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Archivi: Articoli d’archivio

  • I due Oratori di Pradespin

    I due Oratori di Pradespin

    Meta di frequenti escursioni in bicicletta, Pradespin è una località paesaggisticamente piacevole, che si estende alla base dell’argine dell’Adige tra Saguedo e Campomarzo, nel territorio più settentrionale del comune di Lendinara.

    Nella maniera dialettale, Pra de spin significa Prato di spini: più precisamente indicava, in antico, un terreno di boschi ad acacie. La zona, causa alluvioni, era anticamente una palude dove proliferarono la canna, il pruno e l’acacia; solo nel 1600, queste terre divennero salubri grazie all’escavazione di fossi e canali per lo scolo delle acque stagnanti.

    A Pradespin non si trovano, dunque, più le piante spinose. La località è caratterizzata soprattutto da ampio prato sul quale sorge un oratorio in cotto dedicato alla Madonna del Pilastrello di Lendinara.

    Uno spazio verde inusuale, spesso scelto come meta o sosta di escursionisti in bicicletta, per l’amenità e la pace che ispira il paesaggio. Un luogo un tempo frequentato soprattutto per interessi legati alla fede e alle ricorrenze religiose che si svolgevano nell’oratorio.

    Ma pochi sanno che in realtà gli oratori sono due: sorgono a breve distanza e hanno una storia che merita di essere portata a conoscenza non solo dei lendinaresi, ma più in generale degli amanti del territorio polesano legato alle vicende del fiume Adige e alle periodiche rotte che hanno caratterizzato nei secoli la vita del grande fiume.

    Nel passato le inondazioni furono frequenti in Polesine e a volte anche molto gravi, distruggendo ciò che trovavano sul loro passaggio. Le rotte o disalveazioni del fiume Adige (Flumen vetus, così chiamato anticamente), causate principalmente dalle piene, si possono enumerare, iniziando dall’anno 579 sino al 1844, in n° 105. E’ da ricordare l’inondazione del 1402 che ridusse l’intero Polesine in un immenso lago o quella verificatasi a Lusia nel 1774 che, ancora una volta, allagò tutto il territorio polesano. A Lusia, le rotte dell’Adige, si verificarono negli anni 1516, 1636, 1648, 1751, 1753, 1774 e vi depositarono uno strato di sabbia che, in certi punti, raggiunse i due metri di altezza. In altre occasioni gli allagamenti furono artificialmente provocati, per impedire il passaggio di truppe.

    Le due sacre costruzioni, volute da cittadini Lendinaresi, onorano l’intervento della Madonna del Pilastrello che, implorata dal popolo, difese la città e dintorni da pericolose inondazioni.

    Il primo oratorio

    Cominciamo a tracciare la storia dell’oratorio più antico, meno conosciuto anche perché più distanziato rispetto al fiume, e raggiungibile dopo essere giunti all’oratorio più grande, quest’ultimo ben noto perché sorge nel prato che richiama il toponimo Pradespin.

    Per quanto riguarda la costruzione di questo primo oratorio il riferimento è una temuta inondazione registrata nel giugno del 1837. Le acque impetuose del fiume, che da qualche tempo continuavano a crescere, minacciavano ormai d’esondare e di aprire dei varchi negli argini. Erano trascorsi solo cinque anni dalla precedente inondazione, avvenuta nell’ottobre del 1832 sopra la Bova a Badia Polesine. Era pertanto ben vivo negli animi della gente un ricordo amaro di distruzione causato dall’acqua limacciosa e irruente che, fuoriuscendo dalle sponde, aveva recato gravi danni ai raccolti, raggiungendo l’altezza del tetto delle case coloniche.

    In quel mese di giugno del 1837, in seguito alle abbondanti piogge, l’Adige aveva raggiunto livelli di guardia notevoli e gli argini manifestavano importanti cedimenti ed infiltrazioni. Per scongiurare il peggio le autorità preposte decisero di trasferire la gente rivierasca, con masserizie e bestiame, sopra gli argini del fiume ritenuti più sicuri.

    Fu allora che una vecchia contadina – così si racconta – salì sopra l’argine più martoriato e, al richiamo della gente, di dover lasciare quel posto e di mettersi in salvo, la signora rispose sorridendo: “L’Adige dice che da questa parte non romperà: ve l’assicuro”. Inutilmente cercarono di dissuaderla dal rimanere su quel tratto arginale così precario, ma lei continuò dicendo: “Credete a me l’Adige di qui non rompe; non temete figliuoli, acqua non inonderà il pavimento della Santissima Vergine del Pilastrello” e se ne partì. Le acque nel frattempo calarono visibilmente, sollevando gli animi della gente che, al ricordo di quello che aveva profetizzato la vecchia signora, si mise a gridare: “Ci ha salvato la Madonna”; erano le ore 9 del 20 giugno 1837.

    Il prodigio fu onorato da alcuni cittadini lendinaresi (Paolo Fasiol, Mario Nob. Mario, Giulio Nob. Conti, Sebastiano Nob. Milani, Francesco Miotto, don Angelo Guaita, Stefano Leopardi e Giuseppe Bonincontro), che, in quello stesso anno, si prodigarono alla raccolta di fondi per edificare una chiesetta a ricordo dello scampato pericolo.

    L’Oratorio fu dapprima costruito sulla sommità dell’argine, in località Pradespin, ma a seguito d’urgenti lavori di rinforzo degli argini venne demolito nel 1892 e ricostruito a valle un anno dopo.

    Nella primavera del 1893 la nuova chiesetta fu inaugurata, tra la gioia e l’entusiasmo dei fedeli e popolo tutto ma soprattutto degli abitanti costieri locali che parteciparono alla costruzione con spontanee offerte. L’incarico del progetto per la nuova chiesetta fu assegnato al Prof. Carlo Monti, che non vide eseguiti completamente i lavori da lui pensati per mancanza di fondi dei committenti: abbellimenti e decorazioni furono rinviati all’affacciarsi di un’adeguata disponibilità finanziaria.1 L’anno 1908 si provvide a sostituire l’altarino in legno con uno in pietra.

    Il 20 giugno del 1937, in occasione dei festeggiamenti del primo centenario del Prodigio, un’interminabile fiume di folla accompagnò la statua della Madonna Nera del Pilastrello alla chiesetta di Pradespin. Solenni celebrazioni, con la presenza d’importanti autorità ecclesiastiche, si compirono poi presso il Santuario di Lendinara dove la sacra statua riprese il suo alloggio.

    Il secondo oratorio

    Intanto nasceva tra la popolazione rivierasca di Pradespin l’esigenza di avere un oratorio più capiente, che avrebbe risposto ai loro bisogni spirituali, in quanto la lontananza dalla chiesa parrocchiale di Saguedo era notevole.

    Per far fronte a tale richiesta si costituì un comitato composto da tre persone: Giuseppe Bonafin, Barnaba Tosetto ed Angelo Marchetto, residenti in loco, che si attivarono per l’edificazione del nuovo tempio. La porzione di terreno su cui si eresse questo secondo fabbricato fu donata dal sig. Sebastiano Meneghini di Lendinara; altri oblatori contribuirono con offerte in denaro o regalando mattoni, calce, tegole ect. Il progetto di costruzione affidato all’Ing. Capo del Comune di Lendinara, sig. Aldo Chieregato, che vi diresse a titolo gratuito, vide la posa della prima pietra il 22 aprile 1938, alla presenza del Vescovo diocesano.

    La chiesetta2, al suo interno custodisce una statua che riproduce la Madonna di Lendinara, eseguita dallo scultore Antonio Musner di Valgardena, e un dipinto d’ignoto autore ritoccato nel 1908 da Mazzucco Giacinto.

