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Archivi: Articoli d’archivio

  • A tavola con Slow Food

    A tavola con Slow Food

    Anche in Polesine è attiva l’associazione Slow Food, che punta sul consumo di alimenti quanto più possibile prodotti in loco, con modalità finalizzate alla salubrità del cibo e alla tutela dell’ambiente. In pratica l’incontrario del Fast Food, che mira ad un consumo veloce dei pasti, utilizzando porzioni standardizzate, realizzate anche queste all’insegna della velocità, con ingredienti acquisiti tendendo al risparmio. In questo caso si mangia senza porsi domande su quanto viene proposto dalla ristorazione veloce, senza indagare sull’origine degli alimenti e sulle modalità di produzione.

    Viceversa, chi segue le indicazioni di Slow Food è interessato a conoscere i processi produttivi, a privilegiare pasti realizzati con ingredienti del luogo e ad allacciare un rapporto di fiducia con chi cura la ristorazione. Infatti i ristoratori e i produttori con cui si rapporta Slow Food sono legati intimamente al territorio, interessati sia alla produzione di alimenti genuini (bandendo in primis gli interventi chimici), sia ad utilizzare le ricette della tradizione, introducendo migliorie con l’intento di coniugare il gusto con la buona digestione, ed in definitiva ad assicurare il benessere del consumatore.

    Slow Food svolge dunque un’importante azione di educazione alimentare, ma non solo: è impegnata nella difesa della biodiversità e dei diritti dei popoli alla sovranità alimentare, contro l’omologazione dei sapori, l'agricoltura massiva, le manipolazioni genetiche.

    In particolare il “distaccamento” provinciale dell’associazione, denominato “condotta” (ricordando forse con questo termine la missione, intimamente legata al territorio, tipica del medico condotto) si è caratterizzato negli ultimi tempi per una serie di iniziative volte a far conoscere e promuovere le non poche eccellenze produttive e culinarie del Polesine. Un impegno coinciso anche col trentennale dell’associazione fondata nel 1986 da Carlo Petrini insieme ad un gruppo di amici.

    Per saperne di più ci incontriamo con l’attuale referente, cioè il fiduciario della condotta polesana, Paolo Giolo.

    Slow Food si è qualificata anche in Polesine per l’impegno a valorizzare il territorio, puntando soprattutto sulla genuinità dei prodotti agroalimentari. Come si esplica la missione dell’associazione?

    “Il Polesine, come moltissime terre in Italia e nel mondo, è ricco di comunità, tradizioni, cibi legati a queste, e persone che ogni giorno producono, allevano, trasformano ciò che viene poi mangiato. Se, come dice Carlo Petrini, “mangiare è un atto politico”, creare una rete di rapporti, alleanze ed eventi tra questi soggetti, compreso chi mangia, è l’essenza dell’azione di Slow Food, il nostro modo di fare politica.

    Il nostro lavoro è una continua raccolta di informazioni, per censire i prodotti tradizionali, rispettandone il contesto storico e tecnico, i produttori che oggi se ne occupano, le tecniche utilizzate e sostenibili per l’ambiente”.

    Molte le iniziative realizzate nel corso del 2016, anche per festeggiare il trentennale dell’associazione. Ci vuole ricordare le più riuscite?

    “Una iniziativa ricorrente e che incontra sempre più interesse, non solo tra i soci, sono “i Venerdì della Terra”, occasioni di incontro tra piccoli produttori e persone interessate, come i consumatori. Occasione per conoscere la storia di un produttore, come lavora, cosa produce e anche per confrontarsi in modo costruttivo, ad esempio sui metodi di lavorazione. Al termine un convivium, un momento per bere e assaggiare insieme, per cementare i rapporti.

    Quest’anno, inoltre, abbiamo collaborato alla realizzazione della prima edizione di Eco Design Week, organizzata da un gruppo di associazioni nel Delta del Po. Da sottolineare poi la rinnovata collaborazione con Deltablues, che si occupa di musica, blues e non solo, attraverso le tappe ed i concerti in Polesine; è l’occasione per conoscere e apprezzare la grande biodiversità che ci circonda e troppo spesso neppure vediamo: al concerto, a tavola, in crociera sull’acqua”.

    Come vi relazionate con i ristoratori del Polesine?

    “Abbiamo coniugato il tema portante della sostenibilità ambientale (delle attività umane, anche lavorative) con i ristoratori della zona per offrire un menù eco-sostenibile. La sensibilità di alcuni ristoratori ha dimostrato infatti che i piatti preparati quotidianamente con ciò che offre il proprio territorio, nel solco della tradizione ma con la coscienza di oggi, sono una forma di tutela, di rispetto verso il luogo in cui si vive. Considerando che una quota di ogni piatto è stata destinata al grande progetto Slow Food “10.000 Orti in Africa”, il menù eco-sostenibile è diventato anche forma di solidarietà umana.

    Con un gruppo di orticoltori dell’alto Polesine stiamo lavorando anche al recupero del radecio de busa, tecnica per forzare la rinascita e l’imbianchimento del radicchio in pieno inverno: stiamo creando le basi per far nascere una Comunità del Cibo e un domani, chissà … un presidio.

    Quali sono a suo avviso le eccellenze gastronomiche del Polesine e come si possono meglio valorizzare?

    “Abbiamo qualche Dop e alcune Igp: aglio bianco, cozze di Scardovari e riso del Delta del Po, tanto per cominciare; bisogna però cambiare prospettiva: se mangio l’insalata di Lusia igp, voglio che non sia trattata con prodotti chimici che inevitabilmente lasciano residui sulle foglie, o almeno che sia più naturale possibile.

    Stanno crescendo i piccoli produttori, spesso giovani, che lavorano in modo diverso, sicuramente più difficile ma decisamente più sostenibile, che usano anche l’etica, non solo il guadagno economico come parametro di riferimento. Siamo una terra ricca di insaccati con una cultura del fare che non è da tutti: il recupero della mortandela (con la enne) ne è un esempio, così come la zìa, il salame gentile, tutti prodotti senza l’impiego di chimica per la conservazione o il miglioramento dell’aspetto. La Esse, una sorta di grande biscotto che si fa ad Adria nel periodo della Befana, è un altro esempio: prodotti buoni, ben fatti, ma che hanno un legame con le ritualità del calendario e quindi hanno significato per la Comunità che li utilizza. Altro esempio: i màneghi di patata americana, gli gnocchi che si mangiano nel periodo invernale, conditi spesso con zucchero e cannella.

    Bisogna partire dalla qualità, dal recupero, dalla valorizzazione dei saperi diffusi, non dal mercato e dall’economia: a quelli ci si arriva dopo. Slow Food è un interlocutore che stimola e annoda i fili, ma è essenziale coinvolgere chi ci lavora e chiunque ascolta e vuole dare una mano: persona o istituzione che sia, sarà nostro compagno di strada”.

  • Il Circo Praga

    Il Circo Praga

    E’ stato un gradito ritorno in Polesine, dopo molti anni, quello del circo di Praga, con spettacoli che hanno segnato il tutto esaurito, sotto la direzione della famiglia Cristiani, circensi da otto generazioni

    Interessante e curiosa è la storia di questa famiglia, le cui origini sono da una parte Emiliane, dall’altra Polesane. Sono sette i fratelli Cristiani; nell’ordine di nascita: Darvin, un tempo domatore di leoni, acrobata ed attualmente direttore del circo, Wanes, l’attuale simpatico clown, Dalila artista e collaboratrice del circo Grioni, Danilo, domatore di tigri, Ready anch’esso domatore di tigri in un circo francese, Susy ed infine Carmen.

    La madre di questi fratelli era nativa di Pincara, Paolina Vulcanelli, noto cognome di un’altra importante dinastia circense.

    Ma i riferimenti polesani del Circo Praga non finiscono qui: dall’alto Polesine al Delta del Po, le origini di altri famigliari coinvolgono ancora di più la terra tra Adige e Po. I genitori delle sorelle Cinzia e Rossella Bonora (quest’ultima moglie del direttore Darwin) sono infatti originari di Porto Tolle: Adriano e Esperide Camatari, che riposano nel cimitero di Ivica. Le sorelle Bonora, altresì, sono molto legate da una stretta parentela con la famiglia Orfei. “La sorella di mio padre, Miranda Bonora – ci racconta Rossella – ha sposato Orlando Orfei, fratello di Riccardo e padre di Moira, la ben nota regina del circo italiano recentemente scomparsa. Ed ancora, le prime cugine di mio padre, Renza e Nadia, hanno sposato una Mauro, fratello di Moira, l’altra Massimo, figlio di Miranda Orfei.

    Intrattenendoci con loro, ecco un’altra scoperta di origine polesana: Anna Azzolini, un tempo acrobata in vari circhi, poi domatrice di cavalli, moglie di Wanes, secondogenito dei Cristiani, è figlia di Fazio e Alba Moretti ed è originaria di Rivà di Ariano nel Polesine.

    I Cristiani discendono da Pilade, figlio di un fabbro, che iniziò a lavorare nel circo fondando questa dinastia nei primi dell’Ottocento. La dinastia venne resa celebre dal ramo “americano” che, capitanato dal leggendario Lucio, tra i maggiori acrobati a cavallo della storia, acquistò fama al Ringling Bros and Barnum & Bailey per poi aprire un proprio complesso che rimase attivo fino a metà degli anni ’60.

    Il circo di Praga, è un complesso fortemente di tradizione – spiega Tara Cristiani, artista ai trapezi e addestratrice di pappagalli -. Nell’estate da poco conclusa siamo stati molto contenti della risposta del pubblico nelle tappe di Adria, Rosolina e Porto Viro, dove siamo stati accolti molto bene dalle autorità e dai cittadini”.

    Ma perché un circo di origini venete-emiliane si chiama Praga?

    “Sino alla fine degli anni ottanta – ci spiega Tara – il circo portava il nome di “Cristiani Bross”, ma avendo nella compagine molti artisti cecloslovacchi si decise per questo motivo di cambiarne la denominazione con l’attuale, che in effetti ci ha portato fortuna”.

