valore agricolo-rurale di un feudo rurale, ma anche di controllo del territorio estense.
Tuttavia la connotazione che il parco Miari De’Cumani presenta attualmente si delinea a metà del XIX secolo, quando il Conte Felice Miari affida ad Osvaldo Paoletti, collaboratore ed amico dello Jappelli, la stesura di un progetto che doveva rispondere a requisiti strutturali e nel contempo confacenti alla sua ideologia. Le caratteristiche di giardini come questo, sono infatti legate al desiderio di creare luoghi in cui esprimere cultura e sentimenti attraverso un utilizzo anche scenografico del percorso ideato.
Entrano quindi in scena la fantasia espressa attraverso le moderne tecniche esecutive, l’uso di materiali e le reminiscenze letterarie che sostengono ed arricchiscono l’insieme della creazione. Il parco di Sant’Elena risponde infatti a tutti i requisiti di questa tipologia per la varietà delle creazioni e le simbologie realizzate dal Paoletti secondo i “canoni” delineati dal grande Jappelli.
A tal proposito sono particolarmente interessanti e di gradevole visione i disegni originali dell’ingegnere conservati all’interno della Villa. Si tratta di raffigurazioni ad inchiostro ed acquerello che illustrano gli elementi architettonici progettati e concretizzano la linearità essenziale dei progetti. E’ un modo per rendere visibile “l’immaginato”: una sorta di illustrazione del testo con tanto di didascalie esplicative, le cui date d’esecuzione vanno dal 1857, anno d’inizio dei lavori, al 1880. Si tratta quindi di un lavoro lungo, complesso e molto curato nel quale sono armoniosamente inseriti elementi differenti legati dalla genialità dell’ideatore e dalle esigenze del committente.
Il giardino si snoda su una superficie di 8 ettari nei quali è contenuto, come una primordiale memoria, il brolo, ora individuabile solo come spazio nella “Mappa originale della possessione denominata la Cumana” risalente al maggio 1826. Il progetto dell’ing. Paoletti è riconoscibile attualmente in un percorso che il visitatore effettua immerso nell’armoniosa bellezza del luogo, passeggiando lungo i sentieri e soffermandosi ad osservare le piante, i fiori, i manufatti, posti come elementi del ricordo, della celebrazione romantica, dell’evocazione fantastica.
Le varie ed originali denominazioni delle diverse tappe del percorso sono un vero inno alla “poetica” del giardino romantico e ne ricalcano fedelmente le caratteristiche architettoniche e botaniche inserite sapientemente in precise creazioni.
Il percorso consueto parte dal giardino geometrico antistante la Villa e, attraverso i Prati alti della Torre, conduce alla Piazza della Fontana al cui centro è posta una colonna a testimoniare un tentativo, non riuscito, di realizzare un pozzo dal quale trarre l’acqua di alimentazione di un laghetto.
Proseguendo si attraversa un’ampia distesa di prati attraverso i quali si snodano sentieri serpeggianti tra cespugli, masse arboree e fiori. E’ questa una zona che offre al visitatore il senso della leggerezza che diviene una sorta di piacevole e balsamico sollievo. A sorprendere è un’insolita costruzione che rompe ogni schema precostituito: è lo chalet svizzero voluto per evocare scenari alpini ed immaginarie visioni, fedeli all’idea di giardino romantico.
Andando oltre si percorre il Prato del lago con il Colle degli Olivi arrivando alla Cala del lago, approdo di barche e punto strategico da cui si apre la vista del bacino acqueo di grande suggestione per il sinuoso andamento delle sponde che permettono di ammirare pittoreschi scorci. E’ la presenza di un insolito gruppo di cipressi calvi con le loro radici aeree (pneumatofore) ad incuriosire per la conformazione simile a stalattiti lignee di raffinata eleganza.
Il percorso prosegue, lasciato il lago, verso il “Colle dell’eremita” che invita alla solitudine ed alla meditazione dopo le visioni precedentemente catturate.
Proseguendo la passeggiata si arriva alla riva del Ramo del lago che si restringe in un ruscelletto ormai asciutto. Qui sono presenti gli ontani neri posti ad evitare l’erosione delle rive.
Attraverso un ponticello si giunge quindi al Colle San Felice dove sorgono la Cappella di San Giacomo ed il tempio al Cavour a testimonianza della fede antiaustriaca del committente. Si fondono in questa costruzione il romanico ed il neoclassico a suggellare l’eclettismo architettonico onorato nella seconda metà dell’Ottocento.