    Nel 1939, terminati i lavori, si festeggiò l’inaugurazione del nuovo tempietto, e fu grande la partecipazione del popolo. Fu celebrata la S. Messa cantata, i vespri, il panegirico e la parte religiosa terminò con la processione che si distese lungo gli argini del fiume3. Tra le diverse bancherelle presenti, che proponevano svariati generi alimentari, si rinnovava la costumanza incominciata nel 1837 di proporre ai presenti i tradizionali divertimenti popolani: cuccagna, corsa con i sacchi, ed altri ancora.

    Purtroppo questo secondo oratorio, costruito negli anni 1938-39, allo stato attuale non è agibile. Un po’ dimenticato e solo sopravvive muto nel verde prato circostante, attendendo un intervento di restauro oramai indilazionabile.

    Viceversa, l’oratorio più antico, costruito nel 1893, – che era stato abbandonato dalla popolazione in seguito alla realizzazione del secondo più ampio – dopo un periodo di abbandono, è stato ripristinato dalla famiglia che risiede nelle sue vicinanze e si presenta in ottimo stato.

  • I Nabis, Gauguin e…

    I Nabis, Gauguin e…

    Da mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per tutta l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli (curatore) ha approntato, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con Accademia dei Concordi e Comune di Rovigo.

    Immediati ed ampi i consensi del numeroso pubblico che, a partire dal 17 settembre 2016, ha iniziato ad affluire a Palazzo Roverella, provenendo da tutta Italia per visitare la mostra, che resterà aperta fino al prossimo 14 gennaio 2017

    Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea. E non solo nel campo dell’arte.

    L’importante rassegna si compone di un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire: quattro grandi “isole” e tanto colore.

    “E’ una mostra di emozioni e di storie intense, storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi, che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana, quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali” ha spiegato il curatore, Giandomenico Romanelli.

    Sono cinque le sezioni visitabili: la prima, “La Bretagna di fine Ottocento”, che introduce e illustra il movimento nato in Bretagna, luogo ricco di paesaggi, credenze popolari, riti, costumi e religioni, luogo che attira molti artisti, un nutrito flusso turistico culturale molto acceso.

    A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.

    “Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. ‘Nabis’, ovvero Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura, essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti” aggiunge Romanelli.

    Il linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell'Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri.

    Questi stimoli innovativi contaminarono l’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte della magnifica rassegna allestita a palazzo Roverella.

    Si passa infatti, nella seconda sezione, “Alle origini del Sintetismo: Emile Bernard e Paul Gauguin”, ad approfondire il tema della rivoluzione artistica portata avanti da questi due artisti.

    La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione. Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven.

    Si ammirano poi, nella terza sezione, “Profeti e pellegrini. La poetica dei Nabis”, le opere dei ‘profeti’ tra cui spiccano quelle dello svizzero Cuno Amiet. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell'arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla 'imitazione' della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all'essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro).

    Da questa visione uscirà l'esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all'Espressionismo e all’astrazione.

    “Il verbo dei Nabis si diffonde presto in tutta Europa. Nella quarta sezione “Burano-Bretagna e ritorno” troviamo le opere di giovani artisti, che, attratti dalla semplicità e dalla suggestione del paesaggio, fanno comunità e aderiscono al sintetismo. Tra loro, Rossi e Martini che raggiungono Parigi per abbeverarsi di fonti d’arte nuova. Rossi, soprattutto, svolgerà una propria attività di ricerca e studio sviluppando un linguaggio a volte qualitativamente superiore ai Nabis e influenzerà, poi, altri artisti del gruppo veneziano – ricorda Romanelli -. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, straordinario campo di forze, di polarità, di tensioni, di urgenze e di riflessioni. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca’ Pesaro”.

    L’ultima sezione, “L’estetica della semplicità tra seduzioni borghesi e intimità domestiche” è dedicata agli italiani della generazione successiva a quella di Rossi. Gli artisti si appropriano di quell’esperienza dando vista a opere dall’accentuato sintetismo come quelle di Oscar Ghiglia o a quelle di Mario Cavaglieri che risentono dell’influenza di Bonard.

    Un capolavoro, a fine mostra, è quello di Felice Casorati “Bambina che gioca su tappeto rosso”, che poi abbraccerà la positività, come dimostra di essere Cagnaccio di San Pietro con il proprio sintetismo semplice, fino a raggiungere una nuova oggettività.

    In tutto in mostra vi sono 98 pezzi, alcuni per la prima volta usciti dalla Francia, altri addirittura mai esposti prima. Per la prima volta in Italia, per esempio le opere di Marius Borgeaud che svolge le sue prime esperienze in Bretagna dipingendo interni domestici, un positivismo del tutto originale. Infatti, il fascino della semplicità che si sviluppò negli anni successivi, porta l’attenzione degli artisti dall’esterno agli interni domestici, eleganti e stilizzati (come ad esempio quelli di Felix Vallotton).

    “Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia – conclude il curatore -, eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicità è purezza primigenia e insieme ingenuità, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile”.

  • All’insegna dell’arte

    All’insegna dell’arte

    Si apre all’insegna dell’arte questo numero del Ventaglio, con vari interventi che ci invitano ad accostarci alla produzione di artisti di ampio livello internazionale. Le prime pagine sono dedicate all’importante mostra allestita a Palazzo Roverella, “I Nabis, Gauguen e la pittura italiana d’avanguardia”, che sta richiamando a Rovigo un crescente numero di estimatori. Una mostra che, fra l’altro, accanto ad artisti di grande fama internazionale, propone nell’ultima sala – quella dedicata agli epigoni dei pittori del rinnovamento avviato a fine Ottocento dai Nabis – alcune grandi tele del rodigino Mario Cavaglieri (1887-1969) affascinato dalla forza evocativa del colore.

    Nel cinquecentesimo anniversario della morte del grande Giovanni Bellini (1433-1516), era poi doveroso un ricordo dell’insigne maestro del Rinascimento presente nella pinacoteca rodigina con due opere. Lo abbiamo fatto proponendo una riflessione sulla dolcissima immagine rappresentante “La Madonna con Bambino”, quadro di vera eccellenza, esposto assieme all’altrettanto famoso “Cristo portacroce” dello stesso artista rinascimentale. Un invito ad ammirare le due importanti opere, ma anche a non dimenticare le eccellenze racchiuse nella Pinacoteca rodigina, i cui quadri più noti spesso vengono richiesti per eventi espositivi in varie parti del mondo.

    Una novità assoluta è poi l’apertura del Muvig (Museo Virtuale Garofalo), un originalissimo museo, realizzato a Garofolo di Canaro, nella restaurata casa ritenuta abitazione di Benvenuto Tisi (1481-1559), pittore rinascimentale conosciuto col soprannome di Garofalo. Accanto ad una sola opera originale del grande artista del Rinascimento, “L’orazione di Cristo nell’orto”, sono proposte splendide immagini virtuali di ben cinquecento opere dell’artista originario di Garofolo, conservate in famose pinacoteche internazionali. Un allestimento ultramoderno questo, che si avvale di una tecnologia avanzatissima, permettendo davvero di ammirare la bellezza e l’importanza della produzione pittorica dell’artista polesano che a Ferrara, presso la corte estense, trovò modo di emergere accanto ad altri grandi dell’epoca tra cui in primis Dosso Dossi.