    In svariate circostanze, questo circo è anche promotore di solidarietà. Nella tappa di Rosolina infatti, prima dello spettacolo, ha fatto scendere in pista, con una breve esibizione, il gruppo folkloristico di Bottrighe “Bontemponi & Simpatica Compagnia” per promuovere la donazione di sangue.

    Sono molto interessanti i numeri proposti dal Praga, tra giocolerie, antipodismi ed equilibrismi, si alternano varie esibizioni con numerosi animali di vari continenti, cresciuti in cattività e addestrati dalla famiglia Cristiani. Così l’alta scuola equestre dei cavalli e la parata esotica con cammelli, bufali, lama e zebre preparati e diretti da Eva Cristiani, le foche di Igor Rosante, compagno di Eva, anch’esso discendente da un’altra importante famiglia circense italiana e le sette bellissime tigri del bengala addestrate da Danilo Cristiani.

    Non mancano in pista i numeri con i pony, somarelli ed un raro zebroide, un incrocio tra asino e zebbra. Naturalmente ci sono i cagnolini ammaestrati dai fratelli Gerry e Ronny Zordan, quest’ultimo sposato con Carmen Cristiani. Anche i Zordan sono discendenti di un’altra nota famiglia circense italiana.

    Si esibiscono altresì Sara Cristiani, ventenne, figlia di Danilo, antipodista sulla moto ed il suo giovane fidanzato Angelo Zavatta, arrivato al Praga come artista esterno al monociclo e alle figure geometriche tridimensionali, dove qui ha incontrato il suo amore.

    La tournée del Circo di Praga, che ha viaggiato molto anche all’estero, prevede sempre un alternarsi di grandi e piccoli centri per un motivo logistico. Infatti per gli spostamenti frequenti e la necessità degli spazi e dei permessi per gli animali, è preferibile affrontare brevi tragitti e cercare i luoghi dove si creano meno tensioni per il mantenimento degli stessi.

    Un circo di tradizione e di famiglia che riesce a divertire e coinvolgere sia grandi e piccini, le cui radici partono in gran parte dalla nostra terra polesana, e che dunque potrebbe trovare un interessante collegamento col Museo della Giostra e degli Spettacoli Viaggianti di Bergantino. E’ un progetto a nostro avviso da approfondire.

  • “I colori dell’antico”

    “I colori dell’antico”

    Promuovere i nostri musei anche attraverso l’inclusione sociale. Questo l’obiettivo del progetto “I colori dell’antico”, sostenuto dalla Fondazione Cariparo nell’ambito del bando Culturalmente e realizzato dal CPSSAE, che ha cercato di trarre dalla conoscenza del passato, stimoli culturali ed emozionali per nuovi processi creativi.

    L’iniziativa ha coinvolto alcuni giovani diversamente abili delle associazioni Amici del sorriso di Sant’Urbano e Pianeta handicap con le sedi di Adria, Rovigo e Castelmassa. La prima fase del progetto si è concretizzata con i laboratori e la realizzazione, da parte dei partecipanti, di oggetti in ceramica e a mosaico sui motivi dell’antico. E’ seguita la fase conclusiva con una mostra itinerante nei luoghi che ospitano i musei coinvolti, che ha preso il via il 24 settembre a Castelnovo Bariano nel museo di San Pietro Polesine, seguito da Adria presso la Sala Cordella il 12 novembre, con chiusura a Rovigo il 3 dicembre nelle sale espositive del Chiostro degli Olivetani.

    In occasione della presentazione dell’attività svolta, presso il municipio di Rovigo è intervenuto il sindaco Massimo Bergamin che ha manifestato il suo compiacimento per l’importante iniziativa, sottolineando come l’amministrazione rodigina sia vicina a questo tipo di iniziative che devono avere il massimo sostengo. “Purtroppo – ha aggiunto – le scarse risorse spesso sono un limite, per questo rivolgo un particolare ringraziamento alla Fondazione Cariparo per il sostegno dato. Ringrazio anche chi ha promosso e realizzato questo bel progetto”.

    Piena soddisfazione è stata espressa anche da parte dell’assessore alla Cultura Andrea Donzelli. “Presentiamo – ha detto – i risultati di un lavoro avviato all’interno del Museo Grandi Fiumi, punto di riferimento della vita culturale della nostra città. Penso sia stata tracciata una strada importante, come Comune auspichiamo di poter vedere il Museo baricentro di altre iniziative simili. Ringrazio la Fondazione e il CPSSAE per la passione e l’impegno con cui hanno realizzato questo progetto”.

    Il presidente del CPSSAE Raffaele Peretto ha sottolineato l’importanza dell’esperienza, risultata molto positiva. “Il CPSSAE – ha osservato – ha compiuto 52 anni ed ha intenzione di rinnovare il suo spirito legandosi ai giovani. Siamo aperti anche a gruppi e associazioni che vogliano collaborare nella valorizzazione del nostro territorio”.

    L’anima di questo progetto è stata Sandra Bedetti del CPSSAE, che ha spiegato come si sono svolte le visite ai musei. “Le visite ai musei di Adria, Rovigo e Castelnovo Bariano, sono state pensate in maniera interattiva utilizzando diverse forme di comunicazione integrate. Sono stati creati due percorsi tematici rapportabili all’esperienza quotidiana: ‘il viaggio’ e ‘il giardino della fantasia’, attraverso i quali si sono potuti comunicare i contenuti previsti dal progetto e stimolare una riflessione sul legame tra il nostro passato e la contemporaneità. Con l’ausilio di strumenti audiovisivi e tattili, durante i laboratori è stato possibile condividere passioni e curiosità suggerite da letture di testi classici e dalla interpretazione delle immagini rappresentate nei materiali archeologici. Gli artisti, esperti nelle varie tecniche usate, hanno partecipato in maniera attiva fornendo un supporto tecnico e creativo. I laboratori si sono tenuti a Rovigo presso il Museo dei Grandi Fiumi e nelle sedi di Rovigo, Adria e Castelmassa dell’Associazione Pianeta Handicap”.

    In concomitanza con le inaugurazioni sono stati attivati momenti di animazione culturale con manipolazione dell’argilla a San Pietro Polesine, letture di testi e musica a Rovigo da parte del gruppo folk ‘Calicanto’ in collaborazione con l’associazione ‘Il ponte del sale’ e la proiezione del filmato ‘I luoghi delle figlie del sole’.

    Willy Pagani, in rappresentanza della Fondazione Cariparo, ha portato il saluto del presidente Finotti, spiegando le finalità del bando Culturalmente rivolto ai giovani under 35. Per Pianeta handicap Maria Adelia Ceciliato ha sottolineato l’emozione provata nel trasmettere ai ragazzi le ricchezze che abbiamo nei nostri musei e Marta Malagugini presidente dell’associazione Amici del sorriso ha evidenziato l’importanza per i giovani disabili di aver partecipato a questa iniziativa, per loro molto stimolante e coinvolgente che li ha portati ad accrescere l’autostima.

  • Delta d’amore

    Delta d’amore

    DENTRO LA LUCE

    Si posa al mattino come pura energia e muovendo il mondo alimenta la tua mente.

    Entra nelle gocce di pioggia s’infrange sull’asfalto s’infila negli anfratti dei tetti, su grondaie e camini vecchi.

    Si posa e fa brillar le foglie a diventar linfa, vita o follia lo svegliar della natura in uno stridio di colori.

    Poi, d’estate, scoppia in un rosso e cocente tramonto. E in autunno si colora della ruggine dei rami spogli di foglie tremanti.

    D’inverno, impallidisce nel freddo e bianco sole che scopre monti lontani ed esplode nelle case nello scoppiettio del fuoco che incanta e sorride alle antiche magie dei bambini.

    L’ADIGETTO

    Ricordo, il profumo di margherite e viole. E corse di bimba, nei prati al sole. Le leggende di Troia e dei Legionari la gloria. Grida di guerra, straniere e partigiane, soldati e piume indiane..

    Ricordo i baci proibiti tra i pioppi del boschetto. Sguardi inibiti, e tu che mi tenevi stretto. Le campane nella sera, le rondini tornate e il mondo che non c’era.

    Ricordo le risate, i cerchi nell’acqua e il gracchiar di un ranocchio che mi strizzava l’occhio. Che belle serate!… l’argento a guardar del fiume amico, la stori a raccontar, di un mondo già antico…

    L’ULTIMA STOCCATA

    E’ arrivata l’alba, la vittoria ti aspetta, immobile, silenziosa amica o celata nemica?-

    L’ultimo avversario è là che in quella calma segreta, l’ansia di tutti nasconde. Si prepara e toglie la tuta.

    Prima il passante, poi il giubbetto, piega la punta, attacca il fioretto, ti fa il saluto e cambia d’aspetto. Metti la maschera e cerca rispetto!

    In guardia – dice l’arbitro – Lucenti sono l’arme! – A Voi! Silenzio e tensione nella sala, stridono le scarpe in pedana.

    In prima, seconda, terza e quarta Assalto, affondo, para, tocca!! Stoccata, la luce verde lampeggia. Vola il tuo grido e la maschera….

    All’avversario stringi la mano, per lui una rivincita e l’onore! In fine, la gioia e la vittoria riuniscono amicizia e gloria.

    Vinto Premio – sez. sportiva a Rieti 2015 – 3° Premio e Premio della Critica.-

    IL GIARDINO INCANTATO

    In quel magico giardino tutti i fiori erano grandi, al sole. Felici nei colori della luce, caldi nel brusio del vento. In quel magico giardino in un giorno di fine estate, solo un piccolo bocciolo bianco, nascosto fra i rami e il verde, era a raccontar la sua storia alla cicala e all’ultima rosa. Lui non vedrà le sue promesse di queste calde giornate sempre, sempre più corte, ma piene di profumo di cose, che s’irradiano nella musica che incanta e viene dal cuore.