Il percorso ci conduce poi al pittoresco Ninfeo concepito come sosta per le imbarcazioni e come collegamento tra l’Isola del Castellaccio e la riva ma anche come pittoresco belvedere.
Si giunge successivamente al Piano delle Streghe che porta alle Sponde del Lago Scuro dove si gode di uno speciale effetto cromatico prodotto dall’opposta Riviera dei pini.
Il lago, alimentato da una falda freatica, ha un’estensione di circa 4000mq. Sono qui presenti alcuni noci neri, piantati nel 1947 in sostituzione di quelli utilizzati per realizzare parquet della Villa.
E’ proseguendo verso sud-est che si incontra la ghiacciaia, una costruzione preesistente, che l’ing. Paoletti pensava di trasformare in eremitaggio in stile romanico-gotico che avrebbe dovuto inserirsi in un’unica area con il Bosco della Torre, lambito dal torrente Ninfa di cui rimane solo il tracciato.
Il percorso ideato da Osvaldo Paoletti per questa dimora storica si conclude lasciando negli occhi e nel cuore del visitatore immagini e sensazioni incancellabili, perché scaturite da un’esperienza davvero piacevole, leggera e nel contempo ricchissima di elementi storici di indubbio valore. Idealità che ho vissuto grazie alla gentile guida della contessina Camilla e agli studi di Beatrice Marciani e Margherita Levorato, dai quali ho pure tratto preziose informazioni impiegate per questa mia sintesi, che mi auguro utile viatico per quanti vorranno visitare lo storico Parco di Sant’Elena.
La Biblioteca civica “Gaetano Baccari” di Lendinara, dalla riapertura avvenuta poco più di uno fa dopo un lungo lavoro di restauro, ha promosso diverse iniziative di valorizzazione del suo ricchissimo patrimonio. Tra le proposte inserite in calendario un positivo riscontro hanno registrato le visite, a cadenza mensile, alle sale di conservazione dove sono custoditi i volumi più antichi e preziosi che coprono un arco cronologico che va dal ‘400 al ‘700 e che sono frutto di progressive acquisizioni di fondi librari iniziate dal fondatore dell’istituzione lendinarese, don Gaetano Baccari.
Per favorire una più coinvolgente divulgazione di questa immensa ricchezza sono stati individuati diversi filoni tematici: dalle tecniche di legatura, alle cronache di viaggi; dalla cartografia storica, alle più pregevoli edizioni del Settecento.
Precisamente in quest’ultimo ambito si snoda l’itinerario bibliografico su cui intendiamo soffermarci che si apre con un’edizione italiana dell’Universal Dictionary of Arts and Sciences di Ephraim Chambers, pubblicata a Londra nel 1728, la prima impresa enciclopedica della cultura europea ed espressione della nascente stagione illuministica. In biblioteca è presente la versione uscita nel 1749 dalla stamperia veneziana di Pasquali. I dieci volumi – di cui uno interamente occupato da tavole illustrative – in cui l’opera è organizzata, sono i diretti antesignani della più nota Encyclopédie di Diderot.
Quest’ultima nacque dall’iniziativa dell’editore Le Breton che incaricò l’intellettuale parigino di tradurre in francese l’opera di Chambers; ma ben presto il progetto prese ben altra ampiezza, proponendosi l’ambizioso obiettivo di sintetizzare e diffondere in un corpus organico tutte le conoscenze del tempo.
Tra i fondi antichi della biblioteca ne possediamo la seconda edizione italiana, uscita a Livorno nel 1771 e dedicata al granduca Leopoldo di Toscana. Si distribuisce in 28 volumi di imponente formato, il cosiddetto in-folio, dei quali ben 11 ospitano l’innovativo apparato grafico delle illustrazioni a tutta pagina.
Trasferendoci dagli orizzonti europei ai più circoscritti ambiti di storia lendinarese, troviamo di particolare interesse una serie di edizioni uscite per conto dell’antica Accademia degli Incomposti, nata nella cittadina altopolesana all’inizio del XVII secolo sull’onda della fioritura di altri circoli polesani di amanti delle lettere e delle arti, come l’Accademia dei Concordi di Rovigo e l’Accademia dei Pastori Frattegiani a Fratta.