    Una storia del tutto particolare è poi quella che riguarda una grande tela del pittore Giovanni Angeli (1709-1798), rappresentante una “Madonna col Bambino e Santi Andrea e Giovanni Evangelista”, un tempo motivo di devozione nella ormai perduta chiesa di Gnocca nel Delta del Po. Individuata a Roma, pronta per essere battuta in una gara d’aste, per fortuna bloccata da un intervento del Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio e successivamente restaurata, è ritornata nel Veneto: ora fa bella mostra di sé nella Pinacoteca del Museo Diocesano di Chioggia, dato che il riferimento delle parrocchie polesane del Delta è appunto la Diocesi di Chioggia.

    Quest’immersione nel mondo dell’arte appare un buon avvio per questo volume, il 54mo della serie, che, come sempre, offre ai lettori molteplici stimoli di conoscenza e occasioni di valorizzazione dei beni del nostro territorio, proponendo anche qualche escursione oltre i confini della provincia, che ci si augura sia apprezzata.

  • Il primato della Mater-Biotech

    Il primato della Mater-Biotech

    Bottrighe diventa capitale mondiale del bio butandiolo. Finalmente ha iniziato a produrre il nuovissimo stabilimento, vanto economico per la terra polesana. E’ stato infatti inaugurato nei mesi scorsi il primo impianto al mondo capace di realizzare, attraverso gli zuccheri, un componente essenziale per la produzione di plastiche completamente biodegradabili.

    Novamont, leader nella produzione di elementi biochimici, attraverso l’integrazione di chimica e agricoltura, ha realizzato ciò attraverso la controllata Mater-Biotech, riconvertendo completamente l’ex stabilimento polesano BioItalia, del colosso nipponico Ajinomoto, che qui produceva lisina, un amminoacido per l’integrazione di alimenti per animali e ancor prima, glutammato monosodico, quando nacque negli anni cinquanta per iniziativa dell’allora gruppo saccarifero Montesi. Società, che in Bottrighe, attraverso l’ex grande zuccherificio e lo stabilimento di confettatura dei semi di barbabietola, aveva individuato un punto strategico di lavorazione della barbabietola e di gran parte dei suoi derivati.

    Il nuovo impianto, gioiello di elevatissima tecnologia, avrà una produzione annua di circa 31 mila tonnellate di butandiolo ricavato direttamente da zuccheri, attraverso l’utilizzo di batteri di tipo eschericchia-coli opportunamente ingegnerizzati, un composto chimico sinora ricavato solo da fonti fossili. In ciò Mater-Biotech di Novamont si è avvalso della partnership della californiana Genomatica e del suo team di ingegneri.

    Il butandiolo viene impiegato sia come solvente, sia per la produzione di plastiche. Il butandiolo da fonte rinnovabile prodotto a Bottrighe sarà utilizzato per la produzione della quarta generazione delle bioplastiche Mater-bi, contraddistinto da un maggiore impiego di materie prime rinnovabili con una forte riduzione delle emissioni in atmosfera. Il bio butandiolo avrà in questo modo un aumento del suo contenuto rinnovabile che dal 36% passa al 61% con al conseguente riduzione del 15% circa del carbonio.

    Il nuovo stabilimento di Bottrighe dà occupazione stabile a 73 persone, suddivise in tre turni di lavorazione a ciclo continuo, che con l’ìndotto, a pieno regime, tra imprese e servizi, porterà altri 180-200 posti di lavoro.

    108 i milioni di euro di investimento, attualmente il più elevanto in Italia, di cui 4,5 per lavori di ingegneria, 11 per ammodernamento e smaltimento, 26 per l’impiantistica, 17 per la riconversione e altri 9 milioni per la centrale di cogenerazione.

    Per portare a termine tale operazione sono state smaltite 350 tonnellate di amianto, 12 di rifiuti interrati, altri tipi di rifiuti, bonificando serbatoi e smaltendo i fanghi di depurazione. In tre anni di lavori le imprese occupate, molte del territorio, hanno superato le 300 unità.

    Significativo l’intervento della scienziata Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, al convegno internazionale svoltosi a Cà Vendramin, in occasione della pre-inaugurazione dell’impianto. “Trattasi di bioeconomia, ovvero la sfida dell’imminente futuro – ha sottolineato Bastioli – che sfrutta siti deindustrializzati e tecnologie prime al mondo per realizzare impianti definiti punti di connessione e di partenza per nuove iniziative come lo è Mater-Biotech di Bottrighe, tassello di un sistema di impianti primi al mondo ed interconnessi, al quale dobbiamo guardare come un formidabile acceleratore e punto di moltiplicazione di opportunità della filiera delle bioplastiche”.

    La stessa scienziata, con la benedizione del parroco di Bottrighe, don Antonio Cappato, ha inaugurato lo stabilimento alla presenza delle autorità del territorio che hanno così potuto visitare l’impianto, accompagnate dal dottore Stefano Dessì, direttore della fabbrica, che ha sapientemente illustrato ogni reparto.

    Lo stesso Dessì si è detto oggi soddisfatto di come procede il funzionamento dello stabilimento, ormai a regime. In un momento economico generale, davvero difficile, ciò fa ben sperare per il futuro della zona. Il paese di Bottrighe, quindi, viene lanciato quale sfida mondiale per l’innovazione sostenibile, grazie a questo nuovo modello industriale.

  • Gli antichi forti del Delta

    Gli antichi forti del Delta

    Che nel corso del XVII secolo fossero stati allestiti alcuni fortilizi nel Delta – a presidio di un territorio in rapida evoluzione dopo il taglio di Porto Viro – era storicamente accertato dalla documentazione cartografica, fra l’altro pubblicata negli anni ‘70 in uno studio dell’allora direttore dell’Accademia dei Concordi Adriano Mazzetti. Impensabile era riuscire a trovarne le tracce.

    Dobbiamo a Luciano Chiereghin, indomito ricercatore portotollese, alla sua passione (e alla sua determinazione nel cercare e scavare in luoghi oggi campestri o addirittura ricoperti in parte dall’acqua salmastra) l’individuazione delle tracce degli antichi forti. Non solo, perchè la ricerca di Chiereghin si è estesa al periodo della dominazioni napoleonica, austriaca, nonchè all’individuazione di una linea del telegrafo ottico di Napoleone ed infine alle costruzioni di difesa – finora mai oggetto di studio e ricerca – relative al periodo delle due guerre mondiali. E, a questo proposito, da segnalare l’ultimissima scoperta, avvenuta nel febbraio/marzo 2017 nel territorio di Rosolina, del basamento di un radar tedesco relativo alla seconda guerra mondiale.

    Ci incontriamo con Luciano Chiereghin per saperne di più.

    – Quando è nata questa sua passione per la ricerca nei confronti degli scomparsi fortilizi militari, fra l’altro edificati in tempi tanto diversi?

    “L’inizio della ricerca è cominciata nel 2001, anche se il mio interesse per la storia locale risale ad un trentennio fa, ma allora mi dedicavo solo allo studio su documenti e libri altrui.”

    – Come era considerata dall’opinione comune e dal mondo scientifico questa sua determinazione nel cercare in un territorio, come quello del Delta, ampiamente modificatosi nel corso del tempo?

    “Vede, è difficile percepire, almeno per me, le opinioni del mondo scientifico nei miei confronti, visto che non appartengo a quel mondo e non ho nessun titolo di studio. Posso solo dire che, inizialmente, – dopo aver fatto parlare la stampa locale riguardo le mie scoperte, come il telegrafo ottico e altre – alcuni mi hanno preso per matto. Io però non ho badato a questi commenti poco benevoli e ho continuato imperterrito nelle mie ricerche, studiando ortofoto aeree e satellitari per poi confrontarle con le carte topografiche antiche e alfine georeferenziate. Ho sempre tenuto in buon conto la toponomastica, che, in una zona così mutevole, è l’unica che sopravvive ai cambiamenti morfologici e del tempo, contrariamente a certi antichi manufatti edificati con materiali fortemente deperibili (canne, argille eccetera) le cui tracce (a volte davvero esili) possono essere rilevate in loco solo da occhi esperti. Direi che esistevano ricerche per lo più superficiali, concluse dicendo che il delta del Po è una terra giovane perciò una terra senza storia, il che va smentito. Qualche altro se l’è cavata in modo molto semplicistico col il dire: Il Po, con le sue acque torbide, ha coperto tutto, oppure, ha eroso tutto. Io ho voluto verificare e non sono mancati i risultati e le sorprese”.