    D I M M I

    Dimmi "ti amo" e ti ruberò il cuore. Sarò leggera come pioggia di Primavera o carezza d'aurora che apre il mattino. Voleremo nei cieli sul carro del Sole, fra nuvole di prati, valli e colline. E poi giù, negli abissi del mare d'Estate a guardar lassù la notte nel velo di stelle mentre la luna, vanitosa e birichina si specchia nei tuoi occhi incantati. Ti porterò nel mio lungo viale d'Autunno, dove il sole gioca fra le foglie e i rami.. E nel calar della sera a guardar l'Infinito con il vento di Ponente fra i capelli… A sussurrar “ti amo” e t’insegnerò l'Amore.-

    DELTA D’AMORE

    Sento il battito del tuo cuore e lo scorrer della linfa di una vita contorta. Difficile è l’andare nei gorghi del tuo percorso, che alla fine rallenta a guardar le meraviglie dei riflessi d’acqua d’argento, che, danzando lenta e altera, sposa l’onde spumeggianti del suo grande Mare.

    Le rive vestono il verde di alberi robusti e di natura diversa e il profumo d’erba fresca delle canne che svettano nei cieli. Sotto il ponte, fra rami e sassi in fila, gli anatroccoli selvatici scivolano incerti nell’acqua, a imparare la loro prima lunga lezione di vita, mentre gabbiani ed aironi s’alzano fra i rami della foce.

    Grande fiume di lunga storia fatta di pace, guerre e povertà, di sangue, tragedie e libertà, d’amore per la tua terra dove ondeggiano campi di grano e la gente sorride gentile guardando il tramonto unico, dai colori quasi impossibili dove il brillare d’acqua cangiante s’immerge nell’infinito della sera.

    “IL SENSO DELLA VITA”

    Una rosa rossa per te, nella mano stretta fra le dita è per il tuo risveglio alla vita.-

    Rossa come pietre e rubini, come deserto senza confini, come il sangue delle tue vene.-

    Rossa come il lento tramonto che si specchia sul fosso, come l'arsura nella tua gola.-

    Cavalcare vorrei le nuvole e fermare il tempo nello spazio, dove non si nasce, non si muore.-

    Dove non c'è il dolore, ma amore che ti fa sorridere, perdonare e vedere la luce dall'ombra arrivare.-

    LA SCATOLA CHIUSA

    Un sole di rame indugia, scende lentamente nell'acqua e, nello splendore dell'oro, trova un brivido antico nascosto dentro il petto.

    La sera imbruna l'onda, l'aria odora di pioggia. Il muschio profuma l'aria e piccole gocce bagnano ricordi molto lontani.

    Dove sei non so più, forse neppure ricordi i nostri giochi infantili, dimenticati in soffitta nel segreto di una scatola chiusa.

  • Carnevale a Venezia

    Carnevale a Venezia

    Ci eravamo preparate per il Carnevale, Fulvia ed io, cucendoci i vestiti da sole. Le maschere ci avevano ispirato, e così, quella mattina presto, già vestite da Damine del ‘700, avevamo preso il treno da Rovigo alla volta di Venezia. Anche se tutti ci guardavano, a noi suscitava ilarità, eravamo contente.

    Io avevo uno stupendo vestito verde e bianco, con mazzolini di fiori ricamati in rosa e giallo. Fulvia, la mia inseparabile amica, indossava un vestito rosa e nero, e tutte e due ci presentavamo con la mascherina al viso e la parrucca bianca. Naturalmente, anche il mantello pesante, perché a febbraio, si sa, fa un certo freddino a Venezia… ma il divertimento è assicurato.

    Prenotata on line per tempo la camera, in un albergo di poche pretese, ma vicino al centro, ci aggiravamo già, appena arrivate, con grande entusiasmo, per i ponti e per le calli. Assaporavamo già un week-end da sogno, ma non immaginavamo quanto!

    “La cosa migliore è camminare con calma e farci ammirare!” Dissi io.

    “Ci hanno già fatto tante fotografie i giapponesi e.. ma guarda quel costume! Lucia!” Gridò Fulvia “Che maschere meravigliose! Ah, ecco un caffè! Sediamoci, sono stanca morta di fare la damina. Adesso mi prendo un bel caffè e mi riposo un po’, senti, c’è anche la musica.”

    “Caffè con musica, chissà quanto costa, qui in piazza S. Marco!”

    “Sì, ma ne vale la pena, sembra di essere in un altro secolo, è per questo che siamo venute qui, vestite in costume, no? E poi… magari incontriamo Casanova!”

    A colpo d’occhio la piazza era stupenda e un po’ di sole brillava sulle guglie dorate di luce della Basilica. I Mori di bronzo picchiavano sulle campane della Torre scandendo le ore.

    “Sono già le undici” notò Fulvia! Quanta gente!”

    “Siamo molto ammirate.” Intervenni, e… “Eccolo, eccolo!”

    Fulvia si alzò in piedi e io seguii il suo sguardo… un bel ragazzo, alto e magro, anche lui in maschera, con un vestito del ‘700, passava sulla piazza, solo, camminando in fretta.

    “Seguiamolo!” dissi, e uscimmo all’aperto. Sotto la Torre dei Mori c’era un passaggio, una via si snodava, curva e stretta, piena di gente che sbucava da ogni dove e tutti ci guardavano. Il giovane pareva provenire da un altro mondo. Un gruppo di turisti giapponesi ci chiese gentilmente di fotografarci, così nella breve sosta lo perdemmo di vista. Ritornammo al mondo reale.

    Con l’incedere della giornata cresceva sempre di più la folla, che ad un certo punto invase il ponte dove stavamo salendo. Fu allora che mi persi. Mi voltai cercando la mia amica, ma niente. Forse si era attardata davanti a qualche vetrina, forse era andata avanti, fatto sta che mi ritrovai sola per Venezia. Avevo sì il numero dell’albergo, ma…, santa patata!, Il cellulare ce l’aveva Fulvia perché nella mia minuscola borsettina non c’entrava. Avevo i documenti, i soldi, ma… niente telefonino.

    Camminai per non so per quanto tempo, a volte spinta dalla massa di gente, a volte sola in qualche stradina fuori dall’itinerario delle frecce – per San Marco – per Rialto – per Stazione. Alla fine, stanca morta, mi sedetti.

    “Che furba sono!” pensai sconsolata. Ero per caso davanti al bancone di una rosticceria, presso un portone semiaperto che lasciava vedere una parte di un cortile. Un riflesso di sole fiammeggiò sulla rientranza di un muro. Una luce, la fiammata di un candelabro acceso, da cui fui subito attratta. Che cos’era? Un mistero? Seguii il percorso verso l’immagine misteriosa, e mi ritrovai subito in un vicoletto stretto stretto cosparso di sacchetti di rifiuti.

    Il vicolo conduceva ad un’altra strada, più grande, dove vetrine con vestiti carichi di lustrini mostravano la Venezia dei turisti, coprendo quella più vera. Ritornai indietro, nel vicoletto che era ostruito dai rifiuti, ma dava su un canaletto, dove una barchetta aspettava, vuota, cullandosi sull’acqua torbida.

    Sentii fischiettare e un giovane, vestito anche lui da gentiluomo stile ‘700, uscì da una porticina, sorridendo. Un gabbiano atterrò su uno dei pali piantati nell’acqua e il ragazzo si voltò e mi vide. Era proprio il giovane che avevamo inseguito a Piazza S. Marco, mi venne incontro e mi prese la mano con grazia.

    “Ciao damina, sono incantato.” Mi apostrofò allegramente.

    “Ciao, ma dove sono?” chiesi io. E lui: “Siamo in calle delle maschere..chi sei?”

    “Sono Lucia, a dire la verità mi sono persa.”

    “Sono Alex, vieni, ti porto io in S. Marco, così potrai ritrovare la strada, sali su.”

    “Ma… in barca?” chiesi io titubante.

    “In barca sì, e a remi… Ma non è lontano, vedrai. Sto andando a prendere delle persone per il ballo in maschera di stasera al palazzo Grande, vieni anche tu?”

    “Sarebbe bello, ma dov’è questo posto?”

    “Non ti preoccupare, ti ci porto io.” rispose.

    Navigare a remi per i canali di Venezia era molto piacevole, e il nocchiero era esperto; ammirai la città sull’acqua all’imbrunire mentre, all’avvicinarsi al palazzo, piccole luci galleggiavano sulle onde.

    “Eccoci arrivati” disse Alex “Ti faccio scendere, ma poi aspettami qui, torno subito” Ma in quel momento, due figure incappucciate corsero verso di noi, ci urtarono e, scappando, persero un sacchetto.

    “Ehi, avete perso questo“ esclamò Alex e poi… “Ma questo cos’è?” Dal sacco uscì un tintinnìo e rotolò fuori uno splendido calice di vetro di Murano.

    “E’ una meraviglia… meno male che non si è rotto..” disse Alex “Guarda, è tutto variegato, colore del tramonto.”

    “E’ di tutti i colori “ osservai. “Guardalo in controluce, è meraviglioso!”

    I due che ci avevano urtati erano fuggiti. “Sarà frutto di qualche rapina.” Ipotizzò Alex “Portiamolo con noi, forse qualcuno lo sta cercando..” “Ma… e se ci incolpano del furto?” chiesi io, titubante. Alex mi guardò e sorrise, in silenzio.

    Entrammo nel palazzo: stupendi lampadari a più fiamme risplendevano accesi nell’atrio, le pareti erano tutte affrescate e alcune persone in maschera, erano in attesa all’ingresso. Aspettavano di salire al piano nobile, nella sala del ballo. C’era tutta la Commedia dell’Arte: Arlecchino con il vestito di cento colori, Colombina, la servetta scaltra col grembiulino, e Brighella, poi altri con magnifici costumi d’epoca. Restai incantata… un conto era vederli in strada, altro era in un palazzo così…

    “E’ incredibile, bellissimo, quando lo dirò a Fulvia.., ma chissà dov’è adesso, mi starà cercando” pensavo un po’ dispiaciuta. Poi mi consolai: “Beh, qui non sono in pericolo e, comunque, mi sto divertendo.”

    Una musica dolce, veneziana, di archi, cominciò a diffondersi per tutto il palazzo. “Andiamo” disse Alex e mi prese per mano portandomi lassù.