Un grande promotore del cenacolo lendinarese fu l’abate olivetano Taddeo Cattaneo, autore di una genealogia della propria famiglia attraverso quasi dieci secoli: l’Epitome Cattanea, data alle stampe nel 1701, testo che costituisce una delle principali fonti per gettare lumi sulla storia locale di epoca medievale.
Fu sempre su sua iniziativa che uscì dai torchi l’orazione funebre in onore di Simone Fanfogna, cavaliere della Serenissima morto a Lendinara nel 1701. Operetta che vale la pena di segnalare perchè, lungo la carrellata di componimenti encomiastici dell’illustre defunto, trovano spazio le insegne delle tre sezioni in cui lo stesso Taddeo aveva riorganizzato l’Accademia: i Composti, che si dedicavano a materie sacre, morali e scientifiche; gli Incomposti, per le attività di carattere ludico e cavalleresco, gli Animosi, ovvero i neofiti che ambivano ad entrare in una delle due sezioni.
Ma la vera protagonista del patrimonio librario settecentesco è indubbiamente un’edizione della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, uscita dalla nota stamperia degli Albrizzi a Venezia nel 1745. La preziosità di questo splendido volume consiste nel fatto che è arricchito da novantacinque incisioni del pittore veneziano Gianbattista Piazzetta, di cui una ventina a tutta pagina, in apertura di ogni canto. Un corredo grafico che ritrae i personaggi del poema in una cornice dove spazio ideale e luoghi immaginati si fondono con straordinaria poesia.
L’opera nasce dal forte sodalizio che legava editore e pittore, ci basta un dato a confermarlo: di sessanta libri illustrati da Piazzetta, ben trenta furono pubblicati dall’Albrizzi. A suggellare quanto detto, in chiusura del volume è presente un raffinato ritratto dei due, accomodati in serena conversazione all’ombra di rovine classicheggianti.
Un altro capolavoro di sontuosità grafica è la Description des festes donnees par la ville de Paris, ovvero una raffinata raccolta di incisioni uscita nella Parigi del 1740 per celebrare le nozze tra l’infanta di Francia Maria Elisabetta e il rampollo di Spagna Filippo, appartenenti a due distinti rami dei Borbone. L’imponente tomo ci accompagna visivamente attraverso fastosi apparati scenografici e spettacoli di intrattenimento che si susseguirono nella capitale francese per celebrare degnamente l’occasione.
Terminiamo la nostra breve panoramica ritornando ad un uomo di lettere che diede lustro alla Lendinara settecentesca, Giovan Battista Conti. Il dato che indubbiamente più colpisce della sua biografia è il soggiorno quasi ventennale che visse in Spagna, dove, grazie alle influenti entrature dello zio paterno, entrò in stretto contatto con l’élite intellettuale della corte iberica.
La profonda conoscenza della poesia castigliana, che ebbe modo di far propria, lo condusse al varo dei quattro volumi della Collecion de poesias castellanas traducidas en verso toscano, pubblicati coi tipi della Stamperia Reale tra il 1782 e il 1790, pionieristica antologia letteraria che gli valse un posto di primo piano tra i traduttori del Settecento.
Il suo ritorno in terra lendinarese non avvenne presumibilmente a mani vuote: a lui si deve infatti ricondurre un prezioso nucleo di quasi un centinaio di edizioni spagnole (distribuite in un arco temporale dal XVI al XVIII secolo) che ancor oggi danno un carattere internazionale ai fondi antichi della Baccari; valga per tutte un Don Chisciotte di Miguel de Cervantes arricchito da trenta gustose incisioni che si soffermano sugli episodi più noti delle sue disavventure cavalleresche.
A Salvaterra di Badia Polesine da poco più di un anno è attiva la “Casa della legalità e della cultura”. Ha sede a Villa Valente Crocco e si configura come uno spazio gestito dal volontariato ispirato da diverse vocazioni: un’aggregazione di sette associazioni che, con le loro attività, creano una offerta sfaccettata di opportunità.
La villa è bella, signorile, ed elegante nella sobrietà architettonica della facciata; luminosa ed accogliente nella spaziosità del salone che si apre sul terreno che fiancheggia l’edificio. Un terreno che ha ispirato la progettualità, riunendo i sette “protagonisti”, con le loro diverse finalità convergenti in un’unica visione: sviluppare una realtà di socializzazione e formazione, di cultura e confronto, dando vita ad attività di vario genere.