    – Quando si è acceso l’interesse degli studiosi nei confronti dei ritrovamenti da lei effettuati?

    “Molto recentemente, si può dire ieri, ma come suol dirsi: non è mai troppo tardi”.

    – Quale è stata la sua maggiore soddisfazione?

    “Senza alcun dubbio, la recente mostra “Giovani terre contese” dove, con grande soddisfazione, ho potuto incontrare tanti studenti e debbo dire che li ho visti davvero molto interessati”.

  • È nato il CE.RI.DO

    È nato il CE.RI.DO

    E’ nato il CE.RI.DO. (Centro di Ricerca e Documentazione sul Delta del Po), attivato con l’obiettivo di catalogare e raccogliere in un unico luogo – il Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, nel comune di Tglio di Po – la vasta documentazione esistente sul Delta del Po, fatta di libri, foto, video, mappe, documenti, per una più facile accessibilità da parte di coloro che intendano farne oggetto di studio e di ricerca.

    In realtà l’iniziativa dà concretezza ad un progetto avviato oltre due anni fa da un gruppo di lavoro, coordinato dal prof. Antonio Giolo, al quale va il grande merito di essere riuscito a mettere insieme persone, per lo più studiosi, conoscitori della realtà culturale, socio-economica e turistica del Delta, con competenze ed esperienze diverse, ma pronte a riconoscersi in questo programma.

    Attualmente fanno parte del CE.RI.DO: Sandra Bedetti, Eddy Boschetti, Stefano Caccia-tori, Luigi Contegiacomo, Isabella Finotti, Antonio Giolo, Fiorella Libanoro, Paolo Rigoni, Luciano Scarpante, Raffaele Peretto, Mihran Tchaprassian, Sandro Vidali, ma si tratta di una realtà aperta, che potrà essere integrata con altri esperti di storia, cultura e tradizioni locali, soprattutto per approfondire quegli aspetti fino ad ora piuttosto trascurati, come l’antropizzazione del Delta nel tempo.

    L’inaugurazione

    Sia il direttore della Fondazione Ca’ Vendramin, Lino Tosini, che il presidente del CE.RI.DO., Antonio Giolo, in occasione dell’inaugurazione avvenuta il 10 dicembre 2016 presso il Museo Regionale della Bonifica di Ca’ Vendramin, hanno sottolineato come si sia scelto di fare riferimento al Museo della Bonifica in quanto luogo privilegiato per la custodia e la messa a disposizione dei materiali, per il suo ruolo consolidato di museo, di sede di incontri e di convegni, di spazio per mostre e per la promozione del territorio, e dove già viene conservata una ricca documentazione sulla storia della bonifica.

    Il progetto ha richiesto un anno di lavoro, impegnato nel predisporre le strutture, nella raccolta della documentazione reperibile attraverso donazioni volontarie e per avviare la catalogazione dei libri (per arrivare in futuro ad una bibliografia completa sul Delta) e dei documenti creando una banca dati, condizione fondamentale per la loro fruizione, e finalmente l’inaugurazione, fissata, non a caso, durante la XXII Settimana dei beni Culturali in Polesine.

    Nell’occasione dell’avvio dell’attività di CE.RI.DO, nella sala convegni del Museo, è stata allestita la Mostra “Giovani terre contese – Tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po”, frutto delle lunghe e accurate indagini di Luciano Chiereghin, appassionato ricercatore locale.

    A fare gli onori di casa il presidente della Fondazione Ca’ Vendramin, Adriano Tugnolo, e il direttore della Fondazione Ca’ Vendramin, Lino Tosini. Sono poi intervenuti l’assessore regionale Cristiano Corazzari, il sindaco di Adria Massimo Barbujani, l’assessore di Taglio di Po Davide Marangoni e il direttore dell’Ente Parco Marco Gottardi che hanno portato i saluti delle istituzioni.

    Ad Antonio Giolo è stato affidato il compito di illustrare l’attività del CE.RI.DO., le cui finalità sono già sintetizzate nel nome che è stato scelto. Egli ha sottolineato la necessità di focalizzare l’attenzione sulle caratteristiche di questo “giovane” territorio, dal punto di vista strutturale (attività economiche, comunicazioni), antropologico (lingua, tradizioni, costumi) e politico (dominazioni, vicende storiche, personaggi…), con ricadute che saranno senz’altro positive in termini turistici e di incremento di visitatori, di acquisizione di materiale utile per la realizzazione di mostre, di produzione di pubblicazioni, di maggiore interesse per il Delta nella sua totalità.

    Ha anche elencato una serie di argomenti (vedi scheda) che potranno essere oggetto di studio, precisando che la promozione delle ricerche sul Delta potrà concretizzarsi non esclusivamente attraverso i componenti del gruppo di lavoro, ma anche per opera di ricercatori e stagisti delle Università e dei Centri Studi italiani e stranieri, non escludendo gli studenti delle scuole superiori.

    Il prof. Giolo ha concluso dicendo che: “La realizzazione del Progetto può sembrare eccessivamente impegnativa, però se diventa un’impresa corale, non solo iniziativa dei componenti attuali del gruppo di lavoro o di altri che si potranno aggiungere, e trova il supporto di alcune istituzioni che hanno un ruolo chiave nella promozione del Delta del Po, con gradualità sarà possibile arrivare ad ottenere risultati di grande rilievo, rendendo un servizio prezioso non soltanto alla parte veneta del Delta, ma a tutto il delta del Po, in un’ottica che esprima le grandi potenzialità – culturali, turistiche, economiche – insite in questo territorio “unico” in Italia, in Europa e forse nel mondo. Intanto siamo partiti!”.

    Al termine dell’incontro è stata presentata la mostra “Giovani terre contese. Tre secoli di fortificazioni nel Delta del Po” con intervenuti del direttore dell’Archivio di Stato di Rovigo, Luigi Contegiacomo, di Maurizio Tezzon, che ne ha coordinato la realizzazione, e Luciano Chiereghin, che ha guidato i presenti nel percorso espositivo.

    La Mostra

    La sala convegni del Museo Regionale della Bonifica Ca’ Vendramin ha ospitato, a partire dal 10 dicembre 2016, la mostra documentaria e fotografica “Giovani terre contese, tre secoli di fortificazioni nel Delta”, frutto delle appassionate ricerche di Luciano Chiereghin e curata dal CE.RI.DO. (Centro Ricerca e Documentazione del Delta) e dalla Fondazione Ca’ Vendramin (Taglio di Po Rovigo), realizzata con il coordinamento generale di Maurizio Tezzon. La mostra nel frattempo è approdata a Rovigo, presso l’Archivio di Stato e successivamente raggiungerà anche Venezia, Ferrara e Padova.

    In essa vengono raccolti i risultati di quindici anni di studio e di verifica sul campo da parte di Luciano Chiereghin, ricercatore non professionista, ma dotato di uno straordinario intuito e da una determinazione fuori dal comune quando si tratta di cercare le prove di situazioni menzionate dai documenti, ma mai dimostrate fino ad ora e che si credevano del tutto perdute.