    La sala da ballo era immensa, tutta illuminata e decorata con grandi tende e fiori rari. Si mangiava, ed anche io ne approfittai. Il calice l’avevo ancora, ma quando Alex insistette per farmi ballare, lo lasciai, ben avvolto, su una sedia.

    Al nostro ritorno, era sparito. Il clima si era fatto pesante, la confusione eccessiva. “Il calice non c’è più” sussurrai allora con tristezza ad Alex, che mi guardò e disse: “Usciamo, dài, andiamo via.” Mi prese per mano e uscimmo nella calle. La luna ora si faceva vedere a tratti fra le nuvole blu. Nella piazzetta accanto alla villa incrociammo altre strane maschere che arrivavano allora per la festa.

    “Si sta meglio qui, o no? Almeno si respira.” disse lui e io annuii.

    “Ma.. senti..” dissi io “Non ti sembra di sentire qualcuno che…” Un gemito si udiva appena nella notte.

    “Di qua !” disse deciso Alex e, girato l’angolo e fatti pochi passi, trovammo un uomo a terra, coperto da un mantello sporco di sangue.

    “E’… morto?” chiesi io, impaurita, con la voglia di scappare nelle gambe.

    “Mi sembra di no.” rispose Alex “Però è ferito… guarda lì!”

    Nella sacca caduta a terra spuntava un calice. “Il nostro calice!” esclamai. “E’ lui che l’ha rubato e ora.. è ridotto male. Chiamiamo la polizia!” sussurrai.

    “No, la polizia no!” disse Alex, mentre l’uomo a terra continuava a lamentarsi.

    “Ma un dottore almeno, o il 118..” continuai. “Bisogna fare qualcosa.”

    “Vado io a chiamarlo.” disse deciso, e sparì dietro l’angolo.

    “Mio Dio, speriamo faccia presto.” Pensavo, disperata, ma Alex non tornava.

    Era ormai l’alba, Venezia si risvegliava dai prolungati festeggiamenti del Carnevale: tutta la notte, chiara e lucente, come uscita da un lungo sogno. L’uomo respirava a fatica, io non sapevo cosa fare e restai lì. Dopo poco tempo, ma che mi sembrò lunghissimo, alla prima luce del sole, una motovedetta dei vigili si fermò sul canale, a pochi passi da me.

    “Signora, ha bisogno di aiuto?” mi chiesero dalla barca e io: “Venite, presto, qui un uomo è svenuto… ed è anche ferito!” Chiamarono subito un’ambulanza che giunse veloce per ripartire verso l’ospedale. “Non si preoccupi” dissero “non è grave”.

    “Abbiamo ricevuto una segnalazione anonima.” Dissero.” “E’ suo parente?”

    “No. Piuttosto devo denunciare un furto.” E mostrai loro il calice. “L’ho ritrovato accanto a lui.”

    Raccontai all’ispettore tutto l’accaduto di quella notte. Lui mi osservò dubbioso. “Ora guardo sul computer i reperti rubati o spariti… dunque questo calice… ecco qui… scomparve nel 1791 da un palazzo nobiliare di Venezia… è di grande valore.” Mi guardò e sorrise “E lei l’ha ritrovato! Brava! Forse le spetta una ricompensa…”

    “Vede, comandante, “ dissi io “non ero sola, c’era un ragazzo con me, si chiamava Alex, poi è sparito, non so altro.” Frattanto fui attratta dallo schermo del computer: insieme ai reperti rubati c’era l’immagine di un quadro del ‘700, di un pittore veneziano minore.

    “Comandante, guardi, non mi prenda per matta, ma chi è quello?” E indicai l’immagine “E’ lui Alex, o mi sembra, almeno.”

    “Vuole dire che il giovane del ritratto ‘assomiglia’ al suo amico scomparso?”

    “Sì, beh, forse ho sognato, stanotte, ma mi è sembrato di vivere in un’altra epoca.”

    “Venezia fa questi strani scherzi, mi creda.” Disse lui e poi continuò: “A proposito di scomparsi, lei non è Lucia Angeli?”

    “Sono io, perché?” . “Perché una sua amica, Fulvia Benetti, è qui che la cerca! “

    Dopo avermi abbracciato e sgridato fra le lacrime, Fulvia mi disse: “Volevo sporgere denuncia di scomparsa, ero qui per questo!”

    “Sapessi che storia ho vissuto io” dissi “Adesso ti racconto tutto, è una storia fantastica e strana… ma, un momento, e quel signore?” Tornai indietro e chiesi all’ispettore notizie dell’uomo ferito nel vicolo.

    “Sta meglio, aveva solo una ferita superficiale, è già uscito, anzi, è sparito prima di essere identificato… forse c’è di mezzo un traffico internazionale di opere d’arte rubate…”

    Sorrisi. “Un altro mistero.”

    Fulvia ascoltò tutta la storia con gli occhi sgranati poi disse: “Dopo aver fatto colazione con cappuccino e brioche, ti sentirai meglio e vedrai tutto con occhi diversi, ma..e Alex? Che fine avrà fatto?”

    “Forse era un ladruncolo anche lui” osservarono due signori che si erano fermati ad ascoltare la mia storia.

    “O forse anche lui viene dal passato..” osservò Fulvia, che poi aggiunse: “Comunque, è stato un bel fine-settimana, o no?”

    “Un bel week-end… con sorpresa!” conclusi io, sorseggiando il caffè.

    La città sull’acqua ora era piena di sole. Ci dirigemmo verso la stazione dove trovammo subito il treno per il ritorno. Il nostro saluto a Venezia fu un mezzo sorriso e una mezza lacrima.

    “Domani si lavora.” “Si ricomincia!” “Ciao Venezia!”

  • Domenico Russo e la fotografia

    Domenico Russo e la fotografia

    Anche quest’anno, presso la Biblioteca Barbuiani di Rovigo, è stato organizzato un laboratorio di fotografia. Un’iniziativa che si ripete da qualche anno, attivata dall’allora presidente Arnaldo Pavarin ed accolta favorevolmente da numerosi appassionati del settore: uomini e donne che già da tempo si cimentavano con la macchina fotografica ottenendo lodevoli risultati, ma interessati a confrontarsi e a condividere le varie esperienze.

    Come dirigente e coordinatore di questa iniziativa è stato identificato Domenico Russo (lui stesso vuole essere definito non insegnante, ma in questo modo). Le sue conoscenze nel settore e la capacità di trasmettere agli altri i suoi entusiasmi hanno sostenuto in modo egregio il laboratorio, tanto che è stato riproposto anche per il quinto anno.

    “Quando si è maturata un po’ di esperienza in un campo – dice Domenico – è una gioia condividere il proprio percorso, in modo che altri possano trovare profitto e accorciare la strada”. Obiettivo primario del laboratorio è creare nei partecipanti una cultura fotografica senza tralasciare l’aspetto tecnico.

    “Il laboratorio può insegnare la fotografia – dice Domenico – ma non può insegnare a fotografare. La fotografia è nella nostra mente, nel nostro occhio, nel nostro cuore”. Ed è quello che diceva il grande fotografo francese Henri Cartier-Bresson e cioè che “fotografare significa mettere sulla stessa lunghezza d’onda l’occhio, il cuore e la mente”.

    Ma chi è Domenico Russo? E’ una persona che ci ha incuriosito per la sua profonda preparazione in questo campo e, nel contempo, per la semplicità, la modestia, la disponibilità. Con naturalezza parla delle sue esperienze e delle conquiste, come pure degli entusiasmi e delle emozioni che la macchina fotografica gli regala.

    Domenico comperò la sua prima macchina fotografica, una Minolta 24X36, con i suoi risparmi quando aveva diciotto anni. Allora acquistava la pellicola a metri e si preparava da solo i rullini per spendere meno dato che le sue “tasche di studente erano sempre vuote”. Riuscì a comperare anche l’attrezzatura per sviluppare da solo le sue foto. “La mia camera oscura era il bagno di casa” dice.

    Molte delle sue foto le regalò ad amici e la sua soddisfazione più grande è che, dopo cinquant’anni, si sente ancora adesso dire che quelle foto furono incorniciate e sono tuttora appese ai muri di casa.

    Domenico è nato nel 1948 nel centro storico di Rovigo, in una casa che sta di fronte alla chiesa di San Francesco, dove ancora risiede con la moglie Maria Teresa, conosciuta cinquantuno anni fa (dieci di fidanzamento e quarantuno di matrimonio). Ha avuto tre figli: Elisabetta, Lorenzo, Francesca ed ha tre nipotini che, da quando sono nati, fotografa in continuazione. Si è laureato in Sociologia. Per cinque anni ha insegnato presso le scuole medie di Fratta Polesine e di Villanova del Ghebbo e presso l’Itis di Rovigo. Dopo il servizio militare nel primo Reggimento Granatieri di Sardegna è entrato, quale vincitore di concorso, nell’Esattoria della Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo presso la quale ha lavorato per trentacinque anni. Ora è in pensione.

    Per più anni fece parte del Consiglio di Amministrazione della Società Musicale “Venezze” presso il Conservatorio di Rovigo. Fu anche presidente del Gruppo Audofili il cui scopo era quello di registrare i concerti degli allievi del Conservatorio per le prove di fine anno, ricavati da spartiti sconosciuti per farne CD; organizzava inoltre incontri sulla musica in generale.

    Domenico si è sempre considerato “Fotoamatore” rifiutando di essere etichettato come “Fotografo”. Fotografare il Po e il territorio del Polesine è stata la sua più grande passione.

    “Le mie fotografie – dice – vogliono essere il mezzo con cui isolare le immagini della realtà che mi circonda: oggetti, fiori, paesaggi, animali, persone e tutti quei sentimenti che il mio occhio fotografico trasforma attraverso la mia mente in oggetto fotografico”.

    La sua passione per la fotografia l’ha portato ad incontrare molti personaggi polesani importanti. Nel 1976, un anno prima della sua morte, ha potuto fotografare lo scultore Virgilio Milani nel suo atelier situato all’interno della vecchia sinagoga in via Corridoni. Qualche anno dopo fotografò anche il pittore Edoardo Chendi, grande amico di Milani. Ambedue si erano dichiarati fermamente contrari a farsi ritrarre, ma, alla fine, dopo mille insistenze, Domenico riuscì a convincerli e ad eseguire oltre una cinquantina di ritratti: opere importanti che sono state donate all’Accademia dei Concordi e all’Archivio di Stato di Rovigo.