Già esistente nel XVIII secolo, Villa Valente Crocco si presenta con un’architettura caratterizzata da uno un gusto lineare, raffinato e nel contempo razionale. La sagoma è perfettamente simmetrica, guidata dai due elementi verticali dei camini, e dal frontone superiore, triangolare. La disposizione interna vede al piano terreno i locali nobili della zona giorno, al primo piano la zona notte, mentre al secondo piano le ampie soffitte fungono da magazzini/disbrighi.
Il catasto austriaco del 1875 riporta l’ampliamento della costruzione, con l’aggiunta di un corpo a sinistra adibito a servizi ed annessi, e la divisione della villa in due unità. Annessi alla villa ci sono una barchessa e un terreno agricolo di circa 3.000 metri quadrati. Nel 1857 i terreni furono affittati per trent’anni a favore del Conte Marsit D’Espagnac Carlo Amabile (che gestiva la maggior parte dei beni della Vangadizza).
Ora la villa è gestita da sette associazioni (vedi scheda) che hanno trovato una importante intesa finalizzata a dare vita ad iniziative di promozione sociale. Per saperne di più ci incontriamo con Remo Agnoletto, vicepresidente del Centro Documentazione Polesano, l’associazione capofila.
– Il bene che avete in gestione è stato sequestrato ad una persona coinvolta in una organizzazione criminale. È così? Come si sono svolte le procedure?
“Si tratta di una villa storica, sequestrata alla criminalità organizzata nel dicembre 1995 dalla Procura della Repubblica di Verona. A questo proposito faccio presente che in Veneto i beni confiscati sono in continuo aumento. Sono immobili e aziende, elementi tangibili che testimoniano sicuramente una storia criminale di un certo peso a livello regionale. In poco più di due anni si è passati da 88 unità (dato del 2013) a più di 180 nel 2015. Un fatto non di poco conto, che ha molteplici ragioni: su tutte la chiusura di procedimenti di confisca iniziati anni addietro e la possibilità di confiscare un numero sempre maggiore di beni, estesa grazie alla normativa attuale. Villa Valente Crocco, dopo il sequestro, è stata assegnata al Comune di Badia Polesine come bene confisco con Ordinanza definitiva del 27 marzo 2003 della Corte di Cassazione a seguito delle misure penali nei confronti di Francesco Ferrari, coinvolto nella Turchia Connection.”
– Assegnata al Comune, ma poi sono nati dei problemi…
“Infatti. Il bene è stato acquisito dal Comune di Badia Polesine come patrimonio comunale indisponibile. Il Comune stesso, nel 2005, allo scopo di ottenere un idoneo finanziamento, presentò alla Regione Veneto un progetto di sistemazione e messa a norma dell’edificio, in modo da ricavare sedi utili per le associazioni socio-culturali presenti nel territorio badiese. Ma poi, non avendo ottenuto l’erogazione attesa, il Comune di Badia, ritenendo ingestibile il bene, ne ha deliberato la restituzione allo Stato. E a questo punto è intervenuta l’associazione LIBERA.”
– Come si è configurato l’intervento di LIBERA?
“Venuta a conoscenza della incresciosa situazione creatasi, l’associazione LIBERA – Coordinamento Provinciale di Rovigo, ha dato vita ad un Gruppo di Lavoro per capire cosa si poteva fare. Il primo intervento è stato presso il Comune di Badia per l’annullamento della delibera di rinuncia al bene”.
– E poi?
“Con l’aiuto di professionisti (di un’altra associazione chiamata APE, Architetti Per Esigenza di Rovigo), è stato presentato un progetto di sistemazione del piano terra del fabbricato. Un passo fondamentale questo, per poi cercare un finanziamento da gestire da parte del Comune. E ciò è stato tramite un bando del Gruppo Azione Locale (GAL) Polesine Adige nell’anno 2013, ottenendo un finanziamento di circa 250.000,00 euro. Sono stati pertanto avviati i lavori, che sono terminati nel febbraio 2015. Lo spazio usufruibile del fabbricato è risultato di circa 220 metri quadrati con il cortile antistante e un terreno agricolo di circa 3.200 metri quadrati.”
– A questo punto quale ruolo ha avuto il Comune di Badia Polesine?