    Egli è così riuscito a riconoscere e collocare con assoluta esattezza sulle carte topografiche le fortificazioni militari che, a partire dai fortini seicenteschi delle guerre tra la repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio, fino ai siti della grande guerra, sono stati costruiti nel territorio del Delta. Nei pannelli della mostra, fotografie d’epoca e documenti restituiscono un quadro immediato del contesto e del tempo, mentre le ricostruzioni grafiche ci aiutano ad interpretare le immagini di quanto resta ancora visibile, permettendoci di individuarne l’aspetto e la collocazione attraverso le riproduzioni di uno straordinario apparato cartografico, in gran parte inedito.

    Ventiquattro pannelli (compreso quello introduttivo) suddivisi in tre sezioni, con testi in italiano e in inglese, mostrano come il delta del Po, per secoli, abbia rivestito un ruolo importantissimo nelle strategie militari e politiche degli stati confinanti, che qui trovavano la localizzazione ideale per le proprie difese militari, che in molti casi venivano abbandonate dopo pochi anni, come è successo per le strutture seicentesche (1632) di Donzella, in territorio veneziano, e di Bocchetta, appartenente allo stato pontificio, delle quali, anche se non facilmente riconoscibili (proprio perchè sono state attive per breve tempo) restano ancora visibili le tracce. Di altre, purtroppo, è scomparsa ogni testimonianza materiale, e la loro presenza sopravvive solo nel toponimo, come nel caso dell’Isola della Batteria.

    La prima sezione presenta le prime sei tavole della mostra che documentano la rivalità tra la repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio, che si contendevano le nuove terre che il Po via via formava dopo il taglio di Porto Viro.

    La seconda sezione illustra le tracce delle fortificazioni ottocentesche nel periodo che va dalle campagne napoleoniche ai sei decenni successivi, quando l’area fece parte del Lombardo-Veneto, fino all’annessione alla stato italiano; si tratta di postazioni spesso non lontane da quelle del periodo precedente, ma più complesse e sicuramente più efficienti dal punto di vista difensivo. Un pannello è dedicato al telegrafo ottico “Chappe” e alla linea che correva lungo il litorale adriatico da Venezia ad Ancona, installata per volere di Napoleone.

    Nella terza sezione possiamo constatare come, anche durante la prima guerra mondiale il Delta sia stato strategico per la difesa dei confini, soprattutto in riferimento al temuto sbarco delle truppe austro-ungariche dalla laguna.

    L’iniziativa è stata promossa dalla Fondazione Scolastica Carlo Bocchi e dalla Fondazione Ca’ Vendramin che, insieme al CE.RI.DO., ha curato la mostra, con la collaborazione dell’Archivio di Stato di Rovigo, attraverso il suo direttore dott. Luigi Contegiacomo; ha ottenuto l’adesione del Parco Regionale Veneto del Delta del Po e il patrocinio dei comuni del Delta. Le spese per l’allestimento sono state sostenute per la maggior parte dalla Fondazione Bocchi, con il contributo della Cassa di Risparmio del Veneto S.p.A. filiale di Adria e del Cantiere Navale Vittoria S.p.A. di Adria.

    Questa straordinaria esposizione, che abbiamo potuto ammirare per la prima volta nel Museo della Bonifica di Ca’ Vendramin, ha suscitato grande interesse anche al di fuori del Polesine e ha avuto grande risonanza sulla stampa anche a livello nazionale. Per questo si è deciso di farla diventare itinerante: è già stata allestita presso l’Archivio di Stato di Rovigo e presso la Fondazione Bocchi di Adria, e altre richieste sono state avanzate da Venezia, dall’Archivio di Stato di Ferrara, dal Museo della Terza Armata di Padova e da alcuni comuni, tra i quali Porto Tolle.

  • Il Palazzo degli Angeli

    Il Palazzo degli Angeli

    L’ultima notte dell’inverno 1787, un fatto prodigioso si narra essere accaduto proprio a Rovigo.

    Si racconta infatti, che due angeli messaggeri, di ritorno dai mari del sud e già sulla rotta di un nuovo viaggio che li avrebbe portati tra le gelide valli alpine del settentrione, disorientati dalle fitte nebbie della pianura e ormai affaticati dall’interminabile viaggio, decisero di sostare in città per rinfrancarsi un poco. Scelsero a questo scopo il luogo più adatto, uno dei palazzi più belli del centro, con un magnifico cancello illuminato da fiaccole lucenti, ampie vetrate celesti e preziosi balconi in candido marmo bianco.

    Con un volo elegante avvolti da un bagliore leggero, che ferì i veli scuri della notte, si calarono sul tetto di quello splendido palazzo, ma senza passare davvero inosservati.

    Un giovane fornaio, infatti, sveglio già ad alta notte ed indaffarato nel suo lavoro, dopo aver visto apparire come riflessi delle finestre della sua bottega quelle strane luci, capì subito che non poteva trattarsi della luna che tutto bagna d’argento opaco, e immediatamente si precipitò sul selciato per strada, restando incantato dalla magica vista che si aprì ai suoi occhi.

    Dopo poco anche altri cittadini lasciarono il tepore dei letti per affacciarsi agli abbaini e vedere quanto stesse accadendo nei cieli della città in quella fredda notte. Col passar dei minuti una piccola folla strepitante iniziò a raccogliersi intorno al palazzo per osservare più da vicino le creature angeliche, con un misto di devozione, stupore e incredulità.

    Solo il vecchio conte che abitava proprio in quel bel palazzo, pareva non essersi accorto di nulla, e nessuno del resto aveva cuore di avvertirlo, poichè era uomo noto a tutti per il suo carattere piuttosto scontroso e burbero.

    Ma ad un certo punto un vociare crescente in volume e intensità si sentì provenire dall’interno delle stanze al piano nobile, e, dopo poco, si riuscì anche a distinguere qualche parola perchè l’anziano conte spalancò il portale cristallino del suo salone, ed esclamò con voce rauca contro la folla, sollevando con fare minaccioso il suo lucido bastone da passeggio: “Un tal baccano! Tornate a casa gente senza rispetto per il riposo degli uomini dabbene o io…”. La frase restò sospesa e nessuno seppe mai come intendeva completarla, poichè egli, attirato da quella visione di paradiso sopra il suo capo, restò infine interdetto e senza più parole.

    Fu questione di un attimo, quel rumore chiassoso infatti dovette spaventare e non poco i messaggeri celesti che in fondo volevano solamente riposarsi prima di dover ripartire. Fu così che con minimi battiti d’ali i due angeli si innalzarono a perdita d’occhio e ripresero il volo sulle arcate del cielo.

    In terra invece, un altro miracolo si compì quella notte, difatti per ordine del conte il palazzo venne eccezionalmente aperto fino all’alba e vennero offerti dalle sue cucine vini caldi e ottimi dolci a tutti coloro che erano stati testimoni con lui dello straordinario evento.

    Riferì il conte, qualche anno dopo, che da quella sera si sentì cambiato. Per altre tredici notti consecutive alcuni angeli gli comparvero in sogno, ed egli affinchè non venisse dimenticato il doppio prodigio di quella notte, dispose che, per celebrare quanto accaduto, fossero chiamati i migliori pittori di Venezia a decorare il suo già magnifico palazzo con affreschi di splendidi cherubini, in un volo festoso.

    Secondo altri invece, alcune di quelle pitture, troppo belle per essere state fatte da mano d’uomo e ammirate anche dai principi d’Europa, comparvero da sole, come per miracolo, subito dopo la visita degli angeli al palazzo. Quale sia la verità lasciamo scegliere ai nostri giovani lettori, ma per tutti ancora oggi quel luogo si chiama Palazzo Angeli.