    Una fortunata coincidenza gli permise di conoscere – a casa di Virgilio Milani, quando andò a portargli le stampe delle foto – l’artista e fotografo di fama internazionale Paolo Gioli. Da allora l’amicizia con Gioli si rafforzò sempre più e contribuì a importanti scambi di idee e a confronti sulla cultura fotografica. Con lui cominciò anche a fare foto stenopeiche.

    Molte sono state le opportunità per Domenico Russo di far conoscere e divulgare le sue opere fotografiche. La Fondazione “Banca del Monte” di Rovigo utilizzò nel 2015 le foto che Domenico fece a Virgilio Milani, donate all’Accademia dei Concordi, per una mostra presso la Pescheria nuova di Rovigo per la presentazione del DVD “Virgilio Milani – un artista per la città”. Una rassegna che fu visitata da un folto pubblico e ottenne molto successo. Altre immagini fotografiche sono state utilizzate per illustrare libri e antologie di autori polesani e copertine di varie pubblicazioni; altre sono state pubblicate nel 2009 con il titolo “Il mio Polesine” sul n. 10 della rivista della Biblioteca comunale di Lendinara “Beni culturali e ambientali in Polesine”; altre ancora fanno parte del catalogo del 2010 “Edoardo Chendi segni e disegni”.

    Importanti per Domenico sono stati anche i tre interessanti incontri effettuati col professor Sergio Garbato nel 2016 presso l’ARCI di Rovigo su tre grandi fotografi del ‘900: Gianni Berengo Gardin, Mario Dondero e Robert Capa, che sono gli artisti da lui preferiti assieme ai grandi fotografi francesi ed americani.

    Nel 2002, durante la lunga convalescenza necessaria dopo un gravissimo incidente motociclistico, Domenico si è avvicinato alla fotografia digitale imparando ad elaborare le proprie foto digitali in post produzione e a stamparne le immagini.

    Oltre al nuovo laboratorio di fotografia presso l’Associazione Barbuiani ed alle lezioni presso l’Università popolare di Rovigo sulla “storia della fotografia” e la “fotografia documentaria” (con particolari vedute della guerra in Crimea e nel Vietnam, la prima guerra mondiale, le torri gemelle ed altri documenti simili) l’impegno di Domenico Russo per l’immediato futuro sarà quello di dedicarsi ancor più allo sviluppo della cultura della fotografia.

  • Bonaventura Porta (1866-1953)

    Bonaventura Porta (1866-1953)

    Conserverò sicuramente un piacevole ricordo della vacanza trascorsa a Pesaro nell’estate del 2016. Una scelta indovinata giacché la città, assieme all’opportunità del bel mare, offre interessanti stimoli sul piano culturale. Per i rodigini è d’obbligo una visita al Museo Civico dove (tra le altre importanti opere d’arte) sono esposte varie maioliche realizzate nella prima metà del ‘500 da Xanto Avelli, l’apprezzato ceramista che sul retro dei piatti da lui istoriati era solito apporre la propria firma (o le iniziali) facendola seguire dal toponimo “da Rovigo”.

    Nelle strette vicinanze del Palazzo Toschi-Mosca che ospita il Museo Civico, sorge Palazzo Lazzarini che accoglie il Museo Diocesano, seconda tappa del mio itinerario pesarese. Ed ecco la sorpresa: nella parete sinistra dell’ampio androne di ingresso una lapide commemorativa, posta nel dicembre 2003, ricorda con affetto e riconoscenza la figura del Vescovo di origini polesane Bonaventura Porta, scomparso nel 1953.

    Che dopo mezzo secolo dalla morte del presule si sia avvertito il desiderio di eternarne il ricordo ponendo una targa marmorea alla memoria, mi ha fatto pensare che il vescovo di origini polesane doveva davvero aver fatto “cose egregie” nella diocesi marchigiana. Insomma doveva trattarsi di un Polesano Illustre, la cui memoria doveva essere rinvigorita anche nella sua terra. Di qui l’idea di indagare.

    La casualità mi ha fatto incontrare il dott. Filippo Alessandroni, direttore dell’archivio vescovile, che mi ha accompagnato in una graditissima quanto istruttiva visita all’esposizione museale diocesana, nonché alla dirimpettaia cattedrale. Una chiesa importantissima questa sotto il profilo storico, in particolare per il doppio tappeto musivo scoperto sotto l’attuale pavimentazione che, per permettere la visione degli antichi impiantiti, in tempi recenti è stata ricostruita in forma pensile, sorretta da appositi sostegni. (In una scheda qui allegata sono proposte alcune notizie relative alla chiesa e ai sottostanti mosaici).

    Ma nella cattedrale, ecco un’altra sorpresa legata al vescovo di origini polesane: la tomba di Bonaventura Porta (accanto a quelle di altri prelati) alloggiata in un locale alla destra del presbiterio.

    Di fronte alla mia accresciuta curiosità, il cortese accompagnatore, oltre a fornirmi qualche cenno relativo al presule, mi ha omaggiato di una pubblicazione realizzata a seguito di un convegno sulla figura di Bonaventura Porta (svoltosi nel 2003 contestualmente alla posa della targa marmorea a ricordo) che traccia un profilo esaustivo del vescovo di origini polesane¹.

    Va subito detto che le “egregie cose” realizzate da Vescovo Bonaventura Porta non sono tanto da ricercarsi nell’ambito di opere eclatanti, né nella edificazione di edifici religiosi di particolare pregio architettonico (la cattedrale era stata da poco ricostruita, vedi scheda), quanto piuttosto sul piano pastorale; grande l’umanità manifestata nei confronti dei fedeli e di quanti si rivolgevano a lui, trovandosi in situazioni di sofferenza anche di tipo economico.

    Davvero molte le persone che nell’operato del presule avvertirono il sincero lume di santità e, conseguentemente, il desiderio di tenerne desta la memoria, risultata ancora viva dopo decenni dalla morte, come testimonia la targa marmorea infissa a 50 anni dalla scomparsa.

    In Polesine e a Città di Castello

    Bonaventura Porta era nato a Castelmassa (allora Massa Superiore) il 23 marzo 1866, da una famiglia profondamente ancorata ai principi religiosi, tanto che tutti i cinque figli avvertirono la chiamata della fede, cosicché i tre maschi (oltre a Bonaventura, Secondo e Aser) seguirono la via del sacerdozio e le due femmine quella del convento.

    Bonaventura nel seminario di Rovigo si legò in particolare alla figura carismatica di mons. Giacomo Sichirollo; il quale del giovane Bonaventura apprezzò ben preso l’intelligenza, l’impegno negli studi e la capacità di approfondire vari argomenti, tanto che gli affidò il ruolo di insegnante, prima ancora del suo ordinamento sacerdotale avvenuto nel marzo del 1890.

    A Rovigo don Bonaventura come sacerdote operò per 22 anni, fino al 1912, svolgendo il suo impegno come insegnante nel Seminario e parroco di San Francesco. Un lasso di tempo, a cavallo tra Otto e Novecento, caratterizzato da molteplici iniziative messe in campo dal movimento cattolico, impegnato a dare risposte concrete alle diffuse condizioni di disagio economico, che fra l’altro avevano provocato un’impennata dell’emigrazione transoceanica, con 60.000 persone che nell’ultimo quarto del XIX secolo lasciarono il Polesine.

    Un clima di impegno² che trovò particolare slancio dopo l’enciclica “Rerum Novarum”, promulgata nel 1891 da papa Leone XIII e che non lasciò indifferente Bonaventura Porta, apprezzato come insegnante e sacerdote per le sue doti comunicative, per l’ampia cultura (non solo in ambito teologico) e l’afflato religioso.

    Fu così che egli nel 1912, all’età di 44 anni, fu chiamato dal vescovo di Città di Castello, mons. Carlo Liviero di origini padovane, per ricoprire nella diocesi umbra il doppio incarico di Vicario Generale e Rettore del Seminario.

    L’attività episcopale

    In Umbria Bonaventura Porta ebbe modo di farsi apprezzare e ben volere, cosicché nel 1917, resasi vacante la diocesi di Pesaro, fu nominato vescovo da papa Benedetto XV. Carica che ricoprì per 35 anni, fino al 1952 quando, 86enne, ottenne dal papa di essere posto a riposo.

    Nel suo lungo operato vescovile Bonaventura Porta ebbe fra l’altro a confrontarsi con i problemi delle due devastanti guerre mondiali. E il 1917, l’anno della sua nomina a vescovo, fu particolarmente tragico con Caporetto seguito dalla controffensiva italiana. Il desiderio di pace doveva essere ben radicato nell’animo del neovescovo che nel suo stemma fece apporre il motto desunto da Sant’Agostino “Ubi Charitas ibi Pax”.

    Come si diceva, l’azione del Vescovo Porta, più che a realizzazioni eclatanti, fu legata alla sua attività pastorale, manifestando egli fin dall’inizio del suo mandato la volontà di diffondere il seme del cattolicesimo in una società che aveva fortemente risentito della ventata laica del Risorgimento. Diede pertanto vita ad iniziative volte all’insegnamento del catechismo non solo ai fanciulli, ma anche ai giovani e agli adulti. Al clero richiedeva impegno nella spiegazione puntuale del Vangelo e dei passi biblici. Curò la liturgia e si prodigò per diffondere il canto gregoriano.

    Fin dai primi giorni del suo ingresso a Pesaro si fece notare per un’esistenza improntata alla povertà, alla preghiera e alla disponibilità a confrontarsi con la gente comune; a cominciare dai giovani con cui amava relazionarsi in un clima di spontaneità, tanto che fu ben presto denominato il “Vescovo dei giovani”.

    Con l’obiettivo di migliorare la formazione dei sacerdoti e di diffondere la parola del Vangelo, nel corso del suo lungo episcopato indisse vari Congressi eucaristici, provvide inoltre alla istituzione di nuove parrocchie, con la costruzione di nuove chiese in zone periferiche, per favorire la frequentazione delle funzioni religiose da parte dei fedeli.