“Il Comune ha predisposto un Avviso di selezione pubblica per la realizzazione di un progetto avente finalità sociali, mediante l’affidamento in concessione d’uso, a titolo gratuito, di un immobile confiscato alla criminalità organizzata da destinare ad attività a servizio delle fasce più giovani della comunità, quale luogo di incontro socioculturale e di aggregazione per offrire concrete opportunità occupazionali anche a soggetti lavorativamente svantaggiati.”
– Giunge dunque l’affidamento del bene al C.D.P., Centro Documentazione Polesano.
“L’associazione Centro Documentazione Polesano onlus è stata la capogruppo di altre sei tra associazioni e cooperative che hanno vinto la selezione pubblica. L’inaugurazione della Villa Valente Crocco è avvenuta il 10 maggio 2016: dal 1995, anno del sequestro, era rimasta chiusa e abbandonata nella sua incompiutezza (i lavori di ristrutturazione erano stati interrotti dall’intervento giudiziario) e nessuno aveva potuto più accedervi.”
– Una bella soddisfazione aver concorso al recupero di un bene idoneo per iniziative di promozione sociale nella borgata di Salvaterra.
“Per Salvaterra è stato un momento qualificante, che ha acceso interesse e nuove prospettive. Per il territorio, e non solo quello circostante, è la riaffermazione di valori importanti. La cerimonia dell’inaugurazione è stata davvero partecipata: l’arrivo di don Luigi Ciotti, presidente dell’Associazione Libera, il quale con la sua presenza ha voluto marcare la circostanza, ha costituito certamente un richiamo ed un invito. L’affluenza è risultata straordinaria (circa 400 persone), lo spazio ha faticato a contenere un pubblico numeroso e vario: Autorità di Pubblica Sicurezza, Rappresentanze Militari e Istituzionali hanno sottolineato il significato morale e civile del riappropriarsi di un bene sottratto alla criminalità.”
– In che consiste l’attività del Centro Documentazione Polesano?
“Il CDP (Centro Documentazione Polesano), in base alle sue finalità principalmente culturali, organizza occasioni di elaborazione del pensiero sull’attualità dei diritti umani, secondo una concezione multidisciplinare. Negli appuntamenti de “i venerdì”, vengono trattati temi che si articolano anche in funzione della “cronaca” o delle suggestioni del periodo. Un progetto specificamente dedicato alla cittadinanza locale – quasi una “restituzione” per l’ospitalità – si attua con la proiezione di una serie di film di qualità che occupa “i lunedì” sera, con ritmo quindicinale. Oltre alla collezione di saggistica sulle tematiche sociologiche, il CDP sta predisponendo una Biblioteca di narrativa per favorire l’approccio alla lettura in una località nella quale ogni servizio appare lontano. E, per non dimenticare, da oltre 30anni organizza il Festival dei Popoli.”
– Con le altre associazioni del raggruppamento di scopo sono stati attivati dei laboratori?
“L’avvio di laboratori – rivolti ai giovani, ma aperti a tutti nello spirito della maggiore trasversalità – è un progetto il cui rodaggio ne rileva la complessità, ma nasce con le finalità ambiziose di facilitare l’aggregazione, l’espressione di sè e la conoscenza delle proprie attitudini per l’identificazione di uno spazio di riferimento in grado di offrire altre opportunità. Si tratta di laboratori di manualità espressiva o anche applicata a qualche abilità tecnica: c’è ancora molto da sviluppare, ma la visione è ampia e si alimenta in base alla risposta che riceve”.
Quale messaggio nasce dal lavoro di recupero della villa con l’attivazione della Casa della Legalità e della Cultura?
“Vorrei utilizzare una frase di don Tonino Bello, che è stato presidente dell’Associazione Pax Cristi, che è morto prematuramente e diceva: ‘A coloro che ci mostrano i segni del potere dobbiamo mostrare il potere dei segni…’. Noi ci crediamo e tentiamo di mettere in pratica questo potere”.
Per informazioni e contatti: info@cdponlus.it cellulare 339.8379831 (Remo Agnoletto)
Il pranzo al riattato Mulino del Pizzon di Fratta Polesine era durato più del previsto, causa il piacere dello stare a tavola gustando le prelibatezze proposte da Maurizio, il conduttore del ristorante. All’esterno ci attendevano le nostre bici: dovevamo arrivare fino a Pincara, oltre il Canalbianco, prima di imboccare la via del ritorno e costeggiare nuovamente lo Scortico (questa volta sulla riva di sinistra) per tornare a Villanova del Ghebbo dove avevamo lasciato le nostre auto (vedi Lungo lo Scortico, in Ventaglio n. 54, pag. 24).