  • Incroci d’amore

    Incroci d’amore

    L’Avvocato entrò nell’ascensore e, indossando il suo affascinante sorriso, si accomiatò dai colleghi maschi, desiderosi di farsi notare, e dalle colleghe femmine, desiderose di una ben più intima attenzione. Lo avevano accompagnato, in adorante corteo, fino alle porte scorrevoli, dopo la fine della sua straordinaria conferenza su come risolvere, con un semplice espediente finanziario, le sofferenze bancarie dei maggiori Istituti di credito europei. Del resto, le sue conferenze erano sempre spettacoli pirotecnici: iniziavano in modo sommesso, il tono basso, quasi triste, a rimarcare situazioni senza speranza; poi, d’improvviso, come uno schiocco di frusta sulle misere aspettative degli astanti, l’intonazione della sua calda voce si alzava, trasformando, in un crescendo fantasmagorico, tragiche situazioni in geniali soluzioni. Tecnica collaudata e nota, ma al cui richiamo accattivante nessuno riusciva a sottrarsi.

    Le porte dell’ascensore si chiusero e l’Avvocato, finalmente, si passò con faticosa lentezza la mano destra sul bel viso regolare. Al passaggio della mano, i lineamenti, così armoniosi, sembrarono deformarsi e gli occhi azzurri, sempre penetranti e vivaci, sbiadirono e si spensero. “E’ finita!” pensò, “Ma anch’io sono finito. Da tempo ormai, da quando l’ho vista la prima volta.”

    Entrò nella lussuosa “suite”, uguale a tante altre, che ogni grande albergo puntualmente gli riservava a ogni meeting internazionale di cui, puntualmente, diveniva il protagonista.

    Gettò sul letto la costosa borsa in pelle, la giacca firmata e la cravatta di seta, sfilata con gesto nervoso. Avrebbe voluto gettarvi anche la maschera della sua inesauribile genialità, che faticava sempre più a indossare, che gli torturava dolorosamente la fronte e le tempie, che prima o poi si sarebbe strappata dal volto davanti alla platea dei suoi ammiratori.

    Mentre osservava il riflesso del suo volto disfatto sullo specchio del bagno, la rivide che si girava stupita, gli occhi neri splendenti, spalancati, quando, alcuni mesi prima, era rientrato bruscamente nella lussuosa stanza di uno dei soliti grandi alberghi per riprendere l’i-phone dimenticato. Capì che la sua vita era già irrimediabilmente cambiata nel momento stesso in cui il suo sguardo gli trafisse l’anima, la bocca graziosamente socchiusa, le labbra morbide, perfette.

    La sua divisa da inserviente era un grembiulino rosa, forse un po’ troppo stretto, che faceva risaltare l’armonia delle sue forme, con grazia, senza volgarità. Scosse lievemente la testa, muovendo i riccioli neri, scusandosi senza timore, senza deferenza, con voce che all’Avvocato parve sinfonia.

    “Mi perdoni, credevo che non ci fosse nessuno. Tornerò più tardi a riassettare”, e posò le lenzuola di ricambio sul bordo del letto, delicatamente. Si era rialzata e i loro occhi si erano incrociati, intrecciati, legati, per un attimo lunghissimo. Poi era uscita, volgendosi appena verso di lui, sfiorandolo, mentre gli passava accanto e rimaneva sospeso nell’aria il profumo di un fiore sconosciuto.

    Dalla porta, rimasta accostata, aveva udito i suoi passi leggeri allontanarsi veloci lungo il corridoio, verso un indistinto brusio, che, un po’ alla volta, cresceva d’intensità e che infine riconobbe come chiare, allegre voci femminili: “Complimenti, ragazza mia! Appena arrivata e già sei in camera sua! Bella scelta! Meglio di così…perchè lo sai chi è, vero? “Così la canzonavano le colleghe, ma lui aveva sentito solo le parole, pronunciate a bassa voce, con cui lei aveva risposto: “Ma siete matte? Non alzate la voce, ci potrebbe ascoltare. Ero lì per caso… però è così bello. Mi ha guardato un attimo e mi si è fermato il cuore”.

    Le lancette dell’orologio avevano girato frettolose ben oltre mezzanotte. Il pubblico in visibilio lo aveva trattenuto a lungo nella sala-conferenze, bombardandolo di assurde domande, di inutili puntualizzazioni su questioni che aveva già spiegato chiaramente. Per tutti aveva avuto risposte cordiali e appropriate, corredate dalla consueta ironia. Era stata un’impresa titanica non cedere al senso di ansia e di disperazione che lo opprimeva, senza rivelarli. Ma ora, disteso sul letto, si sentì sciolto da ogni tensione e tornò a pensare a lei; del resto non aveva mai smesso di pensarla e, pensandola, raggiunse la quiete e il sonno.

    L’Avvocato udì un fruscio al suo fianco e poi sentì sulle labbra il suo bacio.

    “Mi hai fatto aspettare tanto questa sera.” gli sussurrò lei. “Ho cercato di addormentarmi, ma senza di te mi è impossibile; allora sono rimasta qui, immobile, con gli occhi spalancati nel buio e ti ho aspettato. Ma tu continuavi a tardare”.

    “Non ne potevo più di tutta quella gente, della loro insistenza, delle loro bocche aperte che continuavano a domandare, a domandare. Poi, spossato, sono giunto qui e mi sono disteso sul letto, mentre gli occhi si chiudevano. Infine, sei venuta tu”.

    “Non ero già qui? Ma, se non ero già qui, come ci sono venuta? Ogni notte vengo da te, ogni notte sto con te, ma non conosco la strada che mi conduce alla tua stanza”.

    “Non mi importa, amore mio. Conta solo che tu sia tra le mie braccia”.

    “Ogni notte, succede ogni notte. Sto già dormendo, poi, ecco che cammino per strade illuminate, su marciapiedi affollati da persone che passano distratte accanto a me e a immense vetrine luminose. Sono entrata nell’ingresso di questo albergo sconosciuto, qualcuno dalla Reception mi ha guardato stupito, nessuno mi ha fermato, le porte dell’ascensore si sono aperte e sono salita. E ora sono qui con te, in questo letto così morbido, così accogliente. Ti ricordi? La prima volta mi sono messa a piangere”.

    “Sì, mi ricordo. Piangevi perchè eri spaventata e chiedevi: “Dove sono? Come sono arrivata qui? Cosa sta accadendo?”.

    “Ero spaventata, ma anche felice, perchè ti avevo riconosciuto. Non ti avevo più visto da quella volta che i nostri occhi si erano incrociati e i nostri cuori intrecciati. Poi, come un miracolo, io ero con te e tu con me. Ero tua e tu eri mio”.

    “Quando ti ho vista la prima volta in quella stanza d’albergo, vestita di rosa, mentre ti muovevi graziosa e leggera, ho capito subito che stavi riempendo di te la mia vita ed era già scritto che tu saresti stata mia. E ora sei mia, ti ho desiderato e ti ho avuta e ti desidero e ti voglio sempre di più. Non te ne andrai via di nuovo, come le altre volte. Resterai con me, sempre”.

    I loro corpi si fusero, come le loro anime. Un caleidoscopio di intermittenti luci colorate saliva dalle convulse strade sottostanti, si rifletteva sulla vasta vetrata all’ultimo piano dell’albergo per frantumarsi in una miriade di schegge luminose sulla parete di fondo della stanza. Il tempo trascorse, inconsapevole e inesorabile.

    “Perchè ti sei alzata, amore mio? Dove vai? Vieni qui, vicino a me. Dammi un bacio”

    “Eccomi, sulle tue labbra. Ma ora devo andare, ti devo lasciare. Non posso restare. Non è giusto, non posso tradire la mia promessa. Addio, devo andare”.