    Con la sollecitudine del “Buon Pastore” richiamava spesso il “suo gregge” a modelli di vita improntati alla santità, dandone egli un esempio vivente, con un’esistenza ispirata alla bontà, alla preghiera (famoso il suo inginocchiatoio in cattedrale), alla penitenza (indossava spesso il cilicio) e alla povertà: aspetto quest’ultimo ben manifesto nel suo operare quotidiano, ed evidenziato anche nell’ultimo biennio della sua vita quando – dopo il ritiro dall’attività episcopale che ottenne dal papa nel 1952 – scelse di vivere in un appartamento minimo, ricavato nel mezzanino del seminario vescovile.

    Con le autorità politiche applicò sostanzialmente la massima evangelica di dare a Cesare quel che è di Cesare, accentuando la missione spirituale e caritatevole della chiesa. Ebbe però a manifestare consensi nei confronti del regime fascista in due occasioni: quando si ebbe la firma dei Patti Lateranensi ed il Duce fu indicato da papa Pio XI come “Uomo della Provvidenza” e dopo la conquista dell’Etiopia, vista come opportunità per la diffusione del cristianesimo in regioni dell’Africa considerate terra da evangelizzare. Ma manifestò la sua voce critica soprattutto quando il regime attuò iniziative per limitare l’operato dell’Azione Cattolica e quando furono promulgate le leggi razziali contro gli ebrei.

    Durante la guerra la città di Pesaro fu oggetto di bombardamenti che fecero anche vittime, coinvolgendo il vescovo Porta ad interessarsi degli sfollati. Intensi poi gli anni del dopoguerra per la ripresa dei programmi religiosi e delle iniziative da parte delle associazioni cattoliche.

    Nel 1950, in occasione del suo sessantesimo di sacerdozio e trentatreesimo di episcopato, il Vescovo Porta concluse il suo messaggio pastorale con l’invito a suo tempo trasmessogli da Giacomo Sichirollo, suo maestro rodigino, sintetizzato nell’espressione “Fatevi santi, tutti santi”³. Massima a cui uniformò tutta la sua vita, conclusasi a 87 anni il 15 dicembre 1853.

  • Il nome di Canda

    Il nome di Canda

    La toponomastica delle località è per sua natura conservativa, poiché è più legata alla terra che non ai suoi abitanti, che spesso cambiano nella componente etnica e nel modo di esprimersi, ma i nomi di luogo, anche se non più capiti nel loro significato originario, tendono a restare quasi immutati, subendo solo l’influsso fonetico del linguaggio corrente. Una esatta interpretazione del toponimo rappresenta, perciò, la prima fonte d’informazioni sulle origini e sulla storia di una località.

    Anche il nostro Polesine, pur essendo una terra relativamente “giovane”, conserva, specie nella parte medio-alta, toponimi di formazione molto remota, che sono testimonianza di un susseguirsi di popoli e culture nella colonizzazione del territorio. Accanto a toponimi di chiara formazione romana, come Trecenta (triginta), Veratica (auratica), Melara (mellis ara), Ficarolo (vico ariolo), Zelo (agello), ne troviamo altri formatisi nel corso del Medioevo, quando il latino corrente (non quello classico), cominciò a recepire nuovi vocaboli introdotti dalle popolazioni barbariche stanziatesi nelle province dell’ex impero o a far emergere sostrati preromani presenti nei dialetti locali. Sopravvivono così toponimi che denotano un influsso linguistico di provenienza germanica, come Spizzene, Stiningarda, Strazzare, ecc. ed altri che contengono radici celtiche o etrusche latinizzate, come Sariano (da seriana, fiumicello), Ceneselli (da cenisia, palude), Gaiba e Ghebbo (da gaibo, fiume), ecc.

    L’interpretazione di questi ultimi non è sempre agevole e può dare origine a diverse ipotesi etimologiche che denotano l’incertezza degli studiosi e la complessità della materia.

    Emblematico è il caso di Canda, per il quale sono state proposte numerose spiegazioni, nessuna del tutto convincente. Vediamone una sintesi.

    1. L’Olivieri in Toponomastica Veneta fa derivare Canda dal personale latino Candidus, ipotesi che sarebbe verosimile se l’antroponimo fosse accompagnato dal suffisso anus, -ana (come in Candiana), o altri di tipo prediale (acum, -aca, icus,-ica,atus, -ate, ecc.), che solitamente accompagnano il nome dell’originario possessore.

    2. Il Gabrielli (Comunità e chiese della diocesi di Adria – Rovigo), prudentemente si limita a considerare la vetustà dell’etimo, che appare attestato nella forma attuale fin dal 1283 (atto di vendita di beni dell’Episcopio ferrarese al marchese Obizzo d’Este), senza avanzare ipotesi sulla sua derivazione.

    3. Pia e Gino Braggion (in Oratori della diocesi di Adria vol. III), facendo riferimento alla voce Canda nel glossario del Du Cange (de teloneo… seu de hoc quod dicitur Canda…), ne mettono in relazione il toponimo con la riscossione di un particolare tributo fluviale, pagato in natura, detto Canda. Anche se segnalato in un contesto diverso (la Borgogna), l’evento è possibile (lo vedremo più avanti), ma ciò non spiega l’origine dell’etimo.

    4. Su Wikipedia un ignoto studioso avanza l’ipotesi che Canda sia formata dalla radice pre-romana can-da, di origine indoeuropea, pervenutaci con la cultura etrusca, col significato di luogo di sosta sulla via del Tartaro, analogamente a quanto avviene per Samarcanda e Kandahar, sulle vie della seta. L’ipotesi è suggestiva, ma poco credibile, perché non sappiamo quale fosse il percorso del Tartaro in epoca etrusca (forse inalveato sulla direttrice Badia, Lendinara, Rovigo) e poi il toponimo manca dei tipici suffissi di derivazione etrusca, presenti in altre parti (enna>Ravenna, ena>Cesena, erno>Santerno, ecc.).

    5. Anche la tradizione popolare ci ha messo del suo, narrando di una certa ostessa di nome Candida, che in tempi lontani avrebbe avuto un’osteria all’ingresso dell’abitato che da lei avrebbe derivato il nome Canda (in, Canda origini e vicende, di Romeo Bonfante). Lo stesso autore formula anche l’ipotesi di derivazione del nome Canda dal gerundio del verbo locare, nel senso di fundo locando o vallis locanda, essendo località poco adatta (o ambita,) per gli insediamenti antropici. E non manca chi vorrebbe far derivare Canda dalla canna palustre o dal colore biancastro “candido” delle acque dell’Adige (perché ricche di carbonato di calcio), che qui scorrevano nella rotta di Castagnaro (oggi Canalbianco), avvenuta però in epoca successiva alla formazione del toponimo.

    Una nuova ipotesi

    Tante ipotesi, dunque, che oltre a non aver risolto il problema etimologico, hanno stimolato il desiderio di saperne di più. Per questo, in una recente conferenza, organizzata dal Comitato di Gestione della biblioteca comunale di Canda, mi è stato chiesto d’intervenire sulla vexata quaestio. Grazie ad una certa dimestichezza con i glossari del latino medievale, anziché propendere per l’una o per l’altra ipotesi, ne ho formulato una nuova, che risolverebbe una volta per tutte l’enigma del nome Canda.

    6. Esso potrebbe derivare, infatti, dal sostantivo femminile latino-medievale gandaae, formato dalla radice celtica ghent, che significa confluenza di corsi d’acqua (si veda in Deonomasticon Italicum alla voce Gand, ma in contesti geografici diversi, il termine ganda ha assunto anche altri significati).

    La morfologia del territorio avvalora l’ipotesi, essendo questa una zona di confluenza di vari corsi d’acqua: qui infatti il Tartaro incrociava il Castagnaro e la Malopera originatisi da rotte dell’Adige, che con le loro divagazioni hanno determinato i tortuosi confini tra i comuni di Canda, Castelguglielmo, Bagnolo e Trecenta. Solo al tempo del duca Borso d’Este (e del suo fattore Prisciani), i tre rami fluviali verranno riuniti a formare un solo corso, il Canalbianco.

    Ritengo però che la confluenza responsabile del nome Canda sia antecedente a questo intervento e da identificarsi con l’immissione del Caobuso, antico canale di rotta dell’Adigetto (oggi Via Gorghi, strada Canda-Badia), nel Tartaro-Canalbianco, in quanto l’abitato sorge proprio all’incile dei due corsi.

    Una confluenza di corsi d’acqua è anche luogo adatto alla riscossione delle imposte fluviali, per cui, come riporta il Du Cange, il termine Canda sarebbe divenuto in epoca medievale sinonimo di dazio fluviale (il teloneo): a maggior ragione se a confluire è una fossa trasversa – qual era il Caobuso – per il ruolo che essa rivestiva nei collegamenti mercantili tra il bacino del Po e quello dell’Adige, analogamente a quanto avveniva per lo Scortico o la fossa Litiga (poi fossa Polesella) o il Busovecchio.

    Si tratta, quindi, di un nome geografico, legato alla morfologia del territorio e, solo in seguito, a un centro demico, perciò, sempre indicato nel passato con l’articolo determinativo: la Canda (come la Motta, la Sacca, la Volta, i Dossi, il Gorgo, ecc.). Esso è ascrivibile alla numerosa schiera degli idronimi, già rappresentata in Polesine dai citati Ceneselli, Gaiba, Ghebbo e Sariano, ma anche da Paolino, Paviole, Polesella e Ramodipalo (da Padus), Canalnovo (dal canale della rotta di Ficarolo), Bagnolo (terra allagata), Bergantino (terra paludosa), Fiesso e Arquà (meandro), Gurzone (gorgo), ecc. Una messe di nomi che dimostra come la presenza delle acque impetuose o stagnanti, confluenti o tortuose, abbia avuto un grande influsso sulla formazione della toponomastica locale.