Scattate le ultime foto ai recuperati impianti del mulino e alla gorgogliante cascatella che immette le acque dello Scortico nel Canalbianco, riprendiamo dunque il percorso, procedendo lungo la riva sinistra di quest’ultimo corso d’acqua fino a raggiungere PAOLINO, frazione di Fratta.
Proprio in questa località un tempo c’era un “passo”, ovvero un traghetto in grado di mettere in comunicazione le due rive del Canalbianco: la borgata deve il suo nome alla monetina “il piccolo paolo” che veniva consegnata al “passatore”, per fruire del suo importante servizio.
Un territorio di confine, divenuto veneto dopo la famosa “Guerra del Sale” (1482-84), quando i terreni furono acquisiti dai Corner a cui si deve la nascita della borgata con la costruzione della casa padronale, Ca’ Cornera (oggi Bellettato), leggermente arretrata nella campagna ed attualmente in grave stato di abbandono.
In buone condizioni si presenta invece l’Oratorio dedicato alla Madonna del Rosario, anche questo a suo tempo innalzato dai Corner, divenuto chiesa parrocchiale della borgata solo nel 1956, dopo la donazione dell’immobile restaurato alla diocesi.
Oggi sulle acque del Canalbianco non c’è più il traghetto, ma un ponte in legno ciclopedonabile, caratterizzato da una grande arcata.
Superiamo dunque il ponte per portarci nel territorio di PINCARA, paese che prende il nome da Guglielmo Pincaro, il quale nel 1473 ottenne il territorio da bonificare da Ercole I d’Este.
Il duca estense, sotto la cui giurisdizione ricadeva al tempo tutto il Polesine, aveva infatti avviato un ampio progetto di recupero delle terre acquitrinose della fascia centrale tra Adige e Po. Completato lo scavo del Canalbianco, il duca proseguì il suo progetto bonificatore concedendo vaste aree paludose a personaggi che godevano la sua fiducia, dotati di disponibilità economiche e cognizioni tecniche utili a completare i lavori di redenzione del territorio. E Pincaro, già consigliere del duca e riformatore dell’Università di Ferrara, si cimentò con successo nell’operazione di bonifica del territorio, completata poi dal figlio. Un’area, divenuta in buona parte di proprietà della famiglia ferrarese, dalla quale derivò la denominazione “Pincara”.
Ben presto, dopo la summenzionata guerra del sale (1482-84), la località passò sotto il controllo della Serenissima e si deve al nobile veneziano Benedetto Dolfin la costruzione della prima importante chiesa per la comunità, formata in larga parte dai braccianti chiamati dai Pincaro a bonificare la zona. Costruita nel 1520, ma poi ampliata e completamente rifatta più volte, la Chiesa dedicata a San Giovanni Battista, raggiunse le forme attuali nel corso del XVIII secolo, mentre il campanile risulta anteriore di almeno due secoli. Raggiungiamo pertanto la parrocchiale, al cui interno ammiriamo gli altari settecenteschi derivati da Venezia dopo le soppressioni di vari ordini monastici attuate nel “secolo dei lumi”.
E’ tempo di intraprendere l’itinerario di ritorno, per far tappa, dopo soli trecento metri, presso le Antiche Distillerie Mantovani, dove siamo accolti presso il museo dedicato alla storia della distillazione allestito a cura dei proprietari. Oltre a rare foto d’epoca, sono esposti alambicchi e vari oggetti introvabili, legati all’attività che la famiglia Mantovani segue con passione da circa due secoli. L’accoglienza è impareggiabile e comprende graditi assaggi dei liquori più richiesti, apprezzati da molti estimatori che periodicamente fanno visita alla rinomata distilleria di Pincara.
Riprendiamo il nostro percorso lungo la riva destra del Canalbianco che corre rettilineo dopo i lavori di raddrizzamento realizzati per favorire la navigazione interna, raggiungendo ancora il Mulino del Pizzon sullo Scortico.