    “Dove vai? Non andartene, perchè devi andare via?”.

    “Lasciami, ora devo andare. Addio, addio!

    “Non ti vedo più, eri qui un attimo fa! Dove vai? Dove sei?”.

    “Dove sei?” urlò, guardandosi attorno.

    “Dove sei?” sussurrò l’Avvocato, mentre nell’aria rimaneva sospeso il profumo di un fiore sconosciuto.

    L’Operaio uscì dal bagno, si infilò la camicia e iniziò a indossare la tuta da lavoro. Come ogni mattina, quando l’alba faceva capolino tra le sottili fessure delle persiane, leggermente discoste. Come ogni mattina, non resistette all’impulso di volgere uno sguardo compiaciuto alla sua giovane moglie, ancora addormentata, distesa dolcemente su un fianco. Il lenzuolo le aveva lasciato scoperte le cosce e la luce del sole, penetrando nella penombra, ne disegnava la quieta, sensuale morbidezza.

    Il candore della sua pelle fresca non cessava di eccitarlo, sebbene da tanti anni ormai fossero insieme. Innamorati, da subito, dalla prima volta che si erano conosciuti, nel cortile tra i caseggiati di periferia, dove i ragazzini si radunavano a sciami, intrecciando rapporti che avrebbero segnato le loro vite.

    Venivano da famiglie umili, di gente che lavorava duramente, ancorata alla tradizione e alla propria dignità. Si erano dunque sposati da giovani, promettendosi eterno amore in Chiesa, con i fiori, i testimoni, i parenti, gli amici, il pranzo al ristorante con il taglio della torta. Ora lui lavorava in fabbrica e lei, grazie alle conoscenze di uno zio cuoco, lavorava come inserviente in quel famoso albergo. Si vedevano poco durante la giornata perchè il loro lavoro li teneva a lungo fuori di casa. Ma alla sera si ritrovavano, felici. E la lontananza quotidiana cementava sempre più il loro amore.

    L’Operaio diede un’ultima, tenera occhiata alla bella moglie che non dava segno di volersi svegliare. In fondo, la sera prima era tornata tardissimo dal lavoro: il grande convegno internazionale, organizzato nelle eleganti sale dell’albergo, era andato per le lunghe e aveva richiesto l’impegno di tutto il personale fino alle prime ore del mattino. Era il suo giorno di riposo e non l’avrebbe svegliata; uscì dalla stanza senza fare il minimo rumore.

    Lei non dormiva. Era sveglia, forse già da un’ora; l’aveva sentito alzarsi, andare in bagno, vestirsi in silenzio e uscire senza disturbarla. Aveva intuito che, prima di andarsene, il suo sguardo ammirato aveva indugiato sul suo corpo scoperto e aveva percepito il suo desiderio, ma aveva finto di dormire. Provava infatti una sorta di imbarazzo, quasi di colpa, e temeva in qualche modo di rivelarglielo, se lo avesse chiamato per salutarlo, baciandolo come al solito.

    Si alzò pigramente, poggiando i piedi nudi sul pavimento; avvertì la freschezza delle mattonelle, chiazzate dalla luce sempre più vivida che bucava le persiane, e rimase immobile a contemplare la porta da cui lui era uscito. Sospirò, scosse la testa, agitando i riccioli neri.

    “Ogni notte”, sussurrò “Ogni notte sempre lo stesso sogno, sempre lo stesso sogno. Com’è mai possibile? Meraviglioso! Ma, per fortuna, è solo un sogno”.

    Mentre sollevava le persiane, continuò a ripeterselo. Senza crederci.

  • Le fotografie di Luigi Piombo

    Le fotografie di Luigi Piombo

    Il laboratorio di fotografia organizzato dall’Associazione Barbujani di Rovigo, diretto e coordinato da Domenico Russo (di cui si è parlato nel n. 53 di Ventaglio 90), ci ha dato la possibilità di conoscere un altro interessante fotoamatore rodigino: Luigi Piombo.

    Da alcune sue note biografiche scopriamo che Luigi – per gli amici Gigi (per questo firma le sue foto “gg”) – è nato prima dell’ultima guerra (non specifica l’anno) nella piccola borgata sugli argini del Canalbianco chiamata Bosco del Monaco, in una famiglia di coltivatori diretti. E’ fiero di questa sua origine e dei valori di amicizia, di solidarietà e di collaborazione, tipici della gente cresciuta lungo il Canalbianco, fiume che col suo corso, in mezzo tra Adige e Po, è lo specchio più autentico del territorio polesano.

    Ha studiato a Rovigo, che da ragazzo raggiungeva in bicicletta, e si è diplomato al liceo scientifico. Dopo il servizio militare, è stato assunto in un Istituto bancario a Padova, quale vincitore di concorso, e in questi anni si è anche accostato alla fotografia che, in precedenza, non conosceva e riteneva troppo lontana dai suoi interessi e difficile da praticare.

    “Un giorno entrai nel negozio laboratorio di Mario Piombo, a Rovigo, – ci dice – e comperai una macchina fotografica, la più semplice, perchè ero completamente inesperto: una Kodac Istamatic”. A questo punto bisognava accostarsi ad alcune informazioni tecniche, per cui il futuro fotoamatore acquistò un manuale di fotografia nella vicina libreria di Pavanello. “Ecco la cultura del coltivatore diretto – dice – che non aspetta direttive ma si rimbocca le maniche e affronta il problema”.

    La nuova passione si radicò anche grazie alla lettura di alcune prestigiose riviste, quali “Progresso fotografico”, “Fotografare” e “Tutti fotografi”, che ben presto indussero Luigi ad acquistare una nuova macchina fotografica: una Minolta A5 con telemetro, otturatore da 1 secondo e un obiettivo di qualità superlativa. “Mettendo a frutto gli insegnamenti che trovavo nelle riviste – chiarisce – aumentavo l’esperienza e la mia cultura e cominciavo a ottenere foto buone e anche belle”.

    Il passo successivo non poteva che essere una Reflex semiprofessionale e un ingranditore per la stampa. “Essendo io il fotografo, nonchè lo sviluppatore del negativo e lo stampatore della foto – sottolinea, orgoglioso – dovevo personalizzare il mio lavoro e migliorarlo continuamente. Anche in questo mio modo di fare emergono le mie origini di coltivatore diretto, questo mio DNA che mi portavo addosso e che non mi rendeva mai soddisfatto”.

    Luigi Piombo preferiva stampare con toni neutri, spesso a toni un pochino alti. “Curavo sempre i neri – dice – che mi piacevano brillanti e profondi: quei valori grafici di nitidezza e saturazione che fanno di una foto una “bella foto”.

    “I miei interessi fotografici sono sempre stati molteplici – ci informa. – Ma quello che mi interessava e tuttora mi appassiona è cogliere l’attimo che mi colpisce, quello che mi fa alzare istintivamente la macchina fotografica e scattare. Io non costruisco mai le mie foto: inseguo lo scorrere degli attimi e cerco di fermarne uno significativo, quello che in quel momento mi sta interessando. Poi in postproduzione, se è il caso, posso ritoccare la foto per rendere meglio quella mia emozione”.

    La sua storia di fotoamatore trova un importante occasione di crescita alla fine degli anni settanta, quando – trasferitosi da Padova nella sua Rovigo anche col lavoro di bancario – segue un gruppetto di appassionati dando vita al “Circolo Fotografico Rodigino”, di cui Piombo ricorda le molteplici attività con l’attivazione di vari corsi di fotografia e l’organizzazione di incontri e mostre, accolte dal pubblico con molto interesse.