    In quanto all’alterazione dell’originario Ganda in Canda, essa è documentata sia in toponimi analoghi presenti in altre regioni (per esempio, si veda in Toponomastica romagnola, di A. Polloni, alla voce Canda), che nell’onomastica derivata, tutt’ora presente nei cognomi sia nella forma in g (Gandi, Gandini), che nell’evoluzione in c (Candi, Candini).

    Ovviamente, anche questa è un’ipotesi aperta al contributo sempre gradito di altri studiosi e che spero non tolga alla gente della Canda il piacere di tenere ancora viva l’attenzione sull’origine del nome del loro comune.

  • Il 1866 di Alberto Mario

    Il 1866 di Alberto Mario

    Il 1866 fu sicuramente un anno importante nella vita di Alberto Mario che, dopo 18 anni di esilio dalla sua terra, a conclusione della Terza guerra di Indipendenza, poté finalmente tornare a Lendinara, la sua città di origine.

    Ma andiamo con ordine, iniziando proprio dall’avvio del conflitto – che doveva concludersi con la liberazione del Veneto – a cui prese parte anche il patriota lendinarese.

    Le operazioni militari

    Già inquadrato tra i volontari garibaldini fin dalla Spedizione dei Mille¹, Alberto Mario (1825-1883), che al tempo viveva a Bellosguardo di Firenze con la moglie Jessie White, si mise subito a disposizione per le operazioni militari coordinate da Garibaldi. Dovette però accettare con una certa ritrosia il compito assegnatogli, giacché questo non fu, come si aspettava, a fianco del Generale nelle valli delle Alpi², ma in un quadrante non di primo piano, che sicuramente rappresentò una sorpresa per il lendinarese ufficiale garibaldino.

    E’ questa una pagina poco nota non solo nella biografia del Mario, ma anche nell’ambito delle operazioni della Terza Guerra di Indipendenza. La memoria ci viene trasmessa da Jessie White, custode dei preziosi documenti riguardanti la vita del marito, nonché sua prima e devota biografa dopo la morte avvenuta il 2 giugno 1883³.

    Ebbene, il teatro delle operazioni, nell’ambito del quale Alberto Mario ebbe il ruolo di Capitano Maggiore del corpo dei volontari, fu rappresentato dalle acque del lago di Garda. Un quadrante a quanto pare giudicato secondario dal Mario, il quale ebbe fra l’altro a vivere una transitoria situazione di tensione con un superiore, tanto da indurre lo stesso Garibaldi ad intervenire, pregando caldamente il volontario lendinarese di non demordere, sottolineando come l’incarico affidatogli fosse di somma importanza ed anche pericoloso, come si legge nella seguente missiva:

    Mio Caro Mario, Ho scritto al generale Avezzena. So che vi stima assai, come meritate; non può dunque che appoggiare l’opera vostra, non mettervi ostacolo con deliberato proposito. L’inconveniente da voi deplorato non si ripeterà in avvenire, ne sono certo. Vi prego perciò di rimanere. Appunto perché è un posto di pericolo ed un incarico di somma importanza, l’ho affidato a voi. Gli è soltanto questa considerazione che mi fa protrarre la soddisfazione di avervi presso di me. Credetemi. Darso, 23 luglio 1866 Vostro G. Garibaldi

    E Mario restò al suo posto, rendendosi compartecipe di operazioni militari di un certo rilievo, tanto da essere successivamente segnalato (13 febbraio 1867) presso il Ministro della Guerra per l’assegnazione di una medaglia d’oro al valor militare, dal Generale Nicola Fabrizi, capo di stato maggiore dell’esercito di Garibaldi.

    Nella sua relazione il Fabrizi sottolineava fra l’altro come nelle acque del lago “la flottiglia nostra tenesse sempre in iscacco la flottiglia nemica, non solo, ma in ogni incontro fosse sempre essa l’aggressiva. Infatti le cannoniere nemiche sempre dovettero ritirarsi, profittando della forza delle macchine che il più delle volte le rese sicure”. Nella relazione del Fabrizi vengono inoltre evidenziati sia i meriti pregressi del Mario, sia il comportamento esemplare nel ruolo rivestito nell’ambito delle operazioni lacustri: “Il cap. Mario ottenne il proprio grado fin dal 1860 nella Campagna meridionale. Ufficiale completo per una estesa cultura, per un intelletto educato a severi studi, si rese rimarchevole per uno slancio intraprendente, che trovava nell’esecuzione la massima calma ed assennatezza di giudizio col più deciso valore (…)”.

    Il ritorno a Lendinara

    Cessate le operazioni militari, in attesa della firma del trattato di pace, Mario ottiene una licenza, e subito intende far visita alle località per lui più importanti del Veneto da poco liberato. Partendo ovviamente dalla sua città natìa, come ci ricorda Jessie White che descrive tutta l’emozione del marito nel tornare nella sua terra dopo 18 anni di esilio.

    Mario aveva lasciato il Veneto nel 1848, dopo l’insurrezione di Padova, a cui aveva attivamente partecipato, ed in seguito alla quale il suo nome era stato inserito dalla polizia asburgica nella lista dei ricercati. Allora aveva 23 anni, soggiornava a Padova dove era iscritto all’università ed aveva iniziato a frequentare un circolo patriottico, camuffato da ritrovo per musicisti dilettanti.

    A conclusione della Terza guerra di Indipendenza, Mario tornava nel Veneto 41enne, ormai uomo fatto, con molteplici esperienze in vari settori, soprattutto nell’ambito del giornalismo. Personaggio rispettato nel mondo della cultura e della politica a livello nazionale, con all’attivo la pubblicazione di vari scritti seguiti anche all’estero grazie alle traduzioni della moglie⁴.

    Da quel lontano 1848, che l’aveva visto giovane barricadero nell’insorgenza padovana, era maturato molto: aveva approfondito i principi patriottici approdando ad un’idea federalista dell’Italia unita, si era sposato (1857) con l’esuberante giornalista inglese⁵, sempre al suo fianco sia nei campi di battaglia che nelle iniziative giornalistiche e socio-culturali. Insieme avevano deciso di stabilire a Firenze – frattanto nominata capitale d’Italia (1864) – la loro residenza, allacciando relazioni con personaggi di rilievo nel campo della cultura, ad iniziare da Giosuè Carducci che con i coniugi Mario mantenne saldi rapporti per tutta la vita.

    Dunque Mario – che ancora ragazzo, da ricercato dalla polizia austriaca, aveva lasciato il Veneto in una giornata tumultuosa⁶ – ora tornava nella sua città da personaggio di spicco, apprezzato per le sue idealità, l’alto senso morale e l’impegno di vita.

    Quel giorno, nel suo animo, tutto il travaglio di una lontananza imposta dagli eventi, che avevano dato una svolta inimmaginabile alla sua vita.

    Nella carrozza, che si sta approssimando a Lendinara, egli non può celare più di tanto la propria emozione. Se ne avvede la moglie Jessie White che gli è al fianco. Ecco la sua descrizione:

    Avvicinandosi alla città, stette muto con l’occhio fisso all’orizzonte, ove finalmente comparve il campanile. Quella vista e il subitaneo ricordo che né il padre né la madre festeggerebbero il suo ritorno⁷ lo trafissero come spasimo acuto: impallidì per modo che ne rimasi spaventata: di che accortosi sorrise e disse “Ritorno con te, e basta”.

    Prima di giungere a Lendinara quei buoni e cari cittadini gli vennero incontro con la banda e torcie dandogli un ben tornato dal cuore, e tutti vollero accompagnarlo alla casa dello zio, dove, probabilmente per la prima volta, gli aristocratici parenti ed amici si trovarono sotto lo stesso tetto coi falegnami e coi ciabattini, colle camicie rosse e con le camicie non tutte di bucato⁸. Egli fu ‘Berto’ per tutti, e da tutti baciato e ribaciato, e di ciascuno egli ricordava il cognome e soprannome; e superbo era assai di appartenere a città che, piccola com’era, aveva dato 150 soldati volontari alla patria.

    Io, seduta in un angolo, tergevo le furtive lacrime di commozione e di contentezza per quel momento di soddisfazione accordatogli dopo tanto patire. Partita la comitiva, Alberto, rivoltosi alla zia che, dritta come un fuso, e freddamente cortese con tutti, non mi sembrava molto edificata dalla compagnia, disse: “Vorrei una spazzola e un po’ d’acqua alle mani: il vento ci ha coperto di polvere”

    Ed essa: “Lavati anche il ‘muso’ ben mio, dopo quei sozzi baci!” E qui grandi risa anche dello zio, un po’ meno aristocratico, e dell’altro zio Cesare, soldato di Napoleone I decorato della medaglia di S. Elena e ‘gran suonatore di violino’, dal quale Alberto aveva preso quel gesto, noto a tutti gli amici suoi, di suonare un violino immaginario ogni volta che qualcuno dicesse o facesse una fanfaronata.

    Ed ecco una nuova delusione pel povero Alberto. L’Austria, come a tutti gli emigranti, aveva sequestrato a lui pure il piccolissimo patrimonio. Non ostante il testamento olografo del padre, fu escluso dalla casa e dal ‘brolo’ de’ suoi sogni. Quello strappo fatto al suo cuore sanguinava sempre: non volle vivere a Lendinara in casa presa in affitto⁹, e decise di tornare a Bellosguardo.

    A Padova e Venezia

    Ma prima di lasciare il Veneto, altre due tappe a Padova e Venezia.

    Continua così il ricordo di Jessie White che descrive l’arrivo a Padova, … ove visitammo tutti i luoghi della ‘cara gioventù’, e mi fece vedere, al caffè Pedrocchi – regalo degli Austriaci agli studenti – le palle di fucile dell’8 febbraio ’48. E volle pranzare nella camera di sopra, ove pranzavano sempre gli studenti (…). In questa occasione fra l’altro Mario ebbe a compiere un duro intervento nei confronti di due avventori graduati che sparlavano di due stimati compagni di milizia e vita quali Bertani e Acerbi. Concluso l’intervento di biasimo …mise loro davanti la sua carta da visita e ritornò pacifico a desinare. L’ufficiale maggiore dei due, dopo essersi consultato col compagno a bassa voce, venne a dirgli: “Abbiamo parlato delle dicerie altrui. Ella che conosce questi signori ci ha convinto che erano calunniati”. E si strinsero la mano.