Qui superiamo il ponte per portarci sulla sponda opposta del corso d’acqua dove sorge la fattoria sociale “Sirio, lupo celeste”, dove viene praticata la Pet therapy. «Sirio lupo celeste – ci spiega Fabiola Zanella ideatrice dell’iniziativa – fa riferimento alla costellazione del cane, che deriva dal lupo e che è il primo animale addomesticato dall’uomo, ancora prima dell’avvento dell’agricoltura. I cani seguivano gli uomini nella caccia e da allora questi amici non hanno mai smesso di condividere la nostra vita e in questa fattoria riescono ad aiutare le persone in difficoltà a vivere meglio».
Inforcate nuovamente le bici, pedaliamo sulla riva sinistra dello Scortico verso Fratta. La strada scorre sull’argine rilevato rispetto alla campagna, permettendoci di osservare le ordinate colture, mentre alcuni bei caseggiati rurali attirano la nostra attenzione.
Una freccia indica la presenza di un agriturismo, con l’invito (che non ci lasciamo sfuggire) di visitare la corte rurale. Si tratta dell’ Agriturismo Frattesina dove veniamo accolti con cortesia: abbiamo modo di soffermarci presso una fonte zampillante in grado di dissetare gli animali presenti: non solo pollame e suini, ma anche caprette ed un arzillo asinello. Nella corte è ancora attivo un forno dove si cuoce il buon pane offerto ai turisti con gli insaccati prodotti in loco. Un piacere del palato che abbiamo modo di gustare, complimentandoci con i titolari.
L’itinerario riprende verso il centro di FRATTA POLESINE, sempre sul lato sinistro dello Scortico, dove si erge la settecentesca Villa Labia, ricostruita (ed adibita a scuola) dopo che l’edificio fu vittima di un bombardamento nel corso della seconda guerra mondiale. Integro è rimasto invece l’attiguo Oratorio, e soprattutto il Parco, caratterizzato dal gusto romantico dell’Ottocento.
Il centro del paese è connotato da un edificio ottocentesco con porticato, che sorge di fronte alla Badoera. E qui, presso lo Scortico, ecco il Monumento ai Carbonari, inaugurato nel 1867 (giusto 150 anni fa), l’anno successivo alla liberazione del Veneto con la Terza Guerra di Indipendenza. E’ costituito da una piramide tronca a cinque facce, affiancate da fiaccole capovolte a significare la volontà austriaca di spegnere gli aneliti patriottici. Sui lati del monumento sono incisi i nomi dei patrioti frattensi. E tra questi, in risalto, il nome di Antonio Villa e Antonio Oroboni, i due che persero la vita allo Spielberg, dei quali ci accingiamo ad individuare le storiche dimore.
Dopo circa duecento metri ecco infatti la Villa di Antonio Villa, ora Fanan, armonica costruzione settecentesca, caratterizzata da un frontone ricurvo sovrastato da tre pinnacoli. Qui visse il notaio carbonaro che non seppe resistere ai duri metodi dell’interrogatorio austriaco, rivelando i nomi dei congiurati. Poco più oltre, imboccata la via ciclopedonale lungo lo scolo Valdentro, raggiungiamo l’abitazione dell’altro martire carbonaro: la Villa di Antonio Oroboni, il più giovane tra i condannati, a cui dedicò pagine commoventi Silvio Pellico nel famoso “Le mie prigioni”. Villa Oroboni, in avanzato stato di degrado attende da tempo di essere recuperata.
Tornando sui nostri passi, ecco Villa Boniotti, che, dopo un recente riuscito intervento di ripristino, è divenuta sede dell’attiva associazione culturale denominata “Manegium”. I locali del nobiliare palazzo sono utilizzati al meglio per accogliere varie raccolte museali: da quella dedicata alla Carboneria a quella relativa alla civiltà contadina, fino ad una serie di pannelli illustranti la vita del martire del fascismo quale fu Giacomo Matteotti.
E, proprio sul lato opposto della via principale, si erge l’ottocentesca Villa Matteotti, recentemente restaurata e divenuta un primario punto culturale per la conoscenza della figura di Giacomo Matteotti, aprendo inoltre uno squarcio sulla complessa storia del primo Novecento.
La giornata volge ormai al termine, così pure il percorso lungo le due sponde dello Scortico. Pedaliamo pertanto veloci lungo la strada arginale della riva sinistra per completare l’anello e portarci a Villanova del Ghebbo, al punto di partenza, paghi di un itinerario nel cuore del Polesine davvero ricco di molteplici aspetti interessanti.