    Intanto veniva avanti una notevole trasformazione nella fotografia: la fotografia digitale. Dopo le perplessità iniziali, Luigi Piombo capisce che, con l’arrivo sul mercato di prodotti nuovi e tecnologicamente avanzati, si possono produrre foto di buona qualità, per cui compie il passo verso il digitale: una scelta che non lo lasciò deluso – come ebbe a dire.

    “Con la mia attività fotografica – aggiunge – ho sempre cercato motivi di socializzazione -. Per questo accetto ben volentieri di fare il fotografo di avvenimenti”. Gigi Piombo è infatti il fotografo di riferimento dell’Associazione Pensionati della Cassa di Risparmio del Veneto, collabora poi con associazioni di volontariato come gli “Amici del cuore”, i “Maestri del lavoro d’Italia consolato di Rovigo”. E’ disponibile a scattare foto per le iniziative di Libera Santato con i Parchinsoniani, per la propria parrocchia, per la Biblioteca di Arquà Polesine con il “Premio Raise” e altre.

    E a questo punto non possiamo dimenticare che la sua passione per immortalare aspetti locali ha indirizzato il suo interesse anche verso la storia di Rovigo, e ciò lo ha portato in qualche caso a collaborare con questa rivista. Va in particolare ricordato che Piombo ha fornito a Ventaglio Novanta non solo le foto degli affreschi di Casa Rosetta Ferrari, ma ha anche proposto una storia suggestiva di queste pitture, mettendole in relazione con l’episodio della battaglia di Polesella combattuta nel 1509 tra Veneziani e Ferraresi, nell’ambito della guerra scaturita dall’alleanza di Cambrai (vedi Ventaglio n. 53 pag. 40 e successive).

    Ma Gigi Piombo è molto modesto e non vuole arrogarsi meriti. Gli piacerebbe però che gli affreschi di Ca’ Rosetta venissero salvati. Questo sì. E vorrebbe che fossero messi in sicurezza, magari staccandoli dall’attuale sede per posizionarli sulle pareti del chiostro degli Olivetani presso il Museo dei Grandi Fiumi.

    Ma di mezzo c’è la burocrazia che non agevola le belle idee. E allora dice: “Le mie fotografie le regalo con piacere a chi mostra di apprezzarle. Non ne ho mai venduta una; da anni faccio calendari come biglietti d’auguri, che ovviamente regalo e per i quali rimedio… sorrisi”. Poi aggiunge: “Penso che l’amicizia sia una cosa preziosa che non ha prezzo e che lo scambio culturale arricchisca chi riceve e chi dà”.

  • I paesaggi di Franco Rancani

    I paesaggi di Franco Rancani

    Franco Rancani, umbro di nascita naturalizzato polesano, è nato nel 1957 in un paesino montano di poche anime: uno di quei suggestivi borghi medievali che sorge fra le alture appenniniche, lungo il nastro verde del fiume Nera, che si snoda nella stretta vallata a cui dà il nome. Valle che, in prossimità della fine, regala lo stupendo scenario delle cascate delle Marmore.

    Della regione umbra Rancani ha respirato fin da bambino l’aria di religiosità che la permea (è la terra che ha dato i natali a tanti santi, tra cui i patroni d’Italia, san Francesco, e d’Europa, san Benedetto da Norcia), e ha vissuto la suggestione dell’arte di Giotto, declinata dai suoi allievi ed emuli (ispirati sia alla terra natale che alle Alpi dolomitiche scoperte successivamente) a mareggiate suggestive colte all’alba o al tramonto; scene spesso tempestose, che rimandano quasi ad atmosfere “sturm-und-dranghiane” e romantiche. Apprezzate sono le sue rivisitazioni del paesaggio deltizio, che negli anni ha imparato ad amare, senza tuttavia disdegnare scorci della campagna polesana e vedute dei vicini colli Euganei. A tutte le raffigurazioni comunque imprime la sua impronta personale caratterizzata da una calda gamma coloristica dalle tinte forti, ma ben accostate ed amalgamate con pennellate decise.

    Trasferitosi giovanissimo in Veneto per lavoro, vi è poi rimasto per amore e continua a vivervi da oltre quarant’anni, risiedendo con la famiglia nel capoluogo.

    Si è avvicinato molto presto all’arte della pittura (insieme alla poesia, altra sua vena espressiva) da autodidatta, prediligendo fin da subito il mezzo espressivo dell’olio su tela, pur non disdegnando, negli anni dell’apprendimento delle varie tecniche, la pittura su altri materiali: legno, rame, ceramica, vetro, oltre a prove su guazze e china.

    Artista schivo, non ha propagandato molto la sua produzione, tranne che in occasione di due mostre a Rovigo – nel 1995 a Palazzo Celio e nel 2000 a Palazzo Roncale – e nelle periodiche esposizioni al Festival dei Due Mondi a Spoleto. Ha invece scelto molto presto, come mezzo divulgativo della sua attività artistica Internet, creando la pagina facebook “Rancani Franco pittore”. Attraverso questo social network propone le sue creazioni, amando parlarne con i visitatori della pagina. Ha anche partecipato ad alcuni concorsi, conseguendo premi e buoni riscontri.

    Franco Rancani predilige la pittura figurativa, alternando soggetti montani (ispirati sia alla terra natale che alle Alpi dolomitiche scoperte successivamente) a mareggiate suggestive colte all’alba o al tramonto; scene spesso tempestose, che rimandano quasi ad atmosfere “sturm-und-dranghiane” e romantiche. Apprezzate sono le sue rivisitazioni del paesaggio deltizio, che negli anni ha imparato ad amare, senza tuttavia disdegnare scorci della campagna polesana e vedute dei vicini colli Euganei. A tutte le raffigurazioni comunque imprime la sua impronta personale caratterizzata da una calda gamma coloristica dalle tinte forti, ma ben accostate ed amalgamate con pennellate decise.

    Per Rancani l’approdo alla pittura nasce da un richiamo che viene dal profondo, dall’ansia di individuare un’alternativa alla quotidianità. Uno scavare nell’inconscio attraverso il colore, che rende più pregnante, emozionante, intimo il gioco cromatico, e vario e ricco di fascino il soggetto rappresentato.

    La sua è una pittura da un lato immaginata e dall’altro in “plein air”: in ogni caso sempre paesaggistica, caratterizzata da un linguaggio che sa comunicare con la gente coinvolgendola.

    Incanta la verde sinfonia di prati erbosi e alberi dalle ricche, vaporose fronde. Fiabeschi e morbidi si presentano i paesaggi innevati che brillano al sole invernale; aspre e appuntite le rocce che svettano brune dal bosco dai toni giallo-viola e dai perlacei riflessi lacustri; scure e minacciose le onde marine nell’ancestrale violenza della tempesta.

    Molteplici e contrastanti le sensazioni che derivano dall’acqua: purificatrice quando spunta magica dal bosco, irruente nella cascata, quieta nelle lagune, placida nelle golene, incantata nelle fonti amene, che sanno di antichi sacri lavacri.

    L’artista, per essere più aderente alle emozioni che ispirano la sua creatività, a volte sente l’esigenza di un contatto sensoriale con i colori e li tocca, li stende, li stempera sulla tela, senza l’uso del pennello, ma direttamente con le dita, esprimendosi al meglio non solo nella raffigurazione dei paesaggi, ma realizzando anche ritratti, rappresentando soggetti sacri e armoniose nature morte.

    Ciò che in definitiva Rancani ricerca con le sue produzioni artistiche – e che riesce a comunicare a quanti ad esse si accostano – è il desiderio di armonia fra uomo e natura, sposando fantasia e concretezza per dare un senso alla fragilità umana.

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