    Lo scritto di J. White poi così prosegue:

    Venezia, unica città dove la realtà corrisponde all’ideale, m’incantava: e per me fu contagioso il delirio dei Veneti che, dopo diciotto anni di incessanti domande “I va, I va?”, visto partire dalla laguna l’ultimo austriaco, esclamarono con una sola voce prorompente dal cuore di tutto un popolo: “I ze andai”. Ma fu amara cosa per Alberto veneto, che ricordava le migliaia di veneti morti per l’Italia, il vedere “gettata come osso al cane” quella nobile provincia italiana dall’Austria a Napoleone III e da costui al re d’Italia¹⁰. Non volle, non poté assistere alla restituzione formale!, anzi ne ammalò di rabbia e di bile, e quasi quasi se la pigliava con me che, prosaicamente anglicana, mi accontentavo del fatto compiuto, vedendo sventolare sulle lagune il bel tricolore, invece del giallo-nero abborrito.

    Il ritorno a Firenze

    Finite le sue faccende a Salò e riuscito a far eleggere Garibaldi deputato a Lendinara – continua il ricordo di Jessie White – Alberto ritornò meco a Bellosguardo; ove seppe con grande suo rammarico che Garibaldi era venuto con l’intenzione di esserci ospite e che, per un ritardo del suo telegramma, era disceso in città a casa di Crispi.

    Alberto non si diede pace pel contrattempo se non quando, nella primavera del ’67, Garibaldi inaspettatamente ritornò e stette con noi fino al giorno in cui si mosse a fare un giro nel Veneto, dove colla famiglia sua e il colonnello Acerbi l’accompagnammo…

    Siamo nel febbraio del 1867, come ricorda la targa infissa a Rovigo sulla facciata di palazzo Angeli, dal cui balcone centrale il Generale parlò alla folla dei rodigini assiepati lungo la via. Un analogo bagno di folla si ripeté poi a Lendinara, dove Garibaldi – giunto in carrozza con a fianco Jessie White – tenne il suo discorso dal balcone di palazzo Dolfin, nel quale si trattenne qualche giorno ospite del sindaco Domenico Marchiori.

    Furono giornate di grandi entusiasmi, ma ’67 fu anche l’anno che vide lo sfortunato tentativo di Garibaldi di forzare le difese di Roma con l’obiettivo di riunire la città eterna all’Italia. Come è noto le squadre garibaldine furono fermate a Mentana (3 novembre 1867) dai chassepots francesi.

    Alberto Mario si era dichiarato non disponibile a questa impresa, ritenendola non sufficientemente preparata, ma – come ricorda ancora la White – alle prime schioppettate si presentò in armi con l’amico Bertani. Durante gli scontri “Alberto, nominato da Garibaldi vice-capo di stato maggiore – sottolinea ancora Jessie White – non fu mai da lui diviso se non quando il Generale, dopo Mentana venne arrestato dai carabinieri reali sul territorio italiano…”

    L’obiettivo di rendere Roma capitale d’Italia doveva attendere ancora tre anni e realizzarsi in seguito alla famosa “breccia di Porta Pia”. Ma questa è un’altra storia.

  • 1866: III Guerra d’Indipendenza

    1866: III Guerra d’Indipendenza

    Il conflitto, che nel 1866 – grazie soprattutto all’alleanza con la Prussia – permise al Regno d’Italia di annettere il Veneto e la parte occidentale del Friuli, viene ripreso in considerazione in occasione del 150°. A dire il vero, a livello politico, l’avvenimento non è stato nemmeno ricordato a Rovigo, nonostante il Polesine sia stata la prima provincia liberata dall’esercito italiano. Eppure una lapide, infissa sulla torre civica di piazza Vittorio Emanuele ben ricorda che il 10 luglio 1866, fu “giorno fausto della liberazione di Rovigo da straniero dominio”. Qualche celebrazione è stata fatta, per la verità, da parte dei corpi armati, in particolare dai Carabinieri, che hanno ricordato l’anniversario anche con una festa tenuta nel Teatro Sociale di Badia Polesine.

    Oggi in realtà c’è chi tende a minimizzare l’evento: da parte della corrente “indipendentista” si dice che i Veneti non fossero in grande attesa dei liberatori italiani. E qualcuno asserisce che di ciò si sarebbe lamentato anche Garibaldi. A tal proposito si afferma che quando il Generale, alla testa del corpo volontario dei «Cacciatori delle Alpi», sconfitti gli austriaci a Bezzecca, dovette bloccare l’avanzata su Trento (rispondendo all’ordine col famoso “Obbedisco”) si sarebbe indignato per la mancata ribellione dei Veneti all’Austria.

    C’è poi chi contesta il valore del referendum con cui i Veneti – i pochi maschi che allora potevano votare – risposero “si” all’annessione all’Italia con una maggioranza “bulgara”.

    Ma vi sono testimonianze di tutt’altro tono. Interessante ad esempio quanto riportato da Raffaele Ridolfi nel n. 53 del Ventaglio (pag. 72) in cui si evidenzia la “gran voglia dei melaresi di divenire italiani”. Un desiderio, a quanto pare, ampiamente diffuso in tutto il territorio provinciale, come è stato evidenziato anche dalla recente ricerca sui volontari polesani nelle guerre risorgimentali (“Polesine in armi” a cura dell’Archivio di Stato).

    Tale sentimento filoitaliano ed antiaustriaco è chiaramente delineato anche nel racconto in dialetto polesano intitolato “Dal sessantasiè” che riportiamo nella pagina a fianco: è ambientato a Trecenta e narra gli avvenimenti del ’66 sulla scorta del racconto di un anziano che li visse direttamente. Fra l’altro si descrive la tragica uccisione di un ragazzo quindicenne, avvenuta a fine giugno, da parte di due soldati austriaci che l’avevano sorpreso all’interno del Palazzon (Palazzo Spalletti già Bentivoglio-Pepoli), da poco abbandonato dalla loro guarnigione.

    Poi l’8 luglio, all’arrivo dell’esercito italiano, ci fu grande festa, tanto che la giornata – si legge – sembrava essere divenuta più luminosa. Nel testo (gustoso anche perché scritto nel dialetto di una volta) si fa riferimento anche ad alcuni grandi scoppi uditi dalla popolazione il 24 giugno, chiarendo che si trattava dei ponti sul Tartaro che venivano fatti saltare per rallentare l’avanzata italiana.

    Su alcuni, diciamo così, “effetti collaterali” dello scontro austro-italiano accaduti in particolare nella zona tra Baruchella, Canda e Trecenta intendo qui di seguito soffermarmi, senza dimenticare la distruzione dei forti attorno a Rovigo, già trattata sulle pagine di questa rivista.

    La distruzione dei ponti sul Tartaro

    Credendo che le truppe italiane fossero ormai in procinto di superare il Po, gli austriaci fecero saltare i ponti sul Tartaro, cioè quelli di Canda e Trecenta e del Paolino. Quello di Castelguglielmo, di legno, fu incendiato. Quello di Zelo si salvò perché non era ancora stato costruito l’arco centrale [anche se ormai lo chiamano tutti il “ponte asburgico”], ma fu affondato il traghetto provvisorio (passo volante), sicché tutta la zona restò isolata.

    Qualche giorno prima, infatti, erano stati già distrutti quelli del Passetto e di Baruchella sull’Emissario “Fossa Maestra”, fra l’altro appena costruiti. L’amministrazione comunale del recentemente unificato (1859) comune di Giacciano con Baruchella dovette fornire legname ed altro materiale, oltre a due barche, ai genieri austriaci che il 22 giugno minarono al centro il ponte di Baruchella, con una spesa di oltre 50 fiorini. La distruzione del collegamento avvenne il 24 giugno.

    La ricostruzione del ponte di Baruchella

    Finite le ostilità, con il Polesine ed il Veneto in procinto di diventare italiani, fu necessario realizzare a Baruchella un ponte provvisorio per passare da una parte all’altra del paese ma “abbastanza robusto anche per il passaggio delle R.i Truppe” – prescrisse il comandante del genio militare di stanza a Badia, anche se il comune aveva prima proposto un passo volante che poi risultò più oneroso.

    Così in breve tempo fu realizzato un ponte carreggiabile, in legno, a 5 campate, 2 metri più basso dell’arco murale distrutto, comperando il materiale proveniente dal disfacimento del vecchio ponte in legno di Trecenta. L’incarico di progettista e direttore dei lavori fu affidato all’ing. Marignani di Badia che aveva già progettato il ponte di Zelo e guidato i restauri della chiesa di Baruchella. Nella sua relazione finale spiegava di essersi tenuto 40 metri distante dai ruderi perché nella futura ricostruzione si potesse provvedere a raddrizzare l’asse stradale del ponte per metterlo in linea con la piazza di Baruchella: raccomandazione di cui non si tenne conto quando, nel 1874, il Comitato di Bonifica delle Valli Grandi Veronesi provvide alla ricostruzione definitiva del manufatto.

    Chiudo con un “gustoso” episodio che mi sembra il caso di riportare.

    L’armata italiana, al suo arrivo in paese, il 9 luglio, aveva bisogno, oltre che di foraggio e legname, anche di viveri, perche “momentaneamente sprovvista”, e allora la deputazione comunale, ancora provvisoriamente in carica, (non si capisce bene se spontaneamente o no) diede ordine al fornaio locale di cuocere “ n.1000 bine pane, pari a razioni n. 500”. Poi, però, “essendone rimasta buona parte di detto pane disponibile e non avendo potuto smerciarlo alla popolazione, dovette farne distribuzione ai poveri del Comune, rimanendo in debito verso il fornitore della somma di fior.(ini) 98,20”, quindi quasi il doppio della spesa per far saltare il ponte.

    Chissà che manna, possiamo dire, per quei poveri contadini, abituati – credo – a polenta tutto l’anno, e che soddisfazione – forse – da parte dei militari italiani che alla popolazione facevano avere il pane gratis! Ma sarebbe durata poco.

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